Atlante IUAV

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Atlante

dell’Architettura italiana degli anni ‘50 e ‘60 Mostra a cura di Luka Skansi fotografie e layout: Federico Padovani unità di ricerca Arte del costruire www.iuav.it/artecostruire realizzata nell’ambito della ricerca: “La concezione strutturale. Ingegneria e architettura in Italia negli anni ’50 e ‘60” PRIN 2008 Politecnico di Torino (Prof. Carlo Olmo) Politecnico di Milano (Prof. Alessandro De Magistris) Università La Sapienza di Roma (Prof. Paolo Desideri) Università degli Studi di Udine (Prof. Stefano Sorace) Università IUAV di Venezia (Prof. Marco Pogacnik)

L’Atlante http://atlante.iuav.it/

Il database Uno dei principali obiettivi di questo lavoro è stato quello di “costruire” uno strumento di lavoro. Più che cercare di chiudere – a cura di Marco Pogacnik e Luka Skansi con Francesca Matattraverso un percorso analitico – un capitolo tematico o storico, l’obiettivo è stato quello di inventare un dispositivo flessibile e tei. aperto, che potesse servire da base per future ricerche, nello spirito collaborativo della ricerca PRIN 2008 di cui questo lavoL’Atlante è un database che raccoglie le schede di oltre 500 ro è parte integrante. L’Atlante è costituito da schede, con voci edifici realizzati o progettati negli anni ’50 e ’60. È il risultato di uno spoglio – ancora in corso di implementazione – delle e descrizioni che offrono le informazioni essenziali sull’edificio riviste di architettura e di ingegneria pubblicate in Italia dal documentato. Le informazioni relative ad autori, dati cronolo1945 al 1970. Lo spoglio – fondamentale per poter ricostruire gici, bibliografici, tipologici e geografici sono state integrate da voci che indicano la tipologia strutturale e il sistema costruttivo una mappatura esaustiva degli edifici realizzati e dei progetti pubblicati sulle principali pubblicazioni di settore – è stato dell’architettura; le schede sono poi arricchite da una descrizione necessario per ampliare le nostre conoscenze sull’architettura strutturale dell’edificio, redatta utilizzando direttamente le fonti italiana di quegli anni aldilà di quanto offerto dalla corrente ma- secondarie (servizi sulle riviste, schede di pubblicazioni o manuali nualistica sul tema. coevi). Le schede sono completate da alcune immagini storiche, dalla georeferenzializzazione dell’edificio e, in alcuni casi, da un servizio fotografico che documenta lo stato di fatto attuale. Le schede compongono il database. Il grande vantaggio di questo tipo di catalogazione è la possibilità di costruire una griglia terminologica in base alla quale incrociare dati e creare nuove e inedite genealogie. Temi, autori, tecniche, modelli e figure architettoniche, committenze, imprese di costruzioni, possono essere incrociate per ottenere percorsi di ricerca, individuare continuità e discontinuità nel contesto storico. Si tratta dunque di uno strumento aperto e non di un prodotto concluso. Le possibilità di implementare dati nel tempo, ampliare le informazioni sugli edifici e sui protagonisti, inserire nuove voci, sono state condizioni essenziali per la scelta del database come strumento di ricerca e come veicolo della sua divulgazione. Infine, l’Atlante in forma di database si considera come strumento didattico prezioso e innovativo: gli edifici non vengono chiusi all’interno di limitate e restrittive gabbie cronologiche e stilistiche, ma si aprono a contesti ben più larghi e aperti, nel quale gli studenti sono chiamati ad una comprensione più complessa delle scelte strutturali, degli elementi architettonici, e dei protagonisti esaminati in un quadro storico aperto. La gestione nel corso del tempo del database è garantita dalla sua integrazione all’interno del sistema bibliotecario di Ateneo. Ringraziamo per il supporto e il lavoro compiuto la dott.ssa Anna Casagrande e il webmaster Franco Maran.

Il progetto di ricerca Questo lavoro nasce nel quadro della ricerca dal titolo “La concezione strutturale”. Si tratta di un progetto di ricerca finanziato con i fondi PRIN 2008, che vede lo Iuav – ed in particolare l’area di ricerca “Arte del costruire”– collaborare con il Politecnico di Torino, il Politecnico di Milano, l’Università La Sapienza di Roma e l’Università degli Studi di Udine, con i rispettivi referenti scientifici i proff. Carlo Olmo, Alessandro De Magistris, arch. Paolo Desideri, ing. Stefano Sorace. Trattandosi di un progetto di ricerca multidisciplinare (Scienza e Tecnica delle Costruzioni, Storia dell’Architettura, Composizione architettonica, Tecnologia dell’Architettura, Archivistica), l’Unità di ricerca allo Iuav, coordinata dal prof. Marco Pogacnik, ha lavorato in collaborazione con le altre Unità coinvolte nel progetto. La ricerca è stata organizzata, per l’arco temporale compreso tra gli anni cinquanta e sessanta, sulla base dell’analisi di opere esemplari nelle quali gli aspetti costruttivi e strutturali sono stati determinanti per la definizione della forma architettonica.

Gli anni ’50 e ‘60 Gli anni ‘50 e ‘60 rappresentano un passaggio eccezionale nella storia del costruire. È il momento in cui la convergenza tra ingegneria e architettura – così intensamente invocata da Sigfried Giedion in Bauen in Frankreich – sembra potersi finalmente compiere e questo non tanto grazie alla volontà di alcuni singoli pionieri, quanto piuttosto ad un lavoro collettivo svolto nel campo della ricerca strutturale. Il lavoro degli ingegneri diventa un punto di riferimento per tutti coloro che – dall’uso di nuovi materiali e tecniche – si attendevano la nascita di una nuova architettura. I due decenni analizzati rappresentano il momento più alto raggiunto dall’architettura italiana nel corso del novecento. Si tratta degli anni della rinascita politica, sociale ed economica dell’Italia dopo la catastrofe della guerra, gli anni del cosiddetto boom economico. La ricerca ha indagato i rapporti tra architettura e ingegneria e le modalità attraverso le quali innovazioni materiali, nuovi procedimenti di cantiere e originali tecniche costruttive sono stati assimilati e fusi in un nuovo linguaggio architettonico. La nostra ricerca ha evidenziato, in modo particolare, la elevata qualità rappresentata dalla produzione edilizia media, corrente, quella dalla quale dipende il volto delle nostre città. Ciò che rende particolarmente interessanti gli anni della ricostruzione e della successiva crescita economica è l’affermarsi di una cultura condivisa del costruire cui partecipano in uguale misura ingegneri e architetti, grandi imprese e industrie. Il dato costruttivo e strutturale è elemento pregnante nella genesi del progetto non solo per ingegneri quali Nervi o Morandi, ma anche per architetti come Gardella, Libera o Castiglioni. Si tratta di una architettura che non esibisce in alcun modo la tecnica nei termini di una ingenua fede nel progresso, ma al contrario le opere analizzate mettono in evidenza felicità inventiva e sapienza costruttiva, attenzione per il contesto e cura nella scelta dei materiali, capacità critica e aderenza alle esigenze funzionali. Guardando questa architettura con i nostri occhi un po’ cinici e ormai privati di ogni afflato ideale, gli anni 50 e 60 ci appaiono come un’epoca di grande vitalità intellettuale capace di illuminare il nostro presente attraverso opere il cui valore è ancora ben lontano dall’essersi esaurito.

Ripartendo dallo studio dei singoli fenomeni, dei singoli edifici e dei singoli temi – che l’Atlante cerca di riportare alla luce, in base ad una rinnovata lettura –, ci è permesso di iniziare a ridisegnare il contesto, arricchire la sua definizione, guardare gli edifici e i protagonisti da punti di vista inediti. Solo raccolta e vista nel suo insieme – come si vorrebbe dimostrare con questo Atlante – e inserita nelle condizioni storiche e professionali, questa stagione dell’architettura e dell’ingegneria italiana inizia a rivelare la propria ricchezza, le proprie sfaccettature e la propria valenza storica, e quindi anche storiografica. E l’architettura degli anni del dopoguerra merita di essere esplorata nella sua totalità, poiché permette di rivelare l’importanza storica di tematiche ed esperienze di ricerca solo parzialmente valorizzate o insufficientemente approfondite nelle narrazioni a carattere generale della storiografia recente.

La mostra La mostra è stata realizzata sulla base del materiale fotografico realizzato da Federico Padovani, prodotto durante la campagna fotografica che ha avuto per oggetto un centinaio di architetture documentate dall’Atlante. Le immagini descrivono lo stato attuale degli edifici e ne rappresentano una scelta esemplare, per contrasti, diversità e analogie. Crowdsourcing e QRCode È in fase embrionale un progetto che prevede di espandere il bacino dei partecipanti al progetto Atlante Iuav attraverso i principi del crowdsourcing. Si tratta di diffondere, attraverso i canali istituzionali dell’ università e quelli innovativi dei social networks, le linee guida attraverso cui volontariamente i soggetti interessati potranno contribuire alla raccolta dei contenuti che arricchiranno l’Atlante. Il principio di condivisione e di rapido accesso alle informazioni viene sintetizzato nelle seguenti tavole mediante l’uso di QRCode (Quick Response Codes, codici a risposta immediata). Sono codici grafici binari (bianco/nero) che inquadrati con dispositivi smart, mediante l’uso di programmi di decodifica, dànno accesso a contenuti di vario genere (in questo caso, alle rispettive tavole presenti sul sito http://atlante.iuav.it)


#90

Mercato Ortofrutticolo – pensilina del mercato coperto Firenze, 1957-61

ingegnere: tipo edilizio: tipologia strutturale: sistema costruttivo:

Giulio Lensi Orlandi copertura, stabilimento industriale trave in precompresso, pilastri a V c.a., c.a. precompresso

“La pensilina produttori è il cuore del mercato, ed è costituita da 24 telai in c.a. precompresso con 30m di luce netta e due sbalzi laterali di 10m ciascuno. L’interasse tra i portali è di 8m; pure di 8m l’altezza sotto la travata, altezza che giunge a 10m alle estremità. Le travate a sezione vuota sono larghe 65cm; l’altezza di 1,8m tra i piedritti, si riduce agli sbalzi linearmente a 25cm. Esse sono state realizzate con elementi prefabbricati con appositi stampi, nel cui spessore, mediante tubi di ferro interposti all’atto di getto, si sono ricavati i passaggi per i cavi di tensione; questi sono stati bloccati con il sistema Morandi a tre fili con cuneo in un unico foro. I pilastri simmetrici a V in c.a. ordinario sezione piena e incernierati ai plinti di fondazione, sono stati tutti innalzati prima dell’inizio della posa delle travate precompresse e provvisoriamente calzati con cunei per impedire ogni rotazione sulla cerniera.”

Testo tratto da: Il Mercato Ortofrutticolo di Firenze, “L’architettura cronache e storia”, 38, dicembre 1958, pp. 565-569.


#47

Edificio INA per abitazioni e negozi in via Guicciardini Firenze, 1953-58

architetto: tipo edilizio: tipologia strutturale: sistema costruttivo:

Giovanni Michelucci edificio per abitazioni e negozi struttura a telaio semplice c.a., pietra

“L’edificio è composto da due corpi che si affacciano sulle perpendicolari via Guicciardini e via dello Sprone. I due volumi si articolano e si innestano in corrispondenza del muro in pietra forte che forma lo spigolo all’incrocio delle due vie e sottolinea il distacco tra i due fronti, diversamente concepiti. Il piano terreno è tutto sfruttato per negozi. Nel primo volume trovano posto, su quattro piani, otto appartamenti in duplex e tre attici che si affacciano sul Giardino dei Boboli; nel secondo volume, su tre piani, trovano posto nove appartamenti, di cui tre serviti dalla scala principale e sai da una scala secondaria. Le strutture verticali principali che separano le quattro campate sono in muratura, lo spessore dei muri si assottiglia verso l’alto. Il muro di pietraforte è a ricorsi orizzontali non eguali, con conci di varia dimensione lavorati a pelle piana.”

Testo tratto da: N. De Mayer, Due edifici di Giovanni Michelucci a Firenze, “Casabella”, 229, luglio 1959, pp. 12-29.


#25

Chiesa della Madonna dei Poveri Milano, 1952-54

architetto: ingegnere: tipo edilizio: tipologia strutturale: sistema costruttivo:

Luigi Figini, Gino Pollini Arturo Danusso chiesa arco ribassato, struttura a telaio semplice, trave a fori esagonali c.a., pietra

“La struttura di c.a. si basa, nella navata centrale, su un’orditura di pochi pilastri, a sostegno di travate di ampiezza notevole (14m): ne consegue una buona visibilità verso l’altare maggiore anche dalle navate laterali. Alla quota delle cantorie e delle tribune le strutture sono collegate trasversalmente da grandi travi di controvento, con sforature esagonali, secondo l’andamento dei ferri d’armatura. Le pareti superiori della navata centrale, portanti della copertura, sono a conci di pietra di Finale alternati a ritmo irregolare con cordoli in calcestruzzo per legamento, tra corso e corso. Le travi trasversali della copertura si ricollegano ai pilastri perimetrali delle navate secondarie disposti a breve interasse, e formano con questi e con i travetti delle stesse navate minori (alla quota delle tribune) una completa gabbia di irrigidimento dell’intera costruzione. Il tiburio appoggia su 4 pilastri e ha struttura di c.a. a traliccio, a sbalzo su due lati. La copertura della navata centrale della Cripta è costituita da una serie di archi ribassati portanti della volta interposta fra gli archi stessi e del pavimento superiore.”

Testo tratto da: L. Figini, G. Pollini, La chiesa del quartiere Ina-Casa di Baggio, “Casabella”, 208, novembre-dicembre 1955, pp. 49-57; C. Monotti, Chiesa della Madonna dei Poveri, “L’architettura cronache e storia”, 25, novembre 1957, pp.452-457.


#175

Casa d’abitazione in via Broletto Milano, 1948-49

architetto: tipo edilizio: tipologia strutturale: sistema costruttivo: impresa:

Luigi Figini, Gino Pollini edificio per abitazioni e uffici struttura a telaio semplice c.a. S.A. Fondiaria per Imprese Edilizia, Milano

“La forma del terreno, la necessità di raggiungere un indice di fabbricabilità piuttosto elevato e l’opportunità di non distruggere la zona verde del giardino interno, sono i fattori che hanno determinato la costruzione di questi due edifici nella disposizione attuale, con soluzione in altezza. La struttura dei due edifici è di c.a. a pilastrature disposte secondo un unico andamento reticolare. Il corpo a torre verso il cortile ha ossatura mista. I muri di riempimento arretrati rispetto la fronte determinano una serie di logge lungo tutta la facciata. Le limitate dimensioni del corpo verso la strada e la necessità di realizzare per la banca un ambiente di ampia luce, hanno determinato, al piano terreno l’adozione di una travatura unica a grande portata ripetuta su diversi piani. I rivestimenti esterni sono in travertino rustico sulla fronte del corpo uffici; pietra artificiale color avorio per le facciate e i fianchi della torre. Le due costruzioni hanno caratteristiche diverse. Il corpo basso è caratterizzato, verso strada, di una superficie unitaria che si inquadra nella continuità dell’edificio adiacente; la facciata verso l’interno ha una maggiore ricerca di partiture geometriche. Il corpo verso il giardino risponde a esigenze di composizione, ispirate dalla volontà di denunciare la struttura unitamente all’esigenza di portare verso l’esterno la vita interna. La composizione, risolta in senso unitario, adotta una intelaiatura esterna portante i terrazzi per tutta l’ampiezza della facciata. Verso il cortile l’intelaiatura portante è completata dal susseguirsi verticali di pareti di vetrocemento e pareti schermate a nido d’ape.” Testo tratto da: C. Pagani, Documentario dell’architettura italiana dal 1946 al ‘49, “Spazio”, 1, luglio 1950, pp. 35-46; C. Pagani, Architettura italiana oggi, Hoepli, Milano 1955, pp. 102-105.


#143

Palazzo Argentina in corso Buenos Aires Milano, 1946-51

architetto: tipo edilizio: tipologia strutturale: sistema costruttivo:

Piero Bottoni, Piero Pucci, Guglielmo Ulrich edificio multifunzionale struttura a telaio semplice c.a.

“È un edificio in condominio su pianta quadrata 40x40m. La costruzione è adibita a abitazione, uffici e sale di spettacolo. Essa è costituita da un’ampia base, che ricopre tutta l’area e comprende due piani oltre il piano terreno, destinata alle funzioni commerciali, e da un corpo alto parallelepipedo elevantesi circa 50m, destinato ad abitazioni. Il piano terreno comprende alcuni negozi, una galleria a cielo vetrato ed un cinematografo che occupa due piani. La struttura è di c.a. con fondazioni palificate e riempimenti in muratura. Il rivestimento è di intonaco di cemento con graniglia lisciata nel corpo alto e spuntata a punta nel corpo di base. La copertura della galleria è di vetrocemento. I valori compositivi sono dati dal gioco dei volumi che individuano la funzione dei vari corpi. La ricerca espressiva si preoccupa maggiormente di caratterizzare le necessità interne che di insistere su espressioni plastiche o rapporti geometrici. Vi sono elementi che, molto ripetuti per le dimensioni dell’edificio, acuiscono un senso quasi esasperato di una composizione rigida e controllata. Un ordine, nella ricerca architettonica è dato dall’alta fronte prospiciente la strada con le due verticali pareti piene interrotte dalle balconate orizzontali in aggetto.”

Testo tratto da: C. Pagani, Documentario dell’architettura italiana dal 1946 al ‘49, “Spazio”, 1, luglio 1950, pp. 35-46; C. Pagani, Architettura italiana oggi, Hoepli, Milano 1955, pp. 95-97.


#50

Complesso di edifici in corso Europa Milano, 1953-66

architetto: tipo edilizio: tipologia strutturale: sistema costruttivo:

Luigi Caccia Dominioni edificio per uffici curtain wall, struttura a telaio semplice c.a., prefabbricazione

“L’edificio che corrisponde ai civici 10-12, il primo ad essere realizzato, è caratterizzato da una maglia strutturale metallica ad andamento orizzontale, con telaio in alluminio a vista verniciato in grigio e ampie superfici vetrate a taglio verticale. Le facciate continue sono realizzate con elementi costruttivi prefabbricati e montati sulla struttura portante con attacchi specifici, studiati nei minimi dettagli. Il piano terra è interamente destinato al commercio e si affaccia su strada con enormi vetrine trasparenti, scandite da sottili pilastri, che vengono ripresi e infittiti poi nella griglia che ordina il resto della facciata. In alto una pensilina metallica conclude il prospetto, riproposta poi al piano terra, dove protegge i passanti suggerendo l’esistenza di un loggiato. Il prospetto che affaccia sulla Via Cavallotti è trattato differentemente: il rivestimento è in piastrelle di litoceramica color melanzana, le aperture sono irregolari e di differenti dimensioni. Il secondo edificio, è diverso dal precedente per ritmo ed espressività delle facciate. Di particolare interesse la Galleria Strasburgo che collega Via Durini a C.so Europa: una connessione funzionale e visiva che riprende il principio dei passages in ferro e vetro ottocenteschi. All’interno di questo passaggio e fondamentale per esprimere il complesso intreccio di percorsi, vi è un pavimento in mosaico realizzato da Francesco Somaini (artista che spesso lavora con Caccia), che riprende il tema della linea ondulata, segno del flusso di persone che si muovono in quel luogo. Lungo le pareti curvilinee in stucco veneziano, si aprono vetrine e gli ingressi agli uffici e alle residenze, di cui l’architetto ha curato anche gli interni. Dieci anni dopo viene realizzato l’edificio situato sul lato opposto della strada. Esso è rivestito in litoceramica grigio scuro metallizzato e rientra nell’intervento di sistemazione urbana che Caccia effettuerà negli anni successivi su quel lotto. Testo tratto da: Il gusto al servizio della tecnica. Due palazzi per uffici e abitazioni in corso Europa a Milano, “Casabella”, 230, agosto 1959, pp. 31-39; P.C. Santini, L’architettura milanese di Caccia Dominioni, “Ottagono”, 6, 1957.


#152

Casa Caccia in piazza S. Ambrogio Milano, 1949-53

architetto: tipo edilizio: tipologia strutturale: sistema costruttivo:

Luigi Caccia Dominioni edificio per abitazioni struttura a telaio semplice c.a., laterizio, acciaio

“Fra le molte case risuscitate dalla rovina della guerra questa merita una particolare considerazione per il singolare e felice concorso di varie circostanze. CacciaDominioni si è impegnato a restituire non tanto il volume fisico della casa, non tanto il numero e la misura delle sue stanze, non tanto la sua comodità e il suo contegnoso decoro, quanto piuttosto e soprattutto il senso segreto e la sostanziale nobiltà della dimora antica. Vorremmo dire che qui, dove tutto è stato rifatto a nuovo, non solo, ma secondo modi nuovi e intenzionalmente esenti da pedaggi tradizionali, si è giunti a un vero e proprio restauro, cioè alla creazione di un’architettura che, nei rapporti ambientali, riassume esattamente la parte giocata un tempo dall’architettura che la precedette. Affatto diversa dall’antica nell’insieme e nei particolari, la nuova casa Caccia le equivale puntualmente come valore volumetrico e plastico, come sequenze ritmiche, come vibrazioni cromatiche (non come colore), come tono, peso, senso e sapore. Il portone d’ingresso, ad arco scemo con la grande cartella di ferro verniciato, l’androne a volta, la nitida parete di beola verso via S. Vittore, la proporzione allungata delle finestre, le bellissime scale elicoidali interne, sono tutti elementi soliti insolitamente usati e composti, elementi che soltanto una estrema accortezza e raffinatezza di gusto hanno potuto validamente dedurre da fonti vagamente settecentesche nel ritmo sorprendente di una espressione inedita e architettonicamente pura. Edificio con struttura mista di mattoni per le pareti perimetrali ed i divisori interni e cemento armato per le travi ed i solai, copertura con tetto a falde.”

Testo tratto da: A. Pica, Una casa in piazza S. Ambrogio di Luigi Caccia Dominioni, “Spazio”, 4, gennaio-febbraio 1951, pp. 82-85.


#294

Casa d’abitazione in piazza Velasca Milano, 1947-52

architetto: tipo edilizio: tipologia strutturale: sistema costruttivo:

Mario Asnago, Claudio Vender edificio per abitazioni e uffici struttura a telaio semplice c.a.

“La pianta è a forma di T, e la zona di congiunzione tra i due corpi, uno normale all’altro, segna nella massa dell’edificio una soluzione di continuità in trasparenza, ove le scale svolgono, accoppiate, le loro rampe di collegamento tra i due corpi. Uffici e appartamenti determinano tre aggruppamenti di locali per ogni piani, situati i primi due nel corpo principale sulla via e l’altro nel corpo interno; ben sistemati da un ampio disimpegno a ogni piano. La fronte è rivestita in granito rosa di Baveno fino al quarto piano; dal quarto in su in litoceramica chiara.”

Testo tratto da: Casa in via Velasca a Milano, “Domus”, 246, 1951, p. 6; C. Pagani, Documentario dell’architettura italiana dal 1946 al ‘49, “Spazio”, 1, luglio 1950, pp. 35-46.


#129

Palazzo INA in Corso Sempione Milano, 1953-58

architetto: tipo edilizio: tipologia strutturale: sistema costruttivo:

Piero Bottoni edificio per abitazioni struttura a telaio semplice c.a., prefabbricazione

“La costruzione si innalza su 18 piani sino a quota +64,7m, con una volumetria determinata dal piano particolareggiato. Delle due facciate, quella volta a sud-est, rivestita in ceramica bianca, è la più armoniosa e leggera, nel ritmo esatto e tuttavia sfuggente della scansione verticale che modella l’immensa superficie in un piano dinamicamente vivo, ma tenuto nel nitido filo perimetrale. La facciata nord-ovest è di composizione più complessa e interessante. L’impostazione è plastica, nella doppia suddivisione, verticale e orizzontale, dei partiti volumetrici fortemente definiti dalle balconate sporgenti e smussate. La fascia orizzontale, che taglia al centro l’edificio (e che sull’altra facciata ha un’evidenza assai minore), qui ha una funzione espressiva molto forte, costituendo una decisa zona d’ombra. Le balconate grigliate, in elementi prefabbricati in cemento e ceramica (dello sviluppo complessivo di 6,7 km), fungono da uscite di servizio e di sicurezza, da balconate private e da stenditoi.”

Testo tratto da: G. Veronesi, Il palazzo I.N.A. in corso Sempione a Milano, “L’architettura cronache e storia”, 49, novembre 1959, pp. 442-451.


#122 Torre Galfa

Milano, 1956-59 architetto: ingegnere: tipo edilizio: tipologia strutturale: sistema costruttivo:

Melchiorre Bega Arturo Danusso, Luigi Antonietti, Piero Papini grattacielo curtain wall, setto c.a.

“Dei grattacieli di Milano questo è il più casto. Non vuole esibire invenzioni o trovate, ne mira a sbalordire. La perfetta proporzione del volume, che nasce deciso dal suolo senza impacci di accessori, la soluzione totale delle facciate a vetrata continua, la loro equilibrata partitura, e infine la trasparenza dell’edificio che non presenta ingombri di pilastri interni in prossimità degli spigoli, suscitano immediato consenso. Poiché a questo si deve aggiungere la grande dimensione e la perfezione tecnica dell’esecuzione, si ha un risultato complessivo che deve essere definito veramente ragguardevole. La struttura portante a grandi piloni a quinta in c.a., a orientamenti contrastanti, è affatto nuova, e il suo affiorare all’esterno sui lati corti dell’edificio costituisce un efficace elemento di caratterizzazione, particolarmente valorizzato dalla pura superficie dei lati lunghi, tutta vibrante per il disegno modulare delle finestrature. I sei pilastri-quinta, sui quali insiste la Torre Galfa, sono stati considerati dal punto di vista statico, come mensole spiccate dalla fondazione, la quale è realizzata con una piastra a doppio solettone, con interposte travi incrociate trasversali e longitudinali. Gli orizzontamenti sono costituiti da solai a nervature con travi in spessore. I pilastri-quinta risultano arretrati, rispetto al vivi delle fronti, di 2,5m e danno luogo ad un corrispondente sbalzo continuo dei solai. Oltre ai pilastri esiste anche il complesso delle pareti verticali portanti, in corrispondenza delle scale e della batteria degli ascensori. Le facciate sono costituite da serramenti continui (curtain wall), formati da telai in alluminio anodizzato.” Testo tratto da: G. Vaccaro, Il Grattacielo Galfa a Milano, “L’Architettura cronache e storia”, 48, ottobre 1959, pp. 370-377.


#148

Edificio per abitazioni e uffici in via dei Giardini Milano, 1947-50

architetto: ingegnere: tipo edilizio: tipologia strutturale: sistema costruttivo:

Antonio Carminati, Carlo De Carli Arturo Danusso, Ernesto Saliva, Luigi Boletti edificio multifunzionale, edificio per abitazioni solaio a nervature incrociate, struttura a telaio semplice c.a.

“Infelice l’area disponibile, tuttavia organizzata secondo schemi che consentono la massima flessibilità planimetrica. Le fondazioni sono costituite da travi rovesce con soletta aggettante a mensola e da plinti isolati. I pilastri di c.a. per tutta l’altezza della costruzione, sono solidali con le travi semplici e continue. Notevole il grande solaio centrale (12x13m circa) calcolato ed eseguito come solaio a nervature incrociate con incastro elastico nei pilastri perimetrali. La porzione verso la piazzetta di S. Erasmo, in cui è stato necessario ricavare una colonna di ambienti insolitamente vasti (400mq) senza pilastri intermedi (nel seminterrato vi è una sala per spettacoli), presenta orizzontamenti di speciale interesse costituiti da grandi solai retti da telai multipli a travi incrociate di c.a. Il tipo di struttura consente, nei vari piani, i più vari adattamenti: a unico o duplice complesso per ogni piano. Il 5 e 6o piano, in arretramento successivo, sono risolti a “villa” pensile, cioè ad abitazione unica su due piani. La soluzione esterna, di esemplare chiarezza, si imposta sull’effetto delle finestrate continue e sul grande telaio ortogonale dei loggiati che, dal primo all’ultimo piano, avvolge il fabbricato. Il raccordo curvo fra le pilastrate d’angolo e le solette dei balconi accenna felicemente a un vocabolario architettonico che si sta arricchendo al di là della “Crusca” razionalista.” Testo tratto da: A. Pica, Architettura nuova in un giardino antico, “Spazio”, 1, luglio 1950, pp. 47-49; C. Pagani, Architettura italiana oggi, Hoepli, Milano 1955, pp. 168-171.


#199

Casa d’abitazione in via Gran S. Bernardo Milano, 1958-59

architetto: tipo edilizio: tipologia strutturale: sistema costruttivo:

Vittoriano Viganò edificio per abitazioni pilastro rastremato, struttura a telaio semplice c.a.

“La casa è di natura economica; Viganò le ha mantenuto il suo carattere, non l’ha travestita, ma ha curato con impegno alcuni fatti importanti. In esso deve notarsi il significato di spazio conchiuso. L’esibizione della funzione statica dà un carattere ascensionale alla struttura, malgrado la maglia reticolare; conferendo esigua luce (3,72m) all’interasse pilastro si è potuto dare una ristretta sezione alla correa di solaio, che si stende monoliticamente in corrispondenza delle finestre, in due velette modellate. Il tetto piano è concluso da una pannellatura piena in c.a. a vista nervato.”

Testo tratto da: V. Girardi, Un negozio e una casa d’abitazione, “L’architettura cronache e storia”, 64, febbraio 1961, pp. 654-661.


#23

Istituto Beata Vergine Addolorata Milano, 1949-54

architetto: tipo edilizio: tipologia strutturale: sistema costruttivo:

Luigi Caccia Dominioni edificio scolastico struttura a telaio semplice c.a.

“L’edificio ha quattro piani oltre il piano terreno e il seminterrato. Mentre la fronte verso via Sambuco è distesa su un unico piano, la fronte verso via Santa Croce è risegata creando dei corpi avanzati nei quali sono sistemate le scale e i servizi che si ripetono su ogni piano. L’edificio ha una struttura a telaio in c.a., le facciate sono rivestite con elementi di gres esagonali pieni che si combinano, in corrispondenza dei parapetti delle finestre e suo coronamento, con elementi traforati dello stesso materiale dando luogo a grigliati trasparenti.”

Testo tratto da: Giancarlo De Carlo, Orfanotrofio e convento a Milano, “Casabella”, 207, settembre-ottobre 1955, pp.38-49.


#138

Case-albergo in via Corridoni Milano, 1947-50

architetto: tipo edilizio: tipologia strutturale: sistema costruttivo:

Luigi Moretti edificio per abitazioni struttura a telaio semplice c.a.

Ponti: “Per capire il mio pensiero io esorto i lettori milanesi ad andare in quel di Porta Vittoria a vedere nel rustica la casa-albergo che è sorta laggiù. Conoscendone l’architetto, che è artista che ha dato di se prove sicure è da pensare che il bellissimo aspetto architettonico di questa fabbrica risulti espresso nella casa finita.” Tedeschi: “Oggi le case albergo si erigono finite, bianchissime nel loro rivestimento di tesserine ceramiche. E hanno suscitato critiche e polemiche sui giornali, proprio perché, mantenendo fede alla lineare semplicità del rustico, non hanno accolto esteriori decorazioni posticce. La loro bellezza è una bellezza di rapporti: alla grande parete in cui le finestre numerose creano un vero partito architettonico, fa riscontro la stretta fronte completamente chiusa, divisa in mezzo dal lungo solco delle finestre. Sembra che queste case siano come dei bozzetti ingigantiti, e questa è forse la ragione per cui esse sono più belle viste da lontano.” Pagani: “Quattro file di pilastri in c.a., due centrali e due limitanti il muro d’ambito, collegati da un travetto in c.a. in spessore di solaio, costituiscono la struttura. Il corpo più alto è definito plasticamente dalla sua mole e dalla ripetizione degli elementi di composizione che ne accentuano unità e dimensione. La fronte interna ripete l’elemento finestra per tutta l’ampiezza con la sola interruzione centrale che, senza spezzare il ritmo, dona riposo all’ampia superficie. L’orizzontalismo del corpo basso si accosta per contrasto ai corpi alti”.

Testo tratto da: G. Ponti, Il rustico è architettura, “Domus”, 231, 1948, p.1; M. Tedeschi, Paesaggio urbano, “Domus”, 243, febbraio 1950, p.12; C. Pagani, Documentario dell’architettura italiana dal 1946 al ‘49, “Spazio”, 1, luglio 1950, pp. 35-46.


#191

Stabilimento Loro & Parisini Milano, 1951-57

architetto: tipo edilizio: tipologia strutturale: sistema costruttivo:

Luigi Caccia Dominioni, Vittorio Dubini edificio per uffici mensola a sbalzo, struttura a telaio semplice c.a.

“L’idea fondamentale del progettista era quella di gettare sopra i fabbricati esistenti un unico lunghissimo ‘ponte di comando’ in modo di lasciare la parte inferiore intatta nelle sue linee fondamentali e di permettere ottima visibilità ai suoi uffici. La soluzione sviluppandosi in un solo piano lungo una fronte di ben 150m presenta il notevole vantaggio di semplificare la distribuzione piantistica degli uffici, la loro flessibilità e di facilitare i percorsi. Il nuovo edificio è stato costruito impiegando in prevalenza materiali leggeri: strutture metalliche, vetri e cristalli.”

Testo tratto da: I nuovi edifici di uno stabilimento a Milano, “Casabella”, 217, 1957, pp. 40-46.


#95

Istituto Marchiondi Spagliardi Milano, 1953-57

architetto: ingegnere: tipo edilizio: tipologia strutturale: sistema costruttivo:

Vittoriano Viganò Silvano Zorzi edificio scolastico setto, struttura a telaio semplice c.a.

“Le caratteristiche ‘brutaliste’ sono di facile riscontro in quest’opera di Viganò: la chiarezza planimetrica, la struttura grezza ed esibita, l’unitaria impostazione formale, la rudezza degli incavi e degli aggetti che incidono i semplici prismi dei vari corpi di fabbrica, l’assenza di compiacimenti, la funzionalità interna dell’opera, la leggibile spazialità che ne risulta. Tutto l’organismo è modulato in pianta sul reticolo base di 3x5m, in alzato sulle quote base di 2,5, 3,5 e 5m. I pilastri e le travi sono costantemente a sezione rettangolare allungata. Alle strutture verticali è affidato solo il compito di appoggio e impedimento al rovesciamento laterale delle travi; pertanto i pilastri piatti o le pareti di sostegno sono provviste di una propaggine che progredisce in altezza fino al sommo della trave. Le travi, alte e strette, sono semplicemente appoggiate su due o più punti; generalmente il solaio offre massa e compressione al bordo compresso della trave, ciò che consente travate di luce notevole, senza eccessivo dispendio di armatura metallica. Portanti pure sono alcuni setti o diaframmi verticali nonché le pareti piene di testata di alcuni edifici. Solo l’edificio scuola elementare presenta coperture a voltine, tuttavia spiccantisi da travi continue alte e strette, rette da pilastri piatti in squadra. Sono stati eliminati, ovunque possibile, i pilastri interni, per la massima flessibilità, anche futura d’impiego.”

Testo tratto da: R. Pedio, “Brutalismo” in forma di architettura, il nuovo istituto Marchiondi a Milano, in “L’architettura cronache e storia”, 40, febbraio 1959, pp. 682-689.


#19

Padiglione d’Arte Contemporanea Milano, 1947-54

architetto: tipo edilizio: tipologia strutturale: sistema costruttivo:

Ignazio Gardella spazio espositivo - museo struttura a telaio semplice acciaio

“La copertura è costituita da una intelaiatura di capriatelle di ferro, con manto in lastre di vetro retinato. Al disotto un diaframma orizzontale, costituito da lamelle in alluminio verniciato di bianco, orientabili in modo da modulare la luce, suddivise in diverse sezioni che possono essere appese a quote diverse per variare l’altezza degli spazi di esposizione. La struttura è composta da pilastri metallici (profilo H) che collaborano a sorreggere il sistema del tetto con testate laterali in muratura. La copertura, sia della balconata che della sala è costituita da falde inclinate di vetro retinato su intelaiatura metallica, al di sotto delle quali è sospeso un soffitto sagomato in modo da guidare la luce sulle pareti. Il soffitto resta in ombra e sono evitati i riflessi sul pavimento mentre una luce piena uniforme illumina queste opere d’arte di particolare finezza di segno e di piccole dimensioni che sono meglio godibili nell’ambiente basso e raccolto.”

Testo tratto da: S.R., Galleria d’arte contemporanea a Milano, “Metron”, 37, luglio-agosto 1950, pp. 32-33; G. C. Argan, L’architettura del museo, “Casabella”, 202, settembre-ottobre 1954, pp. 4-16.


#19

Chiesa al quartiere QT8 Milano, 1947-55

architetto: tipo edilizio: tipologia strutturale: sistema costruttivo:

Ludovico Magistretti, Mario Tedeschi chiesa pilastro, costolone, arco c.a.

“La struttura è in pilastri di c.a. che portano un anello sul quale vengono scaricati gli sforzi della cupola in laterizio con costolature radiali di cemento. Il materiale di riempimento è la muratura di mattoni; a vista sotto il portico del piano terreno ed intonacata a civile alla quota del matroneo. La necessità di curare il problema acustico data la forma circolare dell’aula ha suggerito di creare tutt’attorno una cortina sforata di mattoni pieni che ricopre e protegge l’intonaco assorbente della facciata interna del muro perimetrale e funziona da ‘trappola dei suoni’.”

Testo tratto da: Chiesa del quartiere QT8 a Milano, “Casabella”, 208, novembre-dicembre 1955, pp. 42-48.


#43

Chiesa di San Gabriele Arcangelo in Mater Dei e complesso ecclesiastico Milano, 1956-61

architetto: ingegnere: tipo edilizio: tipologia strutturale: sistema costruttivo:

Achille Castiglioni, Pier Giacomo Castiglioni Carlo Ghezzi chiesa pilastro a forcella. portale c.a.

“L’edificio parrocchiale ha una struttura portante in cemento armato su fondazioni continue e murature di chiusura e partizione interna in laterizio forato, con copertura parte a terrazza, parte a falda. Due grandi pilastri, rivestiti in cotto, si biforcano a V e introducono al portico, sorreggendo travi incrociate in c.a. sulle quali poggia il grande tetto. La chiesa ha sia sistema portante di pilastri e portali-travi in c.a., esternamente rivestita in cotto. Varcato l’ingresso ci accoglie lo spazio di un’unica navata, allungata e conclusa da una abside a pianta triangolare.”

Testo tratto da: Chiesa in via delle Termopili a Milano, “Casabella”, 224, febbraio 1959, pp.25-28.


#136

Palazzo per uffici e abitazioni in via Senato Milano, 1947-49

architetto: tipo edilizio: tipologia strutturale: sistema costruttivo:

Marco Zanuso, Roberto Menghi edificio per abitazioni e uffici struttura a telaio semplice c.a.

“Le facciate, perfettamente lisce, rivestite in granito rosa lucidato, sono percorse dal motivo verticale e parallelo delle finestre a ghigliottina, collegate l’una con l’altra, verticalmente, dagli sfondati rivestiti in grès ceramico marrone scuro. La facciata principale è tagliata, in tutta la sua altezza, da una ampia vetrata continua in cristallo, una superficie trasparente di circa 120mq, corrispondente alle sale di rappresentanza dei vari piani. Attraverso la parete in cristallo si intravvedono, ad ogni piano, le fasce orizzontali del pannello in grès ceramico colorato, di Lucio Fontana, e le quinte, trasparenti anch’esse, delle “venetian blinds” in acciaio. La struttura portante è del tipo normale a pilastri e travature principali in c.a. e solai in laterizi con soletta in cemento.”

Testo tratto da: Una nuova architettura nel vecchio centro di Milano, “Domus”, 242, gennaio 1950, pp. 1-8; C. Pagani, Documentario dell’architettura italiana dal 1946 al ‘49, “Spazio”, 1, luglio 1950, pp. 35-46; C. Pagani, Architettura italiana oggi, Hoepli, Milano 1955.


#190

Torre al Parco in via Revere Milano, 1953-56

architetto: ingegnere: tipo edilizio: tipologia strutturale: sistema costruttivo:

Ludovico Magistretti, Franco Longoni A. Rognoni, Mario Guerci, P.A. Papini torre residenziale struttura a telaio semplice c.a.

“Tutti i piani superiori, salvo il primo ad uffici, fino al ventesimo, sono destinati ad abitazioni ed articolati in due appartamenti, uno di 6 e l’altro di 9 locali. Due locali possono essere aggiunti o tolti all’uno o all’altro degli appartamenti che godono entrambi di un soggiorno e di un ampio terrazzo panoramico. Sulla variata disposizione delle terrazze e dei soggiorni, si imposta la soluzione adottata che, prevedendo la possibilità di appartamenti su due piani e più semplicemente ritenendo di poter dare ai diversi appartamenti spazi e viste diverse di soggiorno e terrazza, conferisce un’espressione volumetrica che vuole distaccarsi dallo spirito del grattacielo inteso come algebrica moltiplicazione di piani troncata ad una certa altezza dai regolamenti, per restituire e per esprimere, per quanto è possibile, una individualità di singole dimore, anche se determinate circostanze ambientali, economiche e urbanistiche consigliarono una comunità organizzata verticalmente.”

Testo tratto da: Una torre per abitazioni al Parco di Milano, “Casabella”, 217, 1957, pp. 36-39; R. Pedio, Linea lombarda: Opere di Vico Magistretti, “L’architettura cronache e storia”, 57, luglio 1960, pp. 150-163.


#51 Torre Velasca Milano, 1950-58

architetto: ingegnere: tipo edilizio: tipologia strutturale: sistema costruttivo:

L. Barbiano di Belgiojoso, E. Nathan Rogers, E. Peressutti Arturo Danusso grattacielo, edificio per abitazioni e uffici pilastro a sezione variabile, puntoni, nervature incrociate, pilastro a T c.a., prefabbricazione

“Le strutture verticali comprendono un nocciolo centrale (scale+vani ascensore) ed una serie di 16 pilastri perimetrali a sezione trilobata, che appoggiano su una fondazione scatolare, coincidente con il secondo piano interrato. Di notevole problema statico il sistema dei puntoni che reggono, con 3,2 m di sporgenza, gli ultimi 7 piani e i volumi tecnici. I piloni legano insieme le due parti, si inclinano in corrispondenza dell’aggetto staccandosi dalla facciata per poi tornare verticali – un sistema di tiranti lega il sistema di pilastri. La struttura è stata calcolata in parte con la verifica pratica sui modelli eseguite dall’ISMES di Bergamo. I pilastri perimetrali cambiano sezione: al piano terra la sezione è quadrata perché permette gli ingombri minimi verso l’esterno. Dal terzo piano la sezione è a T: la nervatura verso l’esterno resta a vista nel volume superiore alle abitazioni. Un intonaco grezzo in graniglia di marmi rosati veronesi riveste la struttura cementizia mentre i pannelli prefabbricati inglobano frammenti di klinker rossi e gialli a loro volta legati da graniglia di marmi veronesi - le murature di riempimento e i pilastrini sono prodotti fuori opera.”

Testo tratto da: Tre problemi di ambientamento, “Casabella”, 232, ottobre 1959, pp. 4-24; G. Samonà, Il grattacielo più discusso d’Europa: la Torre Velasca a Milano; L’ossatura della Torre Velasca, “L’architettura cronache e storia”, 10, febbraio 1959.


#125 Edificio in via Circo Milano, 1956

architetto: tipo edilizio: tipologia strutturale: sistema costruttivo:

Luigi Figini, Gino Pollini edificio per abitazioni struttura a telaio semplice c.a.

“Le strutture sono in c.a., rivestite all’esterno con intonaco di cemento e graniglia. Pannelli di riempimento in cubetti di porfido stradale: per i piani arretrati elementi di maggior dimensione dello stesso porfido.”

Testo tratto da: L. Quaroni, Due opere di Luigi Figini e Gino Pollini, “L’Architettura cronache e storia”, 48, ottobre 1959, pp. 390-399.


#159

Casa di abitazione in via Piave Milano, 1945-51

architetto: tipo edilizio: tipologia strutturale: sistema costruttivo:

Vittoriano Viganò, Carlo Pagani edificio per abitazioni struttura a telaio semplice c.a.

“(Moretti) Si guardi quale curioso, ammirevole, vento di boschi, distesa secentesca di giardino, abbia suscitato la fila dei platani di una circonvallazione cittadina, fragorosa e tranviaria che pure sia, in Pagani e Viganò quando disegnavano la casa a logge sul viale Piave a Milano. È bastato che essi sentissero con una certa preferenza la visione longitudinale del viale, orientando alquanto di sbieco le terrazze con l’aiuto di uno schermo murario e di tende, perché spontaneo nascesse lo spazio intorno alla loro casa con il respiro di un ideale maestoso boulevard all’orizzonte confluente in bosco. La piena vista trasversale del viale con i grigi prefabbricati frontali avrebbe sopportato il peso, quasi l’angoscia della città; la longitudinale che può misurare qualche decina di alberi ha già il respiro della natura. La casa cittadina di Pagani e Viganò, per questo spirito di isolamento, di amore alle lunghe prospettive, per questo persi l’aria a pieni polmoni, è opera di schietta ispirazione; è architettura giuocata intorno a una idea chiara, sentita, direi, con fisica aderenza, con energia giovanile. La sintassi della costruzione è eccellente: le ossature corrono chiare; le strutture pubblicitarie e di chiusura dei negozi si sovrappongono ai ritmi statici del basamento senza nasconderli; le pensiline al sommo della casa dichiarano, con i loro legamenti ai pilastri, l’ordinanza della struttura orizzontale di ciascun piano. (Pagani) La struttura portante, tre ordini di pilastri a sezione rettangolare, è arretrata rispetto ai balconi e ai muri di confine, a sbalzo: il prospetto è articolato da muri portati inclinati di 45 gradi che schermano da nord i balconi e da parapetti pieni.” Testo tratto da: Casa d’abitazione in viale Piave, “Metron”, 45, 1952, pp. 40-45; Architettura a Milano, “Domus”, 269, aprile 1952, p. 14-17; L. Moretti, Terrazze sui platani, “Spazio”, 7, dicembre 1952, pp. 58-60, C. Pagani, Architettura italiana oggi, Hoepli, Milano 1955, pp. 74-77.


#156

Complesso per uffici e abitazioni in corso Italia Milano, 1949-56

architetto: tipo edilizio: tipologia strutturale: sistema costruttivo:

Luigi Moretti edificio multifunzionale struttura a telaio semplice c.a.

“Se è possibile, sotto ogni aspetto, soddisfare in gran parte la disparità di utenze, gli immobili avranno assicurato un rendimento economico eccellente, ben superiore a quello degli immobili di scarsa o nulla flessibilità. Il disegno del complesso immobiliare è stato basato su una lata flessibilità di funzioni degli spazi. In altra occasione illustreremo la volumetria di questo insieme di edifici, notevole per la sua impostazione strettamente parametrica, cioè procedente dalla serie determinante dei vincoli dello spazio nella quale è progettata. La flessibilità di funzioni degli spazi disponibili del complesso immobiliare è stata principalmente ottenuta: a) con i solai a piastra, cioè senza alcun trave a vista e quindi senza impedimenti a qualsivoglia suddivisione interna; b) impianti incorporati nei solai e direttamente proporzionali alle superfici; c) interassi longitudinali dei pilastri da 360cm, di modulo base di 90cm, ottimo per uffici e abitazioni; dimensionamento trasversale da 1600cm capace del triplo e del quadruplo corpo di fabbrica; d) i solai tutti a sbalzo dal filo dei pilastri per una dimensione da 140 a 270cm, tali da consentire la chiusura degli esterni quale si voglia, cioè con logge o senza e qualunque sia la spartizione dei locali interni.” “La struttura del fabbricato più alto è in c.a. con fondazioni a travi rovesce, pilastri su due navate con travi continue longitudinali in spessore di solaio. La flessibilità di funzione degli spazi è ottenuta principalmente per mezzo di solai a piastra che, evitando travi a vista, permettono diverse divisioni interne. I solai, essendo inoltre a sbalzo dal filo dei pilastri, consentono chiusure esterne, con loggia o senza, qualunque sia la ripartizione interna. La distribuzione volumetrica di questo insieme di edifici è basata su di una impostazione parametrica, generata dai vincoli dello spazio sul quale è nato il complesso. Gli aspetti estetici raggiunti offrono un esempio di liberazione da una composizione architettonica rigidamente concepita secondo gli assi cartesiani; liberazione che si individua nella ricerca verso forme che, pur rispondendo alla logica delle interne necessità distributive, non rifuggono da valori plastici fortemente emotivi. Testo tratto da: Sulla flessibilità di funzione di un complesso immobiliare urbano, “Spazio”, 6, dicembre 1951-aprile 1952, pp. 4344; C. Pagani, Architettura italiana oggi, Hoepli, Milano 1955, pp.182-185.


#55 Palazzo del lavoro Torino, 1959-61

ingegnere: tipo edilizio: tipologia strutturale: sistema costruttivo: impresa:

Antonio Nervi, Pier Luigi Nervi, Gino Covre padiglione espositivo nervatura, pilastro rastremato a sezione cruciforme, pilastro a fungo, solaio a nervature incrociate acciaio, c.a., prefabbricazione Nervi-Bartoli

“L’impostazione del progetto doveva andare verso soluzioni costruttivamente semplici ed uniformi, tali da permettere l’impiego di prefabbricazioni di serie, e soprattutto una progressività costruttiva che rendesse possibile iniziare le finiture su una limitata porzione di edificio e proseguire di pari passo con il progressivo completamento del rustico. La copertura è formata da 16 quadrati a fungo di 38x38m sostenuti da altrettanti pilastri e tra loro costruttivamente e staticamente indipendenti. I funghi sono separati da tre strisce continue di lucernari larghi 2m, permettendo un’illuminazione diffusa e un isolamento visuale di ciascun fungo. Il montaggio delle vetrate inizia dopo il montaggio del primo fungo. Per ragioni climatiche (cantiere invernale) e di finiture del cemento armato, è stata scelta una struttura mista: c.a. per i solai e i grandi pilastri di sostegno (cruciformi e a forte rastremazione), e una struttura in acciaio per i funghi (nervature radiali). Per i solai intermedi viene studiato un tipo a grandi riquadri di 10x10m con travi prefabbricate e solettone a laterizi armati nei due sensi.”

Testo tratto da: Il concorso per il Palazzo del Lavoro a Torino, “Casabella”, 235, gennaio 1960, pp. 33-42.


#49

Chiesa del Gesù Redentore, Torino, 1953-57 Torino – Mirafiori, 1953-57 architetto: ingegnere: tipo edilizio: tipologia strutturale: sistema costruttivo:

Nicola Mosso, Leonardo Mosso Livio Norzi chiesa cupola reticolare, nervature incrociate c.a.

“La chiesa venne progettata con una pianta a forma longitudinale (1000mq), senza transetto. Il perimetro murario della chiesa è formato da sette spezzate per ogni lato maggiore, le quali si ripetono con angoli di sessanta gradi. Si tratta di robusti contrafforti collocati obliqui alle pareti laterali (la loro disposizione giustifica l’esiguo spessore dei setti), sulle quali poggia la copertura. La copertura è formata da un particolare sistema reticolare in cui gli assi delle aste, proiettati sul piano orizzontale, formano un intreccio di triangoli equilateri di tre metri di altezza. La dimensione, adottata quale modulo longitudinale orizzontale, unita ad un secondo modulo orizzontale trasversale (3,4m, il lato del triangolo) e ad un terzo modulo verticale di 2,45m, costituisce l’unità tridimensionale del reticolo volumetrico comprendente l’edificio e determinante gli incroci delle linee fondamentali ed i punti caratteristici principali che definiscono il sistema statico della composizione architettonica.”

Testo tratto da: Chiesa nel Quartiere Mirafiori a Torino, “Casabella”, 229, luglio 1959, pp. 30-37.


#52

Edificio per abitazioni e uffici in corso Francia Torino, 1955-59

architetto: L. Barbiano di Belgiojoso, E. Peressutti, E. Nathan Rogers ingegnere: Giulio Pizzetti, Gian Franco Fasana tipo edilizio: edificio per abitazioni e uffici tipologia strutturale: pilastro a sezione variabile, struttura a telaio semplice sistema costruttivo: c.a. “Gli alloggi sono ricavati nella parte più alta dell’edificio, al primo piano e nei piani superiori della torre sono collocati gli uffici; al piano terreno negozi con ampi portici. La struttura è l’elemento unitario della costruzione: i pilastri che sostengono la parte al di sopra del primo piano trasmettono i carichi dello stesso al piano terreno attraverso un’inclinata che è studiata in modo da suddividere la componente diagonale degli sforzi in due forze assiali, uno orizzontale che cimenta la copertura della soletta del piano terreno, l’altro scaricato verticalmente sui pilastri dello stesso. Nella parte alta dell’edificio i pilastri che dal secondo piano fuori terra sporgono di 1.20m, si raccordano, attraverso la struttura del tetto, costituendo un insieme senza soluzione di continuità. Gli uffici sono in gran parte chiusi da ampi serramenti in ferro; gli alloggi sono caratterizzati da terrazze e verande, ma il tamponamento è stato eseguito con un muro di mattoni a vista. Il calcestruzzo delle parti a vista della struttura è stato spruzzato o martellinato – al livello dei portici è rivestito in trachite.

Testo tratto da: Tre problemi di ambientamento, “Casabella”, 232, ottobre 1959, pp. 4-24


#166

Padiglione del Salone dell’Automobile Torino, 1958-59

ingegnere: tipo edilizio: tipologia strutturale: sistema costruttivo: impresa:

Riccardo Morandi padiglione espositivo copertura a maglia romboidale, biella, tiranti c.a., c.a. precompresso F.lli Giovannetti, Roma

“Questo era il tema proposto a Morandi: cavernicoli, per rispettare il paesaggio. Così ancora un salone per esposizioni: un tema quasi senza vincoli: uno solo anzi, la massima distanza tra pareti di perimetro, la massima liberazione da ogni appoggio. Anziché accostare le strutture, le ha intrecciate; ha rivolto verso la terza dimensione le membrature portanti: gioco vecchio, come nelle crociere gotiche, e di grande effetto. Ancora ha disposto uno schema statico a prima vista strano: la copertura pare ipostatica, e lo è infatti, se non fosse per le brevi efficacissime bielle laterali precompresse. Non dico che un visitatore, entrando, conti i vincoli, è però certo che non può valutare portanti i grandi muri inclinati, ma vede tutte le travature appoggiate fra coppie di cerniere. Queste cerniere sono tipiche per il c.a. come quelle di Contamin all’Esposizione di Parigi del 1889 lo furono per il ferro. Il loro taglio è netto, esemplare. I puntoni che le collegano rivelano nella marcata entasi una ulteriore ricerca espressiva, che va al di là della funzione. Come pioniere, come inventore, nel dosaggio delle forze, nel disegno di ‘macchine’, nella definizione di spazi, Morandi ci appare operatore folle e geniale, e ciò che conta, maestro vittorioso.” “La struttura è costituita da una maglia romboidale multipla in c.a. precompresso, poggiante su puntoni obliqui disposti a biella e resa iperstatica da due tiranti all’estremità degli sbalzi. Le biellette laterali sono realizzate in modo da comportarsi a tutti gli effetti come tiranti in calcestruzzo anziché in acciaio, e ciò mediante una particolare precompressione in esse introdotta. La struttura nel suo complesso risulta in equilibrio staticamente determinato per quel che riguarda i carichi permanenti; solo per la determinazione degli effetti dei sovracarichi accidentali si è resa necessaria la preventiva risoluzione di un sistema iperstatico.” Testo tratto da: R. Gabetti, Il nuovo Padiglione del Salone dell’Automobile di TorinoEsposizioni; La struttura del nuovo Padiglione di Torino-Esposizioni, in “L’architettura cronache e storia”, 53, marzo 1960, pp. 730-737; 784-785.


#33 Bottega D’Erasmo Torino, 1953-56

architetto: Roberto Gabetti, Aimaro Isola tipo edilizio: edificio per abitazioni e negozi tipologia strutturale: struttura a telaio semplice sistema costruttivo: c.a. “La struttura è data da una fitta maglia di pilastri in c.a., predisposta per sopportare i forti carichi dei libri. Le facciate sono in muratura di mattoni paramano, con giunto a filo, come è in uso nella tradizione edilizia torinese. Lo zoccolo e le parti in pietra sono in lastre di pietra di Luserna, come pure i parapetti dei balconi fermati da piastre a vite e attacchi di ferro zincato. All’interno, gli alloggi sono serviti da una scala dal disegno ricercato, con gradini prefabbricati in graniglia e lastra di marmo incorporata nel getto.” “(…) Avete guardato alla storia e nella storia scelto un particolare periodo; né questo ci scandalizza… Ma perché avete eletto a madre proprio l’architettura della fine del secolo? Quali segrete speranze sono riposte là, che potentemente ci attraggono? È una fuga dalla dura realtà di oggi o il tentativo di additare, riconoscendo la chiusura di recenti illusioni, nuovi valori da perseguire? La strada che si apre davanti a noi è via che non concede ormai più alternative, nemmeno a voi che siete tentati di fare, dei segni di una crisi della cultura, un atto intimista. Il riconquistato senso della storia ci pone tutti in modo preciso di fronte alle nostre responsabilità di intellettuali. O saremo coglierne la sostanza civile, narrare, celebrare e commuovere, o ci aspetta il terribile silenzio di una incomunicabile perfezione.” Testo tratto da: V. Gregotti, L’impegno della tradizione, “Casabella”, 215, aprile-maggio 1957, pp. 63-75.


#35

Palazzo della Borsa Valori Torino, 1953-56

architetto: ingegnere: tipo edilizio: tipologia strutturale: sistema costruttivo: impresa:

Roberto Gabetti, Aimaro Isola Giorgio Raineri edificio terziario volta a padiglione, volta ad archi poligonali, volta sottile c.a., c.a. precompresso P. Monateri, Torino

“La copertura è stata realizzata con una volta a padiglione, impostata su base quadrata. Il procedimento tecnico-costruttivo adottato, volte sottili autoportanti e c.a. precompresso, ha permesso di realizzare questa cupola con una struttura di estrema leggerezza malgrado la notevole portata (cca 40m). I venti pilastri di sostegno, a un interasse di 7,7m, sono collocati lungo il perimetro dell’edificio e determinano agli estremi di ciascun lato di questo, due mezzi campi. Una catena in cemento precompresso collega questi pilastri e risulta perciò, in pianta, di forma quadrata ad angoli smussati. Oltre a contenere le forti spinte scaricate dalla soprastante cupola, essa costituisce anche il corrente esterno della struttura di collegamento della cupola con i pilastri. La grande volta a padiglione ha come direttrice una spezzata poligonale ed è costituita da una struttura reticolare, a maglia quadrata, di travi in c.a. precompresso. Questa struttura, è collegata alla piastrata perimetrale mediante un secondo sistema reticolare di travi, a maglia triangolare, nel quale sono stati ricavati ampi lunotti. La catena perimetrale e le aste di parete tese sono realizzate in precompresso, secondo il sistema ZEISS-DYWIDAG, di cui è concessionaria l’impresa costruttrice.

Testo tratto da: Il palazzo della Borsa Valori di Torino, “Casabella”, 215, aprile-maggio 1957, pp. 72-75.


#226 Cinema

Montecchio Maggiore (Vi), 1957 architetto: ingegnere: tipo edilizio: tipologia strutturale: sistema costruttivo: impresa:

Sergio Ortolani Sergio Musmeci cinema, copertura soletta corrugata c.a. Tamiozzo, Montecchio

“Problema: edificare un cinema parrocchiale, ma atto a sostenere la concorrenza: perciò costo bassissimo ma veste architettonica di richiamo. Un amico suggerisce al parroco di MM di rivolgersi a un architetto: ne nasce l’incarico per Ortolani e Musmeci. La zona è urbanisticamente povera di carattere... Musmeci cerca da tempo alcune controprove alla validità espressiva, strutturale ed economica delle coperture a soletta corrugata. La copertura (soletta in c.a. resistente per forma) è costituita da una struttura “in foglio”, ossia da una volta sottile poliedrica, spessa 10cm circa. È composta da una serie di lastre piane triangolari, che si incontrano secondo diverse inclinazioni. Il ferro di armatura è costituito da una rete di tondini di piccolo diametro, rinforzata in corrispondenza degli spigoli inferiori. Incrociandosi questi in pianta, così da formare una serie di x, si ottiene automaticamente un ottimo irrigidimento e controventatura dell’insieme. Le armature principali proseguono senza alcuna frattura per tutta la loro lunghezza; i ferri non vengono interrotti ne piegati sulle solette a sostenere sforzi di taglio. Ciò è conseguenza del variare della sezione resistente offerta dall’ondulazione della soletta in quasi completo accordo col variare del momento flettente globale. Nella scelta della forma si è cercato infatti di seguire il più possibile il regime degli sforzi interni; l’ondulazione risulta così più accentuata in corrispondenza dell’asse del cinema, dove la rigidezza richiesta dai momenti flettenti globali è massima. “Si tratta – dice Musmeci – del mio primo tentativo per adeguare la forma al contenuto statico di una struttura”. Il punto meno felice ci sembra stia, in questo caso, proprio nella collaborazione tra i due professionisti. Ciascuno di essi ha interpretato correttamente il compito: ma mentre la struttura si articola su un’innovazione strutturale unitaria, e quindi armonica, l’architettura si spezza in episodi, che talvolta appaiono sordi.” Testo tratto da: G. Morgan, Cinematografo a Montecchio Maggiore presso Vicenza, “L’architettura cronache e storia”, 69, luglio 1961, pp. 162-167.


#26 Mercato dei fiori Pescia, 1948-55

architetto: ingegnere: tipo edilizio: tipologia strutturale: sistema costruttivo: impresa:

Leonardo Savioli, Leonardo Ricci Giuseppe Gori, Enzo Gori copertura arco, volta sottile c.a., laterizio armato Flli. Minnetti

“La copertura della grande piazza è realizzata con una comune volta laterizia, a elementi prefabbricati. La spinta è contrastata con speroni che servono di sostegno alla pensilina sovrastante. L’interasse dei sostegni è di 14,40m. La continuità della linea d’imposta delle volte è assicurata con archi in piano obliquo in c.a. collaboranti con la volta stessa attraverso timpani di raccordo e gettati fra gli speroni. L’equilibrio degli archi richiede alle testate delle volte speroni obliqui che costituiscono il fermo funzionale ai due estremi: essi sono diretti secondo la risultante dei carichi e delle spinte. Hanno anche una funzione distributiva in quanto determinano la forma planimetrica delle piazzette di testata e acquistano valore estetico confermando plasticamente la funzione di transito. La linea d’asse della volta è tracciata secondo la funicolare dei carichi permanenti: ne risulta pertanto una catenaria. Il profilo degli archi segue una curva spaziale anche se poco sensibile. Ne risulta una curva praticamente coincidente con una parabola.”

Testo tratto da: Il mercato dei fiori di Pescia, “Casabella”, 209, gennaio-febbraio 1956, pp. 28-33.


#162 Stabilimento Raffo

Pietrasanta (Lucca), 1956 architetto: ingegnere: tipo edilizio: tipologia strutturale: sistema costruttivo:

Leo Calini, Eugenio Montuori Sergio Musmeci copertura, stabilimento industriale soletta corrugata c.a.

“Questo stabilimento offre un esempio di copertura in soletta sottile autoportante che si aggiunge ai molti altri di questi ultimi dieci o quindici anni, e che da questi non si distingue particolarmente per le dimensioni o per altra caratteristica strettamente tecnica. Se qualche cosa vi può essere di interessante e di diverso in questa struttura, è forse il tentativo di ricercare il filo conduttore di un pensiero statico capace di determinarne le caratteristiche formali. In generale il pensiero statico da cui sono scaturite tutte le realizzazioni di questo tipo (volte sottili curve o scatolari) è l’idea elementare che una soletta ondulata o corrugata è irrigidita in modo tale da divenire autoportante o resistente per forma. Ciò chiarisce perché le volte sottili, che sono giustamente considerate fra le strutture più moderne e, in particolare, più aderenti alle possibilità del c.a., difficilmente siano occasione per una vera architettura strutturale, intesa come architettura che trovi i propri mezzi espressivi unicamente o prevalentemente nel fatto statico. Le sole proprietà spaziali e plastiche sono più che sufficienti a motivare l’architettura, e le volte sottili consentono una grande libertà compositiva su questo piano. Lo stabilimento Raffo doveva essere costruito con rapidità e soprattutto con una spesa ridotta. Non doveva soddisfare praticamente ad altre esigenze se non a quelle statiche precisate dalle luci libere che bisognava realizzare. Era quindi un’occasione favorevole per effettuare una specie di “esperimento” nel senso che si è detto: vedere fino a che punto una volta sottile può esprimere con la sua forma il suo stesso equilibrio statico. Si è progettata una copertura in soletta sottile gettata in opera su cassaforma in legname e destinata a rimanere in vista. Si è ritenuto più semplice costruttivamente comporre la struttura con tratti di soletta piana dello spessore di 10cm. Nel c.a. le tensioni sono incanalate nei fasci di ferro delle armature principali, e poiché queste tendono a localizzarsi in certi spigoli, è naturale che si cerchi di mantenerli il più possibile diritti e continui. Sono questi spigoli che debbono collegare geometricamente le varie parti della struttura come un traliccio rigido di linee. L’intuizione che lungo esse corra una tensione contribuisce a fissare la forma della volta, togliendole il senso dell’arbitrarietà. La compressione è stata invece sempre mantenuta in tratti di soletta larghi in modo da consentirne la diffusione e, anche qui, con l’intenzione di rendere espressa questa caratteristica.” Testo tratto da: S. Musmeci, Copertura pieghettata per una industria a Pietrasanta, “L’architettura cronache e storia”, 52, febbraio 1960, pp. 710-713.


#178 Borsa merci Pistoia, 1949-50

architetto: Giovanni Michelucci tipo edilizio: edificio terziario, edificio multifunzionale tipologia strutturale: mensola a sbalzo, struttura a telaio semplice sistema costruttivo: c.a. “La struttura portante dell’edificio è costituita da sette telai semplici, con mensole su montanti, ad eccezione della struttura di facciata, realizzata mediante un telaio continuo con struttura a sbalzo. Le mensole sostengono il ballatoio interno. I telai sono vincolati a cerniera su grossa trave in c.a. sistemata sul muro perimetrale dello scantinato. In corrispondenza del piede dei telai sono disposte le travi appoggiate continue sui pilastri portanti il solaio sovrastante lo scantinato. Il ballatoio è costituito da solaio in laterizio armato, appoggiato sulle mensole ancorate ai pilastri del portale. L’intelaiatura di sostegno delle scale di accesso al ballatoio è formata da due telai doppi, impostati su pilastri indipendenti. La costruzione sorge in un ambiente eterogeneo ove gli edifici circostanti hanno diverso carattere, funzione e non lieve contrasto. L’ambiente stilistico non ha influenzato la composizione, realizzata come organismo obiettivo aderente alle sue necessità ed a una funzione determinata. Le modeste dimensioni, la partitura geometrica interrotta sul fianco, il cui andamento verticale si allaccia all’orizzontalismo della fronte, la trasparenza delle vetrate, il materiale adottato ed i colori della pietra sono elementi determinanti della composizione architettonica, la quale, pur riattivando urbanisticamente una zona precedentemente slegata, si inserisce con naturalezza nell’ambiente, pur denunciando chiaramente un attuale periodo architettonico.”

Testo tratto da: E. Rossi, La nuova Borsa Merci di Pistoia, “Edilizia moderna”, 46, giugno 1951, pp. 75-76; C. Pagani, Architettura italiana oggi, Hoepli, Milano 1955, pp. 165-167.


#141

Chiesa di Sant’Antonio Abate Recoaro Terme (VI), 1949-51 architetto: ingegnere: tipo edilizio: tipologia strutturale: sistema costruttivo:

Giuseppe Vaccaro Giuseppe Chemello chiesa arco ribassato, muratura portante, volta elittica, volta sottile c.a., pietra

“Murature portanti di pietrame rivestite, all’interno e all’esterno, con lastre di Chiampo chiaro e scuro e di Rosso di Verona. Pilastri e archi ribassati di c.a. fra le due navate. Copertura della navatella a volte leggere di c.a. a superfici rigate. Copertura della navata maggiore retta da arcate elittiche formate da tralicci di c.a. irrigiditi da pannelli di laterizi forati. Arcate a spinta eliminata aventi sezione massima in chiave e minima all’imposta. Collegamento fra le arcate costituito da solette miste di laterizio e c.a. Rivestimento esterno delle coperture a lamine di rame. In complesso diremmo che questa chiesa si è generata dall’interno, sviluppandosi, come è logico, dalle esigenze espressive e funzionali del rito cui è destinata. Si direbbe che le “mansioni” liturgiche, come in una sacra rappresentazione, abbiano determinato l’invaso nella sua essenzialità costruttiva e nobiltà rappresentativa. Nell’esterno è invece meno avvertibile l’univocità della legge che governa e modula l’interno. La navata si sviluppa spoglia e solenne entro le murature di pietra e sotto il gran cofano della volta. L’abside poligonale è coperta da una volta a spicchi che, superando la copertura della navata, consente un’apertura a lunula, dalla quale il presbiterio risulta inondato di luce, innovando il precetto albertiano. Soprattutto nell’interno taluni elementi, gli arconi elittici della volta, gli archi ribassati della navatella, gli spazi poligonali, il muro di muda pietra, alludono al medioevo, ma qui l’allusione, più assai che il valore di una risonanza, ha il senso di una spirituale congenialità che si attua in strutture e forme affatto originali e indipendenti con le quali Vaccaro, in definitiva ha saputo comporre uno dei rari esempi di chiesa moderna.”

Testo tratto da: A. Pica, Chiesa di Recoaro Terme, “Spazio”, 7, dicembre 1952-aprile 1953, pp. 49-53.


#000 Villaggio Matteotti Terni, 1969-74

architetto: ingegnere: tipo edilizio: tipologia strutturale: sistema costruttivo:

Giancarlo De Carlo, Fausto Colombo, Valeria Fossati Bellani Vittorio Korach complesso residenziale setto c.a.

“Il quartiere è trattato come fosse un insieme di piastre sovrapposte nel quale sono scavati i sistemi di movimento pedonale e veicolare e i campi di edificazione. I campi di edificazione sono i luoghi dove le diverse tipologie trovano collocazione. Per rendere possibile il collocamento è stata definita una griglia tridimensionale che indica la posizione dei collegamenti verticali e l’inviluppo massimo dei volumi ammessi. Nella prima fase di attuazione, che è quella già costruita, la definizione delle tipologie ha fatto parte del processo di progettazione. Sulla base di una prima classificazione dei bisogni, messa a punto con tutti gli utenti potenziali, si è pervenuti alla definizione di cinque diverse cellule, ciascuna composta da tre nuclei diversi; per cui si sono ottenute complessivamente quindici soluzioni alternative. Successivamente con gli utenti reali (designati quando le costruzioni erano al rustico) è stata messa a punto una seconda classificazione di bisogni che ha portato a introdurre ancora tre varianti all’interno di ciascun nucleo. Si è perciò arrivati a poter disporre di 45 soluzioni alternative per i 250 alloggi costruiti nella prima fase.”

Testo tratto da: Giancarlo De Carlo, Alla ricerca di un diverso modo di progettare, “Casabella”, 421, gennaio 1977, pp. 17-25.


#000 Ponte sul Basento Potenza, 1967-76

ingegnere: tipo edilizio: tipologia struttura le: sistema costruttivo: impresa:

Sergio Musmeci, Aldo Livadiotti ponte - viadotto arco, volta c.a. Edilstrade, Forlì

“Non vi è soluzione di continuità né strutturale né figurale tra volata e appoggi: si tratta di un unico apparato che poggia per punti sul terreno e pure per punti sorregge la fettuccia dell’impalcato stradale, inarcando a seconda del necessario la sua amebica membrana tesa in arcate multiple e lievitanti. Alle due estremità ‘atterra’ dolcemente; e poiché è in pendenza, e questa va aumentando verso la città ‘appare in qualche modo, osserva Musmeci, adagiato sul paesaggio’.” “(Musmeci) Il primo compito del calcolo era di contribuire a determinare quale forma dovesse assumere la volta affinché in essa gli sforzi originati dai carichi permanenti risultassero di pura compressione e uniformi; la difficoltà maggiore riguardava il disegno dei bordi della volta, nei quali si volevano esclusi gli sforzi di flessione; e che quindi dovevano considerarsi come archi puri in equilibrio nello spazio. Si è voluta proporre un’alternativa al trilite, sintetizzata una forma pensata nello spazio in funzione del compito statico e capace di assolverlo con un’economia intrinseca ottenuta tendendo all’utilizzazione ottimale del materiale strutturale… sul piano del linguaggio si è cioè cercato di caricare la struttura di una propria capacità espressiva: della capacità di esplicitare e oggettivare la sua stessa natura. La forma della struttura è in grado di dare un’informazione completa sulla propria funzione. Cioè, sul modo in cui è ottenuta nello spazio la soluzione del problema strutturale… nella misura in cui la forma è riuscita ad essere organica, essa dovrebbe comunicare: non solo come fatto visuale, ma anche come qualcosa che raggiunge la mente; e non attraverso una lettura analitica, ma per un’impressione sintetica, diretta.” Testo tratto da: Ponte sul Basento e sulla zona industriale a Potenza, “L’architettura cronache e storia”, 247, maggio 1976, pp. 33-42.


#63

Magazzini Rinascente Roma, 1957-61

architetto: ingegnere: tipo edilizio: tipologia strutturale: sistema costruttivo: impresa:

Franco Albini, Franca Helg Gino Covre edificio commerciale struttura a telaio semplice acciaio, c.a. Antonio Badoni, Lecco

“La struttura metallica è impostata su una struttura in c.a. che giunge fino alla quota -10m comprendente due piani destinati a magazzini e servizi. L’orditura principale della struttura metallica corre in senso longitudinale; i solai, in lamiera nervata, poggiano sulla travatura secondaria costituita da putrelle di ferro perpendicolari alla facciata. La struttura verticale e orizzontale rimane in vista lungo il perimetro dell’edificio. La struttura è protetta (per esigenze dei v.d.f.) all’interno, da uno strato di amianto e cemento. I muri sono in pannelli prefabbricati leggeri in graniglia di granito e marmo rosso. I pannelli sono studiati in modo da contenere le canalizzazioni verticali dell’impianto di condizionamento e dell’impianto di spegnimento incendi e i pluviali. Le canalizzazioni orizzontali corrono in una cornice marcapiano di lamiera. Al perimetro della copertura corre una rotaia per il carrello necessario per la pulizia della facciata. La struttura esterna in vista è verniciata in grigio scuro. Elemento originale dell’edificio è una scala elicoidale realizzata completamente in acciaio, con correnti sagomati e gradini in lamiera, irrigidita da nervature saldate.”

Testo tratto da: Progetto per un grande magazzino a Roma, “Casabella”, 241, luglio 1960, pp. 18-25; Un grande magazzino a Roma, “Casabella”, 257, novembre 1961, pp. 2-13.


#69

Palazzina in via Archimede Roma, 1953

architetto: tipo edilizio: tipologia strutturale: sistema costruttivo:

Ugo Luccichenti edificio per abitazioni struttura a telaio semplice c.a.

“La pianta è vivamente mossa, particolarmente su via Archimede, con un alternarsi di balconi e bow-window obliqui all’asse stradale, giustificati dalla necessità di dare una visuale verso il fondo strada sull’ampia valle del Tevere, altrimenti impossibile, data la particolare strettezza della via. Questo movimento, arricchito dal gioco dei colori, spezzato orizzontalmente da ampie finestrature e dalla lucentezza dei vetri disposti nei parapetti dei balconi, ha creato un singolare prospetto, vivo nel colore e nei volumi. L’edificio è interamente intonacato e si eleva su di un piano rivestito di scorza di travertino. L’interno, razionalmente suddiviso in due appartamenti per piano, è rifinito con decorosa signorilità.”

Testo tratto da: Tre case popolari a Roma, “Domus”, 254, 1951; C. Pagani, Architettura italiana oggi, Hoepli, Milano 1955, pp. 72-73.; B. di Gaddo, Opere di Ugo Luccichenti, professionista romano, in “L’architettura cronache e storia”, 15, gennaio 1957, pp. 638-643.


#208

Sistemazione delle Cave Ardeatine Roma, 1944-51

architetti: tipo edilizio: tipologia strutturale: sistema costruttivo:

N. Aprile, C. Calcaprina, A. Cardelli, M. Fiorentino, G. Perugini monumento trave Vierendeel c.a.

“Tra le opere realizzate in Italia dopo la guerra, spetta alla sistemazione delle Fosse Ardeatine il primato dell’architettura monumentale. Ci sentiamo di affermare con tutta serenità che quest’opera resterà nella storia del movimento moderno italiano come una sicura conquista che nessun cambiamento di indirizzo figurativo e nessuna nuova moda potranno alterare. Oggi il Monumento è là, magnificamente modesto, straordinariamente eloquente nella sua semplicità, l’unica che si addice a ricordo di un massacro bestiale. Non descrizioni, non celebrazioni, non oratoria se non nel gruppo statuario: documento che basta in tanto strazio di memorie. Le gallerie dove avvenne l’eccidio dovevano essere conservate integralmente salvo le indispensabili opere di sostegno; il monumento doveva sorgere davanti un’immensa pietra prismatica posata sulle tombe che trovavano posto in un’ambiente oscuro, riflettente un senso di schiacciamento, appena rischiarato da un’asola di luce. Questo programma è stato interamente realizzato e il merito degli architetti innanzitutto va individuato i questa adesione all’idea iniziale condotta a-sistematicamente, rifiutando ogni velleità di arricchimenti figurativi. Le pareti e il pavimento sono in pietra sperone; le tombe uguali e poste in file parallele sono di granito del Trentino, il soffitto è di cemento lavorato alla punta. Ma un’osservazione architettonica potremmo fare, e cioè che, per realizzare una così unitaria immagine, è necessaria una notevole maturità figurativa, specie negli accorgimenti prospettici usati per non dare all’ambiente di 50x25m una prospettiva eccessivamente ampia.”

Testo tratto da: Sistemazione delle Cave Ardeatine, “Metron”, 45, giugno 1952, pp. 16-24.


#209

Palazzina in viale Aventino Roma, 1950

architetto: tipo edilizio: tipologia strutturale: sistema costruttivo: impresa:

Amedeo Luccichenti, Vincenzo Monaco edificio per abitazioni - palazzina portale, struttura a telaio semplice, trave a sezione variabile c.a. SACEC

“La palazzina è nel quartiere nel quale sorge uno dei pochi esempi di sensibilità allo spazio circostante. La facciata che si apre sul Circo Massimo e da cui le visuali sfondano verso il Palatino e il Celio è stata realizzata vuota, disegnata dalla regolare struttura; un insieme di cavità, le cui profondità sono regolate dai colori e della traslucidità dei vetri. Le facciate laterali accentuano l’importanza della facciata anteriore, caratterizzate dalla volontà di restare superfici di una scatola, che si apre soltanto su un lato. La sistemazione in pianta non è originale, ma gli ambienti sono tutti bene disimpegnati: quattro appartamenti per piano, con accesso da due scale diverse. Ciascuno degli appartamenti ha il soggiorno che affaccia verso visuali aperte.”

Testo tratto da: E.C., Palazzina di abitazione al viale Aventino, “Metron”, 45, giugno 1952, pp. 58-59.


#140

Casa della Cooperativa Astrea Roma, 1947-51

architetto: tipo edilizio: tipologia strutturale: sistema costruttivo:

Luigi Moretti edificio per abitazioni struttura a telaio semplice c.a.

“Il non felice orientamento dell’area ha consigliato di chiudere quanto possibile la casa verso strada per difenderla dai venti e dal freddo di tramontana e di aprirla verso gli spazi laterali e interni che offrono una buona insolazione. Perciò sono state ubicate sulla fronte dell’edificio le scale e due colonne di cucine e di bagni, mentre tutti gli ambienti di soggiorno e di riposo, ad eccezione di due per piano, hanno trovato luogo al sole. L’edificio ha una particolare volumetria che si svolge scattante dalla sua figura di base legata, per non perdere spazio utile, alla irregolarità dell’area disponibile. Le grandi superfici piene delle pareti, i muri inclinati a schermo delle cucine, gli incavi profondi dei balconi coperti, sono gli elementi dai quali parte il giuoco espressivo dell’architettura e nascono le violente e mutevoli ombre e la immutabile chiarezza di alcuni spazi. L’architettura dell’Astrea è un fatto nuovo come forma. È anche nuovo l’impegno di sollevare una costruzione di limitato costo, tirata su con materiali scarni, a una acuta intensità di espressione. L’edificio è in struttura di c.a. con pannelli di chiusura in parete doppia di cotto. Intonaco a stucco romano. Basamento in travertino di Tivoli lasciato a scorza di cava.”

Testo tratto da: La casa dell’Astrea. Architettura di Luigi Moretti, “Spazio”, 7, dicembre 1952 - aprile 1953, pp. 45-48.


#171

Casa “Girasole” in via B. Buozzi Roma, 1947-50

architetto: Luigi Moretti tipo edilizio: edificio per abitazioni tipologia strutturale: mensola a sbalzo, pilastro rastremato, struttura a telaio semplice sistema costruttivo: c.a. “La casa è costituita da due blocchi uguali ed è formata da un piano seminterrato, un piano rialzato, tre piani tipo, un attico e un superattico. La costruzione è realizzata con struttura in c.a. con le parti lasciate in vista a cemento naturale. Le pareti di riempimento sono in mattoni forati. Il basamento è rivestito di travertino di Tivoli con parti a spacco di cava. La scala è tutta sospesa intorno ad un unico pilastro rastremato secondo la curva dei carichi. In caso di pioggia, a chiusura dell’asola fra i due corpi di fabbrica in facciata, è posta una copertura mobile in alluminio scorrevole su telai di ferro comandata elettricamente dalla portineria. La concezione della pianta, liberamente mossa in una ricerca di movimento fortemente plastico, caratterizza la costruzione concepita con unità e senza soluzione di continuità. La fronte presenta due blocchi allineati, appena interrotti nella parte centrale da una profonda apertura. La concezione della pianta, liberamente mossa in una ricerca di movimento fortemente plastico, caratterizza la costruzione concepita con unità e senza soluzione di continuità. La fronte presenta due blocchi allineati, appena interrotti nella parte centrale da una profonda apertura. La composizione architettonica della fronte è definita dall’andamento orizzontale delle fasce dei piani alternati ai vuoti delle finestre. I dettagli molto curati, gli stacchi delle pareti, il gioco calcolato delle ombre, la ricerca plastica del materiale adattato denunciano in quest’opera la presenza di un libero espressionismo plastico.” Testo tratto da: C. Pagani, Architettura italiana oggi, Hoepli, Milano 1955, pp.78-81.


#22

Quartiere Tuscolano Roma, 1950-54

architetto: tipo edilizio: tipologia strutturale: sistema costruttivo:

Adalberto Libera complesso residenziale – Ina Casa mensola a sbalzo, struttura a telaio semplice, volta, portale c.a.

“Proponendosi di aderire al carattere della vita mediterranea come funzione dell’abitare, Libera ha concepito questo quartiere che egli stesso ama definire unità d’abitazione orizzontale. È possibile per Libera in una simile dimensione edile affrontare alcuni temi di razionalità costruttiva che danno la possibilità di realizzare notevoli economie nella ripetizione di tipi uguali, pur consentendo, nella connessione degli elementi, utili variazioni che ridanno al complesso una maggiore agilità formale. In questa che è certamente tra le più importanti realizzazioni dell’Ina Casa in Italia, nel suo primo settennio di attività, il tema dell’abitazione è stato affrontato con particolare attenzione all’abitare non tanto come funzione, ma soprattutto come costume, come vita intima, come rapporto interfamiliare, fra gruppi, nella collettività. La facciata dell’edificio a ballatoio a tre piani (contiene 32 minialloggi) denuncia chiaramente la struttura in c.a. a portali con doppio sbalzo. La scala si svolge attorno ad una struttura lamellare in c.a. che si inserisce nei tracciati dei portali che creano la struttura portante dell’edificio. L’accesso al quartiere è conformato da una volta di 230mq coperti, una specie di galleria nella quale si aprono i la casa sociale e i servizi.”

Testo tratto da: M. Zanuso, L’unità di abitazione orizzontale dell’architetto Adalberto Libera, “Casabella”, 207, settembre-ottobre 1955, pp.30-37.


#70

Complesso in Piazza delle Medaglie d’Oro Roma, 1953

architetto: tipo edilizio: tipologia strutturale: sistema costruttivo:

Ugo Luccichenti edificio multifunzionale, edificio per abitazioni - palazzina pilastro a forcella, struttura a telaio semplice c.a.

“Il complesso si compone di otto palazzine affiancate, a quattro o cinque piani oltre quello dei negozi, di 27 negozi, di un cinematografo (da costruire) e di un ristorante. L’area dove è sorto è lo sbocco di due strade, fronteggiata da compatte masse edilizie. Il progetto accentua la sensazione di fine della città, di avvio della collina, sottolinea ciò che le strade suggerivano. Si arriva di fronte ad un architettura tutta colore e frazionamento di murature, intesa in chiaro-scuri, decisa nei contrasti, viva di logge e balconi, di scale esterne. Questo frazionamento dei volumi, questo abbandono della facile stereometrica rigidezza dei parallelepipedi, dei cubi, delle torri non ha soltanto questi meriti ambientali e urbanistici. Ne ha altri ancora in senso umano e sociale: la città senza casermoni, senza le enormi scatole, senza il brulichio di finestre su pareti compatte sarebbe una città più sorridente, più umana. Questa architettura quando la si vede per la prima volta, può sembrare facile, divertente o semplicemente strana. Invece quando se ne valutino le ragioni, quando se ne ricerchino le componenti, si trova che in quella freschezza c’è la matura risoluzione di problemi che ancora affaticano le nostre città. L’edificio del ristorante, pur distinguendosi dal resto nella forma, ha lo scopo di collegare come una piacevole quinta il complesso degli edifici sul piazzale con quelli su via Prisciano. Si eleva con sagoma disinvolta ed ardita su due piani, di cui l’inferiore, solo parzialmente chiuso, lascia in vista dei pilastri a forcella in cemento martellinato. Sul lato minore del rettangolo prospettante il Piazzale e con visuale verso il Parco di Monte Mario, l’edificio assume l’aspetto di uno scrigno semi-aperto, ricco nelle vetrate e nella gioiosa vivacità dei colori dati dalla copertura, dalle pareti, dalle trasparenze dell’interno, dagli edifici attigui e dalla natura.” Testo tratto da: U. Luccichenti, Nuove architetture a Roma, “Edilizia moderna”, 52, giugno 1954, pp. 67-77; B. di Gaddo, Opere di Ugo Luccichenti, professionista romano, “L’architettura cronache e storia”, 15, gennaio 1957, pp. 638-643.


#119 Edificio in via Montello Roma, 1955-58

architetto: tipo edilizio: tipologia strutturale: sistema costruttivo:

Ugo Luccichenti edificio per abitazioni - palazzina struttura a telaio semplice, mensola a sbalzo c.a.

“L’edificio rappresenta uno dei momenti più meditati e sinceri dell’intelligente e fortunata attività di questo architetto. La modulazione a bow-windows e balconi del prospetto, il motivo verticale della scala vetrata, il vetro retinato giallo dei parapetti, i colori privi di accenti squillanti si inseriscono qui in una trama strutturale consistente e in un impianto funzionale diretto a garantire un’abitabilità elegante. Il piano terreno è adibito interamente a negozi. Sul basamento poggia la massa ad andamento prevalentemente orizzontale del blocco, interrotta soltanto dal robusto commento della fascia-scale, e conclusa in alto da un coronamento, supporto di grande tele verticali, eseguito in lamiera piegata portata a sbalzo da accentuate mensole metalliche.”

Testo tratto da: S. Rossi, Edificio in via Montello a Roma, “L’Architettura cronache e storia”, 42, aprile 1959, pp. 816-820.


#68

Casa popolare in viale Pinturicchio Roma, 1950

architetto: Ugo Luccichenti tipo edilizio: edificio per abitazioni tipologia strutturale: struttura a telaio semplice sistema costruttivo: c.a. “Nell’alternarsi di appartamenti più grandi e più piccoli, si è realizzata una facciata solcata, a piani alterni, da logge continue in dotazione agli appartamenti più grandi. La solcatura orizzontale della facciata accentuata dal ripetersi alternato delle fasce di muratura di pietrame a vista, è equilibrata e resa meno monotona dal motivo verticale dei balconi a forte aggetto che da slancio e movimento alla costruzione. Nel calcolato alternarsi dei volumi, nell’aggetto dei terrazzini, nel ritmo ricorrente dei loggiati continui in pietra, snelliti da pilastri in c.a., sono da ricercarsi i valori compositivi dell’edificio.”

Testo tratto da: Tre case popolari a Roma, “Domus”, 254, 1951; C. Pagani, Architettura italiana oggi, Hoepli, Milano 1955, pp.72-73.; B. di Gaddo, Opere di Ugo Luccichenti, professionista romano, “L’architettura cronache e storia”, 15, gennaio 1957, pp. 638-643.


#67

Palazzina in via Fratelli Ruspoli Roma, 1949

architetto: tipo edilizio: tipologia strutturale: sistema costruttivo:

Ugo Luccichenti edificio per abitazioni – palazzina struttura a telaio semplice c.a.

B. di Gaddo, Opere di Ugo Luccichenti, professionista romano, “L’architettura cronache e storia”, 15, gennaio 1957, pp. 638643.


#151

Palazzina in via S. Valentino Roma, 1950

architetto: tipo edilizio: tipologia strutturale: sistema costruttivo:

Amedeo Luccichenti, Vincenzo Monaco edificio per abitazioni – palazzina struttura a telaio semplice c.a.

“I Parioli sono ritenuti una delle zone eleganti e alla moda di Roma. (...) In questi ultimi tempi, la speculazione edilizia si è gettata sui Parioli con tale accanimento e furbizia, costruendo case economiche camuffate a case di lusso per solleticare le ambizioni sbagliate di molta neo-borghesia, veramente moraviana, che il bello e quieto aspetto della zona rischia di essere sopraffatto. Contro la marea saliente di case sciatte e presuntuose si oppongono poche costruzioni di tono architettonicamente elevato. Tra queste si conta la palazzina in via S. Valentino che Monaco e Luccichenti hanno disegnato. In questa casa si scorge subito un impianto architettonico agile e spontaneo, la pianta chiaramente impostata in profondità, la divisione dei traffici, padronale e di servizio, limpida. Di notevole interesse plastico, nella sua aderenza alle necessità strutturali, la superficie piena che chiude ai lati gli ambienti di soggiorno. La non facile modulazione del passaggio tra il volume principale della palazzina e quello dei due piani attici è raggiunta con la grande terrazza appoggiata su pilastri. I dettagli sono risolti con semplicità e aderenti ai materiali e alla loro funzione. L’organismo è sciolto, non preoccupato, spontaneo e adagia il suo asse compositivo su vecchi alberi della Villa S. Elia.”

Testo tratto da: L. Moretti, Casa in Roma sui Monti Parioli, “Spazio”, 3, ottobre 1950, pp. 52-53; C. Pagani, Architettura italiana oggi, Hoepli, Milano 1955, pp. 70-71.


#91

Chiesa di San Luca in via Gattamelata Roma, 1956-58

architetto: ingegnere: tipo edilizio: tipologia strutturale: sistema costruttivo:

Vincenzo Passarelli, Fausto Passarelli Riccardo Morandi chiesa soletta corrugata, pilastro ad albero, telaio semplice c.a.

“Il corrugato andamento della copertura, richiamato dal trattamento della parte absidale, trova una corrispondenza dinamica nella qualità dello spazio interno, ritmato dalla disposizione dei pilastri e articolato dalle nicchie laterali. Chiesa, canonica e salone sono costruiti su un reticolo unitario di maglia 5x5,7m, con eliminazione di due serie di pilastri nella chiesa, per dilatare anche strutturalmente lo spazio. I tamponamenti in mattoni di cortina rosso bruno, che nella canonica sono sulla stessa linea dei pilastri in c.a., nel salone e nella chiesa sono all’esterno: in tal modo la chiesa risulta una nave unica e forma, nello stesso tempo, spazi laterali variamente utilizzabili. La copertura è costituita da una soletta corrugata in c.a. spessore medio di 12cm. La soletta è appoggiata ai pilastri laterali ed è tenuta in trazione dalla griglia perimetrale; ciò risponde allo scopo di ridurre gli sforzi in mezzeria (attraverso i tiranti diagonali che racchiudono le vetrate, Morandi riesce a ridurre incredibilmente lo spessore della soletta).”

Testo tratto da: R. Pedio, Due anni di produzione architettonica a Roma, “L’architettura cronache e storia”, 39, gennaio 1959, pp. 586-605.


#142

Fabbricato viaggiatori della nuova Stazione Termini Roma, 1947-50

architetto: tipo edilizio: tipologia strutturale: sistema costruttivo:

M. Castellazzi, L. Calini, V. Fatigati, E. Montuori, A. Pintonello stazione ferroviaria costolone, pilastro a croce, pilastro rastremato, volta in c.a. acciaio, c.a.

“Il fabbricato compartimentale è realizzato con strutture di c.a. ad alta resistenza costituite da pilastri e travi formanti telai multipli tra loro collegati; i pilastri sono posti ad interasse di 8m in modo da consentire alla quota del piano terreno la maggiore libertà di transito al traffico pedonale. Le strutture poggiano su fondazioni continue in muratura di tufo la cui parte superiore è costituita da una trave di ripartizione di 2m di altezza di c.a. su cui insistono i plinti di base dei pilastri. Le grandi travi di copertura dell’atrio sono in c.a., il loro dimensionamento è stato oggetto di particolari studi perché ad esse fosse mantenuto un certo carattere di leggerezza, anche in rapporto alla loro lunghezza. Per i pilastri della pensilina è stata adottata la forma a croce rastremata alle estremità secondo l’andamento delle sollecitazioni, allo scopo di mantenere al complesso strutturale la maggior trasparenza, limitando al minimo le parti piene. La galleria di testa è stata invece eseguita in speciale struttura metallica ad alta resistenza specifica, in modo da limitare il carico gravante sulle strutture dell’edificio compartimentale e sui pilastri terminali delle pensiline dei treni.”

Testo tratto da: C. Pagani, Documentario dell’architettura italiana dal 1946 al ‘49, “Spazio”, 1, luglio 1950, pp. 35-46; E. Montuori, La nuova Stazione Termini a Roma, “Edilizia moderna”, 46, giugno 1951, pp. 45-54; C. Pagani, Architettura italiana oggi, Hoepli, Milano 1955.


#192

Tribune dell’Ippodromo di Tor di Valle Roma, 1958-59

architetto: Julio Lafuente, Aicardo Virago ingegnere: Gaetano Rebecchini tipo edilizio: edificio per lo sport tipologia strutturale: paraboloide iperbolico, pilastro a sezione variabile, vela a fungo sistema costruttivo: c.a. “Il riferimento più ovvio – quello dell’Ippodromo madrileno di Torroja – non basta a giustificare la particolare tonalità dell’opera: vmentre a Madrid la pensilina stacca il suo impressionante “suspense” (in senso statico e tipologico) da una serie di supporti sommari e su un basamento decisamente errato, informe e sbrigativo, qui lo sforzo preminente sembra essere quello di fondere l’ardito aggetto con l’involucro, o meglio di inserire i pilastri portanti in un involucro trasparente, entro diaframmi vitrei che quasi ne circoscrivono il campo di forze, e che trattengono, senza celarlo, l’impulso dinamico latente nei sostegni e clamoroso nelle pensiline. Involucro, sala dei totalizzatori, irradiazioni a sfiocco dei pilastri, “preparano” lo slancio strutturale. La tessitura diagonale dello spazio sottostante le tribune, unitamente al piano delle gradinate ed alle corsie oblique, definisce uno spazio ricco di scorci, concepito per un pubblico continuamente in movimento. L’elemento più interessante dal punto di vista strutturale è la copertura delle tribune e della sala totalizzatori, che si estende sopra 9000mq, appoggiando soltanto su 11 pilastri. Ogni pilastro sfiocca in 4 costole e nelle vele a forma di fungo; ciascuna di queste è costituita da 4 settori di parabolide iperbolico, riuniti lungo i due simmetrali mediani. Ogni pensilina misura 21x39m, gravante sull’unico pilone centrale; tale pilone è stato progettato con due “strozzi” in serie, in modo da assicurargli una notevole flessibilità, pur mantenendone la statica interna in termini accettabili: ne è risultata quella singolare forma di fungo a doppia espansione, integrata da tiranti metallici posteriori, introdotti per il bilanciamento delle azioni d’armonica rispetto al vento. La controventatura principale della struttura è affidata ai telai ad x che sostengono le gradinate della tribuna e sono anch’essi dotati di strozzo alla radice dei piloni anteriori. L’alta flessibilità delle volte autoportanti, e la convenienza della minima iperstaticizzazione delle stesse hanno poi consigliato di rendere indipendente l’ossatura di c.a. della grande vetrata posteriore, che è stata connessa alla struttura di copertura con accoppiamento telescopico a corsa libera. Il maggiore aggetto degli ombrelloni di copertura dal lato tribuna è perciò controbilanciato da tiranti metallici posteriori, tra i quali è tessuta la grande vetrata con elementi a bilico.”

Testo tratto da: V. Girardi, L’Ippodromo di Tor di Valle, a Roma, in “L’architettura cronache e storia”, 58, agosto 1960, pp. 222-231.


#210

Palazzina in via Concordia Roma, 1950

architetto: tipo edilizio: tipologia strutturale: sistema costruttivo: impresa:

Bruno De Carolis edificio per abitazioni struttura a telaio semplice c.a. Tersigni, Roma

“Situata alla fine di una strada dove l’ingordigia privata e il fascismo pubblico hanno sputo ben lasciare la loro traccia, formando uno dei quartieri di Roma più tristi e monotonamente popolari, la casa di De Carolis, con i suoi colori e le sue paretine ritagliate, forma il primo lotto di un gruppo di case che con pianta ed orientamento diversi, stanno sorgendo alla periferia di S. Giovanni. Una parte singolarmente proporzionata risulta la facciata laterale, tagliata in cima dall’attico, su due piani, che si prolunga on una sequenza di simpatiche strutture in c.a. lungo la parete che affacciasi su via Concordia.”

Testo tratto da: L.R., Casa per abitazione in via Concordia, “Metron”, 45, giugno 1952, pp. 56-57.


#230

Edificio per uffici e negozi in via Torino Roma, 1956-58

architetto: ingegnere: tipo edilizio: tipologia strutturale: sistema costruttivo:

Leo Calini, Adalberto Libera, Eugenio Montuori Antonio Martinelli edificio per uffici struttura a telaio a maglia triangolare, curtain wall c.a., acciaio, ferro

“Libera ha accettato senza discutere le caratteristiche positive e negative del tema e da esse stesse ha desunto le idee fondamentali che hanno generato il progetto. La prima è quella di utilizzare totalmente il volume costruibile in base alle norme edilizie vigenti. La seconda è quella di traforare verticalmente il blocco edilizio con un sistema di chiostrine e cavedi, tubi di aria e luce attorno a cui si raggruppano scale, servizi e archivi. (..) Si tratta di un sistema centrale ad anelli concentrici. La terza idea è quella di adottare uno schema strutturale a maglia triangolare. Questa partitura, nata dalla considerazione che l’angolo acuto dell’area è assai vicino a 60 gradi, risolve in mirabile unità geometrica tutto l’organismo distributivo e strutturale, che si conclude perfettamente lungo le tre fronti principali dell’edificio, scaricando sul solo corpo corrispondente alla fronte interna l’inevitabile residuo di irregolarità nella distribuzione dei pilastri. La geniale sintesi formale tra lo schema distributivo e quello delle strutture è a mio parere il momento creativo culminante della composizione. Creato l’organismo tridimensionale dell’edificio, rimaneva il problema della separazione fra interno ed esterno, ossia delle facciate. La soluzione adottata e brevettata da Libera e Calini per i grigliati esterni è frutto di un lungo e amoroso studio elaborato in accordo con l’industria costruttrice; è interamente metallica. Ma interessante è che questo prodotto tecnologico ha dato vita ad una architettura lieve e vibrante che, nella sua assoluta modernità, si ambienta miracolosamente nel vecchio quartiere. L’ossatura portante della facciata è realizzata in pilastri di ferro ai quali è ancorato il montante esterno dell’infisso in profilato di alluminio.” Testo tratto da: G. Vaccaro, Edificio per uffici in via Torino, “L’architettura cronache e storia”, 51, gennaio 1960, pp. 586-599.


#59

Viadotto di Corso Francia Roma, 1959-60

ingegnere: tipo edilizio: tipologia strutturale: sistema costruttivo:

Pier Luigi Nervi ponte - viadotto pilastro a sezione variabile, trave a V c.a., c.a. precompresso, prefabbricazione

“I pilastri hanno una forma variabile secondo una superficie rigata che unisce i punti omologhi della sezione di sommità costituita da un rettangolo con quella di base a sezione cruciforme dimensionata in modo da fornire il necessario momento resistente. Le travi – prefabbricate – hanno sezione a V, completate in opera con la soletta e i marciapiedi prefabbricati. Le travi hanno armatura metallica e cavi di precompressione: l’entità della precompressione è stata proporzionata in modo che, all’atto della posa e dopo che sulla trave stessa sono stati disposti gli elementi prefabbricati, la sollecitazione di compressione nei bordi superiori delle travi a V sia praticamente nulla. Poiché il viadotto ha una pendenza del 2%, l’altezza delle pile è variabile da circa 8m a 3,5m – per utilizzare più volte le stesse casseforme se ne rendeva necessario il progressivo accorciamento mediante taglio dal basso.”

Testo tratto da: Il viadotto di Corso Francia a Roma, “Casabella”, 246, dicembre 1960, pp.20-25.


#10

Case di abitazione in viale Etiopia Roma, 1950-54

architetto: ingegnere: tipo edilizio: tipologia strutturale: sistema costruttivo:

Mario Ridolfi, Wolfgang Frankl Arrigo Carè torre residenziale struttura a telaio semplice c.a.

“La struttura è in cemento armato, i solai sono in laterizio, i tamponamenti e i divisori interni in muratura di mattoni. Tutta la gabbia strutturale è portata in evidenza all’esterno del volume. Le sistemazioni dei pilastri e i collegamenti agli incastri sono chiaramente denunciati. In corrispondenza del piano arretrato il pilastro si ingrossa per compensare il vuoto che gli si determina intorno. La trave di collegamento longitudinale è sagomata in modo da fare da gocciolatoio sia al pannello muro che al pannello finestra. I pilastri verticali del telaio sono rastremati. La copertura è costituita da piani di c.a. disposti con forte pendenza.”

Testo tratto da: Giancarlo De Carlo, Case di abitazione in viale Etiopia a Roma, “Casabella”, 199, 1953-54, pp. 20-25.


#71

Edificio intensivo in viale Libia Roma, 1953

architetto: tipo edilizio: tipologia strutturale: sistema costruttivo:

Ugo Luccichenti edificio per abitazioni struttura a telaio semplice c.a.

“La costruzione a carattere intensivo, sorge su un terreno limitato su due lati da edifici; ha nove piani e raggiunge un’altezza di 31,7m (tre appartamenti per ciascun piano). Il risultato architettonico, mancando ricchezza di mezzi, dato il carattere popolare dell’edificio, è dovuto al disegno nitido dei piani sfalsati, raccordati fra loro dalla obliquità della scala. Questo sfalsamento, inteso ad aumentare di un piano l’edificio la dove era consentito dal regolamento, spezza la compattezza della parete e con esso gioca l’aggetto del bow-window a triangolo, che spiega a libro la superficie. Anche le persiane scorrevoli tolgono il carattere di uniformità statica derivante dal tipo di costruzione intensivo, dando un senso di vita e di continuo variare al prospetto. In mancanza di forti chiaroscuri del movimento architettonico, il progettista si è servito del gioco dei colori: giallo cadmio pallido della parete, giallo paglia acceso delle persiane, blu cobalto cupo dei vetri dei parapetti, grigio dello zoccolo.”

Testo tratto da: U. Luccichenti, Nuove architetture a Roma, “Edilizia moderna”, 52, giugno 1954, pp. 67-77; B. di Gaddo, Opere di Ugo Luccichenti, professionista romano, “L’architettura cronache e storia”, 15, gennaio 1957, pp. 638-643.


#81

Abitazioni in viale Trastevere Roma, 1957

architetto: ingegnere: tipo edilizio: tipologia strutturale: sistema costruttivo:

Julio Lafuente Gaetano Rebecchini edificio per abitazioni struttura a telaio semplice c.a., acciaio

“Nei fabbricati intensivi, fissata in modo uniforme la struttura distributiva degli appartamenti, il problema dell’espressione sembra ridursi a trattamento della facciata. È ciò che accade in questo fabbricato. Le tre stanze che compongono l’appartamento tipo sono aperte e articolate intorno a un grande balcone che, per le sue dimensioni fisiche, viene a costituire una vera e propria stanza di soggiorno ad aria libera. Inoltre, la serie dei balconi crea un modulo ondulato che personalizza il blocco edilizio e, ciò che più vale, ne accentua il carattere tridimensionale nella smussatura dell’angolo tra le due strade. La facciata risulta non più soltanto sincera proiezione degli spazi interni, ma essa stessa espressiva di una vivace realtà spaziale. La struttura in c.a. che affiora sui prospetti ha interassi in 3.6m. La tamponatura è costituita da mattoni sabbiati in vista. Il parapetto in c.a. è gettato in opera in cassaforma metallica sagomata.”

Testo tratto da: C. Cocchia, Abitazioni a viale Trastevere, “L’architettura cronache e storia”, 21, 1957, pp. 160-164.


#207

Sopraelevazione del Villino Alatri in via Paisiello Roma, 1948-52

architetto: tipo edilizio: tipologia strutturale: sistema costruttivo:

Mario Ridolfi, Wolfgang Frankl, Mario Fiorentino edificio per abitazioni – palazzina struttura a telaio semplice c.a.

“Ad una costruzione a due piani, di un barocchetto così zuccheroso da costituire quasi un vuoto, un negativo, gli architetti hanno sovrapposto un volume nuovo di ben tre piani. C’era quindi da domandarsi se questo plinto su cui la nuova costruzione doveva poggiare, sarebbe entrato a farne parte integrante, almeno come ritmo, o sarebbe rimasto un semplice appoggio, zoccolatura, fondazione neutra. Come? Specie in virtù del ritmo orizzontale della struttura a balconi continui in aggetto e alla grazia leggera degli elementi di tamponamento trasparenti. Il carattere delle strutture orizzontali in vista, perentorio negli interni, è evidente anche all’esterno, sottolineato dalla dosatura dei colori e dalla libertà delle pilastrature, e da certe minute e felici invenzioni di dettaglio. La struttura muraria della costruzione esistente è stata usata come fondazione per la parte nuova che è in c.a.”

Testo tratto da: Una sopraelevazione a Roma, “Metron”, 51, maggio-giugno 1954, pp. 26-33.