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Felice Falagario

L’allargamento dell’Unione Europea: problemi e prospettive.

Premessa. La storia dell’ Unione Europea (d’ora innanzi indicata con l’acronimo UE) e sempre stata caratterizzata da una crescente integrazione delle economie partecipanti e dalla progressiva estensione dell’Unione a nuovi membri. Ai primi 6 paesi (Francia, Italia, Repubblica Federale Tedesca, Belgio, Olanda e Lussemburgo) che nel 1957 avevano firmato il Trattato di Roma, dando luogo alla Comunità Economica Europea (CEE), sono andate aggiungendosi nel tempo nuove nazioni che hanno contribuito a rendere sempre più vasti i confini dell’UE. Nel 1973 entrarono a far parte della CEE Danimarca, Irlanda e Regno Unito (UK). Nel 1981 fu la volta della Grecia e cinque anni piu tardi (1986) di Spagna e Portogallo. Nel 1992 il cosiddetto Trattato sull’UE (meglio noto come Trattato di Maastricht dal nome della cittadina dove fu raggiunto l’accordo nel dicembre dell’anno precedente) sancisce un importante passo avanti nell’integrazione economica europea, portando alla nascita della UE cosi come oggi la conosciamo. Nel 1995, aderiscono alla UE anche Austria, Finlandia e Svezia, portando a 15 il numero complessivo dei paesi membri. Ma e nel maggio 2004 che si verifica il più grande ed


ambizioso cambiamento all’interno dell’Unione, con l’allargamento a ben dieci nuovi membri: Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia, Repubblica Ceca,Slovacchia, Ungheria, Slovenia, Malta, Cipro. Si tratta di un allargamento senza precedenti nell’UE non solo per l’entità della popolazione coinvolta (74 milioni di persone, il 16.3% della popolazione totale nella UE), ma anche per le profonde differenze economiche esistenti tra i vecchi ed i nuovi membri dell’Unione. Otto dei dieci paesi che hanno da poco aderito alla UE, infatti, sono stati caratterizzati per decenni da sistemi economici centralizzati di tipo comunista e solo dopo la caduta del muro di Berlino hanno incominciato un lento e difficile processo di transizione verso un’economia di mercato. Queste differenze tra gli Stati membri e le inevitabili conseguenze che esse comportano per la UE hanno generato negli ultimi anni perplessità e diffidenze verso il processo di progressiva estensione della UE. Eppure il progetto di allargamento europeo sembra destinato ad andare avanti, come testimoniano i negoziati in corso per l’ingresso della Turchia, (tuttora ostacolato dalla questione dei diritti della minoranza curda).

L’allargamento dell’UE dal punto di vista della teoria economica. Ma che cosa spiega questa progressiva estensione della UE nel tempo? E fino a che punto possiamo attenderci che vada avanti questo processo? Per rispondere a tali quesiti e opportuno analizzare la questione dell’ allargamento dal punto di vista della teoria economica, ricorrendo in particolare alla teoria dei beni pubblici. In economia si definiscono beni


pubblici quei beni che presentano due caratteristiche: non rivalità nel consumo e non escludibilità dal consumo. Col primo termine si indica che il consumo del bene da parte di un individuo non riduce il consumo che un altro individuo può fare dello stesso bene. Col secondo termine si indica che nessun individuo può essere escluso dal consumo del bene. Nella realtà pochissimi beni pubblici sono “puri” (presentano cioè entrambe le caratteristiche). La maggior parte dei beni pubblici sono invece “misti”, presentano cioè solo una delle due caratteristiche. Tra questi beni pubblici “misti” vi sono i cosiddetti “beni di club”, cioè beni caratterizzati si da non rivalità nel consumo, ma che non hanno l’altra caratteristica della non escludibilità, dal momento che chi non e membro del club può essere escluso dal consumo del bene. In questo senso la UE può essere interpretata come un bene di club. Essa presenta, infatti, escludibilità dal consumo perche i paesi che ne sono al di fuori (che non sono cioè membri della UE) non hanno accesso ai suoi benefici, come, ad esempio, l’accesso all’ area di libero commercio. Ma presenta anche non rivalità nel consumo perche il consumo da parte di un paese membro dei benefici prodotti dalla partecipazione alla UE non riduce il consumo che di quei benefici può fare un altro paese membro. Cosi, ad esempio, il fatto che i cittadini di un Paese membro possano accedere liberamente agli altri paesi membri non impedisce ai cittadini degli altri paesi membri di fare altrettanto nei confronti del primo paese. Come tutti i beni di club, cosi anche la UE ha una dimensione ottimale finita. Tale dimensione e


raggiunta quando i benefici marginali eguagliano i costi marginali delle nuove adesioni per i Paesi già membri. Per illustrare questo punto, ricorriamo ad un semplice grafico in cui indichiamo sull’asse orizzontale il numero dei paesi membri e su quello verticale i benefici (o costi) marginali per ciascun membro generati dalle nuove adesioni all’UE. Seguendo l’impostazione tradizionale adottata da alcuni economisti (Gardner, 2001), abbiamo rappresentato la curva dei benefici marginali come decrescente all’ aumentare del numero dei membri per due motivi. In primo luogo, perche l’incremento dei paesi partecipanti può generare problemi di congestione nella UE. In secondo luogo, perche i nuovi membri hanno generalmente un basso potere d’acquisto rispetto ai paesi già membri del club (questo e particolarmente evidente nel caso dei dieci nuovi membri della UE). Pertanto, l’estensione del club a Paesi via via più poveri può ridurre i benefici che i vecchi membri sono in grado di ottenere dal commercio coi nuovi membri. La curva dei costi addizionali che ciascun membro deve sostenere per l’adesione di un nuovo paese è invece crescente. L’incremento nel numero dei membri comporta infatti problemi di coordinamento all’interno della UE (maggiore il numero dei partecipanti, più difficile diventa coordinare decisioni ed attività). Inoltre, il progressivo allargamento della UE genera crescenti costi di trasferimento dai vecchi ai nuovi membri (essendo questi ultimi più poveri) e, viceversa, una crescente immigrazione dai nuovi ai


vecchi membri che può avere effetti costosi su chi e già membro (in termini di politiche sociali a favore degli immigrati). Quando il numero dei Paesi membri e sufficientemente basso (a sinistra del punto di intersezione tra le curve BMA e CMA) i benefici marginali superano i costi marginali delle nuove adesioni, pertanto i paesi che sono già membri del club trovano conveniente ampliare il numero dei partecipanti. Ma, quando il numero dei membri diventa sufficientemente alto (a destra del punto di intersezione) la situazione si rovescia ed i costi per ciascun membro derivanti da una nuova adesione superano i benefici che esso ottiene da una adesione addizionale, pertanto ciascun membro desidererà ridurre il numero degli altri membri (inducendo qualcuno ad abbandonare il club) o troverà eventualmente desiderabile uscire egli stesso dal club. Ne consegue che i benefici marginali netti (la distanza verticale tra le curve BMA e CMA) derivanti dall’ allargamento dell’ UE erano più alti per i primi membri (ad esempio, i 6 fondatori della CEE) che per i nuovi Paesi aderenti all’ UE (le 10 nazioni da poco entrate). Per questo motivo alcuni economisti sostengono, inoltre, che gli ultimi Paesi ad essere entrati nella UE in ordine di tempo potrebbero anche essere i primi a volerne uscire nel caso di un ulteriore allargamento. Diversamente da quanto era avvenuto ai primi membri della UE, infatti, questi paesi non sperimenterebbero un beneficio netto molto elevato dalle adesioni successive e potrebbero decidere di andarsene se la dimensione della UE superasse il livello ottimale (cioè se i costi marginali superassero i benefici marginali). Questo fatto potrebbe spiegare perchè in questi anni sono


state per lo più proprio le popolazioni degli ultimi paesi arrivati ad aver avuto dei ripensamenti sull’opportunità di far parte della UE, come e accaduto in Austria alla fine degli anni ’90 o più recentemente in alcuni dei membri dell’ Europa dell’Est (ad es., Slovenia) dove i sondaggi registrano una crescente insoddisfazione verso le politiche comunitarie. Più in generale, la progressiva riduzione dei benefici marginali netti derivanti dall’ allargamento della UE può contribuire a chiarire le ragioni del minore entusiasmo suscitato dall’ idea dell’Europa unita ed anzi del crescente “euroscetticismo” che si e manifestato in molti paesi negli ultimi anni. L’ultimo allargamento dell’UE Ma quali sono le caratteristiche dell’ ultimo allargamento dell’UE ed i problemi che esso solleva? Come abbiamo detto in precedenza, la prima e più evidente caratteristica e quella di un sostanziale aumento della popolazione che vive nella UE. Oggi la UE costituisce un mercato di 457 milioni di persone con un PIL complessivo di 10200 miliardi di euro, superando persino gli USA il cui PIL e pari a 8700 miliardi di euro. L’integrazione economica europea ha consentito dunque di formare un grande blocco, una superpotenza economica da contrapporre alle altre grandi potenze economiche esistenti (Stati Uniti e Giappone) o nascenti (Cina e India) nei delicati equilibri politici e commerciali che caratterizzano l’attuale fase di globalizzazione delle economie mondiali. All’allargamento della popolazione all’interno della UE si accompagna però, anche un forte calo demografico atteso per il futuro. Dei nuovi Paesi entrati a


far parte nel 2004 della UE solo Cipro e Malta hanno popolazioni in crescita, dei vecchi membri invece gli unici paesi ad aver registrato tassi demografici positivi sono Irlanda (+0.8% nel 2004), Francia e Paesi Bassi (+0.4%). Nell’Europa nel suo complesso, il tasso di fertilità medio e sceso al 1.4% e nemmeno gli incentivi offerti per decenni da alcuni paesi (Francia e Svezia) sono riusciti finora ad invertire il trend decrescente nei tassi di natalità. Le proiezioni demografiche prevedono per il futuro un riduzione della popolazione UE del 4.6% entro il 2050 rispetto ai livelli del 2000 (da 457 a 431 milioni). Il calo demografico unito all’aumento della vita media attesa nella UE e destinato a portare un aumento del rapporto pensionati/lavoratori (denominato “tasso di dipendenza”) con gravi problemi per la sostenibilità dei sistemi pensionistici pubblici (argomento su cui torneremo nella seconda parte del corso). L’immigrazione degli stranieri nei nostri paesi può contribuire ad aumentare la forza lavoro e dunque ad alleviare in parte questo problema. Dal 1997 ad oggi l’immigrazione verso la UE ha subito un’impennata. Oggi Spagna, Italia, Gran Bretagna e Germania ricevono circa l’80% degli immigranti verso la UE, il che contribuisce a creare una società sempre più multi-etnica nella UE. In Italia la percentuale della popolazione nata all’ estero e in crescita sebbene rimanga ancora bassa (meno del 4%) rispetto a quella degli altri paesi (ad es., la Germania dove tale percentuale supera il 12%). Tuttavia anche questi notevoli flussi di immigrazione non sono probabilmente sufficienti da soli a risolvere la situazione demografica e dunque dei sistemi pensionistici pubblici. In Germania, ad esempio, si stima


che sarebbe necessario accogliere ogni anno 3.6 milioni di immigrati per controbilanciare il deficit demografico del Paese. Inoltre, l’invecchiamento della popolazione genera un inevitabile incremento anche nel costo dei sistemi sanitari pubblici che contribuisce all’ aumento della spesa pubblica e dunque - a parità di altre condizioni – del deficit dello Stato, proprio nel momento in cui i paesi aderenti all’ Unione Monetaria Europea si sono vincolati a non superare un tetto massimo nel rapporto deficit/PIL (altro tema che verrà affrontato nell’ambito delle lezioni future). L’invecchiamento della popolazione potrebbe generare un vero boom nella spesa sanitaria futura: oggi la maggior parte della popolazione europea ha un’età compresa tra i 15 ed i 60 anni, mentre nel 2050 si prevede che la classe di gran lunga più numerosa sarà quella degli ultra-ottantenni. Ma ancor più del calo demografico atteso, ciò che preoccupa molti analisti e la povertà dei nuovi membri rispetto ai 15 paesi che formavano la UE prima del 2004. Il PIL pro-capite dei nuovi entrati e circa metà di quello dei vecchi paesi membri e le differenze sono ancora più marcate se consideriamo singoli paesi (vedi tabella).

Paesi PIL pro-capite (migliaia euro):

EU -15 +24.05 Cipro 15.15 Slovenia 11.7


Malta 11.14 Rep. Ceca 7.66 Ungheria 6.78 Polonia 5.29 Estonia 5.08 Slovacchia 4.77 Lituania 4.23 Lettonia 3.82

Se escludiamo Cipro (il cui elevato reddito pro capite e influenzato anche dal basso livello della popolazione totale), il più ricco tra i nuovi membri (la Slovenia) presenta un livello di reddito all’incirca pari a quello dei più poveri tra i vecchi membri della UE (Grecia e Portogallo). Il rapporto tra il reddito medio pro capite del paese più povero e quello del paese più ricco e cresciuto enormemente nella UE, passando da 1:3 (nella UE a 15) ad 1:30 (nella UE a 25 paesi). Inoltre, il reddito medio pro-capite dell’ UE si e ridotto di ben 13 punti con l’ultimo accesso dei nuovi paesi. Questi dati testimoniano l’esistenza oggi di un ampio divario tra i paesi europei. Ma la speranza che ha animato l’adesione alla UE dei nuovi entranti e che proprio la partecipazione ai benefici generati dall’ Europa unità riduca nel tempo il divario dagli altri paesi. Questo e del resto quanto e avvenuto in passato nella UE: negli anni ‘90 i paesi più poveri sono cresciuti più rapidamente di quelli più ricchi all’interno della UE, determinando un


processo di convergenza verso valori simili di reddito tra tutti i paesi. A tale proposito, il caso più eclatante e stato quello dell’ Irlanda che al momento dell’adesione alla UE faceva parte dei paesi a basso reddito nella classificazione mondiale ed oggi e una delle economie più dinamiche tra quelle dei paesi ad alto reddito (con un tasso di crescita medio del PIL pari a +6.4% nel periodo 2000-2003). Questi precedenti devono indurre dunque all’ottimismo sulla capacita dei nuovi entranti di colmare le attuali distanze dagli altri membri. Ma il problema che ci dovremmo porre e quanto tempo può impiegare questo processo di convergenza. Le stime di alcuni studi (Gardner, 2001) riducono di molto l’ottimismo. Anche crescendo ad un tasso doppio di quello della UE-15 (al 4% contro il 2% dei 15 membri preesistenti) anche i paesi più ricchi tra i nuovi membri impiegherebbero circa 40 anni per recuperare lo svantaggio. Tuttavia, i dati più recenti mostrano come la situazione vari da Paese a Paese. Sebbene sia vero che nel periodo 2000-2003 alcuni dei nuovi membri come Malta siano cresciuti meno della media UE (1.3% contro 1.8%), e pur vero che le repubbliche baltiche che sono tra i paesi più poveri dei nuovi entrati sono cresciute molto più rapidamente della media UE (Lettonia +7.2%, Lituania +6.7%, Estonia +6.6%). Va, altresì, detto che la disuguaglianza di reddito tra vecchi e nuovi membri della UE e destinata ad avere forti ripercussioni su due aspetti fondamentali delle economie europee. In primo luogo, per quanto concerne le politiche di budget della UE, i fondi strutturali saranno ovviamente destinati ai nuovi paesi più poveri, spostando verso est la


geografia dei flussi dei trasferimenti all’ interno della UE. Regioni che precedentemente erano considerate povere e dunque destinatarie di fondi dal resto della UE si trovano adesso a dover contribuire esse stesse allo sviluppo di altre regioni ancora più povere dell’Europa orientale. Paesi che erano nel complesso beneficiari netti delle politiche di budget (cioè ricevevano più di quanto contribuivano all’ Unione), sono adesso contribuenti netti delle stesse politiche. Inoltre, il carattere prevalentemente agricolo delle economie dei nuovi membri determina la necessita di ingenti sussidi all’agricoltura, un problema assai rilevante per l’Europa date le forti pressioni a ridurre questi sussidi da parte delle istituzioni internazionali e dei paesi in via di sviluppo che sono fortemente danneggiati dalla Politica Agricola Comunitaria. Nei nuovi membri della UE l’agricoltura rimane un settore ben più sviluppato della media UE. In Polonia, ad esempio, gli agricoltori costituiscono il 20% della popolazione (contro il 2% della media UE), ma il Valore Aggiunto proveniente dal settore agricolo e inferiore al 5% del PIL polacco. Inoltre, molte aziende agricole sono ancora poco produttive (perche basate finora principalmente sui sussidi statali) ed incapaci pertanto anche di qualificarsi per i fondi UE elargiti in base alla produttività. Oltre alle politiche di budget, il divario tra vecchi e nuovi membri della UE e destinato ad avere forti ripercussioni sui movimenti migratori all’interno della UE. E’ infatti prevedibile che numerosi abitanti si spostino dall’ Europa orientale verso i paesi più ricchi dove i livelli salariali sono più alti ed i tassi di disoccupazione più bassi che nei paesi d’origine. In Polonia e Slovacchia, ad esempio, il


tasso di disoccupazione si aggira attorno al 20% della popolazione attiva. Questi flussi, uniti all’immigrazione nei nostri paesi dall’ esterno della UE possono generare tensioni da parte di chi teme che sia messa a repentaglio l’identità religiosa, etnica e culturale dei propri paesi. Ma proprio la capacita di amalgamare popoli e culture diverse rappresenta la grande sfida per il futuro ed il progetto alla base della UE il cui motto e, non a caso, “unione nella diversità. Notizie-sintesi sull’ allargamento dell'Unione europea. L'allargamento dell'Unione europea e quel processo in base al quale nuovi Stati chiedono di far parte dell'Unione europea tramite un percorso di adeguamento legislativo concordato. Esso è possibile grazie all'ampliamento dei contenuti dei trattati costitutivi delle tre Comunità Europee. Dai sei stati fondatori delle Comunità europee il numero di stati membri e costantemente cresciuto fino ai 27 attuali stati membri e altri stati europei hanno in corso trattative per l'adesione all'Unione. Per l'adesione di uno stato europeo all'Unione, questo deve attualmente: · essere uno Stato europeo (art. 49 TUE), · rispettare i principi di liberta, di democrazia, di rispetto dei diritti dell'uomo e delle liberta fondamentali, nonche dello Stato di diritto (art. 6 TUE), · rispettare una serie di condizioni economiche e politiche conosciute come criteri di Copenaghen.


Per valutare i progressi raggiunti dai paesi in preparazione dell'adesione all'Unione europea, la Commissione europea ha presentato rapporti regolari al Consiglio europeo. Questi rapporti sono la base attraverso la quale il Consiglio prende la decisione sulla chiusura dei negoziati di adesione. Storia dell'allargamento dell'Unione europea. Il territorio dell'Unione europea e cresciuto dopo la riunificazione tedesca del 1990 mentre in precedenza era diminuito (in superficie) con il ritiro della Groenlandia nel 1985 a seguito di un referendum assai contestato. Nel 1989, fu creato il programma Phare per supportare finanziariamente i potenziali candidati dell'Europa dell'est e favorire la riforma delle loro economie. Phare divenne poi uno strumento per aiutare i paesi candidati a raggiungere i criteri stabiliti per l'adesione. I cosiddetti criteri di Copenaghen adottati dal Consiglio di Copenhagen del 1993, stabiliscono che i paesi candidati (oltre ad essere uno Stato europeo) devono aver raggiunto: 路 istituzioni stabili che garantiscano la democrazia, lo stato di diritto, i diritti umani, e il rispetto delle minoranze, 路 l'esistenza di un'economia di mercato funzionante e la capacita di fronteggiare la competizione e le forze del mercato all'interno dell'Unione, 路 la capacita di sostenere gli obblighi derivanti dall'adesione, inclusi l'adesione all'unione politica, economica e monetaria Nel dicembre 1995, il Consiglio europeo di Madrid riformulo i criteri d'accesso richiedendo che i nuovi membri adattino la propria struttura


amministrativa e giuridica per fare in modo che la legislazione europea possa essere efficacemente adottata dalla legislazione nazionale. Al fine di facilitare il funzionamento delle istituzioni dell'Unione europea con un numero di Stati membri più elevato di quanto inizialmente previsto, il trattato di Nizza (2000) ha apportato alle norme comunitarie i necessari adeguamenti soprattutto in termini di numerosità dei rappresentanti degli stati membri all'interno delle istituzioni, funzionamento interno delle istituzioni stesse e maggioranze qualificate necessarie al raggiungimento delle decisioni nelle materie delegate dagli stati membri all'Unione. A Nizza ci si preparava allo storico Allargamento UE ad Est 2004-2007, il maggior ampliamento di sempre dell'Unione Europea. Il percorso di avvicinamento per riabbracciare finalmente in un'unica comunità i fratelli europei centro-orientali dopo la conclusione della Guerra Fredda e stato lungo e pieno di difficoltà. Non poche sono state le sue successive problematiche. L'entrata in vigore del Trattato di Lisbona da parte di tutti i paesi UE il 1o dicembre 2009, dopo l'ultima firma del Presidente della Repubblica Ceca, sbloccherà il processo di adesione dei nuovi Stati candidati. Cronologia dell'allargamento dell'Unione Europea. Qui di seguito una breve cronologia dei paesi che si sono resi protagonisti di tali allargamenti: · 1951 (CECA) - 1958 (CEE): Belgio, Germania ovest, Francia, Italia, Lussemburgo e Paesi


Bassi. · 1973 : Regno Unito, Irlanda e Danimarca (inclusa la Groenlandia ma non le Isole Far Oer). · 1981 : Grecia. ·

1985 : Il 1 febbraio si ritira la Groenlandia in seguito all'esito di un

referendum del 1982. · 1986 : Spagna e Portogallo. · 1990 : Riunificazione tedesca. L'unione della Repubblica Federale Tedesca con la Repubblica Democratica Tedesca in un nuovo stato unificato, costituisce un allargamento dell'Unione europea senza che aumenti il numero degli stati membri. · 1995 : Austria, Svezia e Finlandia. · 2004 : Allargamento ad Est. Con delibera del 13 dicembre 2002, Cipro, Estonia, Lettonia, Lituania, Malta, Polonia, Slovacchia, Slovenia, Repubblica Ceca e Ungheria (trattato d'adesione firmato il 16 aprile 2003). · 2007 : Allargamento ad Est. Con delibera del 16 dicembre 2004 Bulgaria e Romania (trattato d'adesione firmato il 25 aprile 2005). Allargamento futuro dell'Unione europea. L'allargamento dell'Unione Europea e aperto ad ogni paese europeo che sia democratico, che garantisca il libero mercato e che abbia l'intenzione e la capacita di implementare il diritto dell'Unione. L'allargamento passato ha portato il numero di paesi membri da sei a ventisette dalla fondazione dell'Unione europea (come Comunità europea del carbone e dell'acciaio nel


1952). I criteri di accesso sono inclusi nei Criteri di Copenaghen, del 1993, e nel Trattato di Maastricht (articolo 49). L'"europeità" di un determinato Paese e soggetta a valutazione politica dalle istituzioni dell'UE. Al momento, ci sono quattro paesi ufficialmente candidati all'adesione: Turchia (candidata nel 1987), Croazia (candidata nel 2003), Macedonia (candidata nel 2004) e Islanda (candidata nel 2010). Gli altri stati della penisola balcanica occidentale hanno firmato l'Accordo di Stabilizzazione e Associazione necessario prima che possano candidarsi per l'adesione. Montenegro, Albania e Serbia hanno presentato la propria candidatura ma la Commissione Europea non ha ancora espresso la propria opinione. In Islanda dopo l'approvazione da parte del parlamento, e i pareri positivi di Commissione europea e Consiglio europeo, si sono create le condizione per iniziare i negoziati di adesione. Essi saranno realisticamente completati in maniera veloce poichè l'Islanda ha già implementato grandi parti del diritto comunitario attraverso lo Spazio Economico Europeo. Candidati all'adesione. Questi i paesi candidati ufficialmente all'ingresso nell'Unione Europea: Stato, Presentazione candidatur,a Status di candidato. Seguono i negoziati di adesione:

Turchia 14 aprile 1987 12 dicembre 1999 3 ottobre 2005 Croazia 21 febbraio 2003 11 dicembre 2004 3 ottobre 2005 Macedonia 22 marzo 2004 11 dicembre 2005


Islanda 23 luglio 2009 17 giugno 2010 Il processo di adesione della Croazia ha subito numerosi ritardi, ma e in via di completamento. Future possibilitĂ  di allargamento. Balcani occidentali. Bosnia-Erzegovina Questa nazione balcanica ha come obiettivo l'adesione all'Unione europea ed ha firmato gli Accordi di Stabilizzazione e Associazione con l'Unione europea, primo passo formale verso l'integrazione. Kosovo. Anche il Kosovo ha intenzione di chiedere l'ingresso nell'Unione europea e sembra voler firmare l'accordo a breve. Il Kosovo inoltre gia utilizza l'euro come moneta, pur avendola adottata in modo autonomo e non concordato con l'Unione europea. Gli ostacoli alle relazioni con l'UE sono costituiti dal mancato riconoscimento internazionale, dall'opposizione della Repubblica di Serbia e dalla posizione di 5 membri (Romania, Spagna, Cipro, Slovacchia e Grecia) dell'Unione Europea stessa. Associazione europea di libero scambio (EFTA). Norvegia. Paese restio all'ingresso nell'Unione europea per non perdere l'indipendenza conquistata solo di recente (1905), dopo secoli di unione con la Svezia e la Danimarca, oltre al controllo delle risorse nel campo della pesca nelle loro acque territoriali. La Norvegia ha fatto domanda di adesione alla CEE e


all'Unione europea in tre occasioni: in due di queste (1967 e 1994) fu respinta da referendum. Svizzera. Avvio i negoziati per l'adesione nella CEE, i quali furono pero bloccati da un referendum nel 1992. L'ingresso all'Unione europea e stato successivamente respinto dagli elvetici in varie occasioni (l'ultimo referendum si e tenuto il 4 marzo 2001). Il governo federale svizzero per ora si e limitato a firmare accordi specifici con l'Unione europea, in particolare sulle materie della libera circolazione delle persone e del lavoro. Ex Unione Sovietica. Russia. Molto probabilmente la Russia non entrerĂ  mai nell'Unione europea, almeno durante i prossimi decenni, a causa del suo differente orientamento sia economico

che

sociale,

ma

soprattutto

per

le

sue

caratteristiche

transcontinentali che le permettono di mantenere uno status internazionale di primaria importanza sia nelle relazioni geopolitiche in Europa sia in Asia. La Russia inoltre dispone di proprietĂ  dimensionali che difficilmente fanno pensare ad un possibile "assorbimento" dentro all'Unione Europea: la superficie della Federazione Russa infatti e estesa piĂš di quattro volte quella dell'Unione europea. Sono previste particolari disposizioni per i cittadini russi che si spostano dall'exclave russa di Kaliningrad nei paesi europei. Bielorussia.


Anche la Bielorussia, con il suo sistema vicino a quello russo, resterà probabilmente fuori dell'Unione europea almeno sin quando la situazione interna non sarà più chiara. Le ultime elezioni politiche hanno infatti sollevato forti dubbi e critiche di democraticità, sia da parte dagli organismi internazionali che della popolazione locale. Moldavia. La Moldavia e sicuramente interessata all'ingresso nell'EU, anche se un avvio dei negoziati ufficiali d'adesione sembrano ancora lontani.[18] La Moldavia cerca di sfruttare per questo scopo la sua vicinanza ed amicizia con la Romania. Ucraina. L'Ucraina ha annunciato il suo cammino verso un progressivo avvicinamento all'Unione europea per un ingresso futuro. Questa ipotesi pero rimane ancora lontana perche la stessa e ancora parte dell'area d'influenza russa. Georgia, Armenia. La Georgia e l'Armenia hanno affermato in varie occasioni il loro intento a voler entrare a far parte dell'Unione europea. Questo sarà possibile nel medio periodo,

solo

se

si

affermeranno,

in

questi

due

paesi,

sistemi

democraticamente più forti. Il 15 luglio 2010 l'UE e la Georgia avviano i negoziati per l'associazione. Microstati europei. Gli stati più piccoli, come il Liechtenstein, San Marino, Andorra e il Principato di Monaco probabilmente non entreranno mai nell'Unione europea,


perche la loro esistenza come nazioni sovrane e strettamente legata alle loro speciali legislazioni economiche, le quali non sono compatibili con le leggi dell'Unione europea; anche se, di fatto, l'Euro e la moneta corrente a: Andorra, Monaco, San Marino, Città del Vaticano. La Città del Vaticano invece non rientra nei parametri di adesione perche e una monarchia assoluta. Stati extraeuropei. Allo stato attuale i criteri di Copenaghen impediscono ad uno Stato non europeo di aderire all'Unione europea; a tale regola e stata data evidentemente una interpretazione storico-culturale e non puramente geografica, nella concessione dell'adesione di Cipro, nazione che appartiene geograficamente all'Asia ed e entrata nell'Unione Europea nel 2004. Tunisia. Questo Stato del Maghreb mantiene un patto di associazione con l'Unione europea dal 1995, per eliminare le barriere doganali, e per la libera circolazione della merci e delle persone. Una volta che la zona di libero commercio sarà completamente funzionale, la situazione della Tunisia, nei confronti dell'Unione europea, diventerà simile a quella della Norvegia e dell'Islanda. In futuro, si ritiene pero che una possibile adesione di questo paese sia molto improbabile. Marocco. Anch'esso parte del Maghreb, questo stato ha espresso più volte il suo desiderio di incorporazione nell'Unione europea, il quale e stato respinto perche non e considerato un paese europeo. Oltre a questo ostacolo, vi


sarebbero altri fattori, come un'economia in sviluppo o i suoi problemi con il Sahara Occidentale (appunto occupato militarmente dal Marocco), che rendono difficile la sua candidatura. Israele. Il governo di questo stato mediorientale ha precisato piĂš volte che un suo futuro ingresso nell'Unione europea non e completamente scartabile, anche se l'instabilitĂ  della regione rende improbabile un eventuale processo di adesione. L'ingresso d'Israele nell'Unione Europea e da tanti anni al centro d'una campagna portata avanti dal Partito Radicale Transnazionale di Marco Pannella ed Emma Bonino. CAPO VERDE. Esiste un movimento d'opinione (diffuso principalmente in Portogallo) che propone l'ingresso dell'arcipelago africano nell'Unione europea. Capo Verde viene infatti vista, da un punto di vista etnico e culturale, come un "ponte" tra l'Africa, l'Europa, e l'America latina.


Pubblicazione nr 2