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Editoriale

Il dibattito sulla conciliazione L’istituzione delle procedure conciliative ha sollevato un dibattito molto acceso nel mondo forense e non solo. Occorre trovare nuove soluzioni per contrarre i costi. L’opinione dell’avvocato Massimo Vita di Ezio Petrillo

L’avvocato Massimo Vita esercita la professione nel Foro di Roma da 25 anni vita.avv@tiscali.it

econgestionare la giustizia ordinaria dall'enorme numero di controversie che vengono iscritte a ruolo ogni anno, rappresenta il problema principale che si pone oggigiorno per chi lavora nel settore. Le procedure conciliative sono al centro di un dibattito che riguarda soprattutto il mondo forense. Raccogliamo il parere dell’avvocato Massimo Vita. Come valuta l'istituzione della conciliazione extragiudiziale anche detta "alternative dispute risolution"? «La sempre crescente tendenza a voler concepire procedure alternative al fine di dipanare alcune tipologie di controversie, dinanzi a soggetti con funzioni conciliative, in una posizione di terzietà, mi lascia alquanto perplesso. L'esperienza del tentativo obbligatorio di conciliazione come condizione di procedibilità nelle controversie di lavoro, ha dimostrato che tale istituto non è riuscito a decongestionare i ruoli dei giudici ordinari. La nostra grande propensione a rivolgerci alla Giustizia, che forse non trova eguali in altri Paesi occidentali, presuppone, di per sé, che la soluzione venga ricercata nell'ambito delle istituzioni già esistenti». Cosa intende con quest'ultima affermazione? «Gli avvocati, ad esempio, potrebbero, ove legittimati, contrapponendosi nel rappresentare una parte, esperire un tentativo di conciliazione attraverso la redazione di un verbale nel quale vengano rappresentate le rispettive posizioni. Ove non si arrivi a una soluzione, la parte che avesse interesse, potrebbe adire il giudice ordinario. In buona sostanza sa-

rebbe un tentativo obbligatorio di conciliazione ma demandato all'attività degli avvocati». Ritiene che vi possano essere anche altri strumenti di conciliazione? «Gli strumenti di conciliazione già esistono nel nostro ordinamento processuale ma andrebbero valorizzati. Sia nel rito del lavoro che nel rito ordinario, infatti, il giudice può esperire il tentativo di conciliazione ma, nella pratica, esso avviene in modo non ritualmente consacrato. Mi spiego meglio. Alcuni giudici spesso si sforzano di infondere alle parti l'opportunità di trovare una soluzione compositiva della controversia, sia perché il tutto si risolve in un risultato immediato, sia per ragioni di contrazione dei costi del sistema. Ritengo, pertanto, che il tentativo di conciliazione già previsto in rito, debba essere utilizzato con maggiore forza e il giudice dovrebbe sollecitare tale risultato con un contributo di argomenti che nella pratica non vengono utilizzati. Naturalmente, ove il tentativo non portasse nessuna soluzione, la causa avrebbe il suo naturale corso». Pare che lei non abbia molta fiducia nella giustizia privata. «È vero. Ritengo il giudice togato una grande garanzia per una corretta applicazione della legge. Nel sistema processuale vi sono tutte le possibilità perché si addivenga a una composizione della controversia prima della sentenza. Le numerose riforme del processo civile di questi ultimi anni hanno solo generato confusione senza risolvere nulla. Voglio solo aggiungere, per finire, che lo Stato deve investire di più e meglio per la Giustizia. Senza investimenti qualsiasi riforma sarà destinata a fallire».

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C&P • GIUSTIZIA

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