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EDITORIAL fashiontrend29 by Paolo Gelmi

L’ uomo e’ nato per creare. La vocazione umana e’ di immaginare, inventare, osare nuove imprese.


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Beauty by Alessio Nesi

Prelude

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lady million paco rabanne

Le apparenze non ingannano, nemmeno dietro a un design importante come il flacone di un profumo che trae ispirazione da un diamante. Nome Lady Million, design anni Ottanta, eccentrico e massimalista, per aspiranti ribelli con giudizio, con quelle idee controcorrente e guardaroba à la page. La nuova fragranza femminile di Paco Rabanne strizza l’occhio alla controparte maschile 1Million e attraverso il suo packaging, realizzato dal designer Noé DuchaufourLawrance, esprime il temperamento audace di una personalità femminile che “non si fa distrarre”, baldanzosa e leggera. Anne Flipo, Béatrice Piquet, Dominique Ropion, i “nasi” della fragranza, hanno racchiuso nella categoria dei flacone-scultura la luminosità di un’anima fiorita e boisé, dolce come una marmellata di

lamponi, densa di significati. Straordinario esempio di armonia perfetta tra contenuto e contenitore che interpreta fedelmente lo stile del couturier, sintetizzando l’esperienza di uno stile riconoscibile attraverso la percezione del materiale che è già di per sé un oggetto da collezione. Dopotutto, come soleva ripetere Paco Rabanne: “un profumo deve essere tanto carico di significato quanto leggero da portare”.

Appearances do not deceive, not even behind important design like the flacon of perfume that draws inspiration from a diamond. Name: Lady Million, design: ‘eighties, eccentric and maximalist, for aspiring rebels with wisdom, ideas against the mainstream and a wardrobe à la page. The new women’s fragrance by Paco Rabanne winks at its masculine counterpart 1Million and through its packaging, realized by designer Noé Duchaufour-Lawrance, expresses the audacious temperament of a woman, bold and light and “not easily sidetracked”. Anne Flipo, Béatrice Piquet, Dominique Ropion, the “noses”

behind the fragrance, have encapsulated in the category of sculpture-flacons the luminosity of a blossoming, boisé soul, sweet as raspberry jam, dense in meaning. An extraordinary example of the perfect harmony between content and container that interprets the style of the couturier, synthesizing the experience of a recognizable style through the perception of the material that already in itself is a collector’s item. After all, as Paco Rabanne himself loved to repeat: “a perfume has to be as loaded with significance as it is light to wear”.


Mode by Francesca Sofia Chiapponi

Prelude

recovery time Se è vero che il sistema moda organizzato da tempo preme sul pedale dell’aceleratore, e consuma trend e moda con la voracità di chi non non è mai sazio, esiste un sistema parallelo e un’oasi felice chiamata principio. Quando tutto ha la chance di crearsi e distruggersi senza danni collaterali, con i ritmi naturali del processo creativo, lontano da riflettori che innescano ansie da prestazione. È l’eden degli sconosciuti, il regno dei giovani, l’habitat di Cora Maria Bellotto classe 1988, un corso di Fashion&Textile Design presso la NABA, e il bisogno di creatività unitamente a un impegno etico concreto. Racconti Ri-narrati è il suo progetto di tesi, un antidoto al junk fashion, una collezione in equilibrio tra novità e origini, tra objet trouvé e desiderio di attualità. Il focus è l’Africa, tra arte locale e materiali di recupero, inclusi scarti e immondizia, terra di smaltimento dell’occidente opulente - refrain dei movimenti etici per il riscatto dell’Africa. Legno e lamiere di baracche ai margini, sculture plastiche e maschere di tradizione afrikaans, tutto questo sottende le forme arrotondate, gli interventi in tessuto grezzo che tagliano il look, le increspa-

by cora maria bellotto

ture e le silhouette falsate. Africa prima maniera, raccontata con voce nuova, di moda. Riletta, dunque ricreata, o creata ex novo. Dulcis in fundo, a completamento del messaggio, l’accessorio voodoo: bambole composite svuotate di oscuri poteri e che, nello spirito del recupero, nascono proprio dall’assemblaggio di bottiglie, vasi in plastica, bulloni, fili elettrici o ritagli di tessuto. Per chi, imbrigliato nella macchina del fast fashion, crede che la moda sia anche arte, e che parli di società, oltre che di elite, questo progetto ci pare piacevolmente catartico.

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If it is true that the long established fashion system has its foot hard down on the gas pedal and is consuming trends and fashions with insatiable voracity, then we’re lucky there’s a parallel system and an oasis of happiness called beginning. When everything has the chance to be created or destroyed without collateral damage, at the natural rhythm of the creative process, far from the spotlights that trigger anxieties about performance. It’s the Eden of the unknown, the realm of the young, the habitat of Cora Maria Bellotto – class of 1988, a course in Fashion&Textile Design at the NABA, and a need for creativity combined with a concrete ethical commitment. Racconti Ri-narrati (Tales Re-told) is her thesis project, an antidote to junk fashion, a collection balanced between innovations and origins, objet trouvé and the desire for actuality. The focus is Africa, amongst local art and recovered materials including refuse and waste: the land of disposal for the opulent west – the refrain of the ethic movements for the reclamation of Africa. Wood and corrugated iron at the edges, plastic sculptures and Afrikaans traditional masks, all this underlying the rounded forms and interventions in raw fabric cutting through the look, the gathers and the offset figures. The original Africa, narrated with a new voice, of fashion. Re-told, and so re-created, or created anew. Last but not least, completing the message, a voodoo accessory: composite dolls drained of dark powers and, in the true spirit of recycling, made from plastic bottles, plastic cups, bolts, bits of wire and cloth. For those of us bridled to the fast fashion machine who believe that fashion is also art, and talks about society as well as elite, this project looks pleasantly cathartic.

ph.: matteo volta


Mode by Caroline de Surany

Prelude

Jan's light JAN TAMINIAU

Perle e gioielli dal taglio minimalista, tecniche ancestrali per un côté avanguardista. Jan Taminiau è un giovane designer pieno di paradossi. Nato nei Paesi Bassi, studia ad Arnhem per poi trasferirsi in pianta stabile a Parigi. I suoi capi sono rigorosamente handmade, realizzati sempre coi tessuti più belli e una cura maniacale per i dettagli. Gli addetti ai lavori lo definiscono un designer concettuale, ma a sentire lui l’obiettivo è molto più semplice: illuminare le donne che indossano i suoi capi. E a ben guardare, la luce è un tema ricorrente nella sua produzione, in un gioco di specchi e riflessi

che attraversa gioielli, perle, satin, seta e cristalli. Brillante ed elegante, un binomio che Taminiau ha riconfermato anche nell’ultimo défilé di Haute Couture a Parigi. Guerriere post-apocalittiche che paiono giunte da un’altra dimensione, dove mistero e charme dettano legge. Spalle oversize, elmetti militari extralarge, zeppe vertiginose - una scommessa in verticale alquanto azzardata che però trova il suo equilibrio grazie alla leggerezza dei capi, la delicatezza dei colori (carne, grigio, perla), e la minuziosità dei dettagli. A questo si aggiungano tagli innovativi e originali e les jeux sont faits. Nostalgico e innovativo, creativo ed elegante, scintillante e chic, paradossale e contradditorio. È Jan Taminiau la nuova gemma dell’Alta Moda parigina. 

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Pearls and jewels with a minimalist cut, ancestral techniques for an avant-garde côté. Jan Taminiau is a young designer full of paradoxes. Born in the Netherlands, he studied in Arnhem and later established himself in Paris. His clothes are strictly hand-made, always realized using the most beautiful fabrics with maniacal attention to detail. People in the trade define him as a concept designer, but his own personal goal is far more simple: to light up the women who wear his clothes. In effect, light is a recurring theme in his production, in a play of mirrors and glints shimmering through jewels, pearls satin,silk and crystal. Brilliance and elegance, a combination that Taminiau confirmed once again at the latest Haute Couture show in Paris. Post-apocalypse warriors looking like something from another dimension, where law is dictated by mystery and fascination. Oversize shoulders, extralarge military-style helmets, dizzying platforms – a somewhat hazardous vertical gamble that however finds its balance thanks to the lightness of the apparel, the delicacy of the colors (flesh, grey, pearl), and the meticulous nature of the detailing. This, along with innovative and original cuts and les jeux sont faits. Nostalgic and innovative, creative and elegant, sparkling and chic, paradoxical and contradictory. This is Jan Taminiau, the new gem in the Parisian High Fashion firmament.

PH.: Yulya Bazzy


Books THE LAST SAMURAI by Elena Valdini

Prelude

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Couture pages

Avrebbe dovuto viverlo in prima persona, quel numero. Svolgervi il suo sguardo; forse trattando le carte come i tessuti, gli inchiostri come fili, ci permettiamo di immaginare. Invece. Invece quel numero rimase incompiuto. Sospeso. Ma non nelle azioni e nella volontà degli uomini che spesso hanno bisogno di trasferire le emozioni su pagina perché anche questo aiuta a elaborare. E a conservare la memoria. A nutrirla; a tesserla con le tinte luminose dell’amicizia. Era il 2003 quando Lee Alexander McQueen andò nello studio galleria di SoHo per discutere la collaborazione con Visionaire, ma quel numero non fu mai stampato. Ha visto la luce pochi mesi fa, ma in forma di tributo; ha un nome preciso: Spirit. A tribute to Lee Alexander McQueen. Un omaggio alla libertà del suo sguardo che in questo anno 2010, dal giorno 12 febbraio, si unisce alle molte espressioni di affetto: da quel primo libro dedicatogli, Alexander McQueen. Genius of a generation, una brossura firmata da Kristin Knox ed edita da A&CBlack, che ha il merito di essere un volume finemente progettato, come dimostra la cura nei risguardi tinta porpora, e al contempo accessibile a tutti; al corale pensiero tributatogli durante l’ultima settimana della moda londinese nella cattedrale di St. Paul. Non è pratica facile allestire memorial senza scivolare nella retorica. A chi l’ha ricordato è stato impossibile non associare il suo nome a quello della sua talent scout e musa, Isabella Blow. Anche a lei è appena stato dedicato un libro, edito da Thames&Hudson e fir-

above Alexander McQueen. Genius of a Generation (A & C Black Publishers Ltd) right Spirit. A tribute to Lee Alexander McQueen (visionaireworld.com) far right ISSY & PHILIP LAUGHING in ISABELLA BLOW (THAMES&HUDSON)

mato da Martina Rink, che ne è stata l’assistente, con un’introduzione di Philip Treacy. Fu Isabella a insistere perché Philip realizzasse i cappelli per le sfilate di Alexander, solo per citare come si possono tradurre le intuizioni, come si creano le relazioni. Quei momenti, quelle performance, rifioriscono in Spririt. L’opera nata in seno a Visionaire (edita in sole 1500 copie e in vendita esclusivamente presso le boutiques Alexander McQueen, Colette e Visionaire) grazie alla collaborazione di molti artisti, tra cui: Nick Knight, Lady Gaga, Steven Klein, Mario Sorrenti, Steven Meisel, Inez van Lamsweerde&Vinoodh Metadin, David Sims, Mario Testino, Sean Ellis, Sebastian Faena. Rifioriscono in un cofanetto di broccato metallizzato, in manifesta correlazione con l’ultima sfilata P/E 2010 di McQueen, che racchiude una collezione di immagini stampate su una carta “impastata” di semi di fiori selvatici. Se le pagine verranno bagnate, germoglieranno. Quando le pagine germoglieranno potranno essere piantate, e fioriranno. C’era una volta un re che diventò un fiore.

He should have lived it personally, that issue. Looked it over himself; perhaps if we treat the paper like cloth, the ink like thread, we can imagine it. Instead. Instead, that issue was not to be. Suspended. But not the actions and will of people who often need to transfer emotions to paper because even this helps to work things out. And to preserve the memory. Nurture it, weave it like the illuminated colors of friendship. It was 2003 when Lee Alexander McQueen went to Visionaire’s SoHo office gallery to discuss a collaboration on an issue, but that issue was never printed. It saw the light only a few months ago but in the form of a tribute, entitled: Spirit. A tribute to Lee Alexander McQueen. A homage to the freedom of his vision that in this year 2010, from the 12th of February, combines with many other expressions of affection: from the first book dedicated to him, Alexander McQueen. Genius of a generation, a paperback written by Kristin Knox and edited by A&CBlack, which has the merit of being not only finely designed, as shown by the care lavished on the purple flyleaves, but is also accessible to everyone, to the choral evensong at St. Paul’s cathedral dedicated to him during the last London Fashion Week.

visionaireworld.com acblack.com thamesandhudson.com


It’s not easy to set up memorials without slipping into rhetoric. For those who remember him it’s impossible not to associate his name with that of his talent scout and muse, Isabella Blow. She. Too, has recently had a book dedicated to her, edited by Thames&Hudson and signed by Martina Rink, who was her assistant, with an introduction by Philip Treacy. Just to show how intuitions can be translated, relationships created, it was Isabella who insisted that Philip make the hats for Alexander’s shows. Those moments, those performances, all resurface in Spririt. The work was created by Visionaire (in just 1500 copies and on sale exclusively at Alexander McQueen, Colette and Visionaire boutiques) thanks to the contributions of many artists, including: Nick Knight,

Lady Gaga, Steven Klein, Mario Sorrenti, Steven Meisel, Inez van Lamsweerde&Vinoodh Metadin, David Sims, Mario Testino, Sean Ellis, Sebastian Faena. They resurface in a metallic brocade box set, in manifest correlation with McQueen’s last SS 2010 show, which includes a collection of images printed on paper “impregnated” with wild flower seeds. Wetting the paper, the seeds germinate. Leaving them in the sun, they blossom. Once upon a time there was a king, who turned into a flower.

Spirit. A tribute to Lee Alexander McQueen (visionaireworld.com)


Music by Tommaso Toma

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Portrait of Matthew Dear by Will Calcutt

BLACK CITY matthew dear DJ, produttore di dance-music, abile remixer per altri artisti*, insomma un artista musicale che si inserisce a pieno titolo nella scena elettronica contemporanea, Ecco chi è Mr. Matthew Dear, un leader capace di ritagliarsi una specifica identità per ogni progetto intrapreso. E che ha saputo rafforzare la sua posizione creandosi la propria etichetta, l’ottima Ghostly International. L’album del debutto solista del poliedrico texano Leave Luck to Heaven (2003) rivelò una coraggiosa suite di stranezze funky house suggellata dalla voce davvero unica nel panorama della musica elettronica: baritonale e cupa, come quella di un crooner di altri tempi, il singolo Dog Days fu votato dalla prestigiosa rivista on line di musica Pitchfork come uno dei migliori cento della prima decade del nuovo millennio. Asa Breed (2007), suo secondo disco, segnò un’evoluzione nel suono dance oriented di Dear con l’innesto di interessanti in-

tuizioni poliritmiche dallo stile Afrobeat, un tocco di pop irriverente stile Brian Eno e tanta austerità electro che ci riporta alla memoria i maestri tedeschi del Krautrock. Adesso è arrivato l’atteso nuovo lavoro, momento apicale delle sue sperimentazioni e del duro lavoro svolto in questi 10 anni: Black City, un vero e proprio concept album, dedicato alla notte e all’amore clandestino o ai limiti del senso comune. 10 tracce avvolte da una densa coltre vischiosa e dal suono seducente, in cui la voce di Matthew si fa ancora più profonda, avvicinandosi a maestri del songwriting come Leonard Cohen o Lee Hazelwood. Un tappeto di ritmi percussivi ma mai invadenti che entrano inaspettatamente in armonia con le intuizioni melodiche di questa felice produzione musicale in equilibrio tra soft pop Anni 80 e l’avanguardia della scena minimal house. Infaticabile Matthew!

*Matthew Dear has worked for The XX, Charlotte Gainsbourg, Spoon, Hot Chip, The Postal Service, Chemical Brothers

DJ, dance-music producer, skilful remixer for other artists *, in short a musical artist who rightfully takes his place in the contemporary electronic scene, this is Mr. Matthew Dear, a front-man capable of carving out a specific identity for every project he gets into. And he’s made his position stronger by creating his own label, Ghostly International. The debut solo album by this multi-facetted Texan, Leave Luck to Heaven (2003) reveals a bold suite of funky house oddities, topped by a truly unique voice in the panorama of electronic music: baritone and deep, like the crooners of yesteryear, and the single Dog Days was voted as one of the top one-hundred in the first decade of this new millennium by the prestigious web magazine Pitchfork. Asa Breed (2007), his second record, marks a development in Dear’s dance-oriented sound with interesting Afrobeat style polyrhythmic inclusions, a touch of Brian Eno style irreverent pop and loads of electro-au-

sterity worthy of the German grand masters of Krautrock. Now his long-awaited third album is out, the climax of his experimentations and hard work over the last ten years: Black City, is a veritable concept album, dedicated to the night and clandestine love, or the limits of common sense. 10 tracks swathed in a dense syrupy blanket of seductive sound in which the voice of Matthew grows even deeper and comes even closer to maestros of songwriting the likes of Leonard Cohen or Lee Hazelwood, in series of percussive rhythms, never intrusive that harmonize surprisingly well with the melodic intuitions of this brilliant musical production, perfectly balanced between ‘eighties soft pop and the avant-garde scene of minimal house. Indefatigable Matthew!


www.fratellirossetti.com


The message by Elena Valdini

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even silence has and end Dignity, despite everything No hay silencio che no termine. Madame Betancourt sceglie un verso di Pablo Neruda per intitolare il suo libro testimonianza sui sei anni di prigionia nella giungla colombiana. Eravamo alla Fondazione Corriere della Sera ad ascoltarla durante la presentazione in sala Buzzati dell’edizione italiana, pubblicata da Rizzoli. L’incontro si apre inaspettatamente con il racconto della finale mondiale di Berlino tra Italia e Francia del 2006, con gli uomini delle FARC a tifare compatti per l’Italia, meglio: a tifare compatti contro la Francia “perché lì io ero la Francia”, spiega. Composta, scandisce bene le parole, si esprime in lingua francese. Premette che ci sono cose inenarrabili “che nella giungla devono restare”. Ingrid Betancourt viene fatta prigioniera dalle FARC nel febbraio 2002 durante la sua campagna per le presidenziali della Colombia. Resta nella giungla sei anni. La notizia della sua librazione arriva il 2 luglio 2008.

Oggi settecento pagine raccontano l’inimmaginabile; una sceneggiatura del male – come è stato sottolineato anche da Massimo Nava che insieme ad Alessandra Coppola ha moderato l’incontro: i carcerieri che favoriscono le divisioni tra i prigionieri “anche per evitare che ci alleassimo per tentare la fuga”; i carcerieri che la odiano perché è una politicante, perché è donna, e perché è più istruita di loro. Un episodio spicca tra gli orrori: “Una donna portò da me per la collottola il suo uomo, che mi aveva trattato crudelmente, per chiedermi scusa”. Ascoltarla stimola molte riflessioni. Così come leggere questo suo libro, “Non c’è silenzio che non abbia fine” (pubblicato in quattordici paesi e in sei lingue), sulla cui quarta di copertina è scritto: “Quando sei incatenata a un albero per il collo e ti manca tutto… Mi ci sono voluti anni a capirlo, ma hai ancora la libertà più importante: quella di decidere che tipo di persona vuoi essere”. Spiega che la risposta abita nella dignità. Decidere che tipo di persone vogliamo essere, nonostante tutto. Questo, forse, può essere spunto di riflessione per ciascuno di noi.

above ingrid betancourt. even silence has an end penguin.com ingrid betancourt. no hay silencio que no termine librosaguilar.COM left ingrid betancourt. non c'è silenzio che non abbia fine rizzoli.rcslibri.corriere.it

No hay silencio che no termine. Madame Betancourt chooses a verse by Pablo Neruda as the title for the book about her six years of captivity in the Columbian jungle. We were in the Buzzati room at the Corriere della Sera Foundation to see the presentation of the Italian version, published by Rizzoli. Surprisingly, the presentation opened with a story about the world cup final in Berlin 2006, between Italy and France, with the men of the FARC supporting Italy, or rather anyone against France because, as she explains ”in that place France was me”. Composed, in well measured words she expresses herself in French and starts by saying that there are certain things she simply cannot tell, and “that in the jungle must remain”. Ingrid Betancourt was taken captive by the FARC in February 2002 while campaigning for the Colombian presidency. She was held in the jungle for six years. Her liberation was announced on the 2nd of July 2008. Today six hundred pages tell the story of something unimaginable, a script of evil – as defined by Massimo Nava, who with Alessandra Coppola moderated the meeting: the captors who divided the prisoners “to prevent us working together to escape”, the captors who hated her because she was a politician, because she was a woman, and better educated than them. In all the horror, one particular episode stands out: “A woman came to me one day dragging her husband by the scruff of his neck to make him apologize for treating me cruelly”. Listening to her gives you quite some food for thought. As does reading this book, “Even silence has an end” (published in fourteen languages in six different countries), starting with the back cover: “When you’re chained to a tree by your neck and you’ve got nothing … It took me years to understand, but you still have the most important of freedoms: to decide what kind of person you want to be”. She explains that the answer lies in dignity. Deciding what kind of people we want to be, despite everything. This, perhaps, is food for thought for all of us.


BIMONTHLY

YEAR 8 ISSUE 29 NOVEMBER 2010

FASHIONTREND MAGAZINE

BIMONTHLY

YEAR 8 ISSUE 29 NOVEMBER 2010

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Prelude

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Fast/Report

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PEPE JEANS LANDS IN ROME PEPE JEANS LANDS IN ROME

LA PRAIRIE: NUOVA ERA DELLA LUMINOSITÀ LA PRAIRIE: NEW ERA OF ILLUMINATION Biotecnologia e arte danno vita alla nuova linea White Caviar Illuminating System di La Prairie. Questa crema unisce luminosità impareggiabile ed effetto lifting. Per una nuova esperienza di luce nel trattamento cosmetico. Biotechnology and art come together in La Prairies’ new White Caviar Illumination System. This cream combines unparalleled luminosity with exceptional lifting, bringing a new illuminating experience to the treatment.

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Da Novembre 2010 via del Corso 73 è l’hub romano di Pepe Jeans. Uno spazio di150 metri quadrati interamente dedicato alle collezioni Uomo e Donna delle linee Pepe Jeans London e Andy Warhol By Pepe Jeans, completate da un’ampia gamma di accessori.

laprairie.com WHITE CAVIAR illuminating system

AGATHA RUIZ DE LA PRADA: LE METAMORFOSI BY NICOLE HERZOG-VERREY AGATHA RUIZ DE LA PRADA: METAMORPHOSIS BY NICOLE HERZOG-VERREY La fotografa svizzera ha giocato con alcuni oggetti della nota stilista sottoponendoli a trasformazioni digitali. Risultato: colore, gioia e geometrie del marchio rivivono e si ricreano in chiave astratta. Metamorfosi, di moda.

As from November 2010 via del Corso 73 will be the Roman hub for Pepe Jeans, with 150 square meters entirely dedicated to the Men’s and Women’s collections of the Pepe Jeans London and Andy Warhol By Pepe Jeans lines, complete with a wide range of accessories. pepejeans.com

FRANKIE MORELLO: GLAMOUR TECHNOLOGY FRANKIE MORELLO: GLAMOUR TECHNOLOGY

NICOLE HERZOG-VERREY

The swiss photographer played with a number of items by this celebrated designer, digitally transforming them. The result: the color, joy and geometries of the brand revitalized and recreated in an abstract key. Metamorphosis, of fashion.

photo frame

I 2 eclettici stilisti in collaborazione con Intreeo, azienda leader nel settore della tecnologia, presentano una nuova linea di accessori multimediali limited edition. Una gamma hightech che non rinuncia a headphones, lettori mp4, cornici digitali e accessori design per tecnologia portatile.

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CAMPARI & BRIC’S : L’ARTE VIAGGIA CON STILE CAMPARI & BRIC’S : ART TRAVELS IN STYLE

frankiemorello.it

CAMPARI BY BRIC’S

Dalla collaborazione tra le due aziende nasce una Limited Edition prodotta ad hoc dal leader di valigeria e personalizzata dal celebre Manifesto Campari di Bruno Munari. Gli ingredienti? Accessori in PVC con pregiate finiture in pelle by Bric’s. Lettering e colori rigorosamente Campari.

The eclectic fashion duo behind Frankie Morello in collaboration with Intreeo, a leading company in the technology sector, present a new limited edition line in multimedia accessories. A hi-tech range of products that includes headphones, mp4 players, digital photo frames and design accessories for portable hardware.

FAY: UN CAPPOTTO DA GUIDA FAY: A COAT TO DRIVE Si chiama Driving Coat ed é il capospalla di punta per l’inverno 2010/11 targato Fay. In pura lana vergine con gilet interno staccabile e tasche scaldamani, il driving coat è studiato appositamente per garantire confort ed eleganza per chi siede al volante.

A new project shared by the two companies has led to the creation of a Limited Edition produced ad hoc by the leader in travel goods and made truly special by the celebrated painting Manifesto Campari by Bruno Munari. The ingredients? PVC accessories with quality finishing in leather by Bric’s. Lettering and colors strictly Campari.

It’s called the Driving Coat and it’s the latest thing from Fay for winter 2010/2011. In pure virgin wool with detachable lining and handwarming pockets, the driving coat is specifically designed to ensure drivers absolute comfort and elegance. fay.it

brics.it camparigroup.com driving coat


LUISAVIAROMA: CRYSTAL LOVERS BY FELICE LIMOSANI LUISAVIAROMA: CRYSTAL LOVERS BY FELICE LIMOSANI Il concept di Felice Limosani per LuisaViaRoma e Swarovski Elements,”Crystal Lovers”, racconta un’alchimia di cristalli oltre la forma, le cui proporzioni e colori si trasformano in elementi dinamici di luce e trasparenza. A questo si aggiunge una Special Edition in anteprima da LuisaViaRoma di alcuni top brand della moda che hanno reinterpretato il mondo di Swarovski Element. The “Crystal Lovers” concept by Felice Limosani for LuisaViaRoma and Swarovski Elements, narrates the alchemy of crystal beyond form, with proportions and colors transforming into dynamic elements of light and transparency. All this along with a Special Edition preview of a number of top fashion brands that have reinterpreted the world of Swarovski Elements, at LuisaVia Roma.

luisaviaroma.com swarovski-elements.com

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TRU truSSARDI

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BORDELLE BY ALEXANDRA POPA

GIULIANO FUJIWARA

ROBERTO CAVALLI


Terra di opulenza e terra di mancanza, dove i Compagni cinerini danzano, Di abbondanza e carestia, speranza e paura, e per ogni cosa terra di opportunità, Dove Natura coccola e Natura annienta, in una spietata, infuocata, storia d’amore. Land of the plenty or land of want, where the grey Companions dance, Feast or famine, or hope or fear, and in all things land of chance, Where Nature pampers or Nature slays, in her ruthless, red, romance. A. B. Paterson from “The Animals Noah Forgot” Prologue

opposite page Darcy Clarke Bonito Darcy Clarke Design


Freestyle & organic shapes By ali filippini

Un blend di forme organiche rivisitate in oggetti dalla forte ispirazione scultorea; lavorazioni e materie autoctone per una naiveté che affonda le sue radici formali lontano nel tempo. Voglia di nuovo e tradizione, filtrate da uno spirito wild. È il design targato Australia. a blend of organic shapes revisited by objects strongly inspired by sculpture; indigenous craft and materials for a naiveté that sinks its formal roots deep in time. Desire for the new and for tradition, filtered by a wild spirit. this is australian design.

Se si dovesse individuare il padre spirituale comune a tutti i designer australiani emergenti, con buona probabilità l’onere toccherebbe a Marc Newson. Qualcosa, infatti, dello spirito freestyle legato al suo segno (nasce come designer di gioielli) si rintraccia nel design che si produce a quelle latitudini. Il design in Australia ha i suoi sostenitori; a Melbourne, un’associazione fondata nel 1999 ha come scopo la promozione dei giovani designer australiani, sia localmente che sulla scena internazionale. Si deve a questa associazione, ad esempio, all’ultima di una nutrita presenza di giovani promesse Milan Design Week, viste all’ultimo Salone Satellite. Tra i nomi spicca quello di Adam Cornish, che presenta la sua ricerca su forme leggere in metallo avvitate su se stesse, come le ciotole della serie Trinity ispirate alla morfologia di alcune conchiglie. Jon Goulder, al contrario, incarna l’anima più “classica” che ricerca nella tradizione – con rivisitazione di materiali e tecniche tradizionali, come quelle dell’ebanisteria – la base di partenza per uno stile rassicurante ma non banale, d’impronta ancora organica e scultorea con linee mosse, forme sinuose ed eleganti. If all emerging Australian designers were to have a spiritual father, this role would most probably go to Marc Newson. Indeed, something of the freestyle spirit linked with his sign (he started out as a jewelry designer) can be found in much of the design produced in those latitudes. Australian design has its supporters: in Melbourne, an association was founded in 1999 to promote young Australian designers, both locally and on the international scene. For example, this association was behind a substantial presence of promising young designers at the last Milan Design Week, seen at the last Salone Satellite. Outstanding among these names was Adam Cornish, who presented his research into light metallic forms screwed together, like the Trinity series of bowls inspired by the morphology of certain seashells. On the contrary, Jon Goulder incarnates the more “classic” spirit in search of tradition – revisiting traditional materials and techniques, like cabinet making, the basis for a reassuring but certainly not banal style, with an organic, sculptural imprint , moving lines and sinuous, elegant shapes.

opposite page Adam Cornish, Trinity


Un po’ come accade, con un range di applicazione più vasto, dal mobile all’interior, nel lavoro di una coppia di creativi, Janos Korban e Stefanie Flaudert (esperto in lavorazioni dei metalli lui, architetto lei) che realizzano oggetti affidandosi alla trasparenza visiva della rete metallica. Delle forme svuotate e leggere, dove la luce si insinua creando effetti molteplici, trame di superficie. Tutti questi esempi ci parlano di sperimentazione e ci aiutano a mappare un territorio della creatività Made in Oceania formato, come anticipato, da contributi linguisticamente diversi ma con “un’ aria di famiglia”.

above Jon Goulder, Leda, Woodmark International left Korban/Flaubert, Big Noodle, light installation


design links

Shows & Events DesignEx Sydney designex.info Sydney International Furniture Show www.aiff.net.au

Organizations

Furnitex Melbourne

form

dia.org.au

Organizzazione no profit che opera per la massimizzazione di imprese artistiche, intelletuali ed economiche nel settore creativo dell’Australia Occidentale.

Showrooms - galleries - museums

a not-for-profit organization that works to maximise artistic, intellectual and economic endeavour in Western Australia's creative sector. form.net.au

Form Gallery form.net.au Object Galleries/Melbourne Museum

Craft Victoria

museumvictoria.com.au/designarchive/designers

Ente di punta nella scena di arte e design a Victoria. Promuove creatività, sperimentazione e professionalità nell’arte e nel design contemporaneo.

Furnitex Melbourne

is the peak body in the craft and design scene in Victoria. It fosters creativity, experimentation and professionalism in contemporary craft and design.

Space

craftvic.org.au

spacefurniture.com.au

Design Institute of Australia (DIA)

Powerhouse Museum Science+Design Sidney

Associazione per designer professionisti e imprese del settore.

powerhousemuseum.com

is Australia's professional membership organization for designers and design businesses. dia.org.au

dia.org.au

Sydney, Melbourne, Brisbane

Schools RMIT University School of Architecture and Design

Design Victoria

rmit.edu.au Iniziativa governativa di Victoria. In collaborazione con l’Università RMIT e altri protagonisti del settore l’organizzazione COFA University of New South Wales assiste medie imprese del settore design in vari modi. cofa.unsw.edu.au is a Victorian Government initiative. Delivered in partnership with RMIT University and other key industry stakeholders the organization is available to assist small to medium design enterprises in a variety of ways.

ANU School of Art (SoA) Canberra http://soa.anu.edu.au

designvic.com

Tra i giovani emergenti, oltre ai citati, trovano posto altri nomi, da alcuni anni attivi e noti in Europa, come Adam Goodrum e Lisa Vincitorio, che lavorano a un design non convenzionale insieme ad aziende come Cappellini e Alessi. E ancora Lucas Chirnside, anch’egli giovanissimo e talentuoso ( è il fresco vincitore del premio Designs of The Years del Design Museum di Londra) e Jarrod Lim, nato a Melbourne, che dopo i trascorsi europei ha scelto Singapore per la sua professione. Emerge, in altre parole, una fotografia mossa, forse un po’ incerta, ma interessante, che rispecchia la complessa geografia del territorio che la contiene. Così, con le parole di un altro affermato nome locale, il designer Darcy Clarke (autore di un revival etnico-craft che ha molti imitatori ma non altrettanto originali per proposte), possiamo “dire”: «Una grande sfida per l’Oceania è il design globale perché è fisicamente molto lontana dalla maggioranza delle industrie e da aree densamente popolate. Il nostro punto di forza è il desiderio d’innovazione e freschezza. Questo inevitabilmente continuerà a crescere in un linguaggio completamente unico ed entusiasmante». Quello che sta accadendo.

Similar to, but with a vaster range of applications from interiors to furniture, the work of a the designer couple Janos Korban and Stefanie Flaudert (him expert in metalwork, her architect) who create artifacts based on the visual transparency of metallic meshes, emptied and light forms that allow light to infiltrate creating a multitude of effects and surface textures. These examples talk to us about experimentation and help us to map the territory of creativity ‘Made in Oceania’, made up (as we said) of linguistically diverse contributions, but all with a ‘family air’. In addition to those already mentioned, among the young emerging designers there are some who’ve been active in Europe for several years, like Adam Goodrum and Lisa Vincitorio, who’ve been working on their unconventional design concepts with companies like Cappellini and Alessi. Along with Lucas Chirnside, also very young and talented (and the latest winner of the Design Museum of London Designs of The Years award) and Jarrod Lim, born in Melbourne, who after his European experience chose Singapore as the base for his profession. In short, a varied, perhaps a little uncertain photograph emerges, which reflects the complex geography of the territory that contains it. So, in the words of another affirmed local name, designer Darcy Clarke (author of an ethnic-crafts revival that has many imitators but not as many innovators), we can “say”: «One great challenge for Oceania is global design because it is physically very distant from the most part of world’s industry and densely populated regions. Our strong point is the desire for fresh ideas and innovation. This will inevitably continue to grow with its own unique and fascinating language ». Which is exactly what it’s doing.


AAA Aussie Art Age , aka

By santa nastro

Non solo stralci e scampoli di creatività aborigena, ma distese di sperimentazione e una scena artistica tutt’altro che scontata. A come Arte, A come Australia. Not just extracts and samples of aboriginal creativity, but expanses of experiment and an art scene anything but stereotyped. A as in Art, A as in Australia.

L’ultima edizione della Adelaide Biennial of Australian Art ha riconfermato sotto il concept Before & After Science l’interesse per un rapporto prolifico tra arte e scienza. Non a caso l’Australia è la patria adottiva dello scandaloso Stelarc. Nato a Cipro, ma residente nel Nuovissimo Mondo, l’artista utilizza da sempre il proprio corpo come luogo di sperimentazione. Pensa, infatti, che il nostro organismo sia ormai “superato” e che sia arrivato il momento di potenziarlo. Facendo incontrare la tecnologia con la carne, l’artista attraverso l’uso di protesi, robot, sonde e sistemi di realtà virtuale, guarda ad un domani in cui saremo diversi e con noi cambierà la nostra vita. Ma Stelarc è solo il caso più estremo. Il rapporto con la tecnologia torna infatti nelle opere di molti artisti. E’ una relazione pericolosa: le macchine, come in 2001, odissea nello spazio di Stanley Kubrick, sembrano avere coscienza propria. A giocare però un ruolo da vera protagonista è la Natura, fatta di spazi sconfinati, paesaggi che profumano di fantascienza in cui è possibile sognare, ma anche avere un po’ paura. E’ l’Australia – complessa, selvaggia, incontaminata – che rivendica nella sua arte tutta la propria potenza visiva. Il videomaker Shaun Gladwell, ad esempio, è cresciuto nella periferia di Sydney sviluppando fin da subito una passione per lo skateboard. Diventare un professionista non gli riesce, anche a causa di uno sfortunato incidente, cosicchè rivolge le sue attenzioni alle arti visive. Il progetto per la Biennale del 2009, MADDESTMAXIMVS è una citazione da Interceptor (Mad Max) diretto dal connazionale George Miller. Il protagonista (nel film interpretato da Mel Gibson) è calato

opposite page Julie Fragar, THESEAREONLYSMALLSCALELIES, 2008 courtesy MCA – Museum of Contemporary Art, Sydney

With the theme Before & After Science, the latest edition of the Adelaide Biennale of Australian Art reconfirmed the interest in a prolific relationship between art and science. No surprise then that Australia is the adoptive homeland of the scandalous Stelarc. Born in Cyprus, but resident in the Newest New World, this artist has always used his own body for experimentation. In effect, he thinks that our organism is now “outdated” and the time has come to upgrade it. Applying technology to the flesh, using prostheses, robots, virtual reality systems, the artist looks toward a future in which we will be different, and our lives will change with us. But Stelarc is just one extreme case. The relationship with technology is indeed present in the works of many artists. It’s a dangerous relationship: machines, like in 2001, a space odyssey by Stanley Kubrick, seem to have a conscience of their own. But playing the real leading role is Nature, made up of infinite spaces, landscapes with a sci-fi feel where you can dream, but be a little intimidated as well. This is Australia – complicated, wild, pure – that lays claim to all of its visual power in its art.


Shaun Gladwell, Interceptor Surf Sequence, 2009 Production still, Courtesy of the artist & Anna Schwartz Gallery

Photo: Josh Raymond©Shaun Gladwell

Highlights Biennale of Sydney Una delle manifestazioni di arte contemporanea più interessanti del panorama internazionale, giunta ormai alla sua 17° edizione. One of the most interesting contemporary art events on the international scene, now at its 17th edition. biennaleofsydney.com.au MCA – Museum of Contemporary Art Il museo di Sydney propone dal 1992 una rassegna annuale dal titolo “Primavera” dedicata alla meglio gioventù locale, rigorosamente under 35. The museum of Sydney has been running an annual review entitled “Primavera” since 1992, dedicated to the best in local talent, strictly under 35. mca.com.au Adelaide Festival Evento multidisciplinare di avanguardia nato nel 1960, che oltre a una rinomata Biennale include arti visive, prove di teatro, musica e danza contemporanee. A multidisciplinary avant-garde event that started in 1960 and that in addition to a renowned Biennale includes visual arts, experimental theatre, music and contemporary dance. adelaidefestival.com.au

in un deserto rosso e un po’ inquietante. A bordo di un’auto da battaglia, la V8 Interceptor - che Gladwell riproduce in scala 1:1 - Max corre in un futuro in cui sono i canguri a vestire i panni degli antagonisti. Ken Yonetani mischia le carte e confonde gli spettatori. I suoi fondali marini sono affascinanti fantasie di colore. Lasciano pensare ad Atlantide, ad una città sommersa, mitologica dove splendide sirene ammaliano il marinaio più debole con la propria voce lusinghiera. Ma oltre al canto, anche le opere tendono un tranello. Le architetture subacque composte da dolciumi e zuccherini – che fanno pensare più alla strega di Hansel & Gretel che agli Snorkies – sono la metafora di un mondo contaminato che nasconde con tinte patinate il rischio di una vita artificiale. Callum Morton è di origine canadese, di Montreal, ma risiede a Melbourne. Nel 2004 ha vinto la medaglia d’oro rap-

Videomaker Shaun Gladwell, for example, grew up in the outskirts of Sydney developing a passion for skateboard from a very early age. He couldn’t turn professional because of an unfortunate accident, and so he turned his attention to the visual arts. The project for the 2009 Biennale, MADDESTMAXIMVS is a citation from Interceptor (Mad Max) directed by co-national George Miller. The star (in the film interpreted by Mel Gibson) finds himself in a somewhat disturbing red desert. Aboard a battlewagon, the V8 Interceptor – that Gladwell reproduces in scale 1:1 - Max is running toward a future where the bad guys are the kangaroos. Ken Yonetani mixes the cards and confuses the spectators. His seabed scenes are fascinating fantasies of color, conjuring up images of Atlantis, the mythological submerged city where splendid sirens enchant the weaker seafarers with their sweet song. But as well as the song, even the works set traps. The submarine architectures made up of sweets and sugar cubes – that make you think more of the witch in Hansel & Gretel than the Snorkies – are the metaphor of a contaminated world that hides the risk of an artificial life behind its glossy colors.


clockwise Ricky Swallow, Hanging Joe Byrne 2009 watercolour on paper, 76 x 56 cm Courtesy the artist and Darren Knight Gallery, Sydney Ken Yonetani, Sweet Barrier Reef, 2009 installation / performance detail courtesy dianne tanzer gallery + projects and the artist Callum Morton, Valhalla, 2007 steel, polystyrene, epoxy resin, silicon, marble, glass, wood, acrylic paint Courtesy the artist & Anna Schwartz Gallery

presentando l’Australia alla Triennale d’India. In laguna lo abbiamo incontrato invece nel 2007, in un Padiglione che comprendeva inoltre l’opera di Daniel Von Sturner e Susan Norrie. Qui lascia che la propria autobiografia sia da stimolo per una riflessione sulla relazione tra architettura, territorio e identità. Ricostruisce, infatti, la casa progettata dal padre, nella quale ha trascorso la sua infanzia, ma ce la presenta come travolta da un uragano, che è tutto interiore ed ha a che fare con la vita dell’artista. “Ho ricreato la casa come una specie di monumento pubblico”. -. spiega – “Un monumento alle estati trascorse sul bordo della piscina che non fu mai completata… a Harvest di Neil Young. Ma innanzitutto è un monumento a tutte quelle strutture ridotte ai minimi termini e lasciate in forse dopo l’avvento di un disastro”. Meno preoccupato da questi temi è Ricky Swallow, originario di San Remo, ma infatti residente a Los Angeles. Se non fosse per la tinta color legno, le sue opere potrebbero essere scambiate per oggetti reali. Ricky è infatti uno scultore puro, con un’attenzione quasi maniacale per i dettagli ed una manualità che non può fare a meno di far pensare ai grandi del passato. Sono i soggetti però a riportarci al presente. Scarpe da tennis in cui dormono uccellini, nature morte, tavole imbandite consumate e abbandonate stanno lì, immobili, come vittime di un incantesimo. L’artista, con il suo tocco magico, ha fermato lo scorrere del tempo.

stelarc.va.com.au rickyswallow.com kenyonetani.com

Callum Morton is from Montreal, but lives in Melbourne. In 2004 he won the gold medal representing Australia at the India Triennial. We found him instead in Venice in 2007, in a Pavillion that also housed the works of Daniel Von Sturner and Susan Norrie. Here we leave it to his autobiography to stimulate thought on the relationship between architecture, territory and identity. In effect, he reconstructs the house designed by his father, in which he spent his infancy, but the present is there as if overwhelmed by a hurricane, that is all interior and has a lot to do with the artist’s life. I recreated the house like a sort of public monument” – he explains – “A monument to the summers spent at the side of the pool that was never finished … to Harvest

by Neil Young. But above all it’s a monument to all those structures reduced to minimal terms and abandoned perhaps after a disaster”. Less troubled by these themes is Ricky Swallow, originally from San Remo, but effectively resident in Los Angeles. If it weren’t for the wood color, his works could be taken for real objects. Ricky is indeed a pure sculptor, with an almost maniacal attention to detail and hand-crafting that subjects that bring us back firmly to the present. Tennis shoes with birds nesting in them, still life, tables laid, consumed and abandoned stand there, immobile, like the victims of an enchantment. With his magic touch the artists manages to freeze time.


By FABIANA GILARDI

Andare oltre il reale, fermare il tempo in istanti. Uno, due, tre. Si odono nenie in sottofondo. Voci di sirene chiamano i nostri nomi, irretiscono le menti, mostrando loro immagini di una realtà che solo apparentemente somiglia a quella riconosciuta dall’esperienza. Dove la luce è irreale e colora le vesti, gli oggetti, di tinte innaturali, dal fondo compaiono spiriti, animaletti magici. I giochi di bimbi prendono vita. Le forme sono geometricamente plausibili, ma spesso prive di continuità. Predomina il silenzio più assoluto, l’invito alla riflessione, come se si stesse cercando di svelare un’enigma. Ma non siamo di fronte a una pièce teatrale né ad una tavola pittorica. E’ la moda australiana che, misteriosa, ludica e ispirata, emerge dallo spazio psicologico dei suoi designer, giovani interpreti di un quotidiano rivisitato con un senso di avanguardia metafisica, ponendo al centro del discorso l’uomo, l’ambiente e il sociale. Going beyond reality, stopping time in an instant. One, two, three. Dirges in the background. Voices of sirens call our names, seducing our minds, showing them images of a reality that only in appearance seems recognizable from experience. Where the light is surreal and colors the clothing, the objects, with unnatural hues, spirits appear from below, magical animals. Children’s toys come to life. The forms are geometrically plausible, but deprived of continuity. Absolute silence predominates, an invitation to thought, as if attempting to reveal an enigma. But this isn’t a piece of theater, nor a painting. It’s Australian fashion that, mysterious, lucid and inspired, emerges from the psychological space of its designers, young interpreters of an everyday life revisited with a sense of metaphysical avant-garde, with mankind, environment and society at the center.


Chrissie by Georgie Cle ary

Alpha60

alpha60.com.au

Base classica e tagli dissacranti. L’intervento chirurgico operato sui vestiti è netto, geometrico, imprevedibile, come se la silhouette, maschile o femminile che sia, si costruisse da blocchi di marmo e pietre granitiche. Il bisturi è in mano al duo stilistico Alex e Georgie Cleary, designer e proprietari di Alpha 60, brand di riferimento a Melboune, come in tutto il continente oceanico. Nato nel 2005, il marchio è infatti distribuito anche a Fitzroy (VIC), Paddington (NSW) e Prahran (VIC), ma si sta diffondendo rapidamente in tutto il mondo. Matrice creativa delle loro collezioni sono gli stimoli provenienti dalla cultura popolare: Buffalo 66, The Ice Storm, La Haine, Twin Peaks. Ma, più degli altri, è Alphaville, la pellicola di Jean-Luc Godard datata 1965, ad aver rapito e ispirato le loro menti: dal titolo non viene solo il nome del brand, ma anche il nome del flagship store di Melbourne, Alphaville, appunto. Tra i fan del brand, in prima linea ci sono i musicisti: Patty Smith, Klaxons, Bloc Party, Kings of Leon, LCD Sound System e Arcade Fire. Classic base and irreverent cuts. The surgical intervention on the clothes is clear, geometrical, unpredictable, as if the figure, whether male or female, were built of marble blocks and granitic rocks. The scalpel is in the hands of the stylistic duo Alex and Georgie Cleary, designers and owners of Alpha 60, the fashion reference of Melbourne, and the rest of Oceania for that. Founded in 2005, the brand is distributed in Fitzroy (VIC), Paddington (NSW) and Prahran (VIC), but is rapidly spreading to the rest of the world. The creative matrix of their collections are stimuli from popular culture: Buffalo 66, The Ice Storm, La Haine, Twin Peaks. But, more than anything, it’s Alphaville, the film by Jean-Luc Godard dated 1965, that really enraptured and inspired their minds: from the title comes not only the name of the brand, but that of their flagship store Alphaville, in Melbourne. First among the fans of the brand are the musicians: Patty Smith, Klaxons, Bloc Party, Kings of Leon, LCD Sound System and Arcade Fire.


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Press

Stockists Collections News

The home page's picture, ( web site by White Pixels), Copyright Donna Sgro, 2008

Donna Sgro

donnasgro.com

Indossare rifiuti (tessili) con glamour e originalità si può: lo dimostra dal 2007 Donna Sgro, designer vincitrice del SHINMAI Creator’s Project, vetrina per giovani e innovativi talenti del panorama internazionale. Abbracciando un concetto di slow fashion, la stilista torna all’idea di moda su misura. Lo stile classico assume un appeal sportivo e contemporaneo, il mood denota un che di sognante, a tratti persino fanciullesco, come dimostrano i copricapi, perfetti per una Cappuccetto rosso alternativa, i futuristici grembiuli anni ‘40, e i robotici ninnoli/giocattolo proposti con continuità dalla stilista. La label, Donna Sgro, è già stata esportata in Giappone per la Japan Fashion Week di Tokyo, in Francia a Texworld, e in Inghilterra nell’ambito dell’Octopus’s Garden per la mostra “Trash, Progettazione di moda... e rifiuti” allestita presso il Science Museum di Londra.

Wearing waste (textile) with glamour and originality is possible: and since 2007 has been proven by Donna Sgro, winning designer of the SHINMAI Creator’s Project, a shop window for young and innovative talent on the international scene. Embracing the concept of slow fashion, the stylist returns to the idea of fashion to measure. The classic style takes on sporting and contemporary appeal, the mood denotes a touch of the dreamlike and at times even girlishness, like the headgear perfect for an alternative Little Red Riding Hood, the futuristic ‘forties pinafores, and the robotic nick-nacks and playthings the stylist is always coming up with. The label, Donna Sgro, has already been to Japan for the Japan Fashion Week in Tokyo, to France at Texworld, and to England at the Octopus’s Garden for the exhibition “Trash, Fashion design... and refuse“ set up at the Science Museum of London.


Photo&pictures for the designer's inspiration

flowersforavagabond.com

flowers For a VagabOnd Suona un po’ hippy il nome di questa label disegnata da Toby MacLean, ragazzo cresciuto in mezzo all’aspra natura australiana tra mandrie al pascolo (col padre) e opere di sartoria fatta in casa (con la madre). Rapida la sua ascesa: dopo il diploma, fondato con Nicole Page il brand “Mclean & Page”, Toby viene scoperto da Nicholas Huxley, capo del NSW Fashion Design Studio, organizzazione che scova e seleziona i maggiori talenti australiani del fashion. Da lì alla creazione del proprio brand il passo è stato breve. Esplicativa del suo stile la collezione 2010, che, ispirata all’anatomia degli insetti, veste la donna moderna con capi morbidi e delicati (in jersey di lana morbide, chiffon, pelle scamosciata e organza) celati da gusci/armature in pelle placcata da scaglie metalliche. Per raccontare il suo lavoro, Toby ha collaborato con il fotografo e film-maker Dirk Hughes, girando un cortometraggio che mostra la metamorfosi di un insetto in donna. It sounds a bit hippy, the name of this label designed by Toby Maclean, a kid born in the midst of Australia’s harsh nature amongst herds of grazing sheep (with his father) and seamstress works (with his mother). His ascent was rapid: after his diploma, and founding the brand “Mclean & Page” with Nicole Page, Toby was discovered by Nicholas Huxley, head of the NSW Fashion Design Studio, an organization that seeks out and selects the best in Australian fashion talent. From there to the creation of his own brand was a short step. The 2010 collection explains his style well, inspired by the anatomy of insects, he dresses the modern woman in soft and delicate items (soft wool jersey and chiffon, chamois leather and organza) concealed under shells/armor in leather plated with metalic scales. To narrate his works, Toby worked with photographer film-maker Dirk Hughes, on a short film that shows the metamorphosis of an insect into a woman.


Images of the SS2010 collection: Invasive Exotics (powered by © Swappler)

gailsorronda.com

Gail Sorronda Scelta da Franca Sozzani, direttrice di Vogue Italia, per il concorso Who is On Next? tenutosi a luglio a Roma, Gail Reid, ex modella e stylist australiana, promette bene nel fashion system mondiale. La sua label, Gail Sorronda, nata nel 2005, è infatti già distribuita in Australia, Italia, Giappone e Middle East, ma presto sbarcherà anche in Belgio e UK. Con grande enfasi creativa, la stilista riscopre in ogni collezione antiche ispirazioni popolari provenienti da tutto il mondo (come i ricami e le corone messicane, il pizzo spagnolo, le forme berbere) che mischia ad elementi industriali contemporanei, promuovendo un dialogo filologico che si appella alle coscienze di tutti noi, in qualità di essere umani.

Chosen by Franca Sozzani, director of Vogue Italia, for the competition Who is On Next? held in Rome in July, Gail Reid, ex model and Australian stylist, is very promising in the world fashion scene. Her label, Gail Sorronda, founded in 2005, is indeed already distributed in Australia, Italy, Japan and the Middle East, and is soon to land in Belgium and the UK as well. With great creative emphasis, in every collection the stylist rediscovers ancient folk inspirations from all over the world (like Mexican embroidery and crowns, Spanish lace, Berber forms) that she mixes with contemporary industrial elements, creating a philological dialogue that appeals to the conscience of everyone, as human beings.


Alta moda, ma sostenibile. Ben il 90% dei tessuti utilizzati è ricavato da materiali di scarto pescati da antichi bauli, trovati nei mercatini, comprati alle aste, scovati, scambiati negli angoli reconditi di negozi nascosti. Una caccia al tesoro – è il caso di dirlo che per Rachael Cassar, stilista dell’omonimo brand, compie in tutto il mondo. Una pesca miracolosa fatta di abiti vintage e tessuti organici che diventa, nel suo laboratorio di Sydney, una magia: decostruiti e riassemblati, i capi mutano in abiti e accessori esclusivi, pezzi unici. “Tre anni fa ho iniziato a fare moda eco senza sapere bene che cosa fosse”, ha ammesso la stilista. “Da bambina il mio interesse era posto sui gioielli che smontavo e rimontavo. Poi ho iniziato a fare la stessa cosa con i vestiti”. Ora, negando il preconcetto che “riciclato” equivalga a noioso e scontato, Cassar coniuga lusso e sostenibilità in una moda forte, d’impatto, esteticamente appagante e ambientalmente buona. Vincitrice di Mittelmoda 2007 (concorso internazionale con sede in Italia), la linea ha sfilato sulle passerelle di Australia, Italia e Regno Unito, Canada e Germania. Ma il suo nome è già noto anche in Asia. High, but sustainable fashion. A good 90% of the fabrics used are made from waste materials dug out of old trunks, rummaged at markets, bought at auctions, discovered in the dark corners of hidden shops. A treasure hunt – and this is truly the case – that Rachael Cassar, stylist of the brand that bears her name, is on all over world. A wonderful catch, made up of vintage clothes and organic fabrics that in her Sydney workshop, are turned into magic: deconstructed and reassembled, the things mutate into absolutely unique exclusive clothes and accessories. “Three years ago I began doing eco fashion without even really knowing what it was”, admits the stylist. “Since I was a child I’ve always been interested in jewelry, that I used to dismantle and remake. Then I started doing the same thing with clothes”. Now, denying the preconception that “recycled” means boring and obvious, Cassar brings together luxury and sustainability with strength and impact, aesthetically satisfying and environmentally friendly. Winner of Mittelmoda 2007 (an international competition based in Italy), the line has shown on the catwalks of Australia, Italy, the United Kingdom, Canada and Germany. And her name is already known even in Asia.

Rachael Cassar

Rachael Cassar - Image of the sinking night ‘08 collection (Credits:Made by K ara Bombell; All content © 2010 by Rachael Cassar)

rachaelcassar.com


Church With No Magic By Tommaso Toma

Cambia nome ma non la tempra. Eccentrica, coraggiosa e visionaria. PVT, una band australiana alla conquista del mondo. The name changes, but not the temperament. Eccentric, courageous and visionary. PVT, an Australian band out to conquer the world.

Quando arrivò negli uffici della WARP – l’etichetta inglese più cool sul pianeta – il demo di un gruppo chiamato Pivot, il boss Steve Beckett rimase assolutamente impressionato dalla loro musica ma soprattutto dal fatto che arrivassero da Sydney, Australia. Steve Beckett e tutti i ragazzi della WARP pensarono fosse uno scherzo, non si capacitavano del fatto che un terzetto di giovanissimi ragazzi fosse così abile nel manipolare il sound progressive e art noise, una matrice estetica così squisitamente inglese. I Pivot furono subito messi sotto contratto e nel 2008 uscì il loro primo album O Soundtrack My Heart, un disco geniale, dove Dave Miller e i fratelli Richard e Laurence Pike sono stati capaci di dare forma alla più ardita sperimentazione (che sta alla base dell’intero progetto Pivot) attraverso un ambizioso gioco di virtuosismi elettronici e pennellate post punk; undici tracce che si discostano totalmente dall’idea moderna di canzone. Niente voce ma solo chitarra, batteria e synth, in un continuo scontro-incontro che conduce l’ascoltatore più attento a una nuova dimensione della melodia che solo artisti del calibro di Jean Michel Jarre, Vangelis, Autechre e Squarepusher sono stati capaci di proporre nel tempo. Con in più una rabbia muscolare che ci fa ricordare i supremi Rage Against the Machine. Tutto questo, ripetiamo da Sydney, Australia, un continente che dal punto di vista musicale si aggrappa tradizionalmente alla musica mainstream, nelle sue declinazioni possibili, dal pop rock all’hip hop. La band inizia con successo un viaggio infinito per presentare al mondo il loro eccentrico sound. Ed è qui che per problemi di omonimia con una band a stelle e strisce, il gruppo è costretto a cambiare il nome in PVT, così ci spiega Richard Pike: «È stato frustrante ma alla fine abbiamo accettato questa decisione come un segnale di cambiamento, di un nuovo inizio. Un passo ulteriore verso una nuova evoluzione del terzetto». Detto, fatto: i PVT stanno per uscire con il loro secondo disco Church With No Magic – sempre per WARP – un album davvero di trasformazione.

When the demo of a band named Pivot got to the office of WARP – the coolest British label on the plant –, the boss, Steve Beckett was totally gobsmacked by the music, and especially the fact that the band was from Sydney, Australia. Steve Beckett and all the guys at WARP thought it was a joke, they just couldn’t believe how a trio of young kids could be so good at manipulating progressive sound and art noise, a skill so exquisitely British. The label signed Pivot straight away and in 2008 they released their first album O Soundtrack My Heart, a brilliant disk on which Dave Miller and brothers Richard and Laurence Pike prove themselves able to give shape to the boldest experimentation (the basis for the entire Pivot project) through an ambitious game of electronic virtuosity and post-punk strokes: eleven tracks that totally depart from the contemporary concept of the song. No voices, just guitar, drums and synth, in a constant clash-coming together that leads the more attentive listener to a new dimension of melody that only artists of the calibre of Jean Michel Jarre, Vangelis, Autechre and Squarepusher have been capable of producing over the years. With the plus of a physical anger that recalls the supreme Rage Against the Machine. All this, we say again, from Sydney, Australia, a continent that’s best known for its penchant for mainstream, in its various possible declinations from pop to hip-hop. The band successfully began a never-ending tour to present their eccentric sound to the world. It was then that the band had to change name to PVT because their name was the same name as another band from the ’States. Richard Pike explains it like this: «It was frustrating but in the end we had to accept this decision as a sign of change, a new start. Another step closer to a new development of the trio ». No sooner said than done: PVT are about to release their second album Church With No


Church with no Magic, cover

Ci sono vere e proprie canzoni, Richard canta e con nostra sorpresa scopriamo che possiede una voce, potente e melodica che si adatta alle sonorità progressive della band. «Rich ha sempre cantato, sin da quando era bambino ma non aveva il coraggio di farlo all’interno della band», ci confida il fratello Laurence. «Quando ha iniziato a cantare durante le session per il nuovo disco, lo ha fatto con una spontaneità disarmante, è stato bello ed emozionante, lui mi ha chiesto se doveva continuare e tutti noi abbiamo risposto assolutamente di sì». I PVT hanno fatto bene a scegliere questa via, il loro disco Church With No Magic sarà una sorpresa per chi ha seguito sin dagli esordi il terzetto di Sydney, ma anche una piacevole scoperta per coloro che sono pronti a innamorarsi della band più eccentrica, coraggiosa e visionaria nell’Australia del nuovo millennio.

Magic – still with WARP– a real transformation album. There are veritable songs, Richard sings and to our surprise we find he really has a voice, powerful and melodic that’s perfectly suited to the progressive sound of the band. «Rich has always sung, since he was a kid, but he never had the courage to do it in the band », his brother Laurence tells us. «When he started singing during the sessions for the new album, he did it with disarming spontaneity, it was beautiful, emotional, he asked me if he should keep it up and we all said absolutely yes ». PVT did well to choose this road, their record Church With No Magic will be a surprise for everyone that’s followed them since they started out in Sydney, but a great discovery for all those ready to fall in love with the most eccentric, courageous and visionary band in twenty-first century Australia.


BUSH FOOD By Soledad Navone

L’Australia, colonizzata come immensa prigione extra-continentale inglese, divenne la terra di ventura degli immigrati di tutto il mondo ed è cresciuta assimilando il meglio delle varie culture che l’hanno formata, mescolandole in ogni campo fino a raggiungere il proprio apice con un cosmopolitismo culinario che ha dato i natali a sincretismi incredibili. Australia, colonized as an immense English off-continent prison, became the land of fortune for immigrant from all over the world and has grown while assimilating the best of the various cultures that have shaped it, mixing them in every field up to achieving its apex in a cosmopolitan cuisine that has given rise to incredible syncretism.

Il clima costiero, in alcune zone equivalente a quello mediterraneo, posiziona l’Australia al quarto posto come esportatore di vini, anche se è solo in questi ultimi anni che il vino comincia a sostituire la birra sulla tavola degli Australiani, soprattutto nelle città. Nell’Outback la birra è infatti ancora la bevanda preferita e nei pub, numerosi quasi quanto le case, c’è l’onnipresente XXXX (four ex). È la tradizionale marca australiana prodotta dal 1878 dalla Castlemaine Perkins vicino a Brisbane in un birrificio che risale al 1842. Si va però perdendo anche l’usanza del BYO, ovvero bring your own (porta il tuo), insegna esposta dai locali nei quali è permesso ai clienti di portarsi il bere da casa. Ma è la “Bush Tucker”, detta anche “bush food” o “cucina nativa”, la novità dell’ultimo secolo: una cucina nata dall’alimentazione degli indigeni e dei pionieri australiani, che sfruttavano le risorse locali per sopravvivere sul territorio, rimasta ignorata per circa 200 anni dalle popolazioni che si sono insediate successivamente, e riscoperta da chef di fama mondiale che, partendo dalle ricette originali, quali bistecche di coccodrillo, zuppe di emù o code di canguro, larve grigliate e bacche selvatiche impastate col Damper - un tipo di pane cotto nella cenere - hanno sviluppato piatti unici al mondo, utilizzando la varietà di piante aromatiche peculiari del territorio, sfruttandone i frutti e i semi per ottenere salse, confetture o macinati che trasformano i sapori ingenui delle antiche ricette in ghiottonerie impareggiabili quali: calamari conditi con foglie di mirto locale; linguine al mirto con scampi; fettuccine di spinaci nativi con salmone affumicato e una cremosa salsa di pomodoro selvatico e macadamia; filetto di canguro arrostito con pepe montano e servito con bacche di pepe e insalata.

The coastal climate, in some parts very similar to the Mediterranean, puts Australia in fourth place as wine exporter, even if only recently its wines have begun to replace beer on Australian tables, above all in the cities. In the Outback beer is still the preferred beverage and in the pubs, as numerous as the houses, there’s always the omnipresent XXXX (four X). It’s the classic Australian brand brewed since 1878 by Castlemaine Perkins near Brisbane in a brewery found as far back as 1842. However, another tradition is also beginning to wane, BYO (bring your own), a sign shown at places where customers could bring their own beer from home. But the new entry for this century seems to be “Bush Tucker”, also known as “bush food” or “native cuisine”: a cuisine that comes from the food eaten by the natives and the Australian pioneers who used local resources to survive in the land, that has been ignored for the last 200 years by the populations that arrived later and only recently rediscovered by internationally famous chefs, who starting out from the original recipes like crocodile steaks, emu soups or kangaroo tails, grilled larvae and wild berries in Damper – a sort of bread baked in embers – have come up with dishes that are truly unique, using the varieties of aromatic plants, fruits and seeds peculiar to that part of the world to make sauces and preserves, or that milled transform the naive flavors of the ancient recipes into peerlessly tasty morsels like: squid dressed with local myrtle leaves; linguine with myrtle and scampi; fettuccine with native spinach and smoked salmon and a creamy sauce made with wild tomato and macadmia nuts, roast filet of kangaroo with mountain peppers and served with peppercorns and salad. Damper is a perfect example of a foodstuff passed down from generation to generation: the aborigines traditionally ground seeds to make a kind of flour, mix it with water and bake a Damper in the embers of their cooking fires. Damper became the way for herders in the outback to make fresh bread using the most traditional type of flour and a campfire to bake it in. Brisbane, Cairns, Noosa and Melbourne all have restaurants offering bush food. In Brisbane, Tukka offers a gourmet menu entirely based on native food: roast crocodile, rare cooked filet of emu, homemade damper, native berries and even gazpacho cucumber flavored with peppermint leaves.


Natural Bush Food

In Cairns the Ochre restaurant is considered one of the region’s best, specializing in seafood, Australian meat and bush food. In Melbourne, the Tjanabi Restaurant presents a menu entitled “A touch of Australia”. Based on Australian products and “indigenous” ingredients” it offeres a balanced mix of berries, fruit and plants with game or seafood for a perfect example of modern “bush tucker” (dining-downunder.com/shop). Il Damper è un esempio perfetto di cibo passato da una tradizione a un’altra: gli aborigeni hanno tradizionalmente macinato semi per fare un tipo di farina, aggiunto acqua e cotto un tipo di Damper nel carbone dei loro fuochi da cucina. I Damper divennero il modo dei mandriani dell’entroterra per avere pane fresco usando le farine più tradizionali e un forno da campo per cuocerle nel carbone del fuoco da campo. Brisbane, Cairns, Noosa e Melbourne hanno tutte ristoranti che propongono il bush food. A Brisbane, Tukka offre un menù da gourmet interamente basato sul cibo nativo: carne di coccodrillo arrostito, filetto di Emù scottato, damper casalingo, bacche native, e persino cocomero gazpacho insaporito con foglia di menta piperita. A Cairns il ristorante Ochre è il più premiato della regione ed è specializzato nei frutti di mare, nella carne australiana e nel bush food. A Melbourne, il Tjanabi Restaurant presenta un menù “Tocco d’Australia” basato su prodotti australiani e ingredienti “nativi” un equilibrato mix di bacche, frutti, e piante associati a selvaggina o prodotti di mare per un perfetto esempio di moderno “bush tucker”. Se le specialità della cucina nativa vi incuriosiscono, potete acquistarle online all’indirizzo: dining-downunder. com/shop

eat Restaurants Ochre Restaurant Cairns, Queensland ochrerestaurant.com.au Tukka Restaurant West End Brisbane, Queensland tukkarestaurant.com.au Tjanabi Restaurant Federation Square Melbourne, Victoria tjanabi.com.au Seabelle Restaurant & Wine Bar Kingfisher Bay Resort, Fraser Island, Queensland kingfisherbay.com/general/pgthree.html Red Ochre Grill Adelaide, South Australia redochre.com.au Deep Blue Bistro Coogee Sydney, New South Wales deepbluebistro.com.au Red Ochre Grill Todd Mall Darwin, Northern Territory redochrealice.com.au


a long week end leather gilet, sleeveless mesh shirt Versace; felt kilt Burberry Brit; leather gaiters Neil Barrett; shoes Maison Martin Margiela.


leather t- shirt Maison Martin Margiela; felt kilt Burberry Brit.


cashmere duffel coat Maison Martin Margiela; cellophane technical long dust coat Calvin Klein Collection; shirt Gianfranco FerrĂŠ; trousers Bally.


leather jacket and cloth Neil Barrett; cellophane technical long dust coat Calvin Klein Collection; leather t shirt Gianfranco FerrĂŠ; pants and fingerless leather gloves Neil Barrett; shoes and belt Raf Simons.


jacket Jil Sander; leather t-shirt Maison Martin Margiela; leather trousers and gloves Versace.


leather t-shirt Maison Martin Margiela; maxi cardigan wool vest Viktor&Rolf; trousers Jil Sander; leather bracelet Raf Simons.


leather t-shirt Giuliano Fujiwara; cellophane technical jacket Calvin Klein Collection; jacket Maison Martin Margiela; gloves Versace.


this page: double-breasted jacket Paul Smith; leather t- shirt, band jersey and long pleated wool skirt , all by Giuliano Fujiwara; belt Neil Barrett; shoes Jil Sander; gloves Versace. right page: mini wool cardigan Prada; long leather t-shirt Gianfranco FerrĂŠ.


photo Laura Villa-Baroncelli & Manuele Geromini @ victoria’s agency; styling Enrico Maria Volontè @ victoria’s agency; art direction Francesco Palmisano; grooming Ezio Diaferia @ victoria’s agency; model Clinton @ elite milano

thanks to Sara Giacometti


ennio capasa by Roberta Molin Corvo

Definirmi NO! Non amo le definizioni perché o sono narcisistiche o sono false. Sono quello che sono con i miei pregi e difetti ma come tutti sono unico. A volte il più figo del mondo e altre disperato. Mi voglio bene e mi rispetto e in questo credo profondamente. Sono una persona positiva che cerca di vivere bene. SI! Una persona soddisfatta.

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Define me? NO! I don’t like definitions because they’re either narcissistic or false. I am what I am with all my faults and virtues, but like everyone else I’m unique. Sometimes the coolest guy in the world, other times totally desperate. I like myself and I respect myself, and I deeply believe in this. I’m a positive person just looking to live a good life. YES! A satisfied person.

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Ennio Capasa (Lecce 1960) founder and designer of CoSTUME NATIONAL (1986) C’N’C ( 2004)


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Sketch of the Otranto city aquarium project (2006)

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Glass House - roof-garden made entirely of glass top floor of the CoSTUME NATIONAL central office in Milan

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Ennio, I, a container always ready to be filled. I, visionary of a world I surround myself with, nourish myself with, that gives me passion. Creative. At age fifteen I was already into architecture. Projects for the family, houses, shops, and so fashion. Then, a project for the city of Otranto, and aquarium, like an upturned whale, that was never realized I’m sorry to say. Then finally the CoSTUME NATIONAL stores… One regret, that I never finished music academy, I was studying cello. Who knows! A subversive time, a choice, one of my battles. A life dedicated to research, interior and aesthetic. - Evolution - Experiment _Creativity, a primordial infantile gesture; giving the chance to surprise and explore yourself. _Cerebral impulses, the Brain: the part of the human body that fascinates me the most, an organ constantly in motion. The things of life and the world fascinate me and turn into obsessions that coincide with the desire to amaze and be amazed. Trying out new sensations to then return them. My language, my life, my style. Skimming existence, drawing off the essential.

Ennio, io, un contenitore sempre pronto ad essere riempito. Io, visionario di un mondo di cui mi circondo, mi nutro, e che mi appassiona. Creativo. A quindici anni già mi esprimo nell’architettura. Dei progetti famigliari, case, negozi, quindi la moda. Poi, un progetto per la città di Otranto, un acquario, una balena capovolta, purtroppo mai realizzata. E infine ecco i negozi CoSTUME NATIONAL… Un rimpianto, quello di non aver mai finito il conservatorio, studiavo violoncello. Mah! Un’età sovversiva, una scelta, una mia battaglia. Una vita votata alla ricerca, interiore ed estetica. - L’Evoluzione - La Sperimentazione _La Creatività, un gesto primordiale infantile; permette di sorprendersi ed esplorare. _Impulsi cerebrali, il Cervello: la parte del corpo umano che più mi affascina, un organo in perpetuo movimento. Le cose del mondo e della vita mi appassionano si tramutano in ossessioni che coincidono con la voglia di stupirsi e di stupire. Provare sensazioni per poi restituirle. Il mio linguaggio, la mia vita, il mio stile. Scremare l’esistente, prendere l’essenziale.


Fisiologico e biologico bisogno di leggere. Evadere verso mondi paralleli, reali o irreali. Saggio, ricerca storica, romanzo. Il più bel libro? “Il mio nome è Rosso” di Orhan Pamuk, una scrittura inusuale, autentica. Mi sono piaciuti Wu Ming e Genna. La letteratura è una cerimonia tête-à-tête, un gioco a due fra scrittore e lettore, il gatto e la volpe. La prosa teatrale è fisicità, movimento, un racconto, una storia che si materializza attraverso il regista e gli interpreti. - Se dico tragicità penso a “teatralità”. - Se dico uniforme/uniformità penso a “staticità”. Ieri: Carmelo Bene. Un innovatore, un grande genio. Non era difficile amarlo, la sua grande ironia, la creatività sconfinata, ricchissima. Una voce unica. Una macchina “attoriale”, come lui stesso si definiva. La sua amicizia mi ha regalato momenti indimenticabili. Mi diceva: “non cambiare mai, racconta sempre la stessa storia”. Oggi? Suo unico e vero erede è Filippo Timi. Attore e scrittore dalla vita anomala, affetto da una malattia che nel tempo lo porterà alla cecità. Un fascino irresistibile ed una voce altrettanto potente. Un vero patrimonio nazionale.

Physiological and biological need to read. To escape toward parallel worlds, real or unreal. Essay, historical research, narrative. The best book? “My name is Red” by Orhan Pamuk, unusual, authentic writing. I liked Wu Ming and Genna. Literature is a tête-à-tête ceremony, a two person game between writer and reader, the cat and the fox. Theatrical prose is physicality, movement, a narrative, a story that materializes through the director and the players. - If I say tragedy I think “theatricity”. - If I say uniform/uniformity, I think “staticity”. Yesterday: Carmelo Bene. An innovator, a great genius. It was easy to love him, his great irony, that infinite, incredibly rich creativity. A unique voice. An “acting” machine, as he liked to define himself. His friendship gave me some unforgettable moments. He used to tell me: “never change, always tell the same story”. Now? His only real and true heir is Filippo Timi. Actor and writer, afflicted by an illness that in time will leave him blind. An irresistible fascination and an equally powerful voice. A real national heritage.

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“My name is Red” by Orhan Pamuk

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actor carmelo bene

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The director Manoel de Oliveira

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Writer and actor Filippo Timi

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Già, parliamone del patrimonio nazionale italiano, con la sua finta censura che temo intervenga in modi più profondi di quanto si possa immaginare. Un’Italia che si impoverisce giorno dopo giorno, con programmi televisivi a basso contenuto culturale. Non amo sedermi davanti al piccolo schermo. Amo il grande schermo! Il cinema francese e italiano degli anni 60/70 sono un punto di riferimento; ma amo anche quello portoghese, in particolare le opere di Manoel de Oliveira.

Sure, let’s talk about the Italian national heritage, with its faked censorship that I fear intervenes in ways far deeper than we can imagine. An Italy impoverished day by day by idiot TV programs with zero cultural content. I hate watching TV. But I love the silver screen! French and Italian cinema from the ‘sixties and ‘seventies are a real reference point, and Portuguese cinema too, especially the works of Manoel de Oliveira.


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Si! Amo attorniarmi di persone intelligenti, che hanno una storia e delle cose da dire. Mi sento realizzato quando quello di cui mi circondo mi fa vivere nella bellezza. La fedeltà? Un valore che mi piace; è raro che mi separi da collaboratori o amici. Per costruire quel che sei e sarai ci vuole una sorta di continuità. Infedeltà intellettuali? Qualcuna… e poi ho imparato la lezione. - Seguire il proprio istinto, il mio raramente mi tradisce. Lavorare e vivere con persone con cui si ha affinità e sintonia. L’esempio è Carlo, mio fratello, prezioso per la sua razionalità creativa, l’intuito, la determinazione e le sue idee innovative. Pigrizia di essere presente. Sono o non sono comunicativo? Certo sono cosciente di vivere nella società della comunicazione. Ci provo. Ci riesco. Il mio blog, voglia di rappresentare e rappresentarsi. Costume National e C’N’C; esplorare nuovi orizzonti, intraprendere nuove strade, interagire con nuove tecnologie. Il mondo virtuale, nuovo universo di libertà. Tutto questo è comunicazione. L’espressione è l’essenza stessa della vita. Mio inizio e punto fisso all’orizzonte.

Yes! I love to surround myself with intelligent people, people with a story and at least something to say. I feel realized when what I have around me makes live in beauty. Fidelity? A value I appreciate; I rarely split with collaborators or friends. To build what you are and what you will be takes some sort of continuity. Intellectual fidelity? Some… then I learned the lesson. - Follow your instinct, mine rarely betrays me. Work and live with people you’re on the same wavelength as. One example is Carlo, my brother, who’s precious for his creative rationale, intuition, determination and innovative ideas. The laziness of being present. Am I or am I not communicative? Sure, I’m aware of the fact I live in the communications society. I try. I manage. My blog, the desire to present and represent myself. Costume National and C’N’C; exploring new horizons, taking new roads, interacting with new technologies. The virtual world, the new universe of freedom. All this is communication. Expression is the very essence of life. My start and my guiding star.

“Allina” coreography by Walter Matteini, costumes Ennio Capasa, Costume National photo: Cofano – Iesseppi

Artist Maarten Baas with Ennio Capata

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C’N’C show runway– Milano Loves Fashion 2010


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Sketches of the CoSTUME NATIONAL uniforms for INTER

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Sorrido! Perché sorrido? La musica ha il potere di cambiarti l’umore. Sento una strimpellata di chitarra elettrica ispirata ai Led Zeppelin e sogno. Creo nel mio immaginario - Una collezione donna sperimentale - Milano, come prima città verde d’Europa, un piede nel passato e uno nel futuro - La mia casa sferica, sospesa nell’aria, trasparente. Sotto, un’immensa foresta confinate con il mare - Nuovi incontri. Poi la realtà. Il concept-store CoSTUME NATIONAL a Tokio, vestire la squadra dell’Inter e, infine, oggi anche EEQUAL.

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EEQUAL men’s and women’s democratic fashion project in collaboration with OVS Industry

Milano Loves Fashion 2009

I smile! Why do I smile? Music has the power to change moods. I hear a Led Zep riff on an electric guitar and I dream. I create my imaginary world – An experimental women’s collection - Milan, as Europe’s first green city, one foot in the past, one in the future – My spherical home, suspended in the air, transparent. Below, an immense forest bordered by the sea – New meetings. Then reality. The CoSTUME NATIONAL concept-store in Tokyo, dressing the Inter team and finally, today EEQUAL as well.

www.costumenational.com www.cnc-costumenational.com http://blog.costumenational.com


by francesca sofia chiapponi

Nella dialettica dell’in&out, anche l’OUTwear diventa occasione per manifestare valori INtrinseci di eco-responsabilità. Dietro le quinte con CHRISTOPHER RAEBURN. Innovative, Functional & Fun.

Inglese purosangue, diplomato al Royal College of Art e un passato da cartamodellista. Christopher Raeburn è un talento tanto nuovo quanto innovativo, che propone alla moda una visione netta, declinata secondo le leggi del riciclo e per questo si inserisce di diritto nella mappa del design ecosostenibile. Lo stilista, è il caso di dirlo, ha rifatto i connotati a parka, impermeabili e giubbotteria: Ethically Intelligent e Proudly Remade in England. L’outwear che propone non solo è leggero e ad alto tasso etico (leggi: recupero di paracadute dismessi), ma, verrebbe da dire, a km zero, prodotto cioè laddove é concepito (leggi: East London). Con buona pace del BFC (leggi: British Fashion Council) che attraverso il prolifico London Show Rooms da un paio di stagioni promuove un designer di indubbia capacità, qualità, estetica e con una buona dose di praticità. Augurandoci che nel successo il Bagliore (leggi: Dazzle) che dà il nome alla sua ultima collezione non oscuri quel Prepare+Protect che ben titolava il suo esordio e un’identità fondata sui valori di cura e artigianato - tutt’altro che scontato nel sistema moda contemporaneo. PH.: MATTEO VOLTA+Daniele Oberrauch

In the dialectic of in&out, even OUTwear gets the chance to show its INtrinsic eco-responsible values. Behind the scenes with CHRISTOPHER RAEBURN. Innovative, Functional & Fun.

English born and bred, graduate of the Royal College of Art and once a pattern-maker, Christopher Raeburn is a talent as new as innovative, who proposes a clear vision of fashion declined according to the laws of recycling. This alone earns him a place on the charts of eco-sustainable design. The stylist, and it is certainly the case to call him so, has changed the connotations of parkas, raincoats and bombers in general: Ethically Intelligent and Proudly Remade in England. The outwear he offers isn’t just light and with high ethical content (read: recycled from old parachutes), but zero carchristopherraeburn.co.uk britishfashioncouncil.com/londonshowrooms

bon footprint too, meaning, produced where conceived (read: East London). With the approval of the BFC (read: British Fashion Council) that has been promoting a designer of indisputable capacity, quality, aesthetic and practicality for the last couple of seasons through the prolific London Show Rooms, and in the hope that the success of Dazzle, the title of his latest collection, doesn’t eclipse the Prepare+Protect that well entitled his debut and his identity well-founded on caring and crafting values – anything but taken for granted in the contemporary fashion system.


ARCHEOLOGY L’origine: tessuti e scarti militari vengono selezionati, inviati all’atelier e riarrangiati in capi a tiratura limitata. The source: military fabrics and cast-offs, sent to the atelier and rearranged into limited edition items of apparel..

courtesy of christopher reaburn press office


In fieri: nell’atelier dell’East London gli indumenti subiscono un processo di minuziosa analisi e ricostruzione ad hoc.

RESEARCH & DECONSTRUCTION Work in progress: at the East London atelier the garments undergo a meticulous analysis and ad hoc reconstruction.

courtesy of christopher reaburn press office


Result: fabrics transformed by creative implementation and forming techniques. Ready to wear outwear.

DEVELOPMENT Risultato: tessuti si trasformano, attraverso tecniche di implementazione creativa e messa in forma. L’outwear è ready to wear.

courtesy of christopher reaburn press office


by Roberta Molin Corvo I loro lavori sono un attributo personale, un loro tratto, l’estensione delle loro personalità. Non si limitano a documentare le loro idee, amano creare. Il loro istinto è essere creativi. Their works are a personal attribute, an outline, an extension of their personality. Not limited to documenting their ideas, they love to create. Their instinct is to be creative.

Pamela Reed e Matthew Rader si sono conosciuti online, in un social network, scoprono di frequentare la stessa scuola, l’Istituto d’Arte di Pittsburgh, e di abitare nello stesso palazzo. Insieme si trasferiscono a New York, a Brooklyn dove vivono tuttora, e si diplomano alla School of Visual Arts. Da subito diventano inseparabili nella vita, nel gioco come nel lavoro. Un team in perfetta simbiosi, due cervelli che si alimentano vicendevolmente in creatività che loro definiscono con queste parole: “tecnologia, futurismo, l’ignoto, un abbraccio”. Tutto il loro mondo come il loro lavoro è online, concepito e realizzato unicamente per il virtual world. Pamela e Matthew sono due personaggi con una carica di positività non indifferente. Il mondo di REED + RADER è una continua meraviglia. Si divertono lavorando e prendendosi non troppo sul serio: “se alla fine della giornata non ridiamo di un progetto sul quale lavoriamo, forse è segno che quel progetto non deve essere realizzato.” E ancora “Il mondo è pieno d’eventi gravi, ci piace fuggire da questa realtà, il nostro lavoro ci permette di evadere.” Vivono circondati di cose, oggetti, persone che li ispirano. La loro casa è piena d’animali di peluche e imbalsamati. Hanno quattro gatti; Essy, Xanadu, Fifi Bofinkles, Brother. Amano i videogiochi, chattare in rete che considerano la loro famiglia. “Con la tecnologia si arriva ovunque” – spiegano - “entrare in internet, vistare un blog, ricercare qualche cosa di specifico. Questo è l’ ”effetto Wikipedia”, in pochi secondi, link dopo link, si scoprono cose mai viste e che non hanno niente a che vedere con l’inizio della ricerca.” - Così si materializzano le idee per i loro progetti, affidandosi al caso.

all photos courtesy of reed+rader

Pamela Reed and Matthew Rader met each other online, in a social network, found out they went to the same school, the Art Institute of Pittsburgh, and lived in the same building. Together they moved to New York, to Brooklyn where they still live, and took their diplomas at the School of Visual Arts. They became inseparable right from the start, in life and at work. A team in perfect symbiosis, two minds feeding each other with a creativity they define in these words: “technology, futurism, the unknown, a hug”. Their entire world, like their work, is online, conceived and realized exclusively for the virtual world. Pamela and Matthew are two personalities with a significant positive charge. The world of REED + RADER is a continual wonder. Their fun comes from working and not taking themselves too seriously - “ if we don’t laugh about a project we’ve been working on at the end of the day, maybe it means we shouldn’t do it” and then they say “ the world is full of tragic events, we love to escape from this reality, and our work lets us.”


Nei loro racconti i personaggi sono stati descritti come “creepy” ma per loro è normale, è solo un’idea umana sconosciuta che non esiste veramente (ancora). L’ignoto a molti fa paura, per loro è eccitante. Amano sapere che lo spettatore, di fronte al loro lavoro, si sente a disagio non sapendo cosa stà succedendo, o succederà. “Ci piace trasformare i personaggi in qualcosa che può esistere solamente un giorno sul set. Prima elaboriamo un concetto e poi gli troviamo il carattere”. Il risultato sono degli ibridi tra uomo e animale, mostri irreali tra simpatia e assurdità. “Il video è l’ultima tappa di visualizzazione del nostro lavoro, prima c’è la fotografia, l’illustrazione, il collage, il design e molte altre cose.”

They live surrounded by things, objects, people that inspire them. Their home is full of plush and stuffed animals. They’ve got four cats; Essy, Xanadu, Fifi Bofinkles, Brother. They love videogames, chatting on social networks they consider as their family. “With technology you can get anywhere” – they explain - “enter the Internet, visit a blog, search for anything specific. This is the “Wikipedia effect” ”, in a couple of seconds, link after link, you discover things you’ve never seen and that have nothing to do with what you were looking for in the first place.” – This materializes ideas for their projects, simply trusting to chance. In their stories the characters are described as “creepy” but for them it’s normal, just an unknown human idea that doesn’t really exist (yet). For them the unknown that frightens most people is exciting. They love knowing that looking at their work spectators feel uneasy not knowing what’s happening, or about to happen. - “we like transforming characters into something that can only exist for one day on the set. First we work on a concept and then we find the character”.The result is a hybrid of man and animal, unreal monsters in a combination of sympathy and absurdity. “Video is the final step in the visualization of our work, first comes photography, illustration, collage, design and many other things.” In their beloved books (Rainbows End, The Singularity is Near, 1984, Red Mars,


Nei loro libri amati (Rainbows End, The Singularity is Near, 1984, Red Mars, Atlas Shrugged, The God Delusion) e nei film preferiti (Blade Runner, Serial Experiments Lain, Brasile, Citizen Kane, Metropolis, Strange Days, Star Wars), c’è il futuro in cui loro credono, ovvero una tecnologia non secondaria ma parte integrante dell’essere umano, indossare un futuro di fantascienza che non sembra poi cosi lontano dalla realtà. Amerebbero vistare il Sud Africa, Tokyo, le Piramidi, Dubai, ma il loro sogno è quello di viaggiare nello spazio, verso Marte, che considerano l’ultima infinita possibilità dell’ignoto. Nel loro ideale di vita c’è un appartamento in città e una casa con un grande giardino in campagna, un mausoleo per i loro gatti ai quali, quotidianamente concedono molte coccole. Amano cucinare e la pizza, vivono pensando ad un mondo migliore. In un futuro Internet, tutto per loro, vogliono continuare a esplorare la tecnologia interattiva del mondo online con le sue molteplici possibilità come la 3D o il touch screen, fino a permettere allo spettatore di interagire con le loro idee. Tra i loro molteplici progetti spicca www.misterwubba.com.

Atlas Shrugged, The God Delusion), and their favorite films (Blade Runner, Serial Experiments Lain, Brazil, Citizen Kane, Metropolis, Strange Days, Star Wars), there’s the future they believe in, that’s a technology not secondary but integrated into the human being, wearing a science fiction future that in the end doesn’t seem to be that far from reality. They’d love to visit South Africa, Tokyo, the Pyramids, Dubai, but their real dream is to travel in space, to Mars, which they feel is the ultimate infinite possibility of the unknown.


Mister Wudda è la mascotte della felicità nel mondo, il porta parola di un abbraccio e un sorriso tradotto con semplici portrait in polaroid. Questa estate hanno scoperto il giardinaggio e hanno creato un giardino pensile sul tetto del loro indirizzo metropolitano, dopo alti e bassi, riescono a coltivare zucche, mais, fagioli, broccoli, pomodori, peperoni, piselli, carote e fragole Sul blog www.meowzas.com potrete seguire in diretta tutti i progressi, con relative foto, del loro progetto di orticoltura/cittadina. Per il futuro ci parlano di Star Wars Battles, Kool-Aid Man, Cats, Titty Rubbing, Circuses, Dubstepping Dinosaurs,… quindi aspettiamo, curiosi di vedere. Nell’attesa perdetevi in www.reedandrader.com.

In their concept of a perfect life they’d like an apartment in the city and a house in the country with a huge garden, and a mausoleum for their cats on which they lavish much attention every day. They love cooking and pizza, and live contemplating a better world. In an Internet future, all for them, they want to keep on exploring the interactive technology of the online world with its manifold possibilities like 3D and touch screen, that let the spectator interact with their ideas. One of their many projects is www.misterwubba.com Mister Wubba is the mascotte of happiness in the world, the spokesthing of hugs and smiles translated with simple Polaroid smiles. This summer they discovered gardening and created a hanging garden on the roof of their metropolitan home, and after various ups and downs they manage to grow pumpkins, corn, beans, broccoli, tomatoes, peppers, peas, carrots and strawberries. You can follow the progress of their metropolitan horticultural project live on the blog at www.meowzas.com, with all the photos. For the future they talk to us about Star Wars Battles, Kool-Aid Man, Cats, Titty Rubbing, Circuses, Dubstepping Dinosaurs,… so we wait with bated breath curious to see. While you wait, lose yourself in www.reedandrader.com.


ruchika.s19@gmail.com

BiomechanicsisthethemeoftheF/W2010/2011collectionbyRuchika Sachdevathatadronstheandro/womanwithmetallicconnectors: studs,key-ringsandaluminumplates.Aim:tohighlightthealienation of man over machines

E’ la Biomeccanica il tema della collezione A/I 2010/11 di Ruchika Sachdeva che adorna l’andro/donna con raccordi metallici: borchie, portachiavi e lastre di alluminio. Obiettivo: evidenziare l’alienazione dell’uomo a favore delle macchine.

Esploratori - Explorers

RUCHIKA SACHDEVA

Photo by Rebecca Litchfield

samanthacolelondon.co.uk

TherearenorulesforthisdesignerfromLondonwhointhecreative processrangesfromoneepochtoanotherwithaneyeonthefuture. Theresultsarerigidformsthatwrapthebodyincagesandspaceships.

Non esistono regole per la designer londinese che nel processo creativo spazia da un’epoca all’altra con occhio rivolto al futuro. Ne risultano silhouette rigide, che avvolgono i corpi in gabbie e navicelle.

Navicelle - Space ships

SAMANTHA COLE

kirsty-ward.com

Metallicjewels.Agglomerateofcrystalsandscrews,ironandcopper. For the tribal jewels of the future.

Monili metallici. Agglomerati di cristalli e viti, ferro e rame. Per gioielli tribali che sanno di futuro.

Talismani dall’Universo - Talismans from the Universe

KIRSTY WARD

by FABIANA GILARDI

Hanno guidato navigatori lungo i mari, ispirato poeti, commosso gli amanti… Hanno svelato il futuro, irretito il passato, osservando il presente.. Stelle, pianeti, costellazioni: sole e luna, marte e venere, il buco nero e l’universo. Conquista per l’uomo, suggestione per la moda.

They’ve guided seafarers across the seas, inspired poets, moved lovers … They’ve revealed the future, seduced the past, observed the present.. Stars, planets, constellations: Sun and Moon, Venus and Mars, black holes and the universe. A conquest for mankind, an inspiration for fashion.


Photo by David Abrahams

helenfurber.com

Orbitingaround(sponsors)Y-3,NaturallyOrganicLeatherandStudio VanderGraaf,theethicalmodularfootwearprojectbyHelenFurber. Here, the Euphemia collection.

Gravita attorno a(gli sponsor) Y-3, Natureally Organic Leather e Studio Van der Graaf, il progetto etico di calzature modulari di Helen Furber. Qui la collezione Euphemia.

Satelliti - Satellites

HELEN FURBER

yongkyunshin.com

Inacrucibleoftechniquesanddesign,KoreandesignerYongKyunShin entrustshisaspirationsasstylistofthefuturetothemoon.FortheF/W 2010/11,takingopticaleffectstotheextremewitharockspirit,heinterprets the women’s space suit with great femininity.

In un crogiuolo di tecniche e dettagli, il coreano Yong Kyun Shin affida alla luna le sue aspirazioni di stilista del futuro. Per l’A/I 2010/11, estremizzando l’effetto optical con spirito rock, interpreta con femminilità la tuta spaziale.

Divise - Uniforms

YONG KYUN SHIN

alisabieniek.com

Liquefiedcreaturesfromaparalleluniverse,thatdivideandmultiply. Aliens.Anddelicate.ThesearethewomenofAlisaBieniek,theLondon baseddesignerwhodelineatesthefigurewithlasercutsanddigital prints.

Creature liquefatte, di un universo parallelo, che si scorporano e si moltiplicano. Aliene. E delicate. Così le donne di Alisa Bieniek, designer con sede a Londra, che disegna silhouette con tagli laser e stampe digitali.

Alieni - Aliens

ALISA BIENIEK


TAKASHI NISHIYAMA Il popolo delle stelle - star folks Per difendersi dal gelo stellare, la pelliccia collage del designer giapponese Takashi Nishiyama (vincitore della nona edizione di ITS, International Talent Support). Dotata di un elmo/cappuccio è destinata a un indiano dell’universo (ispirato al videogame Monster Hunter). Toprotectagainstthecoldofspace,thecollagefurbyJapanesedesigner TakashiNishiyama(winnerofthenintheditionofITS,InternationalTalent Support).Equippedwithhelmet/hood,it’sdesignedforspaceIndian(inspired by the videogame Monster Hunter). yongkyunshin.com Photo by Ennio De Marin

FRANCESCO SCOGNAMIGLIO A 5 punte - Five-point “Cadon le stelle” sugli accessori del designer partenopeo, che ha utilizzato gli astri per costruire maschere e armature nella collezione P/E 2010. “Rainingstars”ontheaccessoriesbythisNeapolitandesigner,whohasusedstarstoconstructmasksandarmorfor the S/S 2010 collection. francescoscognamiglio.it

ALITHIA SPURI_ZAMPETTI Materia oscura - Dark matter E se tutto fosse risucchiato in un buco nero? Forse diventerebbe un abito, come questo, creato da Alithia Spuri-Zampetti, pluripremiata designer nata a San Diego e residente a Londra. Andifeverythingweretobesuckedintoablackhole?Maybeit’dturn intoadress,likethisone,createsbyAlithiaSpuri-Zampetti,theawardwinning designer born in San Diego and now living in London. alithiaspurizampetti.com Photo by B. Robinson


COLIÀC Elementi - Elements Conglomerati rocciosi e dorati arricchiscono la collana dell’ultima collezione di Martina Grasselli (designer del brand), Eccedenze, reinterpretazione fashion di meteoriti di troppo. RockyandgildedagglomeratesadornthenecklaceinthelatestcollectionbyMartinaGrasselli(branddesigner),excesses,fashionreinterpretation of a meteorite too far. martinagrasselli@yahoo.it

CARTIE

R paziali

Doni s

- Spac Replica er gifts d chael C el modulo lu nare A ollins e pollo 11 Edwin e bianc che po “B o r tò Un “so , con smalto uzz” Aldrin su uvenir bianco lla Lun Neil Armstro ” , a. L ng prezio ro ro che s s o e so crea ,n blu, è g accato in oro , Mito da americ el 1969, l’ha rande giallo Car tier 15 x 10 voluto ani. N. su rich x 25 cm donare Welsh Replica ie , . C s a t a a c r ia tier Co d of llection scuno dei tre i Le FigaCollin theApollo11l © Car t a unarm sandEd s t ro nauti ier odulet win“Bu andwh hatt zz”A it Aprecio e,withred,w ldrintothem ookNeilArms h t o us“sou iteand rong,M on.Lac v b three astron enir”created lueenamel, queredinyell ichael itmeas a b u y C t s a r in car tie ures15 owgold tie 1969.N x10x25 r.it .Welsh rforLeFiga cm. roasag ,Cartie Photo ift rColl by Dav ection forthe id Abra ©Cart hams ier

SI KIM In orbita -

In orbit

Un meteori te? Un sate llite? Nessu ad entram no dei due. bi. E’ la prop Ma la form osta di Si Ki (l’origami no a riporta m, emerge n desta du nte design bb i). er coreana Ameteorite ?Asatellite? Neither.But posalbySiKi theshapere m,emerging callsboth.Th Koreandesi isis Photo by Pr gner(nodo ubtsaboutth theproimoz Korose eorigami). c


IMPROVS by alessio nesi

Sono diverse e soggettive le identità delle fragranze. Così come sono diverse e soggettive, ma soprattutto libere, le ragioni che spingono a rappresentare immagini per interpretare nuovi jus. Improvvisazioni che testimoniano l’identità del nostro tempo: un tempo immerso in un clima borghese e decadente, fatto di autoidentificazioni, mitologia, culto, dove trova efficace incarnazione il desiderio di evasione e il carattere di uno specifico contesto storico. Un clichè epocale e magico, con il compito di assicurare continuità alla distinzione. The identity of fragrances is diverse and subjective. Just as the reasons that inspire us to create images for interpreting new jus are diverse and subjective, but above all free. Improvisation that testify the identity of our times: once immersed in a bourgeoisie and decadent climate, made up of self-identification, myth, cult, where the incarnation of the desire to escape and the character of a specific historical context find an effective incarnation. An epochal and magical cliché, with the task of assuring continuity for distinction.


Eau de parfum N째 5, Chanel. opposite page Eau de Parfum 10, Avenue George V, Balenciaga Paris.


Eau de Parfum LOVE, Chloé.


Eau de Toilette, FerrĂŠ. ILL.: Alessio nesi Eau de Toilette Opium, Yves Saint Laurent.


Raf by Raf Simons shirt Adidas by Jeremy Scott sweatshirt + shoes Replay cardigan giuliano Fujiwara jacket + socks Marios leggings Sting sunglasses


on the wild side


Leitmotiv shirt


clockwise olivier - Marios bomber magnus - Marios Gilet oskar - Memine trousers+ shirt


Vince turtleneck - Maria Sterpeta Petrovic sweatshirt Cheap Monday maxi cardigan - Marios fur sleeves + trousers Sting sunglasses


clockwise Cheap Monday shirt + cardigan + jeans - Ksubi shirt on the shoulders G-star scarf - Lozza sunglasses Leitmotiv shirt + leggings - Memine vest + cardigan HTC leather jacket with studs


Replay shirt Raf by Raf Simons top + jacket + trousers giuliano Fujiwara coat Adidas by Jeremy Scott shoes Lozza sunglasses


Replay shirt Raf by Raf Simons top + coat giuliano Fujiwara jacket G-star trousers Adidas by Jeremy Scott shoes- Lozza sunglasses


 Vince turtleneck Raf by Raf Simons top Marios jacket+ rubber trousers Ksubi printed jeans G star jacket opposite page Replay shirt Adidas By Jeremy Scott studded shirt G-star jacket Marios vest oversize +shorts + trousers

photo Alice Rosati alicerosati.com styling RICCARDO L . groomers MARTA VETERE & ROSARIO BELMONTE models LORENZO V. @ 2MORROW JOHN CERCKAS @ ILOVE OLIVER WELTON @ FASHION MAGNUS ALINDER @ FASHION OSKAR LANDSTROM @ ILOVE TOMS @2morrow AUSTIN MULLER @ 2 MORROW


2030

Building a Vision By Ali Filippini

“Il city making è un’attività onnicomprensiva che fa ricorso a un’ampia gamma di discipline, una delle quali è la pianificazione e un’altra il design urbano, che però sono soltanto due fra le tante… si tratta di costruire una possibile narrazione della città, e capire come metterla in atto. E’ un processo che infonde energia e fornisce direzioni di marcia”. Charles Landry, “City Making”,L’arte di fare la città, Codice edizioni. “City making is an all-encompassing activity that embraces a wide range of disciplines, one of which is urban planning and another urban design, which however are just two among many… it involves building a possible narration of the city, and understanding how to put that into action. It is a process that infuses energy and gives a sense of direction”. Charles Landry, “City Making”,L’arte di fare la città, Codice edizioni.


Che aspetto avrà la città del futuro? Come ci muoveremo tra le sue strade? Sono domande “aperte”, interrogativi seri ai quali il Progetto – di design, architettura, urban landscape – dovrebbe fornire validi scenari di riflessione. Accade all’ultima Biennale di Architettura di Venezia, dove Audi presenta con una mostra curata con il web magazine di architettura Stylepark la ricerca di un concorso internazionale che ha come tema il futuro della mobilità urbana. Coinvolti sei studi di architettura tra i più interessanti della scena internazionale (Alison Brooks Architects di Londra; Bjarke Ingels Group di Copenhagen; Diller Scofidio + Renfro di New York; J. Mayer H. Architects di Berlino; Cloud9 di Barcellona; Standardarchitecture di Pechino) che per una volta non forniscono “arroganti” soluzioni griffate – da archistar – ma scenari futuribili per gustare azioni, comportamenti, “visioni”.

What will the city of the future look like? How will we move through its streets? These are important “open” questions to which Projects – design, architecture, urban planning – have to respond with valid scenarios for thought. This was the case at the last Architecture Biennial in Venice, at which Audi presented the results of an international competition on the theme of future mobility in an exhibition organized with the architectural web magazine Stylepark. The competition involved six of the most interesting architecture studios on the international scene (Alison Brooks Architects from London; the Bjarke Ingels Group di Copenhagen; Diller Scofidio + Renfro from New York; J. Mayer H. Architects from Berlin; Cloud9 from Barcellona; Standardarchitecture from Beijing) that for once didn’t offer arrogant “archistar-style’ designer solutions, but instead realistic future scenarios for savoring actions, behaviors, “visions”.


I temi sollevati dialogano con ricerche quali l’elettrificazione e l’interconnessione multimediale, e il modo in cui queste tecnologie cambieranno il design dell’automobile; più in generale i partecipanti ci pongono la questione della relazione con l’ambiente, e delle tecnologie con cui fare architettura domani. Si parte: la data posta come riferimento è un ipotetico 2030. C’è chi immagina, come il berlinese Jürgen Mayer H., un futuro completamente smaterializzato, dove flussi di informazione sottoforma di dati modelleranno la nostra interazione con l’ambiente. L’espressione che l’architetto usa è “digital splash”: un’assoluta connettività tra corpo, auto e l’intorno (edifici e infrastrutture, segnaletica, ecc), favorita dalle tecnologie digitali; un concept di mobilità integrata basata sull’informazione, che ridisegnerà completamente l’esperienza del guidare in città. Del resto si pensi ai sistemi di videosorveglianza in uso nelle città stesse e ai dispositivi intelligenti che abitualmente usiamo per comunicare (smart phone) e guidare (driverless car).

The themes tackled dialogue with research projects into things like electrification and multi-media interconnection, and the ways in which these technologies are likely to change the design of the automobile. More generally, the participants posed questions about relationships with the environment and the technologies that will be used in tomorrow’s architecture. So here we go: the date set as the reference is a hypothetical 2030. There are those, like Berlin based architect Jürgen Mayer H., who imagine a completely de-materialized future in which flows of information in the form of data streams model our interaction with the environment. The expression the architect uses is “digital splash”: absolute connectivity between body, car and surroundings (buildings and infrastructures, road signs, etc), facilitated by digital technology. A concept of information-based mobility that totally redefine the experience of driving in the city. Then again, it suffices to think about the video surveillance systems in use in the city today and the intelligent devices we are so used to communicating (smart phones) and driving with (driverless cars). Technologies ‘dissolved’ in data streams that ‘soften’ the confines between body, vehicle and architecture.


Tecnologie “sciolte” in un flusso di dati, che sfumano i confini tra corpo, auto e architettura. Una tesi, che trova d’accordo anche la giovane archistar danese Bjarke Ingels (Big), che vede nuovamente nella mobilità partecipata, condivisa, un mezzo di sviluppo interessante, insieme all’uso dell’information technology. L’architetto catalano Enric Ruiz-Geli dello studio Cloud9, pensa a veicoli zero emissioni ispirati alle architetture ”sostenibili” che lo stesso studio progetta; macchine che respireranno attraverso la loro stessa pelle-carrozzeria, attraverso l’impiego di materiali nanotecnologici. L’auto immaginata sarà simile a un grande intelligente airbag a misura di persona, in grado di prendere parte attiva ad un “ecosistema” pulito, attraverso l’energia fotovoltaica e l’idrogeno. E la questione ambientale è al centro anche della riflessione di Alison Brooks di Alison Brooks Architects che proclama il bisogno, l’urgenza di una nuova cultura automobilistica per il 21 secolo, che ci permetta di superare la vecchia, unendo ancora mobilità digitale, architettura, dispositivi elettronici per nuove città ecoglobali. Zhang Ke dello studio Standardarchitecture di Pechino prende spunto dalla sua città per immaginare delle cinture di traffico intorno al nucleo abitativo percorse da auto elettriche a forma di bolle, completamente trasparenti. Come strutture cellulari, queste unità potranno aggregar-

A concept that young Danish archistar Bjarke Ingels (Big) also agrees with, who sees an interesting medium for development in participated, shared mobility along with the use of information technology. Catalonian architect Enric Ruiz-Geli from the Cloud9 studio considers zero emissions vehicles inspired by the “sustainable” architecture the studio is currently working on. Vehicles that will breathe through their skin-bodywork, using nanotechnological materials. The car he imagines is like a big, smart airbag on a human scale, capable of taking active part in a clean ecosystem using photovoltaic energy and hydrogen. Alison Brooks, from Alison Brooks Architects also puts the question of the environment at the center of her reflections, proclaiming the need, and the urgency for a new kind of ‘car culture’ for the 21st century, that allows us to surpass the old one, once again combining digital mobility, architecture and electronic systems to create new eco-global cities.


si liberamente per transitare come mezzi di trasporto o servire da unità abitative. Qualcosa di analogo alla visione di Diller Scofidio + Renfro, dove il concetto di mobilità è riportato al nomadismo stesso degli abitanti metropolitani con la proposta di “ricoveri mobili” che forniscono nuovi modi di vivere, lavorare e spostarsi all’interno della città al di là delle categorie della macchina e la casa. Sono scenari che fanno parte di un city making, per dirla come “l’urbanista futurologo” Charles Landry, che è quanto di più necessario oggi all’immaginazione e al nostro prossimo futuro di abitanti. Senza dimenticare che “nell’immaginare ciò che la città potrebbe essere, è fondamentale lasciare spazio all’incanto”.

Zhang Ke from the Standardarchitecture studio in Beijing draws ideas from his own city, imagining belts of traffic around a residential nucleus travelled on by completely transparent bubble shaped electric cars. Like cellular structures, these units would be capable of freely aggregating together to serve both as means of transport and habitation units. Something like the vision of Diller Scofidio + Renfro, where the concept of mobility is related to the nomadism of city dwellers, with the idea of “mobile shelters” offering new ways of living, working and moving within the metropolis, above and beyond the concept of car and house. These are scenarios that are part of a kind of city making, to say it like the “urban futurologist” Charles Landry, that is essential today both for our imagination and our upcoming future as inhabitants. Not forgetting that “in imagining what the city could be, it is essential to leave space for enchantment”.


THE ALTER EGO OF MYSELF By Silvia frigerio & paolo gelmi


Se è vero che nella psiche dell’essere umano coesistono due poli opposti di una stessa natura, Alessandro Gedda si sposta da un estremo all’altro non fermandosi mai nel mezzo: è razionalità e istinto, logica e passione, consapevolezza e incoscienza. Il bianco e il nero: nel suo lavoro, come in una partita a scacchi, l’accortezza dello stratega lo conduce dritto verso l’obiettivo, e la cattura del re avversario si traduce inevitabilmente con lo scacco matto della vittoria. Perché nel suo lavoro la precisione pratica e la lucida fermezza non possono mai mancare al raggiungimento di un risultato, quel risultato che si ottiene con la determinazione di chi pretende il massimo, attraverso decisioni ponderate e accortamente ragionate. Ed è proprio quando la razionalità inizia a diventare un limite troppo stretto che la sua vera natura si risveglia, mossa da quell’istinto inquieto che lo porta a rifugiarsi nel suo laboratorio settecentesco di una villa in campagna, laddove attraverso i suoi pennelli riesce a dare sembianza a quel tumulto di pensieri che il suo intelletto non sarebbe mai capace di esprimere in un modo migliore con le parole. È là che si perde il suo genio creatore, in quell’universo in sospeso lontano dalla realtà, dagli affetti, dalle relazioni, là, dove si può sentire la voce della FOLLIA, da ascoltare per interpretare… left A draft: Porsche 356, 2010 right H20 opposite page Alessandro gedda, posing in a handpainted porsche ph.:fredi marcarini

If it’s true that the human psyche has two opposite poles of same nature, Alessandro Gedda shifts from one to the other never stopping in between: rational and instinct, logic and passion, awareness and unconsciousness. The black and the white: in his work, just like in a chess game, the foresight of the strategy leads him straight to the goal, and the capture of the opponent’s king inevitably translates into a victorious checkmate. Because in his work thepractical precision and lucid balance can never be lacking in the achievement of a result, the result that can only be obtained with the determination of one who demands the utmost, through decisions that are well thought-through and astutely reasoned. And it’s precisely when rationality begins to become a limit that’s too tight that his true nature awakens, stimulated by the restless instinct that makes him take refuge in his seventeenth century workshop in a country villa, where with his brushes he manages to give form to that tumult of ideas that his intellect would never be capable of expressing better in words. It’s there that his creative genius loses itself in a universe suspended far from reality, feelings, relationships, there, where he can really hear the voice of MADNESS, to be heard, and interpreted …


Due A e una V doppia: che cos’è Art Around the World?

È il sogno di un artista di catturare le mille sfaccettature del mondo, le sue emozioni, le sue energie, i suoi colori, e di trasmetterli istantaneamente sulla tela, senza aspettare di dover tornare a casa. Perché la sua casa diventerà il mondo e l’arte la sua beneamata compagna, attraverso un viaggio in un container riempito solo degli attrezzi del mestiere, quei pennelli, quelle tele e quel tavolo come strumenti indispensabili per la sua pittura. Un container di 12 metri suddiviso in un laboratorio e in uno studio di pittura che si affaccia sul mondo attraverso 6 metri di parete finestrata, che inizierà il suo lungo viaggio a fine 2011 e che farà tappa in tutti i principali paesi del mondo: Russia, Cina, Giappone, Nuova Zelanda, Stati Uniti e Sud Africa. Il ritorno in Italia? Dopo aver fatto il giro del mondo…

opposite page Raised black and white, 2010 below Art around the world: first step, 2010

Two A’s and a W: what is Art Around the World?

It’s the dream of any artist to capture the myriad facets of the world, its emotions, its energies, its colors, and to transfer them instantaneously onto canvas, without having to wait to get back to the studio. Because the studio is the world and art its beloved companion, on a voyage in a container filled only with the tools of the trade, the brushes, the canvases and the bench, indispensable instruments for his painting. A 12 meter container subdivided into a workshop and an artist’s studio that faces onto the world through 6 meters of windows that will start its long voyage in late 2011 stopping in all the major countries of the world: Russia, China, Japan, New Zealand, the United States and South Africa. To return? Only after having travelled the globe…


My deer, Frédérique Morrel ph: Philippe Cluzeau


Pixel Lab

By Ali Filippini

Dal ricamo al pixel digitale, passando per la scomposizione materica, il “pixel lab” del design contemporaneo produce immagini e oggetti un po’ onirici sui quali leggere storie. From embroidery to digital pixels, passing through materic breakdown, the “pixel lab” of contemporary design produces dreamlike images and objects on which to read stories. Considerare le tecniche di ricamo come una forma di decorazione dei materiali. Immaginare le superfici ricche e “tridimensionali” degli arazzi e affini come tentativi di scrivere la materia, disegnare le superfici trasferendovi colore, motivi, disegni. Un piccolo gioco-escamotage per godere appieno di alcuni aspetti del design contemporaneo che usa questo vocabolario espressivo come linguaggio. Bisogna abbandonare preconcetti funzionalistici, allora, per mettersi davanti alle opere uniche di Frederique Morrel, che con il compagno Aaron Levin trasferisce con molta ironia, ma anche un pizzico di cinismo, scene pop – anche a sfondo erotizzante – e immagini d’antan, su versioni moderne di trofei di caccia (teste di cervi, volpi, cavalli…in uno zoo immaginario) fino ad arrivare a sculture vere e proprie, come i grandi cervi decorati a effetto tappezzeria e versioni tassidermiche di personaggi immaginari dalle fattezze e

Consider embroidery techniques as a form of material decoration. Imagine the rich “three-dimensional” surfaces of tapestries and the like as attempts to write material, design surfaces transferring color, pattern, design. A little playful expedient to fully appreciate certain aspects of contemporary design that use this expressive vocabulary as their language. So, we have to abandon any functionalistic preconceptions to view the unique works of Frederique Morrel who, along with companion Aaron Levin great irony and even a touch of cynicism, transfers pop scenes – some very sexy – and images of old onto modern versions of hunting trophies (stag, fox, horse heads...in an imaginary zoo) up to creating veritable sculptures, like his big tapestry-effect decorated stags and taxidermic versions of imaginary characters with human features and proportions. The “serious” side of the thing concerns the retrieval of the cloths to make the linings for the works, all of them found around France with great attention to the quality of the material, artfully “stitched up”.


proporzioni umane. Il lato “serio” della cosa riguarda il reperimento delle tele con cui realizzare i rivestimenti delle opere; sono tutte, infatti, recuperate in giro per la Francia con grande attenzione alla qualità della materia, quindi “ricucite” ad arte. Con la stessa “ispirazione”, il giovane designer svedese Johan Lindstén, usa come pattern decorativo vedute di paesaggio a punto croce sugli schienali over size, imbottiti, delle sedute di design in legno; qui il ricamo diventa “pixel”, giocando con la nostra percezione digitale del ricamo stesso, oggi mediata dall’uso del computer e la pratica delle foto digitali. Per il designer la tecnica impiegata, il punto croce delle nonne, è stata trascurata nel tempo perché considerata di poco valore: il suo tentativo è di elevare questo fare artigianale a valore aggiunto, mixandolo con forme contemporanee. Una sorta di “refresh” della tecnica stessa. In questo transfert materico che abbiamo avviato non può mancare l’opera di Antonio Marciano che da tempo dedica la sua ricerca artistica al linguaggio naif dell’infanzia trasferendolo nella vibrazione di materiali prestati dal gioco, come i chiodini di plastica colorati che si infilano nelle lavagnette per comporre disegni. La tridimensionalità di queste composizioni diventa poi bidimensionalità nelle versioni fotografiche, in una ricorsione interessante che non fa perdere l’originalità di fondo della ricerca.

With the same “inspiration”, young Swedish designer Johan Lindstén, uses cross-stitch country scenes as decorative patterns on the oversize padded backs of his embroidery chairs. Here the embroidery turns into “pixels”, playing with our digital perception of the stitching itself, these days mediated by our use of computers and digital photography. For the designer, the technique employed (grandmother’s cross-stitch) has been neglected over time because considered of little value: his efforts want to elevate this crafting activity, giving it value added by mixing it with contemporary forms. A sort of “refresh” of the technique itself. In this materic transference we have started we certainly can’t leave out the works of Antonio Marciano, who for years has dedicated his artistic research to the naïf language of infancy transferring it to the vibrancy of materials borrowed from toys, like the colored pins children use to create drawings.

Artifacts : 1a : something created by humans usually for a pratical purpose; especially: an object remaining from a particular period <caves containing prehistoric artifacts> b : something characteristic of or resulting from a particular human institution, period, trend, or individual The three-dimensionality of these compositions becomes two-dimensional in the photographic versions, in an interesting recursion that does not lose the fundamental originality of the research. From embroidery to the digital pixel, passing through materic decomposition, the contemporary “pixel lab” produces images and dreamlike objects on which to read stories.

left Antonio Marciano, Let me sleep colored pins, 2008, cm 112x154


above Not for children under 3 years Antonio Marciano coloured pins, 2008, cm 48x44 left Embroidery chair Johan LindstĂŠn, Idyll Concept


VERTIGO A MAN STORY

Photo Tino Vacca Styling Marianna Redaelli Hair & Make-up Gigi Tavelli Model Yulia Kanova @NEXT

Shirt: Maison Martin Margiela Leather braces: AB a brand apart


Trench: Maison Martin Margiela above Denim shirt: HTC Cargo pants: HTC


above Cashmere cardigan: Avant-toi


Leather perfecto: HTC limited edition


Leather and studs braces: AB a brand apart


The

mountain GIANTS by PAOLO RINALDI


“Horizon Field” è il più grande intervento paesaggistico mai realizzato in Austria: 100 sculture in ferro di un corpo umano nudo a grandezza naturale. Il modello del corpo è quello dell’artista stesso che ha creato questi “giganti della montagna”, l’inglese Antony Gormley. Le sue sculture sono disseminate su una superficie di 150 chilometri quadrati, nelle montagne della regione del Voralberg. Ogni singola scultura è stata montata a intervalli irregolari in funzione della topografia; guardano in tutte le direzioni ma i loro sguardi non si incontrano mai. L’opera completa forma una linea orizzontale a 2.039 metri sul livello del mare, là dove, secondo i valligiani, la nebbia di valle non sale più. “Horizon Field” nasce dalla collaborazione con la Kunsthaus Bregenz e rientra nel progetto KulturLand, centrato sulla cultura outdoor. Questi giganti nudi di Gormley fanno riflettere: sono spettatori muti di fronte alla vastità della montagna: testimoni solitari del complesso rapporto tra l’uomo e la natura. Alcune figure sono state erette in luoghi in cui è possibile fare escursioni o sciare durante l’inverno, altre sono irraggiungibili ma visibili da punti di vista strategici. Per più di 25 anni, Antony Gormley ha rivitalizzato l’immagine dell’uomo in scultura attraverso una radicale indagine del corpo come luogo della memoria e trasformazione, utilizzando il proprio corpo come soggetto, strumento e materia. “Horizon Field”, che svela la profonda connessione tra territorio sociale e geologico, tra paesaggio e memoria, sarà esposto alle forze della natura e al cambio delle stagioni e potrà così essere percepito in modo sempre nuovo. Nell’aprile 2012 le figure – o quel che rimarrà di esse, dopo che la natura avrà fatto il suo lavoro – saranno rimosse. Info, www.austria.info/it PH.: paolo rinaldi

“Horizon Field” is the biggest landscape artwork ever realized in Austria: 100 iron sculptures of a full size naked human body. The model for the body is that of the artist who created these “giants of the mountain”, English born Antony Gormley. His sculptures are scattered over an area of 150 square kilometers, in the mountains of the Voralberg region. The individual sculptures are installed at irregular intervals according to the topography, and look in all directions but in such a way that their gazes never meet. The complete work forms a horizontal line at 2,039 meters above sea level, a height that, according to the local people, the valley mist never reaches. “Horizon Field” comes from the artist’s collaboration with the Kunsthaus Bregenz under the KulturLand project, centered on outdoor culture. Gormley’s naked giants make you think: they’re like mute spectators standing before the vastness of the mountains: solitary witnesses to the complex relationship between man and nature. Some of the figures have been set up in places you can get to on foot or on skis in winter, while others are impossible to reach but visible from a number of strategic points. For more than 25 years, Antony Gormley has been revitalizing the image of man in sculpture through a radical examination of the body as a place of memory and transformation, using his own body as subject, instrument and material. “Horizon Field”, which reveals the profound connection between the social and the geological territory, between landscape and memory, will be exposed to the forces of nature and the changing seasons and so will always be seen in new and different ways. In April 2012 the figures – or what’s left of them after nature has run its course– will be removed. Info, www.austria.info/it


ART OF SKIN by SantaNastro

Tra mondo dell’arte e fashion, Scott Campbell non ha dubbi: li sceglie entrambi. Nato a New Orleans nel 1976, questo artista con la passione dei tattoos coniuga nelle proprie opere il sogno di una creatività a trecentosessanta gradi, con un amore profondo per il dettaglio e le superfici, siano queste un bicipite ben allenato o una borsa di Marc Jacobs. Torn between two worlds, art and fashion, Scott Campbell has no doubts: he chooses both. Born in New Orleans in 1976, in his works this artist with a passion for tattoos combines all-round creativity with a profound love of detail and texture, whether on a well-tempered bicep or on a bag by Marc Jacobs.

Tutto comincia a San Francisco. Il giovane Scott, impegnato in Texas negli studi di biochimica, capisce di aver sbagliato strada e lascia tutto per raggiungere la patria del tatuaggio. Lì, alla Picture Machine, ha inizio una carriera fulminante che ne fa in breve uno degli artisti più pagati e desiderati, con clienti e amici prestigiosi, quali Heath Ledger e Courtney Love. Ma non basta. Così, Campbell, oggi a New York, sconfina nell’ambito delle arti visive. Galeotta è l’amicizia con l’artista americano Michael Bevilacqua, che lo coinvolge nella realizzazione degli adesivi per l’installazione Beyond and Back presentata da

opposite page Scott Campbell, Faux Paux, 2008, courtesy The Flat-Massimo Carasi, Milan above Scott Campbell, Skullbills, 2009, courtesy The Flat-Massimo Carasi, Milan

It all started in San Francisco. Young Scott, engaged in his studies of biochemistry in Texas, realized he’d chosen the wrong course and dropped everything and headed for the land of tattoos. There, at Picture Machine, he began a whirlwind career that rapidly turned him into one of the highest paid and sought after artists, with prestigious customers and friends like Heath Ledger and Courtney Love. But that wasn’t enough. So Campbell, now in New York, began trespassing into the world of the visual arts. His artist friend Michael Bevilacqua encouraged him to realize the decals for the installation Beyond and Back presented by Jeffrey Deitch in 2004. His real debut came in 2007 in Hydra, Greece, at the exhibition Grups and Dark Victory, organized by Dimitrios Antonitsis. His works were included in the group show Occult organized by Bevilacqua in 2008 at the Milan gallery The Flat, where the same year he held his very first solo show.


right Scott Campbell, Happy Holiday, 2008, courtesy The Flat-Massimo Carasi, Milan opposite page Scott Campbell, You fucking bitch 2008, courtesy The Flat-Massimo Carasi, Milan

Jeffrey Deitch nel 2004. Il vero e proprio esordio arriva nel 2007 a Hydra, in Grecia, nelle mostre Grups e Dark Victory, curate da Dimitrios Antonitsis. Successivamente, i suoi lavori sono inclusi nella collettiva Occult curata nel 2008 da Bevilacqua alla galleria milanese The Flat, presso la quale, nello stesso anno, si svolge il suo primissimo solo show. Scott non tradisce il proprio background di artista tatuatore. Tutt’altro: le sue opere rivendicano il suo immaginario, fatto di minuziose cesellature, volute anticheggianti, festoni floreali, ma anche – of course- di teschi, tribali e grafie neo-gotiche, che strizzano l’occhio alla streetart. Soggetti privilegiati sono le banconote da un dollaro, assemblate fino a raggiungere spessore, nelle quali l’artista intaglia le sue fantasie arabescanti, strato dopo strato. Decorazioni barocche, pistole, misteriosi simboli magici rappresentano un ricchissimo universo, racchiuso in piccoli oggetti preziosi, da proteggere sotto teca. Quel gusto per l’intarsio, per la pelle delle cose, va ad arricchire, inoltre, tavole di legno, libri di racconti, pugnali nei quali scava con il laser teste di bufalo, personaggi dei comics, auto mozzafiato, costruendo, opera dopo opera, un grande affresco della cultura americana. Non poteva lasciarselo scappare il mondo dell’arte. Nel 2009 è, infatti, tra i sessanta protagonisti di New York Minute, l’importante mostra organizzata al Museo Macro di Roma in collaborazione con la Fondazione Depart, dove, al fianco di giovani colleghi, quali Sterling Ruby e il da poco scomparso Dash Snow, è chiamato a rappresentare la scena underground della Grande Mela, con le sue contraddittorie vibrazioni, in cui cultura bassa e alta si incrociano di continuo. Non è un caso che un grande appassionato d’arte contemporanea e tatuaggi come Marc Jacobs abbia pensato ad un crossover tra tendenze felicemente sposabili, coinvolgendo Scott nella sfilata Louis Vuitton Uomo Primavera-Estate 2011, dove l’artista ha “decorato” gli splendidi modelli con il logo della prestigiosa maison francese e si è cimentato con la personalizzazione delle celebri borse tra pellami di alta qualità e simboli rubati allo zodiaco cinese. Cambia pelle ma l’idillio continua. scottcampbelltattoo.com sftattoo.com carasi.it

But Scott never renounced his tattoo artist background. Anything but: his works still belie his original imagination, made up of meticulous chiseling, old-style whorls, floral festoons but also – and of course- skulls, tribals and neo Gothic writings with an eye to his street-art roots. Favorite subjects are one dollar notes, stacked together thick, on which the artist inscribes his arabesque patterns, layer after layer. Baroque decorations, pistols, mysterious magic symbols form a rich universe, enclosed in tiny precious objects, to be protected in a display cabinet. That taste for inlay work, for the skin of things, goes to enriching tables, books, daggers on which he uses a laser to engrave buffalo heads, comic strip characters, fantastic cars, work after work building up a grand fresco of American culture. He couldn’t let the world of art get away from him. Indeed, in 2009 he was among the sixty protagonists of New York Minute, the important exhibition organized at the Macro Museum in Rome in collaboration with the Depart Foundation, where, alongside young colleagues like Sterling Ruby and the soon after deceased Dash Snow, he was called to represent the Big Apple’s underground scene, with its contradictory vibrations in which low and high culture cross paths constantly. It comes as no surprise that a great lover of contemporary art and tattoo like Marc Jacobs came up with the idea of a crossover between trends that marry easily, involving Scott in the Louis Vuitton Men’s Spring-Summer 2011 collection show, where the artist “decorated” splendid models with the logo of the prestigious French fashion House and tried his hand at customizing the brand’s celebrated bags in high quality leather with symbols stolen from the Chinese zodiac. The skin may change but the idyll goes on.


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