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hope.

ANNO XIII NUMERO 1

speranza.

speranza?

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Editoriale “Tutta la vita ho battagliato con la scrittura, e non c’è niente che abbia affrontato con più coraggio – sì, questa è l’espressione esatta, coraggio – degli incipit. Ho sempre pensato che, se solo fossi riuscito a scriverne uno buono, tutto il resto sarebbe venuto fuori da sé. Immaginavo quella prima frase come una sorta di grembo semantico ricolmo di embrioni gravidi di pagine non ancora scritte, piccole pepite rilucenti di genialità ansiose di venire alla luce. Da quel verso magnifico sarebbe stillata, diciamo, goccia a goccia l’intera storia. Che delusione! Esattamente il contrario.” Così Firmino, topo da biblioteca di cui Sam Savage ci ha raccontato la

aver cominciato alla grande con la “Scuola di Formazione alla politica”, organizzata in collaborazione con la Presidenza nazionale, non ci permette di adagiarci sugli allori. Le pagine di questo giornale danno l’idea del costante impegno nell’analizzare criticamente ciò che ci sta attorno; gli incontri di Lectio e quelli socio-politici del nostro gruppo, dimostrano un mai domo amore per la ricerca e lo studio. La porta della nostra saletta è sempre aperta a chi è nuovo e ci vuole conoscere, a chi già ci conosce e ha trovato il piglio giusto per condividere assieme questo cammino e a tutto il mondo accademico che tra un esame e l’altro ha trovato o troverà il tempo di affacciarsi per vedere “che combinano i ragazzi della FUCI”. La promessa a tutti è, come sempre aldilà degli incipit, quella di un anno straordinario. Fabrizio Gagliardone, Presidente del gruppo FUCI “G.Lazzati”

il Punto di don Luigi Galli

Attenti… alla poesia. rocambolesca vita, descrive il suo personale rapporto con l’inizio della scrittura. Non so voi, ma io mi trovo assolutamente d’accordo con il roditore! Questo dovrebbe essere un editoriale; l’incipit dovrebbe essere fondamentale perché, in questo caso, apre non solo il primo articolo del giornale ma anche la nuova stagione di Universitas: nuovo Anno Accademico (2008/2009), nuovo direttore (Francesco Ballone), nuovo collaboratore (dovrei essere io…), nuove matricole che prendono per la prima volta in mano questo giornale e si trovano di fronte quelli che potrebbero a prima vista sembrare i deliri di uno stressato alle prese con la sessione incombente… Ma non è follia. Firmino ha capito che chi ben comincia NON è a metà dell’opera; la rincorsa iniziale non è la preparazione di un salto nel vuoto sospinti in avanti dalla forza del salto stesso. Come la scrittura, un nuovo anno è un lungo percorso ad ostacoli in cui la perseveranza e la resistenza sono le armi migliori, dove lo sprint è la giusta conclusione della corsa e non la fatica iniziale, devastante per il proprio fiato. Per noi della FUCI,

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Il titolo può trarre in inganno; non si sta parlando della poesia come forma altissima dell’espressione letteraria e dunque del cuore e dell’ingegno umano; si sta usando il termine per indicare una possibile deriva mortale per la fede cristiana. Facciamo un passo indietro; da un po’ di tempo è accresciuto l’interesse per il cosiddetto ‘Gesù storico’. Si moltiplicano pubblicazioni di libri di successo che hanno come punto di indagine la vita di Gesù. E questo avviene non solo per opera di specialisti ma anche da parte di giornalisti che conducono vere e proprie ‘inchieste’ su Gesù. E’ probabile che si tratti di una moda e può succedere che presto, esaurito il ‘bacino di utenza’ con i relativi guadagni, il discorso vada nel dimenticatoio. Il metodo è molto discutibile e i risultati lo sono ancora di più; la replica a queste ricerche, ovviamente, la lasciamo agli specialisti. A me interessa un altro aspetto di questa ‘moda’, ed è l’aspetto per cui il linguaggio su Gesù e sulla sua vita assume i contorni, appunto, della ‘poesia’.

Il linguaggio della fede viene visto come linguaggio ‘mitologico’, fuori dal mondo e situato in una sfera assolutamente a-razionale e a-storica. In fondo Gesù è reale solo per quelli che credono, e la conoscenza della sua vita e della sue parole sono più frutto di una ‘fede creativa’ che non della scoperta di un dato storico che la fede, questo sì, interpreta in modo proprio e diverso da coloro che fede non hanno. Questo modo ‘evanescente’, ambiguo di parlare di Gesù è molto suadente perché non è né denigratorio, né impertinente, né carico di disprezzo; anzi di Gesù si parla con grandissima ammirazione. Tanto basta perché questo terribile ‘veleno’ entri in circolo anche negli atteggiamenti dei cristiani. E qui sta il richiamo alla ‘poesia’. C’è un estetismo cristiano che viene confuso con la fede e spesso, perfino, con l’entusiasmo religioso e la santità. Di Gesù e del cristianesimo non se ne può fare a meno perché ad essi si è affezionati come lo si è per i ricordi di famiglia; ma nessuno vive in forza dei ricordi di famiglia. Ora di Gesù si dice ogni bene, ma non che è il Salvatore dell’umanità e la Verità sul mondo e sull’uomo. Di Gesù è bello parlare ma non ci si può fidare perché non si sa bene da dove vengano la sua vita e le sue parole. Gesù è poco più che ‘un’atmosfera’, che soddisfa il bisogno religioso (per altro inteso in modo molto vago); Gesù non ha in sé la forza veritativa che lo fa essere il Rivelatore del Mistero intimo di Dio. Così la fede non viene riconosciuta per quello che è; i cristiani, spesso e volentieri, la confondono con il sentimento religioso e con la religione; coloro che cristiani non sono vedono la fede come una specie di ‘dono dall’alto’ piovuto, per un capriccio divino, su alcuni e non su altri. L’esito è devastante: per i redenti che non sono in grado di ‘far vedere’ – pacatamente - la storicità della fede e la sua forza veritativa, così la fede viene sempre più relegata nell’esperienza del ‘soggetto credente’ (e per questo non credibile nel consesso universale dei ‘sapienti’); per i non credenti che non riescono a comprendere ciò che per i cristiani è la fede, arrivando così, universitas


anche con le migliori intenzioni, a fare gravi confusioni per cui della fede (forse) resta qualcosa nella storia dell’arte, in un sentimento umanitario forte o in un moto di grande ammirazione (gli ‘atei devoti’ insegnano). Se l’analisi sta, che fare? Molte cose, una prima di tutto: fondare la fede nella storia e cercare di motivare ragionevolmente i contenuti della fede e, prima ancora e soprattutto, l’atto stesso del credere come atto umano, pieno, maturo, ragionevole, fondato e capace di essere una possibile strada di conoscenza certa (anche se non solo di questo). Come si fa? Con lo studio: il cristiano studia, studia, studia; non perché con lo studio si arriva in modo necessario e automatico alla fede, ma perché ‘conoscendo la fede’ se ne può parlare e la fede stessa può avere il suo significato pieno e cioè essere il compimento ragionevole e cosciente della libertà che riconosce nella storia di Gesù la totale e definitiva Rivelazione del Mistero di Dio. Ma se Gesù non fa parte delle vicende e della storia dell’umanità, dove posso ‘appoggiare’ la fede? don Luigi Galli

in questo numero: Editoriale Il Punto di don Luigi Galli Abitare la città, SdF FUCI Diritti d’autore e pirateria Conversazioni notturne a Gerusalemme Diritto e bioetica, intervista al prof. Nicolussi Scuola di Formazione diocesana alla politica

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Obama, l’audacia della speranza

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Un mondo da proteggere o da costruire? Abbiamo visto per voi... Giuseppe Lazzati

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www. fuci. net

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Abitare la città, sulle orme di Giuseppe Lazzati Il 6 dicembre le statue di Sant’Ambrogio vedono ogni anno la Basilica animarsi della popolazione milanese (e non) che si raduna: è il “giorno delle radici”, spirituali e culturali, quello della festa del Santo Patrono. E in questo giorno ci si trova a celebrare la messa, e ad ascoltare il discorso dell’Arcivescovo alla città. Circa un mese prima, stessa animazione ma diverse persone: ragazzi universitari, provenienti da tutta Italia (la tua parlata ti tradisce!) per la Scuola di Formazione politica della FUCI. Il titolo della Scuola è “Abitare la città. Sulle orme di Giuseppe Lazzati”. «Progettiamo una città che sia bella e facciamo di tutto perché il suo cuore ritorni a pulsare secondo il ritmo della sapienza dell’uomo interiore, così che ogni cittadino senta che la città è “sua” e possa dire con fierezza: “la mia città”». Questo, parte del pensiero espresso dall’Arcivescovo nel passato Discorso alla città: una città dove ci si senta a casa, che ognuno possa dire sua. Questo, il pensiero che ha animato la Scuola di Formazione politica: una “scuola”, che si vuole porre non come evento occasionale, ma “evento” radicato nella coscienza e nel desiderio di pensare e vivere cristianamente, sempre, abitando cristianamente dove vive l’uomo. Con tale volontà siamo scesi ad esplorare le profondità di una persona, Giuseppe Lazzati, e di una città, Milano. Prima di tutto, Milano: i giorni sono stati quattro e, se per chi scrive e vive

quotidianamente nella realtà milanese rimane tanto da conoscere e tantissimo da capire, ancora di più lo sarà stato per chi abita altre realtà, anche molto diverse. Né qui si può riportare per intero i discorsi ascoltati: per questo ci saranno spazi e momenti migliori (e se ometteremo i discorsi di qualcuno, la selezione non è dovuta altro che a ragioni di spazio). Ma riflettere sul fatto che la città di Milano, e la prospettiva dell’Expo lo rende ancora più chiaro, è una città “da abitare o da usare”: usare per il lavoro, per il divertimento, per ciò che offre, e poi si torna ai luoghi che si abitano davvero (così Fabio Pizzul nell’iniziare la Tavola Rotonda dall’emblematico titolo “Una città dell’uomo a misura d’uomo? Terreni di conflitto e occasioni di incontro”). Sentire la voce chiara e forte di don Gino Rigoldi dire che finché i piani alti, civili ed ecclesiastici, non prenderanno la metropolitana e non proveranno a vivere nelle case minuscole delle persone, non saranno in grado di offrire soluzioni vere perché non sapranno mai di cosa c’è bisogno (e questa non è utopia, perché il professor Mauro Magatti e altri, per scrivere l’annuale rapporto della Caritas, hanno proprio vissuto insieme ad alcuni degli abitanti di Milano). Ricordarsi del fatto che le città sono storicamente sorte a partire dagli ospedali: quindi città nate a misura d’uomo, e a misura dell’uomo debole e bisognoso... Tutto questo ci introduce

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nella complessità di cosa vuol dire abitare e rendere abitabile una città, senza però lasciarci privi di armi: le soluzioni ci sono, a volerle prendere e perseguire. Un esempio concreto di questo, che ha colpito tutti: la Casa della Carità “Angelo Abriani”, fondata da don Virginio Colmegna e collocata volutamente ai margini di Milano, per ricordare a tutti coloro che sono posti ai margini che anche loro sono persone. Significativo dello spirito che anima la Casa è quanto ci ha detto una delle responsabili: «Quando aiuti uno più debole di te, viene immediato classificare: se è una persona tossicodipendente ti rivolgi a una comunità, se è una persona senza casa ti rivolgi alla mensa dei poveri, se ha problemi mentali ti rivolgi a una clinica apposita... Ma se capitasse una persona che ha un problema mentale ma non fortemente

rilevato, che ha dipendenza e non ha casa? Non si possono classificare le persone. Né tantomeno si può identificare una persona con la sua debolezza: se io dico homeless faccio coincidere la totalità della persona con ciò che gli manca. E questa è la sua morte». In secondo luogo, Giuseppe Lazzati. L’uomo, il credente, il professore, il Rettore, il Costituente e politico Giuseppe Lazzati: dietro a questi nomi si nasconde una vita, cresciuta e vissuta abitando la Chiesa, l’università e l’Italia. Sembra retorica a guardarla da fuori, ma non lo è. Lo si capisce ascoltando i professori Alfredo Canavero (insegna Storia contemporanea ed è presidente della Fondazione Lazzati) e Luciano Caimi (professore di Storia della pedagogia e presidente dell’Associazione «Città dell’Uomo»), che hanno incorni-

ciato le scelte e le azioni di Lazzati nel tempo storico in cui visse. Lo si capisce ancora di più a sentire chi ha vissuto a stretto contatto con lui: Guido Stella, il nipote che fu il suo medico negli ultimi mesi di malattia, Maria Dutto, che ha lavorato come sua segretaria ai tempi in cui Lazzati era “il signor Rettore”, e Franco Monaco, che si può a giusto titolo definire “semplicemente suo discepolo” (e il semplicemente non è in senso riduttivo; si ricordano, tra le altre cose, la passata presidenza in Azione Cattolica e alla stessa «Città dell’Uomo»). Dalle loro parole è emerso un uomo schivo, la cui mamma diceva “a l’è un parla noo”, che poteva, per questa sua riservatezza, incutere soggezione; una persona che ha sempre coltivato quella virtù piccola e preziosa: l’umiltà; un grande amante della montagna e dei canti in compagnia; un cristiano povero, sobrio, che non possedeva nemmeno la casa in cui abitava, e fedele alla Chiesa sempre, anche nei momenti di dura prova. Abbiamo imparato a conoscere un santo: non ancora canonizzato, ma già da adesso esempio di una «santità praticabile – ci ha detto Franco Monaco – perché vissuta nella normalità; una santità genuinamente laicale, vissuta con lo sguardo sì al Regno, ma attuata pienamente in questo regno, quindi intessuta della pienezza e drammaticità dei conflitti che sono del mondo». In lui, come in tutti i Cristiani, il dramma del fatto che ogni patria straniera è patria loro, e ogni patria è straniera (dalla Lettera a Diogneto). «Le ultime parole che mi ha detto prima di morire sono state: “costruite l’uomo”: anche nel momento di andare alla Casa del Padre egli ha scelto per la santità una precisa strada, quella che passa attraverso l’uomo». Così ha ricordato l’On. Monaco, che concludeva con l’augurio che «questo uomo non sia una meteora nelle nostre vite». Ce lo auguriamo anche noi: questo vuole essere solo un gradino per rispondere alla domanda, rivolta tempo fa da Giovanni Lazzati e che si rivela quanto mai attuale, «Quale città, per quale uomo?». Che al “gradino” ne seguano altri. Elisa Vimercati Presidente del gruppo FUCI “G. Lazzati”

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Siamo tutti pirati? Dichiarazione universale dei diritti dell’Uomo (1948), art. 27, comma 2: «Ogni individuo ha diritto alla protezione degli interessi morali e materiali derivanti da ogni produzione scientifica, letteraria e artistica di cui egli sia autore»; art. 27, comma 1: «Ogni individuo ha diritto di prendere parte liberamente alla vita culturale della comunità, di godere delle arti e di partecipare del progresso scientifico ed ai suoi benefici». La realtà del diritto d'autore, come storicamente attuato, vive nella contrapposizione di questi due principi. Conosciamo tutti i prodigi del file sharing sul web. Sappiamo anche, come rammenta lo stesso sito di e-mule, che “scaricare mp3, film, musica, video e altre opere costate denaro e fatica agli autori è vietato dalla legge italiana (a meno che non sia l'autore stesso a distribuire l'opera gratuitamente)” e di altri paesi. Fate voi il conto dei milioni di cittadini impuniti, rei di violazione della legge che tutela il diritto d’autore per le opere d’ingegno (artt. 2575-2583 Cod.civile), e soprattutto di quanti fra loro non avvertono l’azione come illegale. Attualmente, secondo il famigerato Decreto Urbani (poi convertito nella legge 128/2004):

il semplice downloader (chi si limita a scaricare dalla rete file protetti da diritto d'autore) rischia sanzioni esclusivamente amministrative.

il soggetto che, invece, senza una contropartita economica, condivide o comunque utilizza (anche solo come downloader) una piattaforma peer-to-peer (che prevede la messa in condivisione automatica di quanto scaricato), rischia già la sanzione penale, una multa da 51 a 2.065 euro;

chi, infine, condivide a fini di lucro rischia la reclusione da uno a quattro anni, nonché una multa anche oltre i 15.000 euro.

Esempio classico della condivisione di file in rete è la tecnologia P2P, peer to peer: una struttura orizzontale e decentralizzata che ha superato le prime tecnologie di file sharing (in cui l’utente, client, dipendeva da un server) ponendo tutti gli utenti in posizione paritaria, come fossero allo stesso tempo client e server, e che oltretutto velocizza il download in proporzione al numero di utenti connessi. La decentralizzazione è stata una risposta rapida alla guerra dichiarata dalle major di produzione discografica e mediale, in quanto copre d’anonimato il singolo cittadino che riesce tranquillamente ad attuare il download (e spesso anche l’upload) del cd che gli interessa, quello stesso cd che le major denunciano come ‘furto’ e ‘mancata vendita’. Il

Partito Pirata (svedese: PiratPartiet) è un partito politico nato

in Svezia all'inizio del 2006. L'intento era quello di modificare, sia legalmente, sia concettualmente, il copyright e il diritto d'autore in generale. Secondo il partito, infatti, il copyright e, più in generale, il diritto d'autore sono attualmente troppo sbilanciati in favore dello sfruttamento economico a scapito dello sviluppo culturale della società. In Italia il Partito Pirata si dichiara Associazione di promozione sociale senza scopo di lucro". Nello stesso anno si sono formati gruppi e partiti, con obiettivi analoghi nel resto d'Europa e negli Stati Uniti.

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Sono in molti oramai a sostenere che l’equivalenza tra “file scaricato” e “file invenduto” è fallace. Eccovi un dato ufficiale: Nel 2002, la Recording Industry Association of America (RIAA) riportava un calo nelle vendite di CD, da 882 a 803 milioni di unità; le entrate erano calate del 6,7%. Nello stesso periodo la RIAA stima che siano stati scaricati gratuitamente 2,1 miliardi di CD. Perciò, nonostante lo scaricamento gratuito abbia superato di 2,6 volte la quantità di CD venduti, le entrate sono diminuite appena del 6,7 per cento. Il dato ufficioso è presto ricavato: quanti film e cd avremmo acquistato se non l’avessimo scaricato o non ci fosse stato passato da un amico? Logica vuole che il valore economico delle opere scaricate non equivalga al mancato introito lamentato dalle case di produzione.

Una denuncia che fa pensare:

la SACEM, l’associazio-

ne francese dei produttori musicali e l’SCPP, che rappresenta alcune etichette discografiche tra cui Universal, EMI, BMG, Warner, hanno presentato una denuncia contro Soulseek, una delle più grandi comunità di condivisione musicale, per accesso non autorizzato ad opere protette da copyright. Solo che Soulseek è una comunità di condivisione molto particolare dove gli utenti sono in genere esperti musicisti e produttori indipendenti. Nel sito web è chiaramente indicato che l’applicazione non deve essere usata per violare il diritto d’autore ma dovrebbe offrire un aiuto ai musicisti emergenti a farsi conoscere nell’ambiente musicale ed inoltre viene specificato che si vuole fornire un luogo dove si può creare e discutere di musica.

La soluzione a tutti i mali potrebbe essere il mercato delle Licenze collettive, di cui Electronic Frontier Foundation è da tempo promotrice. Questa nuova formula permetterebbe di tutelare il diritto d’autore e al contempo di regolamentare la condivisione delle opere tutelate. Siamo tutti in attesa di proclamarla come la nuova frontiera della diffusione mediale. L’idea di base è semplice: gli uploader della comunità di condivisione musicale verrebbero a coincidere con le case di produzione mediale e l’utente, in grado non più di caricare file ma di effettuare il solo download, pagherebbe per questo una piccola quota mensile, libero di poter scaricare tutto ciò che vuole. Una vera e propria piattaforma di e-commerce. Annalisa Caramia

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Conversazioni notturne a Gerusalemme... “Svegliati, svegliati,rivestiti di forza,o braccio del Signore. Svegliati come nei giorni antichi,come tra le generazioni passate” (Isaia 51,9-10) Sembra strano, visto il titolo del libro, che questo versetto possa riassumerne il contenuto (e credo anche l’intento) più profondo. Eppure. Eppure unico filo conduttore delle parole ispirate del Cardinal Martini sembra essere proprio questo invito al risveglio,alla riscoperta della Parola e della fede,al rimettersi in gioco come uomini e donne nella Chiesa e per la Chiesa. Improponibile nella lettura cercare uno sviluppo per argomenti o macrotemi…non sono saggi, sono conversazioni dove Martini affronta argomenti diversi (e spesso controversi) stimolato dalle domande che padre Georg Sporschill, gesuita che lavora con i ragazzi di strada in Romania,ha preparato con i suoi giovani. Giovani che sembrano essere il pensiero fisso del Cardinale oltre che i destinatari veri di questi bei dialoghi notturni, giovani che vengono chiamati a rischiare la fede (come viene detto nel sottotitolo) e ad avere coraggio. La Pastorale Giovanile pare stare particolarmente a cuore a Martini, che più di una volta rimprovera la Chiesa di essere carente in quella che si potrebbe chiamare la Pastorale del Saccoapelo (l’espressione è mia ma il Cardinale cita diffusamente le sue esperienze di viaggio “on the road” durante il suo noviziato da gesuita) ed alcuni suoi colleghi di starsene “dietro mura troppo spesse in nuovi uffici o vecchi palazzi”. I rimproveri di Martini sono però sempre mossi da un profondo amore per la grande famiglia Ecclesiale, quello stesso amore che l’ha spinto ad affermare alla vigilia del suo trasferimento a Gerusalemme “Voglio pregare per la Chiesa e per la mia diocesi. Oggi il mio compito è questo”. Ritiro più formale che effettivo visto che il Cardinale rimane attivissimo sia dal punto di vista intellettuale (è appena uscito un altro libro a cui ha collaborato: “Paolo VI uomo spirituale”) che da quello pastorale (segue negli esercizi spirituali i giovani che vivono presso la Casa dei Gesuiti a Gerusalemme). Questo approdo alla preghiera per la Chiesa merita attenzione perché frutto, oltre che di affetto sincero, anche di esperienze e ragionamenti. Ad una domanda sulle differen-

ze tra generazioni il cardinale risponde citando San Pietro, che a sua volta così parafrasava il profeta Gioele: “I vostri figli e le vostre figlie profeteranno,i vostri giovani avranno visioni e i vostri anziani faranno sogni.”. Il profeta assegna ad ogni generazione un compito: ai giovani (ovvero ai figli ed alle figlie) spetta profetare ossia essere critici, spiega il Cardinale che aggiunge: “La generazione più giovane verrebbe meno al suo dovere se con la sua spigliatezza e con il suo idealismo indomito non sfidasse e criticasse i governanti,i responsabili e gli insegnanti. In tal modo fa progredire noi e soprattutto la Chiesa”. Alla generazione di mezzo spetta invece il compito di avere visioni, ossia obiettivi per le comunità che guida, mentre agli anziani il difficile compito di trasmettere i sogni alle generazioni più giovani. Il cardinale parla dei suoi sogni per la Chiesa ma lo fa al passato, e senza motivare ulteriormente afferma (forse con un po’ di sofferenza) di aver sognato “una Chiesa che procede sulla propria strada con povertà ed umiltà, che non dipende dai poteri di questo mondo (…), una Chiesa che da spazio alle persone capaci di pensare in modo più aperto (…), una Chiesa giovane. Oggi non ho più di questi sogni. Dopo i settantacinque anni ho deciso di pregare per la Chiesa”. Il riferimento alla necessità di persone capaci di pensare in modo più aperto nasconde l’altra grande critica fraterna mossa da Martini alla Comunità Ecclesiastica, soprattutto nella seconda parte del libro quando il cardinale e padre Georg si confrontano su temi controversi come aborto, omosessualità, rapporti prematrimoniali, ruolo della donna nella Chiesa e della Chiesa nella Politica. Impossibile e riduttivo sarebbe cercare di riassumere qui quello che il cardinale afferma in merito ad ognuno di questi difficili argomenti, ma vi invito davvero a leggere ciò che Martini nelle notti di Gerusalemme augura alla Comunità Ecclesiale ed in particolare ai giovani che ne costituiscono il futuro. Lo consiglio in particolare a chi fosse scettico, critico, insofferente o magari solo incerto rispetto alle posizioni ufficiali della Chiesa riguardo ai temi sopraccitati; dopotutto dice Martini nella prefazione “la metà della notte è il principio del giorno (…) queste conversazioni sono anche conversazioni sui cammini di fede in tempi di incertezza”. Irene Saonara

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La fine della vita: il caso Eluana. Intervista al prof. Andrea Nicolussi.

Passano i mesi, ma non accenna ancora a spegnersi l’eco sulla vicenda di Eluana Englaro, da 17 anni in stato vegetativo. Risul-

glaro. Così la preoccupazione di tutela della sua vita viene fatta sembrare in contrasto col suo diritto di autodeterminarsi, ma in

ta quindi ancora difficile accostare i numerosi aspetti che essa

base a una volontà pressoché inaccertabile.

ha portato alla ribalta, anche sul piano giuridico. Mai come oggi siamo convinti che le tematiche bioetiche non debbano divenire luogo di scontro sterile ed ideologico, ma invece possano essere, senza eludere il silenzio rispettoso dovuto in queste situazioni, occasione di dialogo, confronto e crescita. Senza quindi pretendere alcuna soluzione del caso concreto o il raggiungimento di una qualsiasi verità inderogabile, ci siamo rivolti al professor Andrea Nicolussi, ordinario di diritto civile all’Università Cattolica di Milano e membro del Comitato Nazionale di Bioetica, per ricordare e approfondire la complessità e drammaticità di queste problematiche. •Quale è a Suo avviso il significato della sentenza delle Sezioni Unite della Cassazione che si è pronunciata sull’inammissibilità

•Nel caso Eluana si è spesso sentito citare l’art. 32.2 della nostra Costituzione, nella parte in cui limita i trattamenti sanitari alla volontà della persona umana e se imposti per legge al rispetto della persona umana. Nell’opera di qualificazione del caso concreto ritiene che l’interruzione dell’alimentazione e dell’idratazione debba essere considerata una forma di trattamento sanitario ed in quanto tale obbligatorio, o invece, come talora si sente dire, una forma di trattamento di rianimazione inefficace ed in quanto tale da sospendere? In primo luogo l’art. 32 della costituzione andrebbe letto per intero a partire dal primo comma che qualifica la salute diritto fondamentale dell’individuo e interesse della collettività. È quan-

del ricorso del P.M. milanese?

tomeno singolare perciò ritenere che la salute sia una mera variabile soggettiva dipendente dall’arbitrio di ogni persona.

Il ricorso del Pubblico Ministero è stato giudicato inammissibile perché non è stato ritenuto rientrare in una delle ipotesi, indivi-

Così il secondo comma – su cui menò vanto la componente cattolica all’assemblea costituente – non fu certo introdotto col-

duate dalla legge in modo tassativo e che sono prequalificate di rilevanza pubblica, nelle quali il P.M. può ricorrere; in particolare le Sezioni Unite hanno ritenuto che non si poteva fare riferimento per analogia alle questioni che riguardano lo stato e la capacità delle persone. Sorprende però che non si siano domandate se la questione della vita di una persona non costituisca il presupposto necessario delle questioni relative allo stato e alla capacità e se non sia eventualmente assorbita da esse, anziché esclusa. La sentenza segue invece purtroppo una logica quasi opposta quando afferma che il P.M. non può contrapporsi all’esercizio da parte del titolare del diritto di autodeterminazione terapeutica. Ma questo diritto personalissimo non è fatto valere dal "titolare" bensì da persone diverse pur trattandosi del tutore o del curatore speciale. Questo formalismo fa venire in mente, per paradosso, il famoso principio giuridico dell’habeas corpus, con riguardo al quale le procedure e la forma giuridica furono intese come uno scudo di protezione dell’integrità fisica delle persone di fronte a pericoli di abuso giustizialista. Invece questa volta – appunto paradossalmente – la forma giuridica diventa un diaframma, un ostacolo che impedisce ulteriori accertamenti relativamente alla tutela della vita stessa della persona.

l’idea di favorire un rapporto antagonista tra medico e paziente nel quale quest’ultimo dà e ritira consensi firmando moduli. L’obiettivo del secondo comma pertanto non era di evitare i trattamenti medici appropriati, ma quei trattamenti sanitari nei quali la persona diviene strumento dell’interesse vero o presunto della collettività, come era avvenuto nei Lager nazisti. Ma sperabilmente quelle situazioni non hanno nulla da spartire con la quotidianità nella quale è il paziente che si rivolge al medico per un suo bisogno di cura. Quanto all’alimentazione e all’idratazione mi pare un po’ formalistica la questione se si tratti di trattamenti sanitari, intesi come trattamenti sotto la responsabilità di medici o di professionisti sanitari. Si potrebbe girare la questione e domandarsi se l’interruzione dell’alimentazione e dell’idratazione sia a sua volta davvero un trattamento "nei limiti del rispetto della persona umana" come prevede l’art. 32, co. 2, Cost. Far cessare di vivere una persona incapace sottraendole alimentazione e idratazione è meglio di iniettarle una sostanza letale? • Ritiene che la volontà presunta del paziente possa avere una rilevanza al fine del rispetto del limite costituzionale qualora si qualifichi la fattispecie come forma di terapia?

•In cosa consiste la decisione dei giudici di Milano e qual è il

Tra il valore della vita e il valore dell’autodeterminazione – perseguito in base a una volontà non espressa e quindi solo

significato di questa precedente sentenza?

presunta e per di più riferita a un tempo e a una condizione

La Corte di Appello di Milano ha giudicato sulla base dei principi formulati nel 2007 dalla Cassazione, la quale, senza alcu-

completamente differenti rispetto a quella in cui attualmente versa una persona incapace – privilegiare il secondo significa

na legge che lo preveda, aveva reputato vincolante una volontà presunta di Eluana Englaro di interrompere alimentazione e idratazione, una volontà desumibile addirittura dallo stile di vita accertato nel passato prima dell’incidente. In fondo ora le Sezioni Unite hanno confermato quella decisione e loro stesse hanno assolutizzato il principio di autodeterminazione fino al punto di fingere che attore in causa fosse la stessa Eluana En-

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operare una scelta ideologica secondo quella che filosofi e giuristi del secolo scorso hanno chiamato Tyrannei der Werte, la tirannia cioè di valori assolutizzati che travolgono ogni altro valore e punto di vista. •Crede sia necessario un intervento legislativo per disciplinare la materia? Quale configurazione dovrebbe avere il cosiddetto testamento biologico ed in particolare, quale ruolo potrebbe 7


eventualmente assumere la volontà del paziente desunta da sue dichiarazioni precedenti? Lei mi fa "scrivere" su due piedi una legge che il Parlamento fatica a elaborare. In ogni caso, se proprio si ritiene di assecondare il principio di autodeterminazione, allora si richieda almeno che la volontà sia accertata in modo credibile. Sempre in questa prospettiva a mio parere una legge dovrebbe prevedere che in caso di dubbio deve prevalere la tutela della vita e della salute e ciò tra l’altro per tutelare le tante persone deboli che hanno solo da perdere da una burocratizzazione della sanità mediante moduli sul consenso informato

professionista e, per questa via, equiparare ad esempio una rinuncia espressa poco dopo l’inizio del trattamento, in un possibile momento di debolezza, a una rinuncia che fa seguito a un lungo e gravoso trattamento, e che viene inoltre manifestata in circostanze che seriamente concorrano a ridefinire il giudizio del medico rispetto al caso concreto. In ultima analisi, assolutizzando la rinuncia si lascia solo il paziente (si pensi alle persone più deboli come gli anziani lungodegenti), senza poter escludere l’ipotesi che a qualche medico, per "liquidare la questione", basterebbe farsi sostituire dal collega predisposto burocraticamente a interrompere, su semplice richiesta, il trat-

e c.d. testamenti biologici.

tamento. Il medico non deve essere un freddo esecutore, ma deve incorag-

•La stampa ha dato notizia di un pa-

giare il paziente. Inutile ripetere che

rere formulato dal CNB di cui Lei è membro (ndr: vedi nota alla fine dell’intervista). Qual è in sintesi il contenuto di tale parere, pur sapendo che in esso viene presa in considerazione una fattispecie diversa da quella che caratterizza la vicenda Englaro? Il parere si riferisce ai casi, differenti appunto da quello di Eluana Englaro, in cui il malato è in grado di esprimere la propria opinione. Esso propone una distinzione tra il rifiuto di iniziare un trattamento, con riguardo al quale il medico non può di certo violare il corpo del malato, e la rinuncia a un trattamento già iniziato col consenso del malato e sotto la responsabilità del medico. La rinuncia – quando il malato non la può attuare da sé – implica, positivamente, la richiesta di un intervento del medico per interrompere il trattamento e quindi pone il problema se il medico possa ridurre il proprio ruolo a quello di mero esecutore. Mi pare che in buona sintesi il senso del parere si trovi nella conclusione che si legge al punto n. 4 in cui si ammette che il c.d. accanimento terapeutico possa essere valutato anche tenendo conto della soggettività del malato e quindi in modo adeguato al caso concreto. •Nel parere è presente anche una postilla che reca la Sua firma. Qual è il significato di tale postilla? È quello di precisare il significato del punto 5 in relazione pro-

questa posizione dialogica è prima di tutto nell’interesse delle persone deboli e sole, le quali, anziché firmare moduli, hanno bisogno di qualcuno che le ascolti e le prenda sul serio. •In relazione al caso oggetto dell’attenzione del Comitato nazionale per la bioetica, quale può essere un equilibrio tra l’esigenza di riconoscere la possibilità di un rifiuto informato e quella di evitare una concezione del principio di autonomia in termini assoluti, che non terrebbe conto dei connotati della fattispecie concreta? Mi pare di avere già risposto con la precedente domanda. In ogni caso Lei utilizza un’espressione che non mi piace: rifiuto informato. Dopo che si è diffusa la formula magica del consenso informato, che fa passare l’idea che il malato possa essere messo sullo stesso piano del medico semplicemente mediante delle sommarie informazioni, si mette in circolazione la formula "rifiuto informato", per giustificare l'omissione di trattamenti medici. Il rifiuto informato non sarebbe altro che il risvolto del consenso informato, e ciò senza distinguere tra le implicazioni di un consenso a un trattamento suggerito dal medico come appropriato e le implicazioni di un dissenso rispetto allo stesso suggerimento, nonché senza distinguere le situazioni in cui una terapia deve ancora cominciare da quelle in cui è già iniziata e il consenso è già stato dato.

prio al punto n. 4 delle conclusioni. Nell’ultima riunione, in sede di approvazione, all’improvviso era stata presentata un’ultima

•In relazione all’ipotesi presa in considerazione da tale parere,

versione del documento in cui si suggeriva che il Servizio sanita-

zione tecnologica, anche in campo medico, possa rendere l’uomo ostaggio di una macchina, per riprendere alcune opinioni mani-

rio nazionale reclutasse medici disponibili a interrompere trattamenti semplicemente sostituendosi al medico curante. In seguito alla mia opposizione tale indicazione è stata soppressa, ma è rimasto nel parere un elemento di ambiguità nel punto 5, e così nella postilla – presentata col prof. Da Re – abbiamo voluto precisare la centralità della relazione fra medico e paziente e l’illegittimità di una sostituzione del medico senza che il nuovo medico debba esprimersi a propria volta sulla appropriatezza o non appropriatezza del trattamento di cui è in questione l’interruzione. Insomma assolutizzare la rilevanza della rinuncia significa privare di valore la relazione e il dialogo fra paziente e

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cosa pensa circa l’esigenza di evitare che un contesto di evolu-

festate da vari uomini di cultura e di fede (tra gli altri il professor Reale ed il cardinal Martini)? Questo è un problema che è già stato colto dalla Chiesa, da almeno un secolo, e che indubbiamente è divenuto ancora più serio ai giorni nostri. Coll’idea dell’accanimento terapeutico o con quella della straordinarietà degli strumenti sanitari si ammette che l’impiego delle "macchine" deve avere un limite, oltre il quale la persona è strumento essa stessa e non più fine. Tuttavia quando si parla di trattamenti salva vita, la cui interruzione

universitas


porta alla morte, è meglio un supplemento di riflessione che posticipi una soluzione irrimediabile anziché l’automatismo di

to. Tra questi due estremi, ammettere la rilevanza della rinuncia, ma non in termini assoluti, significa impedire che la scelta di

una soluzione senza rimedi. Mi pare che la linea di discrimine

iniziare il trattamento si risolva per il malato in una condizione

corra nello spazio tra due estremi. Da un lato, vi è la riduzione soggettivistica del problema che rimette tutto all’autodetermina-

di prigionia rispetto al mezzo tecnico e nel contempo riconoscere che la sua richiesta può essere in grado di far comprendere

zione del malato, facendo del medico un puro esecutore e della

al medico, in relazione alle circostanze del caso concreto, la

sanità quasi un bene di consumo: una tesi senza solidarietà, indifferente al malato come persona che ha valore anche per gli

sopravvenuta inappropriatezza del trattamento (divenuto per il malato eccessivamente gravoso).

altri; l'altro estremo è l’opinione che preclude al medico l'ascolto della parola del malato, come se fosse un oggetto senza qualità personali, e perciò riduce a un giudizio astratto e puramente oggettivo la questione dell'appropriatezza del trattamen-

Pietro Pellegrini

Il documento del Comitato nazionale di bioetica cui l’intervista fa riferimento è disponibile all’indirizzo:

www.governo.it/bioetica/testi/Rifiuto_postille_9_11_08.pdf

Formazione alla politica... con la “P” maiuscola Non è cosa banale, nell’esperienza di chi scrive, constatare che un’iniziativa di approfondimento a carattere dichiaratamente

Inoltre, sapere che ‹‹Tutto è Politica, ma la Politica non è tutto›› fa spazio ad una visione più matura della società e della sua

socio-politico esordisca – fin dal secondo incontro del ciclo –

complessità. Ai tanti corpi sociali intermedi che sussistono tra il

rifacendosi al concetto di limite della Politica. Eppure, così è stato per la Scuola di formazione socio-politica della Diocesi di

cittadino e lo stato corrispondono altrettanti campi d’azione in cui uomini e donne di buona volontà sono chiamati, anche oggi,

Milano (di cui è promotrice, assieme all’Azione Cattolica Am-

a rinnovare uno sforzo che ha significato molto per il nostro

brosiana e a tante altre realtà associative, proprio la Fuci). Chiamato a svolgere il proprio intervento su “L’itinerario dei

paese. Si tratta di ambiti che tradizionalmente hanno visto e vedono la presenza di cattolici impegnati, quali il mondo del

cattolici in politica”, il bresciano Mino Martinazzoli, ultimo se-

lavoro e delle organizzazioni sindacali, l’economia, l’istruzione,

gretario della Democrazia Cristiana e leader della breve stagione del Partito Popolare Italiano (uno dei protagonisti ricono-

la cultura, gli enti locali (dal più piccolo comune fino alla regione). Come non ricordare a questo proposito la recente esorta-

sciuti di quella fase della politica italiana che Gabriele De Rosa

zione rivolta dal Santo Padre in occasione della visita pastorale

efficacemente definì di transizione infinita), ha indicato appunto nel senso del limite della Politica uno dei ‹‹Talenti sempreverdi››

in Sardegna? A Cagliari, nel mese di settembre, Benedetto XVI ha espressamente riconosciuto che il nostro paese «Necessita di

che la passata esperienza consegna nelle mani di coloro che

una nuova generazione di laici cristiani impegnati, capaci di

oggi vogliano concorrere all’amministrazione e al governo della società, e partecipare alla vita delle Istituzioni.

cercare con competenza e rigore morale soluzioni di sviluppo sostenibile».

Per quale motivo bisogna pensare la Politica conservandone il senso del limite? Innanzitutto occorre essere consapevoli che la

Un’ultima cosa: è soprattutto importante considerare che oggi noi cattolici non ripartiamo da zero, ma ci poniamo nel solco di

Politica costituisce una delle risposte più forti ai bisogni del con-

una tradizione, di uno sviluppo che ha conosciuto momenti nobi-

sorzio civile, ma allo stesso tempo ha carattere contingente e compromissorio. E’ il luogo delle scelte, determinate da esigen-

li e meno nobili, strutture organizzative contingenti ed altre invece durature. Non dunque volontà di riconquista o protagoni-

ze e contesti sempre nuovi. La Politica è insomma l’arte del pos-

smo (nel senso degenere del termine) deve animarci, né la ri-

sibile, e appunto per questo deve mediare tra interessi ed istanze tra loro anche radicalmente differenziati.

proposizione acritica di soluzioni ormai superate. Semplicemente la volontà autentica di offrire testimonianza del nostro essere

In secondo luogo, questa limitatezza

cristiani nel mondo.

della Politica si rivela

nell’approccio storico del pensiero sociale cattolico al “fare” la Politica stessa. Questo, che da sempre pone in primo piano la persona, sa che lo Stato (oggi potremmo aggiungere la comunità internazionale), livello istituzionale in cui per eccellenza si pensa e si costruisce l’azione politica, non è un tutto né un assoluto, bensì ‹‹Una comunità di comunità, il punto di sintesi delle molteplici e varie formazioni sociali›› (Martinazzoli richiamava proprio quest’espressione della Carta Costituzionale) che ad esso preesistono. Questi due punti della relazione suggeriscono alcune conclusioni, che offriamo al lettore: innanzitutto, soltanto avendo presente questo senso del limite è possibile interpretare la Politica come autentico servizio e “forma esigente di Carità”, necessità costantemente richiamata dall’insegnamento sociale della Chiesa Cattolica.

universitas

Francesco Zuccolo

Dopo oltre 15 anni la Diocesi di Milano rilancia l’esperienza della scuola di formazione. La Scuola di Formazione Sociale e Politica 2008-2009 promossa dall’Arcidiocesi in collaborazione con più di trenta enti, associazioni e movimenti presenti sul territorio ambrosiano (tra cui la FUCI) ha come titolo “Date a Cesare quel che è di Cesare...”. I temi delle relazioni spaziano dalla storia dell’impegno politico dei cattolici in Italia alla Costituzione italiana, dalla Dottrina sociale della Chiesa al lavoro, dall’economia e dalla globalizzazione alla finanza, alla giustizia e ai diritti fondamentali dell’uomo. Il corso è aperto a tutti i giovani dai 18 ai 35 anni che condividono intenti e finalità della proposta. Info: 0258391328, formazionepolitica2008@gmail.com

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L’audacia della speranza! Il 4 novembre 2008 è una data da

scuole e dalle chiese con un afflusso che

vittoria: appartiene a voi. Io non sono

incorniciare e che passerà alla storia: gli

la nazione non aveva mai visto finora. La

mai stato il candidato più ideale per que-

Stati Uniti d’America hanno eletto Barack

risposta sono le persone, molte delle qua-

sta carica. Non abbiamo mosso i primi

Obama, un afro – americano, alla presi-

li votavano per la prima volta, che hanno

passi nella campagna elettorale con fi-

denza del loro paese.

atteso anche tre o quattro ore in fila per-

nanziamenti o appoggi ufficiali. La nostra

In 276 anni non era mai accaduto che un

ché credevano che questa volta le cose

campagna non è stata pianificata nelle

dovessero andare diversamente, e che la

grandi sale di Washington, ma nei cortili

loro voce potesse fare la differenza.

di Des Moines, nei tinelli di Concord,

La risposta è ciò che ha spinto a farsi

sotto i portici di Charleston. È stata rea-

avanti coloro ai quali per così tanto tem-

lizzata da uomini e donne che lavorano,

po è stato detto da così tante persone di

che hanno attinto ai loro scarsi risparmi

essere cinici, impauriti, dubbiosi di quello

messi da parte per offrire cinque dollari,

che potevano ottenere mettendo di per-

dieci dollari, venti dollari alla causa. Il

sona mano alla Storia, per piegarla verso

movimento ha preso piede e si è rafforza-

la speranza di un giorno migliore.

to grazie ai giovani, che hanno rigettato

È occorso molto tempo, ma stanotte, fi-

il mito dell’apatia della loro generazione,

nalmente, in seguito a ciò che abbiamo

che hanno lasciato le loro case e le loro

fatto oggi, con questa elezione, in questo

famiglie per un’occupazione che offriva

momento preciso e risolutivo, il cambia-

uno stipendio modesto e sicuramente

mento è arrivato in America”.

poche ore di sonno; ai non più tanto gio-

nero entrasse alla Casa Bianca. Si conclude così, nel modo più bello, un cammino molto lungo iniziato nella primavera del 2007, quando l’allora senatore Obama decise di candidarsi alla presidenza degli USA. Fin da subito (è dal 2005 che seguo le vicende di Obama) questo politico americano mi aveva colpito per il modo di parlare e per la sua storia: venuto fuori dal nulla e per giunta di colore mi ha immediatamente affascinato con le sue parole e i suoi discorsi carichi di speranza e di idealismo. Un idealismo coniugato con il buon pragmatismo, come ha dimostrato negli anni trascorsi da senatore dello stato dell’Illinois. Obama ha messo le persone al primo posto ed è riuscito a dare una direzione precisa al suo agire: quella del servizio al prossimo, di qualunque estrazione sociale sia, rianimando il senso di

In queste parole traspare l’emozione del presidente eletto e la consapevolezza di aver realizzato qualcosa di unico nella storia. Viene sottolineata la grandezza e unicità della democrazia americana e nello stesso tempo il protagonismo dei cittadini che con il loro voto hanno permesso un’elezione senza precedenti.

vani che hanno sfidato il freddo pungente e il caldo più soffocante per bussare alle porte di perfetti sconosciuti; ai milioni di americani che si sono adoperati come volontari, si

sono organizzati, e hanno

dimostrato che a distanza di oltre due secoli, un governo del popolo, fatto dal popolo e per il popolo non è sparito dalla faccia di questa Terra. Questa è la vostra vittoria…”

comunità e fraternità che otto disastrosi

[…] “... voi avete reso possibile tutto ciò,

anni della presidenza Bush avevano can-

e io vi sarò eternamente grato per i sacri-

Un ringraziamento sentito va a tutti

cellato. Per questo Obama va ringrazia-

fici che avete affrontato per riuscirci. Ma

coloro che hanno partecipato e hanno

to: per averci ridato speranza in un futuro

più di ogni altra cosa, non dimenticherò

dato il loro contributo durante la campa-

migliore e per averci ricordato, in un

mai a chi appartiene veramente questa

gna elettorale, in particolare ai giovani

mondo dominato dall’egoismo e dall’individualismo, che siamo un “popolo” solo (“E pluribus unum”: da molti, uno), che siamo tutti fratelli e uomini uguali di fronte a Dio. Per questo vi propongo una lettura guidata di alcuni stralci del discorso di Obama appena eletto. “Se ancora c’è qualcuno che dubita che l’America non sia un luogo nel quale nulla è impossibile, che ancora si chiede se il sogno dei nostri padri fondatori è tuttora vivo in questa nostra epoca, che ancora mette in dubbio il potere della nostra democrazia, questa notte ha avuto le risposte che cercava. La risposta sono le code che si sono allungate fuori dalle

10

universitas


che sono stati fondamentali e hanno di-

rare anche per il benessere delle altre

Un uomo ha messo piede sulla Luna, un

mostrato di essere interessati alla politica

persone, non soltanto per il proprio. Soli-

muro è caduto a Berlino, il mondo intero

e all’impegno a favore degli altri.

darietà è il nome della politica di Obama:

si è collegato grazie alla scienza e alla

la persona da sola non è nulla, esiste e

nostra inventiva. E quest’anno, per queste

vive grazie alle presenza degli altri.

elezioni, lei ha puntato il dito contro uno

[…] “ La strada che ci si apre di fronte sarà lunga. La salita sarà erta. Forse non ci riusciremo in un anno e nemmeno in un solo mandato, ma America! Io non ho mai nutrito maggiore speranza di quanta ne nutro questa notte qui insieme a voi. Io vi prometto che noi come popolo ci riusciremo! Ci saranno battute d’arresto e false partenze. Ci saranno molti che non saranno d’accordo con ogni decisione o ogni politica che varerò da Presidente e già sappiamo che il governo non può risolvere ogni problema. Ma io sarò sempre onesto

[…] “Come Lincoln disse a una nazione ancora più divisa della nostra, “Noi non siamo nemici, ma amici, e anche se le passioni possono averlo allentato non dobbiamo permettere che il nostro lega-

schermo e ha votato, perché dopo 106 anni in America, passati in tempi migliori e in ore più cupe, lei sa che l’America può cambiare. Yes, we can”. Yes, we can è stato il motto della

me affettivo si spezzi”.

campagna elettorale di Obama: ce la

Perché questo è il vero spirito dell’Ameri-

possiamo fare. La consapevolezza di

ca: l’America può cambiare. La nostra

poter cambiare le cose e di poterle mi-

unione può essere realizzata. E quello

gliorare è il leitmotiv di Obama, quello

che abbiamo già conseguito deve darci la

che ha permesso alle persone di credere

speranza di ciò che possiamo e dobbia-

e avere fiducia in lui.

mo conseguire in futuro”.

E’ venuto il momento di rimboccarsi le maniche e di impegnarsi per un mondo e

con voi in relazione alle sfide che dovre-

Obama cita poi una signora di 106

mo affrontare. Vi darò ascolto, special-

anni, Ann Nixon Cooper, che lo ha vota-

mente quando saremo in disaccordo. E

to e che ha visto lungo un secolo di storia

soprattutto, vi chiedo di unirvi nell’opera

tutti i cambiamenti che hanno attraversato

“America, America: siamo arrivati così

di ricostruzione della nazione nell’unico

il mondo e gli USA. Obama dice di que-

lontano. Abbiamo visto così tante cose.

modo con il quale lo si è fatto in America

sta signora:

Ma c’è molto ancora da fare. Quindi

per duecentoventi anni, ovvero mattone dopo mattone, un pezzo alla volta, una mano callosa nella mano callosa altrui. Ciò che ha avuto inizio ventuno mesi fa, nei rigori del pieno inverno, non deve finire in questa notte autunnale. La vittoria in sé non è il cambiamento che volevamo, ma è soltanto l’opportunità per noi di procedere al cambiamento. E questo non potrà accadere se faremo ritorno allo stesso modus operandi. Il cambiamento non può aver luogo senza di voi. Troviamo e mettiamo insieme dunque un nuovo spirito di patriottismo, di servizio e di responsabilità, nel quale ciascuno di noi decida di darci dentro, di lavorare sodo e di badare non soltanto al benessere individuale, ma a quello altrui. Ricordiamoci che se mai questa crisi finanziaria ci insegna qualcosa, è che non possiamo avere una Wall Street prospera mentre Main Street soffre: in questo Paese noi ci eleveremo o precipiteremo come un’unica nazione, come un unico popolo”.

“Questa sera io ripenso a tutto quello che lei deve aver visto nel corso della sua vita in questo secolo in America, alle sofferenze e alla speranza, alle battaglie e al progresso, a quando ci è stato detto che non potevamo votare e alle persone che invece ribadivano questo credo americano: Yes, we can. Nell’epoca in cui le voci delle donne erano messe a tacere e le loro speranze soffocate, questa donna le ha viste alzarsi in piedi, alzare la voce e dirigersi verso le urne. Yes, we can. Quando c’era disperazione nel Dust Bowl (la zona centro meridionale degli Stati Uniti divenuta desertica a causa delle frequenti tempeste di vento degli anni Trenta, e depressione nei campi, lei ha visto una nazione superare le proprie paure con un New Deal, nuovi posti di lavoro, un nuovo senso di ideali condivisi. Yes, we can. Quando le bombe sono cadute a Pearl Harbor, e la tirannia ha minacciato il mondo, lei era lì a testimo-

un avvenire migliori, per i nostri figli e per le generazioni future.

questa sera chiediamoci: se i miei figli avranno la fortuna di vivere fino al prossimo secolo, se le mie figlie dovessero vivere tanto a lungo quanto Ann Nixon Cooper, a quali cambiamenti assisteranno? Quali progressi avremo fatto per allora? Oggi abbiamo l’opportunità di rispondere a queste domande. Questa è la nostra ora. Questa è la nostra epoca: dobbiamo rimettere tutti al lavoro, spalancare le porte delle opportunità per i nostri figli, ridare benessere e promuovere la causa della pace, reclamare il Sogno Americano e riaffermare quella verità fondamentale: siamo molti ma siamo un solo popolo. Viviamo, speriamo, e quando siamo assaliti dal cinismo, dal dubbio e da chi ci dice che non potremo riuscirci, noi risponderemo con quella convinzioni senza tempo e immutabile che riassume lo spirito del nostro popolo: Yes, We Can. Grazie. Dio vi benedica e possa benedire gli Stati Uniti d’America”.

niare in che modo una generazione sep-

Grazie Barack!

pe elevarsi e salvare la democrazia. Yes,

Grazie per averci ricordato che ognuno è

che lo attendono e chiede l’aiuto di tutto

we can.

corresponsabile della crescita e del desti-

il popolo americano per poterne uscire.

Era lì quando c’erano gli autobus di

no della comunità e può dare il proprio

Ricorre qui l’altra parola centrale della

Montgomery, gli idranti a Birmingham, un

contributo per farla prosperare.

sua campagna elettorale: il cambiamento.

ponte a Selma e un predicatore di Atlanta

Un augurio di buon lavoro.

Adesso inizia la sfida più difficile ma allo

che diceva alla popolazione : “Noi supe-

stesso

reremo tutto ciò”. Yes, we can.

Obama è consapevole delle difficoltà

tempo

affascinante:

realizzare

Alberto Ratti

insieme il cambiamento promesso e lavo-

universitas

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Un mondo da proteggere o un mondo da costruire? Un discorso di insediamento non è un programma politico. Non deve parlare tanto di obiettivi da fissare e strategie per raggiungerli: in una democrazia funzionante queste cose devono essere specificate, chiaramente ed una volta

dare), possiamo cercare di osservare gli ultimi due discorsi di insediamento alla

sul concetto di libertà (freedom, liberty, ideal, free), mentre il discorso di Oba-

Casa Bianca: quello di George W. Bush

ma (dopo una campagna elettorale che

nel 2005 e quello di Barack Obama, pronunciato poche settimane fa. A costo

aveva costruito la sua forza su ideali come la speranza) sembra quasi non

di apparire aridi o banali, per mantene-

parlarne. Quantomeno, non ne parla in

per tutte, prima delle elezioni. Dopo, in genere, ci si limita all’attuazione di quel-

re un atteggiamento neutro possiamo semplicemente osservare quali parole

maniera esplicita. Anche questo può essere interpretato con la volontà di

le linee programmatiche.

sono state più utilizzate dai due Presi-

Obama di mettere in risalto il fattore

Nel giorno dell’insediamento di un nuovo presidente degli Stati Uniti d’Ameri-

denti nei loro discorsi inaugurali: in fondo alla pagina trovate le prime 10 paro-

novità: pur dovendo rispettare lo stesso “codice” di comunicazione del suo pre-

ca, ad esempio, al giuramento seguirà

le, in ordine di frequenza. Per comodità,

decessore, fa attenzione a non insistere

un discorso il cui scopo sarà sicuramente quello di ringraziare, celebrare, dare

possiamo semplificare raggruppando queste parole in base al loro ambito di

sul patriottismo puro o sugli ideali che Bush amava tanto richiamare.

inizio con un atto solenne ad un nuovo

riferimento.

È degno di nota il fatto che, nel discorso

rapporto fiduciario tra rappresentanti (o meglio: il rappresentante supremo della nazione) e rappresentati (il popolo di quella nazione). Non si tratta però solo di questo: non è una semplice formalità. Ogni nazione si regge su alcuni valori di base; le nazioni contemporanee, soprattutto quelle “occidentali”, hanno una storia più o meno lunga alle spalle e il loro bagaglio di principi non smette di arricchirsi col passare degli anni. In un’occasione come quella dell’Inauguration Day statunitense, il neo-Presidente non può richiamare tutti questi principi: sarebbe tanto lungo quanto inutile. Egli si trova quindi a dovere scegliere, nell’ampio ventaglio di valori che la cultura del suo Paese gli propone, quelli di cui dovrà parlare al suo popolo nel giorno del suo debutto. Non è una scelta di poco conto: i temi devono essere adeguati al momento storico e al sentire comune della nazione in quel momento. Inoltre, in un mondo mediatizzato come il nostro, un discorso inaugurale di questo tipo è il primo biglietto da visita che la nuova amministrazione della Casa Bianca porge al resto del pianeta. Prescindendo da valutazioni qualitative e stilistiche (che

Così, in primo luogo si rende evidente la frequenza imponente, quasi martellante con cui Bush fa ricorso all’idea di nazione (le parole America, nation, American, country); Obama, che pure fa riferimento all’ambito lessicale “patriottico”, ne fa un uso meno cospicuo. In entrambi i discorsi sono presenti riferimenti alla dimensione

temporale, ma

gli atteggiamenti dei due Presidenti nei confronti del tempo sono diversi. Bush dà molto risalto al presente, sottolineando l’importanza storica degli atti compiuti dalla nazione in quel momento esatto, e collocando quindi le sue scelte e le scelte degli USA nel quadro più ampio della Storia. Obama si serve invece della dimensione temporale in due campi: quello specifico della novità (la parola new è la seconda in ordine di frequenza), e quello (la parola generation, per esempio) del confronto con il passato e con le prospettive future. Un aspetto che potrebbe sorprenderci è la differenza nell’uso di parole che riconducono agli ideali: Bush insiste molto

di Bush, la definizione dell’identità della nazione passi per l’evocazione delle forze nemiche della nazione e dei suoi ideali. Mossa perfettamente comprensibile visto che, all’inizio del suo secondo mandato, gli USA stavano ancora tentando di riprendersi dallo choc dell’11 settembre e la minaccia terroristica era in cima alle preoccupazioni degli americani. Rafforzare l’identità nazionale e la solidarietà interna era una priorità assoluta. Oggi possiamo ragionevolmente pensare che l’americano medio si preoccupi più di non perdere il proprio posto di lavoro, che di scoprire dove si nasconde Osama Bin Laden. Il nuovo presidente, infatti, ne approfitta per chiamare in causa i propri connazionali nel costruire una reazione alla crisi economica. La parola “responsabilità” non appare che un paio di volte, nel discorso di Obama: ma tutto quel discorso si basa su questo concetto. Dando una lettura veloce al testo del 2009, ci imbatteremo in esortazioni alla responsabilità nell’uso delle risorse energetiche; alla responsabilità ed alla trasparenza della pubblica amministrazione; alla responsabilità intergenerazionale, sia verso il passato sia verso il futuro;

non saremmo in grado di

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universitas


alla responsabilità nell’uso della forza militare. Le parole must, work, people, common sono molto utilizzate. Il messaggio sottostante potrebbe essere: “Io mi sto assumendo questa responsabilità, ma sappiate che ci sarà da lavorare, e che ciascuno deve fare la propria parte”. Potremmo divertirci a prendere le parole cui accennavamo sopra e cercare di farne una frase di senso compiuto: common people must work, la gente comune deve lavorare. Arriviamo così all’ultimo nodo, quello che forse interessa noi europei in modo più diretto: la parola “world”, utilizzata con la stessa frequenza in entrambi i discorsi. È innegabile che l’atteggiamento degli USA nei confronti del resto del mondo sia ancora determinante, nel bene e nel male. Quattro anni fa, gli USA vedevano il loro world come un mondo da proteggere. Per Bush, l’intervento all’estero era finalizzato a riportare la libertà laddove essa veniva negata: tutte le nazioni dovevano poter godere del loro diritto ad istituzioni libere e democratiche. Ancora una volta, la libertà era al centro, ed era una libertà da “esportare”. La distinzione fra amici e nemici era netta, ed il criterio di distinzione era proprio l’amore per la libertà e la democrazia. Nel 2009 il

DIAMO I NUMERI... 44

_il numero di Presidenti degli

Stati Uniti d’America che si sono avvicendati finora

47

_l’età di Barack Obama, il

-3,8%

_calo del PIL statunitense nel quarto semestre del 2008

2.600.000

_posti di lavoro persi negli USA nel 2008

quinto Presidente USA più giovane (il record è di Theodore Roosevelt, che nel 1901 arrivò alla Casa Bianca a 42 anni)

7,2%

53%

825.000.000.000$

_percentuale di voti che hanno permesso ad Obama di battere il suo avversario Mc Cain alle elezioni presidenziali del 2008

600.000.000$

_totale dichiarato di denaro raccolto durante la campagna elettorale di Obama

150.000.000$

_stima del costo dei festeggiamenti per l’insediamento di Obama alla Casa Bianca

1.120.000

_visitatori presenti

a Washington nel giorno dell’insediamento del nuovo Presidente

_tasso di disoccupazione

in USA nel dicembre del 2008; è il livello più alto dal 1993

_ costo del piano anti-crisi proposto da Obama, attualmente al vaglio delle Camere (la versione da sottoporre al Senato prevede spese per 887 miliardi)

18.400.000.000$

_ammontare dei premi ricevuti nel 2008 dagli amministratori delegati delle sole società con sede a New York

17.400.000.000$ _tramite finanziamenti a breve termine: è il pacchetto aiuti del governo federale per le compagnie automobilistiche USA

F.B. su dati ANSA.it

mondo è sempre più incerto, molte cose sono cambiate ed anche l’atteggiamento con cui gli USA interagiscono con il mondo, forse, sta cambiando. Nel discorso di Obama, la parola “world” non indica più un mondo da proteggere. Adesso si tratta di un mondo da costruire, o meglio: da ricostruire. Responsabilmente, of course. Francesco Ballone

Il testo del discorso di insediamento di G.W. Bush è disponibile al sito

www.cnn.com

Il testo del discorso di insediamento di Obama è disponibile al sito

www.iht.com

universitas

- ASPETTATIVE “Vuoi dire che non sai camminare sulle acque?”

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La vita e il suo termine… Cos’è vita e cosa non lo è? Quando la vita cessa di essere tale? Vale sempre la pena di vivere? E per che cosa?

Abbiamo visto per voi...

A intervalli più o meno regolari, queste domande tornano ad interrogarci. Per riflettere su queste tematiche – che, indipendentemente dai riflettori accesi periodicamente dalla cronaca, interrogano la coscienza di tutti – «Universitas» propone due film, che esprimono due diverse posizioni: il toccante e pluripremiato Million Dollar Baby, (C. Eastwood, USA, 2004) e il meno noto, ma non meno commovente Lo scafandro e la farfalla (J. Schnabel, Francia, 2007).

Million Dollar Baby

Lo scafandro e la farfalla

Titolo originale: A Million Dollar Baby Regia: Clint Eastwood Sceneggiatura: Paul Haggis Con: Clint Eastwood, Hilary Swank, Morgan Freeman Durata: 137’ Drammatico, USA, 2004

Titolo originale: Le scaphandre et le papillon Regia: Julian Schnabel Soggetto: dall’omonimo racconto di Jean-Dominique Bauby Sceneggiatura: Ronald Harwood Con: Mathieu Almaric, Emmanuel Seigner, Marie-Josée Croze, Max Von Sydow Durata: 112’ Drammatico, Francia, 2007

Frankie è proprietario di una palestra e allenatore di boxe. Non ha famiglia, a parte una figlia che rifiuta ogni contatto con lui. Va a messa tutti i giorni, cercando di comprendere il mistero di un Dio con cui non riesce a comunicare. Un giorno sulla sua strada incontra Maggie: la ragazza, figlia della più squallida provincia americana – di quelle baraccopoli di roulotte sospese “tra il nulla e l’addio”, in cui è di casa il degrado – riesce, con la sua tenacia, a convincere Frankie ad allenarla. Gli splendidi dialoghi del film – semplici, nella loro poesia, e diretti, come tanti pugni nello stomaco – raccontano l’incontro di due solitudini, da cui scaturisce un rapporto inedito e profondo. In poco più di un anno, Maggie diventa una campionessa della boxe, acclamata in tutto il mondo. Ma la vita è imprevedibile e la tragedia è in agguato. Un incontro importante, la mossa scorretta di un’avversaria e Maggie rimane interamente paralizzata. “Se c’è una magia nella boxe – recita la voce fuori campo di Scrap, amico e assistente di Frankie – è la magia di combattere battaglie al di là di ogni sopportazione: al di là di costole incrinate e reni fatti a pezzi e retine distaccate”. Maggie ha combattuto: ha cercato il riscatto in uno sport che è la sintesi di ogni paradosso – perché nella boxe “funziona tutto al contrario”: anziché allontanarsi dal dolore gli si va incontro. Ma la ragazza non se la sente di combattere contro il dolore estremo che la priva del suo corpo: ha realizzato il suo sogno e chiede a Frankie di aiutarla, affinché l’infermità non glielo porti via. E Frankie la aiuta, facendo una scelta dura e devastante. Perché la gente muore ogni giorno, per i motivi più sciocchi, rimpiangendo occasioni perdute; ciò che conta non è vivere o morire, ma sapersi, al momento opportuno, mettere in gioco.

Immagini sfocate, visione soggettiva, improvvisi dettagli sui volti. Così il film, fin dai primi fotogrammi, porta lo spettatore all’interno della mente e della percezione di Jean-Dominique Bauby. Contrariamente rispetto a Maggie, la protagonista di Million dollar baby, la vita di Jean-Dominique era all’insegna del successo e del riconoscimento sociale. Jean-Do – così lo chiamano gli amici – era caporedattore di una prestigiosa rivista, separato, con due figli e una nuova compagna. Era. Perché anche nella vicenda – vera – di Jean-Dominique, la vita rivela tutta la sua imprevedibile fragilità. Una gita con il figlio, un ictus e – all’improvviso – il buio; un buio che dura tre settimane. Quando si risveglia dal coma, Jean-Do è steso in un letto d’ospedale, incapace di muoversi e di parlare e, presto, anche privato della vista di un occhio. Il suo corpo non gli risponde, come se fosse intrappolato in un pesante scafandro che lo trascina nel fondo della disperazione. Le immagini fisse e la voce fuori campo trasmettono l’impotenza del protagonista, la sua frustrazione, il suo sconforto, la sua amara auto-ironia. Jean-Dominique vuole morire: vede tutto il suo passato come una serie di fallimenti, di occasioni ormai definitivamente perdute. Poi, grazie alla sollecita assistenza di medici e terapisti e all’amore dei figli e della ex moglie, realizza che può evadere dal suo scafandro usando due facoltà che l’ictus non gli ha paralizzato: immaginazione e memoria. Jean-Do, per comunicare, non ha altro strumento che il battito? di una palpebra. Con quell’unico gesto, riesce a dettare un libro – Le scaphandre e le papillon, da cui il film è tratto – in cui racconta la sua esperienza: il “diario del viaggio immobile di un naufrago arenatosi sulle spiagge della solitudine”. Ostaggio del suo corpo, Jean-Dominique ritrova la sua libertà attaccandosi a ciò che, nonostante la sua condizione, fa di lui un uomo. Jean-Do fa appena in tempo a vedere la pubblicazione del libro: morirà dieci giorni dopo, il 9 marzo 1997. Greta Salvi

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Giuseppe Lazzati, come vivere da laico il proprio battesimo Quest’anno ricorre il centenario della nascita del prof. Giuseppe Lazzati, nato a Milano nel 1909 e rettore dell’Università Cattolica dal 1968 al 1983. Inquadrare il Professore in poche parole è difficilissimo: egli, infatti, nella sua vita, è stato moltissime cose. Ha ricoperto il ruolo di presidente diocesano della Gioventù di Azione Cattolica, è stato deputato nelle fila della Democrazia Cristiana all’Assemblea Costituente e nella prima legislatura repubblicana, direttore del quotidiano cattolico ambrosiano “L’Italia”, professore e poi rettore all’Università Cattolica del Sacro Cuore, fondatore dell’Istituto Secolare di Cristo Re, presidente diocesano di Azione Cattolica, instancabile educatore e formatore delle generazioni più giovani. Ricordare oggi Lazzati significa non dimenticarne il pensiero e la testimonianza, carichi di significato e di spunti anche per il presente, in un tempo nel quale molti, anche fra i cristiani, confondono i piani d’azione e il laicismo e l’intolleranza invadono il nostro paese. A partire dagli anni d’impegno in Azione Cattolica e fino alla morte, infatti, Lazzati approfondisce una doppia intuizione: quella della responsabilità dei laici cristiani nella Chiesa e nel mondo e quella del valore cristiano della realtà secolare. In linea con il Concilio Vaticano II, Lazzati ha sempre parlato di universale santità alla quale sono chiamati tutti i cristiani. Usava egli la definizione “…e vero uomo e vero cristiano…”, rimarcando la imprescindibile distinzione dei piani (umano – divino), “nella quale però il divino non distrugge l’umano, ma anzi lo amplifica e gli è utile”. La vita del cristiano, per analogia con quella del Cristo, può dirsi umano – divina, è pervasa dalla potenza di Dio ed è aperta a capacità nuove. Queste capacità nuove sono le tre grandi virtù teologali: la fede, la speranza e la carità. Per dirla con le parole del Professore: “La vita in Cristo è la chiave di volta dell’essere e dell’agire della vita del cristiano”. Proprio per questo il fedele laico è chiamato e guidato dallo Spirito a cercare “il Regno di Dio trattando le cose temporali e ordinandole secondo Dio”, a vivere l’unità dei distinti, ossia l’unità fra vita in Cristo e impegno laicale. In Giuseppe Lazzati laicità e virtù cristiane sono perfettamente compenetrate. Lazzati fu uno straordinario uomo di fede, una fede che lungi dall’essere compresa come alienazione dal reale, era invece comprensione del reale come lo conosce Dio, alla luce di Dio. La fede permette all’uomo di mettere in atto tutte le risorse della propria razionalità, abilitate dal λόγος di Dio, ragione ultima e ordine di ogni cosa. Lazzati parlava di “fatica del pensare”, ma non per questo si sottrasse dal cogliere i nessi profondi fra fede e ragione, fra fede e cultura, fra fede e politica, fra fede e storia. Fondamentale nel suo pensiero fu proprio il riconoscimento della distinzione (ma allo stesso tempo intima unione) di questi piani, quello secolare e quello spirituale. Già Maritain aveva detto: “Distinguere per unire”, per evitare dolorosi ed erronei corto – circuiti. Ciò che più di tutto contraddistinse Giuseppe Lazzati fu la grande passione per la verità e il servizio agli altri nella carità. La passione di Lazzati aveva sempre al centro l’interesse per l’uomo, il progresso morale dell’uomo, il servizio all’uomo. In particolare, per quanto riguarda l’impegno politico (anche per Lazzati la maniera più esigente di vivere l’impegno cristiano a favore degli altri), egli sottolineò l’importanza per il credente di costruire la città dell’uomo insieme al

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non credente, per il bene di tutti e non, invece, quello di costruire una cittadella cristiana. Poco prima dello scoppio della seconda guerra mondiale, quando già si stava delineando la sconfitta del fascismo, Lazzati e il suo gruppo di amici iniziarono a discutere di come ricostruire il paese. Disse Lazzati: “Sino da allora era convinzione comune che il rinnovamento spirituale e culturale del nostro paese, prostrato dal fascismo e dalla guerra, fosse condizione e premessa di autentico rinnovamento politico. Ho detto rinnovamento spirituale e culturale, ma devo aggiungere, a scanso di equivoci, condotto all’insegna di quella unità dei distinti che sola permette di evitare confusioni e separazioni, forme di integrismi e clericalismi le prime o di secolarismi e laicismi le seconde. Solamente un rinnovamento di tale fatta poteva condurre i cattolici da lungo tempo estranei alla politica a pensare e gestire la politica stessa in modo nuovo”. Fondamentale nel fedele laico, distintivo del cristiano, deve essere una autentica capacità dialogica ed inclusiva: “…presentarsi così come si è, senza infingimenti, con un’attenzione appassionata e sincera al punto di vista dell’altro, ricercando i punti comuni su cui costruire la città dell’uomo a misura d’uomo”. Durante i suoi anni di rettorato la Cattolica diventò proprio una fucina di elaborazione culturale per aiutare i cattolici italiani a pensare politicamente, come soleva ripetere lui. Un buon cristiano non sempre è un buon politico, perché fare politica richiede esperienza e conoscenza di specifiche “nozioni” tecniche. Nel 1985 Lazzati compie un nuovo passo nel cammino di una maturità del laicato cattolico facendosi promotore dell’Associazione “Città dell’uomo” che “si propone di elaborare, promuovere e diffondere una cultura politica che, animata dalla concezione cristiana dell’uomo e del mondo, sviluppi l’adesione ai valori della democrazia espressi nei principi fondamentali della Costituzione della repubblica italiana, rispondendo alle complesse esigenze della società in trasformazione”. Ancora oggi Lazzati ci direbbe che l’unico modo per riformare la politica è quello di tornare ad incarnare, nell’azione politica quotidiana, propositi per attuare i primi importantissimi articoli della Costituzione. Nel testamento spirituale, composto prima di morire nel 1986, Lazzati ha scritto per tutti i fedeli laici: “Amate la Chiesa, mistero di salvezza del mondo… Amatela come vostra Madre, con un amore che è fatto di rispetto e di dedizione, di tenerezza e di operosità. Non vi accada mai di sentirla estranea e di sentirvi a lei estranea; per lei vi sia dolce lavorare e, se necessario, soffrire. Che se in essa doveste a motivo di essa soffrire, ricordatevi che vi è Madre; sappiate per essa piangere e tacere”. A distanza di anni non possiamo assolutamente dimenticare una figura di tale grandezza e importanza, un maestro di vita esemplare, soprattutto nella nostra Università, che lo ha visto protagonista per più di un trentennio. Alberto Ratti

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Federazione: è un insieme di gruppi che si riconoscono in comuni scelte fondamentali, nella pluralità delle diverse esperienze. Universitaria: caratterizzata dalla scelta dell’impegno alla formazione e all’evangelizzazione in Università. Cattolica: presenza sempre viva e nuova nella Chiesa, con la creatività e la speranza di Gesù autentico maestro. Italiana: partecipe e attenta alla crescita culturale e civile della società nel nostro Paese.

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è un periodico a cura del gruppo FUCI “G. Lazzati” dell’Università Cattolica

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Universitas, anno XIII, numero 1