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QSC 44 2008

QUADERNO DI STORIA CONTEMPORANEA

Barberis, Bergaglio, Borioli, Carrara Sutour, Carcione, Carrega, Della Porta, Livraghi, Nespolo,Piazza, Quaglia, Quirico

www.isral.it

Istituto per la storia della resistenza e della societĂ contemporanea in provincia di Alessandria


Redazione Giorgio Barberis, Giorgio Canestri, Franco Castelli, Graziella Gaballo, Cesare Manganelli, Fabrizio Meni, Daniela Muraca, Renzo Ronconi Federico Trocini, Luciana Ziruolo Quaderno di storia contemporanea semestrale dell’Istituto per la storia della resistenza e della società contemporanea in provincia di Alessandria

Direttore Laurana Lajolo Direttore responsabile Maurilio Guasco Segretario di redazione Cesare Panizza Anno XXXI, numero 44 della nuova serie Registrazione del Tribunale di Alessandria Via dei Guasco 49, 15100 Alessandria tel. 0131.44.38.61, fax 0131.44.46.07 e-mail: isral@isral.it

Abbonamento a due numeri € 18,00 ccp: 26200998 intestato a Istituto per la storia della resistenza e della società contemporanea in provincia di Alessandria Per informazioni ISRAL: tel. 0131.44.38.61, e-mail: isral@isral.it

Realizzato con il contributo della Fondazione Cassa di Risparmio di Alessandria

© Edizioni Falsopiano - 2008 via Baggiolini, 3 15100 - ALESSANDRIA http://www.falsopiano.com


Quaderno di storia contemporanea/44/Sommario Laurana Lajolo, Questo numero STUDI

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E RICERCHE

Mosè Carrara Sutour, Multicultura, antiziganismo e rappresentatività dei mondi rom

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Fabrizio Quaglia, Le “Rane” nel Tempio. Vita quotidiana e contrasti religiosi nella Comunità Israelitica di Alessandria nell’età dell’Emancipazione

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Stefano Quirico, Il modello organizzativo delle Brigate rosse in una prospettiva comparata

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NOTE

E

DISCUSSIONI

A cura di Cesare Panizza, Grandi opere e protesta: sindrome di Nimby o riappropriazione della politica? Intervista a Donatella Della Porta e Gianni Piazza

89

Daniele Borioli, Alessandria provincia logistica

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Paolo Carrega,Gli archivi di fronte alle trasformazioni di internet: alcune riflessioni

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PREMIO “CARLO GILARDENGHI”

Cecilia Bergaglio, A scuola nel PCI: dottrina comunista e mito dell’Unione Sovietica. Il caso di Novi Ligure nelle carte di Franco Inverardi ARCHIVI,

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FONTI E DOCUMENTI

Roberto Livraghi, Biblioteca civica e sistema museale: le riaperture del biennio 2006-2007

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Guido Barberis, Massimo Carcione, La costituzione dell’Istituto Storico della Resistenza di Alessandria (1975-77) nei documenti dell’archivio provinciale

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IN MEMORIA

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Carla Nespolo, Per Guido Barberis

178

Guido Barberis, Vittorio Guido

181

RECENSIONI

190

E SEGNALAZIONI

-JUDAICA


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I due saggi che aprono la rivista offrono, attraverso lo studio di tematiche diverse come i rom e la comunità ebraica alessandrina, indicazioni molto interessanti per valutare i nostri sistemi di convivenza con le minoranze e il rispetto delle differenze culturali ed etniche, così rilevanti oggi, quando qualche forza politica vuole rinchiuderci in gretti schemi identitari ormai superati dai processi migratori, mentre le elezioni democratiche hanno portato alla Casa bianca una personalità come Barak Hussein Obama a riconoscimento che l’incontro tra etnie e culture diverse ricompone l’unità di un Paese vitale al livello rappresentativo più alto. Il primo saggio, Multicultura, antiziganismo e rappresentatività dei mondi rom di Mosè Carrara Soutur propone, partendo dal caso dell’antiziganismo, un’interessante e originale riflessione sulle logiche che informano la creazione dei soggetti giuridici portatori di diritti, al di fuori di pregiudizi e stereotipi. Gli zingari sono, infatti, storicamente “fuori luogo” rispetto alle nostre classificazioni ed elaborazioni teoriche, in quanto costituiscono il paradosso di una nazione senza territorio e cosmopolita. Soutur arriva alla conclusione che la tradizionale considerazione dei popoli nomadi è, in ultima istanza, una giustificazione ideologica di meri rapporti di forza tra i nomadi e gli stanziali (“gage”). Rovescia, cioè, l’antico vizio etnocentrico considerandolo una trappola in cui talvolta sono incorse anche le scienze sociali e che ispira ancora le politiche con cui alcuni stati europei promuovono imperfettamente e rigidamente l’integrazione sociale dei rom, senza rispettare la loro storia e la loro visione del mondo. Fabrizio Quaglia, nel saggio Le “Rane” nel Tempio. Vita quotidiana e contrasti religiosi nella Comunità Israelitica di Alessandria nell’età 5

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Laurana Lajolo


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dell’Emancipazione, rimanda a un momento storicamente critico nella storia dell’ebraismo piemontese e anche italiano, ossia i decenni immediatamente successivi all’emanazione dello Statuto albertino, che ha proclamato l’emancipazione degli ebrei. Quaglia ricostruisce i contrasti relativi alla nuova Sinagoga di Alessandria e le vicende della lunga vacanza della sede rabbinica alessandrina come segnali eloquenti di un conflitto all’interno della Comunità ebraica tra chi considerava l’emancipazione come un riscatto dalla ghettizzazione, accettando la trasformazione della società piemontese e aderendo ai nuovi valori nazionali, e chi si trincerava su posizioni isolazioniste e conservatrici, giudicando l’integrazione come una minaccia all’integrità e all’identità della comunità. Il terzo saggio, Il modello organizzativo delle Brigate rosse in una prospettiva comparata di Stefano Quirico, continua la riflessione che il Quaderno ha avviato sugli anni Settanta e Ottanta nei numeri precedenti, il n. 40, Storie di genere, sui femminismi e il n. 42, Dal Millenovecdento77, sui movimenti politici. Quirico concentra la sua attenzione sulle strutture organizzative del movimento terrorista, comparandole con altri gruppi armati dell’estrema sinistra. Traccia un’accurata descrizione dell’organizzazione e, pur collegando l’ideologia brigatista alla tradizione marxista-leninista, mette in evidenza gli elementi di eterogeneità rispetto alla strategia politica della sinistra, alle gerarchie interne e soprattutto alla funzione insurrezionale della violenza. Quirico, inoltre, confronta l’esperienza brigatista con altre esperienze di lotta armata precedenti o contemporanee: dalla Resistenza italiana ai gruppi guerriglieri dell’America Latina alla RAF tedesca, e arriva alla conclusione che l’esperienza delle BR è caratterizzata dall’irrigidimento ideologico e dal parossismo burocratico, assai più pronunciati rispetto ad altri gruppi armati come Prima Linea, dove veniva al contrario enfatizzato un approccio libertario e spontaneistico. E il ruolo subordinato delle donne nelle BR, proprio negli anni in cui si sviluppano i movimenti femministi, può divenire uno degli indicatori per comprendere il loro progressivo isolamento dal corpo sociale. 6


Nella sezione NOTE E DISCUSSIONI vengono affrontati i temi dell’ambiente, delle infrastrutture e delle piattaforme logistiche, che interessano l’intera nostra regione. Cesare Panizza ha intervistato Donatella Della Porta e Gianni Piazza, studiosi dei movimenti ambientalisti e autori di una ricerca sulla protesta contro la TAV in Valle Susa e contro il Ponte sullo Stretto di Messina. I due studiosi nel dare la complessità sociale di questi movimenti, sottolineano la loro struttura reticolare, composta da comitati spontanei di cittadini, da associazioni e gruppi di interesse, da centri sociali, ma anche da amministrazioni locali e sindacati. Quei movimenti sono troppo spesso etichettati con modalità superficiali e approssimative che non riescono a cogliere la grande novità del metodo consensuale della democrazia deliberativa (cosa diversa dal metodo assembleare degli anni passati). L’assessore regionale ai Trasporti Daniele Borioli presenta la grande e articolata piattaforma della logistica in provincia di Alessandria come retroporto di Genova e nodo di scambio tra Mediterraneo e Europa, evidenziando che la scelta del territorio alessandrino è stata dettata dalla sua collocazione geografica baricentrica rispetto ai principali e tradizionali poli di sviluppo economico e finanziario. Lo scopo è quello di far emergere la provincia, dopo la de-industrializzazione, la delocalizzazione e la post-industrializzazione, da una condizione economica periferica. Il punto di forza è la rete di infrastrutture già esistente con potenzialità capace di grande sviluppo. L’assessore non si nasconde l’impatto ambientale del progetto del grande centro logistico, ma sottolinea come il progetto del cosiddetto Terzo valico possa attuare l’ammodernamento delle linee ferroviarie, proiettando in una dimensione europea l’intera provincia. I due contributi offrono, dunque, un’occasione di confronto tra concezioni e prospettive di modernizzazione e di sviluppo che interessano direttamente non solo il territorio provinciale, ma quello regionale e nazionale. La sezione si chiude con una riflessione di Paolo Carrega, archivista-bibliotecario dell’Istituto, che prospetta le attuali linee evolutive della consultazione degli archivi storici direttamente on7

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line con l’applicazione di tecnologie informatiche sempre più avanzate. Inoltre, affaccia in modo problematico alcune riflessioni sui nuovi compiti a cui è chiamato l’archivio di un istituto di storia contemporanea di fronte all’emergere di un’inedita domanda da parte di singoli cittadini, che consultano gli archivi per ricostruire la propria storia famigliare secondo un bisogno di identità di singole soggettività e di piccoli nuclei. In FONTI, ARCHIVI E DOCUMENTI, viene pubblicata la sintesi dell’iter amministrativo della nascita dell’ISRAL ricostruita da Guido Barberis e da Massimo Carcione in occasione del trentennale dell’Istituto. Roberto Livraghi riflette sulla recente stagione di rilancio delle istituzioni culturali della città: dalla riapertura della Biblioteca civica e delle nuove Sale d’arte alla Pinacoteca al riallestimento del Museo del cappello Borsalino e del Teatro delle Scienze.

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Cecilia Bergaglio ha vinto l’edizione di quest’anno del Premio Gilardenghi con un lavoro condotto sulle carte personali di Franco Inverardi, partigiano, dirigente del PCI e amministratore comunale di Novi Ligure. Ne ricostruisce la biografia politica connessa ad aspetti della vita locale del partito. Assume la persistenza del mito dell’Unione Sovietica come connotante dell’identità ideologica comunista e addirittura come chiave di lettura dell’articolazione delle vicende politiche e amministrative. Per il 2009 la redazione della rivista ha deciso di modificare la natura del premio Gilardenghi, trasformandolo in incarichi diretti a giovani ricercatori per indagini finalizzate ad approfondire la storia del movimento operaio e sindacale alessandrino. In conclusione abbiamo voluto ricordare Guido Barberis, una personalità che è stata preziosa per l’Istituto, pubblicando il suo ultimo scritto, il profilo biografico di Vittorio Guido e l’orazione di commiato di Carla Nespolo.

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Studi e ricerche

Multicultura, antiziganismo e rappresentatività dei mondi rom

Le riflessioni che seguono nascono da alcuni interrogativi inerenti la presenza zingara in Europa e le logiche che informano la creazione di soggetti giuridici collettivi a base comunitaria. Parlare dei rom significa confrontare rappresentazioni “etiche”, ossia i modi in cui essi sono stati e sono pensati, con aspetti della loro realtà sociale, talvolta – e non a caso – poco visibili. La prospettiva adottata si propone come una rilettura critica di certe posizioni ideologiche, inerenti al dibattito sul multiculturalismo, alla luce dell’affermazione dei rom nella società dei “gage” (ossia tutti coloro che i rom non riconoscono come tali). In un clima di persistente antiziganismo, è necessario domandarsi quali sono le cause profonde della distanza che separa le dinamiche della loro esperienza da una effettiva rappresentatività nell’esercizio di quei fondamentali diritti che appositi strumenti di diritto internazionale vorrebbero (o dovrebbero) loro assicurare. A tal fine, l’esperienza “romaní” costituirà un prisma di lettura idoneo a rivelare le faglie delle politiche sociali che disciplinano su piani separati la vita dei rom e dei “gage”.

Gli strateghi della società plurale e la ratio della squadra. Un punto fermo della presente analisi consiste nel criticare quelle visioni del reale che, basate sulla volontà di conferire al mondo un ordine geometrico, servono da schermo agli effettivi 9

Mosè Carrara Sutour, Multicultura, antiziganismo

Mosè Carrara Sutour


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rapporti di forza strutturanti il contesto entro il quale si muovono gli attori sociali. Da circa quattro decenni (la parola “multiculturalismo” compare in Canada a metà degli anni Sessanta ma, ancora all’inizio degli anni Ottanta, il suo utilizzo non conosce la fortuna incontrata in seguito) sono poste le premesse per un dibattito sul pluralismo culturale, sul carattere “a mosaico” delle società contemporanee: popolate da gruppi eterogenei, esse sono teatro di particolarismi, immigrazioni, diaspore... La messa in scena delle diversità fa della cultura un dispositivo aperto alle rivendicazioni di appartenenza a insiemi “altri” in base alla lingua, alla religione, alla regione di provenienza, all’origine nazionale o etnica, al genere, all’attività esercitata (criteri eventualmente cumulativi). Ciò ha determinato nelle scienze sociali, specie in Nordamerica e a metà degli anni Ottanta, un proliferare di specializzazioni destinate ognuna ad occuparsi di un “frammento” di quella proteiformità culturale (pensiamo agli Indian-, Black-, Women- studies e alla allora corrente tendenza a tradurre i rapporti di assoggettamento in traumi della psiche). Queste tendenze, all’incontro con le letture globalizzanti dell’universo sociale, producono l’idea dell’ingresso in un’epoca storica ulteriore e assolutamente nuova: ci si scopre multiculturali nella misura in cui, cadute le frontiere, si attraversa in tempo reale una miriade di frammenti, le ceneri del vecchio ordine. La “rivoluzione” globale sarebbe allora l’effetto (ultimo, nei casi in cui si parla del futuro in termini apocalittici) del disgregarsi di culture un tempo stabili e fondate su tradizioni oggi estinte o in atto di subire i traumi dello shock tecnologico. L’insistenza, diffusa in vari ambiti di pensiero e a varie latitudini, sulla scomparsa delle unità tradizionali a base comunitaria che, nel passato recente, costellavano il corpo sociale (le costellazioni si vedono in quanto hanno un tracciato compiuto), pare dimenticare la mobilità dei gruppi, il loro farsi e disfarsi. Storicamente (quindi sempre entro i contesti specifici di osservazione e per periodi) sarà possibile seguirne il cammino, la loro natura processuale e permeabile alle relazioni 1. Queste provocano un effetto di addensamento tale da 10


creare microuniversi di significati: solo in coerenza con essi i marcatori dell’identità possono acquisire un senso, il quale si piegherà a continui slittamenti semantici. Come tali, queste reti mutano incessantemente, spostando i confini dei vari campi di rapporti in cui gli individui sono inseriti. L’impiego di macroscale storico-geografiche è essenziale per lo studio della costruzione identitaria e delle dinamiche dei gruppi, in quanto rivela la loro mobilità durante le fasi storiche di compressione/dispersione la cui periodicità non può essere ridotta a leggi meccaniche 2. Si possono studiare i cambiamenti sociali prodottisi in Egitto e nell’Asia Minore durante l’ellenismo, le conseguenze della fine della Guerra fredda ed i fenomeni di decolonizzazione, l’espansione dell’Impero romano, così come le trasformazioni identitarie provocate dalla diffusione dell’Islam nell’Africa del secolo X... Tutti questi fenomeni furono, in forma propria, globalizzazioni 3. I rom 4 sono “globali” non perché, etichettati come “zingari”, si trovino in quasi tutte le contrade del mondo, ma in quanto conoscono e hanno vissuto, per secolare esperienza diretta, realtà quali la schiavitù, l’emarginazione, gli spostamenti coatti e le retate, i passaggi di frontiera e di stato civile, il diniego di cittadinanza, la deportazione, lo sterminio (il Samudaripen 5 costato circa mezzo milione di vite). Ad esempio, alcuni di loro si sono trovati a varcare, a partire dalla seconda metà dell’Ottocento, i confini dei territori nei quali per cinque secoli erano stati asserviti e a emigrare verso l’Europa, la Russia, le Americhe. All’elevata mobilità fisica, a dimensione transnazionale, corrisponde quella dei referenti identitari tra un gruppo e l’altro: la frequenza storica con cui essi cambieranno nome è atta a confutare ogni tentativo di una loro essenzializzazione (ad esempio, l’ergonimo “kalderash” non ha più di un secolo e mezzo e i rom toscani non si chiamano più da tempo šinte rosengre) 6. Se i rom non sentono la necessità di constatare le dinamiche pluraliste è perché esse appartengono alla loro esperienza vissuta. Lasciamo il gusto della “scoperta” agli impresari della cultura. Invero, è la natura di ciò che si trasforma a porre problemi, in quanto l’aprioristica entificazione delle unità sociali avviene in 11

Mosè Carrara Sutour, Multicultura, antiziganismo

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base a uno o più referenti coesivi, come la comune discendenza, il vincolo territoriale, la diversità fisica o psichica. L’attitudine a erigere confini deriva dalle modalità di conoscenza proprie di un soggetto politico: l’atto del discernere che lo connota è alla base dei tentativi di ordinamento del mondo. Questo aspira al controllo della realtà empirica riducendola a un quadro normativo, ossia formulando regole che la ri-producano. Chiameremo questa attitudine “ratio della squadra”. Ricorriamo a tale metafora in quanto la squadra (che il latino medievale traduceva con norma, anche per indicare la costellazione del Regolo), identifica quel dispositivo che consente al potere di ordinare creando gerarchie e, in uno, semplificare i contesti reali entro i quali opera e di cui è parte. È la logica delle superpotenze che, assistite dalla ragione etnografica 7, si spartirono le colonie africane e che oggi impongono a quegli stessi paesi condizioni nuove, dettate dall’ideologia della crescita economica, per uscire dal sottosviluppo e dal debito con i paesi ricchi, situazioni di cui i “riformatori” sono diretti responsabili; è, ancora, la logica del principio di nazionalità, dei quartieri-ghetto, dei “campi” (per raggruppare i nomadi, per confinare gli stranieri, per eliminare i criminali e gli apolidi). Così come avvenne per l’ideologia dello stato-nazione nel XIX secolo 8, le tessere policrome del multiculturalismo si sono rivelate quando erano storicamente buone da pensare. Il pluralismo secante delle politiche governative anglosassoni e la cittadinanza astratta propugnata dall’universalismo della France toucouleur sono, entrambi, prodotti “manichei” dell’etica della squadra, ancorché si presentino come tentativi (falliti) di vincere la sfida democratica della libertà tra eguali. Le azioni positive (o affirmative actions), istituite a tutela delle minoranze, sono state dettate da esigenze equitative di uguaglianza sostanziale, ma i loro criteri giuridici di ascrizione hanno sollevato questioni di legittimità costituzionale 9 e favorito la formazione, entro un sistema classista e culturalmente separatista come quello statunitense – ma non solo – , di una minoranza afroamericana privilegiata rispetto alla popolazione maggioritaria di quella comunità. In Francia 10 sopravvive, come attestano anche i recentissimi fatti di 12


cronaca 11, il nazional-populismo proprio del modello repubblicano d’integrazione, il quale costituisce “una forma transitoria di conciliazione immaginaria della cultura e dello sviluppo […]. Esso reca la promessa di un ravvicinamento del popolo e del potere, autorizza l’inverosimile: la speranza di incarnare il passato, la tradizione, la nazione partecipando pienamente […] a una modernizzazione tesa verso l’avvenire” 12. M. Wieviorka lo include tra i processi di “fusione del senso”, risultanti dall’amalgama di significati eterogenei e contraddittori 13. Si tratta, in altre parole, di strategie del linguaggio politico in grado di giocare con le rappresentazioni, quindi di influenzare le logiche sociali di appartenenza. La carica psicologica di attrazione esercitata sui governati, all’incontro con le loro aspirazioni (e le frustrazioni) identitarie, può produrre quell’efficacia simbolica capace di legittimare un’autorità con il suo ordinamento giuridico e la libertà d’azione che ne deriva. È difficile che un discorso centrato su un gioco emotivo e astratto di immagini arrivi a vedere nel pluralismo il segno della cultura; pertanto, le politiche sociali che ne derivano si muoveranno (e, di fatto, si muovono) al di fuori di un reale confronto, di un compromesso fondato sulla conoscenza, nel deserto dell’ignoranza e della peggiore discriminazione. Fenomeni come l’autoctonia e le sue derive strumentali (pensiamo ai fatti del Rwanda), la balcanizzazione, le rivendicazioni “di ceppo” sono esempi di reificazioni “a distanza”, incommensurabili nel nascere e suscettibili di appropriazione da parte dei gruppi che le subirono. Con la loro storia, i rom sono rivelatori delle “politiche della squadra”, essendosi mossi contro di esse – lo vedremo – secondo strategie alternative rispetto a quelle suaccennate e ciò, spesso, a costo della vita. Se anch’essi avessero adottato le stesse logiche dei paesi che li perseguitarono, difficilmente esisterebbe oggi una “dimensione romaní” (limitatamente ai rapporti esterni con i centri di potere dei “gage”, potrebbe parlarsi di una lezione di anarchia politica). I discorsi sui popoli e le minoranze a rischio toccano anche i rom, etnicizzati, e fanno pensare alle campagne animaliste contro l’estinzione di specie protette in quanto rare, 13

Mosè Carrara Sutour, Multicultura, antiziganismo

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benché le politiche di esclusione agiscano in modo più sottile. Diremo che il “rischio” è proporzionale alla mancanza di elementi stabili atti a inquadrare il gruppo sociale, mancanza che i rom hanno dimostrato di saper gestire e “riempire”, in quanto pietra angolare delle loro resistenze pacifiche. Gli stati dell’Europa moderna, che oggi dimorano i fondamentali soggetti del diritto internazionale, hanno operato, da un lato, una costrizione spaziale sui soggetti rientranti sotto la loro giurisdizione: entro i confini i membri e fuori gli stranieri di passaggio (per antonomasia, gli zingari); dall’altro, un dominio sulle popolazioni asservite spogliandole del proprio passato (è lo “zero storico” della ragione etnografica coloniale). Se è vero che i miti, reali strumenti di controllo che iscrivono gli uomini in uno spazio atemporale, possono essere fonti del diritto 14, allora le logiche di cui si discute sono portatrici dei miti sull’alterità che connotarono (e, mutatis mutandis, seguitano a farlo) l’esperienza giuridica delle nostre società. Occuparsi degli “altri” a partire dall’immagine che ci si costruisce di loro è un atto squisitamente politico e a ciò dovrebbero prestare maggior attenzione tutti coloro che propugnano l’obbiettività delle scienze sociali: la presenza dell’osservatore sul campo non ha nulla di neutro. I miti di conquista e quelli, più recenti, degli “aiuti” allo sviluppo sono stati i generatori di “isolati esotici a storia degenerativa” 15 (per contatto e deculturazione). Se oggi l’antropologia dimostra una maggior consapevolezza verso i costrutti della “squadra”, così non è per l’elaborazione giuridica delle soggettività, che incide sulle capacità rappresentative dei gruppi. Il diritto all’autodeterminazione rimane fortemente ancorato ai legami “originari” con la terra. Tale discriminante, se corrobora le istanze dei “popoli autoctoni” è, nondimeno, un’arma a doppio taglio atta a radicare l’esclusione. Quei legami che, una volta sussunti dal principio di territorialità, fanno difetto ai rom (e ad altri gruppi minoritari e/o girovaghi che, transitoriamente – sul lungo periodo –, ne condividono le sorti), rimangono la causa profonda della desocializzazione da essi subita nei secoli dell’età moderna. Criminalizzati o dotati, anche in ambito accademico (i Gypsy 14


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Studies sono un ramo a parte delle scienze sociali), di uno statuto speciale, seguono a essere eticamente “tagliati” come “zingari”, stranieri in uno stato anche quando suoi legittimi cittadini. Poiché senza territorio, non possono essere autoctoni… Saranno, al più, una minoranza.

In questa sede (per contingenti ragioni di spazio) non parleremo dell’esperienza dei popoli autoctoni 16. Tuttavia, la questione delle minoranze riveste, rispetto a quella, un’importanza complementare, trattandosi di riconoscere e garantire giuridicamente, tramite sistemi di regole provvisti ad hoc, soggetti collettivi distinti dagli stati (i quali – lo ripetiamo – conservano la piena sovranità nell’ordinamento internazionale), conferendo loro maggior peso e visibilità. Il dibattito interessa, a ben vedere, tutti i gruppi sociali organizzati che avanzino rivendicazioni identitarie e/o istanze autonomistiche fondate su elementi di coesione interna. Ciò vale a meno che si ignori il carattere problematico delle stesse definizioni di “stato”, “autoctonia”, “minoranza”: si tratta di concetti “sfumati” che il diritto internazionale ha rinunciato a definire unitariamente 17. L’invito a un successivo lavoro sulle difficoltà incontrate dagli ordinamenti a spingere i rom entro i confini giuridici delle nuove soggettività (fatto che indica la permanenza delle xenottiche 18 interne al rapporto), prenderebbe l’avvio dal rilievo della labilità costitutiva di quei confini. Sarà utile allora ritenere che “Le differenza culturale e la situazione di dominazione sono criteri comuni agli autoctoni e alle minoranze. La continuità storica e l’auto-identificazione specificano invece maggiormente i primi” 19. Da subito, le minoranze appaiono così più integrate allo stato-nazione rispetto agli autoctoni. Nel precedente paragrafo si parlava di miti e logiche “isolanti”, proprie a modi di conoscenza funzionali a instaurare e mantenere situazioni di dominio. Perché queste abbiano successo, occorre che sia chiaro il gioco delle parti: da chi, per conto di chi 15

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Minoranze minorate e antiziganismo.


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e su chi è esercitato il controllo? Il problema dell’ “utilità” della scienza sta in questo interrogativo, croce e delizia dell’antropologia applicata (ma l’advocacy 20 interessa tutte gli ambiti scientifici, sociali e non). Per fare un esempio, quando, recentemente, decidemmo di aderire a Survival France scrivendo articoli su paesi dove certe libertà fondamentali sono negate ai soggetti (nel caso di specie, i diritti di libera associazione, assistenza sanitaria e proprietà intellettuale in Madagascar), ci sentimmo rispondere che “deve trattarsi” di popoli autoctoni: un po’ come dire che è l’isolato a fare la situazione e non il contrario. Non potemmo soddisfare la condizione nemmeno con una seconda proposta (gli abitanti sfrattati di una regione mineraria del Ghana non erano abbastanza “esemplari”)... Finché non ci cadde l’occhio su un numero di “Ethnies” (la rivista dell’Organizzazione) interamente dedicato... ai rom, cui fanno difetto tanto le tassonomie quanto un territorio nazionale (la remota patria indiana è evocata – specie dagli intellettuali – allo scopo concreto di rafforzare la coesione tra i gruppi)! Certo, l’ascrizione negativa del referente geografico, unita alla riconoscibilità di certi aspetti – non sempre presenti o definiti, ma dotati di forza descrittiva: il nomadismo, la lingua, i costumi – , sono sufficienti a chiudere gli tsiganes entro uno spazio simbolico. L’indeterminatezza su indici fattuali che siano “tipici” dei rom nel loro insieme (che nel mondo superano in numero diversi stati-nazione) è, paradossalmente, efficace. Dubitiamo peraltro che quello spazio identificativo, quel “fuori-luogo” delle ONG (che, in ciò, seguono i governi) sia il romanó them. Traducibile come il “mondo – o paese – dei rom”, esso è “lo” spazio identitario, designa i luoghi – questi sì – reali e degradati che i rom, in un’attività reiterata di ri-localizzazione, caricano di significati profondi 21. Se tale attività può destare le coscienze sull’intimo senso della parola “abitare” – e si può dire che i rom lo facciano con arte – , ciò non giustifica un ribaltamento perverso del principio “a ciascuno secondo le sue capacità”, che la legislazione francese sulle aree di stazionamento dimostra chiaramente 22. Il rapporto del 2005 sull’antiziganismo in Francia, pubblicato dallo European Roma Rights Centre 23, dove si definiscono i rom “cittadini di 16


seconda classe”, è sufficiente a far sbiancare chi ancora vede in quel paese l’espressione dell’ideale repubblicano e il baluardo dell’Europa di tradizione socialista. Gli tsiganes et voyageurs 24 devono possedere documenti di circolazione speciali, alcuni dei quali (in mancanza di una professione o di un reddito regolari) da esibire ogni tre mesi per la convalida a un commissariato di polizia. Il diritto di voto è esercitabile da questi soggetti solo dopo tre anni di “annessione” a un comune, mentre gli altri cittadini potranno farlo a distanza di sei mesi. Mentre questi risiedono “normalmente”, i primi sono rattachés e non possono superare in numero il 3 per cento della popolazione del comune, con pregiudizio alla loro rappresentanza in seno all’amministrazione locale e a organi consultivi di facciata 25. Oltre alle discriminazioni subite nell’esercizio della mobilità sul territorio nazionale, che provocano la segregazione in condizioni di vita miserabili, il rapporto riferisce di condotte abusive e trattamenti discriminatori da parte dei magistrati e dell’autorità giudiziaria, dell’accesso negato ai luoghi pubblici, ai servizi sociali, al mercato del lavoro. Seguono le violazioni del diritto all’educazione (con autorità locali attive nell’impedire l’iscrizione scolastica dei bambini rom) e, in chiusura, i trattamenti inumani e degradanti subiti dagli emigrati (espulsioni massive, diniego dei diritti d’asilo, alla salute, all’educazione). I diritti dei rom, tutelati dall’ordinamento internazionale, dall’Unione Europea e, in misura sensibilmente minore, dalla legislazione di alcuni stati, sono oggetto di violazioni frequenti e continuate. La discriminazione è diffusa nei diversi paesi con varie sfumature e “non è un caso – scrive L. Piasere – che nel dopoguerra i primi riconoscimenti a favore degli zingari siano sempre venuti da organismi sovranazionali o organismi infranazionali privi di forze di coercizione” 26. Cominciando dai casi sporadici, diremo che esistono, attualmente, due leggi di rango statale favorevoli ai rom: quella britannica sui campi sosta 27 e la legge ungherese LXXVII, adottata, al 96% dei suffragi, il 7 luglio del 1993 28 (fra i voti contrari, quello del solo parlamentare rom, Aladar Horvath). Essa istituisce dei consigli o “governi autonomi” eletti, ai vari livelli territoriali, dai 17

Mosè Carrara Sutour, Multicultura, antiziganismo

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membri delle rispettive minoranze individuate (dodici nazionali e una etnica, i rom, che rappresentano un ventesimo dei 10 milioni di ungheresi) e titolari della gestione di bilanci specifici. Ad essi è affiancato un ufficio statale per le minoranze nazionali ed etniche. Nonostante la partecipazione alla vita pubblica e il rapporto con le istituzioni siano aumentati a metà degli anni Novanta, l’azione dei consigli è stata limitata dalle frizioni con le autorità municipali e le sovvenzioni scarseggiano (specie nei distretti della capitale). Parallelamente, la rappresentanza zingara al parlamento e nei consigli comunali si è azzerata, senza contare l’effetto – indotto – della drastica scomparsa dell’associazionismo rom. A prescindere dalle singole opinioni nei confronti della legge, lavoratori, attivisti, studenti e altri membri della minoranza etnica denunciano la scolarizzazione insufficiente, la discriminazione negli ambienti di lavoro (nel 1997, il 70% dei rom – proletarizzati come forza-lavoro a partire dal secondo dopoguerra – è disoccupato rispetto a una media nazionale dell’11%), l’insalubrità dei villaggi (divenuti terreni di scarico di materiali tossici dopo lo smantellamento, dal 1989, dell’industria pesante), i discorsi mediatici che fanno dei rom un oggetto di folclore. Se, dal punto di vista normativo, la legge del 1993 segna un fondamentale mutamento di indirizzo in un paese tradizionalmente anti-zingaro (ma allora ci chiediamo quale paese oggi non discrimini i rom), la realizzazione di un diritto alla differenza esige un mutamento dell’insieme delle strutture interne a una società che, una volta di più, ha chiamato i rom a partecipare come “etnia”, negando loro la dignità di “nazione”. Il principio di oggettivazione guida le dinamiche istituzionali: permea il discorso di coloro che rappresentano i gruppi minoritari, il logos delle leggi (anche di quelle garantiste) e dei trattati internazionali, le motivazioni delle sentenze quando la ratio decidendi faccia valere elementi di pluralismo sociale 29, fino alla retorica più informale degli osservatori (che non per questo è meno “istituzionale”) 30. A questo punto, vediamo più da vicino in base a quali dispositivi giuridici i rom figurano come una minoranza 31 Le “minoranze” sono una creazione incompleta del diritto inter18


nazionale, che non è mai arrivato a definirle, tale mancanza essendo connaturata ai fondamenti stessi di quell’ordinamento. Il termine ha senso solo se calato all’interno del sistema di protezione dei diritti umani, i cui testi di riferimento si muovono lungo l’asse dei principi di uguaglianza e di non-discriminazione. Già a questo primo livello, la titolarità in capo a soggetti non-individuali e il riconoscimento giuridico delle identità minoritarie, implicanti speciali statuti collettivi, imponevano le cautele necessarie atte a garantire l’integrità degli stati-nazione attraverso il rispetto dei due principi. Nel 1977, F. Capotorti, presidente della “Sotto-commissione – interna alla Commissione per i diritti umani – per la lotta contro le misure discriminatorie e la protezione delle minoranze” alle Nazioni Unite, indica in tali cautele le “condizioni indispensabili all’unità politica e spirituale degli Stati membri a creare un clima di comprensione e di relazioni armoniose tra le differenti componenti della società” 32. Capotorti è l’autore della sola definizione della nozione di minoranza formulata nell’ambito dell’ONU: essa costituisce “un gruppo numericamente inferiore al resto della popolazione di uno Stato, in posizione non dominante, i cui membri, cittadini di quello Stato, possiedono, dal punto di vista etnico, religioso o linguistico, delle caratteristiche che differiscono da quelle del resto della popolazione e manifestano, anche in maniera implicita, un sentimento di soldarietà, al fine di preservare la loro cultura, le loro tradizioni, la loro religione o la loro lingua” 33. Tale definizione, che ha ispirato l’attività del Consiglio d’Europa 34, fu oggetto di disaccordi in seno alle Nazioni Unite e (benché possa avere carattere consuetudinario) non si trova in nessun testo ufficiale dell’Organizzazione. Ciò premesso, il sistema ONU di protezione delle minoranze si fonda: sull’art. 27 del “Patto internazionale sui diritti civili e politici” del 1966, l’ “unica norma universale a carattere vincolante nel campo della protezione delle minoranze” 35, che tutela l’esercizio dei diritti inerenti alla cultura, alla religione, alla lingua; tuttavia, in sede di ratifica, uno stato può ricorrere all’istituto della riserva, vanificando la portata della

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disposizione (è quanto ha fatto, ad esempio, la Francia); inoltre, il Patto attribuisce il riconoscimento dello status di minoranza alla sovranità dello stato interessato;

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sulla “Dichiarazione dei diritti delle persone appartenenti a minoranze nazionali o etniche, religiose e linguistiche” del 1992 che, a tutela delle minoranze presenti sul territorio statale, sancisce i diritti a godere della propria cultura, all’uso pubblico e privato della propria lingua, a prender parte attiva alle decisioni che le riguardano, a creare e dirigere proprie associazioni, ad instaurare e mantenere, senza discriminazione alcuna, contatti liberi e pacifici con altri membri del loro gruppo (artt. 2.1 – 2.5).

Come fa notare A. Fenet, nel Patto prevale l’idea della titolarità giuridica individuale: “Non si vuole proteggere il gruppo, ma si è obbligati a menzionarlo” 36. La copertura ideologica individualista sta a significare quanto gli stati tenessero alle “condizioni indispensabili” cui poco sopra si accennava, richiamate in seguito da Capotorti. In merito al secondo testo, è evidente la negligenza degli stati che, con le loro legislazioni, combattono la “piaga” del nomadismo (quest’ultimo, peraltro, “in nessun caso è contrario agli standards internazionali”) 37. Naturalmente, la Dichiarazione non è vincolante. Nel 1992, la Commissione per i diritti umani ha adottato una risoluzione espressamente in favore della “comunità rom” 38. Benché appartenente alla soft law, essa dimostra l’interesse che il caso dei rom ha suscitato a livello internazionale, invitando gli stati a prendere tutte le misure necessarie al fine di eliminare le discriminazioni di cui essi sono oggetto e a fare appello ad hoc ai servizi del Centro per i diritti umani delle Nazioni Unite. Nell’ambito del Consiglio d’Europa 39, è fondamentale la portata dell’art. 14 della CEDU del 1950, che estende per la prima volta il campo applicativo del principio di eguaglianza all’appartenenza ad una minoranza nazionale. Citeremo due documenti. La “Raccomandazione 1203 (1993) relativa agli Zingari in 20


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La “Convenzione-quadro per la protezione delle minoranze nazionali” (che non vi sono definite), adottata nel 1994 dal Comitato dei ministri e aperta nel 1995 alla ratifica degli stati. Ispirandosi alla cd “Carta europea delle minoranze” 41, essa precisa – in particolare – i diritti inerenti: al mantenimento del nome d’origine e all’uso della lingua minoritaria; alla creazione e gestione di proprie strutture private d’insegnamento e formazione; all’effettiva partecipazione pubblica (specie per le relative questioni minoritarie), culturale e politica; alla creazione e all’utilizzo di propri media; all’informativa riguardante i diritti processuali dell’imputato, da rendere celermente in una lingua comprensibile; a comunicare oltre frontiera con persone della stessa minoranza. Resta fermo il fatto che la Convenzione riconosce diritti esclusivamente individuali, benché esercitabili in comune da più persone. Alla sua entrata in vigore (nel 1998) sono seguite procedure di ratifica il più delle volte sottoposte a riserva. Non tutti gli stati hanno qualificato i rom “minoranza nazionale” (lo ha fatto, ad esempio, la Macedonia). Alla designazione di un Comitato di esperti sulle questioni relative alle minoranze nazionali, si affiancano iniziative pratiche, come la promozione di “misure di fiducia” finalizzate a instaurare un clima di tolleranza e di migliore comprensione tra le comu21

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Europa” 40, adottata dall’Assemblea parlamentare e ritenuta il più importante strumento del Consiglio sui diritti minoritari dei rom, ha ripreso la definizione di Capotorti insistendo sui seguenti indici: la cittadinanza di uno stato e l’esistenza effettiva di legami risalenti, solidi e durevoli con esso, la specificità culturale, un quantum numerico sufficientemente rappresentativo e l’importanza dell’elemento soggettivo (ossia il voler conservare un’identità distinta); tuttavia, il Comitato dei Ministri ha rifiutato di accordare efficacia vincolante al documento. È interessante notare che esso rifiuta per i rom la definizione di “minoranza nazionale”, ritenendoli sprovvisti di territorio e, perciò, meritevoli di una “protezione particolare” – non segue un chiarimento di questa definizione “in negativo”.


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nità suscettibili di entrare in conflitto. Nel XX secolo, i rom hanno dato vita a diversi importanti movimenti. Il primo congresso zingaro è del 1905 e si riunisce a Sofia per contestare l’incostituzionalità di un emendamento – di quattro anni anteriore – alla legge elettorale bulgara soppressivo del diritto di voto per gli zingari non cristiani; l’emendamento è abrogato e ha inizio un fermento intellettuale (che durerà tre decenni) che vede i rom protagonisti. Questo per dire che già almeno un secolo fa i rom “prendevano in mano”, come si ama dire, il proprio destino... E che i rom non sono “per natura” antistatali, a-politici o contrari alle logiche istituzionali. Tra le due guerre, in Romania, mentre i trattati di pace nominavano le minoranze senza riconoscerle come soggetti giuridici, fiorivano e convivevano associazioni culturali e politiche fondate sul genere, la professione, la comunità di origine, il credo. I rom, già a partire dal 1919, eleggevano propri leaders unendosi ad altri gruppi per costituire la Grande Romania e, negli anni Trenta, nascevano le loro associazioni nazionali 42. Si sa, il nostro è il secolo dei paradossi. Ventidue anni prima che Himmler firmasse, il 16 dicembre 1942, la “soluzione finale della questione zingara”, in Russia i rom diventavano una “minoranza nazionale”, denominazione che oggi, de jure condito, dovrebbe loro assicurare la tutela più ampia 43 (e che l’Ungheria, lo abbiamo visto, ha preferito non impiegare). Nel 1925 nasceva l’Unione panrussa degli zingari, a carattere più spiccatamente politico, intorno alla quale si formò, fino all’ascesa di Stalin, un notevole cenacolo intellettuale. Lungi dal voler essere esaustivi, citiamo altre due organizzazioni: l’Associazione panellenica culturale degli zingari greci, fondata nel 1939 da due donne e sorta, malgrado la sua vita breve, in un momento di decompressione e apertura nel rapporto rom/gage; l’International Romani Union (IRU), che vide la luce nel 1978, a Ginevra, in occasione del secondo Congresso mondiale rom (il primo si tenne a Londra nel 1971). Le scelte nazionalizzanti operate dall’ IRU e la sua struttura di istituzione di vertice hanno in parte pregiudicato le ambizioni di efficacia rappresen22


tativa dell’intera società romaní, cui l’organizzazione aspira. La sua composizione ha mantenuto, nei decenni, uno squilibrio teso a favorire un’élite di intellettuali rom, in maggioranza dell’Est europeo, che hanno legittimato l’ IRU in ambito internazionale, anzitutto mediante atti a forte efficacia simbolica (adozione di una bandiera, di un inno, di un “giorno dei rom” – l’8 aprile – ; riconoscimento, in presenza delle autorità diplomatiche, dell’India come antica patria comune). Nel 1979, l’ IRU ottiene dall’ONU lo statuto consultivo e i suoi leader saranno in seguito protagonisti di rapporti privilegiati con altre istanze internazionali (il Consiglio d’Europa, l’UNESCO) ed enti pubblici e privati, contribuendo a creare un capitale sociale dal quale rimarrà esclusa la maggioranza dei rom, specie di quelli dei paesi occidentali. La recente standardizzazione della lingua dei rom (o romanès), non ha incontrato i consensi sperati. Nel 2000, il V congresso mondiale, riunitosi a Praga, ha chiesto all’ONU e all’Unione Europea di essere riconosciuto quale “nazione senza stato”, dichiarando la costituzione, in uno con la riforma dei suoi statuti, di un Parlamento rom e di un Tribunale dei saggi con funzioni di massima autorità morale. Alle prerogative soggettive, l’ IRU affiancava la denuncia della situazione dei rom profughi dal Kosovo, che si vedono costretti alla clandestinità per non essere rinviati nei paesi di origine: il rifiuto dei permessi di soggiorno e la violazione del diritto di asilo sono pratiche diffuse in tutti i paesi europei. Le fratture tra l’impronta ideologica assunta dall’ IRU ed i gruppi dissidenti si spiega con la diversa esperienza storica dei gruppi: all’associazionismo precoce e alla sua vitalità intellettuale in Europa orientale (che, non dimentichiamolo, sono stati ferocemente repressi o strumentalizzati dai regimi successivamente instauratisi in quei paesi), fanno riscontro, in occidente, il controllo della mobilità sui territori degli stati, l’esclusione, il buco nero del Samudaripen; poi, il lento fiorire di un associazionismo “in sordina” – non sempre a sola componente rom – , le nuove emigrazioni (pensiamo ai profughi dell’ex-Yugoslavia) e le politiche governative discriminatorie. È importante, in questa sede, rilevare la rivendicazione da 23

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parte dell’IRU di un’identità “transnazionale” che sia capace di connettere le comunità viventi nei singoli stati e di tutelarle di fronte a essi, nelle necessità imposte dai diversi contesti locali. N. Gheorghe, il leader che ha formulato il concetto, vede – e noi con lui – la minoranza nazionale come secondario riflesso dello statonazione, del quale rafforzerebbe la costruzione 44. Diversamente, una nazione dispersa e senza un territorio e uno stato che l’identifichino, aspirerà a una rappresentanza sovrastatale, scardinando la nota triade autorità-nazione-territorio. Tuttavia, non tutti i rom sono d’accordo con l’idea di non-appartenenza a un territorio, specie laddove le nicchie economiche occupate tendono a stabilizzarsi in relazioni durevoli. Inoltre, la “minoranza transnazionale” (un vero ossimoro demografico!) giace sprovvista di tutela formale, non figurando in alcun documento avente valore giuridico. Per quanto la configurazione degli strumenti internazionali permetta di ravvisare nelle “minoranze nazionali” la fattispecie più garantista per i rom (rispetto a “ minoranza religiosa”, “etnica”, “linguistica”, “non-territoriale”), riteniamo più che giustificate le aspirazioni alla “transnazionalità”. Tuttavia, ci domandiamo cosa, nel carattere di “nazionalità”, faccia problema: perché la “nazione” è così irrimediabilmente compromessa con il referente territoriale? Al pari dell’“etnia” (che altro non è se non una nazione, ma più “selvaggia”) 45, essa dovrebbe designare un gruppo umano i cui membri partecipano deliberatamente (elemento soggettivo) di valori comuni (elemento culturale o oggettivo). Il territorio, in questa accezione, deriva dal gruppo, in quanto lo proietta nello spazio (concezione dinamica del territorio); all’opposto il diritto di matrice europea vede in esso l’“elemento tipico e costitutivo dello Stato, rappresentato dallo spazio geografico entro il quale esso esercita la sua potestà e le sue attività” 46. Questo concetto esercita un’attrazione tale da poter affermare che il territorio ha “naturalizzato” la nazione, la quale implicitamente (e quasi automaticamente) vi fa rinvio. Qual è, ci si chiede, l’origine di quest’ambiguità? Un’altra domanda conduce alla stessa questione, che – si sarà capito – non è meramente terminologica: 24


qual è il “principio di minorazione” delle minoranze? Nel suo contributo storico, S. Pierré-Caps 47 individua un filo rosso tra la Riforma e la Rivoluzione del 1789 nella consacrazione della libertà individuale: la libertà religiosa sancita dalla prima contiene già i germi di quella libertà di coscienza inerente “per natura” all’individuo e che farà di lui un “cittadino” di fronte alla “nazione”. Questa diviene l’entità-simbolo delle nuove libertà conquistate e della lotta contro l’ordine dinastico di diritto divino. La Costituzione francese del 1793 parla del compito messianico di cui il suo popolo è investito: portare la libertà ai popoli sottomessi. All’epoca, “liberarsi” significava dotarsi di uno stato, imperativo che le guerre napoleoniche avrebbero rapidamente tradotto in pratica. Questa aspirazione, che vede connettersi lo stato alla nazione, è tradotta dal “principio delle nazionalità”. Nel XIX secolo, all’isolamento politico dei monarchi si sostituisce un’intensa azione concertata da parte delle grandi potenze, che avvertono il bisogno di rappresentarsi in una comunità portatrice di principi sovrastatali sui quali far valere interessi comuni. Sarà la sede dei Congressi a fare da banco di prova per tali strategie, che ricorrevano al criterio “minoritario”: l’annessione di un territorio non avrebbe dovuto toccare la libertà (e la coscienza) di credo dei suoi abitanti. Il Congresso di Berlino del 1878 è un esempio emblematico di limitazione della sovranità, imposta dalle potenze europee alla Russia e all’Impero ottomano al fine di tutelare e mantenere un controllo sui gruppi religiosi minoritari presenti entro i confini tracciati dalla Pace di S. Stefano. L’esistenza dei nuovi stati era sottoposta all’obbligo di assicurare quella protezione e l’esercizio della libertà del culto veniva sancito per tutte le comunità (ebraica, musulmana, cristiana), anticipando la ratio del futuro diritto internazionale delle minoranze. Il “principio delle nazionalità” si affermò come la decisiva legittimazione del sistema politico fondato sugli stati-nazione: la squadra della divisione territoriale stabiliva tra questi due termini un rapporto di 1 a 1 e la geometria di Cartesio andava applicata allo scacchiere sociale. Forte dell’“equazione metafisica stato=popolo=libertà” 48, l’ideologia nazionalista servirà a mante25

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nere le strutture di potere proprie degli stati alla fine del ’700, nella perpetuazione del vecchio ordine. Se la massima esigenza è di salvare l’ordine dei rapporti tra potenze, non è difficile capire perché, un secolo più tardi, il diritto internazionale negherà la secessione a quei popoli integrati a uno stato e titolari della libertà di autodeterminarsi. Questa logica, oltre a scalzare i piccoli gruppi, avrà la meglio anche sugli imperi europei a base plurinazionale (con l’eccezione della Russia). Tuttavia, nel primo caso, l’arbitrio della squadra riposa sulla scissione dei due costrutti giuridici che le erano storicamente serviti a legittimarsi: il diritto a esistere come nazione e quello all’indipendenza politica. Qui stanno le chiavi per capire il fenomeno delle minoranze nazionali ed è perciò che esse nacquero già “minorate”. Se occorre vedere le categorie politiche (e il disaccordo sulle loro definizioni giuridiche) alla luce di questa pesante eredità storica, sarebbe forse più opportuno pensare la “nazione” rom al di fuori di essa.

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Conclusioni (ovvero passare dalla squadra al chiaroscuro). La “legge sulla nazionalità”, adottata dal Consiglio nazionale della Repubblica Ceca il 29 dicembre 1992, in seguito alla separazione dalla Slovacchia, ha dettato le condizioni della nuova nazionalità, tra le quali ricordiamo: un giustificativo di residenza sul territorio di due anni, la mancanza di precedenti penali da almeno cinque anni e la buona conoscenza della lingua ceca. La maggioranza dei rom, che oggi abitano i ghetti urbani e rurali della Repubblica, non poté soddisfare i requisiti imposti, nonostante vivessero e praticassero la mobilità sul territorio dell’exstato da diverse generazioni. Malgrado questi effetti perversi, il “territorio” assume, nella sua dimensione sociale, diverse sfumature di senso legate a particolari modi di abitare il mondo. I rom, consapevoli per esperienza diretta delle frammentazioni imposte dai gage, ricostruiscono quei mondi spaccati facendoli propri: la decisione di colti26


vare o meno le relazioni (con i gage, con altri rom), influenzerà le loro strategie di mobilità e visibilità 49. Talvolta, vivere lungo i confini di uno stato può rivelarsi vantaggioso o addirittura essenziale alla sopravvivenza di un gruppo, essendo più agevole sottrarsi ai controlli di polizia; talaltra, si creano realtà molteplici “di quartiere”, legandosi per alleanza matrimoniale ad altre famiglie (le “reti” di cui si parlava nel primo paragrafo) e occupando nicchie economiche “libere”. Nel Principio dialogico, M. Buber parla di “duplicità del mondo” 50. Nel mondo dell’ “esperienza”, il soggetto si pone di fronte all’oggetto ai fini di conoscerlo o utilizzarlo. È un rapporto strumentale e impersonale, di totale fagocitazione dell’Altro: “Chi fa esperienza non partecipa del mondo, poiché l’esperienza è in lui e non tra lui e il mondo” 51. Nel mondo della “relazione”, l’Io si apre all’Altro, in un rapporto vivo e personale, che vede il secondo esistere autonomamente al di fuori del primo. “La vera storia si svolge nella zona intermedia” 52. Ogni volta che si riscrive la carta politica di una regione, gli ambiti relazionali in essa esistenti subiscono un trauma. La priorità accordata all’ordine pubblico rivela le sue distanze rispetto alle determinazioni della “cultura”, nella quale è respinto – e segregato – quanto sia ritenuto idoneo a contrastare con quell’ordine. A ben vedere, le discipline repressive degli stati fanno rientrare i rom automaticamente nella sfera dei “popoli contra ordinem”, con buona pace delle istanze di cambiamento sociale. Come dimostra la realtà delle associazioni e il rafforzarsi delle soggettività a livello internazionale, i rom non sono, “in quanto rom”, restii a far valere pubblicamente i propri diritti, nonostante il clima repressivo che li circonda spinga molti di loro ad adottare strategie informali. Queste non dovranno leggersi come un “tratto culturale”, ma come un sintomo legato alle circostanze storiche. Non si tratterà allora di negare il carattere positivo (nel senso di positum) del diritto, bensì di augurarsi che la sua creazione avvenga nella consapevolezza dei rischi reali dati dal rovesciamento prospettico di cui si è parlato. Ciò è possibile solo tramite 27

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una maggior flessibilità degli strumenti a disposizione, ovvero costruendo categorie giuridiche specifiche, sì, ma anche il più possibile rappresentative delle realtà che disciplinano e sensibili al cambiamento sociale. In conclusione, l’obiettivo della rappresentatività, fondato sulla ricerca del compromesso o impossibile da immaginare senza un ravvicinamento: tra disciplina internazionale (universale e comunitaria) e normative dei singoli stati: troppo spesso la prima risulta, a misura del suo garantismo di forma, priva di efficacia vincolante e resta lettera morta; tra i diversi operatori che si interessano alla causa dei rom (educatori, etnologi, storici, sociologi, governanti, amministratori, forze dell’ordine, attivisti, rappresentanti dei gruppi, soggetti di rapporti di vicinato); le loro analisi, anziché scontrarsi sull’esclusiva dell’ “approccio legittimo”, dovrebbero formare uno spazio comune e fungibile di conoscenze, applicabili in quanto situazionali; spaziale, anzitutto trasformando (ed è un processo radicale) i campi nomadi o i quartieri emarginati in luoghi abitabili (eliminando le ragioni del “campo” e del ghetto) e, soprattutto, di confronto (ossia di risposta a esigenze comuni, senza le quali un’ombra di convivenza non è realizzabile);

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tra determinazioni politiche e culturali, rispetto ai diritti ad esse inerenti. A ciò dovrebbe far eco una graduale dissolvenza della dimensione elitaria (moltiplicatrice di “buchi strutturali”) 53 delle sfere decisionali, effetto cui si aspira promuovendo la presenza attiva (equitativamente garantita alle donne) di rom di diversa estrazione sociale entro contesti di adeguata rilevanza politica. Inoltre, si segnala l’importanza, per i soggetti di un ordinamento, di godere 28


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di un ampio diritto all’informazione ai fini del pieno esercizio delle proprie libertà (senza il consueto abisso tra libertà civili e politiche e libertà “culturali”), tanto come individui che come membri di collettività distinte. In quest’ultimo caso, se le proposte de jure condendo sono molteplici ed essenziali alle finalità indicate, queste dovranno svolgersi con la partecipazione maggioritaria e diretta dei destinatari della futura normativa. Dal punto di vista epistemologico, propendiamo per un ragionevole abbattimento di quei confini disciplinari che vietano alle scienze sociali un’applicabilità “propria” anziché di secondo grado, la neutralità scientifica valendo più che mai come atto politico. Sceglieremo allora un’antropologia giuridica dell’azione che operi nel solco della “relazione” indicata da Buber.

1. Sull’approccio continuista, si veda J.-L. Amselle, Les Logiques métisses, Paris, Payot, 1990 e, dello stesso autore, Branchements, Flammarion, Paris, 2001. 2. Per ciò che riguarda i fattori ambientali e le determinazioni sociali a essi legati, citiamo il saggio sull’ineguaglianza tra le società umane del geografo J. Diamond: Guns, Germs and Steel. The Fates of Human Societies, New York, WW Norton & Company, 1997. 3. Per un’antropologia dei sistemi mondiali, rinviamo ampiamente all’opera di J. Friedman (di cui citiamo Cultural Identities and Global Process, London, Sage, 1994 e la recente raccolta, curata da F. La Cecla e P. Zanini, La quotidianità del sistema globale, Milano, Mondadori, 2005). 4. Utilizziamo “rom” a titolo onnicomprensivo dei numerosi etnonimi con i quali i cosiddetti “zingari” usano identificarsi, secondo l’accezione introdotta da L. Piasere, che indica il peso assunto da una comunanza di prospettive (la cosiddetta “dimensione romanì”, di cui il linguaggio è rivelatore) fondata sull’unità di esperienza storica e prevalente sulle reciproche gradazioni discretive tra i gruppi. Ciò è visibile per i paesi occidentali nei casi di presenza secolare dei rom. Si veda L. Piasere I rom d’Europa. Una storia moderna, Bari, Laterza, 2004, pp. 24 – 29. A quest’opera si fa ampio rinvio per le considerazioni storico-antropologiche in essa conte-

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NOTE


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nute, che riteniamo essenziali alla comprensione dell’esperienza romanì e delle sue determinazioni sociali. 5. “Il” genocidio è quello consumatosi negli anni 1939 - 1945, perpetrato dalla Germania nazista. Il termine, in lingua romanì, deriva dal verbo mudarel, “uccidere” (si tratta della stessa radice indoeuropea del francese meurtre e dell’inglese murder), sostantivato con aggiunta del prefisso sa, “tutto”. Claire Auzias fa notare che il designatum della parola, lo “sterminio totale”, non equivale propriamente a “genocidio”, ma tocca la totalità dei gruppi (come a dire “i rom e gli altri”: la scelta è significativa!). Si veda C. Auzias, Samudaripen. Le genocide des Tsiganes, Paris, L’esprit frappeur, 2000. Si vedano, a titolo di esempi, il classico D. Kenrick - G. Puxon, Il destino degli Zingari, Milano, Rizzoli, 1975 (ed. or.: London, 1972) e F. Müller-Hill, Scienza di morte. L’eliminazione degli ebrei, degli zingari e dei malati di mente, Pisa, ETS,1989 (ed. or.: Hamburg, 1984). 6. Si veda il capitolo intitolato “Politiche rom” in L. Piasere, I rom d’Europa. Una storia moderna, cit.; pp. 62 – 88. 7. Si veda J.-L. Amselle, Les Logiques métisses, cit., e dello stesso autore, Maurice Delafosse. Entre orientalisme et ethnographie: l’itineraire d’un africaniste (1870 – 1926), Paris, Maisonneuve et Larose, 1998. 8. Si veda il successivo paragrafo. 9. La letteratura sul tema è ricchissima. A mero titolo di esempio, citiamo Affirmative Action in the United States and India: a Comparative Perspective, London – New York, Oxford Un. Press, 2004. 10. Per quanto concerne le nostre osservazioni sui rom, l’esperienza francese ha rappresentato il punto di partenza (si veda Teorie pluraliste del diritto e antropologia delle culture zingare: possibilità e limiti di un campo in espansione, tesi di laurea ined., Università di Genova, 2003). 11. Potremmo mettere “in fila” l’art. 4 della legge n. 2005 - 258 del 23/02/2005 sul “ruolo positivo della presenza francese oltremare, in particolare nel Nordafrica”, il “NO” alla Costituzione europea, le misure d’urgenza “riesumate” dall’arsenale giuridico ancora vigente durante la crisi delle banlieues, le disposizioni inerenti al contrat de première embauche. 12. M. Wieviorka, Culture, société et démocratie, in M. Wieviorka (a cura), Une société fragmentée? Le multiculturalisme en debat, Paris, La Découverte, 1996; p. 45 (t. n.). 13. Ibidem 14. Si veda sul tema N. Rouland, Antropologie juridique, Paris, PUF, 1988.

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15. L’espressione è di B. Albert. Si veda B. Albert, Antropologie appliquée ou “antropologie impliquée ? Ethnographie, minorités et développement, in J. F. Baré (a cura di), Les applications de l’anthropologie, Paris, Karthala, 1995 ; pp. 87 - 118. 16. L’interesse e la letteratura sul tema sono aumentati nell’ultimo decennio. Si segnalano due opere referenziali: N. Rouland - S. Pierré-Caps - J. Poumarède (a cura di), Droit des minorités et des peuples autochtones, Paris, PUF, 1996 e J.C. Fritz - F. Déroche - G. Fritz - R. Porteilla (a cura di), La nouvelle question indigène. Peuples autochtones et ordre mondial, Paris, L’Harmattan, 2005. 17. La questione (per quanto riguarda le minoranze e i popoli autoctoni) è ampiamente dibattuta in N. Rouland, Droit des minorités et des peuples autochtones, cit.; pp. 218-219, 233-238, 428-443. 18. La “xenottica” designa qui una disposizione cognitiva ad un rapporto di estraneità. 19. N. Rouland, Droit des minorités et des peuples autochtones, cit.; p. 439. 20. Sull’anthropological advocacy, fondata su un intervento dei ricercatori emancipato dalle politiche governative, in opposizione a quanto di norma avvenne fino alla fine degli anni Sessanta, si veda B. Albert, Antropologie appliquée ou “antropologie impliquée ? Ethnographie, minorités et développement, in J. F. Baré (a cura di), Les applications de l’anthropologie; pp. 110 e ss. 21. Si veda M. Revelli, Fuori luogo. Cronaca da un campo rom, Bollati Boringhieri, Torino, 1999 e le conclusioni di L. Piasere in I rom d’Europa. Una storia moderna, cit; p. 126. 22. Emblematico della nutrita disciplina repressiva prevista al riguardo, l’art. 53, legge 18 marzo 2003 per la Sicurezza interna voluta dall’allora ministro dell’Interno Sarkozy, rubrica come delitto la sosta su un terreno privato o appartenente allo Stato, a una regione o a un dipartimento in assenza di prova di un’autorizzazione di stazionamento o di un permesso accordato dalla persona titolare del diritto d’uso del terreno; alla multa di euro 3750 (e alla patente di guida sospesa per tre mesi) si aggiungono sei mesi di reclusione. La “legge Borloo” del 1 agosto 2003, sul rinnovo delle aree urbane, stila una lista di 28 comuni di meno di 20 000 abitanti, nei quali la sosta di “tsiganes et voyageurs” è totalmente vietata. 23. ERRC, Hors d’ici! Antitsiganisme en France, Budapest, novembre 2005. 24. La denominazione comprende gruppi eterogenei, che non condividono necessariamente una stessa origine o storia, accorda la priorità al

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modo di vita nomade o seminomade (nel senso assunto da questi termini nei nostri paesi) rispetto a referenti etnici. 25. Le Commissioni consultive di dipartimento hanno un ruolo di filtro, figurando come soggetti intermediari “esperti” in questioni relative a tsiganes e voyageurs, i quali vi partecipano in infimo numero e non hanno praticamente alcun peso decisionale. 26. L. Piasere, Un mondo di mondi, Napoli, L’Ancora, 1999, p. 18. 27. Per un’analisi sulle vicende del Caravan Sites Act del 1968, si veda A. Simoni, Il giurista e gli zingari: lezioni dalla common law, Politica del diritto, a. XXX, n. 4, dicembre 1999, Bologna, Il Mulino; p. 629. Nell’ambito del dibattito sul pluralismo giuridico e i “diritti sommersi”, l’autore compara diversi contesti geografici (Stati Uniti, Gran Bretagna, Italia), ponendo in primo piano le differenze tra l’approccio etnologico al diritto consuetudinario “degli” zingari e la lezione legislativa (“per” gli zingari) offerta dal diritto inglese. 28. Si veda l’articolo di O. Meer I rom d’Ungheria fra legge e realtà, Le monde diplomatique, novembre 1999 (rilevabile dal sito www.ilmanifesto.it). 29. Per il caso dei minori argati e la rappresentazione della relativa condotta criminosa (la “riduzione in stato di schiavitù”) come di un reato “da zingari”, si veda la sentenza della Cassazione di cui in “Foro It.”, 1990, II; c. 369 ss. 30. Rinvio generale a M. Douglas, How Institutions Think, Syracuse, N.Y., Syracuse University Press, 1986. 31. Per una trattazione esauriente della genesi e della tutela giuridica delle minoranze, si fa un ampio rinvio a due opere di riferimento: N. Rouland, Droit des minorités et des peuples autochtones, cit.; e A. Marchand, La protection des droits des Tsiganes dans l’Europe d’aujourd’hui, Paris, L’Harmattan, 2001. 32. F. Capotorti, Studio dei diritti delle persone appartenenti alle minoranze etniche, religiose e linguistiche, E/CN4/sub.2/384/1977/Add.1, 24 giugno; p. 51. 33. Ivi, E/CN4/Sub.2/1979/384/Rev.1; p. 102. 34. Ci riferiamo alla proposta di Convenzione per la protezione delle minoranze (Commissione di Venezia, 9 febbraio 1991) e alla Raccomandazione 1201 (1993), inerente a un protocollo addizionale alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo (1 febbraio 1993). 35. A. Marchand, La protection des droits des Tsiganes dans l’Europe d’aujourd’hui, cit.; p. 175.

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36. A. Fenet, Mutations internationales et protection des minorités, in C. Huy Thuan et A. Fenet (a cura di), Mutations internationales et évolution des normes, Paris, PUF, 1994; p. 53. 37. A. Marchand, La protection des droits des Tsiganes dans l’Europe d’aujourd’hui, cit.; p. 178. 38. Risoluzione 1992/65: “Protezione dei Roms (zingari)”, 4 marzo 1992, UN Doc. E/CN4/Sub.2/1992/L.11/Add.5. 39. La produzione è, in questa sede, più ricca di confronti e implicazioni: si vedano N. Rouland, Droit des minorités et des peuples autochtones, cit.; e A. Marchand, La protection des droits des Tsiganes dans l’Europe d’aujourd’hui, cit. 40. Cfr. nota 34 41. Si tratta del “Documento di Copenhaghen” dell’OCSE (1990), nel quale il rispetto dei diritti delle persone appartenenti alle minoranze nazionali è considerato “un fattore essenziale alla pace, alla giustizia, alla stabilità e alla democrazia” degli stati partecipanti (IV s.30). Nella stessa sede, è stato istituito un “Alto Commissario per le minoranze nazionali”, nominato dal Consiglio ministeriale ogni tre anni, con funzioni preventive dei conflitti che minerebbero la pace, la stabilità o i rapporti tra gli Stati. 42. Sui movimenti rom d’anteguerra e sul tema della visibilità politica, si veda L. Piasere, I rom d’Europa. Una storia moderna, cit.; pp. 112-123. 43. Si leggano le considerazioni di A. Marchand, La protection des droits des Tsiganes dans l’Europe d’aujourd’hui, cit.; pp. 142-158. 44. Si veda N. Gheorghe, The Social Construction of Romani Identity, in T. Acton (a cura di), Gypsy Politics and Traveller Identity, Hertfordshire, University of Hertfordshire Press, vol. 58, n. 4, 1994; pp. 5 e ss. 45. Si veda J-L.Amselle – E. M’Bokolo, Au coeur de l’ethnie. Ethnie, tribalisme et état en Afrique, Paris, La Découverte, 1985. 46. La definizione è tratta dall’Enciclopedia Universale, Rizzoli - Larousse, Milano, 1971, vol. XV; p. 8. 47. S. Pierré-Caps, in N. Rouland - S. Pierré-Caps - J. Poumarède (a cura di), Droit des minorités et des peuples autochtones, alla nota 15; pp. 157-346, di cui riprendiamo in sintesi la periodizzazione iniziale. 48. Ivi; p. 169. 49. Sulle concezioni del territorio, rinviamo a L. Piasere, Un mondo di mondi, pp. 85-94. 50. M. Buber, Il principio dialogico, Milano, Comunità, 1958; pp. 59. (e.t.). 51. Ivi, p. 11.

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Mosè Carrara Sutour, Multicultura, antiziganismo

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52. Ivi; p. 60 53. Nel senso precisato da R. Burt all’inizio degli anni Novanta, nell’affrontare lo studio delle relazioni di potere: se vi è assenza di relazioni (lo structural hole) tra due persone (two individuals with complementary resources or informations) ed esse stesse sono legate a una terza, questa si troverà a occupare un posto strategico. Si veda R.S. Burt, Structural Holes. The social structure of competition, Cambridge, Massachusset, Harvard University Press,1992.

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Le “Rane” nel Tempio Vita quotidiana e contrasti religiosi nella Comunità Israelitica di Alessandria nell’età dell’Emancipazione

Il trentennio apertosi con la legge del 19 giugno 1848, che sanciva la completa eguaglianza giuridica per gli ebrei piemontesi mediante la concessione dei diritti civili e politici e l’ammissione alle cariche civili e militari al di là del culto professato, e conclusosi con la scomparsa del rabbino Elia Levi Levi De Veali il 30 dicembre 1880 avrebbe visto l’Università Israelitica di Alessandria subire profonde trasformazioni che, non senza gravi controversie interne, avrebbero mutato per sempre il suo volto. Fra queste date, una di riconosciuta importanza storica e l’altra decisamente di portata più simbolica e locale, giacché chiudeva la lunga saga rabbinica dei Levi De Veali, si dipanerà questo breve lavoro espositivo basato ove possibile su fonti d’epoca; soprattutto gli articoli dell’avvocato alessandrino Felice Giacomo Vitale 1 e alcuni opuscoli di Donato Ottolenghi 2 che restituiscono il vivace sapore di un’epoca tramontata. L’Emancipazione, pur concessa a malincuore da Carlo Alberto, cambiò completamente il modo di vivere e di pensare degli ebrei incerti tra lealtà al Giudaismo e vantaggi dell’assimilazione, orgoglio per la propria tradizione e incapacità a trovare un equilibrio fra vita pubblica e privata. Inoltre non è che i rapporti con i cri35

Fabrizio Quaglia, Le “Rane” nel tempio

Fabrizio Quaglia


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stiani fossero improvvisamente mutati e i vecchi pregiudizi venissero di colpo cancellati con un tratto di penna; infatti, come da sempre accadeva nel periodo di Pasqua, festività fin dal Medioevo legata al ricordo della Passione di Cristo di cui, com’è noto, eran incolpati gli ebrei:

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“S’era costretti a dar la stanga all’uscio appena vespro e si viveva rannicchiati in casa a leggendare oziosamente, mentre sulle strade gracidavano orribilmente schernitrici le rane, certi ordigni di legno mossi da una manovella, i quali mandavano aspre e noiose voci di rana. Armati di queste rane e di bastoni, i ragazzi e non pochi adolescenti cristiani correvano pel ghetto levando un fracasso d’inferno, martellando le porte, lanciando sassi alle finestre con minaccie, che pur essendo di sole parole ci empivano l’animo di spavento, di odio e rammentavano fantasiosamente la tragedia sociale romana della morte di Gesù” 3. Anche qualche cronista clericale del luogo si fece scappare il disappunto per questo mutamento: quando il 1 aprile 1848 gli ebrei vollero festeggiare il loro riscatto al Teatro municipale non mancò di far notare che la serata passò freddamente, “perché certe esosità non si cancellano per legge” 4. Solo col ritorno dei Piemontesi alla fine della guerra di Crimea quest’ atteggiamento cessò, dice Vitale, sebbene certe vecchie mentalità paiano riscontrabili pure nella stampa liberale come dimostra la querelle scoppiata nell’“Eco del Tanaro” tra l’ingegnere poi assessore Giulio Leale (1828-1903) e Ottolenghi nel 1864. Nel marzo di quell’anno Ottolenghi aveva pubblicato nel locale trisettimanale “La Provincia” Protesta ed osservazioni intorno ad alcune parole dell’Eco del Tanaro che si riferiva all’articolo a puntate (in particolare quella del 28 febbraio 1864) di Leale La perequazione riguardante la nuova legge sulla libertà d’usura che avrebbe danneggiato i proprietari e arricchito “gli usurieri, gli strozzini, gli ebrei”; Ottolenghi rispose che gli ebrei erano stati dichiarati “redenti” da Carlo Alberto e, fuori del Tempio, cittadini come gli altri; il giornalismo, tanto più se 36


democratico come “L’Eco” avrebbe dovuto dissipare gli errori e i pregiudizi del passato, non far categorie di persone tra loro distinte, altrimenti si potrebbe dire, in base agli atti giudiziari, che i cristiani sono nella più parte ladri o altro giacché i loro nomi ricorrono più di tutti tra quelli dei malfattori. Leale sempre da “L’Eco” ribattè che la sua intenzione non era offensiva, ma “un modo di dire proverbiale, improprio se vorrà, ma che si applica nel nostro paese a chiunque” se pratica l’usura; come fanno i giornalisti Leale utilizzerebbe allora il termine “israelita” quando parla degli ebrei come classe di cittadini. Ottolenghi reiterò la protesta in numeri successivi de “La Provincia” e l’“Eco” a questo punto l’accusò addirittura, “co’ suoi appunti futili, ignobili e sconvenienti”, di voler seminare discordia tra cattolici e israeliti. La polemica finì di fronte a un giurì d’onore composto da militari e distinti borghesi, ma tutto si risolse con le scuse del direttore che disse di non aver voluto offendere né gli ebrei né Ottolenghi in particolare 5. Al di là di questi ambigui episodi non vi è dubbio comunque che la nuova libertà abbia consentito agli ebrei alessandrini una rapida ascesa socio-economica 6, politica 7 e accademica 8. Apparentemente le stesse statistiche demografiche sembrano suffragare questo sviluppo: nel triennio 1864-1866 in città si arrivò a contare 800 ebrei su circa 30000 abitanti (per fare un confronto a Casale erano 700 e a Genova solo 250) 9. Come nelle altre Università israelitiche italiane, anche ad Alessandria, però, se l’Emancipazione offrì queste libertà e possibilità sociali ed economiche, soprattutto alle oligarchie dirigenziali della Comunità, parimenti causò una forte deriva identitaria, e, almeno come intensità religiosa, una perdita del corpo sociale ebraico tradizionale. La Comunità era un’istituzione storica degli ebrei della diaspora, che, soprattutto in Italia, godeva dovunque di una certa autonomia; già prima dell’instaurazione dei ghetti essa aveva larghi poteri giuridici e amministrativi. L’Emancipazione tolse molta di quest’autonomia, che comunque non cancellò certe caratteristiche comunitarie anche quando si tendeva a ridurre il tutto a mansioni puramente “religiose” 10. A questo proposito nel 1857 fu 37

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emanata una legge, presentata proprio dall’alessandrino Urbano Rattazzi, sulla riorganizzazione delle collettività israelitiche rimasta in vigore fino all’emanazione dei Regi Decreti del 1930. Le comunità, a cui ci si iscriveva volontariamente e a pagamento, furono considerate corporazioni autonome e territoriali a carattere religioso con al vertice un consiglio eletto ogni tre anni e composte da chi risiedeva da più di un anno nelle località in cui essa era stata costituita, con un forte controllo dello Stato che aboliva anche la distinzione tra Università maggiori e minori. Era una legge a cui si era lavorato già dal 1848 e che nacque come un tentativo di riordinamento delle comunità del Regno di Sardegna mirante a ottenere un centro direttivo, fatto che incontrò l’opposizione di Casale, Alessandria e Nizza Monferrato, anche per il temuto laicismo in materia religiosa; altri progetti erano ugualmente falliti, sempre per la loro resistenza 11. Il contrasto tra la tendenza a un aggiornamento delle strutture comunitarie e quella di rinchiudersi in se stessi, si ripeté nel caso di Alessandria all’atto della sua mancata adesione al primo importante congresso ebraico nazionale tenutosi a Ferrara nel maggio 1863, in cui si intendeva riorganizzare l’intero sistema comunitario; ciò provocò le dimissioni di Donato Ottolenghi, che invece era favorevole all’unione, mentre il Consiglio temeva per la tradizionale autonomia della Comunità e per le spese occorrenti 12. Ottolenghi, d’altronde, già nel 1856 aveva pubblicato ad Alessandria l’eloquente L’israelitismo piemontese e le proposte per un progetto di legge sulla riorganizzazione delle comunità israelitiche dei regj Stati che mirava a realizzare un Consorzio delle varie Università ebraiche e l’anno dopo Un nuovo appello alle comunità israelitiche, in cui egli rimpiangeva la mancanza di una rappresentanza comune che aiutasse le Università più povere, o almeno la possibilità di associarsi volontariamente convocando un Comitato. Avrebbe ripreso questa sua idea di sussidio in Un atto di associazione, recensione del libro del condirettore dell’ “Educatore Israelita” Giuseppe Levi (18141874) l’Israelitismo Piemontese, in cui questi aveva lodato lo scritto di Ottolenghi 13. Va detto che quando sembrò che la storia ripiombasse in seco38


li oscuri gli ebrei alessandrini seppero farsi ascoltare fuori dagli stretti ambiti cittadini: lo testimonia il “caso Mortara” scoppiato nel giugno 1858 allorché il bimbo bolognese Edgardo Mortara (1851-1940) fu prelevato dai carabinieri pontifici, perché segretamente battezzato dalla giovane serva cattolica analfabeta. Di fronte al rifiuto di Pio IX di restituirlo, nell’agosto dello stesso anno le comunità israelitiche piemontesi si riunirono proprio ad Alessandria, mandando richieste d’aiuto a quelle francesi e inglesi; ne nacque un celebre caso internazionale che coinvolse stampa europea ed americana, suscitando pubbliche proteste, ma tutto fu inutile 14. Nel dettaglio un Indirizzo delle Comunità israelitiche di Piemonte ai concistori di Francia e d’Inghilterra fu firmato dai membri della Commissione amministrativa degli Israeliti d’ Alessandria Lelio Gherson Pacifico Torre (capo della comunità), Salomon Pugliese, Moise Salvador Pugliese e Salomon Torre Ortona 15. Sul “fronte” interno l’atteggiamento di chiusura ai cambiamenti tornò a farsi notare negli anni 1867-1871 in cui fu inaugurata la nuova sinagoga, fatto che avrebbe provocato una sorta di scisma tra le fazioni dei conservatori e dei modernisti. Il progetto era stato presentato una prima volta nel 1858 a nome dell’ing. Giacomo Della Torre (1834-1863) 16, ma per disaccordi interni circa i costi da sostenere se non per piccoli rifacimenti 17 non se ne fece nulla fino al 1867 quando partirono i lavori diretti dall’architetto non israelita Gianni Roveda, dopo che in un primo tempo il progetto del restauro era stato affidato allo stimato architetto vercellese Marco Treves (1814-1898) 18. Il Tempio Israelitico sarebbe stato inaugurato ufficialmente il 30 giugno 1871 alla presenza delle autorità cittadine, del rabbino di Torino Salomone Olper (1811-1877) chiamato appositamente, di Alessandro Foa (n. 1815) rabbino di Trino, di cattolici di alta posizione sociale, insegnanti superiori, autorità militari e distinti cittadini. L’interno, migliore dell’esterno, presentava un soffitto ornato a stucco e grandi lampadari

“Le Bibbie che erano state collocate provvisoriamente 39

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in una stanza attigua al nuovo Tempio appositamente addobbato, vennero portate nell’Arca Santa dai pubblici officianti e dai membri del Consiglio Amministrativo a lume di torchie che erano tenute dai maggiorenti della Comunione, e fra i concerti di musica sacra scritta appositamente per la circostanza dal valente maestro sig. Rolland che nel breve volgere di pochi mesi instruì un coro composto di quindici a venti giovanotti appartenenti alla nostra Comunione.” Dopo l’orazione di Olper, che durò quasi un’ora nel silenzio emozionato degli astanti, la festa si chiuse con la Benedizione al Re e ai presenti secondo il rito ebraico. Una cantica fu anche scritta all’uopo dall’allora studente in legge F. G. Vitale e stampata da una società di amici 19. Tutto ciò, però, non sanò la spaccatura della Comunità alessandrina tanto che si arrivò perfino ad una vacanza del seggio rabbinico durata quasi un decennio. Esiste una sentenza depositata a Casale presso la Corte d’Appello riguardante il Consiglio d’Amministrazione dell’Università Israelitica di Alessandria che mostra i contrasti emersi tra il suo Presidente Moise Salvador Pugliese – coadiuvato dai Consiglieri Elia Levi De Veali (1794-1876) figlio del defunto rabbino Maggiore Moise Zecut, il banchiere cav. Bonaiut Vitale, David Debenedetti e Leon Pugliese – e l’avvocato Marco Levi De Veali (1834-1896), Abram Samuel Levi, Elia Bonaiut Levi De Veali (n. 1815), il banchiere Matassia Torre, Zecut Levi De Veali fratello di Elia ed il barone Giuseppe Montel (1830-1919), residente a Pisa. Questi ultimi a causa delle divergenze riguardanti le antiche costumanze della Comunità fin dal 1869 avevano deciso di formare un’ associazione religiosa fuori dell’Università Israelitica e a essa non più tributaria, perché gli appellati contestavano che nel rito l’Università avrebbe trasformato l’oratorio delle donne in una specie di galleria teatrale e quindi non ci sarebbe più stata la “gelosia” che fino ad allora consentiva a queste di presenziare alle cerimonie senza esser viste dagli uomini. Il Consiglio d’Amministrazione dell’Università ribatté di aver sospeso le dete40


state riforme e di aspettare la decisione dell’ Assemblea della comunità, unica competente sulla questione anche secondo gli appellanti, e che comunque il nuovo Tempio era stato edificato senza opposizione di costoro e anzi migliorato come loro volevano con l’elevazione del parapetto delle donne che toglieva la visione degli uomini, in più il Consiglio non aveva mai pensato d’istituire organi e cori musicali o innovazioni circa le luci e le preghiere, cose queste ultime che tuttavia i “dissidenti” non avevano contestato. Essendo stato ripristinato nel frattempo il rituale come d’uso prima dell’edificazione del nuovo Tempio la Corte dichiarò intempestiva la domanda di separazione proposta; solo dopo la decisione dell’Assemblea i dissidenti avrebbero potuto contestarla e andarsene dall’Università. Con ciò il Consiglio venne assolto, a meno che gli appellati non intendessero chiedere un nuovo processo qualora l’Assemblea dei fedeli volesse approvare le riforme suddette 20. La frattura, però, si era ormai aperta. Per capire meglio la diatriba, va ricordato che dopo il 1848 le sinagoghe italiane furono modificate attraverso la costruzione di una facciata esterna con ingresso dalla strada, pur se prima dell’entrata spesso, come ad Alessandria, c’è una grossa e robusta inferriata. Anche l’interno cambiò: non più il leggio centrale coi banchi intorno, come quando il Tempio era anche il luogo in cui si trattavano i problemi della comunità; “leggio” (tevah) e “Arca santa” (l’Aron ha-Qodeš che contiene le Tavole della Legge) sono a un’estremità e i banchi disposti davanti in file parallele, come nelle chiese 21. Anche ad Alessandria la nuova sinagoga è a pianta longitudinale con tevah subito davanti l’Aron e un pulpito in origine assente. Tutto ciò ha un’importanza capitale per comprendere la trasformazione avvenuta in quegli anni all’interno della comunione alessandrina, che non agì più dentro le fragili però ovattate mura del ghetto, ma si dovette confrontare con una società in divenire che in Italia stava conoscendo per la prima volta, almeno a livello di borghesia, una diffusa realtà laica. Dietro i richiesti cambiamenti del rituale allora sembra evidente l’eco flebile di una fede non più salda perché deve essere sentita dall’individuo e non semplicemente tramandata dall’ambiente 41

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circostante, in cui la stessa figura del rabbino, quantunque nella seconda metà dell’Ottocento Alessandria continui a essere un importante centro di studi ebraici, non rappresenta più il “collante” della comunità e colui col quale i correligionari interagivano anche per ogni evenienza pratica, ma sempre più solo un officiante di riti 22. D’altronde lo stesso termine usato per indicare quella che fino al 1848 veniva chiamata “Scola” per designare la sinagoga in quanto luogo di raccolta per pregare, studiare la Torah e discutere di fatti quotidiani, è sostituito da “Tempio”, perché il nuovo o restaurato edificio è ormai soltanto casa di preghiera. Un riflesso di questa situazione è che in Italia le sinagoghe, che una volta erano aperte per i servizi religiosi due volte al giorno, dopo l’Emancipazione ebbero difficoltà a raggiungere il quorum necessario persino per una volta sola alla settimana 23. La stessa educazione ebraica era di solito trascurata. Infatti, detto che dagli archivi consultati risulta che assai pochi erano gli analfabeti all’interno della Comunità 24 (dalla calligrafia si direbbe che comunque le donne fossero meno versate degli uomini nella scrittura latina), diversa era la situazione riguardo alla conoscenza dell’ebraico: un segno della diminuita padronanza della lingua sacra è data da alcuni contratti matrimoniali (le artistiche ketubbot) coevi. In genere, a parte ovviamente i rabbini, la familiarità con l’ebraico dello sposo e dei testimoni sembra complessivamente piuttosto scarsa e così in uno vergato ad Alessandria nel 1859 lo sposo, il ventenne Abram Jacob Vitale, si firmò direttamente in italiano 25. Altro segno di un adattamento ai tempi nuovi il fatto che una volta in Piemonte firmava, come presso gli aškenaziti, solo lo sposo; ora, a dimostrazione di un influsso della normativa civile, sempre più spesso lo farà anche la donna (sempre in italiano), poiché essendo un documento per il suo valore giuridico da conservarsi solamente presso la sposa, non ci sarebbe stata necessità di farlo 26. Per reagire a questa situazione di abbandono o comunque trascuratezza della tradizione avita Vitale “il brioso, arguto pubblicista”, come lo definì il direttore del “Vessillo” Flaminio Servi (18411904), scrisse le Confessioni Israelitiche, giacché considerava un para42


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“sotto i tetti del vecchio ghetto alessandrino, uno stanzone col soffitto di travi istoriate color cioccolatte colle muraglie grommose, untose fin dove giungevan le manine e le teste dei piccini e più in su d’un bianco scialbo fuligginoso, uno stanzone cui davan aria e luce due finestricciole su un ballatoio di legno ingiallito, scricchiolante, gemebondo, e una porticina smilza coll’uscio greve, foderato di lamine, col fessolino a maniglia d’ottone e il grosso battente dietro in un batuffolo di tela che lo spingeva contro i pilastrini con gran fracasso” 27. I mobili scolastici erano un lungo tavolo nero colle gambe curve e “un tavolone sciancato, noccoluto, inverniciato dai gomiti, ricamato dalle unghie e dai temperini con delle sinuosità secolari agli angoli e delle ampie barbare ferite in ogni punto”; c’erano poi panchette e panchettine zoppe, alcune sedie rotte e un misero tavolino usato per raccogliere i quaderni degli scolari. Il pavimento era costituito da vecchi mattoni rossicci e su tutto allegria, cantilene, pianti, botte e baci fra gli alunni, in mezzo a un 43

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dosso in tempi di libertà e una sventura per l’umanità la scomparsa del giudaismo, per lui maestro di civiltà. Le Confessioni, pubblicate a puntate su “Il Vessillo Israelitico” nel biennio 1879-1880, raccontano la vita dalle parti di via Milano venticinque anni prima, quando il cancello che delimitava il ghetto solamente da poco era stato finalmente aperto, anche se ciò che gli interessava esporre non era comunque la sua giovinezza quanto ammaestrare sulla trascurata storia dell’israelitismo italiano durante l’Emancipazione. Il suo primo ricordo lo riconduce a un bel mattino d’inverno quando entrò nello stanzone semibuio della scuola Foa sulle braccia della vecchia Teresa che lo lasciò tutto solo “sotto una finestrucola dai vetri piccini impiombati, incerottati di carta”. Prima passava il tempo nel “cortiletto sucido della casa affollato sempre di marmocchi e perpetuamente sonante di allegri chiassi.” Nell’aula si stava pigiati una quarantina


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lezzo piuttosto acre. Ci si entrava al mattino e si veniva ripresi al tramonto; si iniziava cantando lo Scemangh e, i più grandi, borbottando la Tefilà, dopo la seconda colazione c’era poi la lezione d’ italiano, a mezzogiorno arrivavano Teresa e Margherita per il pranzo più o meno ghiotto a seconda delle possibilità economiche dei bambini, i poveri chiedendo dai ricchi cibo migliore del pane bigio e della sola zuppa. Il peggio giungeva al pomeriggio: le ore di ebraico del vecchio maestro Foa da Fossano, dottissimo, buono, arguto e di costumi integri, ma a causa del suo monotono suono da macchinetta automatica assolutamente negato per l’insegnamento 28, che contribuiva, come altri d’altronde, a rendere odiosa la lingua più antica e superba dell’uomo e ad allontanare dalla fede ebraica i giovani. La noia che procurava a lui e agli altri bambini Foa, col suo insistere sull’insegnamento di vocali e consonanti senza alcuna spiegazione della sintassi della frase, ricorda Vitale all’inizio del capitolo intitolato L’HHeder (la tradizionale scuola elementare ebraica), lo faceva cinquenne evadere dalla monotonia biascicante delle preghiere e tuffarsi nel mondo della fantasia, “fuori dalla topaia buia tutta polvere e tanfo del ghetto alessandrino”. Egli era al tempo una specie di miscredente tormentato da un Dio vendicatore e spione che doveva essere pregato tre volte al giorno per almeno un’ora, cioè quando ci si lavava, prima e dopo essersi cibati, nell’entrare in casa, nell’uscirvi; si doveva inoltre benedire sempre ogni ora l’“asciugamano, il tovagliolo, la Mezuzà, dappertutto”. Così, per puro gusto d’evasione un venerdì sera lanciò un grosso sasso dentro la sukkah messa in piedi da suoi “complici”, rovesciando pericolosamente la lampada contenutavi: “se ne diede, come era logico allora, tutta la colpa ai Goim e io rimasi zitto” 29. Nell’auletta c’era anche la buona e paziente signora Rosina una zitella dall’aspetto già di donna matura, che viveva in funzione del vecchio padre e del fratello. Sgridava i bambini, ma senza dar loro pizzicotti alle braccia come faceva Foa quando costui non riusciva a mantenere l’ordine, picchiando con le molle sul graticcio del braciere o con la riga sulla tavola. Bimbi e bimbe stavano tutti insieme, in un’epoca, aggiunge l’autore, in cui 44


mostrare un braccio era peccato mortale, tanto a ogni evenienza ci pensava la signora Rosina a suon di ceffoni a insegnare la decenza, anche se Vitale non capiva il mistero che si celava dietro a tutto ciò, ma stava zitto perché in casa Foa non se ne poteva parlare; questo però gli era servito (bonta sua!) a venir su castigato negli atti e nelle parole. Quand’era Sabato il bidello del collegio correva di bottega in bottega a fare auguri per questo giorno di festa, mentre padri e figli si vestivano bene con le scarpe lucidate di fresco per andare al Tempio e i ragazzetti come lui si radunavano presso il rabbino Levi che li benediceva con le mani sul capo, aspettando poi la cena illuminata dalla lampada benedetta. Il giorno dopo tutti andavano a passeggiare in campagna con la merenda in tasca dopo un pranzo abbondante e quindi “l’Avdalà, la breve cena e la partitona alla tombolina colle vicine di casa, incuffiate ghettaiole, gazzette vive, inesauribili di fatti varii con tanto di appendici, facezie e giochetti di parole” 30. Alla domenica quanti mal di denti e di ventre per far durare il Sabato fino al lunedì ed evitare la scuola! Che tuttavia permetteva almeno di tornare a sognare insieme a un suo amichetto d’esser enormemente ricchi, signori di regni infiniti, palazzi fantastici, carrozze e vagoni di ferrovie d’oro in cui fare viaggi meravigliosi. Un’altra distrazione era sentir parlare dei cristiani (i suddetti Goim), ancora odiati e temuti in quel 1855: “In quei primi anni di vita noi eravamo ancora accolti ad urli selvaggi di scherno e da busse. Non si poteva uscir soli senza udir grida rabbiose d’oltraggio, non si era sicuri mai a traversare soli una strada fuori del ghetto” 31. Gli adulti raccontavano i soprusi passati ed erano sempre diffidenti della società esterna. Un giorno, però, ritornò nel ghetto, reduce dalla Crimea, il mitico tamburino Angelo Vitale (1834-1879), primo soldato israelita piemontese, e per mesi si parlò solo di lui; ciò indirizzò i sogni dell’autore verso imprese coraggiose perché, inaudita novità, un ebreo in armi poteva dimostrarsi un vero uomo 32. Questo “in casa mia tolse molto di rispetto al sabbato e 45

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molta quiete a Teresa, che si vide minacciata seriamente nelle scope e nei setacci da me trasformati ostinatamente in fucili e tamburri, coi quali fracassava i vetri e rompeva le orecchie di tutti nel sucido, buio, pantanoso vicolo del Fiore, così chiamato certo per felice ironia.” Si mise perfino a far disegni guerreschi sui quaderni, sui muri e sulla lavagna del maestro Foa 33. Sfortunatamente per contrasti con Servi Vitale non proseguì per diversi anni la sua collaborazione col “Vessillo” 34 e in ogni caso non tornò più alle sue reminiscenze d’infanzia. Restano comunque alcuni suoi articoli sul “Vessillo” in cui riflettè amaramente sul tema della crisi religiosa interna alle comunità italiane. In Esami all’Istituto Internazionale Italiano in Torino, scrivendo della scuola diretta da Agostino De Grossi, dove si trovò a dover esaminare gli studenti israeliti (italiani e stranieri) sulla conoscenza della lingua e religione ebraica, ripensò a ciò che un mese prima gli aveva detto Donato Ottolenghi, mentre erano nella scuola di Alessandria, circa il fatto che al sabato non ci fosse al Tempio nemmeno un ragazzino; Vitale ne diede la colpa agli studi “normali”, che sottraevano tempo alla sua frequentazione, e alla “stupida vanità moderna” cui anch’egli un tempo cedette 35. Concludeva il suo scritto lamentando la dimenticanza della tradizione giudaica da parte dei figli, come se fosse un inutile fardello (mentre all’estero era patrimonio importante nella vita dello scienziato e del cittadino) e felicitandosi invece per le preghiere recitate e le storie e le feste raccontate dagli studenti ebrei di fronte a professori cristiani, arabi, buddisti, protestanti di tutti i continenti che li applaudirono con ciò marcando il progresso fatto dai tempi del ghetto, giacché ora un direttore cristiano obbligava ad un serio esame lo studio dell’Ebraismo, che Vitale vedeva in tanti suoi correligionari trascurato se non disprezzato. Se Vitale nei suoi articoli sottolineava con orgoglio un passato da non dimenticare senza però offrire soluzioni pratiche alla crisi del suo tempo (forse perché i suoi interessi lavorativi erano 46


ormai fuori Alessandria), Ottolenghi fu invece un dinamico “forestiero” 36 intenzionato ad agire sul presente senza ritenere gli usi dei tempi antichi qualcosa di inalterabile. Questo lo si nota in particolare nel suo Un colpo d’occhio sulla Comunità israelitica d’Alessandria, del giugno 1858, dove partendo dalla considerazione che l’espressione più evidente della fede israelitica è l’Oratorio, cioè la sinagoga, sostiene fosse allora sbagliato che ci fosse gente che passasse lì il tempo “a guatare, a spiare quà [!] e là ove si chiacchiera e si cinguetta, acciò intervenire ciascuno alla sua volta in quei crocchi, o formarne altri per esilararvisi”. E lo stesso più o meno accadeva durante i riti principali e nei giorni festivi. Non doveva così sorprendere se pure i ragazzi facevano chiasso tale essendo l’esempio degli adulti 37. Egli ne individuò la causa nello stato di prostrazione in cui era ridotta la pubblica istruzione prima del 1848 e l’ educazione religiosa (oltre tutto non collegate fra loro né adatte alla cultura moderna) anche negli anni successivi; secondo lui per colpa delle interdizioni civili e sociali che colpivano gli ebrei piemontesi e per l’apatia degli animi e l’ incuria di chi doveva istruire. Per ciò nel 1855, grazie al Consesso Amministrativo e al Rabbino Maggiore (e al suo stesso contributo), venne eretta in Alessandria una scuola elementare e superiore israelitica che vi rimediasse. Il Pastore (ossia il rabbino) si assunse la parte superiore dell’insegnamento e ne fu preside su incarico del Comitato d’ispezione, a cui Ottolenghi apparteneva; non mancavano poi diversi maestri preposti all’ insegnamento primario 38. Nel Colpo d’occhio affermò che ciò però non era sufficiente senza un migliore esempio religioso generale e la riforma di una liturgia fatta di preghiere oramai inutili e troppo lunghe, e migliori cantori rispetto agli attuali che spesso stonavano, anche se questi non erano difetti ristretti alla sua nuova comunità 39. Servirebbero un coro di giovinetti istruiti nell’arte vocale e un organo o strumento simile, come già si era fatto a Asti e Vercelli, mentre a Torino, dove vi era un efficiente Comitato di beneficenza, l’organo aveva sostituito l’armonium. Inoltre, per evitare la decennale confusione nel Tempio di cui egli fu testimone sarebbero utili 47

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discreti vigilanti, più solerti di quelli che pure un tempo forse esistevano. Tutti questi cambiamenti erano tuttavia inutili se non si ampliava e migliorava l’Oratorio, finanziando la sua ristrutturazione con un contributo volontario collettivo e forse anche la creazione di un Comitato eletto appositamente di quattro o cinque persone, di un “Imprestito Pubblico” che emetta un numero prestabilito di azioni e pure l’utilizzo di parte dei fondi delle varie confraternite benefiche. Esistendo già una scuola elementare e superiore, si faccia pure un asilo infantile misto 40, come a Torino, Casale e Saluzzo, con la gestione del Consiglio e l’aiuto dei privati: servirebbe a dirozzare e far svolgere attività ginnica in sale comode e salubri, non come nelle attuali scuole private troppo piccole e dove i bimbi vegetavano e si dimenavano per ore in luoghi poco igienici; invece così uscirebbero dall’asilo pronti e disciplinati per la Scuola Pubblica e ci sarebbe anche vantaggio per le ragazze agiate o povere che apprenderebbero al di là dell’età infantile le nozioni essenziali per procacciarsi in futuro un onesto mestiere. Notando poi che anche le donne disertavano abbastanza i culti, a parte qualche grande solennità, perdendosi presto in frivoli intrattenimenti, egli suggerì loro di associarsi nel promuovere, per esempio, la privata e pubblica istruzione e a patrocinare gli interessi dei sofferenti. Al tema dell’israelitismo muliebre Ottolenghi anni prima aveva interamente dedicato il suo Progetto di patronato a favore delle povere figlie israelite. Partendo dalla considerazione che le zitelle povere erano ridotte all’ abbandono spesso per colpa delle loro stesse famiglie e quindi difficilmente potevano schivare “gli scogli dell’indolenza, le tentazioni del vizio, le insanie delle passioni, la demoralizzazione della miseria e dell’ignoranza” 41 e che non sussistevano in Piemonte ospizi per le ragazze indigenti pensò dovessero occuparsene le donne, che sono più misericordiose dell’uomo essendo (zeitgeist!) gentili per loro natura, riunite in un’apposita Associazione di Patronato. Dovrebbe essere un Ricovero o una Casa di educazione e lavoro dagli otto anni ai 18/20, da cui usciranno buone israelite e utili cittadine, corredate di una “missione coniugale e materna”, con “regolare istruzione dei più necessari 48


e facili elementi dell’umano sapere”, quali imparare “lavori donneschi”, e ricevere sussidi annuali o periodici, premi a sorte per le più abili e di buona condotta (naturalmente però la somma fissata al riguardo dovrà “unicamente servire pel caso d’unione certa e determinata in legittimo e religioso matrimonio”) 42. La predetta associazione doveva essere costituita in ogni Università israelitica ed essere una Società femminile con oblazioni o contributi mensili annuali a favore delle figlie povere in modo da far loro apprendere un mestiere, avere un’educazione e facilitare una loro appropriata sistemazione; questo porterebbe a un Comitato di Patronato stabile e fatto di donne amministranti l’anzidetta Società. Esse aggregheranno le figlie bisognose e le classificheranno secondo attitudini e disposizioni fisiche e morali che permetteranno d’inserirle nella scuola delle maestre più capaci o nelle botteghe ove applicarsi; età, durata e uscita dal patronato sarebbero state decise da un regolamento da stabilirsi. Si prevedevano premi come la distribuzione di libri di morale e di educazione, indennità alle famiglie e alle stesse figlie premiate; le somme potrebbero essere trattenute in deposito dalla Società fino alla conclusione del loro apprendistato. In certi giorni le ragazze avrebbero anche potuto seguire corsi di religione, italiano, aritmetica e altre eventuali discipline elementari, come già previsto per le israelite in Inghilterra e Francia 43; possibili esami potrebbero essere svolti nell’anniversario della fondazione dell’ istituto o durante una ricorrenza religiosa. Un altro impegno che Ottolenghi assunse fu quello dell’iniziazione religiosa per la gioventù di ambo i sessi, che in poche Comunità piemontesi era praticata 44. Pochi anni dopo fu lieto di annunciare che, dietro suo suggerimento, ad Alessandria si era adottato un modo più dignitoso per celebrare il Bar mi ṣvah e che suo figlio era stato tra coloro che inaugurarono la nuova solennità 45. Soprattutto egli era convinto che, grazie a chi istruì i partecipanti, essa non fosse stata un semplice sforzo mnemonico che nascondesse in realtà ignoranza religiosa e negligenza morale 46. L’attività per cui si ricorda Ottolenghi è tuttavia quella assi49

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stenziale, in particolare di riorganizzatore delle sue forme istituzionali, essendo per lui la beneficenza un principio stesso del Giudaismo. Il Colpo d’occhio, in effetti, includeva una veloce disamina degli istituti di beneficenza israelitica presenti nell’Università israelitica alessandrina a partire dalle due Confraternite principali: quella della Misericordia e quella della Buona Morte; a parte si parlava poi delle due opere Pie Pugliese (dal nome di coloro che le costituirono) 47 per dotare i poveri di vesti, biancheria e denaro liquido, rette l’una privatamente per volontà del testatore e l’altra da un comitato presieduto dal rabbino. Sopravviveva la secolare associazione religiosa detta dell’Amante della pace, che s’occupava di pratiche ascetiche e rituali consistenti nell’andare ogni giorno a turno a pregare in casa dei confratelli e assistere i diseredati; anche se ogni anno celebrava la sua festa nel giorno della sua fondazione aveva tuttavia perso affiliati e avrebbe avuto forse bisogno di essere riorganizzata. Nel dettaglio, la Confraternita della Buona Morte da due anni non riuniva i soci e da tre praticamente non si riscuotevano quote e offerte; mentre per quella della Misericordia Ottolenghi non disponeva dei documenti necessari alla sua storia e vicende attuali, in ogni caso gli risultava che erano almeno dieci anni che non veniva reso pubblico un sunto della situazione e non si rilasciava nemmeno un resoconto finanziario, quantunque la sua condizione apparisse favorevole e le rendite fossero sufficienti a coprire gli oneri di gestione e al soccorso di vedove, anziani cagionevoli di salute e lungodegenti. Sarebbe stato importante rendere la situazione della Compagnia della misericordia di dominio pubblico in modo da creare uno spirito di imitazione e immettervi nuova linfa, purché venisse abolita la permanenza in carica “a vita” degli stessi Priori, estratti da un Comitato che li nominava come da una ristretta famiglia; certamente altri filantropi entrerebbero volentieri a farne parte se potessero. Stesse tematiche Ottolenghi affrontò nel 1862 sulle colonne de “L’Educatore Israelita”, in cui si annunciava che con apposito opuscolo egli progettava un Comitato centrale di beneficenza ad Alessandria e su “L’Eco del Tanaro” del 28 gennaio 1864 dove 50


compariva invece la sua proposta di un comitato invernale di beneficenza, che lo vedranno attivo ancora l’anno successivo 48. Di nuovo, nel 1877 un suo articolo al “Vessillo” è Sulle Confraternite che sono in decadenza; peggio, in Alessandria la cattedra rabbinica è vacante, “la predicazione silenziosa”, l’istruzione religiosa depressa, c’erano una perdurante separazione e un dualismo religioso esiziali agli istituti caritatevoli; così bisognava riorganizzare la Confraternita di beneficenza, anche perché molti avevano promesso soldi in suo favore, ma non li avevano dati, compresi lasciti testamentari e retribuzioni per commemorazioni funebri anche di 10 o 15 o perfino 30 anni prima. Per questo già da due anni aveva mandato una lettera al titubante Consiglio di amministrazione nella persona di Moise Salvador Pugliese, a cui non fu risposto: in essa chiedeva di sapere l’esatto ammontare dei carichi regressi, anche verso il Pubblico erario, migliaia di lire che dovevano andare ai poveri 49. Infine in Spirito e scopo delle confraternite Israelitiche (1879), un estratto della relazione manoscritta che stilò come schema riorganizzativo della Compagnia di misericordia d’Alessandria, Ottolenghi propugnò un assetto e uno svolgimento economico più razionali, pur salvaguardando il valore della carità israelitica 50. Come si vede si ha l’impressione che le iniziative di Ottolenghi abbiano avuto un effetto solo effimero e che dopo poco tempo gli stessi problemi si siano riproposti, perché anche quando istituzionalizzate esse erano legate alla volontà di un uomo. Intanto negli stessi anni, “dopo le tempeste” 51 si tornò a intravedere il sereno quando sulla cattedra rabbinica alessandrina risalì l’ortodosso Elia Levi Levi De Veali, valente oratore ed esperto in lettere sacre, la comunità non essendosi fatta “abbindolare dalle mene di qualche intrigante (non d’Alessandria), il quale, siccome vorrebbe ficcare il naso dappertutto, così s’era fitto nel cervello di imporre esso ad Alessandria un suo protetto!!” 52. Furono le esequie di Vittorio Emanuele II celebrate il 6 febbraio 1878 a ricondurre nel Tempio di Alessandria il rabbino mag51

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giore e insieme a lui quelli della sua fazione; ancora due anni prima, invece, in un articolo panoramico sulle varie comunità Emilio Donato Bachi (1815-1885), rabbino maggiore di Saluzzo, si dispiaceva che ad Alessandria ci fosse un facente funzione di rabbino (che non conoscendo di persona non nominò), nonostante la presenza di un personaggio del valore di Elia Levi De Veali 53. Alla fine fu bandito un concorso per colmare il seggio rabbinico vacante che prevedeva uno stipendio di 2000 lire “tutto compreso” (testuali parole) e l’obbligo di praticare la circoncisione e suonare lo šofar, ma quasi nessuno concorse (molti rabbini neppure videro il programma inviato invece come di solito ai Consigli d’ Amministrazione); forse, come altrove, le cose erano già state fatte in famiglia 54. Dalle pagine della sua rivista il direttore Servi non esitò a dire che la comunità di Alessandria era “tutta rinchiusa in sé stessa”. Il rabbino fu scelto secondo una procedura decisamente scorretta: non venne interpellata la comunità come pure voleva la legge e fu eletto non l’unico partecipante (un livornese), ma chi non concorse, avendo avvisato che per l’età avanzata non avrebbe potuto esercitare, ossia Elia Levi Levi De Veali. D’altra parte le cose qui andavano avanti, proseguì Servi, “con quella svogliatezza con quell’ indifferenza glaciale che non la fa più riconoscere da qualche lustro addietro” 55, questo, proseguiva, nonostante la presenza dei due bravi maestri, Foa e Vitale, che meriterebbero qualche titolo più di quelli dati ad altri meno meritevoli. In ogni caso, scrisse in una delle puntate del suo articolo, Impressioni di viaggio, pur essendo stato nominato il rabbino, le cose, almeno ai primi di febbraio del 1879, non erano ancora state appianate 56. Il mese seguente però il vice-rabbino Emanuele Foa annunciò che era stato festeggiato l’anniversario dell’Emancipazione insieme all’installazione del riconfermato Rabbino Levi De Veali in un Tempio illuminato come nei riti maggiori, accompagnato dai membri del Consiglio d’amministrazione dell’Università israelitica e dai maestri officianti e che il giorno dopo il rabbino fece un forbito discorso in cui parlò della ricorrenza delle Reali Franchigie per gli Ebrei. Ora, assicurava Foa, per lo spirito di conciliazione del rabbino e di tutti gli israeliti di 52


Alessandria dopo anni erano tornate nella Comunità pace e concordia 57. Figlio del rabbino Matassia (1781-1835) il settantenne rieletto non rimase a lungo in carica, morì infatti alla fine del 1880 e le “splendide onoranze funebri” 58 che ricevette il mese seguente e a cui parteciparono, tra gli altri, il rabbino di Acqui, Lazzaro Ottolenghi (1820-1890) 59, il vice-rabbino di Vercelli Giacobbe Carmi 60 e il deputato locale l’avv. Giovanni Battista Oddone (1826-1911), non poterono cancellare i segni della decadenza culturale dell’israelitismo alessandrino, come simboleggia la dispersione della sua ricca biblioteca che non era solo cartacea testimonianza di una saga familiare cominciata nella Palestina del tardo XVI secolo, svoltasi poi in Emilia e infine dal 1738 in Alessandria, ma parte della storia di una comunità che stava iniziando a dimenticare il suo prestigioso passato 61. Successore di Elia sarà il moncalvese Salvatore Momigliano (1856-1890), il primo rabbino non alessandrino dopo quasi novantanni, fatto di una certa rilevanza simbolica alla luce di quanto scritto. Durante il suo breve incarico anch’egli si troverà ad affrontare i problemi della cosiddetta assimilazione a cui cercherà di porre rimedio coi suoi scritti e la sua predicazione religiosa, ma ormai la comunione alessandrina andava sempre più perdendo rilevanza e diversi suoi membri si spostavano in centri più vivaci dal punto di vista economico e culturale (Milano, Genova, Torino e Firenze). Restava quasi soltanto, come nei citati ricordi di Vitale, un’ironica nostalgia del tempo andato e qualche vecchia polemica. NOTE 1. Nato ad Alessandria il 20 luglio 1851, nel periodo in questione scriveva sul “Risorgimento”, il “Fanfulla” (col nome di Iacopo), l’“Illustrazione Italiana” e l’“Eco delle Industrie”, oltre che essere autore delle Rimembranze di Londra, del volume di versi Le Primavere e di tre racconti al tempo di un certo successo intitolati di Battaglie di cuore. Angelo De Gubernatis (Dizionario biografico degli scrittori contemporanei, Firenze, coi tipi dei successori

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Le Monnier, 1879; p. 1050) lo definì verista in letteratura, “quasi ascetico in religione, conservatore in politica”. 2. Nato ad Acqui Terme il 7 novembre 1820, morì ad Alessandria il 5 ottobre 1883. Ardente patriota, corrispose con i fratelli D’Azeglio, Aurelio Bianchi-Giovini, Cesare Balbo e Vincenzo Gioberti; molto ricco e membro di varie associazioni, si dedicò assiduamente ai poveri, non necessariamente israeliti, di Alessandria come mostrano i suoi articoli su quotidiani locali e riviste e vari suoi opuscoli. Sovvenzionò l’Alliance Israélite Universelle, cfr. “L’Educatore Israelita”, IX, 1861, 1; p. 29 e il “Bulletin de l’Alliance Israélite Universelle”, VIII, 1867; p. 184. 3. Cfr. Felice Giacomo Vitale, Confessioni Israelitiche, in “Il Vessillo Israelitico”, a. XXVIII, 1880; p. 41. 4. Giovanni Berta, Cenni di cronistoria alessandrina dall’anno 1168 al 1900, Alessandria, Jacquemod, 1903; p. 132. 5. Cfr. “L’Educatore Israelita”, a. XII, 1864, n. 5; p. 120. 6. Mi limito qui al caso del ciabattino Michele Vitale (1831-1907) che nello stesso 1848 poté aprire un negozio poi, in società col fratello Angelo (1835-1919), trasformato nel Premiato Calzaturificio Vitale dedito al commercio di scarpe e pellami in Piemonte, Lombardia e Liguria. Cfr. F. Gasparolo, Raccolta di iscrizioni alessandrine, Alessandria, Società di Storia, Arte e Archeologia per la Provincia di Alessandria, 1935; pp. 419-420. 7. Nel 1866, divenne consigliere comunale il barone Donato Montel (m. 1868) (cfr. “L’Educatore Israelita”, a. XV), così come anni dopo il cav. Emilio Ottolenghi (acquese, 1830-1908), già membro della Cassa di Risparmio (cfr. “Il Vessillo Israelitico”, a. XXVII, 1877; p. 330). Salvatore Foa in Gli Ebrei in Alessandria (Città di Castello, Unione Arti Grafiche, 1959; p. 64), segnala che il primo consigliere comunale israelita fu il banchiere Raffaele Vitale nel 1850. 8. De Gubernatis (Dizionario biografico degli scrittori contemporanei, cit.; pp. 632633, 1050) nomina Marco Vita Levi, di famiglia vercellese ma nato ad Alessandria nel 1853, che studiò legge a Torino dove si laureò nel 1874 con una tesi sulla comproprietà; suoi scritti furono editi a Barletta, Pisa e Torino. Non sbocciò purtroppo la carriera di Michele Torre, studente in medicina morto ventenne ad Alessandria il 23 ottobre 1858, che aveva studiato quattro anni medicina all’Università di Torino (cfr. “L’Educatore Israelita”, a.VI, 1858, n. 11; pp. 340-341). 9. Cfr. “L’Educatore Israelita”, a. XII, 1864, n. 12; pp. 358-359; e a. XIV,

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1866, n.12; p. 363. Nel 1880 il loro numero era sceso a 650 e continuò a diminuire (cfr. Statistica degli ebrei, in “Il Vessillo Israelitico”, a. XXVIII, 1880; p. 330) a causa di decessi superiori alle nascite. 10. Amos Luzzatto, La comunità in Italia durante il fascismo, in Gli ebrei in Italia durante il fascismo, Sala Bolognese, Forni, 1981; pp. 15-17. 11. Ester Capuzzo, Gli ebrei nella società italiana. Comunità e istituzioni tra Ottocento e Novecento, Roma, Carocci, 1999; pp. 94-96. 12. Cfr. “L’Educatore Israelita”, a. XI, 1863, n. 12; pp. 393 e 397-398. La Direzione del periodico, riferendosi ad Alessandria, ritenne che “l’idea di municipalismo non possa aspirare a molta lode”. Ottolenghi pubblicò anche uno scritto in cui espose i suoi vani tentativi d’associare la sua comunità alle altre intervenute a Ferrara. Lo si veda sempre in “L’Educatore Israelita”, XII, 1864, 2; p. 25. 13. Cfr. “L’Educatore Israelita”, a. VI, 1858, n. 2; pp. 52-54. 14. Cfr. Riccardo Calimani, Storia dell’ebreo errante, Milano, Rusconi, 1995; pp. 485-490. 15. Cfr. Roma e la opinione pubblica d’Europa nel fatto Mortara. Atti, documenti, confutazioni, Torino, Unione tipografico-editrice, 1859; pp. 75-76. Anche la stampa alessandrina partecipò all’affaire: Gemma Volli, II caso Mortara nell’opinione pubblica e nella politica del tempo, in “Bollettino del Museo del Risorgimento” (a. V, 1960 p. 1095), ricorda come “Il Riscatto” fu tra i giornali favorevoli ai Mortara. 16. Fu anche consigliere comunale; cfr. “L’Educatore Israelita”, a. XI, 1863, n. 10; p. 323. 17. Cfr. Donato Ottolenghi, Ai confratelli della Comunità israelitica d’ Alessandria, Alessandria, Barnabè e Borsalino, 1859; p. 15. 18. Cfr. “L’Educatore Israelita”, a. XII, 1864, n. 12; p. 346. Treves è noto soprattutto per il rifacimento del Tempio di Pisa e la costruzione di quello di Firenze. 19. Cfr. Isacco Pugliese, Inaugurazione del nuovo tempio israelitico di Alessandria, in “L’Educatore Israelita”, a. XIX, 1871; pp. 215-219 (la citazione è a p. 217). Pugliese (n. 1846) si augurava che il coro potesse essere mantenuto. Dopo il 1848 era abbastanza comune la presenza di cattolici tra i frequentatori delle sinagoghe, soprattutto quando c’erano festività importanti o celebrazioni istituzionali, anche se si temeva che questo celasse in realtà la volontà di vigilare sulla liturgia ebraica (cfr. Francesco Spagnolo, La stampa periodica ebraica come fonte per la ricostruzione della vita sinago-

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gale nell’Italia dell’ emancipazione, in “Materia Giudaica”, a. IX, 2004, n.1-2; p. 271). Pugliese fu anche relatore della Commissione per la Riforma del Culto Esteriore, cfr. la sua Relazione. Presentata il 22 Ottobre 1868 al Consiglio Amministrativo Israelitico di Alessandria ivi stampata nel marzo 1869. 20. Cfr. Sentenza del 28 maggio 1872, in “L’Educatore Israelita”, a. XX, 1872; pp. 231 -236. Nonostante quanto appena affermato, in questi anni ad Alessandria è attestata la presenza nel tempio di un coro femminile attivo nel rito di Kippur, (cfr. F. Spagnolo, La stampa periodica ebraica come fonte per la ricostruzione della vita sinagogale nell’Italia dell’ emancipazione, cit.; p. 269). 21. Cfr. Celso Bertola, Notizie storico illustrative e guida bibliografica -Mostra didattica itinerante vita e cultura ebraica. Documentazione fotografica sulla presenza ebraica in Piemonte nei secoli XVIII e XIX, a cura di Giorgio Avigdor, Torino, Archivio delle tradizioni e del costume ebraici ‘Benvenuto e Alessandro Terracini’, 1983; pp. 29-30. 22. Sull’“ecclesiasticizzazione” rabbinica in Italia cfr. Elia Richetti, La reazione del rabbinato italiano alle leggi razziali, in “Qualestoria”, a. XVII, 1989, n.1; p. 76. 23. Cristina Bettin, Identity and Identification: Jewish Youth in Italy 1870-1938, in “Journal of Modern Jewish Studies”, a. IV, 2005, n.3; p. 326; spesso ci si rivolgeva a speciali confraternite che garantissero il quorum di dieci adulti (l’ebraico minyan) o a individui scelti fra i meno abbienti della comunità e per ciò retribuiti, cfr. F. Spagnolo, La stampa periodica ebraica come fonte per la ricostruzione della vita sinagogale nell’Italia dell’ emancipazione, cit.; pp. 270271. 24. Su scala nazionale Attilio Milano (Storia degli Ebrei in Italia, Torino, Einaudi, 1963; p. 382), rileva che gli analfabeti nel 1861 erano il 64,5% della popolazione, ma appena il 6% fra gli ebrei. 25. Cfr. Micaela Vitale, Il matrimonio ebraico. Le ketubbot dell’Archivio Terracini, Torino, Zamorani, 1997; pp. 52, 115; e Archivio Storico del Comune di Alessandria, Serie II, 744, Alessandria, Università israelitica. Atti di matrimonio (1842-1865). [da qui solo ASCAl] 26. Lo provano un paio di ketubbot alessandrine novecentesche; cfr. Micaela Vitale, Il matrimonio ebraico. Le ketubbot dell’Archivio Terracini, cit.; p. 115. 27. Cfr. “Il Vessillo Israelitico”, a. XXVII, 1879; p. 369. 28. Ivi; pp. 370-371. La preghiera che inizia con la parola šema, cioè “Ascolta” (qui Scemang) è l’incipit dell’atto di fede ebraico che proclama

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l’assoluta unicità del Divino; la tefillah è la preghiera pubblica. 29. “Il Vessillo Israelitico”, a.XXVIII, 1880; pp. 12-14. La mezuzah è il rotolino pergamenaceo fissato allo stipite di ogni casa ebraica e di ogni sua stanza; simbolizza la santità del focolare ebraico e contiene due versetti del Deuteronomio. La sukkah è la capanna di frasche eretta all’aperto durante la Festa dei Tabernacoli che si svolge intorno a settembre-ottobre. 30. Ivi; pp. 37-40. 31. Ivi; p. 40. 32. Negli stessi anni Lazzaro Vitale di Alessandria non fu tuttavia ammesso all’Accademia Militare di Torino perché non cattolico (cfr. “L’Educatore Israelita”, a. VII, 1859, n. 6; p. 219); nella Guardia Nazionale di Alessandria furono invece nominati il capitano Moisè Torre, il tenente Aron Ottolenghi e il sottotenente Moise Debenedetti (cfr. “L’Educatore Israelita”, a. VI, 1858, n. 10; p. 316). L’anno dopo Torre fu promosso capitano della guardia nazionale di Alessandria (cfr. “L’Educatore Israelita”, a.. VIII, 1860, n. 7; p. 219). 33. Cfr. “Il Vessillo Israelitico”, a. XXVIII, 1880; p.42. L’Havdalah è la corta cerimonia che segna attraverso l’omonima preghiera la separazione fra il Sabato uscente e gli altri giorni della settimana. Il vicolo del Fiore confluiva in via S. Lucia (ora via Chenna) (cfr. F. Gasparolo, Case di nobili, o distinte famiglie, in “Rivista di Storia Arte e Archeologia per la Provincia di Alessandria”, a. XXXVII, 1928, n.3; pp. 232-234), corrispondendo quindi all’incirca all’odierna via Bissati. 34. Cfr. F. G. Vitale, Intagli ebraici e fregi latini, in “Il Vessillo Israelitico”, XXXVII, 1889; p. 121. 35. Cfr. F. G. Vitale, Esami all’Istituto Internazionale Italiano in Torino, in “Il Vessillo Israelitico”, a. XXVI, 1878; pp. 259-261. A Ottolenghi Vitale dedicò il libretto di racconti Battaglie di cuori, (ivi; p. 333). 36. Marco Dolermo, Tra Restaurazione e aspirazioni separatiste: le Comunità Ebraiche di Acqui e Nizza Monferrato (“Quaderni dell’Èrca”, a.V, 1998, n. 10; p. 53), ricorda che Nathan Donato Ottolenghi, già membro della commissione generale del Monferrato, fu tra i tanti acquesi che si trasferirono ad Alessandria dopo l’assalto al locale ghetto nel 1848; cfr. id., La costruzione dell’odio. Ebrei, contadini e diocesi di Acqui dall’istituzione del ghetto del 1731 alle violenze del 1799 e del 1848, Torino, Zamorani, 2005; p. 111. 37. Anche in altri scritti si lamenterà degli schiamazzi nel Tempio causati dai bimbi; a loro difesa va però detto ch’essi erano solitamente pre-

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senti nelle sinagoghe solo per le annuali cerimonie dei premi dati agli studenti migliori o quando facevano da coristi; cfr. F. Spagnolo, La stampa periodica ebraica come fonte per la ricostruzione della vita sinagogale nell’Italia dell’ emancipazione, cit.; p. 270. 38. Ottolenghi ne parlò nel suo discorso in occasione della Distribuzione dei Premi agli allievi della Scuola Israelitica di Alessandria che festeggiatasi nel giorno 29 Agosto 1857 (cfr. “L’Educatore Israelita”, a. V, 1857, n. 7; pp. 273-276). Riguardo agli insegnanti, si trattava probabilmente del precettore e officiante Michele fu Michel Jacob Vitale di Alessandria (n. 1807, autore anche di versi sacri; cfr. “Il Vessillo Israelitico”, a. XXIII, 1875; pp. 311312 e 378), e di Emanuele Raffaele di Elia Foa (1827-1908?), che superò anche gli esami di maestro elementare a Genova (cfr. “L’Educatore Israelita”, X, 1862, 9; p. 284), e che fu rabbino di Alessandria al volgere del nuovo secolo (la sua traccia più antica negli archivi cittadini consultati risale al 1852, cfr. ASCAl, Serie II, 744, cit.). In un registro del 1850 ho visto anche la firma del maestro Isach Sanson Vitale (n. 1785), cfr. ASCAl, Serie II, 742, Università israelitica. Atti di nascita (1842-1853). 39. Al proposito segnalo che Ottolenghi in fondo a questo libello lamentò il gretto campanilismo e il meschino senso di superiorità contro chi veniva da fuori, quando l’importante doveva essere la comune appartenenza all’ Israelitismo se si voleva che l’Università alessandrina progredisse. Quanto ai cantori si sa che Felice Finzi (1814-1896) di Correggio fu “funzionario Casan” in Alessandria dal 1835 fino al 1850 (poi per 40 anni rabbino di Genova) (cfr. “Il Vessillo Israelitico”, a. XLIV, 1896, n.10; pp. 350-351); ad Alessandria gli subentrò il suddetto Michele Vitale (cfr. ASCAl, Serie II, 744, cit.), in seguito anche vice-rabbino, in “Il Vessillo Israelitico”, a.XXVII, 1877; p. 359). Il hazan era un professionista retribuito, talvolta il vice-rabbino, un istruttore religioso nella scuola ebraica (come in entrambi i casi Finzi) o il macellaio rituale, cfr. F. Spagnolo, La stampa periodica ebraica come fonte per la ricostruzione della vita sinagogale nell’Italia dell’ emancipazione, cit.; p. 269. 40. Cosa già da lui auspicata, cfr. il suo Progetto di patronato a favore delle povere figlie israelite, Alessandria, Astuti e Provenzale, 1854; p. 4. 41. cfr. D. Ottolenghi, Progetto, cit.; p. 6. 42. ivi, pp. 8-9. 43. Quest’idea seppur in nuce era anche nel Colpo d’occhio, cit.; pp. 28 e 30. 44. cfr. D. Ottolenghi, Progetto, cit.; p. 5.

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45. Cfr. “L’Educatore Israelita”, a. VI, 1858, n. 4; pp. 121-122. 46. Cfr. D. Ottolenghi, L’iniziazione religiosa nella comunità d’Alessandria in, “L’Educatore Israelita”, a. VI, 1858, 5; pp. 143-145 (venne pubblicata solo la prima parte dell’articolo, in cui è descritta la cerimonia). 47. Nel 1786 era nata quella intitolata a Giuseppe Vita Pugliese e dieci anni dopo quella a nome di Raffaele Pugliese (cfr. S. Foa, Gli Ebrei in Alessandria, cit.; p. 48). La Compagnia della Buona Morte fu fondata dal R. Levi De Veali nel 1853 (Ivi, p. 63). 48. Cfr. “L’Educatore Israelita”, a. XIII, 1865, n.1; p. 26. 49. Cfr. “Il Vessillo Israelitico”, a. XXV, 1877; pp. 68-71. 50. Cfr. “Il Vessillo Israelitico”, a. XXVII, 1879, pp. 43-45; non sono riportate le parti in cui trattò delle origini e della storia di questa Compagnia, della questione se fosse giusto o meno erigerla a “Corpo Morale”, delle proposte favorevoli alla creazione di un sussidio per gli ebrei poveri e della fusione con il sodalizio separato della Buona morte in un’unica Pia compagnia. 51. Cfr. “Mosè. Antologia Israelitica”, a.I, 1878; p. 235 e anche “Il Vessillo Israelitico”, a. XXVI, 1878; pp. 101-102; su quest’ultima rivista, alle pp. 87-88, apparve ne Le com. israelitiche italiane e il lutto nazionale una relazione in cui Emanuele Foa descriveva l’avvenimento. 52. Cfr. “Mosè. Antologia Israelitica”, a. I, 1878; p. 396. 53. Cfr. “Il Vessillo Israelitico”, a. XXIV, 1876; p. 47. Anch’egli rabbino, era zio di Elia Levi Levi De Veali. 54. Cfr. “Il Vessillo Israelitico”, a. XXVI, 1878; p. 200; lo šofar è il corno di montone che s’usa nelle solennità autunnali. 55. Ivi; p. 295. 56. Cfr. “Il Vessillo Israelitico”, a. XXVII, 1879, p. 44. 57. Ivi; p. 114. 58. Cfr. il necrologio che il Rabbino di Corfù e direttore del “Mosè” Giuseppe Emanuele Levi (1823-1887) fece sul suo periodico (a. IV, 1881; pp. 61-63). 59. L. Ottolenghi pubblicò lo stesso anno in Alessandria il discorso che tenne quel giorno. 60. Carmi compose un’elegia ebraica che fu cantata da Foa (cfr. dello stesso Foa la Commemorazione funebre in Alessandria, in “Il Vessillo Israelitico”, a. XXIX, 1881; pp. 55-57). Organizzata dal Presidente della Comunità Jacob Abram Pugliese, durante la cerimonia il maestro Michele Vitale

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Fabrizio Quaglia, Le “Rane” nel tempio

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cantò il salmo 49. 61. F. Servi ne scrisse il necrologio (ivi; pp. 22-23), ricordando i manoscritti, l’importante corrispondenza e i “libri tutti postillati” oggi conservati, almeno in parte, presso la Stadt- und Universitaetsbibliothek di Francoforte e la Magyar Tudományos Akadémia di Budapest (cfr. Hirsch Perez Chajes, Una lettera del Nassi Sintzheim al Rabb. Moise Zecut Levi, in “Rivista Israelitica”, a. V, 1908; pp. 140-142).

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Il modello organizzativo delle Brigate rosse in una prospettiva comparata Stefano Quirico

La traiettoria descritta dalle Brigate rosse (d’ora in poi: BR) tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta del secolo scorso è stata esaminata dalla letteratura specialistica attraverso i tradizionali strumenti storiografici, con l’obiettivo di ricostruire gli episodi e i momenti più significativi della stagione del terrorismo italiano 1. Questo saggio muove dall’idea di integrare tale approccio con l’analisi del modello organizzativo brigatista, tanto nella sua struttura, quanto nelle strategie e tattiche d’azione utilizzate 2. L’analisi è condotta anche attraverso la comparazione fra il fenomeno delle BR e quelli di altri soggetti e formazioni che hanno fatto ricorso alla violenza e alla lotta armata per il perseguimento di obiettivi politici. Dopo aver illustrato sinteticamente i tratti che hanno caratterizzato l’organizzazione delle BR, saranno dunque approfondite le esperienze di alcuni gruppi armati apparsi nel corso del Novecento, privilegiando quelli che sono in qualche misura riconducibili all’area eterogenea della sinistra rivoluzionaria. Per quanto attiene specificamente al caso delle BR, occorre preliminarmente osservare che l’organizzazione ha subito nel corso del tempo mutamenti che ne hanno ridisegnato l’assetto complessivo. Per esigenze analitiche, è necessario operare alcune semplificazioni, assumendo come termine di paragone, per i successivi confronti, la struttura brigatista nel periodo di massima espansione ed efficienza. In tal senso, l’esame non prende in considerazione la fase precedente al 1972, anno nel quale fu com61

Stefano Quirico, Il modello organizzativo delle Brigate rosse

Un’analisi organizzativa dell’esperienza brigatista


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piuto il passo definitivo verso la clandestinità e furono create le condizioni per la nascita di un’organizzazione formalizzata, emersa plasticamente nel 1974-75 e ricostruita in sede processuale, anche attraverso il recupero di documenti elaborati dalle stesse BR 3, a cui si aggiungono gli ormai numerosi scritti di memorialistica. L’opera di costruzione fu articolata secondo due direzioni. Da un lato, si trattava di rinforzare la presenza sul territorio, nei diversi poli di interesse strategico: l’obiettivo fu raggiunto attraverso l’edificazione di colonne, autonome nella propria attività ordinaria, soprattutto nei primissimi mesi 4. Inizialmente, infatti, le sedi di colonna erano solo due (Milano e Torino) e le esigenze di coordinamento non ancora avvertite. Ciascuna colonna era ulteriormente suddivisa in brigate, che riunivano a loro volta le cellule e non superavano i dieci militanti 5. Tutti e tre i livelli rispondevano a una logica di tipo verticale, volta cioè a garantire un’efficiente distribuzione territoriale. Per altro verso, dominava un’impostazione di tipo orizzontale, incarnatasi nella nascita dei fronti, che inizialmente erano due: quello massa o delle grandi fabbriche, orientato a curare le iniziative presso il mondo industriale e il contesto sociale di riferimento; quello logistico, investito delle funzioni di pianificazione delle azioni, di falsificazione dei documenti, di reperimento delle armi, ecc. Essi agivano in modo trasversale rispetto alle colonne. Secondo un complesso meccanismo di raccordo, ciascuna colonna era rappresentata nell’ambito dei due fronti e, parallelamente, la suddivisione dei compiti secondo la bipartizione in fronti era riprodotta all’interno delle colonne: ognuna di esse ospitava un responsabile logistico e un addetto ai contatti con la fabbrica 6. La compartimentazione tra le colonne si presumeva totale. Quanto meno in linea teorica, i militanti dell’una non avrebbero dovuto conoscere l’identità di quelli affiliati all’altra (da cui la prassi di ricorrere ai nomi di battaglia). Tale imposizione era giustificata da esigenze di sicurezza, tra cui la volontà di evitare che la scoperta di una colonna pregiudicasse il futuro dell’intera organizzazione. Nel dettaglio, furono teorizzate una compartimenta62


zione orizzontale (quella appena descritta) e una verticale, volta a separare i destini dei diversi livelli dell’emergente gerarchia 7. A livello pratico, tuttavia, la situazione fu assai meno lineare. L’appello alla “reale discrezione dei militanti” cui si fa riferimento nei testi 8 è la prova della difficoltà di passare dai proclami ai fatti. Le modalità dell’arresto di Renato Curcio e Alberto Franceschini 9, nel settembre del 1974, furono emblematiche dell’inadeguatezza del livello di compartimentazione raggiunto: all’infiltrato Silvano Girotto furono sufficienti pochi incontri per essere messo in contatto con l’intero gruppo dirigente brigatista, che fino ad allora aveva dimostrato in varie occasioni di interpretare con flessibilità l’impegno alla riservatezza 10. Le perdite subite, accanto alla crescente esigenza di consentire una ragionevole circolazione delle informazioni e di fornire l’indispensabile coordinamento a fronti e colonne, indussero a correggere parzialmente l’impianto organizzativo. Nel corso degli anni, infatti, le BR avrebbero posto le premesse per l’approdo “per partenogenesi” 11 in Veneto, a Genova, a Roma e a Napoli e istituito gli inediti fronti della controrivoluzione e delle carceri. In quest’ottica vide la luce il Comitato Esecutivo, che costituiva l’espressione più palpabile della tendenza verticistica che l’organizzazione andava assumendo. Il nuovo organismo rimpiazzava il Nazionale, che aveva garantito l’unitarietà dell’azione nei primi anni, grazie al carisma dei leader che ne avevano fatto parte più che a meccanismi formalizzati 12. A delineare le strategie di fondo della lotta armata sarebbe stata invece la Direzione Strategica (DS), composta dai membri dell’Esecutivo e da altri militanti, in tutto una quindicina di persone 13. In particolare, essa deteneva il potere di emanare sanzioni disciplinari, gestire le risorse finanziarie, apportare modifiche alla struttura organizzativa e nominare i membri dell’Esecutivo per la gestione quotidiana 14. Tra l’Esecutivo e la DS si è instaurato un rapporto peculiare, nell’ambito del quale l’uno era chiamato a dare attuazione a quanto stabilito dall’altra negli orientamenti generali e ad assumere le decisioni concrete in occasione delle azioni più significative, come il sequestro di Aldo Moro nel 1978, concedendo 63

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invece una relativa autonomia a colonne e brigate per le operazione ordinarie. La riflessione svolta, tuttavia, deve confrontarsi con il piano del funzionamento effettivo: è probabile, infatti, che il complicato intreccio che scaturiva dall’impianto organizzativo adottato si risolvesse di fatto nella concentrazione di ampie quote di potere nelle mani di quattro-cinque persone, contemporaneamente al vertice di una colonna e membri di un fronte, dell’Esecutivo e della DS. Questa osservazione pare contraddire il principio di radicale uguaglianza in base al quale i brigatisti sostengono di aver edificato il proprio gruppo armato. Espressione di tale convinzione fu certamente la decisione di evitare ogni distinzione tra funzioni politiche e militari. Ammessa la necessità di creare ambiti specializzati in talune mansioni (es. distinguere tra logistica e massa, anche se non erano rari i casi di brigatisti chiamati, nel corso della propria esperienza, a ricoprire diversi ruoli), l’organizzazione rifiutò di separare i compiti di elaborazione teorica da quelli dell’esecuzione delle azioni. Tutti i militanti, infatti, dovevano dimostrarsi abili nell’uso delle armi e disposti ad agire in prima persona anche nelle circostanze più pericolose o meno nobili, come le rapine di autofinanziamento, circostanza che caratterizzava le BR rispetto a quanto accadeva nei gruppi extraparlamentari dell’epoca, dotati di uno specifico “servizio d’ordine” 15. In realtà, uno studio meno superficiale suggerisce considerazioni differenti. Una forma – seppur velata – di gerarchia era rappresentata dalla distinzione fra militanti regolari, impegnati a tempo pieno, clandestini e stipendiati dall’organizzazione, e irregolari, che mantenevano la propria posizione nella società. Agli uni erano affidate le mansioni (organizzative e militari) direttamente inerenti la lotta armata; gli altri, invece, erano chiamati a curare i rapporti con l’esterno, svolgendo opera di propaganda e fornendo supporto alle azioni 16. Conclusioni analoghe si possono trarre adottando una lente di genere. Le posizioni di uomini e donne che aderivano al gruppo erano nominalmente parificate 17, ma le visioni del maschile e del femminile dominanti fra i membri (in maggioranza maschi) delle BR erano di tipo tradizionale. Il linguaggio brigatista, soprattutto 64


nella scelta delle metafore e delle immagini più evocative, denota un’impronta maschilista che non sembrava imbarazzare gli autori dei proclami 18. Numerosi militanti, inoltre, furono sedotti dal fascino delle armi, della violenza e della prospettiva bellica in senso lato, elementi caratteristici del rafforzamento dell’identità maschile in senso virilista operato nei primi decenni del Novecento dalla propaganda di destra, in tutte le sue declinazioni (nazionalista, futurista, dannunziana, fascista) 19. Su un piano più eminentemente operativo, occorre prendere atto della persistenza di pregiudizi di genere a danno della componente femminile. L’aneddotica testimonia dello scetticismo nutrito nei confronti delle abilità militari delle militanti, attribuito non all’inesperienza, ma all’essere donna 20. Per di più, alle brigatiste era affidato – come se si trattasse di una scelta naturale – in misura pressoché esclusiva il lavoro di cura, come conferma la ricostruzione della quotidianità del sequestro Moro fornita da Anna Laura Braghetti, unica donna fra i carcerieri del Presidente democristiano 21. Le BR, dunque, apparivano ostaggio forse inconsapevole di stereotipi di genere tipici della società borghese che intendevano rovesciare. L’insieme delle dinamiche descritte restituisce l’immagine di un’organizzazione che nel corso del tempo ha accentuato il proprio verticismo, rifugiandosi a tratti in logiche autoreferenziali e centralistiche che hanno privilegiato l’oliatura degli ingranaggi interni e progressivamente svuotato lo spirito di iniziativa e la tendenziale autonomia dei militanti e delle brigate, sfilacciando e recidendo infine il legame con l’area sociale di riferimento. La decisione di procedere all’uccisione di Moro è stata da più parti presentata come l’unica soluzione praticabile da parte dei gestori della vicenda dopo la pronuncia in tal senso dell’Esecutivo, secondo una lettura ottusamente burocratica della questione 22. L’opinione prevalente è che il ripiegamento delle BR su se stesse abbia rappresentato l’effetto di lungo periodo della scelta iniziale in favore della clandestinità e della compartimentazione 23, ma ha probabilmente inciso anche l’ossessione per il monolitismo propria della leadership emersa dopo la liquidazione della maggior 65

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parte del gruppo storico 24. Anche la strategia brigatista ha subito un’evoluzione nel corso del tempo: nate come formazione armata attiva nel contesto operaio del nord Italia e impegnate in azioni che dal sabotaggio sono rapidamente cresciute fino al rapimento-lampo di dirigenti industriali, le BR hanno gradualmente virato verso bersagli esterni all’ambiente della fabbrica, portando l’attacco al “cuore dello stato”. L’organizzazione ha colpito politici, giornalisti, magistrati, esponenti delle forze dell’ordine, in un crescendo che l’ha condotta ad abbandonare il proprio alveo originario e a perdere i contatti e le simpatie che inizialmente aveva saputo suscitare in una fase storica di radicale conflitto di classe. In questa sede non è possibile ripercorre tutti gli aggiornamenti strategici che hanno interessato l’azione brigatista. L’attenzione si focalizzerà sugli elementi principali dell’elaborazione teorica, che fin dai primi anni ha concepito il progetto di abbattere lo stato capitalistico-borghese attraverso una lotta articolata in due tempi. Nel breve termine (fase tattica), in opposizione alla presunta opera di repressione autoritaria e “terroristica” attribuita alle autorità statali, il proletariato avrebbe dovuto raccogliere le proprie forze attraverso la mobilitazione delle masse per mano di un’avanguardia rivoluzionaria – composta dalle BR e in generale dai gruppi armati – che avrebbe portato a termine una serie di azioni dimostrative violente, volte a instillare nella classe operaia la coscienza rivoluzionaria: in tali termini è definita la propaganda armata. Nel lungo termine (fase strategica), una volta raggiunto l’obiettivo della costruzione di un contropotere proletario, si sarebbe potuto dare inizio alla rivoluzione vera e propria contro il regime 25. In un quadro così delineato, scarsa autonomia era accordata alle rivendicazioni del movimento femminista, potenziale alleato nella denuncia dei rapporti sociali borghesi. Sul punto, le BR si attenevano alla classica posizione di Engels, secondo il quale l’asimmetria tra i sessi sarebbe stata automaticamente superata una volta distrutto l’impianto capitalistico-borghese, che affidava agli uomini il possesso esclusivo dei beni materiali 26. Il sovvertimento dell’oppressione di classe risultava quindi priorita66


rio rispetto a ogni altra istanza 27. L’impostazione di fondo fu confermata dai documenti della fase matura, che accennarono allo scopo finale della guerra civile guerreggiata o dispiegata 28, preceduto tuttavia da un periodo transitorio – congiuntura o guerra civile strisciante, nei diversi testi – nel quale la propaganda armata avrebbe lasciato sempre più spazio a operazioni embrionalmente rivoluzionarie. L’aspetto saliente introdotto nel 1975 è però costituito dalla nozione di Stato imperialista delle multinazionali (SIM), che con tutta probabilità spiega i cambiamenti nella scelta dei bersagli. Nell’analisi condotta dalle BR, infatti, la responsabilità dello sfruttamento della classe operaia non era più semplicemente addossata ai gruppi industriali, di cui lo stato borghese ratificava le decisioni, bensì ricondotta a un sistema internazionale di dominio messo in atto dal capitale, che aveva al proprio centro le multinazionali protette dagli Stati Uniti e finanziate attraverso il contributo fornito da ciascun governo appartenente al blocco occidentale. In questo scenario, lo stato italiano era dipinto come la banca di cui si serviva la borghesia imperialista, sottraendo risorse agli strati sociali più deboli (versione brigatista della teoria marxiana del “plusvalore”). La conseguenza più immediata, sul piano operativo, era rappresentata dalla decisione di colpire quel sistema nel suo “anello debole” – l’Italia – e in particolare nelle sue istituzioni e articolazioni (classe politica democristiana, magistratura, carceri, stampa, ecc.), senza limitarsi all’ambito della fabbrica. L’elevato livello di violenza raggiunto con la pratica ormai frequente di assassini e ferimenti, unito agli scarsi risultati politici ottenuti e alla reazione dello stato, condusse le BR a un punto di non ritorno, che trasformò lo scontro in una lotta per la sopravvivenza dell’organizzazione, emersa come obiettivo fondamentale del dopo Moro, perseguito anche attraverso la neutralizzazione dei sempre più numerosi collaboratori di giustizia. Tra il 1981 e il 1982, non più in grado di governare la complessità al loro interno e preda di una manifesta impotenza all’esterno, le BR si scomposero in almeno tre tronconi ormai indipendenti, ponendo fine alla storia unitaria del gruppo e, di con67

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seguenza, alla nostra analisi. Si tratta ora di ricorrere allo strumento della comparazione con altre esperienze di lotta armata rivoluzionaria per cercare di individuare le effettive specificità di quella brigatista.

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La tradizione marxista-leninista Il confronto non può che prendere il via dal riferimento al filone della storia del pensiero e dei movimenti politici che si è sviluppato a partire dalla figura e dalle opere di Karl Marx e che ha trovato nel leninismo la sua versione dominante nel Novecento. L’appartenenza ideale delle BR all’“album di famiglia” della sinistra rivoluzionaria non può essere messa seriamente in discussione 29; il punto realmente dirimente è la compatibilità della visione brigatista con la teoria dell’insurrezione codificata dai classici dell’ortodossia terzinternazionalista 30. A prima vista, è palese il richiamo a quella tradizione nei testi delle BR, che discettano di “plusvalore”, “esercito industriale di riserva”, “avanguardia”, “anello debole”, “imperialismo”, adattando tali espressioni al mutato contesto politico-sociale. L’impressione complessiva che si ricava dalla lettura, tuttavia, va in direzione opposta. L’avanguardia, in particolare, era concepita da Lenin come la “decina di teste forti” 31 che, dall’alto della propria superiore consapevolezza, preparava politicamente le masse alla rivoluzione; solo in un secondo momento, le istituzioni borghesi sarebbero state travolte dalla violenza e, se necessario, dal terrore proletario. Queste armi, che tanto Lenin quanto Trockij contemplavano apertamente nell’ambito di un processo rivoluzionario avviato o per lo meno della guerra partigiana, erano condannate senza esitazioni se intese come scorciatoie per la creazione artificiale e prematura delle condizioni necessarie per l’insurrezione 32, Tali premesse inducevano Lenin a sconfessare la condotta dei gruppi anarchici a lui contemporanei, che praticavano l’omicidio politico e l’attentato incendiario in luogo della più efficace propaganda politica, rischiando di compromettere l’intero progetto rivoluzionario. 68


La scomunica leninista in termini di “spontaneismo” e “avventurismo” – che scaturiva da una valutazione di opportunità più che da un giudizio di ordine morale sull’uso della violenza 33 – è tanto netta da spingere i brigatisti stessi a confrontarvisi criticamente, benché le loro azioni ricadessero solo parzialmente nella nozione di terrorismo individuata dal pensatore russo 34. Il superamento del modello insurrezionale terzinternazionalistico è diventato ben presto uno dei punti fermi dell’elaborazione delle BR, che non ne accettavano il rinvio della lotta armata al momento della rivoluzione e la divisione netta tra compiti politici e militari 35. La lezione leniniana era dunque volutamente distorta, anche in elementi di dettaglio (es. l’atteggiamento nei confronti dei proletari schierati dalla parte del nemico) 36. Da quanto detto si può concludere che le BR abbiano condiviso con la tradizione comunista in senso lato (e, nello specifico, con il PCI) buona parte delle premesse della propria analisi socioeconomica: la denuncia delle tentazioni autoritarie della DC, dei suoi legami atlantici, della ristrutturazione industriale, dell’americanizzazione dell’Europa 37. Tuttavia, i terroristi ricorsero a strategie d’azione eterodosse rispetto alla cultura politica del mondo da cui genuinamente provenivano e che li rendono dunque irriducibili al filone marxista-leninista in senso stretto 38.

I Gruppi d’Azione Patriottica – GAP I rapporti tra il terrorismo di sinistra degli anni Settanta e la Resistenza è stato oggetto di ipotesi di studio, ma anche di polemiche. È opportuno pertanto distinguere i diversi piani su cui si muove il discorso. Non si può ignorare il risalto che la memoria della guerra di liberazione dal nazifascismo ha avuto nella formazione umana, politica e intellettuale dei protagonisti della lotta armata, come emerge diffusamente dalle testimonianze. Anche i documenti brigatisti condividono il più generale richiamo al mito della “Resistenza tradita” 39. Senza tregua, titolo dell’opera dell’ex comandante partigiano Giovanni Pesce, è la denominazione di 69

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un gruppo e di una rivista che avrebbero contribuito a fondare la formazione terroristica di Prima linea 40. Altri e più inquietanti scenari hanno evocato le indagini giudiziare sulla collaborazione tra reduci della Resistenza e le organizzazioni terroristiche: oltre alla consegna di armi occultate dopo la liberazione, è stata per qualche tempo sostenuta la tesi secondo cui l’avvocato ed ex capo partigiano Giovan Battista Lazagna sarebbe stato il vero leader delle BR 41. Ad assumere rilevanza dal nostro punto di vista, però, è la possibilità che l’esperienza della lotta armata del 1943-45 abbia influenzato in qualche modo il modello organizzativo brigatista. In questo senso, il caso da analizzare è quello dei GAP, attivi in aree metropolitane paragonabili a quelle in cui avrebbero operato le BR, benché il contesto politico sia profondamente diverso. Il regime al potere nell’Italia settentrionale dopo l’occupazione tedesca non è neppure accostabile alla giovane, contestata e per certi versi precaria democrazia nata dalle ceneri del fascismo. Tuttavia, il collegamento pare lecito se si pensa che le BR si richiamarono a opzioni gappiste in alcune scelte organizzative, tra cui la clandestinità e la compartimentazione, assurte a principi fondativi 42, oltre all’affidamento dell’incarico di costruzione (o ricostruzione) delle cellule a militanti maturati sul campo 43. Inoltre, nelle BR riapparvero tratti tipici delle forze partigiane, come i nomi di battaglia o il lessico guerrigliero, (“base”, “brigata”, ecc.), L’approccio rivendicato dalla memorialistica resistenziale – rispondere con il “terrore” a quello indiscriminato del nemico – ha probabilmente contribuito a fugare i residui scrupoli brigatisti sul ricorso alla violenza 44. In effetti, alcune tattiche d’azione dei GAP, come gli attentati incendiari, la cui preparazione era descritta nei dettagli, e gli agguati mirati a danno di singole personalità, preceduti da sommarie indagini, possono aver influenzato operazioni compiute dalle BR in diverse fasi. Più in generale, sembra comune alle due esperienze l’idea che attendere passivamente il momento dell’insurrezione sia un errore: la lotta armata appariva l’unica soluzione immediatamente praticabile 45. L’ultima considerazione, se presa alla lettera, costituirebbe una sconfessione della 70


consolidata tradizione leninista e, contemporaneamente, una valida base teorica per l’approccio brigatista. In realtà, non devono essere sottovalutate le condizioni in cui la Resistenza si svolse. Le azioni partigiane – che alcuni non hanno esitato a definire terroristiche – erano inserite in un contesto bellico vero e proprio. Lo scontro con le forze della RSI era in atto e non un obiettivo da raggiungere. Al di là di ogni valutazione morale, l’invito partigiano a prendere le armi rappresentava un appello assai differente dalla propaganda armata esercitata dalle BR. Nell’un caso, si trattava di combattere per non morire e liberare il proprio Paese dall’invasore che braccava i resistenti, premessa che rendeva meno accettabili (in quanto potenzialmente letali) l’inerzia e l’attendismo. Nell’altro, i militanti delle BR dovevano mettere in conto l’eventualità di perdere la vita, ma tale ipotesi era legata a scontri a fuoco circostanziati e, nella maggior parte dei casi, provocati da iniziative o reazioni brigatiste. Diversamente da quanto avvenuto altrove, lo Stato italiano – che pure, a causa della complicità di alcuni suoi apparati, non è stato del tutto estraneo a episodi oscuri o sanguinosi di quel periodo (i progetti di colpo di stato, le stragi, ecc.) – si è costantemente sforzato di combattere il terrorismo nel rispetto dei principi e degli strumenti contemplati dallo stato di diritto, anche quando tale scelta ha imposto ritardi e battute di arresto nei procedimenti giudiziari.

La guerriglia latinoamericana La seconda metà del XX secolo ha visto sorgere fermenti rivoluzionari in numerosi paesi dell’America Latina, da cui sono emerse figure leggendarie come Ernesto “Che” Guevara, al cui fascino gli aspiranti guerriglieri italiani non sono sfuggiti, anche grazie al prezioso tramite fornito dall’attività editoriale e militante di Giangiacomo Feltrinelli. In realtà, come si vedrà, non tutte le esperienze hanno esercitato il medesimo grado di influenza sulle BR. 71

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Il modello di riferimento più noto, quello guevarista, presenta scarse affinità con la vicenda brigatista. È incontestabile che le BR abbiano ereditato la prassi della clandestinità e della compartimentazione, il ricorso alla propaganda armata e la fusione di attività politica e militare di cui si può leggere in numerosi passaggi dei resoconti di Guevara e dei più raffinati scritti teorici di Regis Debray 46. Tuttavia, la strategia complessiva che da essi scaturisce era strettamente connessa all’ambiente rurale entro cui era collocata. I guevaristi privilegiavano infatti il fochismo, concezione in base alla quale l’avanguardia militare aveva il compito di accendere un “fuoco” rivoluzionario e concentrare la propria azione nelle campagne. Con il passare del tempo, il nucleo originario si sarebbe arricchito di nuovi elementi reclutati durante gli spostamenti, costringendo l’esercito governativo ad arretrare, occupando un’area sempre più estesa di territorio e producendo in tal modo la liberazione nazionale. Si trattava, dunque, di una guerra tra due apparati militari strutturati, dei quali, tuttavia, quello rivoluzionario – in quanto consapevolmente inferiore per numero di elementi e risorse – ricorreva a un repertorio d’azione “irregolare”: la guerriglia 47. Dal canto loro, le BR erano immerse in un contesto socio-economico industriale, nel quale concentrarono la propria attività, astenendosi da ogni velleità di controllo territoriale, decisamente più praticabile per chi si muove negli ampi spazi rurali. In una situazione paragonabile a quella guevariana si trovò ad agire in Colombia il sacerdote-guerrigliero Camilo Torres, che come altri esponenti dei gruppi cristiani locali sposò il fochismo ed è stato indicato tra gli ispiratori della componente cattolica delle BR emiliane 48. Sul piano operativo vale nella sostanza il ragionamento sviluppato a proposito di Guevara, nonostante Torres si distinguesse dalla quasi totalità dei gruppi armati, che hanno di norma ignorato la pars construens della lotta, per il suo riferimento a una piattaforma programmatica 49. Ciò non toglie che, a proposito di singoli punti, il sacerdote colombiano esprimesse valutazioni in linea con quelle brigatiste. Un caso particolarmente interessante è rappresentato dall’idea per cui la lotta per l’emancipazione fem72


minile dovesse essere logicamente subordinata alla lotta di liberazione nazionale, secondo uno schema su cui le BR dimostrarono di convergere (sostituendo però la riconquista del territorio con il ribaltamento dei rapporti di produzione) 50. Globalmente più fecondo pare il raffronto con il filone “metropolitano” della guerriglia latinoamericana. Il Piccolo manuale della guerriglia urbana di Carlos Marighella 51, leader di un gruppo armato brasiliano, è ripetutamente citato nei documenti e nella memorialistica brigatista. Mutuandone l’impianto organizzativo, sono stati i brigatisti stessi a celebrare l’inclinazione di Marighella a pensare l’avanguardia come un nucleo di veri combattenti anziché come il gruppo di individui intellettualmente più dotati descritto da Lenin 52. La peculiarità del Manuale risiede di fatto nella decisione di fronteggiare il nemico prescindendo dalla costruzione di un esercito di liberazione a partire da un’avanguardia militare e ricorrendo, invece, a piccoli gruppi armati 53. Marighella abbandonava così un tratto distintivo del guevarismo, di cui peraltro conservava la tattica incentrata sull’attacco improvviso e sulla rapida ritirata 54. A questo elemento strategico, cruciale per comprendere il comportamento delle BR, fanno da contorno prassi condivise nel repertorio delle azioni, improntate alla nozione già illustrata di propaganda armata 55. Per come si è sviluppata nell’ultima fase la storia del terrorismo italiano, del manuale marighelliano colpisce soprattutto la determinazione a punire, eventualmente con l’eliminazione fisica, eventuali traditori, spie, delatori 56. Sarebbe tuttavia improprio ridurre il fenomeno brigatista a mera riproposizione dei principi marighelliani. Tale precisazione vale per alcune questioni tattiche, a partire dal grado di autonomia concesso alle squadre d’azione, che nelle BR era decisamente inferiore. Tuttavia, essa acquista significato soprattutto in riferimento a scelte di principio, come lo spazio destinato all’analisi di tempi, modi e profili teorici della rivoluzione, che occupava ampie sezioni dei documenti brigatisti e che Marighella si limitava invece a tratteggiare. D’altra parte, i guerriglieri brasiliani non esitavano a rivendicare gli atti che potevano assimilarli alla crimi73

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nalità comune (come le rapine di autofinanziamento) e a etichettare come terroristiche alcune delle tattiche adottate 57, punti sui quali i brigatisti dimostrarono di non concordare, giudicandoli imprescindibili per definire correttamente i confini della propria identità politica. La panoramica latinoamericana si conclude con il caso dei Tupamaros uruguayani 58. Al pari di quanto osservato per Marighella, l’ambiente urbano rappresenta il principale trait d’union con le BR, che trassero anche da questo modello alcuni criteri organizzativi e strategici 59 e buona parte delle tattiche. Anche in questo caso, per altro, i brigatisti si sono rivelati innovatori, come rivela in particolare la concezione del sequestro, inteso dai Tupamaros come arma di ricatto 60 e dalle BR – prevalentemente – come strumento per la raccolta di informazioni riservate di cui l’ostaggio sarebbe stato a conoscenza (emblematica è la presentazione iniziale del caso Moro, solo in un secondo momento egemonizzato dalla trattativa sullo scambio di prigionieri). L’impressione generale, che suggerisce di accostare le due esperienze, è ulteriormente rafforzata dalla visione del ruolo rivestito dalle donne, cui anche i Tupamaros richiedevano di mostrarsi in pubblico pienamente integrate negli standard borghesi, agevolando così l’opera di mimetizzazione di tutti i militanti. Quanto ai rapporti interni, occorre prendere atto della tendenza – comune anche a Guevara e Marighella 61 – a ricadere in un luogo comune che a parole si intendeva superare. Della donna, che pure condivideva formalmente con la componente maschile tutte le funzioni, comprese quelle militari, veniva esaltato il contributo di cura per cui sembrava versata, alla luce di un preteso surplus di dolcezza femminile (assistenza ai compagni, approvvigionamento e conservazione delle vivande, ecc.) 62.

Formazioni terroristiche europee La comparazione qui presentata si chiude con lo studio di due gruppi che hanno praticato la lotta armata in Europa quasi in 74


contemporanea con le BR, con la comune aspirazione a porre le premesse per una società più equa. Per questa ragione, sono stati volutamente scartati gli esempi di IRA ed ETA, per i quali era preminente la dimensione delle rivendicazioni nazionali. Il primo caso in esame è quello della Rote Armee Fraktion (d’ora in poi: RAF), sigla che ha rivendicato le principali azioni terroristiche in Germania tra gli anni Settanta e Ottanta 63. La sintonia con le BR poggia innanzi tutto su alcuni pilastri culturali comuni, dall’antifascismo alla formazione cattolica di vari militanti, dai classici del marxismo-leninismo (che nei documenti della RAF paiono essere indicati con maggior precisione bibliografica) all’individuazione del manuale di Marighella come modello per l’impianto organizzativo. Le analogie divengono addirittura impressionanti grazie all’accostamento di talune operazioni: l’omicidio del Procuratore Buback ricorda per molti versi quello di Francesco Coco, avvenuto a Genova nel 1976; il rapimento e l’uccisione del Presidente degli industriali tedeschi Schleyer hanno di poco anticipato la vicenda Moro, secondo una simmetria così marcata da far ipotizzare una collaborazione fra le due organizzazioni. In realtà, non sussistono elementi sufficienti per retrodatare agli anni Settanta contatti che, in effetti, paiono essere stati avviati nella fase crepuscolare della lotta armata 64. Per quanto attiene al periodo qui considerato, insomma, i rapporti fra i due gruppi sembrano essersi limitati alla solidarietà espressa dai brigatisti ai compagni tedeschi detenuti 65, sentimento condiviso da una larga porzione dell’opinione pubblica progressista. Il fatto di aver vissuto un’educazione politica simile, segnata da una relativa condivisione delle letture ma anche di un approccio forzatamente autodidatta e poco accademico, non ha impedito il radicamento di divergenti interpretazioni del clima e degli avvenimenti di fine anni Sessanta. Se per i brigatisti il soggetto sociale da mobilitare era il proletariato metropolitano, in un’ottica prevalentemente operaista 66, nel caso tedesco la visuale era decisamente più ampia e considerava forze propulsive anche i giovani, gli studenti, i disoccupati, in quanto vittime di forme di vessazione – in famiglia, a scuola, nella Chiesa – che esulavano 75

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dal ristretto ambito della lotta di classe sostenuta nelle fabbriche 67. Sul piano dell’organizzazione interna, questa tendenza si rifletteva nel rifiuto del rigido modello che le BR avevano tratto dal partito leninista e nell’enfatizzazione di un approccio libertario e incline allo spontaneismo, preludio a una struttura flessibile e non formalizzata, esito di una originale commistione fra suggestioni provenienti da autori dall’estrazione politico-culturale variegata (Lenin, Luxemburg, Blanqui, Guevara, Horkheimer, Fanon, Gramsci e soprattutto Mao), tra i quali, rispetto ai brigatisti, la RAF ha probabilmente valorizzato i più eterodossi 68. Tale impostazione è stata gravida di conseguenze anche in termini strategici. Il costante richiamo alle condizioni in cui versavano le popolazioni del Terzo mondo, presente in alcuni degli intellettuali citati, ha determinato il consolidamento di una lettura fortemente internazionalistica, che presupponeva la costruzione di un progetto comune con le avanguardie rivoluzionarie attive nei paesi in via di sviluppo, descritto attraverso l’immagine dell’organizzazione “orizzontale” (fra pari) rispetto a quella “verticale” (l’avanguardia che guida la massa) delle BR 69. Nell’analisi terzomondista della RAF, dunque, i costi del sistema imperialistico sarebbero stati sopportati dai “dannati della terra”; per i brigatisti, viceversa, erano cruciali le conseguenze patite dalla classe operaia europea e italiana in particolare. L’analisi del rapporto di genere si rivela ancora una volta un buon indicatore per la nostra comparazione. La RAF ha senza dubbio stabilito un nesso tra la lotta per l’emancipazione femminile e il felice compimento della rivoluzione di classe, scelta che ricalcava la soluzione adottata dalle BR. Tuttavia, il gruppo tedesco si è segnalato per l’ampio spazio concesso nel proprio organico alle donne, anche in ruoli di responsabilità. Nella formazione tedesca la componente femminile ha sfiorato in certe fasi il 50% del totale, contrapposto al 25% raggiunto nelle BR 70. Troverebbe così conferma l’ipotesi secondo cui la più significativa distanza tra le due formazioni sarebbe da ricercare nella differente ricezione degli stimoli provenienti da quei settori della società (studenti, donne, ecc.) che ne contestavano il carattere autoritario e repressivo, ma 76


non potevano essere inquadrati nella tradizionale dialettica fondata sull’appartenenza di classe. Il secondo termine di paragone in questa sezione è Prima linea (PL), organizzazione armata dalla vita breve (1976-1980), ma seconda solo alle BR per il numero di vittime prodotte 71. Nonostante la comune appartenenza al cosiddetto “partito armato” italiano, i militanti piellini hanno voluto costantemente rimarcare, talvolta polemicamente, la propria differenza rispetto ai brigatisti. La divergenza riguardava valutazioni strategiche e si esprimeva nella derisione della teoria dell’“anello debole”, al centro di corposi documenti teorici delle BR – ai quali PL era costitutivamente allergica – ma che appariva del tutto improduttiva sul piano pratico 72. L’insofferenza piellina era soprattutto figlia di una visione del mondo che respingeva l’etica del sacrificio e la condotta quasi ascetica invocate dai brigatisti, a favore della ricerca dei piaceri e dei divertimenti che la vita offriva ai giovani dell’epoca post-sessantottina. A livello organizzativo, pur in presenza di una struttura delineata nei dettagli (con cellule, Comando territoriale e nazionale, Conferenza di organizzazione) e in certi elementi analoga a quella brigatista (il termine bipolarità esprimeva la sovrapposizione di mansioni politiche e militari), l’obiettivo di far convivere la spinta libertaria e le necessità organizzative si traduceva nel rispetto approssimativo dei doveri, delle precauzioni e delle incombenze derivanti dalla lotta armata 73. Il risultato fu l’assunzione delle milizie anarchiche della guerra civile spagnola come modello ideale cui ispirarsi, opposto allo schema brigatista dell’avanguardia iperorganizzata che si poneva alla testa delle masse. Nell’impostazione piellina, il gruppo armato era chiamato a porsi sul piano delle masse, in una posizione sfumata tra avanguardia e Movimento, raccogliendo l’eredità di quanto teorizzato in precedenza da Lotta Continua, da cui numerosi militanti provenivano 74. Come ulteriore riscontro, sulla scia di quanto già registrato nel confronto con la RAF, occorre segnalare che PL ha incarnato una visione dei rapporti con il mondo femminile alquanto distante da quella propria delle BR. Susanna Ronconi, che ha fatto parte di 77

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entrambi i gruppi, si è sentita maggiormente valorizzata dopo il passaggio con i piellini 75. Non pare un caso, dunque, che questi ultimi avessero dato vita a un commando composto di sole donne, che – non esattamente nel rispetto della solidarietà di genere – ferì nel febbraio 1979 Raffaella Napolitano, sorvegliante del carcere Le Nuove di Torino e prima vittima femminile del terrorismo di sinistra 76.

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Conclusione In sede di bilancio, è opportuno sintetizzare i risultati ottenuti attraverso l’analisi comparata qui presentata, che ha preso in esame sia i principi organizzativi dei gruppi esaminati, sia alcune valutazioni di ordine strategico. Per quanto riguarda la struttura delle BR, affiora nitidamente la condivisione di alcuni dei presupposti irrinunciabili per qualsiasi formazione clandestina. Le misure di sicurezza – su tutte la rigida compartimentazione – sono state espressamente mutuate da esperienze, come quella brasiliana di Marighella, che si erano presentate come esempi accessibili negli anni immediatamente precedenti all’avvio della parabola brigatista. Alcune specifiche decisioni, a partire dall’abolizione delle distinzioni fra funzioni politiche e militari, sono state condivise con altri gruppi armati, al punto da costituire uno degli aspetti caratteristici dell’intera galassia terroristica degli anni Settanta e Ottanta, in Europa e in America Latina. Ciò che realmente distingue le BR dal resto del “partito armato” è la formalizzazione quasi ossessiva dei rapporti fra i militanti e le diverse aree dell’organizzazione, che, spinta al parossismo, ha aperto la strada a una deriva burocratica deleteria per il perseguimento degli obiettivi della lotta. In questo elemento risiede parte dell’eredità del modello leninista, nei confronti del quale i brigatisti sono senza dubbio debitori. Se trasferita sul piano propriamente strategico, come si è visto, tale affinità presenta tratti di ambivalenza. In linea con la tradizione leninista e differenziandosi dalle altre formazioni armate 78


contemporanee, le BR profusero ingenti energie nell’elaborazione teorica, al di là delle accuse di rozzezza intellettuale loro indirizzate. Nei documenti brigatisti, per lo meno dal 1975 in avanti, ha trovato ampio spazio un’approfondita, talvolta verbosa e negli ultimi anni criptica valutazione delle condizioni in cui la lotta armata si svolgeva, che passava pazientemente in rassegna l’atteggiamento dello Stato, la posizione della sinistra parlamentare, le dinamiche economiche internazionali, le divergenze nel Movimento e su queste basi delineava tempi e modi di intervento. Questo tratto riflessivo sembra dunque caratterizzare le BR rispetto ai gruppi sudamericani, immersi nella prospettiva della guerriglia quotidiana, ma anche a PL, la cui venatura spontaneista ne accentuava il carattere ribellistico e meno meditato della lotta. A un livello intermedio si colloca la RAF, che ha prodotto testi di un certo spessore teorico, ma connotati da un linguaggio più discorsivo e meno concettoso, a tratti irriverente 77. Se per i brigatisti l’azione doveva scaturire dal pensiero, inteso come analisi preliminare della situazione, tipica dell’esperienza leninista, per gli altri gruppi era soprattutto il gesto o l’atto violento ad acquisire significato. Il contenuto della strategia brigatista, tuttavia, ha tracciato un solco incolmabile nei confronti della teoria rivoluzionaria classica. Al pari di numerosi altri gruppi armati, le BR si distaccarono dal modello bolscevico per la decisione di ricorrere alla violenza come detonatore del processo rivoluzionario, anziché limitarsi alla propaganda politica e rinviare l’offensiva militare al momento dell’insurrezione. Pur in presenza di un evidente anacronismo, non sarebbe velleitario sostenere che la ferma condanna espressa da Lenin nei confronti degli attentatori anarchici del suo tempo possa essere estesa all’operato delle BR, che – peraltro – non apparivano granché intimorite dalla prospettiva di una tanto autorevole censura. Quanto alle specifiche tattiche, è stata messa in luce la sovrapposizione parziale fra alcuni metodi brigatisti e il repertorio cui hanno attinto, in tempi e luoghi diversi, i GAP, parte della guerriglia sudamericana, la RAF e PL. Trasversale rispetto agli aspetti organizzativi e strategici è la 79

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valutazione del rapporto tra le BR e il mondo femminile. Il confronto condotto nei paragrafi precedenti ha illustrato come raramente la questione dell’emancipazione femminile abbia costituito un obiettivo prioritario per i gruppi armati, che – sposando l’atteggiamento egemone nella sinistra marxista, istituzionale e non, che affondava le radici nel pensiero engelsiano – l’hanno considerata variabile dipendente dalla lotta per l’abbattimento del modo di produzione capitalistico. Dal raffronto sono invece emerse distinzioni a proposito della dignità dei ruoli femminili nella struttura organizzativa. I brigatisti (e, in linea di massima, i loro omologhi latinoamericani) non tradussero in pratica la formale rivendicazione del principio di uguaglianza fra i militanti, che avrebbe imposto di affidare le mansioni indipendentemente dalle caratteristiche del singolo e dunque anche dell’appartenenza di genere. Nell’esperienza quotidiana, infatti, si affacciava la tendenza a interpretare il contributo femminile alla luce di stereotipi tipici della società borghese. Ciò valeva per l’immagine esterna delle militanti, che si sarebbe dovuta adeguare a quella delle coetanee integrate nel tessuto sociale dell’epoca, per fugare sospetti sull’attività realmente svolta. La prudenza può anche giustificare tale scelta. È significativo, però, che la proiezione di antichi pregiudizi di genere abbia interessato il funzionamento interno dell’organizzazione, posto al riparo da sguardi indiscreti. Nelle BR, raccontate con gli occhi dei reduci che si sono soffermati sui particolari della convivenza, sugli usi domestici, sulle consuetudini consolidate, ricadevano quasi esclusivamente sulle donne gli oneri legati al lavoro di cura (spesa, cucina, pulizia, ecc.). Al contrario, nella RAF e in PL l’apporto delle donne era numericamente e qualitativamente superiore, anche in virtù di una minore diffidenza circa le loro abilità militari. Al termine della comparazione, l’immagine delle BR appare per certi versi ibrida. Sotto alcuni profili, esse restarono legate alla “famiglia” d’origine: è il caso dell’ampio spazio offerto alla riflessione teorica e alla ponderazione dell’azione, del ricorso a un linguaggio ancora immerso nelle categorie marxiste-leniniste e – 80


principalmente – della costruzione di una struttura organizzativa pachidermica e poco flessibile, che ha pregiudicato la capacità di adattamento alle diverse circostanze che si presentavano. Per converso, la rottura con quella tradizione fu sancita dalla decisione di ricorrere fin dall’inizio alle armi come strumento di propaganda, che accomunava le BR ai principali gruppi rivoluzionari del secondo Novecento, a molti dei quali tuttavia i brigatisti rimproveravano la leggerezza e l’improvvisazione. Si è determinata così una situazione in cui le BR rifiutavano il riformismo, interpretato come resa al nemico di classe, ma anche il terzinternazionalismo, in quanto sintomo di attendismo, e il ribellismo contestatario, giudicato estemporaneo, mirando piuttosto a una sintesi originale fra le diverse anime della sinistra rivoluzionaria. La difficoltà di dare attuazione a questo precario equilibrio culturale ha prodotto un’incomunicabilità di fondo sia con chi da tempo avevano optato per la legalità (la sinistra parlamentare), sia con chi viveva l’impegno politico come assenza di mediazione e superamento di macchinosi riti (la maggior parte della sinistra extraparlamentare), e ha contribuito, con ogni probabilità, a condannare le BR all’isolamento. NOTE 1. In quest’ottica, si vedano G. Galli, Piombo rosso. La storia completa della lotta armata in Italia dal 1970 ad oggi, Milano, Baldini Castoldi Dalai, 2004 e M. Clementi, Storia delle Brigate rosse, Roma, Odradek, 2007, che costituiscono in questa sede il punto di riferimento per la contestualizzazione dei singoli fatti che verranno citati. Il volume di Clementi, in particolare, presenta un’utile e dettagliata panoramica della vicenda brigatista, benché appaia discutibile l’interpretazione complessiva deducibile dalla scansione cronologica adottata, che colloca nel 1977 l’avvio della vera offensiva portata dalle BR, a fronte di avvenimenti – su tutti l’omicidio del Procuratore Generale di Genova Francesco Coco e della sua scorta nel giugno del 1976 – che indurrebbero a retrodatare l’inizio di tale fase. 2. Su questo punto seguo l’impostazione di G. C. Caselli e D. Della Porta,

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La storia delle Brigate rosse: strutture organizzative e strategie d’azione, in D. Della Porta (a cura di), Terrorismi in Italia, Bologna, Il Mulino, 1984; pp. 153-221. 3. Si veda in particolare Brigate rosse, Risoluzione della Direzione Strategica n. 2, novembre 1975 (disponibile sul sito: www.bibliotecamarxista.org), che riprende i contenuti del precedente Alcune questioni per la discussione sull’organizzazione, estate 1974 (fonte: www.brigaterosse.it). 4. Cfr. M. Moretti, Brigate Rosse. Una storia italiana, intervista di C. Mosca e R. Rossanda, Milano, Anabasi, 1994; p. 58. 5. L’ex brigatista Raffaele Fiore, da parte sua, utilizza brigate e cellule come sinonimi, cfr. A. Grandi, L’ultimo brigatista, Milano, BUR, 2007; p. 69. 6. Si vedano Caselli e Della Porta, La storia delle Brigate rosse: strutture organizzative e strategie d’azione, cit.; p. 160 e P. Peci, Io, l’infame, Milano, Mondadori, 1983; p. 57. 7. Cfr. Brigate rosse, Risoluzione della Direzione Strategica n. 2, cit. 8. Ivi 9. Per la biografia dei due leader storici si vedano R. Curcio, A viso aperto, intervista di M. Scialoja, Milano, Mondadori, 1993 e A. Franceschini, Che cosa sono le Br, intervista di G. Fasanella, Milano, BUR, 2004. 10. Cfr. M. Moretti, Brigate Rosse. Una storia italiana, cit.; pp. 74-76. 11. Con tale termine, mutuato dalla biologia, si intende la riproduzione delle colonne per sdoppiamento, affidata a militanti esperti che si muovono sul territorio. Anche su questo si veda Brigate rosse, Risoluzione della Direzione Strategica n. 2, cit. Nelle aree non metropolitane (Marche, Toscana, ecc.) l’organizzazione era rappresentata da comitati territoriali, cfr. A. Grandi, L’ultimo brigatista, cit.; p. 94. 12. Moretti, Brigate Rosse. Una storia italiana, cit.; p. 58, che indica i componenti in se stesso, Curcio e Franceschini. Clementi, Storia delle Brigate Rosse, cit.; p. 55 menziona anche Margherita Cagol e Pietro Morlacchi. 13. P. Peci, Io, l’infame, cit.; p. 58. 14. Brigate rosse, Risoluzione della Direzione Strategica n. 2, cit. 15. Cfr. Brigate rosse, Opuscolo, aprile 1971 (www.brigaterosse.it). 16. In un secondo momento, lo scenario fu arricchito dalla figura ibrida del regolare legale, inserito a pieno titolo nell’organizzazione ma non costretto alla clandestinità integrale. Cfr. G.C. Caselli e D. Della Porta, La storia delle Brigate rosse strutture organizzative e strategie d’azione, cit.; p. 185. 17. Cfr. P. Peci, Io, l’infame, cit.; p. 85 e la testimonianza resa da Paola Besuschio a S. Zavoli, La notte della Repubblica (1992), Roma-Milano, Rai Eri-

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Mondadori, 1995; p. 106. 18. Si veda in particolare Brigate rosse, Comunicato nº 5, 5 febbraio 1971 (www.brigaterosse.it). 19. Su questo processo culturale si veda S. Bellassai, La mascolinità contemporanea, Roma, Carocci, 2004; pp. 54-98. 20. Si veda l’episodio narrato da Adriana Faranda in S. Mazzocchi, Nell’anno della tigre. Storia di Adriana Faranda, Milano, Baldini&Castoldi, 1994; pp. 81-82. 21. Cfr. A.L. Braghetti e P. Tavella, Il prigioniero (1998), Milano, Feltrinelli, 2003. Pur ponendone evidenti premesse, il volume non si avventura in interpretazioni di genere. La consuetudine tra le brigatiste e il lavoro di cura è ribadito da B. Balzerani, Compagna luna, Milano, Feltrinelli, 1998; p. 60. In argomento si vedano anche A. T. Iaccheo, Donne armate: resistenza e terrorismo: testimoni dalla storia, Milano, Mursia, 1994, I. Faré e F. Spirito, Mara e le altre. Le donne e la lotta armata: storie interviste riflessioni, Milano, Feltrinelli, 1979 e P. Casamassima, Donne di piombo, Milano, Bevivino, 2005. 22. Su questo ha attirato criticamente l’attenzione Adriana Faranda nell’audizione al cospetto della Commissione Stragi presieduta dal senatore Pellegrino. Cfr. Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo in Italia e sulla mancata individuazione dei responsabili delle stragi, seduta dell’11 febbraio 1998. In proposito si veda anche A. Giovagnoli, Il caso Moro. Una tragedia repubblicana, Bologna, Il Mulino, 2005; p. 243. 23. G.C. Caselli e D. Della Porta, La storia delle Brigate rosse strutture organizzative e strategie d’azione, cit.; p. 174 e pp. 184-186. 24. Il riferimento è soprattutto a Mario Moretti, guida delle BR dal 1975 (anno della morte di Margherita Cagol, sulla cui figura si veda P. Agostini, Margherita Cagol. Una donna nelle Brigate Rosse, Venezia-Trento, Marsilio-Temi, 1980) fino all’arresto del 1981. Cfr. M. Moretti, Brigate Rosse. Una storia italiana, cit.; p. 63. 25. Si vedano in particolare i primi documenti teorici delle BR: Prima intervista a se stessi, settembre 1971 e Un destino perfido, novembre 1971, entrambi reperibili sul sito www.brigaterosse.it. In sede memorialistica, alcuni brigatisti hanno sostenuto che l’orizzonte rivoluzionario non era mai stato veramente giudicato raggiungibile (cfr. R. Curcio, A viso aperto, cit.; p. 126 e V. Morucci, La peggio gioventù, Milano, Rizzoli; 2004; pp. 286-292). Tale ipotesi sembra in realtà dovuta a un disincanto successivo; in caso contrario, occorrerebbe ammettere l’esistenza nelle BR di una contraddi-

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zione latente e gramsciana fra un ottimismo della volontà, che propugnava la causa della rivoluzione, e un pessimismo della ragione, che smorzava gli entusiasmi. 26. Si veda F. Engels, L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato. In rapporto alle indagini di Lewis H. Morgan (1884), Roma, Editori Riuniti, 2005; pp. 93-110 in particolare. 27. Brigate Rosse, Risoluzione della Direzione Strategica n. 3, cit.; p. 101. 28. Le dizioni sono contenute rispettivamente in Brigate rosse, Risoluzione della Direzione Strategica n. 1, aprile 1975 e Eaed., Risoluzione della Direzione Strategica n. 3, febbraio 1978, entrambe riportate in Progetto Memoria, Le parole scritte, Roma, Sensibili alle foglie, 1996; pp. 45-58 e pp. 60-110. 29. La formula citata è stata resa celebre da R. Rossanda, L’album di famiglia, in «il manifesto», 2 aprile 1978; pp. 1-2. 30. Si veda in proposito A. Neuberg, L’insurrezione armata (1928), Milano, Feltrinelli, 1970, manuale redatto dai vertici del comunismo internazionale, fra cui Palmiro Togliatti, e attribuito a un autore fittizio. 31. V.I. Lenin, Che fare? Problemi scottanti del nostro movimento (1902), in Id., Opere complete, Roma, Editori Riuniti, 1955-1970, vol. V; p. 426. D’ora in poi indicherò questa raccolta di scritti con la sigla OC. Un’antologia degli interventi leniniani sul terrorismo è contenuta in M. Massara (a cura di), MarxEngels-Lenin. Terrorismo e movimento operaio, Milano, Teti, 1978. 32. Lenin, Che fare? Problemi scottanti del nostro movimento, cit.; pp. 386-388 e p. 439-440 e Id., La guerra partigiana (1906), in Id., OC, vol. XI; pp. 194-204. Cfr. anche L. Trockij, Terrorismo e comunismo (1920), Milano, SugarCo, 1977, in particolare pp. 57-58 e pp. 98-105. Sul rapporto tra questa tradizione di pensiero e la violenza, si veda M. Revelli, Marxismo, violenza e nonviolenza, in Id., F. Bertinotti e L. Menapace, Nonviolenza. Le ragioni del pacifismo, Roma, Fazi, 2004; pp. 94-99. 33. Cfr. V. I. Lenin, L’“estremismo” malattia infantile del comunismo (1920), in Id., OC, vol. XXI; pp. 23-24. 34. Cfr. V. I. Lenin, Il Congresso del POSDR (1903), in Id., OC, vol. VI; p. 438. 35. Brigate rosse, Prima intervista a se stessi, cit. 36. Si noti il divario fra Neuberg, L’insurrezione armata, cit.; pp. 159-180, da cui traspare un approccio tutto sommato conciliante verso i soldati zaristi, e Brigate Rosse, La campagna di primavera, marzo 1979, in Progetto Memoria, Le parole scritte, cit.; p. 142, che giustifica la strage dei giovani della scorta di Moro alla luce della libera scelta da essi compiuta a favo-

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re del potere costituito. 37. Rossanda, L’album di famiglia, cit. 38. Sul punto convergono nella sostanza N. Dalla Chiesa, Il terrorismo di sinistra, in Della Porta (a cura di), Terrorismi in Italia, cit.; p. 318, L. Manconi, The Political Ideology of the Red Brigades, in Catanzaro (a cura di), The Red Brigades and the Left-Wing Terrorism in Italy, London, Pinter, 1991; p. 119, che riconduce l’ideologia brigatista alla “vulgata” marxista-leninista e C. Marletti, Immagini pubbliche e ideologia del terrorismo, in Bonanate (a cura di), Dimensioni del terrorismo politico, Milano, Angeli, 1979; pp. 230-236. Di marxismo-leninismo delle BR parla invece D. Della Porta, Il terrorismo di sinistra, Bologna, Il Mulino, 1990; pp. 220. 39. Brigate Rosse, Un destino perfido, cit. 40. Cfr. G. Pesce, Senza tregua. La guerra dei GAP (1967), Milano, Feltrinelli, 2005. Sulla confluenza del gruppo omonimo in Prima linea si veda G. Boraso, Mucchio selvaggio. Ascesa apoteosi caduta dell’organizzazione Prima linea, Roma, Castelvecchi, 2006; pp. 80-90. 41. La ricostruzione è stata smentita in sede processuale, con l’assoluzione dell’imputato. Sulla vicenda si veda G. B. Lazagna, A. Natoli e L. Saraceni, Antifascismo e partito armato, Genova, Ghiron, 1979. 42. G..Pesce, Senza tregua. La guerra dei GAP, cit.; pp. 22-23, p. 46, p. 165 e p. 170. 43. Il Pesce che si sposta da Torino a Milano, stupito dall’impreparazione dei nuovi compagni, ricorda il Moretti calato a Roma dopo anni di lotta armata nelle regioni settentrionali. Cfr. Pesce, Senza tregua. La guerra dei GAP, cit.; pp. 153-165. 44. Ivi; p. 32, p. 39 e p. 237, concetto che riecheggia in Brigate Rosse, Un destino perfido, cit. 45. Pesce, Senza tregua. La guerra dei GAP, cit.; pp. 168-169. 46. Si vedano E. Guevara, Guerra per bande (1961), Milano, Mondadori, 2005, Id., Diario del Che in Bolivia (1968), Milano, Feltrinelli, 2005 e R. Debray, Rivoluzione nella rivoluzione? America Latina: alcuni problemi di strategia rivoluzionaria, Milano, Feltrinelli, 1967, che raccoglie testi apparsi separatamente tra il 1965 ed il 1967. 47. Cfr. E. Guevara, Guerra per bande, cit.; p. 13, p. 24, pp. 67-68, pp. 7688 e pp. 132-135. 48. A. Franceschini, Che cosa sono le Br, cit.; pp. 34-35. 49. Cfr. Piattaforma programmatica e C. Torres, Editoriale, 14 ottobre 1965,

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entrambi in Id., Liberazione o morte. Antologia degli scritti (1967), Milano, Feltrinelli, 1968; pp. 23-27 e pp. 59-62 rispettivamente. 50. Cfr. C. Torres, Messaggio alle donne, ottobre 1965, in Id., Liberazione o morte. Antologia degli scritti, cit.; pp. 57-59. 51. C. Marighella, Piccolo manuale della guerriglia urbana (1969), Milano, Autoproduzioni, 2004, disponibile sul sito: www.bibliotecamarxista.org. 52. Ivi; pp. 32-33. 53. Ivi; p. 10. 54. Ivi; p. 11, p. 14 e p. 33, dove si discute della necessità di adattare il modello di Guevara alle caratteristiche della guerriglia brasiliana. 55. Ivi; pp. 15-26. 56. Ivi; pp. 14-15. 57. Ivi; pp. 2-3 e p. 25. 58. Per la storia del gruppo armato, cfr. A. Labrousse, I Tupamaros. La guerriglia urbana in Uruguay (1971), Milano, Feltrinelli, 1971. Dal punto di vista organizzativo, è più significativo AAVV, I Tupamaros in azione. Testimonianze dirette dei guerriglieri, Milano, Feltrinelli, 1971. 59. Brigate Rosse, Risoluzione della Direzione Strategica n. 1, cit., che recupera esplicitamente concetti espressi in AAVV, I Tupamaros in azione. Testimonianze dirette dei guerriglieri, cit.; p. 9 e pp. 221-226. 60. Ivi; pp. 14-18. 61. Guevara, Guerra per bande, cit.; pp. 108-109 e Marighella, Piccolo manuale della guerriglia urbana, cit.; pp. 33-34. 62. AAVV, I Tupamaros in azione. Testimonianze dirette dei guerriglieri, cit.; pp. 19-25. 63. Per la ricostruzione degli eventi, cfr. E. Nassi, La banda Meinhoff, Milano, Fratelli Fabbri, 1974, M. Krebs, Vita e morte di Ulrike Meinhof (1988), Milano, Kaos, 1991 e soprattutto A. Steiner e L. Debray, La Fraction Armée Rouge. Guérrilla urbaine en Europe occidentale, Paris, Meridiens Klincksieck, 1987. I testi diffusi dalla RAF sono invece disponibili in diversi volumi: Rote Armee Fraktion, “Formare l’armata rossa”. I “tupamaros” d’Europa...? (1971), Verona, Bertani, 1972; Ead., La guerriglia nella metropoli (1977), 2 voll., Verona, Bertani, 1979-1980. 64. Cfr. Brigate Rosse, Incontri con la RAF, 1988, ed Eaed. e Rote Armee Fraktion, Testo comune RAF-BR, settembre 1988 (www.bibliotecamarxista.com). 65. Si vedano le testimonianze di Fiore in A. Grandi, L’ultimo brigatista, cit.; pp. 96-98 e P. Gallinari, Un contadino nella metropoli, Milano, Bompiani, 2006; p. 171.

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66. Significativo è l’episodio narrato da Fenzi, Armi e bagagli, Genova, Costa & Nolan, 1987; p. 41, a proposito del disgusto brigatista nei confronti della supposta indolenza studentesca. In ogni caso, contrariamente a quanto sostenuto da alcuni studiosi (es. A. Ventura, Il problema delle origini del terrorismo di sinistra, in Della Porta (a cura di), Terrorismi in Italia, cit.; pp. 75-149), le BR differenziavano dal pensiero operista puro – di cui è capostipite M. Tronti, Operai e capitale, Torino, Einaudi, 1966 – per una serie di elementi, a partire dal burocratismo dell’organizzazione. 67. Rote Armee Fraktion, “Formare l’armata rossa”. I “tupamaros” d’Europa...?, cit.; pp. 127-138. La RAF comunque menziona rispettosamente gli studi operaisti (Ead., Guerriglia nella metropoli, cit., vol. 1; pp. 81-87). 68. Ead., Guerriglia nella metropoli, cit., vol. 1; pp. 218-219, p. 244 e p. 263, ed Ead., “Formare l’armata rossa”. I “tupamaros” d’Europa...?, cit.; p. 65, pp. 87107, pp. 140-142, p. 181. Per il rapporto con gli esponenti della scuola di Francoforte, cfr. V. Ruggiero, La violenza politica. Un’analisi criminologica, Roma-Bari, Laterza, 2006; pp. 141-143. 69. Rote Armee Fraktion, La guerriglia nella metropoli, cit., vol. 1; pp. 212215, e Ruggiero, La violenza politica. Un’analisi criminologica, cit.; pp. 153-157. 70. Per i dati sulla RAF si veda Stenier e Debray, La Fraction Armée Rouge. Guérrilla urbaine en Europe occidentale, cit.; pp. 82-85 e p. 106, per quelli sulle BR cfr. Della Porta, Il terrorismo di sinistra, in Della Porta (a cura di), Terrorismi in Italia, cit.; p. 138. 71. Per ripercorre i fatti, si vedano Boraso, Mucchio selvaggio. Ascesa apoteosi caduta dell’organizzazione Prima linea, cit. e, in chiave memorialistica, S. Segio, Miccia corta. Una storia di Prima linea, Roma, DeriveApprodi, 2005 e Id., Una vita in prima linea. Ascesa apoteosi caduta dell’organizzazione Prima linea, Milano, Rizzoli, 2006. 72. Prima linea, Il dibattito che l’operazione compiuta contro Alessandrini…(1979), in Progetto Memoria, Le parole scritte, cit.; p. 270. 73. Ead., L’antagonismo totale tra il sistema dei bisogni… (1977), in Progetto Memoria, Le parole scritte, cit.; pp. 263-269 e Boraso, Mucchio selvaggio. Ascesa apoteosi caduta dell’organizzazione Prima linea, cit.; pp. 138-148. 74. Id., Mucchio selvaggio. Ascesa apoteosi caduta dell’organizzazione Prima linea, cit.; p. 30 e p. 135 75. Iaccheo, Donne armate: resistenza e terrorismo: testimoni dalla storia, cit.; p. 85. 76. S. Zavoli, La notte della Repubblica cit.; p. 376 e Boraso, Mucchio selvaggio. Ascesa apoteosi caduta dell’organizzazione Prima linea, cit.; p. 186.

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77. Si vedano Rote Armee Fraktion, Il piano della guerriglia urbana ed Ead., Guerriglia urbana e lotta di classe, entrambi in Ead., La guerriglia nella metropoli, cit., vol. 2; pp. 108-135 e pp. 136-179.

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Grandi opere e protesta: sindrome di NIMBY o riappropriazione della politica? Intervista a Donatella Della Porta e Gianni Piazza

Rivolgiamo alcune domande a Donatella Della Porta e Gianni Piazza, sociologi, autori del volume Le ragioni del No. Le campagne contro la TAV in Val di Susa e il Ponte sullo Stretto (Feltrinelli, Milano, 2008), attenti studiosi dei movimenti sociali di protesta, legati a tematiche ambientali.

Negli ultimi anni, anche in Italia, abbiamo assistito al moltiplicarsi dei movimenti di protesta legati a problematiche ambientali più o meno locali. Quanto in questo ciclo di proteste si deve alle mobilitazioni globali che a partire da Seattle hanno preso a contestare le scelte dei governi e delle organizzazioni economiche internazionali in un nome di un’altra globalizzazione, e quanto invece a motivi tutti interni alla società italiana? Anche se è difficile quantificare i fattori causali delle mobilitazioni in questione, nella nostra ricerca abbiamo cercato di descrivere e spiegare il peso che le diverse aree (o anime) hanno nei diversi momenti della protesta. Le due campagne, soprattutto quella in Val di Susa, hanno origine negli anni Novanta, quindi prima dell’esplodere del Movimento per la Giustizia Globale. In entrambi i casi, alle origini della protesta ci sono sia le sezioni locali di associazioni ambientaliste influenti a livello nazionale 89

Intervista a Donatella Della Porta e Gianni Piazza

A cura di Cesare Panizza


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(Legambiente, Italia Nostra, WWF ecc.), che gruppi di cittadini già sensibilizzati ai temi della difesa dell’ambiente in precedenti campagne di mobilitazione (ad esempio, contro l’elettrodotto in Val di Susa, contro l’attraversamento della città da parte dei mezzi pesanti sbarcati dai traghetti a Messina). Questi gruppi svolgono un ruolo molto importante, in particolare nelle prime fasi delle mobilitazioni: raccogliendo e diffondendo informazioni sui progetti di costruzione delle grandi infrastrutture, sensibilizzando i cittadini ai danni che da esse possono venire, e costruendo un sapere (e proposte) alternativi. È innegabile poi che mobilitazioni territoriali e movimenti globali si siano intrecciati nella prima metà di questo decennio, sia come interscambio di attivisti che come contaminazione delle tematiche affrontate. In particolare, l’ingresso nei reticoli delle proteste No Ponte e No TAV da parte di attivisti impegnati nei movimenti globali – soprattutto centri sociali e sindacati di base – ha contribuito non poco ad allargare il fronte delle mobilitazioni e il livello di generalità dei discorsi della protesta, con l’inserimento di altre tematiche, oltre a quelle ambientali, e delle lotte contro le grandi opere nel quadro più complessivo della battaglia contro la globalizzazione neoliberista.

Note e discussioni

Da questo punto di vista la protesta contro la TAV in Val di Susa e in misura minore quella contro l’ipotesi di un ponte sullo Stretto sono certo gli esempi più eclatanti di una serie però ben più lunga di mobilitazioni. Perché hanno richiamato il vostro interesse? Si tratta peraltro di due realtà, come ben descrivete, non solo geograficamente lontane ma anche socialmente molto diverse. Il tratto in comune non sarà rappresentato dalla marginalità sociale e politica delle due aree rispetto ai grandi centri metropolitani, dove si assumono le decisioni e in nome dello sviluppo dei quali queste vengono giustificate? Il nostro interesse per questo studio comparato è nato proprio dall’aver intuito e ipotizzato caratteristiche, dinamiche e percorsi comuni in due casi così apparentemente diversi per collocazione territoriale, tradizioni politiche, forme di associazionismo locale, struttura economico-sociale ecc. Più che dalla marginalità sociopolitica dei due territori coinvolti (sulla quale ci sarebbe da discu90


tere), la nostra scelta è stata determinata dalla loro centralità simbolica nell’immaginario collettivo del “movimento dei movimenti” in Italia. I due casi sono apparsi quindi come paradigmatici per analizzare forme di mobilitazione a radicamento locale, ma ad aspirazione globale: due casi in cui, ricostruendo il processo di mobilitazione, volevamo coglierne le trasformazioni interne, che sono in parte legate all’azione collettiva stessa. In questa ricostruzione ci interessava infatti il processo (incluso sfide e limiti) dell’andare “oltre il locale”. Mentre spesso alla protesta si pensa in termini causali (cioè di pre-condizioni sociali e politiche che favoriscono l’azione collettiva), a noi interessava combinare quella prospettiva con l’attenzione alle dinamiche processuali, ai meccanismi cioè (di costruzione di rete, comunicazione, trasformazione simbolica) che la protesta produce. Ci è sembrato poi particolarmente interessante il fatto che le due mobilitazioni, ai poli territoriali estremi, si fossero collegate tra loro attraverso un gemellaggio, che ha poi spianato la strada ad altri gemellaggi e alla rete nazionale che ha dato vita al Patto di Mutuo Soccorso (insieme ai No dal Molin, No Mose, No discarica, ecc.). Certamente poi, il fatto che non si tratti di grandi città (più studiate normalmente nella letteratura sui movimenti sociali) aggiunge interesse alla ricerca, permettendo di osservare dinamiche specifiche del conflitto centro-periferia. L’elemento di novità che le campagne di protesta della Val di Susa e dello Stretto mettono in luce è la pluralità delle componenti che alimentano il movimento e la loro capacità di condividere le proprie risorse, materiali e non, superando le possibili frizioni e le reciproche diffidenze. Voi ne distinguete ben cinque: i comitati di cittadini, le associazioni ambientaliste, gli amministratori locali, i sindacati e i centri sociali. La presenza più interessante è forse quella dei centri sociali. Qui il fatto più notevole è come nel corso della protesta, soprattutto nei momenti alti della lotta,come voi scrivete, siano venuti meno i tanti motivi di diffidenza esistenti fra i militanti dei centri sociali e il resto del movimento. E questo nonostante la presenza dei centri sociali sia spesso strumentalizzata dai mass media e dalle forze politiche favorevoli alle grandi opere per dipingere come estremistico e tendenzialmente violento il movimento. Vi chiedo quanto questa esperienza – che mi pare si 91

Intervista a Donatella Della Porta e Gianni Piazza

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stia replicando anche in altri casi – a vostro modo di vedere sia in grado di modificare durevolmente da un lato la percezione che gli altri attori hanno dei centri sociali e dall’altro forse la rappresentazione che del mondo circostante hanno gli stessi centri sociali? La presenza degli attivisti dei centri sociali è ormai una costante in tutte o quasi le mobilitazioni No LULU (Locally Unwanted Land Use – uso del territorio localmente non voluto) emerse in Italia negli ultimi anni (vedi le proteste contro la base statunitense a Vicenza e la discarica a Chiaiano). Se guardiamo alla lunga storia di questa area di movimento, possiamo osservare che la partecipazione dei centri sociali a campagne più ampie deriva sia da loro caratteristiche tradizionali (come la forte territorialità e il radicamento territoriale; combinazione di attenzione alla costruzione di culture alternative, ma anche attività concrete) che da un percorso, già avviato, di crescente coinvolgimento nella politica sul territorio (in particolare, ma non solo, per l’area dei centri sociali del Nord-Est). Esperienze di collaborazione tra centri sociali e altre organizzazioni di movimento sociale (incluso associazioni formali, partiti e sindacati) si sono moltiplicate nel corso delle mobilitazioni del movimento per una giustizia globale, dagli Incontri Intergalattici ai Global Days of Action, dalle Marce europee contro la disoccupazione alle mobilitazioni contro la guerra. Nei conflitti di cui si occupa il nostro volume, il loro impegno nella mobilitazione, ma anche nelle pratiche consensuali di decisione, le loro esperienze nell’utilizzazione di alcune forme di azione diretta, una affidabilità nel rispetto delle decisioni prese, una disponibilità a “contaminarsi” nell’incontro con gli altri sono state riconosciute da parte dei loro alleati, contribuendo a creare legami di reciproca fiducia. Questo ha certamente anche contribuito a modificare la percezione che di essi avevano i cittadini “comuni”, coinvolti nella protesta, una percezione precedentemente influenzata negativamente dai mass-media e dai partiti. Per molti di essi, soprattutto per i comitati di cittadini, scoprire che non si trattava di “estremisti violenti”, quasi contigui ai terroristi, ma di giovani attivisti con una forte carica ideale e una grande deter92


minazione è stata una (inaspettata e positiva) sorpresa. Questo mutamento di percezione dovuto alla compartecipazione all’azione sembra destinato a durare, anche se solo per quelli che sono entrati in contatto diretto con loro. Dall’altro lato, i militanti dei centri sociali, o almeno una loro parte, hanno sempre cercato di interagire con quella parte della società che considerano il loro “referente”, cioè quella più debole dei ceti disagiati (in questi casi i cittadini che subiscono delle imposizioni dall’alto). Non sono certo emersi come totalmente estranei e irriducibili alla società (almeno una gran parte), in quanto essi si percepiscono come una componente di quella società che lotta per una trasformazione radicale di quella esistente. E in queste mobilitazioni i centri sociali hanno intravisto una possibilità di mutamento dal basso dei rapporti politici e sociali dominanti. Non a caso sono tra i principali protagonisti del collegamento e della generalizzazione delle “lotte di comunità”, come le definiscono, che altrimenti avrebbero caratteristiche particolaristiche e di chiusura verso l’esterno. Un altro elemento di novità e di forza della protesta è la struttura reticolare che essa ha assunto. Una struttura fluida, senza centro, dimostratasi assai reattiva ed efficace soprattutto nei momenti di maggiore intensità del conflitto. Soprattutto in Val di Susa questa struttura ha avuto come corollario l’adozione di un metodo decisionale di tipo “assembleare” che è stato in grado finora di garantire il consenso di tutte le componenti del movimento. Un esempio di democrazia partecipata che il movimento ha spesso saputo efficacemente contrapporre all’opacità invece delle decisioni assunte dalle istituzioni politiche, ma che esso si è dato in maniera spontanea, naturale. In che senso esso differisce dalle esperienze precedenti e che tipo di militanza sembra profilare? Dalle testimonianze che voi riportate non emerge poi una leadership: è proprio così? Quello che tu chiami metodo decisionale assembleare è in realtà il metodo consensuale tipico della democrazia deliberativa. Questa ci è sembrata una delle principali differenze rispetto alle esperienze passate, quando nei movimenti le decisioni venivano prese in assemblea attraverso l’aggregazione delle preferenze, 93

Intervista a Donatella Della Porta e Gianni Piazza

Note e discussioni


Note e discussioni

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cioè la conta dei voti e l’emergere di una maggioranza e di una minoranza. Col metodo consensuale le decisioni vengono prese sempre in assemblea, ma attraverso il ragionamento, la discussione, l’argomentazione razionale e la trasformazione delle preferenze, che portano a una soluzione condivisa da tutti, o quasi. In queste assemblee non si vota, ma si discute e si argomenta da posizione differenti per giungere, spesso faticosamente, a una posizione comune, riconoscendo l’altro come interlocutore legittimo e non come avversario. Ovviamente ciò è molto difficile e avviene spesso non senza conflitti e tensioni. Tuttavia, crediamo che questa sia proprio la differenza, anche nella concezione della militanza, sempre più lontana dagli stereotipi totalizzanti e sempre più aperta alle appartenenze multiple (si può far parte di più gruppi contemporaneamente senza essere bollati come “traditori”). La formula decisionale si accompagna a una struttura reticolare e fluida, che può tendere ad adattarsi alle tappe e alle forme del conflitto, con momenti di coordinamento più lasco tanto più ci si muove dal locale al nazionale (vedi il Patto di Mutuo Soccorso). Riguardo alla leadership, se è naturale che alcuni attivisti abbiano maggiori capacità di influenzare i processi decisionali interni, grazie alle loro risorse di capitale umano e politico, è anche vero che non esistono leader unici, né tantomeno una leadership consolidata e immutabile, nonostante i media cerchino in tutti i modi di dare un volto alle proteste. Pensa al presidente della Comunità Montana valsusina, Ferrentino, che aveva conquistato la sua legittimità partecipando in prima persona alle azioni di protesta e che adesso, dopo l’accordo del giugno di quest’anno, è stato fortemente criticato dai comitati e da chi non vuole la TAV “senza se e senza ma”. Nelle due campagne, la partecipazione è certamente preferita alla delega e quest’ultima è sottoposta a un controllo continuo dal basso. Altro aspetto interessante su cui soffermarsi: la protesta è fortemente intergenerazionale. Se un ruolo pionieristico (perché rappresentano soprattutto i militanti di base, diciamo così, delle associazioni ambientaliste) è svolto da persone di media età socializzatisi alla politica negli anni Settanta, in essa sono presenti sia anzia94


Note e discussioni

La componente giovanile è sicuramente molto importante e si lega soprattutto alla presenza dei centri sociali (i principali portatori di risorse generazionali) e di coloro che si sentono coinvolti nei movimenti per la giustizia globale. Se i movimenti degli anni Sessanta e Settanta (da quello femminista a quello ecologista) avevano continuato a pescare in quella generazione, con una difficoltà a coinvolgere le nuove generazioni, le proteste di Seattle, o in Europa, di Genova contro il G8, hanno visto il coinvolgimento di una nuova generazione, che porta anche caratteristiche culturali specifiche. La presenza dei giovani (e giovanissimi) si è confermata nelle mobilitazioni contro la guerra in Iraq e nel “biennio rosso” 2002-2003, caratterizzato dalle grandi manifestazioni contro il governo Berlusconi “di padri e di figli”, come le ha definite la stampa (e spesso “di madri e di figlie”). Nelle nostre campagne, i giovani sono mobilitati attraverso i centri sociali, ma anche i collettivi studenteschi, che intrecciano i temi No-Lulu con altre rivendicazioni sulla scuola. Giustamente nella vostra analisi avete sottolineato come il conflitto si giochi soprattutto a livello simbolico. A questo proposito, uno degli aspetti più interessanti del vostro lavoro è l’aver sottolineato come la protesta rimodelli in un certo senso l’identità stessa dei suoi partecipanti, dando origine a un senso di comunità nuovo che però valorizza selettivamente alcuni elementi del passato (per esempio nel caso valsusino la memoria della Resistenza):è sensato dire che questo nuovo spirito di appartenenza sia destinato a essere duraturo e ricostruisca legami sociali che le vicende recenti avevano lacerato? Normalmente si dice, nella teoria sociologica, che la protesta ha bisogno di capitale sociale, cioè della pre-esistenza di associazioni e valori cooperativi. Noi abbiamo voluto sottolineare che la protesta crea essa stessa reticoli e norme, generando un senso 95

Intervista a Donatella Della Porta e Gianni Piazza

ni sia giovani e molto giovani. Che ruolo ha questa componente giovanile e quanto è rappresentativa degli orientamenti di fondo di una generazione? Ci autorizza se non a smentire un giudizio sui giovani che si vorrebbero distanti dalla politica e chiusi nel privato, almeno a ridurne l’enfasi con cui viene spesso formulato?


Quaderno di storia contemporanea/44

di appartenenza al territorio, declinato in maniera non esclusiva. Nei nostri due casi, un senso di appartenenza alla comunità si è ri/creato attraverso la lotta, la partecipazione all’azione. La sua durata dipenderà non solo dalla continuazione delle mobilitazioni, ma soprattutto dalla solidità dei legami sociali che esse hanno contribuito a ri/creare, costituendo una risorsa per future mobilitazioni.

Note e discussioni

Una delle risorse più importanti a disposizione del movimento è stata indubbiamente internet, che ha costituito uno strumento importantissimo di contro-informazione e di mobilitazione (e che si sposa molto bene con la struttura reticolare assunta dal movimento). Su un altro piano, invece, come voi scrivete, è stato assai più difficile il rapporto con i mezzi di informazione, specie quelli nazionali, che dei movimenti davano generalmente la stessa lettura offerta dai sostenitori delle grandi opere, e questo nonostante sui mass media le tematiche ambientali, anche se talvolta affrontate in forma leggera, abbiano ormai trovato “cittadinanza”, spesso proprio con il ricorso a esponenti del movimento ambientalista in qualità di esperti. Come giudicare questa contraddizione? Bisogna, innanzitutto, ricordare che la stampa locale, molto spesso, non è indipendente dal punto di vista economico. I principali giornali e tv locali (ma anche nazionali) che promuovono le grandi opere sono spesso di proprietà di coloro che hanno interessi materiali nella realizzazione delle grandi opere: la Fiat, proprietaria de “La Stampa” ha interessi nella realizzazione della TAV in Val di Susa, così come “la Sicilia” e “La Gazzetta del Sud” nell’area dello Stretto (basti pensare che l’editore della “Gazzetta” è stato per lungo tempo presidente della società Stretto di Messina s.p.a.). Vi è poi una egemonia culturale sui mass-media del discorso “sviluppista” (qualche volta retoricamente collegato all’ambiente nella definizione di uno sviluppo sostenibile, dove l’attenzione è prevalentemente sul primo termine). Infatti, anche gli altri grandi organi di stampa nazionali, non direttamente coinvolti, come “la Repubblica” hanno sempre stigmatizzato come conservatori ed egoisti gli oppositori delle grandi opere, sposando una linea “sviluppista” basata sulla crescita economica, che 96


Note e discussioni

Se il movimento non prende in considerazione la violenza come strumento di lotta, nel suo repertorio, assai vasto, sono contemplate azioni di disobbedienza civile e resistenza passiva che possono essere qualificate come extralegali e che in alcuni casi possono comunque condurre, come è accaduto, a scontri con le forze dell’ordine. È questo un punto centrale, su cui vi chiederei qualche osservazione perché rappresenta un’arma a doppio taglio per il movimento, soprattutto in rapporto al ruolo dei mezzi di informazione. Inoltre, non è possibile non chiedere a Donatella della Porta, autrice insieme a H. Reiter di Polizia e protesta. L’ordine pubblico dalla Liberazione ai “no global” (Bologna, Il Mulino, 2003) la sua valutazione delle strategie di contenimento (o repressione?) della protesta messe in atto in questo caso dalle forze dell’ordine. L’utilizzo di forme d’azione radicali a-legali come i blocchi stradali e ferroviari e la disobbedienza civile si è ormai diffusa anche ad altre mobilitazioni No LULU (come quelle No Dal Molin a Vicenza e quelle No discarica a Chiaiano), anche in questo caso grazie all’apporto dell’expertise dei militanti dei centri sociali. Pur non praticando mai forme violente offensive, è certamente vero che gli scontri con le forze dell’ordine (spesso provocati da queste ultime) possono portare ad una stigmatizzazione da parte dei mass-media come “lotte violente” e quindi a un isolamento rispetto all’opinione pubblica. Del resto, come abbiamo detto, di queste mobilitazioni sui media si parla quasi esclusivamente proprio quando questi scontri si verificano (vedi gli ultimi fatti di Chiaiano del 27 settembre) i quali, quindi, hanno l’effetto di tene97

Intervista a Donatella Della Porta e Gianni Piazza

riflette la posizione dei principali partiti italiani (PDL e PD). L’altro problema specifico nella comunicazione delle campagne sta nella difficoltà di uscire dall’ambito locale: la mobilitazione in Val di Susa è stata coperta nelle pagine nazionali solo molto occasionalmente e prevalentemente nei momenti di escalation del conflitto, quindi come questione di ordine pubblico. Della campagna contro il Ponte sullo Stretto l’opinione pubblica nazionale è ancora meno informata. Se Internet è giudicato dagli attivisti come utilissimo per rafforzare ed estendere la comunicazione interna, il passaggio dai media alternativi ai mass-media è difficile.


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re desta l’attenzione nazionale sulle proteste che altrimenti passerebbero sotto silenzio. Il prezzo, è tuttavia una tendenza, nei mass media, a stigmatizzare la protesta come violenta. Gli interventi di ordine pubblico in Val di Susa in occasione degli sgomberi dei presidi e la conseguente militarizzazione della valle (oggi l’uso dell’esercito in Campania) fanno parte di una strategia di controllo della protesta che viene definita di “escalation della forza”, con repressione diffusa, in forme dure e indiscriminate, e scarso uso invece del negoziato (con una subordinazione infatti del diritto di manifestare all’ordine pubblico). Questo tipo di interventi (che si sviluppano spesso su territori contesi) sono prove di forza, tendenzialmente polarizzanti. L’effetto può essere un isolamento del movimento, ma può essere anche una crescita della solidarietà, se l’intervento di polizia è diffusamente percepito come ingiusto e orientato a colpire una intera comunità. Quest’ultimo meccanismo si è messo in moto in Val di Susa, favorito, oltre che dal radicamento della protesta, anche dal sostegno ad essa da parte di istituzioni locali (sindaci, ma anche parroci, medici etc.), che hanno legittimato con la loro presenza le forme di azione diretta. A Vicenza, vi è stato invece a lungo una gestione negoziata della protesta, che ha privilegiato il diritto di manifestare dei cittadini, permettendo gesti di disobbedienza simbolica, ma evitando escalation. La strategia sembra essere però cambiata con il governo di centro-destra.

Note e discussioni

Rispetto al momento in cui avete terminato la stesura del libro la vicenda TAV è naturalmente proseguita e anzi pare oggi, dopo un periodo di stasi, conoscere di nuovo una accelerazione, favorito anche dal mutare dello scenario politico nazionale. Quale situazione ci troveremo di fronte nei prossimi mesi? Il processo di policy riguardante la TAV ha sicuramente subito un’accelerazione con il nuovo governo di centro-destra (come del resto anche quello del Ponte sullo Stretto), determinato a portare a compimento l’opera, e con l’accordo di giugno tra rappresentanti governativi e amministratori locali (contestato dai comitati). È molto probabile che con il tentativo di riaprire i cantieri in Val 98


Note e discussioni

Il vostro libro, mi sembra, dimostri in maniera chiara come la cosiddetta sindrome di NIMBY non sia una categoria utile per la comprensione della realtà, ma un modo, piuttosto sbrigativo, per etichettare delegittimandoli dei movimenti di protesta che si vogliono esclusivamente portatori di interessi egoistici, preoccupati solo di allontanare dal proprio territorio la localizzazione di impianti o infrastrutture rifiutati perché ritenuti, per ignoranza o per malafede, dannose per l’ambiente o per la salute. Dunque è il ragionamento di chi ricorre a questa etichetta anche il richiamo a tematiche più generali che caratterizza questi movimenti sarebbe puramente strumentale, ossia sarebbe finalizzato solo a legittimare la protesta agli occhi dell’opinione pubblica. Nel libro voi dimostrate invece come si realizzi nella protesta un allargamento dei temi e dei problemi sollevati: il rifiuto delle opere in questione si trasforma in una critica più generale al modello di sviluppo che le ha ispirate mentre la richiesta delle popolazioni locali di essere coinvolte nel processo decisionale conduce naturalmente a una critica radicale delle procedure, giudicate poco trasparenti, attraverso le quali scelte così importanti vengono compiute. La protesta nata a partire da un problema locale investe così la nozione stessa di interesse comune. Questa, come voi scrivete, è del resto una, anzi, è la posta in gioco nel conflitto fra fautori e oppositori delle grandi opere. Ma è sempre così o questo dipende soprattutto dalla maturità raggiunta dai movimenti o da condizioni preesistenti e in qualche caso ad esso esterni? Per esemplificare se nel caso della protesta contro l’allargamento della base Dal Molin a Vicenza mi sembra vi si ripropongano la stessa costellazione di elementi che ritroviamo in quella valsusina, nel caso di quella campana, legata all’emergenza rifiuti, peraltro assai più informale, questa costellazione mi sembra più lontana dal presentarsi (a parte alcune eccezioni). E ancora, è possibile in qualche modo misurare la presa di coscienza che la protesta porta con sé, gli effetti virtuosi che nel tempo essa è in grado di generare a 99

Intervista a Donatella Della Porta e Gianni Piazza

di Susa si assisterà a una nuova intensificazione delle proteste da parte della popolazione e, forse, anche a una sua radicalizzazione, anche se pensiamo che questa non assumerà mai forme violente; tuttavia è molto probabile che la reazione delle autorità governative assuma le caratteristiche fortemente repressive come quelle manifestatesi a Vicenza e soprattutto a Chiaiano. La previsione dunque è quella di un inasprimento del conflitto, di cui ovviamente non è scontato l’esito.


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Note e discussioni

livello di mentalità collettive? Se essa si traduce effettivamente in maniera duratura (sarei tentato di dire irreversibile) nella ricerca di uno stile di vita ecologicamente e socialmente sostenibile? Prima di studiare No TAV e No Ponte avevamo, insieme ad altri studiosi, analizzato comitati di cittadini e campagne di protesta in sei città italiane: in quei casi, le campagne erano rimaste locali, anche se si era avviato un percorso di coordinamento a livello cittadino, oggi esteso in alcuni casi al livello regionale. Se dunque le campagne non sempre escono dal livello locale, è anche vero che la protesta di per sé spinge verso visioni più generali. Anche chi inizia da un territorio limitato, nel corso della mobilitazione tende a incontrare altri, impegnati su tematiche simili, su altri territori, a scambiare idee ed esperienze, e a costruire un discorso più generale. Spesso, poi, il discorso si amplia anche nel corso di campagne su tematiche diverse (dalla pace al lavoro), che poi vengono simbolicamente collegate con l’opposizione alle grandi opere. Il processo di allargamento delle tematiche affrontate, della costruzione di una visione alternativa di “bene comune” è in corso non solo a Vicenza ma anche a Chiaiano, nonostante un pregiudizio, diffuso anche a sinistra, lo renda meno visibile. Soprattutto vi è un collegamento in rete delle varie campagne di protesta che sembra difficilmente reversibile. Lo dimostrano sia il caso di Vicenza che quello di Chiaiano, che non a caso sono in stretto collegamento (“Chiaiano chiama Vicenza” è un loro slogan) in questi mesi anche sulla battaglia contro la militarizzazione del territorio (una nuova questione emersa da queste ultime due campagne di protesta). Basta leggere i documenti prodotti dagli attivisti di queste ultime mobilitazioni per rendersene conto. Quanto duraturi (o irreversibili) siano gli effetti di questi processi sugli stili di vita é difficile da prevedere (anche se molta ricerca sociologica sottolinea che la socializzazione nei movimenti di protesta tende infatti a produrre effetti di lunga durata). Certamente, questi processi si sono avviati nel corso della protesta. I presidi in Val di Susa o a Vicenza rappresentano anche spazi di sperimentazione di stili di vita alternativi (con impianti a basso 100


Note e discussioni

I movimenti contro le grandi o le piccole opere giudicate dannose per l’ambiente sono diffusi, pur con radicalità e consenso differente, con densità diversa, un po’ su tutto il territorio italiano. Anche in questo caso si potrebbe dire che si sia configurata una vera e propria rete il cui denominatore comune non è rappresentato solo dalle tematiche ambientali ma dall’aspirazione più complessiva a un altro modello di società. A questa rete avete ormai dedicato molti lavori al punto che in proposito si potrebbe parlare di una vera e propria mappatura. Mi chiedo – posto che non lo si stia già facendo – se non sia il caso di formare archivi pubblici per la conservazione della memoria di questi movimenti e se questa sensibilità sia avvertita o meno dagli stessi militanti. Noi stiamo continuando le ricerche su questi movimenti, in particolare su quelli di Vicenza e di Chiaiano e sul Patto di Mutuo Soccorso. Nel nostro percorso di ricerca, pensiamo anche di allargare l’attenzione anche a campagne di protesta che tendono a restare locali, proprio per capire meglio le condizioni che favoriscono o ostacolano la “montata in generalità” nel corso della protesta. Stiamo anche pensando, insieme alla Fondazione Feltrinelli, di creare un archivio on-line della ricerca sui movimenti sociali in Europa. I materiali raccolti e che stiamo raccogliendo, su questi e altri movimenti, potrebbero essere raccolti lì. Questo aiuterebbe certamente la ricerca storica e sociologica sui temi della protesta che spesso soffre della mancanza di archivi ufficiali e cumulatività delle fonti. Riguardo alla sensibilità dei militanti No LULU, il riscontro che abbiamo avuto alle presentazioni del nostro libro in giro per l’Italia è stato sinora molto confortante, in quanto la presenza e l‘interesse degli attivisti è stata una piacevole costante. Qualche anno fa, Donatella Della Porta insieme a M. Diani, dedicava un 101

Intervista a Donatella Della Porta e Gianni Piazza

impatto ambientale, scambi senza denaro ecc.). E una delle forme d’azione dei comitati di Chiaiano è stata quella di effettuare autonomamente la raccolta differenziata, per poi portarla davanti al Comune di Napoli in segno di protesta, ma anche di proposta; allora questo può anche rappresentare un indicatore del mutamento della mentalità collettiva.


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Note e discussioni

testo all’ambientalismo italiano, divenuto poi un punto di riferimento importante in materia, intitolato Movimenti senza protesta? Oggi ad imitazione di quel titolo potremmo chiamarli “movimenti senza politica?”, nel senso di rappresentanza parlamentare? Pur non essendo mai stato l’ambientalismo italiano particolarmente collaterale ai Verdi, coi quali, mi sembra, in alcuni casi non sono mancati i motivi di conflitto o di reciproca diffidenza, mi chiedo quali conseguenze la crisi, forse irreversibile, che essi stanno conoscendo oggi, avrà sull’ambientalismo italiano nel suo complesso. Nello stesso tempo, mi chiedo, quali potranno essere invece i rapporti con il nascente Partito democratico che annovera fra i suoi padri fondatori alcuni esponenti storici dell’ambientalismo. L’impressione diffusa è che per ora nonostante la volontà di alzare “bandiera verde” l’ambientalismo non sia diventato una delle culture politiche a fondamento dell’identità del nuovo partito. Mi sembra significativo che non vi sia all’interno del partito, almeno da quanto si può leggere nei giornali, un dibattito, anche lacerante, sulle questioni ambientali, a dispetto per esempio dello sforzo di sintesi che viene fatto sui temi bioetici fra la componente cattolica e quella laica. Cosa ne pensate? Se per politica si intendesse quella istituzionale e parlamentare, allora questi movimenti sarebbero “senza politica”; certamente sono movimenti che hanno pochissimi canali di accesso alle istituzioni pubbliche, trovandosi contro un fronte compatto e bipartisan a difesa di un concetto di progresso come crescita economica. Con il Partito democratico, e prima ancora i DS, le divergenze e la distanza sono tali da rendere impossibile alcun rapporto, se non conflittuale; del resto Veltroni ha fatto la sua campagna contro “l’Italia dei No” – e quindi esplicitamente contro tutti i movimenti No LULU – più che contro Berlusconi, col quale condivide l’idea dello sviluppo come crescita economica basata sui grandi investimenti: quanto di più lontano dall’idea di “altro sviluppo” di chi si oppone alle grandi opere e a tutti gli interventi pubblici sui territori senza il consenso delle popolazioni. Anche rispetto ai partiti della sinistra cosiddetta radicale e ai Verdi, le tensioni venutesi a creare con i movimenti No-LULU nel periodo del governo Prodi, sono ancora aperte. Queste mobilitazioni sono invece molto politiche, se per politica intendiamo anche costruzione di spazi pubblici, al di la delle istituzioni. Infatti, que102


Note e discussioni

Intervista a Donatella Della Porta e Gianni Piazza

ste mobilitazioni rappresentano un modo di intendere e fare politica, alternativo, partecipativo e “dal basso�. Anche nella ricerca sociologica, l’immagine che emerge dalla nostra ricerca contrasta una visione dei movimenti come attori che appartengono esclusivamente alla sfera sociale e della politica come ambito esclusivo dei politici professionisti nelle istituzioni.

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Alessandria provincia logistica

Daniele Borioli

Porti, retroporti, interporti, piattaforme logistiche, scali. Da qualche anno a questa parte il dibattito locale alessandrino si è venuto via via riempiendo di una terminologia sino a pochi anni fa pressoché sconosciuta. Che poi non sempre e non da tutti, e certo anche da chi scrive, tale terminologia sia usata appropriatamente, con adeguati nessi di relazione tra significante e significato, è problema tutto sommato secondario. Ciò che importa soprattutto registrare è l’irruzione massiccia di un argomentare che fasce crescenti di amministratori, imprenditori e cittadini hanno trasformato in senso comune. Un senso comune che, oltretutto, impregna di sé i materiali di propaganda elettorale, le attività di svariate amministrazioni locali, la penna di opinionisti e cronisti, la voce di centinaia di relatori a decine di convegni. Eppure, logistica è un concetto tutt’altro che nuovo. Le confuse e approssimative conoscenze di cui dispongo ne fanno forse risalire l’etimo al mondo militare, e in particolare agli eserciti dell’antica Roma, che furono maestri del settore e che su di esso costruirono parte significativa dei loro successi sui campi di battaglia. Ai nostri tempi, depurato dalle sue origini bellicose, l’armamentario di parole richiamato all’inizio serve a definire un vasto complesso di elementi materiali, di obiettivi strategici e di modalità organizzative nello scambio delle merci, che trova in alcuni peculiari contesti territoriali le condizioni per assurgere, in 105

Daniele Borioli, Alessandria provincia logistica

Logistica, chi era costei


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sé, al ruolo di fattore primario dello sviluppo. Uno di questi peculiari contesti è, certamente la provincia di Alessandria.

Note e discussioni

Perché Alessandria? La prima, decisiva ragione ha a che fare con la geografia fisica. Alessandria dista circa novanta chilometri da Milano e Genova, e poco meno di cento chilometri da Torino e Piacenza. Si trova, cioè, in una posizione esattamente baricentrica rispetto ai principali e tradizionali poli di sviluppo economico e finanziario dell’Italia. La qual cosa, anche in virtù dei processi di industrializzazione, delocalizzazione industriale e post-industrializzazione succedutisi nei decenni del secondo dopoguerra, ha guadagnato al capoluogo e alla sua provincia una gamma cangiante di definizioni: da quella più lusinghiera e ambiziosa di “cuore del triangolo industriale”, a quella più immaginifica e futuribile di “centro del ge-mi-to”, sino a quella più problematica e, probabilmente, realistica di “periferia del Nord-Ovest italiano”. La seconda ragione è, invece, collegata all’esistenza di una consistente rete di infrastrutture di accessibilità, nodi e piattaforme di scambio modale e smistamento, la cui presenza è certo derivata in parte significativa dalla forza oggettiva della collocazione territoriale; arricchita però dalla visione e dalla capacità di progettare futuri scenari di sviluppo, che si ritrova in talune iniziative imprenditoriali, addensatesi in particolare nell’area della Valle Scrivia, ma non solo. Appartengono alla prima categoria le linee ferroviarie che convergono su Alessandria da molteplici direttrici (e particolarmente le cinque che la collegano con Genova e Savona), tre autostrade, uno scalo ferroviario merci di primaria importanza (Alessandria smistamento) e uno di non minori potenzialità (Novi S. Bovo). Mentre nel novero della seconda fattispecie rientrano l’interporto di Rivalta Scrivia (inventato da Giacomino Costa alcuni decenni fa e oggi, dopo anni difficili, in fase di grande rilancio), l’interporto di Arquata Scrivia (significativo polo per le merci 106


Note e discussioni

sfuse), il polo logistico di Pozzolo Formigaro, quello di Coniolo nel Casalese, la logistica S. Guglielmo a Tortona e, più di recente, gli impianti logistici di Capriata d’Orba. Su questa cospicua dotazione di infrastrutture, competenze, esperienze imprenditoriali, cui potrebbero essere aggiunti come elementi di rinforzo la solida tradizione dell’autotrasporto, che sin dall’immediato secondo dopoguerra ha connotato lo sviluppo di talune aeree della provincia, nonché il recente innesto delle realtà universitarie (Amedeo Avogadro e Politecnico), molto dinamiche nel ritagliarsi, sul terreno della formazione e della ricerca, spazi di iniziativa e radicamento nel tessuto socio-economico locale, si innerva quella che ormai molti protagonisti della vita pubblica piemontese e nazionale qualificano come la “vocazione logistica dell’Alessandrino”.

In realtà, questa presunta vocazione, più che della naturale propensione di un territorio che ha nei decenni seguito con alterne fortune altre piste di sviluppo, è frutto di una determinata e caparbia volontà di costruzione politica, scaturita dall’azione delle amministrazioni locali, e in particolare della Provincia di Alessandria, e solo molto più tardi (a partire dal 2005) approdata all’attenzione delle Regioni e dello stesso Governo nazionale. È vero che da qualche anno a questa parte pare ormai essere acquisito, negli atti della programmazione nazionale e regionale, il concetto di “piattaforma logistica del Nord-Ovest”, racchiudente in sintetica formula quel complesso di infrastrutture (esistenti o da realizzare), attività e impianti di servizio o produttivi, flussi di relazioni commerciali e informazioni, situato tra i porti liguri, il Piemonte e i settori occidentali della Lombardia e dell’Emilia e concepito quale sistema attraverso cui progettare l’organizzazione ottimale del movimento delle merci dai luoghi della produzione globale ai mercati finali. Non si può, tuttavia, trascurare come questo disegno ambizioso, talvolta conclamato persino con 107

Daniele Borioli, Alessandria provincia logistica

Da Cengio al Limonte


Note e discussioni

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eccessiva enfasi, costituisca il punto di approdo di un lavorio lungo, che non è inappropriato connotare quale vero e proprio esempio di costruzione dal basso di un’idea di sviluppo territoriale, cresciuta attraverso un processo partecipato, non esente da contraddizioni, contrasti e conflitti, ma alla fine consolidatosi in una sintesi largamente condivisa. Come dicevo poco sopra, l’embrione di tale processo è da rintracciarsi nel nucleo di programma che, intorno alla metà degli anni Novanta, l’amministrazione provinciale di Alessandria prese ad articolare a partire dagli esiti di uno studio predisposto dall’Istituto di ricerche economiche e sociali del Canton Ticino, cui fu affidato l’incarico di formulare una valutazione obiettiva circa le potenzialità di sviluppo del territorio alessandrino, collegate alla vicinanza con i porti di Genova e Savona. Sullo sfondo della domanda fondamentale formulata allo studio, stavano alcuni elementi di contesto che è bene richiamare: la ripresa del ruolo strategico di Suez e la conseguente, recuperata centralità del Mediterraneo nell’ambito dei processi di globalizzazione; i limiti fisici posti all’espansione di due porti (in particolare quello di Genova) caratterizzati da un lato da cospicui fondali, in grado di accogliere le titaniche navi portacontainers di nuova generazione, e dall’altro schiacciati tra la costa e le montagne incombenti. Fu la suggestione del “porto oltre l’appennino”, per riprendere il titolo di un progetto recente di cui darò qualche cenno in conclusione, il motore di una ricerca di alleanze attivata verso le istituzioni liguri e costruita con paziente tessitura. Avvicinando via via i lembi di una faglia profonda tra due mondi che, pur condividendo innumerevoli fattori comuni, quali il dialetto quasi sovrapponibile tra l’estremo sud alessandrino e la fascia ligure o, sul terreno della storia contemporanea, l’esperienza resistenziale della Divisione “Pinan Cichero”, apparivano orgogliosamente connotati da quel rapporto di diffidente parentela che Paolo Conte ha mirabilmente cantato in una sua famosissima canzone. Naturalmente, a rendere più complicato il percorso di avvicinamento intervenivano alcuni problemi di grande e oggettivo rilievo, soprattutto sul versante ligure. La paura di un depaupera108


mento e, quindi, di una ulteriore regressione economica e occupazionale, della gloriosa tradizione portuale genovese e savonese, già di suo attraversata da pesanti dinamiche di crisi. E, più ancora, la lacerante conflittualità maturata tra comunità liguri e piemontesi intorno alla tragica secolare vicenda dell’Acna di Cengio, divenuta nel tempo vero e proprio simbolo di un’apparentemente insanabile antinomia tra sviluppo e ambiente, coincidente per di più, in questo caso, con lo spartiacque territoriale e il confine amministrativo tra due regioni. Sarebbe, ora, troppo lungo ripercorrere tutte le tappe di un cammino fatto di infinite riunioni, costituzioni di comitati promotori, passi avanti coraggiosi e frettolose retromarce. E culminato, però, con un atto di portata storica: la nascita di SLALA. Con questo acronimo fu battezzata, nei primi anni del nuovo secolo la Società per la logistica dell’arco ligure-alessandrino. Società a responsabilità limitata, partecipata da tutte le principali istituzioni pubbliche delle Province di Alessandria, Genova, Savona e La Spezia, autorità portuali comprese. Se qualcuno volesse, in un ipotetico futuro, rintracciare le tracce genetiche di un’altrettanto ipotetica (almeno per ora) entità, quel “Limonte” con cui diversi organi di informazione catalogano le molte iniziative comuni, in una pluralità di settori amministrativi, che con sempre maggiore intensità Liguria e Piemonte promuovono, non c’è dubbio che dovrebbe procedere a ritroso sulla strada che in queste poche righe è sommariamente raccontata.

Vale la pena? La domanda non è solo retorica. Il processo partecipato, e per larghissima parte condiviso dalle comunità locali, ha posto costantemente di fronte ai suoi protagonisti questioni non banali. Che hanno richiesto sforzo di elaborazione, capacità di ascolto, mediazione e compromesso. Dando luogo a un esito che non ha pacificato del tutto i dissensi, non ha risolto tutti i dubbi, non ha convinto tutti coloro che sarebbe stato meglio riuscire a convincere. 109

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Paradigmatico, in questo senso, è la vicenda che riguarda la progettata realizzazione del cosiddetto “Terzo Valico dei Giovi”. Una nuova infrastruttura ferroviaria ad “alta capacità” (che si differenzia dall’“alta velocità” per essere dedicata prevalentemente al trasporto delle merci) e a “doppia canna” (come si definiscono le infrastrutture in cui i flussi di traffico nelle due direzioni sono separati in due gallerie separate). L’attuale ancoraggio di una peripezia ben lungi dall’essere conclusa (le difficoltà della finanza pubblica rendono tuttora molto incerta la concreta realizzazione della linea) è certamente quello di una solida base di consenso da parte delle comunità locali, oltretutto in molti casi guidate da coalizioni in cui sono ricomprese quelle forze politiche che, di solito, manifestano le maggiori opposizioni verso le grandi opere. Si tratta, cionondimeno, di un ancoraggio che ha modificato radicalmente, in virtù di una robusta spinta dal basso, una discutibilissima impostazione iniziale, molto più spinta verso un modello di alta velocità finalizzato a connettere Genova e Milano, e volgendola verso un disegno totalmente altro: quello di un geometrico potenziamento del trasporto ferroviario merci tra Genova e Novi Ligure, finalizzato a decongestionare il nodo del capoluogo ligure, ad alimentare le attività delle piattaforme logistiche e intermodali dell’alessandrino, a migliorare il saldo ambientale attraverso un tendenziale riequilibrio tra ferro e gomma. In questo modo, le fortune del “Terzo Valico” si sono inestricabilmente legate, sul terreno del consenso, a quelle più generali del progetto del sistema logistico ligure-alessandrino, in forza di una dinamica oggettiva per quanto non sempre appropriata nel campo delle definizioni problematiche. È accaduto, insomma, schematizzando un po’, che quanti pensano che la logistica possa essere davvero un’opportunità utile di sviluppo del territorio, vedono la realizzazione della nuova ferrovia quale elemento necessitante; mentre al contrario quanti ancora si oppongono alla nuova linea, espongono una sostanziale contrarietà al più generale progetto logistico, giudicato troppo invasivo, dequalificate e scarsamente incisivo sul piano occupazionale. Naturalmente, alcune delle risposte alle molte questioni anco110


ra aperte le scopriremo solo vivendo. Certo, però, che lo sforzo di qualificare un progetto tanto cospicuo come quello del sistema logistico del Nord-Ovest, armonizzando i diversi obiettivi strategici che in esso convivono, non può essere banalmente risolto e va, da parte dei pubblici poteri, accompagnato da un costante impegno di governo delle regole e dei processi. Sul fronte dello sviluppo economico e occupazionale, l’idea che attraverso la logistica si possa recuperare una parte della capacità di produrre ricchezza, che si è persa nei settori maturi della manifattura, e che una buona organizzazione sistema logistico-infrastrutturale possa concorrere a restituire competitività al nostro tessuto di imprese e ad attrarre investitori, generando lavoro buono e stabile, va concretamente tradotta e misurata in progetti industriali credibili. Così come l’assunto che sviluppo delle attività logistica e tutela delle risorse ambientali non siano concetti tra loro antagonisti ma complementari, rischia di apparire come una declamazione apodittica; se non la si inquadra in una serie di misure di politica trasportistica volte a incentivare il trasferimento dei traffici dalla strada alla rotaia e a porre vincoli sempre più cogenti sull’espansione incontrollata del flusso veicolare. E allo stesso modo, sarà difficile alla fine presentare un bilancio ambientale soddisfacente, se non si orienterà la politica degli insediamenti verso il riutilizzo e la rifunzionalizzazione delle aree già compromesse nelle precedenti fasi di sviluppo economico, senza occupare nuove porzioni di territorio, al di là di quanto strettamente indispensabile.

In-conclusioni La partita è, in qualche modo, ancora aperta. Anche se ormai, dopo lunghi anni di riscaldamento, forse si sta davvero cominciando a giocare. Il gruppo Ferrovie dello Stato, attraverso il suo nuovo braccio operativo di FS Logistica, si accinge a liberare investimenti consistenti, per decine di milioni di euro, sull’area dello scalo merci di Alessandria, per realizzare una piattaforma logisti111

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ca di poco meno di mezzo milione di metri quadri. Intorno a essa sorgerà, sempre nell’area di scalo, una prima base retroportuale, di riferimento per Genova e Savona. Nel contempo, gli importanti gruppi imprenditoriali del settore insediati nella realtà di Rivalta Scrivia stanno procedendo alla realizzazione di un terminal, che alimenterà ulteriormente le già crescenti attività dell’interporto. Altri impianti di carattere logistico si vanno via via realizzando tra Pozzolo Formigaro e Capriata d’Orba. Mentre sul piano infrastrutturale, all’annoso busillis riguardante il “Terzo Valico” (si fa, non si fa; ci sono i soldi, non ci sono più, ci risono), si aggiunge ora un interessantissimo e innovativo progetto sviluppato a Torino, che ipotizza la realizzazione di un sistema di trenini automatici a bassa velocità e a ciclo continuo, in grado di trasportare nelle aree retroportuali alessandrine milioni di container all’anno, prelevandoli direttamente dalle navi. Detta così, la faccenda può anche assomigliare a una sorta di catastrofe merceologica destinata ad abbattersi sul territorio alessandrino con deflagranti effetti. Ma si può anche guardare il problema da un’altra prospettiva e cercare di governarlo, volgendo i rischi inevitabilmente connaturati all’essere, come noi siamo, terra di passaggio, nell’opportunità di rivoltare i nostri obiettivi di crescita verso modelli più governabili e meno impattanti. D’altro canto, quello che oggi abbiamo di fronte tra Genova e il Po, se non è il peggiore dei mondi possibili non è neppure un paradiso terrestre. Basta muoversi ogni tanto lungo la rete autostradale che ci attraversa per constatarlo. E, al tempo stesso, constatare le ancora consistenti potenzialità di una rete ferroviaria sottoutilizzata, anche per la totale pluridecennale latitanza di politiche trasportistiche adeguate. E forse oggi, alla luce di quanto sta accadendo sui mercati finanziari mondiali, ci facciamo un po’ tutti meno illusioni sulle magnifiche sorti e progressive della new economy, o sulle dimensioni reali delle fertili praterie del turismo, come ambito di sviluppo sostitutivo della gloriosa tradizione manifatturiera. Sempre ammesso che il turismo, quando si fa davvero industria, non comporti guasti ambientali altrettanto rilevanti. Anche se è evidente che chi scrive ha sull’argomento una 112


Note e discussioni

Daniele Borioli, Alessandria provincia logistica

posizione precisa e, quindi, per ciò stesso discutibile, è invece oggettivamente fondato dire che il tema della logistica ci restituisce spunti di riflessione che vanno ben al di là dello specifico ambito disciplinare, o del dibattito politico di breve momento. E riguardano piuttosto la complessa relazione tra locale e globale, il difficile comporsi delle dinamiche di costruzione del consenso tra le prerogative inalienabile dei territori e delle loro rappresentanze e le funzioni decisionali dei livelli di governo d’area vasta, il mai risolto ossimoro della crescita sostenibile.

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Gli archivi di fronte alle trasformazioni di internet: alcune riflessioni

Note e discussioni

Paolo Carrega

Gli archivi stanno cambiando, è una realtà incontrovertibile. Questa trasformazione appare collocata su due direttrici principali, tra loro strettamente correlate. La prima, più macroscopica e immediatamente evidente, è il sempre crescente utilizzo di tecnologie web2.0 da parte di alcune istituzioni archivistiche, specialmente in ambito anglosassone. A chi risultasse oscura l’espressione web2.0, la chiarirò con un richiamo a Wikipedia, l’enciclopedia “libera” che appunto di queste tecnologie, che permettono a ogni utente di intervenire sui contenuti e persino sulla struttura del sito, si serve. Ma un altro fenomeno sociale-culturale degli ultimi anni, quello dei Blog, è reso possibile da queste innovazioni. E gli esempi potrebbero continuare. La seconda, che è la causa diretta e il più delle volte non visibile della prima, è una modificazione sostanziale del tipo di utenza che si rivolge agli archivi e, conseguentemente, delle motivazioni che spingono ad “andare in archivio”, parafrasando il titolo di un famoso saggio di Isabella Zanni Rosiello 1. Fa notare Stefano Vitali che sempre meno sono i tradizionali frequentatori delle sale di studio, vale a dire storici e ricercatori professionisti, sostituiti in numero di anno in anno crescente da “gente comune”, che si rivolge agli archivi per lo più per ricerche genealogiche relative alla propria famiglia. È un forte bisogno identitario dunque a spingere le persone a incontrare la “memoria-deposito” (per usare ancora un’espressione di Vitali) custodita negli archivi, che, 114


proprio grazie a questo incontro, si trasforma in “memoria-identità” 2. Il dato più interessante di tale trasformazione è la volontà di questa nuova utenza di attingere in modo diretto alla “memoria-deposito”, senza la tradizionale mediazione, cioè, della rielaborazione critica della memoria depositata nelle fonti archivistiche da parte degli storici. Non è questa la sede per indagare le ragioni di questa sfiducia nel ruolo degli storici, ma certamente una delle principali è la forbice individualizzazione/globalizzazione che sempre più caratterizza la società contemporanea, di fronte alla quale la storiografia, nonostante le ampie aperture alla soggettività degli ultimi tre decenni, sembra non dare risposte soddisfacenti. La maggior parte delle persone comuni, infatti, associa ancora il concetto di “Storia” alla dimensione nazionale da un lato, a quella del potere dall’altro, e non a torto, se consideriamo che in effetti la storiografia italiana, almeno fino al secondo dopoguerra, si è strutturata intorno all’asse portante Università-Archivi di Stato, entrambe istituzioni sino allora fortemente dipendenti dal potere politico, specialmente i secondi, che erano deputati dalla legge archivistica a raccogliere (oltre a quelli dei cessati Stati preunitari) i documenti prodotti dalle “magistrature centrali e periferiche dello Stato”. Dunque archivi del potere, sentiti come lontani ed estranei dalla gente comune, e in più archivi strettamente legati all’idea di Stato-Nazione, che i fenomeni di globalizzazione e i flussi migratori degli ultimi decenni stanno mettendo radicalmente in discussione. Qualunque archivista un po’ addentro i “segreti delle carte” sa bene che anche gli archivi del potere possono egregiamente rispondere ai bisogni identitari dell’uomo comune, anzi spesso gli archivi delle tentacolari polizie politiche dei regimi totalitari, per la totale segretezza da cui erano protetti i documenti che li componevano, rappresentano, una volta crollati quei regimi, la risorsa più preziosa per il ritrovamento delle radici spezzate e per la rivendicazione dei diritti delle persone per opprimere e controllare le quali erano stati creati. Ma l’uomo comune non sa nulla di simili nemesi storiche, dunque è portato, come dicevo prima, a confrontarsi direttamente con i documenti, diffidando del lavoro 115

Paolo Carrega, Gli archivi di frinte alle trasformazioni di internet: alcune riflessioni

Note e discussioni


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dello storico, ma anche di quelle istituzioni che sente più legate alla vecchia concezione di potere e di Stato-Nazione come gli Archivi di Stato. Alle carenze della tradizionale amministrazione archivistica sopperisce in misura crescente Internet: sulla rete si assiste a una straordinaria proliferazione di siti di ricerca genealogica, il cui capofila è Ancestry.com, che fornisce moltissimi servizi anche all’utente più digiuno di ricerca archivistica. Ma sono sorti recentemente anche siti importanti dedicati alle vittime delle persecuzioni dei regimi fascisti, il cui esempio più significativo è forse quello dell’ITS (International Tracking Service) che si fonda su un ricchissimo database costruito proprio a partire dalle famigerate “liste” dei convogli diretti ai campi di concentramento e sterminio, i cui originali cartacei si conservano a Bad Arolsen (ottimo esempio di un archivio del potere che serve al recupero di identità individuali che quello stesso potere intendeva cancellare), e che si propone appunto, come leggiamo nella home page, di rispondere alle richieste di “victims of Nazi persecutions and their families by documenting their fate through the archives it manages” 3. Di fronte a questi mutamenti così macroscopici nell’approccio, nell’utenza, nella funzione, nella natura stessa degli archivi, che, per usare un’espressione sempre più diffusa, da archivi istituzionali (“l’Archivio rispecchia l’istituzione che lo ha prodotto”, recita un dogma ancora fino a poco fa intoccabile della dottrina archivistica) si vanno trasformando in “social archives”, gli Istituti storici della Resistenza non possono restare indifferenti. Tanto più che, rispetto agli Archivi di Stato e agli altri archivi istituzionali, essi partono fortemente avvantaggiati. Pur essendosi infatti in seguito “istituzionalizzati” per effetto della sanzione normativa data dalla Carta Costituzionale a molti dei valori della Resistenza, essi sorsero proprio per raccogliere e conservare una memoria “altra”, soggettiva, sociale, svolgendo un ruolo propulsivo fondamentale per l’elaborazione di nuove declinazioni del concetto di “memoria” molto vicine a quella “memoria-identità” di cui ho prima parlato. Per il tipo di fonti che conservano, gli Istituti della Resistenza sono stati la naturale fucina di quelle nuove tendenze 116


storiografiche che privilegiano la dimensione intersoggettiva, la ricostruzione di vicende personali paradigmatiche, gli intrecci tra macrostoria e microstoria. Infatti, la quasi totalità delle fonti presenti negli istituti sono costituite da archivi personali, che per natura hanno una forte valenza identitaria, essendo costituiti proprio per tramandare una certa immagine delle personalità che li hanno formati. Archivi dunque, ancora una volta, eccentrici rispetto alla tradizionale dottrina archivistica, che vuole gli archivi sorti per “scopi pratici” e non “ideologici”, e nella loro presunta “neutralità” vede la garanzia maggiore della loro utilizzabilità a scopi scientifici. Ma ancor più interessanti sono gli archivi delle formazioni partigiane e delle forze politiche che le sorreggevano, “social archives” a tutti gli effetti, formati molto meno per ragioni pratico-organizzative che per dare un’identità di gruppo agli individui che le componevano, e soprattutto per tramandarla alle generazioni future. Non a caso col sorgere del revisionismo storico sono stati in primo luogo questi archivi a essere impegnati in quei “conflitti di memoria” che oggi sono più che mai vivi e attuali. Conflitti di memoria del tutto particolari, perché coinvolgono una “memoriaidentità” che è servita da base per un ordinamento istituzionale, e dove quindi gli intrecci tra soggettività, identità e potere sono molto complessi e delicati. Ricorda Antonio Brusa in un bel saggio apparso nel volume I luoghi, la storia, la memoria come il concetto di “memoria collettiva” non corrisponda a una realtà fattuale, ma sia un “costrutto intellettuale”, una “metafora”, un “prodotto raffinato, nato e coltivato negli strati intellettuali delle nostre società”. E aggiunge: [...] numerosi studi empirici hanno mostrato che nei grandi gruppi nazionali è molto difficile trovare conoscenze realmente condivise (come accade invece nei piccoli gruppi e nelle famiglie). Dal canto loro, le ricerche neuropsicologiche e filosofiche hanno messo in chiaro che le memorie sono soltanto individuali 4. Questi concetti sono ribaditi più volte nei saggi che compongo117

Paolo Carrega, Gli archivi di frinte alle trasformazioni di internet: alcune riflessioni

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no il volume, tutto dedicato ai complessi rapporti tra memoria individuale, elaborazione storiografica e “uso pubblico” della storia. Mi sembra dunque naturale, alla luce di tutto quanto evidenziato sopra, che la rete degli Istituti mostri una particolare sensibilità per le problematiche connesse al web2.0 e alla trasformazione degli archivi, anche per mezzo di queste nuove tecnologie, in “social archives”. Io penso che questa sia la strada da seguire. Mettere in rete le risorse significa renderle meno “istituzionali”, socialmente condivise, più vicine alla memoria viva degli eredi dei protagonisti della vicenda resistenziale e delle vittime delle persecuzioni nazifasciste, che spesso non si rivolgono agli Istituti perché li considerano parte di una farraginosa macchina burocratica, oppure perché li sospettano troppo ideologicamente connotati (e quindi anche in questo caso compromessi con il “potere”), o anche semplicemente perché ne ignorano l’esistenza. La socializzazione attraverso il web2.0 della “memoria-deposito” che custodiscono, secondo la mia opinione, farà aumentare sensibilmente le richieste dell’utenza, ma renderà anche molto più agevole trovare le risposte, una volta che questa “memoria-deposito” sia interamente accessibile dal web, “fatta propria” dagli utenti e condivisa. In questo senso, mi azzardo ad affermare che saranno gli utenti stessi a fare “ricerca storica”, accorgendosi magari che il loro “metodo” è sorprendentemente vicino a quello dei ricercatori degli Istituti, quindi spingendoli a rivolgersi ai loro lavori con più fiducia e interesse. A loro volta, questi ricercatori trarranno sicuramente nuovi spunti di riflessione e metodologia dal modo di fare ricerca degli utenti, privilegiando una visione multicentrica in cui la “memoria-deposito” dà vita a molte “memorie-identità”, ricercando i punti di contatto e di divergenza tra esse, come del resto già da molti anni sono abituati a fare, con l’emergere nella storiografia resistenziale della questione della “scelta” e, soprattutto, delle ragioni di questa scelta, strettamente legate alla “memoria-identità”.

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Note e discussioni

1. Isabella Zanni Rosiello, Andare in archivio, Bologna, Il Mulino, 1996. 2. Stefano Vitali, Memorie, genealogie, identitĂ , in Linda Giuva, Stefano Vitali, Isabella Zanni Rosiello, Il potere degli archivi. Usi del passato e difesa dei diritti nella societĂ  contemporanea, Milano, Bruno Mondadori, 2007. 3. http://www.its-arolsen.org/en/homepage/index.html 4. Antonio Brusa, Conflitti di memoria, dovere di storia, in I luoghi, la storia, la memoria, a cura di Luciana Ziruolo, Alessandria, Isral, Recco, Le Mani, 2008

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Paolo Carrega, Gli archivi di frinte alle trasformazioni di internet: alcune riflessioni

NOTE


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A scuola nel PCI: dottrina comunista e mito dell’Unione Sovietica Il caso di Novi Ligure nelle carte di Franco Inverardi

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Cecilia Bergaglio La mia ricerca è nata in seguito al lavoro di riordino e archiviazione informatica di un fondo privato, attività svolta nel 2006 come tirocinio formativo universitario. I documenti su cui ho avuto modo di lavorare, sotto l’esperta guida del personale archivistico dell’Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea in Provincia di Alessandria “Carlo Gilardenghi”, giacevano dal 1996 presso la sede dell’Unione comunale dei democratici di sinistra di Novi Ligure, oggi sede del Partito Democratico e un tempo del PCI. Attualmente il fondo è stato trasferito all’Istituto alessandrino, dove sarà conservato a disposizione degli studiosi. Il soggetto produttore dell’archivio è un militante del PCI, Franco Inverardi (1924 - 1996): a Novi tutti lo conoscono come Franchin, il suo nome di battaglia. Fino alla scomparsa egli è stato una delle personalità più importanti, per influenza e capacità decisionali, della sezione novese del Partito comunista italiano e poi del Partito dei democratici di sinistra. Nato nell’aprile del 1924, militante a partire dai tempi della clandestinità, fino allo scoppio della guerra svolge il mestiere di calzolaio. Nel 1944 entra a far parte del movimento resistenziale, ottenendo due riconoscimenti, la Croce di guerra e la Stella di bronzo della Brigata Garibaldi. Nel gennaio del 1945 è catturato dalle Brigate nere, ma riesce in maniera fortuita a fuggire e ad aggregarsi alla LVIII° 120


Brigata garibaldina d’assalto “Oreste”. Dopo la guerra, comincia per Inverardi una militanza politica attiva, prima come segretario di sezione e poi come responsabile del Fronte della gioventù, l’organizzazione unitaria dei giovani che hanno operato nella Resistenza. Dal 1956, entra a far parte dell’amministrazione, in un primo tempo come Consigliere comunale, poi come assessore all’Informazione e stampa e in seguito all’Urbanistica. Ufficialmente, il suo ritiro dalla vita politica avviene nel 1989, per problemi di salute, ma, a detta di molti, mantiene voce in capitolo sulle più importanti scelte politico-istituzionali. Collaboratore di alcuni periodici locali (“La Squilla”, “Il Progresso”) è stato cofondatore e direttore del foglio locale “il novese”. È ricordato dai compagni come un modello per l’impegno politico, ma anche nella sua dimensione umana, più sofferta. Piccolo di statura, fisicamente gracile, incute soggezione per la serietà con cui vive la militanza e per l’abilità con cui si destreggia nel fare politica. Nel corso della sua vita Franchin ha conservato, in cartelle di cartone da ufficio, molti documenti che riguardano la sua azione di partigiano combattente, di militante del PCI, di amministratore comunale, di editore, di giornalista. I fascicoli, insieme con i libri, per la maggior parte editi da “L’Unità”, sono stati consegnati, per sua volontà testamentaria, al partito, addirittura trasportati nei mobili originali. Caratteristica peculiare del fondo è la varietà dei contenuti, dal momento che le carte restituiscono la vita del militante nella sua complessità e nella sua totalità: attraverso lo studio del materiale riordinato, quindi, è possibile ricostruire non solo la vicenda umana di Franco Inverardi, ma anche alcuni dei passaggi più importanti sia delle vita di una sezione locale del Partito comunista italiano, sia della storia amministrativa della città dove egli ha vissuto e operato. Molti, dunque, sono i temi che si sarebbero prestati a un approfondimento. La mia scelta è stata quella di prendere in esame l’insieme delle attività organizzate dalla sezione novese del partito per la costruzione e la diffusione, tra tutti i militanti, del mito dell’Unione sovietica, nell’arco temporale che va dall’immediato 121

Cecilia Bergaglio, A scuola nel PCI

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dopoguerra agli anni Settanta. La parabola storica, condizionata dalle fonti, è comunque la stessa adottata da Marcello Flores e Nicola Gallerano 1, i quali individuano nel 1944 e nel 1979 gli estremi del periodo in cui con particolare forza si evidenzia il radicamento del PCI nella società italiana e il rapporto profondo stabilito con la storia del nostro Paese. L’interesse per il mito dell’Unione sovietica deriva dalle suggestioni in me evocate dalla lettura della più recente storiografia sul Partito comunista italiano, che ha affrontato per la prima volta in maniera sistematica lo studio dell’identità culturale dei militanti comunisti 2, i quali hanno avuto un peso assai rilevante nella storia del nostro Paese e nel processo di democratizzazione avviatosi dopo la conclusione del secondo conflitto mondiale, ma che per molto tempo sono stati adombrati dall’interesse univoco per l’azione nazionale e internazionale dei dirigenti, unica prospettiva da cui in passato si è prevalentemente guardato alla storia del PCI. Sono molti gli studiosi che considerano il mito dell’Unione sovietica un elemento fondamentale dell’ideologia comunista 3: essa è la patria del socialismo realizzato, un mondo lontano in cui la classe operaia “proietta” i problemi che la affligge e dove questi sono felicemente risolti. È la forza che spinge milioni di italiani a lottare, nell’aspro clima della Guerra fredda, per un’Italia migliore. Nato con la battaglia di Stalingrado, grazie alla quale l’URSS assume il ruolo di baluardo contro il nazifascismo, il legame affettivo con il paese socialista si mantiene saldo per tutto il corso del dopoguerra ed è ancora oggi un tema molto sentito tra gli ex iscritti al PCI, come ho avuto modo di constatare di persona, nel corso delle interviste svolte durante la ricerca. In parte moto spontaneo, il mito è un fenomeno costruito dal vertice per la trasmissione di specifici ideali e valori. Proprio su quest’ultimo aspetto ho voluto incentrare la mia ricerca, seguendo diversi filoni tematici che presenterò qui sommariamente. Un posto di rilievo spetta senza dubbio ai viaggi nella patria del socialismo, organizzati dalla sezione o da qualche organismo a essa vicina 4. Si tratta di un momento fondamentale non solo per la crescita ideologica, ma anche per l’elaborazione e la conferma dell’idea mitica 122


che ogni comunista ha dell’URSS. I resoconti di chi ha toccato con mano la realtà sovietica confermano l’ideale mitico dei comunisti: è un mondo dove tutto funziona, privo di ingiustizie sociali, dai bisogni soddisfatti, dalle inequiparabili bellezze artistiche e architettoniche. Nessuno sembra accorgersi delle limitazioni alla libertà personale e del filtro, costituito soprattutto dalle guide, che impedisce una lettura autonoma e soggettiva del mondo di oltre cortina. Di grande utilità, per lo studio di questo tema, è stato il settimanale locale edito dalla sezione comunista, “il novese”, che ha ospitato, nel corso del tempo, numerosi racconti e resoconti di viaggio, con l’intento, evidente, di diffondere anche tra i non iscritti la conoscenza del mondo sovietico. In secondo luogo, ho analizzato la costruzione della memoria di Fiodor Alexander Poletaiev, partigiano sovietico combattente e unico straniero in Italia cui è stata concessa la medaglia d’oro alla Resistenza. Si tratta di un processo che contraddistingue, in maniera del tutto originale, il mito sovietico dei militanti novesi. Caduto in uno scontro a fuoco contro in nazifascisti nel 1944, solo nel 1963 si scopre il suo vero nome e il suo “sacrifico eroico”, come viene definito dalla stampa locale e nei discorsi ufficiali, è celebrato, ininterrottamente fino a oggi, con un’annuale cerimonia di commemorazione. L’amministrazione comunale, non il PCI, si occupa di gestire e diffondere la memoria del partigiano sovietico: è il tentativo di fare di Poletaiev un eroe “condiviso”, simbolo della Resistenza e dei valori di libertà e democrazia a essa connessi. Questo contribuisce alla diffusione dell’immagine idealizzata dell’Unione sovietica tra i cittadini novesi e alla vicinanza tra Novi e l’URSS. In questa sede mi è parso opportuno prendere in esame, in maniera dettagliata, il terzo ambito tematico che ha caratterizzato la mia ricerca, giudicandolo di primaria importanza: l’organizzazione di una scuola di partito per i militanti, l’attività più specificamente pedagogico-ideologica allestita dalla sezione comunista novese. Prima di affrontare in maniera esaustiva l’argomento, è giunto il momento di conoscere più da vicino la realtà di Novi e del suo partito. 123

Cecilia Bergaglio, A scuola nel PCI

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Il PCI di Novi Ligure Novi Ligure, grazie alla favorevole posizione geografica, collocata com’è nel cuore del triangolo industriale Torino - Genova - Milano, ha avuto, a partire dalla fine dell’Ottocento, una forte vocazione industriale. Conclusasi la stagione delle filande, che avevano costituito la principale risorsa economica del XIX secolo, l’inizio del Novecento vede la maggioranza dei novesi, sia uomini che donne, al lavoro in piccole fabbriche di lampadine, vetrerie e ferriere. Nel periodo compreso tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio dei Sessanta, Novi vive un imponente processo di crescita economica, accompagnata da profonde trasformazioni sociali e demografiche: “il miracolo economico” è qui è caratterizzato da un lato dalla nascita di grandi e medie industrie, fra le prime quella siderurgica ILVA, dall’altro dal nuovo ruolo assunto dalla ferrovia. Lo snodo di San Bovo, stazione logistica per le merci in entrata e in uscita, occupa in questi anni più di un migliaio di ferrovieri. Il tessuto sociale prevalentemente composto da famiglie operaie ha fatto sì che nel corso della storia repubblicana la città di Novi abbia sempre avuto come sindaco esponenti della sinistra, una caratteristica decisamente peculiare, che ha come conseguenza la difficoltà, per i cittadini, nel distinguere Consiglio comunale, Giunta e partito: tre diverse istituzioni percepite fino a non molto tempo fa come qualcosa di unico. L’osmosi tra partito e amministrazione comunale è evidente nel modo in cui il comune fa fronte ai cambiamenti rapidi e radicali connessi al boom demografico registratosi nel quinquennio 19581963. La nascita delle aziende municipalizzate, la costruzione di ospedali, scuole, l’organizzazione dei servizi alla persona sono tutti processi che avvengono attraverso la mediazione dei legami stabiliti dal PCI, consolidati ed efficaci. Un esempio ne è la creazione dell’azienda municipalizzata per la gestione del gas e degli impianti idrici. Il sindaco di allora, Armando Pagella, insieme con Franco Inverardi, si reca a Bologna e ne torna con un ingegnere che aveva già prestato la propria opera per la sinistra emiliana 5. Questo comporta, per quanto riguarda il nostro oggetto di stu124


dio, il fatto che l’amministrazione comunale possa sostituirsi senza apparenti differenze al partito, attraverso proprie iniziative, nel promuovere e diffondere l’immagine positiva dell’Unione sovietica e nel coltivare rapporti ufficiali con alcuni dei suoi rappresentanti. Lo sviluppo della città negli anni del miracolo economico corrisponde alla crescita e a una migliore organizzazione sul territorio del PCI, nel quale, fino a questo momento, il potere è concentrato nelle mani di dirigenti di vecchia data, che provengono dall’esperienza della clandestinità o dell’esilio: fra questi vi è Carlo Acquistapace, sindaco dal 1951, rifugiatosi negli USA durante il regime fascista. Protagonista del processo di costruzione del “partito nuovo”, di massa, è proprio Franco Inverardi. Dopo una breve fase di stallo delle iscrizioni, dovuto all’effetto delle rivelazioni di Kruscev, le adesioni al PCI aumentano velocemente. Novi, che in questo periodo ha circa 27.000 abitanti 6, raggiunge il tetto degli ottocento iscritti. Nasce, per volontà della Federazione provinciale, il Comitato di zona, un organismo che unisce la sezione novese a quelle dei trentun comuni circostanti. In totale, i tesserati sono 1.500. Non dappertutto c’è una vera e propria sezione: in alcuni centri molto piccoli ci sono solo nuclei di iscritti, cinque o sei, cui ci si riferisce comunque con il termine di “sezione”. Di fronte all’espansione del partito e alle difficoltà di gestione organizzativa, i dirigenti del PCI decidono di dotare la sezione di Novi di una segretaria. Per trentacinque anni, dal 1961 al 1996, sarà Elda Ballestrazzi a svolgere questo compito, con precisione e dedizione: è una delle due donne all’interno del partito, dal carattere forte e determinato, capace di ritagliarsi, in un universo prettamente maschile, una funzione che va al di là di quella amministrativa, ibrida fra la figura della militante politica con compiti organizzativi e le tradizionali funzioni di cura femminili. La segreteria del PCI, infatti, funziona anche da sindacato, aiutando chi non è in grado – spesso perché analfabeta – a scrivere lettere, a compilare la domanda per le case popolari, le richieste per le esenzioni, i moduli per pagare le tasse. La porta è aperta per chiunque, ognuno porta le proprie esperienze e racconta i suoi 125

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problemi: la sezione è, a tutti gli effetti, una seconda casa. “Un’azienda vera e propria, dall’alacre attività” 7, Elda definisce così il PCI di quegli anni, ricordando la mole di lavoro costituita dalla gestione del bilancio, dalla fittissima corrispondenza tra sezione del PCI e quelle di altri partiti, amministrazione comunale e militanti e dal tesseramento: bisogna provvedere al rinnovo annuale delle iscrizioni, all’aggiornamento sui decessi e sui nuovi arrivi, al bollino mensile da aggiungere per ogni militante. Nascono ora e si mantengono in vita fino alla fine degli anni Settanta, tre sezioni territoriali e una di fabbrica. Quella territoriale più grande è la “Testa”, che raccoglie tutti gli iscritti del centro della città – il discrimine è la linea ferroviaria che taglia in due Novi – e le cellule di fabbrica. La sede è in Via Girardengo, la via centrale più frequentata, dove sono concentrate le attività commerciali. Il locale, ampio ed elegante, era stato la sede del Fascio, occupato subito dopo la Liberazione dalle forze antifasciste e poi rimasto al PCI. “C’erano ancora degli armadietti di legno con inciso ‘me ne frego’” 8 confessa ridendo Elda. Oltre al mobilio, si erano conservati anche dei carteggi del PNF, raccolti in cartelline rosse con scritte nere, oggi andati perduti. La sezione “Aldo Rossi” si trova invece in Via Verdi e raccoglie gli iscritti che risiedono al di là della ferrovia. Il nome è quello di un compagno “storico”, nel cortile del quale, fino a poco tempo prima, si organizzavano delle piccole Feste de L’Unità. Questa sarà affiancata, per un breve periodo di tempo, dalla “Guido Rossa”, con sede in Via Amendola. Gli operai dell’Ilva fanno riferimento a una sezione di fabbrica, autonoma e molto vivace, con circa 180 iscritti, intitolata alla memoria del già citato Carlo Acquistapace. Come sede, fa riferimento alla “Testa”. Ogni sezione è dotata di un proprio segretario, Comitato direttivo e Probiviri, cioè le persone più anziane che esercitano funzioni di controllo. Questa organizzazione territoriale così capillare – la cui unità più elementare è costituita dalle cellule – risulta particolarmente utile per un efficace svolgimento delle attività del partito: la propaganda, la “diffusione” de “L’Unità”, la distribuzione del materiale elettorale e l’allestimento dei seggi. “Non un voto 126


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andava sprecato” 9 ricorda Elda. Si provvede infatti a effettuare, prima di ogni chiamata alle urne, il conto esatto degli iscritti e si controlla dove questi andranno a votare: grazie a una macchina organizzativa perfettamente funzionante, si è in grado di sapere in anticipo l’esito delle consultazioni. In caso di ritardo alle urne, si sollecitano telefonicamente gli iscritti perché adempiano al proprio dovere. Nel caso di anziani o persone impossibilitate a muoversi, si stabiliscono dei turni e i compagni più giovani provvedono ad accompagnare tutti a votare. Il coinvolgimento degli iscritti è costante, perché questi sono impegnati, oltre che nella vita quotidiana del partito, anche nelle attività finalizzate alla loro crescita culturale, ideologica e civile. I compagni, per un motivo o per l’altro, sono occupati ogni sera, dopo cena, nei giorni festivi e durante il tempo libero. La vita non lavorativa è dedicata interamente alla politica.

Tra le diverse attività organizzate dal partito per l’accrescimento ideologico e culturale dei militanti, un posto di rilievo spetta senza dubbio all’istituzione di un vera e propria “scuola”, in cui i funzionari del PCI impartiscono lezioni teoriche agli iscritti. Siamo in grado di ricostruire questo processo formativo grazie a una serie di fascicoli conservati nel fondo “Franco Inverardi”, intitolati “Scuola centrale quadri di Roma”. Si tratta di materiale edito dalla direzione centrale del PCI che Inverardi utilizza all’interno della sezione locale per un ciclo di corsi che si svolge tra la fine degli anni Quaranta e l’inizio dei Cinquanta. Nel 1947 il Comitato direttivo di Novi avverte l’esigenza di fornire ai compagni una solida formazione ideologica. Si legge infatti in un verbale del 24 novembre: “Il Bottazzi Enrico parla della necessità di istituire una scuola di Partito la quale avrebbe il compito di istruire e migliorare il livello ideologico dei compagni. Si delibera di ritornare sull’argomento”. Sappiamo con certezza la data dell’avvio delle lezioni, ancora grazie al verbale di una riu127

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La nascita della scuola di partito e il mito di Stalin


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nione del Direttivo svoltasi nell’ottobre 1948. “Sul rafforzamento dell’ideologia del Partito, ha parlato Bottazzi Enrico, dicendo che per il raggiungimento di questo scopo serve la scuola di Partito, che avrà inizio il 15 ottobre. Essa sarà di due sezioni: una femminile per le compagne e una per i compagni (specialmente per i giovani).” Da notare la divisione per sesso, che testimonia dell’austera moralità propria del PCI. Qualche giorno più tardi lo stesso Bottazzi, il quale ha evidentemente a cuore l’istruzione degli iscritti, in occasione di un’Assemblea generale, esorta tutti i compagni a prendere parte al corso e “in generale, a leggere di più”. Prima di entrare nel merito dei contenuti, sono opportune alcune osservazioni di carattere generale. La nostra attenzione sarà dedicata al ruolo dell’Unione sovietica nell’ideologia comunista, con un occhio di riguardo agli apporti originali, laddove rintracciabili, della sezione novese. Tralasceremo quindi l’analisi della dottrina marxista e la parte riguardante l’organizzazione del PCI. In secondo luogo, è necessario sottolineare due elementi peculiari delle dispense: il carattere fortemente dottrinale e schematico, dovuto alla volontà di permettere ai militanti un apprendimento più agevole e all’impostazione fortemente disciplinata del partito; un radicato e diffuso stalinismo, come dimostrano la bibliografia, costituita essenzialmente da scritti di Stalin, il ricorso frequente a citazioni dirette estrapolate dai suoi discorsi, infine l’aurea di mito che circonda la sua persona. In Tecniche e significati del mito di Stalin 10. Marchetti sottolinea come la visione idealizzata del leader sovietico non derivi né da una personalità carismatica, né da spiccate doti oratorie o qualità intellettuali particolarmente raffinate: egli costituisce piuttosto il centro etico del comunismo internazionale. Anche in ambito locale è stato possibile riscontrare la visione idealizzata di Stalin: Inverardi raccoglie pubblicazioni, ritagli di giornale e opuscoli in un fascicolo apposito, arrecante l’intestazione “Stalin”. Il materiale, inoltre, reca traccia di una fitta serie di appunti e di frequenti sottolineature, che dimostrano con quanta attenzione il militante novese segua gli avvenimenti che si succedono in Unione sovie128


tica, in particolare negli anni 1952 -1956. Il momento in cui si rende particolarmente evidente il legame tra i militanti e il leader dell’Unione sovietica è il 1953, quando i comunisti di tutto il mondo piangono la sua scomparsa, in un’atmosfera di commozione generale. Inverardi ritaglia con cura le prime pagine dei principali quotidiani nazionali, che riportano la notizia a caratteri cubitali. I funerali, tra retorica ed enfasi, consegnano Stalin alla glorificazione internazionale. La stampa comunista si rammarica per il fatto che l’umanità intera abbia subito una gravissima e irreparabile perdita, dal momento che si è spenta “la gloriosa vita del nostro maestro e capo”, “il più grande genio dell’umanità”. I meriti del compagno Stalin sono talmente grandi per cui il suo nome “sarà glorificato e vivrà nei secoli”: egli avrebbe donato la sua vita per l’emancipazione di tutti i lavoratori dall’oppressione e dal giogo degli sfruttatori, per la liberazione dell’umanità dalle guerre devastatrici e per rendere felice la vita degli operai di tutto il mondo. Grande pensatore, ineguagliabile studioso, fondatore di quell’“unica fraterna famiglia” che è l’Unione sovietica, grazie al “grande ed eroico condottiero, Generalissimo Stalin”, è stato possibile il potenziamento dell’Armata rossa, la vittoria sul nazifascismo. La sua opera infaticabile ha consentito l’ingresso dell’URSS in un nuovo ordinamento economico che non conosce né crisi né disoccupazione e che ha trasformato il paese in una potenza industriale senza pari. In Italia, come si legge nelle cronache del tempo, migliaia di contadini, operai e intellettuali sfilano mesti in corteo, portando ritratti listati a lutto. Ovunque manifesti e scritte. Settemila telegrammi e migliaia di lettere giungono all’Ambasciata sovietica. Militanti intervistati parlano della morte “del salvatore del mondo”. Atti di fede e di riconoscenza ancora nel 1954 e nel 1955, quando Stalin è assiduamente ricordato all’interno del PCI. Si esaltano soprattutto le sue doti di garante e difensore della pacifica esistenza tra i popoli, si rende omaggio a colui che ha consentito la marcia verso la libertà, l’indipendenza e il socialismo. Pochi anni dopo, Stalin è visto con occhi ben diversi: in seguito alle rivelazioni di Kruscev, inizia un travaglio lacerante che 129

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provoca nel PCI l’avvio del processo di destalinizzazione. In Italia, come nel resto del mondo, si accende un lungo e complesso dibattito, in cui i dirigenti comunisti, in interviste fiume, cercano di analizzare, spiegare, capire che cosa stia succedendo e la portata delle conseguenze. Si comincia a parlare di una “via nostra”, di “condizioni soggettive del comunismo”. La denuncia mette l’animo, la fede, le convinzioni di ogni comunista di fronte a una prova terribile, apre quesiti di fondo sul passato e sull’avvenire. Per molti militanti, tuttavia, come si è potuto riscontrare nel nostro caso di studio, non viene scalfito il mito e il ruolo dell’Unione Sovietica, in breve la frattura provocata dal rapporto Kruscev si riduce sempre più e vi è una rivalutazione in positivo dell’operato di Stalin. Basti ascoltare le parole di ammirazione ancora oggi riservate a quest’ultimo da parte dei militanti. In un intervento pubblicato nel 1966 su “il novese” emergono le contraddizioni e i limiti del processo di destalinizzazione. Sul foglio locale si sostiene come neanche il 1956 abbia potuto provocare spaccature all’interno del mondo comunista, perché il nemico vero da combattere è sempre uno solo: l’imperialismo. È vero: l’azione dell’avversario di classe non fu univoca e giocarono a favore nostro e dei popoli determinate condizioni interne della borghesia, ma quelle furono oggettivamente le direzioni in cui lo schieramento imperialista si mosse; e perciò la posta divenne da subito i rapporti di forza tra campo socialista e campo imperialista: in definitiva, l’assetto stesso del mondo. Questo fu il punto vero di giudizio e di scelta politica su cui si confrontarono le forze. Nello scatenarsi della tempesta, noi comunisti dicemmo allora: si sta da una parte della barricata, contro l’imperialismo. Scegliemmo. Individuammo quella essenziale discriminante, quella frontiera, che divide – e in certi momenti divide in modo sanguinoso e drammatico – la parte della reazione e la parte (sia pure travagliata, non tutta compiuta, né “pura”) del progresso e del socialismo 11.

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Da parte del militante novese autore dell’articolo di riflessione politica, si rivendica il coraggio e la lealtà del PCI, che pur non sottraendosi a una riflessione critica sugli errori, le carenze e le degenerazioni dello stalinismo, resta pienamente consapevole dell’importanza dell’unità del mondo socialista. Qualche anno addietro, siamo nel 1963, nel corso di un Direttivo di sezione, si discute della figura di Stalin. I compagni non parlano più degli errori di “un uomo”, ma degli “uomini”. Gli sbagli compiuti, in ogni caso, non avrebbero minimamente intaccato il sistema socialista: al contrario, il XX congresso del PCUS è considerato positivamente, dal momento che “ha permesso all’Unione sovietica di raggiungere livelli ancora più alti di produttività e dar modo così al sistema socialista di affermarsi compiutamente nel mondo”. Secondo il compagno Repetto, ex partigiano e operaio dell’Ilva, “Stalin, pur criticabile nei suoi errori, è stato l’uomo che ha portato avanti il sistema socialista in Unione sovietica, nel periodo e nelle condizioni specifiche in cui si trovava allora immerso il Paese”. Per Fasciolo, militante della vecchia guardia anch’egli lavoratore presso l’industria siderurgica locale, non si dovrebbe più discutere e avanzare dubbi sul nome e l’operato di Stalin, ma sarebbe utile spiegare con maggiore chiarezza a tutti i compagni il contenuto di quel fatidico congresso, su cui si è fatta eccessiva confusione. Egidio Sonsino, ex partigiano, ferroviere e comunista sensibile al dialogo con il mondo cattolico, afferma che è giusto avanzare critiche a Stalin solo se motivate e fondate e che bisognerebbe sempre aver ben presente il ruolo che egli ha avuto nell’affermazione del socialismo. Alarici, che interviene successivamente, sostiene la necessità di credere maggiormente nel centralismo democratico, per evitare di lasciarsi sviare nelle proprie convinzioni. A testimoniare che il mito di Stalin non scompare repentinamente dalla cultura e dall’universo di valori dei comunisti italiani, il fatto che le campagne di tesseramento, ancora fino agli anni Sessanta, – come dimostrano i volantini rinvenuti nel fondo – siano svolte in onore del compleanno del compagno Stalin. L’attaccamento diffuso alla figura di Stalin, che si riscontra tra i 131

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militanti della base, fa riflettere circa la natura, i tempi, le modalità e l’efficacia del processo di destalinizzazione avviato dal vertice del PCI, che si scontra con l’apparato mitico precedentemente veicolato attraverso la stampa e le attività di formazione ideologica. La visione manichea della politica e del mondo – non dimentichiamo che ci muoviamo in un contesto bipolare – fa ormai parte dell’identità culturale di ogni militante, costituendo un sostrato assai radicato che ancora oggi ne contraddistingue il modo di leggere e percepire le trasformazioni della contemporaneità, come ho avuto modo di riscontrare nelle interviste.

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Urss: pace, democrazia e socialismo È proprio dall’analisi della teoria ideologica impartita ai militanti che abbiamo modo di studiare le ragioni politiche del mito dell’Unione Sovietica, che si possono sintetizzare in tre concetti di base: pace, democrazia e socialismo. Ovviamente di prioritaria importanza, il concetto di socialismo è intimamente legato alla Rivoluzione d’ottobre, considerata il momento in cui l’Unione sovietica inizia a svolgere un ruolo di primo piano nel contesto della politica internazionale. La portata delle conseguenze della Rivoluzione, come si spiega nelle dispense, è “straordinaria”. Essa, infatti, è una profonda cesura che ha cambiato il corso della storia, dal momento che ha permesso la nascita del comunismo internazionale e ha aperto l’era delle rivoluzioni proletarie, determinando il processo della lenta, ma inesorabile, decomposizione dell’imperialismo. L’Unione sovietica diviene così il difensore di tutte le nazioni oppresse, con le quali stabilisce una solida alleanza, fondata su una politica contraddistinta da “nessuna pretesa e rivendicazione sulle nazionalità non russe; riconoscimento dell’indipendenza statale a queste nazionalità; unione militare ed economica di queste con la Russia liberamente accettata; ogni aiuto alle nazionalità arretrate per un rapido sviluppo” 12. L’immagine dell’Unione sovietica che si veicola alla base comunista è molto lontana dalla realtà. Non si parla di assoggettamen132


to, né di coercizione, né di appiattimento delle identità: la Rivoluzione, nella propaganda del PCI, conserverebbe le diversità nell’uguaglianza, che consiste nell’eliminazione delle classi sociali, con l’unico obiettivo di perseguire il bene e gli interessi comuni. Nel contesto locale, tale accezione della Rivoluzione è fortemente radicata: lo stesso Inverardi annota a fondo pagina: “la base granitica della potenza dello Stato socialista è l’uguaglianza dei diritti, sulla base della libera adesione, e la cooperazione sul terreno politico, economico e culturale tra i circa 60 popoli dell’Unione sovietica” 13. La sezione novese, d’altra parte, è molto attiva nel celebrare l’anniversario della Rivoluzione socialista – una delle date più importanti del calendario liturgico comunista 14 – come si evince dalla discussione che inevitabilmente si accende ogni anno per l’organizzazione della manifestazione. Nel 1948, ad esempio, c’è chi propone di unire la celebrazione della Rivoluzione con un’iniziativa comunale, qualcuno propende per una rassegna di film sovietici da effettuarsi presso il cinema cittadino e altri, infine, si dichiarano favorevoli all’organizzazione di una serie di dibattiti. Ancora nel 1962, a distanza di anni, i compagni non dimenticano la ricorrenza. Uno di questi, nel corso di una riunione della dirigenza comunista novese, afferma: “Dobbiamo far riuscire l’assemblea che si terrà venerdì sera per celebrare l’anniversario della Rivoluzione d’ottobre. Dobbiamo impegnarci, tutti noi, per far partecipare anche i nuovi tesserati e i simpatizzanti” 15. Pace e democrazia sono invece valori attribuiti all’URSS mediante un’analisi storica che le assegna un ruolo fondamentale nella sconfitta del nazifascismo. Con una distorta visione retrospettiva, si accusano le potenze occidentali francese e inglese di aver spinto la Germania alla guerra contro l’URSS, costretta così, per ragioni strategiche, alla conclusione del Patto MolotovRibbentrop, che tanto clamore e delusione aveva suscitato nei comunisti occidentali. L’URSS si ripropone, attraverso l’accordo siglato con la Germania, di dilazionare nel tempo l’attacco hitleriano contro di essa e di creare, nell’attesa, un clima favorevole affinché si realizzi una coalizione anglo-sovietica-americana anti133

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fascista. “Questa coalizione” si ribadisce nel testo “rispondeva agli interessi di tutti i popoli amanti la libertà” 16. Dopo lo scoppio del conflitto, l’Unione Sovietica svolge la propria azione di guerra alla luce di quattro obiettivi: difendere la patria socialista dagli invasori nazisti, aiutare i popoli asserviti al nazismo nella loro lotta di liberazione nazionale, lasciare piena libertà ai popoli liberati di organizzarsi, estirpare completamente le radici del fascismo e stabilire nel mondo una pace duratura attraverso una politica di collaborazione tra i popoli. La funzione decisiva dell’URSS si esplica non solo attraverso l’adozione di efficaci strategie militari, “distruggendo in battaglie di importanza storica mondiale la mostruosa macchina bellica tedesca e inferendo un colpo altrettanto decisivo alle forze militari del Giappone” 17, ma anche politiche, “favorendo ed incoraggiando lo slancio della lotta di massa di liberazione nazionale dei popoli amanti della libertà contro gli invasori fascisti e i loro complici, attraverso la conseguente condotta antifascista della guerra” 18 e diplomatiche: “realizzando la collaborazione anglo-sovietico-americana e impegnando le potenze alleate nelle Conferenze di Mosca, Teheran, Yalta, per una conseguente guerra antifascista e per una politica di collaborazione del dopoguerra” 19. Senza il contributo del paese del socialismo realizzato, si spiega ai militanti, non si sarebbe giunti alla sconfitta della Germania, con l’apertura di scenari drastici e apocalittici per il futuro della storia umana. Il binomio URSS - pace e democrazia è confermato se non rinforzato dalla considerazione degli Stati Uniti quali fautori del capitalismo, dell’antidemocrazia e di una politica estera essenzialmente incentrata sull’aggressività nei confronti delle altre nazioni. Mito e antimito sono due facce della stessa medaglia che diventano tema di dibattito soprattutto nel corso della Guerra fredda. Questa è presentata ai militanti come lo scontro titanico tra due potenze inconciliabili. Alla politica bellicista degli USA e dei suoi alleati si contrappongono le forze antimperialiste, le quali hanno nell’Unione sovietica la propria guida. Il nuovo ordine mondiale non è una bipolarità perfetta, insegna il PCI, in quanto, tra la forza imperialista e quella democratica, vi è un terzo 134


soggetto politico, potremmo dire un “terzo incomodo”: sono i nemici di sempre, i socialdemocratici, per i quali la pace può essere salvata mediante una terza forza “cuscinetto” che impedisca l’urto violento tra Unione Sovietica e USA. Si tratta, dicono i comunisti, di una logica estremamente dannosa che finisce con il coincidere con quella imperialista: non esiste una via di mezzo tra capitalismo e socialismo. Soltanto l’Unione Sovietica, attraverso la lotta per la difesa e il rafforzamento dell’internazionalismo proletario, costituisce una garanzia per l’affermazione della democrazia. L’analisi comunista attribuisce alla politica estera statunitense una finalità di esclusivo interesse economico. Con la fine della guerra, infatti, i gruppi monopolisti americani aspirerebbero al mantenimento dell’elevato livello dei profitti raggiunto durante il conflitto. A tal scopo essi attivano una serie di iniziative per conservare i mercati che assorbono la loro produzione e per conquistarne di nuovi. Per giungere al dominio del mondo l’America si muove attraverso strategie “subdole e diversificate”. Dal punto di vista militare, gli States adottano una politica sistematica di militarizzazione del paese, stanziando oltre il 35% del bilancio nazionale al mantenimento delle forze armate. Al tempo stesso, creano in tutte le parti del mondo basi militari e giungono alla stipulazione di patti a scopo aggressivo, il più pericoloso dei quali sarebbe il Patto Atlantico. L’America, inoltre, è accusata di rifornire di armi i paesi in cui ci sono squilibri politici o conflitti e di intervenire direttamente con l’esercito, come accaduto, ad esempio, in Grecia: ultimi, in ordine di tempo, gli atti di guerra contro la Corea e la Cina popolare. Il controllo sulle altre nazioni passa anche attraverso impari rapporti economici: “Sfruttano le difficoltà in cui si dibattono i paesi europei che hanno maggiormente sofferto della guerra; impongono il piano Marshall a questi paesi, piano che, sotto il pretesto di fornire degli aiuti, mira in realtà ad assicurare ai gruppi monopolisti americani il pieno controllo dell’economia e la dipendenza politica dei paesi cui sono diretti” 20. 135

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La dipendenza dagli USA si sviluppa, infine, attraverso la veicolazione di contenuti ideologici: costante, secondo il PCI, la diffusione di calunnie sul conto dell’URSS e dei paesi di nuova democrazia. L’America si sostituisce ai nazifascisti, con una sorta di successione naturale, nella “crociata” anticomunista. “Eccitano l’isterismo guerrafondaio con tutti i mezzi, dalla letteratura, alla stampa, passando per il cinema e la chiesa. Sul terreno politico, infine, gli USA hanno messo in campo una serie di misure antidemocratiche di tipo fascista contro le organizzazioni e i movimenti democratici degli Stati Uniti e imponendo tali misure anche ai paesi asserviti. A questo scopo ci si serve dei socialdemocratici di destra e utilizzando le spie della cricca di Tito” 21.

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L’atteggiamento ostile nei confronti dell’America emerge in maniera evidente anche nel contesto della sezione novese. Il 12 gennaio 1948, nel corso di una riunione del Comitato direttivo, si parla della stesura di una relazione segreta, nella quale si dovrebbe provvedere alla compilazione di una lista con i nominativi di tutti i compagni che ricoprono cariche nel partito, una con quelli degli esponenti avversari e una terza dei parroci. Si intendono indagare con essa i pericoli contro la pace e l’indipendenza del Paese, in particolare modo si vuole fare chiarezza sul Piano Marshall: “Il quale nessuno sa che cosa esso sia; sui dubbi dell’invio da parte dell’America di merci che non sono controllate, né le spese né le entrate. La posizione dei fucilieri americani, perché Truman mette Marshall come ministro degli esteri che è un generale? I crediti e i debiti che abbiamo con l’America” 22. Nel 1949 la priorità dell’indirizzo politico dei comitati di cellula è la mobilitazione delle masse contro il Patto Atlantico, definito un “patto di guerra”. L’allora sindaco di Novi Ligure, Eugenio Calcagno, indica nell’amministrazione comunale la “principale piat136


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taforma per la lotta contro il Patto” 23. In particolare, l’opposizione all’accordo militare, secondo il Comitato del PCI di Novi, deve trovare attuazione concreta in manifestazioni, propaganda e raccolte di firme. Alla fine degli anni Sessanta, in un contesto storico completamente diverso, quando all’Unione Sovietica si affiancano la Cina e i paesi sudamericani quali nuovi modelli di ispirazione, l’antiamericanismo si lega alla causa del Vietnam, al quale i comunisti novesi esprimono la propria solidarietà. Il dibattito sulle posizioni degli USA si accende e la questione diventa all’ordine del giorno sia tra i militanti, sia su “il novese”.

Sono le parole con cui Inverardi si riferisce allo scontro, cui fanno eco quelle di un altro militante, Marchesotti. “I lavoratori, ovviamente” afferma questi “si rallegrano del fatto che il popolo vietnamita stia vincendo contro il colosso americano” 25. Il PCI, in questo periodo, diffonde un comunicato, tramite la stampa locale, in cui si ribadisce la necessità della nascita di un movimento di solidarietà all’ “Eroica lotta del popolo vietnamita. E’ in gioco la pace nel mondo e il diritto dei popoli di scegliere liberamente la propria strada e il proprio avvenire. Si può comprendere che la pace non può essere affidata, come vogliono gli USA, ad un equilibrio fondato sulla conservazione dei privilegi dell’imperialismo oppure ad un sottile gioco diplomatico appoggiato dalla violenza delle bombe al Napalm” 26. Toni duri anche dalle pagine de “il novese”, dove si attacca con violenza il nemico statunitense. Per rendersi conto di ciò, è 137

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“Tra i nodi fondamentali dell’attuale momento politico è il problema del Vietnam. Si tratta di una lotta di popolo che non potrà che portare alla sconfitta degli USA grazie, anche, alla solidarietà di tutti i popoli del mondo e in particolare, quella dei paesi socialisti” 24.


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sufficiente scorrere i titoli che si succedono a breve distanza di tempo. “Ferme proteste dei democratici novesi contro i crimini USA in Vietnam”, “Ogni ora un assassinio. Aumento della criminalità in USA”, “Il Consiglio Comunale unanime per la libertà nel Vietnam”, “Il gigante USA alle corde”, fino al conclusivo “Noi e il Vietnam”, in cui si fa il bilancio di un decennio di iniziative e prese di posizione favorevoli alla causa degli asiatici. Se l’America “eccita l’isterismo guerrafondaio”, nella scuola di partito del 1948 i militanti apprendono che il fenomeno della guerra non è inseparabile dalla vita degli uomini, in quanto conseguenza inevitabile della loro passione o di una presunta volontà di affermazione e di dominio. Al di sotto della varietà di tipi di conflitto e di cause apparenti, il fenomeno è conseguenza diretta delle contraddizioni interne della società di classe. In Unione sovietica, dove si sono eliminate le classi sociali, il fenomeno della guerra è scomparso e si ha una tensione naturale per la pace tra i popoli. “Viene a mancare, in primo luogo, una classe che nello sfruttamento e nell’oppressione dei popoli trovi le condizioni della sua esistenza e del suo sviluppo. Inoltre, nella società senza classi lo stimolo alla produzioni dei beni viene dal bisogno e dal desiderio di miglioramento di tutti e non dallo sfruttamento del lavoro umano e dalla conquista di mercati. Infine, perché, nella società senza classi, le energie umane non saranno più spese in lotte fra classe e classe, fra popolo e popolo, ma nella lotta comune contro la natura, per dominarla e farne un mezzo di sviluppo di tutta l’umanità” 27. Tuttavia, si legge poco più avanti, non è ammissibile un atteggiamento che condanni indistintamente ogni forma di conflitto: è, questa, una concezione anarchica e piccolo-borghese. Secondo quanto scrive Stalin, l’Unione sovietica definisce “giuste” e non annessionistiche le guerre di liberazione, il cui scopo è la difesa di un popolo dalle aggressioni esterne o dai tentativi per assoggettar138


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“D’altra parte la politica estera dell’Unione sovietica non è e non può essere che una politica di pace data la natura dell’URSS, ‘governo di classe operaia’, regime di una classe che è andata al potere, per liberarsi dalla guerra, per creare il socialismo e il comunismo che esige la pace in tutto il mondo. Quindi l’URSS, per realizzare il suo programma, ha bisogno della pace. Questa sua politica di pace è sostenuta dalla sua potenza economico-militare in continuo aumento. L’aumento del potenziale industriale dell’URSS è un contributo immenso alla causa della pace. Per questo, dobbiamo sforzarci ad illustrare maggiormente la politica estera dell’URSS, il suo aumento della forza economica, le sue risorse, i progressi che essa fa: perché tutti questi elementi sono decisivi per rafforzare la pace” 28.

“Ci curavamo con le medicine sovietiche” Merita un capitolo a parte la trattazione di un argomento che trova poco spazio nella storiografia che si è occupata in maniera specifica del mito sovietico: si tratta della convinzione diffusa tra i comunisti occidentali della superiorità dell’URSS anche in campo medico-sanitario o, più in generale, potremmo dire in quello della ricerca scientifica. Una fonte interessante in questo senso è un articolo pubblicato su “L’Unità” nel 1971, redatto dal giornalista Carlo De Benedetti, recatosi in Unione Sovietica, insieme con l’allora segre139

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lo, l’emancipazione di una nazione dalla “schiavitù capitalistica”, la liberazione delle colonie e dei paesi dipendenti dal giogo degli imperialisti. Sono invece prive di giustificazione, quindi “ingiuste”, le guerre il cui fine è la conquista di altri paesi o popoli. “I comunisti italiani”, si ribadisce con forza, “sostengono la guerra giusta, di liberazione del proletariato. In primo luogo, quindi, sostengono l’Unione sovietica.”. Negli appunti scritti da Inverardi a margine della lezione si insiste su questo concetto.


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tario regionale del PCI del Lazio, con l’obiettivo specifico di studiare il sistema sanitario. Egli mette in evidenza: “L’assistenza è generale e gratuita per tutti i cittadini, vi è un elevato grado di prevenzione e dell’ambiente e dell’individuo, la convinzione che la salute non sia solo un diritto delle persone, ma anche un dovere da parte dello stato. Infine, l’ottima organizzazione dei presidi ospedalieri, lo sviluppo della ricerca, sostenuta finanziariamente dallo stato, e l’elevato numero di donne medico” 29. Nel corso si fa spesso menzione alla presunta superiorità scientifica dell’URSS, legata a una ricerca d’avanguardia e all’uso di strumenti molto sofisticati, per le quali la super potenza contende il primato mondiale all’America. Proprio nel fondo troviamo tracce più specifiche di questo tema, che si riferiscono a tre diversi casi. Il primo riguarda l’esperienza di una cara amica di Elda, la segretaria della sezione novese:

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“Si era ammalata. Erano le prime sclerosi a placche che erano uscite. Allora i dirigenti del partito si erano messi in contatto con il Ministero della Sanità di Mosca. Avevano mandato giù una cura, delle punture. Anche il figlio di un compagno, Pilò, quello che ha messo su le cooperative. Non mi ricordo più, esattamente, che malattia avesse questo bambino. Dall’Unione sovietica avevano sempre risposto. Avevo tenuto tutta la corrispondenza, ora l’avranno buttata via” 30. È molto interessante la vicenda di A.M., uno dei compagni più stimati all’interno del partito di Novi di cui Franco Inverardi si prende molta cura, aiutandolo, ad esempio, nella compilazione e nell’invio delle pratiche necessarie per il riconoscimento delle marche assicurative rilasciate ai perseguitati politici. Nel 1960, A.M. è colpito da una patologia oftalmica, l’uveite bilaterale. Inverardi si rivolge allora all’Associazione Italia-Urss di Roma e, 140


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per conoscenza, alla Federazione provinciale del PCI. Nella lettera, di cui si conserva copia nel fondo, si chiede se l’Unione sovietica disponga dei farmaci adatti per guarire la malattia di cui è affetto il militante novese. Si chiedono anche indicazioni su come ottenere tali medicamenti. A rispondere alla sezione “Testa” è il Centro di documentazione sulla scienza e sulla tecnica sovietica.

In fondo alla lettera, un Post Scriptum informa che la richiesta da inviare a Mosca può essere redatta sia in italiano che in inglese. Non vi è traccia, nell’archivio, di come sia andata a finire la questione. Il 28 giugno 1961, Inverardi scrive ancora al Ministero della Salute sovietico, per un caso molto simile che, questa volta, riguarda il compagno S.D. “Grazie all’organizzazione Italia-Urss, alla quale già ci siamo rivolti, ci permettiamo di inviarvi copia della cartella clinica del compagno S.D., affetto da reninite maculare con note di perivasculite, desiderando conoscere se esiste in Unione sovietica un farmaco atto a guarire l’affezione e, a risultato positivo, se è possibile farlo pervenire al compagno malato. Data la penosa situazione dell’infermo, saremmo grati se poteste esplicare questa nostra con la massima sollecitudine Certi della Vostra comprensione e attenzione, porgiamo i sensi del nostro ringraziamento” 32.

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“Caro compagno, dall’attento esame della letteratura medica sovietica non ci risulta che esista nell’Unione Sovietica un farmaco atto a guarire l’uveite bilaterale. Per maggiore sicurezza, però, consigliamo di inviare la cartella clinica del malato, con una richiesta di consulto, al Ministero della Sanità dell’URSS, Rakhmanovski per.3, Mosca. Il Ministero della Sanità, sia pure con qualche mese di ritardo, provvederà a farvi conoscere l’opinione di uno specialista sovietico sul caso del compagno che vi interessa” 31.


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Non sappiamo quanti degli appelli rivolti alle autorità mediche moscovite abbiano ricevuto una risposta, né conosciamo l’efficacia di tali eventuali riscontri. Ma, come in tutte le religioni, ciò che conta è la fiducia che, nessun fatto, nessuna prova contraria e nessuna dimostrazione di scarsa efficacia possono bastare a scalfire. E, come in tutte le religioni, la vox populi relativa a guarigioni miracolose, o a miglioramenti nel decorso della malattia, è sufficiente, da sola, a confermare in ognuno la convinzione della superiorità scientifica dei metodi di oltrecortina.

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NOTE 1. Cfr. M. Flores, N. Gallerano, Sul PCI, un’interpretazione storica, Bologna, Il Mulino, 1992. 2. Cfr. S. Bellassai, La morale comunista. Pubblico e privato nella rappresentazione del PCI (1947-1956), Roma, Carocci, 2000; F. Andreucci, Falce e martello, identità e linguaggi dei comunisti italiani fra stalinismo e guerra fredda, Bononia, University Press Bologna, 2005; Cfr. M. Fincardi, C’era una volta il mondo nuovo, la metafora sovietica nello sviluppo emiliano, Roma, Carocci, 2007; F. Lussana In Russia prima del gulag: emigrati italiani a scuola di comunismo, Roma, Carocci, 2007; M. Boarelli, La fabbrica del passato. Autobiografie di militanti comunisti (1945 – 1956), Milano, Feltrinelli, 2007. 3. Cfr. P. Spriano, Le passioni di un decennio (1946-1956), Milano, Garzanti,1986; AA.VV, L’Urss, il mito, le masse, Milano, Franco Angeli, 1991; P. P. D’Attorre, Nemici per la pelle. Sogno americano e mito sovietico nell’Italia contemporanea, Milano, Franco Angeli, 1991; M. Flores, L’immagine dell’Urss, l’occidente e la Russia di Stalin, Milano, Il Saggiatore, 1990; M Flores, F. Gori (a cura di), Il mito dell’Urss. La cultura occidentale e l’Unione Sovietica, Milano, Franco Angeli, 1990. 4. La sezione di Novi segnala alla Federazione i compagni particolarmente meritevoli, per il contributo all’organizzazione della Festa de l’Unità o per i risultati nella “diffusione”, e Alessandria provvede all’organizzazione del viaggio, completamente gratuito: pochi, tuttavia, sono i fortunati che si vedono riconosciuto questo privilegio. Ogni anno è però possibile, in questo caso facendosi carico delle spese a livello individuale, prendere parte ai viaggi organizzati dal PCI a prezzi agevolati.

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Qualche volta è l’ANPI a promuovere l’organizzazione del viaggio, oppure sono i militanti stessi a recarsi autonomamente in Unione sovietica. 5. Cfr. C. Bergaglio, Armando Pagella, primi appunti per un libro su Novi e il suo sindaco, Novi Ligure, Sic srl, 2007 6. 26.972. Il dato si riferisce al censimento del 1961. 7. Elda Ballestrazzi, testimonianza resa in data 19 aprile 2007. 8. Elda Ballestrazzi, testimonianza resa in data 19 aprile 2007. 9. Elda Ballestrazzi, testimonianza resa in data 19 aprile 2007. 10. Cfr. G. Marchetti, Tecniche e significati del mito di Stalin, in AA.VV., Urss, il mito, le masse, cit. 11. Non firmato, Quell’indimenticabile 1956, in “il novese”, 1966, numero 61. 12. Fondo Franco Inverardi, depositato presso l’Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea di Alessandria, Fascicolo SCQR16. 13. Ibidem 14. Cfr. Franco Andreucci, Falce e martello, identità e linguaggi dei comunisti italiani fra stalinismo e Guerra Fredda, cit. 15. Fondo Franco Inverardi, cit., Fascicolo VP3. 16. Fondo Franco Inverardi, cit., Fascicolo SCQR08 17. Ibidem. 18. Ibidem. 19. Ibidem. 20. Fondo Franco Inverardi, cit., Fascicolo SCQR17. 21. Ibidem. 22. Fondo Franco Inverardi, cit., Fascicolo VP01. 23. Ibidem 24. Fondo Franco Inverardi, cit., Fascicolo VP05. 25. Ibidem. 26. Ibidem. 27. Fondo Franco Inverardi, cit., Fascicolo SCQR18. 28. Fondo Franco Inverardi, cit., Fascicolo SCQR18. 29. C. Debenedetti, Il boom della salute, in “L’Unità”, 18 luglio 1971. 30. E. Ballestrazzi, testimonianza resa in data 19 aprile 2007. 31. Fondo Franco Inverardi, cit., Fascicolo B06. 32. Fondo Franco Inverardi, cit., Fascicolo I09

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Biblioteca civica e sistema museale: le riaperture del biennio 2006-2007 Roberto Livraghi

Archivi, fonti e documenti

Il biennio 2006-2007, in cui si compivano i 200 anni di fondazione della Biblioteca civica e i 150 della Borsalino, ha visto per Alessandria il recupero e la valorizzazione di alcuni importanti istituti culturali municipali. Sul piano delle collezioni civiche, e in attesa della realizzazione di un nuovo Museo della città, il Comune – attraverso l’Assessorato alla cultura – ha effettuato quattro interventi sul proprio sistema museale (con l’apertura del Museo del cappello Borsalino, delle Sale d’arte e del Teatro delle scienze, e con il riallestimento di una parte delle sale di Palazzo Cuttica), mentre nel mese di febbraio 2007, dopo cinque anni di chiusura per lavori, è stata riaperta la Biblioteca civica completamente rinnovata. Si tratta di eventi di rilievo storico che devono essere descritti dettagliatamente e che hanno inciso con efficacia in un processo, già in atto da qualche tempo, di crescente attenzione della cittadinanza per i valori della cultura e della storia locale.

Il Museo del cappello Borsalino Il 28 maggio 2006 è stato aperto e inaugurato il Museo del cappello Borsalino (palazzina di via Cavour 84). La storia del cappellificio Borsalino si intreccia strettamente fin dai suoi esordi, nel 1857, con quella della città di Alessandria. Il suo trasformarsi da impresa artigianale a industria del primo Novecento sino ai fasti degli anni Venti e Trenta e ai successi degli anni Sessanta, scandisce i tempi della metamorfosi di Alessandria verso l’industria144


lizzazione. Le architetture razionaliste firmate dai Gardella e l’emancipazione del personale femminile della fabbrica sono solo i risvolti più evidenti di una trasformazione che, sotto l’egida del marchio Borsalino, in quel giro di anni, ha coinvolto molti aspetti della realtà alessandrina. Il museo accompagna il visitatore all’interno di un racconto che segna le tappe del cammino della moda sociale, con il cappello Borsalino che diviene specchio del mutare dei tempi. A fine Ottocento indumento a esclusivo appannaggio dell’austera borghesia; nel primo Novecento il tipo in feltro flessibile s’impone per tutte le occasioni e senza distinzione di classe: l’evolversi delle forme e dei colori del cappello femminile e maschile segue e detta la moda, interpretando il mutare del costume sociale. L’obiettivo di fondo è quello di far conoscere e apprezzare la complessità e la ricchezza di una storia che ha fatto grande il nome di Alessandria nel mondo. Il museo è dedicato al cappello, all’azienda Borsalino e alle relazioni tra la città di Alessandria e la fabbrica; il locale in cui è ospitato, al primo piano dell’antica sede dell’azienda, accoglieva un tempo la Sala campioni, utilizzata per catalogare ed esporre i prototipi dei modelli creati dalla Borsalino. È stato mantenuto intatto il fascino della sala e del suo contenuto e restaurati gli arredi fissi e mobili: il museo costituisce un monumento al lavoro degli alessandrini e una finestra sulla storia di questo territorio. Il percorso museale è di tipo circolare e si snoda, attraverso l’esposizione dei cappelli – circa 2000, scelti fra gli oltre 4000 della collezione – in vari approfondimenti legati alla storia della fabbrica, al processo produttivo, alla storia del cappello Borsalino, agli sviluppi contemporanei dell’azienda e del prodotto. Lungo il percorso espositivo sono diversi i temi sui quali il visitatore può dirigere la propria attenzione: La storia della Borsalino e la relazione con la città di Alessandria: è illustrata da due video, sicronizzati e con un unico commento sonoro, dedicati alle vicende dell’azienda Borsalino, alla sua espansione, agli stabilimenti e alle vicende sociali e di costume che 145

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Archivi, fonti e documenti


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legano la città di Alessandria a questo grande marchio. Il processo produttivo del cappello Borsalino, i materiali, le macchine, le maestranze: su due tavoli espositivi, oggetti originali della sala campioni, si trovano informazioni circa la prima fase della lavorazione del cappello con video e materiali contenuti nelle teche a spiegazione delle tappe salienti della produzione. Sul secondo tavolo sono ospitati i materiali e i testi che servono alla spiegazione della seconda fase del processo produttivo fino al raggiungimento del prodotto finito. Il cappello e la storia del costume: su un tavolo originale della sala campioni, un video narra i fenomeni del costume legati al cappello Borsalino.

Archivi, fonti e documenti

L’azienda Borsalino oggi: sulla parete di fondo, al termine dell’esposizione, è allestita l’area relativa alla “Borsalino contemporanea”. Anche in questo caso è un video a presentare l’azienda di Spinetta Marengo, i nuovi progetti culturali e le prospettive future e invita il visitatore alla visita dello stabilimento; sul resto della parete si possono ammirare i cappelli Borsalino di ultima generazione con attenzione particolare alle sperimentazioni, alle nuove lavorazioni e alle nuove ricerche di stile. Area consultazione: attorno a un grande tavolo sono organizzate varie postazioni multimediali che danno accesso a informazioni di tipo storico e culturale, agli archivi fotografici e una serie di notizie di approfondimento. Lo stretto collegamento col territorio restituisce ad Alessandria una parte preziosa della sua storia e costituisce un vero e proprio monumento al lavoro degli alessandrini. Le collezioni, le testimonianze materiali, l’archivio aziendale e le raccolte fotografiche sono altresì punto di partenza per varie attività di studio, ricerca e approfondimento. In particolare, sono fondamentali i rapporti con l’Università del Piemonte orientale “A. Avogadro”, che ha col146


laborato nelle ricerche storiche finalizzate alle redazione dei pannelli che accompagnano la visita, ma che potrà giocare un ruolo fondamentale nell’esplorazione del vasto archivio storico aziendale (di cui è stato pubblicato l’inventario nel maggio 2007: L’Archivio Storico della Borsalino. Inventario, Alessandria 2007, numero 6 della collana BCA Studi e Ricerche). Altri partner importanti per la crescita sono il Museo del cinema di Torino (cui è stato affidato l’incarico di condurre una ricerca sulla filmografia in cui appare il cappello Borsalino) e l’Associazione dei musei aziendali italiani (Museimpresa) a cui il museo alessandrino si è associato. In occasione del 150° anniversario di fondazione dell’azienda si è poi realizzata la grande mostra fotografica Alessandria e Borsalino. 150 anni di storia della famiglia e della fabbrica attraverso le immagini della Fototeca civica (a cura di Pierangelo Cavanna, 20 aprile - 30 giugno 2007), che è stata ospitata in parte presso i locali del Museo (le foto originali), e in parte nelle strade cittadine (gli ingrandimenti).

Le Sale d’arte Il 9 settembre 2006 si sono aperte le nuove Sale d’arte comunali (in via Machiavelli, 11). Concepite come un momento di passaggio verso la definitiva realizzazione del nuovo Museo civico, esse rappresentano una realtà dotata di grande autonomia con l’obiettivo di valorizzare un patrimonio artistico straordinario. Occupando locali al piano terreno dell’isolato che ospita anche la Biblioteca, le Sale d’arte rappresentano un ideale collegamento con la tradizione alessandrina che fin dal 1856 aveva concepito la Pinacoteca della città e la Biblioteca inserite in un unico contesto. Il percorso museale rinnovato negli arredi e nelle strutture espositive, intende proporre al pubblico alcune delle più importanti opere e oggetti d’arte appartenenti alle collezioni del Museo 147

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e della Pinacoteca civica. La nuova sede è suddivisa in quattro sezioni espositive che, oltre a proporre una riflessione sull’identità civica della città che vede le sue radici nel Medioevo e nella civiltà comunale, accolgono lo splendido ciclo di affreschi ispirati alle storie di Artù. L’Ottocento rivisitato attraverso il fascino della pittura di Giovanni Migliara e il Novecento rappresentato attraverso l’opera dell’alessandrino Alberto Caffassi, anticipano le esposizioni delle opere d’arte contemporanea confluite nelle collezioni a partire dagli anni Venti. L’incremento delle collezioni museali a partire dalla seconda metà dell’Ottocento, è la testimonianza dello stretto legame tra la città e l’istituzione museale alessandrina; la nuova sede dunque si pone come centro dell’informazione culturale e come luogo di tutela della memoria del passato e del presente in corso. Le raccolte d’arte e le testimonianze materiali si propongono come punto di partenza per approfondimenti, attività di studio, di ricerca e per una maggiore conoscenza del patrimonio storico artistico della città. Sala Giovanni Migliara.. L’opera grafica e pittorica del più conosciuto artista alessandrino (Alessandria 15 Ottobre 1785 – Milano 18 Aprile 1837) viene rivisitata attraverso l’esposizione dell’importante nucleo di opere di proprietà civica provenienti dalle donazioni di fine Ottocento. Nel percorso espositivo sono comprese le opere che mostrano la sua evoluzione artistica di vedutista e paesista, caratterizzata dall’inesauribile raccolta di appunti grafici e da un’indagine della vita urbana nelle varie sfaccettature sociali e di costume. L’esposizione si articola in sei sezioni tematiche: la prima dedicata all’“Iconografia commemorativa” che presenta alcuni ritratti e le effigi ufficiali fatte realizzare per volontà della città di Alessandria. L’esposizione dei disegni rappresentativi della prima attività di scenografo, precede la seconda sezione che raccoglie i “Primi successi” legati alle splendide vedute di luoghi e monumenti milanesi. A partire dal 1815 Migliara intraprese una serie di viaggi in Italia documentati in alcuni album e dipinti caratterizzati dalla minuziosa rappresentazione prospettica dei monumenti urbani ed esposti nella terza sezione intitolata 148


“Viaggi e vedute”. Nella quarta sezione, “Interni di chiese e di conventi”, vengono rappresentati ambienti, figure e soggetti di vita claustrale così come gli interni più famosi dei grandi monumenti tra cui San Marco a Venezia e la Certosa di Pavia. L’abilità tecnica e la notevole varietà tematica che caratterizza la sezione “Scene di genere e paesaggi” è legata anche all’esperienza originaria di scenografo, mentre dagli studi di prospettiva architettonica deriva la realizzazione pittorica delle ambientazioni. La sesta e ultima sezione tematica vuole essere un omaggio alla figlia Teodolinda e al rapporto privilegiato che si venne a creare tra il maestro e la sua allieva prediletta. L’omaggio a Giovanni Migliara è stato completato dalla pubblicazione di un catalogo delle opere possedute dalle collezioni civiche (Giovanni Migliara, Alessandria 2006, che ha inaugurato la collana editoriale dei “Quaderni del Museo e della Pinacoteca civica”) e dalla celebrazione di una giornata di studi intitolata “Paesaggi e visioni. L’Italie pittoresque di Giovanni Migliara” (24 novembre 2006), a cui hanno partecipato il prof. Fulvio Cervini dell’Università di Firenze e il prof. Carlo Sisi dell’Università di Siena. Galleria Alberto Caffassi. L’esposizione di una parte della collezione del pittore alessandrino Alberto Caffassi (Alessandria, 10 maggio 1874 - Alessandria, 3 maggio 1973) è frutto della donazione della nuora Letizia Montefusco Caffassi alla Città di Alessandria. La donazione si compone complessivamente di sessantasei dipinti di notevole valore artistico e di grande interesse per Alessandria. Pittore poco incline alle avanguardie, Caffassi è comunque considerato a tutti gli effetti un artista del suo tempo: si è interessato al Divisionismo, al movimento del Novecento italiano di Margherita Sarfatti e anche al Futurismo. L’esposizione collocata in una galleria sopraelevata racconta il percorso artistico del pittore secondo un ordine cronologico; gli anni Venti con le opere divisioniste, i dipinti tipici del Novecento italiano concludendo poi con quadri degli anni Quaranta - Sessanta di stampo prettamente accademico. La mostra è da considerarsi anche un omaggio della Città di Alessandria a uno dei pittori più signi149

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ficativi del Novecento piemontese. Anche per questo fondo espositivo è stato realizzato un catalogo ad hoc: Alberto Caffassi fra accademia e rinnovamento nella tradizione. La donazione Montefusco-Caffassi, Alessandria 2006, numero 8 della collana “Visioni. I cataloghi delle mostre d’arte dell’Assessorato alla Cultura”. Le stanze di Artù. Si tratta di un ciclo di affreschi, commissionati alla fine del XIV secolo da Andreino Trotti, condottiero e membro di un’importante famiglia alessandrina per festeggiare la vittoria ottenuta nel 1391, al fianco di Gian Galeazzo Visconti, contro le truppe francesi. Il ciclo, ispirato alle vicende amorose e alle peripezie di Lancillotto, è uno degli esempi più antichi di camera Lanzaloti (così in epoca medievale venivano chiamate le sale decorate con tali soggetti) che si sia conservato ai nostri giorni e testimonia il notevole successo riscosso dall’iconografia arturiana in quel periodo. La fonte letteraria degli affreschi è il celebre romanzo Lancelot du Lac, il più famoso dei testi della saga cavalleresca di Re Artù, tratto dalla Vulgate arthurienne di Chretien De Troyes. In origine le quindici scene del ciclo decoravano le pareti della grande sala di rappresentanza della Torre Pio V di Frugarolo, dove vennero scoperte solo nel 1971. A essi si aggiunge un sedicesimo frammento raffigurante una “Madonna in trono con bambino”. Grazie al recupero e al paziente lavoro di restauro degli affreschi si possono ripercorrere con lo sguardo le vicende del celebre cavaliere, rivivendo con lui le battaglie, le battute di caccia, gli amori, i riti cavallereschi, immergendosi nella vita quotidiana del Medioevo, ricca di simboli e significati allegorici. Gli affreschi sono qui esposti come erano disposti originariamente nella grande sala della Torre di Orba. Il ciclo arturiano è stato trasferito in via Machiavelli dalla precedente sede, gli spazi ricavati all’interno dell’ex-Ospedale militare (in via Cavour, 39), dove è rimasto esposto dal 2000 al 2006. L’area espositiva. Fa parte delle Sale d’Arte anche un quarto spazio riservato a ospitare esposizioni temporanee. Nel corso del periodo in oggetto sono state realizzate dall’Amministrazione 150


comunale due mostre. La prima, intitolata Antologia del Novecento dalle collezioni della Pinacoteca civica, ha inteso presentare un primo gruppo di una ventina di opere di proprietà comunale pervenute alle raccolte civiche in occasione di tre decisivi momenti del secolo scorso: le Esposizioni d’Arte (degli anni 1920 e 1921), il Premio Città di Alessandria (dal 1947 al 1957), la Sala Comunale d’Arte Contemporanea (dal 1972). Si tratta, complessivamente, della collezione moderna della pinacoteca alessandrina, con nomi che vanno da Menzio e Casorati a Sassu e Purificato, senza trascurare gli alessandrini Morando e Bellotti: una collezione particolare, perché strutturata e conservata dall’ente pubblico al fine di costituire un patrimonio comune. La seconda mostra (31 marzo - 20 maggio 2007) è stata dedicata a Agostino Bombelli. Un pittore del Rinascimento tra Genova e Alessandria. Curata dallo specialista Daniele Sanguineti, la rassegna ha presentato per la prima volta in Italia le opere conosciute – e da poco tempo riscoperte – di un pittore cinquecentesco nativo di Valenza e protagonista di una fortunata stagione in terra ligure. Bombelli è un pittore che ripropone il tema dei contatti e delle influenze tra la cultura pittorica lombarda e l’ambiente ligure, in anni che sono cruciali anche per la storia europea con gli eserciti francese e spagnolo che si contendevano gli attuali territori di Lombardia e Piemonte. La “fortuna” dell’artista a Genova non esclude peraltro la sua presenza alessandrina, in quanto un recente restauro ha restituito una tavola firmata da Bombelli nella chiesa di Santa Maria del Carmine. Sette delle opere note, firmate o attribuite dalla critica, sono rimaste esposte ai visitatori, che anche in questa circostanza hanno potuto avvalersi di un catalogo realizzato ad hoc e intitolato (come la mostra) Agostino Bombelli. Un pittore del Rinascimento tra Genova e Alessandria, Alessandria 2007. Il deposito. Tra le realizzazioni connesse al nuovo spazio delle Sale d’arte merita un cenno, infine, anche l’importante spazio di deposito progettato e messo in funzione al piano terra dell’edificio di via Machiavelli con lo scopo di ricoverare e ospitare in con151

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dizioni di massima sicurezza le opere della Pinacoteca cittadina in attesa di essere esposte o di venire trasferite nella sede finale del Museo civico. Si tratta di un obiettivo inseguito per molti anni, onde riunire tutte le opere d’arte di proprietà comunale in una sola area di custodia, ponendole in condizioni utili per la conservazione (misure di sicurezza, controllo della temperatura e dell’umidità, verifica della necessità di restauri, ecc.) e, al tempo stesso, rendendole disponibili a eventuali necessità di studio da parte degli esperti.

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Il Teatro delle scienze Il 21 settembre 2006 è stato inaugurato il Teatro delle scienze (Museo di scienze naturali) presso i locali di via 1821, al numero civico 11. Si tratta di un ambiente dalle caratteristiche eminentemente didattiche e quindi rivolte in prevalenza al mondo della scuola, nato per presentare in modo moderno e accattivante una serie di tematiche legate alla cultura scientifica e al mondo della scienza. All’ingresso del Teatro delle scienze un filmato introduttivo offre al visitatore una descrizione dell’origine e dell’evoluzione del pianeta Terra. Il Museo è costituito da un percorso naturalistico che inizia con un viaggio all’interno della Terra dove si possono osservare e toccare campioni di rocce e si possono vedere le più affascinanti e spettacolari eruzioni vulcaniche. La sezione espositiva comprende collezioni paleontologiche, mineralogiche, ornitologiche e entomologiche. Al centro della sala naturalistica si possono ammirare un diorama naturalistico che ricostruisce l’ambiente fluviale della provincia di Alessandria e un cilindro trasparente dedicato all’esposizione di esemplari di farfalle di tutto il mondo. Infine, percorrendo la sala naturalistica, si possono ascoltare i suoni della natura di un ciclo circadiano: tale progetto eco-acustico è stato registrato e prodotto esclusivamente per il Museo di scienze naturali di Alessandria ed è assolutamente innovativo. Ogni anno sono attivati laboratori didattici di microscopia vegetali, geologia e paleontologia, ornitologia, eco152


logia e botanica. Il laboratorio di astronomia è rappresentato dal planetario e dalla sala didattica astronomica. Sotto la cupola con il nuovo proiettore planetario digitale è possibile simulare il cammino giornaliero del sole, il ciclo delle fasi lunari, il moto dei pianeti e restare affascinati da un cielo stellato come una limpida nottata all’aperto. L’attività di visita del planetario è gestita con il Gruppo astrofili Galileo di Alessandria. Nella sala didattica astronomica vengono trattati in dettaglio tutti gli argomenti di astronomia e si possono eseguire simulazioni e esperimenti sui moti dei pianeti, eclissi e maree. Sia il Museo di scienze naturali che il laboratorio di astronomia hanno a disposizione per gli utenti non vedenti una serie di tavole tattili relative agli argomenti trattati. Il Museo di scienze naturali e il Laboratorio di astronomia partecipano alle iniziative “La scuola va al Museo” e “Domenica al Museo”.

Palazzo Cuttica Nella primavera 2007 si è avviato anche un importante riallestimento delle sale di palazzo Cuttica che nel 2003 avevano conosciuto un primo intervento di grande rilievo con la collocazione in loco delle raccolte denominate I percorsi del Museo Civico. Sorta per dare una consistente anticipazione dei contenuti delle collezioni comunali destinate in futuro a essere ammirate in un Museo cittadino, la rassegna dei “Percorsi”, presentava alcune aree tematiche di notevole interesse, dalla sala di Napoleone a quella di Pio V, con alcune puntate di eccezionale valore sulla pittura del territorio (ad esempio con le opere di Gandolfino da Roreto e degli altri artisti rinascimentali). La collezione archeologica di Negro-Carpani. Questo straordinario patrimonio artistico si è arricchito, dal marzo 2007, con l’arrivo di una collezione archeologica che non era mai stata esposta integralmente, nonostante fosse di proprietà comunale: la collezione 153

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del cavalier Cesare Di Negro-Carpani. Preparata dalla mostra “Onde nulla si perda” e da un convegno sul collezionismo archeologico svoltisi nel 2006 a Tortona, l’eccezionale esposizione alessandrina si è tradotta in sistemazione museale definitiva dei reperti più significativi della collezione. L’idea di promuovere un progetto di ricerca, studio e valorizzazione della collezione archeologica del cav. Cesare Di Negro-Carpani, alessandrino di nascita e tortonese di adozione, era nata alcuni anni fa dalle volontà delle Amministrazioni comunali di Alessandria e di Tortona e dalla stretta collaborazione con la Soprintendenza archeologica del Piemonte e del Museo antichità egizie, concretizzandosi nel 2005 con la firma di un protocollo di intesa. La collezione rappresenta un punto di eccellenza per le raccolte museali cittadine per la quantità di oggetti e per l’importanza scientifica che essi rappresentano. Tali requisiti hanno reso necessaria una lunga serie di operazioni di restauro, l’ultimo terminato nell’agosto 2006, che hanno visto un’azione sinergica tra ricercatori, restauratori e tecnici specializzati e consentito un recupero completo dell’intera collezione. Fin dai primi anni del secolo scorso la collezione archeologica Di Negro Carpani, insieme ai reperti provenienti da Villa del Foro, ha avuto un ruolo centrale nelle collezioni, acquisendo gradualmente una posizione singolare per lo straordinario valore storico e scientifico. La ricerca storica intesa modernamente vede questi oggetti di studio non più come elementi isolati o destinati a una mera fruizione estetica, ma come caratteri di un contesto e dell’evoluzione di un territorio. È anche per questa ragione che il progetto non poteva che avere come obiettivo la fruizione del patrimonio archeologico attraverso un’esposizione museale dalle chiare intenzioni didattiche. Questi intenti si sono tradotti anche nella realizzazione di un catalogo: “Onde nulla si perda”. La collezione archeologica di Cesare Di Negro-Carpani, a cura di Alberto Crosetto e Marica Venturino Gambari, Alessandria 2007. Il volume rappresenta un esemplare unico nel suo genere non solo per l’eccellenza e peculiarità degli oggetti rappresentati, ma perché di fondamentale importanza per la comprensione delle dinamiche del 154


popolamento antico che hanno interessato il Piemonte meridionale. La pubblicazione del volume e l’esposizione museale, avvincenti e scientificamente ineccepibili, si pongono l’obiettivo di essere un importante strumento di crescita culturale per l’intera comunità alessandrina e di collocarsi nell’ambito di una più vasta azione di tutela e conservazione di un patrimonio culturale di grandissimo valore, testimonianza del nostro passato.

Il Gabinetto delle stampe antiche e moderne. La valorizzazione degli spazi di palazzo Cuttica è inoltre proseguita con le rassegne espositive dedicate alla grafica contemporanea ospitate nell’area che già da qualche anno è stata dedicata a sede della ricca collezione civica di stampe antiche e moderne, curata da Gianni Baretta. Fondata su un patrimonio inconsueto e di notevole valore artistico – costituito dalle varie donazioni che il Comune di Alessandria ha ricevuto nel tempo – l’attività del Gabinetto è in grado di presentare una media di quattro appuntamenti espositivi all’anno: tale operatività integra e completa, sul versante dell’attenzione al contemporaneo, l’offerta culturale presente all’interno dei “Percorsi” di palazzo Cuttica.

La Biblioteca civica Dopo cinque anni di lavori (costati circa otto milioni di euro) e una lunga parentesi di riduzione dei servizi al pubblico e di trasferimento nei locali di via Abba Cornaglia, il 9 febbraio 2007 ha riaperto i battenti la Biblioteca civica di Alessandria. Apre la biblioteca: entra la cultura diceva lo slogan scelto per la circostanza. Si tratta, in effetti, di una grande occasione di crescita culturale e civile per la città. Il progetto di allestimento propone, infatti, accanto alle tradizionali funzioni conservative e di ricerca espletate fino ad oggi, anche quelle di pubblica lettura che in tutto il mondo sono chiamate a svolgere in primo luogo le biblioteche delle 155

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comunità locali. Con l’avvio dei servizi al pubblico la Biblioteca civica ha iniziato un nuovo percorso di vita, ponendosi come punto di riferimento per soddisfare i bisogni informativi, per il confronto e l’arricchimento culturale, l’impiego del tempo libero di tutta la cittadinanza. La Civica, infatti, voluta dal maire Giulio Bacciocchi in età francese, svolge la propria attività in Alessandria dal 1 gennaio 1806: come è noto, gli inizi dell’istituzione furono legati alla storia di un’altra biblioteca, quella del seminario, fondata dal vescovo De Rossi nel 1775 e riaperta pochissimi anni fa dal vescovo Fernando Charrier. La prima sede fu collocata nel collegio dei Barnabiti (attuale istituto Da Vinci), poi nel 1820 il primo trasferimento nei locali dell’ex-convento della Margherita (attuale isolato tra via Pontida e via Parma, ove hanno sede la CISL e il Ristorante universitario); infine nel 1858 la realizzazione della sede definitiva (quella odierna) sul sedime del viridarium del convento della Margherita, già sede dei Macelli civici, per dare alla città una sede unica per la pinacoteca, il museo e la biblioteca. Nata come biblioteca di conservazione, la Civica ha raccolto nel tempo importanti fondi provenienti da tutto il territorio provinciale e, grazie all’azione di direttori esperti e illuminati (Luigi Ferrari, Luigi Madaro, Arturo Mensi, Antonio Panizza, solo per citarne alcuni) ha saputo svolgere con assoluta dignità una propria funzione di biblioteca di capoluogo di provincia. A questa tradizione occorre oggi richiamarsi, avendo ben chiaro che il contesto è mutato e che è necessario misurarsi con una società dell’informazione che costituisce al tempo stesso un concorrente ma anche un formidabile cliente di una biblioteca tradizionale. Non tutto ciò che si trova su internet è infatti utilizzabile in modo immediato. Soprattutto, le biblioteche possono fornire informazione filtrata, selezionata, ragionata: come dice Umberto Eco, sono importanti non solo per quello che hanno, ma anche per quello che non hanno. Ecco dunque aprirsi le porte di una nuova stagione per la nostra Civica. Le condizioni per recuperare un ruolo di centralità nella crescita culturale cittadina sono chiare: cercare il rapporto 156


con il territorio; vivere in rete con il resto del sistema bibliotecario provinciale, regionale e nazionale; cercare nuovi segmenti di utenza; fornire un servizio di qualità. Il progetto biblioteconomico, elaborato con la collaborazione di Paolo Messina, direttore del Sistema bibliotecario metropolitano di Torino, ha tenuto conto delle caratteristiche fisiche dell’edificio storico in cui ha sede la Biblioteca, e prevede una serie di ambienti dedicati a ospitare i singoli servizi che devono essere offerti nella realtà attuale. La zona accoglienza, pensata per facilitare l’accesso ai servizi e i flussi dell’utenza tra i diversi ambienti. Essa ospita inoltre le fondamentali attività di informazione e assistenza bibliografica, con i cataloghi e i principali repertori bibliografici. L’area di prima consultazione, necessario complemento dell’area accoglienza, in cui saranno disponibili le opere di carattere generale e ove si svolgerà una parte rilevante dell’attività di reference. La sala di lettura a scaffale aperto: è il cuore della funzione di pubblica lettura, in cui l’utente potrà dirigersi con piena libertà alla ricerca diretta da scaffale e in cui saranno presentate le novità letterarie, la narrativa, la manualistica, ecc. Le sale dei fondi antichi, di pregio e per gli studi locali, destinate alla consultazione sorvegliata dei volumi più antichi e di pregio (di cui la Civica alessandrina è ricca) e dei fondi di storia locale. In particolare per gli studi napoleonici, è prevista una campagna di digitalizzazione dei libri e dell’altro materiale documentario a essi riferibili, in modo da consentirne una visione unitaria attraverso la costituzione di una biblioteca napoleonica virtuale, senza togliere i singoli libri e documenti dalle loro collocazioni originarie nei fondi storici della biblioteca. Le sale storiche della vecchia biblioteca, che rappresentano un vero e proprio unicum, testimonianza di un’attività di tutela e 157

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valorizzazione di fondi provenienti da altre collezioni o istituzioni, e che anche nella dotazione di arredi lignei originali, accuratamente restaurati e conservati, manifestano il carattere storico della biblioteca. Il laboratorio multimediale, predisposto con le opportune dotazioni informatiche e concepito come uno spazio aperto al nuovo, alle diverse attività didattiche, alla fruizione delle più moderne tecnologie, che non sostituiscono ma si affiancano al libro stampato e ne rendono ancora più importante la funzione. La sala periodici e riviste, caratterizzata dalla disponibilità di quotidiani e altri periodici di informazione generale, oltre che dalla presenza di periodici tematici, prevedendo spazi sia per le testate a carattere divulgativo e di interesse per la generalità dell’utenza, sia per i periodici destinati allo studio e alla ricerca specialistica. La sezione audio-video, con una buona dotazione di base di cd musicali e dvd, collocati in un ampio spazio espositivo adiacente all’area attrezzata per l’ascolto e la visione in sede.

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La “biblioteca dei bambini”, la sala ragazzi e la sezione giovani adulti: si tratta di una scelta qualificante, determinata dall’esigenza di delimitare, per quanto possibile, in tre aree distinte, le funzioni di biblioteca riservate alle varie età. La Civica è nata – in piena era dell’informazione – con una dotazione di 80 personal computer, 45 lettori multimediali, alcune postazioni dedicate a ipo-vedenti e portatori di handicap. Saranno possibili il prestito interbibliotecario e la ricerca in SBN. Tv dal mondo. Nella torre ottagonale da cui si accede all’area che ospita i servizi al pubblico sono collocati alcuni televisori che consentono di avere in tempo reale, e in contemporanea, notizie da vari paesi del mondo. La dotazione della nuova Biblioteca si 158


completa poi con ampi spazi dedicati a depositi librari (collocati al piano terra), con un’area dedicati agli uffici per il personale (mezzanino), e con alcuni spazi in grado di ospitare piccole riunioni. In questi ultimi ambienti si prevede di svolgere attività di proposta culturale incentrate sull’invito alla lettura e all’approfondimento di tematiche di interesse per i cittadini: piccole mostre, incontri, ecc. In particolare, la Civica (ri)nasce e si sviluppa elaborando uno stretto collegamento con il sistema museale della Città, così come definito nel corso dell’anno 2006: la vicinanza con le Sale d’arte comunali rappresenta in questo senso un’opportunità positiva da cogliere e sviluppare avendo riguardo alla valorizzazione del patrimonio storico-artistico locale. Le singole aree della Biblioteca sono state contrassegnate da colori diversi, che vengono ripresi anche nel logo dell’Istituto: l’area blu è lo spazio dedicato alla zona accoglienza, di informazione e assistenza bibliografica, con la sale di prima consultazione e la sala di lettura a scaffale aperto. L’area rossa è quella dedicata alle tre sezioni bambini, ragazzi e giovani adulti; l’area verde segnala la zona multimediale e lo spazio riviste e periodici, mentre l’area gialla è quella delle sale storiche e dei fondi antichi per gli studi locali. L’inaugurazione ufficiale della nuova Civica è stata accompagnata, il 9 febbraio 2007, da una lectio magistralis sul tema La memoria vegetale, tenuta dal professor Umberto Eco nella Sala grande del Teatro Comunale affollata da oltre un migliaio di persone, alla presenza, tra gli altri, di Ernesto Ferrero, direttore della Fiera del libro di Torino, di Rolando Picchioni, presidente dell’associazione Torino capitale mondiale del libro, di Antonia Ida Fontana, direttrice della Biblioteca nazionale centrale di Firenze. Verso il Museo Civico Le riaperture di palazzo Cuttica, l’inaugurazione delle Sale d’arte, della ristrutturata Biblioteca civica e del Museo del cappello Borsalino, del Teatro delle scienze, oltre che la prosecuzione del restauro e del recupero funzionale dell’ex chiesa di San 159

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Francesco, contribuiscono a rendere meno lontano il traguardo di un Museo civico che si giudica fondamentale per costruire criticamente un’identità cittadina e coltivarla in termini dinamici. Questo processo deve perciò proseguire in modo organico e convinto, con l’obiettivo di approdare alla definizione di un sistema museale che sia capace di restituire ad Alessandria la coscienza della sua storia e di restituirle una visibilità culturale. In questo senso si pronuncia un documento fondamentale – Il Museo Civico di Alessandria. Nuove linee-guida per la costruzione di un processo – che il Comune ha commissionato a un esperto – il professor Fulvio Cervini dell’Università di Firenze – e che la Giunta comunale (Mara Scagni sindaco, e l’estensore di queste note Assessore alla Cultura) ha fatto proprio con la delibera n. 118 del 27 marzo 2007. Dicono le Linee-guida che il taglio da conferire alla progettazione del nuovo Museo debba essere quello di storia della città: “un obiettivo tanto più importante in quanto la città ha subito in tempi diversi trasformazioni molto traumatiche (demolizione di Borgoglio e costruzione della Cittadella, distruzione della Cattedrale, rettifili ottocenteschi, eccetera) che rendono assai difficoltoso leggerne la complessità delle stratificazioni. Dunque il Museo può e deve diventare un viatico per vivere consapevolmente la città, una guida a recuperare i segni del passato che pulsano tuttora nel nostro presente. Le raccolte civiche alessandrine hanno il loro punto di forza nella “ragguardevole eterogeneità dei materiali”: è proprio su questa varietà che occorre insistere, facendo fruttare una tradizione critica che ha il suo fulcro nel volume curato nel 1986 da Carlenrica Spantigati e Giovanni Romano per la Cassa di Risparmio (Il museo e la pinacoteca di Alessandria), base di ogni futura indagine sull’argomento. I luoghi didattico-espositivi che si sono definiti negli ultimi anni e mesi (Antiquarium di Villa del Foro, Teatro delle scienze, Museo del fiume, Museo etnografico della Gambarina, Museo del cappello Borsalino, Sale d’arte, Percorsi di palazzo Cuttica) devono perciò essere considerati come elementi di un sistema artico160


lato, che approfondiscono ciascuno un aspetto di vita del territorio. Ora però bisogna pensare al cuore del sistema, quel Museo civico che dovrebbe essere idealmente anche la bussola dell’intero sistema, il luogo da visitare per primo per afferrare subito le coordinate dello sviluppo storico di Alessandria e scegliere i percorsi di approfondimento. D’intesa con gli organi di tutela, l’amministrazione comunale ha individuato da tempo la sede ideale del nuovo museo nel complesso dell’ex-ospedale militare, e in particolare nell’ex-chiesa di San Francesco. Questa sede, ricavata all’interno di un rilevante complesso che ancora reca le tracce di una stagione di splendori storico-artistici, potrebbe – secondo le Linee-guida – divenire il cuore di un sistema di forma triangolare avente come altri vertici palazzo Cuttica e le Sale d’arte. San Francesco sarà il vertice maggiore del triangolo, la spina dorsale del sistema, ospitando quel progetto che in parte rilevante è già stato definito anche per quanto concerne i contenuti, nell’ottica di una storia del territorio che non trascuri nessun momento e nessuna presenza. Una sequenza “semplificata” (contenuta in uno studio commissionato al CDS di Roma) prevede uno sviluppo cronologico, sia per mantenere un’efficacia didattica sia per meglio evidenziare le stratificazioni culturali che hanno lentamente costruito il nostro presente. Le Linee-guida del 2007 contengono già anche alcuni suggerimenti circa una plausibile suddivisione del percorso museale in una dozzina di sezioni: i luoghi e il primo popolamento; i luoghi nel mondo romano e altomedioevale; la nascita di Alessandria; la città medievale; la città umanistica; Pio V; la città spagnola; la città dei lumi; Napoleone; la città romantica; la città dell’industria; la città del Novecento (1915-1945 e dopo il 1945). In questo contesto, la dislocazione delle sedi potrebbe diventare un punto di forza (e di caratterizzazione dell’istituzione), rafforzando il dialogo con la città, mentre la centralizzazione delle collezioni dovrebbe funzionare nel San Francesco, perché lo stesso complesso francescano è un paradigma di storia della città. Il complesso percorso di avvicinamento di Alessandria al suo museo ha quindi compiuto alcuni passi importanti: sta ora 161

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alla comunitĂ farsene carico e decidere se intende continuare a investire sulla propria identitĂ .

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Guido Barberis e Massimo Carcione

La ricostruzione del percorso ideale, politico e scientifico, ma anche istituzionale che ha portato alla creazione dell’Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea di Alessandria non è soltanto un’interessante esercitazione di diritto pubblico e di storia amministrativa locale: dalla lettura degli atti che hanno costellato i due anni di iter procedurale, oggi conservati nell’archivio provinciale 1, emerge infatti un quadro animato e composito della vita politica e culturale alessandrina di trent’anni fa. Tutti i documenti concordano sulla circostanza che la prima proposta di costituzione dell’Istituto si deve all’ANPI provinciale – all’epoca presieduta dal senatore Carlo Boccassi, mentre il segretario era William Valsesia – ma non ne esiste agli atti documentazione diretta; la proposta sarebbe stata formulata alla Provincia di Alessandria, già alla fine del 1974 2 in vista del trentennale della Liberazione 3 ma per trovare il primo documento ufficiale dell’Associazione nazionale partigiani d’Italia in merito alla costituzione dell’ISRAL occorre arrivare alla data del 3 maggio 1975: una scarna lettera a firma del presidente Sen. Carlo Boccassi, che conferma in modo solenne l’adesione all’iniziativa, proponendo i candidati rappresentanti dell’ANPI in seno al costituendo Istituto 4. Il ruolo esercitato dall’ANPI è stato sempre esaltato negli atti ufficiali, restando però su un piano squisitamente teorico, alla luce 163

Guido Barberis e Massimo Carcione, La costituzione dell’ISRAL

La costituzione dell’Istituto per la storia della Resistenza di Alessandria nei documenti dell’archivio provinciale*


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della successiva decisione di limitare l’adesione al Consorzio ai soli enti pubblici: dunque l’Associazione dei Partigiani è stata promotrice, ma non fondatrice dell’Istituto 5. [...] Va comunque ricordato che accanto alla spinta ideale dei partigiani ci fu indubbiamente anche quella più specificamente politico-culturale, che già prima dell’aprile 1975 venne espressa informalmente da un “tavolo” di studio e di elaborazione del progetto, composto da diverse personalità della Resistenza, della politica e della cultura alessandrina; qualcuno di loro, come Carlo Gilardenghi, assunse in seguito un ruolo di primo piano nella nuova istituzione mentre altri, come ad esempio Delmo Maestri, si limitarono a mettere a disposizione il proprio importante contributo di idee e proposte, pur ricoprendo all’epoca altri incarichi pubblici 6.

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L’iter costitutivo Il primo documento relativo alla fondazione dell’Istituto, a firma del Presidente Armando Devecchi 7, venne indirizzato ai Sindaci dei Comuni centri-zona, ai Capi-gruppo provinciali e ai Presidenti del Comitato difesa valori della Resistenza e della stessa ANPI provinciale. Già questa primissima comunicazione si apre con l’esplicita menzione della proposta dell’ANPI, che viene definita “meritevole del massimo appoggio” nell’intento di “dare vita anche nella nostra provincia a un Istituto Storico della Resistenza che, raccogliendo e classificando con rigore scientifico e doverosa obiettività le numerose testimonianze […] costituisca occasione di ricordo, di verifica e di vigile controllo perché l’infausta minaccia fascista non turbi nuovamente il nostro Paese”. In questa ottica si ribadisce la volontà – espressa nel corso di un precedente incontro non meglio definito – di costituire un Comitato promotore, richiedendo agli enti in indirizzo di formalizzare a stretto giro di posta la propria adesione di massima 8. Nel frattempo, data l’ormai imminente ricorrenza del 30° anniversario della Liberazione, venne senz’altro convocata per il 3 164


aprile seguente, allo scopo di “concertare le iniziative da assumersi per addivenire quanto prima alla costituzione formale dell’Istituto”, una ulteriore riunione preparatoria a Palazzo Ghilini. L’eco delle stragi di matrice fascista di pochi mesi prima 9. con l’incombente rischio delle connesse “trame nere”, fanno dunque da sfondo all’iniziativa così concretamente assunta dal Presidente della Provincia, che pochi giorni dopo, a conclusione dell’orazione ufficiale del 25 aprile 1975, vi faceva ancora riferimento: “A questo impegno sono chiamate tutte le forze antifasciste cui si richiede una coerenza ideale con le lotte che storicamente ne hanno definito le caratteristiche politiche. Sono chiamati specialmente i giovani, che devono essere responsabilmente indirizzati in questo senso. Essi non hanno vissuto direttamente l’esperienza resistenziale, devono però apprendere ed acquisire ciò che di essenziale essa produsse nella storia politica e civile del nostro Paese. Anche per questo occorre diffondere in tutte le scuole testimonianze sui fatti più significativi della Resistenza. Non si tratta di ricordare i soli fatti storici, bensì i valori morali, politici, civili, che hanno ispirato la battaglia antifascista e la lotta di liberazione” 10. È però singolare il fatto che Devecchi avesse omesso di citare, in modo esplicito o almeno indirettamente, l’iniziativa appena assunta d’intesa con l’ANPI di promuovere e avviare la fondazione dell’Istituto storico della Resistenza. Sulle ali dell’entusiasmo per le celebrazioni, il 29 aprile lo stesso Devecchi si affrettò nondimeno a scrivere al Presidente nazionale dell’INSMLI (Istituto nazionale per la storia del Movimento di Liberazione in Italia), chiedendogli “tutti i chiarimenti e le indicazioni utili al fine di assumere gli atti necessari per addivenire alla formale costituzione” dell’Istituto storico 11. Pochissimi giorni dopo, facendo esplicito riferimento alla “prima stesura” di uno statuto già inviato il giorno precedente agli Enti fondatori, la Provincia di Alessandria approvava 12 l’adesione “in linea di massima” al progetto. [...] Non è da trascurare il dato dell’assenza di dibattito in Consiglio e il voto unanime dei consiglieri provinciali, che segnarono certamente un punto a favore della limitata politicizzazione dell’iniziativa, testimoniata anche 165

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dal ruolo di riferimento e di stimolo assunto sin dall’inizio dall’ANPI. Solo a luglio dello stesso 1975 arrivò da Milano la risposta dell’INSMLI, il cui presidente Guido Quazza si premurava di dare utili indicazioni procedurali, di legittimità e corretta impostazione dello statuto, non mancando di sottolineare la sollecitazione (sempre attuale) a che “gli Istituti provinciali si costituiscano ed operino entro un quadro di programmazione regionale che garantisca contro possibili fenomeni di non coordinamento o frammentazione dell’attività” raccomandando a tal fine di prendere contatto con Giorgio Agosti, all’epoca Presidente dell’Istituto torinese che oggi è a lui dedicato, “in modo da valutare di comune accordo l’inserimento della nostra (sic) iniziativa nel contesto regionale” 13.

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Criterio e struttura organizzativa Tra dicembre 1975 e gennaio 1976 iniziarono invece le “grandi manovre” per l’allestimento di quella che avrebbe dovuto essere la struttura operativa del nuovo istituto, affidata sin dai primi passi a una delle figure chiave dell’intera vicenda, William Valsesia, che sino a quel momento aveva agito in qualità di segretario dell’ANPI. Gli venne infatti conferito 14 l’incarico di compiere “gli adempimenti necessari onde addivenire alla costituzione” dell’istituto. Le funzioni individuate erano intese a “creare sollecitamente le premesse per usufruire del cospicuo contributo che verrebbe messo a disposizione dalla Regione”, così come previsto dalla legge regionale 15. La pur giusta attenzione e sensibilità alla problematica della sostenibilità finanziaria [...] trovava un equo bilanciamento nell’altrettanto chiara definizione dei primi obiettivi della ricerca affidata a William Valsesia; secondo il quale infatti, lo scopo dell’Istituto avrebbe dovuto essere quello di “raccogliere e classificare con rigore scientifico le numerose testimonianze, fatte di documenti, atti, giornali, scritti, memorie varie riferentesi agli anni 166


della Resistenza clandestina e della lotta di Liberazione della nostra Provincia, al fine di organizzare materiale per ricerche e studi”, nell’intento dichiarato di conservare viva la memoria ma anche di mantenere desta l’attenzione dell’opinione pubblica “contro la minaccia della violenza fascista, affinché non torni a sconvolgere il regime democratico”. [...] Valsesia, nella relazione da lui stesa e poi allegata alla Delibera costitutiva del Consorzio, partiva dal presupposto di costituire e far funzionare “attorno all’Istituto” dei gruppi di studiosi e di ricercatori 16, il cui lavoro avrebbe dovuto essere organizzato “per temi specifici” tenendo conto dell’indispensabile obiettivo strategico – per ottenere risultati positivi – del “raggiungimento della massima collaborazione degli Enti e delle persone”. Seguiva una sommaria elencazione dei “problemi indispensabili” da risolvere: dalla classificazione e custodia della documentazione, alla sua organizzazione permettendo “la massima accessibilità agli studiosi”, alla possibilità di riunioni e incontri di lavoro, senza trascurare la Biblioteca “che possa raggruppare l’essenziale su Resistenza e Antifascismo” e anche l’arredamento della sede. [...] A dimostrazione di un certo realismo pragmatico, o comunque della consapevolezza dei limiti connaturati a questo genere di strutture di ricerca, sin dalla prima ipotesi di preventivo finanziario dell’ente le voci relative alle attività scientifiche non arrivavano al 15% del bilancio complessivo, escluso l’emolumento del direttore cui peraltro lo statuto attribuiva compiti e responsabilità eminentemente amministrative, ai fini di assicurare “l’ordinato funzionamento” dell’Istituto. [...]

La costituzione del Consorzio Gli atti istitutivi non furono adottati da tutti i soggetti partecipanti al Comitato promotore, ma soltanto dagli Enti pubblici, e dunque la Provincia e i sette Comuni “centri-zona”, in un periodo che va dalla fine di aprile alla fine di luglio del 1976: la sollecitazione ad adottare lo statuto predisposto dal Comitato era 167

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venuta da una lettera del 20 marzo 1976 del Presidente della Provincia che invitava i sindaci a “portare al più presto all’esame dei rispettivi Consigli comunali”, ribadendo poi per l’ennesima volta la raccomandazione della “massima sollecitudine nell’assunzione del provvedimento onde poter addivenire al più presto alla costituzione dell’Istituto”, essendo trascorso già quasi un anno dal primo atto adottato in occasione del 30° anniversario della Liberazione. La Provincia di Alessandria, peraltro, diede prova di scarsa tempestività, formalizzando la propria adesione al Consorzio quasi due mesi dopo 17, il cui dispositivo si caratterizza ancora una volta per lo stile essenzialmente amministrativo, con un brevissimo richiamo agli scopi statutari. [...] I Comuni centri-zona adottarono lo Statuto con deliberazioni dei rispettivi Consigli Comunali 18. [...] Se si vuole fissare una data unica per la definitiva fondazione dell’Istituto – in considerazione della pluralità di provvedimenti e delle relative date di adozione – si deve fare riferimento al Decreto prefettizio di approvazione 19 dal quale risulta anche che la sede legale del Consorzio era stata fissata presso la Provincia di Alessandria, dove peraltro – essendo Palazzo Guasco, come noto, una sede istituzionale dell’amministrazione – si trova tutt’ora. Il Presidente e i sette sindaci vennero “incaricati dell’esecuzione” del decreto, il che stava a significare che era finalmente possibile dare il via all’attività istituzionale e scientifica del nuovo ente 20.

La composizione degli organi Con tempestività davvero rara, e comunque dando prova di un rinnovato impulso verso la felice conclusione di questo lungo e faticoso cammino costitutivo, il Presidente della Provincia aveva già scritto in data 22 ottobre alle “Associazioni partigiane” per chiedere loro di designare concordemente il loro rappresentante (ai sensi degli articoli 2 e 19 dello Statuto), che sarebbe stato 168


nominato nella già convocata seduta del Consiglio provinciale del 29 ottobre seguente. Meno rapidi risultarono invece i Comuni, già interpellati una prima volta il 13 ottobre: evidentemente l’analoga procedura di consultazione dei partigiani dovette risultare difficoltosa, tanto che l’11 novembre la Provincia dovette sollecitare formalmente i sindaci – nel trasmettere loro la copia del decreto prefettizio – all’adempimento delle nomine di loro competenza. La prima assemblea si poté dunque svolgere a Palazzo Ghilini solo il 22 dicembre 1976, per procedere all’elezione degli organismi dirigenti: il primo Presidente fu Lorenzo Demicheli, nella sua veste di Presidente della Provincia; il Consiglio Direttivo era composto da Carlo Pagella, Angelo Caprioglio, Mario Carniglia, Pietro Minetti e Mario Fossati, oltre a Carlo Gilardenghi e Giovanni Sisto, che su esplicito impulso della stessa assemblea vennero eletti Vicepresidenti nella prima riunione del Direttivo stesso, tenutasi pochi giorni dopo. Primo Segretario del Consorzio e Direttore dell’Istituto fu nominato, come già detto, William Valsesia, mentre si rimandò a una successiva occasione (per la quale si dovette però aspettare ancora quasi un anno) la nomina del Comitato tecnico consultivo, i cui criteri di composizione e designazione, come pure le competenze – in alcuni casi assurte a pareri obbligatori e vincolanti – erano comunque ben definiti dallo Statuto 21. Il Comitato era composto dal Presidente e dai due Vicepresidenti, da due studiosi di storia residenti in provincia di Alessandria (scelti e nominati dal Direttivo) e da tre rappresentanti designati da ciascuna delle organizzazioni provinciali rappresentative dei Partigiani: ANPI, FIVL, ANPPIA e Comitato difesa valori della Resistenza. Sulla base delle designazioni 22 vennero nominati Ferruccio Bianchi, Giorgio Canestri, Franco Castelli, Gianfranco Contorbia, Aurelio Ferrando (“Scrivia”), Maurilio Guasco, Bianca Donatella Migliora, Pietro Minetti, Agostino Pietrasanta, Francesco Poggio, Pier Paolo Poggio, Giuseppe Recuperati e Guido Ratti, oltre a Lorenzo Demicheli, Carlo Gilardenghi e Giovanni Sisto membri di diritto in quanto rispettivamente Presidente e Vicepresidenti dell’Istituto 23. La prima riunione si tenne solo il 4 ottobre 1977, a Palazzo 169

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Ghilini, e fu aperta dalle proposte di Carlo Gilardenghi che miravano a “dotare la città di un agile strumento di lavoro per tutti coloro che intendono dedicarsi allo studio della storia contemporanea locale, istituendo un archivio di documentazione, una biblioteca ed emeroteca specializzata, promuovendo convegni e seminari, favorendo la ricerca con borse di studio, infine curando la pubblicazione degli atti dell’attività svolta”. A partire dal maggio 1978 24 il quadro venne infine a completarsi con l’assunzione del ruolo di Direttore responsabile della rivista da parte di Maurilio Guasco.

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La presentazione al pubblico Non si può certo dire che la conclusione dell’iter fondativo dell’Istituto sia passata inosservata in città; se può essere definito piuttosto scarno l’articoletto redazionale pubblicato nel n. 3 (ottobre-dicembre 1976) de “La provincia di Alessandria” sotto il titolo “L’Istituto storico della Resistenza muove i suoi primi passi”, ben maggiore rilievo e impatto comunicativo dovette avere invece l’articolo apparso sulla prima pagina de “Il Piccolo” di sabato 30 dicembre 25. Entrambi gli articoli riportavano un ampio stralcio dell’intervento introduttivo del Presidente Lorenzo Demicheli, [...] solamente “Il Piccolo”, però, riportava l’ultimo passaggio più prettamente “politico”, con il quale Lorenzo Demicheli concludeva la sua introduzione: “gli obiettivi e gli impegni che abbiamo inteso dare all’Istituto sono certamente grandi ma sono soprattutto importanti. Tocca ora a noi riempire di contenuto le parole che abbiamo sinora espresso. La situazione generale del Paese, in un clima di crescenti tensioni, di infiltrarsi di trame nere, di tentativi eversivi, richiede questo impegno”. La prima riunione del Comitato Scientifico (allora “Comitato tecnico consultivo”) ebbe maggiore spazio e attenzione da parte della “Rivista” della Provincia 26, che non si limitò a dare notizia dell’insediamento e della composizione del nuovo organismo ma fornì, anzi, un assai dettagliato resoconto del dibattito, avvalo170


rando l’impressione che fosse proprio questo “tavolo” la vera sede di discussione e definizione delle linee di politica culturale e quindi di attività del nuovo istituto. Tuttavia l’autonoma attività di comunicazione dell’Istituto non era ancora iniziata, tant’è che Valsesia prevedeva 27 di “pubblicare entro l’anno un primo numero di una pubblicazione la cui apparizione dovrà coincidere con la presentazione ufficiale dell’Istituto, nell’ambito di una tavola rotonda dedicata al rapporto tra storia contemporanea, la storia della Resistenza e la storia locale”. A dimostrazione del clima di grande attenzione ai temi della Resistenza 28 [...] stanno nelle prime pagine della stessa “Rivista” le recensioni – curate personalmente da Carla Nespolo – di due ben noti volumi che erano stati appena diffusi nelle scuole a cura dell’amministrazione provinciale: Una brigata di pianura di Osvaldo Mussio e appunto La Resistenza in provincia di Alessandria di W. Valsesia e F. Gambera 29. Da quelle pagine, a mo’ di chiusura, è interessante estrapolare la citazione che già Carla Nespolo traeva – singolare “scambio di idee” tra futuri presidenti dello stesso ISRAL – dalla prefazione all’opera di Osvaldo Mussio di Carlo Gilardenghi: “pubblichiamo questi ricordi delle battaglie di ieri, come contributo concreto per le battaglie di oggi”. Ci permettiamo di fare nostra questa frase di Gilardenghi, pensando anche alla quotidiana “battaglia” per mantenere l’Istituto al livello di coloro che l’hanno così fortemente voluto. NOTE * Questo testo è un estratto di quello pubblicato in ISRAL 30. Pubblicazione realizzata in occasione del trentennale dell’Istituto per la storia della resistenza e della società contemporanea in provincia di Alessandria, ISRAL-Provincia di Alessandria, Alessandria, 2007. 1. Fascicolo n. 758/1-8 “Istituto Storico della Resistenza - dal 1975”. Ringraziamo Ivana Aime, responsabile del Servizio archivio e protocollo della Provincia di Alessandria, che ha prontamente messo a disposizio-

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ne la documentazione; è il caso di segnalare che il fascicolo consultato risulta essere l’unico disponibile in merito, dal momento che non esiste un dossier sulla fondazione dell’ISRAL all’interno del suo archivio. 2. Nella nota redazionale Una carta storico-geografica della Resistenza nella Provincia di Alessandria, in “La Provincia di Alessandria”, 2-XXII, marzo-aprile 1975; pp. 36-39, si riportano alcuni risultati di un’indagine promossa – evidentemente qualche mese prima – dal Vicepresidente della Provincia Rolandi, nell’intento di acquisire dati sulla Resistenza in provincia e sui suoi monumenti, proprio al fine di dare “una prima concreta risposta alla proposta dell’ANPI, alla quale la Provincia ha già dato la sua adesione, di costituire un Istituto Storico della Resistenza della Provincia di Alessandria”. 3. È probabile che l’idea fosse stata esplicitata ufficialmente in occasione di una riunione o di un incontro preparatorio delle manifestazioni celebrative del 25 aprile 1975, del quale non è stato certamente fatto un verbale. 4. Il segretario provinciale William Valsesia, Andrea Bolognini e lo stesso Boccassi. 5. Che la questione sia stata oggetto di un dibattito risulta evidente anche dal fatto che all’art. 5 della prima bozza di Statuto, inviata dalla Provincia al Comitato promotore in vista della riunione del 16 febbraio 1976, tutte le diverse istituzioni rappresentative dei partigiani erano state inserite quali soci fondatori. La presenza di rappresentanti dell’ANPI negli organi è stata prevista solo nella prima formulazione statutaria – e comunque “su designazione concordata” con le altre associazioni e previa nomina da parte dei Comuni – mentre in seguito (e sino ad oggi) la partecipazione di soci dell’ANPI agli organismi dell’Istituto è da ritenersi a titolo personale o comunque non istituzionale. 6. Per completare il quadro istituzionale, è giusto ricordare che l’Assessore provinciale con delega alla Pubblica Istruzione e Cultura, era stata fino al giugno 1975 Adelina Martino Cosola, ma dopo le elezioni amministrative del 1975 l’incarico venne assunto da Carla Nespolo, che lo mantenne per tutto il periodo oggetto di questo studio. 7. Lettera del 27 marzo 1975, prot. N. 5373 8. Nel documento c’è anche un breve cenno alla legge del 30 dicembre 1974 con cui la Regione Piemonte aveva appena “stanziato significativi contributi per il funzionamento degli Istituti storici formalmente costitui-

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ti ed operanti”, come a sottolineare che non si trattava di un progetto velleitario e sprovvisto di basi finanziarie. 9. In particolare la strage di Brescia (Piazza della Loggia, 28 maggio 1974) e l’attentato al treno Italicus (4 agosto 1974). 10. “La Provincia di Alessandria”, a. XXII, n. 2, marzo-aprile 1975; pp. 89. 11. Oltre a ricordare ancora una volta l’impegno dell’ANPI, si esplicitava però da parte dell’Amministrazione Provinciale “l’impegno di curare l’istruttoria della pratica per la costituzione”, da subito affidato alle cure del Vice Segretario Generale della Provincia Lucio Bassi. 12. DCP n. 192/7357 del 30.4.1975, che doveva però essere stata, come di prassi, già approvata come proposta dalla Giunta provinciale nei giorni precedenti; la delibera consiliare era davvero scarna ed essenziale, quasi al limite della superficialità: il che potrebbe testimoniare tanto la generale e incondizionata condivisione – quasi che non fosse neppure il caso di spendere troppe parole per motivare un atto del tutto ovvio e scontato – quanto invece una certa fretta. 13. A riprova dei numerosi e frequenti rapporti tra la provincia di Alessandria e l’ambiente degli istituti sta il fatto che lo stesso Guido Quazza faceva parte, insieme a Geo Pistarino, della commissione giudicatrice del premio per un saggio inedito sulla Resistenza. 14. DGP n.1595/18122 del 2.12.1975; la motivazione della scelta, esplicitata nel provvedimento, stava nel fatto che “chi ha seguito finora, nei suoi successivi momenti, l’iniziativa, stimolandola con passione e curandone la realizzazione con competenza e intelligente attenzione, in forza anche delle personali particolari esperienze, della conoscenza della materia, delle relazioni in campo regionale e nazionale” era appunto William Valsesia, nella sua veste di segretario provinciale dell’ANPI, ma anche ex comandante partigiano. L’incarico professionale doveva avere la durata di un anno, salva la specificazione che il rapporto sarebbe terminato “non appena si sarà conclusa la pratica per la costituzione dell’Istituto”. 15. L.R. n.44 del 30 dicembre 1974, la cui approvazione – a memoria di qualcuno dei protagonisti – aveva costituito uno dei principali stimoli all’avvio dell’iter costitutivo dell’Istituto; si trattava di un contributo annuo quantificato in cinque milioni di lire, che avrebbe potuto anche “essere ulteriormente integrato sulla base delle attività di ricerca e studio

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effettuate nel corso dell’anno”. 16. Manca qualsiasi riferimento all’organigramma amministrativo e scientifico dell’Istituto, salvo nel preventivo finanziario in cui è prevista la figura del Segretario-Direttore dell’Istituto, ruolo che fu poi ricoperto dallo stesso William Valsesia. 17. DCP n. 127/5712 del 10.5.1976, assunta come le precedenti sotto la presidenza di Lorenzo Demicheli. 18. Gli estremi delle Deliberazioni sono i seguenti: Alessandria, DCC n. 610 del 24.5.1976 Acqui Terme, DCC n. 335 del 2.7.1976 (ratifica n.111 del 30.7.1976) Casale Monferrato, DCC n. 250 dell’8.7.1976 Novi Ligure, DCC n. 230 del 9.7.1976 Ovada, DCC n. 78 del 13.7.1976 Tortona, DCC n. 140 del 6.5.1976 Valenza, DCC n. 288 del 22.4.1976 (ratifica n. 213 del 14.5.1976). 19. Decreto del Prefetto Chialant n. 895/1.28 del 20 ottobre 1976. 20. Per la precisione a decorrere dal 25 ottobre 1976, data ufficiale di ricevimento del decreto. 21. Articoli 19 e 20. 22. “La Provincia di Alessandria”, n. 3, luglio-settembre 1977; p. 40. 23. Nell’articolo della “Provincia” era citato solo come “presente”, ma non come facente parte del Comitato, anche Franco Livorsi: poiché però in base allo statuto il Comitato doveva includere solo quattordici esperti e studiosi, oltre ai tre componenti della Presidenza, se ne deve forse dedurre che Livorsi fu invitato ad assistere ai lavori e solo in un secondo momento formalmente designato o cooptato, giacché compare poi in un documento del 3 novembre nel quale si citano anche Adriano Bianchi e Pietro Minetti, mentre non c’era più menzione del Presidente Lorenzo Demicheli e di Pierino Guerci, che era stato invece citato nel primo elenco pubblicato dalla rivista. 24. Data di pubblicazione del primo numero del “Quaderno”, che venne edito inizialmente come supplemento della “Rivista della Provincia di Alessandria”, allora diretta da Lucio Bassi. 25. L’articolo – pressoché uguale al precedente, essendo stata quasi certamente utilizzata la stessa “velina” proveniente dall’ufficio stampa di Palazzo Ghilini – è stato cortesemente segnalato da Alberto Ballerino, che ringraziamo per la collaborazione; per la scansione si ringrazia la

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Biblioteca Civica di Alessandria. 26. “La Provincia di Alessandria” n. 3, luglio-settembre 1977; p. 40. 27. Cfr. nota 20; nel programma di lavoro del 19 dicembre 1977, l’attività di informazione sull’istituto è inserita dal Direttore alla voce “Programmazione a breve termine”. 28. Appare opportuno sottolineare in proposito che l’intero numero 2, a. XXII, della “Rivista della Provincia di Alessandria”, edito in occasione del 30° della Liberazione (marzo-aprile 1975) è stato dedicato ai temi della Resistenza e della deportazione, in stretta connessione con gli episodi di neofascismo di attualità. 29. Se teniamo presente quanto già detto in precedenza, non deve stupire il giudizio di Carla Nespolo: “il libro di Valsesia, già programmaticamente, si presenta come un’opera incompiuta. L’autore si propone, infatti, di sollecitare con il suo scritto tutti coloro che lo possono a completare o correggere l’opera. Una occasione, per l’organizzatore dell’Istituto Storico della Resistenza di Alessandria, di dialogo con i giovani, con i compagni di lotta, con tutti i sinceri democratici”.

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Nelle pagine che seguono ricordiamo la figura di Guido Barberis, recentemente scomparso. Ci piace farlo ospitando, insieme all’intervento pronunciato dalla Presidente del nostro istituto, Carla Nespolo, in occasione delle esequie, (senza dimenticare il testo scritto con Massimo Carcione per il trentennale dell’ISRAL che compare in altra sezione), anche il suo ultimo scritto, che Barberis aveva completato poco prima di morire pensando proprio al “Quaderno di storia contemporanea” come sua possibile destinazione. Si tratta di un breve profilo biografico di Vittorio Guido, industriale, uomo politico e amministratore, storico Presidente della Fondazione Cassa di Risparmio di Alessandria, una personalità cui Barberis era molto legato. Dal 2005 Segretario Generale dell’ISRAL, Guido Barberis ha sempre accompagnato la sua carriera di tecnico dell’amministrazione (è stato Ragioniere Generale presso i comuni di Alessandria, Aosta, Genova e Milano e dal 2005 Direttore del dipartimento risorse della Provincia di Alessandria, ma anche Assessore al Bilancio del Comune di Alessandria nel 2002-2003) all’attività scientifica. Non solo nel campo della scienze dell’amministrazione (è stato Docente a contratto di Economia dei servizi presso la cattedra di Economia Politica della Facoltà di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Genova, e ha svolto studi e realizzato pubblicazioni in materia di ordinamento contabile degli enti locali) ma anche in ambito storico, occupandosi con passione e rigore di storia economica e sociale (ha collaborato a lungo con Valerio Castronovo, suo maestro, con cui ha pubblicato un saggio su Le strutture economiche dell’Italia industriale apparso nel sesto volume della Storia d’Italia di Einaudi, nel 1976). Il suo principale oggetto di interesse nel tempo è stata infatti la storia dell’industria alessandrina, a partire da La famiglia industriale alessandrina: lo sviluppo industriale alessandrino attraverso la storia delle imprese (Ovada, Edizioni Amnesia, 1986), – di cui Guido Barberis ha dato poco prima della morte una seconda edizione, apparsa per le edizioni Le Mani-ISRAL, che sarebbe un errore considerare un semplice aggiornamento – un volume che, per l’ampiezza della documentazione raccolta e delle vicende analizzate, abbraccianti 176


In memoria

Per Guido

più di un secolo di storia, testimonia da solo delle qualità di storico di Guido Barberis. All’interno di questo ambito d’indagine, la storia economica locale, Guido Barberis ha poi sopra ogni altra cosa privilegiato le vicende della Borsalino cui ha dedicato diversi interventi: per citare solo i principali ricordiamo il volume Alessandria e Borsalino: città, architettura e industria da lui curato insieme a Vera Comolli e Valerio Castronovo (Alessandria, Cassa di Risparmio, 2000) e Omaggio al cappello: la Borsalino di Teresio Usuelli (AA. VV., Milano, Scheiwiller, 1989). In questa sua attività di storico, non una semplice passione coltivata a latere, ma un complemento necessario del suo lavoro come tecnico, Guido Barberis ha spesso naturalmente incontrato il nostro istituto, collaborando al “Quaderno di storia contemporanea” (cfr. La “Borsalino” in Europa negli anni Venti. Le relazioni di Giovanni Ronza, in “Quaderno”, a. VI, n. 12, 1983; pp.163-192; e con G.Subbrero, Produzione e commercializzazione dell’industria del cappello alessandrino: la “Borsalino” (fine ‘800-1939), in “Quaderno”, a. VII, n. 14, 1984; pp. 163-192).

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Per Guido

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Carla Nespolo

Siamo qui per salutare Guido Barberis, per accompagnarlo all’inizio di questo viaggio a noi sconosciuto, che un giorno toccherà a ciascuno di noi e che egli ha affrontato con una serenità e una forza d’animo che più di ogni altro suo impegno (eppure sono stati tanti e importanti) ci dà il senso e la misura di quale uomo straordinario Guido sia stato. In questo momento di lui mi sovvengono tanti ricordi e penso che ciascuno dei presenti ne abbia altrettanti. Ne rievoco perciò solo due: lo studente appassionato, col quale io – giovane insegnante – parlavo per ore – mentre esplodeva il ‘68 – del rapporto tra scienza e filosofia e l’amico incontrato in una calda estate di tre anni fa’ e al quale esposi alcune difficoltà gestionali dell’ISRAL. Ero certa mi avrebbe dato qualche buon suggerimento, ma egli fece di più e assunse personalmente (con nostra grande gioia) l’incarico di Segretario Generale dell’ Istituto Storico. In questi tre anni, nonostante i suoi numerosi impegni, non ha mai mancato una riunione e non ci ha mai detto: non ho tempo. Anzi, ha contribuito all’attività dell’ISRAL con il suo impegno d’intellettuale e di studioso. Per serietà personale, certamente, ma anche perché per Guido la Resistenza era una pietra miliare del nostro oggi, da cui non si può prescindere e da far conoscere alle giovani generazioni. Anche questo era Guido: un uomo che credeva nei valori democratici, nei giovani e nelle loro possibilità di migliorare il mondo in cui viviamo. Samantha, Massimo, Andrea, Marco (per citare solo quelli che conosco io) in questo momento, ne sono certa, piangono l’amico ma anche il maestro. Di un giovane, Guido era particolarmente fiero: di suo figlio 178


Alessandro. Lo era nel suo modo sobrio e discreto, ma fermissimo. Ed auguro ad Alessandro, nella sua vita privata e professionale, di avere la forza e il coraggio del suo papà. Conoscendolo, sono certa che sarà degno di tanta eredità. Poche persone hanno avuto, come Guido, il dono di associare un grande impegno a una grande umanità e chi lo ha conosciuto sa, che non sono parole retoriche. Il suo curriculum professionale è così ampio, che risulta impossibile ricordarlo completamente. A cominciare dalle due lauree, in giurisprudenza e in scienze politiche, a indirizzo economico. E poi, via via, incarichi sempre più importanti nei comuni di Alessandria, Aosta, Genova e Milano. In tutti questi Comuni ha svolto l’incarico apicale di Direttore centrale finanza. Ma a ben scorrere la vita professionale di Guido, del tecnico per eccellenza, si scorge sempre una sicura bussola: l’amore per la sua famiglia e per la sua terra. Per questo, dopo Genova, tornò ad Alessandria e accettò l’incarico di Assessore al bilancio del comune di Alessandria, dal giugno 2002 all’agosto 2003. Conclusa quella esperienza, egli divenne – come ricordato – Ragioniere Generale del comune di Milano. Incarico nel quale raccolse generale stima e consenso. Dopo quasi due anni, però, fu forte il richiamo della sua provincia e, su richiesta del presidente Filippi, accettò l’incarico di Direttore del Dipartimento risorse della Provincia di Alessandria. Nel grande bilancio dell’ente provincia, come nel piccolo dell’Istituto storico della resistenza Guido Barberis portò il suo rigore, il suo rispetto per i cittadini, la sua capacità di progettare e lavorare per un mondo più giusto, aperto e rispettoso delle diverse culture. Così come nel suo impegno di sindaco effettivo della Cassa di Risparmio di Alessandria, di revisore contabile e di revisore dei conti di enti pubblici ma anche di docente di Economia dei servizi presso la Facoltà di Giurisprudenza della Università di Genova Quando la malattia lo colse, egli continuò a lavorare e a pensare al futuro. A una giovane collaboratrice alla quale aveva confidato il suo stato di salute e che se ne rammaricava, Guido disse: 179

Carla Nespolo, Per Guido

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ognuno di noi nasce con una valigia. E il contenuto non si può cambiare, ma solo portare con dignità. E lui lo ha fatto sino all’ultimo. Dando alle stampe, proprio nel maggio scorso, il suo ultimo lavoro: La famiglia economica alessandrina edito dal nostro istituto. Nelle ultime settimane stava lavorando a una breve biografia di Vittorio Guido, di cui serbava grande ricordo e stima. Pochi giorni fa’, ancora mi chiese quando avrei convocato l’Assemblea dell’istituto. Questo era Guido Barberis: vivere come se non si dovesse morire e accettare la morte serenamente. A fianco ha avuto la fortuna di una compagna straordinaria come sua moglie Laura. Che è stata forte sino all’ultimo e coraggiosa come lui. Il loro amore, la loro vita insieme, sono stati un privilegio che sono certa aiuteranno Laura a sopportare questo grande dolore. Sapendo che quella di Guido non è un’assenza, ma una presenza sotto altra forma. Per Lei, per Alessandro, suo futuro e suo orgoglio. Per la mamma Rosa che amava ricordarlo bambino ed egli fingeva di schermirsi, ma ne era contento. Per Mariella, la cognata, la sorella che gli leggeva i giornali e scriveva per lui. Per la fida Dana e la sua famiglia. Ora Guido ha raggiunto il suo papà tanto amato. Noi, che dovremo proseguire senza di lui, mai lo dimenticheremo.

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Vittorio Guido

Vittorio Guido nacque il 26 novembre 1918 a Bosio di Parodi Ligure, in provincia di Alessandria da Pietro ed Ester Ghio (che morirà nel 1923). Il nonno paterno Francesco si era dedicato alla produzione vinicola e al commercio dei vini, attività che fu sviluppata dal figlio Pietro, specialmente sul mercato genovese, dapprima con l’impiego di carri, quindi di camion attraverso il passo dei Giovi. La commercializzazione del vino spinse comunque Pietro in altre contrade e ad esempio fu fornitore per i cantieri del Frejus. In ogni caso la famiglia Guido conservò anche a Bosio il forno e il negozio di commestibili, che assicuravano una discreta fonte di reddito a una famiglia che secondo le gerarchie economiche del tempo si poteva classificare tra quelle benestanti. Vittorio frequentò le prime classi elementari a Bosio, completando gli studi elementari a Gavi con la quarta e la quinta. Quindi frequentò le scuole medie all’Istituto San Giorgio di Novi, dove iniziò gli studi di ragioneria, fino alla terza. Trasferitosi a Genova Sampierdarena, conseguì il diploma di ragioneria nel rinomato Istituto Vittorio Emanuele. Si iscrisse a Economia e commercio, ma fu chiamato alle armi nel Nizza Cavalleria di Pinerolo, nel reparto cavalleggeri di Montebello. Ufficiale con il grado di sotto tenente, nel novembre del 1943 tornò a casa. Sposatosi nel 1944 con Noemi Divano (il 1944 è l’anno dell’eccidio della Benedicta, a un tiro di schioppo da Bosio, dove erano sfollati), Vittorio prese parte al movimento partigiano con funzioni di contatto e di coordinamento. All’indomani della guerra operò presso il Tribunale di Serravalle Scrivia, portando moderazione e prudenza, in una congiuntura particolarmente critica e 181

Guido Barberis, Vittorio Guido

Guido Barberis


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convulsa. Vittorio Guido iniziò a lavorare alla Fidass di Serravalle Scrivia, la Fabbrica Italiana Dolci Affini Serravalle Scrivia, fondata nel 1925 da Angelo Divano, zio di Noemi. La ditta, specializzata nella produzione di cioccolato, uova di cioccolato, caramelle, torrone e creme, giunse a occupare 500 addetti. Il boom fu registrato nell’immediato dopoguerra, grazie anche a un marketing innovativo; in particolare la Fidass, sull’esempio della Perugina (con il concorso dei tre Moschettieri), lanciò il concorso delle figurine dei calciatori, mettendo in palio palloni da calcio. Ad Angelo Divano, subentrarono i nipoti Dante e Aldo (fratelli di Noemi), e Ezio (cugino). Vittorio fu rappresentante per la Liguria e ispettore per i grossisti di Torino e di Cuneo.

La grande passione per il ciclismo ed il mito di Fausto Coppi Vittorio Guido ebbe una straordinaria passione per il ciclismo e fu grande tifoso di Fausto Coppi che incontrava sulle strade della Liguria, durante gli allenamenti del campione (con il tradizionale lancio di caramelle) e che seguiva anche nelle manifestazioni all’estero. Egli si commuoveva al ricordo della mitica frase del telecronista Ferretti relativa a “un solo uomo al comando”.

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L’esperienza amministrativa Vittorio Guido venne eletto nel 1952 sindaco di Bosio, carica che conservò fino al 1956. Venne quindi eletto consigliere provinciale, nella circoscrizione di Gavi, alla consultazione del 27 maggio 1956, nelle file della Democrazia Cristiana con il numero complessivo di 6.901 voti, come attestava il verbale dell’Ufficio elettorale del 29 maggio 1956, presieduto dal dottor Luciano Canoria. Si trattava della seconda amministrazione, dopo quella del 1951, eletta a suffragio popolare, come ricordò nell’intervento di apertura del Consiglio del 23 giugno 1956 il Presidente uscente, prof. Giovanni Sisto (che era subentrato al comm. 182


Giraudi, in carica dall’aprile del 1948 al febbraio del 1956), che venne riconfermato con 16 voti, a fronte di 6 schede bianche e 7 astenuti. Nella stessa seduta furono eletti assessori effettivi, con 16 voti, Vittorio Guido, Pietro Borgarelli (assessore anziano), Paolo Desana, Antonio Goggi, Arnaldo Sommovigo e Giovanni Tambutto, supplenti Francesco Rolandi e Nicolò Ruggeri. Quindi la Giunta, nella seduta del 26 giugno 1956, provvide alla distribuzione degli incarichi agli assessori; e a Vittorio Guido toccò la delega all’istruzione e vigili del fuoco. Alle elezioni del 6 e 7 novembre 1960 Vittorio Guido venne rieletto in Consiglio provinciale. Presidente fu confermato nella seduta del 20 dicembre 1960 il prof. Giovanni Sisto con 16 voti favorevoli (contro 13 schede bianche). Vittorio Guido fece ancora parte della Giunta, con deleghe alla Montagna e al Turismo (seduta di giunta del 28 dicembre 1960) insieme a Luigi Buzio (assessore anziano), Antonio Goggi, Armando Pianese, Arnaldo Sommovigo e Armando Gerini, supplenti Armando Devecchi e Francesco Rolandi. Alle elezioni del 22 novembre 1964 Vittorio Guido rientrò in Consiglio provinciale. Nella seduta del Consiglio provinciale del 29 dicembre 1964 viene eletto Presidente il prof. Giovanni Sisto, con 16 voti su 28 votanti. Nella stessa seduta vennero eletti gli assessori. Vittorio Guido è confermato assessore effettivo, con 16 voti, insieme a Luigi Buzio (assessore anziano), Paolo Desana, Armando Devecchi, Luciano Magrassi e Francesco Rolandi, assessori supplenti Giovanni Giuso e Carlo Mussa. Mancano le deleghe. L’avv. Armella era diventato Presidente della Provincia, a seguito della elezione del prof. Sisto alla camera, alle elezioni del 1968. Il 7 giugno 1970 si tornò alle urne per eleggere il nuovo Consiglio provinciale e nella seduta consiliare del 10 settembre 1970 si ebbe la convalida degli eletti. Vittorio Guido tornò in consiglio, che nella seduta del 10 settembre 1970 elesse Presidente Armando Devecchi. La Giunta risultò composta da Luigi Buzio (assessore anziano), Lorenzo Demicheli, Vittorio Guido (con deleghe alla Montagna, Turismo, Sport e Viabilità minore), 183

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Adelina Martino Cosola, Giuseppe Pilotti e Francesco Rolandi, assessori supplenti Alfonso Borello e Franco Provera. La tornata fu breve per Vittorio Guido. La Giunta, nella seduta straordinaria del 23 luglio 1971, prese atto, con delibera immediatamente esecutiva, delle sue dimissioni dal mandato di consigliere e conseguentemente dall’incarico di assessore. Peraltro fin dall’1 luglio Guido aveva rassegnato al presidente Devecchi le dimissioni da consigliere, in quanto “tale incarico comporta una incompatibilità non derogabile con la nomina a Presidente della Cassa di Risparmio di Alessandria, per la quale è stato dato il nulla osta dal Comitato Interministeriale del Credito e del Risparmio”. Si riservava di attendere il decreto di nomina per autorizzare il Presidente a dare comunicazione delle dimissioni al Consiglio Provinciale; cosa che puntualmente avvenne con nota del 21 luglio. Le espressioni di tutti i gruppi consiliari (Gerini, Caneva, Peverati, Rolandi, Rossa, Demicheli e Carpignano) all’indirizzo di Vittorio Guido furono cordiali e di apprezzamento; nel riconoscere “il prezioso ed intelligente apporto dell’amico Guido, pur attraverso alle diverse interpretazioni ideologiche, per il benessere delle popolazioni amministrate, riconoscimento peraltro espresso dalle popolazioni stesse, (sia) attraverso i risultati elettorali. In essi l’interessato ha visto rivalutata e premiata tutta la sua appassionata azione politica ed amministrativa, tutto il dinamismo della sua persona trasfuso in questa sua azione tesa al miglioramento delle condizioni sociali ed economiche degli amministrati”.

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L’esperienza politica Vittorio Guido fu esponente della Democrazia cristiana, ed ebbe diverse cariche, in particolare fu componente del Direttivo provinciale del partito. Tuttavia alla vita di partito preferiva l’impegno amministrativo e il contatto con i cittadini, come testimonia il largo consenso che ebbe sempre nelle consultazioni elettorali, nel feudo del gaviese. 184


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Vittorio Guido, che nel 1970 si sentiva Presidente in pectore della Provincia dopo il lungo e importante cursus honorum ma a cui venne preferito Armando Devecchi, nel 1971, sponsorizzato dal notabile democristiano cuneese Adolfo Sarti, si trovò proiettato nel mondo bancario alla Presidenza della Cassa di Risparmio di Alessandria 1, dopo la Presidenza del socialista avvocato Giovanni Taverna (che ricevette la lettera di encomio da parte del Ministro del Tesoro Mario Ferrari Aggradi). Non si spiega il passaggio della Presidenza della Cassa di Risparmio di Alessandria da un socialista a un democristiano senza far riferimento alla lotteria delle nomine, escludendo scambi diretti tra i due partiti. Inoltre la scelta di Vittorio Guido premiava una figura di medio livello, che non infastidiva i capi corrente e i notabili locali. Vittorio Guido mai avrebbe utilizzato la banca per comandare nella Democrazia cristiana, ma piuttosto la utilizzava come strumento di crescita economica e sociale e di promozione della beneficenza. Rimane da chiarire il ruolo di Adolfo Sarti nel risiko delle banche piemontesi legate alla DC. Vittorio Guido mantenne la carica fino al 1987, avendo come Vice Presidente Gianfranco Pittatore, dottore commercialista in Valenza 2, nominato con decreto del Ministro del Tesoro in data 9 ottobre 1971 (l’onorevole Bellato Vice Presidente in carica rassegnò le dimissioni), che sarebbe poi diventato Presidente della Cassa di Risparmio e della Fondazione Cassa di Risparmio, vera e propria anima del gruppo bancario alessandrino. Nel 1971 la Cassa di Risparmio di Alessandria superò i cento miliardi di lire in depositi 3 (rispetto ai 41 miliardi del 1965, documentando così la forte crescita e il sensibile radicamento dell’Istituto). Il denaro raccolto era impiegato per 23 miliardi di lire in mutui, per 14 miliardi di lire in cassa e disponibilità e per 42 miliardi di lire in titoli e partecipazioni. Alla fine dell’esercizio 1971 i depositi fiduciari raggiunsero la cifra di 112 miliardi di lire. Vittorio Guido tra l’altro inaugurò nel novembre del 1972 185

Guido Barberis, Vittorio Guido

La Cassa di Risparmio di Alessandria


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la rinnovata filiale di Bosio 4, costituita nel lontano 1956 (ultimo anno come sindaco di Bosio) per facilitare le operazioni bancarie della popolazione del luogo. Inoltre nel 1972 la Cassa ottenne la qualifica di Banca Agente 5 con la possibilità di operare con banche straniere e con i principali istituti italiani. Nell’ambito della collaudata tradizione di beneficenza della Cassa di Risparmio di Alessandria, l’istituto nel 1972 realizzò la scuola materna prefabbricata in zona Europa 6 ad Alessandria. Inoltre Vittorio Guido inaugurò la collana dei libri strenna della Cassa di Risparmio di Alessandria con l’opera sui Tesori di Palazzo Ghilini; sarà Gianfranco Pittatore a realizzare una biblioteca organica delle opere della banca. Sotto la presidenza di Vittorio Guido si alternarono tre Direttori Generali, Umberto Albini, Angelo Ponasso e Renzo Zaio. Vittorio Guido fu Presidente della Cassa nella fase di trasformazione della stessa da Cassa-istituzione a Banca-impresa. Il tradizionale legame della Cassa con la clientela locale e con gli enti pubblici e il sistema della Tesoreria risultava da solo inadeguato in un mondo dinamico e con un sistema bancario volto alla concorrenza. I tradizionali finanziamenti e l’erogazione dei mutui erano ormai insufficienti a garantire sviluppo e innovazione. Il sistema delle Casse reagì a questa situazione e varò un programma per la trasformazione in vere e proprie banche al servizio dell’intera comunità locale e con possibilità di espansione territoriale venendo progressivamente meno i vincoli del piano sportelli. Vittorio Guido diresse la Cassa, con Gianfranco Pittatore in questa congiuntura che avrebbe prodotto con la legislazione degli anni Ottanta e la conseguente trasformazione definitiva della Cassa in Banca. Nel 1987 venne nominato Revisore ufficiale dei conti (II sessione 1987 con D.M. del Ministero di Grazia e Giustizia in data 13 marzo 1991). Per effetto della Presidenza della Cassa di Risparmio di Alessandria, Vittorio Guido ricoprì numerose cariche: fu infatti Consigliere dell’Istituto di Credito fondiario del Piemonte e della Valle d’Aosta dal 1971 al 1974; fu inoltre vice Presidente 186


dell’Ente dal 1974 al 1987. Fu anche consigliere dell’Istituto federale di credito agrario per il Piemonte , la Liguria e la Valle D’Aosta dal 1971 al marzo 1988. Inoltre ricoprì la prestigiosa carica di revisore dei conti dell’ ACRI – Associazione Casse di Risparmio Italiane – dal 1985 al 1987, e per un breve periodo fu Presidente dell’ACRI. Fu consigliere della SIL S.p.A. – Società Italiana Leasing – dal 1986 al 1988. Fu sindaco effettivo della Forestali S.p.A. in Assago, Milano dal 1972 al 1989. Fu inoltre consigliere della Carispo S.p.A. (Casse di Risparmio del Piemonte Orientale). Sul ceppo della Carispo si svilupparono i servizi comuni per le banche (leasing, factoring e informatica); inoltre sarebbe poi sorta ACROPOLI per la integrazione delle Casse Piemontesi di Alessandria, Asti, Novara e Vercelli, e della Cassa di Savona poi seguita da quella di Genova. Il progetto non andò in porto e vennero studiate altre strade. Vittorio Guido fu sindaco della Cassa di Risparmio di Alessandria su designazione della Federazione fra le Casse di Risparmio del Piemonte, dal 17 maggio 1988 al 24 dicembre 1991. Componente del Collegio dei Revisori dei Conti della Fondazione Cassa di Risparmio di Alessandria, fu sindaco supplente della Cassa di Risparmio di Alessandria S.p.A. e sindaco effettivo dal 1988 al 2004. È stato inoltre consigliere del Consiglio Generale del Mediocredito Centrale e sindaco della società BIC Piemonte e insignito delle onorificenze di Grande Ufficiale della Repubblica e di Cavaliere dell’Ordine di San Silvestro da Giovanni Paolo II°. Morì il 7 marzo 2005 a Serravalle Scrivia

I ricordi personali Ero stato appena nominato revisore dei conti della Cassa di Risparmio di Alessandria dal Consiglio Comunale di Alessandria. Incontrai Vittorio Guido nel 1986 a Biella, alle celebrazioni del centenario della fondazione della Banca Sella di Biella, alla quale avevo preso parte in qualità di componente del gruppo di 187

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ricerca storica coordinato dal professor Valerio Castronovo per una monumentale opera sulla storia dell’emigrazione biellese nel mondo che la Banca aveva voluto donare alla comunità locale e al consesso scientifico. Nell’occasione di uno scambio di saluto con il dottor Lodovico Sella, presidente della Fondazione Sella, Vittorio Guido ebbe parole molto generose nei miei confronti, e con soddisfazione disse al dottor Lodovico che si onorava di avermi nell’organo di controllo della Cassa. Nei mesi successivi ricordo l’interesse e la disponibilità a sostenere le iniziative di studio e di ricerca economica a livello locale. Ho ritrovato Vittorio Guido dopo alcuni anni, quando fu nominato sindaco effettivo della Cassa di Risparmio di Alessandria, a comporre il collegio che vedeva la mia presenza e quella del professor Chiaffredo Astori come presidente. Al di là dell’attività professionale, della partecipazione alle riunioni degli organi societari e delle azioni di verifica e di controllo, mi piace ricordare il modo con il quale quel collegio sindacale veniva accolto nelle verifiche presso le agenzie e le filiali dell’Istituto. Infatti Vittorio Guido era rimasto il “Presidente”, l’uomo buono e sempre disponibile amato dai dipendenti, mentre del professor Astori molti impiegati ricordavano gli anni di scuola all’Istituto per ragionieri oppure il concorso per entrare in banca, con Astori nelle veste di commissario d’esame.

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NOTE 1. Cambio di Presidenza alla Cassa di Risparmio di Alessandria, in “Il Piccolo”, 25 settembre 1971. 2. Nuovo Vice presidente alla Cassa di Risparmio, in “Il Piccolo”, 3 novembre 1971. 3. La Cassa di Risparmio di Alessandria ha superato i 100 miliardi di depositi, in “Il Piccolo”, 3 luglio 1971. 4. Inaugurata la nuova sede della filiale di Bosio della Cassa di Risparmio, in “Il Piccolo”, 29 novembre 1972.

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In memoria

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5. Dal primo luglio la Cassa di Risparmio sarà Banca Agente, in “Il Piccolo”, 24 giugno 1972. 6. Solenne inaugurazione della Scuola materna della Cassa di Risparmio, in “Il Piccolo”, 3 novembre 1972.

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Vittorio Rapetti, Memoria della Resistenza, resistenza della memoria nell’Acquese. Testimonianze e riflessioni storiche, materiali e strumenti didattici di un percorso dalla Resistenza alla Costituzione, Acqui, Edizioni Impressioni Grafiche, 2007; pp. 256, con allegato doppio DVD curato da Alberto Cavanna e Vittorio Rapetti, con testi, materiali audiovisivi, filmati. “Perché sono morti?” si chiede il protagonista del romanzo La casa in collina, l’opera in cui Cesare Pavese affronta il significato storico ed etico della guerra partigiana. Questa domanda, rimasta attuale, costituisce la premessa implicita al volume curato da Vittorio Rapetti, orientandone la tensione ideale: dalla capacità di rispondervi dipende infatti la possibilità di costruire e rielaborare una memoria civile condivisa, che veda nella Resistenza una base di riferimento generale per tutti gli Italiani. Il progetto da cui nasce il volume è stato impostato in occasione del 60° anniversario della Liberazione: per la prima volta nell’Acquese amministrazioni comunali, scuole, associazioni ed enti culturali hanno lavorato insieme affinché la celebrazione ufficiale si trasformasse in un impegno di ricerca, in cui un rinnovato sforzo di indagine storica si affiancasse al coinvolgimento dei “testimoni” degli avvenimenti e del mondo della scuola. Questo percorso civile e didattico, proseguito dal 2004 al 2006, è stato ricco di iniziative, di convegni, di attività scolastiche, il cui valore intrinseco, dal punto di vista storiografico, educativo e civile, è stato rilevante; tuttavia si correva il rischio che i risultati di questo prezioso lavoro rimanessero dispersi e poco conosciuti. Proprio l’esigenza di raccogliere e rendere fruibili, anche dalle scuole, i materiali prodotti ha spinto Vittorio Rapetti a curare l’edizione del volume, dopo aver coordinato il lavoro della Commissione distrettuale dei docenti di storia che aveva seguito l’aspetto didattico del progetto. In realtà l’opera presenta una struttura articolata, essendo composta dai testi scritti contenuti nel volume e dai materiali e filmati inseriti nel doppio DVD, che non hanno semplicemente uno 190


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scopo illustrativo, ma si integrano profondamente con i saggi, rafforzandone il valore scientifico e comunicativo. La prima sezione del volume propone una domanda: “Perché fare memoria della Resistenza oggi?”. Autorità politiche, religiose e scolastiche, rappresentanti delle associazioni culturali tentano di rispondere, ciascuno nella prospettiva della realtà in cui operano: ne scaturisce una riflessione a più voci, in cui si colgono la diversità delle esperienze e delle problematiche, ma che assume anche una dimensione corale, dal momento che emerge la consapevolezza generale che “la Resistenza appartiene a tutti” e che questo “patrimonio comune” dovrà fondare sempre più la coscienza civile degli Italiani, soprattutto dei futuri cittadini. La seconda sezione è dedicata alla “memoria della Resistenza tra storiografia generale e ricerca locale”: in essa vengono raccolti significativi interventi, in cui si riprendono gli aspetti problematici della memoria della Resistenza, dal punto di vista educativo e didattico, ma anche politico, culturale e civile; ampio spazio è poi dato alla presentazione sintetica delle opere, saggi e atti di convegni, che hanno affrontato la storia del periodo resistenziale e di quello immediatamente successivo nell’Acquese; in alcuni casi l’indagine ha toccato anche gli aspetti sociali, come quello del rapporto tra contadini e partigiani, inquadrandoli in un contesto territoriale più ampio, che si estende alle province di Alessandria e di Asti. Nella stessa sezione sono poi presentati alcuni episodi particolarmente significativi della lotta partigiana nell’Acquese (Malvicino, Olbicella, Piancastagna), ma anche relativi alla partecipazione dell’esercito alla Resistenza (il 9 settembre del ‘43 nella caserma di Acqui e la Divisione Acqui a Cefalonia), all’eccidio della Benedica e al processo Engel, alla Shoah e alla deportazione degli ebrei acquesi. Segue un ampio apparato di strumenti, che comprendono schede cronologiche, musicali, teatrali, multimediali, elenchi di formazioni, bibliografie ragionate, informazioni su archivi e biblioteche, indicazioni sui testimoni, sui percorsi e sui luoghi della


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Resistenza. Questo materiale risulta prezioso per chi voglia approfondire lo studio sulla Resistenza, per interessi personali o per effettuare ricerche storiche e didattiche, sia per l’abbondanza e la qualità dei riferimenti sia perché i dati e le notizie sono particolarmente aggiornati e precisi. La terza sezione raccoglie – in parole e immagini – le testimonianze di alcuni protagonisti della Resistenza, ma anche di militari, di internati e di deportati; inoltre si affronta il tema dell’attualità della Costituzione, attraverso un intervento di Raimondo Ricci e la commemorazione delle figure di Umberto Terracini e di Luigi Merlo. Si tratta senza dubbio di contributi storici importanti, che era necessario conservare e valorizzare, ma non solo: la storia, rivissuta attraverso la rievocazione dei testimoni o raccontata direttamente dalla loro voce, acquista uno spessore umano straordinario ed è capace di affascinare anche i più giovani. Del resto, proprio l’esigenza di avvicinare in modo efficace alunni e studenti al periodo della Resistenza ispira la quarta sezione, in cui vengono presentate alcune mostre, curate dall’ANPI provinciale, dall’Ufficio storico dell’Esercito Italiano e dal Circolo “A. Galliano” di Acqui Terme. Anche in questo caso, il rimando al DVD permette di disporre di materiale iconografico validissimo dal punto di vista didattico; altrettanto utile si rivela la presentazione didattica in Power Point curata da Vittorio Rapetti, che offre una presentazione delle vicende locali della guerra partigiana, collocandole nel contesto generale della Resistenza. La parte conclusiva della sezione è dedicata a due luoghi di alto valore simbolico per la storia della Resistenza nella provincia di Alessandria: i Sacrari della Benedicta e di Piancastagna. Attraverso la presentazione dei progetti “La memoria delle Alpi”, i “Sentieri della Libertà” e “Benedicta: scuola di pace”, vengono affrontate le prospettive educative che si aprono, non soltanto rapportabili alla dimensione storica, ma connesse anche alla conoscenza del contesto fisico, naturale ed etnografico, grazie al supporto dei Centri di documentazione e dei percorsi segnalati e provvisti di apparati didattici (segnalazioni, mappe, cartelli informativi…). 192


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Nella quinta e ultima sezione viene offerta una sintesi delle iniziative didattiche e culturali proposte ad Acqui Terme sui temi della memoria, della Resistenza, della Costituzione e della “Giornata della Memoria”: accanto ai convegni e alle mostre, un posto di rilievo occupa il concorso scolastico bandito per il 60° della Liberazione. In effetti gran parte della sezione è dedicata alla presentazione delle ricerche svolte dalle scuole che hanno aderito al concorso: le scuole materne ed elementari di Visone, Rivalta, Acqui e Canelli; le scuole medie di Acqui, Cassine e Rivalta; gli Istituti superiori di Acqui (ITIS, IPSIA Fermi, Liceo classico e scientifico) e l’ITIS di Ovada. Concludono la sezione le schede relative a due tesi di laurea. Si tratta di una consistente mole di lavori, che utilizzano tecniche espositive diverse e di cui si fornisce una presentazione essenziale nel volume, mentre i materiali integrali sono inseriti nel DVD. In tutte le ricerche si manifestano l’impegno e l’entusiasmo degli alunni e alcune di esse si distinguono per la serietà metodologica dell’impostazione, per l’interesse storiografico del materiale raccolto e per l’efficacia comunicativa; in alcuni casi, poi, vengono fornite informazioni su personaggi e avvenimenti poco conosciuti, dando un contributo originale alla stessa ricerca storica. In conclusione, il volume e il DVD curati da Vittorio Rapetti possono offrire spunti preziosi per l’attività didattica nelle scuole, ma anche stimoli alla riflessione storiografica; nell’opera si delinea, infatti, una puntuale attenzione verso le problematiche affrontate dagli storici specialisti nel più recente dibattito sulla Resistenza: la considerazione verso le diverse forme di Resistenza; il rapporto tra memoria della Resistenza e politica; i nessi che legano antifascismo, Resistenza e Costituzione; l’articolazione del movimento resistenziale; la realtà quotidiana delle guerra partigiana; le preoccupazioni deontologiche degli insegnanti, che devono affrontare il difficile nodo dei rapporti tra metodo storico, didattica e compiti educativi. Un testo che si segnala quindi per la completezza e la profondità


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dei materiali forniti, che risultano comunque facilmente consultabili e fruibili, e per l’apporto che può offrire alla conoscenza del territorio. Ma soprattutto perché rappresenta il punto di arrivo di un percorso unitario di ricerca e di riflessione sulla Resistenza e al tempo stesso un solido punto di partenza per l’impegno futuro di storici, insegnanti, amministratori e cittadini. Angelo Arata

Gianni Toscani, Con i partigiani. In Valle Bormida Valle Belbo Valle Uzzone. Interviste. Documenti fotografie Cairo M.Te, Magema Edizioni, 2007; pp. 334.

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Gianni Toscani, Divisione Fumagalli. Brigata “Savona” - Brigata “Val Bormida” - Brigata “Montenotte” - Brigata “Valle Uzzone” Cairo M.te, Magema Edizioni, 2008; pp. 254. Nel recente panorama della storia locale sulla Seconda guerra mondiale e la Resistenza, i due volumi di Toscani offrono un importante contributo di conoscenza, portando alla luce testimonianze sovente inedite della vita partigiana e della resistenza civile nell’area tra Piemonte e Liguria, dal retroterra savonese alle langhe astigiane e monregalesi. I due testi, più che saggi storiografici, si collocano nel filone della raccolta di documenti (efficacemente resi dall’impaginazione), giovandosi in primo luogo dei risultati delle interviste a ben 36 testimoni diretti dei fatti, che procedono dalla primavera del 1943 al maggio 1945. Ai racconti di prima mano si affiancano poi foto e riproduzione di dispacci, circolari, lettere, ecc…. L’autore, all’epoca ragazzo “appena sfiorato dalle vicende della guerra” , ha ricordi nitidi dei mesi dell’occupazione nazista, ma si tratta di frammenti, in quanto “non eravamo in grado di renderci conto e di valutare con coscienza gli avvenimenti che quotidia194


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namente caratterizzavano la nostra vita” (p.6). Proprio l’esigenza di ricostruire un quadro più chiaro degli avvenimenti l’ha spinto per diversi anni a raccogliere documentazione sulle vicende locali, a collegare episodi ripresi dalla bibliografia locale (proposta in appendice), portando alla luce persone e fatti, che permettono di arricchire la conoscenza non solo dei fatti d’arme, ma delle condizioni concrete, materiali e psicologiche, di quanti vissero quei mesi concitati e drammatici. Toscani, che ha già al suo attivo altre pubblicazioni di storia contemporanea locale (tra cui un saggio sulla guerra d’Etiopia, Da Altare a Tambien, la raccolta di testimonianze sugli anni 1935-1945, Io c’ero, la biografia del partigiano Narciso Vignola), sceglie un criterio prevalentemente cronologico per presentare i dati raccolti, alternando spezzoni di interviste e documenti scritti. Pur con diversi ritorni e anticipazioni, i testi e i documenti sono legati da brani di raccordo che valgono a inquadrare brevemente il racconto dei testimoni, assai diversi tra loro, ma accomunati dal ricordo dei problemi che i protagonisti dovettero affrontare, primo fra tutti quello della scelta tra adesione alla RSI, alla resistenza o semplicemente cercare di fuggire. Al centro della prima sezione vi è il ricordo dell’8 settembre e la vicenda dei nostri militari dislocati sui vari fronti, alle prese con la resistenza ai tedeschi e la speranza di tornare a casa, dove si ritrovano a dover decidere quale sentiero imboccare. Così i racconti emblematici di Pietro Recagno e Mario Ferraro. L’attenzione si sposta quindi sulla zona savonese nell’autunno ‘43, con la nascita dei primi nuclei partigiani nell’entroterra intorno a Cairo e poi nelle alte langhe intorno a Mombarcaro, cui si intrecciano i ricordi di esperienze di territori vicini (come quella di Albino Cazzola partigiano nelle zona tra Nizza e Agliano). I primi spunti della lotta partigiana trovano una immediata reazione da parte di tedeschi e repubblichini che hanno nel frattempo assunto il controllo del territorio: nel libro sono in breve riportati diversi casi di partigiani catturati, torturati e fucilati nell’inverno ’43-’44. Tra il febbraio e l’aprile ’44 si organizza la prima formazione strut-


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turata dell’entroterra savonese: il distaccamento “Calcagno”, che diventa in breve la XX Brigata, comandata da un ufficiale polacco disertore dell’esercito nazista. Essa si trova a dover affrontare non solo i nazifascisti, ma anche una banda di malviventi che si spacciano per partigiani taglieggiando i contadini; sulla vicenda fanno luce le testimonianze di Faustina Vassallo, Dante Bianchino, Alfredo Vignola. Il volume considera quindi l’organizzazione dello schieramento nazifascita, con particolare riferimento alla Divisione San Marco, in base a documenti d’archivio e a ricordi di partigiani, come Giuseppe Rinaldi. Scontri, azioni di sabotaggio, diserzioni, rapporti con la popolazione, ruolo dei parroci, cattura e detenzioni affiorano nei diversi episodi che costellano i mesi tra l’estate e l’autunno ’44, quando la resistenza in alta Valbormida diventa più robusta (si contano circa 750 attivi nelle formazioni) ma impegnata a fronteggiare reparti nazifascisti numerosi, addestrati e ben armati. Questi ultimi, tra ottobre e dicembre, sono impiegati in una serie di massicci rastrellamenti, che costringono molti partigiani a ripiegare verso il Piemonte, lasciando sul terreno numerosi morti e feriti (ma in genere “i rastrellatori non facevano prigionieri”). Accanto alle testimonianze di Giuseppe Bellini, Mario Genta, Pietro Alisei, l’autore riporta documentate informazioni sui distaccamenti partigiani, comprese alcune schede sulle armi più usate nel conflitto. Un ampio capitolo è poi dedicato alle formazioni autonome di “Mauri” che operavano sulle Langhe, a ridosso delle formazioni di origine savonese; le testimonianze di Gildo Milano, Augusto Pregliasco, Mario Ferraro, le schede che riassumono caratteristiche e movimenti dei distaccamenti degli “azzurri”, sono intervallate da passi dei diari di “Mauri”, con notizie sui rapporti con gli alleati e documenti relativi all’organizzazione e ai rapporti tra i diversi gruppi partigiani. È ad esempio interessante la riproduzione del documento dell’ottobre ’44, con cui la Brigata Savona entra a far parte delle formazioni autonome alle dipendenze di “Mauri”, ricevendo l’incarico di attestarsi nella zona tra 196


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Mombarcaro e Saliceto e l’obiettivo di liberare in futuro la città di Savona. Le vicende dell’autunno-inverno ’44 occupano molte pagine, sia con riferimento all’esperienza della repubblica libera di Alba sia riguardo ai pesanti rastrellamenti nazifascisti che – impiegando circa 20.000 tra tedeschi e fascisti – mettono in seria difficoltà il fronte partigiano; si riportano le testimonianze di Giuseppe Ferro, Mario Ferraro, Bruno Viano, Maria Lerma, Pierino Servetto Si intrecciano le vicende delle brigate di provenienza ligure con quelle costituite dai piemontesi, rapporti non sempre facili sia per motivi di strategia e condotta militare sia per il diverso orientamento politico, ma anche il continuo modificarsi della situazione sul terreno: 1° e 2° divisione “Langhe”, 1° e 6° divisione Garibaldi, brigata Giustizia e Libertà, con i loro ormai numerosi distaccamenti. Non mancano le testimonianze (Dilani, Astesiano e Colombo) relative alla vicenda del “Biondino” e della sua squadra volante, che il comando partigiano ha ordinato di fermare e processare. Altre testimonianze (come quelle di Cruciali, Levratto, Giocosa, Longoni, Rizzo, Bellini) riguardano le azioni partigiane contro la divisione San Marco e il trattamento dei prigionieri, le torture e fucilazioni, l’azione delle cosiddette “controbande” (formate da fascisti che si presentavano come partigiani), il reclutamento partigiano di disertori della San Marco, la partecipazione di soldati stranieri (russi, polacchi, iugoslavi, …), il recupero dei lanci alleati, l’attività dell’aeroporto di Vesime. L’ultima e più ampia sezione del libro è dedicata alla fase finale della lotta dal gennaio all’aprile ’45; vengono fornite informazioni dettagliate sull’articolazione e la collocazione delle brigate partigiane tra la Valle Bormida e la Valle Belbo fino alla langa monregalese; la formazione della Divisione “Martiri di Alessandria” e “Fumagalli”; i dettagli dell’operazione “Marder” con cui i nazifascisti nel marzo ’45 mirano a distruggere il comando degli autonomi, alcuni esempi dei tanti episodi di rappresaglie e scambi, le vicende della liberazione di Alba, i movimenti in vista dell’insurrezione finale, i provvedimenti contro i franchi tiratori fascisti che


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continuano a colpire dopo il 25 aprile. Anche su questo periodo sono proposte specifiche testimonianze (Giovanni Maggi, Vanna Artioli, Paolo Pesce, Mario Ferraro, Sergio Curetti, Guido Pera, Antonio Transito, Emidio Dessì, Ilario Pollero, Giorgio Rodino) insieme a numerosi documenti scritti e fotografie. Nel volume dedicato alla Divisione Fumagalli sono riportate ulteriori 23 testimonianze, centrate sull’organizzazione delle diverse brigate della formazione partigiana che combattè lungo la Val Bormida e nell’entroterra savonese, con una ricca documentazione corredata da numerose fotografie dei protagonisti e dei luoghi. In diversi passaggi dei due volumi si riportano notizie circa il ruolo del clero, tra cui la tragica vicenda di don Minetti, parroco della Maddalena di Sassello, o di Silvio Ravera, giovane di AC e poi seminarista che partecipa alla resistenza prima di essere ordinato sacerdote. Testimonianze che offrono punti di vista ed esperienze specifiche sono quelle di donne che hanno partecipato direttamente alla lotta partigiana, come Vanna Vaccani e Tersilia Fenoglio, Emilia Pastorino e Lucia Botto, Maria Lerma e Jose Garello, o di operai come Olindo Pirrotto. Numerose le notizie sulle fucilazioni di antifascisti, con alcuni brevi profili biografici, tra cui quello dell’acquese Giuseppe Maruffi. Non mancano notizie su aspetti particolari e poco conosciuti, come l’attività degli ospedali partigiani, l’azione della polizia partigiana nei confronti delle azioni di banditismo; le comunicazioni tra i comandi partigiani e quelli tedeschi. Dalle quasi 600 pagine dei due volumi emerge un quadro frammentario, quasi in presa diretta con la varietà (e anche la confusione) di vicende e rapporti nei convulsi mesi che dall’8 settembre ’43 conducono al 25 aprile ’45. Il filo del racconto si dirama in tanti sentieri, volti, vicende particolari, che a ogni passaggio sfuggono al tentativo di inquadrarli in rigide fasi cronologiche o nella ricostruzione della storia delle singole formazioni. Ne risulta così una lettura assai varia, che privilegia la narrazione di fatti e la presentazione dei protagonisti, la descrizione dei luoghi, il richiamo visivo dei volti e dei segni di memoria. Ed è proprio lo 198


sforzo di documentare, di riprodurre i testi originali, di mantenere il linguaggio diretto nelle testimonianze a costituire forse il maggior pregio di questi testi, perché ben ci rappresenta la complessità ed eterogeneità del movimento partigiano locale, i suoi punti di fragilità e di forza. Certo si tratta di un’opera di documentazione e memoria locale che offre molto materiale alla interpretazione sistematica degli storici, ma che non rinuncia ad una riflessione più generale sul senso del fenomeno resistenziale ed insieme sul dovere di fare memoria di quanti hanno rischiato e sovente dato la vita per la libertà di tutti. Vittorio Rapetti

La presentazione ad Acqui, nei mesi scorsi, di questo volume, ci ha dato la possibilità di incontrare direttamente l’autore di questo importante e particolare libro di memoria. Classe 1922, porta bene i suoi anni, anche se il fisico robusto registra ancora le conseguenze di quella storia. Mani da lavoro, parole poche. Certo non un intellettuale di mestiere e forse anche un po’a disagio in una situazione “ufficiale”, perché son cose non tanto belle da raccontare, certo non idonee per “far salotto”. E poi sembra che si senta in dovere di giustificare e spiegare: ancora adesso c’è gente incredula, come quelli che al ritorno dalla prigionia lo guardavano scrollando la testa, tanto sembrava tremendo e incredibile ciò che gli era accaduto. Così uno finiva per non aver voglia di raccontare, di metterci una pietra sopra. Eppure è storia vera, cose successe davvero, che uno non dimentica per tutta la vita e tornano a turbare il sonno ed il ricordo. “L’avevo tutta in mente, ma solo pochi anni fa mi sono deciso a 199

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Natale Pia, La storia di Natale. Da soldato in Russia a prigioniero nel Lager, a cura di Primarosa Pia, prefazione di Lucio Monaco Edizioni Joker, Novi Ligure, 2006, (III Ed., 4500 copie); pp.182, Euro 13.


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scriverla – mi racconta mentre aspettiamo l’inizio dell’incontro. L’ho scritta a mano, tutta di fila, su un blocco di appunti”. È una circostanza che ci conferma la figlia Primarosa, curatrice del libro e quotidianamente impegnata per l’ANED, l’associazione dei deportati, mentre ci mostra il manoscritto, steso da un “Natalino” alle soglie degli 80 anni con nitida grafia. Pia ha incontrato spesso gli studenti a scuola e molti ne ha accompagnati alla visita al Campo di Mauthausen, ma solo nel 2002 ha seguito l’invito a fissare sulla carta la sua vicenda, perché questa memoria non sfugga, anzi possa circolare presso un più vasto numero di persone. Da qui è nata la pubblicazione, giunta ora alla III edizione. Il testo si articola in due parti, la prima dedicata alla campagna di Russia, al ritorno e all’arresto fino al trasferimento a Bolzano; la seconda alla prigionia nel Lager fino al rientro al paese. Seguono quindi alcuni interventi brevi e significativi: una nota dell’autore sul ritorno al Lager, la nota della curatrice che illustra la genesi del libro, un racconto sempre di Primarosa in ricordo di Vittorio, il fratello della mamma che a Gusen è morto a diciott’anni, le schede sui lager di Bolzano e Mauthausen e sui sottocampi Gusen I, II, III. Infine alcune lettere e riconoscimenti al lavoro di Pia (premiato tra l’altro come primo classificato al concorso letterario di Brugherio). Dicevamo: un libro importante e particolare. Importante come ogni storia personale che intende raccontare di sé e del mondo senza troppe maschere, per lasciare una traccia di memoria, capace di offrire una conoscenza e un insegnamento; infatti, si tratta di un lungo racconto biografico, attraverso cui filtra la “grande storia” e un sommesso giudizio su di essa. Il libro narra di una vicenda tragica come è quella dei soldati italiani nella campagna di Russia e poi di una breve collaborazione alla resistenza che prelude alla deportazione nel Lager. Qui sta una particolarità, perché la concentrazione di queste esperienze nell’arco di 36 mesi, nella vita di un giovane appena ventenne sembra davvero troppo: dalla tranquilla dimensione di un paese come Montegrosso d’Asti, lavorando in famiglia, a un viaggio all’inferno. 200


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Questo racconto e il suo protagonista hanno un motivo ulteriore di interesse per i nostri lettori: infatti nei tre anni di lunghe e drammatiche peripezie dell’autore, viaggi di andata e ritorno, Acqui riveste un ruolo significativo. Il “viaggio” di Natale comincia nel gennaio 1942 proprio dalla nostra città, allievo presso la caserma di artiglieria. Siamo nel pieno della guerra, nell’anno in cui le sorti del conflitto cominciano a cambiare di segno: nonostante la propaganda, si è capito che la guerra non finirà presto, e il normale addestramento di una recluta assume certo un altro orizzonte. A maggio 1942, infatti, Pia è destinato al fronte russo: non ha ancora compiuto 20 anni e come i suoi giovani commilitoni sa poco della guerra e di cosa l’aspetta. L’emozione del viaggio, via via che si addentra in Germania, Cecoslovacchia e Polonia, si colora di dubbi nell’intuire più che vedere le incomprensibili violenze verso gli ebrei: affiora in lui la diffidenza verso gli “alleati tedeschi”. Il racconto si snoda quindi lungo i mesi che vedono l’insediamento dei reparti italiani sul fronte russo, l’impatto con il freddo e la guerra, la vita trascorsa nei servizi (Pia è addetto al trasporto e guida un camion). Dopo il terribile inverno e l’accerchiamento russo, la ritirata dall’ansa del Don apre il capitolo di una tragica marcia culminata ma non conclusa con la battaglia di Nikolajewka. Natale è uno dei pochi scampati del suo reparto (partiti 144, tornati 9) e rientra ad Acqui nel luglio del 1943. Ma la guerra non è finita, deve tornare in servizio, e ai primi di settembre è inviato a Siena. Dopo l’armistizio e lo sbandamento dell’esercito, grazie ad un fortunoso rientro, raggiunge la nativa Montegrosso. Subito si dedica ad aiutare la famiglia, poi torna in Acqui come poliziotto nella stazione ferroviaria, per sfuggire all’arruolamento nella Repubblica di Salò, ma decide presto di ritornare al paese ad aiutare il padre malato nel suo lavoro. Si unisce ad amici vicini alla resistenza e nell’autunno del 1944 è nuovamente ad Acqui per aiutare una nuova banda di partigiani, quella di Davide Layolo, a procurarsi qualche arma. Pur non svolgendo una diretta azione nella resistenza viene catturato, gli viene attribuito il possesso di


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un tesserino partigiano trovato nel rifugio, che in realtà appartiene a un compagno che lui non denuncia. Viene trasferito alle carceri di Torino. Da qui è destinato al Campo di Bolzano, che lo introduce nel girone di Mauthausen, dove arriva ai primi di gennaio del 1945. È destinato a uno dei sottocampi più terribili, quello di Gusen. Qui scorrono le pagine più dure della narrazione: il lavoro schiavistico prima all’aperto, nel gelido inverno austriaco, poi nella fabbrica di armi celata nelle gallerie scavate nelle colline dagli stessi prigionieri come lui, il freddo e la fame, il trattamento disumano e talora sadico delle guardie e dei kapò, la violenza quotidiana. Giornate senza tempo, col “pensiero fisso della fuga”, che – insieme al ricordo della mamma, morta nel 1938 e che lui si sente sempre accanto nei momenti più difficili – serve a tener viva la voglia di resistere e alimenta la speranza della liberazione, avvenuta finalmente il 5 maggio del 1945. E poi il ritorno, quando il sollievo per la vita e la libertà ritrovate si mescolano con il dolore per i tanti compagni passati per il camino, l’imbarazzo e il rincrescimento per l’incontro coi loro parenti. Un dolore che resta: “non passa giorno che il mio pensiero non torni alle troppe persone che non ce l’hanno fatta” (p.134). Un dolore che è una delle eredità più tremende per i sopravvissuti, il segno che in realtà le guerre e le violenze gettano per lungo tempo la loro ombra di morte nell’intimo delle persone che ne sono coinvolte. “La storia di Natale” è un libro particolare e significativo anche per il linguaggio: non il testo di un letterato o di uno storico, ma il ricordo, la riflessione e il passaggio di memoria ai più giovani da parte di un ottantenne, che racconta dei suoi vent’anni, delle tribolazioni e della voglia di vivere. Ciò che colpisce è il linguaggio privo di retorica, diretto, di un racconto che si snoda attraverso episodi narrati con semplicità, visti direttamente con gli occhi del protagonista. Tanto il tono pacato quanto ciò che viene raccontato non muove chi legge all’odio o al risentimento, ma fa ben capire ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. È una memoria che preferisce tacere, laddove 202


non si può dir bene, mentre evidenzia i gesti di solidarietà e di aiuto, specie da parte di chi ha molto da temere o da rischiare nell’aiutare il soldato in fuga o il deportato affamato. Un libro che descrive con chiarezza violenze terribili, l’assurdità della guerra e dell’abisso del Lager, ma non suscita violenza, né gronda sangue come a volte oggi va di moda. Attraverso il percorso dell’autore, chi legge è come invitato a prendere coscienza di questa vicenda personale e collettiva, ma anche a considerarla con distacco, quasi a voler uscire dalla spirale di distruzione e di annientamento che l’esperienza del Lager gli ha come inoculato. È qui il passaggio più difficile: prender distacco, senza rimuovere, non cedere al richiamo dell’abisso ma senza smettere di farne memoria. Sappiamo che tanti non sono riusciti a uscire da tale spirale, anche quando sono fisicamente sopravvissuti. Sappiamo che la domanda che anche Natale Pia si pone: “perché noi ci siamo salvati e gli altri no?” è una domanda che non passa. Anche per questo è doveroso entrare in punta di piedi, in atteggiamento di ascolto di fronte a questo racconto: non per fare un dibattito su qualche argomento più o meno raffinato, ma per metterci in relazione con una storia che in qualche modo ci coinvolge e ci chiama in causa direttamente.

Giovanni Chiappino, Ricordi di vita partigiana, Comune di Silvano d’Orba; pp. 216, s.i.p.. Sul massacro della Benedicta hanno scritto soprattutto uomini che ricoprirono un ruolo di direzione nelle formazioni della Resistenza. Poche invece sono le testimonianze dei partigiani di base di cui poco conosciamo per quanto riguarda le paure, le aspettative, il quotidiano o i rapporti con i superiori. Già questo 203

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Vittorio Rapetti


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potrebbe bastare per sottolineare l’interesse del libro di Giovanni Chiappino, che in realtà non si limita ad affrontare il celebre episodio della Benedicta. Il volume infatti parte dall’8 settembre e arriva fino alla Liberazione, mostrando il cammino di uno di quei tanti giovani soldati che, scampati alla deportazione in Germania, scelsero di combattere nelle fila dei partigiani. Inoltre è vero che l’autore non ebbe particolari posizioni di comando ma la costanza nel darsi una formazione autodidatta rendono anomala la sua testimonianza, priva di quel carattere di subalternità sul piano culturale che caratterizza la memorialistica di questo tipo. L’8 settembre Chiappino era con gli alpini della compagnia Ivrea della Divisione Taurinense nei pressi di Romito, piccolo paesino ai confini tra Liguria e Toscana. Grazie anche all’aiuto che ricevette sul territorio riuscì a sfuggire alla deportazione in Germania e a tornare al suo paese, Silvano d’Orba. Sia pure malvolentieri in un primo tempo rispose alla chiamata alle armi della Repubblica sociale. Venne mandato alla sede del Quarto Alpini ad Aosta ma dopo breve tempo con uno stratagemma ritornò a casa. Ormai a Silvano la grande maggioranza dei giovani non intendeva entrare nelle forze armate di Salò, i vecchi antifascisti del paese si facevano avanti e svolgevano ora una funzione importante di consiglio e indirizzo. Quasi inevitabile, infine, la scelta di unirsi ai primi gruppi di ribelli che si stavano raggruppando nella zona del monte Tobbio. Chiappino diventò “Caio” e insieme ad altri silvanesi entrò nel sesto distaccamento della Terza Brigata Liguria. Il suo primo comandante fu una figura leggendaria della Resistenza, Walter Fillak che nel febbraio 1945 venne impiccato col filo di ferro dai fascisti a Courgné. ll legame con il paese è dimostrato anche dalla decisione di riunire tutti i giovani di Silvano della Terza Brigata Liguria in un’unica formazione. Questo rapporto con il territorio è uno degli aspetti che più colpisce anche nella parte riguardante la Benedicta: solo grazie all’aiuto della popolazione Caio e i suoi amici riuscirono a sfuggire alle maglie del rastrellamento messo in atto da tedeschi e fascisti. Dalla testimonianza di Chiappino 204


emerge ancora una volta la totale impreparazione dei comandi partigiani di fronte all’attacco nazista. Quando iniziò il rastrellamento, Caio venne mandato alla Benedicta per avvertire i capi della Terza Brigata Liguria che il suo distaccamento era sotto attacco ai laghi della Lavagnina. La situazione però venne sottovalutata, si pensò di poter rimediare con una squadra di gappisti. Fino all’ultimo non si ebbe idea di quanto in realtà stava avvenendo. Dopo il disastro, Caio torna a casa ma riprende la lotta poco dopo. Effettivo della Brigata Macchi, Chiappino combatté fino alla Liberazione. Alberto Ballerino

Questo libro, attraverso una lunga serie di interviste, è dedicato all’esperienza della cooperativa Valli Unite, che si trova a Montesoro, borgo di Montale, una frazione di Costa Vescovato. Coniugando mercato e solidarietà, questa esperienza costituisce oggi l’unica che dà occupazione nella zona. Oltre a essa sono rimaste solo una ventina di piccole aziende familiari, la maggior parte delle quali stanno andando ad esaurimento. L’area ha subito lo spopolamento che ha caratterizzato nella seconda metà del Novecento gran parte delle nostre campagne. Gli abitanti, dai 7- 8 mila del dopoguerra sono scesi ai poco più di 300 di oggi. Negli anni Trenta le vigne coprivano ogni lembo di terreno, fino quasi alle abitazioni. Oggi sulle colline gli spazi vuoti sono sempre maggiori. Nel 1977, quando tutti i giovani in età da lavoro avevano lasciato Monale, tre ragazzi decisero di provare a tentare la fortuna proprio lì. Tentarono di convincere altri contadini della zona a fondare una cooperativa con loro ma, incontrando diffidenza, deci205

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Manlio Callegari, Il valore aggiunto. Le “Valli Unite” e la ricerca del mondo migliore possibile, Editrice Impressioni Grafiche, pp. 128, Euro 7,00.


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sero di provare da soli. Il tempo ha dato loro ragione. Oggi il nome Cooperativa Valli Unite ha superato il confine delle colline ed è più conosciuto del paese stesso. Qui, anno dopo anno, sono passati uomini provenienti da diverse regioni o addirittura da altre nazioni. La Cooperativa costituisce veramente un angolo di società globalizzata trapiantata sulle colline tortonesi. È diventata meta di molti stranieri, alcuni dei quali hanno scelto di rimanervi, assumendo a volte ruoli di responsabilità. I soci oggi sono undici e altrettanti i dipendenti. Attorno al cucuzzolo dove era stata costruita la prima stalla ora ci sono i ricoveri di materiali e attrezzi, la cascina dell’agriturismo con il ristorante, il macello, la cantina, un negozio, gli appartamenti per gli ospiti, parte delle abitazioni di soci e salariati, l’amministrazione. Inizialmente si era puntato principalmente sull’allevamento bovino. Ora si pratica anche quello dei maiali e, oltre alle carni, si producono farine alimentari, insaccati suini, latte, yogurt, formaggi e, naturalmente, vino. Più della metà del fatturato oggi ruota attorno alla cantina e allo spaccio. La paga è uguale per tutti: soci e non soci, lavoratori ormai esperti e novizi. Le Tre Valli sono una scelta di vita. Qualcuno prima di venire qui in altre zone guadagnava molto di più ma a Monale ha trovato un valore aggiunto: una diversa libertà, maggiori responsabilità, il legame con il luogo, la forza di un gruppo.

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Alberto Ballerino

Marcella Serpa, Ella Tambussi Grasso da figlia di emigranti a prima donna Governatore di uno Stato americano, Acqui Terme, Editrice Impressioni Grafiche; pp. 176, Euro 10,00. Una storia di emigrati che parte dalla nostra provincia e arriva fino alle più importanti stanze del potere d’oltreoceano. È la vicenda 206


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di Ella Tambussi Grasso, raccontata per la prima volta in Italia da Marcella Serpa in questo volume pubblicato dalla Editrice Impressioni Grafiche. Il libro si avvale della prefazione della presidente della Regione Mercedes Bresso e dell’assessore al Welfare, lavoro, immigrazione ed emigrazione Teresa Angela Migliasso. La pubblicazione è stata promossa dalla Regione e dal Comune di Carezzano con il sostegno di Provincia di Alessandria, Comune di Voghera, Fondazione Cassa di Risparmio di Tortona e associazione culturale Comunica. Il volume parte da Perleto, frazione del comune di Carezzano nel tortonese, dove fin dal Seicento si hanno notizie della famiglia Tambussi. Nel 1904 il giovane Giacomo, seguendo l’esempio di tanti altri italiani, lasciò il proprio paese per andare a Genova, dove si imbarcò per gli Stati Uniti. Voleva raggiungere il padre, emigrato precedentemente. Mentre il figlio rimase in America, il genitore tornò in Italia. Alla sua morte, Giacomo tornò a Perleto per portare con sé negli Stati Uniti la madre e i fratelli. In America, fin dall’epoca del suo primo viaggio, si era stabilito a Windsor Locks dove conobbe e sposò Maria Oliva, originaria di Medassino, un borgo alle porte di Voghera. Ella fu la loro unica figlia. Windsor Locks era una città operaia, anche Giacomo e Maria lavorarono in fabbrica. I temi relativi al miglioramento delle condizioni dei lavoratori furono al centro delle riflessioni di Ella fin dagli anni del college. Il suo primo successo in politica fu nel 1953 l’accesso, nelle file dei Democratici, al Parlamento del Connecticut, dove dal 1958 al 1970 fu segretario di stato. Ella fu la prima donna a essere eletta governatore di uno stato americano, vincendo le elezioni del 1974, sempre nel Connecticut. Rieletta nel 1978, fu costretta a dimettersi per motivi di salute alla fine del 1980. Morì poche settimane dopo, nel febbraio 1981. Nel 1976 e nel 1980 il suo nome figurò tra i possibili candidati alla vicepresidenza degli Stati Uniti.


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Aida Ribero (a cura di), Glossario. Lessico della differenza, Regione Piemonte, Commissione Regionale per la realizzazione delle pari Opportunità tra Uomo e Donna, 2007; pp. 312, s.i.p.. Si tratta di un utile e importante strumento di consultazione e di lavoro, voluto dalla Commissione Regionale per la realizzazione delle pari Opportunità tra Uomo e Donna (CRPO) del Piemonte e realizzato a cura del Centro studi e documentazione “Pensiero femminile”, con il contributo di parecchie studiose, non solo torinesi. In effetti, ormai il discorso femminile e femminista si è costruito intorno a un lessico ben preciso e sempre più ricco e complesso, con molti termini sedimentati e divenuti patrimonio comune e altri ancora in evoluzione e suscettibili di ridefinizioni ed ampliamenti concettuali: l’idea di raccogliere questi termini e di redarre per ognuna delle voci individuate una spiegazione chiara, ma anche scientificamente fondata, permette di renderne fruibile la terminologia anche per un pubblico sempre più ampio, quale ad esempio quello delle nuove generazioni, quelle degli studenti e studentesse che affrontano temi di studio che incrociano queste tematiche, ma anche quello di chi opera nell’ambito delle pari opportunità, nel mondo della comunicazione e nelle sedi politiche e istituzionali. Certamente (e ce ne dà conto la curatrice Aida Ribero nell’ Introduzione) non deve essere stato facile selezionare le quarantacinque voci da trattare e individuare le autrici cui affidare questo compito, soprattutto tenendo presente la necessità di dar vita a un lavoro che mantenesse al suo interno omogeneità di linguaggio e riferimenti culturali condivisi. Per quanto riguarda il primo aspetto, cioè l’individuazione delle voci, necessariamente arbitraria e non esaustiva, la scelta fatta è stata quella di privilegiare da un lato le più diffuse, e dall’altro quelle ritenute essenziali, in un quadro di coerenza dell’opera e avendo come scenario di riferimento soprattutto quello italiano, pur con i necessari e imprescindibili rimandi a pensatrici ed eventi anche di altri 208


paesi; una linea di fondo condivisa è stata, poi, quella di privilegiare un linguaggio divulgativo e chiaro, senza però scadere né nella banalizzazione né nella rinuncia a un’impostazione lessicalmente e concettualmente corretta. Le voci individuate possono essere raggruppate, grosso modo, in due grandi aree tematiche: quella che riguarda le pari opportunità e quella più teorica, di impianto del pensiero femminile e femminista. Accanto a queste, ne troviamo poi anche altre, che rispondono forse di più a istanze sociali, a questioni “socialmente rilevanti”, quali ad esempio, lavoro, mutilazioni genitali, violenza. Ma le varie voci sono spesso correlate tra loro, in un gioco, talvolta esplicitato e talvolta no, di rimandi, anche interdisciplinari, secondo una caratteristica tipica della storia di genere che si pone, appunto, come “storia di confine”, a cavallo tra più discipline. Il risultato restituisce nella sua interezza e complessità l’intero quadro teorico che siamo soliti designare con il termine “genere” e la caratteristica più significativa di questo lavoro rimane quella di affrontare i lemmi con piccole monografie, approfondite e complete anche nella ricostruzione storica e semantica, e al tempo stesso di coniugare la complessità con la chiarezza: due obiettivi importanti e difficili da conseguire e che qui, invece, sono stati, entrambi, felicemente raggiunti.

Lucia Motti (a cura di), Donne nella Cgil: una storia lunga un secolo. 100 anni di lotte per la dignità, i diritti e la libertà femminile, Ediesse, Roma 2006, pp. 564, Euro 35,00. Il volume è il frutto di una ricerca e di una mostra svoltasi in occasione del centenario della CGIL e racconta, a partire dagli ultimi anni dell’Ottocento, anche attraverso una ricca serie di fotografie (sono più di 300) la storia della presenza femminile in quel209

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Graziella Gaballo


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lo che è il più rappresentativo sindacato italiano. Il termine “raccontare”, riferito alle fotografie, non è casuale, perché le immagini recuperate con lunga e paziente ricerca nei vari archivi sparsi sul territorio, e a cui si affiancano i vari saggi, qui non sono usate semplicemente come illustrazioni o fonti, ma creano veri e propri percorsi strutturati di lettura, che si muovono intorno a due assi, uno cronologico e uno tematico, in cui ci guida Lucia Motti, responsabile dell’archivio storico delle donne “Camilla Ravera” e curatrice del libro, con un saggio che ne segue e commenta le varie fasi, a partire dalla lotta nelle campagne per finire con una foto del 1994, che ritrae le donne dei sindacati pensionati, protagoniste di una protesta anche ironica e provocatoria, mentre offrono, davanti a Montecitorio una gigantesca torta all’allora presidente del consiglio, Silvio Berlusconi, per il suo compleanno. Ed è indubbiamente felice questa scelta di costruire il libro su ricche sezioni fotografiche, perché, in effetti, la visibilità delle donne nelle foto è il modo più immediato e più diretto per contrapporre la composizione di genere di un sindacato, fatto di uomini e di donne, al linguaggio dei documenti scritti che invece, col loro essere declinati al maschile, questa realtà occultano e nascondono: così come restituiscono visibilità e concretezza ad alcune tra le principali protagoniste delle lotte sindacali (da Anna Maria Mozzoni a Donatella Turturra, da Alessandrina Ravizza a Nella Marcellino, da Anna Kuliscioff a Rina Picolato) le schede biografiche a loro dedicate. Accanto alle foto, ma con un percorso autonomo e parallelo, troviamo poi i saggi delle varie studiose, che indagano le diverse forme di presenza femminile nel sindacato, legate alle diverse fasi storiche: se Anna Scattigno e Barbara Imbergamo analizzano la partecipazione femminile all’interno del movimento operaio dal suo nascere fino all’avvento del fascismo e ne sottolineano la ricerca di un ruolo autonomo, Simona Lunadei studia invece tre diversi livelli di partecipazione delle donne al movimento operaio nel ventennio fascista: quello costituito dalle lavoratrici dei settori tradizionalmente femminili e organizzati (tabacchine, mondine, 210


tessili); quello delle lavoratrici a domicilio e delle massaie rurali e, infine, quello delle intellettuali. Il saggio che si occupa della ricostruzione post bellica del sindacato (ne è autrice Luisa Righi) fa fuoco, invece, soprattutto sulle contraddizioni di genere che persistono anche all’interno del mondo sindacale, dalla difficile presenza delle donne all’interno degli organismi dirigenti alla difficoltà incontrata per far emergere temi quali la parità salariale, per troppo tempo etichettati dallo stesso sindacato come “demagogici”. Infine, Maria Grazia Ruggerini e Nadia Caiti affrontano le tematiche della stretta connessione tra diritto del lavoro e diritto di cittadinanza, mentre è Francesca Koch a chiudere il testo con un’interessante riflessione sul ruolo sempre più attivo esercitato dalle pensionate all’interno dello SPI e dell’intero sindacato: la loro autopercezione come soggetti attivi e risorsa per l’intera società è una rasserenante nota di ottimismo con cui rileggere in positivo tutto il complesso e articolato percorso che il volume ci restituisce. Graziella Gaballo

In questi ultimi anni, dopo il riesplodere di imponenti manifestazioni pacifiste nel nostro paese in occasione dell’impegno militare delle Forze armate italiane in Iraq, e soprattutto dopo che simili manifestazioni giocarono un ruolo di primo piano nella rivitalizzazione dell’opinione pubblica di sinistra dopo la sconfitta elettorale del 2001, si sente il bisogno di una riflessione storica sulle esperienze pacifiste di massa vissute nell’opinione pubblica italiana a partire dal dopoguerra, così da inserire questi ultimi episodi in un più ampio contesto che ne spieghi origini e aspetti peculiari. 211

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Andrea Guiso, La colomba e la spada. “Lotta per la pace” e antiamericanismo nella politica del Partito comunista italiano (1949-1954), Soveria Mannelli, Rubbettino, 2007; pp. XXVIII-686, 38.


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In particolare, dopo che il tema ha conosciuto un ventennio di quasi totale disinteresse, appare necessaria una ricostruzione puntuale e precisa delle grandi manifestazioni antibelliciste organizzate nel periodo tra la firma del Patto atlantico e la guerra di Corea dalla grande organizzazione internazionale dei “Partigiani della pace”. Il volume di Guiso, qui presentato, costituisce da questo punto di vista un contributo essenziale. Frutto di una ricerca scrupolosa portata avanti per diversi anni nelle principali sedi archivistiche italiane per la storia politica, dall’Archivio centrale dello Stato a quello dell’Istituto Gramsci, il saggio offre una ricostruzione completa delle grandi campagne di “lotta per la pace” presentate all’opinione pubblica dal Comitato italiano dei Partigiani, come le raccolte di firme contro la ratifica del Patto atlantico, per la “petizione di Stoccolma” sull’interdizione dell’arma atomica effettuata nel 1950 e per il “patto di pace” tra le cinque grandi potenze mondiali proposto nel 1951. Nella ricostruzione dell’autore, la vita del movimento dei Partigiani della pace in Italia si confonde con la vita interna del Partito comunista italiano: in effetti il movimento era composto in gran parte da quadri del PCI e del PSI, e l’impegno nelle campagne delle capillari strutture organizzative e propagandistiche del PCI fu la chiave per il loro successo nel nostro paese. Attraverso la sensibilizzazione dell’opinione pubblica contro la guerra, i partiti della sinistra marxista poterono ricominciare un dialogo con la società italiana dopo la bruciante sconfitta del 18 aprile 1948, e riuscirono a suscitare interesse anche in ambienti culturalmente molto distanti da loro, come il mondo cattolico e i settori nazionalisti di destra contrari alla dipendenza militare da Washington. Nella sua analisi, però, Guiso affianca a queste considerazioni anche le altre facce dello stretto rapporto tra Partito comunista e Partigiani della pace. In primo luogo, l’orientamento delle campagne antibelliciste subì l’influenza dell’elaborazione ideologica del comunismo internazionale sulla pace e sulla guerra. Nel corso del primo conflitto mondiale, le meditazioni di Lenin avevano 212


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elaborato una concezione in base alla quale la guerra era diretta conseguenza delle tensioni generate del capitalismo “maturo”; su tali basi, negli anni dello stalinismo la concezione di lotta antibellicista del comunismo internazionale aveva poi finito per svilupparsi in senso sempre più chiaramente filosovietico, dal momento che un effetto del capitalismo non avrebbe potuto essere eliminato se non con il sostegno al paese del socialismo, in cui si sperimentava un’alternativa alla società dello sfruttamento. Nella visione di Guiso, il favore incondizionato dei Partigiani della pace (italiani e stranieri) per una simile impostazione ideologica finisce per trasformare il loro movimento in una sorta di strumento della politica internazionale del regime di Mosca, che lo finanziava e lo sosteneva sul piano internazionale. Alimentando le mobilitazioni pacifiste il governo sovietico avrebbe pensato di poter indebolire il fronte antisovietico nell’opinione pubblica dei paesi occidentali, e in alcuni casi avrebbe anche tentato (con risultati meno soddisfacenti) di ostacolare concretamente le prime operazioni di riarmo italiane, per mezzo di iniziative come il boicottaggio degli sbarchi di armi americane tentate dalle associazioni dei portuali di sinistra tra il 1950 e il 1951. Insistendo (peraltro con un costante e preciso richiamo alla documentazione più adeguata) su questi aspetti indubbiamente assai rilevanti nella vicenda del movimento per la pace degli anni Cinquanta, Guiso finisce spesso per sottovalutare un altro elemento la cui comprensione è indispensabile per capire il sostanziale successo delle campagne antibelliciste della sinistra italiana: il fatto che le mobilitazioni dei Partigiani fossero in grado di intercettare il diffuso sentimento di paura per le possibili sorti dell’umanità di fronte alle tensioni della guerra fredda e al rischio atomico. Sarebbe sicuramente utile approfondire l’analisi inserendo le iniziative dei Partigiani nel contesto nazionale italiano, dove molte altre forze politiche e gruppi culturali si occuparono del rischio di un terzo conflitto mondiale. Un altro appunto che si può muovere all’opera riguarda proprio il riferimento continuo, forse sovrabbondante, alle fonti archivistiche esaminate: in molti


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casi lo studio degli sviluppi e dei meccanismi organizzativi delle diverse mobilitazioni pacifiste è appesantito dalla descrizione delle varie iniziative locali o individuali, che spesso aggiungono poco al discorso principale ma rischiano invece di appesantire e rendere farraginosa la lettura. A parte questi aspetti discutibili, il giudizio sul lavoro di Guiso è positivo: il suo studio costituirà sicuramente un punto di riferimento per la conoscenza di un momento della storia del Novecento italiano, che per troppi anni non ha trovato l’attenzione che la sua importanza meritava.

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Andrea Mariuzzo

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Judaica a cura di Aldo Perosino

Eisenstein B., Sono figlia dell’Olocausto, Milano, Guanda, 2007; pp. 191, Euro 17. Il libro ripercorre con parole e disegni la storia della sua famiglia. Una famiglia di ebrei polacchi che, paradossalmente, si forma partendo da un luogo di sterminio come Birkenau, dove la giovane che diventerà sua madre, rovistando fra oggetti accatastati, trova un anello maschile. Lo regalerà a suo marito, anch’egli scampato ad Auschwitz, nel giorno del matrimonio e si trasferiranno in Canada. Significativa una illustrazione nella quale l’autrice rappresenta se stessa seduta in cima ad una pila di libri sulla Shoah intenta a pensare: “Se solo i miei genitori mi avessero letto dei libri prima di andare a letto..”.

Il cinema e la fotografia possono utilmente rappresentare il dramma della Shoah? Scopo di questo libro è “di fornire strumenti validi per interpretare questa complicata materia, di dare spunti di riflessione che servano ad alimentare il dibattito culturale?. Un saggio molto chiaro, scritto con grande competenza.

Gutman I., Gutterman B., Pezzetti M., (a cura di), Album Auschwitz, Torino, Einaudi, 2008; pp. 255, Euro 35.

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De Bonis M., L’immagine della memoria - La Shoah tra cinema e fotografia, 2007, Roma, Ed. Onix; pp. 186, Euro 20.


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È la riproduzione del servizio fotografico realizzato dalle SS per documentare l’arrivo dei treni ad Auschwitz e la selezione dei deportati. Le persone riprese sono ebrei ungheresi. Lili Jacob, sopravvissuta alla Shoah trovò l’album alcuni giorni dopo la fine della guerra e lo donò successivamente alla Yad Vashem che si impegnò a dare un nome alle persone ritratte.

Laskier R., La testimonianza ritrovata di una ragazza quattordicenne deportata ad Auschwitz, Milano, Bompiani, 2007; pp. 173, Euro 12. È il diario ritrovato di una ragazzina quattordicenne rinchiusa nel ghetto di Bedzin costretta a lavorare fino al momento del trasporto per Auschwitz, dove morirà un mese dopo.

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Luzzato A., Conta e racconta. Memorie di un ebreo di sinistra, Milano, Mursia, 2008; pp. 280, Euro 17. Ottanta anni di vita e una autobiografia. Testimonianze non solo del suo privato, ma anche un pezzo di storia dell’ebraismo italiano e della sinistra del dopoguerra. Un’esperienza di vita, dall’impegno culturale a quello professionale che lo porteranno ad affermarsi come chirurgo in vari ospedali italiani. Il testo è una pagina inedita di come un intellettuale, ebreo di sinistra, come lui si definisce, diventi uomo delle istituzioni, quando nel 1998 sostituirà Tullia Zevi a capo dell’Unione delle comunità ebraiche italiane. Molto interessante la parte che narra la decisione – la scelta più difficile – di accompagnare Fini in Israele, pur sapendo delle polemiche che avrebbe suscitato dentro la comunità ebraica italiana. Scrittura piacevole, diretta, senza peli sulla lingua.

Salerno E., Uccideteli tutti. Libia 1943: nel campo di concentramento fascista di Giado. Una storia italiana, Milano, Il Saggiatore, 2008; pp. 239, Euro 17. 216


L’autore ricostruisce quanto avvenne agli ebrei libici, allorché furono rinchiusi nel campo di concentramento di Giado, a sud di Tripoli. Molti di loro morirono di stenti, maltrattamenti, epidemie. Il loro destino doveva essere la morte, ma l’arrivo degli alleati interruppe l’orrendo progetto.

Vaglio G., Le parole e la memoria La memorialistica della deportazione dall’Italia 1993-2007, Torino, editore EGA, 2007; pp. 176, Euro 20. A distanza di 14 anni dall’uscita del volume di Anna Bravo e Daniele Jalla Una misura onesta, che era un censimento di tutte le opere scritte da protagonisti e testimoni della deportazione nei lager nazisti, Guido Vaglio, direttore del Museo Diffuso della Resistenza di Torino, ne ha curato un aggiornamento prendendo in esame i volumi stampati dal 1993 al 2007. Con rigorosa diligenza Vaglio ha composto l’elenco di tutti i volumi apparsi nel periodo citato, facendo seguire all’indicazione bibliografica di ciascuna opera (autore, titolo, editore, data, pagine, prezzo) un breve resoconto del suo contenuto. Un lavoro utilissimo, necessario per ulteriori studi e ricerche, un valido strumento di documentazione e consultazione.

Culla delle civiltà, crogiuolo di popoli, di religioni e di culture, il Mediterraneo è il mare delle origini nel senso più autentico dell’espressione, una grande madre a cui ricondurre la nostra storia. Nel suo nuovo saggio, Giancarlo Elia Valori ripercorre gli oltre duemila anni di storia – dalle guerre puniche all’odierno jihad – che hanno visto il “Mare Nostrum” al centro delle dinamiche geopolitiche mondiali: prima da protagonista, quando le grandi potenze si affacciavano alle sue sponde e le sue acque erano la 217

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Valori G.E., Mediterraneo tra pace e terrorismo, Milano, Rizzoli, 2008, pp. 310, Euro 19.50.


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principale via di trasporto di uomini e merci, poi da attore minore, quando il suo bacino fu messo in disparte dalla scoperta di nuove rotte, nuove terre e nuove risorse e i paesi rivieraschi videro il declino della loro influenza politico-militare. Oggi, però, le cose sono cambiate. In un mondo in cui la religione è tornata ad avere un ruolo predominante, il mare sulle cui sponde si sono sviluppati i tre più grandi monoteismi è di nuovo centrale. Per questo, Valori dà risalto, fin dal titolo, all’antinomia tra pace e terrorismo, e con una serrata argomentazione individua in Israele il punto di riferimento dell’Occidente. Il volume è introdotto da una prefazione del Presidente dello Stato di Israele Shimon Peres.

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Sarfatti M., (a cura di), La Repubblica sociale italiana a Desenzano: Giovanni Preziosi e l’Ispettorato generale per la razza, Firenze, Giuntina, 2007; pp. 220, Euro 20.

L’Ispettorato generale per la razza venne creato da Benito Mussolini nel marzo 1944, durante la Repubblica sociale italiana, col compito di intensificare le campagne antiebraica, razzista in genere, antimassonica. Il dittatore nominò Ispettore generale per la razza Giovanni Preziosi, decano degli antisemiti italiani. L’Ispettorato ebbe sede nel comune di Desenzano del Garda e fu attivo fino all’aprile1945. Questo volume contiene le relazioni presentate all’omonimo Convegno di studi, tenutosi a Desenzano il 24 gennaio 2007 in occasione del “Giorno della memoria” e organizzato dal comune di Desenzano del Garda e dalla Fondazione centro di documentazione ebraica contemporanea CDEC di Milano, entrambi mossi dal desiderio di conservare memoria e sviluppare le conoscenze sull’Ispettorato e su Preziosi. Si tratta del primo convegno in assoluto sul tema. Il volume contiene saggi di studiosi qualificati, quali Gaetano Agnini, Francesco Cassata, Francesco Germinario, Liliana Picciotto, Mauro Raspanti, Marino Ruzzenenti e Michele Sarfatti, che mettono a fuoco temi quali la politica antiebraica della Repubblica sociale italiana, la 218


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sua attuazione in provincia di Brescia, l’attività dell’Ispettorato generale per la razza nel 1944-1945, il pensiero e gli scritti antisemiti di Preziosi, la sua collocazione nel contesto dell’antisemitismo italiano. Per oltre dodici mesi Preziosi e l’Ispettorato incrementarono la propaganda e l’elaborazione antiebraica della Repubblica sociale italiana, fornendo un retroterra importante e necessario alle parallele azioni di arresto, internamento e deportazione degli ebrei. Questo volume ricostruisce cosa effettivamente fecero e quali erano i loro obiettivi.

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Rivista dell'Istituto per la Storia della Resistenza e della Società Contemporanea in provincia di Alessandria

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