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QUADERNO ROSSO di Francesco Costantino

POLITICA IL RIFLUSSO Quando prima crollava un ideale era solo una crisi passeggera e allora ti pigliavi un cordiale o ti scolavi una bottiglia intera. Ma quando fu sepolto il sessantotto ogni compagno ritornò confuso; allora si diceva ch’era sciolto, adesso si direbbe ch’era fuso. Emarginati, sconfitti e divisi cascammo nella crisi della crisi; ma questo non bastava e, prepotente, sopravvenne la crisi permanente. Ed il processo ancor non è finito, anzi diventa ancor più travolgente in quanto sopraggiunge, s’è capito, la crisi della crisi permanente, la quale molto presto ha partorito la crisi della crisi all’infinito, che in fondo non è altro che la vita. Alzi la mano chi non l’ha capita!


IL PUBBLICO E IL PRIVATO Il privato di un certo compagno diventa pubblico in alcuni casi: quando che l’abbandona la compagna, quando sono tre giorni che non magna o ha passato quattro notti in bianco o che sono sei mesi che non scopa. Fra la psicoanalisi di gruppo e lo psicologismo da salotto la politica fatta a tavolino allungata coll’acqua e con il vino lui s’è gonfiato e per non fare il botto ti rovescia addosso una montagna di parole di merda e di scoregge, perché son dieci giorni che non caca e tu gli fai da tazza e si sorregge. Il privato dello stesso compagno resta privato nei seguenti casi: quando si alza bene ed è contento caca ogni giorno come un orologio e mangia e beve a spese dei compagni. Dice: rifiuto del lavoro salariato girotondi pernacchie evviva il gioco evviva la politica sul prato l’immaginazione è il potere come imparammo in quei giorni di maggio. Compagni, andiamo avanti con coraggio evviva, evviva la rivoluzione! Il giorno dopo ti viene a trovare……….


L’INTELLETTUALE MEDIO SINISTRO L’intellettuale medio è un tipo che gira volentieri a far salotto; senza scomporsi, fermo sulla sedia, e tutto teso come un pistolero coglie di tutti il centro del discorso. Non è naturalmente un pensatore ma a modo suo è uno scienziato ovvero uno statistico applicato a far la media delle opinioni, così rimane nella maggioranza: quando la cosa è un poco complicata ti calcola la media ponderata. Se a un certo punto perdi la pazienza e gli chiedi di dir come la pensa, o meglio ancora come non la pensa, socchiude gli occhi tutto concentrato, diventa rosso come un pomodoro e mentre dalle orecchie manda fumi ti fa un bagno di luoghi comuni. Alla fine di questo girotondo capisci che ce l’ha con tutto il mondo e non volendo tu farne le spese lo mandi di filato a quel paese. Lui non raccoglie: “ Dov’è mai la vita, chiede, se abbiamo perso le passioni, se la diritta via s’è smarrita, se non si fanno più rivoluzioni?” “ E’ tu rispondi, per farla finita, che sta nel punto medio dei coglioni”.


QUARANTOTTO Nel quarantotto i porci padroni organizzarono una crociata colle madonne e le processioni l’Italia tutta fu miracolata. Il paradiso era un via vai di santi e sante tutti indaffarati fra ciprie, parrucche, gemme e sai per apparirci belli e ben truccati. E quando venne l’ordine dall’alto, la madonna appariva in ogni via e dal fascismo noi facemmo il salto in questa mmerda di democrazia. Dopo trent’anni c’è chi ci riprova a fare la frittata senza l’ova. Caro Fanfani, ora son cazzi tuoi chè le madonne ce l’abbiamo noi. POLENTATA ‘80 La polenta è un pasto originale che politicamente è neutrale perché, a seconda dei punti di vista si può mangiar da destra e da sinistra. L’importante, però, è la pazienza che nella strategia si deve usare; nell’avanzata ci vuole prudenza perché la fretta ci può far scottare. Questo piatto, prima contadino, adesso è diventato universale e unisce chi lo trova senza eguale con chi se n’è nutrito da bambino. La preparazione è riservata al ceto medio- basso-popolare: la farina con arte va versata e col cucchiaio bisogna faticare. Si mangia tutti insieme allegramente; il ceto medio-alto, divertito, trova che la polenta è intelligente e tutto il gruppo molto saporito.


Finito di mangiare tutto tace come la piazza dopo della festa: chiunque parli ci ha chi lo contesta, finchè si torna a casa in santa pace. Morale: la polenta è solo la polenta e non è certo l’ostia consacrata; la convivenza certo non si inventa organizzando qualche scorpacciata. Finita questa, in fondo, che ti resta? Lo stomaco da solo non capisce ciò ch’è indigesto e ciò che digerisce se non sente il parere della testa. Cioè: l’idea del cervello scocca e trova nella bocca la sua via; ma la polenta entra dalla bocca ed esce invece dalla borghesia. IL POPOLO PIU’ POPOLARE Amico mio che giri per il mondo suonando sempre musica irlandese perché ami il popolo di quel paese, gagliardo e di lotte assai fecondo, io non voglio discutere il tuo gusto (l’amore s’è sincero è sempre giusto); voglio soltanto farti ricordare ch’ogni popolo ha un modo di cantare. Il popolo che sembra addormentato è solo stanco d’essere sfruttato se lotti tu per farlo organizzare verrà la voglia e il tempo di cantare. Da noi la tradizione s’è interrotta ma il popolo è vivo in quanto lotta e non deve soltanto conservare quello ch’è stato, ma deve creare. Il popolo ch’è oppresso sembra vile ma coltiva la rabbia nel petto; se adesso canta male stai pur certo che un giorno canterà con il fucile.


ROTAZIONE E RIVOLUZIONE La rivoluzione è un movimento per cui la terra gira intorno al sole è un processo lungo e molto lento, per cui ci vuole il tempo che ci vuole. Il movimento di rotazione, per cui la terra gira su se stessa, dura ventiquattr’ore, un’illusione, più o meno quanto dura una promessa. Il tutto è chiaro come è chiaro il giorno; eppure se noi ci guardiamo intorno notiamo una certa confusione fra rotazione e rivoluzione. Prendiamo il primo che ci viene a tiro, prendiamo l’estremista illuminato: ruotando vede tutto cambiato; ma, non appena ha completato il giro, s’accorge ch’era solo un’apparenza perché ritorna al punto di partenza. E allora? Allora, dico, la rotazione in fondo è solamente un’alternanza fra notte e dì senza che in sostanza cambi di molto la situazione. E la rivoluzione è un processo in cui, invece, cambia proprio tutto. Tu sei sempre diverso da te stesso: fiorisci in primavera come un fiore e d’estate maturi come un frutto; in autunno ogni tua foglia muore, d’inverno, infine, ti puoi riposare, dopo la necessaria potatura e se saprai il freddo sopportare rifiorirai con tutta la natura.


FANTASIE IL CANARINO BIANCO C’era una volta un canarino bianco che stava chiuso dentro la sua gabbia ma di cantare non era mai stanco, un poco per amore, un po’ per rabbia. Passava primavera e il suo tepore, passava il tempo di fare l’amore. Allora lui sperava nell’estate e cantava canzoni appassionate. Veniva l’autunno e come foglie il vento le speranze trasportava e gia l’inverno era sulle soglie…. “Verrà la primavera” lui pensava. Gli anni passavano ma la sua sorte era una vita simile alla morte; finchè un giorno smise di cantare ed il padrone suo, preoccupato, ebbe un’idea e gli andò a comprare una compagna finta ad un mercato; la mise nella gabbia, assai contento, e disse al canarino: “Adesso canta.” Ma questi gli rispose: “Non mi sento, anche se di voglia ne avrei tanta.” E poi continuò: “Caro padrone, vedi che sono un canarino vero, mentre quell’altra è solo dipinta e inoltre sono pure prigioniero e lei se ne sta fuori anche se finta. Io volentieri t’accontenterei, però se vuoi soddisfazione devi scambiarmi di posizione, se no sto zitto per i cazzi miei.”


SPINOSITA' Un vecchio cardo si godeva il sole un metro oltre il bordo delle aiuole. Ad un certo punto si sentì chiamato: era l’erba verdissima del prato che gli diceva: “ quanto sei brutto, fatti più in là che mi fai sfigurare. Io son tenera, fresca e vellutata; tu sei spinoso e da tutti evitato.” Il cardo la guardò con sufficienza, poi le rispose: “ stupida, non vedi che su di me si posan le farfalle; tu invece finirai sotto i piedi di chi per questo ti ha coltivata. Zitta, perciò, non rompere le balle.” PENSANDO Se penso all’acqua, non passa la sete. Se penso al pane, non passa la fame. Se penso a te non passa l’amore. Allora, penso, ma che penso a fare? DOMANDA Se una passera si posa sopra il ramo d’un bel bel fico, dimmi, il passero suo amico dove mai si poserà? BEFANA DI SINISTRA E la Befana disse: “Per quest’anno ai poverelli gli porto carbone: ai ricchi non gli serve perché hanno in ogni stanza un termosifone.”


IL SOMARO C’era una volta un animale raro: un uomo col cervello d’un somaro che un giorno fece la rivoluzione per liberare tutti dal padrone. Lottò dieci anni e dopo tante lotte si ritrovò con tutte l’ossa rotte perché lottando s’era fatto schiavo di quelli che voleva liberare; a lui bastava di sentirsi bravo, il resto si poteva trascurare. Era tutt’uno col disoccupato, col povero operaio, coll’emigrato; lui “era gli sfruttati” e non se stesso, lui era tutto e non era nessuno. Sarebbe a dire ch’era solo un fesso, uno ch’è uguale a uno meno uno. Finché capì e si disse: “Amico caro, tu sei la quintessenza del somaro che in qualunque situazione può solamente cambiar padrone. LA COMUNICAZIONE Anticamente si comunicava usando mezzi molto limitati. S’iniziò usando dei tamburi fatti con tronchi cavi secchi e duri con cui si trasmettevano i messaggi nella fitta foresta tra i villaggi; poi si trasmetteva cogli specchi, quindi col fumo, poi colle lanterne ma vennero le tecniche moderne e tutti i mezzi divennero vecchi. Qualcuno un giorno inventa la scrittura radio, telefono, televisione hanno abbattuto le ultime mura completando così l’evoluzione. Ma, mi domando, com’è mai successo


che non sappiamo più comunicare? Perché quest’incredibile progresso ci toglie poi la voglia di parlare? Rispondo: i mezzi sono tutti uguali se noi li usiamo come tali cioè per contenere un contenuto noi certamente non siamo più saggi di quanto non lo fossero i selvaggi, ma forse in questo mondo più evoluto il messaggio è spesso il recipiente e il contenuto non contiene niente. LA PUNTEGGIATURA Per definire la punteggiatura senza annoiar ma con precisione prendiamo a paragon dalla natura, pensate un po’, la defecazione. Quando ti svegli calmo e rilassato cachi abbondante e l’ultimo arrivato fa “flop” e tu ti senti forte e vivo, allora quello è il punto esclamativo. Un altro punto, l’interrogativo è quando cachi in modo nervoso; quando cioè non è definitivo l’ultimo getto e resti dubbioso. Se finisci facendo tre pallini allineati e tutti e tre vicini e dopo tu prevedi altri arrivi, eccoti i puntini sospensivi. Quando fremente, pallido e sudato tu senti che il discorso è articolato da sforzi ripetuti e inframmezzato da falsi allarmi e anche da scurregge, metti due punti e così chi legge tira il respiro per riprender fiato. E se ti siedi e di buon mattino t’accingi ad una lunga defecata e a un certo punto ti senti spossato e prendi un the e leggi un Topolino, è un punto e virgola: una trovata


per un discorso lungo e articolato. La virgola invece è spiritosa, un po’ ricurva e molto dispettosa: ricade a volte e ti lascia avvilito dopo che tiri l’acqua e sei pulito. E , infine, quando hai vuotato il sacco e ti senti leggero ma non fiacco, è il punto. Il discorso s’è concluso: il culo soddisfatto s’è richiuso. PERO’ La libertà è bella sì…………………però su questo ci hai ragione tu………….però son sempre tollerante io…………….però la parità dei sessi sì…………………però perché sò bono e caro io …………...però essere sempre onesti sì……………..però non credo affatto in dio no…………però se sposarti una negra? sì…………... però è un tipo simpatico…………………però credo nell’amicizia…………………però e credo nell’amore sì……………….però credo nel socialismo sì……………..però e credo nella scienza sì……………..però mi sembra tutto chiaro sì…………...però in fondo, credo solo nel…………….però A questo punto l’uomo sospirò si sentì solo e si disperò prese una rivoltella e si sparò il corpo tutto quanto rilassò il viso si schiarì e s’illuminò e, come uno che sa la verità aprì le labbra appena e disse…mah.


L’UOMO E IL MENDICANTE

Un uomo si svegliò tutto contento d’aver scoperto la sua umanità; sentiva dentro come un sentimento di altruismo e di felicità. S’alzò, fece la barba e uscì raggiante. Il sole inebriava come vino; all’angolo, seduto, un mendicante passante, grattava note dal suo violino; gli andò incontro e quando fu vicino gli sputò addosso e pure nel piattino.

Un mendicante si svegliò scontento d’aver scoperto che l’umanità in fondo è solamente un sentimento che porta dritto all’infelicità. S’alzò, senza lavarsi uscì tremante. All’angolo si bevve un po’ di vino e cominciò a suonar finchè un affascinato dal suo violino gli andò incontro e quando fu vicino gli mise centomila nel piattino.

RISVEGLIO AL PAESE Non ti svegliavi solo la mattina: s’udiva un campanaccio in lontananza e il canto del gallo e un latrato i passeri trillare allegramente il carro traballante sul selciato il fabbro martellare cadenzato….. e che cazzo, è Domenica! GALLO E GALLINA Il gallo canta sempre la mattina perché per lui il giorno è sempre nuovo; tu sei, invece, come la gallina: canti soltanto quand’hai fatto l’uovo.


PUNTI DI VISTA Ricordo gli occhi tuoi vaghi e stupiti pensosi, dilatati un po’ smarriti; la tua non so se era miopia ma certamente lo era la mia. MAH ! Dice: si può partire anche da zero; ma ho girato tutto il mondo intero e questo zero ancor non l’ho trovato. IL CANARINO GIALLO C’era una volta un canarino giallo che stava chiuso in una gabbia d’oro. Il suo padrone non avendo un gallo lo usava per svegliarsi e andà a lavoro; poi gli metteva l’acqua e un po’ di miglio, lo salutava come fosse un figlio e se ne andava in fretta al Ministero dove era impiegato come usciere. Non era, il suo, lavoro di pensiero, ma era tardi per cambiar mestiere. Passava il giorno in un corridoio; dava una carta, un’informazione e intanto si diceva:” Io qui muoio come un recluso dentro la prigione”. La sera ritornava a capo chino, si riscaldava un poco la minestra e quindi si sedeva alla finestra a chiacchierare col suo canarino. Finché un giorno….


FORSE Forse potevo diventar pittore ma come tale sono un po’ incolore. Forse potevo diventar poeta ma dei miei versi meglio stare a dieta. Forse la musica era la mia dote ma le cose che scrivo non son note. E visto che niente ho combinato per continuar mi sono laureato. Comunque lotto sempre per lottare. PAPPAGALLO ROSSO C’era una volta un pappagallo rosso che giocava colla rivoluzione come fa il cane quando trova l’osso. Dopo vent’anni di ribellione, fra un corteo e un’occupazione, s’accorse che non s’era manco mosso; perché mentre che lui correva avanti e s’era forti perché s’era in tanti il mondo andava come fanno i buoi che vanno piano per i cazzi suoi. L’ EMIGRANTI Eu mi ricordu tanti anni fa quandu tornava da grandi città e mi sentiva comu l’emigranti chi si ‘ndi torna chi mani vacanti. Mi sentiva nu pocu tradituri di chista terra china di suduri. Ora è diversu, non mi dispiaci, ca vidu sulu genti senza paci abbandunati comu li sarbaggi tra casi vecchi in menzu a terri margi. Cusì voli u Cuvernu e li patruni e i mafiusi cu li sò spiuni; e finu a quandu non ti sdarrupasti Calabria chi tradisci li tò genti


eu ti arripportu chillu chi mi dasti: sarrissi a diri non ti portu nenti. A PRIMAVERA 'NTA CITTA’ L’atru iornu mi ndi iva caminandu chianu chianu e sentiva a primavera comu quando na carizza. L’aria tepita, i coluri, i figghioli nte’ giardini e tri o quattru signurini che rridivanu pè nnenti. Tanti vecchi ‘nte panchini come tanti deficenti giuanotti strafuttenti cu na facci d’assassini e nu traficu di machini chi pariva na ghiumara, na sirena di pomperi cruci russa, polizia…. mi fiscavano li ricchi. E cusì mi ndi tornai e sentiva sta città stu rimuru avanti arretu Primavera…chi profumu! Cca si senti sulu fetu. GIOCHI DI PAROLE Ora di te io non ho più bisogno perché se tolgo il bi mi resta il sogno con te son stato molto malaccorto ma butto il mal e ridivento accorto ho perso ma non è 'na Caporetto e se mi taglio il capo resto retto.


PER LE RICORRENZE DEGLI AMICI TERAPIA TELEFONICA Lo studio è assai sofisticato; c’è un grande scaffale in ogni lato e dentro c’è di tutto: tramezzini, una coperta,il thermos col tè, una borraccia, dodici cuscini, riviste, una bottiglia di caffè e federe, giornali, pastarelle, bicchieri, pannolini, caramelle, cioccolatini, fette biscottate, i ferri per la calza, l’uncinetto, canditi, ciambelloni, marmellate, bicchieri, noci, uno scendiletto, pizzette, forbicette, dei grissini, polpette, latte, datteri e panini. Lei sta al centro, assai comodamente abbandonata sopra un gran divano, dietro, sotto una pianta tropicale, con movimento studiato e lento Riccardo in costume orientale con un flabello le fa dolce vento. Suona il telefono: lei alza la mano E dice: “Pronto, sono la paziente.” L’altro dice: “Il paziente sono io.” E lei senza scomporsi : “Chiedo scusa, credevo fosse l’analista mio; ma fa lo stesso,sono un po’ confusa.” Mentre il cliente fa la terapia, cioè parla da solo in compagnia, lei mangia, beve, fa un po’ di calza, sbadiglia, si stiracchia infine s’alza, riprende la cornetta: “E’ ancora lì? A risentirci l’altro giovedì.” Sorride il flabelliere inespressivo, che sembra un soprammobile ma vivo, si allunga di nuovo sul divano e chiama Assunta : “Ciao, sono Milena. Sai mi è successo un fatto strano:


non ho mangiato e mi sento piena. Oddio, che stupida….è stato il paziente: mi ha riempito coi suoi tramezzini…. Che dico? Scusa, non capisco niente… Riccardo fa più piano, che combini! Mi fai volare i fogli cogli appunti.” E parla per un’ora senza punti. Dall’altra parte Assunta s’inserisce Con qualche ma…ho capi…uhuh…però; ma lei più parla e più s’invigorisce. Il resto lo sapete ed io lo so. Quando il fiato le viene a mancare, prima che l’altra possa replicare, saluta e mette giù all’improvviso. Assunta smorta e scolorita in viso si scuote e fa un numero a sua volta: “Pronto, Daniela, mi sento sconvolta!” LA MARMOTTA C’era chi combatteva contro il padre e chi se la prendeva con la madre e chi si ribellava contro il nonno lei combatteva solo contro il sonno. Erano tempi di rivoluzione; uno lottava contro il capitale, uno sfasciava la televisione: lei rimaneva sempre tale e quale. Con ciò non voglio dire che dormiva, anzi ti appariva quasi viva. Mangiava, studiava, sorrideva e a scuola era la prima allieva. Solo che ogni cosa la beveva così com’era ma non la filtrava e se un’emozione la scuoteva lei subito la razionalizzava. Però nel sonno era creativa: sognava di soffrire e di sbagliare sognava di rinascere e d’amare sognava di capire e di lottare a volte sognava di sognare.


Finchè un dì si sveglia impaurita: s’era sognata di sognar la vita. LA STUDENTESSA DI PSICOLOGIA La studentessa di psicologia è diventata una necessità per chi sta solo od in compagnia, in gruppo, sciolto od in comunità. Ti spiega tutto quanto con sistema e tu rinasci e ti senti vivo, affronta ogni tuo dubbio o problema con fare dolce e persuasivo. Ti spiega i meccanismi di difesa, il sonno REM e quello normale e parla piano languida e distesa e tu senti una pace senza eguale. Ti spiega i sogni,ti legge la mano, parla di Freud e d’astrologia, ti fa i tarocchi e (non trovarlo strano) ti parla di malocchio e di magia. Per te che vivi male nel riflusso, sentire tutto questo è come un lusso ed ascolti per ore attentamente perché lei è dottore e tu paziente. Finché non parla più e all’improvviso fa gesti strani e si fa rossa in viso: ti fa l’occhietto, agita le braccia mostra la lingua e ti fa la boccaccia, tanto che chiedi se si senta male. “Comunicazione non verbale”, ti spiega sorridendo divertita. “Serve quando ti manca la parola…” E tu che vivi bene nel riflusso perch’hai capito senza aver discusso senti che la lezione è già finita ma per disgrazia non lo è la scuola ma per fortuna non lo è la vita.


IL MESSAGGIO INFANTILE Il messaggio infantile è quella cosa molto diffusa eppur misteriosa che suscita dolcezza e simpatia come c’insegna la psicologia. Se tu vedi un bambino ben pasciuto, al carosello della televisione, che sembra alimentato coll’imbuto t’intenerisci per l’emozione. La stessa cosa se vedi un pulcino sulle zampette incerto appena nato. Fa eccezione solo il maialino ch’è molto buono al forno, rosolato. Ed ora che la donna è femminista e mette in crisi il suo vecchio ruolo, l’uomo rinuncia ad esser maschilista ma per paura di restare solo. Aggredito, colpito e maltrattato a poco a poco perde il suo coraggio: per evitare d’essere braccato, s’inventa un nuovo trucco col messaggio. Il messaggio infantile per l’appunto nel quale pone l’ultima speranza di salvare la faccia e la sostanza: restare vivo è meglio che defunto. Così da uomo si rifà bambino; si succhia il pollice, si lascia amare s’attacca al seno, si fa coccolare e qualche volta gioca a rimpiattino. E tutto questo la donna l’accetta perché può consumar la sua vendetta; poi, come madre, ama ogni bambino, anche quello più stupido e cretino; mentre l’uomo -bambino non combatte per essere veramente liberato e quando piange è perché vuole il latte e non certo per quello ch’ha versato. A questo punto ho voglia di bere, allora, amici, in alto col bicchiere; per me, siccome sono un po’ ingrassato,


per favore, versatelo scremato. LA MADRE DI GENNARO C’è una signora di nome Maria che m’ha ospitato con cortesia. Per ricambiare la sua simpatia le voglio dedicare una poesia. Lei alle quattro è già alzata e sta armeggiando attorno ai fornelli. Sbuccia, inforna, fa una frittata, taglia, condisce, cucina agnelli affetta sottile una sopressata, impasta i fusilli con leggerezza, ammazza tre polli, fa l’insalata, agguanta un capretto, lo scuoia, lo spezza, prepara il sugo per l’indomani e poi pomodori, tartufi, cipolle prende un tegame, si scotta le mani, una pentola soffia, un’altra ribolle, intanto apparecchia: posate bicchieri, piatti, vassoi, tre litri di vino formaggi, un ramo di peperoncino, riscalda il bollito rimasto di ieri, frigge polpette a decine e migliaia, le lascia freddare, le mette in ghiacciaia e la riempie finchè c’è posto, il rosmarino, gira l’arrosto versa il fernet nei bicchierini, prende la legna, accende il fuoco, scende in cantina, lava calzini, maglie, mutande, come per gioco. Risale, il caffè latte e biscotti, ciambelle, dolci, due torte a fette, poi spegne tutto, i cibi son cotti, scende a bottega e sono le sette!


CANTATA SUL MIO POSTO DI LAVORO Il Natale è quella festa in cui siamo tutti uguali capuffici e caporali capisquadra e capintesta. Lo sfruttato ora si sente buono come il prepotente, alla fine di Natale tutto torna tale e quale. La bontà e la fratellanza sono una ricorrenza per placare la coscienza riempiendosi la panza. Il Natale è quella festa in cui siamo tutti buoni; ma alla fine che ti resta? Una presa pei coglioni. A COSTANTINO Il venti maggio del cinquantasette il padreterno convoca il destino. “ Per fare al mondo le cose perfette, dice, qui deve nascer Costantino”. E lui nasce senza alcun dolore e quando glielo mettono vicino la madre urlando chiama il dottore, credendo di aver fatto un cagnolino. Si fa una grande ressa dietro l’uscio, accorrono i parenti e papà Gliuscio calmissimo finisce il suo bicchiere e chiede: “ che succede?” all’infermiere; ma quando vede in faccia il neonato s’attacca al fiasco e si fa tutto rosso, si copre il viso e crolla senza fiato, balbettando: “ Procurate un osso”. Tutti i presenti tacciono impietriti, i parenti non vogliono guardare, finchè una vecchia strilla: “ Rimbambiti, se fosse un cane dovrebbe abbaiare”.


E Costantino infatti fece nghè. Tutti risero insieme sollevati e papà Gliuscio, ormai tornato in sé, gridò: “ Tre fiaschi di quelli invecchiati!” Il tempo passa e passano gli affanni e sta passando mentre ve lo dico e festeggiamo questi venturi anni i venturianni di questo nostro amico. E’ un amico con qualche problema, ma colla volontà andrà lontano: di fronte a questa vita lui non trema eccettuato un poco nella mano. Questo difetto ce lo fa vicino e poi dev’esser teso il violino se noi vogliamo dolce l’armonia. Manca una rima. Fine poesia. LA LODE La lode è quella cosa che si dà a chi ubbidisce a questa società; chi la riceve, poi, è limitato, in quanto non si sente stimolato a fare meglio, che gli può sembrare che ha fatto tutto e più non possa fare. E invece sì! Come ci insegna il saggio l’uomo diventa un essere perfetto, se ha l’intelligenza e il coraggio di ammettere ogni suo difetto. Se pensi che la cosa sia strana, io ti dimostrerò che hai torto. Venere aveva pure un occhio storto, ma ciò la rese veramente umana e Cleopatra col suo lungo naso cambiò la Storia e questo non a caso. Invece io non ho cambiato niente perché mi sento buono e intelligente. Bada, non voglio darti un contentino né tantomeno razionalizzare: parlo dell’uomo e del suo destino, non parlo solamente per parlare.


Ora che hai finito colla scuola calati a fondo nella realtà e lotta e capirai che in verità la vera lode te la dai da sola. MIA COGNATA Silvana è una cuoca sopraffina che sembra proprio nata in cucina ed è così convinta della cosa che lei quando cucina si riposa. Il piatto più semplice che fa a sentir lei è una specialità. Se cuoce in un po’ d’acqua due patate, tu devi dirgli che sono profumate. Una volta nel darmi un panettone disse: ”Questa è roba genuina.” Per me sapeva solo di farina, di polenta che puzza di torrone. Però il sugo lo fa eccezionale e allora apre la porta ed esce fuori e dice a chi passa per le scale: “ sentite che profumo, che odori!” A DANIELA Il millenovecentocinquantotto, venti febbraio, è nata una bambina figlia di Tino e figlia di Gabriella. Era biondina, intelligente e bella e sorrideva allegra e sbarazzina e disinvolta come un orsacchiotto. A dire il vero era nata prima: a Bussi aveva fatto capolino ma s’impaurì vedendo il padre Tino in veste di dottore improvvisato e rientrò con mossa repentina. Il genitore restò un po’ scioccato, anche Gabriella ci rimase male ma tutto si risolse all’ospedale. Insisto un poco sul particolare


in quanto il fatto è significativo e come avremo modo di spiegare si è rivelato dopo decisivo. Lei fu concepita coll’intento che una volta successo l’evento si sbloccava la situazione colle nozze di riparazione. Perciò durante la gestazione lei si sentiva strumentalizzata e questo spiega la reazione di quando era nata e rientrata. Ma la vendetta era cominciata al quinto mese della gravidanza quando Gabriella era tormentata dai calci di Daniela nella panza. Fu un mese lungo e duro da passare. Erano pugni morsi botte e graffi; la madre si sentiva di scoppiare e spesse volte si prendeva a schiaffi. A notte alta svegliava il marito, che dormiva tranquillo e rilassato. “ Sia maledetto quando ti ho sposato”; ma lui non muoveva manco un dito, si sistemava meglio sul cuscino tirava le coperte sulla testa e borbottava solo “ guarda questa…. E poi che se ne frega del bambino.” Sentendo questo l’indesiderata, all’improvviso si era calmata. S’era messa a pensare e s’era detta: dev’esser più sottile la vendetta. Passerò la mia vita a studiare, leggerò tanti libri da crepare; ve la farò pagar parola mia, m’iscriverò a psicologia. E così fece. Non per quel che dice, cioè “capire il rapporto del bambino colla madre a livello intra-uterino” e fatto questo vivere felice; ma per studiare bene le torture da far subire ai suoi genitori,


così poi svaniranno le paure e i giorni diverranno rose e fiori. Ora io penso che sei già matura, per comprendere che la vita è dura: se veramente ti vuoi vendicare, cerca qualcuno che ti sappia amare. A PAOLO DIOCESANO Il sesto giorno Dio stava male: la sera prima s’era ubriacato per tutto quello che aveva sbagliato, esempio l’ippopotamo e il cinghiale. E nonostante il cerchio sulla testa, disse fra sé “devo rimediare” e non sapendo più cosa inventare inventò l’uomo e guastò la festa. Poiché quest’animale singolare, mangiò la mela e cominciò a scopare e all’anno zero, senza batter ciglio, gli crocifisse l’unico suo figlio. Ma Dio lo perdonò perchè, in fondo, l’aveva fatto lui insieme al mondo. Pensò :” prima che sfasci l’universo (col tempo e la fatica che ci ho perso) devo agire con santa pazienza ed inventare qualche nuova scienza.” Ed inventò la psicologia; ma per quel vecchio vizio di bere, non certo per mancanza di mestiere la dislocò in una birreria. E fece tutto questo con l’intento di superare l'errore commesso. “ Facendolo conoscere a se stesso, capendo tutto il suo comportamento” pensava Dio, “ l’uomo si salverà.” Poi lo chiamò e gli disse: “Figlio mio, studia e trova la felicità, se no t’ammazzo quant’è vero Iddio!” E detto fatto scelse i professori comprò i banchi, riparò le scale


e, una volta finiti i suoi lavori, tornò a Lecce, sede abituale. Per quattro lunghi anni egli aspettò per ascoltare i primi laureati, li ascoltò e, visti i risultati, spaccò lavagne e banchi e s’incazzò. Poi senza indugio passò all’azione: Cancrini lo mandò alla Regione, la Francescato negli Stati Uniti dove può coltivare cazzi e miti. E Gori lo spedì fra gli ignavi, Caprara a lavorare cogli schiavi, Bertini, il fantasista, al varietà E la Falcone la mandò a cacà. A quel gran cercatore di Levitano, che si credeva un Freud nostrano, Dio poi iniettò la schizofrenia per via orale e per altra via. Ad un certo Gesù Cristo calabrese lo rispedì sposato al suo paese e Antonietta al suo luogo natale, cioè il grande parco nazionale. A Franco che gli aveva rotto…… i vetri naturalmente lo mandò a….Velletri; per Ammanniti fu la stessa sorte perché gli aveva rotto troppe porte. Con Loredana sfondò la parete perché si vanta d’essere Ariete. A Teresa che non capisce niente gli procurò perfino un’assistente. A Enzo Tic detto “Primo Banco” gli fece studiare libri in bianco. A Grazia la mandò a far progetti Massimo il guardone ai giardinetti. Antonio Fioretto fra gli scemi che si fanno le pippe coi problemi. Milena invece la buttò nel fiume in un baule a forma di volume. A Enzo, quello che fa il tennista, che agli esami dice solo balle e che sogna di fare l’arrivista,


consigliò i libri al posto delle palle. E a Daniela disse: “ M’hai colpito per tutto quello che non hai capito. Ti condanno perciò ad insegnare come non ci si deve mai sposare. Ad Assunta non volle fare male e perciò la mandò all’ospedale. Solo Francesco Dio risparmiò: si sa che tra colleghi non si può! Alla fine rimase solo e Dio perché chi sbaglia poi ne paga il fio: la facoltà di psicologia si trasformò di nuovo in birreria. Chi vuol vederlo vada a via dei Sardi: lo troverà sdraiato nel cortile a bere dal mattino fino a tardi, colla testa appoggiata ad un barile. Parla da solo, pensa, poi sbadiglia ed ogni tanto fa mezzo sorriso; fra un rutto e l’altro scola la bottiglia poi chiude gli occhi e torna in Paradiso. A MARIA Musa, tu che Omero e Dante un dì ispirasti, ispira questo cuore quanto basti per decantar di questa creatura le virtù egregie e la dolce natura. Donna al mondo non vidi mai sì bella chè più del sol manda luce e splendor e l’altre donne al paragone d’ella han di candela il sol vago chiaror. Maria, vi amo, e mille volte lo ripeterei, ma chiedo scusa e ve lo dico sei, perché (e qui mi genufletto), è ormai tardi e devo andare a letto. Vi penso sempre e vi dico in verità ch’è come se voi foste proprio qua, per cui se permettete o dolce figlio apro la bocca e faccio uno sbadiglio. Su questa carta un bacio vorrei stampare,


d’una cornice la vorrei circondare, ma non è igienico e poi, (che trascurato), o donna non si scrive mai stampato. Il vostro sguardo soffuso di pietà è il toccasana dell’umanità. Voi siete più ridente del mattino, d’un riso insieme franco ed argentino. O fior di pesco appena sbocciato, se da voi lontan mi tiene il fato, almeno so che sempre a me pensate dopo che la lezion vi studiate. Dei vostri libri siete l’angel custode, sia resa a voi per sempre eterna lode. Libri davanti, penna salda in pugno: soltanto voi approveranno a giugno! Anima mia, il mio cuore trema: studiate geografia o fate il tema? Oppure, forse è la verità, v’assillano i problemi dell’umanità? Ma ormai langue il lume quasi strozzato, come il mio cuor dal vostro separato: scrivi, Maria, a questo cuor ferito perché tra poco io sarò Perito.* *Agrario


Quaderno Rosso