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IO DICO D’ECO a cura di Federica Fiumelli


IO DICO D’ECO “Si è così profondi, ormai, che non si vede più niente. A forza di andare in profondità, si è sprofondati. Soltanto l’intelligenza, l’intelligenza che è anche <<leggerezza>>, che sa essere <<leggera>> , può sperare di risalire alla superficialità, alla banalità.” — Leonardo Sciascia, “Nero su nero”

progetto a cura di

Federica Fiumelli nato dalla ricerca di tesi “Francesca Alinovi. Una critica postmoderna” Accademia di Belle Arti di Bologna, corso di Didattica dell’arte e mediazione culturale del patrimonio artistico.

L’eco é un fenomeno acustico per il quale un suono ritorna. I sinonimi della parola eco possono essere: continuazione, ripetizione, diffusione, imitazione, rispondenza, impronta, modello, riverbero, reminiscenza, ricordo, copia, séguito. Tutti sostantivi che hanno avuto a che fare con l’indagine che ho intrapreso sulla decorazione nel contemporaneo. L’interesse, che l’articolo “Il ritorno alla decorazione nell’arte, nell’architettura e nel design” del 1982 di Francesca Alinovi, ha suscitato in me, mi ha portata con curiosità a indire una ricerca tra gli artisti che in questi anni di studio ho incontrato o conosciuto tramite opere, mostre, recensioni. La decorazione come un eco torna in tutti i momenti della nostra quotidianità, e ciò che sembra banale e stupido quasi mai lo è, anzi,

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spesso e volentieri immagini inaspettate disvelano un potere epifanico di fronte al senso o non senso dell’esistenza. I contributi raccolti in questi mesi, sono partiti tutti dall’analisi dell’articolo prima citato, di cui in seguito viene riportato il testo, una volta inviato ad ogni singolo artista si sono scatenate una serie di riflessioni sotto forma di immagine. L’unico vincolo dato è stato la misura 20x20cm, il formato di una banale mattonella di casa mia, un oggetto sul quale tutti i giorni imbatto il mio sguardo e che banalmente decora il mio quotidiano. I social addicted sapranno inoltre come il formato quadrato occupi e “decori” ormai nella vita di tutti i giorni uno spazio incisivo nella manifestazione digitale del sé, basta pensare al formato quadrato delle foto di Instagram, al formato quadrato delle foto profilo di Facebook e di Twitter. Il formato quadrato quindi che banalmente ci troviamo davanti agli occhi quotidianamente e che osserviamo, scegliamo e cliccliamo per creare relazioni virtuali. Tutti diversi, i contributi raccolti hanno dato vita ad un corpo indefinito di prismatica ricerca. Al contrario di quello che comunemente si pensa la decorazione non è un fenomeno semplice, la semplicità al contrario richiede sempre uno sforzo di complessità e come sosteneva lo scrittore ucraino Stanislaw Jerzy Lec in “Pensieri spettinati” del 1957 :

CALL FOR DRAWINGS Cari amici, è qui che vi invito a prendere parte di una indagine, di una riflessione che poi sosterrà il mio progetto pratico di tesi, giunta alla fine del biennio specialistico in Didattica e Comunicazione dell’Arte. Durante le mie ricerche per la tesi sono rimasta colpita da un articolo del 1982 scritto da Francesca Alinovi su “Rivista di Estetica” concerne il ritorno della decorazione nell’arte, nell’architettura e nel design. Il decoro e l’ornamento hanno da sempre assunto nella nostra cultura occidentale una connotazione dispregiativa, accompagnando un gusto di cultura bassa, primitiva, popolare regressiva. Eppure scrive l’Alinovi: “la decorazione, lo si voglia o no, la si accetti o la si rifiuti, fa da cornice a tutte le manifestazioni ordinarie della nostra esistenza, si dà comunque come dato abituale della nostra percezione quotidiana: abiti, maquillage, arredo domestico e urbano, utensili, accessori, immagini d’arte e dei mass-media, colori, tessuti, oggetti. Ogni quadro, scultura, mobile o architettura è sempre anche prodotto ornamentale: abbellimenti delle nude pareti che ci rinserrano, riempimenti del vuoto che ci annichilisce, addobbi familiari e protettivi della inospitale superficie del pianeta”

“Come è difficile provocare un’eco nelle teste vuote.”

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Il decoro spesso viene associato al kitsch, citando Moles “Il Kitsch. L’arte della felicità” pubblicato nel 1971, l’Alinovi continua nell’articolo:

Conclude l’Alinovi:

“Il Kitsch non è uno stile definito e delimitato, ma un generale modo di essere, un universale modo di sentire, comunicare, vivere, godere.”

“Banale allora non è una qualità inerente agli oggetti, ma piuttosto una relazione concettuale, di tipo intimo e mitico, che si instaura tra gli uomini e gli oggetti del suo orizzonte quotidiano.”

Il decoro é stupido. E citando “Discorso sulla stupidità” di Musil, l’Alinovi scrive:

Citando Jeff Perrone: “La decorazione allontanata dalla sua collocazione abituale, diventa sia segno che disegno, sia se stessa che il materiale citato.”

“Lo stupido, secondo Musil, si diversifica dal l’intelligente non perché le sue azioni siano realmente stupide, idiote, ma perché il criterio guida che le dirige non è un progetto rigoroso, bensì l’affollarsi indistinto di azioni indisciplinate dettate dalla emozione e dall’istinto. <<La stupiditá semplice è spesso veramente artista>>

In battuta finale l’Alinovi conclude:

Il decoro è banale. E a proposito di ciò l’Alinovi cita Mendini, promotore di quella che fu una mostra esemplare, l’Oggetto Banale. Il banale di Mendini é imparentato sia con il Kitsch di Moles, sia con la stupidità di Musil. “Banale” scrive Mendini “significa la presa di coscienza del quotidiano...il banale é un fatto politico direttamente legato alla forza della classe media, è il cavallo di Troia delle masse popolari per riappriopriarsi delle arti...proprio perché capace di instaurare le relazioni vere, ora per ora, degli uomini con gli oggetti che lo circondano, il banale rivela di essere quella certa estetica, quella reale capacità creativa, quel modello formale che si stabilisce davvero nel maggior numero degli individui. Il banale è arta applicata e adattata alla vita di tutti i giorni”

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“La decorazione non nasconde nulla. Tutto quel che c’è è fatto per essere visto e no c’è nulla al di là di ciò che non si può vedere. È un’arte di pura superficie percettiva, di semplici accadimenti, evidente e manifesti. Eppure ha rimesso in discussione molte idee convenzionali sull’arte” In seguito a queste suggestioni, vi invito a prendere parte di una riflessione sul decoro contemporaneo tenendo presenti le accezioni di kitsch, stupiditá e banalità che ho ritenuto interessanti. Vi invito a riflettere su ciò dando un’immagine alla vostra idea, attraverso un disegno, che sia esso di un oggetto, di un’opera, o quant’altro, tenendo come unico vincolo un banale formato quadrato, un 20x20 cm. I disegni raccolti faranno parte di una esposizione immaginaria in progress. Sarò entusiasta di ogni vostro contributo. Vi ringrazio. Federica Fiumelli

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ALESSANDRA MAIO TITOLO: Repetita iuvant (2) TECNICA: penna rossa e nera su carta

Alessandra Maio è un’artista che vive e lavora a Bologna, nei suoi lavori l’utilizzo della scrittura come elemento grafico e formale è imprescindibile. Per questa occasione ha riproposto un particolare di un lavoro su carta da parati del 2010. Repetita iuvant? (2), il titolo come da traduzione della locuzione latina significa: “le cose ripetute aiutano”, in questo caso l’artista sembra porsi una domanda. La scrittura ripetuta ossessivamente va delicatamente a sedimentarsi in maniera rigorosa e strutturale, ripetizione dopo ripetizione, mantenendo una logica visiva costante ed equilibrata, quello che viene a formarsi sono esili ed evanescenti architetture di parole, tra semicerchi e coppe appuntite dalla lontana rievocazione organica femminile, si vanno ad alternare vuoti e pieni nel silenzio imcrespato della scrittura minuscola, che si fa corpo e materia di una costruzione decorativa esile ed elegante. La

conta ripetuta: “giro giro tondo casca il mondo” viene così a creare una dicotomia, come mi ha raccontato l’artista infatti: “È un lavoro che ho costruito con lentezza, parola dopo parola, ripetendo come un mantra la stessa frase seguendo uno schema preciso, ma che allo sguardo poco attento sembra solo una carta da parati. È in questa sua duplice essenza che vede contrapporsi un’azione privata, meditativa e riflessiva alla banalità estetica del risultato finale che ho visto un collegamento all’articolo, soprattutto al finale dell’Alinovi. Ma mi ha anche molto colpito la frase di Mendini, “banale significa la presa di coscienza del quotidiano”. E penso che anche questa mi abbia portato a scegliere questo lavoro.” La carta da parati già di per sé é infatti un oggetto atto a decorare e rivestire pareti, ed é un oggetto con una sua precisa e lunga storia, a partire dal Medioevo con la diffusione della tradizione orientale degli arazzi. Sin dall’antichità l’uomo ha avuto la necessità di ornare le pareti di casa, tappezzando così i luoghi della propria quotidianità con motivi decorativi ripetitivi. Uno degli elementi peculiari dell’aspetto decorativo, e cioè la ripetizione, con la Maio diventa un’architettura di scrittura, quest’ultima a sua volta segno di un ritmo privato, di un gesto meticoloso e ordinato, una lettura intima consumata nel reiterarsi del quotidiano.

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ANTONELLO GHEZZI TITOLO: “La pittura è sacra” TECNICA: incisione su stampa

Il duo artistico composto da Nadia Antonello e Paolo Ghezzi si é formato a Bologna, dove vive e lavora. “Pensiamo che l’arte sia un mezzo per far vivere meglio e far riflettere su temi come il sorriso, l’imprevedibilità, l’intersezione tra persone tra loro sconosciute, il superamento di tutte le barriere”, questo il loro incipit di poetica. L’aspetto quotidiano nella ricerca artistica di Antonello Ghezzi é determinante; la relazione e l’immersione nelle cose del mondo porta il duo artistico a far coniugare spesso arte e scienza.

Per questa occasione, il duo ha proposto il lavoro “La pittura è sacra”. Si tratta di una piccola stampa di un disegno di un bambino nell’atto del giocare. Da bravi funamboli del quotidiano, il duo ha trovato la riproduzione in un mercatino dell’antiquariato, un luogo già di per sé sicuramente e intrinsecamente kitsch. La stampa ritraente il pacioso bambino apparteneva a qualcuno che probabilmente l’aveva in casa e poi l’ha abbandonata. Antonello Ghezzi ha acquistato la stampa, l’ha smontata, dissacrata, incisa con la scritta - segno “La pittura sacra” e resa nuovamente importante. Secondo il duo, le opere d’arte, le riproduzioni delle opere d’arte o le stampe come in questo caso che qualcuno sceglie di appendere alle pareti spoglie di casa per abbellirle, rappresentano uno stereotipo perfetto del concetto di decorazione. Il bambino raffigurato che ci guarda serenamente con in mano una palla, sembra essere l’ambasciatore segreto di un messaggio: la pittura é sacra, e non importa se sarà utilizzata al fine di decorare uno spazio domestico, l’aspetto ludico della ripetizione come di una palla che rotola si presenta lí, dinanzi a noi.

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KINDERGARTEN DUO TITOLO: Untitled TECNICA: collage su stampa digitale

Il duo artistico composto da Simona Molino e Matteo Lucidi vive e lavora a Berlino e dal 2008 porta avanti una ricerca che spazia dalle installazioni, alla scultura, alla performance fino ad arrivare al video e a lavori cinematografici. La loro indagine é alla continua ricerca di nuovi materiali e tecniche in grado di descrivere il processo della creazione artistica stessa. In “Untitled” il duo propone una campionatura di modelli di nail art, un fenomeno oggi di gran moda e tendenza femminile, alla stregua di piercing o tatuaggi. Il concetto di decorazione contemporanea é stato interpretato dal duo secondo i dettami della loro poetica e cioè il modulo, la spersonalizzazione, l’omologazione. In conversazione, alla mia domanda sul perché la scelta del soggetto sia ricaduta proprio sulla nail art, il duo ha risposto: “abbiamo preso in esame la Nail art in

quanto ci sembra una degna rappresentante del concetto di arte ornamentale nella cultura popolare. Il disegno alla base di questa tecnica assume una valenza Kitsch grazie alla banalità del segno stesso. Catalogando i vari disegni in una classica scheda da esposizione, abbiamo cercato di evidenziare il rigore formale che esalta la spersonalizzazione di questa forma d’arte e ne sottolinea la superficialità percettiva che è alla base tuttavia della sua grande richiesta.” Dal numero 709 al numero 768 diversi modelli si alternano, in un campionario ordinato e rilevatore di una caotica sensibilità contemporanea. Fiori, brillantini, volti, bandiere, farfalle, fiocchi di neve, numeri, strisce o monumenti di città, nulla sfugge alla fagocitante riproduzione su unghie. Ad ognuno il suo disegno, in questa enumerazione kitsch a portata di mano.

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MELANIA DE LEYVA TITOLO: The mother of capitalism TECNICA: pilot su carta

Melania De Leyva nasce nel 1988 a Venezia, è un’artista che fin da subito ha utilizzato il disegno alla stregua di una fervida fantasia. La De Leyva dopo un percorso nel mondo dell’illustrazione soprattutto onirica è approdata alla fotografia, specialmente di moda e alle installazioni.

Se il kitsch nasce con l’uomo, é nella decor-azione che l’uomo si fa fantasia.

Il tratto che la contraddistingue è quello di fondere la realtà con l’illusione, aumentandone, i toni, i colori, le percezioni, la De Leyva ama l’eccesso, il pop trash e inevitabilmente il kitsch. In questo disegno in bianco e nero, dal tratto netto e semplice, l’origine du monde di courbettiana memoria viene stilizzata e riportata sotto i fasti di un fumetto porno. L’erotismo kitsch fagocitante, strabordante, incontenibile, esplosivo si fa decorazione senza decoro. Lussuriosa, e implacabile, la madre del capitalismo ci viene letteralmente dinanzi agli occhi. Impudica, l’orgia liquida che fuoriesce dall’origine, è una folla grottesca carrolliana, tra il soft porn e l’horror vacui, bianconigli, gabbie per uccelli, cappellai matti, ragni e altre diavolerie fantasy popolano l’eros decor-cattivo dell’artista.

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ANDREA RENZINI TITOLO: “Timbro” TECNICA: stampa mediante timbri

Andrea Renzini artista poliedrico, ha iniziato a disegnare e a dipingere nei primi anni Ottanta in quel contesto che allora veniva definito “scuola bolognese del fumetto”, amici come Andrea Pazienza lo introdussero alla rivista “Frigidaire” con la quale inizió a pubblicare i suoi primissimi lavori. Un militante poliedrico tra le molteplici possibilità espressive, dalla pittura al fumetto, dalla musica, alla moda, alle installazioni e alle performance, ai disegni, Renzini da sempre ama stratificare e mescolare le proprie esperienze e le proprie ispirazioni. Per questa occasione ripropone un lavoro del 1998-’99 intitolato “Timbro” nato durante un viaggio in Marocco dove l’artista si recò per realizzare una mostra nella città di Marrakech.

Durante il viaggio Renzini incontró degli artigiani dei timbri e ne realizzó alcuni con la figura della propria silhouette legata all’iconografia del lift boy, una mostra-performance che aveva realizzato precedentemente. L’artista giró il Marocco lasciando sui muri il segno della propria figura, una specie di “graffitismo pan-arabo” come ha definito Renzini in una nostra conversazione. Il timbro serví anche per creare disegni successivamente raccolti nella mostra “Medina amniotic suite” negli spazi della galleria-laboratorio di Alessandra Lippini. Renzini fece un’eccezione usando la figura umana, in quanto gli arabi maestri del decoro non possono utilizzarla nelle loro decorazioni. È così che in “timbro” la silhouette dell’artista si erge con tratti semplici, come un modulo è pronto a ripetersi all’infinito, dai contorni puntiformi è pronta a disperdersi nell’etere del colore che fa da sfondo. La silhouette dalla posizione monolitica erge le braccia e le mani verso l’altro in un atto mistico, quasi assumendo le posa di una statuetta arcaica tipica degli arredamenti funebri nelle civiltà antiche. Renzini trasversale, nei modi e nei tempi. 17


GIUSEPPE DE MATTIA TITOLO: “Uovo di porcellana decorato” TECNICA: matita su carta

Giuseppe De Mattia é un’artista nato a Bari nel 1980. Laureato in D.A.M.S. Cinema presso la facoltà di Lettere e Filosofia di Bologna. Ha studiato Urbanistica presso il Politecnico di Milano, dal 1999 al 2001. Dal 2006 al 2009 ha vissuto a Lisbona dove si è occupato di produzione cinematografica realizzando diversi film e documentari per la televisione portoghese. Nel 2008, a Lisbona, ha conosciuto l’artista Marina Ballo Charmet che stava lavorando al suo progetto fotografico “Il parco”. É stato suo assistente per la lavorazione sui parchi urbani della città di Lisbona. Questo incontro ha inciso notevolmente sul suo percorso di artista visivo. La ricerca di De Mattia spazia dalla fotografia, al disegno, all’installazione.

In questa occasione De Mattia ha presentato un disegno semplice, “Uovo di porcellana decorato” uno schizzo, grafite su carta, in bianco e nero, dai tratti imperfetti e sinuosi. Non vi sono ombre né profondità, l’uovo di porcellana decorato occupa lo spazio in maniera evanescente e totalitaria. L’artista si è affidato alla memoria, e frugando nei ricordi di bambino, questo oggetto è apparso come uno schizzo. “Il decoro più inutile associato all’infanzia” così ha detto De Mattia, che ha ricordato l’oggetto, l’ha cercato su eBay e ricopiato tale e quale. Un oggetto banale, grottesco e kitsch che dalle forme di un ricordo, è passato a quelle di un inserto web per ritrovare vita nel gesto del disegno dell’artista. La forme passano, la decorazione resta.

È Co-fondatore del collettivo “Casa a Mare” con Luca Coclite con la curatela di Claudio Musso.

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EMILIO VAVARELLA TITOLO: “Deco-Evo: Spontaneous Evolution of the Fertile Pixel n.1” TECNICA: pixel sottoposto ad algoritmo

Emilio Vavarella si è laureato al DAMS di Bologna con lode con una tesi dal titolo: “Autonomia ed eteronomia nel lavoro di Maurizio Cattelan”, ha conseguito successivamente la laurea magistrale in arti visive allo Iuav di Venezia, ha avuto anche l’opportunità di importanti studi nelle università di Tel Aviv e Istanbul tramite progetti Erasmus. Attualmente vive e lavora a New York. La ricerca dell’artista è prevalentemente centrata sulla relazione che si instaura tra umani e potere tecnologico. Per questa “call” Vavarella propone il lavoro “Deco-Evo: Spontaneous Evolution of the Fertile Pixel n.1”, l’idea è molto semplice, ed è ripresa da un breve video che l’artista ha realizzato alcuni anni fa: sottoporre un singolo pixel ad un algoritmo che lo decora, un passo alla volta, in modo meccanico (banale e stupido dal punto di vista algoritmico) ma raggiungendo alla fine una figura complessa e tridimensionale abbastanza

enigmatica dal punto di vista estetico. L’algoritmo è basico, e sempre uguale, ma andando ad agire su una figura via via più intricata porta a una complessità (e decorazione) finale molto distante dalla banalità del pixel iniziale. Interessante é anche il procedimento tecnico mediante il quale il risultato é stato ottenuto e che l’artista mi ha raccontato: “Si parte da un pixel, un piccolo agglomerato di materia digitale che è una delle cose più distanti e al contempo fisiche dalla complessità di una decorazione che riesco a immaginare. Ho sottoposto questo pixel a un semplice filtro, simile a quelli che da Instagram a Photoshop accompagnano le nostre immagini digitali. Il filtro è fondamentalmente un algoritmo che agisce sull’aspetto del pixel. L’applicazione del filtro risulta nell’addizione di complessità al pixel iniziale, ovvero: il pixel diventa un quadrato con un vuoto al centro; applico il filtro una seconda volta: il quadrato col vuoto al centro diventa un quadrato più grande con quattro vuoti simmetrici al centro; applico il filtro una terza volta: il quadrato diventa un pò più grande, contiene un quadrato più piccolo al suo interno e i quattro vuoti somigliano a delle croci...ecc...Applico il filtro fino a quando riempio un quadrato 20x20 come mi hai chiesto ed ecco il lavoro finito.” La figura labirintica si erge quasi tridimensionalmente verso lo spettatore, risucchiando lo sguardo in una centrifuga verde acida quadrangolare, l’architettura di un pixel sottoposto alle meccaniche leggi algortimiche si é manifestato così in un elemento ad alto tasso decorativo ambiguo. In loop.

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MARCO NUCCI TITOLO: “Welcome to the surface” TECNICA: Acquerello, inchiostro e colorazione digitale

Una donna completamente nuda dalla forme burrose, sinuose, tremolanti e diafane giace distesa, quasi spalmata su una superficie evanescente, sospesa e inclinata. “welcome to the surface”, un’insegna, una minaccia o il titolo perfetto per la colonna sonora di un suicidio postmoderno? La superficie sulla quale giace la nudità muliebre a triangoli alterni colorati non distoglie dall’atmosfera da fumetto noir che si respira. Qualcuno ha perso dei tasselli di storia, ma non importa. Il sangue nero amaro piano piano cancellerà tutto questo pieno, tutto quel colore, tutta quella patina superficiale e inutile che è la decorazione. Non è oro, non è decoro. Alla chirurgia etica, c’è quella estetica,

la grande bellezza muore così, in modo profondamente superficiale. L’artista mi ha raccontato: “La decorazione come sostanza, e la sostanza come decorazione. Il rapporto tra soggetto umano e pavimento pone una questione: quale dei due elementi privi di vita sta decorando l’altro? In sostanza (o decorazione), possiamo davvero essere qualsiasi cosa? Il giudizio rimane sospeso. Il disegno no, è finito. Spero vi piaccia. M.” Marco Nucci è laureato in DAMS cinema all’Università di Bologna, la sua ricerca va dal teatro al cinema e al fumetto. È tra i fondatori del FUN studio a Castiglione dei Pepoli che si occupa di illustrazione, narrativa e montaggio e direttore artistico del Crime City Comics, festival di fumetto sempre a Castiglione dei Pepoli che nelle ultime edizioni ha visto come protagonista la figura di Dylan Dog.

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LUCA POZZI TITOLO: Untitled TECNICA: Print screen da monitor

Luca Pozzi vive e lavora a Milano, è un visual artist. Specializzato in Modellazione 3D e sistemi informatici all’Istituto “Albert Steiner” e laureato all’Accademia di Belle Arti di Brera a Milano. Dal 2009 il suo approccio multidisciplinare lo porta a collaborare con istituzioni scientifiche come “Guest Artist” presso l’Albert Einstein Institute di Golm, Berlino; La Faculté de Science de Luminy, Marsiglia; la Penn State University, State College; il Perimeter Institute di Waterloo, Ontario. Le parole chiavi della sua ricerca artistica, come evince dal video statement del sito dell’artista, sono: spazio-tempo, olismo, rete di informazione, gravità quantistica, teletrasporto, cosmologia, biodiversità, realtà aumentata, multidisciplinarietá.

L’artista è in grado di coniugare alla perfezione il mondo artistico a quello della fisica, perché entrambi hanno bisogno di un linguaggio proprio e solo in apparenza, si distaccano dalla realtà. Per questa occasione Pozzi propone un print screen da monitor di una curva di bézier aperta su fondo vuoto di photoshop. La curva di bézier è un elemento che ha grande applicazione nella computer grafica e permette agli operatori grafici di realizzare disegni curvilinei molto precisi. In questo lavoro la curva di bézier si staglia nel vuoto sul fondo quadrettato di photoshop, divenendo così un segno grafico fluttuante e sospeso, una decorazione nello spazio infinitesimale dell’universo digitale. Un lavoro anti gravitazionale.

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PATRIZIA GIAMBI TITOLO: “Venezia” TECNICA: disegno a china e tempera su seta montata su legno

Patrizia Giambi espone dal 1991. Dal 1991 al 1997 ha vissuto a Los Angeles dove ha esposto in solo shows con Shoshana Wayne Gallery e con Carl Berg negli spazi da lui gestiti e in numerosi altri shows con Sue Spaid Fine Arts, Turner/Krull Gallery, Santa Monica Museum of Art, Los Angeles Contemporary Exhibitions- LACE), Lasca Gallery, Remba Gallery. A Chicago ha esposto in solo show con Zolla/Lieberman Gallery. Ad Amsterdam ha esposto con Carl Berg presso W139. Dal 1985 al 1991 ha realizzato con Maurizio Cattelan numerosi progetti editoriali ed espositivi, anche con il nome collettivo ‘palazzo del diavolo produzioni’. Da sempre Patrizia Giambi è un’artista eclettica e poliedrica, dal video, alla fotografia, al disegno, alla performance, la sua ricerca si apre e si muove in maniera trasversale.

Per questa occasione ha presentato un disegno a china e tempera su seta montata su legno. L’artista mi ha raccontato: “Volevo parlare di Venezia e del suo essere sospesa nel tempo, e spontaneamente ho cominciato a riprodurre a memoria il lungo ricamo dei porticati di piazza San Marco. Mentre lo facevo, ero solo occupata dall’automatismo ripetitivo delle arcate e delle finestre. Tutti pero’ guardando questi schizzi pensano a Venezia.” La Giambi si è dunque affidata e consegnata alla memoria e al riflesso che l’architettura veneziana vibra nelle nostre menti. L’artista ha ricamato con la china tratti decisi ma irregolari, dalla corporatura fitta e nera, si susseguono senza tempo archi a ripetizione, sospesi su un non-luogo, simulacro del ricordo. Su uno sfondo di seta senza peso si srotola così la reiterazione di una parte di città effimera e leggendaria dove noi però riconosciamo immediatamente qualcosa di familiare, qualcosa che appartiene alla nostra visione; così l’atto del riconoscimento e quello del gesto dell’artista si incontrano e si riconciliano nei meccanismi ripetitivi dei moduli decorativi architettonici. 27


STEFANO PERRONE TITOLO: “Progressione, regressione” TECNICA: olio su tela

Classe 1985. Vive e lavora a Milano. Stefano Perrone è illustratore e pittore. Laureatosi in Industrial Design presso il Politecnico di Milano lavora come Art Director in importanti agenzie di comunicazione tra cui Saatchi & Saatchi and McCann Worldgroup. Le sue prime opere, esibite nel 2013 consistono in collages grafici e digitali. Negli ultimi anni si è dedicato in maniera predominante alla pittura. La sua ricerca pittorica è intrisa di un profondo interesse verso la complessità della psicologia umana, l’artista è interessato all’analisi dei sentimenti umani in rapporto alla realtà esterna, é così che spesso le sue figure umane, protagoniste assolute dei suoi dipinti a olio sono senza volto, dai volumi geometrizzati talvolta i corpi sembrano svanire nell’ambiente.

Per questa occasione dopo aver letto l’articolo dell’Alinovi dal quale è partita questa “call” l’artista è rimasto colpito tanto da questa citazione “Lo stupido, secondo Musil, si diversifica dall’intelligente non perché le sue azioni siano realmente stupide, idiote, ma perché il criterio guida che le dirige non è un progetto rigoroso, bensì l’affollarsi indistinto di azioni indisciplinate dettate dalla emozione e dall’istinto.” L’artista ha guardato inoltre alla pittura di due grandi maestri del XX secolo, Paul Klee e Franz Kline; è così che è nato “Progressione, regressione”, l’olio su tela dalle pennellate verticali rosa cipria, verde acqua e verde scuro. Pennellata dopo pennellata, si manifesta un’interferenza sul finire del lato destro della tela, dove sullo scontro caotico delle pennellate si è depositato un grumo di materia sul quale l’artista ha lasciato segni dettati dall’emozione e dall’istinto, tracce di un elemento decorativo confuso, improvvisato non stabilito, inaspettato e aleatorio, tra il progresso e il regresso, un ritorno. 29


DAVIDE ALLIERI TITOLO: Untitled TECNICA: collage, fotografia, grafite

Davide Allieri (1982) vive e lavora a Milano. Si è laureato all’Accademia di Belle Arti di Brera a Milano, conseguito il diploma si è trasferito per un lungo periodo di ricerca e studio a Londra. Il lavoro di Davide Allieri si muove tra la scultura e l’installazione con sperimentazioni di vario genere come: disegno, collage, fotografia e video. Esistono possibilità diverse per manifestare una condizione legata al vivere, al ricordo, alla traccia, alla mancanza, al frammento, al desiderio, allo spazio, all’antico.

Per questa occasione Allieri presenta Untitled: collage, fotografia e grafite. Su una griglia modulare ripetitiva di quadrati bianchi si depositano due parti di figure fatte a pezzi, il soggetto che vi appare per metà è il corpo di un uomo sotto antiche spoglie. Frammenti di civiltà storica resi pulviscolari per l’effetto della grafite si stagliano su una griglia asettica, una decorazione ripetitiva e neutra che fa da supporto a una visione lontana e sfumata. Il passato viene ripreso e sostenuto da una decorazione che da elemento di secondo piano viene monumentalizzata e resa parte costitutiva nella globalità dell’immagine.

Il lavoro dell’artista cerca di convogliare tali elementi in forme capaci di ribaltare la funzione che esiste tra l’opera d’arte e il suo display espositivo, in un rapporto alterato tra pieno e vuoto, tra un soggetto e il suo oggetto del desiderio, tra una forma precisa e l’eterno incompiuto, tra il classico e il frammento mancante. 31


CUOGHI CORSELLO TITOLO: Suf TECNICA: fotografia

Monica Cuoghi (Mantova, 1965) e Claudio Corsello (Bologna, 1964) in arte Cuoghi Corsello, duo di artisti basati a Bologna, lavorano in coppia dal 1986. Noti per i loro interventi di street-art realizzati in mezza Italia - Pea Brain, CaneK8 e SUF sono le loro icone più diffuse. Il loro eclettismo intrinseco li ha portati ad operare su più fronti, dalla musica alla video-animazione, dall’installazione al graffito, dall’adesivo al writing (hanno creato tra l’altro la facciata simbolo del Link Project nel 1995). I loro lavori sono stati presentati in importanti gallerie e centri italiani e stranieri: a Bologna, oltre ogni angolo della città, nella storica galleria Neon, alla Galleria d’Arte Moderna e a MAMbo, e nei diversi loft/studio che hanno custodito nel corso degli anni (dalla prima fabbrica occupata Il Giardino dei Bucintori, gli ex Magazzini Generali Raccordati della Banca Del Monte, all’ex Concessionaria FIAT).

La loro ricerca artistica si é sempre impegnata a dissolvere le barriere e i confini limitanti tra arte e vita e per le loro creazioni hanno sempre preferito luoghi occupati e marginali, perciò possono essere definiti a pieno titolo artisti anti-mainstream. Per questa occasione propongono SUF, storica tag del duo, questa volta intendendo la scritta neon come decoro pop che una volta fotografato acquista la valenza di un segno grafico bidimensionale. La scrittura si fa materia plastica, poi puro oggetto di arredo pop, e fotografia di una tag luminescente ed evanescente, un insegna dell’eclettismo, il non-luogo per eccellenza dello stile Cuoghi-Corsello.

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CT TITOLO: “Fiume” TECNICA: disegno digitale

Matteo Ceretto Castigliano (1985) in arte CT, torinse, è uno degli street artist più famosi a livello europeo. Lettere, forme geometriche, tutto viene decostruito e fatto rivivere tra spazi industriali in disuso. Per questa call, ha proposto il lavoro intitolato “Fiume”, un disegno vettoriale che rappresenta il segno riconoscibile proprio dell’artista, in conversazione mi ha raccontato: “La decorazione non nasconde nulla. Tutto quel che c’è è fatto per essere visto e non c’è nulla al di là di ciò che non si può vedere. È un’arte di pura superficie percettiva, di semplici accadimenti, evidente e manifesti. Eppure ha rimesso in discussione molte idee convenzionali sull’arte”. L’affermazione dell’ Allinovi segue ad una celebre affermazione dell’artista Frank Stella che nel descrivere il suo lavoro afferma: “What you see is what you see”.

L’artista americano è stato uno dei grandi nomi del ‘900 capace di riportare al grado zero la pittura per ricostruirla e ricodificarla. Le sue opere non vengono considerate “decori” ma bensì rappresentanti autorevoli delle arti visive. Ciò che è interessante rilevare è proprio la presenza di un contesto “altro” che ne determina questa nuova valenza. Le medesime forme di Stella se fossero presentate fuori da un museo senza un testo critico, per molti potrebbero essere forme insignificanti (senza significato). In questo caso la geometria e lo studio della forma determinano un nuovo punto di partenza che fa del vuoto la critica più intima verso la società. Da queste considerazioni nasce il mio lavoro che qui presento sotto forma di disegno vettoriale (gli stessi che utilizzo come bozza per i miei wall-painting). Dei grandi dipinti a parete, riprodotti a vernice spray in spazi post-industriali. Essi sono portatori di un messaggio indecifrabile fruibile allo spettatore solamente attraverso una documentazione fotografica. Le forme nascono non come decoro ma come “unità”, elemento, forma , elaborata seguendo un rigido schema geometrico in dialogo costante con il contesto architettonico decadente. A mio parere la decorazione è tale quando viene pensata per essere funzionale allo spazio, senza creare resistenza con esso ma, anzi, creando armonia e serenità. L’arte è lo strappo, la sfasatura dei parametri percettivi. Il piacere del decoro lascia spazio all’inquietudine dell’opera che pur utilizzando le medesime forme si carica di significati nuovi, capaci di interrogare l’uomo contemporaneo sul suo tempo.”

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LORENZO GHELARDINI

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TITOLO: “S.t.d. #1” TECNICA: mista, disegno digitalizzato e collage fotografico digitale

Lorenzo Ghelardini nasce a Cecina (LI) nel 1980. Cresciuto a Rosignano Solvay (LI), ottiene il diploma artistico e segue corsi tenuti da vari artisti toscani. Nel 2005 si trasferisce a Pisa conseguendo la Laurea Triennale in Beni Culturali. Dal 2006 vive a Bologna, città in cui avvia una serie di collaborazioni con diverse associazioni culturali e dove si laurea in Storia dell’Arte. Negli anni partecipa a festival ed esposizioni personali e collettive in varie città, tra cui Bologna, Firenze, Lugano, Venezia, Milano. Le sue opere rispecchiano l’essere poliedrico dell’artista, sono caratterizzate da una fusione, una commistione tra diverse tecniche artistiche: dalla pittura al fumetto, dalla fotografia allo stencil. Con molte di esse, inoltre, lo spettatore è invitato ad interagire dandone così un valore aggiunto e ponendo sulla partecipazione un accento importante.

Per questa “call”, Ghelardini propone il lavoro “S.t.d.#1”, nel quale ritorna il fil rouge di altri molti lavori dell’artista e cioè la difficoltà comunicativa in una società iper connessa. I temi che Ghelardini tratta spesso sono anche quelli dell’identità e del gioco. Di qui tutta una serie di immagini riferite a parti del volto (sopratutto occhi e bocche), che possono essere evidenziate o ripetute ossessivamente, oppure eliminate. “In questo senso, ad esempio, la nube di occhi è texture decorativa, ma si fa messaggio.” Mi racconta l’artista in conversazione, che ha poi proseguito sul tema della decorazione: “Condivido la visione della decorazione come elemento del quotidiano, come elemento capace di “colorare” il quotidiano: “riempimento del vuoto che ci annichilisce”. E naturalmente apprezzo la capacità della decorazione di “non nascondere nulla”...di essere esplicativa ed evidente, manifesta, di potersi fare, come ti dicevo, messaggio. Sono un po’ meno d’accordo sul discorso “stupidità”: non condivido personalmente l’approccio anti-progettuale. “L’affollarsi indistinto di azioni indisciplinate dettate dall’emozione e dall’istinto” è una attitudine che mi appartiene ma solo ai fini di un progetto, come elemneto scatenante di un processo creativo.” Così orwellianamente la folla di occhi reiterati ci osserva, ci controlla, come nel ghigno perenne di un social network. 37


DAVIDE TRABUCCO TITOLO: “Alessandro Mendini, Mobili per uomo: Guanto, Bisazza, 1997 VS Reliquiario del braccio di Carlo Magno, Aquisgrana, 1481” TECNICA: collage di immagini trovate su Internet Davide Trabucco (1987) vive e lavora tra Bologna e Ferrara. Per questa “call” decide di proporre un’immagine appartenente alla serie “Confórmi”, un progetto che nasce con la volontà di indagare l’immagine in ogni sua forma, comprendendo tutta la storia dell’arte. Trabucco compone immagini di nuova natura attraverso l’accostamento di realtà artistiche a volte anche antitetiche. In merito all’articolo dell’Alinovi l’artista si è interessato alla questione del kitsch. E mi ha raccontato: “Il lavoro lega un’opera di Alessandro Mendini realizzata per una serie di oggetti per Bisazza nel 1997 al Reliquario per Carlomagno commissionato nel 1481 da Luigi XI di Francia. Mendini molto spesso si è avvicinato con le sue opere di redesign al kitsch, prima fra tutte la poltrona Proust.

E il testo che citavi tu di Mendini e del rapporto con Moles conteneva anche questa frase: << “kitsch” ha finito per significare la negazione dell’autentico; anzi l’autentico in versione supermercato, cioè stravolto da un qualcosa che rende il pezzo raro alla portata di tutti e di tutte le tasche: autenticamente falso. Si è usato il termine “supermercato” e sarebbe imperdonabile non commentarlo subito. >> Mi piace pensare a come Mendini abbia portato il reliquario di Carlomagno nelle case di tutti (o quasi) rendendolo ancora più kitsch con il mosaico.” È così che nel lavoro qui presente la mano dorata, protagonista assoluta, dichiaratamente kitsch, si staglia nell’unione dicotomica su uno sfondo quasi anonimo tagliato a metà.

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NEMO’S TITOLO: Pattern TECNICA: mista su carta

NemO’S è uno degli street artist internazionali più conosciuti e amati a livello internazionale. L’artista stesso ammette di non sapere se aver imparato prima a disegnare o scrivere. Un’immagine però resta vivida, un disegno di un cerchio rosso e due occhi lo resero molto felice, e la visione di un illustratore locale grazie al suo papà permisero a questa giovane mano di non smettere di disegnare. Le figure umane che popolano l’immaginario di NemO’S sono un tratto indistinguibile dell’artista, l’umanitá apostrofo ‘S è facilmente riconoscibile, quasi fatta in serie, si presenta nuda e cruda, e la pelle è caduca tanto quanto la nostra. I tatuaggi della loro pelle sono le nostre parole e la nostra storia, e ancor di più il nostro rapporto con la realtà. Sono infatti i meccanismi del rapporto che l’essere umano ha con il potere ad essere protagonisti negli interventi urbani dell’artista. Per questa “call” sceglie di proporre “Pattern” un titolo già di per sé esplicativo.

In biologia ad esempio, “pattern” viene tradotto a volte come “profilo” e ci si riferisce a diversi tipi di regolarità, come ad esempio le regolarità delle sequenze biologiche di DNA o di proteine che permettono il riconoscimento e il legame specifico tra molecole, o le regolarità nel livello di espressione dei geni delle cellule che permettono il riconoscimento sperimentale di diversi tipi cellulari tra cui tipi di cellule tumorali. Nel lavoro di NemO’S gli uomini spogli si ripetono e si collegano, si connettano insieme in una rete molecolare che potrebbe andare avanti all’infinito. Quasi costretti a restare a bocca aperta di una oscurità sconcertante a causa degli uomini che portano sulle spalle, si coprono gli occhi, non osano guardarci, o guardarsi. La decor-azione diventa azione di un’omologazione alienante e il paradosso, unico grande protagonista della società contemporanea é che la ripetizione seriale nell’epoca dell’iper comunicazione diviene elemento anestetizzante. Nell’angoscia della reiterazione il DNA di una pattern-community prende forma.

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OPIEMME TITOLO: Intrecci TECNICA: Digital print on Canson Infinity Rag Photographique 310 gr

Opiemme è uno degli artisti più conosciuti della giovane comunità artistica europea, è autore di murali ormai storicizzati, in diversi luoghi come Danzica, Torino, Dignano d’ Istria, Bologna, Haiti. Attualmente vive e lavora a Torino, dove a fine anni 90 ha iniziato il suo percorso artistico, con l’intento di portare la poesia in strada, avvicinarla alle persone, studiando nuovi modi con cui proporla per svecchiarne la comunicazione. Il lavoro di Opiemme è stato presentato nei principali musei italiani e internazionali come Fondazione Cini, Venezia; Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Torino; 5 Bienal del Fin del Mundo, Mar de la Plata, (Argentina), Monumental Art Fest, Gdansk (Polonia) e seguito da testate quali The Huffington Post.

Opiemme esplora il territorio di confine tra poesia e immagine, come gli artisti della poesia visiva, dove la parola è libera di trasformarsi in segno grafico arricchendosi di nuovi significati. Immagini da leggere, parole da guardare. Messaggi poeticamente espressi ma fruibili da tutti, grazie a interventi site-specific che uniscono le tecniche della street art con la progettualità dell’arte pubblica. Per questa “call” il lavoro di Opiemme é una pioggia vorticosa di lettere nere (Vortex, non a caso è stato il titolo di una delle sue ultime esposizioni) che fluttuano e si depositano su uno sfondo total white. La trama fitta di lettere nere imbastisce una rete centrifuga che cattura lo sguardo nel caos per veicolarlo in un punto, il cerchio bianco che fa da ombelico a questa nube di lettere decise (o indecise?). Il buco nella reiterazione, una sospensione cromofoba e silnzioza, come un lampo di luce accecante, un’esclamazione, un “eccomi!” nel fluire dell’asfittico too much.

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Per la realizzazione di questo progetto ringrazio tutti gli artisti per la disponibilità: Alessandra Maio, Antonello Ghezzi, Kindergarten Duo, Melania De Leyva, Andrea Renzini, Giuseppe De Mattia, Emilio Vavarella, Marco Nucci, Luca Pozzi, Patrizia Giambi, Stefano Perrone, Davide Allieri, Cuoghi Corsello, CT, Lorenzo Ghelardini, Davide Trabucco, Nemo’s, Opiemme e l’associazione culturale OFCN15 per il contributo alla progettazione grafica. 44

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Profile for Federica Fiumelli

IO DICO D'ECO  

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