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Il giornale della ComunitĂ parrocchiale di San Giuliano - N. 8 / ottobre 2018


Recapiti utili Casa parrocchiale Tel. e fax: 035 75.10.39 albino@diocesibg.it Oratorio Giovanni XXIII Tel. 035 75.12.88 oratorioalbino@gmail.com Santuario del Pianto 035 75.16.13 - www.piantoalbino.it Convento dei Frati Cappuccini Tel. 035 75.11.19 Scuola dell’infanzia Centro per la famiglia “San Giovanni Battista” Tel. 035 75.14.82 - 035 02.919.01 Padri Dehoniani Tel. 035 75.87.11 Suore delle Poverelle alla Guadalupe Tel. 035 75.12.53 Caritas Parrocchiale Centro di Primo Ascolto Tel. 035 75.52.33 aperto al mercoledì (ogni 15 giorni) dalle ore 20.30 alle 22.00 e al sabato dalle ore 9.30 alle 11.30

orari delle sante messe FESTIVE

FERIALI

In Prepositurale

In Prepositurale

ore 18.00 al sabato (prefestiva) ore 8.00 - 10.30 - 18.00 Per i battesimi come da calendario alle ore 10.30 o alle 15.00

Al santuario del Pianto

ore 8.30 - 17.00

Quando si celebra un funerale (in Prepositurale): se è al mattino, è sospesa la S. Messa delle 8.30; se è al pomeriggio, è sospesa la S. Messa delle 17.00.

ore 7.30 - 17.00

Alla chiesa dei Frati ore 6.45

Al santuario della Guadalupe

Al santuario del Pianto ore 7.15

ore 9.00

Al santuario della Concezione

ore 10.00 (sospesa nei mesi di luglio e agosto)

Alla chiesa dei Frati Cappuccini

ore 7.00 - 9.00 - 11.00 - 21.00 (ad agosto è sospesa quella delle 21)

Alla Guadalupe ore 8.00 Sulla frequenza 94,7 Mhz in FM è possibile ascoltare celebrazioni liturgiche e catechesi in programma nella nostra chiesa Prepositurale

Per coppie e genitori in difficoltà Consultorio familiare via Conventino 8 - Bergamo Tel. 035 4598350 Centro di Aiuto alla Vita Via Abruzzi, 9 - Alzano Lombardo Tel. 035 4598491 - 035 515532 (martedì, mercoledì e giovedì 15-17) A.C.A.T. (metodo Hudolin) Ass.ne dei Club Alcologici Territoriali Tel. 331 8173575 Per coniugi in crisi Gruppo “La casa” (don Eugenio Zanetti) presso Ufficio famiglia della Curia diocesana Tel. 035 278111 - 035 278224 Giornale parrocchiale info@vivalavita.eu

www.sagrato.it

Opere parrocchiali ... il tuo aiuto è importante

È possibile fare offerte - anche deducibili fiscalmente nella dichiarazione dei redditi in misura del 19% - a sostegno dei lavori autorizzati dalla Soprintendenza per i beni Architettonici. In particolare segnaliamo il debito che rimane dei lavori effettuati alla chiesa del Pianto (70.500 €); al campanile, agli affreschi nella sacristia della Prepositurale, alla chiesa della Concezione e ai tetti dell’Oratorio fin’ora sistemati (250.400 €); per l’adeguamento del CineTeatro (71.100 €). Per le aziende è possibile detrarre totalmente la cifra devoluta. Grazie per quello che riuscirai a fare. Per donazioni - Bonifico bancario tramite Credito Bergamasco di Albino, Parrocchia di San Giuliano: IBAN IT91 R050 3452 480000000000340 Per la ricevuta ai fini fiscali, rivolgersi in casa parrocchiale.

Il Silenzio... virtù da coltivare in questo anno pastorale Stampato in abbinamento editoriale con il n. 8/2018 di LAIF (in copertina L’Annunciazione di Arcabas)


1 “A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo” (Luca 1,29)

Già quante volte e quante volte ancora tornerà questo vangelo. Praticamente la stragrande maggioranza delle feste di Maria, tanto quasi da stancarci. Eppure sta a dirci quanto poco Maria abbia parlato e sia apparsa sulla scena del Figlio e dei dodici. Ma colui di cui non abbiamo nemmeno una parola è la figura bella di Giuseppe. All’inizio del nuovo Anno Pastorale voglio partire da questo vangelo perché l’ha scelto il nostro vescovo per il cammino della nostra diocesi, ma anche perché l’ho trovato ingarbugliato con la virtù che ci siamo dati da vivere quest’anno. Lo scorso anno chissà se abbiamo anche solo tentato di darci una calmata cercando di vivere qualcosa con un po’ di spirito di umiltà. Spero che qualcuno non l’abbia confusa con il venire a far la comunione con il collo storto. Mi è sembrato allora che, come conseguenza, potessimo darci la virtù del silenzio. Qualcuno si è subito allarmato, vedendo in questo un pericolo incombente di comodità: tante volte fa comodo tacere. Chiaro che un qualcosa di comodo non può essere una virtù. Ma è altrettanto chiaro che diventa virtù per chi non sa o non riesce a tacere; soprattutto se parla a sproposito (e purtroppo abbiamo molti maestri in questo), oppure se “ferisce più la lingua che la spada” e il parlare crea più problemi e divisioni piuttosto che cercare di risolverli e ricomporre situazioni compromesse. Ho trovato questa virtù anche dentro l’avvenimento dell’annunciazione; sì, perché un avvenimento di tale portata è certamente avvenuto dentro il silenzio dell’ordinarietà. A Nazareth si parla di una prima annunciazione a Maria da parte dell’angelo alla fontana del villaggio, dove tutte le donne andavano ad attingere; e l’angelo avrebbe invitato Maria a tornare a casa perché aveva una missiva importante per lei. Probabilmente la fontana non era il luogo più adatto, ma la casa, quella sì! Lì dove avvengono le cose di ogni giorno; le notizie belle e quelle tragiche; lì si rafforzano legami o si consumano tradimenti. Le nostre case che testimoni silenziose sono! Come tanti nostri cammini; anche quando si è in tanti, sperimentati dai nostri giovani in questi anni con il vescovo. “La condivisione del cammino è spesso silenziosa, in ascolto: una presenza simpatica” scriveva il nostro vescovo; quasi un invito a rientrare – una volta rientrati- in sé stessi, nella stanza interna; nel segreto del cuore - avrebbe detto Gesù - lì dove solo il Padre vede. Cammini nei quali abbiamo aiutato i nostri adolescenti ad ascoltare il silenzio, nei sentieri in montagna, così pieno di voci, di suoni, di richiami; oppure, seduti nella sabbia in riva al mare, con lo sguardo che naviga lontano; come i pensieri. E pensare che pena, percorrendo la pista ciclo-pedonale anch’essa quasi uno spartito musicale, e vedere chi cammina e chi corre affannato con gli auricolari per ascoltare chissà quale musica, così sempre una brutta copia di quella che la natura ci prepara. Il silenzio. Mi ha sempre incuriosito scoprire come gli artisti immaginassero Maria nel suo incontro con l’angelo; cosa stesse facendo quando s’è trovata lì questo personaggio che cercava di tranquillizzarla? E cercava il modo di dirle cose per niente tranquille, soprattutto mai immaginate. Non credo che stesse lì tutto il giorno con il libro delle preghiere in mano; alcuni pittori la ritraggono inginocchiata al suo inginocchiatoio con il libro che le cade di mano per lo spavento. Certamente uno spavento ci sarà stato, trovandosi in casa uno sconosciuto; però mi piace vederla raffigurata con accanto il cestino dei gomitoli e i ferri per lavorare la lana, con il gatto che fugge anche lui spaventato. Nel silenzio delle faccende domestiche, come nel film “Il grande silenzio” dove anche il miagolìo del gatto ha tutta una sua risonanza e importanza. Chissà che anche nelle nostre case, in qualche momento, si possa riscoprire un clima di silenzio che favorisca una serenità del cuore e una maggior disponibilità ad accogliere, anche solo con un sorriso – senza bisogno di parole – chi torna a casa dopo una giornata lavorativa o di studio. Buon cammino in questo nuovo anno che il Signore ci mette a disposizione vs. dongiuseppe

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Vita della chiesa

Paolo VI e la sua umiltà

Di Angelo Comastri cardinale, vicario generale di Sua Santità per la Città del Vaticano, arciprete della basilica papale di San Pietro.

Quattro gennaio 1964: Paolo VI è il primo successo­re di Pietro ad avere avuto il coraggio di ritornare là dove Pietro era partito tanti secoli prima. La no­tizia fece subito il giro del mondo e suscitò dovun­ que ammirazione, emozione e speranza. La mattina del 4 gennaio a Roma faceva un freddo intenso, mentre la città era sferzata da un gelido vento di tramontana. La finestra della camera del pontefice sì illuminò alle cinque e un quarto. In piazza San Pietro già si erano radunate un mi­gliaio di persone per salutare il Papa... che ritornava nella terra di Gesù. È impossibile dire quali pensieri attraversassero la mente di Montini durante il volo verso la Palestina. Forse sen­tiva l’eco ancora chiara della voce di Gesù, che diceva ai disce­poli: «Andate in tutto il mondo e predicate il mio Vangelo. Io sono con voi!». Paolo VI sentiva la presenza di Gesù e nell’altezza del cielo gli giungeva fresca e nitida la Sua promessa: «Su questa pietra, io edificherò la mia Chiesa. E le porte del male non prevarranno contro di essa. Il viaggio fu un trionfo in un continuo rincorrersi di entusia­smi imprevisti e di gesti straordinari. Mentre a Gerusalemme il Papa percorreva la Via Dolorosa per raggiungere la basilica del Santo Sepolcro, ci furono mo­menti di panico: sembrava che la folla travolgesse il Papa e scat­tò l’allarme del servizio di sicurezza. Fu decisa una breve sosta presso le Piccole Sorelle di Gesù, ma poi il Pontefice volle ri­prendere il cammino serenamente. Padre Giulio Bevilacqua quella stessa sera rivelerà a un gruppo di giornalisti ciò che il giovane Montini gli aveva confidato molti anni prima: «Sogno un Papa che viva libero dalla pompa della corte e dalle prigio­nie protocollari. Finalmente solo in mezzo ai suoi diaconi co­me accadeva nei primi secoli». A Gerusalemme per Paolo VI accadde proprio cosi. Giunto nella basilica del Santo Sepolcro, il Papa pronunciò parole coraggiose, che restano e resteranno memorabili. Disse: «Siamo qui, Signore Gesù! Siamo venuti come colpevoli che ritornano al luogo del delitto. Siamo venuti come colui che Ti ha seguito, ma Ti ha an­ che tradito, tante volte fedeli e tante volte infedeli. Siamo venuti per riconoscere il misterioso rapporto tra i nostri peccati e la tua Passio­ ne, l’opera nostra e l’opera Tua. Siamo venuti per batterci il petto e domandarti perdono, per implorare la Tua misericordia. Siamo venuti perché sappiamo che Tu puoi, che Tu vuoi perdonarci perché Tu hai espiato per noi: Tu sei la nostra redenzione e la nostra speranza!». Parole meravigliose, da meditare. La sera del 5 gennaio, nella sede della Delegazione Apostoli­ca, avviene l’incontro e l’abbraccio con il Patriarca di Costanti­nopoli Atenagora, giunto a Gerusalemme proprio per questo: dopo novecento anni di tensioni e incomprensioni... finalmen­te un abbraccio.

Atenagora, profondamente commosso, esclama: «Da secoli il mon­ do cristiano vive nella nostra sepa­ razione. I suoi occhi so­no stanchi di guardare nel buio. Questo incontro sia l’alba di un giorno luminoso e benedetto, quando le generazioni future si accosteranno al medesimo calice del Santo Corpo e del Pre­ zioso Sangue del Signore». E Paolo VI, con gesto profetico, dona un calice ad Atenagora: quel calice materializzava una accorata preghiera al Signore, affinché affrettasse il giorno di un’unica celebrazione eucaristi­ca attorno a un unico altare. 7 dicembre 1965. Alla vigilia della chiusura del Concilio Ecumenico Vaticano II, Paolo VI e il Patriarca di Costantinopoli abbattono un muro dello spessore di nove secoli: ritirano la scomunica dell’anno 1054! Cerchiamo di capire la portata enorme di questo gesto. Il 29 luglio dell’anno 1054, a Costantinopoli, il patriarca Michele Cerulario rifiuta di incontrare i rappresentanti del Pa­pa e non li ammette a celebrare l’Eucaristia. Essi allora scrivono un documento di scomunica e lo depongono sull’altare della


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basilica di Santa Sofia: poi partono per Roma. Il Patriarca, per nulla intimidito, risponde con una sua scomunica. Nasce una triste storia di superbia e di incomprensione. Da quel giorno, nonostante i tentativi di riconciliazione a Lione, nel 1274, e a Firenze, nel 1439, la Chiesa di Oriente per secoli ha camminato separata dal Vescovo di Roma, che è il successo­re dell’apostolo Pietro e quindi è il garante dell’unità della Chiesa di Cristo. Il 7 dicembre 1965 si chiude questa lunghissima triste storia: Paolo VI e il patriarca Atenagora, alla stessa ora a Roma e a Costantinopoli, firmano un documento di abolizione delle re­ciproche scomuniche. Ecco alcuni passi significativi dello storico documento: «Ri­cordando il precetto del Signore: “Quando tu presenti la tua offerta all’altare, se a quel punto ti ricordi di un torto che tuo fratello ha contro di te, lascia la tua offerta davanti all’altare e va’ su­ bito a riconciliarti con tuo fratello”, il papa Paolo VI e il patriarca Atena­ gora dichiarano di comune accordo: di dolersi delle parole offensive [...] che, da una parte e dall’altra, hanno

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segnato o accompagnato i tristi avvenimenti di quell’epoca e di elimi­ nare dalla memoria e dal cuore le sentenze di scomunica. Compiendo questo gesto, essi sperano che sarà gradito a Dio pronto a perdonarci quando noi ci perdoniamo gli uni con gli altri». 14 dicembre 1975. Alla vigilia della chiusura dell’Anno San­to, si verifica in Vaticano un evento clamoroso, un evento de­gno del Cenacolo di Gerusalemme. Non fu ripreso dalle teleca­mere, perché tutti erano all’oscuro di ciò che il Papa stava per fare. Però il gesto è ben custodito nell’archivio del Cuore di Dio: e lì non verrà mai cancellato. Che cosa accadde? Nel decimo anniversario dell’atto con cui la Chiesa di Roma e la Chiesa di Costantinopoli avevano abo­lito le rispettive scomuniche, ci fu una celebrazione comme­morativa nella Cappella Sistina. Alla fine della santa Messa, alla quale era stata presente la delegazione di Costantinopoli, Paolo VI scende dall’altare, si fa togliere la mitria, si avvicina al metropolita Melitone e improvvisamente si inginocchia davanti a lui. Che cosa vuol fare? Che cosa ha in mente? Tutti guardano attoniti e si interrogano. Paolo VI si china e, come Gesù al mo­mento della lavanda dei piedi, bacia umilmente i piedi del Me­tropolita. Fu un gesto meraviglioso, un gesto che voleva chiu­dere una triste storia di orgoglio, un gesto che nascondeva il desiderio di forzare la storia per accelerare i tempi della piena riconciliazione. Per capire il significato profondo e profetico di questo gesto, bisogna ricordare che nel 1439, al Concilio di Firenze, i pa­triarchi ortodossi si erano rifiutati di baciare i piedi a papa Eu­genio IV, com’era in uso a quei tempi. Paolo VI intendeva can­cellare quel momento con un atto di meravigliosa ed esemplare umiltà. Il metropolita Melitone, commosso e stupito, com­mentò così il bacio al piede ricevuto dal Pontefice: «Solo un santo poteva fare una cosa simile». Questo è il Papa che in una delle ultime Via Crucis al Colosseo, ormai vecchio e affaticato nel camminare, percorse un tratto di strada a piedi nudi portando la Croce.

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vita della chiesa

San Francesco Spinelli Una presenza reale tra poveri

Domenica 14 ottobre Papa Francesco ha canonizzato sette beati: un Papa, un Vescovo, due sacerdoti, due suore e un giovane di sedici anni. Personalità, caratteri, esperienze, epoche e provenienze diverse, tutti accomunati dall’amore per Dio e per i fratelli, amore vissuto in modo eroico sulle orme di Cristo Gesù. Tra questi un sacerdote di origine bergamasca, don Francesco Spinelli nato a Milano dove i genitori, entrambi di Bergamo, si erano trasferiti per motivi di lavoro. Fin da piccolo Francesco è attratto dall’Eucarestia, scrive: “Già da bambino mi incantavo a guardare l’Ostia, non capivo, ma già percepivo dentro di me che era un immenso mistero d’ amore”. Dopo gli studi prima al Collegio Sant’Alessandro e poi nel Seminario di Bergamo viene ordinato sacerdote nel 1875 a Gavarno e qualche anno dopo, durante un pellegrinaggio a Roma, avverte la seconda chiamata: “Il Signore mi voleva in contemplazione del mistero dell’abbassamento di Dio, fino al punto estremo, la sua croce e il suo farsi pane”. Sentiva di essere intimamente chiamato a dedicare tutta la vita al culto eucaristico in riparazione dei peccati. Insieme a Santa Geltrude Comensoli, con la quale condivide la stessa vocazione dell’adorazione dell’Eucarestia, fonda l’istituto delle adoratrici e così altre donne si uniscono in questa missione di adorazione. Don Spinelli aggiunse poi il lavoro e il servizio ai poveri. Stabilisce che le sue suore lavorino come gli altri e dà vita ad una fabbrica di filatura e tessitura

che dopo alcuni anni, per gli interessi disonesti di alcuni, fallirà e porterà don Francesco a subire un processo, che lo condannerà a cinque mesi di reclusione, ma non subirà la condanna grazie all’amnistia concessa dal Re. Tutto ciò causerà enormi sofferenze, dolori anche a causa di incomprensioni da parte delle autorità ecclesiali, ma don Spinelli non reagirà né con violenza né con la vendetta. Neppure si difenderà, ma offrirà tutto al Signore perdonando di cuore a coloro che lo avevano calunniato e condannato. Trasferitosi a Rivolta d’Adda continuò la sua opera aggiungendo il servizio sia ai ragazzi che alle ragazze poveri nell’oratorio, sia alle persone gravemente colpite dalla malattia, specie mentale (una specie di piccolo Cottolengo). Volle che si costruisse una grande casa per curare e assistere i malati più gravi (“Casa famiglia d. Spinelli” a Rivolta d’Adda, tutt’ora operativa). Don Spinelli chiamava gli ospiti da lui accolti con amore ‘i miei gioielli’. Tutta la sua opera può essere sintetizzate con queste parole: “Attingere, accogliere, ricevere

in abbondanza l’amore eucaristi­ co: è questo il segreto per poter poi diventare amore verso i più poveri, gli ultimi, i “rifiuti” della società”. Don Francesco Spinelli non è stato un assistente sociale o un semplice filantropo; tanto meno si è limitato a vivere una forma di spiritualismo astratto, ma il suo stile ci aiuta a comprendere che solo attingendo, accogliendo e ricevendo l’amore di Cristo sacramentalmente presente nell’Eucarestia possiamo amare e servire i fratelli in modo vero, disinteressato, autentico. Dall’amore a Gesù Eucarestia san Francesco Spinelli realizza quell’amore grande, espresso nell’epigrafe da lui stesso scritto per il suo funerale: “nei poveri ravvidi Gesù Cristo, nei nemici dei cari da amare di speciale amore”. Nello stendardo della canonizzazione san Francesco Spinelli è stato raffigurato sorridente, mi piace immaginare che i santi sorridono, sorridono a noi rassicurandoci che anche noi possiamo diventare ed essere santi. don Francesco Spinelli


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Monseñor Romero

San Romero d’America - La tierra y el hombre

Oscar Arnulfo Romero nasce il 15 agosto 1917 in una famiglia di modeste risorse, secondo di otto figli. Il padre era postino nella sua cittadina. Fu apprendista falegname e per alcuni mesi lavorò con un fratello in una miniera d’oro vicino alla sua cittadina Ciudad Barrios. Entra poi in seminario e in seguito studia teologia all’università Gregoriana a Roma. Rientrato a El Salvador celebra la prima messa l’11 gennaio 1944. Mons. Romero, vescovo di San Salvador, muore il 24 marzo 1980, ucciso da un sicario, mentre celebra la Messa nell’Ospedalito de la Divina Provvidenza, ospice per malati terminali di cancro, dove abitava in due stanzette molto semplici. Aveva rifiutato di vivere nell’episcopio, a poco distanza dall’ambasciata degli U.S.A., episcopio dove svolgeva il suo lavoro di vescovo di San Salvador. El Salvador è il più piccolo paese dell’America latina, in Centro America, con circa sei milioni e mezzo di abitanti e un milione e mezzo di emigrati. El Salvador, terra di conquista e colonizzata dalla Spagna. Un ricordo: il 12 ottobre 1992 si celebrò il cinque centenario della ‘scoperta’ dell’America. Nella grande piazza di San Salvador, piazza che accoglie il Palacio National e la cattedrale, il governo, le istituzioni politiche con la presenza degli

ambasciatori di vari paesi, celebrarono solennemente l’anniversario. Furono offerti omaggi floreali ai monumenti di Cristoforo Colombo e della regina Isabel di Spagna, statue di marmo di Carrara di fronte al Palacio National. Nel pomeriggio dello stesso giorno, sempre davanti alle medesime statue, ebbe luogo la memoria della ‘Conquista’, da parte dei nativi, nei loro costumi tradizionali che lanciarono frecce contro le immagini di Colombo e Isabel. L’America, il Salvador non furono ‘scoperti’, ma conquistati: ‘conquista’ e ‘scoperta’ sono letture molto diverse della storia di queste terre, dei loro popoli e della loro cultura. Letture drammaticamente diverse. L’impatto della ‘conquista’ spagnola fu enorme. Si misero in atto processi che sconvolsero le culture, una relazione intima con la Madre Terra (la “Pacha mama”) e la vita e introdusse forme nuove dell’uso e della proprietà della terra e delle sue risorse; era sconosciuta la proprietà privata della terra. Oscar Arnulfo Romero nel suo ministero sacerdotale per anni è tradizionalista anche se responsabile di una profonda fede. Quando viene nominato vescovo di Santiago de Maria, pastore di gente molto povera, comincia la sua conversione. Lui stesso afferma: «Se volete potete anche chiamarla conversione, ma io penso che sarebbe più esatto de-

finirla “uno sviluppo del processo di conoscenza”. Ho sempre voluto seguire il Vangelo anche se non sospettavo dove il Vangelo mi avrebbe condotto». Le condizioni di vita nel Salvador erano spaventose. L’economia è nelle mani delle 14 famiglie che possiedono il 60% delle terre migliori e che mantengono proprio corpi di sicurezza. L’esercito e l’apparato statale garantiscono questo stato di cose. Inoltre la politica degli Stati Uniti fornisce aiuti e appoggio militare perché il Centro America è considerato “el jardin trajero”, il giardino di casa. E’ l’idolatria del potere, un sistema assoluto e immodificabile. Quindi violenza senza limite. Chi si oppone e si organizza in funzione della giustizia sociale e dei diritti umani è “comunista”, quindi represso. Nel 1976 Romero viene eletto vescovo di San Salvador e quindi Primate dei vescovi. Il 12 marzo del 1976 viene ucciso padre Rutilio Grande, parroco di Aguilares dove svolgeva una intensa attività sociale a favore dei “campesinos”. Con lui vengono massacrati un anziano e un bambino, che viaggiavano con lui. Padre Rutilio era molto amico di Romero e molto stimato dal vescovo. Ed è una svolta! Romero passa la notte in veglia accanto alle vittime. Il successore di Romero, mons. Rivera y Damas scriverà: «Davanti al cadavere di padre Rutilio Grande, mons. Romero sentì la chiamata di Cristo a vincere la sua naturale timidezza umana e a riempirsi dell’intrepidezza dell’apostolo». Mons. diventerà “la voz de los sin voz”, la voce dei senza voce e “El obispo echo pueblo”, il vescovo fatto popolo. Di fronte ai massacri quotidiani commessi dai militari e dagli “squadroni della morte”, che non sono corpi separati ma espressione diretta dell’esercito governativo, l’arcivescovo non può tacere. Ogni messa domenicale è una sfida al regime. Alla fine dell’omelia sulla Parola

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Vita della chiesa Un gruppo di salvadoregni in festa, domenica 14 ottobre, per la canonizzazione di mons. Romero in piazza S. Pietro; dietro a loro al centro il volto della prof.sa Daniela Robert già dell’Istituto Superiore “Romero” di Albino.

di Dio seguono «hos echos de la semana», i fatti della settimana, come denuncia dei delitti e massacri, col supporto delle indagini di una commissione di giuristi creata dallo stesso mons. Romero. La riflessione sulle letture del vangelo si fa progetto di vita; la comunità non soltanto prega, ma anche legge i segni dei tempi, i terribili segni dei tempi salvadoregni. Perciò diventano atti politici. Tutte le armi della propaganda vengono usate contro Romero. Non solo la oligarchia lo condanna, ma anche quei settori della Chiesa legati ai privilegi storici. I vescovi salvadoregni, eccetto Rivera y Damas, sono in buona misura oppositori di Romero. E così i nunzi apostolici. E così anche Roma. Il 7 maggio 1979, dopo sei giorni di attesa, l’udienza di Romero con papa Woytila fu una delusione. Lo riferì Romero stesso “quasi piangendo” a una giornalista. Il papa gli disse: «Lei, signor arcivescovo, deve sforzarsi di avere una relazione migliore con il governo del suo Paese». L’idolatria del potere. Romero rivela il carattere sacrificale dell’idolatria, identificandola con la sete del potere. Per Romero gli idoli dei mortali pietrificano il cuore di coloro che li seguono, rendendoli insensibili alla sorte di tutti quelli che si trovano ai margini del sistema economico, gli ‘scarti’. Ezechiele: «Vi toglierò un cuore di pietra e vi darò un cuore di carne». Romero, vescovo della misericordia. Se misericordia significa “prendersi a cuore”, accogliere nel cuore la sofferenza degli altri, dei poveri, delle vittime, degli scarti dell’umanità, allora mons. Romero è stato un vescovo della misericordia. Qualcuno lo chiamò «un vescovo fatto popolo». Pochi giorni prima di essere ucciso, in una intervista di un giornalista che gli chiedeva se avesse ricevuto minacce di morte, Romero rispose: «Sono stato frequentemente minacciato di morte. Come cristiano non credo nella morte senza risurrezione: se mi uccidono, risorgerò nel popolo salvadoregno. Lo dico senza iattanza, con la più grande umiltà. Come pastore sono obbligato, per mandato divino, a dare la vita per coloro che amo, cioè tutti i salvadoregni, anche quelli che mi uccidessero. Se le minacce dovessero compiersi, già da adesso offro a Dio il mio sangue per la redenzione e la risurrezione del Salvador… un

vescovo morirà, ma la Chiesa di Dio, che è il popolo, non perirà mai». All’inizio di gennaio 1992 vengono firmati gli accordi di pace, in Messico, dopo dieci anni di guerra civile di liberazione. Nella grande piazza davanti alla cattedrale di San Salvador si celebrò una grande festa popolare con grandissima folla. Sulla facciata della cattedrale fu esposto un grande ritratto di mons. Romero con la scritta: «Monseñor, ya resuscitaste en tu pueblo», «Monsignore, ormai sei risuscitato nel tuo popolo». In questo nostro mondo si applaude o si tollerano le opere di misericordia, ma non si tollera una chiesa configurata dal “principio misericordia” che la porta a denunciare i rapinatori che fanno vittime, a smascherare la menzogna con la quale coprono l’oppressione e a dare animo alle vittime per liberarsi. Quando questo accade la Chiesa e ogni altra istituzione viene minacciata, attaccata e perseguitata. E questo è la prova che la Chiesa si è lasciata reggere dal “principio misericordia” e non si è ridotta semplicemente a compiere opere di misericordia. Romero si vide distruggere la radio diocesana che trasmetteva le sue omelia nella messa in cattedrale, l’editrice dell’arcivescovado e, inoltre, catture, espulsioni e assassini di sacerdoti, religiosi, catechisti e ‘delegati della parola’. Il 2 febbraio 1980 mons. Romero parla ai giovani dell’università di Lovanio, in Belgio, su “La dimensione politica della fede a partire dall’opzione per i poveri”. E’ forse il punto più alto del suo magistero: «L’essenza della Chiesa sta nella sua missione di servizio al mondo, nella sua missione di salvarlo in totalità e di salvarlo nella storia qui e ora […]. Il mondo dei poveri è la chiave per comprendere la fede cristiana. I poveri sono coloro che ci dicono qual è il mondo e quale il servizio ecclesiale nel mondo. […] La speranza che la Chiesa fomenta è un appello rivolto a partire dalla Parola di Dio, alle maggioranze povere, perché si responsabilizzino, si coscientizzino, si organizzino.


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Predichiamo la speranza ai poveri perché sviluppino la loro dignità e per incoraggiarli ad essere essi stessi gli autori del loro destino». Siamo alla domenica di Passione 23 marzo 1980. Fra il 10 e il 14 marzo 1980 ci sono stati almeno 83 assassini politici. Romero conclude le sua omelia con queste parole: «Desidero fare un appello speciale agli uomini dell’esercito e in concreto alla base della Guardia Nazionale, della polizia, delle caserme. “Fratelli, siete del nostro stesso popolo. Ammazzate i nostri fratelli campesinos! Davanti all’ordine di ammazzare dato a un uomo, deve prevalere la legge di Dio che dice: - Non ammazzare. Nessun soldato è tenuto ad ubbidire a un ordine che va contro la legge di Dio. Una legge immorale nessuno deve adempierla. È tempo che ricuperiate le vostre coscienze e che obbediate alla vostra coscienza piuttosto che agli ordini del peccato”. La Chiesa difende i diritti di Dio, la legge di Dio, la dignità umana, la persona, non può tacere di fronte a tanto orrore. Vogliamo che il governo si renda conto che a niente servono le riforme se si deve attuarle con tanto sangue. “In nome di Dio, allora, in nome di questo popolo sofferente, i cui lamenti salgono al cielo, ogni giorno più tumultuosi, VI SUPPLICO, VI CHIEDO, VI ORDINO: IN NOME DI DIO CESSI LA REPRESSIONE”». Un lungo enorme applauso, in cattedrale. Il 24 marzo alle ore 18 monseñor celebra la messa nella cappella dell’ospedalito in suffragio di una signora. Le ultime parole di mons. Romero prima dell’offertorio: «Questo corpo immolato e questo sangue sacrificato per gli uomini ci spinge a dare anche il nostro corpo, il nostro sangue alle sofferenze e al dolore di Cristo, non per noi stessi, ma per dare al nostro popolo speranza di giustizia e di pace». Un solo sparo spacca il cuore di mons. Romero. Sono le 18.26 di lunedì 24 marzo 1980. (Una lettura consigliabile: Ettore Masina, L’arcivescovo deve morire, Gruppo Abele 1996) Don Bruno Ambrosini Sette anni nel Salvador dal 1988 al 1995, gli ultimi quattro della guerra di liberazione e i primi anni di ‘pace’ (ndr).

Papa Francesco dona un’opera di padre Costantino alla Casa “Santa Famiglia” a Riga in Lettonia

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Crocifisso in bassorilievo. Questa rappresentazione della Crocifissione di Nostro Signore è stata realizzata in argento, nei primi anni Novanta, da padre Costantino Ruggeri, con la tecnica della fusione a cera persa. Sacerdote francescano originario della Franciacorta bresciana, padre Costantino era nato nel 1925 da una famiglia molto povera, perché il padre lavorava solo stagionalmente. Dopo esser entrato nelle fila dei Frati Minori, per cinquantanni ha vissuto nel Convento di Santa Maria di Canepanova, nei pressi di Pavia, dov’è morto nel 2007. Questa Crocifissione, costituita da una placca ovale sulla quale è stato posto il corpo di Cristo in croce, presenta una texture di fili di recupero, che estendendosi sull’intera superficie a rilievo, sono a loro volta cosparse di gocce raggrumate di una particolare colla specifica per vetro, detta “Peligom”, che padre Costantino amava utilizzare perché corrispondente alla sua ricerca di materiali poveri. “Voglio costruire con materie povere come il pane”, amava dire. E infatti quest’opera, che colpisce per l’elementarità della sua iconografia, riesce non solo a trasmetterci l’idea che Cristo è il vero “collante” che unisce nel tempo l’inesorabile intersecarsi delle vite degli uomini, ma la salvezza degli stessi è dovuta al suo sangue versato, che irradia amore universalmente. (Tratto da L’Osservatore Romano)

Padre Costantino, l’artista della cappella del nostro oratorio Giovanni XXIII Quanto scritto su P. Costantino e le sue opere vale anche per gli arredi della cappella dell’oratorio, in cui l’artista francescano, grazie ad Aurelio Acerbis, ha realizzato anche le vetrate. Il tabernacolo (vedi la fotografia), il crocifisso, il leggio della Parola, l’acquasantiere, il candelabro sono sue opere d’arte, realizzate con la tecnica sopradescritta per il dono di papa Francesco in Lettonia, a settembre.

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educazione

ELIA NEL DESERTO Dal primo libro dei Re 19, 4-8 In quei giorni, Elia si inoltrò nel deserto una giornata di cammino e andò a sedersi sotto una gine­ stra. Desideroso di morire, dis­ se: «Ora basta, Signore! Prendi la mia vita, perché io non sono migliore dei miei padri». Si coricò e si addormentò sotto la ginestra. Ma ecco che un an­ gelo lo toccò e gli disse: «Alzati, mangia!». Egli guardò e vide vi­ cino alla sua testa una focaccia, cotta su pietre roventi, e un orcio d’acqua. Mangiò e bevve, quindi di nuovo si coricò. Tornò per la seconda volta l’an­ gelo del Signore, lo toccò e gli disse: «Alzati, mangia, perché troppo lungo per te è il cammino». Si alzò, mangiò e bevve. Con la forza di quel cibo camminò per quaranta giorni e quaranta notti fino al monte di Dio, l’Oreb. Ora basta, Signore! Prendi la mia vita. Anche a noi, come ad Elia, è successo di perderci d’animo al punto di invocare la morte, o anche solo di pensare che tutto sommato sarebbe ora di farla finita. Certo, diverse possono essere le cause, alcune oggettivamente gravi, altre un po’ meno ma ingigantite dalla solitudine e dallo sconforto: persecuzione, odio, violenza, pericoli inenarrabili ma anche delusioni cocenti, fallimenti, rotture, incidenti, malattie... Colpisce tuttavia la motivazione che Elia impiega per rendere più perentoria la richiesta a Dio di lasciarlo morire: riconosce di non essere migliore dei suoi padri. Ma perché dovremmo essere migliori dei nostri padri? Eppure in alcune occasioni ci è capitato di nutrire questa presuntuosa convinzione, nata dall’idea

sbagliata di doverci per forza mettere in competizione con chi ci ha preceduto, in una sorta di sfida: «Io, sì che sono più bravo e più intelligente di mio padre. Ho studiato molto, ho dei titoli, ho fatto carriera, guadagno di più e probabilmente camperò anche più e meglio di lui». Poi però basta poco perché queste nostre false sicurezze, frutto di un orgoglio e di un egocentrismo di cui dovremmo vergognarci, entrino in crisi. Anche noi in realtà commettiamo degli sbagli, sperimentiamo la bruciante delusione di un insuccesso o di un fallimento e in questi frangenti ci viene da dire, proprio come Elia, che non siamo migliori dei nostri padri. L’intervento divino attraverso l’angelo, che per due volte riscuote il profeta e gli ordina di nutrirsi per riprendere le forze, non ha nulla di consolatorio: l’angelo non gli fa coraggio utilizzando parole suadenti, non lo blandisce risvegliando il suo amor proprio ma gli ordina di mangiare e bere perché il cammino è “troppo lungo”. Incredibile questa motivazione! È come se l’angelo gli dicesse: «Caro mio, hai voglia di camminare! Ti aspetta un percorso an-

cora lungo e faticoso, per affrontare il quale devi essere in piena forma. Altro che lasciarti andare, che desistere. Non è il momento di smobilitare. Non devi mollare!». Certamente verrebbe naturale chiedersi come è possibile che con una dieta a base di focaccia ed acqua si riesca a camminare per quaranta giorni e quaranta notti, per di più in un deserto... Evidentemente la durata del cammino richiama quella dell’esodo degli Ebrei in fuga dall’Egitto per apprendere faticosamente ad essere un popolo e ad essere liberi. E riprende, anticipandoli, i quaranta giorni e le quaranta notti trascorsi da Gesù, pure lui nel deserto, per resistere alle tentazioni di un messianismo miracolistico e pacchiano, fondato sul potere e sul delirio di onnipotenza... È anche per noi l’immagine di un cammino che deve durare, quanto solo il Signore lo sa, nella fatica, nell’impegno costante alternato al riposo e al recupero, riconoscendoci bisognosi di alimentare quotidianamente il nostro corpo fragile per continuare a camminare fino al monte di Dio. Enzo Noris


esperienze educative

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Il primo dovere di uno Scout: “Facciamolo subito” Il percorso Scout è un percorso lungo, un percorso costellato di bivi, scelte e decisioni. Un percorso verso quella santità a cui dobbiamo mirare con tutte le nostre forze. Quella santità che porta a compimento il più grande insegnamento di Gesù… l’insegnamento dell’Amore.

“Ama il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta l’anima tua e con tutta la tua mente”.  Questo è il primo e il gran comandamento. E il secondo, simile a questo, è: “Ama il tuo prossimo come te stesso”. Matteo 22,37-40 L’obiettivo dello scoutismo è proprio questo: portare a compimento l’insegnamento di Gesù. Un insegnamento che viene coltivato attraverso le parole maestre già da quando si è lupetti o coccinelle. È l’inizio di un puzzle che viene ultimato con la Cerimonia della Partenza. Fare del proprio meglio per essere pronti a servire: questa è la frase che scaturisce dall’unione delle parole maestre di tutte le branche; questa la ricetta di B.P. per la felicità, questo l’insegnamento che Gesù ci ha portato. Cammino, la cui adesione completa tende alla realizzazione di entrambi i comandamenti di

Gesù, perché soltanto avendo una relazione profonda con Dio si può amare pienamente il prossimo e farsi suo servo. La Buona Azione quotidiana è uno degli strumenti che lo scoutismo utilizza per permettere fin da bambini di prendere confidenza col farsi prossimo, col rendersi utili agli altri in modo gratuito e paziente. È così che già da lupetti e coccinelle ci si impegna nel fare un’azione a vantaggio di qualcuno ogni giorno e ad aiutare il prossimo in ogni circostanza. Ogni giorno ognuno di noi ha la possibilità di rendersi utile agli altri. Decine di buone azioni ci passano davanti agli occhi… ma poche sono quelle che percepiamo e ancor meno quelle che, rimboccandoci le maniche, siamo disposti a fare. Ecco quindi che Baden Powell ci viene in aiuto per darci un semplice ma prezioso consiglio. Buona lettura e buona “Buona Azione”! Una volta, mentre guidavo la macchina, superai un uomo su una strada assolata e polverosa; e, dopo averlo superato, mi chie­ si se non avessi potuto offrirgli un passaggio. Poi però pensai che probabilmente era diretto a qualche casa poco più avanti lungo la strada. Però, via via che

andavo avanti sulla strada, non vedevo nessuna casa e nessun incrocio; ne dedussi che quel po­ veraccio avrebbe dovuto cammi­ nare per un lungo tratto di strada nella polvere, mentre io avrei po­ tuto dargli un passaggio. Mentre ero assorto in questi pensieri, la macchina mi portava velocemen­ te chilometri e chilometri lontano da quel posto. Alla fine mi decisi a tornare indietro e a compiere una Buona Azione nei confronti di quell’uomo. Ma ormai ero an­ dato così lontano che, quando tornai al punto dove mi aspettavo di trovarlo, non era più in vista. Evidentemente aveva preso una scorciatoia attraverso i campi. Non l’ho mal più rivisto. Il ricordo di quest’episodio è rimasto a lun­ go nella mia mente e da allora, quando guido, ogni volta che si è presentata l’occasione, non ho messo tempo in mezzo nel deci­ dere di dare un passaggio ad un viandante stanco. Perciò, non la­ sciatevi mai sfuggire l’occasione di compiere una Buona Azione, altrimenti potreste pentirvene, perché essa potrebbe non ripre­ sentarsi. Il vostro motto dovreb­ be essere: “Facciamolo subito”. (Tratto da L’educazione non fini­ sce mai di Baden Powell) Orso Laborioso

Ottobre 2018


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associazioni

ACLI albinesi CIRCOLI DI R-ESISTENZA

Il circolo Acli di Albino, in collaborazione con la sede di Bergamo, organizza anche quest’anno l’iniziativa “CIRCOLI DI R-ESISTENZA”. Si tratta di un ciclo di quattro incontri aperto a tutti previsto presso la nostra sede di piazza San Giuliano con date e orari da stabilire. Al centro della riflessione di gruppo un testo scritto da due figure particolari: Lidia Maggi, teologa, biblista e Pastora Battista, da sempre impegnata nel dialogo ecumenico e interreligioso e Carlo Petrini fondatore di Slow Food, profondo conoscitore della gastronomia e dell’agronomia. Il libro, che ha per titolo “Accarezzare la terra - Meditazione sul futuro del pianeta”, verrà distribuito a tutti i partecipanti che saranno invitati a versare, a titolo di contributo, 7 Euro. Ogni gruppo sarà composto da un minimo di otto e un massimo di quindici partecipanti e la gestione degli incontri verrà affidata ad un “facilitatore” scelto tra i membri del gruppo stesso. Coloro che sono interessati possono contattare il nostro consigliere Antonio Camisa presente presso il Patronato Acli di Piazza Giorgio La Pira, nei giorni di apertura, al mattino dalle 10 alle 11.

COLLABORAZIONE

Proseguendo nella opportuna e lodevole collaborazione fra il Centro Anziani e la Federazione

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Rubrica a cura del Circolo “Giorgio La Pira” Anziani e Pensionati delle Acli di Albino, venerdì 19 ottobre si è tenuto il secondo incontro aperto a tutti sul Tema: “Prevenire è meglio che curare. Educazione e orientamento all’alimentazione”. Si è inteso così far conoscere il problema per saperlo affrontare nel giusto modo. Relatrice Mazzoni Daniela, docente universitaria ed esperta in geriatria, che ha evidenziato ed approfondito l’argomento.

FIDUCIA

Emmanuel Mounier, pubblicista e filosofo francese, fondatore della rivista ”Esprit” che divenne l’organo più combattivo del movimento cattolico d’avanguardia in Francia, ci ha lasciato questo pensiero. “Dio passa attraverso le ferite”. Ci sembra profonda e consolante questa riflessione del grande scrittore, perché ci invita ad avere fiducia, anzi certezza, nell’amore che Dio ha per i suoi figli. È Lui che lenisce le nostre ferite, quelle che ci fanno soffrire mentalmente e fisicamente e che certe volte fatichiamo a capire e a sopportare. Ed è sicuramente solo la fiducia e la speranza nel Dio misericordioso (come dice sempre papa Francesco)che ci aiuta a superare le difficoltà che fanno parte della vita di ciascuno di noi. Per le Acli Albinesi Gi.Bi.

Amministrare il proprio comune. Istruzioni per l’uso Percorso formativo, promosso delle ACLI, rivolto ai giovani tra i 18 e i 35 anni.

Ottobre 2018


CASA FUNERARIA di ALBINO GENERALI ONORANZE FUNEBRI pcp srl, società di servizi funebri che opera con varie sedi attive sul territorio da più di 60 anni, nata dalla fusione di imprese storiche per offrire un servizio più attento alle crescenti esigenze dei dolenti, ha realizzato ad Albino la nuova casa funeraria. La casa funeraria nasce per accogliere una crescente richiesta da parte dei famigliari che nel delicato momento della perdita di una persona cara si trovano ad affrontare una situazione di disagio oltre che di dolore nell’attesa del funerale. Il disagio potrebbe derivare dalla necessità di garantire al defunto un luogo consono, sia dal punto di vista funzionale che sanitario e permettere alle persone a lui vicine di poter manifestare il loro cordoglio con tranquillità e discrezione. Spesso si manifesta la necessità di trasferire salme in strutture diverse dall’abitazione per ragioni di spa-

zio, climatiche igienico sanitarie. Ad oggi le strutture ricettive per i defunti sono poche ed il più delle volte improvvisate, come ad esempio le chiesine di paese, che sono state realizzate per tutt’altro scopo e certamente non garantiscono il rispetto delle leggi sanitarie in materia. Dal punto di vista tecnico la casa funeraria è stata costruita nel rispetto delle più attuali norme igienico-sanitarie ed è dotata di un sistema di condizionamento e di riciclo dell’aria specifico per creare e mantenere le migliori condizioni di conservazione della salma. La struttura è ubicata nel centro storico della città di Albino, in un edificio d’epoca in stile liberty che unisce funzionalità e bellezza estetica. Gli arredi interni sono stati curati nei minimi dettagli; grazie alla combinazione di elementi come il vetro e il legno, abbiamo ottenuto un ambiente luminoso e moderno, elegante ma sobrio. Lo spazio è suddiviso in 4 ampi appartamenti, ognu-

no dei quali presenta un’anticamera separata dalla sala nella quale viene esposta la salma, soluzione che garantisce di portare un saluto al defunto rispettando la sensibilità del visitatore. Ogni famiglia ha a disposizione uno spazio esclusivo contando sulla totale disponibilità di un personale altamente qualificato in grado di soddisfare ogni esigenza.

FUNERALE SOLIDALE Il gruppo GENERALI ONORANZE FUNEBRI, presente sul territorio con onestà e competenza, mette a disposizione per chi lo necessita un servizio funebre completo ad un prezzo equo e solidale che comprende: - Cofano in legno (abete) per cremazione e/o inumazione; - Casa del commiato comprensiva di vestizione e composizione della salma, carro funebre con personale necroforo; - Disbrigo pratiche comunali.

Antonio Mascher  335 7080048 ALBINO - Via Roma 9 - Tel. 035 774140 - 035 511054 - pcp@generalipcp.it - www.generalipcp.it


dall’anagrafe parrocchiale

Anniversari

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Da luglio a ottobre... ... sono rinati nel Battesimo - Edoardo Signori

- Carolina Mascher

- Anna Maria Cucchi

- Anita Ratti

- Beatrice Sveva Piantoni

- Azzurra Busnelli

- Giovanni Bonanomi

- Anna Marinoni

- Giulia Comi

- Damiano Scaburri

... si sono uniti in matrimonio Emilia Signori ved. Persico

1° anniversario “Vi amerò da cielo come vi ho amato sulla terra”

Giuseppe Cannistraro 6° anniversario “Gioisca il mio cuore nella Tua salvezza”

- Marco Gualandris e Giulia Birolini - Diego Acerbis e Astrid Bonini - Alex Cortinovis e Camilla Carrara - Simone Birolini e Laura Tambone - Luca Birolini e Sigrid Verena Hollenbach - Gianluca Nucci e Elena Palazzi

... sono tornati alla casa del Padre

Carillo Gnecchi

7° anniversario Un ricordo e una preghiera

Renzo Testa

13° anniversario Il tempo trascorre nella percezione della tua costante presenza tra noi

- Giuseppe Suagher

- Maria Limonta

- Ercole Zambonelli

- Maddalena Manfroi

- Teresina Goisis

- Alfredo Piantoni

- Serafino Piccinini

- Angelo Bellini

- Luigia Carrara

- Alberto Usubelli

- Daniele Pezzoni

- Luigi Gamba

- Franco Ghilardini

- Aldo Frigerio

- Maria Signori

- Fiorenzo Palazzi

Per la pubblicazione delle fotografie dei propri cari defunti, rivolgersi all’edicola “Buona stampa”.

Febbraio 2018


“Rischiate, andate avanti! Sarò felice di vedervi correre più forte di chi nella Chiesa è un po’ lento e timoroso, attratti da quel volto tanto amato, che adoriamo nella santa eucaristia e riconosciamo nella carne del fratello sofferente. Lo Spirito Santo vi spinga in questa corsa in avanti. La Chiesa ha bisogno del vostro slancio, delle vostre intuizioni, della vostra fede”. (Papa Francesco con i 70.000 giovani italiani sabato 11 agosto al Circo Massimo)

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Albino comunità viva - ottobre 2018  

Giornale della comunità parrocchiale di San Giuliano in Albino. Numero 8, ottobre 2018.

Albino comunità viva - ottobre 2018  

Giornale della comunità parrocchiale di San Giuliano in Albino. Numero 8, ottobre 2018.

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