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Linee Programmatiche


Introduzione Le elezioni amministrative comunali e provinciali previste per il 15 maggio 2011 avranno sicuramente un grande valore politico generale sia per l’estensione degli elettori chiamati al voto (oltre nove milioni in oltre mille comuni, dei quali circa 120 superiori ai 15000 abitanti e circa 30 capoluoghi, e 11 province) e sia per l’entità della posta in gioco. Il tema centrale di queste elezioni sarà, infatti, la difesa della Democrazia e Dell’Autonomia Finanziaria e Istituzionale degli Enti Locali messa ferocemente in discussione dai tagli dei trasferimenti drammaticamente operati in questi anni dai governi liberisti e di destra guidati da Berlusconi e la difesa dei diritti dei cittadini, a partire dai più deboli, messi profondamente in discussione dal disegno federalista in via di approvazione. Il disegno federalista,infatti, portato avanti dal governo Berlusconi-Bossi, e contenuto nella legge 42/2009, che come forze politiche della Federazione della Sinistra siamo stati fra i pochi a contrastare radicalmente sin dall’inizio pone un drammatico bivio: o spremere ulteriormente i cittadini, del nord e del sud, o tagliare i servizi snaturando definitivamente quel ruolo di enti di prossimità più vicini ai bisogni dei cittadini. Altro che la falsificazione propagandistica di un governo liberista che “non metterebbe le mani nelle tasche degli italiani”! La combinazione degli effetti fra manovre finanziarie 2010 e 2011 del governo e federalismo municipale è dirompente e si configura come attacco storico alla democrazia parallelo all’attacco ai diritti dei lavoratori operato da Marchionne. Nella manovra di luglio scorso, infatti, si è definito un inasprimento del “patto di stabilità” che prevede sia il taglio di trasferimenti sia una serie di norme che inaspriscono le sanzioni per gli enti inadempienti; per le Regioni a statuto ordinario si prevede un taglio di 4000 milioni di euro per il 2011 e 4500 per il 2012; per le Regioni a statuto speciale (e le province di Bolzano e Trento) meno 500 milioni per il 2011 e meno 1000 per il 2012; per i Comuni meno 1500 per il 2011 e meno 2500 per il 2012; per le Province meno 300 milioni per il 2011 e meno 500 per il 2012. A questa cifra di ben 14,8 miliardi nel prossimo biennio vanno aggiunti gli effetti del taglio già deciso con la precedente finanziaria triennale (ddl 112/98 sempre di Tremonti): per il 2011, infatti, alle cifre prima richiamate vanno sommati 1800 milioni per i Comuni, 98 per le province, 1500 per le Regioni. Il decreto sul federalismo municipale prevede, peraltro, che fino all’entrata a regime del 2014 gli enti locali non avranno ulteriori trasferimenti col fondo perequativo. L’entrata in vigore di questo decreto è, in questo momento, ritardata dal positivo e rigoroso atto del Presidente della Repubblica che lo ha dichiarato “irricevibile” dopo la bocciatura in commissione bicamerale: tuttavia il suo iter è destinato ad andare avanti nelle aule parlamentari a meno che non si crei a livello di enti locali e di opinione pubblica un’iniziativa di opposizione che superi l’ambigua e grave scelta dell’ANCI che, nel suo ultimo Consiglio nazionale del 3 febbraio u.s. – nonostante il dissenso aperto dei nostri rappresentanti e di molti sindaci del nord e del sud – ha scelto di non esplicitare nessuna contrarietà, accontentandosi dell‘ambiguo contentino di aver fatto anticipare la possibilità per i Comuni di imporre da subito addizionali fiscali e nuovi tributi, e cioè della possibilità di scaricare sui cittadini gli effetti dei tagli dei trasferimenti invece di contrastarli, difendendo l’AUTONOMIA FINANZIARIA DEI COMUNI. Nell’ultimo testo del decreto, infatti, visto che questi tagli avranno un carattere ancor più drammatico nella fase transitoria fino al 2014, quando è prevista la messa a regime di un fondo perequativo, è stata anticipata l’entrata in vigore della possibilità di incrementare le addizionali


IRPEF (anche correndo il rischio della sua retroattività per il 2010 se deliberate entro il marzo 2011), determinando così un aumento del prelievo fiscale; peraltro è stata immediatamente fissata l’aliquota dell’IMU, la possibilità di imporre la tassa di soggiorno per i comuni turistici e artistici, e tasse di scopo per la realizzazione di opere pubbliche. Il giudizio della Federazione della Sinistra sul decreto delegato sul “federalismo municipale” – esplicitato anche dai nostri amministratori in un documento presentato al consiglio nazionale ANCI e scandalosamente non messo ai voti – si può così sintetizzare. 1. Il contenuto del Decreto è molto spesso in contraddizione con i principi generali della Legge 42 del 2009 alla luce soprattutto del fatto che, ancora oggi, non sono stati determinati in alcun modo i costi standard sulla base dei quali procedere nell’erogazione dei servizi; pertanto registriamo la certezza che il “federalismo fiscale” si configura come prelievo fiscale aggiuntivo e non come concretizzazione dell’autonomia impositiva dei Comuni. 2. Infatti, si è deciso di procedere senza un disegno organico non avendo ancora neanche definito le funzioni proprie dei comuni, e nemmeno proceduto alla preventiva approvazione in Parlamento del Nuovo Codice delle Autonomie. 3. Di fatto si costringono i Comuni, mancando un’organica riforma fiscale, a scegliere fra inasprire la pressione fiscale (addizionale IRPEF, aliquote IMU, imposta di scopo e tasse di soggiorno) o a non procedere negli investimenti in conto capitale, e/o a tagliare i servizi, a danno dei cittadini più deboli e a rischio di marginalità sociale. 4. Il fondo perequativo che andrà a regime solo nel 2014 non è ancora ben determinato né nella quantificazione delle risorse disponibili né nei suoi meccanismi di distribuzione. 5. Nell’IMU, peraltro, scompare il principio della progressività dell’imposta: s’incrementano fino al raddoppio i costi per le attività commerciali e artigianali, che non potranno più godere delle riduzioni previste nell’ICI, e si favoriscono i proprietari di seconde case. 6. Con l’introduzione della cedolare secca sugli affitti si aggrava ulteriormente l’imposizione fiscale sui redditi più bassi con il sicuro aumento dei canoni di locazione per gli inquilini e invece si premiano i redditi più alti con la riduzione del carico fiscale per i proprietari di seconde case, ledendo il principio costituzionale della progressività delle imposte. Insomma col federalismo municipale si costringono i Comuni ad aumentare le tasse locali (aumento aliquote IRPEF, tassa di soggiorno, IMU, ecc.) senza ridurre la pressione fiscale nazionale, soprattutto sui lavoratori dipendenti e sui cassintegrati che sono i maggiori contribuenti in questo paese Con questi numeri gli EELL non sono in grado di chiudere i bilanci, a meno di non dover subire un ricatto: o si tagliano i servizi sociali per i cittadini (asili nido, refezione scolastica, assistenza agli anziani e ai portatori di handicap, sostegno ai minori a rischio, inclusione dei più deboli a partire dai migranti ecc.), magari diminuendone qualità ed estensione universalistica o si aumentano le tariffe dei pubblici servizi (tassa rifiuti, occupazione suolo, trasporti, edilizia pubblica ecc.) magari tentando di privatizzarli (l’esatto opposto di quello che chiedono le centinaia di migliaia di cittadini che hanno firmato il referendum per l’acqua pubblica) o si vende ai privati il patrimonio strategico, oggi rimpinguato dal cosiddetto federalismo demaniale; oppure, inevitabilmente, si è costretti a sforare il patto di stabilità subendone le sanzioni successive.


Insomma il governo delle destre con le manovre finanziarie di tagli drammatici dei trasferimenti e con il disegno presuntamente federalista, scaricando sui Comuni e sugli Enti Locali tutti i costi della crisi, individua le istituzioni locali come luogo per attaccare i più deboli e i loro diritti sociali e di democrazia. Ecco perché le prossime elezioni amministrative si configurano COME ELEZIONI POLITICHE DECENTRATE e quindi avranno grande valore politico generale: al centro dello scontro ci sarà – insieme ai temi programmatici specifici locali- la capacità della sinistra e del centro-sinistra di costruire coalizioni politico-programmatiche contro la politica liberista delle destre e di Berlusconi. L’attacco all’autonomia degli enti locali e ai diritti dei cittadini è, infatti, l’altra faccia della politica padronale di Marchionne, che tenta di annullare i diritti sindacali e costituzionali delle lavoratrici e dei lavoratori mettendo in discussione lo statuto dei lavoratori e il contratto collettivo di lavoro. E’ fondamentale, in questo quadro, il ruolo della Federazione della Sinistra: I Programmi Devono Essere al Centro delle Nostre Alleanze Locali nel senso che stiamo lavorando in tutti i Comuni e le Province che vanno al voto affinché i Programmi delle Coalizioni di Centro-Sinistra o di Sinistra abbiano al centro temi di fondo, su cui in questo documento ci soffermeremo, come ◦ Moralità ◦ Trasparenza ◦ Patrecipazione ◦ Enti Locali Contro La Crisi, ◦ Ambiente ◦ Beni Comuni a partire dall’Acqua, ◦ nuovo Welfare Di Comunità ◦ enuovo ruolo Dei Consigli Comunali. Per la Federazione della Sinistra, infatti, il programma è realmente il fondamento delle alleanze e non semplice corollario; perciò abbiamo considerato e consideriamo pregiudiziale a ogni intesa politica – ed anche alla partecipazione, dove lo abbiamo considerato utile, alle primarie del centro sinistra- l’assunzione vincolante di questi punti di valore generale che si configurano come condizione di una svolta.


CINQUE IDEE PROGRAMMATICHE PER UN NUOVO RUOLO DEI COMUNI E DELLE PROVINCE COME ENTI DI PROSSIMITA’ A FAVORE DEI CITTADINI, A PARTIRE DAI PIU’ DEBOLI, E FATTORE ATTIVO DI DEMOCRAZIA E DI PARTECIPAZIONE. Abbiamo definito cinque idee e priorità programmatiche per noi discriminanti da porre a base del confronto con le forze del centro sinistra. Su queste proposte, che saranno articolate con schede analitiche a livello territoriale, è ancora in corso un confronto ampio nella Federazione della Sinistra, confronto che deve andare avanti nelle federazioni, nei circoli territoriali e di lavoro e con le soggettività organizzate di movimento. Ci limitiamo in questa sede solo a richiamarne le priorità e gli obiettivi fondamentali.


1. QUESTIONE MORALE e TRASPARENZA AMMINISTRATIVA. DEMOCRAZIA, PARTECIPAZIONE E NUOVO RUOLO CONSIGLI COMUNALI. La Federazione della Sinistra lavora perché, a partire dalle prossime elezioni locali, attraverso la partecipazione si superi quel distacco fra cittadini e istituzioni frutto delle mancate risposte ai bisogni popolari e dei ceti più deboli e reso più grave dalla moltiplicazione, negli ultimi mesi, di episodi di corruzione di amministratori e di esponenti politici, di cattivo utilizzo del danaro pubblico e da un perverso rapporto fra politica e affari, fatti che hanno riproposto l’urgenza della moralizzazione della vita pubblica. a)

MORALITA’ e TRASPARENZA

La verità è, infatti, che ogni volta che a livello di Enti locali si discute di esternalizzazioni, privatizzazioni, norme derogatorie di piani regolatori, ecc. non solo si mina la democrazia della rappresentanza degli interessi pubblici, ma si apre un varco drammatico alla possibilità di corruzione degli amministratori, come evidenziato dall’esplodere della questione morale nei mesi scorsi in molte istituzioni locali del nord e del sud. Ecco perché proponiamo come discriminante, sia per le nostre liste, sia per le coalizioni con cui ci alleiamo, l’adozione di un codice etico da parte di ogni candidato, basato su alcuni principi a tutela della moralità pubblica: ◦ assenza, all’atto della candidatura, di condanne penali anche di I grado e di rinvio a giudizio per reati non d’opinione o d’abuso d’ufficio; ◦ impegno alle dimissioni dall’incarico istituzionale (consigliere – assessore), in caso di rinvio a giudizio per reati non di opinione o di abuso d’ufficio; ◦ mpegno a evitare, nell’ambito della propria attività istituzionale, ogni possibile conflitto d’interessi. Si tratta, inoltre, di mettere in campo regole chiare e trasparenti di gestione: pensiamo a criteri per le nomine, a limitazione delle trattative private, sia per affidamenti di opere che di servizi, all’assoluta limitazione delle consulenze e del ricorso a dirigenze esterne e, comunque, mediante bandi di evidenza pubblica, onde reperire reali esperti. b)

LOTTA ALLA CRIMINALITA’ ORGANIZZATA

IN QUESTO QUADRO, in particolare nel Mezzogiorno ma anche nei comuni del centro-nord, VA DATA GRANDE PRIORITA’ ALLA LOTTA CONTRO LA CRIMINALITA’ ORGANIZZATA e all’ANTIMAFIA SOCIALE. Proponiamo il rilancio delle esperienze antiracket costruite con la partecipazione attiva di tanti comitati di cittadini e di commercianti e il sostegno a tutti i soggetti dell’antimafia sociale, a partire da Libera, e alle associazioni e alle cooperative che si misurano su progetti economici e sociali di utilizzo dei beni confiscati alla criminalità organizzata Proponiamo, nei Comuni dove è ritenuto utile, la costituzione di un Assessorato specifico e dedicato che assuma la centralità della lotta alla legalità, alla criminalità organizzata attraverso una scelta, l’assessorato contro il racket e la criminalità, di grande valore politico e simbolico.


c)

BILANCIO PARTECIPATIVO

Si tratta, in realtà, di rafforzare oltre che la partecipazione anche i meccanismi di trasparenza. Su questo piano proponiamo che vadano riprese e valorizzate le prime esperienze fatte in molte città italiane da Grottammare, a Roma, da Pieve Emanuele a Napoli, ecc. (esperienze negli ultimi anni sostanzialmente ridotte sotto la scure dei tagli e della controriforma strisciante degli EELL) di bilancio partecipato, puntando, in particolare, a finanziare pratiche e strumenti di partecipazione diretta dei cittadini ad assemblee democratiche che definiscano le priorità di bilancio sulla base del censimento dei bisogni territoriali ed al fatto che tutti i processi di riqualificazione urbana e rilancio territoriale possono avvenire solo garantendo la trasparenza dei procedimenti e l’effettività dei controlli sull’azione degli enti preposti alla riqualificazione territoriale stessa. Quando parliamo di partecipazione, in tutte le nostre esperienze, parliamo di progetti di futuro che riguardano la complessità della vita delle persone, cioè del loro destino produttivo e del loro destino nello spazio urbano, della vita e del lavoro insieme. L’innovazione dei meccanismi democratici, determinata dalla sperimentazione di processi partecipativi connessi alla gestione della cosa pubblica, permette, insomma, il superamento di disuguaglianze tra i cittadini e l’affermazione del principio della trasparenza dell’amministrazione pubblica. In concreto proponiamo di porre al centro delle nostre piattaforma programmatiche: ◦ l’impegno del Comune a realizzare il bilancio sociale dotandosi di strumenti permanenti di comunicazione con i cittadini; ◦ la destinazione di una percentuale delle risorse del bilancio a forme di sperimentazione del bilancio partecipativo; ◦ la costruzione di laboratori di quartiere per permettere l’informazione e la partecipazione dei cittadini alle scelte urbanistiche. d)

NUOVO RUOLO DEI CONSIGLI COMUNALI

Non può essere taciuto, però, che negli enti locali, lungi dall‘ affermarsi di forme di democrazia diretta e di partecipazione, si è innestato spesso negli ultimi anni un progressivo svuotamento delle funzioni, dei compiti e dei ruoli dei consigli comunali e dei consigli provinciali a favore del potere ormai monocratico del Sindaco e delle Giunte. Si pone, quindi, il tema della modifica della legge 81/93 sull’elezione diretta dei sindaci e presidenti, legge che ha favorito certamente, una maggiore stabilità dei governi locali, ma a danno delle prerogative di rappresentanza democratica dei Consigli, ridotti spesso ad una pura funzione consultiva e spesso privati anche delle competenze effettive in materia di bilancio e di urbanistica. In particolare chiediamo che nei programmi delle coalizioni cui partecipiamo sia rilanciato,anche a legislazione vigente ,la centralità del ruolo politico del CONSIGLIO COMUNALE,definendo l’ impegno alla sua convocazione preventiva su tutte le materie urbanisticoterritoriali,ambientali,sociali ,della mobilità e sui programmi delle aziende partecipate anche al di la delle strette competenze previste dalle normative,per poter svolgere effettivamente come consiglio in ruolo di indirizzo programmatorio e di controllo sulla attività dell’ente. e)

DECENTRAMENTO E MUNICIPALITA’

E’ in questo quadro necessario aprire un dibattito sul ruolo dei consigli circoscrizionali e delle municipalità nelle grandi città che vanno al voto.


Va sicuramente valorizzato e rilanciato il ruolo dei consigli circoscrizionali come enti di prossimità e istituzione potenzialmente più vicina ai cittadini; vanno perciò corrette impostazioni delle circoscrizioni come pura duplicazione ridotta delle strutture comunali senza poteri effettivi, senza ruolo e funzione precisa al servizio dei cittadini, soprattutto nei comuni più piccoli; riteniamo utile, infatti, prevederli dove la dimensione dei Comuni è superiore a 100000 abitanti e nei capoluoghi di provincia prevedendo, però, in questi casi la possibilità effettiva dei consiglieri di partecipare e di svolgere la propria funzione democratica col meccanismo dei gettoni legati -ovviamente – all’effettiva presenza all’ attività istituzionale e bandendo ogni forma di sprechi o di beneficio immotivato. I consigli circoscrizionali, allora, dove è giusto siano previsti, non solo non sono un costo, ma rappresentano una risorsa della democrazia: vanno ampliati i loro poteri d’indirizzo e di controllo sulle politiche territoriali, delle attività economiche e sull’efficacia e la qualità dei servizi che l’ente eroga ai cittadini, aumentando la possibilità di prevedere la partecipazione diretta dei cittadini (ad esempio, possibilità di indire referendum consultivi, disponibilità di spazi e strumenti per favorire l’attività di comitati e di associazioni, ecc. ). Le municipalità non nascono, nel dibattito da noi animato a ROMA e a NAPOLI negli anni scorsi, come pura estensione del decentramento, ma come nuovo governo di prossimità. Esse esprimono, infatti, la necessità di una vera innovazione istituzionale. Orbene, la mancata dotazione di risorse umane ed economiche sufficienti e il mancato trasferimento di molti poteri ha reso più difficile questa esperienza che invece, come FDS, intendiamo valorizzare e rilanciare. Vogliamo perciò accentuare il ruolo delle Municipalità come autorizzativo delle attività economiche all’interno della pianificazione comunale, e puntiamo a riconoscere loro una competenza primaria su politiche sociali, scuola e spazi pubblici. Del resto è proprio a partire dalle Municipalità che è possibile ridisegnare gli stessi tempi sociali della città, affrontando in particolare le condizioni drammatiche in cui le donne vivono, in contesti familiari sempre più disgregati, con la piaga di una disoccupazione e precarizzazione generalizzate, che le riconduce, soprattutto nelle realtà territoriali più disgregate e colpite dagli effetti della crisi, verso il rischio di ghettizzazione nelle mura domestiche, dove già ora vivono di fatto segregate tante donne straniere. Proprio perché vediamo l’ enorme potenziale delle municipalità, proponiamo di lavorare per dare loro piena personalità giuridica innovativa: referendum consultivi, spazi pubblici per la partecipazione , sperimentazione spinta del bilancio partecipativo. f)

LOTTA AI COSTI IMPROPRI DELLA POLITICA

In questo quadro appare demagogica e inefficace la propagandata sforbiciata ai costi della politica a livello di enti locali (riduzione dei compensi per i Sindaci, i Presidenti e gli Assessori, indennità per i Consiglieri che passa, come tetto massimo, da un terzo a un quinto di quella prevista per i Sindaci e per i Presidenti, contenimento dei gettoni e dei costi degli organi di gestione delle società partecipate). Intendiamoci, siamo stati tra i primi ad aver sollevato il tema dei costi impropri della politica anche a livello locale, soprattutto riguardo alla proliferazione di enti di secondo grado, all’aumento delle consulenze e delle dirigenze esterne, alle assunzioni senza concorso in molte società miste, ai benefit immotivati per gli amministratori a partire dalle auto blu, ecc. La manovra del luglio scorso, tuttavia, non si configura affatto come taglio ai costi impropri della politica a livello locale e, infatti, nella relazione tecnica il comma 5 dell’art. 5 non prevede economia per i saldi nazionali e quindi evidenzia la falsità del risparmio; la verità è che la manovra è un attacco alla risorsa della democrazia elettiva dei Consigli. Emblematico a tal riguardo è il taglio del gettone di presenza per i Consigli circoscrizionali e municipali (poche centinaia di euro al mese nelle grandi città) in quanto già con le precedenti Finanziarie tali emolumenti sono stati già limitati ai soli capoluoghi di provincia e alle città superiori ai 100000 abitanti.


Non è certo credibile un Governo che in nome del rigore taglia gli spiccioli dei compensi dei Consiglieri comunali e municipali, ma non taglia il numero dei parlamentari limitandosi ad una piccolissima riduzione del compenso. E’ necessaria una reazione democratica degli enti locali, non in difesa dei presunti privilegi, ma in difesa della democrazia, spostando l’asse sui bisogni dei cittadini e sul ruolo dei Consigli come enti di prossimità. g)

DIFESA DEL RUOLO E DELLE FUNZIONI DELL’IMPIEGO PUBBLICO CONTRO OGNI PRIVATIZZAZIONE ED ESTERNALIZZAZIONE

C’è infine un nesso forte fra i tagli agli enti locali che ridurranno la loro capacità di erogare servizi ai cittadini e l’attacco indiscriminato ai pubblici dipendenti contenuto nella manovra attraverso la sospensione dei diritti contrattuali collettivi e il licenziamento di oltre il 50% dei precari che lavorano nella pubblica amministrazione. Bisogna evitare una sottovalutazione di quest’ attacco al pubblico impiego: l’offensiva di Brunetta contro i “fannulloni” rischia di passare culturalmente anche in settori della sinistra e del sindacato, determinando una forma di “rivoluzione passiva”, se non si costruisce un’adeguata iniziativa di lotta. Infatti, è da notare che la manovra sfiora pochissimo i compensi dell’alta burocrazia e invece ha sospeso per tre anni ogni miglioramento economico e normativo per milioni di lavoratrici e lavoratori. h)

RUOLO DELLE PROVINCE E NOSTRE PROPOSTE

In questo quadro, riteniamo decisivo che si definiscano le funzioni fondamentali delle Province, nel rispetto dei Principi degli articoli 118 e 119 del titolo V della Costituzione, anche al fine di finanziare “ integralmente le funzioni pubbliche attribuite” prima dell’attuazione del disegno federalista. Come Federazione della Sinistra riteniamo che si debba considerare chiuso l’annoso dibattito sull’inutilità delle Province e le demagogiche campagne sui loro costi e lavorare, invece, in positivo, a definire per le stesse una funzione fondamentale di pianificazione economica e territoriale di area vasta, anche per permettere un livello di coordinamento dei 5.740 Comuni italiani inferiori ai 5.000 abitanti, che rappresentano una caratteristica peculiare e una ricchezza dell’Italia Proprio per salvaguardare questo ruolo di coordinamento di area vasta e di ente intermedio tra Regioni e Comuni ci siamo opposti in questi anni alla proliferazione di nuove e piccole province, la cui configurazione territoriale non fosse storicamente e culturalmente definita e pretendiamo che le Regioni conferiscano alle Province tutte le deleghe previste in particolare in materia urbanistica, ambientale, di assetto idrogeologico di edilizia scolastica e di politiche per la formazione e per il lavoro. Una provincia che rispetti i compiti a essa assegnati, con un programma di governo chiaro e preciso, può essere l’unica istituzione che può agire su scala intermedia (quindi senza le diseconomie di scala dei piccoli e medi comuni), e soprattutto sostituendo alla farraginosità burocratica dell’amministrazione regionale una più efficace azione amministrativa e di programmazione.


2. ENTI LOCALI CONTRO LA CRISI Abbiamo più volte constatato negli ultimi anni come la portata della crisi economica abbia determinato un arretramento senza precedenti nella storia rispetto alle conquiste date fin qui per scontate, un arretramento violento che, in pochi mesi, ha riportato il mondo, l’Europa e l’Italia, a prendere atto di licenziamenti di massa, della precarizzazione dell’esistenza dei cittadini e dell’esclusione di ogni diritto: aumento vertiginoso della cassa integrazione e della disoccupazione, endemicità del precariato e crescita della povertà in fasce sempre più diffuse della popolazione. E’ perciò fondamentale che nelle piattaforme programmatiche per il governo delle Province e dei Comuni ci siano punti chiari: 1. è necessario creare d’intesa tra Comuni, Province e Regioni, fondi di solidarietà per i lavoratori in cassa integrazione finalizzati sia all’anticipazione delle spettanze sia a misure di solidarietà e di sostegno alle lotte; 2. nessun aumento delle tariffe dei servizi (asili nido, refezione, ecc. ) e previsione di una fascia di esenzione o del suo ampliamento per le famiglie monoreddito dei lavoratori con un reddito ISEE inferiore a E 15.000 l’anno; 3. SOSPENSIONE delle RATE dei MUTUI per la prima casa, attraverso convenzioni con gli istituti di credito, per il periodo previsto di cassa integrazione dei lavoratori del territorio, e senza oneri per i beneficiari dell’allungamento della durata del mutuo stesso; 4. difesa del potere d’acquisto dei redditi più bassi, favorendo l’iniziativa dei GAS ( Gruppi d’acquisto solidali) e dei GAP ( Gruppi di acquisto popolare) contro il caro vita per i generi di largo e generale consumo, favorendo i mercati su aree pubbliche, concordando con i produttori iniziative promozionali di vendita diretta in un’ottica di accorciamento della filiera. 5. esenzione dai pagamenti per i servizi pubblici locali per i giovani disoccupati, precari o comunque provenienti da famiglie a basso reddito. Abbiamo già evidenziato che le manovre del governo e il decreto legislativo sul federalismo municipale hanno determinato una subordinazione della finanza degli enti locali alla finanza nazionale che rende sempre più difficile questo ruolo attivo degli enti locali contro la crisi e penalizza gli investimenti e le scelte locali, soprattutto quando tali scelte rispecchiano i bisogni dei cittadini. Un importante obiettivo di lotta è, allora, quello di costruire un’iniziativa degli amministratori e dei cittadini per una radicale modifica dell’attuale configurazione del “patto di stabilità”, prevedendone un allentamento soprattutto per quanto concerne la spesa sociale e gli investimenti, tenendo conto che il calo della produzione e dell’occupazione rende più drammatico il costo sociale di una politica di risanamento solo monetaria dei conti pubblici, rispetto all’esigenza di equità sociale e di rilancio dei consumi interni. In questo quadro servirebbe rilanciare l’INTERVENTO PUBBLICO in economia ridiscutendo il parametro del rapporto fra debito pubblico e PIL sotto il 2,5%, prevedendone l’innalzamento almeno di un punto. È possibile in questo modo investire i 15 miliardi sopravvenienti, equivalenti a un punto di PIL, per la detassazione dei salari a partire dai redditi più bassi e per finanziare l’estensione della cassa integrazione a tutti i lavoratori (portandola all’80% dello stipendio) con relativo obbligo del mantenimento del posto di lavoro e l’istituzione di un salario sociale per tutti i disoccupati; una politica che punti al mantenimento del rapporto di lavoro per tutti i lavoratori e col salario sociale crei le condizioni dell’inclusione sociale di giovani, precari e disoccupati. Negli anni scorsi un centinaio di Comuni, scelti fra quelli con maggiori criticità economiche e


sociali, prevalentemente al sud ma anche in alcune realtà delle periferie metropolitane del nord, hanno sperimentato il reddito minimo d’inserimento; in alcune Regioni, come la Campania, è stato istituito un reddito di cittadinanza, subito cancellato dalla giunta di centro-destra. Tali istituti sono stati gestiti proprio dai Comuni con risultati sostanzialmente positivi definendo complessivamente un vero e proprio censimento della povertà ben superiore agli aventi diritto vista la limitatezza delle risorse disponibili. Il vero limite di questi provvedimenti, infatti, è stato proprio il carattere limitato nel tempo e nei territori interessati . IL REDDITO SOCIALE DEVE, PERTANTO, ESSERE NECESSARIAMENTE UNA MISURA UNIVERSALE, proprio per superare limiti e problemi emersi nelle sperimentazioni locali e temporanee. Noi riteniamo,inoltre, che l‘ inclusione sociale deve anche favorire l‘ inserimento lavorativo attraverso un nuovo intervento pubblico in economia e un piano nazionale per il lavoro, per il quale oggi siamo mobilitati. Assumere nei programmi comunali il tema di una misura universale di contrasto alla povertà vuol dire lavorare a costruire una vertenza nazionale insieme a altri enti locali, ai movimenti e al sindacato, dando a questo obiettivo il valore strategico di un primo passo, sul terreno del welfare locale, della battaglia per il salario sociale. Fermo restando il nostro impegno a contrastare la politica dei tagli e di controriforma degli enti locali del Governo della destra, noi proponiamo, perciò, anche a legislazione vigente alcune scelte prioritarie in materia di bilancio e di politica finanziaria di enti locali tese a rendere praticabile la tutela delle esigenze dei ceti più deboli e per non essere quindi costretti a tagliare politiche sociali o aumentare tariffe dei servizi o, peggio ancora, usufruire delle facoltà di AUMENTO DELLA TASSAZIONE LOCALE previste dal dlgs sul federalismo municipale e cioè aumentando le aliquote irpef o inserire nuovi tributi di scopo. ecc. In particolare proponiamo di lavorare sulle entrate correnti. ICI. Visto che i comuni non percepiscono più, a partire dal 2008, l’entrata proveniente dal prima casa è possibile tuttavia intensificare l’azione relativa all’evasione-elusione, sia per quanto riguarda gli altri immobili soggetti ICI, sia per gli ex fabbricati rurali, sia per quanto riguarda le prime case e assimilati in relazione agli anni pregressi (2004-2007). IRPEF. Pur considerando ambigua e propagandistica la norma che prevede la partecipazione degli EELL all’accertamento su evasione/elusione Irpef, che riconosce al comune collaborante il 30% della somma dell’accertata evasione, è possibile, tuttavia, utilizzare tale norma per aumentare le entrate, puntando soprattutto ad accertamenti antielusivi. Si può inoltre lavorare sulla riduzione della spesa corrente con precisi indirizzi politici. Ridurre al massimo le consulenze e gli incarichi, valorizzando le risorse interne, riducendo o se possibile azzerando le progettazioni affidate all’esterno, riducendo convegni, seminari, eventi, feste, contributi, ecc. non strettamente necessari. Risorse umane. In quest’ ottica, va posta una grande attenzione alla macchina amministrativa degli enti locali, contrastando la cultura brunettiana che individua i pubblici dipendenti come fannulloni improduttivi, per puntare a una privatizzazione di funzioni pubbliche e all’esternalizzazione di numerosi servizi. Vanno in ogni caso salvaguardati la dignità e i diritti dei lavoratori. L’obiettivo deve essere quello di una completa deprecarizzazione della P.A., attraverso piani pluriennali di assorbimento delle risorse attualmente a tempo determinato e la conseguente definizione di nuovi servizi stabili a favore dei cittadini.


3. BENI PUBBLICI E LOTTA ALLE PRIVATIZZAZIONI DEI SERVIZI PUBBLICI LOCALI , GESTIONE INTEGRALMENTE PUBBLICA DEL CICLO DELL’ ACQUA. E’ nota la nostra battaglia sul tema della lotta contro la privatizzazione dei servizi locali, battaglia che ha avuto il punto più significativo in particolare nella mobilitazione popolare per l’acqua pubblica . E’ fondamentale continuare a coinvolgere in questa battaglia sui territori – anche in preparazione del referendum contro la privatizzazione previsto per giugno prossimo – i cittadini, i comitati e forum per l’acqua, le associazioni per il Nuovo Municipio e tutti i soggetti che in questi anni hanno costruito dal basso pratiche partecipative locali. La sfida principale ovviamente rimane quella della pubblicizzazione del servizio idrico. Va, infatti, enormemente valorizzato il significato politico e civile della raccolta delle firme per il referendum per l’acqua pubblica, raccolta che in pochi mesi, senza mezzi significativi e con una scarsissima attenzione dei media, ha raggiunto oltre un milione e quattrocentomila firme: la Federazione della Sinistra ha offerto a livello locale e nazionale un significativo contribuito a questo successo lavorando nei comitati e garantendo, anche, un decisivo supporto logistico-istituzionale. La battaglia per l’acqua come bene pubblico, priva di valore economico commerciale di scambio perche piena di valore d’uso pubblico e sociale, ha inoltre affermato che oltre la sinistra, vi sono importanti forze cattoliche e del volontariato che partecipando attivamente alla battaglia hanno evidenziato l’esistenza di soggetti sociali, oggi delusi da una politica lontana dai bisogni popolari, ma assai disponibili e interessati a PARTECIPARE direttamente a battaglie di cambiamento chiare e visibili, a partire dalle prossime elezioni comunali. Il governo Berlusconi con la legge 133/2008 all’art. 23 bis (modificato dall’art. 15 del D.L. 135/2009) ha legiferato in un’ottica di privatizzazione tentando di relegare la gestione diretta in house solo a situazioni marginali. Il 23 bis e successive modificazioni, infatti, prevedono, per la gestione dei servizi pubblici locali, come regola generale ordinaria la messa a gara degli stessi e quindi la privatizzazione. A legislazione invariata, prima del referendum, vanno comunque affermati nei programmi comunali della sinistra e del centro-sinistra tutti gli strumenti normativi ed amministrativi ammessi per conseguire gestioni interamente e propriamente pubbliche dei servizi pubblici locali. Il 23 bis, infatti, è costretto a riconoscere che gli enti locali possono ricorrere a forme di gestione dei SPL alternative alla messa a gara. purché nel rispetto di quanto previsto dalla normativa comunitaria. Proprio a livello comunitario (solitamente citato da chi pretende di imporre come soluzioni inevitabili le privatizzazioni e le liberalizzazioni) si trovano gli elementi normativi a sostegno di una forma di gestione dei SPL integralmente pubblica; si tratta di due principi previsti dalla normativa comunitaria a più riprese confermati dalla giurisprudenza europea: ◦ il principio di autonomia delle autorità pubbliche; ◦ il diritto delle autorità pubbliche di ricorrere alla “auto produzione” dei servizi da erogare ad una comunità. La nuova normativa, si applica a tutti i SPL senza le precedenti distinzioni (gas, energia e trasporti). Oggi, siamo nelle condizioni, seppur difficili, sul piano politico e su quello amministrativo, di proporre una gestione integralmente e propriamente pubblica di tutti i servizi pubblici locali costruendo aziende pubbliche in grado di gestire l’intera gamma dei SPL (acqua, rifiuti, gas –


energia, TPL). Al fine di affermare l’obbiettivo della GESTIONE PUBBLICA dei SPL vanno necessariamente previsti cospicui investimenti pubblici (europei, nazionali, regionali) per ottenere , a partire dall’acqua, la proprietà pubblica delle reti, oltre che della gestione, tenendo conto che nessun comune italiano è in grado da solo di sostenere i costi di tale pubblicizzazione dei SPL e i necessari investimenti. E’ inoltre,perciò, importante prevedere nei nostri programmi l’inserimento negli STATUTI COMUNALI del principio del carattere pubblico dell’acqua sancendo che: • l’acqua è un bene privo rilevanza economica • il ciclo idrico integrato dell’acqua è di proprietà dell’ente pubblico e gestito direttamente o attraverso un ente di diritto pubblico.

Sulla tematica dei SPL, insomma, è per noi discriminante assoluta, nei nostri rapporti di coalizione e nella definizione dei programmi, individuare le vigenti modalità di gestione dei vari servizi, pretendere un impegno a non procedere a nuove privatizzazioni se già avviate in alcuni servizi e definire un percorso per la pubblicizzazione di tutti i servizi a partire dall’acqua, individuando tempi e strumenti per tale percorso. Va in ogni caso prevista l’individuazione di strumenti di partecipazione e di controllo dei cittadini utenti sulla qualità e le tariffe dei servizi erogati.


4. AMBIENTE, TERRITORIO E POLITICHE DI SVILUPPO ECOCOMPATIBILI a)

CLIMA

Tutte le azioni dell’Amministrazione comunale devono essere improntate ai principi delle carte di Aalborg e di Aahrus con la partecipazione democratica dei cittadini alle scelte che riguardano i temi della vivibilità e dell’ambiente. L’Italia e’ in clamoroso ritardo nell’applicazione del Protocollo di Kyoto. A fronte di un impegno di riduzione del 6,5% rispetto ai valori del 1990, si registra invece oggi un superamento del 12% dei livelli di emissioni nazionali al 1990. La scala locale non e’ certamente risolutiva degli impegni gravanti sull’Italia, ma vanno praticate anche a questo livello tutte quelle iniziative, anche piccole, che, se diffuse in tutto il territorio nazionale, possono contribuire anche in maniera significativa al contenimento delle emissioni dei gas climalteranti: ◦ nell‘ illuminazione degli Edifici Pubblici adottare obbligatoriamente l ‘ utilizzo di energie rinnovabili ; ◦ incentivare l’adozione di sistemi di riscaldamento radianti a bassa temperatura; ◦ promuovere strumenti di semplificazione autorizzativa per la realizzazione di impianti fotovoltaici integrati negli edifici e introdurre l’obbligo di predisposizione dei nuovi edifici, a partire da quelli della pubblica amministrazione, per poter ospitare impianti fotovoltaici; ◦ - nel mini-eolico: semplificare le procedure autorizzative per la realizzazione dei piccoli impianti eolici laddove non vi siano vincoli ambientali e paesaggistici; ◦ potenziare e qualificare l’offerta del trasporto pubblico : traffic calming, per limitare la velocità per rendere compatibili i flussi di traffico veicolare e quelli non veicolari (pedoni, ciclisti); ◦ valorizzare il ruolo del mobility manager, specialista nell’ottimizzazione degli spostamenti sia a livello comunale che provinciale; ◦ promuovere l’uso della bicicletta (bici al seguito sui trasporti pubblici e creazione di piste ciclabili) b)

DIFESA DELL’AMBIENTE

Il territorio va poi difeso con una costante opera di manutenzione capace di mantenere efficienti i sistemi di difesa idraulica, di coordinare le competenze e le conoscenze sulla gestione delle opere di bonifica, di difesa delle coste dall’erosione. E’ soprattutto tra i beni naturali che ci sono quei beni comuni che per noi vanno maggiormente tutelati e che devono rimanere proprietà pubblica. Questo e’ l’impegno che rinnoviamo nei nostri programmi: Aria. Il Piano di risanamento della qualità dell’aria deve indicare le azioni da intraprendere per concorrere a migliorare su scala locale la qualità dell’aria a partire da alcune scelte significative: ◦ il miglioramento generalizzato dell’ambiente e della qualità della vita, evitando il trasferimento dell’inquinamento tra i diversi settori ambientali;


◦ la coerenza delle misure adottate nel piano con gli obiettivi nazionali di riduzione delle emissioni sottoscritti dall’Italia in accordi internazionali o derivanti dalla normativa comunitaria; ◦ misure serie di lotta all’elettrosmog. Acqua. I principi guida nella gestione dei servizi idrici integrati non solo – come già detto –non possono prescindere dalla difesa del carattere pubblico della proprietà e della gestione delle reti e dell’erogazione del servizio , ma devono anche puntare al risanamento dei corpi idrici inquinati, al conseguimento del miglioramento dello stato delle acque, alla diminuzione della dispersione delle reti, al perseguimento di usi sostenibili e durevoli delle risorse idriche con priorità per quelli potabili. Protezione dell’ambiente e bio-diversità. Il territorio dei comuni italiani costituisce un patrimonio unico per ricchezza di habitat e biodiversità. Tale ricchezza, già tutelata con l’istituzione dei Parchi nazionali e regionali e delle Riserve Naturali, va accresciuta mediante la tessitura di vere e proprie Reti Ecologiche. Gestione sostenibile delle risorse naturali e rifiuti. La “chiusura del cerchio” dell’ecocompatibilità si ottiene promuovendo il mercato dei prodotti “ ambientalmente preferibili ” ovvero dei prodotti che durante l’intero ciclo di vita siano in grado di generare minori impatti sull’ambiente in termini di diminuzione dell’energia, riduzione delle emissioni durante la produzione, minore produzione di rifiuti e riciclabilità. Il decollo di questo mercato e degli “acquisti verdi” potrà dare uno sbocco alle azioni positive che vanno pianificate nei Piani Provinciali dei rifiuti che debbono contenere alcune scelte di fondo: riduzione della produzione dei rifiuti, aumento della raccolta differenziata, superamento della politica degli inceneritori passando al trattamento a freddo, attivazione della filiera del riciclo e del riuso delle merci. c)

NO AL NUCLEARE, SI ALLE ENERGIE ALTERNATIVE

In questo contesto di grave ritardo l’Italia sceglie il ritorno al nucleare dopo 20 anni dal Referendum che rischia, oltre alle considerazioni sulla pericolosità di questa tecnologia, di spostare tutte le risorse sul nucleare piuttosto che sulle fonti rinnovabili, così come hanno fatto gli altri Paesi europei e come si apprestano a fare gli USA di Obama. Sul nucleare vanno sottoscritti impegni chiari, nella costruzione di alleanze elettorali, perché il Comune e la Provincia dove ci candidiamo siano dichiarati “Territori denuclearizzati” per far nascere dal basso una grande opposizione alla scelta del governo. Questa impostazione è, infatti, frutto di una nostra cultura ambientalista che abbiamo ribadito in questi mesi, animando il Comitati per il SI alle energie rinnovabili e per il No al nucleare insieme ai quali abbiamo raccolto le firme per una legge di iniziativa popolare per le fonti rinnovabili ( energia eolica, fotovoltaica, geotermica ecc.) e la salvaguardia del clima. E questi comitati possono diventare i comitati per il SI all’ abrogazione delle norme governative per il nucleare, nel referendum previsto a giugno insieme a quello per l ‘ acqua pubblica. RIFIUTI ed ENERGIE ALTERNATIVE sono tematiche che si possono risolvere solo con una grande discontinuità nelle politiche economiche, fiscali e industriali – puntando su sistemi locali diffusi di auto-organizzazione – di cui Comuni e Municipalità possono e devono essere il perno – e negli stessi comportamenti e stili di vita delle persone ( vedi la possibile riduzione della produzione di rifiuti).


d)

AGRICOLTURA

E’ necessario sollecitare, ove non sia stato già fatto, che le Regioni attuino le deleghe nei confronti delle Province in materia di politiche agricole. Bisogna ricominciare a ragionare seriamente su un modello agricolo che sia in grado di rappresentare un’alternativa alla speculazione edilizia, nonché alla disoccupazione, all‘ emarginazione sociale, all’ abbandono delle zone interne, alla povertà crescente, che ponga con forza la questione della qualità dei prodotti, legata al lavoro, alla tipicità, alla territorialità e tracciabilità. Devono essere incrementate le attività agro-silvo-pastorali e artigianali tradizionali, incentivando le produzioni locali e l’occupazione, anche attraverso la valorizzazione delle terre pubbliche, comunali favorendone la gestione attraverso attività eco compatibili (ad es. agricoltura biologica – recupero del patrimonio naturale ed architettonico locale – educazione ambientale – educazione al gusto – agricoltura sociale); I Comuni di concerto con le organizzazioni professionali agricole, i sindacati, le associazioni ambientaliste e dei consumatori possono costituire sul proprio territorio farmer market o mercati contadini di vendita diretta di prodotti agricoli legati al territorio, accorciando la filiera con incremento di reddito per i produttori e risparmio economico e aumento della qualità per i consumatori. I Comuni devono incrementare nelle mense di propria competenza l’utilizzo di produzioni biologiche e possibilmente legate al territorio. Con apposita delibera, i Comuni devono dichiararsi liberi da O.G.M. e)

ATTIVITA’ PRODUTTIVE

L’artigianato e la piccola impresa devono essere integrati in un concetto di valorizzazione del patrimonio territoriale, le stesse specificità locali devono concorrere a una politica di sviluppo responsabile che crei valore aggiunto per l’insieme del territorio facendo sì che le stesse aziende portino un valore aggiunto a tutta la comunità. Uno strumento che i Comuni possono utilizzare è il recupero e il riuso di medie e grandi aree industriali dismesse; una politica comunale che favorisca l’insediamento di imprese artigiane legate alle specificità socio-culturali del territorio può essere un modo per usufruire di aree che troppo spesso finiscono in mano alla speculazione. Per lo sviluppo produttivo e occupazionale di artigianato e piccola impresa non è sufficiente la disponibilità di aree, ma necessitano di fattori e condizioni favorevoli. Le Istituzioni e fra queste, in primo luogo i Comuni, devono impegnarsi per contribuire a costruire: ◦ territori organizzati capaci di produrre risorse, e opportunità; ◦ moderne infrastrutture, aree produttive munite di servizi, una formazione adeguata per vincere le sfide dell’innovazione, un credito disponibile e accessibile, sistemi scolastici rispondenti alle esigenze di cambiamento, ecc; ◦ assistenza alle aziende in tutte le fasi del loro sviluppo. La spinta della grande distribuzione alle aree di pregio e strategiche è pressoché uniforme in tutto il territorio nazionale. E’ tuttavia è possibile utilizzare gli strumenti di programmazione urbanistica e commerciale per impedire o limitare la devastazione del tessuto economico, territoriale, urbano e sociale . Al fine di garantire la presenza delle piccole attività commerciali e di artigianato tipico locale soprattutto nei centri storici e nelle periferie e per contribuire a difendere posti di lavoro, vanno


proposte iniziative tese a ottenere: ◦ incentivi fiscali e tariffari per l’apertura di esercizi di piccola e media distribuzione, soprattutto quella specializzata; ◦ obbligo per i comuni di formulare negli strumenti urbanistici di settore, cioè nei Piani delle attività commerciali, norme specifiche per il piccolo commercio; ◦ sostegno alle iniziative del commercio equo e solidale gestito da organismi o soggetti senza fine di lucro, riconosciuti formalmente; ◦ offerta di spazi diffusi e certi per il commercio ambulante e per il realizzarsi di mercatini autogestiti dalle associazioni dei migranti e rom; f)

TURISMO

Nel turismo italiano, negli ultimi anni le cose non vanno più tanto bene. La domanda domestica è ferma. La domanda straniera cala. La voglia degli Italiani di andarsene a fare vacanze all’estero aumenta sempre. E’ impensabile che si possa riguadagnare competitività solo con le politiche di sostegno alle imprese, adatte alle crisi di tipo congiunturale e ai settori che producono merci. Il turismo si vende nel medesimo luogo in cui si produce: insomma il turismo è un settore produttivo in cui l’utile d’impresa non dipende solo dalla capacità di chi investe, ma da fattori pubblici come l’ambiente, le risorse naturali e l’organizzazione del territorio. E’ sul piano locale che si specializzano le diverse tipologie di turismo (i “turismi”) e avviene l’assemblaggio e la formazione del prodotto turistico finale, inteso come insieme di beni, servizi, valori ed opportunità che si offrono alla fruizione dei turisti. Considerata la centralità del territorio nello sviluppo del turismo è indispensabile una politica locale focalizzata su alcuni priorità: ◦ coordinare le regole dell’impegno degli organismi locali e delle rappresentanze imprenditoriali e locali; ◦ badare alla valorizzazione del territorio di competenza; ◦ esaltare le proprie attrattive di carattere turistico (culturali, paesaggistiche, folkloristiche, artigianali, enogastronomiche, ecc); ◦ curare l’accessibilità e la mobilità interna all’area; ◦ assicurare i servizi civili, vicini alle persone, siano essi cittadini o turisti; ◦ gestire le proprie tariffe locali con attenzione al fenomeno turistico; g)

TRASPORTI E MOBILITA’

Il problema dei trasporti è una delle grandi questioni nazionali. In tutti sondaggi emerge come uno dei principali problemi che investono quotidianamente i cittadini. Nonostante ciò le soluzioni sono spesso palliativi (targhe alterne), contraddittorie ( parcheggi in centro), quando non sbagliate come la proliferazione di grandi opere stradali che non fanno altro che peggiorare la situazione di una mobilità fin troppo basata sul trasporto gomma per persone e merci. Le auto e i camion inquinano anche quando sono fermi in quanto occupano molto spazio. Tant’è che le città, da luogo di vita e di relazione sono diventante delle infrastrutture per l’auto. I trasporti su gomma per persone e merci sono dunque ormai insostenibili per i costi umani, sanitari, economici che producono e ricadono su tutta la società. Le proposte 1. I cittadini e gli amministratori devono decidere senza alibi prendendo coscienza e


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4. 5. h)

conoscenza degli enormi guasti che questo modello di trasporti spande sulla società. Per questo proponiamo l’introduzione, nell’ambito della programmazione finanziaria pluriennale e annuale, del Bilancio Sociale e Ambientale per una Mobilità Sostenibile. Tale bilancio deve evidenziare i costi umani, sociali, sanitari, ambientali, economici e gli sprechi che i trasporti producono sul territorio, in modo che nessuno possa prescinderne nel momento delle scelte. In secondo luogo, tale Bilancio deve contenere gli obiettivi di cambiamento e le scelte coerenti di carattere finanziario e politico da trasferire nei piani di settore: Piani Urbani di Mobilità (PUM) ed altri strumenti urbanistici; é fondamentale che tale procedimento avvenga in forma partecipata. Nello specifico vanno aumentati in modo progressivo i finanziamenti al trasporto pubblico contrastando la tendenza e la scelta filo mobilità privata delle manovre finanziarie del governo di destra. Allo stesso modo va aumentata la velocità commerciale dei mezzi con radicali politiche del traffico migliorando per questa via l’efficacia e la qualità del servizio. Così va pontenziato il trasporto taxi nelle ore notturne per donne, giovani e lavoratori turnisti con la possibilità di prenderli con un biglietto bus e con rimborso del resto da parte del comune. Attraverso la logistica si deve operare una riorganizzazione complessiva del trasporto merci nelle città e zone limitrofe con l’obiettivo possibile di una riduzione dei camion circolanti del 25% per ognuno dei prossimi due mandati amministrativi E’ necessaria un’integrazione tariffaria fra i vari mezzi. Nei centri delle città dove i viaggi sono sempre brevi proponiamo biglietti ridotti: 50 centesimi per 30 minuti. Ad un servizio pubblico deve corrispondere una gestione pubblica delle aziende URBANISTICA E PROGRAMMAZIONE TERRITORIALE

Altro nodo programmatico decisivo è per noi il territorio, inteso come patrimonio di beni e risorse materiali e immateriali da tutelare e valorizzare. Dobbiamo opporci con forza alla proposizione di modelli di sviluppo fondati sulla speculazione territoriale, tanto in termini di urbanizzazione edificatoria quanto di insediamenti produttivi inquinanti. Punto d’importanza fondamentale per il futuro delle città e dei territori è quello della programmazione urbanistica. E’ evidente che il governo di centro destra intende promulgare la fine del governo pubblico del territorio, la sua irreversibile privatizzazione, la resa senza condizioni agli interessi fondiari e di speculazione edilizia. Per contrastare in maniera adeguata ed efficace la nefasta prassi dell’urbanistica “contrattata”, vanno individuati adeguati strumenti finalizzati a restituire significato e cogenza agli strumenti di programmazione pubblica del territorio e dei suoi usi: ◦ una precisa normativa sulle destinazioni d’uso dei suoli che definisca con precisione e rigore quello che si può realizzare in un determinato comparto e con quali modalità; ◦ una altrettanto rigorosa e precisa definizione della parte più propriamente normativa degli strumenti di programmazione del territorio; ◦ il rigetto della prassi di ricorrere alla monetizzazione delle aree standard: per ogni intervento urbanistico va garantita la cessione al Comune delle aree standard dovute; ◦ il rigetto della prassi di ricorrere allo scomputo degli oneri di urbanizzazione che devono essere pagati al Comune evitando che i privati realizzino direttamente le opere in scomputo oneri; ◦ la limitazione del rimando a piani speciali per l’attuazione del piano regolatore generale.


In genere si tratta dei cosiddetti “programmi o piani complessi” ( P.I.I., P.R.U. P.U.A. ecc…) che nella maggior parte dei casi introducono varianti e deroghe molto pesanti al piano generale e sono gli strumenti prediletti per l’attuazione dell’urbanistica contrattata; ◦ la riconduzione al consiglio comunale dell’esame preventivo di ogni accordo di programma o protocollo d’intesa avente a oggetto il territorio e le opere pubbliche. E’ necessario garantire un controllo delle trasformazioni anche alla scala edilizia, attraverso il Regolamento Edilizio che ha lo scopo di qualificare e classificare il patrimonio immobiliare, incentivando l’uso di tecnologie ecocompatibili capaci di migliorare la qualità dell’abitare oltre che ridurre i consumi energetici, idrici, ecc. Attraverso i regolamenti edilizi va ovviamente contrastata la normativa sulla casa portata avanti dal Governo Berlusconi ( il cosiddetto piano casa e le relative normative regionali di applicazione e da ultima la ambigua normativa di accatastamento delle cosiddette case-fantama) che rischia di legalizzare un vero e proprio saccheggio edilizio e del territorio prevedendo la possibilità di aumentare del 20% le cubature di edifici residenziali e commerciali in deroga ai piani regolatori. Come Federazione della Sinistra pensiamo che questa sostanziale liberalizzazione dell’abusivismo edilizio avrebbe effetti devastanti sul territorio. i)

UNA NUOVA POLITICA ABITATIVA

E’ in questo contesto che deve essere programmata una nuova stagione per l’affermazione del diritto alla casa e il rilancio dell’edilizia residenziale pubblica. IL “DISAGIO ABITATIVO” Il governo Berlusconi ha cancellato i finanziamenti della legge nazionale n°9/2007 sul disagio abitativo in sostegno alle categorie deboli, da noi fortemente voluta, che predisponeva strumenti tesi ad affrontare l’emergenza costruendo al tempo stesso la base di partenza per interventi strutturali di una nuova politica del diritto alla casa. I Comuni negli ultimi anni hanno sempre più difficoltà ad attuare una politica sociale che garantisca attraverso l’ edilizia pubblica il diritto alla casa ai soggetti più deboli e non ha grandi strumenti per contrastare l’ aumento dei fitti e gli sfratti. Serve, perciò, una nuova politica nazionale e regionale per la casa per la quale i Comuni e le loro associazioni devono battersi con più forza a tutela di un diritto costituzionale: in particolare le nostre proposte sul tema riguardano: ◦ abolizione del canale libero dei canoni per le abitazioni, e rafforzare la trattativa sindacale territoriale per il canone concordato. L’introduzione della cedolare secca sugli affitti-prevista nel”federalismo municipale” va in senso opposto in quanto è un premio alla rendita e penalizzerà ulteriormente gli inquilini che non godranno di nessuna agevolazione fiscale; ◦ obbligo all’affitto a canone sociale e sostenibile per gli alloggi delle grandi proprietà pubbliche; ◦ certezza del diritto al sostegno all’affitto, anche attraverso finanziamenti regionali e comunali, per sostenere le famiglie che hanno difficoltà a corrispondere lo stesso canone concordato; ◦ loccare tutti i progetti di dismissione del patrimonio statale ed ERP, e recupero del patrimonio fatiscente inutilizzato; ◦ - partecipare con fondi statali ed europei, attraverso la Conferenza Stato – Città – Regioni, ai processi d’acquisto e ristrutturazione nei centri storici, per allargare il patrimonio pubblico o misto e gli affitti socialmente sostenibili, sperimentare e


incentivare l’autocostruzione e l’autorecupero favorendo, a tal fine, la costituzione e il sostegno di cooperative di nativi e migranti; ◦ iniziative sociali e umanitarie per offrire una sistemazione ai senza tetto; ◦ etendere la tutela verso i nuclei familiari colpiti da sfratto per morosità incolpevole; ◦ costruire un vasto schieramento politico istituzionale per una proposta legislativa di modifica della legge 431\98, e per l’individualizzazione delle risorse per l’edilizia residenziale pubblica. Dobbiamo rivendicare l’istituzione di sportelli informativi (uffici casa) nei comuni dove non ci sono; per affrontare l’emergenza abitativa occorre costruire come nostra iniziativa politica centri d’ascolto capaci di fornire indicazioni e sostegno anche legale per contrastare il mercato nero delle locazioni, ed offrire possibili soluzioni ai soggetti sfrattati. j)

LAVORO E FORMAZIONE PROFESSIONALE

Come abbiamo già detto la crisi morde ferocemente il mondo del lavoro. I dati sulla disoccupazione sono rivisti costantemente e rapidamente in rialzo. L’Unione Europa è passata da una previsione di 3.5 milioni di disoccupati a oltre 6 milioni. Così accade in Italia; ma il dato significativo è che oltre la metà è donna. La questione del lavoro è dunque la principale questione sociale e politica. Su questo tema misureremo le possibili alleanze. Abbiamo già esposto le nostre proposte generali per la salvaguardia del lavoro, contro i licenziamenti per l’estensione della cassa integrazione e per il salario sociale. Vogliamo ora individuare il ruolo e le competenze specifiche degli enti locali, in particolare delle province, sul tema del lavoro e della formazione professionale da mettere al centro dei nostri programmi . Va in primo luogo ribadita la priorità della valorizzazione del collocamento pubblico come strumento per perseguire l’obiettivo di un lavoro “buono” stabile e non precario, sicuro e con i diritti. Infatti, a partire dal Decreto Legislativo n. 469 del 23/12/97, il sistema di collocamento viene gestito attraverso le Amministrazioni locali che meglio riescono a soddisfare le esigenze del proprio territorio. Ai Centri per l’Impiego spetta il compito di fornire proposte d’inserimento lavorativo, formazione e riqualificazione professionale, attuando una strategia di prevenzione contro la disoccupazione giovanile o quella di lunga durata. Prioritario diventa allora difendere il carattere pubblico di queste strutture dei servizi per l’impiego impegnando le province a contrastare quegli aspetti della legislazione nazionale che impone tagli al personale, o esternalizzazione e precarizzazione. Una gestione locale e pubblica dell’ accesso al lavoro deve porsi alcuni obbiettivi prioritari: ◦ svolgere un continuo monitoraggio della realtà produttiva locale, individuando le esigenze del mercato del lavoro, favorendo l’ incontro fra domanda e offerta; ◦ favorire un sistema informativo capillare per un primo orientamento al lavoro attraverso la rete degli enti interessati, come sportelli“informagiovani”, URP comunali, istituzioni scolastiche, associazioni di categoria, ecc.; ◦ vanno definiti progetti formativi d’inclusione sociale finalizzati a rimuovere le discriminazioni nell’ accesso al lavoro delle figure più deboli come i disabili, le donne, i migranti, i precari e i disoccupati di lunga durata, al sud in particolare; ◦ i centri per l’impiego devono contribuire, d’intesa con altre istituzioni, a combattere il lavoro nero e ad aumentare la sicurezza sul lavoro.


In questo quadro va collocato il ruolo del sistema della Formazione Professionale. Vanno innanzitutto contrastati, attraverso un uso mirato delle risorse economiche, i provvedimenti governativi volti all’assolvimento dell’obbligo d’istruzione nei Centri di Formazione Professionale o, addirittura, nell’apprendistato in azienda. Occorre orientare il sistema della formazione professionale alle fasce più deboli sia dei giovani inoccupati che dei lavoratori espulsi dal processo produttivo individuando soluzioni formative capaci di difendere l’occupazione. E’ necessario: 1. rivendicare la creazione e il potenziamento di centri di formazione professionale pubblici, la predisposizione di piani formativi che tengano conto sia delle esigenze di sviluppo alternativo del territorio (ad esempio sviluppare competenze nel settore del riciclaggio e del riuso dei materiali o nel campo delle energie alternative), coniugandole con quelle di crescita culturale dei ragazzi; 2. rivedere i criteri e le regole dell’ accreditamento dei soggetti che operano nella formazione professionale, attraverso l’individuazione di precisi vincoli quantitativi e qualitativi; in particolare: il numero e l’adeguatezza agli obiettivi formativi delle sedi e delle attrezzature necessarie, la presenza di figure professionali specifiche e stabili (formatori, progettisti, coordinatori e tutor) necessarie a garantire percorsi formativi di qualità; 3. introdurre elementi di qualità e di maggior controllo sull’utilizzo delle risorse per quel che riguarda le convenzioni con i gestori privati; 4. individuare e sostenere percorsi di alta formazione post diploma per la specializzazione di quadri tecnici e nuove figure professionali; 5. strutturare un’offerta di formazione continua e permanente di qualità sia per dare la possibilità a chiunque ne senta l’esigenza di arricchirsi culturalmente, sia per chi perdendo il lavoro ha bisogno di ripensare e/o riadattare il proprio futuro, sia per chi ha bisogno di riqualificarsi o acquisire nuove competenze professionali. Si tratta, in definitiva, di ridare dignità al sistema della formazione professionale, riscattandola dalla tendenza, purtroppo assai diffusa in parti consistenti del Paese, ad operare per qualifiche di basso profilo destinate, nella migliore delle ipotesi, a ruoli marginali nel mercato del lavoro. Al contrario, occorre puntare su profili professionali ad elevato contenuto tecnologico e mirati alla riqualificazione ambientale e produttiva del territorio, in raccordo con l’insieme delle politiche attive per il lavoro. Attualmente, a causa delle politiche governative di deregulation, solo una percentuale molto bassa di inserimento nel mondo del mondo del lavoro passa attraverso i canali istituzionali. Per invertire la tendenza è necessario potenziare l’orientamento e sviluppare forti e strutturate sinergie tra gli osservatori, l’orientamento, la formazione e i centri per l’impiego pubblici.


5. DIRITTI DI CITTADINANZA SOCIALE PER UN NUOVO WELFARE INCLUSIVO E PARTECIPATO. CITTA’ GIUSTE SICURE ED A MISURA DI DONNE E DI UOMINI. a)

WELFARE INCLUSIVO E NUOVI DIRITTI DI CITTADINANZA.

In questi anni la tendenza strutturale delle politiche neoliberiste è stata caratterizzata dal taglio dei servizi sociali. Questo ha prodotto che i diritti e la loro esigibilità sono divenuti una variabile secondaria rispetto al contenimento della spesa pubblica. Occorre ricordare, infatti, che l’attuale Governo ha nuovamente e drasticamente ridotto il Fondo Nazionale per le Politiche Sociali (FNPS) ed ha annullato fondi per la non autosufficienza, per le politiche di inclusione degli immigrati e per gli asili-nido, azzerando, di fatto, la parziale ma significativa inversione di tendenza sul finanziamento pubblico delle politiche sociali fortemente voluta dal PRC , durante il Governo dell’Unione. Si vuole smantellare progressivamente lo stato sociale e il principio costituzionale dell’EGUAGLIANZA a favore di un welfare residuale e caritatevole, ben simboleggiato dalla propagandistica ed assolutamente inefficace introduzione della social card. È necessario contrapporre, a livello locale, un modello universalistico che risponda ai bisogni, vecchi e nuovi, delle persone. Il nostro programma deve caratterizzarsi da una chiara ri-assunzione di responsabilità del pubblico attraverso la sua presenza costante nell’articolazione del sistema di protezione sociale, rifiutando logiche mercantili e di esternalizzazioni selvagge. Le realtà del terzo settore, indispensabili nelle politiche del welfare locale, devono esercitare la loro funzione pubblica allargando la sfera dei servizi e delle prestazioni sociali in sinergia con l’ente pubblico e non in sostituzione dello stesso. Va, perciò rilanciato l ’obiettivo di una pianificazione partecipata degli interventi sociali: il PIANO DI ZONA deve diventare un vero e proprio cantiere sociale, dove la programmazione si basa sulla lettura partecipata dei bisogni e la gestione la rispetta fino in fondo, affidando la valutazione della qualità dell’offerta direttamente alla cittadinanza. Proponiamo un’alleanza territoriale tra istituzioni, terzo settore e cittadini per rilanciare un modello di welfare in grado di attivare un circuito virtuoso finalizzato a garantire contemporaneamente diritti degli utenti e diritti dei lavoratori sociali. Questo vuol dire, per noi, parlare di CITTÀ GIUSTE. Nella crisi economica attuale non bastano più solo enti locali efficienti amministrativamente (capaci di affermare una corretta gestione di “ città normali“, che pur consideriamo positive rispetto a quelle caratterizzate da gestioni discrezionali se non addirittura clientelari ) servono Comuni che promuovendo l’EGUAGLIANZA e l‘INCLUSIONE SOCIALE, soprattutto dei soggetti più deboli e colpiti dalla crisi, AFFERMINO UN MODELLO DI CITTÀ che lavorano a rimuovere o a ridurre l’emarginazione sociale, le disuguaglianze, le poverta’. Insomma, servono CITTA’ GIUSTE . Lo sviluppo delle politiche sociali va orientata su alcune priorità: 1. La massima integrazione delle politiche locali del welfare, che vada a contaminare la rete dei servizi sociali, sanitari ed educativi al fine di garantire la presa in carico globale della persona attraverso progetti individualizzati comprendenti la continuità degli interventi da un contesto a un altro. 2. Rispondere ai bisogni delle persone non autosufficienti, dagli anziani alle persone con disabilità, avviando percorsi di deistituzionalizzazione e preferendo la domiciliarità degli interventi. Questo sancirebbe, da una parte, il passaggio dall’esclusione all’inclusione


sociale delle persone, dall’altra, un risparmio di risorse assorbite oggi dagli istituti. In Italia siamo in presenza,infatti, di un aumento significativo della popolazione anziana. Si invecchia ma le condizioni di invecchiamento spesso coincidono con una condizione di non autosufficienza. L’organizzazione attuale della sanità tende a dire che l’ospedalizzazione delle persone riguarda solo il tempo relativo ai ricoveri urgenti (che tra l’altro viene ridotto sempre di più). E’ necessario ,invece, puntare sull’ integrazione socio-sanitaria delle politiche e delle risorse. Quindi è necessario che i comuni, attraverso il Piano di Zona, si organizzino per un lavoro sulla “continuità di cura” promuovendo ”tavoli “appositi con l’Azienda Ospedaliera , l’ASL., la rappresentanza delle RSA. Ciò significa lavorare per avere “protocolli sulle dimissioni protette”, per avere servizi misti centralizzati per l’accoglienza dei bisogni legati alla non autosufficienza . Le Case di Riposo si stanno,infatti, trasformando in piccoli reparti ospedalieri. Ciò sta producendo un aumento dei costi giornalieri a cui non corrisponde un adeguamento dei contributi socio-sanitari da parte delle Regioni. Di conseguenza i costi vengono scaricati sui comuni e soprattutto sulle famiglie. A tutela di queste ultime, si deve chiedere alle RSA e ai servizi per la disabilità di far pagare le rette sulla base delle disposizioni del D.Lgs .vo 130 e successive modificazioni , prendendo a riferimento solo il reddito dell’interessato e non delle famiglie, così come previsto dalle numerose sentenze uscite negli ultimi tempi. 3. Promuovere la partecipazione diretta delle persone straniere ,anche di coloro che non hanno ancora la cittadinanza , alla vita cittadina ed amministrativa. Inoltre è necessario che i comuni prestino particolare attenzione alle “seconde generazioni”. Ormai un numero considerevole di ragazzi di famiglie straniere, nascono in Italia e vivono nelle nostre città . E’ necessario che i Comuni promuovano il protagonismo di queste nuove generazioni e si impegnino, attraverso le associazioni autonomiste, per il riconoscimento della cittadinanza italiana dopo il loro compimento del 18° anno di età. 4. Ampliare l’intera offerta dei servizi. In particolare, vanno assicurati servizi per l’infanzia, che in Italia superano di poco l’11% rispetto alla domanda, con ripercussioni negative sull’educazione stessa dei bambini e sulle condizioni di vita e di lavoro delle donne, che spesso sono le sole a farsi carico della cura dei propri figli; 5. Impedire il ricorso al massimo ribasso da parte dei comuni per l’affidamento dei servizi, che origina un’offerta scadente e la precarizzazione dei lavoratori coinvolti. Infatti, per noi ripartire dai diritti vuol dire anche ripartire dai diritti di chi lavora nel sociale, che spesso si trova in condizioni di precarietà e formazione inadeguata, pregiudicando la stessa qualità delle prestazioni offerte. La proposta che avanziamo è, dunque, quella di praticare un’idea alternativa di welfare, che definiamo pubblico e sociale. Occorre promuovere una cittadinanza sociale sessuata, che tenga conto della differenza sessuale e che avvii uno scambio tra le differenze culturali tra nativi/e stranieri/e. Occorre intendere i piani di zona come l’insieme dei progetti di vita delle donne e degli uomini che vivono sul territorio, dalle politiche di accoglienza, a quelle di assistenza, a quelle di prevenzione dei comportamenti a rischio promuovendo il protagonismo e la presa di parola dei soggetti. Le prestazioni ai servizi sociali devono essere rivolte alla generalità dei cittadini italiani stranieri, apolidi, richiedenti asilo e rifugiati che risiedono nel comune.


b)

ISTRUZIONE E DIRITTO ALLO STUDIO

Il sistema dell’istruzione è una risorsa fondamentale per la crescita della comunità locale. Le scuole vanno valorizzate come centri di promozione umana e culturale, di aggregazione sociale e di partecipazione democratica. Al fine di favorire l’accesso al sapere dei cittadini e delle cittadine, con prioritaria attenzione per le fasce sociali deboli e a rischio di abbandono scolastico, è necessario promuovere una serie di interventi che diano centralità alle politiche della conoscenza nella dimensione locale. La legge 133/08, attraverso un forte taglio delle risorse destinate alla scuola pubblica, ha prodotto un generale peggioramento della qualità dell’intero sistema d’istruzione. ◦ Prima questione: che dovrà essere affrontata è quella relativa agli spazi scolastici, poiché la normativa prevede un innalzamento del numero di alunni per classe per i prossimi anni. Le Province e i Comuni, nei rispettivi ambiti di competenza, dovranno attivarsi per dare risposte concrete elaborando piani per l’edilizia scolastica con l’obiettivo della sicurezza, e dell’innovazione al fine di creare spazi moderni, adeguati (palestre, laboratori, mense) al passo con i tempi e funzionali a una scuola in cui l’alunno sia parte attiva e protagonista. Dovranno inoltre sostenere le scuole per far sì che nella formazione delle classi vengano rispettati i parametri di affollamento delle aule previsti dal Testo Unico sulla sicurezza. Particolare attenzione sarà posta alla predisposizione delle proposte per i Piani di dimensionamento scolastico che non può essere interpretato come un adempimento burocratico subordinato ad una logica “ragionieristica” che porterebbe alla chiusura e all’accorpamento di importanti istituzioni scolastiche periferiche, creando seri problemi di funzionamento e di rapporto tra le varie sedi ed istituzioni scolastiche. Il Piano, al contrario, deve essere inteso come strumento dinamico, una sorta di conferenza permanente nella quale gli Enti Locali, favorendo la partecipazione dei cittadini, si misurano concretamente con i bisogni educativi ed elaborano strategie di sostegno al diritto allo studio, sia allargando il più possibile il ricorso alle deroghe rispetto alla previsione di accorpamento delle istituzioni scolastiche, sia intervenendo per l’estensione della rete dei servizi, anche con un ruolo attivo nei confronti delle Regioni. ◦ Seconda questione: riguarda i costi della scuola e il sostegno al diritto allo studio: la riduzione dei finanziamenti alle scuole e dei trasferimenti statali agli Enti Locali sta provocando un aumento generalizzato della spesa per l’istruzione a carico dei cittadini, in aperta contraddizione con il principio costituzionale di gratuità della scuola dell’obbligo. Vanno quindi messe in atto strategie atte a garantire costi accessibili per mense e trasporti, nonché la gratuità dei libri di testo almeno nella fascia dell’obbligo, anche prevedendo il ricorso al comodato d’uso gratuito. ◦ Terza questione: la riduzione del numero degli insegnanti e delle compresenze comporterà una riduzione di ore a disposizione delle istituzioni scolastiche, ore che oggi vengono usate per attività di recupero per gli alunni più in difficoltà o per corsi di alfabetizzazione per alunni stranieri. La promozione di politiche mirate all’inserimento di studenti stranieri dovrà avvenire anche attraverso l’organizzazione di funzioni di mediazione culturale. Saranno le amministrazioni che, all’interno dei Piani per il diritto allo studio, dovranno fornire risorse alle scuole perché possano continuare a effettuare gli interventi nei confronti dei ragazzi che hanno maggiori necessità, prestando particolare attenzione anche all’integrazione dei soggetti disabili, implementando biblioteche e laboratori, sostenendo progetti promossi dalle scuole per il potenziamento dell’ offerta formativa e finalizzati a ridurre la dispersione scolastica.


◦ Quarta questione: la realizzazione di Scuole dell’ infanzia e di Asili nido pubblici, che devono essere considerati un servizio per la collettività e quindi dovranno essere accessibili a tutti anche alle famiglie con un basso reddito. Va esclusa, a maggior ragione in un momento in cui vengono ulteriormente tagliati i finanziamenti alle scuole pubbliche, la possibilità di prevedere finanziamenti comunali per l’istruzione privata. c)

CULTURA

Il governo Berlusconi ha tagliato drasticamente i fondi destinati alla produzione culturale mettendo in atto una riforma dei settori basata sulla privatizzazione dei saperi e della conoscenza i cui effetti disastrosi sono ormai sotto gli occhi di tutti: hanno chiuso o stanno chiudendo i teatri (il Duse di Bologna); sono a rischio per mancanza di fondi le fondazioni lirico-sinfoniche – che necessitano invece di una profonda riforma che le trasformi in luoghi pubblici di conservazione della memoria, trasmissione della tradizione ma al tempo stesso spazi aperti al territorio, alla sperimentazione, alla produzione culturale, alle scuole e alle università; chiudono le sale cinematografiche “di città”; il nostro patrimonio culturale sta degradando sempre più. Gli effetti sul lavoro saranno disastrosi: si avrà non solo una drammatica estensione della disoccupazione, ma ci saranno ripercussioni altrettanto drammatiche in tutte le attività di impresa dell’indotto, che è estesissimo. Compiti importanti allora possono e debbono svolgere da un lato le province – in particolare per quanto riguarda i beni culturali e la formazione – e dall’altro le amministrazioni comunali attraverso politiche finalizzate a creare le condizioni culturali, economiche e sociali per accedere alla cultura. La cultura ha un valore strategico sul piano economico per l’indotto che determina e più in generale per lo sviluppo di questo paese, ma principalmente strategico per l’utile culturale e conoscitivo e dunque sociale che produce. È quindi centrale ed irrinunciabile un forte impegno pubblico nelle attività culturali. Cultura dunque bene comune, ma soprattutto diritto fondamentale: a tutti va garantito l’accesso alla produzione e alla fruizione della cultura. Nelle nostre città è sempre più diffusa la politica dei grandi eventi, mentre si è andato sempre più restringendo il numero di coloro che della cultura possono fruire. Le politiche dei grandi eventi restituiscono moltissimo in immagine e dal punto di vista economico per il Comune che li promuove, ma in nessun modo influiscono sulla vita vera della città, sulle tante periferie, sui bisogni quotidiani, sulla possibilità di arrivare alla cultura nel proprio quartiere, nel rispetto delle possibilità economiche di ognuno. La politica culturale di un ente locale deve concentrarsi invece non solo sui centri storici, ma nel restituire alle periferie la vita culturale che è stata loro tolta. Costruendo o riaprendo o potenziando in tutti i luoghi delle città biblioteche, teatri, cinema, sale di registrazione per la musica, di sperimentazione teatrale, case delle culture. Per quanto riguarda allora le politiche concrete che i Comuni e le Province possono mettere in atto, si propone: ◦ la costruzione di momenti e luoghi permanenti di confronto, elaborazione e verifica con l’associazionismo e le forze sociali e culturali presenti sul territorio; ◦ leggi sul lavoro per creare ammortizzatori sociali per i lavoratori della produzione culturale; ◦ politiche economiche per consentire ai giovani e a chi ha basso reddito di poter accedere alla cultura: prezzi economici per cinema, teatri, concerti, libri, mostre; ◦ politiche di sostegno alle istituzioni culturali, ai teatri, alle sale di qualità;


◦ convenzioni tra le scuole e le istituzioni culturali pubbliche e private (cinema, teatri, gallerie, musei, sale di concerto, biblioteche, eccetera); ◦ promozione e sostegno di tutte le forme di associazionismo realmente legate al territorio; ◦ trasparenza e rigore nella gestione delle istituzioni e trasparenza e rigore nelle nomine negli enti culturali, con bandi pubblici basati su curricula, professionalità e competenza; ◦ costituzione di vere e proprie “case delle culture” in tutte i Comuni e in tutte le periferie delle grandi città: luoghi pubblici di incontro, partecipazione, produzione, sperimentazione, confronto, formazione e fruizione culturale, destinati soprattutto ai giovani. •

Beni culturali

Le Province possono assumere un ruolo determinante nel garantire la cura e la conservazione dei beni culturali non solo attraverso la piena assunzione delle deleghe regionali in materia di pianificazione urbanistica, ma anche attraverso quella delle deleghe in materia di valorizzazione e gestione delle risorse ambientali e culturali del territorio, mediante specifici programmi triennali adottati congiuntamente agli enti locali, soprattutto quelli di piccola e media dimensione. Enti che contribuiscano alla integrazione tra il complessivo sistema culturale e paesaggistico del loro territorio ed il loro sistema socioeconomico e territoriale, contribuendo alla progettazione della rete ecologica complessiva ed alla tutela dei centri storici dei comuni. Proponiamo inoltre la costituzione di autonome strutture centrali di direzione e gestione per le politiche relative ai beni culturali e paesaggistici. Istituzioni pubbliche, sistemi museali, dotati di un direttore artistico, di un consiglio di amministrazione, di un competente comitato scientifico che coinvolga i direttori dei musei aderenti al sistema e le soprintendenze territorialmente competenti, di una assemblea dei partecipanti istituzionali che coinvolga gli assessorati alla cultura degli enti locali aderenti al sistema. Una struttura su cui le Province possano investire in termini di personale da assumere a tempo indeterminato (archeologi, storici dell’arte, restauratori, conservatori, operatori museali, etc) ed in termini di risorse. Una struttura che, mediante lo strumento della convenzione, consentirà di ricondurre a sistema, incrementando gli standard di sicurezza e fruizione, l’enorme patrimonio culturale e paesaggistico di competenza degli enti locali sostenendo i comuni nelle proprie politiche culturali, ed indirizzando a tali politiche le risorse trasferite dallo Stato e dalle Regioni, le risorse proprie e quelle dei privati attratte da una forte politica culturale pubblica. d)

CITTÀ GIUSTE SICURE, SOCIALI, ACCOGLIENTI

Una CITTÀ SICURA non può non essere una CITTA’ GIUSTA. Il tema della sicurezza è sicuramente, infatti, un altro leit motive che viene utilizzato dalla destra (e non solo purtroppo) quotidianamente e ossessivamente, attraverso la costruzione dell’ideologia della paura, la paura dell’altro, del diverso. Il problema della sicurezza dei cittadini va affrontato e non ci sono margini per speculare né statistiche che tengano. Si tratta di un problema drammatico che deve essere valutato in tutta la sua portata e la sua serietà e non, come qualche volta si può pensare per motivi elettorali o per non lasciare presa alla Lega e alle destre su questo punto. Tra l’altro non ci sarebbe libertà ed uguaglianza se non fossero garantite, in primo luogo, la salute e la sicurezza. La città e i quartieri devono diventare luoghi di socialità, di costruzione di relazioni e di legami sociali, che sono gli unici veri presidi per la sicurezza dei cittadini e delle cittadine. Solo così il tema della sicurezza potrà cessare di essere cavallo di battaglia della destra per politiche razziste e sicuritarie rese più pericolose dalla recente approvazione di norme che ampliano i poteri


di ordinanza del Sindaco quale ufficiale di governo e, quindi, su materie di competenza dello Stato centrale. Le nuove normative prevedono, infatti, l’armamento della Polizia Municipale, autorizzano la privatizzazione della sicurezza attraverso le ronde, limitano i diritti dei migranti, a partire da quello di essere curati senza essere denunciati e tendono a rendere ordinario l’utilizzo dei militari nelle città per funzioni di ordine pubblico: si tratta di provvedimenti gravi, sbagliati e spesso anticostituzionali che, peraltro, non sortiscono nessun effetto concreto. Le ordinanze dei sindaci contro i barboni o per la chiusura di pubblici esercizi frequentati da presunti disturbatori della quiete pubblica o per il facile smantellamento dei campi rom non si accompagnano, negli enti locali, alla progettazione di veri interventi in tema di sicurezza. Cosi s’innestano guerre contro i presunti unici responsabili delle azioni criminali, degli stupri e delle rapine, individuati solo negli extracomunitari e nei rumeni. Un’assurda guerra tra i penultimi e gli ultimi della società. Utilizzare le risorse per operatori e operatrici di strada per rendere le città visibili e sicure. Un vero e proprio programma va costruito per il rispetto e la dignità delle persone migranti, con particolare attenzione a casa, lavoro, istruzione e formazione. Attrezzare i campi rom per quei nuclei che fanno del nomadismo una scelta di vita, dotare gi altri nuclei di strutture sociali dignitose, di mediatori e mediatrici culturali, di centri donne, anziani/e e bambini/e. Insomma: ◦ dare dignità e diritti a stranieri e straniere; ◦ istituire case per donne maltrattate e violentate in fuga dagli autori di molestie e violenze per loro, le loro bambine, i loro bambini; ◦ istituire un osservatorio di genere per l’infanzia e un percorso di formazione d’identità sessuata a partire dalle scuole materne (è un bel modo per combattere il bullismo); ◦ formulare veri e propri “progetti carcere” per uomini e donne ristretti/e dentro e fuori il carcere, percorsi di ricostruzione di identità violate, distorte, umiliate; ◦ presidiare la città vuol dire rompere la solitudine, mettere in grado la popolazione di interagire, relazionarsi, partecipare; ◦ rispondere alla richiesta di ordine pubblico con l’organizzazione di spazi pubblici della città e nelle scuole, momenti di confronto fra operatori della formazione e utenti (ragazzi, genitori, assistenti sociali) per combattere la violenza maschile sulle donne, anche in famiglia. ◦ Un chiaro e preciso programma di tutela della sicurezza quartiere per quartiere, strada per strada deve essere elemento imprescindibile del programma del PRC: uffici particolari disponibili a ogni orario per le richieste di aiuto, assistenti sociali disponibili a ogni collaborazione con i cittadini e a ogni attività di formazione e sensibilizzazione, presenza costante, continua e percepibile dell’ente pubblico con funzioni di presidio della sicurezza, agente come tale e avvertito come sostegno dalla cittadinanza. Occorre, quindi, ripartire da un’altra idea di città. Le nuove amministrazioni devono, insomma, saper praticare una politica di nuova apertura sociale e culturale verso tutti i soggetti in città, praticando una politica che valorizzi in tutti i campi rinnovamento generazionale e differenza sessuale.


Programma FDS