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1. Carlo Rivetti 2. Una veduta della sede di Stona Island a Ravarino (Modena) 3. Lo store di New York: il gruppo ha 20 monomarca nel mondo 4. Un look della primavera-estate 2017 5. Un capo frutto della collaborazione con Nike 6. Una proposta della linea junior per la prossima spring-summer

meglio anche l’e-store, che ormai pesa per il 5% sul nostro fatturato. Noi viviamo questo canale principalmente come uno strumento di story telling e di brand awareness, ma quest’anno le collaborazioni con Nike hanno dato impulso anche alla vendite. Persino il peso delle stagioni si sta equilibrando sempre più: l’estivo vale circa il 40%. Altro che marchio di capispalla, ormai siamo un’azienda che vende tutto e tutto l’anno. Siete a quota 20 monomarca. Ci sono nuovi opening all’orizzonte? Al momento prevediamo la relocation del temporary store di Los Angeles. Lo spazio definitivo sarà sempre su La Brea avenue e con i suoi 500 metri quadrati si tratterà del nostro più grande punto vendita al mondo. Non dovrebbero esserci altre operazioni retail nel 2017: d’altronde, dopo sei aperture nel giro di anno e mezzo (l’ultima a New York, ndr), sentiamo che è venuto il momento di consolidare.

In tanti, specie tra i coccolatissimi Millenials, si aspettano nuovi capitoli delle collaborazioni con Nike e Supreme. Saranno accontentati? Le partnership con questi marchi ci hanno dato una bella spinta, specie per farci conoscere in America, a cui proviamo a dare l’assalto. Ma non si può riproporre la stessa formula troppo a lungo. Per noi le limited edition e le capsule devono essere di stimolo per la creatività e non per le vendite. Altri co-branding arriveranno di sicuro, ma ora ci piace di più l’idea di sviluppare progetti speciali “in house”, come quello che abbiamo appena lanciato, Prototype Research Serie ovvero capi numerati, in edizione limitata, realizzati in materiali sperimentali, non ancora industrializzati. A proposito di futuro, lei crede nel see nowbuy now? Per noi il see now buy now è praticamente già realtà. Con Stone Island non abbiamo mai

sfilato, e non abbiamo intenzione di iniziare, specie finché si continuerà a farlo sei mesi prima dell’arrivo dei capi in negozio. Lo dico da sempre: le fashion week dovrebbero essere eventi in season, aperti al pubblico. Le nostre collezioni, prima della vendita al cliente finale, le vedono soltanto i buyer durante le campagne vendita e a nessuno di loro permettiamo di scattare foto. Quindi non ci bruciamo sui social con delle anticipazioni che 6 confonderebbero il consumatore. Anche l’attività di comunicazione sui media tradizionali e online inizia con la commercializzazione nei negozi delle collezioni, niente preview. Quindi su Stone Island non ci sono nuvole all’orizzonte? Le preoccupazioni che abbiamo sono legate principalmente al gestire al meglio la crescita. Siamo riusciti a inserire in azienda giovani figure professionali, per organizzare il ricambio generazionale di una parte importante della nostra forza lavoro. In questi anni ci stiamo anche confrontando con il problema dei falsi e delle truffe online. Abbiamo dovuto affidarci a una serie di società esperte nella lotta alla contraffazione. Un po’ ci preoccupa la capacità produttiva: abbiamo appena ampliato lo stabilimento di Ravarino, ma ora che siamo arrivati a realizzare 1.350.000 capi all’anno siamo già quasi al limite delle strutture. Dovremo potenziarci ancora. Ma sono felice di questo problema.  ■

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