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Anno 48 | N° 12 del 13.11 2017 | quindicinale | € 5,50 | www.fashionmagazine.it

E H I S SI D GL IN EN ION RS VE

Il magazine di news, business e trend

Living the Digital

Dream

Mentre il pianeta è in pieno fermento social, sull’e - commerce i brand italiani si accingono a giocare la partita della vita Nella foto: Versace


N° 12 13 NOVEMBRE 2017

SOMMARIO

www.fashionmagazine.it

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L’EDITORIALE

PROTAGONISTI

8

MICHAEL KLIGER MYTHERESA.COM

«Cresciamo in ogni Paese e a tutte le latitudini»

BUSINESS

12 I DATI DI DIGITAL FASHION ADVISORY

Come performano i top brand italiani sul web”

8 13

19 OPEN INNOVATION A caccia di idee disruptive In copertina

La primavera-estate 2018 di Versace (Foto @Imaxtree)

24 CHIEF DIGITAL OFFICERS Le strategie per fare (ancora più) carriera 29 CEO ROUNDTABLE

ON FASHION INNOVATION

Autorevoli modelli di rinnovamento a confronto

29

19 13_11_2017

3


N° 12 13 NOVEMBRE 2017

SOMMARIO

www.fashionmagazine.it

48 44 38 ONLINE ADVISORS Architetti delle sfide digitali 44 BRANDY Il 2022, così lontano e così vicino 46 ONLINE & MULTILABEL STORES La ripresa del lusso è merito loro 48 RETAIL REAL ESTATE Largo ai supermall esperienziali

52 52 GERMANY, AUSTRIA,

SWITZERLAND

La sfida tra brand si fa più accesa

56 GREECE La moda di Atene è un omaggio al made in Italy 58 BRAND TO WATCH

PEOPLE

60 PORTRAITS/LIZ BACELAR L’innovazione non ha confini

60

62 CAREERS 63 Q&A/ AZHAR SAFINOVA «Cosmopolita e fuori dal coro, come chi mi segue» 65 FASHION PEOPLE 66 RED CARPET

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56 65


www.ingramcamiceria.it


In questo numero Fashion si fa, per la prima volta nel corso della storia della rivoluzione digitale in atto nel fashion system, portatrice di un’assoluta novità (vedi il servizio a pagina 13). Dopo mesi e mesi di interviste informali, di sondaggi dietro le quinte e di dialoghi serrati con i capiazienda più importanti, il nostro giornale è in grado di esprimere una graduatoria di digital fitness sui top 33 player del settore in Italia. La nostra classifica, elaborata dalla business unit di Digital Fashion Advisory, fondata due anni fa in seno alla casa editrice, si differenzia dalle altre (poche e vaghe) graduatorie di questo genere in circolazione per l’assoluto orientamento al valore monetario di quello che le aziende sanno esprimere in ambito digitale. Abbiamo misurato i 33 top player lungo due assi cartesiane. Da un lato diamo l’ammontare (misurato in milioni di euro e stimato dal nostro team di consulenti) di quanto le nostre aziende fatturano sul web in e-commerce tramite il proprio e-store monobrand. Sull’altro asse raffiguriamo quanto questo fatturato e-commerce incide sul giro d’affari totale di queste stesse realtà. Ne esce una classifica molto interessante e identificativa di quanto le imprese e i brand si siano finora dati da fare su questo nuovo e decisivo fronte. I migliori tre (Woolrich, Philipp Plein e TwinSet) dimostrano di sapere tenere il passo con le realtà più avanzate a livello mondiale, di cui pubblichiamo alla stessa maniera i dati relativi a un panel alquanto rappresentativo. Tutto il resto è molto indietro. C’è, in poche parole, da colmare un abisso. Mentre Neiman Marcus è già al 29%, la Giorgio Armani, per dire, rimane ferma al 0,8%. Sappiamo che nei nostri dati, vista l’opacità che finora ha imperato su questo tema, si può annidare nel dettaglio qualche parziale inesattezza. Sappiamo però anche che ci azzeccano parecchio (molti ceo confermano) e che porteranno a dati ancora più precisi, esaustivi e stimolanti per tutti in futuro. La lezione che possiamo trarre da questa lunga e illuminante operazione di studio e di trasparenza è la seguente: la partita della nostra vita noi del sistema moda italiano ce la stiamo giocando oggi. Chi nei prossimi due, massimo tre anni saprà colmare il gap con la concorrenza internazionale avrà delle importantissime carte da giocare. A chi rimarrà indietro non resterà invece che affidarsi a intermediari che, si sa, stanno diventando sempre più forti e monolitici, fino ai limiti del monopolio. La differenza la fanno il coraggio nell’investire e la sapienza con cui si definisce la propria decisa azione di investimento. Teniamo a questo proposito presente che l’e-commerce non è più un’invenzione da intuire, ma un mestiere ben esplorato, ormai standardizzato a livello internazionale. Non serve Einstein. Servono semplicemente dei bravi idraulici di flussi digitali, che in tutto il mondo avanzato abbondano, anche se sono ovviamente ricercatissimi. Troviamoli, ingaggiamoli e facciamone buon uso. E abbandoniamo remore che rischiano, queste sì, di inchiodarci a un passato che non ci possiamo più permettere di perpetuare.

L’EDITORIALE

Il momento della verità According to an exclusive survey of our new Digital Fashion Advisory unit about 33 Italian top fashion players, there is still a lot to do for our brands to win their game of their life in the e-commerce scenario. Only those who will be able, in the next two or three years, to bridge the gap with international competitors will have important cards to play.

Marc Sondermann

Direttore/Editor-in-Chief

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INTERVIEW

MICHAEL KLIGER / MYTHERESA.COM

«CRESCIAMO IN OGNI PAESE E A TUTTE LE LATITUDINI» In questa intervista con Fashion, il presidente di MyTheresa.com, Michael Kliger, spiega i motivi grazie ai quali il luxury e-tailer tedesco si prepara a superare di netto i 220 milioni di euro, mantenendo una misurata ma decisa politica di espansione su tutti i più importanti mercati mondiali.

2

DI MARC SONDERMANN

Speaking with Fashion, MyTheresa.com president Michael Kliger explains how the luxury e-tailer was able to breach a level of well over 220 million euro in the past fiscal year (the precise results will be released shortly), maintaining a calibrated yet determined expansion policy in all relevant markets worldwide.

1

S

apendo che a luglio 2016, a chiusura del fiscal year, eravate a 170 milioni di euro di fatturato (+38% sul 2014/2015), ci svela come si sta evolvendo il business? Sullo sfondo di un mercato del luxury e-commerce che si allarga a livello mondiale a un ritmo del +15-17% annuo, siamo soddisfatti nell’osservare che stiamo mantenendo un tasso di espansione decisamente superiore alla media, avendo incrementato il giro d’affari nell’esercizio appena concluso di ben oltre il 30%, assolutamente in linea con i tassi di crescita degli anni scorsi. La nostra cliente continua ad apprezzare di poter acquistare i propri prodotti di lusso preferiti online e ci premia con un altissimo grado di fedeltà. Facciamo di tutto per meritarcelo, con la speciale attenzione che le dedichiamo giorno per giorno. Quali sono le iniziative che mettete in campo per tenere alta l’attenzione delle consumatrici dell’alto di gamma verso il sito MyTheresa.com? Negli anni abbiamo imparato a lavorare sem-

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pre più strettamente con i brand su cui ci focalizziamo: mi riferisco a nomi come Prada, Gucci, Valentino, Missoni, Off-White. Con ogni marchio ideiamo collaborazioni specifiche e ad hoc, che poi si traducono in esclusive web capsule o retail capsule. Queste iniziative sono tipicamente accompagnate da un forte investimento in visual, spesso veri e propri fashion film. Con Valentino abbiamo ad esempio recentemente co-prodotto un video musicale: si è trattato di un modo molto efficace per innescare un momento di ingaggio emotivo con le nostre clienti. Come si ripercuote questo tipo di approccio sulla vostra traiettoria di crescita? Produrre asset digitali di altissimo livello qualitativo è per noi un’attività cruciale. Sappiamo che questo genere di video viene ormai visualizzato in prima linea sullo smartphone e che, per essere d’impatto, i cortometraggi devono rispondere soprattutto a criteri di assoluta impeccabilità. Per menzionare un dato, il nostro ultimo video con Valentino è stato

visualizzato oltre un milione di volte solo su YouTube. La sfida per noi non è dunque solo quella di crescere, ma di creare dei punti di interazione individuali ed emotivi che impattano meglio di qualsiasi genere di campagna pubblicitaria. In questo modo facciamo 8 capire che siamo un ‘negoziante del lusso’ speciale, con cose che nessun altro ha. Siamo stati ad esempio l’unico sito di luxury e-commerce al mondo che ha potuto offrire ai propri utenti il configuratore online della Ace sneaker di Gucci - a parte Gucci.com, ovviamente. La vostra espansione geografica come procede? A livello internazionale siamo sempre più presenti. Nel marzo scorso abbiamo lanciato la versione in coreano, dopo che avevamo lanciato quella in cinese nel marzo


2016 e quella in arabo a maggio 2015. Il nostro mercato domestico, la Germania, pesa ormai solo per il 20% del giro d’affari, anche se rimane tuttora il singolo mercato di sbocco più grande. Seguono la Gran Bretagna, gli Stati Uniti, il Medio Oriente, la Corea e la Greater China. Questo corrisponde a grandi linee alla relativa importanza dei rispettivi mercati riguardo al lusso in generale, a parte il Giappone, che sappiamo essere ancora un po’ in ritardo in termini di penetrazione digitale.

3

4

7

5

Quali sono le vostre priorità di fronte a questa esposizione, di fatto imponente? Di fatto, la sfida cui noi di MyTheresa.com ci troviamo davanti è partecipare al gioco su tutti i mercati e su tutti i canali contemporaneamente. Là fuori è in atto una dinamica di mercato che definirei incredibile: gli stessi marchi la percepiscono, allo stesso modo di come facciamo noi. Bisogna dunque creare, di comune accordo e agendo sempre di concerto con i brand, dei momenti di buzz in grado di rafforzarsi a vicenda. Allo stesso tempo è assolutamente necessario rendersi conto che si tratta solo di sporadici momenti, per cui tutta la comune potenza di fuoco va concentrata all’interno di archi di tempo molto ristretti, in modo da poter arrivare sopra la soglia di attenzione. I brand in questo non possono essere pilotati od obbligati ad alcunché - è la qualità del contenuto, solitamente, a entusiasmarli e a portare i loro ambassador per eccellenza, gli stilisti stessi, a condividerli.  ■

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1.Un ritratto di Michael Kliger, presidente di MyTheresa.com 2. Il “Mini-Me”, presentato dal sito lo scorso agosto, con un focus sulle scarpe 3. Il video realizzato con Valentino 4. Abiti di Prada su MyTheresa.com 5. Il packaging, una componente chiave del servizio 6. Il nuovo centro logistico di Kirchheim-Heimstetten 7. Un modello di Missoni 8. Gucci DIY x MyTheresa.com

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NEWS A CURA DI ELISABETTA FABBRI

A DECODED FASHION SI PARLA DI UNIFIED COMMERCE Decoded Fashion, the summit for the fashion tech community, comes back in Milan. This year the theme is the “unified commerce”.

ALIBABA

ZALANDO

SEMPRE PIÙ OFFLINE DOPO IL +61% NEI RICAVI

IN CRESCITA MA RITOCCA I MARGINI AL RIBASSO

Alibaba announced third quarter 2017 results: the e-commerce giant reported a 61% revenue rise. Its new retail strategy is opening offline, unstaffed “smart store”.

Zalando lowered 2017 profit guidance after weak October. The German online fashion retailer has reported a rise in quarterly revenues and fall in profits.

I ricavi trimestrali di Alibaba sono aumentati del 61% a 55,12 miliardi di yuan, circa 8,3 miliardi di dollari: una cifra oltre le stime degli analisti che, in media, si aspettvano una crescita del 50% e ricavi pari a 52,2 miliardi di yuan. Il core business dell’e-commerce (Taobao e Tmall tra i siti più noti), ha realizzato un +63% sfiorando i 7 miliardi di dollari. Nei tre mesi terminati in settembre sono risultati in netto aumento anche gli altri business: +99% il cloud computing, +33% il comparto media ed entertainment e +27% le altre attività (tra cui le “innovation initiatives”). L’utile netto del gruppo si è invece attestato a 2,65 miliardi di dollari, in crescita del 132%. Nei dati allo scorso giugno, i consumatori attivi sulle piattaforme cinesi di Alibaba sono saliti a 488 milioni (+22%, rispetto allo stesso periodo del 2016). Tra giugno e settembre i “maus” (monthly active users) che hanno fatto shopping in mobilità sono saliti da 529 a 549 milioni. Per uno shopping online-offline sempre più integrato, ora il gruppo guidato da Jack Ma (nella foto) punta all’apertura di nuovi store fisici in Cina. Nei piani, oltre 1.000 label entreranno in 100mila “smart store” altamente digitalizzati, senza staff, con servizi come i pagamenti con la tecnologia del riconoscimento facciale e le soluzioni scan & deliver.

Nel terzo trimestre l’e-tailer Zalando ha superato il miliardo di ricavi, in crescita del 28,7% rispetto allo stesso periodo del 2016. Nel periodo i clienti attivi sono saliti a 22,2 milioni: un milione in più rispetto al secondo trimestre 2017. L’ebit adjusted (che esclude alcuni costi per indennizzi) è invece sceso da 19,4 a 0,4 milioni e il margine è passato dal 2,3% allo 0%. Il risultato quarterly è stato negativo per 11,1 milioni (da 5 milioni di utile). Nel periodo l’azienda tedesca ha proceduto con gli investimenti in infrastrutture logistiche e tecnologiche, che proseguiranno anche nei mesi seguenti (in novembre parte, tra l’altro, la costruzione di un hub logistico in Polonia). Nei nove mesi il fatturato di Zalando si è attestato a 3,2 miliardi (+23,9%), mentre l’ebit adjusted è sceso da 121 a 103 milioni di euro e l’utile è diminuito da 60,5 a 41,5 milioni. Commentando i risultati, il co-ceo Rubin Ritter (nella foto) ha confermato l’obiettivo del raddoppio dei ricavi per il 2020. Tuttavia, per la fine esercizio ha prospettato un operating profit margin sotto il 5% (dall’ipotesi precedente, tra il 5% e il 6%), per via delle deludenti performance di ottobre, dovute alle temperature miti. Il mese scorso la rivale britannica Asos ha invece alzato le previsioni di crescita delle vendite (dal range 20-25% al 25-30%) e previsto margini stabili al 4%.

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Il 14 e 15 novembre allo spazio Talent Garden Milano Calabiana, torna Decoded Fashion Milano, il summit internazionale dedicato al fashion tech portato in Italia da e-Pitti.com. “Culture, Digital, Data: Unified Commerce”: questo il tema del 2017, che vede Fashion tra i media partner e che conterà tra i relatori il suo direttore, Marc Sondermann. Nel corso della due giorni, speaker provenienti da vari Paesi condivideranno il proprio know-how sul digitale e sulle nuove tecnologie applicate al mondo della moda. Si parlerà, in particolare, di trasformazione digitale e cultura aziendale, innovazione di prodotto, personalizzazione dell’esperienza on/offline e cross channel, nonché di storytelling nell’epoca dei big data. In totale saranno 45 i relatori presenti, tra cui Ajlan Nihat Gun, vice president of digital commerce di Al Tayer Retailo, Anit Van Eynde, vp brand marketing di Levi Strauss & Co. Europe, Andreas Schmeidler, chairman di Tsum, Jenny Baik, ceo e co-founder di Orchard Mile e Riccardo Pozzoli, ceo di The Blonde Salad.

MODA OPERANDI LANCIA UN INCUBATORE PER EMERGENTI E-tailer Moda Operandi launches The Platform, an incubator for emerging brands. L’e-tailer di moda di lusso Moda Operandi ha creato un digital incubator - The Platform - per supportare i giovani designer in tutte le fasi dello sviluppo del loro brand. Il sito di e-commerce, che realizza circa il 25% delle vendite totali (nel 2016 pari a 106 milioni di dollari) con gli emergenti, parte con quattro brand: Markarian, Eleanor Balfour, Yeon e Lake Studio. Ma l’obiettivo della fondatrice Lauren Santo Domingo e del ceo Deborah Nicodemus è quello di arrivare a sostenere 25 marchi nei prossimi tre anni. Il progetto è connesso al debutto, previsto per il 2021, della private label Moda Operandi, che potrà beneficiare del network di designer e di imprese manifatturiere creato nel frattempo con l’incubatore.


KEROS for

Con la tecnologia la shopping experience non ha più confini LE TENDENZE IN RAPIDA EVOLUZIONE E UN CLIENTE SEMPRE PIÙ ESIGENTE SONO UNA SFIDA CONTINUA PER IL RETAIL. DOPO AVER SVILUPPATO PER MOLTI ANNI SOFTWARE E MODULI PER L’E-COMMERCE, KEROS DIGITAL HA MESSO A PUNTO UNA SUITE COMPLETA, CHE INTEGRA TUTTI GLI ASPETTI DELL’OMNICANALITÀ.

Nel corso degli anni, il team di Keros Digital ha constatato che tutti i fashion retailer di successo hanno una cosa in comune: riescono a ispirare i loro clienti fornendo un’esperienza d’acquisto omogenea attraverso tutti i canali. Ma come attrezzarsi per raggiungere questo risultato e fare della digitalizzazione una reale opportunità di crescita? Innanzitutto, una strategia retail deve sintonizzarsi sulla customer journey di oggi, che non è più lineare, in quanto l’esperienza d’acquisto online e quella offline si intersecano continuamente. Chi non è in grado di cavalcare l’onda del cambiamento rischia il calo delle vendite. Keros Digital ha la soluzione: si chiama K-OMS ed è un potente Order Management System per l’e-commerce, con un front end estremamente versatile. Come sottolinea Leonardo Pecchioli, ceo di Keros Digital, affidarsi alla consulenza di esperti è il primo passo per espandere il proprio raggio d’azione e affrontare nuovi mercati. «Le aziende - dice Pecchioli - devono saper gestire aspetti complessi, che cambiano a seconda dei Paesi: le tasse, la logistica, lo store management e molto altro, compresa la protezione dei dati dei clienti su tutti i dispositivi». Grazie a un›esperienza consolidata e a un network di esperti, il team di Keros Digital garantisce una shopping experience

all’insegna della massima affidabilità, eliminando tramite le best practice ogni pericolo di frode. Per risparmiare tempo e risorse, i fondatori consigliano di scegliere una piattaforma e-commerce centralizzata e facile da integrare, quale è K-Commerce, che permette ai brand di focalizzarsi su interazioni costruttive con i propri clienti. Con l’aiuto dei big data analytics (inclusi nel modulo di marketing K-MI), è possibile instaurare strategie efficaci di re-ingaggio, mentre connettendo la propria piattaforma di e-commerce con l’Order Management System si riesce a seguire in modo ottimale tutta la supply chain. La verità è che un upgrade, nell’ottica di essere all’altezza di determinati standard e soddisfare le richieste dei consumatori, non è un optional ma un passaggio necessario. Puntando su una piattaforma come K-Commerce, che si integra facilmente con i sistemi informatici già adottati, gli ostacoli vengono aggirati rapidamente. Ma non si deve dimenticare che per implementare un nuovo sistema nella propria azienda in modo efficace e vincente è indispensabile un cambiamento culturale e organizzativo. Solo così si possono gettare le basi per un successo di lungo termine in ambito digitale. Ci sono domande? Keros Digital ha la risposta giusta per portare il concetto di shopping experience a un livello superiore.

www. keros-digital.com


LA TUA IDEA DI INNOVAZIONE al Fashion Innovation Award

Innovazione: passiamo dal dire al fare Per questo motivo Loomish SA ha creato il “Fashion Innovation Award”, una competizione aperta alle startup in grado di ideare soluzioni di business applicabili al settore del fashion. FIA è una Call to Innovation e se credete di avere i requisiti per vincere, vi stiamo cercando. Vogliamo selezionare i progetti più innovativi per portarli al livello successivo. In palio per i vincitori, un boost per la reputazione del brand, l’introduzione in una rete di grandi investitori e meeting one-to-one con i brand più influenti a livello mondiale. Siamo aperti a soluzioni innovative per digitalizzare il business della moda in modo rivoluzionario, anticipando il futuro di questa industria.

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9 NOVEMBRE

16 NOVEMBRE

1 MARZO

25 MARZO

26 MARZO

APERTURA CALL TO INNOVATION

WAYSTAGE ALL’EVENTO SEC 2017 IN SVIZZERA

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SELEZIONE VINCITORI

PROCLAMAZIONE VINCITORI

2017

2017

2018

CONOSCI SOLUZIONI INNOVATIVE PER DIGITALIZZARE IL MONDO DELLA MODA DI DOMANI?

2018

2018

DURANTE ANNUNCIO INTERNAZIONALE

COS’É LOOMISH

È un motore globale per l'innovazione digitale nel settore moda, che fornisce advisory d’investimento nel Fashion Tech e per l’industria retail. Siamo specializzati in Digital Due Diligence, operating advisory e qualified deal-flow generation favorendo un’innovazione sinergica tra il mondo del fashion e quello del retail.


MARKET ANALYSIS

ESCLUSIVO - I DATI DI DIGITAL FASHION ADVISORY

COME PERFORMANO I TOP BRAND ITALIANI SUL WEB Il fashion e-commerce di casa nostra evolve: chi ha del tutto internalizzato il business, chi è cliente di Ynap e chi, cogliendo il nuovo trend, ha optato per la gestione su piattaforma cloud. Ma in termini di vendite e di penetration rate - stimati, perché di regola non vengono ufficializzati - siamo ancora lontani dai player dei mercati avanzati E-commerce fashion evolves in Italy but some estimates show that Italian fashion companies have an e-commerce penetration rate of 2% on average, far from the 8% valued for the luxury sector worldwide and very far from US and UK competitors. The forecast by Digital Fashion Advisory for 2020 is that the rate will improve to 5,4%.

I

n apertura di questo numero di Fashion, che approfondisce le nuove tendenze nel business delle vendite online, pubblichiamo in esclusiva una serie di statistiche che danno un quadro della situazione nella moda italiana a proposito di ecommerce - dall’alta gamma di Salvatore Ferragamo al fast fashion di Ovs, passando per il lusso accessibile di TwinSet - formulando una previsione al 2020, sulla base di dati stimati da Digital Fashion Advisory (business unit di Edizioni Ecomarket, editore di questo magazine, che si occupa di consulenza nel digitale per la

moda). Ciò che più spicca dall’analisi di oltre 30 aziende italiane è che solo un paio vantano un tasso di penetrazione dell’ecommerce gestito direttamente a doppia cifra. In particolare, si stratta dell’uppercasual di Woolrich, con una percentuale ipotizzata all’11% e della moda grintosa di Philipp Plein, che arriva al 10%. Oscillano intorno al 5% realtà del lusso accessibile come TwinSet e Liu Jo, seguite dal denimwear di Diesel (3,6%). Per trovare un luxury brand bisogna scendere al sesto posto della graduatoria: si tratta di Salvatore Ferragamo, il cui penetration

rate è previsto al 3,5%. Il brand Gucci, che si mette il luce per il volume d’affari realizzato online (stimato a 150 milioni di euro), ha un tasso di penetrazione di poco inferiore a quello del rivale vicino di casa (3,4%). Ma un numero elevato di griffe del campione, tra cui Bottega Veneta (altro marchio, come Gucci, in mano al gruppo francese Kering), Giorgio Armani, Dolce&Gabbana e Prada, resta sotto l’1%. Calcolando la media, ne risulta che il campione del fashion italiano realizza solo il 2% del proprio fatturato attraverso le vendite online.

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MARKET ANALYSIS

AZIENDE ITALIANE - VENDITE DIRETTE ONLINE

IN ITALIA A DUE CIFRE SOLO WOOLRICH E PHILIPP PLEIN

DIGITAL FITNESS A CONFRONTO

Ricavi online 2016 (mln €)*

Gucci

 100

Calzedonia  Ferragamo MaxMara   Diesel

qu ar Pin ed2 Bo ko gg i Ma rni

Ricavi online diretti (mln €)

10

Be ne Va tton len tin o

 Philipp Plein Tod’sMoncler Prada  Geox  Woolrich TwinSet      Versace Bott.Ven. Liu Jo  D&G E.Zegna  Cucinelli  Fendi  Furla Ovs Miroglio  Moschino Stone Island Fashion  Maison Margiela Loro Piana   Armani

Ds

1

0,1% Tasso di penetrazione

1,0%

Fonte: Digital Fashion Advisory

Per un confronto con un panel di una quindicina di aziende straniere, tra fashion house e retailer, la loro media è dell’8,6% (sulla base di valori stimati da uffici studi esteri e internamente, dal momento che anche all’estero difficilmente vengono ufficializzati). Il department store americano Neiman Marcus, per citare un caso virtuoso, ha raggiunto un tasso di penetrazione del 29%. Il marchio Kate Spade si avvicina al 24% e l’insegna Nordstrom al 22%. Restando dentro i confini europei, in Regno Unito si parla del 12,5% per Selfridges e in Germania del 5% circa per Adidas e Hugo Boss. La media italiana del 2% è anche molto lontana da quanto emerge dal più recente Altagamma Worldwide Market Monitor 2017 presentato a Milano lo scorso ottobre, dove Bain & Company ipotizza che per la fine del 2017 avrà transitato attraverso il canale online il 9% delle vendite di beni per la persona nel segmento lusso. Questa quota, nelle previsioni, dovrebbe salire al 25% nel 2025. Dal report Digital Luxury Experience pubblicato in maggio da Fondazione Altagamma con McKinsey&Company abbiamo anche un’idea dell’evoluzione del business: nel 2009, solo il 3% del personal luxury market mondiale era online e la quota è rimasta tale fino

14

13_11_2017

10,0% Scala logaritmica

Un outfit Gucci: si stima che il marchio realizzi online 150 milioni di ricavi l’anno

al 2012, per poi salire al 4% nel 2013 e raddoppiare all’8% nel 2016. Più in dettaglio, i ricercatori della società di consulenza hanno stimato che attualmente l’affordable luxury ha una penetrazione del 12%, l’aspirational del 10,6% e l’absolute del 5,1%. A livello merceologico, il beauty vanta il penetration rate più alto (9,2%), seguito dal ready-to-wear (8,7%), dagli accessori (8,2%) e da orologi e gioielli (5,3%). Gli esperti di McKinsey rappresentano graficamente l’evoluzione dell’e-commerce nel lusso a 5-10 anni con una “S” che può essere disaggregata in tre fasi (vedi a pag.16). L’analisi, tratta dalle performance di una cinquantina di luxury brand nell’ultimo decennio, evidenzia un primo periodo dove il tasso di penetrazione resta al di sotto del 5%: è il momento in cui i marchi stanno in-

Tasso di penetrazione 2016

Woolrich

20

11,1%

Philipp Plein

20

10,0%

TwinSet

15

6,2%

Liu Jo

15

4,9%

4

3,8%

Diesel

35

3,6%

Salvatore Ferragamo

50

3,5%

Gucci

150

3,4%

Moncler

30

2,9%

Calzedonia

60

2,8%

MaxMara

40

2,8%

Tod’s Group

25

2,5%

Geox

20

2,2%

Brunello Cucinelli

10

2,2%

Moschino

4

2,0%

Versace

12

1,8%

Maison Margiela

2

1,5%

Valentino

15

1,4%

Furla

5

1,2%

Marni

2

1,2%

Boggi

2

1,2%

Benetton

15

1,1%

Pinko

2

1,0%

5

1,0%

Dsquared2

2

1,0%

Bottega Veneta

10

0,9%

Ermenegildo Zegna

10

0,9%

Giorgio Armani

20

0,8%

Dolce&Gabbana

10

0,8%

Fendi

8

0,8%

Loro Piana

3

0,5%

Prada

15

0,5%

Stone Island

Miroglio Fashion

Ovs

5

0,4%

Tot. Panel Italia

641

2,0%˚

* I dati sono stimati in base all’ultimo esercizio chiuso disponibile. ˚ Valore medio Fonte: Digital Fashion Advisory


1 2

1. La boutique online di TwinSet 2. Il web store Woolrich 3. Un look Philipp Plein 4. I saldi autunnali online di Nordstrom 5. La vetrina digitale di Kate Spade 6. Neiman Marcus invita a pre-ordinare online le nuove Louboutin 6

5

3

4

VENDITE ONLINE ALL’ESTERO

ALL’ESTERO NEIMAN MARCUS AL TOP PER PENETRATION RATE

CHI NEL MONDO INCIDE DI PIÙ

Ricavi online 2016 (mln €)*

3.000

Nordstrom

Ricavi online diretti (mln €)

2.500

2.000

 Nike

1.500

1.000

500

0

Inditex

 H&M  Adidas 

Neiman Marcus 

 Panel Italia Michael Kors

 Burberry Coach   Hugo Boss 5%

Fonte: Digital Fashion Advisory

10%

Selfridges

Tory Burch

15% Tasso di penetrazione

20%

Kate Spade

25%

30%

Neiman Marcus Kate Spade Nordstrom Tory Burch Selfridges Burberry Nike brand Inditex Adidas Group H&M Hugo Boss Michael Kors Coach Tot. Panel Estero

1.233 284 2.764 180 225 222 1.892 1.282 1.000 985 135 181 175 11.358

Tasso di penetrazione 2016

29,0% 23,9% 21,8% 18,0% 12,5% 7,0% 6,8% 5,5% 5,2% 5,0% 5,0% 4,7% 4,5% 8,6%˚

* I dati sono stimati in base all’ultimo esercizio chiuso disponibile. I valori sono stati convertiti in euro al cambio in corso al momento di andare in stampa ˚ Valore medio Fonte: Digital Fashion Advisory, Bank of America Merrill Lynch, Credit Suisse, eMarketer Retail

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MARKET ANALYSIS

LUXURY BRAND ONLINE SOTTO LA LENTE

LE PREVISIONI AL 2020 PER L’ITALIA

LE VENDITE ONLINE SUI RICAVI TOTALI FORMANO UNA CURVA A “S”

IL PENETRATION RATE SALIRÀ DAL 2% AL 5,4%

25%

 Aziende con e-commerce gestito su piattaforma cloud  Aziende con e-commerce internalizzato  Aziende clienti Ynap

PLATEAU

20%

SCALE UP

15%

10%

5%

Tipping point

325

964

RAMP-UP

116

0%

N-4

N

N+5

N+7

426

Fonte: McKinsey&Company

393 vestigando se vendere sul web per mezzo di partner (piattaforme full-price, off-price o vendite evento) o tramite un proprio e-shop. Di solito propongono un’offerta ridotta, non troppo pubblicizzata. Intorno al 6%-7% di tasso di penetrazione le aziende si trovano a un “tipping point” (“punto critico”, vedi grafico in alto) oltre il quale, normalmente, ampliano il business e lanciano un vero e proprio negozio digitale, dove vendono gran parte del loro assortimento. In genere segue il rinnovo del sito web, per incrementare la visibilità online e offline. Questo implica significativi investimenti nell’IT, nella supply chain e nel supporto al consumatore. In questa fase il top management vede come prioritario l’e-commerce. Tutti questi fattori portano a un boom delle vendite online, che nel giro di cinque anni arrivano al 18%-20% dei ricavi totali. Superato il 20%, si assiste a una decelerazione in parallelo con il raggiungimento del livello di maturità nelle online operations. Così se nel 2016 le vendite online del lusso hanno raggiunto l’8% del giro d’affari totale, secondo McKinsey per il 2025 dovrebbero aumentare al 20%. Digital Fashion Advisory prevede invece, per la trentina di aziende italiane prese in esame, una penetrazione media che salirà dal 2% al 5,4% (poco sotto il tipping point) nel 2020 (vedi istogrammi in alto). Le realtà con più opportunità di crescita saranno quelle gestite su una piattaforma cloud: il trend più recente, che permette di usufruire in tempo reale di tutti gli aggiornamenti presenti nel software (a cura della redazione).  ■

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2020

Nelle stime di Digital Fashion Advisory, le oltre 30 fashion company italiane prese a campione nel 2016 hanno totalizzato 641 milioni di euro di ricavi diretti online. Nel 2020 supereranno gli 1,6 miliardi, ipotizzando che il penetration rate passi, in media, dal 2% al 5,4% e che i ricavi rimangano in linea con il 2016. Per le aziende con e-commerce gestito su piattaforma cloud è previsto il tasso maggiore (5,9%). Fonte: Digital Fashion Advisory

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1. Una borsa Fendi: il marchio di Lvmh ha ancora molto potenziale sul penetration rate, come altri luxury brand 2. Un sandalo Salvatore Ferragamo, marchio tra i virtuosi in base alle vendite online rapportate ai ricavi totali

E-BUSINESS

CULTURA DIGITAL IN AZIENDA? CI PENSA EBAS Four e-commerce fashion managers have founded in Florence Ebas, a no profit e-business professionals association to promote the digital culture. A volte le aziende non dispongono delle risorse adeguate per investire nell’innovazione tecnologica di ultima generazione e non hanno le competenze interne in grado di cogliere le opportunità fornite dal digital. Per supportarle nel 2017 è nata a Firenze l’Associazione Professionisti Ebusiness-Ebas, che vede come soci fondatori quattro e-commerce manager della moda (vedi anche a pag.24): Andrea Di Nicolò (Gilmar), Enrico Fantaguzzi (Woolrich), Marcello Messina (Furla) e Raffaele Nardo (Philipp Plein). Gli obiettivi dell’organizzazione, senza fini di lucro, vanno dal promuovere l’aggiornamento professionale e la cultura digital all’organizzare momenti di incontro e dibattito, fino a rappresentare gli interessi degli iscritti in Italia e all’estero. Può far parte dell’associazione chi opera in maniera professionale nell’ebusiness e si riconosce nei principi del suo statuto. Il primo incontro dei soci Ebas - aperto al pubblico per creare un’occasione di networking - è avvenuto lo scorso 9 novembre all’hotel Four Seasons in occasione dell’appuntamento annuale con la “Ceo Roundtable” di Fashion.


HYPHEN-ITALIA for

La fotografia guida la trasformazione digitale HYPHEN-ITALIA È SPECIALIZZATA NEI SERVIZI CONSULENZIALI E NELLE APPLICAZIONI TECNOLOGICHE FRUTTO DI UN METODO E DI UNA VISIONE, CHE RICONOSCONO NELLA FOTOGRAFIA UN RUOLO ESSENZIALE PER VINCERE LA SFIDA LANCIATA DALLA RIVOLUZIONE DIGITALE. NE PARLIAMO CON IL CEO STEFANO RIGHETTI.

Perché le aziende si aprono oggi a progetti di trasformazione digitale? Una reale trasformazione digitale nfluenza positivamente numerosi ambiti dell’organizzazione ed è una leva per migliorare la promozione e la vendita del prodotto. Le nuove esigenze dettate dall’omnicanalità la rendono un fattore critico nell’era della digitalizzazione. Quando una digital transformation può dirsi di successo? La trasformazione digitale può essere rappresentata come la scalata di una grande montagna per raggiungere la vetta, cioè la completa digitalizzazione dell’azienda. Sottostimare le difficoltà e le variabili del percorso può rivelarsi pericoloso, se non fatale… Hyphen-Italia guida le organizzazioni nella scelta del sentiero migliore. La conquista della vetta permette di affacciarsi su un orizzonte infinito di canali e nuove forme di comunicazione e vendita. Cosa sta alla base della trasformazione digitale? In Hyphen-Italia riteniamo che il carburante che alimenta la trasformazione digitale sia la presenza e la facile accessibilità dei contenuti digitali di prodotto. Indispensabile è digitalizzare il prodotto, cioè crearne una versione digitale che raccolga in sé tutti i suoi asset digitali, gli attributi e i contenuti editoriali. Il contributo di tutte le figure che realizzano informazioni di prodotto è troppo spesso sottostimato, ma è determinante per il successo.

In questo la fotografia ricopre un ruolo fondamentale. Alla fotografia sono, infatti, riconducibili moltissimi processi, non soltanto quelli legati alla comunicazione e alla vendita - per esempio attraverso le uscite stampa o le pagine prodotto su un e-commerce -, ma anche quelli meno visibili che riguardano ideazione, sviluppo, gestione, distribuzione del prodotto e assistenza al cliente. La fotografia è diventata a tutti gli effetti un processo industriale e di business. La sfida è far convivere creatività ed efficienza. Come rispondete voi a questa esigenza? Con HSL: una soluzione scaturita dalla passione per la fotografia e sviluppata in oltre 10 anni di attività a fianco di grandi brand della moda e non solo. I nostri sistemi HSL, composti da un set e un software collegato, sono nati con l’idea di industrializzare il processo di shooting e di digitalizzazione del prodotto attraverso la fotografia, ma senza mai trascurare qualità, stile e originalità. HILP-SA permette di rispondere a tutte le necessità di style guide, industrializzando al tempo stesso il processo di acquisizione fotografica, per rendere ogni fase semplice e ripetibile: dall’accreditamento del prodotto alle impostazioni di scatto, fino alla postproduzione automatica e alla generazione di innovativi formati interattivi. Abbiamo raggiunto livelli di produttività e gestione del processo impensabili fino a un paio di anni fa. I riscontri positivi dei clienti sono per noi fonte di grande soddisfazione.

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CHALLENGE

analytics

response

Intelligence

ONLINE

saleS

sensor

Social

range

Process

interactive

extend

increase

retailtainment

START UP

expand

SOFTWARE

NEW CHALLENGES

Engagement

Research

disk

OPEN INNOVAtion

IDEAS

relationship

E-commerce

shopping

Internet of Things Applications

examines fashion E-COMMERCE relationship

FUTURE

HACKATHON strategy websurfer

BEST FASHION rise new UNIVERSITIES Case history grow

CONTEST

SCATTA L’ORA DELL’OPEN INNOVATION

A CACCIA DI IDEE DISRUPTIVE Per competere bisogna innovare e non sempre l’innovazione riesce a svilupparsi in house. Attingere dall’esterno, confrontandosi con attori come startup, centri di ricerca o giovani talenti è un pivot, agile e veloce, per un upgrading. A patto che le aziende accettino la sfida del cambiamento DI ANGELA TOVAZZI

Open innovation is an increasingly interesting paradigm for companies, which must bet on startups and young talents in order not to lose the digital challenge.

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a quando il professore di Harvard Clayton Christensen ha coniato il neologismo “disruptive innovation”, il mondo dell’impresa (e non solo) ha cominciato a realizzare che questo tipo di innovazione era l’unica àncora strategica per non subire, ma cavalcare, la rivoluzione copernicana del digitale. Stare al passo con un mercato che improvvisamente sembra non parlare più la stessa lingua significa però mettere in campo - e in tempi brevi - nuove idee, nuove tecnologie, nuove competenze. Risorse che spesso all’interno non sono adeguate, oppure richiedono una gestione troppo lunga, costi onerosi, o (è il caso delle realtà più strutturate e irregimentate), che per essere promosse devono riuscire ad attraversare le sabbie mobili di schemi operativi consolidati, tanto cristallizzati da soffocare qualsiasi abbozzo di pensiero divergente. Ecco perché in un

contesto molto competitivo, messo sotto pressione da un ritmo di trasformazione digitale incalzante, ricorrere a fonti esterne può rappresentare un modo agile e snello per portare innovazione in house. Un paradigma che nel 2003 l’economista americano Henry Chesbrough chiamò “open innovation”. Detto altrimenti, un invito a rimuovere gli steccati piantati ai confini aziendali, per lasciar fluire stimoli e input ad alto tasso innovativo provenienti da fuori. «Le imprese oggi non hanno scelta riguardo al fatto di lavorare sul digitale o no. Se pensano si tratti di una scelta, muoiono. Il fallimento del colosso dei giocattoli Toys’R’Us, schiacciato dalla concorrenza dell’e-commerce, è un esempio lampante», dice Florence Labati, coach expert in enterprise processes & digital transformation Loomish Sa e Professor for Master in International Management alla Franklin

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NEW CHALLENGES

University Switzerland. «Quello che una volta era il buon senso analogico è cambiato - prosegue -. Bisogna fidarsi delle nuove generazioni e del nuovo che avanza, nella consapevolezza che ogni turnaround è un processo violento e irreversibile». Senza avere l’ambizione di costruire grandi processi: «I modelli non sono definiti perché siamo in piena rivoluzione. Li stiamo sviluppando adesso, e in due anni possono cambiare di nuovo». Meglio allora «iniettare novità e dosi di innovazione - osserva Labati - che permettano alle aziende, soprattutto quelle elefantiache, cementificate e il più delle volte guidate da un management non ancora nativo digitale, di diventare più agili e flessibili ed evolvere con maggiore scioltezza». Un approccio che deve adottare logiche diverse rispetto al passato: «Se per 30 anni un’azienda ha lavorato per consolidare il sistema - conclude Labati - adesso è il momento di satellizzare i sistemi, decentrandoli e interfacciando così sistemi specializzati, in grado di portare, e in maniera mirata, nuova linfa». STARTUP E GIOVANI TALENTI COME MOTORE DI INNOVAZIONE La partenza è sempre la fase più difficile. Decidere di aprire le porte dell’azienda per lasciarsi contaminare da forze esogene, il cui impatto è imprevedibile, rappre-

senta il punto di rottura per avviare una reale open innovation. «C’è la consapevolezza - osserva Cristiano Camponeschi, partner di Deloitte - che di fronte a scenari evolutivi molto rapidi e discontinui il paradigma classico di investimento,

OSSERVATORIO SULL’OPEN INNOVATION

BOOM (+45%) DI PMI CHE SCELGONO LA STRADA DEL CORPORATE VENTURE CAPITAL In Italy, the small-medium sized enterprises that have bet on startups grew by 45% in one year. Sono 2.154 le startup innovative partecipate da almeno una corporate e 6.727 gli investitori in Corporate Venture Capital: questi i numeri dell’Open Innovation in Italia, emersi dalla seconda edizione dell’Osservatorio promosso da Assolombarda, Italia Startup e Smau, con Cerved e Bto Research, presentato a Smau Milano. Fra i risultati spicca la forte crescita del numero di piccole imprese che hanno deciso di investire in una startup (+45% in un anno), a conferma che il Corporate Venture Capital non è uno strumento appannaggio solo dei grandi gruppi. «Questo fenomeno - commenta Pierantonio Macola, presidente del salone milanese - interessa un numero di startup cinque volte superiore a quelle partecipate da un fondo di investimento. È questo il modello che a Smau ci proponiamo di sostenere: quando un’azienda sceglie di investire in una startup fa un’operazione che è molto più di una semplice iniezione di liquidità. Condivide un percorso di innovazione, che in genere è volano di crescita per entrambi i soggetti coinvolti».

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sviluppo interno, conseguimento dell’obiettivo non funziona più, anche in termini di tempestività degli interventi. Ma il bisogno di cambiare è sentito ancora come obbligato, imposto dall’esterno, non interiorizzato». A confermarlo è una recente ricerca della società di consulenza, secondo la quale il 95% delle aziende, interpellate sul fatto di avere iniziato o meno progetti di innovazione, ha risposto in maniera affermativa, «ma di queste il 60% ha ammesso di fare fatica a usare modelli di open innovation». Nonostante questo, come illustrano gli ultimi dati presentati a Smau 2017 (vedi a lato), sempre più aziende, anche le Pmi, scelgono questo approccio sharing, alleandosi con partner esterni per partorire idee all’altezza di un mercato 4.0. L’ecosistema di attori cui poter attingere per migliorare in innovazione è ampio: università e centri di ricerca, il mondo delle startup (modalità, quest’ultima, scelta per esempio da Morellato, vedi pagina seguente), ma anche call4ideas, ossia concorsi per raccogliere idee innovative da supportare e integrare in azienda (come ha deciso di fare Piquadro, vedi box a destra), oppure i cosiddetti hackathon, maratone digitali


PIQUADRO

di 24, 36, o 48 ore durante le quali gli sviluppatori forniscono concretamente veri e propri concentrati di soluzioni innovative per le imprese. Secondo la ricerca “Open InnovationPaper” di EY-Università Cattolica di Milano, condotta tra 157 aziende italiane, la collaborazione con le Università rimane il modello più utilizzato (35%), seguito dallo scouting tra le startup (20%), dalle call4ideas (11%) e dagli hackathon (9%). SERVE UNO SCATTO CULTURALE In tutti i casi, pur con modalità diverse, perché ci siano scambio e osmosi effettivi tra il committente e i partner esterni, con un contagio di idee innovative da poter integrare negli ingranaggi industriali, è fondamentale da un lato che l’azienda sia realmente coinvolta in modo dialettico nel processo e, dall’altro, che i soggetti terzi - in special modo le startup - siano pronti a intrecciarsi nella trama complessa della governance e delle logiche aziendali. Proprio per sostenere i processi di open innovation, il Gruppo Banca Sella nel 2013 ha creato SellaLab, un acceleratore d’impresa che passa attraverso il coinvolgimento di startup in ambito digital e fintech. «Non è semplice convincere le aziende a investire su talenti in grado di contribuire in fatto di innovazione - osserva Alessandro Bocca, Head of eCommerce & Global Accep-

Due immagini di Moleskine: il lifestyle brand nell’orbita del gruppo belga D’Ieteren ha recentemente lanciato il Moleskine Open Innovation Program, una call for innovation rivolta a startup e scaleup italiane e internazionali, insieme a Digital Magics, business incubator quotato su Aim Italia di Borsa Italiana. Ad accedere al Moleskine Incubator, percorso di accelerazione di sei mesi, sono state le startup Edo Agenda, Kollema e Intertwine

tance Services del gruppo - ma quello che facciamo lo reputiamo un investimento per il futuro, convinti che iniziative di questo tipo possano aiutare le imprese a lavorare meglio, in uno scenario economico non facile». «Abbiamo già promosso - prosegue concrete attività di mentoring a supporto di ragazzi, spesso molto giovani, per aiutarli a uscire dal contesto idilliaco del mondo accademico e confrontarsi con quello reale, fatto di errori, tentativi, passi avanti e indietro». In ambito fashion la strada è ancora lunga, anche se alcune best practice come quella di Lanieri - la piattaforma ecommerce di abiti su misura maschili lanciata da Simone Maggi e Riccardo Schiavotto, nata e cresciuta anche grazie a SellaLab e agli investimenti dell’imprenditoria biellese - dimostra le potenzialità di questo approccio. «L’esempio di Lanieri, di base oggi proprio nello storico complesso industriale del Lanificio Sella - sottolinea Bocca - illumina sui benefici di modelli di

A.A.A. INNOVATORI CERCANSI Piquadro launched the My Startup Funding Program, awarding a prize of 100,000 euros. «Solo chi non accetta ciò che appare scontato, può definirsi un vero innovatore». Con questo claim Piquadro, realtà di pelletteria guidata da Marco Palmieri (nella foto) ha lanciato il progetto di open innovation My Startup Funding Program, attraverso una call4ideas che si è chiusa il 31 ottobre. Obiettivo: premiare le migliori idee di business nell’area della tecnologia applicata all’industria della valigeria e dell’accessorio moda. In palio c’è una somma di 100mila euro, che l’azienda bolognese metterà a disposizione dell’impresa più meritevole, insieme a un percorso di accelerazione in Silicon Valley. Ora bisogna attendere la fine dell’anno: le cinque startup più promettenti avranno dieci minuti di tempo per spiegare e motivare la propria idea di business di fronte alla stampa, a una platea qualificata e alla giuria che decreterà il vincitore.

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NEW CHALLENGES

LE FORME DELL’OPEN INNOVATION IN ITALIA

11%

Call4Ideas

20%

9%

Startup

Hackathon

35%

Università

Fonte: EY-Università Cattolica Milano

La campagna stampa di Lanieri, la piattaforma di e-commerce di abiti su misura maschili, lanciata da Simone Maggi e Riccardo Schiavotto

open innovation: rispetto al mondo finanziario, quello produttivo ha meno vincoli e l’execution è molto più facile. Gli ostacoli restano principalmente di ordine culturale. Se in azienda non ci sono lungimiranza e disponibilità a un cambiamento reale, niente può decollare». Le difficoltà sono a volte

motivate dalla volontà di tener fede, con resilienza, al proprio dna storico, ma anche dalla paura, come evidenzia Cristiano Camponeschi di Deloitte, di «esternare le proprie strategie, senza rendersi conto che in ambito digitale il tasso di adeguamento alle nuove tecnologie è così veloce, che nascondere i propri asset è frutto di un timore ingiustificato». Proprio per far dialogare mondi diversi, abbattere barriere, allineare approcci e linguaggi, Deloitte ha organizzato a Milano, in collaborazione con Innogest e Fashion Technology Accelerator, un ciclo di appuntamenti sul “Future of Fashion”, che si concluderanno con l’incontro “Wearables and Internet of Things” il prossimo 4 dicembre. In quest’ottica, per parlare di vera contaminazione e, soprattutto, fertilization, prioritario risulta essere l’imprinting delle figure apicali all’interno delle imprese: «Il commitment dei vertici deve essere assoluto - evidenzia Florence Labati - pena l’insuccesso di qualsiasi iniziativa». Quando un’azienda investe in una startup, se non vuole si tratti di una mera operazione di facciata, innesca un reale processo di trasformazione e upgrading. A patto che sia disposta a incubare e dare ossigeno ai nuovi germi di innovazione, accettandone l’impatto disruptive. ■

IL CASO KRONOSHOP

UNA STARTUP COME DRIVER PER L’E-COMMERCE

Kronoshop is a multi-brand online platform, founded by two young Romans. At the end of 2016 it was bought by Morellato and now sells 55 watch and jewelry brands. Kronoshop è una piattaforma multimarca di e-commerce, specializzata in orologi e gioielli. È gestita da Roma, da una squadra guidata dai cugini Valerio De Rubeis e Lorenzo Corbelli, esponenti di due famiglie attive con altrettanti negozi nel settore della gioielleria. La loro storia cambia improvvisamente a fine 2016, quando Morellato li nota e scommette sulla loro realtà, assorbendola nel gruppo. «È nato tutto circa due anni fa - racconta Sara Viola (nella foto), e-commerce director dell’azienda veneta -. Studi di settore ci dicevano che i siti multimarca erano più performanti di quelli monomarca. Da lì la volontà di spingere su questo business, ma in house non avevamo competenze per svilupparlo velocemente. Così l’idea di cercare degli specialisti esterni». «Dopo qualche mese - prosegue - ci siamo imbattuti nel team di Kronoshop, di cui abbiamo acquisito quasi tutte le quote, ma senza portarlo fisicamente in azienda». Il sito continua infatti la sua attività a Roma e oggi vende circa 55 marchi di orologi e gioielli, da Morellato a competitor come Tissot, Swarovski, Breil e Fossil, con la possibilità di ritirare i prodotti tramite il servizio pick & pay nel network retail del gruppo, che include i negozi a insegna Morellato e la catena Bluespirit, per un totale di circa 150 punti vendita. Insieme stanno approntando i prossimi step: i primi test di “drop shipping” (un modello grazie al quale il retailer vende un prodotto a un utente finale, senza possederlo materialmente nel proprio magazzino) e i servizi after sale, in primis quello di riparazione per chi ordina online e ritira offline, «ormai il 20% dei nostri clienti». 

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ADABRA for

Il cliente: se lo conosci, lo conquisti “KNOW YOUR CUSTOMER, ENJOY THE EXPERIENCE” È IL MOTTO DI ADABRA, REALTÀ SPECIALIZZATA NELL’A.I. MARKETING AUTOMATION OMNICHANNEL, CHE ATTRAVERSO ALGORITMI DI INTELLIGENZA ARTIFICIALE PERMETTE AI MARCHI DI CREARE ESPERIENZE PERSONALIZZATE NEI CANALI ONLINE E OFFLINE. MA COME PUÒ UN ALGORITMO ACCORCIARE LE DISTANZE TRA MARCHIO E CLIENTE NEL SISTEMA OMNICANALE? LO ABBIAMO CHIESTO AL CO-FONDATORE E CEO DI ADABRA, GIAN MARIO INFELICI.

Quali sono oggi le parole chiave di una strategia omnichannel vincente, con riferimento particolare alla moda? Sicuramente chiarezza, personalizzazione e coerenza. Quello che ci viene richiesto è un approccio non più teorico, o suddiviso per canali di vendita (da un lato l’e-commerce, dall’altro l’offline), ma pragmatico. Nella moda, in cui toccare un prodotto resta un fattore chiave, il punto vendita fisico è ancora importante, magari arricchito da esperienze digitali come totem e display, in un continuo gioco di rimandi con il web. il Customer Journey è profondamente cambiato e bisogna essere in grado di monitorarlo in tutta la sua complessità. In molte aziende ciò non sempre avviene, con ripercussioni negative sul business. In che modo voi di Adabra potete aiutare un fashion brand a relazionarsi “one-to-one” con i clienti? Nella moda raccogliere informazioni sui nostri clienti utilizzando noiosi questionari e lunghe liste di domande non paga. Occorre fare un lavoro più articolato lungo tutto il Customer Lifecycle di un cliente che dissemina “indizi” durante la permanenza nei negozi fisici, sul web, sui social. Sta a noi tracciare e assemblare questi indizi servendoci di sistemi evoluti e riuscendo ad attuare in tempi rapidi una segmentazione per stili, abitudini, attitudini, prodotti scelti e altri fattori chiave. In questo modo un marchio riesce a personalizzare le strategie e la comunicazione su tutti i canali, puntando sui contenuti più adatti per uno specifico gruppo e anticipandone i desideri.

Intelligenza Artificiale: in concreto, che vantaggi comporta? Lavoriamo da sei anni con l’A.I., grazie alla quale siamo entrati in una nuova era, superando la genericità dei big data. L’A.I. consente non solo di individuare dei gruppi in base a similitudini di scelte e di valori ma anche di agire a monte sullo stile, permettendo di realizzare collezioni mirate e i prodotti giusti da proporre al singolo target di riferimento. Nel retail cosa può migliorare grazie all’A.I. e alla realtà aumentata? Dai camerini virtuali alla possibilità di “provare”, stando comodamente a casa, gli abiti e soprattutto gli accessori,si delinea per i fashion brand l’opportunità di sfruttare un numero infinito di test, che con i “vecchi” strumenti non potrebbero essere realizzati. L’incrocio tra A.I., realtà aumentata e 3D apre nuove e interessanti frontiere. Quali sono secondo voi le priorità di un marchio di moda in ambito marketing? Andare oltre la comunicazione legata al prodotto e al prezzo. Oggi vanno comunicati i valori, attraverso uno storytelling personalizzato. Il cliente chiede di più e la tecnologia è fondamentale per accontentarlo. Per questo, più che di marketing, preferiamo parlare di “mar-tech”; Adabra è tra le principali realtà in questo settore e i vantaggi che i nostri clienti ci riconoscono sono per noi motivo di orgoglio e ispirazione.

www.adabra.com


MOST WANTED JOBS

CHIEF DIGITAL OFFICER 4.0

Altro che nerd, quello del chief digital officer è un mestiere di strategia. Chi negli anni è riuscito a imporsi, entrando nei board delle aziende e venendo promosso a capo della comunicazione o del retail, è perché ha saputo farsi capire dalle persone che non sanno cosa c’è dietro il digitale

LE STRATEGIE PER FARE (ANCORA PIÙ) CARRIERA Abbiamo chiesto a cinque professionisti di raccontare come cambia il chief digital officer, un ruolo sempre meno tecnico e più manageriale. A far carriera sono i professionisti che sanno parlare di user experience e content strategy più che di big data e software development. Le promozioni possibili sono, per ora, a chief marketing officer o a retail director, ma la scalata ai vertici aziendali è lanciata. Sempre che non scatti prima la voglia di mettersi in proprio DI ANDREA BIGOZZI

Predicting the future of a chief digital officer is difficult, if not impossible. Flashing forward to the next five years and to what fashion and digital might look like, we asked five well known insiders what role they think the chief digital officer could have and how powerful this manager will be.

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rmai la si può tranquillamente considerare una provocazione, più che un previsione. Che molti chief digital officer finora affermassero con una certa tranquillità che il loro mestiere «è destinato a sparire» sembrava una frase studiata a tavolino per “bucare” e assicurarsi l’interesse del mercato. E infatti, una volta attirata l’attenzione, sono loro stessi a precisare che più che sparire, semplicemente questo ruolo sta trovando un nuovo spazio in azienda. Meno tecnico, più strategico e più vicino al mercato. Il motivo di questa trasformazione è che i marchi di moda (e non solo) non possono più prescindere dal digital per quanto riguarda la comunicazione, il marketing e il retail e per questo hanno pensato di ampliare l’incarico del cdo a queste aree di business. Ovviamente questa promozione richiede nuove competenze, che non tardano ad arrivare. Abbiamo chiesto a cinque professionisti molto noti del settore di raccontare la fase delicata e decisiva, che il chief digital officer sta vivendo. Le priorità? Sul piano personale entrare in sintonia con colleghi e datori di lavoro, su quello professionale sapere tutto di intelligenza artificiale e social media. In palio c’è la scalata all’azienda, sempre che non subentri la voglia di mettersi in proprio. ■

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BARBARA CORTI

CHIEF DIGITAL OFFICER WORLD WIDE FLOS

Secondo alcune analisi le donne a capo di team digital sono sotto il 20%, perché? Innanzitutto perché, in generale, nel mondo del lavoro ci sono meno donne manager. Ma le cose stanno cambiando, anche per quanto riguarda i cdo. Questo mestiere è nato in settori tecnologici e ingegneristici, tipicamente maschili. Per questo forse si pensava che il mondo digital sarebbe stato una di quelle cose da uomini, che le donne non capiscono. Ma non è andata esattamente così. L’importanza sempre maggiore di aspetti come la comprensione dei processi collaborativi e della user experience ha fatto sì che questo mestiere si aprisse a un target di professionisti più ampio. Infatti tra i marketing e social media specialist di oggi, che si preparano a divenire i cdo di domani, ci sono moltissime giovani donne.


ANDREA DI NICOLÒ

WW COMMUNICATION & MARKETING DIRECTOR GILMAR

Da chief digital officer a numero uno della comunicazione e del marketing di un’azienda: per molti si tratta del prevedibile lieto fine a cui andranno incontro molti cdo. È stata facile questa promozione? Lo sforzo è quello di passare dall’etichetta di tecnici a quella di uomini di business, che ci meritiamo. Se io e molti altri ce l’abbiamo fatta è perché ormai il digital influenza il 70% degli acquisti nei settori moda e lusso. Il chief digital officer prenderà il posto dei direttori creativi delle agenzie di pubblicità? Il nostro obiettivo non è quello di azzerare il vecchio mondo della comunicazione, ma di rivoluzionarlo e avvicinarlo al mondo dei dati e alla loro analisi. Oggi un’idea o un testimonial non si trovano attraverso strumenti superati come i brainstorming o i focus group, ma valutando una serie di parametri oggettivi. Al marketing e alla comunicazione si è sempre rimproverato di non fornire riscontri oggettivi sul ritorno degli investimenti, ma oggi nelle mani di un cdo questo settore può essere perfettamente monitorato. La cosa più difficile del successo è mantenerlo. Come farà il chief digital officer a preservare la sua credibilità di manager? Deve imparare a essere un animale politico e rinunciare, almeno in certi contesti, alla proverbiale tendenza a entrare sempre nel dettaglio e snocciolare algoritmi e parole poco comprensibili. Quando si è nel board di una grande azienda fare il primo della classe non sempre paga. Alla crescita delle responsabilità corrisponde anche una maggiore considerazione dal punto di vista dei cachet? Anche da questo punto di vista stiamo vivendo un momento fortunato, ma non è il caso di parlare di retribuzioni stellari. Lo stipendio di un affermato cdo è sempre molto più basso di quello dei guru del marketing, specie di qualche anno fa.

Oggi si parla di sostenibilità: questo è un mestiere che aiuta le aziende ad accelerare su questo fronte? Assolutamente sì. Oggi a chi fa il nostro mestiere viene richiesto di concentrarsi sulla costumer journey, che rappresenta la “storia del legame” tra azienda e cliente. E di questo legame fa parte la trasparenza che è uno dei valori della sostenibilità sociale. Poi c’è la sostenibilità ecologica: migliorando i processi nella parte logistica, il cdo può dare una grande mano all’impatto ambientale delle aziende. Passare dall’editoria (Condé Nast) al design (Flos), cosa cambia per un chief ditial officer? Dal punto di vista metodologico direi che non cambia nulla o quasi. E l’attenzione per la qualità dei contenuti media è altissima anche se si opera al di fuori ell’editoria. Cambia la realtà in cui si opera e questo comporta, specie inizialmente, molto studio e analisi.

DANTE D’ANGELO

CHIEF DIGITAL MARKETING OFFICER VALENTINO

La sua è un’esperienza multitasking, che include campi come il marketing e il licensing. Che cosa le piace del mondo digital e del ruolo di cdo? La cosa bella del digitale è che è democratico: un’intuizione vincente da parte di un bravo chief digital officer può fare da cassa di risonanza a un marchio, senza bisogno di investimenti milionari. Questo vale anche nell’ambito del lusso e della moda: non accadeva de tempo che tante aziende da 50 milioni di euro riuscissero a costruire intorno a sé altrettante storie di successo e a conquistare grande visibilità tra il pubblico. Tra filmati su Snapchat, Instagram stories, post su Facebook, non c’è il rischio che un marchio di moda si trasformi in un broadcaster? Quando il cdo deve dire basta? Direi di no, questi sono i migliori strumenti a disposizione oggi per creare buzz intorno a tutte le iniziative di un brand, dall’opening di un negozio al lancio di una capsule collection o di una collaborazione speciale. Piuttosto, un bravo capo digital deve sapersi destreggiare nella giungla dei social network: scegliere sempre quello giusto e non rinunciare mai alla sfida della coerenza. Quindi il digital fa bene al lusso? Lo rende più potente. Le aziende del settore stanno performando molto bene ed è chiaro che il digital è uno dei volani della crescita. Questa situazione in quale posizione mette i chief digital officer? Ottima direi. Questo ruolo è in piena effervescenza: i cdo vengono corteggiati per entrare a far parte negli executive board delle aziende, ma molti hanno anche voglia di mettersi in gioco in prima persona creando una loro società, anche perché gli investimenti necessari non sono più stellari. Una mano in tal senso la possono dare anche i venture capital, che credono nelle startup fashion tech e hanno una predisposizione a investire in giovani imprese innovative: e un’esperienza da cdo è un incentivo all’investimento. Qual è l’argomento caldo del momento, quello su cui ogni cdo vuole dire la sua? Di certo l’intelligenza artificiale. A nessuno conviene restare escluso da questa nuova ondata tecnologica. Quando si tira in ballo la A.I. non è per parlare di robot che prendono il posto dei lavoratori in carne e ossa, ma a livelli più basici. Serve a capire come monitorare facilmente web, social network, ma anche stampa e Tv: sapere ogni sei ore quali sono i prodotti più ricercati da un utente è oro per le aziende. Tra due anni nessuno potrà e vorrà farne a meno.

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MOST WANTED JOBS

FRANCESCO BOTTIGLIERO

CHIEF DIGITAL OFFICER BRUNELLO CUCINELLI E CEO FIERA DIGITALE & E-PITTI

Il ruolo dei manager del digital sta cambiando e oggi c’è chi parla di cdo “aumentato”. Lei cosa ne pensa? Il nostro ruolo di trasformatori è di base lo stesso, quello che è cambiato è che in molti casi il cdo ha anche in mano le redini “commerciali”, ancora di più di quelle della comunicazione, come inizialmente si pensava. Ora che la parola d’ordine è unified commerce, può capitare (e capiterà sempre più spesso) che a un manager venga affidata la responsabilità di tutta la catena distributiva, non solo quella digital. In questi anni in cui è salito alla ribalta, il cdo si è distinto, tra le altre cose, per una certa infedeltà, con un continuo giro di poltrone tra le aziende. Perché? È vero, in genere nel nostro mestiere si registra un gran turnover, per due motivi molto diversi. Innanzitutto si tratta di una figura nuova e molto ricercata: i chief digital officer sono in media giovani e ambiziosi, quindi ben disposti al cambiamento, con la prospettiva di fare carriera. Subentra però un’altra causa, meno positiva, che porta a passaggi molto veloci all’interno di aziende: spesso i cdo non vengono capiti. In che senso? Non tutti quelli che fanno il mio mestiere hanno la fortuna di lavorare in realtà illuminate come la mia, quindi molti colleghi si lamentano di essere visti in azienda come degli Ufo, sia dai colleghi, sia dai loro capi. Ed è facile avere dei contrasti, che in qualche caso portano anche a una fuoriuscita in tempi veloci. Ci sono best practice aziendali da seguire? Sempre fondamentale è guardarsi intorno, ma è importante anche non seguire ricette preconfezionate. Oggi, anche nel digital, paga avere una strategia tailor made, che tenga in considerazione l’azienda e il marchio per cui si lavora. Non è più tempo di adottare logiche “me too”, come accadeva agli inizi del mestiere, quando era tutto nuovo in questo settore. C’è chi dice che tra gli atout principali della categoria c’è quello di conoscere meglio di chiunque altro chi sono i clienti di un’azienda e cosa vogliono... È ancora prematuro fare affermazioni del genere. Per il momento resta lo store manager il profilo professionale che nel settore moda può vantare la conoscenza più appofondita del cliente. Certo, non si può negare anche noi abbiamo molti insight a diposizione.

I COMPENSI DEL CDO

IL DIGITALE PAGA BENE, MA C’È ANCORA SPAZIO PER CRESCERE

According to the market, the average salary of a cdo varies between 50,000 and 100,000 euro a year. But the best paid executives are still in marketing.

Secondo le stime di mercato lo stipendio medio annuo di un cdo è tra i più alti in assoluto con cifre fino ai 50 mila euro annui per una figura junior in una realtà media e fino ai 100 mila per una figura senior. Ma il vero salto di carriera (e di cachet) arriva con l’estensione del ruolo ad altre business unit come la comunicazione e il retail. Gli executive del marketing sono ancora i più ricchi

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STEFANO TABOGA

GLOBAL MARKETING AND DIGITAL DIRECTOR LOTTO

Il vostro è stato definito un mestiere con due anime: tecnica e strategia. Ce n’è una che ha preso il sopravvento sull’altra? A chi fra i chief digital officer ha dato prova di avere forti skill sul piano strategico è stato spesso offerto di guidare anche business unit come il marketing e la comunicazione. Chi invece si è concentrato maggiormente sugli aspetti tecnici e ingegneristici, il più delle volte è rimasto a fare benissimo quello che sa fare meglio, ovvero il cdo. Quindi il chief digital officer sta facendo carriera: cosa gli manca per la promozione a ceo? Forse è ancora presto, ma sono convinto che prima o poi succederà. Certo, essere pronti per questo, in settori come la moda, vuol dire accumulare almeno un po’ di esperienza nella parte più industriale: un chief digital officer non sa niente di come si produce un paio di scarpe. Dal punto di vista delle novità di mercato, c’è un’azienda che un buon cdo deve per forza tenere sotto osservazione? Direi tutte: questo è un settore che si trasforma molto velocemente e cogliere i cambiamenti davvero importanti è uno dei nostri compiti. In particolare, i grandi gruppi come Amazon sono per me dei veri osservati speciali. È da loro che arrivano gli esempi più illuminanti di come integrare al meglio online e off-line. Qual è oggi il progetto digital più impegnativo a cui un cdo può lavorare? Ce ne sono davvero tanti, anzi sempre di più. Ma in questo momento rispondo l’e-commerce, forse perché con Lotto è quello su cui mi sto concentrando: lo lanceremo a febbraio dell’anno prossimo.


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Le sfide dell’innovazione si vincono con il partner giusto AEONVIS METTE A DISPOSIZIONE DEI CLIENTI FASHION E RETAIL UN’ESPERIENZA DI 15 ANNI DI CONSULENZA NELLA DIGITAL TRANSFORMATION. OBIETTIVO, SUPPORTARE LA CRESCITA DEL BUSINESS CON PROFESSIONALITÀ E VISIONE, PRESERVANDO LE PECULIARITA’ DEL SINGOLO CLIENTE. L’ideazione, pianificazione, realizzazione e gestione di programmi di cambiamento attraverso l’integrazione di processi, organizzazioni, capitale umano e tecnologie sono il fulcro dell’attività di Aeonvis, società di consulenza il cui asset portante è la profonda conoscenza dei processi core delle aziende, soprattutto quando si parla di moda: supply chain, controlling, marketing, vendite omnicanale sono il lavoro quotidiano di una realtà duttile, eclettica e orientata ai risultati. Per Aeonvis l’integrazione di processi e sistemi delle più grandi aziende italiane e straniere è una sfida vinta giorno per giorno, in nome di alcune parole d’ordine: raggiungimento della massima efficienza dei processi interni, messa a punto di strategie mirate ed efficaci, interazione produttiva con la clientela. Aeonvis ha sempre in primo piano il cliente finale, al quale è indispensabile esporre servizi progettati in modo accattivante e coinvolgente. Si crea così un circolo virtuoso, volto a generare valore in una logica end-to-end: ogni attore ha un ruolo ed un’interazione con gli altri e si collabora per mettere a fuoco le migliori soluzioni digital di contatto con la clientela. Per cogliere l’essenza di Aeonvis basta guardare i numeri di una struttura che vanta partnership di lungo termine con i più importanti vendor internazionali di sistemi e conta su oltre 100 consulenti e specialisti, più di 300 progetti realizzati, dei quali oltre 50 in contesto internazionale.

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CEO ROUNDTABLE ON FASHION INNOVATION

E-COMMERCE: PER L’ITALIA PUÒ PARTIRE LA RINCORSA Sulla scia dell’exploit dell’e-commerce moda (2,5 miliardi di euro, a + 28%, secondo Netcomm) , per le aziende made in Italy è ora di investire in competitività, sciogliendo nodi strutturali come la dipendenza dai grandi marketplace, visto che i competitor esteri vanno sempre più veloci. Ma come? La Ceo Roundtable diFashion ha individuato alcune risposte TESTI DI ALESSANDRA BIGOTTA, ANDREA BIGOZZI, ELISABETTA FABBRI, CARLA MERCURIO, ANGELA TOVAZZI

While fashion e-commerce in Italy is growing by 28% to 2,5 billion euros according to Netcomm, for made in Italy brands it’s time to boost their competitivity in the global digital scenario. The state of play at our Ceo Roundtable. Foto Andrea Benedetti e Diego Chiarlo

Paese quest’anno raggiungerà i 2,5 miliardi di euro, grazie a una crescita del 28%. Quello che serve ora è approfittare della situazione, per investire in competitività e affrontare nodi strutturali del sistema italiano. «Gli imprenditori - ha esortato Marc Sondermann aprendo i lavori della Ceo Roundtable on Fashion Innovation, che si è svolta a Milano il 9 novembre - devono mettersi in gioco e favorire lo sviluppo dei loro siti e-commerce monobrand: non possono puntare tutto sul successo dei grandi marketplace del settore». «Sono stati fatti passi importanti negli ultimi tempi - ha proseguito il direttore di Fashion ma bisogna accelerare: in Italia il tasso di penetrazione dell’e-commerce è ancora fermo al 2% (vedere servizio a pag. 13). L’obiettivo deve essere quello di superare rapidamente il punto di svolta del 6%, perché una volta raggiunto questo livello di massa critica si iniziano a registrare i grandi cambiamenti e tutto diventa più facile a livello di investimenti e risorse, potendo così sfruttare i vantaggi

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er avere un’idea dei ritmi di crescita del mercato e-commerce a livello globale, basta dare uno sguardo al fatturato di Alibaba negli ultimi trimestri. Il colosso cinese continua a espandersi a una velocità vertiginosa: soltanto tra aprile e giugno 2017 ha visto salire i ricavi del 61%, con un utile pari a 2,65 miliardi di dollari. Anche l’Italia del digital fashion cresce e per le aziende del settore è tempo di capire come approfittare del momento favorevole, per accrescere la competitività sul fronte dell’e-commerce e raggiungere i grandi concorrenti stranieri, che viaggiano molto più spediti. Secondo gli ultimi dati di Netcomm, l’e-commerce B2C di abbigliamento, scarpe e accessori nel nostro

I PRIMI PASSI SONO STATI FATTI, ORA OCCORRE ACCELERARE SULL’ECOMMERCE: SUPERATO IL 6% DI PENETRATION, TUTTO DIVENTA PIÙ FACILE E SI POSSONO SFRUTTARE I VANTAGGI COMPETITIVI

Marc Sondermann

NEL 2017 L’E-COMMERCE MODA SUPERA I 2,5 MILIARDI DI EURO Vendite totali mld. €

24.00 0

+17%

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mld €

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mld € 1.000

mld €

mld €

500

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Abbigliamento valore acquisti mld € 2.500

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Fonte: Netcomm, elaborazione Fashion

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CEO ROUNDTABLE ON FASHION INNOVATION

competitivi». Da cosa partire per esprimere modelli più efficaci di digitalizzazione? Una risposta agli imprenditori e ai digital manager presenti al convegno l’ha data Roberto Liscia, presidente di Netcomm. «Il successo dell’e-commerce - ha detto - mette alla prova un mercato come Italia, dove le insegne fisiche devono trovare soluzioni ibride online-offline, per contrastare il generale calo di accesso nel retail, che in Italia ha toccato il 2,7%». Tra le leve su cui spingere c’è il mobile-commerce .«Sarà alla base della esperienza multicanale - ha fatto notare Liscia - ed è in questo segmento che le aziende dovranno concentrare gli investimenti». Bastano pochi dati per favorire una presa di coscienza sul ruolo centrale che la tecnologia sta giocando nel fashion system. «I compratori multidevice - ha sottolineato il numero uno di Netcomm - acquistano più frequentemente e ormai il 65% dei consumatori paragona i prezzi con il telefonino durante gli acquisti in store». Ma, nonostante i tassi di crescita, le vendite digitali non segneranno la fine del commercio tradizionale: secondo le stime di Netcomm, nel 2025 l’e-commerce varrà “solo” il 15% delle vendite. Le aziende dovranno chiedersi con quali modalità avverrà il restante 85%. «Il retail dovrà adeguarsi allo sviluppo di formule innovative di fruizione dell’offerta - ha fatDOBBIAMO to notare Liscia - tenendo conto non solo INVESTIRE dell’omnicanalità del consumatore, ma anNEL MOBILE che di variabili come la logistica e il nuovo COMMERCE quadro regolamentare della data protection E NELLA o degli e-payment». In questo scenario un PROFILAZIONE elemento nuovo di riferimento sarà la posDEL CLIENTI sibilità di profilare i clienti secondo il loro Roberto Liscia comportamento d’acquisto e di vita. «La scommessa dell’e-commerce nel lungo termine - ha concluso Liscia - è la possibilità di profilare clienti. Altrimenti non si spiegherebbe perché i colossi dello sportswear arrivino a investire un miliardo in applicazioni di fitness: è per sapere cosa fa il cliente una volta indossate le loro scarpe». (an.bi.)

NON C’È INNOVAZIONE SENZA LE PERSONE Open innovation, analisi dei big data, retargeting intelligente, strategie di engagement digitale: l’unico modo per competere è innovare, partendo dalle persone

To respond to a pressing transformation, new visions, new models, new skills are needed.

L’ONLINE INFLUENZA OLTRE UN TERZO DELLE VENDITE RETAIL NEL COMPARTO LUXURY % WORLDWIDE RETAIL REVENUES, 2014-2016 40%

36%

35% 30%

32% 27%

25%

28,5% 25%

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10% 5% 0%

6%

2014  E-commerce Revenue

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 Digitally Driven In-Store Revenue

Fonte: ContactLab analysis 2016

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er rispondere a un ritmo di trasformazione digitale incalzante servono nuove visioni, nuove procedure, nuove competenze. Soprattutto la volontà di mettersi in gioco e lasciarsi alle spalle schemi obsoleti. Il paradigma dell’open innovation ne è un esempio: un modello di business che scommette sulla collaborazione virtuosa con attori esogeni, in primis start up e giovani talenti, in modo da assorbire in azienda idee dall’impatto potenzialmente disruptive. Marco Palmieri di Piquadro ha portato l’esempio del progetto in house My Startup Funding Program: una call4ideas che si è chiusa il 31 ottobre, con in palio 100mila euro e un percorso di accelerazione in Silicon Valley (vedi anche a pag. 21). «Abbiamo raccolto un centinaio di progetti - racconta - che valuteremo e faremo nostri». La sfida sarà l’integrazione: «Si tratta di idee destrutturate, che hanno l’obiettivo di creare discontinuità. La vera criticità è quella di supportare questi input innovativi senza banalizzarli e trasformarli in idee che avevamo già». «Oggi imprenditori e manager - è intervenuto Claudio Giuliano, managing partner


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di Innogest, venture capital che investe nei campi Ict/digital e medicale STRIVING - devono proprio lasciar fluire nuovi FORWARD WITH modelli, in maniera seria ma anche INNOVATION fantasiosa». Affidandosi alla tecnologia: «Oggi è così sofisticata - ha commentato - da superare in quantità e qualità la conoscenza che ogni azienda ha del proprio target di consumatori». Abbracciarla significa quindi guadagnare un vantaggio competitivo, difficile poi da raggiungere se si perde il treno dell’innovazione. Intelligenza artificiale e machine learning possono fare la differenza: «Fino a qualche anno fa - ha detto Ingo Heinrich, ceo e co-founder della piattaforma di social-shopping stylefruits.com - era più difficile raccogliere, gestire e utilizzare i dati relativi ai consumatori, ma negli ultimi tre anni è cambiato tutto, con la possibilità anche di delegare l’analisi degli insight». Il semplice retargeting sta diventando obsoleto rispetto alle possibilità offerte dalle nuove tecnologie: «Se vuoi migliorare la conversion rate - ha precisato - devi sapere quali contenuti utilizzare e come utilizzarli, migliorando nel contempo la shopping experience online». Proprio questo è il compito di realtà come Mapp, con un servizio che consente alle aziende di ottimizzare le comunicazioni via e-mail, mobile, app, social e web, unificando i dati provenienti da tutti i touch point digitali. «Il valore aggiunto - ha osservato il ceo Maurizio Alberti - sta sempre nell’utilizzo dei dati relativi ai consumatori e nell’abilità di far leva su questi insight per inviare messaggi mirati, non casuali, efficaci e rilevanti per chi li riceve». La scommessa, in altre parole, è trasformare la mole di informazioni in informazioni intelligenti, al fine di instaurare un dialogo significativo con ogni cliente. L’ascolto e la correlazione smart dei dati sono il punto di forza anche di Warda, specializzata nello sviluppo di soluzioni software per supportare i processi di business attraverso gli asset digitali. Una realtà partita dalla sfera della tecnologia in ambito documentale e approdata alla moda per caso, come ha raccontato il ceo Marco Serpilli: «È stato Ovs a chiederci di gestire immagini, video e informazioni in modo organizzato, al fine di affrontare in maniera scientifica la gestione del materiale digitale». Un’avventura che poi ha coinvolto altre realtà, tra cui Sergio Rossi, supportata da quella che Serpilli ha chiamato «Italian fashion technology»: «Noi italiani - ha concluso - siamo più avanti anche per quanto riguarda il digitale, forti di progetti e soluzioni che oltreoceano non sono mai stati fatti».  (a.t.)

HANS HOEGSTEDT MIROGLIO FASHION

Marco Palmieri Ceo Piquadro

Ingo Heinrich Ceo & co-founder Stylefruits.com

Claudio Giuliano Managing partner Innogest

Maurizio Alberti Ceo Mapp

Marco Serpilli Ceo Warda

«PENETRATION RATE AL 10% ENTRO I PROSSIMI TRE ANNI» Digital is an important asset for Miroglio Fashion: the goal is a penetration rate of 10% in three years. Entrato in campo come ceo di Miroglio Fashion circa un anno fa, Hans Hoegstedt ha fatto leva su quattro asset per il rilancio dell’azienda, 70 anni di storia e 513 milioni di fatturato nel 2016, con la previsione di crescere nel 5% nel 2017: persone, brand, retail e tecnologia. «Ma di tutte - ha sottolineato - la più importante è la prima: le persone». Oggi il successo viene dal basso e l’amministratore delegato non è tanto un decision maker, quanto soprattutto un direttore d’orchestra: «Il suo compito è in primis quello di coordinare, integrando il contributo di tutti, e in questo la tecnologia ci dà una mano». L’introduzione nel gruppo, tra i primi in Italia, di Workplace, la versione business di Facebook, va in questa OGGI IL direzione: «Uno SUCCESSO VIENE strumento - ha DAL BASSO. detto Hoegstedt COMPITO DELL’A.D. - per mettere in È COORDINARE, contatto l’intera INTEGRANDO rete, di negozi I CONTRIBUTI e non solo, DI TUTTI promuovendo la condivisione Hans Hoegstedt e la circolazione delle idee». Grazie anche all’ingresso di cinque new entry, provenienti da altri settori e con grande sensibilità digitale, ora si punta a incrementare il fatturato online: «L’obiettivo - ha detto Hans Hoegstedt - è di migliorare il tasso di penetrazione dall’1% al 10% nell’arco dei prossimi tre anni». (a.t.)

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CEO ROUNDTABLE ON FASHION INNOVATION

LOOMISH

AL VIA IL FASHION INNOVATION AWARD

Promosso da Loomish, il nuovo Fashion Innovation Award va a caccia di progetti dalla carica disruptive nel campo fashion e retail, per lanciare nuove sfide condivise con brand e investitori Promoted by Loomish, Fashion Innovation Award looks for disruptive projects in fashion and retail, to create new synergies with brands and investors.

I

n occasione della Ceo Roundtable, Carlo Terreni (partner di Loomish Investments Consulting) ha presentato il Fashion Innovation Award. Artefice del premio è Loomish (con Fashion come media partner), un motore globale per l’innovazione digitale nel comparto moda, che fornisce advisory d’investimento nel fashion tech e nel Carlo Terreni retail. Una realtà con quartier generale in Svizzera, attiva nei campi della digital due diligence, dell’operating advisory e della qualified deal-flow generation, con la mission di agevolare un’innovazione sinergica tra il mondo della moda e quello del retail. Obiettivo del Fashion Innovation Award è andare a caccia di innovatori, aziende e startup che, con la loro carica disruptive, possano dare una spinta decisiva al business nel campo di fashion e retail, suscitando l’interesse di brand e investitori e ponendo le basi per nuove sinergie. Sette le categorie: Retail Innovation; Customer Experience; Digital in Store, BigData&Crm; 3D Prototipisation, Sustainability e Supply Chain & Blockchain. Colle-

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gato al sito fashionaward.loomish.ch, il contest si avvale di tre giurie: una Fashion & Retail Jury, una Investor Jury e una Academic Jury. Coinvolti nomi importanti della moda e del retail come Donatella Paschina (cio), Edwin Navez (cfo di Philipp Plein), Federico Gasparotto (cmo di Stefanel), Marco Novoselec (partner di Gbf Rechtsanwälte AG), Claire Teroitin (cfo), Talin Vartevanian (director eCommerce Europe di Aldo Group), Laurent Garet (ceo di La Redoute Suisse SA), Andreas Schmeidler (chairman di Tsum Russia-Mercury Group), Enrico Roselli (ceo di La Martina), Anna Maria Rugarli (senior director Emea Sustainability & Responsibility di Vf International), Marco Wolters (global head fashion di Gfk), Ercole Botto (ceo di Reda), Gabriele Maggio (general director di Aeffe Group) e Anton Magnani (ceo di B.M.B. Bottega Manifatturiera Borse). I vincitori saranno decretati il 25 e 26 marzo 2018, nel corso di “Fashion meets Innovation” a Lugano. (a.t.)

E-COMMERCE/SERVIZI

OMNICANALITÀ PIÙ SICURA E TAILOR MADE E-payments, legal affairs and logistics evolve for a better offlineonline retail integration. Pagamenti digitali, affari legali e logistica evolvono, per una migliore integrazione fra retail offline e online. «Le nuove tecnologie - ha detto alla Ceo Roundtable Alessandro Bocca, head of e-commerce & global acceptance services del Gruppo Banca Sella - permettono di conoscere il cliente in tutti i canali in cui è attivo e di capire se è “buono” o ha intenzioni fraudolente». Avere una visione unica del consumatore consente anche di capire se vuole essere riconosciuto quando entra in negozio o se intende pagare senza passare dalla cassa, perché «omnichannel non è solo “compro online e ritiro in negozio”». Paolo Peroni, partner dello studio di avvocati e consulenti aziendali

Alessandro Bocca

Paolo Peroni

Andre Suguiura

Rödl & Partner, ha trattato il tema dell’omnicanalità dal punto di vista legale. «Mentre lo store diventa un punto di “esperienza” e l’integrazione tra fisico e virtuale necessita di coerenza con l’identità del brand - ha ricordato - le legge permette di proteggere il concept del negozio attraverso il diritto d’autore». Nei contratti per l’ecommerce i temi caldi del momento sono invece multidisciplinarità e internazionalità. Parlando di logistica, è grazie a operatori come LifeStyle Logistics se le grandi griffe, il fast fashion e gli e-tailer possono beneficiare di procedure abbreviate per lo sdoganamento della merce. «Poche ore anziché 10 giorni», ha precisato il managing partner Andre Suguiura. Per un servizio più efficiente, sicuro e anticontraffazione si utilizzano etichette che incorporano la tecnologia Rfid. (e.f.)


SYS-DAT for

SYS-DAT: 40 anni di soluzioni ICT per il settore Fashion&Luxury REALTÀ CON OLTRE 160 RISORSE, UN FORTE LEGAME CON IL MONDO DELLA MODA E SEDI IN DIVERSE CITTÀ ITALIANE, SYS-DAT SPA CRESCE A DOPPIA CIFRA E, CON DUE NUOVE AZIENDE ACQUISITE IN VENETO E A ROMA, SI PROIETTA VERSO ULTERIORI SVILUPPI, COME RACCONTA L’AMMINISTRATORE DELEGATO MATTEO NEURONI

«Un 2017 ricco di soddisfazioni, con una crescita costante a doppia cifra e due nuove aziende che sono entrate a far parte della nostra “famiglia”. Inoltre, la soluzione Retail Fashion, sulla quale basiamo la proposta omnichannel, acquisisce fette di mercato a ritmi incessanti e continui consensi»: così esordisce Matteo Neuroni, amministratore delegato di SYSDAT S.p.A., elencando le ultime novità per SYSDAT. Questa realtà con oltre 160 risorse e sedi a Milano, Torino, Empoli, Roma, Rimini, Bari, Palermo, e ora anche Bassano del Grappa, offre agli attori del settore fashion&luxury, un unico referente per tutte le esigenze ICT: soluzioni software total look, (ERP, CRM, PDM, Retail, Analytics, Social, Visual&Digital experience, App, eCommerce & Omnichannel, RFID), indirizzate al mercato nazionale ed internazionale. Il Gruppo SYS-DAT, con l’inserimento di Modasystem, storica azienda veneta specializzata nelle soluzioni ERP per il settore moda, raggiunge tra l’altro l’obiettivo di avere una sede ope-

rativa nel Veneto, da sempre una delle zone di maggior risalto per il mondo dell’abbigliamento e delle calzature. L’altra strategica acquisizione riguarda una storica azienda ICT romana. SYSDAT inserisce così altri 20 professionisti nella sede di Roma, destinati a rispondere alle sempre crescenti esigenze dei clienti e del mercato del centro Italia. Grande soddisfazione poi dal mondo retail che ha portato SYS-DAT ad avere dato il go live a 1.500 punti vendita fashion nel mondo. Un’offerta completa, da un lato, ed una copertura capillare del territorio, dall’altro, hanno permesso al Gruppo SYS-DAT di consolidare la propria presenza sul mercato, vantando 600 aziende clienti nel mondo del fashion. «Sono sempre più convinto che la nostra forza sia quella di riuscire a trasformare le crescenti potenzialità offerte dall’information technology in concrete opportunità di business; il tutto esclusivamente dedicato alle aziende di questo settore, tanto affascinante quanto complesso» conclude Matteo Neuroni.

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CEO ROUNDTABLE ON FASHION INNOVATION

DISRUPTION SENZA CONFINI UNA REGOLA ANCHE PER IL LUSSO Sposare il cambiamento, per affrontare sfide sempre più globali. Anche nel mondo del lusso la disruption diventa imprescindibile, con l’e-commerce come arma irrinunciabile per dare slancio ai fatturati To keep on investing on innovation, to meet ever-more global challenges: in the luxury world, disruption is a weapon and omnichannel becomes an unavoidable strategic asset.

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ome modernizzare il business model nel mondo del lusso, dove rinnovamento e digitalizzazione sono parole sempre più determinanti? Di questo si è discusso nel secondo panel della Ceo Roundtable di Fashion. Moderati dal direttore di Fashion, Marc Sondermann, si sono confrontati sull’argomento Andrea Bucalossi, ceo di Mr&Mrs Italy, Fabio Gnocchi, ceo di Aspesi, Fabrizio Consoli, ceo e fondatore di Blue of a Kind, Marco Casoni, 55 milioni nel 2017» ha spiegaceo di Dondup, Leonardo PecCON to Andrea Bucalossi. Le ragioni chioli, fondatore e ceo di Keros L’EVOLVERE DELLO del successo? «Tanta fortuna, ma Digital, Sebastian Klare, vp SCENARIO RETAIL anche il fatto di aver indovinato global marketing di Astound NON SI PARLA PIÙ l’idea di fondere il prodotto, il Commerce. Fabio Gnocchi, in E-COMMERCE, MA parka con la pelliccia nell’interpassato direttore commerciale di DI CONNECTED no, con il mercato (in primis la Brunello Cucinelli, ha racconCOMMERCE Cina), in un momento in cui il tato della sua nuova esperienza lusso si stava sempre più “casuacon Aspesi, brand con un turnolizzando”, facendo dell’Italia il ver di 43 milioni di euro, a cui è trampolino di lancio. Basti pensare che i capi approdato a fine 2016. «Una label che negli sono made in Italy, ma li vendiamo per il 90% ultimi tempi era uscita un po’ dai radar - ha fuori dai confini nazionali». Il web è stato una spiegato il manager -. Ma ora, con l’arrivo scommessa vincente: «Realizziamo il 10% del fondo Armonia, l’obiettivo è riportarla del giro dai affari con la nostra piattaforma in auge, dando visibilità al marchio a livello fin dal primo momento - ha continuato Bucainternazionale». Strategico l’e-commerce: lossi -. Da noi l’online è stato fatto in modo «Quando sono arrivato in azienda - ha chiarito artigianale, ma nel caso di un brand poco Gnocchi - il nostro sito, gestito da The Level conosciuto, quello che conta è il prodotto e il Group, copriva l’1,5% del turnover. L’obietnostro bucava. Inoltre va considerato che reativo, grazie all’ingresso di giovani esperti, lizziamo una collezione di lusso, articoli che è portare questa quota al 6-7% in tre-cinque costano 3mila euro in negozio, con una value anni. Una meta possibile, se pensiamo che già density molto elevata e un’incidenza dei costi facendo minimi interventi sul merchandising di trasporto bassa; capi “over”, senza problee sull’assortimento abbiamo avuto risultati mi di fit e quindi pochissimi resi. E poi è facile immediati». Anche per Mr&Mrs Italy, che refare fatturati elevati, se i capi hanno un prezzo centemente ha aperto al fondo Hony Capital, alto». Marco Casoni, ceo di Dondup, ha parl’investimento sulla Rete è importante: «Sialato del suo percorso in un’azienda contempomo passati da 1,5 milioni di euro di ricavi nel rary come Dondup, dopo esperienze nel lusso 2013, quando abbiamo rilevato l’azienda, ai

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da Marni, Valentino e Vionnet. «Una realtà dinamica - ha spiegato - e molto consistente, ancorata al made in Italy ma tuttavia chiusa in sé, che aveva delegato a terzi tutte le sue attività e non riusciva a valorizzare al 100% le proprie competenze». «In questi 16 mesi - ha proseguito - ho puntato a modernizzarla, mirando a presidiare direttamente le attività critiche come distribuzione, stile e comunicazione, essendo coerente nelle scelte fatte in tutti gli ambiti. Inoltre ho portato in azienda delle eccellenze su vari aspetti, come il digitale». In meno di un anno Casoni ha destinato in toto il vecchio budget al digitale: «Abbiamo avviato il nostro sito con un team interno dedicato e lanciato un magazine digitale lifestyle, battezzato D360, affidandone i contenuti a tre creator, a cui diamo temi da sviluppare secondo il loro punto di vista. Abbiamo talmente tanti contenuti digitali, che ho messo in azienda un fotografo e un art director come risorse fisse». Emblematica anche la case history di Blue of a Kind, startup del denim milanese, fondata da Fabrizio Consoli: «Smontiamo e ricomponiamo capi vintage, fondendo il vintage con il sartoriale, perché tutti i nostri articoli sono fatti in Italia da un’azienda nostra partner. Nasce un prodotto prezioso, attento ai fit e ai dettagli, che ha il pregio di essere sostenibile,


2.

HOW TO MODERNIZE LUXURY’S BUSINESS MODEL

Leonardo Pecchioli Founder & ceo Keros Digital

visto che utilizza solo materiale già esistente. Una proposta donna destinata principalmente alla vendita online, che ora proponiamo anche nel wholesale». In un mercato che diventa sempre più globale, in cui entrano in gioco aspetti complessi come logistica e pagamenti, riunire tutto in un’unica piattaforma diventa strategico. A tale proposito Sondermann ha chiesto a Leonardo Pecchioli, fondatore e ceo di Keros Digital (realtà che fornisce piattaforme di e-commerce) quali sono i plus che garantisce alle aziende italiane. «Di recente - ha esordito Pecchioli -. Siamo stati individuati da un gruppo israeliano, che ci ha premiato degli sforzi fatti con un’acquisizione importante. Una realtà con un patrimonio di circa 10 miliardi, che investe su tecnologie particolari

Fabio Gnocchi Ceo Aspesi

Andrea Bucalossi Ceo Mr&Mrs Italy

Fabrizio Consoli Founder & ceo Blue of a Kind

come intelligenze artificiali o metodi di pagamento per l’e-commerce e che ci permette di fornire un ciclo a 360 gradi, per eliminare le complessità nel processo dell’e-commerce. Vogliamo essere una piattaforma abilitante, per consentire alle imprese di fare ciò che vogliono, senza grossi costi di sviluppo e impedimenti». Ma quali sono le best practice che le aziende italiane devono seguire nel cammino di sviluppo dell’e-commerce? Questa la domanda di Sondermann a Sebastian Klare, vp global marketing di Astound Commerce, fra i leader dell’implementazione dei siti a livello globale, con clienti come adidas e Versace. «Perché il software da solo non è la soluzione - ha chiarito il direttore di Fashion -. È fondamentale il modo di adattarlo alle

ANDREAS SCHMEIDLER

«TSUM, ISOLA FELICE DEL LUSSO. L’ONLINE CRESCE DEL 106%» Andreas Schmeidler, recently appointed chairman of Tsum, talks about the strategies of this department store and announces: «In 2018 e-commerce could be worth 20% of the turnover» Nominato da pochi mesi chairman di Tsum, il grande magazzino moscovita del lusso in capo a Mercury Group, Andreas Schmeidler (in arrivo da vente-privee), ha tracciato alla Ceo Roundtable un primo bilancio e annunciato le prossime sfide, tra cui il digital. Macchina da guerra da 700 milioni di giro di affari di puro lusso, Tsum accoglie su una superficie di 70mila metri quadri (quattro volte la Rinascente) ben 800 marchi fashion, collegabili per il 60% all’Italia. «Una realtà nuova per me, in un Paese in grande evoluzione, dove le cose funzionano e dove si respira dinamismo - ha spiegato il manager, intervistato dal direttore di Fashion, Marc Sondermann -. Mosca è una città giovane, in cui Tsum è un’istituzione per

i cittadini ma anche un’ambizione, perché la gente punta al lusso». «Un’isola felice - ha proseguito - in uno scenario in cui i freestanding store sono in crisi per vari motivi, dal traffico ai parcheggi, dal meteo alla distanza geografica. Da noi il consumatore può vivere una shopping experience completa». Un’esperienza in cui anche l’e-commerce ha un ruolo importante. «L’online vale il 10% del giro di affari, con una crescita del 106%, ma non sarei sorpreso se il prossimo anno potessimo arrivare al 20%, in un contesto in cui Tsum è in evoluzione del 30% sul 2016». Il servizio è un plus, anche nelle vendite online: «Riusciamo a spedire la merce nell’arco di tre ore nella stessa giornata a Mosca e a San Pietroburgo; nelle “region”, che hanno distanze abissali, ce la facciamo nell’arco di tre giorni. Tenendo conto

Marco Casoni Ceo Dondup

Sebastian Klare Vp global marketing Astound Commerce

esigenze delle aziende». «Fino a 10 anni fa nell’e-commerce il processo era molto transazionale, ossia l’obiettivo era far comprare il cliente - ha ribattuto Klare -. Con l’evolvere del retail tutto è mutato ed è l’ora del “connected commerce”, basato sulla relazione tra il brand e il consumatore, in cui la tecnologia non è più impiegata solo per portare il cliente a comprare ma anche per fidelizzarlo». «Si tratta di affrontare il discorso con le dovute competenze - ha concluso Klare - mettendo in atto i giusti processi e facendo leva sulle intelligenze artificiali, per poter intervenire sulla relazione con il cliente. Perché alla fine è importante capire che un aquisto online è il segno della massima fiducia del consumatore nei confronti del marchio».  (c.me.)

che siamo presenti solo in queste due città, è emblematico il fatto che il 40% del giro di affari con l’online è realizzato con le “region”». Ma, come ha sottolineato Schmeidler, «l’obiettivo primario per noi è vendere, non conta il canale. Anzi, il vero canale è il consumatore, al quale vogliamo garantire la stessa esperienza online e offline, una cosa non facile. Il rapporto personale è in primo piano: dopo acquisti di un certo valore, il consumatore viene contattato dal nostro call center e ha il suo personal shopper dedicato». In sostanza, l’obiettivo è trasmettere il dna dello store fisico a quello digitale: «Se apriamo dei pop up nel department store lo facciamo anche nell’online, lo stesso dicasi per capsule e lanci di prodotto». Quello che importa è raggiungere il consumatore in modo virale: «Da qui a fine anno ci sarà un evento ogni giorno». Iniziative in grado di catalizzare un numero enorme di consumatori: «Quando abbiamo lanciato l’iPhoneX avevamo una coda di 800 metri fuori. Grande l’afflusso anche di recente, quando abbiamo inaugurato due pop up di Valentino e Dolce&Gabbana. Una macchina non facile da gestire, tenendo conto che da noi c’è un traffico di 12mila persone ogni giorno che vengono a comprare lusso». (c.me.)

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CEO ROUNDTABLE ON FASHION INNOVATION

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È TEMPO DI UNIFIED IDEAS Networking time per i protagonisti della Ceo Roundtable: spunti e possibili sinergie fra digital e moda Networking time at our Ceo Roundtable: digital and fashion sharing new ideas and possible synergies

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1. Claudio Giuliano Innogest, Marco Palmieri Piquadro 2. Paolo Peroni Rödl & Partner, Roberto Liscia Netcomm 3. Dante D’Angelo Valentino, Marco Pozzi Contactlab 4. Francesco Giovagnoni Damiani, Marc Sondermann Fashion 5. Hans Hoegstedt Miroglio Fashion, Romeo Quartiero DS Group 6. Angela Tovazzi Fashion, Mauro Davico Miroglio Fashion 7. Alessio Barbati Triboo Digitale, Davide Scodeggio Bootique 8. Fabrizio Consoli Blue of a Kind 9. Christian Nucibella FiloBlu, con un’ospite 10. Riccardo Milani Boggi Milano, Marco Serpilli Warda 11. Federico Fuochi e Andre Suguiura LifeStyle Logistics 12. Carlo Borello Gruppo Sintesi, Paolo Castelletti Blue of a Kind 13. Marco Bacà consulente, Marc Sondermann, Giancarlo Tafuro DePrimera 14. Annalisa Caiozzo Infor, Giacomo Debolini e Danilo Rossini Hyphen-Italia, Matteo Veneziani Fashion 15. Fabio Gnocchi Aspesi, Alessandra Guffanti Guffanti Concept Showroom 16. Giovanni Meda Kooomo, Sebastian Klare Astound Commerce 17. Alessandro Pacetti Woolrich, Fabio Tucci Canali 18. Franco Marianelli Rifle, Carlo Terreni Loomish

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L’importanza della Business Intelligence per l’internazionalizzazione di Brand e Retailer. I DATI GUIDANO E DETERMINANO LE AZIONI DA INTRAPRENDERE. In un mercato in continuo movimento, dove i consumatori entrano in contatto con i Brand in modo fluido e destrutturato, l’analisi dei dati è sempre più imprescindibile per poter indirizzare la strategia e al contempo rispondere nel modo più rapido e immediato possibile alle esigenze dei consumatori. Grazie alla Commerce Intelligence Platform di FiloBlu, una piattaforma dinamica di raccolta dati studiata appositamente per Brand e Retailer, è possibile monitorare e analizzare in real time le più importanti fonti dati aziendali aggregate in dashboard personalizzate, accessibili in cloud e di intuitiva e veloce interpretazione. Identificare le preferenze di consumo, le abitudini di acquisto e il profilo demografico significa conoscere meglio i propri clienti, ottimizzare le attività di marketing e vendita definendo azioni one to one che possano massimizzare il ROI. Analizzare lo stock, conoscere lo scontrino medio e gli acquisti con un dettaglio Paese per Paese sono il punto di partenza per affrontare un processo di internazionalizzazione e definire politiche commerciali segmentate per aree geografiche, che mettano sempre al centro della strategia il consumatore finale. In quest’ottica FiloBlu ha creato un ecosistema fatto di legal entities, operations, logistiche integrate e un team di

competenze con un network internazionale e qualificato di partner nei principali mercati di riferimento quali Stati Uniti, Cina, Russia. Con uno sguardo a quelli a più alto potenziale di crescita come India e Medio Oriente. Grazie alle partnership con i principali player mondiali tra i quali Amazon, Alibaba, Tencent, Google, Facebook e Yandex, FiloBlu supporta Brand e Retailer nella definizione di strategie commerciali, di marketing e comunicazione dedicate ai singoli Paesi di riferimento. ‹‹La presenza di hub logistici negli Stati Uniti, a Shanghai e Hong Kong ha portato alla realizzazione e gestione di progetti multi stock per alcuni dei più importanti Brand internazionali - racconta Christian Nucibella, CEO e fondatore di FiloBlu - e permesso ai consumatori finali di acquistare online da un catalogo prodotti che attinge congiuntamente dalla disponibilità dei negozi fisici a gestione diretta del Brand, dal magazzino della logistica integrata e dagli stock dell’e-commerce internazionale››. Questi asset pongono FiloBlu come partner strategico di Brand e Retailer che vogliono affrontare la sfida dell’internazionalizzazione per la crescita del business e della Brand awareness e portare avanti una strategia completa tra digital sales, retail fisico e i diversi touch point che si stanno sviluppando sul mercato.

Milano Venezia Napoli Lugano New York Hong Kong Shanghai Barcellona Praga


ONLINE ADVISORS

IMPLEMENTATORI DI SITI E-COMMERCE

ARCHITETTI DELLE SFIDE DIGITALI Dall’incontro con il cliente alla definizione del progetto, dalla costruzione del sito fino al supporto post vendita, dall’ottimizzazione delle performance agli aggiornamenti costanti: gli implementatori sono gli architetti dei negozi digitali. Super esperti in materia di tecnologia, ma anche profondi conoscitori di business, marketing e creatività. Un work in progress continuo, il loro, per garantire soluzioni a misura di cliente: rapide, puntuali ed efficaci DI CARLA MERCURIO

From the first meeting with the client to the definition of the project, from the site building to the post sale support, from the optimization of performances to the website upgrades: implementers are the architects of digital stores. Super experts in technology, but also profound connoisseurs of business, marketing and creativity. Theirs is a continuous work in progress, to ensure custom made solutions: quick, punctual and effective.

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ealizzare un sito di e-commerce non è molto diverso dall’aprire uno store fisico. Nel caso del “brick and mortar” si sceglie un negozio in una zona della città consona al brand e si costruisce il progetto, affidandosi a un team di architetti, geometri e tecnici, partendo da un capitolato e da una visione ben precisa. Per dare il via a un negozio online si seleziona una piattaforma valida, che dia la chance di essere trafficabile, fruibile, alla moda e customizzabile, con tutte le experience del caso. E poi è il momento di coinvolgere gli “architetti” e i tecnici, che permetteranno di tradurre in pratica il progetto: è l’ora di chiamare in causa gli specialisti con cui definire passo dopo passo il percorso di implementazione dello store digitale. Perché avere un partner con precise competenze, quando si è alle prese con un progetto importante, permette velocità, delivery, serietà, puntualità, personalizzazione; tutti aspetti in grado di fare la differenza. È fondamentale che i diversi elementi chiave quali integrazione verticale e orizzontale, digital&marketing, social, piattaforme informatiche e logistiche, analisi predictive, servizi di customer service siano individuati, sintetizzati e centralizzati in un interlocutore, che sia in grado di dare loro l’opportuno valore. L’importante è che a monte ci sia un capitolato ben definito, cosa

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imprescindibile, e che con lo specialista scelto si stabiliscano con precisione le varie fasi come la costruzione, la strategie e l’implementazione. Una collaborazione che, a differenza dello store fisico, continua anche dopo la “consegna delle chiavi”, perché l’obiettivo finale è far crescere i ricavi, fornendo supporto costante per garantire che il sito funzioni, ottimizzandone le performance, aggiornandolo in modo da offrire nuove funzioni, eliminando gli errori e fornendo il supporto adeguato alle strategie di internazionalizzazione. OK, IL PARTNER È GIUSTO Affidarsi al player giusto vuol dire dunque rendere il processo lavorativo più veloce e con meno sprechi. Ma come scegliere il referente più idoneo? «Non tutti gli integratori possono lavorare sulle nostre piattaforme - racconta Maurizio Capobianco, regional vice president Italia, Spagna e Portogallo di Salesforce Commerce Cloud -. I partner devono prima affrontare un percorso di certificazioni e un lavoro di confronto con noi, per poter garantire un progetto vincente. I loro nomi sono tutti sul nostro sito: spetta al cliente scegliere il più adatto al progetto da sviluppare, in base alle proprie necessità del momento». Oggi per esempio, sottolinea, c’è una grande attenzione al concetto di unified

IN UN MOMENTO IN CUI LE AZIENDE TENDONO A DARE DIMENSIONE INTERNAZIONALE AI LORO SITI, VISTO CHE UN NEGOZIO DIGITALE COSTA MOLTO MENO DI UNA BOUTIQUE FISICA, DIALOGARE CON UN PARTNER GLOBALE DIVENTA STRATEGICO

Giuseppe Grandinetti Vibram


ASTOUND COMMERCE

«L’IMPLEMENTAZIONE È SU MISURA CON THE ASTOUND WAY» With headquarters in San Francisco, Astound Commerce is a global player of e-commerce implementation, with offices worldwide. Now it’s ready to land in Milan.

LE NOSTRE SOLUZIONI SONO IDEATE PER REALIZZARE PROGETTI DI E-COMMERCE DI RAPIDA IMPLEMENTAZIONE. IN TAL SENSO L’IMPLEMENTATORE VEDE DI MOLTO SEMPLIFICATO IL PROPRIO COMPITO

Leonardo Pecchioli, Keros Digital

SIAMO IN GRADO DI FORNIRE UNA PIATTAFORMA CLOUD E CI AVVALIAMO DI PARTNER CERTIFICATI CHE ACCOMPAGNANO L’AZIENDA NELLA PERSONALIZZAZIONE DI QUESTA PIATTAFORMA . UN PO’ COME REALIZZARE UN ABITO SARTORIALE

Maurizio Capobianco, Salesforce Commerce Cloud

Sono fra i leader cercano un dell'implementazione approccio più tailor a livello globale, made. Integriamo hanno headquarters anche tecnologie a San Francisco e di parti terze sedi in tutto il mondo per completare e ora si apprestano il sito, offrendo a sbarcare a Milano crm, content con uffici propri. management e Sebastian Klare, Sebastian Klare, vp altro e forniamo Vp global marketing global marketing di inoltre servizi Astound Commerce, di agenzia e ci racconta quali sono i plus consulenza, quali user experience, di questa realtà, che si avvale front-end design, change della collaborazione di oltre 600 management e training». Ma non specialisti in tutto il mondo. finisce qui. Perché un progetto di «Forniamo l’intera gamma di e-commerce comincia veramente servizi legati all’implementazione dopo il go live: «Siamo in grado di un sito di e-commerce - spiega di fornire supporto 24 ore su 24, -. Si parte dalla soluzione nel 7 giorni su sette, tutto l’anno, suo complesso e dal design per garantire che il sito funzioni del progetto. Identifichiamo alla perfezione, ci occupiamo di le necessità dei nostri clienti, ottimizzarne continuamente le costruiamo una tabella di performance e di aggiornarlo marcia legata all’It, scegliamo in modo da offrire nuove la migliore piattaforma e le funzioni». «Il nostro punto di soluzioni tecnologiche adatte ai forza - prosegue - è la dimensione loro bisogni. Il nostro processo di globale, unita all’expertise sviluppo, che abbiamo chiamato locale. Siamo l’agenzia di digital The Astound Way, prevede commerce indipendente più sempre una fase di scoperta, in grande al mondo. Abbiamo sedi cui un team di esperti crea un in tutto il mondo e ciò ci permette elenco completo dei requisiti di garantire una vasta gamma richiesti e ci consente di fornire di servizi e di esperienza». Un soluzioni puntuali, rispettando know how che nel 2017 è valso i budget». Una volta sviluppato a Astound Commerce il premio il piano di implementazione Global Delivery Partner di si procede all’esecuzione: Salesforce Commerce Cloud, di «Lavoriamo con le piattaforme cui è partner dal 2004 e sulla cui di e-commerce leader come piattaforma ha lanciato oltre 260 Salesforce Commerce Cloud, siti. «Tra i nostri clienti - conclude Sap Hybris, Ibm Watson e Klare - figurano nomi di punta con altri partner sul versante a livello globale come Versace, tecnologico - spiega Klare - e L’Oréal, Jimmy Choo, Belstaff, possiamo costruire soluzioni Lacoste, adidas, Under Armour e customizzate per clienti che molti altri». (c.me.)

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ONLINE ADVISORS

commerce: «Sempre più di frequente - puntualizza Capobianco - le aziende della moda non cercano semplicemente una piattaforma di e-commerce ma un software che li supporti nell’integrazione online e offline con gli store». Emblematico l’esempio di Boggi, che grazie ad un’applicazione di clienteling dà la possibilità agli addetti alla vendita, tramite tablet, di ordinare sul sito il capo desiderato dal cliente, non disponibile in negozio. Oppure di Ovs, che nello store di corso Buenos Aires, a Milano, ha investito sulla tecnologia con camerini virtual, magic mirror, servizio click & collect, maxi schermi interattivi. Mentre si fa strada il concetto di showrooming, per cui il negozio diventa solo un luogo dove vedere e toccare il prodotto, che poi verrà ordinato online o via mobile. Significativa la case history di Vibram Group, che un paio di anni fa ha dato una svolta al suo sito scegliendo Salesforce Commerce Cloud per la piattaforma e affidandosi all’americana Astound Commerce per l’implementazione. «Una realtà di respiro internazionale, con headquarters a San Francisco e sedi in in tutto il mondo, che si sta preparando a sbarcare in Italia con uffici suoi - racconta Giuseppe Grandinetti, global head digital di Vibram Group -. Il più grande produttore di pagine di e-commerce al mondo, che si avvale di un team di specialisti in grado di costruire al meglio un negozio online». PARTNER GLOBALI, IN UN MERCATO SEMPRE PIÙ GLOBALE In un momento in cui le aziende tendono a dare dimensione internazionale ai loro siti, dialogare con un player globale diventa strategico: «Basti pensare al discorso delle tassazioni e dell’Iva - chiarisce Grandinetti - completamente diverso in Europa (con regole differenti nei vari Paesi) rispetto agli States, difficimente affrontabile da una realtà che segua solo l’America. O al problema del fuso orario e degli orari di lavoro, nel caso che dall’Italia si voglia aprire uno store in America o in Asia, che diventano un ostacolo quando si dialoga con una realtà che opera solo a livello locale». A proposito di internazionalizzazione, stanno nascendo partnership strategiche: «In questo momento - racconta Maurizio Capobianco - molti partner italiani stringono accordi con system integrator stranieri per poter garantire progetti sempre più internazionali. Non a caso assistiamo all’arrivo sul territorio di player che

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vengono da oltrefrontiera come Astound Commerce, Itelios e Oss, che si stanno strutturando per aprire loro headquarters in Italia. Il commercio elettronico è la chance del futuro e siamo solo all’inizio». L’E-COMMERCE COME UN ICEBERG: SERVE LAVORARE IN PARTNERSHIP Naturalmente, come si diceva, per costruire il negozio più appealing il solo architetto non basta. Serve uno spazio che si presti ad essere plasmato, occorrono piattaforme idonee, studiate per facilitare il lavoro dei tecnici. Come sottolinea Leonardo Pecchioli, fondatore di Keros Digital (realtà di Lugano, in Svizzera, che fornisce piattaforme software e progetti di consulenza nell’ambito delle vendite online), l’e-commerce è come un iceberg: la parte visibile è data dal front end, importantissimo per attrarre visitatori e per convertire al meglio il numero delle visite in vendite. Ma spesso ci si dimentica del back-end, cioè di tutto il processo complessivo dell’ordine». Bisogna dunque tenere conto di come gestire i sistemi di pagamento, le interfacce con i magazzini (molto spesso più di uno e dislocati in nazioni diverse e/o con utilizzo della merce dei negozi fisici) e delle fatturazioni con le dovute competenze fiscali nei vari Paesi, sia per quanto riguarda la vendita che per i resi. «Per questo - sottolinea Pecchioli - il mercato si sta indirizzando verso piattaforme che, oltre alla parte di front-end, offrano anche una soluzione per il back-end, senza obbligare a troppo complessi progetti di interfacciamento con i sistemi informativi esistenti in azienda». «Le nostre soluzioni - conclude - sono ideate per realizzare progetti di e-commerce dalla implementazione rapida. In tal senso l’integratore vede di molto semplificato il proprio compito dal punto di vista infrastrutturale e può meglio concentrarsi sul front-end, per rendere l’eshop rispondente alle esigenze del brand in termini di immagine e strategia di marketing e vendita multi-canale». In queste pagine ascoltiamo la testimonianza di due specialisti di spicco nell’implementazione di siti di e-commerce: Astound Commerce, big globale con headquarters a San Francisco e sedi in tutto il mondo, pronto a sbarcare in Italia con uffici propri e Sys-Dat, player di riferimento nel mercato Ict da 40 anni, basato a Milano e con sedi in tutta Italia, che ha creato un’azienda ad hoc, Exys, per gestire l’implementazione dei siti di e-commerce. ■

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SYS-DAT

«SERVIZIO TOTAL-LOOK, FRA TECNOLOGIA E BUSINESS» A reference player in the Ict market for 40 years, with headquarters in Milan and offices throughout Italy, Sys-Dat created an ad hoc company, Exys, to manage the implementation of e-commerce sites. Quali sono i plus che Sys-dat offre? L’e-commerce, sia esso B2B che B2C, normalmente viene analizzato e introdotto parallelamente a un ecosistema di business già esistente e formato dai canali “tradizionali” o “offline”, che dir si voglia. Questo significa che non si può prescindere dallo status quo. Riteniamo che si debba partire da qui per studiare e implementare una nuova strategia che ne consenta una convivenza secondo gli attuali modelli di multicanalità. L’approccio progettuale consulenziale che Sys-Dat propone ai propri clienti consiste nel tracciare una roadmap necessaria per rendere vincente il progetto in una vera logica di partnership, potendo fare tesoro di numerose best practice. È quindi fondamentale che i diversi elementi chiave quali integrazione verticale e orizzontale, digital&marketing, social, piattaforme informatiche e logistiche, analisi predictive, servizi di customer service, eccetera, siano trovati,


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1. Un device tecnologico nello store Ovs di corso Buenos Aires a Milano 2. Un’immagine futuribile delle tendenze moda per l’estate 2019 presentate a MarediModa, elaborate da David Shah insieme allo Stijlinstituut di Amsterdam 3. Maxi schermo in azione in un negozio Boggi

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sintetizzati e centralizzati in un interlocutore, che sia in grado di dare a essi l’opportuno valore. Cosa vi differenzia rispetto ai vostri interlocutori? Considerando che un progetto di e-commerce fonde “information technology” e “business”, con il proprio know how Sys-Dat è in grado di garantire il mix adeguato di entrambi gli aspetti, con 40 anni di esperienza nell’IT da un lato e con centinaia di aziende clienti con le quali Matteo Neuroni Amministratore delegato ha potuto capitalizzare le best practice. Proprio per garantire l’opportuna enfasi e importanza a una tematica così specifica, e solo parzialmente legata al settore It, è stata creata Exys, una società dedicata e focalizzata solo a questa attività e in grado di coniugare tutti gli ingredienti citati. Proponendoci come interlocutore unico, ci facciamo carico di tutte le componenti nella logica total look che contraddistingue il nostro approccio. Quanto costa sviluppare un progetto? Il tempo e il costo legati all’implementazione sono funzionali alla tipologia di azienda e di prodotti da veicolare, ai mercati di riferimento, agli investimenti negli e-media, eccetera. Ci sono stati alcuni progetti che sono andati “live” in un mese e mezzo, con 10-15.000 euro di costo e altri, ben più strutturati, che sono partiti in tre-quattro mesi con importi ben più consistenti. Su che piattaforme lavorate? Avendo iniziato da oltre 15 anni ne abbiamo usate diverse. La maggior parte degli ultimi progetti e-commerce (B2C) sono stati realizzati con le più recenti versioni di Magento. Nel nostro approccio, orientato alla multicanalità, la componente e-commerce B2C deve essere integrata agli altri strumenti e canali di vendita sia offline, sia online. A tal proposito Sys-Dat ha realizzato una soluzione di back office che gestisce, razionalizza e rende omogenei i diversi canali di vendita, garantendone la multicanalità. (c.me.)

FAI DA TE: FUNZIONA?

«ATTENTI A SOTTOVALUARE I POSSIBILI RISCHI» The full outsourcing and the insourcing models behave respectively as franchise and retail. Only through insourcing the brand has full control of e-commerce and the ability to integrate the physical with digital, creating a unified trade, or unified commerce. With outsourcing, this is not possible. Quali i rischi che si corrono senza avvalersi di un partner per l’implementazione? «Il modello full outsourcing e quello insourcing si comportano rispettivamente come il franchising e il retail di proprietà - racconta Maurizio Capobianco, regional vice president Italia, Spagna e Portogallo di Salesforce Commerce Cloud -. Solo attraverso l’insourcing il brand ha il completo controllo dell’e-commerce e la possibilità di integrare il fisico con il digitale, creando un unified commerce. Con l’outsourcing tutto ciò non è possibile». Se un’azienda decide di affrontare un progetto di e-commerce internamente e/o autonomamente «è bene che faccia delle considerazioni su quanto “prima”, “durante” e “dopo” dovrà gestire», puntualizza Matteo Neuroni, amministratore delegato di Sys-Dat, player di riferimento nel mercato Ict da 40 anni, che ha creato un’azienda ad hoc, Exys, per gestire l’implementazione dei siti di e-commerce. «Un progetto parte significativamente proprio dopo il proprio go live e, a differenza di quanto spesso si pensa - spiega - il mantenimento e l’aggiornamento hanno necessità che il cliente spesso banalizza». «Dipende dalla piattaforma utilizzata e, ovviamente, dal livello di maturità digital e IT del cliente» aggiunge Leonardo Pecchioli, fondatore di Keros Digital, realtà di Lugano, in Svizzera, che fornisce piattaforme software e progetti di consulenza nelle vendite online. «In alcuni casi gli implementatori sono imprescindibili, se ad esempio le tecnologie scelte sono frastagliate e talmente complesse da richiedere l’assemblaggio di plug-in o una implementazione ad hoc per ogni cliente - prosegue -. In altri casi i rischi sono minori, ma è pur sempre utile affidarsi a competenze disponibili e aggiornate sul mercato, a volte difficili da reperire in azienda». «La tecnologia - conclude - può influenzare la scelta e i conseguenti rischi. Un partner più orientato ai sistemi informativi potrebbe proporre soluzioni che obbligano a corposi progetti infrastrutturali, mentre uno più orientato alla creatività e/o alle strategie di business potrebbe puntare su soluzioni che già risolvono le complessità tecnologiche. Ogni brand deve essere in grado di operare la scelta migliore per la propria organizzazione».  (c.me.)

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NEWS

YNAP

LA CRESCITA CONTINUA AL VIA IL MARCHIO DI MR PORTER Ph. Wayne Maser

Ynap, that launched a private-label brand for its Mr. Porter division, during the third quarter of the fiscal year registered revenue growth of +17,7%, reaching 481,8 millioni euros. Ynap, gruppo guidato da Federico Marchetti (nella foto), ha archiviato i primi nove mesi del fiscal year, con ricavi netti pari a 1,5 miliardi di euro, +18,6% su base organica. Progressione double digit anche nel terzo trimestre, con ricavi in ascesa del 17,7% su base organica (481,8 milioni). La piattaforma ha una media mensile di 600 milioni di visitatori unici, che nei nove mesi hanno generato quasi 7 milioni di ordini. Nei nove mesi i clienti attivi sono passati da 2,8 a 3,1 milioni. Tra i mercati, guida la graduatoria il Regno Unito, con un’evoluzione del 20,1%, grazie alle performance di tutti i negozi online del gruppo, in cui rientrano le linee di business in-season (Net-àPorter e Mr Porter) e off-season (Yoox e The Outnet). Non delude l’Italia, che mette a segno un +14,2%, guidata da Yoox. L’Europa sale del 17,5%, mentre il Nord America progredisce del 10,3%. Evoluzione double digit anche in Asia Pacific (+14%). I multimarca in-season dell’e-tailer hanno registrato nel terzo trimestre un rialzo del 16,8%, quelli off-season del 17,4% e gli online flagship a valore retail del 24,8%. Tra i driver di crescita il debutto di Mr P, il nuovo marchio firmato dalla piattaforma maschile Mr Porter nato dopo sette anni di analisi dei dati e delle abitudini dei clienti. L’etcichetta, realizzato in house da un team interno e prodotto in buona parte in Italia, sarà un elemento chiave nel piano strategico di Ynap. Il gruppo prevede di conseguire nell’esercizio fiscale 2017 una crescita dei ricavi netti in linea con il proprio piano strategico, posizionandosi sulla parte bassa della forchetta di crescita tra il 17% e il 20%.  (c.me.)

HUGO BOSS

LA SHOWROOM DIGITALE DIVENTA REALTÀ Hugo Boss launched in Berlin its first pop up digital showroom for Hugo brand. In 2018 the digital showroom will be used in every country where the German brand is present. Per presentare le collezioni del marchio Hugo a Berlino, Hugo Boss ha lanciato il suo primo spazio espositivo digitale, che verrà adottato su scala globale nel 2018. Al posto di appendiabiti e grucce - anche se in questa prima fase qualche capo fisico è rimasto - c’è un tavolo dotato di monitor touchscreen da 65 pollici, in grado di mostrare la collezione in tutte le angolature e nelle varie declinazioni di colore, suggerendo i possibili abbinamenti. Non solo. Grazie a questo device la raccolta ordini diventa istantanea, accorciando drasticamente i tempi. (e.f.)

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PRINCE TEES

SI RINNOVA L’E-COMMERCE Born from the partnership between Enzo Fusco (Fgf Industry) and Emanuele Filiberto di Savoia, Prince Tees is ready to launch a new version of its e-commerce. Con la stagione invernale si rinnova il sito di e-commerce princetees.com di Prince Tees, marchio che fa capo a Fgf Industry, puntando su un’ottimizzazione della navigabilità e dell’esplorazione dei contenuti, soprattutto da mobile. Grazie a un mix di immagini, è possibile avere una visione a 360 gradi delle T-shirt, frutto dell’intesa tra Enzo Fusco ed Emanuele Filiberto di Savoia: 100% made in Italy, scelgono come materiale d’elezione, accanto al tradizionale cotone, anche il cashmere.

FILOBLU

UN PASSO AVANTI NELLA COMMERCE INTELLIGENCE Last October FiloBlu launched its Commerce Intelligence Platform, bringing Business Intelligence to the next level. A metà ottobre, durante dell’evento milanese Visualize Your World a cura di Qlik, è stata lanciata la Commerce Intelligence Platform di FiloBlu, una Business Intelligence in grado di raccogliere dati da diverse fonti presentandoli in un unico strimento veloce, accessibile ovunque in cloud e con un livello di dettaglio di analisi personalizzabile. È stata messa a punto in collaborazione con ITReview, distributore tra i più qualificati in Europa della piattaforma di Business Intelligence Qlik, segnalata da sette anni nel “quadrante magico” di Gartner.


NEWS

STEFANIAMODE

IL FUTURO È .COM Stefania Mode, a multilabel retailer born in Trapani in 1971, becomes Stefaniamode.com, to be more and more international. Meanwhile the company opens a “hybrid shop” in St. Moritz. Nuovo marchio (con l’estensione .com all’insegna fisica), nuovo concept store a St. Moritz, nuovo hub logistico a Trapani, nuova piattaforma e-commerce, nuovo management e tre monomarca Balenciaga aperti tra Portofino, Porto Cervo e Forte dei Marmi. Aldo Carpinteri investe sulla sua creatura, Stefaniamode.com. Il passaggio da Stefania Mode (insegna nata nel 1971 a Trapani) a Stefaniamode. com si inserisce nella scia di quanto già fatto all’estero da Matchesfashion.com e Mytheresa.com: «Il rebranding sottolinea che i nostri store fisici sono accessibili in tutto il mondo» dice Carpinteri. Ma è con l’apertura a fine novembre di 140 metri quadri in Somplaz, a St Moritz, che sarà varato un “hybrid space”, con sei vetrine reali e quattro virtuali sui brand del lusso. Al progetto collaborano nomi come Balenciaga, Fendi, Chloé, Céline, Salvatore Ferragamo, Burberry. Seguiranno opening analoghi, con un focus su digitalizzazione e location resort. Il canale digital vale il 65% del business totale. «Il punto vendita - chiosa Carpinteri - è una finestra fisica sul nostro mondo digitale. Per questo continuerà la collaborazione con Farfetch (dove siamo tra le cinque boutique più attive) e a breve partirà una nuova piattaforma e-commerce». «Il nostro team è in crescita - conclude -. Abbiamo appena inserito nuove figure, come il cco Ercole Migliozzi (in arrivo da Fendi, ndr) e il coo Marco Giani».  (an.bi.)

NUOVA EDIZIONE DI “RETAIL COACHING”

LINEE GUIDA PER IL RETAIL Published by FrancoAngeli, a book by Patrizia Saolini, an expert in retail coaching, focuses on strategies to enhance sales staff’s skills in the competitive omnichannel scenario. Accompagnare le organizzazioni retail nel passaggio dall’era multicanale, all’insegna della separazione tra offline e online, a quella dell’everywhere commerce è la sfida di chi si occupa di retail coaching, come Patrizia Saolini: creatrice di Retail Coach (società specializzata nella consulenza e nel coaching nell’ambito dei beni di lusso), è l’autrice di Retail coaching. La gestione operativa della rete vendita nell’era della multicanalità, di cui è uscita una nuova edizione, edita da FrancoAngeli e in vendita a 25 euro. Il libro fornisce linee guida a chi si occupa di gestire il personale di vendita, soprattutto nell’alto di gamma, in un momento in cui la customer experience è più forte del prodotto stesso.  (a.b.)

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LIFESTYLE

BRANDY

IL 2022, COSÌ LONTANO E COSÌ VICINO Una nuova puntata di Brandy ha fornito spunti interessanti sul futuro dei marchi lifestyle. Ma come sarà lo scenario da qui a cinque anni? Colossi considerati inattaccabili potrebbero ridimensionarsi, a favore di influencer e startup ricchi di inventiva. Una rivoluzione dal basso, con le persone al centro DI ALESSANDRA BIGOTTA

How could the future of lifestyle brands be? Smart startups and influencers could put up a good fight with big fashion players and responsibility become a strong asset for success: possible scenarios emerged during Brandy.

S

pesso si dice che il futuro è già qui. Ma se con il teletrasporto ci potessimo trovare davvero nel 2022, che scenario ci attenderebbe? Questa domanda è stata il punto di partenza di uno degli incontri più seguiti di Brandy, la due giorni sui nuovi ecosistemi di business dei marchi lifestyle, il 18 e 19 ottobre agli East End Studios di Milano. A riflettere sulle prospettive da qui a cinque anni Leonardo Buzzavo (presidente di Quintegia, che organizza Brandy), Marc Sondermann (direttore e ceo di Fashion), Barbara Corti (cdo worldwide di Flos), Dennis Valle (partner di Inventae, dopo esperienze tra gli altri in Diesel, Versace e Dolce&Gabbana) e Wolfgang Wild, giornalista, scrittore e fondatore di Retronaut, sito che immagazzina foto del passato sulla storia, il costume e la società. Se Marc Sondermann ha prospettato una realtà per molti versi ribaltata rispetto a quella attuale - con gli influencer pronti a scardinare la supremazia dei big brand e Google declassato a una semplice app -, Leonardo Buzzavo ha individuato in parole in auge già oggi, come affidabilità, sostenibilità e caring, le chiavi di lettura del domani. «Tutti noi - ha riflettuto Wolfgang Wild - viviamo immersi nei segni del futuro. Il cambiamento avviene qui e ora». Barbara Corti di Flos ha citato alcune case history come quella di Warby Parker, che con Home Try-On si è inventata un modo unico e smart di vendere gli occhiali, mentre Dennis Valle si è concentrato sull’urgenza di una maggiore responsabilità sociale da parte delle aziende, su precisa richiesta delle giovani ge-

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1. L’intervento del nostro direttore Marc Sondermann 2. Hans Hoegstedt, ceo di Miroglio Fashion

nerazioni. «Qualcosa si muove - ha constatato - come emerge dal successo di Vestiaire Collective, basato sui concetti di riciclo e condivisione, o del sito projectjust.com, che misura la trasparenza delle aziende». Questo è stato solo uno dei panel di discussione di Brandy, ricco di spunti da ricondurre a due grandi filoni di riflessione: da un lato il valore dell’esperienza, di acquisto ma non solo, che supera quello del prodotto e, dall’altro, il fattore umano come asset anche nell’era dell’intelligenza artificiale. «In un mondo in cui prima di parlare si interroga Internet - ha fatto notare Maurizio Setti di Antress Industry-Manila Grace - serve più che mai il lampo di genio». «L’interazione genera idee - ha aggiunto Hans Hoegstedt, ceo di Miroglio Fashion -. Lo sperimentiamo tutti i giorni utilizzando Facebook Workplace, che permette ai nostri dipendenti di scambiarsi informazioni e opinioni, rendendo l’azienda partecipata da tutti». ■

UNA RICERCA DI BLOGMETER

IL MADE IN ITALY VINCE ALL’ESTERO, MA VA AGGIORNATO According to a survey by Blogmeter-The Social Media Intelligence Company on social media and among foreigners from UK, Germany, France, US and Russia, made in Italy is synonymous with excellence, but it should be more innovative. Made in Italy: cosa ne pensano i consumatori stranieri? Una ricerca di Blogmeter, presentata a Brandy dalla senior strategist e head of influencer marketing Paola Nannelli, ha risposto a queste domande. Lo studio è stato condotto analizzando più di quattro milioni di conversazioni social in inglese - tre milioni delle quali avvenute su Instagram, con 97 milioni di interazioni -, ma anche attraverso una survey su persone residenti in Regno Unito, Francia, Germania, Usa e Russia. Fashion e design hanno stravinto sui social, dominando le conversazioni con un complessivo 72% (di cui il 52% relativo alla moda), mentre il food si è fermato al 2%. Andamento opposto nella survey, che vede il cibo al primo posto con il 63%. Tutti d’accordo su un punto: made in Italy significa eccellenza, autenticità e artigianalità, ma spesso non viene associato alla tecnologia, mentre il rapporto prezzo-qualità è percepito da molti come squilibrato. Tra gli ambasciatori del made in Italy nel mondo svetta Giorgio Armani, seguito da Sophia Loren e da Versace. Manca sorprendentemente Alessandro Michele di Gucci, «il che - ha concluso Paola Nannelli durante Brandy - fornisce la fotografia di un made in Italy molto legato all’heritage e troppo poco proiettato nel futuro. È tempo di guardare oltre». (a.b.)


CAMOMILLA ITALIA for

Fashion & E-commerce business, un connubio vincente anche per Camomilla italia CAMOMILLA ITALIA SCOMMETTE SULL’OMNICANALITÀ COME FATTORE COMPETITIVO, PER INTEGRARE IL SUCCESSO DEGLI OLTRE 220 PUNTI VENDITA DEL MARCHIO CON LA CRESCITA ESPONENZIALE DEL SUO DIGITAL SHOP. INTANTO, IN SINERGIA CON UNA WEB AGENCY DEDICATA, AFFILA LE ARMI NELLA COMUNICAZIONE.

I numeri del 2016 parlano chiaro, il commercio online è in continua crescita. Tra i settori che primeggiano in Italia nel mercato online B2C è proprio il fashion business, che nel periodo 2015-2017 ha raggiunto quota +30%, senza alcuna battuta di arresto. Tali dati positivi emergono soprattutto dal cambiamento degli scenari attuali, in cui è aumentata la propensione delle famiglie italiane allo shopping sul web, aumentando sia la frequenza di acquisto, sia lo scontrino medio. In questo trend di crescita si inserisce il nuovo posizionamento strategico digital firmato Camomilla italia. L’azienda, che dalla messa online del suo digital shop nel 2014 a oggi ha registrato un incremento a due cifre, per il 2018 punta ad un’evoluzione dell’ online in chiave 3.0. Il progetto E-commerce provvede la collaborazione con un nuova agenzia dal respiro internazionale, in linea

con il processo di espansione nel mondo già intrapreso. Il Focus on di questo progetto è l’omnicanalità: una perfetta integrazione tra gli oltre 220 punti vendita e il canale online, il tutto per generare una customer experience coinvolgente e unica nel suo genere. Tutti gli utenti avranno dunque la possibilità di acquistare comodamente da casa e scegliere a proprio piacimento le modalità di spedizione e di reso anche quest’ultimo possibile in negozio -, offrendo così un servizio che ad oggi solo una catena di fashion retail su dieci consente e acquisendo un posizionamento fortemente competitivo. La digital strategy di Camomilla italia contempla un’ulteriore e importante novità: una web agency che da ottobre segue tutta la comunicazione pianificata sui social media, con l’obiettivo di aggiornare la brand image online, potenziando anche quella offline.

C.M.T. Compagnia Manifatture Tessili Srl - Piazzetta Matilde Serao, 7 - Napoli www.camomillaitalia.com - info franchising 800.895.895


DISTRIBUTION SCENARIOS

LE PERFORMANCE DI TUTTI I CANALI

ONLINE E MULTIMARCA: LA RIPRESA NEL LUSSO È MERITO LORO La tanto temuta cannibalizzazione delle vendite online su quelle offline non c’è stata. I multimarca e gli specialty store nel 2017 stanno vivendo una nuova primavera (+5%) dopo anni di crisi. L’avanzata dell’online, per quanto inarrestabile (+24%), non ferma gli opening di monomarca (350 solo quest’anno)

L’OFFLINE RETAIL TIENE (TRANNE I DEPT STORE USA), MA L’ONLINE VARRÀ IL 25% NEL 2025 IL MERCATO DEI BENI PERSONALI DI LUSSO PER CANALI DI VENDITA 2017*

2025

Airport 6%

≈ 5%

2017*

2025

Fisico 91%

Fisico ≈ 75%

Online 9%

Online ≈ 25%

Online 9% Off-price stores 12%

≈25%

Dept Stores 21%

≈ 13% ≈9%

Specialty stores 22%

Monobrand stores 30%

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Fonte: Bain & Company per Altagamma, elaborazione Fashion

* Stima

RETAIL + WHOLESALE: COMPLEMETARIETÀ È IL NUOVO MANTRA GLI HIGHLIGHT DEL 2017

DI ANDREA BIGOZZI

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rima la notizia della vendita dell’immobile che ospita 10 Corso Como, storica insegna multimarca milanese. Poi l’annuncio della chiusura di Colette, celebre boutique parigina. Il 2017 sembrava destinato a essere ricordato come l’anno che avrebbe decreatato la crisi definitiva dei multimarca, all’interno di un sistema della distribuzione moda in continua trasformazione. E invece no. Gli ultimi dati contenuti nel rapporto Bain&Co/Altagamma, presentato poche settimane fa, parlano chiaro: nel 2017 i multimarca di lusso e gli specialty store hanno registrato un incremento del 5%, portando il loro giro d’affari globale a quota 57 miliardi di euro. Più in generale quest’anno il wholesale ha segnato un +3%, penalizzato dall’andamento negativo dei department store americani. «Dopo anni di declino, i plurimarca - fa il punto Claudia D’Arpizio, partner di Bain - hanno saputo ritagliarsi un ruolo di influencer all’interno del settore». Quindi

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20.000

i monobrand store attivi

DOPO ANNI DI DECLINO, GLI STORE MULTIMARCA SONO ORA VERI INFLUENCER DEL SETTORE

chi pronosticava che nel giro di pochi anni gli e-shop di fascia alta, Claudia D’Arpizio, siti come Net-a-porter, Bain & Co. Matchesfashion o Mytheresa, avrebbero messo all’angolo gli spazi fisici, dovrà ricredersi. I consumatori, anche gli over 35, danno prova di muoversi con disinvoltura nei multimarca più evoluti e di preferirli ai monomarca, che ritengono noiosi. I multibrand tornano a essere al centro dell’attenzione anche delle aziende, che stanno ridimensionando il loro legame con i department store e scelgono le boutique brick and mortar per ribadire il proprio posizionamento, l’appartenenza a un certo segmento del lusso. «Gli ultimi dati - aggiunge l’analista di Bain - hanno dimostrato che il rischio cannibalizzazione era sovrastimato. Occorre riconoscere le specificità di ogni canale e favorire l’osmosi». La dimostrazione perfetta di questa

≈ 350

i new opening

+8%

la crescita del retail

+24%

il boom delle vendite online

+5%

il ritorno degli specialty store

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i monobrand store attivi

Fonte: Bain & Company per Altagamma, elaborazione Fashion

E-commerce reshaped the whole distribution model, but without causing the end of monobrand and specialty stores, both growing according to the last Bain & Co. report. The retail channel is up 8% in 2017, while wholesale is up 3%. Online sales climb by 24% to 23 billion euros.


l’online, che oggi vale circa il sinergia l'ha offerta Farfetch, 9% delle vendite di lusso (ovveBASTA PARLARE che ha inaugurato da poche DI ONLINE VS ro 23 miliardi di euro), ma che settimane a Londra Browns OFFLINE: IL RISCHIO crescerà nel 2017 del 24%, in East: il multibrand introduce CANNIBALIZZAZIONE linea con gli anni precedenti e nuove formule di vendita TRA I DUE nel 2025, secondo le analisi di omnichanel e una brand list a CANALI È STATO Bain & Company, peserà per un rotazione. Il format multimarSOVRASTIMATO quarto del fatturato complessica per il momento può quindi vo. Proprio in virtù di questa sidirsi salvo, anche se è chiaro nergia e integrazione tra canali che in prospettiva saranno si smetterà anche di parlare della crisi dei soltanto le insegne in grado di creare un monomarca, anche se certo il ritmo degli interscambio con il consumatore a sopravopening è rallentanto, passando dagli oltre vivere: secondo le stime di Bain l’incidenza mille annui del 2012 agli attuali 350, e condegli specialty store nel mercato dei beni tinuerà a farlo. In futuro, poi, più che aprire di lusso personali si ridurrà drasticamente nuovi punti vendita di proprietà le aziende e nel giro di otto anni passera dall’attuale si limiteranno a gestire il network esisten22% al 12% nel 2025. Per i department stote, che oggi a livello globale è composto 20 re andrà ancora peggio: il loro peso si rimila luxury monobrand.  ■ durrà dal 21% al 9%. Ad avvantaggiarsene

Il nuovo store Browns East, appena inaugurato a Londra da Farfetch, introduce nuove formule di vendita omnichannel e una brand list a rotazione

TAX FREE

IN EUROPA RIPARTE LO SHOPPING DEI TURISTI Tax-free shopping has grown 11% in the European Union in the first nine months of 2017. In this sector premium and mass transactions grow more then luxury ones. Dopo un 2016 in calo, torna a crescere a due cifre il mercato del tax free shopping nel mondo: secondo le stime di Altagamma vale circa 55 miliardi di euro, di cui oltre il 50% assorbiti dal lusso. A trainare la crescita in Europa nei primi nove mesi del 2017 sono stati UK (+22%), Spagna (+18%), Italia (+8%) e Francia (+7%).Complessivamente il settore ha messo a segno un aumento dell’11%, un’inversione di tendenza rispetto alla flessione del 4% dell’analogo periodo dell’anno precedente. A scattare la fotografia è Global Blue, che per la prima volta (grazie alla collaborazione con Bain & Co.) è riuscita a determinare le evoluzioni delle transazioni tax free nei tre principali segmenti di riferimento del mercato: Luxury, Premium e Mass, evidenziando un rallentamento del b usiness dell’alto di gamma. Sempre nei primi 9 mesi del 2017, infatti, il lusso ha fatto segnare un +9%, contro il +12% e il +11% dei segmenti premium e mass. (an.bi.)

TAX FREE: PREMIUM E MASS MARKET CORRONO PIÙ DEL LUSSO IL VALORE PERCENTUALE MOSTRA IL PESO DEL SEGMENTO IN TERMINI DI TRANSAZIONI PER UN PANNEL DI BRAND SELEZIONATI 54% 52% 50%

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46,9% Gen-Set Gen-Set Gen-Set Gen-Set Gen-Set 2013 2014 2015 2016 2017

42,5%

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39,1% 38%

8% Gen-Set Gen-Set Gen-Set Gen-Set Gen-Set 2013 2014 2015 2016 2017

LUXURY +9%

PREMIUM +12%

38,7% Gen-Set Gen-Set Gen-Set Gen-Set Gen-Set 2013 2014 2015 2016 2017

MASS +11%

Fonte: Global Blue e Bain & Company per Altagamma, elaborazione fashion

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RETAIL REAL ESTATE

LE NUOVE FRONTIERE DEI CENTRI COMMERCIALI

LARGO AI SUPERMALL ESPERIENZIALI I consumatori comprano sempre più online? Spendono di più per lo svago e il benessere che per la moda? Il retail fisico risponde con macrocosmi del consumo in cui fashion, design, food ed entertainment si intrecciano e dove l’esperienza conta più dell’acquisto. Ecco in anteprima alcuni progetti che terranno banco a Mapic. In comune hanno, oltre alle grandi dimensioni, un concept d’offerta stratificato e trasversale, con luxury brand e marchi più accessibili, ristoranti, cinema, strutture sportive e studi medici. E tecnologie “O2O” (online to offline), per riprendere quota dopo un quinquennio difficile

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WESTFIELD MILANO: UN HUB PER LO SHOPPING 4.0

DI ANGELA TOVAZZI

Are consumers increasingly buying online? Are they spending more on leisure and well-being than on fashion? If so, then physical retail is responding with consumption macrocosms in which fashion, design, food and entertainment are intertwined and where the experience counts more than the purchase. Here is a preview of a few lavish projects that will take center stage at Mapic in Cannes. They are all large-scale projects that share a stratified, wideranging supply concept, featuring luxury brands as well as more affordable brands, restaurants, cinemas, sports facilities, medical offices and even “O2O” (online to offline) technologies, to break down barriers between the physical and virtual worlds.

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Westfield Milano is going to open in 2020 with 380 stores, including the first Italian store of French retailer Galeries Lafayette.

Prima pietra nel 2018 e taglio del nastro nel 2020. Sono pronti a partire i lavori nell’ex Dogana di Segrate, a poca distanza dall’Aereoporto di Linate, di Westfield Milano, il centro commerciale frutto della joint venture siglata nel 2011 tra il colosso australiano Westfield Group e il Gruppo Percassi. Un progetto mastodontico, che si sviluppa su 185mila metri quadri di gla e quattro piani e mira a portare nel capoluogo lombardo una nuova lifestyle experience, grazie a un mix d’offerta che include moda (compreso l’alto di gamma), food e leisure, con 380 negozi, tre food court e 60 ristoMILA ranti, 16 sale Uci Cinemas e piazze animate da eventi, per un inveMQ DI GLA stimento complessivo di 1,4 miliardi. La struttura, che scommette su servizi all’avanguardia senza soluzione di continuità fra online e offline, punta nel primo anno ad attirare 25 milioni di visitatori e NEGOZI a un fatturato retail di 1,3 miliardi di euro. Tra i poli d’attrazione, il primo avamposto italiano dell’iconica catena francese Galeries Lafayette (sviluppato su quattro piani, per un totale di circa 19mila metri quadri), ma anche due insegne del Gruppo Coin: uno spazio di 8mila metri quadri del department store premium Coin Excelsior e una vetrina di oltre 3mila metri quadri dedicati alla moda uomo, donna e bambino di Ovs.

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1. Il futuro Westfield Milano 2. Westfield London, che da marzo 2018 si rinnova con un ampliamento di quasi 69mila metri quadri


CITYLIFE SHOPPING DISTRICT METTE AL CENTRO LA MODA PREMIUM CityLife Shopping District will make its debut on 30th November. The merchandising mix includes a lot of American brands, like Tommy Hilfiger and Calvin Klein, as well as Italian premium labels, such as Max&Co., Piquadro and Beatrice B.

700MILA PERSONE IL BACINO D’UTENZA

32MILA

MQ LA SUPERFICIE

100 I NEGOZI

È questione di giorni: giovedì 30 novembre aprirà i battenti CityLife Shopping District. Con i suoi circa 32mila metri quadrati di superficie, sarà il più grande centro commerciale urbano d’Italia. Tra piazzale Giulio Cesare, piazza 6 Febbraio e largo Domodossola (ovvero dove un tempo sorgeva la ex Fiera di Milano) il mall, progettato dallo studio Hadid, sarà distribuito su tre livelli, con 100 negozi fra moda, design e tech, 20 ristoranti, un cinema, un supermercato e spazi per il benessere e la salute. Fino all’ultimo è stato tenuto il massimo riservo sui brand della moda (una cinquantina) che occuperanno il secondo piano della struttura, ma visitando in esclusiva il cantiere a poche settimane dal taglio del nastro si scopre un’infilata di marchi americani (tra cui Tommy Hilfiger, Calvin Klein Jeans, Guess, Levi’s e Timberland), ma anche una folta rappresentanza di label italiane premium come Marella e Max&Co (entrambi del gruppo Max Mara), Piquadro, Imperial, Stroili, Beatrice B e Paolo Tonali. Niente lusso nel tenant mix messo a punto da Sonae Sierra, che ha preferito puntare sull’accessibilità, come dimostra anche la presenza di Ovs.  (an.bi.) Ultime battute dei lavori in corso al CityLife Shopping District, il centro commerciale pronto ad aprire i battenti il prossimo 30 novembre nell’ex Fiera campionaria di Milano

MAPIC A CANNES

ITALIA E FRANCIA IN POLE POSITION France and Italy have the highest number of projects at Mapic, in Cannes from 15th to 17th November. 2.100 retailer, oltre 2.500 property developer, 80 Paesi, più di 500 brand, 700 aziende espositrici. Sono questi i numeri della 23esima edizione del Mapic, la piattaforma dedicata al mondo del retail real estate, in programma a Cannes dal 15 al 17 novembre. Una vetrina internazionale sui progetti immobiliari (commerciali e a destinazione mista) in via di sviluppo, che vedranno la luce nel prossimo triennio, dove Francia e Italia si contenderanno lo scettro per il numero di progetti: 14 la prima e nove la seconda. Il nostro Paese presenterà in Costa Azzurra i mall in corso d’opera in varie città della Penisola. Spicca Milano, per la quale si può davvero parlare di una golden age, con centri come Westfield Milano, il CityLife Shopping District, i progetti di Falcon Malls a Cascina Merlata (a NordOvest della città) e Concordia nelle ex aree Falck a Sesto San Giovanni. Segue Torino con Palazzo del Lavoro (sempre by Falcon Malls) e Caselle Open Mall (Aedes), oltre all’estension del Gran Reno a Bologna (Klépierre), al WaltherPark a Bolzano (Signa) e al Livorno Waterfront (Igd).

DI MODA, DESIGN E TECH

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RETAIL REAL ESTATE

LES ATELIERS GAÎTÉ The new fashion (and gourmet) destination is going to open in 2020 in the heart of Paris, on Rive Gauche.

Firmati da Unibail-Rodamco, i Les Ateliers Gaîté sono pronti a diventare la nuova fashion (e gourmet) destination parigina. Centralissima la posizione (sulla Rive Gauche, nel 14esimo arrondissement), tante le attrazioni, come i 105 negozi, e le comodità, con un parcheggio da 1.500 posti. Apertura nel 2020.

IRAN MALL Situated in Teheran, the Iran Mall bets on 850 shops, a five-star hotel with 450 rooms, 20,000 parking spaces, a big hypermarket and 12 cinema screens.

Si erge, gigantesco, ai piedi delle montagne nella periferia Nord-ovest di Teheran. Grazie ai suoi 500mila metri quadri di superficie commerciale e a 850 negozi, l’Iran Mall diventerà uno dei centri più grandi al mondo, due volte e mezzo quello (già enorme) di Dubai. Tra i plus, una sala multiplex da 12 schermi, un hotel cinque stelle con 450 stanze e un ipermercato con 20mila metri quadri di vendita. L’opening entro il primo semestre del 2018.

FOXTOWN

MALL OF SOUSSE The new Tunisian shopping center applies to become the largest one in the country. The opening is scheduled in 2019.

Il Mall of Sousse, nell’omonima città tunisina, con i suoi 52mila metri quadri di gla, 130 negozi e un ipermercato di 10mila metri quadri sarà il centro commerciale più grande del Paese. L’apertura è prevista a marzo 2019.

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RESPIRO PIÙ INTERNAZIONALE E AMPLIAMENTO IN VISTA Based in Mendrisio, Ticino (Switzerland), FoxTown plans to widen its structure. In the first nine months of 2017 the number of visitors (around 3 million people a year) grew by almost 3%. Dopo un restyling sfociato in un nuovo look delle facciate esterne e nell’allestimento di una piazza, FoxTown Factory Stores - shopping destination di Mendrisio, nel Canton Ticino, con una media di 3 milioni di visitatori l’anno - studia un ampliamento della superficie entro il 2018. Nei primi nove mesi del 2017 le presenze sono aumentate quasi del 3% e non è solo merito degli svizzeri - che guidano la classifica con il 44,1% del totale - e degli italiani, al secondo posto con il 22,5%. La percentuale di asiatici, al terzo posto, è passata dal 10,5% all’11,5% e anche dall’Est Europa arrivano segnali positivi: l’area accorcia infatti le distanze con il Medio Oriente, al 7,5%, sfiorando il 6% del totale.  (a.b.)


PROXIMITY MARKETS

IN GERMANIA, AUSTRIA E SVIZZERA

LA SFIDA TRA BRAND SI FA PIÙ ACCESA I mercati di lingua tedesca sono buoni clienti del made in Italy, ma nuovi player avanzano. Con gli operatori locali scopriamo i brand vincenti DI ELISABETTA FABBRI

German-language markets are an important share of Italian fashion exports. Local buyers list the winning brands, while the competition is getting sharper and sharper.

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a Germania è il maggiore cliente di tessile-moda italiano e i suoi ordini continuano ad aumentare, anche se a ritmo non sostenuto. Secondo una stima di SmiSitema Moda Italia, nel 2016 i tedeschi hanno fatto ordini per 3 miliardi di euro circa: un valore in aumento del 2,9% rispetto al 2015. L’inizio del 2017 fa pensare che questi livelli dovrebbero essere, quanto meno, confermati: da gennaio a giugno l’export ha raggiunto quota 1,5 miliardi (+1,1% rispetto alla prima metà del 2016). Se si considerano anche le vicine Svizzera e Austria la quota di export semestrale supera i 2,5 miliardi (vedi tabella nell’altra pagina). Anche una nostra piccola indagine, che coinvolge noti buyer e gestori di showroom della zona, conferma l’appeal dei brand italiani. Ma dimostra allo stesso tempo che in partita ci sono, oltre ai competitor internazionali, anche i marchi locali ed etichette poco note. «Germania, Svizzera e Austria sono mercati piuttosto simili dal punto di vista dei consumi interni di moda e di solito ciò che funziona in un Paese piace anche negli altri due» spiega Matthias Schwarte della showroom Schwarte di Monaco. «Qui - aggiunge - i retailer cercano soprattutto agenti e produttori che forniscano un buon servizio come consegne puntuali, possibilità

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STANNO EMERGENDO NUOVI TREND DETTATI DA PICCOLI BRAND POCO NOTI

Andreas Murkudis, Andreas Murkudis

di reso e risposte immediate. La maggior parte punta a marchi innovativi che non siano iperdistribuiti, per evitare la guerra dei prezzi con gli altri player della zona». «Per quanto riguarda i marchi con base in Italia - precisa - i negozianti apprezzano soprattutto le produzioni artigianali, lo stile e i servizi». Ma quali sono i nomi italiani più gettonati? «Aspesi» risponde Andreas Murkudis, confidando che si tratta anche di uno dei suoi marchi preferiti da lunga data. «I nostri bestseller di sempre, in assoluto, sono però Céline e Dries Van Noten» precisa il fondatore dell’eponimo multimarca di Berlino. E aggiunge: «Stanno anche emergendo nuovi trend dettati

da piccoli marchi non molto conosciuti, soprattutto in Europa: per esempio il giapponese Kolor o l’inglese Oyuna oppure Oamc, disegnato a Parigi e sviluppato a Milano». Per quanto riguarda le scarpe, Murkudis indica la label italiana Marsèll e per le borse la francese Isaac Reina. Viktoria Naisha Hermann, junior buyer del multibrand store di Monaco Marion Heinrich fa invece il nome, per l’Italia, di Ermanno Scervino. Complessivamente i più venduti, da qualche stagione, sono i look di The Row (marchio americano in capo alle attrici gemelle Ashley e MaryKate Olsen), gli abiti Alaïa e, in generale, le pellicce in visone. Per quanto riguarda


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LE NOSTRE CLIENTI SONO MOLTO ATTENTE ALLA QUALITÀ E AI DETTAGLI

Birgit Schwarz, Kastner & Öhler

1. Il multimarca Andreas Murkudis a Berlino 2. Gli interni di Kastner & Öhler a Graz 3. Lo store Hasardeur a Münster 4. La showroom Matthias Schwarte di Monaco 5. Bongénie: sette piani per lo shopping a Ginevra

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LE ESPORTAZIONI DI MODA ITALIANA*

€ MLN.

VAR.%

GERMANIA

1.507

+1,1

SVIZZERA

747

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AUSTRIA

279

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*Somma di tessile e abbigliamento Periodo: Gennaio-Giugno 2017 Fonte: Smi-Sistema Moda Italia su dati Istat 4

PENSO CHE SIA IMPORTANTE DARE VISIBILITÀ ANCHE AI MARCHI LOCALI

Mikael de Picciotto, Bongénie Grieder

le scarpe, cita Manolo Blahnik (specie le pump Hangisi e gli stivali overknees) ma anche i modelli sexy di Tom Ford. Nel mondo borse spiccano Chloé, Céline e Balenciaga. Markus Brüning dello store Hasardeur di Münster indica invece tra i campioni d’incassi i capi in maglia Brunello Cucinelli, nonché gli abiti in cashmere e la maglieria Loro Piana. Parlando di ready-to-wear vince Prada, seguita da Chloé (numero uno nelle borse, davanti alla rivale milanese). Nel mondo contemporary Brüning elenca tra i marchi che si vendono bene gli italiani Peserico, Cappellini e il knitwear Lamberto Losani. In Austria, a Graz, Birgit Schwarz

- buyer esperta di womenswear presso Kastner & Öhler - afferma che la linea preferita di questa stagione è Max Mara Studio, insieme a proposte di marchi tedeschi come Marc Cain e Luisa Cerano. Tra le collezioni italiane più richieste menziona pure TwinSet, Red Valentino, Boutique Moschino, Liu Jo, Patrizia Pepe e nel segmento young fashion Replay. «Per quanto riguarda le borse - precisa Schwarz - Furla è la numero uno nel segmento premium, seguita da Guess e Mcm. Tra le italiane emerge anche Gianni Chiarini, nel target di prezzo medio». Relativamente a questa merceologia, le clienti di Kastner & Öhler sono molto attente alla qualità e

ai dettagli, in sintesi «all’hardwear». Apprezzano soprattutto i modelli “mini” e i materiali morbidi, mentre il saffiano è in fase calante. In Svizzera, il partner & general merchandiser manager di Bongénie Grieder (Brunschwig Group), Mikael de Picciotto, dice: «Da un paio di stagioni viviamo un vero e proprio boom sia per le prime linee di maison storiche come Valentino, Gucci, Saint Laurent, Balenciaga e Stella McCartney, sia per contemporary line come N°21, Philosophy by Lorenzo Serafini, Temperley London e Preen». Tra i marchi italiani più venduti l’esperto aggiunge, per il womenswear, Red Valentino, Fabiana Filippi ed Etro e

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PROXIMITY MARKETS

per il menswear Brunello Cucinelli, Kiton, Ermenegildo Zegna, Etro e Loro Piana. «I nostri consumatori, che sono soprattutto della zona e vantano un alto potere d’acquisto, viaggiano molto - spiega Mikael de Picciotto -. Da noi si aspettano di potere acquistare le label più fashion e trendy che hanno visto anche a Parigi, New York e Londra. Ma ci sono anche i clienti più giovani, che sono sempre connessi e alla ricerca di marchi di alta gamma esclusivi». Ma come procedere per creare un assortimento che accontenti tutti? «I nostri buyer - risponde - sono molto attivi su social media e siti Internet. In più viaggiano di frequente nelle capitali della moda per sfilate e fiere, oltre che per passaggi in showroom, department store e boutique». GLI ASSORTIMENTI, MEGLIO SE UN PO’ LOCAL Se si parla di nuovi inserimenti e di marchi su cui scommettere, l’esperto di Bongénie Grieder dichiara: «Penso che sia importante per noi dare visibilità anche ai marchi svizzeri». E cita la storica linea di womenswear Akris ma anche Ezgi Cinar: abbigliamento donna che fa capo a una giovane stilista di Zurigo (ma di origini turche, ndr), «molto popolare su Instagram». I nuovi marchi su cui ha deciso di investire nel menswear sono Artigiano, Bruli, Hanro e Zimmerli. Birgit Schwarz di Kastner & Öhler indica tra i marchi su cui ha puntato il denimwer di Replay e la moda di Liu Jo mentre nel segmento premium exclusive cita Kenzo e See by Chloé, «perché percepiti come marchi di lusso ma con livelli di prezzo accessibili». Nel casualwear Liebeskind è noto «ma ha un nuovo team stilistico e proposte tornate a essere più vendibili in termini di prezzo». Tra le borse Schwarz nomina Marc Jacobs, che «ha un profilo alto ma un buon rapporto qualità/prezzo». Markus Brüning di Hasardeur dice di credere in Jil Sander per la prossima stagione. «Con il nuovo team creativo (il duo Lucie e Luke Meier, ndr) - spiega - ci ha colpiti favorevolmente». A suo parere promette bene, inoltre, il total look in jersey del marchio americano St. John. Viktoria Naisha Hermann racconta invece che da Marion Heinrich credono nel marchio Altuzarra, interessante soprattutto per gli abiti molto femminili, e in Loewe. «Nelle mani di J.W. Anderson

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1. Il multimarca Marion Heinrich di Monaco, con annesso flagship store di Chloé. In Residenzstraße 18, è considerato uno dei più importanti store del lusso della città

- osserva - sembra diventato un Hermès giovane». Chi esce più dagli schemi, scommettendo su etichette meno affermate, è Andreas Murkudis: «Credo che tutti dovrebbero tenere d’occhio brand coreani emergenti come Ader Error e Rokh, ma anche il giapponese Jean Genie & Hungry Freaks, Daddy». Per chi ancora non li conoscesse, Ader Error è nato nel 2014 ed è disegnato da un collettivo che opera simultaneamente da Seul, Parigi, Londra e

New York, anche se la base è nella capitale coreana. Rokh è stato fondato nel 2016 dal designer Rok Hwang, un diplomato della Central Saint Martins di Londra con esperienze da Céline, Louis Vuitton e Chloé. Jean Genie & Hungry Freaks, Daddy è invece il womenswear disegnato da Syunsuke Ozaki, stilista che ha fondato il brand nel 2012 e definisce la sua moda «per donne sempre indipendenti, la cui esistenza fluisce con la musica». ■

BERLINO, UN VERO E PROPRIO FASHION HUB INTERNAZIONALE Berlin is becoming an international shopping paradise. Here some of the noteworthy 2017 openings. Berlino è una città capace di attrarre 31 milioni di visitatori l’anno, di cui più di 5 milioni da oltre i confini tedeschi (fonte: Berlin-Brandenburg Statistics Office). Non è un caso, quindi, che la città si stia trasformando in una mecca dello shopping. Di recente sono persino arrivate su questa piazza nordica le flip flop Havaianas, con un monomarca in Kurfürstendamm 210. Al civico 216 ha aperto un secondo store la label berlinese Gretchen, con le borse disegnate da Anne Christin Schmitt. In più sono arrivati il casualwear della britannica Superdry (ai civici 19-24) e la moda non convenzionale del marchio di Monaco Talbot Runhof (in Schluterstrasse 50). Nel Mitte, invece, è appena approdato il brand svedese di zaini e borse urban Sandqvist (Weinmeisterstrasse 9B, nella foto).


FOXTOWN for

I progetti non finiscono mai ARCHIVIATI I PRIMI NOVE MESI DEL 2017 CON UN AUMENTO DEI VISITATORI DEL 2,7%, FOXTOWN FACTORY STORES DI MENDRISIO INVESTE SU NUOVI PROGETTI, A PARTIRE DALL’AMPLIAMENTO DELLA STRUTTURA E DA SERVIZI SPECIALI DESTINATI AI CLIENTI VIP, PER I QUALI SONO IN ARRIVO UNA LOUNGE, UNA FIDELITY CARD E ALTRE AGEVOLAZIONI

Sono passati oltre 20 anni da quando Silvio Tarchini capì che era il momento di aprire in una zona strategica come Mendrisio, nel Canton Ticino, una struttura sui generis, in grado di coniugare la qualità dell’offerta, l’accoglienza dell’ambiente e i prezzi concorrenziali: nasceva, in anticipo sui tempi, FoxTown Factory Stores, un enclosed mall di successo arrivato a superare i 160 negozi con oltre 250 marchi, i 3 milioni di presenze l’anno e i 30mila metri quadri di superficie di vendita. «Allora era il prezzo il motore dell’acquisto, mentre oggi contano anche il servizio, l’accoglienza, l’attenzione da parte del personale, in sintesi la shopping experience» afferma Tarchini, tuttora alla guida di FoxTown Factory Stores, coadiuvato dalle figlie Alessandra, Giorgia e Nadia. Parole accompagnate da iniziative concrete. «Uno dei progetti in dirittura d’arrivo - spiega l’imprenditore riguarda i big spender: entro sei mesi circa avranno a disposizione una fidelity card, parcheggi riservati, una lounge come quelle degli aeroporti e altri vantaggi. Loro si sentiranno coccolati e noi avremo la possibilità di conoscerli più da vicino». È solo una delle tante novità. «Dopo che la scorsa estate abbiamo rinnovato le facciate esterne e creato una piazza - prosegue Tarchini - siamo pronti a un

ampliamento del mall, che dovrebbe arrivare a compimento entro un anno, occupando uno stabile adiacente a quello già operativo, collegato alla linea principale della Ferrovia del Gottardo. Potremo così ospitare 50 nuovi punti vendita e ampliare la superficie a 37mila metri quadri, investendo una decina di milioni di franchi (più di 8 milioni e mezzo di euro)». Un’attrazione in più per i visitatori, che nei primi nove mesi del 2017 sono cresciuti del 2,7%. I principali compratori sono stati gli svizzeri (oltre il 44%), seguiti dagli italiani (22,5%) e dagli asiatici, passati dal 10,5% all’11,5%, con prospettive di ulteriore incremento. «Anche l’Europa dell’Est e la Russia ci stanno dando soddisfazioni - precisa il numero uno di FoxTown - i due mercati rappresentano circa il 6% della cifra d’affari nei primi nove mesi del 2017, contro il 3,1% dell’anno 2016». Alla base dei risultati un mix indovinato di marchi - con rientri importanti come quello di Prada e new entry interessanti, come Zadig&Voltaire e Coccinelle-, entertainment, food, attrazioni: in una parola lifestyle, evoluto e coinvolgente, in un momento in cui anche il cambio franco-euro è favorevole per la clientela europea, senza dimenticare un’IVA già molto vantaggiosa del solo 8%, che dal 01.01.2018 passerà al 7,7%.

www.foxtown.com


EVENTS

IN GRECIA

LA MODA DI ATENE E UN OMAGGIO AL MADE IN ITALY Atene fa sfilare brand noti ed emergenti e Anna Molinari è la special guest. Tanti gli spunti per un evento che può fare il salto di qualità DI ELISABETTA FABBRI

Athens fashion week presented famous and emerging brands and honored the Italian designer Anna Molinari. But the event can make a qualitative leap.

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n’Atene surriscaldata da insolite temperature estive ha ospitato tra il 19 e il 22 ottobre la Athens Xclusive Designers Week. L’evento, realizzato da Tonia Fouseki e con la direzione creativa di Antonios Spathas, ha programmato 20 fashion show allo Zappeion, un’elegante costruzione neoclassica nel centro storico della capitale. Il 21esimo défilé - attesissimo perché dedicato a Mi-Rò, marchio molto noto e apprezzato in Grecia - è stato rimandato a novembre per ragioni di sicurezza (in prossimità della location della sfilata erano in corso delle proteste, presumibilmente anti-governative). Sotto i riflettori, oltre ad alcuni marchi locali affermati, c’erano anche brand emergenti e 10 creativi in erba, che hanno concorso per i New Designers Awards, vinti rispettivamente da Blondie E. (Best New Designer), Maria Nakou (Best Trensetter) e Irene Angelopoulos (Best Catwalk). Sintomo questo di un certo fermento nel fashion locale, mentre il mercato dell’abbigliamento mostra cenni di recupero nell’area (dopo cinque anni critici, che hanno portato a una razionalizzazione del retail) e il governo stima un’accelerazione della ripresa economica nei prossimi mesi. Come ospite d’onore della 22esima edizione è arrivata ad Atene Anna Molinari, che nell’ultimo giorno della rassegna ha presentato in esclusiva la primavera-estate 2018 della linea Blugirl nella scenografica corte ovale dello Zappeion. Da un veloce sondaggio tra alcuni addetti ai lavori, proprio il défilé del marchio italiano - dove hanno spiccato i fluidi abiti in chiffon e il mix di

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stampe floreali e paisley - è stato uno dei più apprezzati del calendario ateniese. Molto gettonato anche quello di Vassilis Zoulias, designer greco con un passato di fashion editor, che dal 2007 realizza una propria linea di ready-to-wear. Hanno lasciato il segno pure i brand Kathy Heyndels, Celebrity Skin e Parthenis. In più hanno colpito le lavorazioni artigianali, con tecniche ispirate al crochet e al macramé, degli outfit di Avgousta Theodoulou, già Best New Designer alla scorsa edizione di aprile. Il fashion show più d’impatto per regia ed effetti speciali è stato quello dei gioielli Folli Follie, conclu-

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1. Blugirl 2. Folli Follie 3. Vassilis Zoulias 4. Kathy Heyndels 5. Celebrity Skin 6. Avgousta Theodoulou

sosi con una pioggia di coriandoli oro. Tra i nei della fashion week i tempi di attesa dilatati, l’indecisione stagionale (alcuni brand hanno presentato l’estate, altri l’inverno) e l’eccessiva diversificazione merceologica (ready-to-wear uomo e donna, denimwear, activewear e calzature, fino ai bijoux) che forse si addice di più a una fashion fair che al format delle sfilate. Una maggiore selezione e un focus sull’abbigliamento dall’alto tasso di innovazione potrebbe far crescere la rassegna e attrarre i buyer internazionali, sempre pronti a farsi conquistare da proposte originali e che sappiano raccontare una storia. ■


FAIRS

MILANO UNICA SHANGHAI

GIOCARE D’ANTICIPO? FORSE The next edition of Milano Unica Shanghai is scheduled from 14th to 16th March 2018. The organizers of this textile fair could anticipate its deadline beginning from the second semester of the upcoming year. Sono 14, 15 e 16 marzo le date del primo semestre 2018 di Milano Unica Shanghai, la trasferta di Milano Unica in Cina, che nell’edizione di ottobre ha registrato un leggero calo di presenze rispetto a un anno fa, anche se gli organizzatori non comunicano cifre. Si limitano a definire il decremento “fisiologico”, visto che «quella dell’autunno di un anno fa era stata un’edizione record», sottolinea Ercole Botto Poala, presidente di Milano Unica. Ercole Botto Poala, che ha testato sul campo la rassegna anche in qualità di espositore, non esclude che tra un anno ci possano essere importanti novità per Milano Unica Shanghai. Più precisamente un ripensamento delle date, con l’ipotesi di un anticipo in sinergia con il salone Intertextile (insieme al quale si è svolta Milano Unica) e con il partner cinese Ccpit. Un fatto è certo, conclude Botto Poala: «La presenza in questo continente resta indispensabile per comprendere le nuove tendenze sociali in uno scenario che cambia continuamente». «Un lavoro svolto nel tempo consente di cogliere appieno le opportunità di un territorio non facile, ma che prevediamo in crescita costante» è il commento di Massimiliano Tremiterra, responsabile dell’agenzia Ice Shanghai. (c.me.)

NUOVE SFIDE

ITALIAN EXHIBITION GROUP IN BORSA NEL 2018 Italian Exhibition Group (Ieg), a company born in 2016 from the union of Rimini Fiera and Fiera di Vicenza, aims to a public listing in 2018. Italian Exhibition Group Spa (Ieg), società nata nel 2016 dall’unione di Rimini Fiera e Fiera di Vicenza, punta a quotarsi in Borsa nel 2018. Lo ha affermato il vice presidente esecutivo Matteo Marzotto (nella foto) all’apertura di Move!, nuova kermesse dedicata al fitness e al benessere (Boxeur Des Rues, Fitbit International, per citare alcuni espositori), nata dall’esperienza di RiminiWellness, che si è tenuta il 28 e 29 ottobre scorsi a Vicenza. «La quotazione è prevista nel secondo semestre 2018», ha dichiarato Marzotto. «La decisione finale - ha precisato - spetta ai nostri soci». Il prossimo cda di Ieg è in agenda il 28 novembre, dopo l’approvazione del piano industriale. Il gruppo fieristico - organizzatore, tra gli altri, dei saloni VicenzaOro, T-Gold e Origin Passion and Beliefs - ha chiuso il 2016 con un fatturato di 124,8 milioni di euro, un ebitda di 21,9 milioni e un risultato netto consolidato di 6,6 milioni. È il secondo player italiano, in termini di ricavi, dopo Fiera Milano. (e.f.)

CHIC

IL VALORE AGGIUNTO DELLA SOSTENIBILITÀ With more than 780 exhibitors and 65,700 visitors, Chic Shanghai confirmed its leading role among Chinese fashion fairs, with a growing attention to themes like sustainability. L’edizione autunno 2017 di Chic, fiera dell’abbigliamento e degli accessori dio Shanghai con circa 780 espositori in rappresentanza di 815 fashion brand - tra cui 13 realtà italiane con una ventina di collezioni - si è chiusa il 13 ottobre con oltre 65.700 visitatori da tutta la Cina e dall’estero, un numero in linea con l’appuntamento di un anno prima, quando erano state totalizzate 65.714 presenze. Fra i temi centrali anche per il mercato cinese la sostenibilità, al centro di una sezione ad hoc ma anche di incontri, dibattiti e interventi, tra cui quello del presidente del China National Textile and Apparel Council, Sun Ruizhe, che ha portato alla ribalta il punto di vista delle istituzioni: «La responsabilità sociale - ha detto - è un must anche per noi». In effetti, tra gli espositori, il numero di collezioni in linea con strategie “green” e rispettose dell’ambiente è notevolmente aumentato. In primo piano anche le wearable technology e i tessili funzionali, come quelli antibatterici, antiallergici e waterproof di Eton Kidd e Yuanlou. A proposito invece di performance wear, Tengfei Technology ha lanciato il “Body Plus First Guardian”, uno sport-bra che grazie a un chip incorporato permette di monitorare il battito cardiaco durante l’attività fisica, insieme ai nuovi sviluppi del 3D nella produzione seamless. Da citare Chic Young Blood, l’area su streetwear e dintorni, e Impulses sugli upcoming designer, con realtà locali come Hua Mu Shen (una sintesi di gusto contemporaneo ed heritage cinese) e Shi Jie, un gothic style rivisitato. Il salone si sta rafforzando nel mondo digitale, attraverso una nuova app, utile ai visitatori per orientarsi ma utilizzabile solo durante la rassegna. Prossimo appuntamento dal 14 al 16 marzo al National Exhibition and Convention Center di Shanghai. (a.b.)

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TREND

BRAND TO WATCH Collezioni al debutto, in fase di rilancio o con alle spalle poche stagioni. Il loro fil rouge? Un concept originale e una storia da raccontare DI ANGELA TOVAZZI

Collections ready to debut, brands undergoing a re-launch or lines born few seasons ago, with an original concept and a story to tell.

KASTUNIS Kastunis handbags collection was born in 2016 and bets on the use of precious leathers and natural stones. Nato nel 2016 da un’idea di quattro soci che hanno messo insieme le loro esperienze maturate nel mondo della moda, della televisione e dell’imprenditoria, il brand Kastunis Milano ha un obiettivo: creare borse uniche. Elemento distintivo di ogni pezzo è la pietra naturale (tra cui amazzonite, diaspro rosso, eliotropio e ferrotigrata), scelta di volta in volta per impreziosire bag dai pellami nobili, che diventano così esclusive. Con showroom di base nella sede dell’azienda, in via Carducci a Milano, la collezione è attualmente venduta online nell’e-shop del brand. I prezzi sell in sono compresi fra circa 170 euro (per le borse in vitello) e 490 euro (per quelle in pitone).

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SHAMUR Designed by the architect Maurizia Cabbia, Shamur is a knitwear collection made with natural yarns, between Turin and Biella. Shamur significa “conservato” (in ebraico), ma è anche l’unione di due nomi: quello di Sasha, pastore tedesco femmina che non c’è più, e di Maurizia, alias Maurizia Cabbia, architetto torinese con il pallino per la moda. Una passione sfociata in una collezione di maglieria, realizzata fra Torino e Biella da esperte maglieriste con macchine artigianali. Protagonisti materiali naturali come lana merino, cashmere, lino, cotone e seta a chilometro zero, anche riciclati, per capi che parlano dell’amore per i viaggi della stilista, soprattutto in India. Di scena all’ultimo White, la collezione è venduta in negozi come Brodo a Torino, Gallerya Aurelia Annoscia a Bari, Room 37 a Mantova e Materia Prima a Bergamo.


FILIPPO LATERZA Last September the young designer made his debut with a prêt-à-porter collection. Pugliese, appena 21 anni, Filippo Laterza ha presentato al White la sua prima collezione di prêtà-porter, dopo aver debuttato sulle passerelle di AltaRoma lo scorso luglio. La sua è una moda che si intreccia con l’arte, con cromatismi ispirati ai quadri del fauvismo, per capi di matrice sartoriale realizzati in tessuti preziosi, come triple organze, gazar e duchesse, raso e mikado. Recentemente il designer ha sfilato alla Shanghai Fashion Week e stretto una collaborazione con il gruppo tessile cinese Zhejiang Maidilang, per il quale ha disegnato una collezione di tessuti “Italian style” di alta gamma.

SOEBEDAR Born in 2015, the shoes by Sieta Soebedar are 100% made in Italy. Surinamese di origini indiane, naturalizzata olandese, Sieta Soebedar alla carriera nel campo delle assicurazioni, dove aveva iniziato a lavorare dopo l’università, ha preferito la moda. Anzi le calzature, sua grande passione da sempre. Nell’autunno 2015 lancia il suo brand, chiamato semplicemente Soebedar, e cattura subito l’attenzione delle star, da Selena Gomez a Kristen Stuart, da Jennifer Lawrence a Kendall Jenner. Il segreto? Il design distintivo e riconoscibile, per scarpe scultura, iperfemminili, realizzate in uno dei distretti italiani per eccellenza per le calzature come Parabiago. Soebedar è venduto esclusivamente sull’e-shop del brand, con prezzi tra i 475 e i 1.000 euro. Partner distributivo è Luxury Distribution a Milano.

SARTORIAL MONK For men and women, the collection combines Italian excellence with the Eastern minimalist codes.

SAMSOE & SAMSOE The menswear and womenswear brand was born in Copenhagen and now is sold in 22 countries worldwide. Commercializzata in Italia da tre stagioni da Baco Distribution di Milano, Samsoe & Samsoe è un brand per uomo e donna con headquarters a Norrebro, uno dei quartieri cool di Copenhagen. Espressione dello street style danese dal costo accessibile (dai 20 ai 150 i prezzi sell in), nel 2017 ha messo il turbo, con un exploit di monomarca, da Berlino a Helsinki, fino a uno shop-in-shop da Printemps a Parigi, ed entro l’anno ha in programma una decina di new opening. Negozi che andranno ad aggiungersi a un network di circa 40 store, all’eshop e a 2mila clienti wholesale in 22 Paesi, di cui una quarantina in Italia.

Brand recentissimo, sinonimo di capi intercambiabili per lui e per lei, Sartorial Monk è disegnato da Sabàto Russo, pugliese di Foggia con alle spalle una lunga esperienza come consulente per realtà come Barneys, Kashiyama, Gianfranco Ferré e Fendi. Le sue creazioni puntano a essere oltre la moda e le tendenze: le forme sono ampie e morbide, decostruite, semplici ed essenziali, declinate nel bianco e nel nero (con qualche digressione nel blu, rosa, azzurro e grigio) e all’impostazione sartoriale tipica del made in Italy uniscono i codici del minimalismo e della filosofia orientale buddhista. Attualmente la linea è distribuita prevalentemente nel canale wholesale in Asia e da top shop come Daad Dantone a Milano.

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PORTRAITS

LIZ BACELAR

L’INNOVAZIONE NON HA CONFINI Innovazione ed eclettismo sono parole chiave per Liz Bacelar: nata professionalmente come giornalista e produttrice televisiva, ha capito in anticipo, con Decoded Fashion, l’importanza di “fare community” tra brand di moda e lifestyle e startup. Ora con TheCurrent cavalca l’onda dell’open innovation, mentre con Flow Journeys scova luoghi straordinari per persone straordinarie DI ALESSANDRA BIGOTTA

Journalist, speaker, experienced producer and a global expert in the intersection of fashion and technology, after Decoded Fashion Liz Bacelar started a new chapter of her professional life, with Flow Journeys, an invitation-only adventure series to bring extraordinary people in stunning locations and TheCurrent, an open innovation firm curating global technologies and talents for fashion and retail.

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orriso luminoso e un’eleganza innata, Liz Bacelar è un vulcano di idee, tant’è che qualcuno l’ha definita “imprenditrice seriale”. Laureata in Legge e Scienze Politiche, con tre lingue parlate fluentemente - inglese, italiano e spagnolo -, è nata professionalmente come giornalista e produttrice televisiva ma presto ha scoperto che il mondo digitale la appassionava tanto quanto quello dell’informazione. Facendo tesoro del suo background e dell’interesse verso un settore poco praticato dalle donne (almeno quando lei ha iniziato a muovervi i primi passi, perché oggi, forse anche per merito suo, qualcosa è cambiato), oltre che su un’innata affinità con la moda, ha fondato nel 2011 Decoded Fashion: un progetto senza precedenti, in grado di connettere attraverso una serie di eventi internazionali, compresi gli hackhaton di cui Bacelar è stata un’antesignana, i protagonisti della moda e del retail con una community di 20mila innovatori in tutto il mondo. Un ecosistema vivo e in continuo divenire, che lei ha guidato per cinque anni, fino a inizio 2016 - due anni dopo l’acquisizione di Decoded Fashion da parte di Stylus Media Group -, quando ha deciso di voltare pagina e di rimettere la sua

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• Liz Bacelar ha studiato Scienze Politiche e Legge alla Western Connecticut State University e giornalismo alla Columbia University, con una specializzazione nell’ambito televisivo • Oltre a dedicarsi al giornalismo, ha lavorato nel mondo della produzione televisiva come assistant producer di Nbc News (20062007) e, dal 2007 al 2010, come produttrice di Cbs News, ricevendo una candidatura agli Emmy Awards per un servizio su Obama • Tra il 2010 e il 2011 è stata direttore della comunicazione di LivePerson, technology company americana con sede a New York

imprenditorialità crea• Nel 2011 ha fondato Decoded Fashion, di cui è stata ceo tiva al servizio di nuofino a marzo 2016. In parallelo ha maturato altre esperienze nell’ambito della consulenza e dell’innovazione digitale ve scommesse. Senza perdere tempo, ha • Il 2016 è stato un anno decisivo, con l’avvio di Flow Journeys dato vita insieme allo a febbraio e di TheCurrent a ottobre scrittore e giornalista David Rowan, editorat-large di Wired, a Flow Journeys: una società che si occupa colma il gap, affiancando i marchi, princidi organizzare viaggi sui generis per gruppi palmente del fashion e del retail, affinché selezionati di persone straordinarie in luoentrino in contatto con la global community ghi straordinari, spaziando dalla Georgia degli innovatori e trovino idee e soluzioni al Giappone, con tanto di scalata al monte per crescere Quando Liz ha iniziato la sua Fuji. Un divertissement che non l’ha distolavventura con Decoded Fashion ha inconta dal lanciare TheCurrent, piattaforma di trato diffidenza da parte dell’industria, «ma open innovation che parla anche italiano, ora tutto è cambiato - afferma - e i cosiddetti visto che il co-fondatore è Tim O’Connell, “tech folks” dettano le regole, prendendosi alla guida della unit Accelerator and Open il lusso di dire anche dei no». Il momento è Innovation di H-Farm, il campus dedicato dunque propizio per TheCurrent, la cui atalla trasformazione tecnologica e all’innotività si divide tra la consulenza, gli eventi vazione digitale con quartier generale nei grandi e piccoli, i workshop, i programmi pressi di Venezia, «la Silicon Valley italiadi formazione sull’open innovation e molto na» secondo Bacelar. «Tagliare i costi in altro. «Perché avere una mentalità aperta ricerca e sviluppo, proiettando la propria conclude Bacelar - non significa per un’imorganizzazione nel futuro, è il sogno di ogni presa essere automaticamente tech oriented. azienda - ama ripetere Bacelar - ma chi lo Ed è qui che entriamo in gioco noi. Quello fa basandosi solo sulle risorse interne riche deve ancora venire, siamo pronti a coschia di perdere tempo e soldi». TheCurrent struirlo con i nostri partner». ■


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CAREERS A CURA DI ANDREA BIGOZZI

Burberry dice addio a Christopher Bailey e pensa a un cambio di (Philo)sofia Burberry needs a new creative leader after Christopher Bailey announced he will step down as chief creative officer in March 2018: the No. 1 candidate to take over at British brand is Phoebe Philo.

Dopo 17 anni Christopher Bailey lascia Burberry, di cui è stato direttore creativo e per tre anni (2014-2017) anche ceo, caso pressoché unico di concentrazione dei due ruoli nel panorama della moda. Nel 2001 quando arrivò in Burberry, aveva 38 anni e alle spalle significative esperienze in Donna Karan e in Gucci dell’era Tom Ford. Con lui Burberry ha vissuto una trasformazione incredibile, sperimentando anche diverse innovazioni tecnologiche come la sfilata in live streaming, l’apertura ai social media e il see now buy now, che pur avendo fatto tendenza nel settore non ha portato ai risultati sperati. Benché nel 2017, grazie al lavoro di Bailey, Burberry sia arrivato a fatturare 2,8 miliardi di sterline, mentre al suo arrivo (17 anni fa appunto) le vendite erano ferme a 499 milioni di sterline, i profitti delle ultime trimestrali sono stati in discesa e, tra analisti e addetti ai lavori, c’è chi parla di segnali di stanchezza del brand. Bailey lascerà il suo ruolo nel marzo 2018: l’ultima collezione che disegnerà sarà quella per la primavera/estate 2018, che sfilerà alla fashion week di Londra a febbraio. Non è ancora chiaro cosa farà dopo, anche se lo stilista ha detto di volersi occupare di «nuovi obiettivi creativi». Così come non è chiaro a chi Burberry affiderà il posto di Bailey. C’è chi dice che il neo ceo Marco Gobbetti, in carica da luglio, potrebbe annunciare il 9 novembre (ovvero nel giorno in cui andiamo in stampa) insieme ai risultati economici degli ultimi mesi il nome del successore, che secondo molti potrebbe essere Phoebe Philo: proprio con Gobbetti la stilista ha lavorato a Céline, maison di cui è ufficialmente direttore creativo. Se così fosse si tratterebbe di un passaggio di consegne curioso, visto che i due designer sono alquanto differenti: lui è stato tra i primi a sfruttare i social e aver puntato sul digitale, lei l’ultimo tra i direttori creativi delle maison milionarie a cedere alle sollecitazioni dell’online. L’e-shop di Céline dovrebbe arrivare a fine 2017.

Anna Matteo, dall’editoria a Ovs per la digital transformation Anna Matteo has been named digital transformation director of Ovs, a newly created role. Matteo joins the Italian retailer, after experiences in Condé Nast and other editorial groups.

Ovs accelera sul digital e affida ad Anna Matteo la carica di digital transformation director, ruolo nuovo per il brand. La manager - che proviene dall’editoria, avendo lavorato in Condé Nast, Mondadori e Il Sole24Ore - si occuperà dell’implementazione dal punto di vista digitale sia dei processi interni sia della customer experience. La scelta da parte di un’azienda del lifestyle di puntare su un professionista dai media per lo sviluppo digitale non è nuova e dimostra come i contenuti editoriali digitali di qualità siano sempre più centrali.

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Lvmh: Beccari ceo di Dior, Toledano va al posto di Roussel Pietro Beccari will be CEO of Christian Dior, succeeding Sidney Toledano, who becomes ceo and chairman of Lvmh Fashion Group.

Un giro di poltrone al cardiopalma per i vertici di Lvmh e dei suoi marchi. Pietro Beccari (a destra), attuale a.d. di Fendi, sarà chief executive officer di Christian Dior Couture, dove lo attende il direttore creativo Maria Grazia Chiuri, con cui formerà una coppia di comando tutta italiana. Beccari prenderà il posto di Sidney Toledano (a sinistra), in carica dal 1994. Quest’ultimo diventerà ceo ed executive chairman di Lvmh Fashion group, ruolo attualmente nelle mani di Pierre-Yves Roussel, a cui viene affidato l’incarico di special advisor di Bernard Arnault, numero uno di Lvmh. Tutte le nomine saranno effettive dall’inizio del 2018. Non si sa nulla, per ora, del successore di Beccari da Fendi.

Macchi di Cellere sarà a.d. del gruppo Tod’s Umberto Macchi di Cellere, previously executive at Bulgari, will join Tod’s group as managing director, succeeding the current ceo Stefano Sincini.

Il gruppo Tod’s è pronto al cambio del ceo: dopo 33 anni in azienda, Stefano Sincini lascia il suo incarico e al suo posto, dal primo dicembre, arriva Umberto Macchi di Cellere, in precedenza managing director worldwide sales di Bulgari. Macchi di Cellere entra in Tod’s in qualità di direttore generale e assumerà la carica di a.d., a fianco di Diego Della Valle, in occasione dell’assemblea di approvazione del bilancio 2017, in primavera.


Q&A A CURA DI ALESSANDRA BIGOTTA

FONDATRICE DI AERE-STORE.COM E DI AERÉ STORE

AZHAR SAFINOVA

«COSMOPOLITA E FUORI DAL CORO COME CHI MI SEGUE» Born in Kazakhstan, Azhar Safinova is a “global citizen”. After the launch in 2016 of aere-store.com, she opened Aeré Store, her brick-and-mortar shop in Milan.

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Marc Sondermann (m.sondermann@fashionmagazine.it) Caposervizio

Alessandra Bigotta (a.bigotta@fashionmagazine.it)

Dov’era a 18 anni e come immaginava il suo futuro? Mi trovavo a Oxford per gli studi universitari: ero molto ambiziosa, volevo lavorare nel business della moda e per questo mi stavo preparando per l’ammissione alla facoltà di Fashion Management del London College of Fashion. C’è stato un momento preciso in cui ha pensato: «Ora fondo il mio e-shop»? È stato un passaggio quasi naturale: dopo essermi occupata di alcuni trunk show per realtà emergenti e aver ricevuto richieste di consulenza come buyer, mi sono accorta che individuavo e consigliavo brand che poi si rivelavano vincenti. È da lì che è nata nel 2016 l’idea di aere-store.com., una vetrina sui designer di lusso indipendenti, gli articoli esclusivi, i pezzi non convenzionali. Come seleziona i marchi da inserire all’interno di aere-store.com? Non manco un’edizione della Paris Fashion Week, dove ho tanti amici che lavorano nella moda che mi hanno presentato per esempio Akira Naka, un brand giapponese con 200 punti vendita nel suo Paese, che ha aperto il suo primo canale distributivo in Europa presso di noi. Mi informo anche attraverso il web e i social: Peet Dullaert l’ho scovato su Instagram. Da dove vengono oggi i marchi più interessanti e qual è il vostro best seller?  Abbiamo riordinato per tre volte Velvet Sock’s di Simone Wild, che si avvale di una produzione handmade a Berlino. L’altro campione di stagione è George Keburia, originario della Georgia. Da due stagioni Y/Project, che ho conosciuto durante gli Lvmh Prize Awards nel marzo 2016 a Parigi, sta andando molto bene. Presto introdurremo nel sito un brand di gioielleria ucraino, fondato da Masha Reva.  Com’è il suo team e che tipo di “capo” è? Siamo un piccolo gruppo di tre persone, più alcuni collaboratori esterni. Credo di essere un capo gentile ma allo stesso tempo un po’

Ph. Jessica di Maio

Redazione

severo: non mi piace perdere tempo e mi ritengo una vera maniaca del controllo. In ogni caso, prendo sempre in considerazione le opinioni di chi mi circonda. Perché ha deciso di lanciare lo scorso settembre a Milano il suo primo negozio fisico, Aeré Store? Perché pensavo che una città come questa avesse bisogno di uno spazio diverso dai soliti, con marchi di designer non convenzionali ma anche affermati a livello internazionale. E poi perché, mentre Regno Unito e Usa sono i nostri mercati più forti, l’Italia richiedeva un approccio diverso, con la possibililtà di toccare i capi e gli accessori con mano. Questo ha smosso le vendite.

Cosa significa oggi per lei e la sua generazione la parola shopping? Significa “coolhunting”. Non si va più in un negozio per acquistare cose basic, che si trovano ovunque. Il vero shopping adesso è trovare pezzi quasi unici, adatti alla singola persona. A chi deve dire grazie? A mio marito: lui è avvocato e quando mi sono trasferita a Milano mi ha presentato tantissime persone, che sono diventate importanti per la mia attività. Il suo studio ha un forte expertise nella moda. Lei è originaria del Kazakistan ma ha vissuto a Londra, Parigi e ora Milano: di che nazionalità si sente? Sono kazaka, perché la mia famiglia e le mie radici sono lì, ma mi sento sinceramente più come una global citizen, dato che ho vissuto da quando avevo sette anni in Germania e Austria e poi per molti anni nel Regno Unito. Viaggio da sempre.  Come vede aere-store.com tra cinque anni? Lo vedo affermato come e-commerce, ma sempre piccolo come volumi. Non mi interessa diventare troppo commerciale: ho fondato aerestore.com per amore e per passione. ■

Andrea Bigozzi (a.bigozzi@fashionmagazine.it) Elisabetta Fabbri (e.fabbri@fashionmagazine.it) Carla Mercurio (c.mercurio@fashionmagazine.it) Angela Tovazzi (a.tovazzi@fashionmagazine.it) Segreteria di redazione

Daniela Locatelli (d.locatelli@fashionmagazine.it) Realizzazione grafica

Nadia Blasevich (n.blasevich@fashionmagazine.it) Carlo Maraschi (c.maraschi@fashionmagazine.it) Fashion Editor

Alberto Corrado (a.corrado@fashionmagazine.it) Collaboratori

Elena Azzola, Mariella Barnaba, Peppe Orrù (Londra), Giuliana Poletto (Parigi), Cristiana Lopez (New York) Direttore pubblicità

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THE DAILY INTERNATIONAL FASHION BUSINESS NEWSLETTER. THE SPIN is the daily sum-up of fashion business news happening around the globe, well curated and carefully selected from all leading global news sources by TextilWirtschaft’s NYC office staff.

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PEOPLE DI CARLA MERCURIO

VIRGINIA VARINELLI

«UNA MARCIA IN PIÙ CON LA LAUREA ALLA BOCCONI» Graduated in Economics at Bocconi university, Virginia Varinelli decided to follow her great passion, fashion, launching her blog and conquering 320,000 followers on Instagram. Nonetheless her university studies were not at all useless.

ELISABETTA PELLINI

«ATTENTI AI SELFIE: UNA MANIA PERICOLOSA» Awarded at Chi è chi Awards as a movie and tv social personality, Elisabetta Pellini is an Italian actress also known in the fashion world, with 99,000 Instagram followers and a constant presence in many of the fashion week's catwalks. «Mettere in equilibrio i diversi aspetti della vita ed essere felice a 360 gradi». Questo l'obiettivo di Elisabetta Pellini, attrice di 43 anni nata in Svizzera da una famiglia di scultori, con radici tra Milano e Varese, e oggi trapiantata a Roma. In questo momento si divide tra il piccolo schermo (dove la vediamo nella fiction Sirene e nella serie Scomparsa su Rai Uno) e il grande schermo, dove recita nel film Stato di Ebbrezza di Luca Biglione, in uscita nel 2018. Elisabetta ama anche mettersi alla prova come regista e come autrice: suo il cortometraggio La Signora M, presentato al Festival del Cinema di Venezia e vincitore del premio per la migliore regia al Terre di Siena Film Festival, mentre conta di riuscire a portare in onda la serie #SelfieMania, dedicata alle manie e ai rischi che si corrono girando video sui cellulari, di cui ha curato la sceneggiatura. Il volto di Virginia è noto anche al mondo della moda, che l’ha adottata tra le influencer più gettonate, con i suoi quasi 90mila follower su Instagram, e che le ha riconosciuto di recente anche un premio, il Chi è chi award, come volto cinema e tv social: «A convincerli sono stati la mia semplicità e il modo di pormi con eleganza», spiega. «Ho un rapporto atipico con i miei seguaci - racconta -. Mi piace confrontarmi con loro e rispondo quasi a tutti. Comunico un’immagine semplice: c’è l’attrice ma ci sono anche la passione per la moda, l’amore per la natura e i tramonti, l’hobby della fotografia e l’affetto per il mio gatto». «Mi piace raccontare la mia giornata con le stories - prosegue -. Non c'è strategia ma tanta libertà di esprimermi, anche quando parlo delle sfilate e dei red carpet». A proposito di sfilate, anche Elisabetta ha provato il brivido della passerella, anni fa: «È stato a New York, al Lincoln Center, per la stilista Giada Curti. Un'emozione grandissima». Un evento molto importante, visto il legame che Elisabetta ha con Giada Curti: «Avevo già preso parte a un'iniziativa a Roma, nel suo atelier, contro la violenza sulle donne - spiega -. Mi piace impegnarmi anche per le giuste cause: fare del bene è una tappa importante nella strada verso la felicità. Ogni volta nella vita c'è qualche obiettivo in più da raggiungere, ma a me le sfide piacciono».

Una laurea in Economia alla Bocconi non si butta mai nel cestino. Neanche se si scelgono la moda e i social network come terreno di sfida professionale. Lo dimostra Virginia Varinelli, 32 anni, milanese, uscita nel 2010 dal prestigioso ateneo milanese con buoni voti e tanta voglia di mettere a frutto il diploma. La sua carriera lavorativa la porta da subito lontano, in Germania, dove lavora per uno studio legale tributario e poi a Shanghai, Pechino e Mosca, a occuparsi di aspetti commerciali per alcune aziende. Ma l’entusiamo dura poco: non è quella la strada giusta. Per fortuna arriva l’ancora di salvataggio: un internship a Parigi, da Diane von Furstenberg. È qui che gli orizzonti si schiariscono e che la moda, grande passione di Virginia fin da bambina, le appare come una sfida professionale da cogliere. Tornata in Italia apre il suo blog, The Ugly Truth of V, a cui fa seguito l’account Instagram, dove oggi conta quasi 320mila follower. Una scommessa vincente che la vede collaborare con marchi come Chanel, Dior, Hermès, Longines, Coccinelle, in giro per il mondo con la sua crew. Ma Virginia non si accontenta e si lancia in altre avventure. «Con la mia agenzia V3V mi occupo di fare consulenza per i brand di moda, dall’ufficio stile all’implementazione dei social network, fino all’ottimizzazione seo dei siti. Avendo una formazione di tipo economico, ho voluto dare voce anche a questo aspetto» racconta. «Inoltre - aggiunge - ho un mio marchio di gioielli, Viridì, momentaneamente in stand by e sto disegnando una collezione di bikini per un brand noto, di cui al momento non posso rivelare il nome». E poi c’è l’equitazione, a cui ha dedicato un blog, con consigli per l’equipaggiamento, cura del cavallo e altro. Insomma, quella che si dice una vita impegnata. Giornate piene di appuntamenti che Virginia affronta con il suo personale punto di vista sulla moda: «Ho i miei gusti in fatto di vestiti e non scendo a compromessi, anche quando si tratta di collaborazioni. Vesto casual-chic: amo mixare capi evergreen con accessori estrosi, come le scarpe di Balenciaga e le sneaker di Gucci con le perle. Un pantalone, un golf o una camicia vanno sempre bene. Ma è l’accessorio a fare la differenza».

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RED CARPET A CURA DI ALESSANDRA BIGOTTA

TSUM

UNA SORPRESA DOPO L’ALTRA PER I 110 ANNI

Una festa dalle tante sorprese, in cui l’anima russa si è amalgamata con un’allure internazionale, ha celebrato i 110 anni del più grande department store dell’Est europeo, lo Tsum, la cui storia risale alla metà del XIX secolo, ma il cui inconfondibile edificio nel centro di Mosca fu inaugurato nel 1907. Le note di Igor Stravinsky, i sapori della cucina tradizionale, le sonorità di Goran Bregovic` e delle musiche cosacche, insieme alle danze di ballerine con gli abiti creati da alcuni designer russi hanno dato vita a un’esperienza immersiva, con tanto di passeggiata in una foresta magica e di degustazioni di caviale in un vodka bar con sculture di ghiaccio. Il clou della serata da 400 ospiti vip è stata la cena di gala, con la sfilata dei brand presenti da Tsum. Per finire in bellezza, il dj set curato da Denis Simachev.

La tavola pronta ad accogliere gli ospiti vip dell’evento: giornalisti, buyer, socialite e clienti internazionali

Fra le attrazioni anche un’esibizione folk

Lo Tsum di Mosca, il cui edificio a metà tra stile gotico e Art Déco fu inaugurato nel 1907. Ma la storia dell’insegna risale a metà XIX secolo

La fashion icon tedesca Veronika Heilbrunner

Alla Verber, fashion director di Tsum e vice presidente di Mercury Group

FASHION RESEARCH ITALY

LOUIS VUITTON

IL SOGNO DI MASOTTI

VOLEZ & VOGUEZ

Alberto Masotti, ex patron di La Perla, ha inaugurato nell’ex sede bolognese del marchio Fashion Research Italy: una fondazione no profit, nata per valorizzare il patrimonio del made in Italy attraverso un ricco archivio e iniziative di formazione e ricerca. Presente, tra gli altri, il sindaco del capoluogo emiliano Virginio Merola.

Vernissage ad alto tasso di vip per “Volez, Voguez, Voyagez”, mostra che alla Borsa di New York rende omaggio fino al 7 gennaio alla storia della griffe. Al vernissage tutti presenti, da Jaden Smith ad Alexander Skarsgård, sex symbol in versione inaspettatamente pelata: esigenze di copione?

L’inaugurazione nella sede di 7mila metri quadri in via del Fonditore 12

Il sindaco di Bologna, Virginio Merola, con Alberto Masotti

La “scultura di luce” alta dieci metri

L’attore svedese Alexander Skarsgård

Jaden Smith con un completo street-chic

Nicolas Ghesquière in compagnia di Alicia Vikander

Natalia Vodianova e il suo fascino inossidabile

On October 26th, Tsum (belonging to Mercury Group since 2002) marked its 110th anniversary in Moscow, with many events in a single event: a performance by a symphonic orchestra, a folk exhibition, dancing girls dressed by Russian designers, a fashion performance with the brands present at Tsum, a concert of Goran Bregovic and a gala dinner. In Italy, Alberto Masotti, son of La Perla founder Ada Masotti, inaugurated ` Fashion Research Italy, a no profit foundation in via del Fonditore 12, Bologna, in the same building where La Perla started its big growth story. Fashion Research Italy is a one of its kind hub, focused on research, training and other activities, conceived to preserve made in Italy and enrich it with innovation. “Volez, Voguez, Voyagez” is the title of an exhibition held in the American Stock Exchange Building in New York: open until 7th January, it is a journey at the heart of this iconic brand. Among the vips at the opening event Jaden Smith and Alicia Vikander.

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