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COMITATO PER LA SALUTE PUBBLICA BENE COMUNE

“Per una programmazione partecipata della rete delle strutture e dei servizi

sanitari ospedalieri e territoriali della provincia di Pordenone� 24 luglio 2013


Indice Nota redazionale Premessa Gli antefatti La sanitĂ che vogliamo Le Proposte Note Allegato 1 Allegato 2 Allegato 3 Allegato 4 Rassegna fotografica

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Comina

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COMITATO PER LA SALUTE PUBBLICA BENE COMUNE “Per una programmazione partecipata della rete delle strutture e dei servizi sanitari ospedalieri e territoriali della provincia di Pordenone”.

Alle Concittadine e ai Concittadini Alla Regione Friuli Venezia Giulia Al Comune di Pordenone

Premessa Il 25 giugno questo Comitato ha fatto pervenire al Presidente del Consiglio regionale una Petizione, sottoscritta da oltre 4900 cittadine/i residenti in Regione, sui temi dell’Ospedale di Pordenone e dell’intera organizzazione dei servizi sanitari in provincia. Inoltre, lo scorso 4 luglio, ha consegnato al Comune di Pordenone la richiesta, sottoscritta da quasi 2300 cittadine/i pordenonesi, di indire un Referendum consultivo sulla conferma o meno della localizzazione dell’ Ospedale cittadino sul sito attuale in via Montereale. La Petizione chiede di: 1. rinunciare al progetto di trasferimento dell’Ospedale di Pn in località “Comina” mantenendolo, adeguato alle norme, sul sito attuale; (approfondimenti nell’Allegato 1) 2. cancellare ogni ipotesi di ricorso al project financing che produce, come altrove dimostrato, costi insostenibili per la collettività; (approfondimenti nell’Allegato 2) 3. ridefinire l’entità delle risorse finanziarie regionali per la sanità con criteri di equa distribuzione su tutto il territorio regionale sia per la rete ospedaliera sia per i servizi territoriali, investendo in prevenzione e riabilitazione; 4. adozione di una pratica partecipativa come metodo per la formazione delle decisioni, che ridurrebbe, coinvolgendo i cittadini nel processo decisionale, la distanza fra loro e le Istituzioni pubbliche, conducendo a scelte più conformi all’interesse pubblico. (approfondimento nell’Allegato 3)

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Nota redazionale. Il documento ha una struttura ad albero: il tronco espone in forma sintetica l’insieme degli antefatti, delle valutazioni e delle proposte che il Comitato avanza alle Istituzioni pubbliche affinché si realizzi una seria programmazione partecipata della sanità provinciale; il primo ramo è costituito da alcune note di approfondimento; il secondo ramo si compone di alcuni allegati nei quali vengono offerte alcune chiavi di lettura critica e di ulteriore approfondimento utili alla miglior comprensione delle proposte avanzate; l’ultimo ramo contiene una documentazione fotografica delle principali iniziative pubbliche di coinvolgimento dei cittadini, promosse dal Comitato nei suoi primi sei mesi di vita.

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A fine gennaio del c.a. la stampa locale dava ampio rilievo al fatto che il Sindaco di Pordenone si apprestava a firmare un Accordo di Programma con la Regione (delibera giuntale n. 262/2013) per la realizzazione dell’ospedale in “Comina”, abbandonando il sito attuale, senza che ci fosse stata alcuna preventiva informazione e/o confronto pubblico su scelte diverse (come invece era accaduto prima dell’analogo progetto sull’Ospedale nel 2006). Venuti a conoscenza di questa decisione, alcuni cittadini hanno costituito, sulla base di un Appello (testo nell’Allegato 4) un Comitato, denominato “Comitato per la salute pubblica bene comune” che, esaminata la situazione, ha deciso di dare avvio all’iter per richiedere un Referendum consultivo affinché i cittadini si possano esprimere sulla conferma o meno del sito attuale per il “nuovo” Ospedale. Come Comitato eravamo consapevoli che il referendum cittadino, unico strumento a disposizione per fermare la firma dell’Accordo di Programma e porre il tema della partecipazione di cittadine/i alle scelte, doveva coinvolgere solo i residenti di Pordenone chiamandoli ad esprimersi esclusivamente sulle determinazioni urbanistiche della localizzazione dell’Ospedale. Decidemmo, quindi, di promuovere anche una Petizione rivolta al Consiglio regionale, attraverso la quale rendere esplicita la richiesta di un diverso percorso decisionale, all’interno del quale il tema dell’Ospedale era uno degli snodi importanti, ma non esclusivo. La risposta dei cittadini, fin dalla prima uscita pubblica di raccolta firme, sia sulla richiesta di referendum che sulla petizione, è stata di tale portata e adesione da lasciare sorpreso prima di tutto lo stesso Comitato promotore. Queste due iniziative, ben seguite dagli organi di informazione, hanno progressivamente fatto emergere una serie di perplessità, oltre che sulla localizzazione della struttura, sugli altri aspetti del progetto. Queste perplessità sono state inoltre condivise da diversi Consiglieri comunali della maggioranza che sostiene il Sindaco, tanto da indurlo a non firmare a fine febbraio, come aveva annunciato, l’Accordo di Programma con la Regione. Le due iniziative oltre ad avere coinvolto un gran numero di cittadini ed avere fermato la sottoscrizione dell’Accordo di Programma hanno prodotto in più, a nostro avviso, una nuova e diversa consapevolezza della partecipazione e della complessità legate al tema della salute. Si è dovuto fare un percorso a tappe forzate di apprendimento collettivo per comprendere tutti gli aspetti, inclusi quelli più nascosti ed insidiosi : il project financing ed il costo complessivo dell’operazione, l’impatto ambientale ed urbanistico, il modello di sanità che sottostava all’operazione, un percorso decisionale opaco, con il timore di possibili interessi e vantaggi di parte. La logica seguita per il progetto del nuovo Ospedale riflette la moda, ormai dilagante, di realizzare, anche a Pordenone una “GRANDE OPERA” che costi molto e che, in un periodo di crisi e mancanza di fondi pubblici, faccia cadere la Pubblica Amministrazione nel pozzo di S. Patrizio del P.F. (Project Financing). In sintesi, si tratta di adottare politiche di privatizzazione dei servizi pubblici essenziali, tipiche dell’ideologia neoliberista, contrabbandate con il loro storico opposto: le politiche keynesiane del debito pubblico come strumento per uscire dalla crisi. A Pordenone il nuovo ospedale aprirebbe, anzi spalancherebbe le porte alla privatizzazione della sanità pubblica: attraverso le concessioni ai privati di tutti i servizi ausiliari ospedalieri dell’intera provincia; al depauperamento dei servizi ospedalieri di Pordenone, già ora in grave affanno, al degrado della rete ospedaliera periferica e dei servizi di distretto, oltreché allo spostamento dell’asse della città in zona nord, con nuova pesante cementificazione di aree verdi e all’abbandono di un’area centrale cittadina (quella di via Montereale) con conseguenze negative per le aree adiacenti sul piano immobiliare e sul valore patrimoniale del commercio e dei servizi, ma, soprattutto, sul modo di vivere la città.

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Gli antefatti

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La sanità che vogliamo Il dibattito, spesso aspro, che si è sviluppato a Pordenone attorno al tema del nuovo Ospedale, si colloca all’interno di un quadro più generale, di uno sfondo in cui si confrontano due concezioni della salute e della malattia, del ben-essere e del mal-essere. La prima concezione ha come perno la malattia e si basa sull’idea che le prestazioni sanitarie siano una merce che, essendo scarsa, va trattata come una qualsiasi altra merce soggetta alla “legge” della domanda e dell’offerta e quindi sottoposta alle regole dell’economia. La seconda concezione ha come perno la salute e si fonda sull’idea che lo star bene sia un “valore” sociale e che la malattia possa essere prevenuta e curata riducendo, per quanto possibile i fattori e le cause che la determinano. Optare per la medicina della malattia significa privilegiare le lobbies ad essa connesse e la crescita del PIL, in quanto il degrado ambientale fa da moltiplicatore al business della “sanità”; optare invece per una medicina della salute significa curare la salubrità dell’ambiente e del sistema ambiente/persona Fra questi due estremi, il primo già in marcia trionfale e il secondo ancora nel regno di utopia, è ancora possibile pensare ad una transizione verso questo seconda opzione? Il primo passo, ovviamente, è quello di considerare il mantenimento del sistema sanitario nel dominio pubblico, impedendo che siano introdotti vari cavalli di Troia nelle cittadelle della salute. Il primo di questi cavalli è ovviamente il trinomio debito pubblico-finanza di progetto-concessioni di servizi più o meno ausiliari a quelli sanitari. (nota 2) Il secondo passo, impedire che i servizi sanitari pubblici esistenti (ospedalieri e territoriali) subiscano un progressivo deterioramento per favorire processi di concentrazione: grandi ospedali e chiusura/impoverimento di quelli di rete, riduzione dei distretti e dei servizi territoriali, ecc. Il terzo passo, ma non meno importante, aprire un grande coinvolgimento dei cittadini nella discussione del tipo di sanità che vogliamo, attraverso la promozione di pratiche partecipative. La loro adozione dovrebbe almeno servire a costringere la pubblica amministrazione a fornire la più ampia e corretta informazione sullo stato dell’arte, sui criteri con i quali sono nominati i dirigenti, sui costi dei vari servizi e comparti, in modo da poter capire le vere inefficienze, le rendite di posizione, le duplicazioni di servizi, lo scorretto uso delle strutture e delle attrezzature. Insomma, prima di tutto, una grande operazione di trasparenza.

Le proposte. 1) Ritiro delibera. Per i ragionamenti e le motivazioni sopra esposte, la prima richiesta che rivolgiamo all’Amministrazione Regionale è il ritiro della delibera di Giunta n.262/2013 contenente quell’Accordo di Programma. 2) Programmazione. Chiediamo di aprire un confronto su quali scelte fare per garantire al territorio della provincia di Pordenone un Ospedale di riferimento di proprietà e gestione pubblica, ad esclusivo interesse pubblico dell’intera popolazione provinciale. Dati i vincoli di bilancio, sempre più stringenti, la prima grande priorità allora non è quella dell’Ospedale con le sue antinomie di tipo strutturale: nuovo qua o la, ristrutturazione si o no, ecc. ma il superamento dell’attuale stato “preagonico” di tutta la rete dei servizi ospedalieri e territoriali. (nota 3)

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(nota 1)

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3) Ospedale di Pordenone. Occorrere fare un’altra fondamentale scelta rispetto all’area su cui “investire” finanza pubblica per un “riammodernamento/adeguamento” dell’Ospedale di Pordenone. (nota 5)

Per le considerazioni urbanistiche, finanziarie e sanitarie di cui sopra la scelta non può che ripartire dal progetto del 2006 per riattualizzarlo ma anche per ragionare su un coinvolgimento delle aree attigue al sito attuale che sono o potrebbero essere riutilizzate. Dobbiamo, infatti considerare il DM 12.12.2000 per la corretta progettazione e costruzione di una struttura Ospedaliera: si propone una sanità del futuro dove le strutture devono avere dimensioni medio - piccole con gran parte di letti dedicati alle cure intensive e alle degenze brevi. Il Decreto favorisce la collocazione della struttura nel contesto urbano. (nota 6) Anche alla luce di queste considerazioni di programmazione sanitaria è evidente che il recupero del sito esistente di via Montereale si adatta meglio agli obiettivi sopra riportati. Inoltre, l’intervento sull’esistente consente di procedere con più lotti funzionali, da appaltare in più gare ad imprese che possono essere anche quelle locali (in quanto intervengono su importi affrontabili) senza bisogno di partecipare ai subappalti delle grandi società (scatole cinesi) che costringono a gareggiare a prezzi lontani dalla realtà. Le attività attualmente esistenti intorno all’Ospedale potrebbero essere coinvolte nella progettazione per integrarsi ed offrire quei servizi accessori, che sono previsti dal DM, con attivazione di meccanismi virtuosi di riqualificazione, rinnovo delle attività esistenti attraverso il recupero del patrimonio storico della residenza militare, evitandone il degrado.

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Non si tratta quindi, per la provincia di Pordenone, di edificare semplicemente un nuovo ospedale, ma di ripensare ad una nuova organizzazione e programmazione sanitaria che miri all'integrazione tra ospedali e servizi sanitari territoriali, fondamentali per la continuità delle cure quali: ADI (assistenza domiciliare integrata); Consultori Familiari; MMG (medici di medicina generale); RSA, CSM (centri di salute mentale), Ser.T (Servizio Tossicodipendenze); Neuropsichiatria infantile e non ultimi i servizi sociali dei Comuni. Tenendo poi in considerazione la classificazione delle strutture ospedaliere (decreto Balduzzi) in tre diverse tipologie, possiamo dedurre che Pordenone e provincia, avendo un numero di abitanti inferiore a 350.000, dovrebbero avere un ospedale di 1° livello e i “presidi di base” a SpilimbergoManiago, Sacile e San Vito al Tagliamento , che consentirebbero di dare risposte alla cronicità e alla medicina di territorio attraverso una corretta programmazione e integrazione dei servizi aziendali. Andrebbe così sottoposta a pronta valutazione l’attuale organizzazione “sperimentale” di Azienda ospedaliera di “Ospedali Riuniti” anche per vedere se è utile mantenerla distinta da quella territoriale. Si osservano due storici squilibri a Pordenone e provincia: da una parte la grande spesa ospedaliera, dall'altra una spesa territoriale da sempre carente. Abbiamo perciò bisogno di una riorganizzazione profonda delle cure ospedaliere, tale da consentire un passaggio di risorse umane e finanziarie ai distretti, a tutta la domiciliarità considerando anche l'invecchiamento costante della popolazione con sempre maggiore cronicità. Questo si traduce sempre più nell'aumento delle cure domiciliari e delle cure riabilitative ad oggi insufficienti. Gli interventi territoriali devono quindi ricevere finanziamenti e risorse necessarie al raggiungimento degli standard del resto della Regione. (nota 4)

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Va inoltre segnalato che (come ricordato nella relazione del direttore generale dell’Ospedale di Pordenone, ing. Zanelli) sono stati effettuati, o sono in corso, interventi di ristrutturazione straordinari e ordinari sull’attuale sede Ospedaliera per quasi 20 milioni di euro. Si tratta di interventi che possono mantenere la loro efficacia se l’ammodernamento della struttura avverrà nel sito attuale, diversamente andranno perduti. (nota 7) Alla Regione chiediamo infine di confermare l’entità degli stanziamenti, per complessivi 150 milioni, già previsti per il triennale 2013 –2015, fino al 2016. L’eventuale maggiore spesa, (comunque di gran lunga inferiore a quella preventivata per la soluzione “Comina”), andrebbe anch’essa inserita nel bilancio regionale (e non a carico della sola Azienda di Pordenone) così come per Udine e Trieste, inserendo una posta aggiuntiva al bilancio. Ovviamente ribadendo la nostra contrarietà all’utilizzo del Project Financing, per le ragioni ormai ben note. In questo contesto anche la “Cittadella della Salute” di cui è già stato confermato il progetto, diventa per la città un luogo, accessibile, limitrofo e integrato al “rinnovato” ospedale di Via Montereale, che favorisce:

4. Pratica partecipativa. Proponiamo la costituzione di un tavolo di lavoro aperto non solo alle istituzioni pubbliche ma anche a forze sociali e a rappresentanze di cittadini che, sulla base di un modello di pratica partecipativa: - nella prima fase, prevalentemente politica, definisca la linea di fondo del modello di sanità auspicabile e fissi la road map del successivo piano di lavoro; - nella seconda fase, prevalentemente tecnica, analizzi la situazione esistente pianificando i vari interventi, coerenti con il modello prestabilito e le risorse disponibili; - nella terza fase stabilisca il processo decisionale. Come garanzia che questo questa pratica partecipativa sia la più rapida e oggettiva possibile proponiamo la nomina di un garante/facilitatore del processo. Come Comitato siamo disponibili, oltre a partecipare attivamente, a suggerire proposte concrete in tal senso, dando un nostro contributo a Regione e Comune.

24 luglio 2013

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− l'integrazione dei servizi sanitari e sociali del Comune; − l'approccio multidisciplinare; − la facilitazione dei percorsi per il cittadino; − il risparmio di tempi e risorse. Attraverso queste azioni, garantire il Bene comune “salute” non significherà solo ospedale, ma anche impegno per conservare tale Bene attraverso una sinergia di interventi e attività di prevenzione, promozione, cura e riabilitazione.

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Nota 1. Tutto ciò sfocia in due modelli “ideali” opposti: una medicina sempre più specialistica, in cui l’innovazione tecnologica sempre più rapida e costosa, determina la rapida obsolescenza delle strutture e delle metodiche, in continua gara con l’aumento della morbilità dovuta al degrado ambientale e a stili di vita sbagliati, stressanti. Questo modello, questa spirale viziosa risulta, sul versante dei costi, sempre più insostenibile per lo Stato e quindi giustifica il processo di privatizzazione in corso con la conseguente offerta di servizi sanitari pubblici, per tutte/i, limitata a ”momenti riparatori” lasciando a pochi la possibilità di avere garantita la fase riabilitativa e soprattutto quella preventiva; una medicina territoriale, fortemente integrata nella dinamica sociale e nella cura delle persone e dell’ambiente in cui sono inserite. In questa prospettiva la medicina della salute e dei suoi saperi esperti interverrebbe in tutte le attività comunitarie: produzione e consumo, ambiente naturale e costruito, reti sociali, educazione, tempo libero. L’obiettivo sarebbe quello di aiutare le persone e la loro comunità a diventare “medici di sé stessi” offrendo una serie di interventi di base che coprano i vari bisogni di salute ad ogni età e permettano di affrontare le acuzie non solo con interventi tampone ma ristabilendo il miglior livello di salute possibile compatibilmente con gli eventi traumatici. La salute è un bene e mantenerla è compito di ogni singola persona, dell'intera comunità e della buona politica. Investire nella salute significa investire sulla prosperità economica e sul benessere di una comunità. Per questo la politica dovrebbe occuparsi, attraverso strategie intelligenti, di interventi (come suggerisce la politica dell'Unione Europea) che mirino a: − spendere meglio, ma non necessariamente di più, per avere sistemi sanitari sostenibili; − investire nella salute delle persone con programmi di promozione, rivolti ad identificare corretti stili di vita; − investire nella copertura sanitaria per ridurre le disuguaglianze (anche tra regioni) e per contrastare l'emarginazione sociale; − stilare programmi per migliorare l'integrazione tra attività ospedaliera e servizi territoriali per garantire ad ogni cittadino la continuità delle cure dopo la dimissione. Nota 2. Nel progetto denominato “Illy-Beltrame ” del 2007, quello in cui si prevedeva la costruzione ex novo del padiglione H in Area Nord del sito esistente, l’intervento prescelto fu il LEASING IMMOBILIARE. Un leasing pubblico, con il quale si possono finanziare anche tutti i beni connessi. L’iter procedurale è molto semplice, avviene in un’unica gara in cui la Pubblica Amministrazione seleziona la società di leasing e il costruttore del bene. Quindi costi fissi e certi, con pagamento delle rate a collaudo avvenuto. L’importo finanziabile può corrispondere al 100% del valore dell’immobile e la durata di ammortamento abitualmente per queste operazioni, è di 12/15 anni, ma anche venti. A quel tempo l’importo quantificato dell’opera per i soli muri, era di circa 100 mln con costi messi tutti a bilancio regionale (costo finale 91 mln di e + il 44 di interessi). Segnaliamo che operazioni di Leasing non sempre sono lineari come si potrebbe intendere, tant’è che una sentenza del luglio 2012, ha bloccato alcuni contratti perché al suo interno vi si trovavano “derivati” siglati a copertura del rischio di cambio di tassi . Un altro canale per finanziare grandi opere pubbliche è il MUTUO tramite la Cassa Depositi e Prestiti. Spa parzialmente pubblica che trae risorse dal Risparmio Postale quantificabile in oltre 220 mld di euro. La CASSA, concede unilateralmente il mutuo con un decreto che abitualmente accantona a bilancio l’equivalente del contratto. I tassi sono indicativamente a riferimento della Banca Centrale

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NOTE

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*Nota di costume. Quando si vuole impedire al cittadino comune di comprendere il vero significato, la portata, le implicazioni di scelte “sgradevoli” o volte a favorire interessi privati a scapito del pubblico, si adottano tre escamotage, anche fra loro in combinazione. Il primo è quello di sommergere il lettore/ascoltatore con una massa spropositata di informazioni analitiche e tecniche (informazioni morte e di parte) tali da rendere impossibile la comprensione delle soluzioni proposte o adottate. Il secondo stratagemma può essere definito “depistaggio semantico”, quando si utilizzano termini gentili, che infondono serenità, per rappresentare azioni non proprio commendevoli. E’ il caso del termine “valorizzazione” per indicare l’intendimento di utilizzare l’area dismessa dell’Ospedale per farne una speculazione edilizia. Infine, è di gran moda ricorrere a parole straniere (in genere l’inglese) per impedire al comune cittadino di capire di cosa si tratta. E’ il caso di Project Financing, tranquillamente traducibile nella lingua di Dante con “finanza di progetto”, che comunque non consente di capire che si tratta di prestito privato, spesso al limite (se non oltre) dell’usura.

Nota 3. Questo significa porre con forza il problema della rilevazione dello stato di fatto e di una conseguente programmazione degli interventi strettamente legata alle disponibilità di bilancio senza ricorrere a pesanti, condizionanti ingegnerie finanziarie volte a ricorrere al mercato dei capitali, i cui costi in termini di servizio del debito e di cessione di servizi graverebbero sulle risorse dell’azienda sanitaria ed ospedaliera pordenonese. Le linee programmatiche dovranno quindi muoversi verso l’orizzonte di transizione che abbiamo cercato di delineare. In questo senso Pordenone può rappresentare un modello sperimentale di sanità territoriale diverso da quello ospedalecentrico. Nota 4. abbiamo due storici squilibri a Pordenone: 1-troppa spesa ospedaliera e poca territoriale; 2-la spesa per la sanità territoriale a Pordenone è storicamente ormai inferiore a quella di Trieste e Udine (si vedano i dati che corredavano l'ultimo PSR e da allora nulla è mutato). Abbiamo bisogno di una riorganizzazione profonda delle cure ospedaliere perché consentano un passaggio di risorse (umane e finanziarie) ai distretti, a tutta la domiciliarità visto anche il grave

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Europea, maggiorati, come ovunque d’uso, di uno spread, una maggiorazione. È quindi una procedura normale, con un naturale interlocutore, a tassi decisamente coerenti al costo del denaro. Ora ci chiediamo, da profani, perché rivolgersi ad un intermediario privato per ottenere un finanziamento, quando posso tranquillamente farlo con le risorse pubbliche? La domanda non sembra affatto banale. Gli ipotizzati 124 milioni di Project financing per circa 30 anni al tasso di remunerazione calcolato tra l’8,5 e il 9,5 % (ma si sa che potrebbero superare i 150 mln di euro quando il progetto del trasferimento in Comina diverrà esecutivo e quando verrà risolta la “grana” dell’acquisizione dei terreni) comporterebbe un esborso complessivo in rate per circa 490 milioni di euro, IVA compresa. Dall’esame della documentazione allegata all’Accordo di Programma (DGR 262/2013) non si riesce a capire cosa accada alla fine del periodo della concessione, se cioè cessando il bene resti nella proprietà pubblica e a quali costi o se, a scomputo del capitale finanziario, l’immobile resterebbe in proprietà del concessionario. E in tal caso il pubblico si assumerebbe gli ingenti oneri di concessione, lasciando comunque in proprietà finale i muri al privato!!! Se non è TOTALE privatizzazione della sanità questa, qualcuno gentilmente ci illumini! Per inciso: nell’Accordo di Programma del 20.2.2013 si legge tra le premesse che gli immobili del Santa Maria degli Angeli, resisi disponibili a seguito del completamento nella nuova struttura, “vengano trasferiti alla Regione per essere valorizzati* al fine di ridurre l’indebitamento regionale derivante dal finanziamento del nuovo ospedale”. Resta altresì fermo il fatto che gli oneri finanziari andranno in capo alla ASL PORDENONESE.

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Nota 5. In tal senso siamo disponibili a ripetere un’esperienza di conoscenza e riflessione aperta con esponenti della Giunta Regionale, del Consiglio Regionale o dell’Amministrazione Comunale di Pordenone percorrendo a piedi l’area di via Montereale 24 fino a quella della Comina assieme ad un noto studioso del territorio come il dott. Moreno Baccichet, per individuare dal vivo gli elementi della trasformazione urbanistica e della viabilità urbana, della tipologia degli insediamenti abitativi, industriali e agricoli e assieme costruire elementi di analisi e proposte.

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invecchiamento della popolazione, al DSM, al Dipartimento Dipendenze, al Dipartimento Prevenzione, ai consultori, alla neuropsichiatria infantile, etc. Diamo ora uno sguardo al futuro, partendo dalla classificazione delle strutture ospedaliere contenute nel decreto del ministro Balduzzi. Il decreto prevede tre tipologie di strutture ospedaliere in ordine di complessità: − Presidi di base: bacino d'utenza compreso tra 80.000e 150.000 abitanti. Sono dotate di pronto soccorso con la presenza di un numero limitato di specialità con servizio di supporto in rete di guardia attiva. − Presidi di 1° livello: bacino d'utenza tre 150.000 e 300.000 abitanti. Sono sede di DEA di 1° livello. Sono strutture dotate di un notevole numero di specialità con servizio medico di guardia attiva. Devono essere presenti o disponibile in rete h 24 servizi di radiologia con tac ed ecografia, laboratorio, servizio immuno trasfusionale. − Presidi di 2° livello: bacino d'utenza tra 600.000 e 1.200.000 abitanti. Sono dotate di strutture di DEA di 2° livello. Questi presidi sono riferibili alle Aziende ospedaliere universitarie, a taluni IRCCS. I presidi in questione possiedono tutte le caratteristiche di quelli di 1° livello ma in più sono dotate di strutture in grado di affrontare discipline e patologie più complesse. Nessuno vuole la fine di attività ospedaliere a San Vito, Sacile e Spilimbergo: ma devono essere legate al territorio (afficaci piastre diagnostiche, ottime medicine) ed i servizi di cura dell'acuto non devono inutilmente ripetersi nel territorio. Pordenone riconosce quindi che eccellenze come la cardiochirurgia avranno come riferimento Trieste e per la neurochirurgia Udine. Da qui si evince che Pordenone e provincia, non hanno bisogno di un ospedale più grande e con più posti letto. Si pensi che degli attuali 450 posti letto in media ne sono occupati 360. A S. Vito al T. invece sono occupati solo il 66% dei posti letto. Quindi il progetto per il nuovo ospedale del 2007, edificabile nell'attuale ambito ospedaliero senza la necessità di cementificare ancora la città lasciando di conseguenza aree cittadine deserte e abbandonate come caserme e cotonifici, ha ancora oggi tutti i requisiti per essere attuale anche in futuro. All'interno di questo nuovo ospedale, concepito per dipartimenti e non per reparti, che chiediamo rimanga in Via Montereale, dovranno esserci non solo nuovi muri e suppellettili ma più personale, più professionalità, saperi nuovi, maggiore qualità dei servizi erogati, più informazione, coinvolgimento e partecipazione dei cittadini. Queste sono le caratteristiche che fanno di ogni ospedale (vecchio o nuovo), un buon ospedale. Non possiamo pensare ad un nuovo ospedale se non pensiamo a tutto questo. Altrimenti ritroveremo anche in una importante e superba struttura nuova: il Pronto Soccorso intasato, i lunghi tempi di attesa e la conseguente fuga verso altri ospedali o peggio verso altre regioni. Il ruolo della pubblica amministrazione deve essere quello di “servire” e di : <Aiutare i cittadini ad articolare e soddisfare i loro comuni interessi, piuttosto che cercare di controllare e guidare la società> ( Denhardt 2000)

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Nota 7. C’è un ultimo dato che vi chiediamo di considerare: dalla lettura della relazione del Direttore Generale Zanelli si apprende che in questi ultimi due anni sono stati effettuati (o si stanno effettuando) i seguenti interventi di ristrutturazione di tipo “straordinario” sull’attuale edificio: • Ristrutturazione Radiologia comprese attrezzature per un costo di 8,5 mln di E; • Stroke Unit per 0,5 mln di E; • Neurologia – degenze per 0,6 mln di E; • Adeguamento di Ostetricia-Neonatologia 0,9 mln di E; • Sterilizzazione 0,6 mln di E; • Radiologia – polo angiografico 0,6 mln di e; • Copertura padiglione A per 1,3 mln di E Interventi per complessivi 13 milioni di Euro la maggior parte dei quali relativi a opere murarie o servizi che paiono NON trasferibili altrove e che vi sono altri interventi, volti al miglioramento della sicurezza impiantistica per circa altri 7 milioni di Euro. Ora senza considerare che erano stati richiesti, e non per ora finanziati, dall’Azienda Ospedaliera di Pn altri interventi per investimenti per arredi e attrezzature di complessivi 1,6 mln di euro (la maggior parte per Pordenone) viene da chiedersi come si possano investire 20 e passa milioni di Euro (e quanti ancora nei prossimi 7/8 anni???) senza considerare innanzitutto l’ipotesi di lavorare per un “nuovo” progetto di Ospedale che parta utilizzando in toto o in parte gli investimenti già effettuali nell’attuale sede .

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Nota 6. Più precisamente, quello che interessa è che l’Ospedale possa assumere una nuova dimensione funzionale, diventi un luogo urbano, dove trovano collocazione anche altre componenti quale la viabilità, i parcheggi, i centri culturali-auditorium, i centri commerciali, i negozi di vario genere, le attività di ristorazione e ricettività, i bar, ecc.. Questo aspetto integrativo, della commistione di funzioni, serve per favorire l’umanizzazione dell’Ospedale in modo da dare ai degenti la percezione di benessere e di avvicinamento alla vita quotidiana. Inoltre precisa che l’Ospedale non deve essere un recinto inaccessibile, ma un elemento del sistema urbano che si insedia come parte ordinatrice della città, è fruibile dalla collettività che beneficia delle sue stesse componenti, non solo quelle sanitarie ma anche quelle di servizio.

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ALLEGATI Valutazione dell’ipotesi progettuale “Comina”.

ACCORDO DI PROGRAMMA PER LA REALIZZAZIONE DELL’OSPEDALE E DELLA CITTADELLA DELLA SALUTE DI PORDENONE (DELIBERA N.262 DEL 20.02.2013) Attualmente il PRGC è dimensionato per contenere circa 70.000 abitanti. Questo per dimostrare che già attualmente il PRGC è sovradimensionato rispetto alle reali capacità di sviluppo demografico. Andare a individuare ulteriori aree di espansione della città, a disperdere risorse pubbliche (per opere infrastrutturali e per riduzione di aree agricole) è quantomeno inopportuno e incoerente con ogni buon presupposto di sviluppo sostenibile evidenziato nei programmi dell’Amministrazione Comunale. La Variante Urbanistica, deve dimostrare la compatibilità dell’intervento rispetto al suo contesto e rispetto alle problematiche urbanistiche del territorio. Deve essere dimostrato che sono state analizzate altre ipotesi e che quella finale risulta la più favorevole, non solo in termini di costo, ma in termini di considerazioni ambientali, in particolare al fine di dimostrare la promozione dello sviluppo sostenibile. La Statale 13 ancora oggi svolge una funzione importante per il territorio della conurbazione pordenonese, si può definire come il coagulo dei flussi Nord-Sud ed Est-Ovest che dai vari centri urbani si diramano per le connessioni e le interrelazioni di tragitti di limitata lunghezza. Il progetto che viene proposto dal Comune di Pordenone per l’Ospedale in Comina (il grafico è povero di elementi) non sembra inserito in una logica di tipo territoriale. Il Comune è interessato solo alla creazione di un nuovo macro isolato urbano, compreso nel quadrangolo delle vie “Vial D’Aviano-Via Roveredo-Viale Pionieri del Volo- Vial Turco e SS-13” da inglobare nello sviluppo del centro urbano e dove si inserisce il nuovo insediamento Ospedaliero– Commerciale–Direzionale–Residenziale-Servizi privati ecc.. Qui, di fatto, viene interrotta la SS13. La stessa Statale viene interessata da una serie di nuove rotonde di “piccola dimensione” che fanno declassare la strada a livello di “quartiere” ancora prima che sia progettata e realizzata una viabilità che sia in grado di sostituirne le funzioni. CONSIDERAZIONI COMPLESSIVE SU: ACCORDO DI PROGRAMMA “Il Comune ha predisposto insieme al Progetto Preliminare dell’opera la documentazione necessaria per la firma dell’Accordo di Programma in modo da costituire Variante Urbanistica. Dalla verifica di tutti gli elaborati del Progetto abbiamo constatato una carenza in più livelli: 1. Lo studio di “prefattibilità ambientale” non contiene l’analisi delle possibili alternative rispetto alla soluzione realizzativa individuata. Da’ per scontato che la Regione ha individuato il sito della Comina e che pertanto non deve essere messo in discussione. Va precisato che la Regione individua il Comune dove insediare il nuovo Ospedale, non il sito che è di competenza Comunale. Pertanto, il Comune avrebbe dovuto dimostrare che la scelta localizzativa derivava da una profonda analisi del territorio urbanizzato prima di ricorrere alla scelta di una nuova area (da urbanizzare). 2. La nuova urbanizzazione genera indesiderate conseguenze di cui i cittadini non sono stati preventivamente e adeguatamente informati; infatti, attualmente, per l’Ospedale in Comina, mancano basilari opere che richiedono ulteriori fondi pubblici emunti dai cittadini per realizzare:

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viabilità che possa sostenere la localizzazione; la necessità di potenziare i collegamenti con il sistema del trasporto pubblico urbano, che porterà ad aumentare i costi per nuovi automezzi e di gestione del servizio pubblico (non preventivato nei costi sociali complessivi). - sistema fognario, che si colleghi a sua volta al sistema di fognatura e depurazione urbano che, in questo momento, richiede investimenti impegnativi in quanto privo di autorizzazione allo scarico e non a norma con la normativa ambientale; - sistema dei sotto servizi quali gas, illuminazione, approvvigionamento idrico ed elettrico. Inoltre in questa scelta, priva di una visione sistemica del territorio e delle sue reali necessità attuali e proiettate nel futuro, non si è tenuto conto: - del vuoto urbano all’interno della città come identità perduta ma anche come possibilità che le aree siano abbandonate per tempi non prevedibili, data l’attuale crisi di mercato immobiliare e la impossibilità della Pubblica Amministrazione di sostenere i costi del recupero e riqualificazione, in un momento di contrazione delle entrate; - della necessità della riqualificazione urbana con il recupero e il riuso degli ambiti interni alla città, limitrofi e in parte degradati, quali ad esempio le Caserme, l’attuale area della Protezione Civile, il Magazzino Comunale, con ricucitura delle sue parti, sua armonizzazione, e inglobamento dentro l’area dell’Ospedale e i suoi servizi socioassistenziali; - della possibilità di intervenire con più lotti funzionali da appaltare in più gare ad imprese che possono essere anche quelle locali (in quanto intervengono su importi affrontabili) senza bisogno di partecipare ai subappalti delle grandi società (scatole cinesi) che costringono a gareggiare a prezzi di strozzinaggio; - dello stravolgimento dei servizi privati che ruotano attorno all'attuale Ospedale che perderanno la loro capacità di attrazione; - del crollo dei valori economici delle aree e degli immobili attorno all’attuale Ospedale (è presente uno stato di fatto insediativo-tipologico datato anni ’60, che è bisognevole di interventi di ristrutturazione e di ricambio generazionale delle proprietà); - del consumo di suolo contrariamente alla non necessità di individuare nuove zone di espansione in un momento di contrazione demografica, economica che registra fra l’altro un sovradimensionamento delle abitazioni rispetto alle reali esigenze del mercato (vedere studio della Provincia: del 2012); - pianificazione territoriale che tenga conto delle esigenze dei Comuni limitrofi che diversamente devono sopportare un nuovo peso urbanistico alle porte del loro territorio; - la salvaguardia del territorio agricolo, specie quello infrastrutturato, dove l’ente pubblico ha già investito con propri fondi (opere di irrigazione, riordini fondiari, bacini di raccolta come quello di Ravedis, ecc.). 3. Essendo un Contratto di Concessione (P.F.), la relazione è poverissima (vergognosamente carente per un progetto di queste dimensioni), manca il “quadro economico accompagnato da specifico allegato relativo al piano economico di massima di copertura della spesa e della connessa gestione, con l’indicazione dell’arco temporale” (La concessione ha di regola durata non superiore a trenta anni), dell’eventuale “prezzo che l’Amministrazione prevede di riconoscere per consentire al concessionario di perseguire l’equilibrio economico e finanziario”; dei conseguenti oneri a carico del concessionario, da porre a base di gara; dei costi della sicurezza dedotti dal piano preliminare di sicurezza (Canone di Disponibilità);

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4. Mancano dettagli (preliminari) del progetto della viabilità ivi comprese le rotonde (sono previste piste ciclo-pedonali?); 5. Non è presente la “verifica preventiva dell'interesse archeologico in sede di progetto preliminare” (art. 95-96 D.lgs. 163/2006);

Estratto dal PURG: individuazione dell’area interessata dal nuovo insediamento ospedaliero in Località Comina del Comune di Pordenone: Incrocio fra S.R. n. 251 “della Val Cellina e della Val di Zoldo” e della S.P. n. 7 “di Aviano”. Le Zone in giallo rappresentano gli ambiti interessati dalla Bonifica del Consorzio Cellina Meduna.

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6. La VAS non ha esaminato il sito della Comina nei suoi caratteri agricoli e storici tipologici; nessun riferimento al Consorzio Cellina-Meduna e agli impianti di irrigazione realizzati (sono stati spesi milioni di lire per le bonifiche); nessun riferimento all’aeroporto limitrofo e suoi vincoli; nessun riferimento al consumo di suolo; nessun riferimento ad analisi sul traffico derivanti dalle funzioni che vengono incrementate nel progetto a supporto dell’Ospedale (commercio, ricettività, residenza, centri direzionali e sala convegni, ecc.) rispetto ad una viabilità già carente con il traffico attuale; ecc.

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I rischi del project financing

Project Financing (PF) è una definizione che nel nostro ordinamento non esiste, c’è un abuso di definizioni anglosassoni che disorienta i più. L’art. 143 del codice la descrive come “concessione di lavori pubblici”, ovvero la loro esecuzione definitiva e gestione funzionale ed economica. La differenza sta nel contratto di appalto e di concessione. Gli appalti pubblici sono contratti a titolo oneroso. La concessione è un contratto che differisce per il fatto che il corrispettivo della prestazione consiste unicamente nel diritto di gestire l’opera od il servizio ed è quindi seguito da un prezzo che costituisce un ammontare erogato dall’Amministrazione pubblica nei confronti del concessionario fino a un massimo di 30 anni ma con deroghe. E’ attraverso la gestione, ad esempio il biglietto del parcheggio, o il servizio di pulizie dei locali, che il conduttore recupera i suoi costi ed agi. L’ASL garantisce comunque tutto l’investimento privato, costruito questo attraverso l’architettura finanziaria e contrattuale complessa, composta anche da derivati già negativamente sperimentate da Enti Locali etc. a copertura “rischi”. Il privato non rischia nulla. In quest’operazione il privato sarà destinatario di un appalto complesso di tutti i servizi non sanitari (salvo clausole) per tutta la durata della concessione che potrà protrarsi fino a 30 anni e che impedirà ogni interferenza da parte del pubblico su costi e qualità dei servizi prestati. Sappiamo tra l’altro da quanto riferito in Comune pubblicamente dall’esperta della Bocconi che ha seguito l’iter del PF la concessione dei servizi non sanitari riguarderebbe non solo la struttura di Pordenone ma tutte quelle della provincia determinandosi la fine di ogni attuale appalto o concessione con ditte o cooperativa locali (pulizia, mensa, calore, lavanderia,…) di fatto un autentico monopolio di tutti questi servizi in un territorio vasto con le immaginabili conseguenze sul piano della qualità dei servizi, dell’occupazione e del rapporto con l’impresa locale sottoposta a possibili diktat e pressioni da parte del monopolista che potrebbe concedere subappalti ma a condizioni a lui vantaggiose e senza controllo pubblico. Il fatto di sostenere che questa sia un’operazione piena d’incognite e rischi, è ampiamente supportato dalle esperienze della sanità inglese, presa su un campionario di ca. 60 ospedali. Questi adottarono il PF già negli anni ’90, in cui partì la famosa finanza creativa, ora lentamente abbandonata dagli stessi promotori. In Italia, e più in particolare Veneto e Toscana, si sono più recentemente avviate e realizzate diverse opere con questa compartecipazione pubblicoprivato. Le difficoltà nel mantenere gli standard qualitativi sanitari si sono subito rilevate ed uno dei casi più vicini e noti è quello dell’Ospedale di Mestre (argomento trattato approfonditamente in una trasmissione di Report) dove attualmente l’ASL fatica a fare acquisti anche ordinari, e a dare servizi fondamentali al cittadino, dovendo far fronte ai canoni di rimborso pattuiti verso le cordate dei privati. Potremmo anche citare l’operazione per la costruzione della piscina di Maniago del modesto valore di 4 mln, operazione naufragata solamente dopo 3-4 anni. Nell’operazione di appalto dei servizi non sanitari la Società che ha acquisito il progetto di finanza, potrà andare al massimo ribasso con i sub appaltatori, e potrà incassare a suo beneficio quello che è stabilito dal contratto ed altri successivi stipulati a suo insindacabile giudizio e non sarà assoggettata a Spending Review. Ora non crediamo che prendere spunto da esperienze negative diverse voglia dire assumere posizioni avverse a questo neo-liberismo, ma evidenziare che queste sono operazioni ad alto rischio e che probabilmente sono state architettate per una lenta ed inesorabile privatizzazione del pubblico:

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Il Fiscal Compact, cioè l’obbligo del pareggio di bilancio, in altre parole il contenimento e la progressiva riduzione del debito pubblico, costringe le amministrazioni ad avvalersi di queste operazioni esternalizzate: sono operazioni, dove il privato si avvale del sistema finanziario per intervenire quando il pubblico non più in grado di fare grandi operazioni di investimento. Nell’operazione di finanza si nasconde un debito che comunque è esclusivamente garantito dall’ASL. Queste operazioni non assoggettate alla S.R., sono un veicolo per nascondere poste che ri-conducono al debito pubblico ma in capo temporaneamente a bilanci privati. Recenti indagini quantificano in oltre 200 mld il debito occulto in capo agli Enti pubblici per cui potremmo aumentare di un 10% il debito pubblico che ad oggi ammonta a più di 2000 mld. di Euro. Per tutte queste ragioni, la possibilità di assistere a gravi difficoltà di rimborso da parte dell’Ente pubblico per far fronte al canone dei privati è incombente.

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Le pratiche partecipative

In termini generali le pratiche partecipative trovano la loro sanzione europea nella Convenzione di Aarhus del 1998. Nel nostro Paese la loro traduzione istituzionale più nota è all’interno di quell’insieme di azioni, chiamate Agenda 21, ispirate dalle direttive emerse dalla Conferenza ONU su ambiente e sviluppo tenutasi a Rio de Janeiro nel 1992. Anche il Comune di Pordenone ha adottato la sua Agenda 21, scordandosi però di applicarla al problema dell’Ospedale. Disattenzione o tema irrilevante per uno strumento così di ampia portata? Giriamo la domanda al Sindaco ed alla sua Giunta. Aggiungiamo solo che andando a leggere il documento generale sul sito del Comune, il termine partecipazione abbonda per enfasi, per impegno solenne. Che cosa sia una pratica partecipativa, come applicazione concreta della democrazia partecipativa è presto detto. In termini generali si può affermare che essa sia uno strumento attraverso il quale una qualsiasi decisione pubblica (ma potrebbe applicarsi al governo di un servizio pubblico), viene attuata attraverso il coinvolgimento dei cittadini nelle varie fasi della sua formazione (partecipare significa prender parte). In linea generale essa rappresenta un metodo più efficace per assumere decisioni complesse o potenzialmente conflittuali e per tale motivo presuppone una cessione più o meno ampia di sovranità da parte degli eletti attraverso il modello della democrazia rappresentativa. Vediamo quali sono le ragioni ed i vantaggi di questa forma di democrazia. In primo luogo, la pratica, il processo partecipativo, rompe “l’isolamento”, la solitudine nella quale molto spesso gli attori della democrazia rappresentativa (pur animati dal desiderio di promuovere il bene comune) si trovano ad operare, stretti nella tenaglia della complessità interpretativa e decisionale dovuta: dal dipendere, dal tenere conto dello squilibrio fra mezzi e bisogni, dalla velocità dei cambiamenti sociali, economici, tecnologici, dalla dipendenza dagli apparati burocratici e dalle tecnocrazie, dall’invadenza delle lobbie di potere. In questo senso la pratica del coinvolgimento dei cosiddetti stakeholder, salvo casi particolari, non può essere contrabbandata come pratica partecipativa, semmai come processo concertativo o negoziale. Molto spesso, invece, il coinvolgimento degli stakeholder nasconde l’intento di depotenziare le richieste di partecipazione popolare, oppure di organizzare il consenso attorno a decisioni preconfezionate o infine, ipotesi ancora peggiore, vede i pubblici amministratori soccombere agli interessi di parte. La stessa pratica partecipativa, dovendo transitare attraverso l’apprendimento per discussione (l’agire comunicativo) fra i cittadini, nel mentre modifica la loro stessa percezione della realtà, li riorienta verso scelte finalizzate alla cura del bene comune e, allo stesso tempo, più consone a promuovere le loro capacitazioni (come sostiene A. Sen) e, alla fin fine, ad aumentare il loro benessere percepito. Questo cambiamento cognitivo dei cittadini lo abbiamo sperimentato nel corso di questi mesi in cui abbiamo raccolto le firme dei cittadini, avvicinandoli nei diversi spazi pubblici: piazze centrali, mercati, aree antistanti le chiese, convegni vari. Quasi sempre, prima di firmare, si apriva un confronto, un dialogo con le persone, che consentiva di rompere la barriera di diffidenza o di sfiducia nei confronti dell’iniziativa. Alla fine la firma non aveva solo il valore oppositivo alla scelta dei “politici”, ma una consapevolezza di voler partecipare ad un processo nel quale essi potevano sentirsi protagonisti e allo stesso responsabilizzati nel trovare una giusta soluzione ad un problema così complesso. Le pratiche partecipative non sono ovviamente un’alternativa ai saperi esperti, semmai un ampliamento della loro platea dando voce a letture e proposte critiche e/o alternative, di modo che la scelta alla fine vincente sarà quella che meglio si adatta al conseguimento dei fini da perseguire. Ma, poiché i fini oggetto delle scelte pubbliche sono quasi sempre un miscuglio di tecniche appannaggio degli esperti e di preferenze/interessi/valori umani difficilmente riducibili

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ad unità, l’immissione nel processo decisionale dei molteplici punti di vista dei cittadini “ordinari” significa poter usufruire anche dei loro “saperi quotidiani”, fatti di conoscenza dei luoghi e dei contesti sociali in cui va poi ad incidere qualsiasi decisione pubblica. Una delle obiezioni più ricorrenti all’adozione di pratiche partecipative è che esse sono spesso incompatibili con la necessità di arrivare ad una decisione in tempi ragionevoli e possono essere un espediente tattico per coloro che le richiedono nel rinviare alle calende greche la conclusione dei procedimenti, anche attraverso la complessizzazione del quadro dei problemi e delle soluzioni possibili. E’ chiaro che questo tipo di obiezione nasconde in genere la volontà dei pubblici amministratori e delle burocrazie nel riconoscere la “controparte”, arrivando anche ad adottare varie forme di resistenza passiva per dimostrare che la loro sfiducia era fondata. Occorre quindi, prima di tutto, che i pubblici amministratori cui spetta per primi il riconoscimento siano in grado di fare un salto cognitivo, o per meglio dire, collaborino affinché l’esperimento partecipativo abbia tutte le chances per poter esprimere la sua efficacia. E in questa direzione esiste ormai un’ampia gamma di metodi fra i quali scegliere quello più adatto ad affrontare il problema oggetto della decisione. Ma anche a prescindere da questa vasta gamma di nuove tecnologie da applicare ai processi partecipativi, è bene ricordare come una serie di pratiche partecipative di successo siano state applicate proprio in Friuli, in occasione dell’organizzazione della ricostruzione post-terremoto del 1976. Chi ha vissuto quella esperienza come tecnico o come cittadino coinvolto dagli effetti del sisma, ricorderà che la partecipazione delle comunità ai vari momenti di confronto promossi per essere informati e per discutere le diverse soluzioni da adottare, sia stata una delle armi decisive per conseguire quel successo poi da tutti riconosciuto non solo alla scala nazionale.

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Costituiamo un: “COMITATO PER/DI SALUTE PUBBLICA” di cittadine e cittadini

Accanto a notizie su disagi nei servizi di base (locali inadeguati per guardia medica e neuropsichiatria infantile, tempi lunghi per specialistica, soppressione del ambulatorio urgenze per non regolari) in queste settimane, è riemerso il progetto di un nuovo Ospedale a Pn in Comina. La Regione, presentandolo al Sindaco, vorrebbe l’Accordo di programma con variazione urbanistica in grande fretta, nelle prossime settimane Alla vigilia delle regionali, “riemerge” l’ipotesi di un nuovo ospedale con costo lievitato, per ora, a 274 milioni. Il sito, ad esempio, si trova su zona risorgive e la realizzazione potrebbe superare il 2020; non è quindi da escludere che si arrivi a 300 milioni. Nel frattempo il vecchio ospedale per essere tenuto in funzione richiede interventi di tipo anche straordinario e altri milioni ! Si riducono o si “abbandonano” i servizi territoriali o quelli destinati a cittadini in difficoltà (mancano, si dice, le risorse pubbliche) mentre si sperperano milioni per operazioni immobiliari e infrastrutturali insensate, creando deficit (restituzione con alti interessi a privati) e/o si privatizzano servizi (mensa, parcheggio, diagnostica,.??) per ritornare soldi ai privati. Ma esiste la possibilità di riedificare Ospedale nel suo attuale sito, vicino al centro, ben collegato ai servizi di trasporto pubblico. Già nel 2006 la Regione aveva proposto un qualificato progetto di rifacimento dell’esistente, con attrezzatura, mantenendo gli attuali posti letto, con relativo finanziamento di 110 milioni e completamento lavori nel 2011. Ma quell’Accordo di programma non fu mai firmato e la nuova Amministrazione regionale, dopo aver comunque pagato i costi di progettazione, scelse di fare un nuovo progetto in zona periferica, più grande (assorbendo i posti letto di S. Vito e Spilimbergo?), quasi 3 volte più costoso, con tempi lunghissimi. La vicenda del nuovo ospedale, ricordando in modo impressionante quella del ponte sullo stretto di Messina, divorerà le poche risorse finanziarie pubbliche altrimenti necessarie ad: - evitare il peggioramento dell’attuale sede ospedaliera e dei suoi servizi; - realizzare il piano della cittadella della salute; - affrontare l’organizzazione degli altri servizi ospedalieri e del territorio; - evitare che l’integrazione fra servizi sanitari e sociali si traduca in una guerra tra poveri, dove il più debole (il sociale) venga sacrificato. La fretta con cui si vorrebbe che il Comune di Pordenone firmasse questo piano, le pressioni di lobbies, le sue discussioni non pubbliche (per una scelta che inciderà per decenni sulle casse pubbliche, il destino di aree verdi-Comina-e di aree centrali che verranno dismesse) impongono che su tale decisione siano i cittadini ad esprimere il loro pensiero. Il tema della salute (fisica e sociale) è un bene comune! Occorre che i cittadini siano chiamati a scegliere: nello Statuto comunale è previsto il Referendum consultivo (art.8) per chiedere a cittadine e cittadini di esprimersi prima di ogni decisione in Consiglio Comunale. Crediamo che sulla salute si debba ricorrere a questo dispositivo di democrazia partecipativa! Proponiamo di creare un vero e proprio “COMITATO PER/DI SALUTE PUBBLICA”, composto da cittadine e cittadini, aperto e ampio, che promuova SUBITO, nei modi previsti dal Regolamento vigente, un REFERENDUM per chiedere che l’attuale Ospedale venga ristrutturato dove si trova ora, con costi e tempi ridotti di quasi un terzo, potenziando il territorio. Chiediamo a tutti di aderire a questo APPELLO per costituire, entro 15 giorni, il COMITATO PER/DI SALUTE PUBBLICA e depositare in questo mese il quesito referendario.

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14.04.2013 Assemblea del COMITATO SALUTE PUBBLICA BENE COMUNE con illustrazione e dibattito inerente gli aspetti urbanistici (arch. M. Baccichet) e esperienza del PF Project Financing negli ospedali del Veneto (Consigliere Regionale Pietrangelo Pettenò.)

Planivolumetrico: Ristrutturazione-ampliamento Ospedale di Pordenone in Via Montereale (2006) Progetto: (ATI vincitrice del Concorso Internazionale) Jacobs Italia Spa (Mandataria); Jacobs France S.a.s.; Arch. Lamberto Rossi; e altri.

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Rassegna fotografica delle iniziative pubbliche

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COMITATO PER LA SALUTE PUBBLICA BENE COMUNE 04.05.2013 Incontri/dibattito “Terraè”: “Project Financing, debito pubblico, cementificazione e illegalità” con l’Ing. I. Cicconi e don Pierluigi Di Piazza, con accenno riguardo il nuovo Ospedale di Pordenone

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COMITATO PER LA SALUTE PUBBLICA BENE COMUNE 13.04.2013 Passeggiata, dallâ&#x20AC;&#x2122;Ospedale di Via Montereale fino alla Comina, organizzata dal COMITATO SALUTE PUBBLICA BENE COMUNE in collaborazione con Legambiente

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Raccolta firme per la Petizione e per il Referendum

15.04.2013 Incontro pubblico organizzato dal Comitato Salute Pubblica Bene Comune con i canditati, presenti Saverio Galluccio e Franco Bandelli, assenti Debora Serracchiani e Renzo Tondo.

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05.07.2013 Consegna firme Referendum al Segretario Comunale di Pordenone

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25.06.2013 Consegna Petizione al Presidente del Consiglio Regionale

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Comitato per la salute pubblica bene comune Pordenone  

“Per una programmazione partecipata della rete delle strutture e dei servizi sanitari ospedalieri e territoriali della provincia di Pordenon...

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