Issuu on Google+

famiglia nostra w educare

marzo 2011

rivista mensile anno 2011 poste italiane s.p.a. spedizione in abbonamento postale - D.L. 353/2003 (conv. In L. 27/02/2004 n 46) art.1, comma 2, DCB (filiale di bergamo)

r i v i s ta d e l l a g e n t e , d e i r e l i g i o s i , d e l l e r e l i g i o s e s a c r a fa m i g l i a

Con Fabio la prima esperienza di noviziato internazionale della Congregazione


Editoriale

È

un mese speciale questo marzo per noi italiani. Giovedì 17 marzo ricordiamo e festeggiamo l’Unità d’Italia conclusasi proprio il 17 marzo 1861. Oggi molti, soprattutto le giovani generazioni, si interrogano se abbia ancora senso questa Unità e se sia ancora necessario appartenere alla Comunità nazionale nel nuovo mondo globalizzato e frammentato. Crediamo che siano domande che non sono frutto di apatia e di indifferenza, ma dovute all’incertezza del domani e del futuro dei singoli e della nostra società. Noi con Niccolò Fabrizi –che, come rappresentante degli studenti delle scuole superiori di Bergamo, ha salutato il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano durante le celebrazioni del 150° dell’Unità d’Italia a Bergamo- crediamo, festeggeremo e ricorderemo l’Unità: perché «sentiamo il bisogno di un nuovo slancio, di una reazione al pessimismo e alla deriva individualistica, desideriamo ripartire. […] Ma in un mondo in cui la vera ricchezza è la conoscenza, la motivazione, l’iniziativa, è essenziale ritrovare il nostro bagaglio culturale, la nostra storia. Dalle nostre radici possiamo trovare idee e stimoli per essere ancora protagonisti del nostro domani e poter dialogare, confrontarci, competere con le molteplici culture e società del pianeta. Sulle nostre radici possiamo costruire un nuovo sentimento di appartenenza alla nazione e ritrovare un nuovo senso del dovere civile e l’orgoglio di essere italiani ed europei». Noi crediamo all’Unità d’Italia, così come stiamo dalla parte di coloro che ‘fanno’ e costruiscono l’unità quotidianamente nei luoghi di vita come in quelli di lavoro, nei luoghi civili come in quelli ecclesiali, nel piccolo paese come nel mondo; nel proprio cuore come in Mozambico (come ci racconta Fabio a pagina 6-7). Continuiamo a credere che questo è il ‘sogno di Dio, che Gesù ha respirato nella sua vita a Nazaret con la Santa Famiglia di Giuseppe e Maria e che per realizzare questo sogno è necessario cambiare il cuore, abbandonare i vizi (come raccontiamo a pagina 4-5). … E intanto ci prepariamo a festeggiare (nel 2013) anche i 150 anni della nostra Congregazione maschile!

2

«La creazione geme le doglie del parto» p. Roberto Maver

Superiore della regione del Brasile

famiglianostra

La campagna di fraternità della Chiesa del Brasile per la Quaresima 2011

L

a consapevolezza che la fede ha profondamente a che fare con la vita della persona umana e della società è alla base della campagna di fraternità promossa quest’anno dalla chiesa brasiliana. Come ogni anno, infatti, anche quest’anno la CNBB (Conferenza Nazionale dei Vescovi Brasiliani) ha promosso la campagna di fraternità. Si tratta di una massiccia opera di sensibilizzazione su un tema ‘pratico’ della vita credente che ogni domenica della quaresima gli operatori pastorali propongono ai fedeli con riflessioni, materiale divulgativo e con la promozione di una grande colletta di solidarietà nella domenica delle Palme. Il tema proposto per questa quaresima prende spunto da un versetto della lettera ai Romani che recita LA CREAZIONE GEME PER I DOLORI DEL PARTO (Rm. 8,22). Partendo dai fatti che toccano direttamente la vita dei brasiliani (inondazioni e tragedia di Rio de Janeiro dello scorso gennaio, il disboscamento dell’Amazonia, l’inquinamento, il surriscaldamento globale, la questione energetica, la preservazione delle biodiversità…) la Chiesa vuole aiutare le persone a riflettere sull’importanza di aver cura della natura e dell’ambiente. Non è la prima volta che la campagna di fraternità prende di mira i temi ambientali: nel 2002 il tema fu: “I MALI DELLA TERRA”, nel 2004 “L’ACQUA” e nel 2007 “L’AMAZZONIA”. Ci si può chiedere, perché tanta attenzione alla natura? Circa l’interesse per l’ambiente e la natura c’è da dire che il Brasile si rende perfettamente conto della abbondanza che Il Signore ha donato al suo territorio. È il paese con la foresta più grande al mondo, che ha la maggior quantità di acqua dolce, che ha il terzo più grande giacimento di petrolio, che ha 5 differenti ecosistemi… insomma un paese ricco di materie prime di fondamentale importanza per la vita non solo della nazione ma del sistema terrestre tutto. Ma il Brasile si rende anche conto, non sempre sufficientemente, della fragilità di tutto questo, di come politiche sbagliate

possano minacciare questa ricchezza, di come interessi nazionali e stranieri possano sfruttare queste risorse creando controeffetti disastrosi. La Campagna di fraternità vuole allora offrire uno spunto di riflessione per sensibilizzare attorno alla responsabilità di ciascuno su questi temi. Troppo spesso si ritiene che le soluzioni siano a carico dei politici, delle multinazionali, dei poteri forti. Certamente loro hanno un ruolo fondamentale nella soluzione dei macro problemi (si consideri, a mo’ di esempio, che solo il 40 % delle famiglie ha un collegamento con la fognatura pubblica e che il 90 % di questi collegamenti non passa attraverso un processo di depurazione prima di entrare nei fiumi) ma è innanzitutto un problema di cultura e di convinzione. Tra le indicazioni pratiche che la campagna cerca di far passare ci sono: l’eliminazione delle borsette di plastica (in Brasile ogni anno si consumano 15 miliardi di borsette di plastica), la consumazione di prodotti locali, l’uso adeguato degli elettrodomestici, l’uso dell’energia solare, l’uso del gas o dell’alcool per le automobili, la conservazione degli alimenti in conteni-

tori di vetro e non di plastica, lampade economiche, raccolta differenziata… e molti altri. Sì, cose molto interessanti e utili, ma, che legame c’è con la fede? Perché tocca alla Chiesa parlare di questo? E perché durante la Quaresima? La Chiesa desidera promuovere una attente riflessione su questi temi perché considera l’uomo un anello importante, ma non unico, della grande rete cosmica. Il rispetto all’ambiente è una risposta all’amore di Dio creatore. Insieme con il Creatore il cristiano è chiamato a salvaguardare il diritto e la dignità della vita delle future generazioni. Se crediamo in Dio dobbiamo capire che tutti gli anelli che compongono il creato hanno la loro dignità e l’uomo deve assumere la sua responsabilità. Il tempo della quaresima diventa allora un momento propizio per rituffarsi nella teologia della creazione e scoprirsi dono del Padre. È Dio che chiama ogni cosa all’esistenza attraverso una parola che si fa dialogo e corresponsabilità. Nel suo “Primogenito” il Padre indica la relazione filiale di ogni uomo e di tutta la creazione “Gesù è l’immagine del Dio

marzo

invisibile, Primogenito di tutta la creazione; poiché in lui sono stati creati tutti gli esseri nei cieli e sulla terra, i visibili e gli invisibili: Troni, Signorie, Prìncipi, Potenze. Tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui” (Col. 1,15-16). È un invito a riconciliarsi con la natura, a dialogare con l’ambiente, a custodire la casa che ci ospita, a pensare al nostro futuro e a quello dei nostri figli. Anche questo è essere cristiani. Sentire e prendersi cura di questa “madre” che oggi più che mai geme per i dolori del parto. La figura che la campagna offre come esempio è San Francesco di Assisi. Il suo Cantico delle creature interpreta molto bene questo dialogo armonioso e comunionale con le creature. Sia uno spunto per far assumere alla nostra quaresima un respiro cosmico.

brasile 3


Editoriale

È

un mese speciale questo marzo per noi italiani. Giovedì 17 marzo ricordiamo e festeggiamo l’Unità d’Italia conclusasi proprio il 17 marzo 1861. Oggi molti, soprattutto le giovani generazioni, si interrogano se abbia ancora senso questa Unità e se sia ancora necessario appartenere alla Comunità nazionale nel nuovo mondo globalizzato e frammentato. Crediamo che siano domande che non sono frutto di apatia e di indifferenza, ma dovute all’incertezza del domani e del futuro dei singoli e della nostra società. Noi con Niccolò Fabrizi –che, come rappresentante degli studenti delle scuole superiori di Bergamo, ha salutato il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano durante le celebrazioni del 150° dell’Unità d’Italia a Bergamo- crediamo, festeggeremo e ricorderemo l’Unità: perché «sentiamo il bisogno di un nuovo slancio, di una reazione al pessimismo e alla deriva individualistica, desideriamo ripartire. […] Ma in un mondo in cui la vera ricchezza è la conoscenza, la motivazione, l’iniziativa, è essenziale ritrovare il nostro bagaglio culturale, la nostra storia. Dalle nostre radici possiamo trovare idee e stimoli per essere ancora protagonisti del nostro domani e poter dialogare, confrontarci, competere con le molteplici culture e società del pianeta. Sulle nostre radici possiamo costruire un nuovo sentimento di appartenenza alla nazione e ritrovare un nuovo senso del dovere civile e l’orgoglio di essere italiani ed europei». Noi crediamo all’Unità d’Italia, così come stiamo dalla parte di coloro che ‘fanno’ e costruiscono l’unità quotidianamente nei luoghi di vita come in quelli di lavoro, nei luoghi civili come in quelli ecclesiali, nel piccolo paese come nel mondo; nel proprio cuore come in Mozambico (come ci racconta Fabio a pagina 6-7). Continuiamo a credere che questo è il ‘sogno di Dio, che Gesù ha respirato nella sua vita a Nazaret con la Santa Famiglia di Giuseppe e Maria e che per realizzare questo sogno è necessario cambiare il cuore, abbandonare i vizi (come raccontiamo a pagina 4-5). … E intanto ci prepariamo a festeggiare (nel 2013) anche i 150 anni della nostra Congregazione maschile!

2

«La creazione geme le doglie del parto» p. Roberto Maver

Superiore della regione del Brasile

famiglianostra

La campagna di fraternità della Chiesa del Brasile per la Quaresima 2011

L

a consapevolezza che la fede ha profondamente a che fare con la vita della persona umana e della società è alla base della campagna di fraternità promossa quest’anno dalla chiesa brasiliana. Come ogni anno, infatti, anche quest’anno la CNBB (Conferenza Nazionale dei Vescovi Brasiliani) ha promosso la campagna di fraternità. Si tratta di una massiccia opera di sensibilizzazione su un tema ‘pratico’ della vita credente che ogni domenica della quaresima gli operatori pastorali propongono ai fedeli con riflessioni, materiale divulgativo e con la promozione di una grande colletta di solidarietà nella domenica delle Palme. Il tema proposto per questa quaresima prende spunto da un versetto della lettera ai Romani che recita LA CREAZIONE GEME PER I DOLORI DEL PARTO (Rm. 8,22). Partendo dai fatti che toccano direttamente la vita dei brasiliani (inondazioni e tragedia di Rio de Janeiro dello scorso gennaio, il disboscamento dell’Amazonia, l’inquinamento, il surriscaldamento globale, la questione energetica, la preservazione delle biodiversità…) la Chiesa vuole aiutare le persone a riflettere sull’importanza di aver cura della natura e dell’ambiente. Non è la prima volta che la campagna di fraternità prende di mira i temi ambientali: nel 2002 il tema fu: “I MALI DELLA TERRA”, nel 2004 “L’ACQUA” e nel 2007 “L’AMAZZONIA”. Ci si può chiedere, perché tanta attenzione alla natura? Circa l’interesse per l’ambiente e la natura c’è da dire che il Brasile si rende perfettamente conto della abbondanza che Il Signore ha donato al suo territorio. È il paese con la foresta più grande al mondo, che ha la maggior quantità di acqua dolce, che ha il terzo più grande giacimento di petrolio, che ha 5 differenti ecosistemi… insomma un paese ricco di materie prime di fondamentale importanza per la vita non solo della nazione ma del sistema terrestre tutto. Ma il Brasile si rende anche conto, non sempre sufficientemente, della fragilità di tutto questo, di come politiche sbagliate

possano minacciare questa ricchezza, di come interessi nazionali e stranieri possano sfruttare queste risorse creando controeffetti disastrosi. La Campagna di fraternità vuole allora offrire uno spunto di riflessione per sensibilizzare attorno alla responsabilità di ciascuno su questi temi. Troppo spesso si ritiene che le soluzioni siano a carico dei politici, delle multinazionali, dei poteri forti. Certamente loro hanno un ruolo fondamentale nella soluzione dei macro problemi (si consideri, a mo’ di esempio, che solo il 40 % delle famiglie ha un collegamento con la fognatura pubblica e che il 90 % di questi collegamenti non passa attraverso un processo di depurazione prima di entrare nei fiumi) ma è innanzitutto un problema di cultura e di convinzione. Tra le indicazioni pratiche che la campagna cerca di far passare ci sono: l’eliminazione delle borsette di plastica (in Brasile ogni anno si consumano 15 miliardi di borsette di plastica), la consumazione di prodotti locali, l’uso adeguato degli elettrodomestici, l’uso dell’energia solare, l’uso del gas o dell’alcool per le automobili, la conservazione degli alimenti in conteni-

tori di vetro e non di plastica, lampade economiche, raccolta differenziata… e molti altri. Sì, cose molto interessanti e utili, ma, che legame c’è con la fede? Perché tocca alla Chiesa parlare di questo? E perché durante la Quaresima? La Chiesa desidera promuovere una attente riflessione su questi temi perché considera l’uomo un anello importante, ma non unico, della grande rete cosmica. Il rispetto all’ambiente è una risposta all’amore di Dio creatore. Insieme con il Creatore il cristiano è chiamato a salvaguardare il diritto e la dignità della vita delle future generazioni. Se crediamo in Dio dobbiamo capire che tutti gli anelli che compongono il creato hanno la loro dignità e l’uomo deve assumere la sua responsabilità. Il tempo della quaresima diventa allora un momento propizio per rituffarsi nella teologia della creazione e scoprirsi dono del Padre. È Dio che chiama ogni cosa all’esistenza attraverso una parola che si fa dialogo e corresponsabilità. Nel suo “Primogenito” il Padre indica la relazione filiale di ogni uomo e di tutta la creazione “Gesù è l’immagine del Dio

marzo

invisibile, Primogenito di tutta la creazione; poiché in lui sono stati creati tutti gli esseri nei cieli e sulla terra, i visibili e gli invisibili: Troni, Signorie, Prìncipi, Potenze. Tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui” (Col. 1,15-16). È un invito a riconciliarsi con la natura, a dialogare con l’ambiente, a custodire la casa che ci ospita, a pensare al nostro futuro e a quello dei nostri figli. Anche questo è essere cristiani. Sentire e prendersi cura di questa “madre” che oggi più che mai geme per i dolori del parto. La figura che la campagna offre come esempio è San Francesco di Assisi. Il suo Cantico delle creature interpreta molto bene questo dialogo armonioso e comunionale con le creature. Sia uno spunto per far assumere alla nostra quaresima un respiro cosmico.

brasile 3


quaresima 2011

I vizi capitali. Il fascino del male. a cura della Comunità di Orzinuovi

4

famiglianostra

superbia leone

U

no dei personaggi della vita di Gesù, che si rende presente soprattutto nel tempo della sua ‘passione’ è il Male, l’antiCristo, il ‘diavolo’ (=colui che divide). È proprio l’opposto di Gesù che è l’uomo che nella fiducia in Dio ha posto la sua esistenza e che nella custodia della fraternità ha fatto la sua ragione di esistere. Il Male. Apparentemente sembra non esista! Tuttavia lascia segni evidenti sul nostro corpo e nel nostro cuore; nelle nostre relazioni familiari, educative e sociali; nella ‘schizofrenia’ della nostra vita. Come riconoscerlo dunque? Come si manifesta nella vita degli umani nel rapporto con il proprio corpo, il cibo e la sessualità? Con il tempo, con Dio, con gli altri? Per riconoscere il Male siamo aiutati non solo dalla legge dell’amore di Gesù, dai dieci comandamenti (‘le parole dell’alleanza’, ‘le dieci parole’, cf Esodo 34,28) ma anche dall’analisi del nostro cuore nel quale abitano i ‘vizi’. In ciò il racconto di Antonio -un cristiano autentico del IV secolo- tentato nel deserto è da ogni sorta di ‘bestie selvatiche’ e che ingaggia ‘un corpo a corpo contro di loro’, è divenuto paradigmatico per dare illustrazione dei ‘vizi’, affascinando e coinvolgendo pittori e letterati di ogni epoca. Le ‘bestie selvatiche’ altro non sono che i ‘vizi’, la perversione dei sentimenti, la pretesa del ‘tutto e subito’ e l’arroganza di chi esige soddisfazione senza tenere conto degli altri. Il primo ad elaborare una dottrina sui vizi capitali -assenti dalle Scritture e dalle prime riflessioni patristiche- fu Evagrio Pontico, eremita nel deserto egiziano. Ancora oggi ci riferiamo alle sue analisi di finissima psicologia. Come itinerario di Quaresima, presentiamo i vizi capitali così come lo scultore Gregorio Cividini di Martinengo li ha raccontati sulle maniglie delle porte della Chiesa della Santa Famiglia della Comunità di Orzinuovi. Egli partendo da un affresco della Chiesa in San Fiorenzo a Bastia (CN) del 1472 ha elaborato le sue ‘bestie’. Il primo vizio e da cui nascono tutti gli altri è la ‘superbia’ che è la volontà di vivere la vita come proprietà propria più che sotto la fiducia di Dio. La superbia (una scultura ancora da realizzare) è una parodia del leone è diventerà un candelabro. Ogni vizio è realizzato in legno e porta una sbarra di ferro in verticale e in orizzontale: sono i due bracci della croce di Cristo. Ogni vizio inoltre rimanda a desideri più profondi del cuore dell’uomo. Li dobbiamo quindi non solo stigmatizzare, ma anche interrogare per capire che cosa desideriamo più profondamente. E poiché il tempo di Quaresima è e un tempo di profonda revisione di vita e di attenta vigilanza dei comportamenti, cogliamo questa occasione per riflettere e meditare sui ‘propri vizi’.

La superbia -da cui nascono tutti i gli altri vizi: l’avarizia, la lussuria, l’invidia, la gola, l’ira, l’accidia/la pigrizia- è come un leone: tutta criniera come un pallone, due zampe possenti pronto ad aggredire. La superbia è il contrario della fede, della fiducia nella vita e della fede in Dio. La superbia è comportamento di chi mette il solo proprio IO al centro disconoscendo la propria creaturalità, il debito della coscienza da una promessa. La superbia trascina con sé una costellazione di peccati: l’orgoglio, l’arroganza, l’arbitrio, la tracotanza, l’apparenza esteriore, il desiderio di abbassare gli altri per emergere. Il fenomeno sociale è rappresentato dalla discriminazione. Il miglior antidoto per la superbia è coltivare la mitezza purché non la si scambi con la ritrosia, la timidezza o la mediocrità; con la paura di impegnarsi, di confrontarsi apertamente e lealmente con gli altri; con la vigliaccheria e l’incapacità di donare con le parole e i gesti il positivo di cui siamo portatori.

Un itinerario per la quaresima. avarizia lussuria

rospo invidia

sparviero ira

cinghiale

È un rospo con una bocca ‘tagliola’. Occhi grandi, gambe piccole, così avida che si è mangiato anche il corpo. L’avarizia riguarda il denaro e tutto ciò che esso significa: potere, stima, onore. Dice di chi ha un amore smisurato e ossessivo per il denaro, radice di tutti i mali. Rivela il tentativo (illusorio) di possedere e godere della la vita, attraverso i soldi. Gregorio Magno osserva che l’avarizia ha ‘sette figlie’: la «durezza del cuore che impedisce di dare ai poveri», la «eccessiva ansia nel ricercare le ricchezze», la «violenza», l’«inganno», lo «spergiuro», la «frode», il «tradimento» cioè i mezzi illeciti per impossessarsi delle ricchezze.

L’invidia è uno sparviero non contento di sé che trova ossessivamente e illusoriamente nell’altro la sua identità, sua maschera. L’invidia riguarda la mancanza di fiducia in sé. È figlia della frustrazione e di un senso di impossibilità a realizzarsi che si traduce in un odio distruttivo verso l’altro. È un sentimento doloroso le cui radici affondano nel profondo di noi stessi: il bisogno di riconoscimento. Quando questo manca, l’identità si fa più incerta, sbiadisce, si atrofizza ed entra in scena l’invidia che salvaguarda sé nella demolizione dell’altro.

L’ira è un cinghiale fremente sdegno e ira, pronto all’attacco. Il coltello conficcato nel volto lo rende ancora più aggressivo. L’ira «tra i vizi capitali» oppure «tra i sacramenti come sostiene Giuseppe Giusti, tra il serio e il faceto? Fin dall’antichità si distingue tra lo sdegno come impulso naturale e il suo uso, che può essere in modo giusto o sbagliato, debito o indebito, buono o cattivo nei fini e nei mezzi. In questo secondo caso l’irascibilità (ira) diventa peccaminosa e viziosa, iracondia (ira mala) che, per odio, nel suo desiderio di distruzione, mira comunque a produrre danno, nutrendosi di invidia, di ‘occhio cattivo’.

caprone gola

maiale accidia

asino marzo

5

È un caprone che vanitosamente si specchia nella propria immagine. La lussuria riguarda la sessualità e la sua riduzione a genitalità, e la ricerca dell’altro solo come oggetto sessuale e lo stordimento degli affetti come compiacimento erotico. L’apprezzamento cordiale del valore dell’eros dentro una autentica relazione tra uomo e donna permette di non ‘usare’ dell’altro unicamente per il proprio piacere (pornografia, disperazione e rivalsa), ma come altro da sé che ‘mi permette’ di accedere al senso della vita e alla sua bellezza, anche attraverso la sua corporeità.

Il vizio della gola è un maiale con una grande bocca spalancata che non riesce però a gustare ciò che sta girando nella sua bocca. La gola riguarda il mangiare. Mangiare non è un puro e semplice atto biologico di sopravvivenza. Lo stomaco che, gorgogliando, reclama cibo, fa capire quanto siamo fragili e deboli, dipendenti e bisognosi, e così ci insegna a dire grazie. E poi, se «chi è a pancia piena, non pensa a chi l’ha vuota» forse solo una pancia vuota fa capire la stoltezza umana di chi «mangia da solo il suo pane senza che ne mangi l’orfano». Senso del mangiare è la comunione profonda con sé e con gli altri.

L’accidia è un asino affaticato, gravato dal cielo sopra di sé, senza più voglia di ricominciare. L’accidia descrive e sintetizza l’esperienza del desiderio, accompagnato da una certa tristezza, di fuggire dal compito che in quel preciso momento siamo chiamati a svolgere. L’accidia dice la difficoltà di fare oggetto del nostro pensiero e della nostra volontà un bene che non è ancora presente; è un segno del conflitto che può nascere in noi per dover scegliere tra cercare una soddisfazione materiale immediata, pur piccola, e impegnarsi per raggiungerne una più grande, spirituale, ma posta nel futuro.


quaresima 2011

I vizi capitali. Il fascino del male. a cura della Comunità di Orzinuovi

4

famiglianostra

superbia leone

U

no dei personaggi della vita di Gesù, che si rende presente soprattutto nel tempo della sua ‘passione’ è il Male, l’antiCristo, il ‘diavolo’ (=colui che divide). È proprio l’opposto di Gesù che è l’uomo che nella fiducia in Dio ha posto la sua esistenza e che nella custodia della fraternità ha fatto la sua ragione di esistere. Il Male. Apparentemente sembra non esista! Tuttavia lascia segni evidenti sul nostro corpo e nel nostro cuore; nelle nostre relazioni familiari, educative e sociali; nella ‘schizofrenia’ della nostra vita. Come riconoscerlo dunque? Come si manifesta nella vita degli umani nel rapporto con il proprio corpo, il cibo e la sessualità? Con il tempo, con Dio, con gli altri? Per riconoscere il Male siamo aiutati non solo dalla legge dell’amore di Gesù, dai dieci comandamenti (‘le parole dell’alleanza’, ‘le dieci parole’, cf Esodo 34,28) ma anche dall’analisi del nostro cuore nel quale abitano i ‘vizi’. In ciò il racconto di Antonio -un cristiano autentico del IV secolo- tentato nel deserto è da ogni sorta di ‘bestie selvatiche’ e che ingaggia ‘un corpo a corpo contro di loro’, è divenuto paradigmatico per dare illustrazione dei ‘vizi’, affascinando e coinvolgendo pittori e letterati di ogni epoca. Le ‘bestie selvatiche’ altro non sono che i ‘vizi’, la perversione dei sentimenti, la pretesa del ‘tutto e subito’ e l’arroganza di chi esige soddisfazione senza tenere conto degli altri. Il primo ad elaborare una dottrina sui vizi capitali -assenti dalle Scritture e dalle prime riflessioni patristiche- fu Evagrio Pontico, eremita nel deserto egiziano. Ancora oggi ci riferiamo alle sue analisi di finissima psicologia. Come itinerario di Quaresima, presentiamo i vizi capitali così come lo scultore Gregorio Cividini di Martinengo li ha raccontati sulle maniglie delle porte della Chiesa della Santa Famiglia della Comunità di Orzinuovi. Egli partendo da un affresco della Chiesa in San Fiorenzo a Bastia (CN) del 1472 ha elaborato le sue ‘bestie’. Il primo vizio e da cui nascono tutti gli altri è la ‘superbia’ che è la volontà di vivere la vita come proprietà propria più che sotto la fiducia di Dio. La superbia (una scultura ancora da realizzare) è una parodia del leone è diventerà un candelabro. Ogni vizio è realizzato in legno e porta una sbarra di ferro in verticale e in orizzontale: sono i due bracci della croce di Cristo. Ogni vizio inoltre rimanda a desideri più profondi del cuore dell’uomo. Li dobbiamo quindi non solo stigmatizzare, ma anche interrogare per capire che cosa desideriamo più profondamente. E poiché il tempo di Quaresima è e un tempo di profonda revisione di vita e di attenta vigilanza dei comportamenti, cogliamo questa occasione per riflettere e meditare sui ‘propri vizi’.

La superbia -da cui nascono tutti i gli altri vizi: l’avarizia, la lussuria, l’invidia, la gola, l’ira, l’accidia/la pigrizia- è come un leone: tutta criniera come un pallone, due zampe possenti pronto ad aggredire. La superbia è il contrario della fede, della fiducia nella vita e della fede in Dio. La superbia è comportamento di chi mette il solo proprio IO al centro disconoscendo la propria creaturalità, il debito della coscienza da una promessa. La superbia trascina con sé una costellazione di peccati: l’orgoglio, l’arroganza, l’arbitrio, la tracotanza, l’apparenza esteriore, il desiderio di abbassare gli altri per emergere. Il fenomeno sociale è rappresentato dalla discriminazione. Il miglior antidoto per la superbia è coltivare la mitezza purché non la si scambi con la ritrosia, la timidezza o la mediocrità; con la paura di impegnarsi, di confrontarsi apertamente e lealmente con gli altri; con la vigliaccheria e l’incapacità di donare con le parole e i gesti il positivo di cui siamo portatori.

Un itinerario per la quaresima. avarizia lussuria

rospo invidia

sparviero ira

cinghiale

È un rospo con una bocca ‘tagliola’. Occhi grandi, gambe piccole, così avida che si è mangiato anche il corpo. L’avarizia riguarda il denaro e tutto ciò che esso significa: potere, stima, onore. Dice di chi ha un amore smisurato e ossessivo per il denaro, radice di tutti i mali. Rivela il tentativo (illusorio) di possedere e godere della la vita, attraverso i soldi. Gregorio Magno osserva che l’avarizia ha ‘sette figlie’: la «durezza del cuore che impedisce di dare ai poveri», la «eccessiva ansia nel ricercare le ricchezze», la «violenza», l’«inganno», lo «spergiuro», la «frode», il «tradimento» cioè i mezzi illeciti per impossessarsi delle ricchezze.

L’invidia è uno sparviero non contento di sé che trova ossessivamente e illusoriamente nell’altro la sua identità, sua maschera. L’invidia riguarda la mancanza di fiducia in sé. È figlia della frustrazione e di un senso di impossibilità a realizzarsi che si traduce in un odio distruttivo verso l’altro. È un sentimento doloroso le cui radici affondano nel profondo di noi stessi: il bisogno di riconoscimento. Quando questo manca, l’identità si fa più incerta, sbiadisce, si atrofizza ed entra in scena l’invidia che salvaguarda sé nella demolizione dell’altro.

L’ira è un cinghiale fremente sdegno e ira, pronto all’attacco. Il coltello conficcato nel volto lo rende ancora più aggressivo. L’ira «tra i vizi capitali» oppure «tra i sacramenti come sostiene Giuseppe Giusti, tra il serio e il faceto? Fin dall’antichità si distingue tra lo sdegno come impulso naturale e il suo uso, che può essere in modo giusto o sbagliato, debito o indebito, buono o cattivo nei fini e nei mezzi. In questo secondo caso l’irascibilità (ira) diventa peccaminosa e viziosa, iracondia (ira mala) che, per odio, nel suo desiderio di distruzione, mira comunque a produrre danno, nutrendosi di invidia, di ‘occhio cattivo’.

caprone gola

maiale accidia

asino marzo

5

È un caprone che vanitosamente si specchia nella propria immagine. La lussuria riguarda la sessualità e la sua riduzione a genitalità, e la ricerca dell’altro solo come oggetto sessuale e lo stordimento degli affetti come compiacimento erotico. L’apprezzamento cordiale del valore dell’eros dentro una autentica relazione tra uomo e donna permette di non ‘usare’ dell’altro unicamente per il proprio piacere (pornografia, disperazione e rivalsa), ma come altro da sé che ‘mi permette’ di accedere al senso della vita e alla sua bellezza, anche attraverso la sua corporeità.

Il vizio della gola è un maiale con una grande bocca spalancata che non riesce però a gustare ciò che sta girando nella sua bocca. La gola riguarda il mangiare. Mangiare non è un puro e semplice atto biologico di sopravvivenza. Lo stomaco che, gorgogliando, reclama cibo, fa capire quanto siamo fragili e deboli, dipendenti e bisognosi, e così ci insegna a dire grazie. E poi, se «chi è a pancia piena, non pensa a chi l’ha vuota» forse solo una pancia vuota fa capire la stoltezza umana di chi «mangia da solo il suo pane senza che ne mangi l’orfano». Senso del mangiare è la comunione profonda con sé e con gli altri.

L’accidia è un asino affaticato, gravato dal cielo sopra di sé, senza più voglia di ricominciare. L’accidia descrive e sintetizza l’esperienza del desiderio, accompagnato da una certa tristezza, di fuggire dal compito che in quel preciso momento siamo chiamati a svolgere. L’accidia dice la difficoltà di fare oggetto del nostro pensiero e della nostra volontà un bene che non è ancora presente; è un segno del conflitto che può nascere in noi per dover scegliere tra cercare una soddisfazione materiale immediata, pur piccola, e impegnarsi per raggiungerne una più grande, spirituale, ma posta nel futuro.


DIARIO DI CONGREGAZIONE

Su ali d’aquila... Sotto un altro cielo. L’esperienza del Noviziato Internazionale. di Fabio Cappello

V

oglio condividere con voi, cari lettori della nostra rivista, una tappa molto importante del nostro cammino formativo che mi tocca personalmente: l’esperienza del Noviziato Internazionale. Mi trovo attualmente in Mozambico, nella missione di Marracuene in provincia di Maputo, dove vivono e lavorano alcuni Padri della nostra Congregazione. È proprio questa terra africana, lontano da Martinengo e dall’Italia, e questa missione particolare di Marracuene che la Congregazione, attraverso il Superiore generale e il suo Consiglio, ha scelto come luogo adatto e privilegiato per costituire la casa del Noviziato ‘Internazionale’. Internazionale sì, proprio perché si vuole sensibilizzare il candidato alla vita religiosa verso una apertura missionaria che in questi ultimi anni ha preso piede nella nostra Famiglia Religiosa grazie alle missioni che sia in Mozambico che in Brasile stanno incontrando un progressivo e notevole sviluppo nel campo educativo e pastorale. Dunque è in questa terra che da quest’anno tutti i novizi della nostra Congregazione vivranno questa forte esperienza formativa, necessaria per consacrarsi al Signore con la Prima Professione Religiosa dopo un anno di intenso cammino. A partire dal 23 gennaio di quest’anno, festa della nostra Fondatrice e giorno del mio ingresso ufficiale in Noviziato, mi sono concessi 12 mesi per prepararmi alla prossima consacrazione religiosa. Ci sono molti modi per descrivere il Noviziato, ma mi piace cominciare con le parole della nostra Fondatrice. Per lei «il Noviziato è un tempo in cui ci si prepara per arrivare alla piena conoscenza del mistero di amore del Padre rivelatosi in Gesù. Esso porta all’amore del Signore, necessario ad una scelta consapevole, libera, gioiosa di Lui ...». Sí, diciamo che è un tempo di fidanzamento, per conoscere intimamente Gesù, per poterlo poi scegliere come il tutto della propria esistenza. È il tempo di rimanere

presso di Lui, come i due discepoli del Battista che lo seguirono (Gv 1,39), per poi rimanere in Lui come il tralcio nella vite (Gv 15,1-11). Ma è necessario affrontare la prova del deserto, cioé del silenzio, della preghiera, dell’essenzialità e della sobrietà di vita, per riscoprire l’unico centro della vita del religioso Sacra Famiglia che è Gesù Cristo povero, casto e obbediente. Così come si scava un pozzo per trovare l’acqua, il novizio deve scavare dentro se stesso per far scaturire il dono della sua vocazione. Sostanzialente il Noviziato è un battesimo non dal punto di vista sacramentale, ma simbolicamente come un passaggio, che dura un anno, ma che richiama il battesimo di Gesù al Giordano: « uscito dall’acqua si udí una voce dal cielo che disse: Tu sei il mio Figlio, l’amato, e in te mi sono compiaciuto». Il segreto per vivere questa esperienza di fede è ascoltare e confidare in quella Voce che ti chiama

Figlio, e da lì sarà possibile dire con Maria: « Eccomi Padre, sono il tuo servo, si compia in me la tua volontà». Il Noviziato è dunque l’esercizio del vivere quotidiano sotto lo sguardo del Padre, proprio come Gesù ha fatto per trent’anni a Nazaret prima del suo battesimo e prima di cominciare la sua missione; come tutti gli esercizi richiede sforzo, volontà e docilità in questo caso a lasciarsi plasmare come argilla fra le mani del vasaio. In questo cammino sono perciò accompagnato dal mio Padre Maestro Gianmarco Paris, Rettore di questa casa di formazione e Superiore Locale della comunità missionaria. Egli, come angelo accompagnatore, con il suo esempio, la sua umanità e la sua paziente opera di cesellatura sarà, come amava dire la Fondatrice «canale dal quale sarà trasfuso lo spirito dell’Istituto». Di fronte a questa dono che la Congregazione mi ha

offerto, voglio ringraziare il Signore perché questa è un’ opportunità unica e speciale per conoscerlo sempre di più in un contesto di vita sobrio e affascinante come è la missione di Marracuene, e sopratutto posso sperimantare la grazia di sentirmi parte della ‘Sacra Famiglia’ in questo tempo di maturazione e di conoscenza profonda del carisma di Congregazione. Sono arrivato in Mozambico il giorno del mio compleanno: il 25 settembre dell’anno scorso e, fortunatamente, prima di cominciare il Noviziato ho avuto quattro mesi per affrontare l’impatto forte del trasferimento da una terra, dove si è vissuti per 30 anni vicino ai propri cari, a una terra totalmente nuova, di diversa cultura, razza e lingua. In questo tempo preparatorio ho potuto guardarmi intorno, da straniero far conoscenza con questo popolo, sentendomi chiamare ‘mulungu’ che nel dialetto loca-

le significa “uomo bianco”. Pian piano ho cominciato a mettermi in gioco con le mie capacità per interagire con i ragazzi e i bambini della missione, conoscere la mia nuova comunità di padri e seminaristi dai quali sono stato accolto benissimo, e svolgere vari lavori nella missione, e qui di lavoro ce n’é tanto. Nel frattempo ho rigorosamente imparato la lingua portoghese. Devo dire che qui si nasconde qualcosa di magico, infatti avevo quasi perso l’abitudine ad un contatto così diretto con la natura, la quale circonda e colora il tutto e invita a contemplare le meraviglie del Creato; il clima, che è sempre dai quindici gradi in sù, invita a uscire e vivere la giornata all’aperto e la tranquillità di questa casa di formazione, senza troppe distrazioni, aiuta davvero a vivere il tempo del Noviziato con maggiore predisposizione e ad aprire maggiormente il cuore alla riflessione. La po-

vertà e la naturalezza di questa terra mozambicana sono uno stimolo a riscoprire le cose essenziali della vita e a vivere relazioni vere dove c’è spazio per la fraternità e la carità. Ci sarebbero molte cose da dire, ma l’esperienza che sto vivendo mi spinge ad invitarvi qualche volta a pensare ai religiosi e a noi formandi che siamo qui come ‘inviati’ per condividere il Vangelo dell’educazione con questo popolo, crescere insieme a loro e ravvivare sempre di più il dono della vocazione che c’è in ciascuno di noi. Per salutarvi vi offro le parole di un canto portoghese (qui sotto) che accompagna il senso di questa mia lettera e, chiedendovi una preghiera per il mio cammino, vi affido al Signore e alla nostra Fondatrice Santa Paola Elisabetta Cerioli, sentendoci sempre parte di questa grande famiglia che è la Sacra Famiglia. Grazie!

Piccola aquila Mi hai fatto come una delle tue creature, col desiderio di amare piccola aquila nata nelle alture col desiderio di volare mi sono accorta che le mie penne già crescevano e che ho bisogno di aprire le ali e tentare se non tento, non saprò come si vola non è un caso che sono nata per volare. Piccola aquila corri molti rischi quando voli ma devi provare solo che per migliorare il tuo volo é necessario guardare come vola tuo padre può esserci cattivo tempo e correnti perfide ma se hai le ali il tuo destino é volare devi uscire dal tuo nido e là devi ritornare e un altro giorno e un’ altra volta ricominciare. Tu mi hai fatto amare il rischio delle alture, con l’ansia di raggiungerle pur essendo una delle tue creature a volte non so essere umile ma non scherzo quando dico di avere dei sogni io sono della montagna e della montagna voglio restare come mio padre e mia madre voglio costruire anch’io il mio nido ma non sono aquila se in cima non andrò ad abitare. Ho una preghiera che ripeto supplicante per me e per mio fratello, dammi la grazia di vivere la mia vocazione ogni istante della mia vita rendimi capace di amare veramente, io non tradisco i miei sogni né lascio il mio progetto son quel che sono e essendo così sarò felice.

6

famiglianostra

marzo

7


DIARIO DI CONGREGAZIONE

Su ali d’aquila... Sotto un altro cielo. L’esperienza del Noviziato Internazionale. di Fabio Cappello

V

oglio condividere con voi, cari lettori della nostra rivista, una tappa molto importante del nostro cammino formativo che mi tocca personalmente: l’esperienza del Noviziato Internazionale. Mi trovo attualmente in Mozambico, nella missione di Marracuene in provincia di Maputo, dove vivono e lavorano alcuni Padri della nostra Congregazione. È proprio questa terra africana, lontano da Martinengo e dall’Italia, e questa missione particolare di Marracuene che la Congregazione, attraverso il Superiore generale e il suo Consiglio, ha scelto come luogo adatto e privilegiato per costituire la casa del Noviziato ‘Internazionale’. Internazionale sì, proprio perché si vuole sensibilizzare il candidato alla vita religiosa verso una apertura missionaria che in questi ultimi anni ha preso piede nella nostra Famiglia Religiosa grazie alle missioni che sia in Mozambico che in Brasile stanno incontrando un progressivo e notevole sviluppo nel campo educativo e pastorale. Dunque è in questa terra che da quest’anno tutti i novizi della nostra Congregazione vivranno questa forte esperienza formativa, necessaria per consacrarsi al Signore con la Prima Professione Religiosa dopo un anno di intenso cammino. A partire dal 23 gennaio di quest’anno, festa della nostra Fondatrice e giorno del mio ingresso ufficiale in Noviziato, mi sono concessi 12 mesi per prepararmi alla prossima consacrazione religiosa. Ci sono molti modi per descrivere il Noviziato, ma mi piace cominciare con le parole della nostra Fondatrice. Per lei «il Noviziato è un tempo in cui ci si prepara per arrivare alla piena conoscenza del mistero di amore del Padre rivelatosi in Gesù. Esso porta all’amore del Signore, necessario ad una scelta consapevole, libera, gioiosa di Lui ...». Sí, diciamo che è un tempo di fidanzamento, per conoscere intimamente Gesù, per poterlo poi scegliere come il tutto della propria esistenza. È il tempo di rimanere

presso di Lui, come i due discepoli del Battista che lo seguirono (Gv 1,39), per poi rimanere in Lui come il tralcio nella vite (Gv 15,1-11). Ma è necessario affrontare la prova del deserto, cioé del silenzio, della preghiera, dell’essenzialità e della sobrietà di vita, per riscoprire l’unico centro della vita del religioso Sacra Famiglia che è Gesù Cristo povero, casto e obbediente. Così come si scava un pozzo per trovare l’acqua, il novizio deve scavare dentro se stesso per far scaturire il dono della sua vocazione. Sostanzialente il Noviziato è un battesimo non dal punto di vista sacramentale, ma simbolicamente come un passaggio, che dura un anno, ma che richiama il battesimo di Gesù al Giordano: « uscito dall’acqua si udí una voce dal cielo che disse: Tu sei il mio Figlio, l’amato, e in te mi sono compiaciuto». Il segreto per vivere questa esperienza di fede è ascoltare e confidare in quella Voce che ti chiama

Figlio, e da lì sarà possibile dire con Maria: « Eccomi Padre, sono il tuo servo, si compia in me la tua volontà». Il Noviziato è dunque l’esercizio del vivere quotidiano sotto lo sguardo del Padre, proprio come Gesù ha fatto per trent’anni a Nazaret prima del suo battesimo e prima di cominciare la sua missione; come tutti gli esercizi richiede sforzo, volontà e docilità in questo caso a lasciarsi plasmare come argilla fra le mani del vasaio. In questo cammino sono perciò accompagnato dal mio Padre Maestro Gianmarco Paris, Rettore di questa casa di formazione e Superiore Locale della comunità missionaria. Egli, come angelo accompagnatore, con il suo esempio, la sua umanità e la sua paziente opera di cesellatura sarà, come amava dire la Fondatrice «canale dal quale sarà trasfuso lo spirito dell’Istituto». Di fronte a questa dono che la Congregazione mi ha

offerto, voglio ringraziare il Signore perché questa è un’ opportunità unica e speciale per conoscerlo sempre di più in un contesto di vita sobrio e affascinante come è la missione di Marracuene, e sopratutto posso sperimantare la grazia di sentirmi parte della ‘Sacra Famiglia’ in questo tempo di maturazione e di conoscenza profonda del carisma di Congregazione. Sono arrivato in Mozambico il giorno del mio compleanno: il 25 settembre dell’anno scorso e, fortunatamente, prima di cominciare il Noviziato ho avuto quattro mesi per affrontare l’impatto forte del trasferimento da una terra, dove si è vissuti per 30 anni vicino ai propri cari, a una terra totalmente nuova, di diversa cultura, razza e lingua. In questo tempo preparatorio ho potuto guardarmi intorno, da straniero far conoscenza con questo popolo, sentendomi chiamare ‘mulungu’ che nel dialetto loca-

le significa “uomo bianco”. Pian piano ho cominciato a mettermi in gioco con le mie capacità per interagire con i ragazzi e i bambini della missione, conoscere la mia nuova comunità di padri e seminaristi dai quali sono stato accolto benissimo, e svolgere vari lavori nella missione, e qui di lavoro ce n’é tanto. Nel frattempo ho rigorosamente imparato la lingua portoghese. Devo dire che qui si nasconde qualcosa di magico, infatti avevo quasi perso l’abitudine ad un contatto così diretto con la natura, la quale circonda e colora il tutto e invita a contemplare le meraviglie del Creato; il clima, che è sempre dai quindici gradi in sù, invita a uscire e vivere la giornata all’aperto e la tranquillità di questa casa di formazione, senza troppe distrazioni, aiuta davvero a vivere il tempo del Noviziato con maggiore predisposizione e ad aprire maggiormente il cuore alla riflessione. La po-

vertà e la naturalezza di questa terra mozambicana sono uno stimolo a riscoprire le cose essenziali della vita e a vivere relazioni vere dove c’è spazio per la fraternità e la carità. Ci sarebbero molte cose da dire, ma l’esperienza che sto vivendo mi spinge ad invitarvi qualche volta a pensare ai religiosi e a noi formandi che siamo qui come ‘inviati’ per condividere il Vangelo dell’educazione con questo popolo, crescere insieme a loro e ravvivare sempre di più il dono della vocazione che c’è in ciascuno di noi. Per salutarvi vi offro le parole di un canto portoghese (qui sotto) che accompagna il senso di questa mia lettera e, chiedendovi una preghiera per il mio cammino, vi affido al Signore e alla nostra Fondatrice Santa Paola Elisabetta Cerioli, sentendoci sempre parte di questa grande famiglia che è la Sacra Famiglia. Grazie!

Piccola aquila Mi hai fatto come una delle tue creature, col desiderio di amare piccola aquila nata nelle alture col desiderio di volare mi sono accorta che le mie penne già crescevano e che ho bisogno di aprire le ali e tentare se non tento, non saprò come si vola non è un caso che sono nata per volare. Piccola aquila corri molti rischi quando voli ma devi provare solo che per migliorare il tuo volo é necessario guardare come vola tuo padre può esserci cattivo tempo e correnti perfide ma se hai le ali il tuo destino é volare devi uscire dal tuo nido e là devi ritornare e un altro giorno e un’ altra volta ricominciare. Tu mi hai fatto amare il rischio delle alture, con l’ansia di raggiungerle pur essendo una delle tue creature a volte non so essere umile ma non scherzo quando dico di avere dei sogni io sono della montagna e della montagna voglio restare come mio padre e mia madre voglio costruire anch’io il mio nido ma non sono aquila se in cima non andrò ad abitare. Ho una preghiera che ripeto supplicante per me e per mio fratello, dammi la grazia di vivere la mia vocazione ogni istante della mia vita rendimi capace di amare veramente, io non tradisco i miei sogni né lascio il mio progetto son quel che sono e essendo così sarò felice.

6

famiglianostra

marzo

7


lettere

Leggendo io, Paola

H

o letto IO, PAOLA e vorrei, con molta semplicità, esprimervi il mio pensiero e le mie considerazioni. Non riesco molto a comprendere il contesto sociale del primo Ottocento in cui visse madre Paola. Di quel periodo la storia ci presenta i nobili come potenti, come oppressori, un contesto completamente diverso dalla storia della famiglia Cerioli. La crescita e la vita della bambina e giovane Costanza che deve coniugare la ricchezza con la povertà non credo sia stata per lei molto semplice; infatti si è posta le stesse domande che anche oggi mi pongo io: «Perché nel mondo c’è tanta ingiustizia? E Dio dov’è se ci sono i bambini orfani, se ci sono i poveri?» Quante volte nella mia esperienza in Mozambico mi sono posto queste domande e, scusami lo sfogo e non me ne vergogno, quante lacrime quando la sera, nella solitudine della mia camera, facendo il resoconto della giornata ho chiesto a Dio: «Perché ?» Quanti dubbi, quanti perché si sono susseguiti per ore, aspettando una risposta che, se anche c’è stata, io non sono stato in grado di decifrare. Certamente se Costanza Cerioli si è posta queste domande già da bambina vuol dire che Dio aveva già fatto la sua scelta su di lei. Il capitolo dedicato alla famiglia è il più difficile da comprendere. Due passaggi: l’accettazione di un matrimonio combinato con un uomo che poteva essere ancor più di suo padre e la privazione dei figli, che per una madre è quanto di più sacro possa esserci, mi sembrano una prova quasi insostenibile, solo degna dei santi. E ancora una volta mi si ripropone la domanda: «…ma Dio dov’era? » Il periodo che va dagli esercizi spirituali alla decisione nella scelta del suo futuro è un momento misto di tristezza e di gioia. Tristezza nel ricordare il figlio scomparso, ma già si intravvede lo spiraglio gioioso della realizzazione del suo sogno: essere madre di chi non ce l’ha. È un momento che mi ricorda la mia scelta di ‘adottare’, una scelta un po’ sofferta per l’incertezza del futuro, ma anche la gioia di poter realizzare un sogno, quello di poter dare amore e serenità a chi per destino non ne ha. Madre Paola deve aver avuto, anche se con l’aiuto di Dio, una grande forza di volontà perché fare una scelta di povertà così drastica, lei che è vissuta nell’agiatezza, non è neppure ipotizzabile specialmente oggi quando tutto è necessario e non si sa dove incomincia il superfluo. Non voglio esprimervi il mio piacere nella lettura di

8

famiglianostra

quest’opera non volendo passare per adulatore che non è proprio nel mio carattere. Devo riconoscere però che la narrazione di una vita estremamente complessa e in alcuni passaggi difficile da comprendere ‘razionalmente’, fatta in modo così semplice e alla portata di tutti mi ha sorpreso! Avrei potuto leggere il libro tutto d’un fiato ma, temendo potesse presentarsi come un romanzo, ho preferito leggere un capitolo ogni tanto cercando di riflettere sui vari momenti della vita di Costanza e come Dio si sia fatto uomo attraverso una donna diventando così in lei padre e madre. Nonostante l’interesse non ho mai avuto la possibilità di leggere documenti su madre Paola e mi farebbe piacere se tu avessi qualche suggerimento da darmi perché, visto che anche nei progetti della nostra associazione di volontariato ‘VOLA’ ci occupiamo di scuola potrebbero essere validi strumenti per i nostri interventi in Mozambico. Non mancare di segnalarmi i prossimi documenti e ringraziandoti, un abbraccio Gianni. Questa lettera sincera di un amico che conosce ‘dal vivo’ la vita della nostra Congregazione anche per la sua dedizione attraverso l’Associazione di volontariato per la Missione, insieme alle suggestioni di altri amici che hanno letto il testo di IO, PAOLA, ci conferma nella nostra idea: la vita di ogni santo -ma potremmo dire la vita di ogni uomo / ogni donna che vive in profondità la sua vita- intercetta l’umano comune e, soprattutto, rinnova le ragioni della fede in Gesù e della fiducia nella vita. E ci conferma inoltre di quanto umano buono c’è in giro, proprio nei luoghi della vita ordinaria, proprio accanto alle nostre case. Grazie Gianni della tua bella testimonianza di vita! E al più presto ti segnaleremo gli altri documenti e altre biografie ‘neproprietà Congregazione Sacra Famiglia cessarie’ per conoscevia dell’Incoronata, 1 - 24057 Martinengo-Bg famiglia-nostra@libero.it re meglio l’esperienIstituto delle Suore Sacra Famiglia za spirituale e di vita via L. Corti, 6 24068 Comonte di Seriate-Bg della Fondatrice e la redazione Antonio Consonni (direttore) storia di questa picGianMarco Paris, Giuseppe Vitari, Giovanni Costioli, Mauro Ambrosini & Eloriana Monticelli cola ma coraggiosa Autorizzazione del Tribunale di Bergamo Congregazione che è la n° 104 del 18 giugno 1948 abbonamenti 2011 ‘Sacra Famiglia’ (a.c.). ordinario E

progetto grafico stampa

27 |amico E 35

| Grafiche La Passa | Il Creativo

ASSOCIATO ALL’UNIONE STAMPA PERIODICA ITALIANA


FN - Marzo 2011