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feedback fanzine di musica indipendente

anno I numero 8 MAGGIO 2O11 issuu.com/feedbackmagazine.it

BOB DYLAN

IN QUESTO NUMERO: Kode 9 . Tv On The Radio . John Foxx . Frank Zappa . Explosions In The Sky . Peaking Lights. Erik Satie. Nanni Moretti 1


feedback - MAGGIO 2011

ARTISTA DEL MESE

BOB DYLAN

vite, morti e resurrezioni di Mr. Zimmermann “È solo evoluzione. Cambiamo continuamente. Si usa la fantasia e si cambia” Bob Dylan, gennaio 1968

Nascere e morire. E risorgere; per poi, scomparire e rinascere più tardi, come una fenice dalle ceneri di un mito di una generazione. Non è facile morire e tornare in vita, cadere e rialzarsi, rinnovarsi senza perdere originalità, capire il momento in cui è giusto uscire di scena, per poi tornare quando è giunta l’ora di fare una nuova rivoluzione. Robert Allen Zimmerman nasce il 24 maggio 1941 a Duluth (Minnesota); il piccolo Zushe ben Avraham (il suo nome in ebraico) è un ragazzo tranquillo, introverso, obbediente, incredibilmente comune. Da adolescente, come molti suoi coetanei (ma forse in modo più maniacale) adora e si ispira a James Dean, andando a vedere più e più volte Gioventù Bruciata, imparando a memoria le battute del film e cercando di imitare le movenze, le abitudini e il modo di parlare del Rebel without a cause. Ad 11 anni si avvicina alla musica, iniziando a suonare il pianoforte e, qualche anno più tardi, una chitarra acustica. Nello stesso periodo, ascoltando le radio di Little Rock e di Chicago, scopre le canzoni di Hank Williams, Pete Seeger, John Lee Hooker, Howlin’ Wolf, Jimmy Reed, ma anche Elvis, Chuck Berry e Little Richard; inizia anche ad esibirsi in qualche piccolo gruppo locale con il nome di Zimbo. Gli anni ‘50 stanno per finire e il vento di protesta che qualche anno più tardi avrebbe scosso milioni di coscienze si fa già sentire; proprio in questo periodo, Robert scopre Woody Guthrie, uno dei primi cantautore folk di protesta, e se ne innamora subito. Impara tutte le sue canzoni a memoria, legge la sua autobiografia Bound For Glory, inizia a vestirsi e a parlare come lui, adottando il linguaggio degli hobo e arrivando persino a farsi chiamare Woody. Robert Allen Zimmermann muore il 21 dicembre 1960, lasciando Hibbing, alla ricerca di Guthrie, del Greenwich Village e del successo. Qualche settimana più tardi, il 21 gennaio 1961 uno strano ragazzo arriva al Greenwich Village di New York, con una chitarra in spalla ed un’armonica appesa al collo; si fa chiamare Bob Dylan. Appena giunto in città, inizia a frequentare le coffee house, sopratutto il Gaslight e il Cafe Wha?, dove ogni sera si esibiscono cantanti folk come Dave van Ronk, Phil Ochs e Fred Neil; passano pochi giorni e il ventenne Bob è già sul palco a suonare, proponendo pezzi classici del folk americano e anche la sua prima vera composizione, Song To Woody. Grazie all’intensa vita culturale del Greenwich Village e a qualche piccola recensione (primo tra tutti l’onnipotente Robert Shelton), il nome di Dylan inizia a girare, generando la curiosità di produttori discografici; nell’autunno del 1961, Robert Hammond, direttore artistico della Columbia Records, mette sotto contratto Dylan, portandolo subito in studio per registrare il suo primo album. Bob Dylan esce nel marzo del‘62 e contiene 11 cover e solo 2 pezzi originali, Talkin’ New York e Song To Woody. Il disco non riscuote un grande successo e la consacrazione del menestrello di Duluth avviene solo l’anno successivo, quando, nel maggio del 1963, con l’uscita di Freewheelin’ Bob Dylan, nel

KODE 9

“Il suono muta sempre e io sto seguendo la musica che mi interessa”

Steve Goodman attualmente è una delle più importanti menti musicali nonché maestro burattinaio dell’Hyperdub Records. Egli, nonostante nasca a Glasgow, in Scozia, possiede geneticamente un background musicale costituito principalmente da fascinazioni jungle e 2-step garage, unito all’amore per il dub raggae e la drum & bass: “Il primo incontro [con il genere jungle] è stato il più importante evento musicale della mia vita”. A sedici anni comincia a fare il dj girando tra Edinburgo, Warwick (dove conseguirà un master in filosofia) e Coventry, per poi trasferirsi a Londra nel 1997, immergendosi nella scena di East London. Nel 2001 fonda una webzine specializzata in uk garage che nel 2004 trasformerà in label battezzandola Hy2

quale troviamo capolavori come Blowin’ in the wind, Don’t think twice, it’s all right, Girl from the north country. Dylan sembra abbracciare totalmente il movimento di protesta, diventandone un’icona e un portavoce; anche il lavoro successivo, The Times They Are a-Changin’ , punta il dito contro la classe politica del tempo, auspicando un’imminente rivoluzione. Nel 1965, partecipa per la terza volta al festival che, due anni prima, lo aveva consacrato come simbolo della contestazione e voce di un’intera generazione: il Newport Folk Festival. Tuttavia, in quel 25 luglio 1965 succede qualcosa di eccezionale. Dylan sale sul palco, accompagnato da una band e imbracciando una chitarra elettrica, presentando un repertorio impostato su brani blues e rock’n’roll.

È l’inizio della rottura con l’ortodossia folk e degli scontri con quella parte dei suoi fan che vedeva in lui l’erede di Arlo Guthrie o di Pete Seeger. Con il concerto al Newport Folk Festival del 1965, Bob si toglie le vesta da simbolo di quella protesta che lo aveva reso famoso (e che forse lui non aveva mai abbracciato fino in fondo), per intraprendere strade nuove, strade elettrificate, strade che lo porteranno a girare il mondo, con il World Tour del 1966. Highway 61 Revisited diventa quindi simbolo di questo cambio di rotta, con il blues-rock di Tombstone Blues e il violento impeto con cui Like a Rolling Stone travolge l’ascoltatore. Di questo periodo è anche Blonde on Blonde, altra pietra miliare della storia della musica, che proprone brani eterni come Vision of Johanna, I Want You, Just Like A Woman. Con l’allontanamento (in realtà solo parziale) dal mondo folk, i fan di Dylan aumentano incredibilmente; ovunque vada è seguito da una centinaia di fotografi e giornalisti, giovani supplicanti per un autografo e qualche appassionato di folk venuto per rinfacciargli il tradimento. Il rapporto con il pubblico non può che

perdub. Escono così su 10 pollici le prime uscite di Kode 9, già affiancato da Daddi Gee (che nel 2005 diventerà Spaceape). Un anno dopo, la prima uscita di un altro artista: esce infatti il 12”South London Boroughs di un certo Burial. Nel 2006 il definitivo sdoganamento dell’Hyperdub fuori dai circuiti dei club londinesi. Steve/Kode dà alle stampe Memories of the Future, suo primo album a nome Kode 9 & The Spaceape, vero e proprio salto di qualità per il sound dubstep, diventandone pietra angolare. Ma il successo mediatico per l’etichetta arriva grazie al “caso Burial” che con il primo omonimo disco, osannato dalla critica (disco dell’anno per The Wire), crea un’incredibile mistero attorno alla persona nascosta sotto lo pseudonimo; William Bevan/ Burial riuscirà a rimanere anonimo fino a metà 2008, dopo aver intanto fatto uscire anche il secondo dis-

progressivamente peggiorare; il cantautore sul palco è sempre infastidito, non saluta il pubblico, non concede foto o autografi e il clima diventa sempre più pesante. Ancora una volta le cose stanno per cambiare. Il pomeriggio del 29 luglio 1966, Dylan ha un brutto incidente in moto, che lo costringe a casa per molto tempo; continua ad incidere dischi (escono in questo periodo John Wesley Harding e Nashville Skyline) ma per quasi 2 anni non compare in pubblico. Ricompare alla Carnegie Hall il 20 gennaio 1968 per il concerto in memoria di Woody Guthrie (scomparso nell’ottobre del 1967) e l’anno successivo al Festival dell’Isola di Wight, il 31 agosto 1969. Nel gennaio del 1974 ha inizio il Bob Dylan and The Band Tour of North America, ossia il vero ritorno del cantautore; come molti critici sostengono, l’incidente in moto non è stato altro che un’occasione per scappare dalle pressioni che lo affliggevano, per staccare la spina e tornare nel momento giusto. Il personaggio che si presenta sul palco il 3 gennaio del ‘74 è chiaramente diverso da quel venticinquenne che aveva litigato con il pubblico della Free Trade Hall di Manchester 8 anni prima. Al Festival dell’Isola di Wight, si era dimostrato impacciato, diffidente, non più abituato al contatto con il pubblico; ora, invece, Dylan è equilibrato, misurato, riesce a mostrarsi rinnovato, senza però aver dimenticato il percorso fatto, “Ci vuole un bell’equilibrio per rimanere in contatto con qualcosa, una volta che l’hai creato”, disse poco dopo Dylan. Questa ricetta funziona e i concerti riscuotono successo, sia da parte del pubblico, sia da parte della critica (Rolling Stones in primis). Il ritorno del menestrello (se ancora si può definire così) viene celebrato anche con l’uscita di Before The Flood; 21 tracce, in cui si può ascoltare un Dylan fresco, energico, rinnovato. Quasi contemporaneamente esce Blood On The Tracks, album studio che con Tangled Up In Blue, Simple Twist Of Fate e Buckets of Rain ci fa capire che Bob non ha ancora posato la penna ed ha ancora molto da raccontare. Intorno alla metà dei ‘70 si avvicina alla fede cristiana evangelica e inizia a studiare approfonditamente la Bibbia; questo periodo, che durerà fino ai primi anni ‘80, è comunemente riconosciuto come la fase cristiana di Dylan; tuttavia, per quanto rinnovato spiritualmente, Dylan incide un mediocre Slow Train Coming e due dei peggiori album della sua carriera, Saved e Shot of Love, tutti con tematiche chiaramente evangeliche. Il ritorno alla normalità si ha nel 1983, con Infidels, nel quale sembra ritrovare il lume della ragione; seguiranno poi Empire Burlesque, l’imponente raccolta Biograph e infelici uscite come Knocked Out Loaded e Down In The Groove. La fine degli anni 80 lo trova a lavoro con Oh Mercy, che insieme a Good As I Been To You e Time Out Of Mind, è uno dei suoi migliori lavori degli ultimi venti anni. Il 7 giugno 1988 inizia il Never Ending Tour, che dopo più di 2000 concerti senza interruzioni non accenna a fermarsi e ancora oggi porta in giro per il mondo l’appena settantenne Dylan, che continua a raccontare storie, armato di chitarra ed armonica. Tanti auguri, Bob.

- fragor

co Untrue, per poi ritornare appartato. Il successo è internazionale e le uscite vengono centellinate da Kode per mantenere alta la qualità e l’attenzione. Vengono fuori artisti come King Midas Sound, Ikonika, Zomby, Samiyam e Darkstar, insieme a tanti altri. Nel mentre si dedica a compilation come Djkicks, dove accosta il dubstep più spinto e duro ai Portishead, e pubblica un libro edito dalla MIT press dal titolo “Sonic Warfare: sound, affect, and the ecology of fear”, il quale saggio ruota attorno al concetto di guerriglia sonica, ovvero un uso politico e terroristico delle frequenze sonore per manipolare e assoggettare le masse. E alla domanda cos’è il dubstep? La risposta è la compilation 5: Five Years of Hyperdub. - mr.potato


LIVE

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THE BOOKS MARY HALVORSON SUSIE IBARRA & ROBERT RODRIGUEZ

MARY HALVORSON TRIO Venezia, 14/04/2011 Concerto tanto atteso quello di Mary Halvorson: chitarrista jazz che ha collaborato con uno dei giganti della musica d’avant-jazz, quale Anthony Braxton. Circondata da portentosi musicisti come Ches Smith alla batteria e John Bear al contrabbasso. Sul palco sale la protagonista: flemmatica, indossa un cappotto nero, bionda, occhialuta, portandosi a tracolla la sua chitarra

elettrica. Il concerto inizia. Tra accordature a dir poco dissonanti, e ritmi tra il sincopato e il dispari, i tre si accingono a dar sfoggio della loro bravura tra attacchi improvvisi e stacchi perfettamente coordinati. Poche le note della chitarra (il volume forse troppo basso), un’enorme quantità quelle del contrabbasso, e rumorosa, arzigogolata, piena di espedienti pecussivi la batteria (forse troppo alta).

Mary Halvorson è poco presente, il batterista fin troppo: definito ipercinetico, anche se dire che, visti i suoi movimenti, sembrava diversamente abile (così si dice oggi, no?). Musica decisamente ostica. Tutta questa grandezza non l’ho percepita, ma io non me ne intendo…ma chi è che se ne intende? Se uno vuole intendersene se ne intende…Beh, io non voglio. - gorot

THE BOOKS Bologna, 03/05/2011 Take Time, Take Time, Take Time. Riesco così a vincere la noia ed arrivo al Locomotiv. Batto pure il tempo, poiché pensavo di essere in ritardo, solite mie ansie. Là incontro colleghi d’università islandesi e slovacchi e decido così di fingermi straniero anch’io. I The Books si fanno attendere un po’, presentando un palco con poca elettronica e molti legni: chitarre, violoncello, violino, tastiera e un laptop. Un solo amplificatore, misero, per il violoncello. Finalmente prendono posizione sul palco. Oltre alle due menti dietro The Books, Nick Zammuto e Paul de Jong, un terzo componente asiatico, che si rivelerà essere un virtuosista non da poco. Il gruppo è qui grazie al tour promozionale di The Way Out, loro ultimo lavoro uscito l’estate scorsa. La partenza è dedicata proprio l’intro del disco Group Autogenics I, che invita gli spettatori, molti, a rilassarsi. Deeper, deeper... and deeper. Parallelamente al lavoro prettamente musicale, constistente in una fusione tra sample e post-rock folk, il gruppo ha da tempo iniziato a raccogliere e organizzare immagini e video. Ad ogni traccia eseguita live è così affiancato un videoclip che riproduce frasi, suoni, fascinazioni della canzone, espandendo ulteriormente l’universo sonoro dei The Books - fatto d’ironia, giochi di

The Books parole e post-modernismo. Ai sample talvolta sono integrate liriche originali eseguite da Nick, estratte dall’ultimo album. Musicalmente ineccepibili e bravi tecnicamente (menzione speciale per il terzo

aggiunto, che senza problemi passa dal violino alla chitarra e tastiera). L’aspettativa era alta ed è stata perfettamente soddisfatta. Bella serata. Meditation! Meditation? Meditation. - mr.potato

SUSIE IBARRA & ROBERT RODRIGUEZ: ELECTRIC KULINTANG

Venezia, 10/05/2011

Inevitabile il lieve sorriso che si forma sul mio volto alla lettura dell’espressione scritta sul volantino che presentava l’evento di quella sera e il genere musicale: “trip-hop filippino”. Susie Ibarra compositrice e percussionista filippino-americana ha collaborato con numerosi artisti (Thurston Moore, Yo La Tengo, Arto Lindsy, ecc.) spaziando nei vari generi (dalla world music al rap; dal rock all’elettronica, fino al jazz). Porta vanti un progetto di sperimentazione musicale con Roberto Rodriguez, percussionista cubano. Questo progetto prende il nome di Electric kulintang: il kulintang è uno strumento costituito da una catena di gong filippini di varia grandezza. Questo strumento incontra l’elettronica di Rodriguez che, oltre ad essere beat maker, si veste da sound engineer modificando i suoni del kulintang in tempo reale. Ora, per quanto questo strumento sia suggestivo, è anche molto poco vario. Il connubio sonoro tra le basi e l’analogico mi sembrava fuori luogo oltre che monotono. Rodriguez usava gli stessi suoni e gli stessi ritmi samba; Ibarra non portava avanti melodie ma strutture di virtuosismi ripetuti e ripetitivi. I due musicisti sembrano separati, non vi è la miscela, la giusta mistura, la fusione, l’intesa. Uno suona e l’altra pure, ma insieme combinano molto poco. Si ha pure l’impressione che non

Susie Ibarra & Robert Rodriguez sappiano come concludere i brani. Ogni tanto uno dei due si posiziona alla batteria, ma i tentativi di coinvolgimento ritmico sono molto poco accattivanti. La grande e osannata Ibarra è moscia e poco presente; Rodriguez è un’escrescenza della fama che

precede Ibarra. Insomma, se non vi siete mai chiesti perché in Italia i filippini sono famosi come inservienti e non come musicisti iniziate ora.... - gorot 3


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DISCO DEL MESE

Songwriter

VINICIO CAPOSSELA Marinai Profeti e Balene [La Cupa/ Warner, 2011]

Eccessivo come la grande balena bianca, epico come il “Call me Ishmael” che apre il romanzo di Melville. È un vero mare magnum questo doppio cd con cui Capitan Capossela si presenta dopo due anni dall’uscita di Da solo. Raccoglie storie di marinai, di messianiche cacce alla balena, di divinità greche e sirene, andando a ricostruire quella che ha lui stesso definito la sua “Marinara Commedia”. In questo sconfinato e caotico concept l’unica divisione rigorosa riguarda proprio i due dischi. Il primo racconta l’Oceano: la sfida continua con la potenza della natura, la solitudine, la paura. Nel secondo invece solchiamo le placide, ma altrettanto insidiose, acque del Mare Nostrum, con le sue leggende antiche e le sonorità dolci e commoventi. Il progetto è ambizioso: toccare ogni aspetto della letteratura marinaresca, da Omero a oggi. Il Capossela ironico e poco sobrio che domandava a sé stesso e al suo pubblico Che coss’è l’amor sembra essere scomparso, sepolto sotto diversi metri cubi d’acqua. L’intero lavoro risulta molto sofisticato, zeppo fino allo stremo di citazioni letterarie, così numerose e varie che è impossibile coglierle tutte. “In un momento difficile come questo – spiega l’autore – ho sentito il bisogno di confrontarmi con temi grandi, di studiare, perché siamo noi i primi a dover preoccuparci della nostra cultura e diffonderla nel Paese, se dall’alto non vengono stimoli in questo senso”. Ciascuno è libero di muoversi come vuole, scegliendo le proprie preferite tra le diciannove in scaletta. È comunque necessario apprezzare la cura, la ricercatezza negli arrangiamenti, che rimane per tutte ai massimi livelli. Il testo di apertura de Il Grande Levitano

cita e trae ispirazione dalla figura biblica del profeta Giona, imprigionato nel ventre dell’immensa bestia. E’ lui a lodare la misericordia divina che gli ha concesso la salvezza. Capossela accosta coraggiosamente cultura e leggerezza con repentini e azzeccati cambi di registro, mostrando una libertà tipica di chi è solo in mezzo al mare con i suoi pensieri. E’ il caso di Oceano Oilallà, giga con coro ad alto tasso etilico, in onore del rum, compagno fedele di ogni audace impresa. Insieme a Pryntyl, storia della sirenetta vezzosa che fa girare la testa di Nettuno, e Polpo d’Amor costituiscono un trittico scanzonato, quasi disneyano. Nodo centrale del primo disco La grandezza della balena, un recitativo ispirato ad alcune pagine tratte da Moby Dick. Il brano apre una finestra sulla mente del capitano Achab, il conflitto interiore è rappresentato da un pianoforte dolce e malinconico contrapposto a suoni industriali. Lasciando l’oceano, compiamo un salto temporale fino alla Grecia omerica, popolata da creature mitiche e nuovi sentimenti. Polifemo, il ciclope ubriaco, diventa Vinocolo mentre, in un delirio di suoni, sfoga la sua rabbia per essere stato raggirato da Ulisse. Lo stesso eroe, visto dalla prospettiva dantesca, che in Nostos, arriva quasi a pentirsi del suo “folle volo”. Il tema della conoscenza è affrontato anche in Dimmi Tiresia,

una ballata sul conflitto tra la volontà di sapere il proprio futuro e la paura di ciò che verrà predetto dall’indovino. Sotto coperta una grandissima varietà di musicisti. Marc Ribot, presta la sua chitarra al blues piratesco di Billy Budd, mentre Aedo vede la partecipazione del greco Antonis Xylouri, uno dei più grandi suonatori di lira. E ancora le Sorelle Marinetti, i solisti della Scala di Milano e molti altri. Se come scriveva Camus “Soltanto la musica è all’altezza del mare” non resta che naufragare nell’ascolto. - comyn

Dubstep/Afrofuturism

KODE9 & THE SPACEAPE Black Sun [Hyperdub, 2011]

La seconda fatica di Kode9 e del suo fidato MC Spaceape esce a distanza di cinque anni dal precedente lavoro, quel Memories of the Future che aveva reso il dubstep teoria, con il suo caratteristico mix di dub a cadenza trip hop e lo spoken word di reminescenza giamaicana del compagno Spaceape. In questi ultimi cinque anni il discorso intorno al dubstep si è evoluto enormemente e Kode lo sa bene, dato che per gran parte questo percorso è legato al suo lavoro di produttore (Burial sopra di tutti) e di fondatore dell’etichetta Hyperdub. Invece di stravolgere il sound, per svecchiarlo o per rincorrere le mode, questo disco imbocca la via della coerenza, lavorando di cesello e irrobustendo sia la ritmica, con synth al silicio e controtastiere laser, che il cantato, ora più solido e completo grazie anche ai numerosi feat della vocalist cinese Cha Cha. Kode9 dimostra non solo di avere grandi capacità d’osservare e recepire le varie sfaccettature della propria creatura (dote ormai consolidata essendo il faro della scena), ma anche di saper migliorare il sound con poche aggiunte e grande stile, evitando facilonerie e cali di tensione. Se nell’opera precedente, esclusa la traccia bomba Nine Samurai, la voce di Spaceape predominava e la musica

era relegata a funzioni di accompagnamento, finalmente la tendenza è invertita: ne esce un disco molto diverso dal precedente, meno lento e meditativo, dove la musica ottiene più spazio e peso rispetto alla parola. Il rap di Spaceape è certo molto niggah, ma siamo lontani dallo zoo londinese dell’insetto della Ninja Tune (The Bug), del quale conserva giusto il gusto noir. L’attacco è affidato a Black Smoke, gran traccia ove l’entrata della voce di Spaceape è ipnotica e tagliente, contrapposta all’oscura e lontana melodia canticchiata da Cha Cha. Promises è un’altra traccia dalla grande atmosfera, mentre Am I è una funesta dichiarazione di intenti, un inno apocalittico incattivito e tamarro al punto giusto. Segue Love is the Drug, primo singolo estratto dal disco e sua principale novità: melodia di sintetizzatore alienato e beat quasi house, impreziosito dalla vocalist femminile, sondano un territorio insolito. Discorsi simile per Hole in the Sky, affine a certi suoni perturbanti dei Boards of Canada. I tastieroni in molte canzoni la fanno da padrone, tipo in Otherman (con il ragga di Spaceape declamato al megafono mentre inneggia l’ascesa di una nuova razza umana) e Green Sun (la migliore traccia strumentale). Una volta tra le mani il disco la cosa più inquietante

non è la musica ma la copertina: non la grafica in sé, che cita fortemente le stampe del monte Fuji del maestro giapponese Hokusai, ma il fatto che il disco sia uscito in concomitanza della calamità nucleare che ha sconvolto il Giappone. Coincidenze non volute ma raccapriccianti, tenendo presente che il concept del disco ruota intorno all’oscuramento del sole e alla sorte dell’umanità post-apocalisse. Temi poco leggeri ma terribilmente attuali. - mr.potato

4


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RECENSIONI Indie-rock/Electronic Funk

TV ON THE RADIO Nine Types Of Lights

[Interscoper, 2011]

Chi segue i Tv on the Radio dai tempi di Ok Calculator sapeva che con questo Nine Types of Light non potevano sbagliare. Dopo le molte, entusiaste, parole spese attorno ai tre precedenti lavori, presenza fissa in quasi tutte le classifiche del decennio appena trascorso, c’era infatti il rischio che, piacendo agli altri, i nostri si piacessero un po’ troppo a loro volta e vivacchiassero di rendita forti dei loro 9.1 su Pitchfork. Io, da fan dell’ultima ora, sono fortunatamente al riparo dalla classica delusione “da aspettative troppo alte”, e posso pronunuciarmi su Nine Types of Light senza che il fardello dell’acclamata produzione precedente pesi troppo sul giudizio. Un disco, questo, ben calibrato, ben suonato, ben prodotto, impreziosito peraltro da un mediometraggio, realizzato dal quintetto newyorkese, che raccoglie videoclip e interviste di vario tipo. L’ugola esperta di Adepimbe apre con fare flemmatico e piglio da crooner una convincente Second Song, la cui apparente placidità è però soltanto un pretesto per stupire l’ascoltatore a suon di falsetti Bee Gees-iani nell’appassionato refrain danzereccio che segue. Anima soul e predisposizione funky trovano un buon compromesso anche nella concitata No Future Shock e nei robusti assalti in salsa indie-rock di Repetition. A rendere i toni più rilassati ci pensano i sei minuti (troppi!) di Killer Crane, ballata meditativa e intimista dai teneri sapori folk; a dare un senso a questa momentanea pacatezza, invece, il singolo Will Do, struggente electro-soul tra i più riusciti del lotto. Quando però, con la conclusiva Caffeinated Consciousness, si spengono anche gli ultimi barlumi elettronici e wave, quel che rimane è la fastidiosa sensazione che, oltre alla grande abilità sincretico-sonora, non ci sia poi molto; i Tv on the Radio, campioni di eclettismo, sanno come fare musica. Emozionare, però, è un’altra cosa. 6/7 - zorba Synth/Techno/Pop

JOHN FOXX AND THE MATHS Interplay

mentatore sonoro anglosassone e collezionista di sintetizzatori. John invece mi zittisce perchè fa quello che sa fare meglio senza mai oltrepassare il confine, con la sua solita voce effettata e profonda accompagna tutti i pezzi (uno in collaborazione con Myra Arroyo dei Ladytron) e riesce a creare un suono sempre energico ed elegante. Ritmi cadenzati che difficilmente fanno annoiare e accorgimenti sonori che stupiscono per puntualità e precisione, 42 minuti di elettronica leggera e spensierata. Non sarà un disco innovativo e nemmeno impegnato ma è divertente e ben suonato: quanto basta per renderlo raro al giorno d’oggi. 7 -w

Post-rock

EXPLOSIONS IN THE SKY Take Care,

Take Care, Take Care

[Temporary Residence, 2011]

Per la seconda volta gli Explosions In The Sky aspettano quattro anni per farsi vivi con un nuovo lavoro. Lo fanno con questo Take Care, Take Care, Take Care, licenziato ovviamente dalla Temporary Residence, etichetta che li accompagna da inizio carriera. Avvicinandosi a questo disco non possiamo che porci la solita domanda esistenziale: ha ancora qualcosa da dire il postrock? Ci sono ancora margini di evoluzione? La risposta è nì. Gli EITS ci rispondono con un disco che prosegue sulla linea tracciata ad inizio anni 2000, e anche se i risultati non si discostano molto dal suono madre è veramente lodevole il tentativo di distanziarsi dal clichè. Questo suono è una passione, un suono caldo, sognante, che ti avvolge. E allora non possiamo fare altro che lasciarci dondolare da questi arpeggi di chitarra, da questa batteria soffice e impetuosa e dalle (rare) tempeste sonore, figlie di chitarre che mostrano i denti e piatti che clippano il suono. La perizia strumentale dei texani è sempre altissima, anche nei piccoli interstizi che affiancano leggerissimi arpeggi di chitarra e (novità!) voci ovattate. Chi riesce a allontanare l’alone di ripetitività godrà di un disco pieno e travolgente, perfetto per sognare in queste giornate primaverili. The Earth Is Not a Dead Cold Place. 7 - matmo

[Metamatic, 2011]

Nonostante tutti i meriti che sicuramente la musica moderna dovrebbe riconoscergli e che appaiono evidenti anche semplicemente ascoltando una sola canzone del capolavoro elettronico Metamatic (1980), anche io ero un po’ scettico sul nuovo lavoro intrapreso da John Foxx ad inizio 2011. Due anni fa ero rimasto molto deluso dal disco in collaborazione con Robin Guthrie Mirrorball e la prova del nove era rappresentata da questo nuovo progetto, una collaborazione con Ben Edwards (detto Benge), speri-

Psychobilly

DIRTY BEACHES Badlands [Zoo Music, 2011]

Vi dico subito che dal mio punto di vista è impossibile non almeno apprezzarlo, Badlands, se non altro perché affetta molte delle masturbazioni indie degli ultimi tempi come fossero

burro. Basta sentire l’attacco di alcuni dei pezzi più riusciti per provare simpatia nei confronti di questo ragazzo cinese dalla faccia inespressiva: la sua chitarra ipereffettata e la sua voce da Alan Vega redivivo sono pressochè le sole protagoniste del disco, che si presenta con il nome di un film di Malick degli anni ‘70 ma le cui radici musicali sono da ricercarsi più in profondità. Il nostro Alex Zhang Hungtai aka Dirty Beaches propone infatti uno sfegatatissimo rockabilly che attinge ai ‘50 più marci, salvo poi contaminarsi con le sue ramificazioni più oscure (vedi alla voce Cramps). C’è tanto amore per le origini del rock qua dentro: ne siano prova Horses, sorta di Lucille (Little Richard) paludosa e licantropa, e A Hundred Highways, ballata lo-fi farcita di gemiti e sferzate di chitarra che nascondono il solito killer riff. Che poi tutto il disco sia mediazione fra i ‘70/’80 dell’art/darkpunk e gli albori del rock, una ventina d’anni prima, lo dimostrano Speedway King, variazione sul tema di Ghost Rider dei Suicide, Lord Knows Best e True Blue, entrambe di ascendente più esplicitamente dark. Che dire? Forse Alex è fin troppo sfacciato nel riproporre certi stilemi distintivi, forse la personalità non è il punto forte di Badlands: quel che è certo è che molti di questi pastiche sonori sanno, al momento opportuno, divertire, emozionare e inquietare, all’insegna di una rotondità stilistica che di recente quasi mai si riesce a concepire e raggiungere. 7 - samgah Art-Pop/Freak Out

tUnE yArDs Who Kill [4AD, 2011]

Probabilmente Frank Zappa si starà rivoltando nella tomba sapendo che ho additato una semplice hipster del New England con l’appellativo di freak, ma il primo pensiero che è saltato nella mia testaccia è stato: quella Merrill Garbus è mattissima. Elettronica, folk, R&B, lo-fi, afro e tutto quello che si può sperimentare in un calderone già pieno di spirito di avventura e voglia di rivoluzione. Sovvertire le regole delle classiche canzoni pop non è mai stato più semplice: con l’aiuto del bassista e co-scrittore di alcuni testi Nate Brenner e grazie ad una grande varietà di musicisti affiancatagli dall’etichetta 4AD il secondo album del progetto tUnE-YaRds è un manifesto vero e proprio alla stranezza musicale. Lei di suo ci mette un sacco di fantasia e una voce potente e squillante che riesce a gestire in ogni sfaccettatura, anche nei segmenti più liberi tutto sembra compatto e sotto controllo nonostante i suoni e i rumori piombino da ogni parte; uno dei pregi maggiori di tutto il disco è quello di produrre felicità e spensieratezza nell’ascoltatore. Suona come vuole, canta come vuole e rispetto al disco precedente dimostra una grande crescita. L’unica pecca sta nella troppa voglia di fare che la porta in alcune tracce ad esagerare con la “follia” creativa musicale. Crescerà ancora. 7 -w

5


feedback - MAGGIO 2011 Audio Art/Glitch Music

CYCLO ID [Raster Norton, 2011]

Sotto il moniker Cyclo si nascondono due tra i più importanti scultori di suono al mondo: il tedesco Carsten Nicolai (conosciuto ai più come Alva Noto e fondatore dell’etichetta), ed il giapponese Ryoji Ikeda. Già dieci anni prima i due avevano collaborato come Cyclo, per poi dedicarsi ad altri mille progetti e lavori. A livello di musica, o meglio di “suono organizzato”, siamo sempre lì dove l’avevamo lasciati. Picchi altissimi e bassi profondissimi, al limite dell’udibile. Materiale sonoro allo stato puro, con il quale i due costruiscono, con matematica meticolosità, ora impianti sonori per certi versi accostabili alla musica elettronica d’avanguardia di Stockhausen, ora pattern ritmici anomali, talvolta molto oscuri e vicini all’estetica Pan Sonic (Id#6 ma anche Id#8, una bomba). I due scienziati sono estremamente abili e insieme formano una vera forza, unione di occidente e oriente. La particolarità di questo disco, pur godibile anche solamente a livello musicale, è concettuale: i due riproducono effetti visivi partendo proprio dalle onde sonore, analizzati in tempo reale da apparecchiature di monitoraggio di immagini stereo, ovvero oscilloscopi. Le frequenze vengono insomma manipolate in base anche all’effetto visivo appropriato. Audio e video non sono quindi due elementi nati separati e poi accostati per scelta artistica, ma sono invece concepiti insieme a partire da un unico segnale. Il limite del disco sta proprio nel fatto che qui è presente solo la componente audio (il lavoro completo è previsto, probabilmente su dvd). Note di copertina: non comprimere in mp3! 7 - mr. potato

Noise Pop/Garage Rock Revival

CRYSTAL STILTS In Love With Oblivion [Slumberland Records, 2011]

In Love With Oblivion, secondo capitolo del progetto Crystal Stilts, non stupisce soltanto per la quantità e qualità di generi che in esso confluiscono, ma anche per l’assoluta godibilità del risultato finale. Che è un ammasso sonoro disorientante e ridondante di distorsioni, sopra il quale la voce baritonale di Brad Hargett, catatonica e nervosa come quella di Ian Curtis, riesce a ricamare melodie insospettabilmente pop che rimandano al garage-rock psichedelico di Barrett. Giri di basso ipnotici, drumming incalzante, strati di riff infetti e un’esasperazione morbosa del riverbero non riescono dunque a dissimulare l’anima melodica, in sintonia con le vibrazioni surfy stile 60s, dei Crystal Stilts, in un’atmosfera oscura e allucinante in cui le cascate lisergiche di organo adornano le spoglie impalcature ritmiche prese in prestito dai Joy Division. Un’autentico voyage dans la lune (come l’artwork e i titoli delle tracce lasciano ben intuire), guidato con sapienza tra la solarità pop di Silver Sun, l’incedere ipnotico di Sycamor Tree 6

e le profondità malate di Alien Rivers, spaziando da allucinate nenie morrisiane (Invisible City) a coinvolgenti boogie in acido (Prometheus At Large). Lasciatevi rapire. 7 - zorba

Crossover/Rap

BEASTIE BOYS Hot Sauce Committee Part 2

[Capitol, 2011]

Make some noise, i primi 3 minuti dell’album ed è subito chiaro dove andremo a finire. I tre newyorkesi che non sono più tanto giovani hanno ancora voglia di fare casino e non si fanno molti problemi, nel nuovo lavoro (attesissimo e pluririmandato) si risentono riff e beat caratteristici del loro periodo d’oro a testimoniare quanto l’esperimento interamente strumentale di The mix Up (2007) fosse tutto tranne che un serio cambiamento. Ma c’era da aspettarselo, loro che di serio non hanno mai fatto niente non potevano convertirsi proprio adesso al rigore morale e così dopo il primo rinvio a causa del decorso, fortunatamente positivo, del linfoma alla ghiandola salivare di Adam Yauch e un secondo rinvio per cause musicali (abbondanza di materiale, come no) il 3 di maggio è uscito Hot Sauce Committee Part 2. Tanti pezzi, tanta confusione e tanto divertimento che come sempre è il punto centrale del pensiero Beastie; musicalmente molto valido grazie al solito Dj Master Mike ed alla straordinaria capacità del trio di fondere stili, strumenti e suoni differenti, il disco contiene testi per lo più autocelebrativi e demenziali ed anche alcune accortezze rumoristiche da non sottovaltare. Il graffio della chitarra, la cassa rombante e tutti i beat elettronici rendono le 16 tracce un piacevole marasma, diretto discendente dei Beastie Boys anni ‘90, che non aggiunge praticamente niente di nuovo ma conferma la perenne giovinezza artistica di tre ebrei sgangherati. Va benissimo così. 6 -w

Psichedelia

PEAKING LIGHTS 936 [Not Not Fun, 2011]

Sbaglierò ma l’ondata acidognola d e l l ’i n n o m i n a b i l e chillwave, anche detto hypnagogic-pop, puzza come la palude pisana. Un genere che non c’è inventato da un’etichetta, la Not Not Fun, miracolata dalla fantasia dei giornalisti: da Wet Hair a Eternal Tapestry, dal mediocre Ducktails a questi insipidi Peaking Lights, le incompiutezze musicali di questi smidollati hanno riempito le pagine delle rivistine del globo e in tanti si sono scapicollati a vaneggiare di qualità che noi non riusciamo proprio a scorgere. Dopo il terrificante Imaginary Falcon, questa raccolta è stata molto chiacchierata e (spero poco) sentita: sebbene la copertina sia molto bella – una scatoletta d’acciughe in salsa liser-

gica – il disco è il solito goffo pasticcio di schitarrate prese di peso da Faith dei Cure, drum machine pacchiane e melodie informi coperte da coltri di riverbero, non abbastanza fitte però da nascondere il vuoto pneumatico all’origine di tali pezzi. Laddove James Ferraro dedica il proprio circuit bending ai telefilm più beceri e Memory Tapes si butta a corpo morto sul cadavere dei New Order, i Peaking Lights giocano ad imitare i grandissimi del dub. E allora dagli di basso, delay e altri più intensi riverberi. Come nelle già scipite opere di Sun Araw, con la non decisiva variante di una voce femminile (il disco coi nostrani Golden Jooklo Age era però buono). A furia di riverberare i riverberi, il disco termina e non c’è niente che colpisca nel segno, se non la sfacciataggine di pubblicare roba così. 4 - bobi raspati

Blues-rock/Grunge

BUD SPENCER BLUES EXPLOSIONS Fuoco Lento - Live EP at Circolo degli Artisti, Roma [Yorpikus Sound, 2011]

I BSBE danno il meglio di sé quando prendono in prestito canzoni di altri o quando hanno la possibilità di improvvisare dal vivo: testimone la serie infinita di date che terrà impegnato il duo romano da qui fino a settembre. Non stupisce quindi che il loro nuovo lavoro, un EP in uscita il 6 maggio e intitolato Fuoco lento, sia proprio un live composto interamente da cover. Insieme con l’introduzione che dà il nome al disco cala un’atmosfera blues-rock rilassata e compiaciuta, ma capace di dimostrare che qui non si ha nulla da invidiare ai White Stripes, soprattutto riguardo alle possibilità di strisciare lo slide contro il manico della chitarra elettrica. Si parte così con una curiosa reinterpretazione di Killing in the name dei Rage Against the Machine, dai toni smorzati e quasi scherzosi ma con un ottimo groove blues sostenuto e cadenzato. Seguono le già consolidate Voodoo child di Jimi Hendrix, che assume una tonalità grunge davvero irresistibile, ed Esci piano, un omaggio ad Alex Britti rivisto in una distorta chiave blues-rock, tanto appesantita quanto travolgente. Inutile poi cercare l’imitazione della voce di Demetrio Stratos in Hommage à Violette Nozières degli Area: meglio concentrarsi sull’assimilazione del pezzo che riprende e si mischia a Fanno meglio, cavallo di battaglia dei BSBE tratto dall’omonimo album precedente, e che precede la lenta e vibrante Dark was the night cold was the ground. I limiti? Sei tracce non danno il tempo di raggiungere qualcosa di veramente spettacolare, e poi le cover sono armi a doppio taglio: in attesa di un salto di qualità verso qualcosa di nuovo questo EP sembra essere una tirata di fiato artisticamente non necessaria. 6/7 - fp


feedback - MAGGIO 2011

ROVISTANDO IN SOFFITTA Folf-rock

Rock

Folk-rock

[Columbia, 1975]

[Verve, 1966]

The Clock

FRANK ZAPPA Freak Out!

BOB DYLAN Blood On The Tracks

THE FELICE BROTHERS Yonder Is [Team Love Records, 2009]

A Claudio: La vita del puntuale è un inferno di solitudini immeritate - Stefano Benni In un insolito impeto di rigore logico, per i settanta anni del Dylan più poetico, dopo Thomas ovviamente, scegliamo il suo miglior disco degli anni settanta. Allusioni numeriche a parte, scoprire o riscoprire Blood on the Tracks è senza dubbio uno dei migliori modi per celebrare Bob. Prima di tutto occorre evitare accuratamente di cedere alla tentazione di avvicinare l’orecchio ad uno dei numerosi greatest hits che, specialmente per la ricorrenza, riveleranno tutto il loro potere infestante. Credo che spezzettare un disco come questo sia un peccato tanto maggiore in quanto lo priva di tutta la magia che scaturisce da un racconto di giovinezza, il senso di esperienza completa e ormai passata. Sono 10 canzoni, vanno sentite tutte, in religioso silenzio, con attenzione. Magari in macchina, purché la strada sia sgombra e diritta così che un vostro eventuale momento di assenza non abbia ripercussioni di sorta. Così comincia il viaggio:“Early one morning the sun was shinin’, I was layin’ in bed”. Fin dalle prime strofe di Tangled Up In Blue è evocata la figura femminile che accompagna Dylan in tutta l’opera. E’ lei la causa di ogni sentimento: dal disperato rimpianto di If You See Her, Say Hello, fatto di desideri fragili, alla sana rabbia, sfogata contro un implacabile Idiot Wind. Ma ogni aspettativa di felicità duratura, ogni parvenza di stabilità può in qualsiasi momento essere distrutta, basta un Simple Twist Of Fate. Cos’è Blood on the Tracks ? É il disco degli amori finiti male, della delusione. Da un punto di vista musicale ogni singola nota non fa altro che rafforzare il concetto. Quando qualcosa non va come vorremmo abbiamo sempre voglia di sentirci dire che è così anche per qualcun altro. É possibile vendere un numero sterminato di dischi grazie a questo? Se lo chiedeva anche Dylan: “Un sacco di persone mi dicono che amano quell’album. É difficile per me capire il perché. Voglio dire, alle persone piace quel tipo di dolore? ” - comyn

Los Angeles, 1966. Quella che qualcuno definì la “città di plastica” era la capitale del baccano pubblicitario, dei manifesti abbaglianti, del prodotto in scatola; era la dimora dell’idiota americano medio, quello alla rincorsa del mito del successo e della carriera economica sullo stradone dell’american way of life, la cui coscienza viene facilmente plasmata da un patriottismo vuoto e maccartista, dal formalismo borghese e dall’insano bisogno di consumo. La società del conformismo politico, morale e culturale non ammetteva anomalie, non ammetteva mostri. Quella dei freak (letteralmente, sono loro i “mostri”) era una voce fuori dal coro, e stonata per di più, distorta dall’accanimento contro il sistema e le sue logiche dementi. Era la voce di Frank Zappa, la cui critica spietata si traduceva in arte del “comico”, dell’“avvertimento del contrario” che nasce dal contrasto tra apparenza e realtà. Freak Out!, l’album di esordio, non è nient’altro che il fondere tra loro tutti i cliché della società di massa facendosene beffa, e per il compositore (più che musicista) fare un collage degli stereotipi musicali degli anni 60 e affiancarli a testi da barzelletta. Il disco uno (il vanto di Freak Out è anche quello di essere il primo doppio album, nonché primo concept, nonché primo album ad essere stato completamente prodotto e curato dallo stesso autore) -il disco uno dicevamo- mette le cose in chiaro fin da subito: Hungry Freaks Daddy è il primo attacco diretto all’ipocrisia di Mr America, un manifesto rivoluzionario che deride la “vuotezza” di un rock esplicitamente à-la Stones, emblema della collettività corrotta degli adolescenti americani. Sono loro i bersagli preferiti della satira zappiana: i capolavori indimenticabili di Go Cry On Somebody Else’s Shoulder, Motherly Love, Wowie Zowie, You Didn’t Try To Call Me, Any Way The Wind Blows li dipingono come marionette in mano al sistema, come automi usciti direttamente dalle fabbriche di produzione, come i veri responsabili del degrado insostenibile che, dadaisticamente, verrà descritto dalla seconda parte di Freak Out!. (Alla prossima). -visjo

Terzo lavoro da studio e immensa figata d e l l ’e c c e n t r i c o q u i n t e t t o statunitense, Yonder Is The Clock è un album caratterizzato da un’assurda bipolarità (della serie che un attimo stai ballando per la stanza sulle note di Chicken Wire e Run Chicken Run mentre quello dopo ti ritrovi a pianificare un originale suicidio ascoltando Ambulance Man). È il disco di ciò che non ti saresti mai aspettato: si apre con The Big Surprise, pezzo pervaso da una contagiosa quanto rilassante apatia che unita ad una melodia monotona e incolore rende la prima track tutt’altro che una grande sorpresa. Ma le sorti si ribaltano con la seguente Penn Station, la quale ci desta con l’urlo iniziale del cantante Ian Felice, che evidentemente deve ritenere questa stazione un gran bel posto dove morire. La sua sporca voce risulta insostenibile al primo ascolto a causa della mancanza di anche una parvenza d’intonazione per poi però rivelarsi, contro ogni aspettativa, irresistibile. Nella terza canzone, Buried in Ice, viene narrata la conversazione di un uomo con uno scienziato sconosciuto riguardo il suo sogno della notte precendente, nel quale il protagonista si vedeva appunto ibernato, la quale è immersa in un ritmo di nuovo lento e malinconico. Seguono Chicken Wire e la sua carica travolgente, nella quale i toni sembrano farsi ancora una volta frenetici e allegri. Tutto questo però non dura che circa tre minuti, in quanto con la successiva Ambulance Man, un’angoscioso racconto di morte che tiene per altri tre minuti con il fiato sospeso, la duplicità del disco torna a farsi sentire con prepotenza. La sesta track, Sailor Song, è la storia sussurrata di un marinaio vissuto in periodo di guerra, la quale sembra completare il tema della canzone precedente. La successiva Katie Dear, “make me a road map” (???) è una ballata caratterizzata da un testo privo di senso quanto canticchiabile alla quale segue in singolo di lancio dell’album, Run Chicken Run, la più orecchiabile. Le ultime track sono All When We Were Young, Boy From Lawrence County, Memphis Flu, Cooperstown e Rise And Shine. Tra queste degna di nota è Memphis Flu, un coinvolgente rock n’roll in puro stile Felice con tanto di coretti dall’ intonazione discutibile e varie improvvisazioni, sintomi di quella febbre contagiosa. - zuma

THE FELICE BROTHERS

I The Felice Brothers sono un quartetto folk rock statunitense fondato nel 2006 dai fratelli Ian, James e Simone Felice (che ha lasciato la band nel 2009). Il gruppo è inoltre composto da Christmas Clapton, Greg Farley, Dave Turbeville. James suona accordion, organo, piano e violino e Ian chitarra e piano, tuttavia tutti i componenti si alternano alla voce o contribuiscono alle parti vocali a più voci. Il debutto risale al 2005, con l’uscita di Iantown, seguito l’anno successivo da Through These Reins and Gone e da Tonight At The Arizona e Adventures of The Felice Brothers Vol. 1, entrambi del 2007. Dopo The Felice Brothers, nel 2009 i fratelli Felice registrano forse il loro miglior album, Yonder Is The Clock. Esce in questi giorni il loro ultimo lavoro per la Fat Possum, Celebration, Florida.

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feedback - MAGGIO 2011

DEEP INSIDE

RIME, BARBE E IRONIA INTERVISTA A DARGEN D’AMICO

Negli ultimi mesi Dargen D’Amico, rapper eoliano-meneghino tanto svogliato quanto talentuoso, c’ha dato dentro come non mai. L’avevamo lasciato con i due EP digitali D’ (la recensione su Feedback #3), che segnavano l’ennesima svolta di una carriera coraggiosa. La storia è nota: ragazzo prodigio del free-style nella Milano anni ‘90, Jacopo D’Amico aveva esordito con le Sacre Scuole (la raccolta 3 MC’s al cubo risale al 2000), per poi scomparire e riemergere da solista con l’obliquo Musica senza musicisti (2006), forte di basi glitch e rime tra l’intimismo e il cazzeggio, e col capolavoro Di Vizi di Forma Virtù (2008), che rivelava appieno un estro melodico e narrativo senza eguali presso i circoli canzonettistici italiani. Troppo raffinato per gli ortodossi dell’hip-hop e troppo spiritoso per tutti gli altri, Dargen sembrava destinato a restare fenomeno sotterraneo - condannato dalla propria stessa effervescenza intellettuale a infiniti fraintendimenti. In tempi recenti le collaborazioni con Fabri Fibra e soprattutto coi Crookers (la hit Festa Festa si staglia come una delle sue prove più spassose) ne avevano accresciuto la fama e ampliato gli orizzonti commerciali, ma assieme scontentavano chi gli chiedeva morigeratezza e seriosità. L’uscita dei due D’ aveva poi spiazzato tutti: quelle due raccolte zuppe di estasi amorosa e auto-tune un tanto al chilo, sempre meno hip-hop e sempre più zuccherine, parevano fare a pugni con la sua nomea di outsider ma rivelavano ai più attenti la voglia di giocare con suoni e modi del pop internazionale. Dargen tentava nuovi modi per colpire al cuore, senza alcun timore di risultare ridicolo.Se solo un anno fa le poco lungimiranti etichette italiane si erano rifiutate di dare alle stampe quello che temevano fosse un suicidio artistico, il successo dei due EP sulla piattaforma digitale iTunes ha in aprile portato a CD’, che riunisce quei brani e aggiunge nuove iridescenze all’opera (Orga(ni)smo (uni)cellulare è il nuovo vertice reggae). Nel mentre c’era stato il progetto Macrobiotics, assieme al produttore Nic Sarno, e l’album Balerasteppin’, una raccolta di cover di pezzi italiani adagiate su basi elettroniche (da Vita spericolata a Impressioni di settembre, passando per La guerra di Piero e Banane e lampone). Maggio 2011 ripropone la doppia faccia di J D’Amico: da una parte una manciata di pezzi electro/tamarro accanto a Luckybeard e Dumbblonde (La cassa spinge), dall’altra il soul di Giurami che ci sei sull’album di Emiliano Pepe.

tato più determinato e ambizioso oppure ti annoi di più? DD’: Di determinato ho conosciuto solo contratti a tempo: oggi ho sicuramente più occasioni per collaborare, e sono quelli i momenti più stimolanti, quantomeno umanamente. Nei miei lavori solisti invece mi annoio sempre uguale, grazie a Dio, perché la noia è sempre un buon motivo per lavorare su sé stessi. BR: Oltre al solito discorso sul rap, io credo che tanta gente fatichi ad inquadrarti come cantautore perché nascondi questioni personali e sociali dietro all’ironia. Ho letto in un’intervista che ti piace molto Calvino: quali altri autori senti vicini alla tua poetica e alla tua visione del mondo?

Abbiamo contattato il ragazzo e gli abbiamo fatto qualche domanda riguardo al mestiere di cantautore.

DD’: Le questioni sociali sono appetitose per l’autore, che poi sarei io, solo quando posso esprimerle attraverso questioni personali: dopotutto la società è appunto un insieme di persone. Aborro i cataloghi, e soprattutto mi pare un’operazione impossibile citare tutti gli autori ai quali mi sento vicino. Se proprio devo citare qualcuno, cito una gran compilation di ispirazioni, la Divina Commedia. Sento poi molto vicino anche ciò che scrive il mio dietologo.

BR: Ultimamente sei molto attivo: rispetto ai tempi di C.S.A. Gode (e cioè «chi si accontenta gode», dall’album Di Vizi di Forma Virtù) sei diven-

BR: Un’altra differenza con il cantautorato impegnato è che raramente racconti vere e proprie storie ma preferisci concentrarti sull’intimo dei tuoi

personaggi. Il significato di quanto scrivi, più che nel singolo verso o nella singola canzone, emerge nei rimandi tra i testi: quale idea di narrativa sostiene la tua scrittura? DD’: Io però mi sento molto impegnato come cantautore del mio genere, essere cantautorap - che è come sono solito definirmi per tenere il piede in due scarpe - è un discreto impegno. Io ragiono le canzoni in termini narrativi, per immagini, come risposta a stimoli che spesso ricevo dagli occhi, nel quotidiano, ma che poi comunque rimangono a marcirmi nella testa per lungo tempo. Dubito De Gregori con La donna cannone si riferisse a personaggi così realmente esistiti, a frasi così realmente intercorse. BR: Il percorso che hai intrapreso, dall’elettronica spigolosa di Musica senza Musicisti agli eccessi caramellati di D’, sembra una discesa agli inferi del cattivo gusto. La tua è una sperimentazione radicale e nuova, ma come giustifichi le tue scelte di fronte a chi crede sia soltanto una pacchianata? DD’: Il mio è un percorso obbligato per cercare di cavare qualcosa fuori di me e fortunatamente non devo ancora pensare a giustificarmi, non faccio nulla di male e soprattutto non sperimento, le sperimentazioni sono esaurite, tutto é già stato fatto. Il conflitto con me e il superamento di me é quello che cerco, nel buono e nel cattivo gusto, finché morte non ci separi. BR: Fino a un anno fa era molto difficile vederti dal vivo e viaggiavi a una media di un concerto al mese. A sentire le tue canzoni e a vederti sul palco ho sempre pensato che avessi paura della routine. Dall’uscita dei due D’ la tua agenda sembra invece essersi riempita: a cosa è dovuto questo cambiamento? Qual è la condizione ideale perchè tu ti diverta a suonare dal vivo? DD’: Non ho paura della routine, anzi, la amo, fino a renderla mantra - o tantra? - non ricordo se mantra o tantra, ma sono dal telefonino e non posso controllare, o scrivo o googlo, due cose assieme non le fa. Piuttosto diciamo che per indole spesso non ho piacere a stare in pubblico, ma è parte di quello che faccio in questo momento. Come mi fai notare tu stesso, ho cominciato a suonare più spesso e si é allargata la forbice tra le tipologie più distanti di serate - dai circoli culturali alle ospitate in discoteca. Capita raramente di incontrare persone deliziose, e in quei casi mi diverto senza fatica. Comunque sia divertirsi non è mai obbligatorio, io non ho rapporti di fedeltà con me stesso. Quindi nel caso non mi diverta non me la prendo, dopotutto sono solo qui per scrivere. - bobi raspati

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Eccoci arrivati all’ultimo incontro con il post-rock. Proseguiamo sulla linea dell’episodio precedente ovvero su quelle che Cilìa chiama ipotesi, ciò che nasce dalla (apparente) morte del post-rock più allineato. Approdiamo in un porto apparentemente tranquillo ma che in realtà nasconde molte insidie, non siamo sicuri di ciò che vediamo, ci troviamo in una costruzione borgesiana dove niente è come sembra, dove i suoni sono rarefatti o potentissimi, le chitarre si confondono con organi o attrezzi elettronici in un immenso panta rei musicale. Partiamo proprio dal nuovo utilizzo delle chitarre che si distacca fortemente dallo stile del math-rock, creando dei propri mostri perchè l’utilizzo dello strumento cambia, il suono è  trasfigurato, si creano droni, organi con quello che è lo strumento rock per eccellenza. Partiamo da un gruppo come i Dead C, un gruppo free-noise come li ha etichettati Russel, membro del gruppo (interessantissimi i suoi studi sul rumore). Prendiamo le sue parole: «C’è un’area, in mezzo alle altre forme di musica, nella quale tutte le “regole” che le tengono separate smettono di essere applicate. Tutte le musiche si dissanguano in quest’Area Vuota, alcune esistono più all’interno e altre più all’esterno di questi confini.
Essendo oltre la “musica”, è “noise”. Essendo oltre le “regole”, è “free”». Da queste parole è chiaro l’intento del gruppo, quello di creare una musica che sia l’unica possibile dopo tutto ciò che è venuto, la loro musica deve tornare al principio, a ciò che c’era prima ovvero il rumore. Il gruppo è neozelandese e nasce a cavallo degli anni ‘80 nel periodo in cui l’Oceania è trascinata dal cosiddetto kiwi-pop e, non c’è bisogno di dirlo, i Deac C, se ne staccano in maniera vigoroso, presentando un suono che si sviluppa intorno a delle improvvissazioni di puro rumore, di pura cacofonia, tanto vicine al free-jazz quanto alle derive noise dell’indie americano, Sonic Youth in testa (Thurston Moore è peraltro uno dei loro fan più accaniti). Da culto di nicchia, i Dead C diventano una delle band fondamentali del noise mondiale con dischi come Hars 70s Reality e Trapdoor Fucking Exit, dove a farla da padrone sono gli amplificatori sanguinanti, violentati da suoni in bassa fedeltà iper-distorti. A seguire questa ipotetica linea del noise, Kevin Drumm che oramai è più che una certezza. Si muove tra il rumorismo più sfrenato e suoni difficilissimi da percepire per l’orecchio umano. Opera migliore, sicuramente il monolitico, monumentale e granitico Imperial Distortion, un lunghissimo flusso diviso in quattro parti in cui è difficile districarsi ed anche arrivare alla fine sani, tra frequenze altissime, quasi impercettibili che si dipanano sul silenzio, per un suono che definire effimero è dir poco. Da questo suono arriviamo per forza alla musica del silenzio. In un percorso che parte dal rumore più estremo fino ad arrivare alla risorsa del silenzio, ma non pensate che sia facile. Anzi. Cercare di stare dietro ad un suono così etereo ed evanescente, è faccenda tutt’altro che facile, ma regala emozioni che raramente scorderete. Vi ritroverete ad arrampicarvi sugli specchi di Bernhard Gunter, tra micro-oscillazioni e vampate di suono ovattato, vi ritroverete nelle foreste di Francisco Lopez, ad ascoltare il fruscio delle foglie e il canto degli uccellini oppure tra i cori dei pellerossa e i ruggiti di più o meno selvatici animali, conditi da campanelli di Steve Roden. È questa la risposta e il solo possibile continuum di questo percorso? A voi, dopo questo intenso viaggio, la risposta.   BORSA DELLA SPESA  Shellac - At Action Park  (1994) 8/9  Don Caballero - 2 (1995) 9 Don Caballero - What Burns Nevere Returns (1995) 8 Storm & Stress - Storm & Stress (1997) 8/9 Dead C - Harsh 70s Reality  9 Kevin Drumm - Imperil Distortion (2008) 8/9     Bibliografia:  Il testo con cui più  mi sono confrontato è “Post Rock e oltre. Introduzione alle musiche del 2000” ad opera di Eddy Cilìa e Stefano Isidoro Bianchi. Per il resto vere o presunte fanzine online e i testi di Bruce Russell, “What Is Free? A Free Noise Manifesto” e “The Disharmony of the Spheres Extolled in Ten Theses”. - matmo

parte 5

Dead C

Kevin Drumm

POST ROCK

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Storm & Stress

Shellac

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feedback - MAGGIO 2011

erik satie

TRÈS PERDU “I came into the world very young, in a very old age.”

Quella che vedete sopra è una delle (tante) massime più famose di Eric Alfred Leslie Satie, “gimnopedista”, “fonometricista”, compositore e pazzoide vissuto in Francia a cavallo tra il diciannovesimo e il ventesimo secolo. Non identificabile in nessuno in particolare, oppure in tutti, dei movimenti del suo tempo, si mosse secondo coordinate esageratamente personali. Un po’ impressionista, un po’ minimalista, un po’ surrealista, raccoglieva qua e là gli aspetti meno seriosi di ora l’una ora l’altra avanguardia per combinarli in miniature pianistiche di assordante bellezza. Si dedicò al teatro, al cabaret e ad innumerevoli altri ambiti non necessariamente musicali ma quello che avrebbe sempre voluto fare era intraprendere l’attività di coltivatore di ostriche nella natia Honfleur. Si dice che vivesse in un appartamento fatto di due stanze, una delle quali, sempre chiusa a chiave, ospitava una collezione di ombrelli che Eric non usava mai. Come tutti i più grandi, al Conservatorio fu giudicato privo di talento, salvo poi unirsi al giro del caffè Chat Noir di Montmartre e incominciare la stesura delle sue prime Gymnopedies. Che cosa sono? Minute, minutissime composizioni per piano solo, sprovviste di qualsiasi indicazione di tempo: l’autore sostituiva alle tradizionali indicazioni (Moderato, Andante, ecc..) sue personali e manoscritte, come ad esempio “Leger comme un oeuf” (Leggero come un uovo) o “Comme un rossignol qui aurait mal aux dents” (Come un usignolo col mal di denti). Si può ben capire come Satie fosse inviso praticamente a tutti gli ambienti della musica colta tradizionale di quel tempo: egli si poteva al massimo rifugiare in amicizie di seconda categoria come quelle con Ravel, Picasso, Braque, Cocteau e Tristan Tzara (tanto per citarne alcuni), con cui ebbe tormentati rapporti personali e professionali (una resa del Midsummer Night’s Dream di Shakespeare sceneggiata dal cubista spagnolo!). Le sue composizioni si dividono, schematicamente, fraintendendo di sicuro e clamorosamente le sue intenzioni, in due grandi blocchi: le composizioni più vicine alla musica classica e quelle dedicate al cabaret e al teatro. Le prime (a cui appartengono le giustamente famosissime Gnossiennes e Gymnopedies) accolgono alcune istanze del periodo romantico (lirismo e patetismo) ma ne rifuggono totalmente i virtuosismi: le piece di Satie sono scarne e semplici per struttura melodica e armonica, ciò che le rende così abissalmente misteriose. Minimali, dadaiste, romantiche, frammenti vibranti d’infinito, come infinita ed inesauribile è la distaccata ironia infusa al loro interno. Il suono sembra rimbalzare sulle pareti della stanza, farsi un tutt’uno con l’ambiente e

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Eric Satie

quasi infondergli soffio vitale. Per questo si è parlato spesso ed a sproposito di musicista d’ambiente ante litteram (o anche musicista d’aumeblement, da arredamento). Con tutto il rispetto che Brian Eno e soci meritano per le loro mirabolanti innovazioni discendenti direttamente dal profondissimo pensiero di John Cage, nella musica di Satie c’è qualcosa di più. C’è soprattutto il desiderio di voler arrivare a qualcosa di più, qualcosa che riesca a rendere in note l’umana commedia (o dramma?) del vivere nel mondo: qualcosa che non risponde ai criteri teorici delle parole, ma a quelli istintivi delle dita sulla tastiera. Quelle dita che, nella terza Gnossienne (apostrofata semplicemente Lent), massaggiano i tasti con una carica sensuale ignota a qualsivoglia compositore che si voglia definire classico, o che, nella prima gymnopedie, ricadono

lentes et tristes. Si potrebbe parlare all’infinito delle altre composizioni di Satie, dell’esperimento meraviglioso di Je Te Veux, dei significati arcani di cui si carica ogni nota, estremamente valorizzata (quasi come a suo tempo farà in terra nostrana e in ambito diverso Giuseppe Ungaretti) nel suo essere puro suono: racchiudere lo spirito di questo musicista immortale, che aleggia ancora inconsapevolmente in gran parte della nostra musica e nella nostra vita di esseri umani, non è cosa da potersi fare, figuriamoci in una misera paginetta. Mi riterrò soddisfatto se qualcuno di voi si riterrà in dovere almeno di curiosare fra le sue composizioni, magari ritrovando qualche melodia nota, scoprendone di nuove, commuovendosi ora come cent’anni fa come sempre. - samgah


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VIAGGI EXTRASONORI

DEMORETTIZZAZIONE

Dopo 5 anni dal molto discusso Il Caimano è  uscita la nuova fatica da regista di Nanni Moretti, Habemus Papam. Già  si sapeva che questa uscita sarebbe stata seguita (e preceduta!) da critiche (anche pesanti) e lodi (anche molto grandi). Film importante e al contempo imperfetto, pieno di pregi ma anche infarcito di difetti, Habemus Papam narra la storia del Papa Melville (un Michel Piccoli da commozione), eletto dal conclave ma afflitto dal dubbio di essere inadeguato all’incarico. Ecco che entra in scena Nanni, psicanalista chiamato per aiutare il Papa a compiere i propri doveri. Il film non è altro che un’indagine psicologica intorno alla figura del Papa e alle sue paure di fronte a un compito immensamente gravoso: pur nella semplicità apparente del tema, la grandezza del film sta proprio nel descrivere il Papa come una persona con le stesse debolezze di tutti. Incomprensibili, a mio parere, le critiche che sono state mosse a Moretti dalle sfere ecclesiastiche. Per carità, magari in alcune scene Moretti si auto-compiace, si diverte e allunga un po’ troppo la zuppa - ad esempio quella della pallavolo, forse l’unico momento in cui il film perde la linea di rotta -, ma anche questi passi un po’ meno importanti hanno il contrappunto di altri molto divertenti. Le critiche maggiori a Moretti fin dagli anni dell’esordio hanno sempre riguardato la sua presenza, il film che si muoveva intorno a lui, una trama moretto-centrica in quasi tutte le sue opere, da Ecce Bombo a La Messa è Finita,

Nanni Moretti e Michel Piccoli in una scena di Habemus Papam

da Bianca a Palombella Rossa. Celebre la frase di Dino Risi, che quando gli chiesero se gli era piaciuta l’ultima opera di Moretti, con l’ironia che ce lo ha fatto tanto amare, rispose che non era riuscito a vederlo bene perchè c’era sempre Nanni nel mezzo. Quanto si porta a compimento in questo film è invece il processo, già iniziato da qualche tempo, di demorettizzazione. A fare la parte di Moretti (cioè del protagonista) è Michel Piccoli - e qui è tutto un altro discorso, Piccoli si meriterebbe mille riconoscimenti per la sua interpretazione. Ciò che ha detto Moretti nella conferenza stampa lascia intendere il sollievo che lui stesso ha provato nel non essere più il centro del film: «La cosa più bella di ques-

ti giorni è che il mio film viene rimesso al suo posto. Piaccia o non piaccia, si parla di cinema e del film, non di me soltanto. Nessuno mi chiede perché faccio ancora film autobiografici o perché non l’ho fatto. Nessuno mi dice: ma perché non ci dai prima la sceneggiatura? Che dici di Berlusconi? Perché non fai più i girotondi? Perché li hai fatti? Da uno a dieci, quanto sei antipatico? Quanto sei stronzo?». E così Nanni mette a tacere anche i critici più feroci, quelli che non valutavano il film in maniera oggettiva ma erano presi solo dalla personalità centrale del regista. E se è riuscito a mettere d’accordo (quasi) tutti, dai suoi più accaniti fans alla stampa, vuol dire che la demorettizzazione è riuscita. - matmo

ciclo “oriente mon amour”

LA VENDETTA È UN PIATTO CHE SI SERVE TRE VOLTE

la Korea di Park Chan-Wook Park Chan-Wook, regista koreano, ideatore di una splendida trilogia (Simpathy for Mr. Vegeance uscito nel 2002, Old Boy nel 2003, Lady Vendetta nel 2006) ha portato sullo schermo il compimento di un’opera tanto appetibile, quanto apparentemente irraggiungibile: la vendetta. Un concept che ha stupito il cinema. [Per informazioni dettagliate su trame, intrecci, e spunti interpretativi si visiti l’URL del fatiscente blog del sottoscritto non più aggiornato dal 2008 http//gorone.splinder.com.] La cosa da fare notare di questa trilogia, ed è la cosa che più mi ha affascinato, è l’eclettismo del regista che cambia tecniche di ripresa, narrazione, e fotografia da un film ad un altro, facendoli rimanere comunque legati. Il filone narrativo, al di fuori delle singole opere, bensì prese nel loro insieme, si mostra come continuato. La trilogia come Tantalo che raggiunge l’acqua: nel primo e nel secondo film la vendetta non avverrà; saranno vendette mutilate. E’ solo nell’epilogo che il bisogno di trionfare sarà soddisfatto. Un progetto cinematografico vicino all’Occidente, in cui la dimensione non è solo spaziale (peculiarità del cinema orientale, spesso, è dare maggiore importanza alla spazialità degli eventi, e non alla loro vicenda temporale e cronologiconarrativa). Personaggi al limite, situazioni che sfiorano l’assurdità beckettiana (l’uomo bloccato per 15 anni all’interno di una stanza), la modernità tecnologica della metropoli (come un grande Tetsuo che digerisce i suoi abitanti), il

Choi Min-sik in Old Boy

linguaggio sboccato (come solo un Tarantino de Le Iene sarebbe in grado di fare). La carrellata potrebbe continuare. Park Chan-Wook ha consacrato il suo talento registico per il suo linguaggio proteiforme dell’immagine e della letteratura. Con un occhio ha guardato ad Est (la solitudine degli uomini), e con l’altro ad Ovest (dove vi è l’immagine nascosta sotto la patina di questa solitudine), per creare l’immagine patinata della solitudine: la comicità tragica della sorte di personaggi

che si intrecciano in tre pellicole che hanno ancora molto da dire. Sia a chi serba rancore, sia a chi non si è mai chiesto fino a quali limiti può arrivare la rabbia. Quella di noi uomini, non quella degli eroi e degli anti-eroi. Quella della gente che abita il mondo. (dedicato ai pistoiesi, salvo qualche rara e cara eccezione) - gorot 11


feedback - MAGGIO 2011

EMANUELE SEVERINO

LA GEOGRAFIA DELL’ESSERE Breve passeggiata nel pensiero oltre il nichilismo Periodi bui questi in cui viviamo. Abbiamo la persuasione che le cose cambino rapidamente e che non si possano comprendere. Viviamo alla giornata i progetti futuri. Tutto ciò che era prima chissà cosa sarà poi. Già, ma l’involucro nero che circonda i nostri tempi bui possiede piccoli tagli e fessure che lasciano intravedere una luce splendente. Viviamo nell’epoca del nichilismo, della follia; e questa nostra follia ha una storia. Parmenide parlò dell’essere: l’unica cosa che è. Le cose, gli enti, non sono nulla. Solo l’essere può essere. Tutto il resto non è essere, e quindi non può essere. Poi ci fu Platone che disse che gli enti invece sono ma che in più, rispetto all’essere, hanno qualcosa di meno: l’essere immutabile e incorruttibile si differenzia dalle cose che mutano e si corrompono. Da Parmenide in avanti la metafisica, o meglio l’ontologia, ha proceduto con questo sguardo: le cose passano dall’essere qualcosa all’esserne un’altra; dunque a non essere più ciò che erano prima. Cioè, un ente è e nel contempo non è. Il divenire causa questo: la violazione del principio di non-contraddizione, la violazione della ragione più pura, della logica più vera, del logos. Una cosa, infatti, o è o non è. In Occidente una cosa è e non è. Siamo persuasi del fatto che le cose che siano sono niente (nichilismo). L’Occidente vive nella follia perché ha maturato e generato questo tipo di razionalità: una razionalità che sfora la logica del terzo escluso. Una ragione che non crede più nell’immutabile, ma solo nelle cose che divengono. Emanuele Severino ha dato questo

sguardo della modernità dell’Occidente. Noi folli non viviamo più nell’episteme (epi: ciò che sta sopra; steme: stare in maniera stabile, dalla radice sta), in ciò che sta ancor più sopra della stabilità, in ciò che è veramente incontrovertibile. Filosofia non è “amore per la sapienza”, ma “avere cura di ciò che è chiaro” (saphès è lo stabilmente chiaro, evidente, lampante e originalmente vero). Non crediamo nella Verità, ma nella doxa, nell’opinione, nella credenza, nella fede. La nostra non è una ragione che sa, ma che crede di sapere. La nostra è una ragione che vede la tèchne (tecnica) come strumento che si adatta alle cose nel loro fluire, e che con formule produce le cose stesse che investiga per poterle controllare, comandare, manipolare e gestire. Ci siamo dimenticati di quell’essere unico di cui parlava Parmenide. Severino vuole così “ritornare a Parmenide” (primo saggio del libro Essenza del nichilismo). Non tornare a Parmenide, ma ri-tornare a lui con un altro sguardo. Già Parmenide è infatti un nichilista (solo l’essere è, il resto è niente). Bisogna avvicinarsi alla visione dell’essere parmenideo con un altro sguardo: quello della totalità dell’essere. E cioè? Ogni ente, ogni cosa, non è in sé. La matita che prima era alla mia destra e viene spostata alla mia sinistra, non è la solita matita. Il fenomeno che percepiamo ci dice che è la solita matita, ma il fenomeno va interpretato in un’altra maniera: la matita che diviene, che cambia è costituita di infiniti enti che appaiono e scompaiono nell’orizzonte dell’apparire dell’apparire dell’essere.

Di conseguenza ontologicamente la matita non vi è (ma l’infinito numero di enti che appaiono e scompaiono). E quegli enti che appaiono e scompaiono sono l’apparire dell’essere. Fenomenicamente vedo la matita; ma ontologicamente è l’essere che nel suo orizzonte dell’apparire dell’apparire appare e scompare in infiniti enti. La nostra interpretazione corrente dei fenomeni (una cosa che muta, cambia rispetto a ciò che era prima) va rivista. L’uomo che nasce non è lo stesso che cresce, che non è lo stesso che invecchia. Il fatto che sia il solito uomo è una nostra credenza: è l’ambito dell’apparire dell’apparire dell’essere nei suoi infiniti enti, che appaiono e scompaiono nell’orizzonte dello stesso essere, dell’unico essere che è Verità, episteme. Ogni ente è eterno ontologicamente (come essere), ma fenomenicamente appare e scompare seguito da un altro che apparirà e scomparirà, e così via. Siamo l’apparire e lo scomparire di enti eterni dello stesso essere. Anzi no, non siamo gli enti: appaiamo e scompariamo nell’eterno apparire e scomparire dell’essere, anche se ci percepiamo come esseri che divengono e che portano con sé la contraddizione creduta come la più vera (che ora siamo lo stesso che era prima e che ora non è più), anche se è solo doxa e errata interpretazione di qualcosa che è vero, e eterno e non interpretabile in altra maniera: dell’essere, dell’episteme. - gorot

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#8 Maggio 2011