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LÖK#03

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LÖK#03 “SPAZIO”// “SPACE” > Direttore responsabile ed Editoriale // Editor in Chief: Lois Elibabbu@libero.it > Direttore artistico // Art Director // Progetto Grafico // Graphic Designer: Fatomale Namecho@libero.it > Redazione//Editors: Lucia Manfredi Amiboshi@hotmail.it Chiara Faggiano Limite_e_perfezione@hotmail.it > Sito // Website: Lokmagazine.blogspot.com > E-mail: Lokmagazine@hotmail.it > Cover Art: Arnaud Loumeau arnaud.loumeau@yahoo.fr

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Drawing by: Flavio Zampaloni (fluido_lunare@yahoo.it) Sent: 5th Dec 2011, 00:07:37


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Flavio Zampaloni Drawing:

http://flaviozampaloni. blogspot.it

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Editorial: “A matter of space”

Chiara Faggiano

“BCQ Les o-vertues pour

Drawing 1: ONCLE JONAZE Drawing 2: Eugenio Pozzilli www.eugeniopozzilli.it/

l’infinit-O”. Story by

10-

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Carlotta Costanzi

Man with hat by

Simone Torino Drawing by:

Ubi Sunt http://www.cactae.com.ar

14-16

35 15Comic 24-28 byOmanu

Drawings by: Ida Marie Lunden Kjeldsen

12-13

Drawings by:

Lùlù Mèlon Sàndia

Nasa

Letter from

Interview To The cover Artist Arnaud Loumeau by Salvatore Giommaresi + 3 Drawings

32-34 A.J di Chiara Faggiano + illustrazione di Arianna Simoncini

19-23

“Space”. Story by Matteo farinella http:// matteofarinella.wordpress. com/

29-31 drawing dora


Questione di spazio

TUTTE LE ARTI SI

ASSOMIGLIANO

Un tentativo per riempire

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gli _______________________________ vuoti. Samuel Beckett Basta digitare questa semplice parola - spazio - su un qualsiasi motore di ricerca e il gioco è fatto; apprariranno tantissime pagine dedicate allo spazio in tutte le sue forme e in tutti i suoi significati. Sono ben più di quelli che possiamo immaginare: ogni disciplina affronta e interpreta questo concetto in maniera differente, perchè, appunto, lo spazio non ha un unico significato. Ho cercato, invano, di ordinare nella mia mente le varie forme che lo spazio assume per me, tentando di imbastire un discorso soggettivo che potesse servire da spunto per un più ampio sviluppo dell’argomento e che si concentrasse, in secondo luogo, sullo spazio nell’arte. Mi sono così accorta che, per quanto provassi a limitare i campi di esplorazione personale per ridurre il numero di caratteri di questo editoriale, lo spazio a disposizione non sarebbe mai stato abbastanza per scrivere tutto. Per non parlare della necessità di aprire il discorso a quanto troverete nelle pagine successive; dovrei fare accenno a tantissime cose senza dirne realmente nessuna. Avrei bisogno di molto più spazio oppure potrei scrivere due editoriali; nel primo farei un breve elenco dei vari significati che il concetto di spazio può assumere soffermandomi su quelli che ritengo più

interessanti facendo collegamenti con le varie interpretazioni date dai giovani artisti che hanno partecipato a questo numero della rivista; nel secondo potrei affrontare il tema solo dal punto

di vista artistico facendo riferimento a Samuel Beckett e tanti altri autori che qui non sono citati. Tuttavia, trovandomi già quasi a metà dello spazio a disposizione per l’unico editoriale che posso concedermi di scrivere, mi accorgo che i due editoriali che ho appena ipotizzato non sarebbero affatto sufficienti a contenere la mole di cose da dire e ogni mio sforzo di utilizzare in maniera proficua i caratteri rimasti risulterebbe come il futile tentativo di dare una svolta al mio pensiero e creare, nello spazio vuoto che mi rimane, qualcosa che lo riempia in modo artistico e sublime, tanto da rendere facilmente dimenticabili le righe scritte finora. È con mio grande disappunto, quindi, che mi appresto a concludere questo editoriale senza aver detto nulla di intelligente o di particolarmente interessante; senza avervi presentato il nuovo numero di Lök e dimenticando, persino, di fare accenno ad alcune novità strutturali all’interno dello stesso. Resto comunque soddisfatta per aver trovato il modo di mettere a vostra completa disposizione la sintesi del percorso che hanno seguito i miei pensieri nel corso degli ultimi mesi, vagando da uno spazio all’altro senza trovare una meta ben definita. E mi congratulo con me stessa, non con un certo orgoglio, per essere riuscita a scrivere tutto questo senza superare i limiti di spazio imposti dal tipo di impaginazione che abbiamo scelto per il nostro magazine. Non mi resta che inviare il tutto alle stampe tenendo solo per me l’amarezza legata alla mancata possibilità di scrivere due editoriali ben più approfonditi e degni di nota di questo che avete appena letto. Tutto questo è solo una questione di spazio.

second one approaching the concept only from an artistic point of view, talking about Samuel Beckett and many other authors I didn’t mention. However, since I’m already in the middle of the space in hand for the only editorial I can write, I realize that those two editorials I hypothesized wouldn’t be enough to contain the bulk of things to say. Every effort I made to use the remaining characters usefully, would just be the futile attempt at forcing my mind to create something. Something to fill artistically and sublimely the remaining blank space, to make the lines I wrote up until now easily forgettable. It’s with great disappointment that I get ready to end this editorial without saying anything smart or particularly interesting; without introducing this new issue of Lök and forgetting to mention some new structural settings in it. I’m satisfied, anyway, because I found a way to entirely show you the synthesis of my thought process that I went through, in the past few months, wandering aimlessly from space to space. I congratulate to myself, without a certain pride, for managing to write all of this without exceeding the space limits imposed by the layout we picked for our magazine. All that’s left is to send all of this to the print, keeping the bitterness, for not getting the chance to write two, far more exhaustive and noteworthy than this one, editorials, to myself. It’s a matter of space.

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> Chiara Faggiano limite_e_perfezione@hotmail.it

A matter of space Every art is similar an attempt to fill the blank ____________ Samuel Beckett uch more space or I could write two editorials: the first one, a short list of the many meanings the notion of space has, dwelling upon the ones that, in my opinion, are the most interesting, linking them with the various interpretation the young artists, taking part in this issue, used; the

> Traduction: Lucia Manfredi Drawing 1by: ONCLE JONAZE Drawing 2 by: Eugenio Pozzilli (e.pozzilli@gmail.com) Sent: 30th January 2012, 22:46:24


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Drawings by Carlotta Costanzi (carlotta.costanzi@ymail.com) Sent: 23th Jenuary, 21:54:00

Pag 1. When the children of the Sun will descend in humans’ dreams, humans will let them lead them to another planet, in another dimension. They will cross time, divert the stars and pierce through the clouds�. Then they will be invited to drink from two springs.

One to forget. The other one to remember. Pag 2. And then they got into another dimension, cyclops with multiple breasts inhabited it and suspended amongst the lymphatic secrets revealing clouds...


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Pag 3. The next door will lead you into the last place to access to infinite. Guarded by snakes and by darkness: this place guards ancient secrets never revealed about other planets.When the snakes will wake up throw these seeds to them and they’ll understand...

The ancient 2L2FU3 formula will wake their nature. Pag 4. And all secrets will be revealed... Once they’ll be written inside of you, preciously take care of them in your interior space.


Signore con cappello

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Cappello in mano, sudato, un signore aspetta l’autobus. Vorrebbe sedersi, stendere le gambe, aprire la giacca, ma non c’è la panchina. Non c’è neanche la pensilina, né cartelli, né pali, a parte quello della fermata. Il signore, sul marciapiede, una valigia accanto, suda in silenzio. Si sente solo lo scoppiettio caldo dell’asfalto. In mezzo alla strada, mucchi di ghiaia nera ancora da stendere, macchinari fermi, vanghe e picconi abbandonati. Il signore deglutisce. Vampate catramose gli raschiano la gola. Dovrà cambiarsi, e non è sicuro di avere roba pulita. Si asciuga le mani nella giacca. Alza le braccia, fa respirare la camicia: Cristo!, pensa, e le riabbassa in fretta. Prova a cercare il fazzoletto. Niente. Si guarda attorno, ma non c’è ombra, l’unica è quella degli alberi oltre la strada, lontani. E anche ’sto cazzo di cappello!, pensa, posandolo sulla valigia. Poi si tocca la testa, un grosso uovo liscio e bollente. Ai lati, sopra le orecchie, due piaghe screpolate fanno la crosta. Ne sfiora una e gli scappa un gemito. Il signore inspira ed espira. Non sto bene, pensa, cazzo, non sto bene. Che è sta musica? Qualcuno fischietta avvicinandosi. Sembra un marinaio. Anche lui ha una valigia, ma di cuoio. Il signore vuole chiedergli se sa qualcosa degli autobus, ma appena si accorge che il marinaio non è un marinaio, ma un artista di strada, un mimo, bestemmia. Il mimo si ferma, apre la valigia, stende una stuoia, ci sale e prende la posa: braccia tese indietro, appallottolato nel momento precedente il salto. Ma non salta. Si può?, pensa il signore, Saranno quaranta gradi! Sul marciapiede opposto a quello del signore, il mimo è immobile. Il signore, stordito dal catrame, con i piedi che scoppiano, sta pensando se andare a chiedere informazioni lo stesso. Magari mettendo una monetina. O due. Guarda ancora: niente autobus, niente gente. Solo il mimo. Porca puttana!, pensa. E va. Camminando cerca di equilibrare i passi. Le scarpe sono leggere, la suola morbida, gli sembra di essere scalzo. E sente i piedi pieni di sangue spingere la tela. Se batto il tallone e mi scoppia davvero?, pensa. Sibilando e sbuffando, aggirati attrezzi e buchi, è quasi sull’altro lato. O mi dice qualcosa o gli sparo un calcio in culo che vedi come salta, altroché!, pensa, ma non fa tempo né ad avvicinarsi, né a chiedere, né a dare calci, perché l’autobus gira la curva in fondo alla strada. Il signore, trafelato, deve tornare indietro. Cazzo, cazzo, cazzo!, pensa saltellando, dopo aver pestato uno dei sassolini scappati dai mucchi. L’autobus scala la marcia, i freni fischiano, si ferma. Lo scarico sul tetto scoppietta smog grigio, che sale dritto come un dito cadaverico. Nel naso del signore, i freni bruciati si mescolano a polvere ferrigna. Le porte cigolano, si aprono. Il signore prende la valigia, con una smorfia infila il cappello,

si appende alla barra e quasi cade, tanto è unta. Poi sale. Cazzo di cappello!, pensa, provando ancora una volta, mentre l’autobus riparte, a farlo entrare in valigia. > Simone Torino simobull@yahoo.it

Man with hat Hat in hand, sweating, a man is waiting for the bus. He’d like to sit, rest his legs, open his jacket, but there’s no bench. There isn’t a bus shelter either, no signs, no poles but the one of the bus stop. The man, on the pavement, a suitcase beside him, sweats in silence. The hot crackling of the asphalt is the only sound audible. In the middle of the road, there are heaps of black gravel to be spread out, machineries off, spades and pickaxes abandoned. The man swallows. Tarry flushes scratch out his throat. He will have to change his clothes, and he is not sure he’s brought along clean stuff. He dries his hands on his jacket. He lifts his arms, lets the shirt breathe: Christ!, he thinks, and he lowers them hurriedly. He tries to look for a hankie. Nothing. He looks around, but there are no shadowy places, the only shadow is the one cast by the trees beyond the road, far away. And this fucking hat!, he thinks, placing it on the suitcase. Then he touches his head, a big smooth boiling egg. On the sides, above the ears, two cracked sores are scabbing. He lightly touches one and a groan escapes his mouth. The man inhales and exhales. I’m not okay, the thinks, fuck, I’m not okay. What is this music? Somebody whistles getting closer. He looks like a sailor. He has a suitcase too, but it’s a leather one. The man wants to ask him if he knows anything about the buses, but as soon as he realizes that the sailor isn’t a sailor, but a street artist, a mime, he curses. The mime stops, opens the suitcase, lays out a mat, gets on it and strikes a pose: arms outstretches behind him, curled into a ball freezed in the moment right before the jump. But he doesn’t jump. How is this possible?, thinks the man, It must be around 40 degrees! On the pavement opposite, the mime is motionless. The man, stunned by the tar, his feet about to explode, is thinking about going over there and ask anyway. Maybe he’ll leave him a coin. Or two. He looks again: no bus, no people. Just the mime. Oh fuck!, he thinks. And he goes. He tries to balance the steps as he walks. His shoes are light, the sole soft, he feels like he’s barefoot. His feet full of blood press against the cloth. What if I bump my heel and it actually explodes?, he thinks. Hissing and puffing, rounding tools and holes, he’s nearly on the other side. He either tells me something or I kick him in the ass and you’ll see how he’ll jump!, he thinks, but he doesn’t get there, nor ask, nor kick,

because the bus rounds the corner at the end of the road. The man, breathless, has to get back. Fuck, fuck, fuck!, he thinks jumping up and down, after stomping on the little rocks escaped from the heaps. The bus changes down, the breaks hiss, it stops. The exhaust pipe on the roof puffs gray smog, that goes up straight as a deadly finger. In the man’s nose, the burned breaks mix with the iron dust. The doors creak open. The man takes the suitcase, with a grimace puts the hat on, grabs the bar and nearly falls over, because of its greasiness. Then gets on. Fucking hat!, he thinks, trying once again to make it fit into the suitcase, as the bus leaves. > Simone Torino simobull@yahoo.it > Traduction: Lucia Manfredi

Drawing by: Ubi Sunt (ubihoo@yahoo.com) Sent: 30th January 2012, 22:46:24

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Drawings by: Lùlù Mèlon Sàndia (lulupups@gmail.com) Sent: 16th March 2012, 21:48:14


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Drawings by: Ida Marie Lunden Kjeldsen (idalundenk@hotmail.com) Sent: 10th March 2012


According to NASA an apocalypse might hit Earth in

2012

______________________ NASA published an announcement concerning the possibility of a series of geomagnetic storms between 2012 and 2015. The National Aeronautics and Space Administration pointed out that the USA would be the most targeted country of the planet. The radiations will destroy USA’s networks, satellites and power supplies across the whole world. Scientists claim this wouldn’t be the first geomagnetic storm to hit our planet, in 1895 a storm with characteristic not different to the one we’ll face hit earth, due to the lack of advanced technology the storm was barely noticed.

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Another geomagnetic storm cased minimum damages in 1921 (the technology back then was still too backward compared to nowadays). The world keeps worrying about what might happen in 2012, if this is what’s coming, I think we should start worrying since we live in a society totally dependent on technology. ______________________ _________________________________________________________________________________

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From: Nasa (Nasa@noreply.com) Sent: Saturday 22 th December 2011, 00:05:03

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Drawings by: Matteo Farinella (matteo.farinella@gmail.com) Sent: 1th February 2012, 12:40:52


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L O U

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M

E A

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Interview to

ARNAUD LOUMEAU > SM: Combing through the Net, I noticed that you often work with self-produced magazines “Lazer art zine,” Bellevue “and later” Lok “, can you tell us more about these experiences? > I have very fond memories of these experiences. I don’t participate in all requests but sometimes there are good games. I’m always delighted to discover the magazine and editorial work has been done.

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> SM: In the end Lök trying to encourage collaborations between the selfproduced magazines in Italy. Despite the difficulties, which contributes to the panorama of self-production to develop and authors in the brand new projector. What is the situation like in France? > To be honest, I’m not self-producer. I self-released several years ago when nobody wanted to publish me. Today, I no longer have this problem.

and if you do not use colors it still feels like you’re depicting words too far for us to imagine ... would you tell us about the process behind your work and the different approach you with two different techniques? > My main concern when I’m drawing is to worry whether I will enjoy myself or not. If there is no play, I don’t have fun and I no longer want to draw. I don’t consider it like a work. So sometimes I made games to drawing. I can for example decide to use only a particular pencils for a while, then make only squares or circles until I tired. I try to boredom and play with it. > SM: As a final question: could you cite some authors that you think highly of? > My tastes are very broad. Vasarely, SpongeBob, Harry Crews.. > Interview: Salvatore Giommaresi

> SM: Why did you end up working in the real self-produced? Was it out of necessity or is it just one step you need to grow up as an artist? > Yes it was a necessity. I really wanted to share more and edit my work. Today I want to do a lot more books and less publish in magazines. I work more and more like that. It’s pretty hard for me not to publish a drawing before the series is complete. this is a good exercise in patience. > SM: The theme of this issue of Lok is “space”, we would not have chosen a more appropriate cover to represent! Your works are usually brightly colored

Drawings by: Arnaud Loumeau (arnaud.loumeau@yahoo.fr) Sent: 9th March 2012, 15:48:14

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“YOU DON’T UNDERSTAND...”: 31

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Drawings by: Dora Dotheclef (inchiavedido@gmail.com) Sent: 5th February 2012, 07:40:52


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“I WANT TO BE

ALONE”.

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A J.

2 novembre 1957

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Drawings by: Arianna Simoncini (aribeaari1@yahoo.it) Sent: 7 Deceber 1959, 10.00.06

Non ricordo di aver mai avuto una famiglia, ma ho sempre avuto molti amici. Siamo cresciuti insieme per le strade di Mosca senza avere niente con cui coprirci e con il poco cibo che riuscivamo a trovare lungo le strade e nei cassonetti. Nonostante il freddo e la fame abbiamo sempre vissuto in armonia e nulla ci ha impedito di immaginare un futuro migliore. Il nostro gioco preferito si chiamava “Da grande farò” e ci lasciava la possibilità di sognare tutto quello che avremmo voluto fare un giorno. Ricordo che un mio amico voleva fare l’astronauta per esplorare l’universo e guardare le stelle da vicino, per camminare sui pianeti e sulla luna, per scoprire quanto è grande il sole e se è davvero così caldo da incenerirti quando sei ancora troppo lontano per capire quali siano le sue dimensioni. Voleva studiare i movimenti della terra dall’alto e capire come tutto potesse restare sospeso nel vuoto in assenza di gravità. È sempre stato il più intelligente del gruppo; quello con la fantasia più vivida e con i sogni più irrealizzabili: nessuno è mai riuscito ad andare nello spazio! A me sarebbe bastata una casa con una famiglia, magari con qualche bambino. Non sognavo grandi imprese. Il mio unico desiderio era di vivere in una grande casa con il giardino dove poter incontrare i miei amici senza il timore di essere presi a calci. Io una famiglia l’ho trovata, anche se non ci sono bambini e non abbiamo il giardino. La casa sembra un enorme laboratorio e devo ammettere che non sono molto felice qui. Siamo in tre e c’è un uomo che tutti i giorni ci fa allenare e ci tiene rinchiuse in degli spazi strettissimi. Non è cattivo con noi e i suoi amici sono sempre affettuosi, ma faccio fatica a sentirmi a mio agio. Ci fanno indossare delle strane cose e ci attaccano a degli strani sensori. Ho pensato che forse sono dei medici che stanno cercando di curare una strana malattia, ma se fossi malata mi piacerebbe saperlo e nessuno qui mi dice niente. Nemmeno le mie amiche sanno perchè siamo qui e cominciano a stancarsi anche loro del cibo gelatinoso che ci danno. Vorrei delle spegazioni. Per questo ho deciso che oggi seguirò quell’uomo quando si riunirà con i suoi amici e cercherò di capire cosa sta succedendo. Mi avvicino alla stanza dove si incontrano sempre dopo l’allenamento del pomeriggio e li sento parlottare, apro leggermente la porta e sento qualcuno che dice il mio nome e parla di un viaggio. Incuriosita mi avvicino ancora e tendo le orecchie per sentire meglio. A quanto pare domani dovrò partire per un viaggio importantissimo; sarò il primo essere vivente a viaggiare nello spazio. Quanto mi in-

vidierebbe il mio amico! Ascolto ancora un po’ prima di andarmene e l’emozione si trasforma in paura. Il mio viaggio nello spazio non prevede ritorno e le mie amiche non potranno volare con me. Partirò da sola, chiusa in uno spazio strettissimo, con un po’ di quel cibo gelatinoso a farmi compagnia, aspettando la mia morte. Avrei preferito restare per le strade di Mosca a cercarmi da mangiare nei cassonetti sognando grandi giardini e famiglie amorevoli che non avrei incontrato mai. Il mio nome è Laika, domani partirò per lo spazio e morirò durante il viaggio perchè, a quanto pare, sono solo un cane. > Chiara Faggiano limite_e_perfezione@hotmail.it

A J. November 2, 1957 As I can remember I never had a family, but I’ve always had a lot of friends. We grew up together hanging around Moscow’s streets without anything to wrap us up and with the little food we could find along the roads and in the garbage bins. Despite the cold and the hunger we always lived in harmony and nothing prevented us from imaging a better future. Our favourite game was called “I will be” and it gave us the possibility of dreaming about all the things we would do some day in the future. I remember that a friend of mine wanted to become an astronaut to explore the whole universe and to see stars closely, to walk on planets and on the moon, to discover how big is the sun and if it is really so hot to incinerate you when you’re still too far to understand its size. He wanted to study earth movements from on high and understand how everything could hang over without gravity. He has always been the most intelligent in our group; the one with the brightest fantasy and the most pipe dreams: no one has been able to go into the outer space! To me a house and a family, maybe with some children, would be enough. I never dreamt of big ventures. My only desire was to live in a big house with a garden where I could meet my friends without any fear of being kicked. I found a family, even if there are no kids and we don’t have a garden. The house seems a big lab and I must admit that I’m not very happy in here. We are three and there’s a man that trains us everyday and he locks us in very narrow places. He’s not cruel with us and his friends always are affectionate, but I find feeling cosy hard. They make us wear strange things and connect us to strange sensors. I thought that maybe they’re doctors who are trying to find a cure for a rare disease, but I’d like to know if I’m sick and nobody told me anything. Neither my friends know why we’re here and they’re starting to

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get tired of the gelatinous food we eat here. I’d like to have some explanations. For that reason I decided that today I’ll follow the man when he’ll meet his friends and I’ll try to understand what’s happening. I get close to the room where they always meet after the afternoon training and I can hear them murmuring, I gently open the door and I hear someone saying my name and talking about a trip. Intrigued I get closer and I prick up my ears to hear better. Apparently tomorrow I must leave for a very important journey; I will be the first living being who will travel in the outer space. How my friend would envy me! I listen some more minutes before leaving and my enthusiasm becomes fear. My travel doesn’t foresee my return and my friends will not fly with me. I will leave alone, closed in a very narrow space, with some of that gelatinous food keeping me company, waiting for my death. I’d prefer to remain in Moscow’s streets looking for food in garbage bins and dreaming big gardens and lovely families that I’ll never meet. My name is Laika, tomorrow I will leave for the outer space and I will die during the travel because, apparently, I’m just a dog.

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> Chiara Faggiano limite_e_perfezione@hotmail.it > Traduction: Chiara Faggiano

Drawings by: Omanu (popcorner@artecoservice.it) Sent: 05 March 2012 11:47:10


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“Nice to meet you, I’m Andrea”..

“Nice to meet you, I’m Matteo..

...What was your name again” ?!

Drawings by: Arianna Simoncini (aribeaari1@yahoo.it) Sent: 7 Deceber 1959, 10.00.06

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Pag. 1 Space is immense, dark, white hot and freezing. / The start and the end to everything. / I’m dust, anchored to a bigger dust grain. / Alone, in the nothingness and in the whole, ready to destroy me. / No datum point thanks to whom orienting. Pag.2 Sometimes I’d just like to find a place to call home.

Drawings by: Lucia Manfredi (Amiboshi@hotmail.it) Inviato: VenerdĂŹ 1 febbraio 2012 15:40:21


MARTA MARTA

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Era intenta a guardare ipnotizzata il sito della Apod, quando il telefono squillò. Lo faceva ogni giorno, ritualmente, con la calma degli elefanti si sedeva alla propria scrivania, spostava la tastiera, traeva un respiro profondo e accendeva lo schermo. Prima di ogni altra cosa; prima delle e-mail, dei videoclip, dei social network, prima di ogni membro della lista di cose da non fare lei guardava quelle foto. Lo spazio, intero, scie luminose e vuoti abissali, entrava tutto nella sua piccola stanza rossa, in quei pochi metri quadrati di camera che la sua famiglia le aveva concesso. La aiutava a pensare, credeva. Al caffè, lei preferiva le stelle. Quel giorno il telefono squillò più volte. Era lui. - Marta? - Sì, chi è? - Sono io. Allora, ci stai? – Lo riconobbe subito, per quella esitazione impercettibile che accompagnava le sue prime parole. - Io…beh, non saprei. Non credo di essere pronta. Entrambi indecisi e titubanti non sapevano quali parole rivolgersi l’un l’altra. Dopo un minuto di silenzio totale lui riprovò: - L’esibizione sarà in piazza Guidazzi alle nove. Se ci fossi anche tu potremmo fare quel cambiamento di cui avevamo discusso insieme: il coro si separa, si allontana dal centro della scena e nel mentre la tua coreografia s’insinua sinuosa tra le due parti. Ricordi? Come durante le prove. Sei unica Marta. Abbiamo bisogno di te. Sforzati di credermi. Marta non riuscì a rispondergli; continuò a fissare immobilizzata, quasi tremante, le luminose stelle della costellazione di Cassiopea. La bocca impastata, ammutolita; ripose la cornetta nel solito posto. Fu tutto chiaro. Marta era diversa. Marta era una persona bizzarra. No, non bizzarra come i giovani tipici di quelle zone della Romagna; ella aveva qualcosa che la separava dai ragazzi della sua generazione. Come la cortina di ferro tra Stettino e Trieste, qualcosa di insondabile la contraddistingueva in tutto. Era un sentimento sprofondato nello sguardo, nella tonalità violacea del grigio dei suoi occhi; riluceva ad ogni cambiamento di espressione, ad ogni parola, una sorta di venatura opaca dell’umore che rimaneva sempre indefinibile, proprio come lei. Eppure non era malinconia. Quel che successe avvenne un giorno qualsiasi, casualmente. Marta stava andando in centro con un’amica: l’aspettava il solito giro pomeridiano in cui si

raccontavano gli episodi rilevanti avvenuti nella passata settimana, l’ordinaria routine dei mesi invernali. Scese lentamente le scale che fiancheggiavano gli uffici del Comune come suo solito, con il normale ritardo degli appuntamenti quotidiani. La gonna stropicciata, le ballerine piegate, i piedi indolenziti per un’apparenza di eleganza necessaria. Fu al quarto scalino. Le mancò il fiato. Si fermò esattamente lì, incapace di reagire, immobile, il respiro incatenato alla gabbia toracica; come se nella sua anima fosse stato superato un dosso alla massima velocità. Non riuscì ad andare oltre; restò ritta in piedi, le punte che arrancavano al suolo, attendendo l’amica scorta in lontananza che preoccupata le stava correndo incontro. Piazza del Popolo le sembrò immensa. Ristette, volle subito allontanarsi di lì. L’amica, non sapendo che fare, l’accompagnò lontano silenziosa. Non riuscì mai a chiarirsi il perché.

Agoraphobia her therapist called it. - Agoraphobia. - she said, as if it was an explanation. > Elisa Enti elisa.enti@gmail.com Traduction: > Lucia Manfredi Amiboshi@hotmail.it

Agorafobia la chiamò la psichiatra. - Agorafobia. – le disse, quasi fungesse da spiegazione.

Drawings by: Rita Montorsi (montorsirita@gmail.com) Sent: 12th March 2012, 22:46:24

> Elisa Enti elisa.enti@gmail.com

MARTA She was busy being hypnotized in front of Apod’s site, when the phone rang. She did it everyday, as if performing a rite, calm like an elephant she sat at her desk, she moved the keyboard, inhaled deeply and turned the screen on. First of all; before the e-mails, the video clips, the social networks, before every member of her list of things not to do she looked at those pictures. The space, all of it, luminous wakes and abyssal vacuum, everything got into her small red room, in those few square meters of a room her family granted her. It helped her to think, or at least so she believed. To coffee, she preferred stars. That day the phone rang repeatedly. It was him. - Marta? - Speaking, who are you? - It’s me. So, are you in? - She immediately recognized him, because of that unnoticeable esitation that accompanied his first words. - I... well, I don’t know. I don’t think I’m ready. Both were wavering and hesitant and they couldn’t make up their minds on which words to say to each other. After a minute of total silence he tried again: The show will start at nine in Guidazzi square. If you could come we could make that arrangement we talked about: the chourus would split, it moves away from the centre of the scene, meanwhile your choreography sneaks in sinuously in the middle. Do you remember? Just like during the rehearsals. You’re unique, Marta. We need you. Strive to believe me. Marta couldn’t answer; she kept staring, still, almost trembling, the luminous stars of Cassiopeia. Her tongue furred, dumb; she put the receiver back in the usual place.

Everything was clear. Marta was different. Marta was a bizarre person. No, not bizarre like ordinary young people in those parts of Romagna; she had something that separated her from the guys of her generation. Just like the iron curtain between Stettino and Trieste, something unfathomable made her different in every aspect of her life. It was a feeling deeply buried in her gaze, in the purple shade of the gray of her eyes; it shone at every change in her expression, at every word, a sort of opaque vein in her mood that always remained indefinable, just like she was. Nevertheless she wasn’t melancholic. What happened happened in an ordinary day, accidentally. Marta was going to the city centre with a friend: their usual afternoon tour during which they told each other relevant events of the week, the ordinary routine of the winter months. She slowly came down the stairs beside the council offices as usual, with the usual delay of daily appointments. The creased skirt, the folded pumps, her feet sore because of a necessary elegance. Just as she reached the forth step. She was out of breath. She stopper right there, unable to react, still, her breath chained to her rib cage; as if in her soul a hillock had been passed at full speed. She couldn’t go on; she stood, the points trudging on the floor, waiting for her friend she saw from far away, running worried towards her. Piazza del Popolo looked immense. She hesitated, she wanted to leave as soon as possible. Her friend, not knowing what to do, guided her away silently. She never managed to explain why.

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RIMANERE

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Dalla sommità del monte si poteva vedere tutta l’isola e nelle giornate serene anche più in là, la terraferma, il faro del porto. Sono sempre venuto quassù sin da quando ero bambino. A quell’epoca quest’isola mi sembrava enorme. Potevo spaziare con lo sguardo per chilometri e chilometri di costa. Al tempo al Culmine ci arrivavamo in bicicletta. La salita con i suoi tornanti erano territorio di conquista dove le pedalate, sempre più dure e sempre più lente, decretavano successo e insuccesso, gloria o disfatta. Poi ci si riposava, si guardava il mare e si fantasticavano storie di pirati oppure si giocava alla guerra o a palla o si continuava con la bici e ci si buttava giù per l’altro lato del monte, a cannone per la strada non asfaltata per fare cross, o almeno così lo chiamavamo all’epoca. Poi crescemmo e al Culmine ci si andava per altre cose; le ragazze, l’erba, il panorama notturno e un’atmosfera completamente diversa. A guerra non ci giocavamo più e anzi la detestavamo e i nostri discorsi erano di pace e amore. E venne infine il tempo che al Culmine non ci si andava proprio più. L’isola si svuotò. Qualcuno prese la strada del continente per rincorrere soldi, successo e fama. Ed erano richiami forti che facevano battere il cuore e scoppiare il cervello. E che donne poi. Le più belle della terra “e di classe soprattutto, non come le zoticone di qui” continuavano a dire al telefono. Qualcuno la strada la perse con l’arrivo, dal continente, dell’eroina; pochi per fortuna, ma sempre troppi da ricordare. Qualcun altro prese la strada delle armi, si arruolò e andò a morire da qualche parte nel mondo o, se ancora vivo, se ne rimane a morire dentro altrove, perché certo è una stronzata dichiarare eterna fedeltà a un’idea, ma capovolgerla sottosopra nel giro di pochi anni è altrettanto da stronzi. Con la partenza di amici e conoscenti anche l’isola cambiò. Mi accorsi solo allora di quanto fosse piccola e di come fossero limitati i suoi orizzonti. Rimasi a riflettere sul mio futuro per mesi e mesi e i mesi divennero anni e mi ritrovai a veder tornare i primi respinti dal mondo, dallo Stato o, a volte, solo dalla lontananza. Con loro ritornava la vita nell’isola e in me. La routine di ogni giorno sembrava tollerabile. Tornavano le feste, le ubriacate e i folli giri. Tornava l’allegria. Io continuavo come sempre. Il lavoro, lo scrivere, gli amici. Capii che quell’isola era la mia dimensione, perché lì ero sempre stato e quello era il mio spazio, il mio mondo. Fu una mattina, mia madre, il suo sorriso. Di corsa per il giardino. Il mio nome gridato. Uscii per capire cosa stava succedendo. Mi porse una lettera. La guardai. Una lettera? Dal militare ero stato riformato: le teste come la mia “sono meglio spaccate che in servizio” mi dissero. “Apri”. I miei occhi lessero senza capire. Rilessi. Eppure c’era il mio nome. Sì, il mio nome e un

contratto editoriale. “Ho mandato un tuo quaderno, spero tu mi possa perdonare”. Le avrei volentieri spaccato la faccia, ma era mia madre e adesso in mano avevo un precontratto editoriale, insomma il certificato di scrittore. Ed eccomi qui, in cima al monte, a guardare tutta l’isola. Una lettera in mano e la mia terra di sotto, Milano lontana. Non avevo mai messo piede fuori da questo perimetro di scogli e sabbia. E avevo una dannata paura a farlo. “Sarà solo per pochi giorni”, “e ci pensi anche? Cazzo muovi il culo da qua”. Era un gran vociare il loro. Tutti bravi a vivere la vita degli altri, io invece non avevo voglia di andarmene. Neppure ora che vedevo il monte scomparire all’orizzonte nel mare tagliato dalle onde bianche formate dal traghetto, sarei rimasto là, cullato dalle onde della riva e dall’odore di lavanda e timo. E ora? Il mare era ormai aperto e la marcia dell’imbarcazione spedita. Avrei visto il mondo, sarei diventato grande. > Giovanni Vallanzasca giovannibattistuzzi@gmail.com

REMAIN From the top of the mountain you could see the whole island and even further than that during brightest days, the mainland, the lighthouse of the harbor. I’ve been coming up here since I was a kid. Back then this island looked enormous. I could let my gaze range for miles and miles of coast. Back then I got to the Culmine by bike. The climb with its hairpin bends was my hunting territory where the pushes on the pedals, got harder and slower as I climbed, dictated success or failure, glory or defeat. And then I rested, I looked at the sea and I imagined pirates adventures or I played at making war or with a balloon or just went on with the bike, diving from the other side of the mountain, recklessly on the dirt road to mimic cross, or at least that’s what we called it back then. Then we grew up and we went to the Culmine for different reasons; girls, weed, the landscape by night and a completely different atmosphere. We didn’t play at making war any longer, we despised it, talking about peace and love. And in the end the time of not going to the Culmine any longer came. The island emptied. Some picked the path to the continent chasing money, success and popularity. They were strong calls that made your heart beat harder and your brain explode. And what women. The most beautiful women on earth “and most importantly classy, unlike the oafs that live there” they kept saying over the phone. Some lost their way due to the arrival of heroin from the continent; fortunately they weren’t many but they were too many to remember anyway. Some picked the way of the army, they enrolled and went off to

die somewhere in the world or, if they are still alive, they’re dieing inside somewhere else, because swearing eternal faith to an idea is bullshit, there’s no doubt about it, but turning it over in some years time is bullshit as well. As friends and acquittance left, the island itself changed. Just then I realized how small it was and how limited her horizon was. I remained, thinking my future through for months and months and months became years and I ended up witnessing the return of the first who were rejected by the world, by the State or, sometimes, just by the distance. With them life came back to the island and to me. Day to day routine felt tolerable. The parties were back, the drunkenness and the pointless travels. Joy was back. I went on as usual. Work, writing, friends. I understood that that island was my own dimension, because I always remained there and that was my space, my world. It happened in the morning, my mother, her smile. Running through the garden. My name was shouted. I got out to understand what happened. She handed me a letter. I looked at it. A letter? I was declared unfit for service by the army: minds like mine were better broken rather that in service, they told me. “Open it.” My eyes read without understanding. I read it again. My name was on it. Yes, my name and an editorial employment contract. “I sent them a journal of yours, I hope you can forgive me”. I badly wanted to hit her, but she was my mother and now I had am editorial employment contract in my hands, an actual certificate stating I was a writer. And here I was, on top of the mountain, watching the island. A letter in my hands and my land beneath, Milan far away. I never left this perimeter of rocks and sand. And I was dead scared of doing it. “It’s going to be just a few days”, “you’re seriously considering not doing it? Get that fucking ass of yours away from here”. Theirs was a loud clamour. It’s so easy living other people’s lives, I didn’t want to leave. Not even when I watched the mountain as it disappeared in the horizon into the sea cut by the withe waves created by the ferry, I would have remained there, nursed by the waves of the coast and by the smell of lavender and thyme. What now? The sea was open and the march of the boat fast. I would see the world, I would grow up. > Giovanni Vallanzasca giovannibattistuzzi@gmail.com > Traduction: Lucia Manfredi

Drawings by: Ubi Sunt (ubihoo@yahoo.com) Sent: 30th January 2012, 22:46:24

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THE END..


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QUESTA è UNA PROVA  

QUESTA è UNA PROVA