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ALMOST BLOOM

LUMINOSITY

A female projection

GENNAIO 2013


KEYWORDS

FEMININITY DREAM HANDCRAFTED SIGN FOLK SPIRIT SOFTNESS LUMINOSITY


La copertina di questa mese è dedicata a Tony Oursler , un artista statunitense noto per le sue opere multimediali, le sue installazioni e le sue opere di performing art. Combinando scultura, proiezioni multimediali e registrazioni della voce umana, Oursler ricerca l’interazione con il pubblico e l’animazione di concetti psicologici e filosofici all’interno di uno spazio quasi onirico: grande attenzione è data alla luce.


L’ ARTE dello SCRIVERE


Amici di penna

Per anni hanno lavorato nell’ombra, ostensibilmente facendo altro (grafico, graphic designer, fashion illustrator), perfezionandosi all’estero, esponendo in mostre che vedevano solo i loro amici. Adesso i calligrafi italiani sono in voga: i corsi sono richiesti, i loro lavori girano su Flickr e You Tube, qualcuno pubblica addirittura libri. Ai corsi dell’ Aci, Associazione calligrafica italiana (calligrafia. org) si iscrivono grafici, allievi dello Ied, studenti dell’accademia e aspiranti designer; ma anche impiegati, insegnanti, professionisti di tutt’altro che però sono disposti, in un week and, a stare sedici ore chini su un foglio di carta Favini, pennino in mano, inchiostro sulle dita, a lottare per arrivare al cerchio perfetto dell’Onciale, alla giusta tessitura della Fraktur, alla difficilissima eleganza della Cancelleria. A spingerli, il desiderio/bisogno che rode tutti noi, deprivati sensoriali dell’era del tablet: una volta ogni tanto, poter fare qualcosa con le proprie mani, che abbia visibilità, fisicità, concretezza. De Faccio, cofondatore dell’Aci, è uno dei contributors di “Take your pleasures seriously”, libro d’esordio di una nuova casa editrice di illustrazione, graphic design, calligrafia: la Lazy Dog Press. Il titolo è preso in prestito dagli Eames, storica coppia del design. Il volume è l’opera prima di Luca Barcellona, ex writer, calligrafo specialista di scritture gotiche e grande cultore dell’opera di Hermann Zapft, l’ultranovantenne calligrafo tedesco cui si devono alcuni dei caratteri più ammirati e imitati della tipografia moderna (uno per tutti il Palatino). Che la calligrafia sia davvero riemersa alla luce del sole lo dimostra il fatto che se n’è accorta anche la moda. A Parigi, Louis Vuitton apre in questi giorni la sua prima boutique - pop-up store della durata di un anno - dedicata alla scrittura: carte bespoke, bauli per i libri, scrittoi da viaggio, stilografiche in coccodrillo, calamai in cristallo Baccarat.


Cosa serve di più nei periodi di crisi se non sognare. I sogni aiutano a porsi degli obbiettivi, a respirare senz’affanno e a sentirsi migliori. Sarà quindi il periodo critico che l’intero globo sta attraversando ma è dai dreamers (sognatori) che si riparte e che la musica estrae le sue nuove carte vincenti: ecco che il dream-pop rivive il suo canto del cigno. Genere nato negli aanni 80 con gruppi come Cocteau Twins e Modern English, ritorna prorompente sulle bocche più di tendenza dopo il ritorno alle scene di Dominic Appleton e dei suoi Breathless. Il nuovo progetto discografico prende il nome di “Green to blue”(Tenor Vossa) battezzato da Ivo-Watts Russell (fondatore della 4AD, una delle case discografiche indipendenti più all’avanguardia, nata negli anni 70). “Green to blue” esplora e racconta immaginari eterei su riverberi vocali e sinfonici, echi di Eno, Spiritualized e prime produzioni 4AD. Da questo mese la Band londinese partirà con il tour europeo che toccherà anche l’Italia. Anche i Tamarayn escono con il loro nuovo lavoro “tender new signs”, il duo neozelandese, adottato californiano, composto dal polistrumentalista Rex John Shelverton e dalla vocalist Tamaryn (cresciuta a Cure, Jesus and Mary Chain e testi di psicologia junghiana) tesse nuovi brani dal sound definito dagli addetti ai lavori “skygazing”. L’album trasporta nell’esperienza della trance, accompagna all’abbandono del mondo terreno e reale per entrare nel più profondo contatto con le emozioni pure del proprio io mistico. Anche Seattle sorprende con i Seapony, terzetto che invade le avide orecchie degli amanti con melodie avvolgenti, evaporazioni elettroniche e fraseggi vocali eterei della cantante Jen Weidl, che riconducono all’esperienza musicale di Gruppi storici come Galaxie 500, Big Star, Tiger Trap. Ultima ma non ultima l’artista multimediale d’origine finlandese, incantatrice magica del dream pop, Heidi Kilpeläinen alias HK119. La fatina non solo si limita alla performance musicale ma l’accompagna con travolgenti video, con arte, danza e stage design che sono arrivati a conquistare dei dell’Olimpo come David Bowie ed Iggy Pop, arrivando ad essere persino una delle più apprezzate da Björk per il suo nuovo sound synth-pop con quale l’artista afferma: “credo sia diventato importante dire alla gente: stop. Fermatevi a pensare. Chiedetevi cosa significa tutto questo”


DREAMING IS THE WAY “Certi uomini vedono le cose come sono e dicono: perchè? Io sogno cose mai esistite e dico: perchè no?” - George Bernard Shaw


“LA MIGLIORE OFFERTA” di TORNATORE


Un film sull’affascinante mondo dell’arte

Tra il melodramma nostalgico e il giallo, “La migliore offerta” fa riflettere sull’arte della seduzione nel senso etimologico del termine; esplora il potere della suggestione, i labili confini tra l’autenticità e il falso nell’arte come nei sentimenti, le potenzialità ora salvifiche ora distruttive dell’amore. E’ una pellicola elegante e coinvolgente, densa di bellezza, simbolismi e archetipi. Virgil Oldman (Geoffrey Rush) è un celebre battitore d’aste ed esperto d’arte; è un solitario, quasi un sociopatico, e interagisce nel privato solo con un amico di vecchia data, Billy (Donald Shuterland), e un giovane restauratore di congegni meccanici, Robert (Jim Sturgess). Il giorno del suo sessantatreesimo compleanno Virgil riceve la telefonata di una giovane donna, Claire (Sylvia Hoeks), che gli chiede di occuparsi della vendita di alcune opere di famiglia. Quella del film è una storia emblematica sui rapporti umani e sull’amore, soprattutto sulla valutazione del Vero e del Falso. È nel gioco tra verità e finzione che s’innestano interessanti parallelismi e similitudini. Abilmente il regista costruisce la trama come un puzzle, tassello per tassello, obbedendo ai dettami di un thriller, come i pezzi del simbolico robot assemblato gradualmente e lo spettatore viene sedotto dalla bravura degli attori, dalla bellezza delle immagini, da un’eccellente fotografia, dall’ammaliante musica di E. Morricone. La migliore offerta è un’opera fascinosa ed interessante tanto dal punto di vista visivo, per la creazione di un favoloso immaginario, realizzato con suggestive ambientazioni classiche e barocche ricostruite nei dettagli quanto per il suo significato, ottenuto attraverso la “manipolazione” della struttura narrativa stile thriller messa al servizio di una riflessione sull’uomo, sulla sua presunta capacità assoluta di discernere il vero dal falso.


ARTE E INDUSTRIA DODICI CAPOLAVORI di MARIO STURANI


Mario Sturani è stato l’artista più innovativo e geniale che ha operato alla Lenci, capace di una straordinaria ricchezza inventiva. A due anni di distanza dalla mostra “L’avventura Lenci” che ha riportato l’attenzione sul patrimonio della manifattura e sul ruolo e l’eredità di Sturani, Palazzo Madama presenta ed espone per un anno una selezione di 12 capolavori di questo artista, vanto della cultura torinese del Novecento. Il nuovo allestimento propone 12 ceramiche di cui tre opere appartengono alla Fondazione Guido ed Ettore De Fornaris: innanzitutto Il Mondo e la Luna, vaso del 1930 che raffigura sul corpo paesaggi collinari, nelle diverse stagioni dell’anno e sul coperchio la luna e un globo. I vasi con coperchi modellati riecheggiano quelli realizzati da Gio Ponti per la manifattura di Doccia. In Inverno e in Primavera del 1935 emerge invece il tema della testa come scultura d’arredo, con rimandi a precedenti importanti, come alcune opere di Picasso e di Amedeo Modigliani o le teste di Vally Wieselthier. Le restanti nove opere esposte sono di proprietà privata, generosamente concesse in prestito a Palazzo Madama in occasione di questa esposizione. Arlecchino e Pierrot del 1928 sono tra le prime invenzioni di Sturani prodotte dalla Lenci: maschere futuriste ispirate alla commedia dell’arte e al carnevale veneziano che nascondono la prosaica funzione di posacenere. Amanti sul fiore del 1929 offre invece una visione fiabesca e sognante dell’incontro fra due innamorati ed è realizzata con grande attenzione alla decorazione: in particolare i colori sono accostati per gradazioni successive, seguendo l’esperienza futurista delle opere di Giacomo Balla. Le Ciotole sono tra le più celebri invenzioni di Sturani: una forma che rimanda ad una funzione di contenitore ed è però trasformata in una struttura architettonica, dove un ponte che collega i bordi della tazza ospita scene di ballo. Le figure, modellate in forme sintetiche e levigate, evocano le plastiche delle Wiener Werkstätte, di Gio Ponti, Tullio d’Albissola e Arturo Martini.


NEOFolk “Dall’America all’Inghilterra è l’ora dei nipotini di Dylan.Una valanga di gruppi coi suoni delle radici.” Che sia il folk la musica dei prossimi tempi? L’irresistibile ascesa dei Mumford and Sons ha creato in me questa domanda. Di sicuro il gruppo inglese che quest’anno ha celebrato il suo trionfo planetario, trainato da un singolo passionale ed empatico come ”I will wait”, è riuscito a dare ai suoni più “antichi” della tradizione folk inglese un sapore del tutto nuovo. Basta guardarli nei loro concerti per capire che dietro quell’aria da “riunione al pub” si nasconde qualcosa di più, molto di più, forse addirittura l’ambizione di rivivere la musica dalle sue basi primarie. In America hanno risposto gruppi come i Lumineers e gli Avett Brothers che sembrano presi di sana pianta da una vecchia stampa di musica rurale, musica genuina ma sempre toccante, vera, sincera fino all’oltraggio. Un altro fenomeno, sempre Americano, sono gli Alabama Shakes. Non prettamente folk ma rispondono comunque all’identico bisogno e dunque i conti tornano. Tra tutti queste scoperte la spinta sembra comune: voglia di autenticità, di musica vera, suonata, senza trucchi, risposta forte inevitabile agli eccessi di patinato sapore di confezione chic che domina nella stragrande maggioranza della musica in circolazione. Il verbo folk si è insinuato quasi ovunque, compreso nello stile e nella moda. Sembra quasi un richiamo di Dylan, la musica che improvvisamente si spogliava di tutti i suoi inutili orpelli per ricercare la sua verginità, la sua intensità primaria. Sono bisogni che ogni tanto ricorrono e oggi poi, che la ricerca è quasi del tutto bandita e che i linguaggi musicali si autolegittimano per il solo fatto di esistere, in una globalità priva di connotazioni storiche, perché non utilizzare le risorse del folk? Un richiamo al passato per una tendenza futura.


Lo SGUARDO delle DONNE In Austria, al Jewish museum di Vienna, è in corso una mostra curiosa e affascinante: “Vienna’s shooting girls. Judische Fotografinnen aus Wien”, dedicata appunto agli scatti di un gruppo di fotografe ebree particolarmente attivo nel periodo tra le due guerre. Colte, raffinate, indipendenti le “shooting girls” sperimentavano con il nuovo medium privilegiando il ritratto. Protagoniste di quegli scatti erano le amiche e le loro famiglie, le personalità di spicco della buona società viennese e gli artisti di passaggio. Con un occhio dal gusto deciso, dosavano attentamente la curiosità documentaristica e la ricerca estetica: ogni ritratto contiene una narrazione e insieme corrisponde a dei canoni di bellezza precisi. Così, osservando quelle immagini, sembra chiaro che lo stile delle fotografe non è dettato dal fatto che siano donne, ma dall’ imprinting culturale del tempo.

Un altro gruppo di donne fa parte di un altra esposizione appena inaugurata a Parigi presso l’Institut suédois. “Distances différentes” presenta una selezione di immagini prodotte dalla nuova leva di fotografe di moda di origine svedese. Il curatore Greger Ulf Nilson nota che, ironicamente, solo dopo aver fatto la selezione delle opere si è reso conto che gli autori erano “autrici”. In mostra gli scatti prodotti per servizi di moda, decontestualizzati dalle riviste, appesi a un muro singolarmente senza più la storia di cui facevano parte, hanno ancora un senso e sono sempre affascinanti. E anche qui è impossibile non notare l’impronta culturale delle immagini in mostra: colpisce in particolare l’uso della luce, così caratteristico degli artisti dei paesi scandinavi.


PIERO MARTINA La METAMORFOSI del REALE

In occasione del centenario della nascita del pittore torinese Piero Martina, si vuole ricordare la figura ed il contesto in cui maturò il percorso artistico dell’artista con una mostra antologica nella straordinaria cornice dell’Archivio di Stato di Torino. Diversi scrittori amici, non soltanto torinesi, hanno scritto sulla sua opera presentazioni, saggi e recensioni: si ricordano, ad esempio, il noto musicologo Massimo Mila, lo storico del teatro Gianrenzo Morteo, gli scrittori Giovanni Arpino e Bruno Fonzi. La sua produzione artistica ha ricevuto numerosi riconoscimenti e all’estero sue opere si trovano presso collezioni private e in musei d’arte contemporanea. La mostra, curata da Antonella Martina e Francesco Poli, si compone di più di settanta opere realizzate con diverse tecniche quali olio, collages e tecniche miste provenienti da collezioni private, pubbliche e da realtà museali. L’esposizione non segue un ordine cronologico, ma tematico, divisa in sezioni: Amici (in cui, oltre ai ritratti degli amici dipinti da Martina, sono esposte opere realizzate dai suoi amici pittori che ritraggono l’artista); Biennale (che ricostruisce in parte la sala della Biennale di Venezia del ‘62); Nudi (in piedi e distesi realizzati negli anni Sessanta); Fiori, Pesci, Nature Morte (realizzati in periodi differenti e con tecniche diverse); Paesaggi (lungo la Dora, il Po, al mare, in Meridione); Ragazze Al Cembalo, Ragazze Con Le Farfalle E Tessitrici ( olii, collages, tecniche miste dagli anni Quaranta fino alla fine degli anni Sessanta); per chiudere con Famiglia ( ritratti della moglie e delle figlie).


Artista dal multiforme aspetto.

Lei è un opera d’arte, in continua trasformazione. Ha iniziato a giocare con se stessa negli anni della scuola, scoprendosi duttile creta. C’è un filmino giovanile, davvero divertente, che scimmiotta certi passatempi dei giornaletti degli anni 60, quando le bambine “vestivano” le sagome delle bambole applicandovi abiti di carta. Lei, Cindy Sherman, artista in erba, in quel video, fa esattamente la stessa cosa con il suo corpo, scegliendo da un armadio una sequenza di abiti. Con il make up, le parrucche e tutto un apparato glamour Cindy scrive una sua personalissima storia in chiave femminista. Rifiutando i classici ruoli e ricoprendone altri di sua invenzione. Travestendosi anche da maschiaccio, e con tale perfezionismo (una delle sue principali caratteristiche ) da indurre realmente a pensare che lo sia. Già a 22 anni quando studiava a Buffalo , con l’aiuto di una macchina fotografica, la Sherman scopre con certezza la sua vocazione. Vissuta in una ambiente familiare particolarmente stimolante, la ragazzina viene incoraggiata a esprimere il suo talento e portata dalla madre nei negozi di vestiti usati a scegliersi indumenti che tramuterà , su se stessa, in costumi. Straordinaria è la sua volontà sin da ragazzina , di documentare in un album fotografico la sua vita, quella dei famigliari e dei suoi amici. I lavorii della giovane Cindy sono al centro di due mostre di particolare interesse. La prima , al Guccimuseo di Firenze , la seconda a Merano. La Sherman più “matura” con opere decisamente più morbose ed inquietanti la troviamo alla galleria Spruth Magers di Londra .


CINDY SHERMAN.


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