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INTERVIEW

MASSIMO PIOMBINI

«IO E OLIVIER, STESSA AMBIZIONE: PORTARE BALMAIN TRA I GRANDI» In attesa dell’uscita del film sulla vita di Olivier Rousteing, direttore creativo di Balmain, il ceo della maison francese da 220 milioni di euro nel 2019 racconta il progetto legato agli accessori, che ha visto il debutto delle prime sneaker, annunciando molte novità tra opening e licenze in arrivo DI ANDREA BIGOZZI

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ue anni e mezzo fa iniziava la rivoluzione e ora è già tempo di bilanci per Massimo Piombini, dal 2017 amministratore delegato della maison Balmain. «Sembra sia passato molto più tempo, forse perché le cose fatte sono davvero tante», commenta il top executive. Due anni e mezzo in cui, dice lo stesso ceo, l’azienda - controllata dal fondo sovrano del Qatar, Mayhoola for Investments, già proprietaria di Valentino e Pal Zileri - è stata letteralmente ricostruita dalle fondamenta. «Da subito - fa il punto il top executive - abbiamo potuto fare affidamento su due asset fortissimi: un marchio famoso in tutto il mondo e un direttore creativo incredibile come Olivier Rousteing. Oggi che il mercato è condizionato dai Millennials e dalla Gen Z, poter contare su Olivier, che è uno di loro e sa perfettamente come andare incontro ai nuovi clienti, è stato un vantaggio. Ma il suo talento non poteva fare tutto da solo, serviva una strategia per tenere agganciato il pubblico più giovane». Quindi, da dove siete partiti? Dalla squadra. Prima dell’ingresso di Mayhoola, Balmain era fatta da poche persone e ognuno di loro aveva fino a quattro mansioni da svolgere, spesso neppure complementari. Quando sono arrivato, in azienda c’erano più o meno 200 dipendenti. Ora siamo circa 530 e il numero è destinato a crescere ulteriormente. Praticamente da subito sono state inserite nuove figure negli uffici risorse umane, nel

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17_09_2019

OLIVIER ROUSTEING È IL NOSTRO GRANDE ASSET: PARLA LA STESSA LINGUA DEI GIOVANI E NON VOGLIAMO FARCI SFUGGIRE QUESTO PUBBLICO LAVORANDO SU PREZZI PIÙ DEMOCRATICI E SU NUOVE LINEE

Massimo Piombini

marketing e comunicazione, attività che in precedenza erano principalmente gestite esternamente. Abbiamo anche creato un team di merchandising. Il tutto basato su figure giovani: la presenza di under 30 in azienda ora è molto alta. Come ha vissuto questa rivoluzione Rousteing, in Balmain già da 10 anni? L’ha incoraggiata da subito. Oliver è stato il primo ad aver capito che la struttura doveva crescere e non solo dal punto di vista della managerializzazione. Che cosa mancava a Balmain per fare il salto di qualità? Il business plan messo a punto ha individuato tre driver principali di crescita: gli accessori e il retail, che praticamente prima dell’ingresso

di Mayhoola non esistevano, e l’Asia, non sviluppata abbastanza. Ora che questi elementi sono stati avviati, Balmain è una maison che sta crescendo: il fatturato 2016 era di 136 milioni di euro e chiuderemo il 2019 a quota 220 milioni, ma i frutti del lavoro messo in campo in questi tre anni devono ancora essere colti. Come avete fatto a creare da zero il business degli accessori? Inizialmente ci siamo appoggiati a una struttura di Valentino (che è un’azienda cugina, visto che condividiamo l’azionista), attraverso un accordo di fornitura per la produzione di borse e scarpe. Poi ci siamo strutturati e abbiamo creato la Balmain Italia, a cui fa capo, oltre al monomarca di via Montenapoleone a Milano, anche la fabbrica di Scandicci, dove lavorano oltre 40 persone. Si è trattato di un investimento importante, ma ora abbiamo una

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FASHION N 9 2019  

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