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INTERVISTA LUIS SEPÚLVEDA Il sogno democratico dello scrittore companeros

ARTE

Giovanni Blanco: “Io, egoista per avere il meglio della vita”

CAMERA CON VISTA

Mensile di attualità e cultura. Anno II n°7 Agosto - Settembre 2011 - distribuzione gratuita

La festa di San Corrado a Noto, una devozione che resiste nel tempo

LA MODA DELL’EVENTO COME TRAINO DEL TURISMO DILAGA NEL SUD EST, CON ALCUNI RISULTATI INTERESSANTI. I TAGLI ECONOMICI, TUTTAVIA, RISCHIANO DI FAR SCOMPARIRE PROPRIO QUELLE MANIFESTAZIONI VALIDE NEGLI ANNI. E INTANTO LE SAGRE PROLIFERANO...


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LA CULTURA DELL’INFORMAZINE Anno II n°7 Agosto - Settembre 2011

Complici

DIRETTORE RESPONSABILE: Santina Giannone direttore@taleweb.it Iscrizione al Tribunale di Siracusa Reg. Trib. di Siracusa n. 7/2010 del 15 Luglio 2010 Distribuzione gratuita Articolo 2, comma 2, n. 4, DPR n. 633/1972

CCettina Raudino

EDITORE: Arti Grafiche Fratantonio

S Sospesa tra terra e cielo, è l’anima terrena di Talè, a cui si dedica con la stessa passione con cui fa altre due cose: stare sul palcoscenico, cucinare il cous cous e crescere il suo gioiellino di dieci anni, Giovanni.

REDAZIONE: Via Cassar Scalia, Pachino Tel. 339 7047770 Email: redazione@taleweb.it CAPOREDATTORE & DIRETTORE CREATIVO Sebastiano Diamante sdiamante@taleweb.it GRAFICA E IMPAGINAZIONE: Francesco Colombo www.francescocolombo.it STAMPA: Arti Grafiche Fratantonio s.p. Pachino - Noto (SR) Tel. 0931. 594360 Fax 0931. 591599 PUBBLICITÁ: Cell. 0931. 594360 AMMINISTRAZIONE: C.da Cozzi Pachino (SR) Tel. 0931. 594360 www.taleweb.it

Talè è su

cercaci!

Sebastiano Diamante Classe 1978, scrive per il Giornale di Sicilia e odia i moralisti ed i moralizzatori. Alla costante ricerca del metodo con cui fare evacuare la vacuità, gli è stato assegnato l’incarico di direttore creativo perché è l’unico che può svolgere rimanendo comodamente seduto al Calamarò, in balia dei propri sbalzi d’umore. Conflittuale e introverso, ogni tanto non riesce a nascondere dentro il suo cappotto di gelo di avere un’anima. Ma ci prova sempre.

Hanno collaborato a questo numero: Giovanna Alecci, Roberto De Benedictis, Johnny Cantamessa, Maria Teresa Di Blasi, Cettina Raudino, Ignazio Spadaro FOTOGRAFI: Francesco Di Martino, Vincenzo Papa FOTO DI COPERTINA: Francesco Di Martino Si ringrazia: *** Manoscritti, foto, disegni o altro materiale inviato non verranno restituiti, anche se non pubblicati.

ERRATA CORRIGE Per un refuso, nello scorso numero l’articolo “E il marchese sbaragliò il viceré” è andato in stampa con qualche errore di battitura e privo di un doveroso ringraziamento al dialettologo ins. Carmelo Nigro per la preziosa collaborazione. Ce ne scusiamo con i Lettori e con l’interessato.

Ignazio Spadaro Caparbiamente aggrappato alla speranza di una Sicilia diversa, il suo amore per quella che ha è pari solo all’affezione per la sua diletta Ispica, da cui di ttanto in tanto fa qualche breve ma fruttuosa sortita, letteraria o m giornalistica. Incorreggibilmente g iinteressato al mondo che lo ccirconda, si consola al pensiero cche «se un uomo non è disposto a rischiare qualcosa per un’idea, o ris non vale niente l’idea o non vale no niente l’uomo». ni


ARTE Io, egoista per suggere il meglio della vita di Santina Giannone

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ATTUALITÀ Il chioschetto della dea Kore di Cettina Raudino

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DAL MONDO

ON

Il colore della verità

Editoriale

di Ignazio Spadaro

di Santina Giannone

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FERMO IMMAGINE

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I LETTORI CI SCRIVONO Elogio della piazza, se si può Ing. Vincenzo Arancio

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COPERTINA Eventi in via d’estinzione di Giovanna Alecci, Sebastiano Diamante, Santina Giannone, Cettina Raudino e Ignazio Spadaro

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MUSICA Dead Cat in a Bag di Johnny Cantamessa

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ATTUALITÀ Ghi ha tempo non aspetti tempo: se non ora, quando? di Santina Giannone

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MADE IN SICILY 12

INTERVISTA

Le nenie dell’Angelo menestrello di Sebastiano Diamante

Il sogno democratico dello scrittore compaeros di Sebastiano Diamante

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AGENDA Appuntamenti mensili per cogliere il meglio del sud- est Redazione Talè

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CAMERA CON VISTA La festa di San Corrado a Noto, una devozione che resiste nel tempo di Maria Teresa Di Blasi

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MADE IN SICILY “Io ero contenta“ frammenti di vita di una donna che non molla di Cettina Raudino

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OFF Le miopie della politica ed il cappio della finanza di Roberto De Benedictis

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N O

editoriale

Un individuo è maschio per nascita, diventa uomo per costruzione.

Non sto parafrasando la celebre frase di Sciascia, per cui gli uomini vanno suddivisi in

uomini, mezzi uomini, ominicchi, piglianculo e quaquaraqua,

né alimentando l’atavica battaglia dei sessi. Questa frase, stretta nelle sue stringate parole, ma ampia nella sua verità, era abbandonata tra le frasi polverose di un libro di antropologia che mi ha fatto compagnia questa estate.

Un essere umano, insomma, è in parte ciò che la natura gli ha inserito nel corredo genetico ma, in gran parte, è un prodotto dell’ambiente che vive. Sembra un concetto quasi demodè. Ma, fermatevi un attimo e, adesso, pensateci:

potrebbe rivoluzionare il mondo.

Significa che ciascuno di noi, innanzitutto, in quanto parte dell’ambiente in cui vive chi ci circonda, è responsabile anche delle vite, delle scelte, delle illuminazioni o delle malefatte altrui. Significa che ciascuno di noi, insomma, è responsabile della rivoluzione verso un mondo migliore che ogni giorno manca di rispondere all’appello. E, badate bene, non si tratta di filosofia o di ideali: questa, udite udite, è scienza.

E quanta- ahimè- è la colpa che in ciò possiamo attribuire alla politica. Una politica che si limita, nel migliore dei casi, ad esercitare la cecità limando le esigenze del singolo E dimenticandosi che per forgiare migliori cittadini è necessario forgiare e plasmare su questa idea le città, belle, vivibili, accoglienti, ricche di servizi, le scuole, creative, rigorose,che puntino alla diversità come valore e non all’omologazione, i parchi, dove passeggiare leggendo un libro, le strade, dove l’incontro di chi le percorre è più facile che lo scontro.

Ogni cosa che circonda l’uomo lo condiziona, lo rende più cattivo o più buono, più curioso o più rassegnato, più forte o più debole.

Migliore o peggiore, insomma. E la responsabilità – di ogni vita, di ogni scelta, di ogni dramma- è in parte anche nostra.

E’ un’equazione semplice, quasi banale. Eppure, se ciascuno di noi ne fosse consapevole, saprebbe che è nato uomo per forgiare altri uomini. E non abdicando miseramente a questa missione, forse, quella rivoluzione a cui guardiamo come utopia potrebbe alzare la mano per dire:

“Presente!”

Santina Giannone DIRETTORE RESPONSABILE Agosto - Settembre 2011

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CALICI DI STELLE 2011 (s.d.) Il Nero d’Avola ed il Moscato tra le stelle della notte di San Lorenzo. La settima edizione di “Calici di stelle”, organizzata dall’associazione “Strade del vino dei sapori del Val di Noto”, quest’anno ha avuto due location d’eccezione: la struttura dell’ex palmento di Rudinì a Marzamemi ed il Mercato ad Ispica. Quattro mila sono stati i degustatori, nei due eventi tra Pachino ed Ispica. Due i messaggi che emergono dalla kermesse, la precisa volontà di promuovere il prodotto come indiscutibile elemento che contraddistingue il territorio ed il tentativo di rafforzare le aziende per frenare il reimpianto di vitigni siciliani in altre regioni. All’evento hanno partecipato diciassette aziende vitivinicole, 10 aziende di prodotti tipici e poi anche l’Onav, la Cia, il Consorzio del limone Igp di Siracusa e l’Ispettorato provinciale per l’agricoltura. E non hanno voluto mancare il sindaco di Pachino, Paolo Bonaiuto, il presidente della Provincia, Nicola Bono, i deputati regionali Bruno Marziano e Pippo Gennuso. Il presidente delle “Strade del vino e dei sapori del Val di Noto”, Nino Di Marco, ha parlato delle novità di quest’anno: dallo “sdoppiarsi” dell’appuntamento con una serata omologa ad Ispica, alla presenza di numerose aziende di prodotti gastronomici del siracusano, dal pane alle focacce, dal miele ai formaggi, che hanno aggiunto ulteriori gemme sul diadema brillante del protagonista della serata, il vino. A lanciare un segnale d’allarme è

Calici di stelle a Marzamemi

stato Michele Giglio, dirigente dell’Ispettorato provinciale del’agricoltura di Siracusa. “Purtroppo – ha detto Giglio - riceviamo sempre con quantità crescente domande di reimpianto dei nostri vitigni in regioni esterne alla Sicilia, determinando un trend, quasi in tutta la regione, che alla lunga potrebbe determinare un impoverimento della nostra ricchezza enologica. Si tratta, purtroppo, di un fenomeno frutto di un mancato sviluppo imprenditoriale per cui il piccolo produttore oggi è costretto a soccombere di fronte ad aziende più estese e meglio organizzate”.

CALCIATORI, ATTORI, CANTANTI E POLITICI ALLA CONQUISTA DELL’ESTREMO LEMBO SICILIANO. (s.d.) I vip scelgono il sudest siciliano. Cantanti, star cinematografiche, calciatori e politici sono stati intercettati a Marzamemi, Modica e Noto. Per le ferie di ferragosto l’ex ministro della Salute, il deputato nazionale del Partito democratico, Livia Turco, ha scelto il lido “Baia Kaibo” di Marzamemi. Tra gli attori “scoperti” aggirarsi per le vie del borgo marinaro pachinese e tra le strade barocche netine ci sono stati Giuseppe Fiorello, Margareth Madè, tornata a trovare la famiglia a Pachino. Ma anche Nicole Grimaudo, Gianmarco Tognazzi, Lucia Sardo, il romano Roberto Brunetti, conosciuto come “er patata”. Tra in campioni del calcio l’ex centrocampista dell’Inter, Nicola Berti e l’ex portiere della Juve, Stefano Tacconi, che oramai da anni hanno scelto Noto e Marzamemi per le loro vacanze. Visita nel borgo marinaro anche per l’ex campione del Toro, lo spagnolo Rafael Martin Vasquez. A passeggio per le vie del centro storico di Marzamemi anche il conduttore radiofonico Marco Baldini, per diversi anni partner di Rosario Fiorello nella trasmissione “Viva Radio 2”. E poi i divi della musica: il cantautore Lucio Dalla ed il leader della band toscana Litfiba, Piero Pelù.

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Margareth Madè durante il festival del cinema di frontiera


ENZO MAIORCA E TUCCIO MUSUMECI TRA I VINCITORI DEL PREMIO ALLA “SICILIANITÀ” (s.d.) Il primatista mondiale di apnea, Enzo Maiorca, l’attore Tuccio Musumeci, il direttore esecutivo di Unicredit Sicilia, Salvatore Malandrino e Corrado Dipietro sono stati i vincitori del premio alla “Sicilianità”. La premiazione dell’evento, organizzato dall’associazione Sud orientale sicula, si è svolta ad agosto in piazza Regina Margherita nel borgo marinaro di Marzamemi. Il riconoscimento è stato assegnato a personalità siciliane che si sono distinte nell’arte, nella poesia, nel teatro e nel cinema ed in vari campi della società e dell’imprenditoria, promuovendo la Sicilia e la sua cultura. Enzo Maiorca durante la premiazione

IL SUD EST È UNA TRIBÙ CHE BALLA

Sopra: Max Gazze durante il concerto in piazza Vittorio Emanuele a Pachino Sotto: Roy Paci subito dopo il suo concerto ad Ispica

s.g.) Estate ballerina e canterina per il sud est siciliano, le cui notti estive sono state travolte da un inaspettato fiorire di eventi e manifestazioni artistiche, di spettacolo e culturali, qualcuna già consolidata, qualche altro astro nascente che pare avere lunga strada dinanzi a sé. Rinnovato successo per il Festival del Cinema di Frontiera, giunto alla sua undicesima edizione con la presenza di Margareth Madè e Beppe Fiorello, e grande interesse anche per il Festival del Paesaggio, quest’anno interamente svoltosi a Noto, che ha ospitato attori, politici, intellettuali di grande spessore, offrendo delle serate di approfondimento e intrattenimento nel suggestivo cortile di palazzo Nicolaci. Tra i presenti l’attrice Lucia Sardo, la cantante Rita Botto, …. Ha puntato invece sui nuovi talenti della scrittura d’informazione il Festival del Giornalismo svoltosi a Modica a fine agosto, organizzato dalla testata “Il clandestino”: tanti i workshop, dibattiti e momenti di formazione per i giovani giornalisti dai veterani del mestiere. Tanta musica poi per gusti di ogni tipo negli eventi disseminati a sud della Sicilia: grande successo per i tre giorni del Not Fest, evento organizzato da Mercati Generali che a Noto ha ospitato i Casinò Royale e i Nouvelle Vague tra gli altri. Giornata unica per lo storico Sikulae Reggae Festival nell’Eremo di Croce Santa a Rosolini. Astro nascente della musica reggae, invece, il Sicily Music Festival di Scicli, che ha contato al suo esordio già oltre quindicimila presenze e ha fatto ballare tantissimi appassionati sulle note, tra gli altri, di Shagghy. Tris d’eccezione per la notte di Ferragosto, con Max Gazzè a Pachino, Paola Turci a Noto e Roy Paci&Aretuska ad Ispica. Grande successo, infine, anche per il concerto di Lucio Dalla svoltosi a Rosolini in occasione della festività del santo patrono San Luigi Gonzaga.

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I lettori ci scrivono

Piazza Regina Margherita a Ispica

M

i inserisco nel dibattito in corso, tutto interno alla comunità ispicese, sui lavori di restyling della “piazza centrale” della città, non tanto per il modesto ruolo che ho avuto nell’approvazione del progetto, quale presidente della Commissione Edilizia Comunale, che non sconfesso, ma soprattutto come cittadino che, sebbene non ispicese, ama questa città, nella quale in parte vive e lavora, ed in quanto tale penso di potere esprimere un giudizio sereno e distaccato, come serve. Capisco perfettamente lo “spaesamento “ dei cittadini ispicesi, i più “grandi”, di fronte alla radicale trasformazione di un luogo come la “piazza”, vissuto intensamente e diventato inevitabilmente “luogo della memoria”, immaginato immutabile nel tempo. La storia delle trasformazioni urbanistiche delle città, grandi e piccole, è infatti piena di questi contrasti, per certi versi anche auspicabili, con l’inevitabile esito che comunque le città sono cambiate, perché è anche giusto che in qualche misura cambino. L’elenco, a volerlo stilare, sarebbe lungo: Parigi, Roma, Torino, Catania, Berlino per ultima, ecc.. A volte cambiano lentamente, un pezzo per volta, senza che

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ce ne accorgiamo, e sono i cambiamenti più pericolosi, a volte cambiano d’un tratto – si fa per dire – e sono i cambiamenti più traumatici. Le discussioni e i diversi pareri, anche autorevoli ,ci sono sempre stati e sempre ci saranno. Nulla quaestio, perciò. Mi ha però fortemente sorpreso il doppio intervento su l’ ”Immaginario” di Ispica, del prof. Giuga, che conosco, non personalmente, per la chiara fama di studioso ed uomo di cultura, non tanto per il merito di ciò che sostiene, perché, si sa, si tratta di libere opinioni, quanto per i toni, permeati da sacro furore destruens, certamente non riconducibile alla sola rabbia per l’amata piazza perduta. Mi sottraggo comunque allo sterile e sottilmente demagogico gioco del conteggiare che cosa si poteva fare con quei soldi, perché finiremmo inevitabilmente con il conteggiare quanti ospedali, o scuole, o magari piazze, si potrebbero fare con i soldi spesi in due o tre notti di bombardamenti in Libia, e così via. Allora, la piazza centrale di Ispica, il luogo di rappresentazione dei momenti topici della vita e della storia ispicese, trafitta dal traffico e mortificata nella forma, non era più idonea a figurare, pur con la sua dotazione di testimonianze architettoniche del passato certa-

mente significative, all’altezza di una cittadina moderna degli anni Duemila, che aspira e si candida a riferimento turistico-culturale di fama nazionale e più. Ed alla luce di questa esigenza ed aspirazione, non erano solo le mattonelle rotte della piazza a dover essere sostituite, ma l’idea stessa di piazza andava certamente riformulata, come è stato fatto. Certo, l’invettiva del prof. Giuga, tra punte di assoluto lirismo e deludenti cadute di stile, non contempla opinioni diverse, argomentazioni contrastanti. Eppure, per l’equivalente diritto delle ragioni del “SI” ad essere rappresentate, due o tre cose da dire ci sarebbero, cosa che appunto provo a fare sommessamente e per sommicapi, con la serenità che il caso richiede. Si può dire infatti, preliminarmente, senza macchiarsi di eresia o vilipendio, che la Piazza di Ispica, come era giunta fino a noi, con la sua bi-partizione o tri-partizione, anche toponomastica, con l’imbarazzante contrapposizione gerarchica (la regina e la principessa), era frutto di errori progettuali ed incongrue manomissioni del passato? Errori che sono stati commessi proprio dalla nostra generazione del dopoguerra. Non sarebbero rimasti molto contenti, ad esempio, i padri costruttori della Chiesa Madre, quando fu “segata” l’imponente scalinata che dall’alto sagrato si immergeva direttamente nella grande spianata destinata a piazza, né quando cospicue parti di questa furono usurpate dal giardino, dal corso, dal parcheggio. Si può dire, una volta per tutte, che il giardinetto all’italiana, “civettuolo” e … galeotto, era fuori luogo, privo di senso, in uno spazio urbanisticamente pensato e creato come “agorà”, proprio al cospetto di uno dei maggiori simboli dell’identità cittadina, la Chiesa Madre? Si può dire, che il giardinetto esistente, bello quanto si voglia, è un arredo tipico di un giardino pubblico, di una villa comunale, di una


dimora storica, e non di una piazza importante, chiaramente deputata fin dall’origine alla funzione aulica di centro civico e fulcro della vita cittadina, come tutte le omologhe piazze d’Italia? Si può immaginare ad esempio, si parva licet …, un bel giardino all’italiana davanti al Duomo di Milano, o a S.Pietro in Vaticano, o anche, davanti alla Chiesa Madre di … Rosolini? Si può dire che le magnolie, i ficus, le querce, non sono alberi adatti ad arredare una piazza circondata da palazzi e monumenti che devono essere osservati e ammirati con sguardo d’insieme, bensì ville e giardini grandi o piccoli, pubblici o privati (Quirinale, Villa Borghese, Villa Bellini, Pozzallo)? Si può dire che la mutilazione del lobo sud della piazza (Regina Margherita), perpetrata per ricavare uno squallido parcheggio, fu un errore commesso sull’altare del boom automobilistico anni ’60 e della prevalenza, allora imperante, dell’auto sull’uomo? Si può dire che finalmente il Corso Umberto, bellissimo, sfocia trionfalmente e correttamente in una Piazza all’altezza, invece di sbattere miseramente contro le case. Gli architetti, poi, è vero, e le loro maestre, non sono più quelli di una volta! Ma ci siamo chiesti come mai, gli architetti di oggi, dai più grandi (archistars) ai più piccoli,

di provincia, non progettano più palazzi che somiglino a palazzo Strozzi o a palazzo Carignano o a palazzo Bruno, chiese che somiglino al Duomo di Milano o al Duomo di Orvieto o a S.Giorgio di Modica, teatri che somiglino all’Operà di Parigi o alla Scala di Milano o al Massimo di Palermo, alberghi che somiglino al Negresco di Nizza o all’Excelsior di Roma o al Grand Hotel di Rimini, ville patrizie che somiglino a Stupinigi o alle ville venete, città che somiglino a Roma o Firenze o Siena o Avola o Ibla, piazze che somiglino a Piazza Navona o a piazza della Signoria o a piazza del Campo? Forse, mi rispondo, è cambiato qualcosa, nei materiali, nelle tecniche, negli usi e costumi, nel linguaggio, nella società in definitiva, che vuole vivere in un modo ed in un mondo nuovo e diverso, pur non rinnegando i valori culturali di un passato non più riproducibile? Senza dire, infine, che la piazza di Ispica, come tutte le piazze, appartiene, naturaliter, più ai venti-trentenni che a noi settantenni, e compete a loro esprimere l’unico giudizio “valido”, positivo o negativo che sia, dopo averla frequentata, “acquisita” e interiorizzata, come a loro compete pure, caso mai, la raccolta delle firme. Certamente non attenderanno, i cittadini ispicesi, l’opinione volante del prof. Sgarbi, chiarissimo (ho letto quasi tutti i suoi libri), verbosis-

simo e comodissimo (non ha mai progettato niente di suo) critico di tutto, in un Paese in cui però non esistono “i critici dei critici”. Una piazza, per finire, è un “unicum”, composto dalla parte che si calpesta e dalle quinte che la racchiudono, i palazzi che vi si affacciano. Rendere fruibili e visibili contemporaneamente le due parti è il primo obbiettivo di un progettista, ridurre ad unità la pluralità delle quinte che, come nel caso di Ispica, più plurale non potrebbe, con la chiesa, la scuola con la torre-orologio come se fosse un municipio, il palazzetto liberty, l’edilizia condominiale dei favolosi anni del boom, l’edilizia elencale borghese a due piani del primo Novecento, la stratificazione della storia della città scritta sui muri; la piazza deve includere tutto questo e non escludere, e non può perciò, non essere grande, unitaria e interclassista. Senza aggiungere altro, del molto che ci sarebbe da dire e che preme in punta di penna, per quel che conta il mio parere che, come ho detto prima, non sono più ventenne, senza pretendere di convincere alcunché, ma solo di invitare a qualche riflessione in più, l’obiettivo di riqualificazione del più importante luogo urbano di Ispica mi sembra pienamente raggiunto. * Ing. Vincenzo Arancio

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Copertina

Foto di: Francesco Di Martino

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È

certamente tra le parole che va più di moda nelle amministrazioni contemporanee, racchiudendo in sé il sogno atavico dell’homo oeconomicus di unire l’utile al dilettevole: insomma, arricchire il territorio divertendosi, mica una cosa da poco, un lusso vero e proprio con la crisi economica che attanaglia gli enti locali richiedendo sacrifici che spesso debilitano gli ambiti di spettacolo e cultura. Parliamo dell’evento, nuova frontiera della valorizzazione del territorio, tirato oggi in ballo come locomotiva decisiva che dovrebbe accendere i fari sulle bellezze storiche e naturalistiche, fornendo spunto e stimolo ai turisti vicini e lontani per conoscere schegge di terra mai solcate prima. L’equazione “evento= valorizzazione turistica del territorio”, in effetti, pare non mentire. Secondo uno studio condotto da Giuseppe Attanasi (ricercatore alla Toulouse School of Economics e docente di Economia politica alla Sda Bocconi) e Filippo Giordano (docente alla Sda Bocconi), gli eventi ben condotti e programmati sarebbero scientificamente risorsa economica del territorio, con una resa concreta al di là di ogni aspettativa. I due studiosi, infatti, hanno provato a fare i conti in tasca alla kermesse pugliese che negli anni ha reso famoso il territorio salentino, ovvero La notte della Taranta. L’indagine è durata quattro anni e il risultato si è espresso in modo chiarissimo: l’analisi del Roi (return on investment) evidenzia una redditività pari a 2,7 volte il capitale investito, vuol dire che - per ogni euro impiegato - se ne incassano complessivamente quasi tre. Numeri resi plausibili dai circa 200 mila visitatori che ogni anno sono pronti a invadere il tacco dello stivale Italia riversandovi una buona dose di sana economia. Eppure, pensare che è un evento nato quasi per gioco. Nel libro che racconta la storia dell’evento, Sergio Blasi, già sindaco dell’epicentro culturale della Grecìa e padre del festival, parla di «un gruppo di giovani amministratori (eletti prevalentemente con liste civiche di ispirazione di centrosinistra) che, a metà degli anni Novanta, si è ritrovato per una coincidenza fortunata ad avere responsabilità di governo. Grazie al privilegio di poter decidere e condizionare il corso degli eventi, la scelta fu quella di superare i campanili, di provare ad abbatterli e di ragionare come “area”, come territorio che ripartiva da sé, dalla sua identità più antica, da un idioma comune ormai in disuso e destinato al declino e all’oblio». Il segreto del successo è, dunque, innanzitutto una chiara volontà politica di incidere sul territorio, mettendo da parte i protagonismi personali che, invece, caratterizzano

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Copertina / 1 di Cettina Raudino

sempre gli eventi di questo tipo: chi si fa da tramite negli Enti locali per ottenere dei contributi, infatti, pretende spesso una visibilità personale al di sopra del buon gusto. La trasversalità della partecipazione, invece, è proprio uno degli ingredienti che ha fatto della Notte della Taranta un mix vincente, unendo buona musica a partecipazioni straordinarie: da Teresa De Sio ai Radiodervish, da Franco Battiato e Gianna Nannini, da Francesco De Gregori e Piero Pelù a Lucio Dalla e Carmen Consoli, da Caparezza ed i Sud Sound System a Giovanni Lindo Ferretti e Giuliano Sangiorgi. Un dato emerge chiaramente dall’analisi fatta dai due studiosi: «Gli effetti sociologici dell’evento (la rivitalizzazione dell’attività culturale, la propagazione della tradizione e lo stimolo alla nascita di altre attività culturali) inevitabilmente finiscono con l’intrecciarsi agli effetti puramente economici (flussi turistici, spesa media in beni e servizi locali, tasso di ritorno dell’investimento, umano e finanziario). Fare ordine tra le cifre è complesso, ma serve a chiarire come investire in cultura sia determinante per lo sviluppo di una comunità». E questo sembra che lo abbiano capito anche gli amministratori del sud est siciliano, che parlano di eventi come di punti di svolta per il territorio. Solo che l’artigianalità in questo campo è ancora altissima. A organizzare gli eventi sono spesso gli Assessorati allo Sport, Turismo e Spettacolo, che mischiano concerti, sagre e tornei di calcetto sotto l’identica definizione di “evento” come se fossero gli ingredienti di una parmigiana malcotta. La specializzazione in questo campo, esiste. Sono parecchi oggi i giovani che, formatisi prevalentemente nelle Università del centro e del nord Italia, oggi potrebbero assumere il ruolo di consulenti o esperti nel campo della valorizzazione territoriale e culturale. Per non affondare poi il dito nella piaga della comunicazione, ad oggi uno dei terreni meno curati nell’organizzazione di un evento che, senza spettatori, perde gran parte della propria efficacia. Talè ha così deciso di sfogliare le pagine delle nostre città in cerca di quegli eventi più carismatici che negli anni hanno fatto parlare di sé ed hanno dimostrato di funzionare sul territorio. Raccontando, quindi, di come erano nati e di perché, inevitabilmente, rischiano di naufragare. O lo hanno già fatto. 14

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L

a storia di questo grande evento culturale di musica etnica dedicato al noto personaggio popolare, Giufà, Guhâ, Nasreddin Ben Sikraa, a metà fra lo sciocco del villaggio ed il saggio dall’ineffabile sorriso, sincretico ponte tra Oriente ed Occidente, risale al lontano 1992/93. Si intreccia e si cala in quattro stili e linguaggi politico-amministrativi diversi della città e rispettive sindacature (Passarello, Leone, Accardo e Valvo) e ancora oggi fa parlare di sé. C’è chi vuole il suo ritorno, c’è chi non ha mai smesso di avere nostalgia di quelle giornate un po’magiche in cui Noto diventava ombelico del mondo: voci e suoni internazionali trovavano spazio in kermesse musicali che duravano fino all’alba, in conferenze, laboratori, mostre. Ci fu (e c’è) chi stigmatizzando alcuni comportamenti giovanili, preferì “far pulizia” nel salotto buono della città liquidando La Notte di Giufà, come una manifestazione per ubriaconi e tossici. Il progetto nasce nel 1992 da Giovanni Di Maria, documentarista e operatore culturale raffinato, come esperienza sul campo con gli anziani di Noto. Voluto dall’assessore Corrado Sofia, partì come una sorta di salvataggio della memoria e del patrimonio immateriale dell’oralità popolare, che, questo intellettuale al potere, commissionò e stimolò con grande lungimiranza. Nel 1994 Di Maria organizza Gli orizzonti di Giufà, il primo convegno internazionale che mette insieme grandi studiosi. Ma il Festival vero e proprio prende il via nel 1995 ed è un grandissimo successo. L’evento ha risonanza, non solo per l’importanza degli artisti spesso di fama mondiale che si esibiscono e per la folla di gente che richiama, ma perché si radica fortemente e

Nelle foto alcuni momenti della notte di Giufà

crea un legame con la popolazione locale, soprattutto con l’associazionismo giovanile, con la città che lo ospita e che quasi si educa al suo carattere di dialogo interculturale. Vince questa dimensione da festival, un’articolazione dell’evento in tre giornate di teatro, musica, cinema, incontri, laboratori. Nascono attese e sorprese, la gente ama questo personaggio che sente suo ma che scopre anche di culture lontane e affini e Noto sembra essere la città che meglio fra tutte può accogliere un mondo culturalmente così ricco, musicalmente sfaccettato da attraversare presi per mano dalla figura mitica e liberatoria di Giufà. Nel 1996 il festival prosegue confermando la formula azzeccata. L’anno successivo si interrompe il rapporto fra Di Maria e l’amministrazione, cambia la direzione artistica e la Notte di Giufà perde il suo carattere di festival interculturale e diventa una rassegna di musica etnica. Senz’altro bella e importante, ma priva di quella dimensione capillare e variegata che aveva puntato alla destagionalizzazione attraverso laboratori, conferenze e microeventi distribuiti nel corso dell’anno. Succede, ad un certo punto, che molti politici e benpensanti, per ragioni morali, di decoro e di sicurezza (questo è il messaggio che passa) decidono di mettere alla gogna Giufà e la sua notte e, su questo evento, con tanto malumore e rimpianto, cala davvero il

buio. Fino al 2007 quando Giufà nuovamente ritorna in una versione settembrina, momento inedito (le altre edizioni erano sempre state a fine luglio) scelto per ragioni organizzative, ma anche in via sperimentale per allungare i tempi dell’estate. La manifestazione va abbastanza bene, ma la difficoltà nel reperire risorse economiche adeguate per un’operazione culturale di ampio respiro, nonostante l’aiuto dato al Comune di Noto dalla Provincia regionale di Siracusa e dalla Regione Sicilia, porta gli organizzatori a desistere dal continuare. Il proposito era di reperire, con una programmazione anticipata e mirata, fondi ad hoc e di inscrivere nell’albo dei grandi eventi La Notte di Giufà. Noi pensiamo che non sia mai troppo tardi per veder ritornare Giufà a cavallo del suo asinello. Le analisi sulla vita e sulla vitalità di questo tipo evento così speciale danno alcune indicazioni e suscitano riflessioni: prima fra tutte la necessità di reperire risorse economiche adeguate attraverso progettualità serie e contenuti di ampio respiro, progetti da rivolgere ad enti che superano la limitatezza e il cronico assottigliamento delle casse comunali, quindi una programmazione largamente anticipata in vista di un’efficace comunicazione in situazioni salienti in cui si veicola l’immagine della città come la Bit di Milano; poi la sua destagionalizzazione nell’arco dell’anno attraverso seminari, momenti di approfondimento e preparazione, corsi di formazione, laboratori che coinvolgendo la popolazione locale, radicano l’evento facendolo diventare stimolo ad una reale crescita culturale, traducendosi in competenze e professionalità da spendere nel mondo del lavoro. Agosto - Settembre 2011

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Copertina / 2 di Santina Giannone e Giovanna Alecci

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ggi si chiama “Sikula per una notte” e quest’anno ha acceso le luci sull’Eremo di Croce Santa per meno di 24 ore lo scorso 27 agosto. Ma un tempo, come ricordano coloro la cui memoria si può intrecciare al passato come una lunga treccia da acconciare, il Sikula Reggae Festival era un festival per davvero, durava tre o quattro giorni e aveva dato il via nella Sicilia sud occidentale ad un’idea azzardatamente innovativa, che però aveva riscosso subito un grande successo: organizzare un evento che coinvolgesse totalmente i partecipanti per diversi giorni, creando una comunità umana e sociale pronta a condividere musica e dibattiti culturali, ma anche esperienze di vita quotidiana, difficoltà comprese. Antesignano del Sikula era stato, nel 2000, la Rasta Soirée per la Festa della Musica, che aveva avuto un buon riscontro in termini di presenze (circa 500 i partecipanti) ed aveva dato il via nella mente degli organizzatori, i membri dell’associazione Arci La Locomotiva di Rosolini, ad una serie di idee che si erano tradotte, a partire dal 2000, in un festival di tre giorni in cui le presenze erano balzate già dalla categoria delle centinaia a quella delle migliaia. Lo stop avvenne nel 2003 ed esattamente il giorno prima che la nuova edizione del Festival prendesse il via. Con una nota dalla questura gli organizzatori appresero che la licenza era stata negata per la mancata presenza dei canoni di adeguatezza del luogo. «Cer-

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tamente una considerazione strana- spiega Lino Quartarone, presidente dell’Arci La Locomotiva- visto che dall’anno precedente non era cambiato nulla, né nel luogo né nell’evento. E nel 2002 l’autorizzazione era giunta senza nessun problema. Si trattava di problemi di carattere politico-religioso ». In realtà qualcosa era successa all’interno della comunità rosolinese e nello specifico a intervenire per salvaguardare la rispettabilità del luogo della Cava Santa, al cui interno sorge un complesso di chiese rupestri risalente all’VIII secolo d.C., era stata la parrocchia di riferimento del SS. Crocifisso. In particolare il Consiglio pastorale vicariale, formato dalle quattro parrocchie di Rosolini, nel febbraio del 2003 si era riunito per convocare un colloquio con i membri dell’Arci; come si legge dal documento stilato in quell’occasione «il Consiglio esorta l’associazione a realizzare l’evento in un altro posto, poiché l’Eremo di Croce Santa è un luogo sacro per la comunità rosolinese, mentre da più parti sono stati segnalati casi di ubriachezza, uso di droghe sia leggere che pesanti. Infatti la cultura dei rasta prevede l’uso della droga leggera, “Canapa indiana”, come forma di equilibrio con la natura e la divinità, uso che noi - conclude il documento – non possiamo in alcun modo accettare». Diversi esposti erano poi stati inviati al Prefetto di Siracusa da parte di alcune associazioni rosolinesi e da uomini politici a difesa della sacralità della Croce Santa. Il 24 giugno 2003 padre Vizzini, sacerdote del SS. Crocifisso, con una diffida esortava il presidente della Locomotiva «a non oltrepassare i confini che verranno delimitati con paletti mobili uniti tra di loro con filo colorato». Nonostante Lino Quartarone avesse garantito che la chiesetta sarebbe stata zona off-limits per i partecipanti, la questione non si concluse, giungendo alla mancata organizzazione da parte della questura. Il battage che si scatenò in città fu ingente, con il partito pro Sikula che lottò con le unghie e i denti per organizzare l’evento negli anni successivi e i contro Sikula che tentavano di resistere. Nel 2003, intanto, l’evento si tenne solo per la parte culturale, senza la consueta zona musicale e tanti furono coloro che giunsero, all’oscuro della querelle cittadina. In queste condizioni, tuttavia, saltò il botteghino, producendo all’Arci un buco di 75000 euro, che solo nel 2007, a seguito di altre manifestazioni, è stato ripianato. Dal 2004 al 2006 l’evento si svol-

se ugualmente, per una “A FRENARE OGGI L’EXPLOIT notte, nel campo sportiDELL’EVENTO, NON PIÙ I vo “Salvatore Consales”, perdendo di appeal e DISSENSI, ALMENO PALESI, DELLA smalto. Ritornato in auge COMUNITÀ ECCLESIASTICA E nel 2007 e 2008 grazie a collaborazioni prestigioCITTADINA, BENSÌ «I FONDI ESIGUI se (nel 2008 si segnalò anche la partecipazione DEDICATI ALLA MANIFESTAZIONE di Roy Paci, che sposò la ED EROGATI IN MANIERA causa Sikula mettendosi a disposizione per collaTARDIVA»” borare per un apporto in termini creativi, di consulenza artistica e di contatti), il Sikula si svol- Quest’anno la manifestazione si svolgerà se rispettivamente per 3 e 4 giorni, con un comunque, anche se in un’unica giornata, afflusso di pubblico che sfiorò le 5 mila pre- grazie all’interessamento del consigliere senze. Nel 2009, l’ulteriore declino: solo la provinciale Rosario Di Lorenzo e del depuProvincia contribuisce all’evento, realizzan- tato regionale Giuseppe Gennuso. Il Comudo una versione invernale alla Cantina e poi ne ha deciso di non investire nulla sull’evenalla Factory del Sikula winter, così come nel to, a parte l’assistenza logistica». 2010 e adesso nel 2011 tornando al perio- Ancora una volta, dunque, lo sviluppo del do estivo, ma solo per una notte. A frenare territorio inciampa miseramente sulla manoggi l’exploit dell’evento, non più i dissensi, canza di lungimiranza e di programmazioalmeno palesi, della comunità ecclesiastica ne, oltre che sul ridimensionamento dei e cittadina, bensì «i fondi esigui dedicati costi. Necessario certamente, a fronte dei alla manifestazione ed erogati in maniera tagli che investono gli Enti locali da tutte le tardiva- precisa Lino Quartarone-. Diventa parti. Ma a farne le spese, a dispetto delle veramente difficile organizzare un festival consulenze e di alcune scelte onerose che di valore quando fino a giugno avanzato continuano a proliferare, sono quelle sacnon si ha la certezza neppure parziale di che virtuose che potrebbero dare un valore quali fondi possiamo avere a disposizione. aggiunto al territorio.

Da sinistra Andre Pintaldi, Lino Quartarone e il sindaco di Rosolini Nino Savarino

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Copertina / 3 di Sebastiano Diamante

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atrimonio culturale. Capitale simbolico carico di valenze. Evento di importanza internazionale e occasione unica e irrinunciabile di promozione delle risorse ambientali e culturali locali che offre una immagine del tutto singolare di Marzamemi e della Sicilia Sudorientale. Parole importanti, impregnate di significato e corredate di dati accademici scientifici, ma quello che risalta più agli occhi è, chiaramente, legato all’aspetto economico del Festival internazio-

ne del Cinema di Frontiera. La manifestazione che da anni si svolge nel borgo marinaro avrebbe sul territorio un impatto economico complessivo valutato prudentemente in più di 3 milioni di euro annue a fronte di una somma di 150 mila euro spesa per l’organizzazione della kermesse culturale. È quanto emerge dal volume “Il Festival internazionale del Cinema di Frontiera – Marzamemi tra svago, cultura e competitività territoriale”, che raccoglie i risultati di una ricerca sull’impatto

economico e culturale che il Festival ha avuto sul territorio, non soltanto di Marzamemi, bensì dell’ampia area geografica che occupa l’intera punta meridionale della Sicilia a cavallo tra le province di Siracusa e Ragusa. Il testo, a cura di Nello Correale e Vittorio Ruggiero, è una ricerca svolta dal Centro di documentazione e studi sulle organizzazioni complesse ed i sistemi locali dell’Università degli studi di Catania, che sciorina ed incrocia dati e cifre, per mostrare e dimostrare la valenza di uno

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dei più importanti eventi culturali dell’estate siciliana. Per gli studiosi, la manifestazione ha svolto e continua a svolgere un’azione incisivamente catalizzante di flussi turistici sempre più consistenti e qualificati. Ogni anno, i luoghi del Festival si “vestono” di quella luce che li contraddistingue in maniera ancora più particolare del fascio irradiante da cui sono colpiti nel resto dell’anno. La bianchezza di piazza Regina Margherita che durante le proiezioni scompare a favore degli spifferi di colori che fuoriescono dallo schermo. Il palazzo di Villadorata, il loggione della tonnara, il cortile Arabo e la vecchia chiesa di San Francesco di Paola. Non c’è turista che non rimanga estasiato alla vista di quei luoghi da sogno, e non scatta una foto alla facciata della chiesetta sconsacrata, soprattutto nei giorni del Festival, quando il borgo è preso d’assalto e l’arancio del tramonto cala sui dammusi dei pescatori. Da undici anni, e non c’è bisogno di studi per capirlo, il centro storico del borgo marinaro è cambiato ed ha assunto una propria valenza. Culturale, economica e sociale. A dimostrazione di ciò, anche il volume parla di nuove opportunità imprenditoriali nel settore della cultura. Della crescita della qualità della vita dei cittadini, della la fiducia e del

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1: Franco Battiato con gli organizzatori del Festival del cinema di frontiera 2: Riccardo Scamarcio, Valeria Golino e Michela Giuffrida 3: Carmen Consoli e Sebastiano Gesù

“DA UNDICI ANNI, E NON C’È BISOGNO DI STUDI PER CAPIRLO, IL CENTRO STORICO DEL BORGO MARINARO È CAMBIATO ED HA ASSUNTO UNA PROPRIA VALENZA. CULTURALE, ECONOMICA E SOCIALE.” benessere sociale. Un “prodotto” artistico impegnato, che prospetta il multiculturalismo come occasione di confronto e di stimolo attraverso tematiche trattate da pellicole che sono giudicate di nicchia nell’ambiente cinematografico. Nonostante ciò, il Festival del Cinema di Frontiera può essere definito un evento persino mondano, se si considerano

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Copertina / 4 di Ignazio Spadaro

le attività collaterali che ogni anno vengono organizzate, come concerti, dj set, mostre e manifestazioni. Ma è anche stato richiamo di migliaia di spettatori incuriositi dai nomi altisonanti degli ospiti: a fare passerella nel borgo marinaro si sono succeduti nel corso degli anni Donatella Finocchiaro, Giuseppe Fiorello, Maurizio Nicchetti, Roy Paci, Mogol, Luca Zingaretti, Laura Morante, Franco Battiato, Carmen Consoli, Riccardo Scamarcio, Valeria Golino, Margareth Madè, Rita Botto, Lucia Sardo, Luigi Lo Cascio, Enrico Ghezzi, Eleonora Giorgi, Pasquale Scimeca. Una macchina oliata e perfettamente funzionante, una scommessa vinta in quanto a risposta del pubblico e qualità del prodotto. E, stando a quanto dimostrato da Correale e Ruggiero, il Festival è anche un moltiplicatore economico. Complessivamente la manifestazione ha visto toccare l’apice alla decima edizione, in quanto a giorni consecutivi (10), ospiti, eventi e film in concorso. Ma c’è l’altra, crudele, faccia della medaglia. Innanzitutto nel corso dei due lustri ci sono state pochissime edizioni dell’evento che sono state organizzate con la possibilità da parte di chi tira le fila di avere certezze economiche dai partners. Regione, Provincia, Comune che hanno promesso e, quando hanno mantenuto, lo hanno fatto in ritardo. Troppo ritardo. Come accaduto per l’ultima edizione, quella svoltasi lo scorso luglio che è cominciata con un “buco” di 90 mila euro. A farne subito le spese sono stati i giorni, le pellicole, gli ospiti e gli eventi collaterali, fortemente ridimensionati rispetto alla decima edizione. Un disagio che non consente all’evento organizzato dal cinecircolo “Baia delle tortore” di spiccare definitivamente quel volo tanto agognato da Nello Correale, direttore artistico, Turi Pintaldi e Sebastiano Gesù. E allora ci si interroga. E non si trovano risposte. Ci si domanda perché un evento di notevole spessore culturale che riesce ad attrarre spettatori, turisti o semplici curiosi; un evento che nonostante sia destinato ad una nicchia riesce a catalizzare l’attenzione di miglia di gente che si riversa nel borgo marinaro durante la settimana del Festival e quella dei mass media nazionali ed internazionali; una manifestazione che, numeri alla mano, porta sul territorio più di 3 milioni di euro in una settimana, annaspa per un anno intero e rischia, ogni anno, di saltare per l’impossibilità di avere certezze, che si chiamano denaro, e recuperare una piccola somma (se rapportata all’incidenza che possiede il Festival sul territorio) per organizzarlo?

Ispica, quando il pubblico-privato fa l’eccellenza. Finche’ dura. I tagli si abbattono sul Comune ispicese e la blasonata Notte dei Sapori, nonostante il successo, rischia di scomparire. Si attende il salvataggio da parte della Regione.

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isparmio quanto basta e sinergia con i privati: è questa, programmi alla mano, la ricetta del comune calandrino per la promozione turistica in tempi di vacche che più magre non si può. A spiegarlo è direttamente il primo cittadino Piero Rustico che lamenta come i tagli operati dal Governo abbiano costretto la sua amministrazione a tagli alle “spese correnti” di ben 2 milioni e 700mila euro nel solo 2012. «Questo ci costringerà -aveva avvertito alle soglie della scorsa Estate Ispicese- a rinunciare allo sfarzo in cui diversi eventi sono nati, senza che però ne vengano meno gli standard minimi». E così è stato, con un risparmio complessivo di circa il 20% rispetto alla stagione precedente. Dopotutto, per il tradizionale concertone ferragostano -hanno sembrato intendere a Palazzo di Città- non occorre consegnare cifre stratosferiche a un Bennato o a una Mannoia -per citare due tra i tanti special guest degli ultimi anni- quando una piacevole serata all’insegna della buona musica può egualmente essere offerta da un meno blasonato (ed esoso) Roy Paci.

Nel programma 2011, quindi, non sono mancati gli appuntamenti più riusciti ed affollati delle scorse stagioni, dal raduno cinofilo “Guinzaglio d’oro - stelle a 4 zampe” alla kermesse “Ispicarte: tradizioni e moda”, ai percorsi culturali ed enogastronomici di “Arte e sapori”. Confermata anche la tre giorni di “Zagara e rais - Incontri euromediterranei”, fortemente voluta dal primo cittadino ma, purtroppo, mai veramente emancipatasi dalla dimensione cittadina e, anzi, nicchiaria. La più felice e meritata riconferma, comunque, è stata conquistata senz’altro dalla Notte dei sapori, dal 2005 vero evento clou dell’estate calandrina e testimonianza, con il suo +87% di presenze rispetto agli esordi, di come una valorizzazione mirata e rispettosa delle risorse paesaggistiche del Sudest possa divenire un volano eccezionale per l’economia e il turismo nel territorio. Capillarmente pubblicizzata nell’isola, la manifestazione offre ogni anno -a prezzi pressoché simbolici- la degustazione delle eccellenze enogastronomiche dell’area iblea, insieme a intrattenimento per tutti i gusti: Agosto - Settembre 2011

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Da sinistra Giuseppe Bono, il sindaco di Ispica Pietro Rustico, Angela Signorello e Salvo Latino

“UN EVENTO DI QUESTE PROPORZIONI, E PER DI PIÙ IN CONTINUA ESPANSIONE, COSTA. E SE IN OTTIMA MISURA IL COMUNE È STATO SINORA AIUTATO DA PALERMO, QUALCHE SCRICCHIOLIO SI È GIÀ FATTO AVVERTIRE NEGLI SCORSI ANNI, CON PRECOCI SOLD OUT.”

musica classica, cabaret, giocolieri e sbandieratori, cortei in costume, marionette, animazione per i più piccoli. «La Notte dei sapori -ha commentato il sindaco, in risposta alle polemiche dell’opposizione che l’avrebbe voluta eccezionalmente nel centro urbano, in aiuto agli esercenti cittadini- non avrebbe avuto lo stesso grande successo in una location diversa da quella, suggestiva e oramai tradizionale, di Cava d’Ispica». Altre polemiche hanno accompagnato la scelta degli esercizi di ristorazione per la cura degli stand enogastronomici, essendo accusata l’amministrazione di scarsa trasparenza: «Chi ci critica -scote il capo l’assessore al ramo Gianni Tringali- non sa che ogni volta non ci è facile reperire aziende in grado 22

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di fronteggiare un’affluenza di 15mila persone in poche ore». Senza contare che servirebbe a poco far conoscere i prodotti tipici a Milano o Torino, se poi non si è in grado di esportarveli tramite e-commerce. E allora, tutto bene? Mica tanto. Perché un evento di queste proporzioni, e per di più in continua espansione, costa. E se in ottima misura il Comune è stato sinora aiutato da Palermo, qualche scricchiolio si è già fatto avvertire negli scorsi anni, con precoci sold out. Dal canto suo, l’assessore Tringali vuole correre ai ripari: «Come amministrazione -annuncia- stiamo lottando perché la Notte dei sapori venga inserita nella ristrettissima rosa di eventi, ben riusciti e collaudati, che godono stabilmente

di una particolare attenzione, anche economica, da parte della Regione». Tra le righe resta il rischio che il mancato accesso a tale empireo finanziario si traduca, paradossalmente, nel naufragio di un’importante occasione di sviluppo turistico proprio per la sua enorme riuscita. Grande new entry nel programma 2011 è stato poi “Calici di stelle”, manifestazione in cui ogni anno l’Associazione nazionale Città del vino invita il Belpaese, la notte di San Lorenzo, a brindare alle eccellenze della produzione vitivinicola italiana. L’evento, che si svolge in 181 comuni di cui solo 14 siciliani, da quest’anno ha fatto tappa anche ad Ispica, in coordinamento con la già affermata edizione pachinese. Il merito della prestigiosa inclusione è tutto della proficua sinergia che l’Amministrazione Comunale -anche qui, non senza accese polemiche- ha stabilito con i privati. Ad organizzare la tappa calandrina della manifestazione, infatti, sono stati gli imprenditori gestori del Palazzo Mercato, che vi hanno allocato un’attività di ristorazione elegante e di qualità. «Siamo consapevoli di essere affidatari di uno spazio pubblico -aveva riconosciuto il general manager Salvo Latino- e vogliamo che i cittadini continuino a considerarlo tale». Da qui la scelta di organizzarvi, durante tutto l’anno, iniziative di promozione culturale e turistica. Il battesimo ispicese di Calici di stelle ha riscontrato un successo notevole, con la presenza di numerosissimi visitatori, quindici aziende produttrici e circa cento etichette di qualità. Ma al Mercato non si dichiarano ancora paghi: «L’anno prossimo -rilancia Latino- vogliamo crescere, coinvolgendo anche le altre attività economiche cittadine», e pure l’amministrazione comunale pare pensarla così. Pie intenzioni, non c’è che dire. E soprattutto, fedeli alla logica, forse utopistica, del puntare sul ‘privato’ per promuovere il ‘pubblico’. Peccato solo che nelle dinamiche del “privato” ci sia qualcosa di assai poco utopistico chiamata concorrenza: l’attività di Latino, con la sua prorompente affermazione, pare abbia creato forti malcontenti presso gli altri esercenti cittadini, che si sono visti scippare una fetta consistente di mercato. Chissà che per far funzionare a dovere il “privato”, rendendolo sistema, non occorrerà un’energica (e perequativa) mediazione da parte di un soggetto “pubblico”.


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Intervista di Sebastiano Diamante

IL SOGNO DEMOCRATICO DELLO SCRITTORE COMPANEROS Luis Sepulveda, dalla guardia personale del presidente cileno Allende ai libri distribuiti in tutto il globo Foto di: Sebastiano Diamante

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a lettura ti fa sempre migliore, è una sorta di dolcissima fuga. Si scappa dalla temporalità e se ne trova un’altra superiore, più forte con sensualità, sensibilità ed intelligenza. La lettura fa bene. Sempre”. Ha ragione Luis Sepulveda, la sua faccia è una mappa. Una cartina del globo terrestre. Nei suoi occhi scuri, profondi e taglienti ci vedi la passione cilena, le lotte in Sudamerica, l’Africa nera e l’Europa postbellica. Nei suoi occhi, incastonati come due diamanti, ci sono la scrittura e l’impegno politico. In 61 anni quel globo

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stampato sulla sua faccia lo ha calpestato in lungo ed in largo, a seguito dell’esilio a cui è stato costretto dopo il golpe militare che pose fine al governo democratico del Cile guidato dal presidente “companeros” Salvador Allende. Luis Sepulveda, che lo scorso maggio al Salone internazionale del libro di Torino ha presentato il suo ultimo lavoro “Ritratto di gruppo con assenza”, pensa «con soddisfazione che questa è la faccia di un uomo decente che non si vergogna di nulla». L’autore cileno ha parlato della sua vita, dell’amore per la scrittura, per il calcio e per il suo Paese. La passione per la democrazia.


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«La scrittura è tutta la mia vita, fa parte di me. Si è “incorporata”. Sento che la professione dello scrittore è bellissima, e sono intensamente felice quando scrivo e sto lavorando ad un romanzo o ad un racconto». Nonostante la fama, Sepulveda racconta di essere rimasto un “cittadino”, perché lo scrittore arriva solo e sempre dopo. «E la fortuna di avere tanti lettori – racconta lo scrittore cileno - non ha cambiato il cittadino Sepulveda, che è quello degli anni 68 e 70». La letteratura non ha cambiato la sua vita e parafrasando un suo amico scrittore, alla domanda se la fama gli avesse cambiato la vita, Sepulveda ha risposto che «quando il mio amico Paco non era conosciuto gli piaceva mangiare fragole con la panna ma non poteva mangiarne più di mezzo chilo perché gli facevano male. Adesso, che è conosciuto ed ha tanti lettori e vende migliaia di libri, non può mangiare più di mezzo chilo di fragole con la panna, perché gli fanno male. La risposta di Paco è anche mia». Un amore per la scrittura che è nato a 14 anni, grazie all’infatuazione per una coetanea. Ma è una passione nata dopo quella per il calcio. «Quando avevo 14 anni – ricorda Sepulveda - il mio grande sogno era diventare giocatore di calcio». Militava nella squadra del liceo e del suo quartiere. La domenica partecipava alla liga giovanile dei quartieri di Santiago del Cile. «E durante queste partite – continua - mi accorsi che nel mio stesso quartiere si stava trasferendo una nuova famiglia. Durante il trasloco apparve come un miracolo una ragazza bellissima, Gloria, della mia stessa età, la ragazza più bella che io avessi mai visto in 14 anni di vita. Proposi ai suoi genitori di aiutarli traslocare, e quando finimmo la madre chiese a Gloria di invitarmi alla festa del suo compleanno, la settimana successiva. E la ragazza, senza un particolare entusiasmo, lo fece. Andai a giocare a calcio, la domenica successiva, e giocai malissimo, al punto da non essere quasi riconosciuto dall’allenatore. E fui pure insultato e sostituito. Passai tutta la settimana a pensare alla festa di compleanno di Gloria e a cosa avrei potuto regalarle. Doveva essere una cosa speciale personale. Così decisi di donarle il mio tesoro personale, l’oggetto da me più amato». Arrivò il giorno del compleanno ed il giovane Luis si presentò con in dono il suo piccolo tesoro. «Quasi costrinsi Gloria 26

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“La letteratura per me è stata una fuga. Proprio come la mia vita. Ho fatto un lungo cammino per tornare alla mia lingua materna spagnola.â€? Luis Sepulvelda

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ad aprire il regalo subito: lo sosteneva con la stessa gestualità di chi prende un topo morto. Lei mi chiese cosa fosse ed io risposi con “Questa è la fotografia”». Era la fotografia che ritraeva la squadra cilena di calcio autografata da tutti i giocatori che conquistarono il terzo posto al mondiale di calcio del 1962 disputato in Cile. «La sua risposta – continua Sepulveda - fu “non mi piace il calcio”. Da lì capì che la possibilità di avere la mia prima avventura amorosa era praticamente finita. E alla domanda “che cosa ti piace”, la sua risposta fu “la poesia”. E da allora ho cominciato a leggere poesie e mi piacevano, ho scoperto Neruda e poi anch’io cominciai a scrivere. Non so se Gloria ha avuto la responsabilità di stimolare qualcosa di importante al punto da riuscire a trasportarmi nel mondo della letteratura e della poesia, ma sono sicurissimo che è responsabile di aver fatto perdere al calcio cileno un attaccante fantastico». I suoi libri sono impregnati di quell’impegno sociale e politico di cui è stato direttamente protagonista negli anni 70 in Sudamerica. Parla del Cile, delle guerre e del trattato di pace rispettato per 300 anni successivi alla conquista spagnola. E poi del “respiro democratico” cileno. Subito dopo l’elezione del presidente cileno Salvador Allende, nel 1970, il primo capo di stato eletto democraticamente nella storia dei paesi sudamericani, Luis Sepulveda per motivi sociali e politici, a soli 21 anni, fu chiamato a far parte della guardia personale di Allende. Era uno dei 130 companeros del presidente e la sua partecipazione fu intensa ed attiva in quegli anni. «La società che ho conosciuto quando ero giovane – racconta Luis Sepulveda - era legata al sogno di costruire un paese migliore, di cambiare tante cose che erano ingiuste. Volevamo un paese più fraterno, giusto e ugualitario.

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Così siamo arrivati al nostro ‘68. Ricordo i compagni di scuola: tutti erano militanti politici, erano comunisti, socialisti e c’erano anche sostenitori della Democrazia cristiana, che era fortissima. C’era una partecipazione sociale importante grazie alla quale arrivammo, nel 1970, all’elezione di Allende». Il grande sforzo democratico e pacifico, il sogno sudamericano è snocciolato, emozione dopo emozione, da Sepulveda. Una storia vissuta dall’interno, dalle fila della guardia personale del presidente. «Ho avuto questo grande onore nella mia vita – sguardo perso nel vuoto ed occhi lucidi -, eravamo un gruppo di 130 uomini e donne, quasi tutti studenti perché Allende aveva bisogno sempre di un contatto con i giovani per la loro irriverenza. Voleva circondarsi sempre di gente che lo criticava senza pietà. È stata un’epoca intensissima e privilegiata, sono felicissimo di essere stato al fianco di un

uomo come Allende che per il mio paese ha rappresentato il miglior esempio di umanità, intelligenza, saggezza politica e umana». L’esperienza democratica del governo Allende terminò nel primo “11 settembre” della storia, quello del 1973 quando un golpe militare lo abbatté. Da quel giorno ebbe inizio l’esilio di Luis Sepulveda: l’America latina, la Germania, in Africa, in Francia e poi la Spagna. «La letteratura – continua lo scrittore -, per me è stata una fuga. Proprio come la mia vita. Ho fatto un lungo cammino per tornare alla mia lingua materna spagnola. Girando per il mondo mi perseguitava una ed una sola idea, il desiderio di ricominciare la mia giornata pronunciando “buenos dias” e comprando il quotidiano di lingua spagnola. Il desiderio di tornare a far parte di questa enorme e comune patria che è la lingua materna. E ora mi sento bene, perché sono 14 anni che comincio le mie giornate con un “buenos dias” e compro la stampa della mia lingua e ascolto il notiziario nella mia lingua. Apparentemente sembra insignificante, ma dopo un lungo esilio in diversi paesi il ritorno è importantissimo».


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SABATO 3 SETTEMBRE

Segnala i tuoi appuntamenti scrivendo a:

JOVANOTTI

agenda@taleweb.it

E SABATO 24 SETTEMBR

h 21.30

AUTO E MOTO D’EPOCA

Teatro antico Taormina (ME)

Verde a valle Rosolini (SR)

* E 2011

DAL 20 AL 25 SETTEMBR

COUS COUS FESTIVAL h 18.30 San Vito Lo Capo Trapani 20 Settembre h 22.30 Cous Cous live show SUBSONICA Piazza Santuario

23 Settembre h 23.00 Cous Cous live show AGRICANTUS BY TONY ACQUAVIVA Piazza Santuario

21 Settembre h 22.30 Cous Cous live show ALEX BRITTI Piazza Santuario

24 Settembre h 23.00 Cous Cous live show MAU MAU Piazza Santuario

22 Settembre h 23.00 Cous Cous live show S MODENA CITY RAMBLER rio tua San Piazza

25 Settembre h 23.30 Cous Cous live show FILIPPO CANINO Piazza Santuario

*

EFFETTO NOTTE h 24.00 Musica live Piazza Immacolata Noto (SR)

LE DATE DELLO SPETTACOLO

OPERA DEI PUPI

h 18.30 Teatro dei pupi Via della Giudecca Siracusa

Giovedi ................................ 1 Settembre Sabato .................................. 3 Settembre Domenica ............................ 4 Settembre Martedi ................................. 6 Settembre Giovedi ................................. 8 Settembre Sabato ................................ 10 Settembre Domenica .......................... 11 Settembre Martedi ............................... 13 Settembre Giovedi ............................... 15 Settembre Sabato ................................ 17 Settembre Domenica .......................... 18 Settembre Martedi ............................. 20 Settembre Giovedi ............................... 22 Settembre Sabato ................................ 24 Settembre Domenica ......................... 25 Settembre Martedi ............................... 27 Settembre Giovedi ............................... 29 Settembre


IL MIO PICCOLO GIUDICE h 21.00 Ex convendo dei Gisuiti Noto (SR)

ALESSANDRA AMOROSO h 21.30 Teatro antico Taormina (ME)

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SAGRA DEL CINGHIALE h 21.00 Canecattini Bagni (SR)

CAPAREZZA

INIZIO SAGRA DEL PISTACCHIO Bronte (CT)

h 21.30 Stadio Selvaggio Ragusa

FESTA DELLA MADONNA DELL’ALEMANNA Nell’ambito dei festeggiamenti, la manifestazione “cuccagna a mare” Gela (CL)

ESTATE IN CANTINA h 20.30 Cooperativa Elorina S.P. Rosolini-Pachino C/da Belliscala Noto (SR)

ESTATE IN CANTINA h 20.30 Cooperativa Elorina S.P. Rosolini-Pachino C/da Belliscala Noto (SR)

ETNACOMIX h 21.30 Le ciminiere Catania

ETNACOMIX h 21.30 Le ciminiere Catania

MEETING DE L’ARSENALE III EDIZIONE Ragusa Ibla

ESTATE IN CANTINA h 20.30 Cooperativa Elorina S.P. Rosolini-Pachino C/da Belliscala Noto (SR)

MEETING DE L’ARSENALE IV EDIZIONE Siracusa ESTATE IN CANTINA h 20.30 Cooperativa Elorina S.P. Rosolini-Pachino C/da Belliscala Noto (SR)

FESTA DI SAN MICHELE ARCANGELO Caltanissetta (CL) ESTATE IN CANTINA h 20.30 Cooperativa Elorina S.P. Rosolini-Pachino C/da Belliscala Noto (SR)

ESTATE IN CANTINA h 20.30 Cooperativa Elorina S.P. Rosolini-Pachino C/da Belliscala Noto (SR)

OTTAVA SAN CORRADO Noto (SR)

FESTA SAN ISIDORO Testa dell’acqua Noto (SR)A

ETNACOMIX h 21.30 Le ciminiere Catania

MEETING DE L’ARSENALE III EDIZIONE Ragusa Ibla

PALIO DI SAN MICHELE h 21.30 Canicattini Bagni (SR)

ESTATE IN CANTINA h 20.30 Cooperativa Elorina S.P. Rosolini-Pachino C/da Belliscala Noto (SR)

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MEETING DE L’ARSENALE IV EDIZIONE Siracusa ESTATE IN CANTINA h 20.30 Cooperativa Elorina S.P. Rosolini-Pachino C/da Belliscala Noto (SR)

SAGRA DEL PESCE Festeggiamenti in onore dei santi Cosma e Damiano Marinacorta di Lipari (Me)


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Camera con vista di Maria Teresa Di Blasi

LA FESTA DI SAN CORRADO A NOTO, UNA DEVOZIONE CHE RESISTE NEL TEMPO TRA SCENOGRAFIE DI FUOCHI E MEMORIE STORICHE, L’ENTUSIASMO DI UNA CITTÀ PER RICORDARE IL SUO PATRONO Foto di: Vincenzo Papa

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La Festa di San Corrado a Noto

a prima festa di San Corrado nella città di Noto fu celebrata nel 1514»: così ci è stato tramandato da O. Cajetani nel suo “Vitae Sanctorum Siculorum; da allora la capitale del Val di Noto ha sempre più degnamente festeggiato l’amato patrono nell’ultima domenica di agosto. Prima di passare alla descrizione della festa attuale, però, sarà bene fare un lungo passo indietro, nel 1664, quando fu scritto il “Breve resoconto della Festa di S. Corrado Piacentino celebrata in Noto” (oggi Noto Antica). La narrazione parte dalla descrizione degli otto giorni che precedevano la festa, durante i quali i cittadini percorrevano le vie armati di trombette e tamburi; la città veniva tutta parata a festa con drappi preziosi e damaschi: «Ma che dirò – continua il narratore – della quasi infinita moltitudine di lumi in mille varie maniere i quali in continuata serie di distinte fiammelle continuandosi indistinta un incendio formavano?». La Cattedrale veniva precedentemente addobbata soprattutto in corrispondenza dell’altare maggiore sul quale veniva esposta all’ammirazione dei fedeli l’Arca sacra. «Venuta insomma la sera della vigilia, diedesi principio alla solennità sul tramonto del sole, accendendosi i lumi nella strada paramentata: grazioso spettacolo invero a vedere! Il seguente giorno si diede compimento alla festa con la processione la quale terminossi con ogni sontuosità riuscendo bella per ordinanza, pomposa per la torceria, numerosa per la moltitudine, riguardevole per le Compagnie, il Clero e la Nobiltà che vi concorse. Terminossi per quella sera la solennità con la processione e ritornassene il sacro Corpo alla Cattedrale a suoni di trombe e Agosto - Settembre 2011

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La Festa di San Corrado a Noto Foto di: Vincenzo Papa


tamburi, di naccari, piffari ed altre mille sorti di musicali istrumenti». Il protrarsi dei festeggiamenti costrinse gli organizzatori a spostare di un giorno l’esibizione dei fuochi d’artificio, che furono apparecchiati sulla cima del campanile del duomo. La meravigliosa e fantasmagorica carica delle “fiamme artificiose” durò per oltre due ore. La solenne cavalcata a conclusione dei festeggiamenti seicenteschi corrisponde alla creatività e alla fastosità del periodo barocco: «Il terzo giorno fu dato l’ultimo compimento alla solennità con una pomposissima cavalcata la quale fu molto commendabile per la bizzarria delle livree, per la sontuosità della pompa, per la bellezza e leggiadria dei cavalcanti, per la ricchezza degli abbigli, la novità degli arredi, la preziosità dei drappi e la qualità, la quantità e moltitudine delle gioie, dell’oro e delle pietre preziose che nei cappelli, nelle piume, nel collo e nelle dita dei cavalieri vedevansi scintillare». Oggi la festa ha recuperato una dimensione molto più religiosa e familiare anche se ricorda, soprattutto nell’ambito della processione, i fasti del passato. Nel tardo pomeriggio dell’ultima domenica di agosto la preziosa urna d’argento con le reliquie del santo esce dalla Cattedrale portata a spalla dai membri della Confraternita dei portatori di San Corrado. La lunga processione prevede la partecipazione del clero, delle autorità politiche e militari, delle confrater-

nite e della cittadinanza. Ai lati dell’urna argentea sfilano i cilii, grossi ceri montati su un fusto di legno, sui quali sono dipinte le scene della vita del santo. Alla folla si mescolano bambini vestiti con il saio penitenziale di San Corrado e i fedeli che portano in mano una candela accesa. Durante la processione si alzano le invocazioni al santo, che si trasformano in una vera e propria cantilena dal sapore orientale nel momento in cui i cilii entrano nella chiesa del Crocifisso che sovrasta, con la sua mole maestosa, le semplici costruzioni del “Cianazzo”, il Piano Alto quartiere popolare della Noto ricostruita. All’interno della chiesa, che custodisce la splendida Vergine detta della Neve realizzata dal Laurana, i portatori fanno compiere una vera e propria danza ai cilii al grido di: «E ccu veru cori ciamamulu!» e il popolo risponde «Evviva san Currau!». L’emozione altissima aumenta ancora di più quando alcuni bambini vengono fatti arrampicare sull’arca argentea, quasi a volerne catturare l’enorme forza ed energia. L’ultimo atto della scenografica festa che attraversa le magiche strade di una Noto sospesa tra realtà e magia è “a trasuta ri San Currau”, con i portatori dei cilii che eseguono una corsa rituale e i portatori del simulacro che salgono di corsa le rampe di scale della cattedrale per far rientrare le reliquie in chiesa. La festa si chiude in modo spettacolare tra gli applausi della folla, la danza dei cilii e le invocazioni ormai offuscate dall’emozione e dalla stanchezza di una giornata interamente dedicata a San Currau, patrono di Noto.

NEL TARDO POMERIGGIO DELL’ULTIMA DOMENICA DI AGOSTO LA PREZIOSA URNA D’ARGENTO CON LE RELIQUIE DEL SANTO ESCE DALLA CATTEDRALE PORTATA A SPALLA DAI MEMBRI DELLA CONFRATERNITA DEI PORTATORI DI SAN CORRADO.

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Arte di Santina Giannone

UNA MOSTRA DELL’ARTISTA ROSOLINESE GIOVANNI BLANCO CI RACCONTA LA SICILIA CON GLI OCCHI DI CHI VEDE OLTRE L’APPARENZA E CI RACCONTA UNA STORIA IN CUI UMANITÀ E MEMORIA SI MESCOLANO INSCINDIBILMENTE.

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rendete il caos del sentimento, la totalità dell’emozione, l’imprecisione del provare. E poi miscelatelo con il rigore della comunicazione, la chiarezza del messaggio, la precisione dello scopo. Agitate un po’ questi ingredienti, aggiungeteci qualche goccia di sano

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egoismo, una malinconia a distanza per la Sicilia, due occhi cerulei in cui rivedere le screziature del suo mare onnisciente: ecco a voi Giovanni Blanco, trentenne rosolinese, trapiantato da undici anni a Bologna, prima per frequentare l’Accademia di Belle Arti, poi per lavoro. Segni particolari: artista.

Tutto il resto, anche il suo lavoro ufficiale -professore di educazione artistica nella scuola secondaria di primo grado- è quasi un hobby in confronto alla passione, al tempo e ai progetti dedicati all’arte, vissuta in maniera intensa, come una seconda pelle su cui inscrivere le percezioni subite, ma anche come un progetto, uno stile di


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vita, una direzione da seguire con rigore scientifico. E ad accorgersi del talento del giovane rosolinese sono stati in tanti, tra cui gli esponenti del gruppo di Scicli “Vitaliano Brancati”, che lo seguono con interesse e insieme a cui Giovanni ha presentato già delle sue opere, ultimo tra tutti l’omaggio ad Antonello da Messina con la mostra itinerante sull’Annunciazione. E’ un uomo, Giovanni Blanco, che sa di aver vissuto anche prima di essere nato, attraverso l’intreccio della storia e i vagiti della memoria. Alla prima occhiata il suo volto è pronto a tenderti insidie e a trarti in inganno, presentando le linee e le ombre di un animo delicato: sarà la sua pelle chiara, i suoi occhi lucidi, il sorriso appena abbozzato sotto un velo di barba. Ma non tarda a rivelare la sua tempra d’acciaio. Lo fa così, con parole a toni pastello, ma dal cuore forte e verace:«E’ una terra a cui fare ritorno, la mia Sicilia. Ma dopo venti giorni senti la voglia di scappare, altrimenti rischi l’asfissia. Sono un apolide io, cittadino del mondo, capace di vivere ovunque ed ovunque mancante di qualcosa. Alle lacune sopperisco con la sacca di ricordi che mi trascino sempre dietro, ma mi tengo lontano dalla malattia più terribile

Una sala della mostra, con il dittico sull’infanzia di Frank Lentini

dell’anima, la nostalgia». Eppure è proprio dedicato a questa terra e ai suoi affetti, rivisitati in chiave quasi mitica grazie alla mediazione di una figura curiosa che ha fatto irruzione nella sua fantasia artistica, l’ultima mostra, “Meraviglia delle meraviglie”, esposta a Donnalucata nelle sale di palazzo Mormino dal 7 al 31 agosto. Motivo di maravigghia, intesa nel significato più siculo del termine, è proprio Frank Lentini, che sul finire dell’Ottocento sconvolse la quiete del paesino rosolinese con una

Rosolini, l’uscita - acrilico su tela di cotone - cm 20x25

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malformazione congenita che lo aveva dotato di tre gambe e quattro piedi (uno dei quali piccolo e atrofizzato, attaccato ad uno dei tre polpacci), oltre che di due set di genitali. Per l’estetica canonica di un paesino siculo di fine diciannovesimo secolo era decisamente troppo. I genitori, dopo aver provato operazioni miracolose che lo riportassero alla normalità presso medici di Malta, rinunciarono a riportarne le forme alla normalità, facendo inconsapevolmente la fortuna del figlio che arruolandosi tra le file dei freak, i fenomeni da baraccone che andavano tanto in voga a inizio Novecento in America, fece soldi a palate. Fin qui la storia. Su questa vicenda, di cui il giovane artista viene a conoscenza per caso leggendone su un periodico locale, nasce l’idea di raccontare di Lentini, trasfigurandone la parabola e raccontando la Sicilia, la sua gente e il suo folclore, poggiando le pennellate meditative e letterarie sulle tre gambe del freak, stranezza della natura. Da qui parte un percorso alla scoperta della figura di Frank Lentini, che giunge a compimento di un interesse per il corpo umano da sempre dimostrato dall’artista. Un esperimento che intinge il pennello nella trasfigurazione mitica per raccontare i risvolti più crudi e teneri di un’isola che le eccezioni non perdona. Nel suo vagheggiamento simbolico la Trinacria a tre gambe, trasfigurazione dell’uomo “meraviglia delle meraviglie”, diventa l’occasione per parlare dei luoghi di Rosolini, della città com’era e come la ricordano i più anziani, ma anche della fascinazione e della repulsione di una


Francesco Lentini - olio su tela di cotone - cm 60x50

cultura, quella siciliana, ammantata di magia, impastata di destino ed allo stesso tempo taglieggiata dall’atavico e indolente conformismo che spesso la affossa. Così una leggera coltre calata a metà sulla figura di Lentini diventa, attraverso un tempo di lettura lento e impassibile dell’opera, il silenzio che in Sicilia, talvolta, cala sulle cose, avvolgendole, facendole dimenticare, rendendole invisibili. E le pennellate che raffigurano Lentini si fanno sempre sfumate, rarefatte,a tratti sfuggenti, come a voler accennare, ma non svelare del tutto, una storia che è rimasta comunque sussurrata tra le trame del tempo. Una storia che la mano di Giovanni, morbida carezza sulle ferite dell’antropologia siciliana, non ha timore di raccontare. In un dipinto, gli occhi del piccolo Frank Lentini, incastonato in una posa da studio medico a una decina d’anni, inchiodano il lettore alla verità senza curarsi di addolcirne gli aspetti meno gradevoli: le due visioni fronte-retro sfumate del rosa dell’infanzia e addolcite dalle rotondità di una pancia da bimbo che si intravede sotto la camiciola, stridono con la solennità delle tre gambe poggiate a fare necessaria mostra di sé. C’è qualcosa di doloroso e sbagliato in quella posa, che racconta dell’incredulo e incapace tentativo di capire le stranezze del mondo e della natura che lo governa scolpito negli occhi di un bambino poco più che affacciatosi alla vita. Quel dipinto lo urla. E, in virtù della suggestione straziante che ne sbozza la vicenda, rendendola pienamente umana, lo spettatore riesce a sostenere quello sguardo innocente, sentendosene quasi confortato.

Ibrido, R.A e G.B, tempera su carta

Francesco Lentini - olio su tela di cotone- cm 200x95.

Aedo d’eccezione è l’altro personaggio della mostra, vero cuore del percorso, punto di partenza ed approdo di Giovanni: la madre, i cui ritratti – alcuni stilizzati, altri appena accennati, qualcuno contemporaneo e altri ancora volti che necessitano un salto indietro nel temporappresentano il filo rosso che lega un passato che non ci appartiene più, se non tra le pieghe degli insegnamenti che il tempo lascia a chi li sa cogliere, con il presente, binario sui cui fili d’acciaio continuare a camminare consapevoli che quello che è stato potrebbe non essere quello che sarà. Frank Lentini e le sue tre gambe, dunque, esplodono nella metafora dell’esistenza di ciascuno, dello scandalo che ognuno nella sua vita è stato o potrebbe essere. E nel coraggio di abbeverarsene a piene mani, mutando in leggerezza tutto ciò che dal destino ci venne consegnato come zavorra. Di questo, con i suoi occhi liquidi che si posano inquieti sulle opere del suo studio, è consapevole anche Giovanni. Che sa di tessere la parte forse più fulgida della sua vita in questo momento:«Certe cose o le fai a trent’anni o puoi belle e salutarle. La coscienza di questo mi scava dentro, ma allo stesso tempo mi dà forza e passione per continuare a buttarmi nel mare della vita ogni giorno con rinnovato interesse. Sento il limite del necessario, di quello a cui mi devo dedicare per dovere, graffiando tempo a quello che invece vorrei fare in maniera totale e totalizzante. Ma oggi, a trent’anni, so di essere fortunato». Un ragazzo che non si nasconde dietro a etichette di comodo e con la sua aria delicata e disarmante confessa:«Suggo

dalla vita e da chi mi circonda tutto quello che posso. Sono un’egoista io, ma lo faccio solo per potermi dare in maniera più autentica e più vera, fuori dagli schemi e lontano dalle definizioni di massima». Di questo si sarà accorto certamente chi avrà visitato la mostra. Cinque stanze, ciascuna con un filo conduttore. Nella prima, al buio, la foto utilizzata per l’invito dell’evento – uno scaccia passeri improvvisato con rimasugli della vita quotidiana, ma anche un’ulteriore metafora di una Sicilia che non dissimula la paura verso il diversoaccarezzata dalla voce struggente e carica di emozioni della madre, mentre canta una nenia dedicata a quel suo bambino piccolo che nel frattempo, tra tele e pennelli, è diventato un uomo. Sommo omaggio alla genitrice, ma anche alla cultura di cui essa è sacerdotessa. Frank Lentini, nella sua deformità, diventa nell’immaginario quel Mastru Filinona col cui racconto si terrorizzavano i bambini che non volevano andare a riposare in estate, nella coltre afosa delle prime ore del pomeriggio. Ma in quell’anormalità ostentata, alternata a opere in cui è l’uomo al di là della sua forma fisica a prevalere, c’è tutto il racconto, intenso e struggente, di un’umanità in cui ritrovarsi, in eterna lotta tra la forma e la sostanza. In cui io,voi possiamo riconoscerci. C’è anche Giovanni, là dentro, in stralci di opere che a spezzoni accarezzano vagamente le sue fattezze brumose. Forse lui non lo sa, questo. E temo che anche se lo sapesse, forte del suo sano egoismo, non ce lo confesserebbe mai. Agosto - Settembre 2011

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Attualità di Cettina Raudino

Kore

Il chioschetto

dea Nella spiaggia di Eloro – Pizzuta, a S Noto, al posto del della

Koreion, tempietto dedicato alla “dea fanciulla”, potrebbe sorgere un lido balneare ed un chiosco di bibite. E il territorio insorge.

Sullo sfondo la spiaggia Eloro-Pizzuta

uccede di tutto in questo lembo di Sicilia. Anche che un bel giorno la sua popolazione scopra che l’assessorato regionale all’Ambiente e Territorio ha concesso ad una società siracusana di impiantare uno stabilimento balneare di 3 mila metri quadri, il Kore beach club, su una delle spiagge libere più belle e ancora selvagge di tutto il litorale. Quella di Eloro - Pizzuta, da cui, senza difficoltà, possiamo immaginare i nostri antenati greci guardare le triremi solcare il mare. Kore beach, in omaggio probabilmente al tempietto (Il Koreion, scavato negli anni cinquanta del secolo scorso e i cui reperti - ma pochi lo sanno- oggi sono conservati presso il Museo archeologico di Noto), dedicato alla dea fanciulla. Un edificio che sorgeva proprio laddove domani potrebbe trovare posto un chioschetto che vende bibite e panini. A sud della spiaggia, il parco archeologico di Heloros, città fondata dai Greci di Corinto nel VII secolo avanti Cristo, e la riserva naturale orientata di Vendicari. Si accende la protesta. Si raccolgono migliaia di firme. Associazioni e movimenti ambientalisti e l’intera popolazione locale, compresi i turisti indignati per il sabotaggio di un sogno di vacanza non consumistica, insorgono contro il tentativo di privatizzare e mercificare un angolo di natura ancora incontaminato. Il consiglio comunale di Noto si pronuncia contro. Il Piano spiagge municipale, una nota al ministero dell’Ambiente ed il Piano paesaggistico, in via di approvazione, sono tre atti che con chiarezza da tempo esprimono la volontà di lasciare libera questa spiaggia. La vicenda, che ha scatenato molte polemiche e tra i ferventi oppositori ha trovato Legambiente e l’associazione Sciami, è cominciata nel 2009. Ricostruiamo la vicenda: la società Blue By srl, intreressata alla realizzazione dell’impianto balneare presenta due anni fa una richiesta, affissa nell’ottobre del 2009 all’albo pretorio del comune di Noto, per avere la concessione per la realizzazione di un impianto balneare nella spiaggia di Eloro - Pizzuta. Tutte le autorizzazioni vanno richieste per avere il decreto di concessione dalla Regione, emesso nel febbraio del 2010 con i pareri di Soprintendenza, Capitaneria di porto, Genio civile, Agenzia delle dogane. La richiesta giunge al comune di Noto per il rilascio della concessione edilizia, viene indetta una conferenza dei servizi, alla fine di giugno del 2011, e in questa occasione l’ultimo atto viene a mancare: infatti sorgono problemi perchè si manifesta una chiara volontà politica che si oppone in maniera netta alla concessione. In particolare: esiste un Piano spiagge approvato con delibera, in cui il comune di Noto si dota, primo in

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Vincenzo Belfiore

Maurizio Dimartina

tutta la Sicilia, di tale strumento per regolamentare attività e servizi alla balneazione dalla foce del fiume Asinaro fino a Marzamemi. Guardando la tabella del Piano che riguarda le norme tecniche di attuazione, si può notare che, a parte Vendicari, che ricade nella giurisdizione della Forestale, l’unica spiaggia in cui non è previsto alcun incremento dei servizi balneari è proprio quella di Eloro - Pizzuta. A testimonianza di una chiara volontà da parte del Comune di lasciare libera quella spiaggia. Volontà popolare chiara espressa da una delibera del consiglio comunale e da un atto del 2007 in cui la provincia di Siracusa e il comune netino hanno prodotto istanza al ministro dell’Ambiente per realizzare l’Area marina protetta di Vendicari, altro atto della chiara volontà di preservare quest’area. “In termini vincolistici – ha commentato l’architetto Maurizio Dimartina, di Sciami, associazione culturale netina, tra coloro che hanno

La raccolta delle firme in spiaggia contro il Kore beach club

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ricostruito la vicenda -, questa è una zona rossa del Piano paesaggistico, un altro importantissimo strumento in fase istruttoria e di prossima approvazione. Il comune di Noto ha fatto presente che questa è una zona che non si tocca. L’altra stortura è che non è possibile che un Comune, in momenti come questo, debba essere costretto a trovare cavilli giuridici per far rispettare la volontà popolare. Non è possibile che ci si incarti”. Il ruolo della Soprintendenza in tutta questa faccenda,  ingarbugliata burocraticamente ma chiara nelle contrapposte volontà, è complicato dal fatto che nel frattempo le leggi hanno confuso la situazione, precisa Vincenzo Belfiore, geologo di Legambiente: la Soprintendenza in questo momento non è più  competente dal punto di vista archeologico se non per il ruolo di alta sorveglianza con l’istituzione del Parco archeologico e la richiesta della società, del 2009, è antecedente a queste riforme di riassetto della macchina amministrativa. Quello che compete alla Sezione paesaggistica, non è quello che compete alla Sezione archeologica, perché sono tipi di vincoli differenti. In ogni caso bisogna capire perché la Soprintendenza autorizzi tutto questo. Come rappresentante di Legambiente voglio dire che le 5 vele ottenute da Noto premiano non solo la qualità e la pulizia dell’acqua di balneazione ma anche l’indirizzo che una amministrazione ed una comunità decidono di darsi, un modello di sviluppo, per l’idea di gestione del mare e della costa. L’idea data era quella di diversificare i tipi di fruizione. Il patto era di tutelare alcune realtà. Riserva significa fruizione riservata destinata prevalentemente alla ricerca scientifica”. L’idea di gestione delle spiagge per il comune guidato prima da Corrado Valvo e, da giugno 2011, da Corrado Bonfanti, era di limitare il numero di concessioni ai servizi e in extremis concentrarle solo in quelle aree in cui sono già presenti delle attività simili. “Tutelare le spiagge libere - ha continuato Belfiore - in virtù del fatto che esiste una nicchia di mercato, che noi rispettiamo, che vuole questo tipo di spiaggia. Piuttosto bisogna prevedere una più larga fruizione delle scogliere, è preferibile qualche chiosco in più sulla scogliera. Non perché è solo una fissazione di alcuni gruppi di ambientalisti, ma perché questo è un modello venuto fuori con due delibere all’unanimità del consiglio comunale”. Una, quella con cui è stato approva il Piano di utilizzo del demanio marittimo, secondo cui nell’arenile delle polemiche uno stabilimento balneare non è compatibile, ed un’altra che, insieme al consiglio provinciale di Siracusa, indica che nella spiaggia di Eloro - Pizzuta dovrà essere l’Area marina protetta. “La chiara volontà del consiglio comunale – ha sottolineato Vincenzo Belfiore -, è legge. È l’atto massimo della volontà cittadina”. In fase di chiusura della rivista apprendiamo che nei giorni successivi a Ferragosto il consiglio comunale ha espresso parere unanime contrario e durante la conferenza dei servizi programmata la società Blue by srl ha comunicato che, per quest’anno, ha ritirato la richiesta di concessione per al realizzazione del lido.


Dal mondo di Ignazio Spadaro

SCHIAVITÙ, CASTE, CORRUZIONE: SAN’A LA COLLABORAZIONISTA E LA “GRANDE TRUFFA” ALL’OCCIDENTE. L’ARTISTA YEMENITA ALADIN HUSSEIN AL BARADUNI DENUNCIA: «IL REGIME DIROTTA GLI AIUTI INTERNAZIONALI CONTRO I CIVILI». E SULLA LOTTA AL TERRORISMO: «L’OCCIDENTE LA SMETTA, È UNA SCUSA» Agosto - Settembre 2011

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a verità e il coraggio hanno un colore. I colori e le forme delle opere di Aladin Hussein Al Baraduni, pittore yemenita che, dopo aver esposto -tra gli altri- anche per l’Onu, dal 2005 vive in Italia, dove ha chiesto lo status di rifugiato politico.

Cominciamo da te e dalla tua storia. Perché sei fuggito dal tuo Paese?

Perché sono un pittore che non dipinge la bandiera che sventola dietro il viso del dittatore, né lo stereotipato, idilliaco paesaggio del mio Paese. Dipingo piuttosto gli emarginati e la loro vita per la strada. Dipingo l’«altro» Yemen, non quello della propaganda ufficiale e filogovernativa ma quello vero che il regime non vuole vedere e far vedere. Questa semplice scelta artistica mi ha creato i primi problemi con le autorità politiche e culturali, al punto che non potevo più neppure passeggiare di notte per le strade di San’a, come ero solito fare cercando l’ispirazione per i miei soggetti. Cosa è accaduto? Durante l’ultima di queste mie uscite, erano circa le tre del mattino quando un’auto con a bordo quattro persone mi ha tagliato la strada: subito quelli, insieme a un quinto che evidentemente mi aveva pedinato, mi hanno sbattuto al muro per poi condurmi con loro a forza. Io naturalmente ho capito subito chi erano -se vivi in Yemen lo sai cosa significano certe cose e perché accadono-, così ho cercato di parlamentare: ero consapevole che, se mi avessero arrestato formalmente, chissà quando avrei rivisto la luce. Ottenuto quindi di poter fare una chiamata, composi il numero di un pezzo grosso di mia conoscenza -un ministro, per capirci-, che era già a conoscenza dei rischi che correvo. Come finì? Alla fine ne uscii relativamente bene, anche se dovetti impegnarmi per iscritto «a non circolare mai più di notte per scopi artistici». Ma intanto avevo già cominciato a rimuginare certe idee di ateismo e, essendo la costituzione yemenita basata sul Corano, era molto difficile per me vivere come avrei voluto. Alla fine decisi di lasciare il Paese: le 46

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autorità mi impedivano ormai di esporre sia in Yemen che all’estero, non potevo più dipingere senza timore di ritorsioni, né manifestare alcun pensiero contrario alla religione, a rischio di morte. E la tua famiglia? Dapprima loro sono rimasti lì, ma non senza problemi. Finché i servizi segreti non hanno lasciato in pace neppure il mio anziano padre, facendogli qualche “domandina” su di me… così, giusto per provocarlo e dargli fastidio, che sono le tattiche preferite dal regime contro gli oppositori. Infine sono stato ufficialmente bollato come «ateo dichiarato», dopo aver pubblicato un certo racconto su una rivista yemenita -racconto, beninteso, che non aveva alcun contenuto ateista, e che nondimeno ma ha suscitato un sacco di polemiche. Da poco la mia famiglia ha dovuto lasciare il Paese e si è rifugiata in Giordania. In una recente intervista, pubblicata da un noto quotidiano nazionale, hai denunciato che nello Yemen del Terzo Millennio esisterebbero ancora le caste, e, addirittura, la schiavitù... Sì, purtroppo è così. La società è ancora una piramide con al vertice la casta degli «uo-

DIPINGO L’«ALTRO» YEMEN, NON QUELLO DELLA PROPAGANDA UFFICIALE E FILOGOVERNATIVA MA QUELLO VERO CHE IL REGIME NON VUOLE VEDERE E FAR VEDERE. mini di sangue blu» e alla base quella degli «intoccabili», mentre nel mezzo si collocano i «beduini tribali» cui appartengo anch’io. Alla casta dei sangue blu appartengono le famiglie discendenti da Maometto e da suo cugino Alì, i giudici e gli sceicchi delle varie tribù. Ha avuto un certo eco, ultimamente, la notizia che fra gl’intoccabili ci sono ancora dei veri e propri schiavi, oggetto di un mercato clandestino gestito da gente potente, come gli sceicchi. I quali, giustappunto, hanno intere famiglie di schiavi al loro servizio senza dover loro pagare nulla, visto che sono di loro proprietà. Non c’è nulla in cui questi uomini trattati come bestie possano spe-


Nelle foto il presidente yemenita Ali Abdullah Saleh

rare per migliorare la loro condizione: essi, infatti, esattamente come animali vengono venduti, scambiati e, alla morte del padrone, lasciati in eredità. Il regime non fa nulla per contrastare questo problema, anzi sta attento a che non se ne parli affatto, tanto più che nel giro ci sono personalità influenti all’interno dello Stato. Il caso è stato denunciato dalle Nazioni Unite e da Amnesty International ma il Governo continua col suo silenzio immorale. Tutta questa gente in pratica “non esiste”, non ha diritti civili, non ha la cittadinanza né diritto di voto, nemmeno la carta d’identità. E non c’è nessuno che osi contrastare lo strapotere degli sceicchi? Guardi, le cito soltanto il caso eclatante di decine di famiglie del Gia’ascen [nello Yemen centrale, ndr], fuggite dal loro paesino perché lo sceicco ha scatenato contro di loro una vera e propria guerra, bruciando le case e facendo rastrellamenti per punire chi si è rifiutato di pagare il pizzo a lui, il grande padrone di tutta quella regione. Ci sono stati dei morti. Ebbene, sono mesi che quei cit-

È ORA DI FINIRLA CON UN REGIME MILITARE CHE USA GLI AIUTI ECONOMICI DELLA COMUNITÀ INTERNAZIONALE PER COLPIRE SOLO I PROPRI AVVERSARI!

tadini protestano davanti al palazzo del Parlamento a San’a, facendo anche lo sciopero della fame, ma ancora una volta un muro di silenzio è la sola risposta ufficiale.

densati nella parte meridionale del Paese: è evidente che il Governo vuole crearsi una bella scusa per colpire il movimento separatista Che detto per inciso, è pacifico.

Le recenti minacce connesse al terrorismo fondamentalista islamico hanno messo lo Yemen sotto i riflettori della comunità internazionale. Il vostro governo, tuttavia, si è opposto all’invio di truppe degli Stati Uniti, dicendo che il popolo yemenita lo vedrebbe come un’invasione. Sei d’accordo?

Insomma, secondo te con gli aiuti per lo sviluppo e contro il terrorismo l’Occidente starebbe involontariamente aiutando un dittatore.

Personalmente trovo che la minaccia terroristica sia uno degli ultimi problemi del Paese. È un film che abbiamo già visto in altre parte del mondo. Il vero problema, o meglio i veri problemi, sono la situazione economica del paese, la mancanza di libertà di stampa e di espressione, la non-laicità dello stato. E soprattutto, è ora di finirla con un regime militare che usa gli aiuti economici della comunità internazionale [più di 370 mln di dollari nel solo 2010, ndr] per colpire solo i propri avversari! I propri avversari, badi, non i terroristi!, ché se ne esistono, in Yemen, allora di sicuro sono al soldo del Governo.

Un dittatore che, peraltro, è già potente di suo. Ora, se è vero che la comunità internazionale combatte per la libertà e la democrazia, perché tratta con un dittatore? Forse è perché il suo appoggio è comodo e necessario in quell’area strategica del globo, affacciata sullo stretto passaggio per il Mar Rosso! E poi, finiamola di prenderci in giro: l’America altrove ha già impiegato un mucchio di uomini per combattere i terroristi, e ogni volta che bombardano non trovano terroristi, solo decine di civili che non c’entrano nulla con tutto questo. Per questo, se gli Usa dovessero mandare truppe in Yemen, naturalmente noi Yemeniti la considereremmo un’invasione.

E chi sarebbero gli avversari del Governo?

Quindi il vostro governo mentirebbe quando dice di impegnarsi nella lotta ad Al-Quaida?

I tanti movimenti di opposizione. Primo fra tutti quello separatista del Sud, che si batte per il ritorno alla situazione geopolitica precedente all’unificazione del 1990, quando lo Yemen del Sud, socialista, venne annesso allo Yemen del Nord, che già da più di trent’anni giaceva sotto un feroce regime militare. Ebbene, guarda caso ultimamente gli attacchi dei terroristi islamici si sono ad-

Io mi domando come diamine possa, il mio Governo, anche solo affermare di combattere il terrorismo, quando per mantenere il controllo del Paese ha come «alleato logistico» Abdulmajeed Al Zendadi, il cui nome figura nientemeno che nella black list americana dei ricercati per terrorismo. Costui ha addirittura una università nella capitale, dove insegna la legge e la disciplina islamiAgosto - Settembre 2011

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ca e predica la jihad. Senza contare che agli ordini di questo signore ci sono tanti ex militanti, provenienti direttamente dall’Afghanistan, per i quali la «guerra santa» è ancora un chiodo fisso. Eppure talora lo Yemen è stato criticato da fonti arabe proprio per la sua stretta collaborazione con l’Occidente… Lo Yemen collabora con l’Occidente come tutti i paesi arabi, per cui non mi risulta che sia mai stato criticato da fonti ufficiali. Dalla popolazione sì però. Essa vede da sempre l’America come un nemico per varie ragioni e soprattutto per l’appoggio a Israele. Da ultimo, poi, si sono aggiunte la guerra contro l’Afghanistan e l’invasione Iraq. In generale, poi, il fondamentalismo è stato alimentato ulteriormente dalla collaborazione con l’Occidente. Quella dei governi collaborazionisti è una posizione che non vedo neppure come coraggiosa, perché si fonda sulla bugia più assurda in tutta la storia dell’umanità, cioè la guerra al terrorismo. Oramai il terrorismo è diventato la scusa più convincente per attaccare un Paese straniero o un avversario interno, basta additare

qualcuno come terrorista è il gioco fatto, o basta mettere qualche movimento nella lista nera ed ecco già la giustificazione per annientarlo -anche se non è vero nulla. E il fatto è che nessuno dice niente, perché in questo gioco sporco ci stanno tutti. In ballo ci sono i diritti umani e le libertà fondamentali -ché le altre da noi paiono essere diventate un lusso oramai. Dopo l’11 settembre hanno devastato il mondo: terroristi veri e finti, conosciuti e non, impossibile distinguerli né fidarsi. Di nessuno.

Non c’è che dire… funziona tutto, a forza di corruzione. La verità è che sotto l’attuale regime lo Stato è nel caos.

Pensi che il colonialismo europeo abbia danneggiato lo Yemen?

Guardi, io questa storia dell’eterno conflitto tra fedi e culture non la condivido: trovo naturale che ciascuno pratichi la propria religione senza perciò togliere agli altri il medesimo diritto. È proprio il pensare sempre alla diversità che ci fa diventare mostri di intolleranza. La reciprocità nella libertà di culto è giusta e dovrebbe essere garantita ovunque. Vorrei tanto vedere un bel minareto in Europa quanto una bella chiesa a San’a o addirittura a La Mecca. O, perché no?, una sinagoga o qualsiasi altro edificio di culto, di qualsiasi fede esso sia, non solo di quelle monoteiste. E vorrei soprattutto poter vivere nel mio paese come ateo senza per ciò rischiare la pena di morte, senza dover combattere o difendermi dagli integralisti ogni volta che dipingo un quadro o pubblico una riga. Io sogno uno Yemen laico, sogno una costituzione yemenita laica non basata sulla legge del Corano. Sogno una costituzione laica come la Costituzione italiana. Molti Paesi arabi sono tuttora ordinati dalla legge islamica, vecchia più di 14 secoli.

Certo il dominio inglese nel Sud fatto più male che bene. Ma adesso che del colonialismo è rimasto solo il ricordo e una data nel calendario, la “Festa Nazionale dell’Indipendenza”, [30 novembre, ndr] non possiamo rimanere a piangerci addosso di generazione in generazione, dobbiamo guardare avanti. Qual è oggi il livello di servizi pubblici (sanità, istruzione, sicurezza, ecc.) nel Paese?

Di questi tempi in Europa si parla molto di integrazione e di rispetto della libertà religiosa: in Italia stiamo mettendo in discussione crocifisso e Religione nelle scuole, la Francia ha bandito il burqa, in Svizzera un referendum ha vietato la costruzione di nuovi minareti. Ma cosa succede se è un cristiano a recarsi in Yemen?

Quali prospettive politiche ed economiche prevedi per il tuo Paese? Cancellare l’attuale dittatura militare sarebbe già un buon inizio per un Paese sano; un Paese che conoscerebbe finalmente il vero valore della parola Democrazia. Per farlo ci vorrebbe una rivoluzione radicale, una rivoluzione “alla francese” che cambi tutto. Il Paese ha bisogno di una rivoluzione politica e sociale. Ha bisogno di laicità. Da come stanno andando attualmente le cose non la vedo bene, ma sono ottimista. Soprattutto credo nei giovani, in noi giovani… le nostre potenzialità sono in crescita, e più di tutto è in crescita una nuova presa di coscienza. 48

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Musica di Johnny Cantamessa

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uello che penso io, è che ci vorrebbero più band così. I Dead Cat In A Bag con il loro disco d’esordio “Lost Bags” in quattordici tracce riportano in vita i suoni dell’America cantautorale che si macchia di un’inquietante aurea di oscuro. Le loro radici prendono forma in un duo folk, che per forza di cose si evolve fortunatamente in un progetto allargato che arriva a contare nel suo ensemble cinque elementi. E’ un disco polveroso, che sa di strada e scarpe logore: lamenti, urla e lo spirito del

vecchio folk-blues che ne saturano i solchi. I DCIAB provengono da luoghi immaginari, indefiniti tanto nello spazio quanto nel tempo. Dalle ventose strade americane agli angoli bui di Londra, passando con disinvoltura alla Penisola Balcanica, la band torinese dà prova di una poliedricità singolare e intrigante, capace di incantare e ipnotizzare con la voce di Luca Andriolo e i riuscitissimi arrangiamenti che vedono coinvolti una moltitudine di strumenti come fisarmoniche, contrabbassi, vibrafono bouzouki e altri più

tradizionali come lap-steel o chitarre, che convivono perfettamente all’interno degli stessi brani. La presenza di ospiti prestigiosi come Marcello Caudullo, Liam McKahey dei Costeau, Massimo Ferrarotto dei Feldmann o Cesare Basile, non fanno altro che conferire ancor più credibilità ad un disco che sarebbe stato comunque, senza scomodare nomi altisonanti dell’underground, un prodotto eccellente. Quella che segue è una chiaccherata con Luca Andriolo, voce e chitarra del progetto.


Chi sono i Dead Cat in a bag? Siamo nati come duo del tempo perso. Io e Roberto, in momentaneo stallo dei rispettivi progetti musicali, ci siamo trovati per registrare qualche canzone. Avevamo già suonato nello stesso gruppo, che è poi lo stesso progetto che io porto avanti fin da quando un mio compagno di liceo mi ha detto che avrei potuto provare a scrivere canzoni (lui è stato il primo chitarrista della prima band… E una canzone di quei tempi la suoniamo ancora adesso, il che significa che ero vecchio anzitempo, probabilmente). Poi le cose si sono evolute, abbiamo trovato altri compagni di viaggio come il polistrumentista Luca Iorfida, il violinista Andrea Bertola, il trombettista Ivan Bert, Diego Mancanura alla batteria e Antonello Eloise alle tastiere (ora salpati per altri lidi)...Ed ora abbiamo da poco arruolato un fisarmonicista pazzo che si fa chiamare Scardanelli. Di questi tempi il “gruppo” non esiste più: siamo nell’epoca del “progetto”. E per noi va bene così. Cosa ne pensi di quest’epoca? Non solo musicalmente. Credo che ogni epoca sia sempre la peggiore, per i contemporanei, cioè per chi la vive. Anche perché per necessità di natura le cose non fanno che peggiorare, o almeno così sembra. In verità mi sa che restano tali e quali. Pensi che l’artista abbia ancora il ruolo centrale che aveva una volta? L’artista? Al giorno d’oggi è un grafico, così come il musicista è un Dj. Poi si cerca la giustificazione di qualche concetto posticcio. Non c’è più molto spazio per l’arte ingenua, o romantica. Molti comprano più volentieri un mojito che non un disco, sarà per questo che se ne vendono pochi. E si amano molto le installazioni, anche perché se ne trovano parecchie. Io ho un mio piccolo test personale: un’opera d’arte è tale se e solo sarebbe considerata arte persino nel caso in cui l’avessi fatta io! Ma non vedo perché dovrei polemizzare oltre: queste sono le cose, questo è il mercato... E alla fine persino noi abbiamo fatto un disco! Resti fra noi: sono stato editor di una rivista d’arte contemporanea, anche fotografo.Si spiegano molte cose, no? Parliamo un po’ di Lost Bags: è durata tanto la genesi del disco? 52

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Dead Cat in a Bag

Sì, sei anni. Ma non sapevamo che sarebbe stato un disco. Perlomeno, lo abbiamo capito alla fine. C’è dentro molto. E molte altre cose che suoniamo dal vivo. O che finiranno sul secondo album. O pure sul terzo, se ci sarà. Non tutte le canzoni stanno bene insieme. Quali sono le tua valigie perdute? Il titolo contiene un’ambiguità. Credo che le cose perdute siano un po’ le stesse per tutti, e anche che i miei fatti personali non siano così interessanti, a meno che non ne venga fuori una canzone. E le canzoni sono quelle del disco. Diciamo che si tratta, umilmente, di cercare di universalizzare alcuni accidenti personali. Il folk e il blues funzionano così, no? E poi non sono un cantautore solitario: I Dead Cat sono un duo allargato, un progetto

multiforme...Sai, tutte quelle cose lì. Quali sono le tue influenze musicali principali? Quelli che la critica ha puntualmente rintracciato, diciamo. E vanno considerate anche le influenze personali di Roberto. E poi anche quelle degli altri: le mie passioni sono state il Country & Western, il folk, il cantautorato in genere, per un periodo buio anche la dark wave…Un po’ di tutto. Se devo elencarli, direi: Dylan, Cohen, Waits, Brel, Waters, Lanegan, il caro vecchi MacGowan. Soddisfatto del sound? Il disco ci piace, ma stiamo lavorando ad un secondo capitolo con un suono forse più radicale. è difficile parlare di ciò che si fa. Roberto potrebbe parlarne meglio: io sono troppo maniacale.


Quando hai capito che la musica era la tua strada? Non so se sia la mia strada. So che mi piace. E che mi ha aiutato. Potessi tornare indietro, investirei di più sulla mia preparazione, studierei piano dalla più tenera età. Ma è andata diversamente. E sta ancora andando, per certi versi. Ma posso dire che i miei compagni d’avventura hanno una preparazione solidissima. Se Luca oggi non facesse musica, di cosa si occuperebbe? Non lo so. Sono stato fotografo, editor, traduttore…Le cose non sono mai così semplici o così nette. La musica però è sempre stata una grande passione. E poter suonare è sempre una gioia. Questo clima di elezioni sta portando dietro di se una scia di speranze, la gente dice che il vento sta cambiando. Che ne pensi? Sono pessimista. Può anche cambiare, il problema è che è un vento inquinato. Perché inquinato? Perché la classe politica è grossomodo sempre la stessa. E sia a destra che a sinistra si parla tanto della necessità di un rinnovamento!

Mi accennavi che ti occupi anche di teatro. Colonne sonore teatrali. Eseguite dal vivo. Un po’ di recitazione. E nel prossimo spettacolo, per mia sfortuna, anche qualche passo di danza e uno spogliarello. Uno spogliarello? Sì. Sono un gangster che viene arrestato e interrogato. In mutande e canottiera. A parte le mutande, un po’ come finisco i concerti andati bene. L’importante è iniziare con cravatta e panciotto. Si chiama Rosso Caffeina. Sarà presentato al Festival delle Colline. Ci lavora anche il nuovo acquisto dei DCIAB, Scardanelli. Ci siamo conosciuti alle prove. Da quanto tempo ti occupi di teatro? Circa tre anni. è uno di quei lavori che ti capitano. Prima lavoravo nell’editoria. Roberto ci lavora ancora, come traduttore. Luca lavora

nel sociale, e Andrea si occupa di video. Siamo ben assortiti! Qual è la differenza principale che avverti tra i concerti da solo e l’esecuzione di colonne sonore? Che nel primo caso faccio quello che ho sempre avuto in mente, a nome mio, e nel secondo sono al servizio di uno spettacolo. E recito di più. Devi scendere spesso a compromessi artistici quando ti occupi di teatro? Mah, quando ho potuto ho coinvolto altri Dead Cat. Non riesco a pensare alla musica fuori da questo progetto. E sono tutti strumentisti molto migliori di me. Non sono versatile, perciò mi chiamano quando cercano qualcuno come me. Non saprei fare altro, sinceramente.

Rinnovamento che non avviene da 20 anni... Infatti. Ecco perché è inquinato. Non farmi parlare da vecchio anarchico...Diciamo che sono solo cauto negli entusiasmi. E che non credo che la demonizzazione dell’avversario dia buoni frutti a livello di governo. Ok, allora non provoco. E poi i DCIAB, nonostante la matrice folk, non fanno canzoni politiche. Non spetta a noi farle. Volevo solo portarti in argomento: Nichi Vendola che sta riservando tanto spazio all’arte in Puglia. L’unica cosa che posso dire è che a Willy De Ville l’orecchino stava meglio. Sai, la politica è un argomento spinoso. Preferisco i poeti e i cantautori. Voterei Boris Vian, ecco. Oppure De André, naturalmente. E mi è sempre piaciuto Gaber. Io adoro Gaber, mi dispiace solo di non Agosto - Settembre 2011

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averlo mai potuto vedere dal vivo. Una gran perdita. ma ricordiamoci chi era sua moglie. Io l’ho visto, ma era già molto malato. Era lucido, ironico, spietato, sincero, forse troppo smaliziato per portarti alle lacrime. Ultimamente ho una passione per Stefano Rosso. Quello che dice sulla libertà è divertente e amaro. Peccato per gli arrangiamenti, e per come è stato dimenticato. Anche lui era una minoranza...Caspita, tra un po’ mi metto a parlare come Moretti! Visto che stai tirando in mezzo Moretti, mi viene da chiederti, ti piace il cinema? Certo. Anzi, le prime che ho pubblicato erano pezzi di critica cinematografica. Siamo tutti dei cinefili oltranzisti. Sarà per questo che componiamo colonne sonore immaginarie. Il tuo regista preferito? Dipende dai periodi. Nella vita ho avuto, come quasi tutti, il mio perido Kubrick, quello Lynch, quello Bergman, quello Kieslowski. Non ho mai dovuto rinnegare nulla, per fortuna. E poi come non citare, anche solo per il legame con la musica, l’immaginario e i Calexico, Leone? L’ultimo film che hai visto? Sinceramente? “Cannibal Ferox” di Lenzi. Integrale. Sono un grande amante del cinema di genere. Avrei potuto dire di peggio. Pensa che sono anche un estimatore di Lucifer Valentine! Ah, no! L’ultimissimo è stato “The Devil’s Rejects” di Rob Zombie, che ho riguardato quasi fino alla fine in una sera di noia. Lo trovo bravissimo. I fan di Tarantino dovrebbero amarlo! Devo purtroppo ammettere la mia ignoranza in questo campo! Lucifer Valentine? Il vomit gore! Pornografia da emetofili. Ma ora farò la figura dell’intellettuale weird searcher...Però non porto gli occhiali. E i miei santi sono quelli di tutti.

Sopra: Roberto Abis Sotto: Luca Andriolo

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L’ intervista é finita, c’è qualcosa che vorresti dire? In generale, ci sono sempre tante cose che vorrei dire. Ma per questo scrivo già canzoni. Non credo che il mio punto di vista sulle cose sia particolarmente interessante. Le interviste sono pericolose…


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ragazzi parlano ai grandi della società civile che vorrebbero e, ancora una volta, lo fanno intensamente attraverso l’arte, la poesia, la musica, la recitazione. Così il messaggio forte degli studenti dell’Istituto per l’Agricoltura e l’Ambiente “Calleri”, sezione staccata di Rosolini, si è vestito dei panni della creatività per fare breccia nel cuore degli adulti che, forse, ogni tanto, avrebbero bisogno di rispolverare la forza della ribellione, anima dei sogni e delle rivoluzioni. A dare il via a questa bella avventura il progetto Por dedicato alla legalità “Volere o violare” coordinato dal professore Vincenzo Nigro che ha coinvolto gli studenti dell’istituto superiore rosolinese per circa tre mesi, durante il periodo finale dell’anno scolastico 2010-2011. Fulcro del discorso pluritematico la legalità in tutti i suoi aspetti e le sue forme: dal rispetto delle più semplici regole di convivenza alla ricerca del meccanismo secondo cui tali leggi vengono fatte, fino a giungere a interrogativi che hanno condotto i ragazzi attraverso la scoperta e l’analisi della realtà che li circonda. Grazie all’azione sinergica di più esperti, da quello di italiano a matematica, diritto, danza, teatro i ragazzi hanno potuto approfondire vicende e avvenimenti spesso poco analizzati come il lavoro e la disoccupazione, la violenza sulle donne, l’uso di stupefacenti, l’alcolismo, il precariato, ecc. Ogni argomento è stato affrontato con un piglio pluridisciplinare, formando un team, che alla fine del percorso ha deciso di esprimere con l’arte il concentrato di emozioni e riflessioni elaborate. E al termine del percorso formativo i ragazzi hanno debuttato sul palco del verde a valle rosolinese con quasi due ore di uno show

dalle mille sfaccettature, ricco di messaggi e di coreografie curate dall’insegnante di danza Mariangela Giannuso. Coinvolte tante associazioni ed attività giovanili della città, oltre a scuole dell’infanzia per un’interazione a tutto tondo con sfumature di ricerca storica e valorizzazione del percorso unitario dell’Italia. “La nostra scuola- ha detto il dirigente Teodoro Bisonte sul palco per i saluti introduttivi- si riconferma vitale e produttiva. Questo è solo uno dei numerosi progetti didattici che stiamo portando avanti e che rendono i nostri studenti capaci di relazionarsi, analizzare ed interagire con il mondo esterno”.

Un momento dello spettacolo

Una delle conferenze sulla legalità

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Attualità di Santina Giannone

Chi ha tempo non aspetti tempo: Arrivano anche nella Provincia di Siracusa i palloncini rosa del movimento nato a febbraio, che sta spopolando in tutta Italia. Dopo il meeting nazionale di Siena, Snoq apre le porte anche alle città del sud est siciliano in vista del primo raduno regionale di ottobre a Gela.

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mmaginate una platea vastissima e completamente silenziosa. Composta e interessata ascolta, appunta, riflette, discute su quello che quelle donne sul palco stanno dicendo. C’è la cadenza polposa della romana, quella rigorosa della friulana, la c aspirata della fiorentina, la prosodia indolente della siciliana. Poi il prato umano esplode sulle note di una musica che mette coraggio e alimenta la passione, i palloncini rosa che si aggiravano di mano in mano vengono liberati a portare il loro messaggio su, ancora più su, le note pizzicano e i piedi non riescono più a trattenersi. Da passi appena accennati il ritmo si trasferisce sulle braccia, cala sulle mani che battono all’unisono, come i cuori di quelle 1200 persone presenti lì in quel momento. La canzone è The dogs day are over dei Florence Machine (per chi avesse una giornata no: ascoltatela subito!). Ed è il 10 luglio 2011, piazza Sant’Agostino a Siena, primo meeting nazionale dei comitati di Se non ora quando. Per chi si fosse perso qualcosa, basta guardare allo scorso 13 febbraio ed ai milioni di persone, moltissime delle quali donne, che si sono riversati nelle piazze di tutta Italia per dire “No” a una nazione così, che umilia la donna e la sua immagine, per rifiutare di riconoscere una donna come importante solo quando è madre/sorella/figlia di…, per rivendicare un posto dove poter sporcarsi

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le mani insieme, accanto, spalla a spalla con gli uomini. Da quella manifestazione nata sull’onda di ribellione in seguito alle vicende di cronaca del Rubygate, a cui moltissime donne di cultura diedero un grande contributo esponendosi pubblicamente nell’ideazione e organizzazione degli eventi (basti citare Serena Sapegno, Cristina e Francesca Comencini, Lunetta Savino, ma anche “politiche” di ogni colore, da Livia Turco a Rosy Bindi a Giulia Buongiorno tra quelle presenti a Siena), è nata una rete, anch’essa spontanea,

Il comitato delle archeologhe

Palloncino rora del movimento se non ora quanto

che ha fatto sbocciare comitati Snoq in ogni dove. Ciascuno con le proprie peculiarità, ciascuno interessandosi di problematiche del territorio più vicino, ma tutti, indiscutibilmente, accomunati da due idee comuni fondanti: basta alla donna come mezzo/


se non ora, quando? strumento/giocattolo, basta all’icona della femmina come di un corpo che cammina: abbiamo molto da dire, moltissimo e non possiamo più attendere. E per portare a compimento questa missione nessuna nostalgia femminista (se non quelle relative agli omaggi di una storia che ha fatto la sua strada): l’epoca della contrapposizione dei sessi è decisamente defunta, avvolta dalla coltre della sua parziale inefficacia, ma dialogo e collaborazione con l’altra metà del cielo (e intendiamo i signori uomini, questa volta!), che ha già dimostrato di pensarla allo stesso modo. Erano in tanti gli uomini a Siena, quel 10 luglio 2011. E come le donne ballavano senza vergognarsi di essere lì per seguire la compagna e lottare per la dignità e i riconoscimenti di madri, figlie, sorelle. Che è un po’ come lottare per sé stessi, in fondo. «Non chiediamo- spiega Marina Scifo, una componente del gruppo del sud siracusano che si è recato a Siena- posizioni di partenza che ci tutelino come specie in via di estinzione.Chiediamo che la donna sia vissuta come potenziale umano da utilizzare per la comunità e non come canone estetico a cui ipocritamente inchinarsi. Chiediamo che la maternità non sia più un peso, ma una risorsa. Chiediamo che chi siede nei consigli di amministrazione, nelle sedi della politica, non arrivi lì attraverso meccanismi di selezione “privatissimi”, ma che la dura e pura

meritocrazia valga anche per noi. Basta con le donne oggetto. Chiediamo, insomma, di farci carico come gli uomini dei problemi della nostra società e, insieme a loro, di sporcarci le mani lavorando insieme». L’entusiasmo del dopo Siena si è trasformato adesso in una fibrillazione di lavori. Il comitato dei Comuni a sud della provincia aretusea è già in contatto con quelli d’Italia

ero e voless h c o r lo co i “Se Per tutti comitat i a e r a partecip propria o” della d n a u q lla mail non ora crivere a s a t s a b il.com città, to@gma o n o d n raqua involti senono ttati e co a t n o ic r re ive. per esse e iniziat im s s o r p nelle

1.: Tra le partecipanti anche l’attrice Lunetta Savino 2.: Uno dei messaggi delle giornate senesi

1.

2.

e della restante Sicilia. Con questi ultimi è previsto un raduno regionale a Gela per i primi giorni di ottobre. A settembre, invece, saranno i neo comitati di Se non ora quando di Avola, Noto, Rosolini, Pachino e Portopalo a dare vita ad un evento che fungerà anche da prima assemblea costituente. Per chi vuole esserci, dire la sua, costruire la storia attraverso le fila singole di ogni vita. Per donne e uomini di buona volontà, che credono, in fondo, che “The dog days are over The dog days are done Can you hear the horses? ‘Cause here they come”. Agosto - Settembre 2011

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Made in Sicily di Sebastiano Diamante

“angelo menestrello”, che con due ali bianche ed in braccio la chitarra canterà e reciterà nell’ultimo film del regista partenopeo Mariano Lamberti dal titolo “Good as you”. Giuseppe Ricca, 30 anni, cantautore, compositore e musicista pachinese trasferitosi nella capitale da diversi anni, ha indossato anche i panni di attore, interpretando se stesso e cantando la canzone “Sarà neve”, da lui scritta per un film che sarà distribuito a fine 2011 nelle sale cinematografiche. “Vesto i panni di un angelo “menestrello” - ha raccontato Ricca - che, in un momento di confusione esistenziale dei protagonisti, porta un messaggio di riflessione sull’ importanza, per ogni individuo, di sentirsi amato da qualcuno. L’amore inteso come amore di coppia ma anche come il sentimento che si può provare per un amico o, ancora più poeticamente, per la vita stessa. Amare la vita ci espone a tante situazioni piacevoli e spiacevoli e in un certo senso ci rende più “vulnerabili” e ci fa sentire prigionieri poiché nessuno è esente dalle circostanze che ci dominano. Gli eventi quasi sempre sono inattesi e poiché cadono sempre dal cielo ho voluto intitolare il brano “Sarà neve”. Ricca, nel luglio scorso a Roma ha partecipato alle riprese del lungometraggio recitando accanto ad attori del calibro di Enrico Silvestrin, Lorenzo Balducci, Elisa Di Eusanio, Luca Dorigo, Diego Longobardi, Micol Azzurro, Lucia Mascino ed Daniela Virgilio. “Lavorare su un set cinematografico – ha continuato il musicista - è molto diverso dal lavoro in sala di registrazione, poiché i tempi e i ritmi sono molto frenetici e tutto scorre così rapidamente da parte degli addetti ai lavori che non hai mai un’idea immediata di ciò che uscirà sullo schermo a lavoro terminato. Per quanto mi riguarda, in accordo con il regista di “Good As You” Mariano Lamberti, mi è stato richiesto di scrivere un brano sulle tematiche dell’omosessualità e sul ruolo dell’amicizia e dell’amore nei rapporti sociali”. Il trentenne è stato scelto dal regista campano come autore del pezzo di “Good as you” a seguito di una prima collaborazione nel cortometraggio “Scatti rubati”, girato a Roma ad aprile del 2010 ed interpretato da Fabio Sartor, Victoria Larchenko e Francesco Testi, in cui Peppe Ricca è stato autore delle musiche e del brano “Day by day”

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Il musicista pachinese Giuseppe Ricca, reciterà e canterà nel film “Good as you” del regista Lamberti. cantato dalla inseparabile compagna Silvia Gollini. Oltre ai due lavori con Lamberti, tra le esperienze artistiche del 2011 il musicista di origini pachinesi annovera il concerto a Roma insieme al gruppo gospel statunitense “Angelic voices of praise” e la collaborazione come autore dei testi musicali per la tournee invernale al Teatro Parioli e Ghione del duo comico di Zelig “Pablo e Pedro”. “Ed a settembre – parla del suo futuro Peppe Ricca - sarò in studio insieme al chitarrista Max Bossi e agli altri componenti per gli ultimi ritocchi di arrangiamento in attesa dell’uscita del film. Del brano “Sarà neve” verrà pubblicato anche un videoclip a gennaio. Parallelamente lavorerò sulla stesura di alcuni testi per il mio primo album “Luci e Ombre””. Agosto - Settembre 2011

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Made in Sicily di Cettina Raudino

“Io ero contenta� frammenti di vita di una donna che non molla

L’opera prima della giornalista Cetty Amenta ci parla della sua Noto, quella vista dagli occhi di Emma, protagonista del suo romanzo autobiografico. Sullo sfondo: Cetty Amenta Foto di: Francesco Di Martino Agosto - Settembre 2011

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a vita non è quella che si è vissuta ma quella che si ricorda per essere raccontata». Così comincia Una vita per raccontarla, nota autobiografia di Gabriel Garcia Marquez e questo è l’input più convincente da suggerire al lettore che si accinge a tuffarsi nelle pagine di “Io ero contenta”, opera prima di Cetty Amenta, giornalista netina, insegnante di Diritto e da sempre donna in prima linea nel sociale e nella politica, pioniera coraggiosa in un panorama decisamente conservatore per le conquiste di autorevolezza pubblica al femminile. Attraverso la cornice autobiografica ed un collage di ricordi personali che si dipanano attraverso gli anni dell’infanzia, della giovinezza fino alla maturità, il romanzo si lascia piacevolmente leggere secondo un intreccio che interseca più livelli e più temi: la storia di Noto, dagli anni ’50 ai primissimi anni ’90, una storia di costume e di ambienti. Tra le pagine ritroviamo squarci di quartieri pullulanti di una vitalità che ha mutato segno e sapore

Nelle foto: Cetty Amenta

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Come tutte le autobiografie, “Io ero contenta” ha il merito di restituire il patrimonio sociale, la storia cittadina nelle sue dinamiche antropologiche, culturali, sociali e politiche ... coi tempi, schegge di vita cittadina e le sue vicende politiche, oltre che i personaggi che ne hanno segnato le svolte, come la scissione consumata all’interno del Psi e che portò alla nascita del Psdi, i rosella, come erano con scherno definiti gli appartenenti a quel partito come fossero la quintessenza della conservazione, il loro rapporto con le altre forze politiche che si muovevano nella Noto di quegli anni: i Liberali, la Democrazia Cristiana, i Comunisti, il modo spietato e sanguigno, oggi (ai nostri occhi disincantati) un po’teneramente naif, con cui si vivevano le campagne elettorali . In questo senso il libro è una congerie di ricordi che fissa e consolida il senso di appartenenza ad una comunità, specchio ed eco di una più vasta,

ma non più importante Storia nazionale, un mondo in cui si respira un profumo velato di nostalgia, visto con gli occhi di Emma, la protagonista. Come tutte le autobiografie, Io ero contenta ha il merito di restituire il patrimonio sociale, la storia cittadina nelle sue dinamiche antropologiche, culturali, sociali e politiche senz’altro più assimilabili dai lettori attraverso il racconto di una singola vita, dei suoi sentimenti, delle paure e delle sconfitte, delle battaglie e delle conquiste, piuttosto che attraverso i grandi saggi di analisi storico-politica. Una storia familiare, tra modernismo e tradizione a cavallo degli anni del boom economico, il romanzo di Cetty Amenta è un Amarcord tutto siciliano, in cui campeggia la figura


del padre con il suo caratteristico borsalino, signore di umile gente, un gigante agli occhi di Emma, con un passato glorioso da partigiano e dominato da quella passione politica, na malatja ca trasj nall’ossa, e che trasmetterà alla figlia. Una figura attorniata da una pletora di figure femminili familiari, prima fra tutte la moglie, madre di Emma, donna forte e pratica, capace di attraversare i cambiamenti intonandoli alla voce del cuore. Io ero contenta è però prima di tutto la storia di una donna dei nostri tempi, il suo viaggio alla conquista di sé, passando dall’incontro col dolore, un battesimo spietato che prende la forma di una malattia infantile che lascerà tracce nel corpo e nella personalità di Emma bambina, che con questo evento traumatico dovrà fare i conti per crescere. E non ultimo il tributo riconoscente al compagno di una vita, Roberto, per quel costante incoraggiamento ad andare sempre a testa alta lungo la strada non sempre agevole della vita. In fin dei conti uno spaccato sulla condizione della donna nella nostra terra, il suo misurarsi con il potere e l’impegno politico conciliandolo, sempre e con qualche prezzo da pagare, con il ruolo di figlia, madre e moglie; la conquista faticosa e non senza passaggi dolorosi, di uno spazio tutto suo sulla scena pubblica; e infine quasi in filigrana nella trama di una vita, il senso di colpa per il peccato imperdonabile delle donne che è

Copertina del libro “Io ero contenta” di Cetty Amenta”

“Io ero contenta” è però prima di tutto la storia di una donna dei nostri tempi, il suo viaggio alla conquista di sé, passando dall’incontro col dolore il fare, il suo voler contare. Io ero contenta è insomma una specie di viaggio in più dimensioni, che ha il ritmo serrato, governato da una scrittura educata dalla pratica del giornalismo, veloce, minimalista, pulita ed incisiva. Frequente è il ricorso al dialetto, che sottolinea e punteggia, denso e colorito, i momenti più salienti del racconto e dispiace in qualche modo la nota a piè di pagina con la traduzione che mai può rendere fino in fondo tutto quel mondo brulicante di immagini e richiami che si cela dietro a espressioni tipo il Filinona o Emma annachiti! Veloci sono le immagini che scorrono e si formano nella mente di chi legge, quasi fotogrammi che non hanno il tempo di annoiare e che rivelano nella scrittrice quasi un pudore che la fa restare in punta di piedi davanti alla profondità dei sentimenti, al

mistero del dolore che lei preferisce non indagare, una sorta di freno, forse retaggio di dure prove infantili , che le impedisce di indulgere nei patetismi e che si trasforma sempre in forza dell’ottimismo, in sorridente e malizioso appetito del mondo. EmmaCetty, vaporosa ed effervescente, come la definirà la sua professoressa, come una nuvola che si lascia concupire dal vento, sensibile e curiosa ma anche pronta a battagliare per difendere le proprie idee. Alla fine del romanzo, un’ immagine resta scolpita però nel cuore, graffiandolo autenticamente: quello di una donna che finalmente libera dalla paura di mostrare la sua andatura lievemente claudicante, smette di camminare in simbiosi col marciapiede e si butta nel bel mezzo del corso della sua Noto, da sola e senza sostegno, padrona della propria vita e finalmente guarita. Agosto - Settembre 2011

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di Roberto De Benedictis Parlamentare regionale siciliano del Partito Democratico

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ei drammatici giorni d’agosto in cui la speculazione attaccava molti titoli di Stato (non solo i nostri ma persino quelli statunitensi) si è letto spesso di una politica battuta, impotente di fronte alla finanza. A me pare invece che la politica abbia scelto da sola l’impotenza e non in quei giorni ma da molto prima. Mostrando, soprattutto nei paesi occidentali, una ottusità disarmante. Per almeno tre motivi. Il primo è nell’inerzia con cui s’è mossa, nella mancanza di preveggenza e capacità di adat-

tamento ai cambiamenti. Già la crisi del 2008 aveva mostrato, proprio negli Stati Uniti, che il modello di economia espansiva non aveva più carburante per reggersi, inducendo milioni di famiglie ad indebitarsi per mantenere il livello dei consumi e dei beni. Nel resto dell’Europa non è andata diversamente. Tutti i governi che hanno dovuto affrontare le difficoltà di quella crisi hanno reagito cercando di abbassare i tassi di interesse e di pompare la spesa pubblica, in qualche caso addirittura per salvare le banche. Misure d’emergenza, assunte nella falsa convinzione che bastava

tamponare le falle perché la nave riprendesse il largo, cioè l’economia a crescere. Come se si fosse di fronte ad una normale crisi congiunturale, cui far fronte con interventi congiunturali, senza voler riconoscere che quel modello di sistema economico è entrato irrimediabilmente in crisi, quell’equilibrio fra risorse, produzione e consumi si è rotto per sempre ed i Paesi occidentali non conosceranno il ritorno di quella crescita che i loro governi si sono affannati (e tuttora si affannano) a traguardare. Il secondo motivo, legato al primo, è che non si è nemmeno tentato di aggiornare il modello di stato sociale che quel sistema economico aveva retto dal dopoguerra ad oggi, capace di generare un surplus che, drenato attraverso le politiche fiscali, era destinato a coprire la spesa pubblica, inclusa quella sociale. Al contrario, si è continuato non solo a spendere, come e persino più di prima - e dunque peggio, come nel caso dell’Italia - ma non si è affrontato seriamente il ripensamento di un nuovo welfare che fosse capace di garantire diritti essenziali a fasce sempre più ampie di popolazione inevitabilmente escluse dal lavoro. E ciò perché nell’attuale mercato globalizzato, come spiegano alcuni economisti, il sistema di imprese che perseguono un profitto non può occupare più del 70% della popolazione attiva. Il terzo motivo, anch’esso conseguenza dei Agosto - Settembre 2011

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primi due, è consistito nel gettarsi fra le braccia dei mercati finanziari per poter continuare, con minore denaro proprio, sulla strada di prima. Con un’aggravante imperdonabile ed ormai ingiustificabile: aver ignorato - e continuare ad ignorare - che quei mercati non sono né giusti né neutrali ed hanno interessi opposti a quelli degli Stati. Ciò per due elementi concorrenti: in primo luogo, al contrario di quanto avviene nel mercato dei beni e dei servizi dove il rapporto fra domanda ed offerta calmiera il prezzo, nel mercato dei titoli finanziari un prezzo alto indica un rendimento alto e ciò genera una corsa al suo acquisto e dunque all’ulteriore rialzo, gonfiando la “bolla” speculativa fino ad un punto oltre il quale c’è il crollo; in secondo luogo, il prezzo di un titolo non riflette il suo valore, come è per una merce, ma la previsione del suo rendimento futuro, perciò soggettiva ed influenzabile da vari fattori. È così che i mercati finanziari non sono neutrali poiché le valutazioni che essi compiono contribuiscono a creare il futuro che hanno immaginato, concorrendo a ge-

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nerare quella instabilità in cui è possibile, per gli speculatori, vendere titoli per riacquistarli poco dopo a prezzo più basso, conseguendo enormi guadagni. In altre parole, ciò che costituisce un fattore di rischio per l’economia reale, l’instabilità, è per i mercati finanziari il terreno più fertile per guadagni speculativi. Inclusi quelli della criminalità organizzata che, grazie alle enormi quantità di denaro disponibile, trovano nei mercati finanziari lo strumento più efficace per impiegarli. Senza considerare lo scandalo delle agenzie di rating, onnipotenti divinità del nostro tempo, possedute da grandi investitori degli stessi mercati finanziari in cui operano. In questo scenario si colloca la condizione del nostro Paese, particolare solo per la particolare mediocrità del suo governo, che qui non vale la pena commentare, che per anni ha reso falsa testimonianza sulla situazione dei nostri conti, sotto la guida di un mentitore per professione; rendendo ipocrita l’attuale dibattito sulle manovre dei tagli, le tasse, l’evasione fiscale, i costi della politica e quant’altro.

Tuttavia, vorrei poter annoverare, in queste personalissime considerazioni, sostanziali differenze, nel mondo, fra i governi di destra, conservatori, e quelli progressisti, democratici e riformisti. Purtroppo non ne sono capace. Eppure nel variegato e complesso mondo della sinistra questi temi sono ormai noti e dibattuti, seppur non su larga scala. Cito per tutti il recente Manifeste d’économistes atterres, firmato da oltre settecento economisti francesi e da poche settimane tradotto in Italia (scaricabile su www.sbilanciamoci.org). Si fa sempre più strada l’idea di imporre ai mercati finanziari quelle regole e quei vincoli che finora non hanno avuto, a cominciare dalla istituzione della tassa sulle transazioni finanziarie, la Tobin Tax recentemente proposta addirittura da Germania a Francia che, con appena lo 0,05% del valore tassato (cioè 5 euro ogni 10.000!), determinerebbe nella sola Europa un gettito di oltre 200 miliardi di euro l’anno. Così come avanza la consapevolezza che serve ristabilire una corrispondenza, un nuovo equilibrio fra le condizioni di vita e l’economia che le sostiene, essendo di tutta evidenza che non ci può essere crescita all’infinito per tutti e che questo genera squilibri e paradossi sempre più insopportabili. Come quello, per citare un esempio, che vede buttare ogni anno in Italia oltre 10 milioni di tonnellate di cibo, sufficienti a nutrire 44 milioni di persone, per un costo di 37 miliardi di euro (fonte: Coldiretti 2011), mentre i nostri produttori agricoli lamentano una crisi senza precedenti. Paradosso, fra infiniti altri, di un modello economico che non è più all’altezza dei bisogni dell’umanità. È qui che si presenta per la sinistra l’occasione storica per promuovere un’organizzazione economica più razionale ed equa, abbandonando l’acritico inseguimento di una “crescita” basata sull’espansione dei consumi, ormai impossibile oltre che insostenibile. Forse è mancato finora il coraggio di pronunciare scelte alternative chiare e radicali ma che l’acuirsi della crisi ed il suo peggioramento, nei prossimi anni, potrebbero rendere inevitabili.



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