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Beppe Chelli

NULLA PER SEMPRE


2 - BEPPE CHELLI

2012 Š Fm Edizioni Finito di stampare nel mese di dicembre 2012 presso Grafiche Leonardo sas tel. 0571 401241 info@graficheleonardo.it


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COSE D’ALTRI TEMPI Ci sono parole ed episodi della vita quotidiana – eventi semplici e frasi comuni – soprattutto nell’infanzia e nell’adolescenza, che rimangono impressi nella memoria di ciascuno di noi e ne formano, per così dire, uno degli strati più profondi e più intimi, accompagnandoci per tutto il resto dei nostri giorni, dando al nostro trascorrere il giusto tono e il giusto colore. Talvolta discreti e ammiccanti, qualche altra volta più invadenti e rumorosi, questi episodi e queste parole, seppure non presenti in maniera assillante davanti agli occhi o dentro le orecchie, continuano a vivere la loro presenza sotterranea e a scandire il rapido staccarsi dei foglietti del calendario. Sono, benché fantasmi, i nostri compagni più sicuri, una presenza calda e rassicurante, nella quale, in un certo senso, trovare riparo durante le tempeste che l’esistenza non ci risparmia. Ecco, leggendo i racconti di Beppe Chelli, riuniti ora in un piccolo volume, credo sia questa l’impressione forte che se ne ricava. Beppe, persona normale, cioè senza ghiribizzi letterari per la testa, ha convissuto – come tutti, del resto – con i suoi ricordi in sottofondo, finché – ormai ottuagenario, come il Carlino delle Confessioni di Ippolito Nievo, decide di affidarli alla tastiera del pc e poi si lascia convincere a darli alle stampe. Al contrario di Carlino, non ha niente da farsi perdonare, Beppe; semmai deve chiarire il proprio rapporto con il retaggio della cultura contadina ereditata da un’altra epoca - ormai mille anni fa, tra le due guerre mondiali – oggi del tutto disintegrata sotto il maglio dell’industrializzazione e polverizzata nella subdola promiscuità del web; e fare i conti con un episodio che devastò, con la sua, l’esistenza dell’intera popolazione sanminiatese: il passaggio del fronte di guerra, la semidistruzione della città e l’eccidio del duomo nel luglio del 1944. In quest’ultimo tragico avvenimento, vissuto dal vivo con gli occhi puri del bambino che era, perse la vita il fratello maggiore di Beppe, una delle “vittime del duomo”; e qui, tra le macerie e i brandelli della cattedrale, tra lo strazio dei corpi dilaniati, la polvere e il fumo che entrano


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nei polmoni e le urla che ne prorompono, va ricercata la chiave che riesce, meglio di qualsiasi altra, a farci comprendere le ragioni di Beppe Chelli uomo e ora quelle della sua scrittura. Alle sapide ricostruzioni di vita quotidiana e alla descrizione divertita dei personaggi che di quel passato remotissimo erano i modesti protagonisti, si potrebbe mischiare un pungolo di rabbia e, se vogliamo di risentimento o di rancore, contro il destino che ti fa trovare proprio in quel momento in quel preciso luogo dove viene a terminare il suo volo mortale quel dannato proiettile di cannone, contro chi ha esploso quel colpo, contro quelli che, dopo, hanno cercato di barare, di imbrogliare le carte e di accreditare una verità strumentale. E proprio qui avviene il miracolo, se così si può chiamare, qui si realizza e si manifesta lo scarto che porta la vita a farsi scrittura, testimonianza che nulla dura in eterno, che il tempo passa e cambia tutto – ma che non passa invano. Nei racconti della trilogia di guerra, Beppe, uomo maturo seppure scrittore in erba, ci fa capire che il tempo, col suo veloce inseguirci, può essere lasciato fruttare per raggiungere da vivi le sorgenti del Lete e di Mnemosine, in pace con se stessi e con gli altri, ringraziando chi di dovere di ciò che si è avuto modo di vivere e di sperimentare. Il vuoto che una morte – tanto più una morte in mezzo a una strage – lascia nella mente e nel cuore di un bambino che la morte l’ha vista in faccia, non bastano dieci esistenze a colmarlo. È però possibile acquietare la rabbia e il rancore in una dimensione che, se non fa diminuire il dolore, riesce a fare che questa pena profonda si manifesti in modo asciutto, senza lacrime; che da fantasma essa sia trasformata in compagna, in un tesoro inestimabile che arricchisce e nobilita; insomma, a dare la certezza che non sono più gli eventi a governare la nostra vita e che siamo finalmente ritornati padroni delle nostre emozioni e dei moti del nostro cuore. Il sentimento che lega Beppe alla memoria di quei giorni e ai suoi personaggi è pari solo alla leggerezza (una via di mezzo tra l’affetto e l’ironia) con cui sa rievocarli. Ci vuole poco a fare che il legame emotivo degeneri in sentimentalismo o, al contrario, tiri alla burletta, tanto per


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strappare un sorriso di complicità; o che il tornare indietro con la memoria generi il trompe-l’oeil della nostalgia, il rimpianto per qualcosa che comunque non può essere riguadagnato. Se traspare un filo di controllata nostalgia (i francesi lo chiamano, non a torto, le mal du pays) è nel confronto tra quel mondo scomparso, tra quel paese che non esiste più, e il degrado dei nostri giorni. Ed è proprio la considerazione di questo degrado a mettere in moto il meccanismo e a richiamare nel discorso ciò che fino a quel punto ne era rimasto fuori. Le storie minime o la grande Storia riempiono le pagine, una dopo l’altra, di scrittura sapida e divertita, attenta e concentrata, talvolta commossa, ma sempre diretta alla narrazione, senza decorazioni né orpelli, per i quali non c’era posto nel mondo contadino qui rievocato. Una freschezza espressiva raggiunta con una miscela equilibrata di italiano parlato, di innesti vernacoli e di quella lingua sanminiatese “bassa” che si parlava sulle lastre dell’antico borgo e nelle campagne prima che il basic televisivo diventasse l’espressione ufficiale del popolo italiano. A chi quell’epoca ha vissuto, nel leggere i dialoghi o gli interventi in prima persona dell’Io narrante, sembra di riudire la propria voce di quegli anni, e di avere ancora sotto gli occhi quel piccolo mondo in cui tutti si conoscevano e la miseria era quasi per ognuno il teatro in cui recitare senza vergogna il proprio ruolo, con la fame sempre in agguato a far capolino dietro l’angolo, cucù, sorpresa! Cose d’altri tempi. Tutto cambia, e anche noi siamo cambiati. Scusateci se siamo vecchi. Anche se non saremmo disposti a tornare indietro, quello era il mondo in cui siamo nati e cresciuti, ce lo portiamo sempre con noi, con la speranza che qualcosa non ci conduca davvero a doverlo rimpiangere. Considerando il risultato, viene da chiedersi perché Beppe abbia aspettato così tanto tempo a prendere la penna e a darci la sua opera prima. ** Quando Beppe Chelli, dopo avermi fatto leggere i suoi racconti, mi


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chiese se ero disposto a fargli qualche schizzo per le illustrazioni, ho aderito volentieri alla sua richiesta. Mi premeva dare un contributo che riuscisse a convivere con la leggerezza delle sue parole. Così ho scartato l’idea delle illustrazioni vere e proprie e mi sono risolto a disegnare, oltre alla copertina, delle vignette per capolettera che riportassero l’impaginazione alla elegante sobrietà dei libri quando i libri si componevano a mano con i caratteri di piombo. Dato l’argomento, ho pensato a un omaggio a quei geniali illustratori che furono, nella prima metà del secolo scorso, Duilio Cambellotti, il cantore delle campagna e della maremma laziale, e Pietro Parigi, il nostro Pietrino, che con le sue incisioni per il Dramma Popolare ha scandito buona parte della nostra giovinezza. Dalle loro opere ho tratto gli spunti e talvolta gli elementi grafici che mi hanno permesso di realizzare le mie operine. Ringrazio Beppe per avermene dato l’opportunità.

Rossano Nistri 22 Settembre 2012


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F

aceva fatica, il sole, a uscire dalla coltre di nebbia che dal fiume saliva ondeggiando verso la collina, ma il nonno sapeva che da lì a poco sarebbe sbucato fuori asciugando le pampane della vigna, senza bruciarle. Sventolandosi col cappello di paglia logoro di sudore e di verderame, aspettava il sole appoggiato al grosso albero di noce che suo padre aveva piantato il 4 novembre del ‘18 per il suo ritorno dalla guerra. Controllava così che la vigna, piantata sapientemente a est per prendere il primo sole, non avesse la malattia che nelle giornate nebbiose d’estate arriva improvvisa a rovinare il raccolto. Era soddisfatto, seguiva sempre per filo e per segno tutto quello che suo padre gli aveva insegnato, dopo il ritorno dall’Amba Alagi. Una sapienza racchiusa tra due punte di cipresso maschio che il bisnonno aveva piantato nel punto esatto dove nasce il sole il 21 di dicembre e il 21 di giugno. Dentro quel pezzo d’orizzonte c’era tutto: il tempo della semina, della sarchiatura, della potatura e legatura della vigna, della mietitura e della vendemmia: tutto quello che il Sesto Caio Baccelli raccomandava ai contadini e che i Lepri, invece, da generazioni si tramandavano, guardando a quel tratto d’orizzonte segnato da punte di piante, da comignoli, da angoli di casolari, da creste di collina, dentro cui il sole da sempre nasceva. Sperava segretamente in cuor suo che il nipotino seguisse la tradizione di famiglia e quando poteva se lo portava dietro insegnandogli a riconoscere le erbe buone da mangiare, gli animali nocivi e quelli utili


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alla campagna, ma soprattutto a riconoscere dai segni all’orizzonte quello che c’era da fare, dove iniziava o finiva un mese, una stagione, un lavoro. Spesso era il bambino a chiedere al nonno la spiegazione di certi fenomeni: “Cos’è quel cerchio colorato nel cielo?” chiedeva il nipotino vendendo l’arcobaleno. “Perché gli alberi ventano? Cos’è quel fuoco che corre?” Il vecchio rispondeva impacciato se il bambino non si accontentava del nome e voleva saperne di più. Era troppo curioso quel marmocchio: né lui, né gli uomini di casa prima di lui si erano fatte tante domande. Da decenni a tutte le domande si davano le risposte guardando il sole in quel pezzo dell’orizzonte!... E con un certo disappunto diceva al figlio: “Quel tuo figliolo è troppo curioso per restare al podere, appena sarà tempo lascerà La Selva e chi sa mai quale sarà il suo destino”. La Selva era il nome che i vecchi proprietari avevano dato al podere di mezza collina, per via di quel boschetto di faggi, cipressi e alloro che ricopriva tutta la fiancata sinistra del fabbricato compresa la capanna del fieno e la porcilaia. Era stato il babbo del bisnonno a comprare il podere, di ritorno dalla spedizione dei Mille con quei talleri (come li chiamava lui) che aveva guadagnato a combattere per l’unità d’Italia. Il nonno era davvero preoccupato che il destino portasse via dal podere quel bimbo biondo dagli occhi celesti come quelli della madre e si sfogava con il padre che lasciava alla moglie di vezzeggiarlo invece di portarselo nei campi. “E poi che ragione c’è di mandarlo a scuola!... Tutti i Lepri non hanno mai saputo leggere né scrivere” diceva il vecchio. “E la fortuna l’hanno fatto con la zappa e la vanga, non con il lapis”. E da questo punto di vista non c’era nulla da dire: il podere dei Lepri rendeva bene in frumento, in bestiame, in vino e olio e non mancava neppure di un bel gruzzoletto al Credito Agrario. Spesso i capoccia di altri poderi si rivolgevano a lui per un aiuto in natura o in denaro e il nonno mai si tirava indietro e lo faceva con generosa magnanimità, sempre attento a farsi mettere nero su bianco allo scrittoio di Don Ve-


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nanzio. Quanto grande era per il vecchio il pensiero di quel figliolo, tanta era la soddisfazione del padre nel vederlo crescere pieno di curiosità, voglia di studio e poca passione per i campi. Con la moglie, a sera, s’immaginava con trepida impazienza l’avvenire del figlio e a lei che lo metteva in guardia dal nonno rispondeva che primo o poi anche lui avrebbe accettato che un Lepri non finisse i suoi giorni alla Selva. Era proprio difficile per il vecchio immaginare un futuro per il nipote fuori dal podere: per lui la pendola del tempo era sempre oscillata tra quelle due punte di cipresso, al di là delle quali era peggio che andar di notte per il brotalupi. Il ragazzo, intanto, cresceva bene: vigoroso, sano, alto, robusto come un fusto di querce e quando a fine settimana tornava alla Selva dal collegio, al vecchio gli si inumidivano gli occhi più che alla madre, e tutta la famiglia lo accoglieva con affetto e impazienza. Fu una sera d’estate, di quelle che il cielo è pulito e le stelle brulicano fitte e luminose, che il nipote portò il nonno sul portico da dove i Lepri guardavano il loro orizzonte. “Voglio volare” disse secco il ragazzo. Poi, guardando il vecchio impaurito, continuò: “Vedi nonno quella stella lassù, lontana dal cipresso, che brilla più delle altre: è la stella polare. Per secoli ha guidato i naviganti a andare per il mondo e a tornare a casa e lo fa ancora, ma quasi nessuno la segue più. A indicare il nord ci sono tanti strumenti e carte nautiche, ma se è necessario lei è sempre là, puntuale a dare sicurezza a chi viaggia per terra e per mare”. Ci fu un silenzio lungo come la fame. Nessuno dei due se la sentiva di rompere quella complice intimità che segretamente li univa in un affetto smisurato: nel sogno meraviglioso per l’uno, nello smarrimento per l’altro. Per quella sera non ci furono altre parole, ma il nonno, che sprovveduto proprio non era, aveva compreso bene che cosa avesse voluto dire il nipote. Il vecchio ormai s’era fatto una ragione: quel “suo” ragazzo (ora la chiamava così) avrebbe avuto l’avvenire fuori dalla Selva; ma


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che proprio avesse scelto di volare lo riempiva di paura e trepidazione, lui che non aveva mai levato i piedi da terra. “Di tutti i mestieri che ci sono” diceva a suo figlio “ proprio quello doveva fare, io mi meraviglio di te che l’hai lasciato fare!”. “Non è un mestiere, babbo, quella gl’è passione e alla passione ‘un si comanda ! S’è innamorato del volo! E che voli allora…”. E il ragazzo volò! Il nonno non fece a tempo a vederlo. Morì per la Candelora, pochi mesi dopo che il nipote era entrato all’Accademia, nell’anno del grande freddo e della grande nevicata. Sul podere rimasero ancora per diversi anni, la mamma il babbo, lo zio e la cugina che avevano preso in casa tanti anni fa, alla morte di parto della madre, allevandola come una figlia. Carlo, questo era il nome dell’allievo pilota, tornava alla Selva ogni estate e nei periodi liberi dagli studi e dagli addestramenti, ed era sempre una festa e una gioia per tutti. Ma i tempi allora mutavano in fretta: le fabbriche richiamavano dai campi sempre più manodopera e la terra rendeva poco rispetto ai guadagni della fabbrica. Quel succedersi lento e monotono della vita contadina scandita per secoli dal ritmo dei lavori stagionali, dalle feste paesane, dalle rare occasioni di svago era travolta dal suono delle sirene delle fabbriche, dal rumore dei camion, dal rombo degli aerei. Anche i coniugi Lepri, dopo che la nipote s’era sposata e lo zio era andato a lavorare nella cementeria, furono costretti a lasciare la terra vendendola per far posto alla costruzione di case, villette e opifici artigianali. In mezzo a tutte le nuove costruzioni rimase la vecchia casa abbandonata e i due cipressi di cui i genitori di Carlo non vollero mai disfarsi. E fu un bene! Il giovane pilota, comandante di vettori intercontinentali, non aveva dimenticato il tempo sereno e felice trascorso alla Selva, l’amore e la passione del nonno per la terra; e di dover ora abbandonare quella casa ai rovi e al degrado proprio non se la sentiva. A volte ci tornava con la


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famiglia, proponendosi prima o poi di farne “la casa di campagna”. Lo fece nell’anno del disastro delle Torre Gemelle, quando oramai per via dell’età non volava più. Passava molto tempo alla Selva, spesso da solo, a studiare, progettare, costruire aerei da modellismo. E allora, affacciandosi di tanto in tanto al portico a stento intravedeva le punte dei suoi cipressi sommersi da tetti e parabole. Quel tratto d’orizzonte che era stata la stella polare dei Lepri non c’era più! Su un marmo fece scrivere “…commorandi enim natura deversorium non habitandi dedit”, e lo fece murare all’ingresso della casa ben ristrutturata e mantenuta intatta nella sua agreste bellezza e semplicità. Poi aggiunse di sotto al marmo: “nulla per sempre” Catone. Di quelli che conoscevano i Lepri, nessuno ricordava chi di loro si fosse chiamato così.


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QUANDO TAGLIARONO LE CATALPE SUL PRATO DEL DUOMO

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ulla vexata quaestio della proprietà del Prato del Duomo non voglio mettere becco e salto a pie’ pari all’anno 1950. “Qui c’è mio”, dice il Comune. “No!” rispondono dal Capitolo della Cattedrale. “Figurati! I Canonici ci avevano gli orti che lavoravano come passatempo…”. “Che fate i tonti? La sanno tutti di quella volta che il canonico Baldanzi, stufo di magiare “fasolini” (per via della lisca ), andò a desinare dalle suore che confessava. L’aveva raccontato lui stesso all’amico Giuntini, quella volta che lo rinvitò a pranzo a casa sua. Non si stancava mai di invitarlo, ma quello cercava di scansare, perché era risaputo che i pranzi del Baldanzi fossero di sette minestre per via dell’Ida, la perpetua, che aveva problemi con i “convorvoli” intestinali. “Sette minestre, un corno”, raccontò a tutti i canonici il Giuntini in sacrestia quel pomeriggio prima d’entrare in coro per il vespro! Sette portate, una diversa dall’altra e nessuna minestra: pollo, piccione, conigliolo fritto, uccellini alla cacciatora, papero in umido e due belle pastasciutte, al cinghiale e alla lepre.” Tra una curiosità e l’altra, in attesa che il Luglioli smettesse di suonare la campana di coro, il fortunato commensale che s’era pappato un pranzo da festaioli, raccontò al sacro collegio la storia dei fasolini, pari pari come gliel’aveva detta poc’anzi il Baldanzi, imitandolo nella voce: “Era una settimana che Ida mi faceva mangiare i fasolini dell’orto del


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Duomo, tutti i giorni. A vederli di nuovo, in tavola, già sgambati, decisi di andare dalle suore. Fasolini, fasolini… anch’oggi fasolini,…. Non ci sono, vado a desinare dalle suore, così m’avvantaggio con le confessioni” dissi a Ida. Ma che ti trovo? Fasolini anche lì!” Le risate finirono sull’ultimo rintocco del campanino, non appena il decano intonò il Miserere nostri, Domine, miserere nostri. Questa digressione ci voleva per documentare da dove traggano il diritto di proprietà la parte canonicale e quella comunale. Di questa si sa: gli viene dal catasto leopoldino, seppure che il foglio di mappa abbia perso la particella, a forza di sfogliarla; dell’altra, è ovvio, viene dai fasolini! Va da sé che la digressione è pari alla storicizzazione dei fatti: il Luglioli e i fasolini c’entrano come il cavolo a merenda: eppure, il cavolo a merenda se lo mangiarono davvero, come i fasolini! Il Prato del Duomo era davvero un bellissimo prato vivibile, da goderselo in tutti i sensi, nell’anno di grazia 1950. Era stato sistemato alla fine dell’Ottocento, più o meno negli stessi anni in cui si era dato una nuova veste al piazzale delle rose, ai giardini rustici, al viale di Sant’Andrea, alla piazza Vittorio Emanuele, a quella di Santa Caterina e alle zone sportive di Fonte alle Fate e di Santa Maria a Fortino. Grandi tigli, messi a filari, squadravano la piazza in bei prati attraversati da vialetti inghiaiati, chiusi da siepi e abbelliti da aiuole e da panchine di ferro che consentivano sosta e riposo. Non c’era bisogno di cartelli “ Vietato Calpestare”: il rispetto, l’ambiente lo esigeva da solo. Il gioco delle palline o dei tappini, la trottola, il cerchio erano i passatempi che i ragazzi inventavano dopo la scuola, a gruppi, in tutti gli spazi liberi, anche sul Prato del Duomo. Sul Prato del Duomo : non sul prato! Per tenere a freno i figlioli, i genitori, anch’oggi, richiamano il “bubbo”, che, nell’ immaginario infantile, prefigura paura, pericolo, abbandono… Per tutti i ragazzi il bubbo era Virginio Zucchelli, vigile urbano di casa in via Umberto I°, di fianco al vicolo di Gargozzi. La guardia vigilava il Prato come fosse l’orto di casa sua; bastava lo sborniassero da lontano, che i ragazzi raccattavano le “cappe” e via, a gambe levate!


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Nei pomeriggi, sul prato, era tutto un svolazzare di tonache: i preti dopo il coro si trattenevano a conversare a capannello, sulle panchine, a passeggiare per i vialetti. Mai ti poteva capitare di vedere due dei canonici più anziani parlottare fra loro. Si diceva che fossero il cane e il gatto: non andavano d’accordo su nulla. Uno, piuttosto burlettone, il canonico “M.”, si prendeva gioco dell’altro, duro d’orecchio, cosa che gli creava problemi quando nel Capitolo si doveva votare e lui non aveva afferrato bene i contorni del discorso. Per non sbagliare, teneva d’occhio “l’avversario” e infilava nel bussolotto il fagiolo di colore diverso: ”Lui bianco, io nero; lui nero, io bianco”. A chi s’era accorto dello strattagemma, diceva: “ A votare col fagiolo diverso, non sbaglio mai”. Potrei svelare i nomi, se non fosse che di uno di loro resistono lontani parenti. Ma la storiella è vera, e non finisce qui. Ed eccoci finalmente all’estate del 1950. L’Istituto del Dramma Popolare, diretto da don Giancarlo Ruggini, quell’anno scelse di mettere in scena l’opera di Jacques Copeau Il Poverello, affidando la regia a Orazio Costa e la realizzazione delle scenografie a Valeria Costa e Carlo Santonocito. Questi immaginarono, sullo sfondo nero della notte stellata, un ciclopico palco a piani sovrapposti e comunicanti per grandi scale, ove, senza altri accessori scenici, si sarebbero animate la storia e la leggenda francescane. Il prato del duomo, che negli anni precedenti, con la facciata della cattedrale e la fuga laterale del Vescovado, era stato la scena naturale del teatro sanminiatese, non permetteva l’ambientazione richiesta dagli scenografi. Il posto adatto più adatto sarebbe stato il prato della rocca e si pensò seriamente di rappresentare lo spettacolo proprio lassù. L’idea però non ebbe seguito, perché alle difficoltà oggettive – sul prato della rocca allora si arrivava solo arrancando per un viottolo erto e sassoso si erano aggiunte quelle ambientali: il cassero del castello mostrava ancora aperta e sanguinante la ferita inflittagli il 23 luglio 1944 quando la torre di Federico fu fatta saltare in aria, seminando di macerie tutta la collina. Il prato del duomo poteva andare benissimo, purché si facesse ruotare


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la scena di 180°, rinunciando allo sfondo della Cattedrale e mettendo alle spalle del palcoscenico, ingoiata dal buio della notte, la valle sconfinata nella quale palpitavano rare e lontane luci indecifrabili: ma la porzione di terreno su cui doveva ergersi la scenografia era occupata da grandi tigli, da palme verdeggianti e da rigogliose catalpe. Non c’era altro da fare: rinunziare al Poverello o buttar giù tutta quell’esuberanza vegetale! E poi quello era terreno del Capitolo: il Baldanzi per anni ci aveva fatto i fasolini per Ida, e perciò il Comune non poteva né dare pareri né vantare diritti. Soltanto il Capitolo dei Canonici della Cattedrale di San Genesio Martire e di Santa Maria in Sala poteva autorizzare l’abbattimento. Lo chiese formalmente il direttore dell’ IDP, don Ruggini, con un’appassionata lettera in cui spiegava come il teatro dello spirito si collocasse prepotentemente nella rinascita spirituale e morale della società postbellica e in particolare quanto quest’opera di Copeau fosse una preghiera corale, impregnata di amore e di fede. Precisava come, al di sopra del valore puramente estetico, Il Poverello rappresentasse un alto messaggio di umiltà umana e un estremo incitamento ad aver fiducia nell’amore di Dio. Don Ruggini concludeva la sua lettera pressappoco in questi termini: Il Poverello, qui è la povertà in persona, una povertà di carne che si fa ricca di spirito nel contatto con gli uomini. Il Capitolo si divise tra falchi e colombe: i canonici più giovani furono propensi per il “taglio del bosco”; i vecchi, meno; i decani, affatto. Di riunioni ne facevano anche tre al giorno, ma il quorum non saltava fuori per nessuna delle ipotesi. Non troppo meravigliati i Canonici notavano che un loro confratello non si presentava alle riunioni. Anzi, girava voce che qualche suo “amico” avrebbe dovuto scoprire il colore d’un fagiolo. Quando parve che fosse stato sbirciato con assoluta sicurezza il colore del fagiolo, anche l’assente fu presente. Per raggiungere il quorum e farla finita, don Ruggini si impegnò personalmente, assicurando che al termine della festa avrebbe fatto ripiantare alberi adulti e rimettere a posto tutto come prima.


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Come andarono le cose è sotto gli occhi di tutti, ma per un voto! Il canonico ”M.”, sicuro che l’altro avrebbe buttato nel bussolotto un fagiolo di colore diverso dal suo, provocando un pari e patta, all’atto della votazione, attento a non farsene accorgere, cambiò fagiolo. “Voglio vedere a chi tira ora, che i frasconi non ce l’ha più”, pare abbia detto al termine dello scrutinio il canonico “M.”, convito com’era (ma solo lui) che il confratello, appassionato cacciatore, usasse quei tigli come richiamo per i frusoni. Lo spettacolo ebbe un successo enorme, richiamò a San Miniato migliaia di spettatori incantati e commossi nella notte fredda e piovosa della prima. Le repliche andarono oltre il programma. Dino Carlesi su Il Gallo di Genova del 25 settembre scriveva: ”Stanotte gli uomini hanno ingannato le stelle. Le ho viste tremolare più intensamente sull’alba, incerte se prendere la via del cielo o quella della terra: Orazio Costa le aveva confuse.” Confusi rimasero anche i canonici quando, smontato il palco, apparve loro in un solo colpo d’occhio il palcoscenico disadorno della piazza, fronteggiato non da composita e frusciante vegetazione, ma dalla robusta pietra della facciata della chiesa, dai palazzi e dalle torri circostanti. Nulla era fastoso, tutto apparve suggestivo. Il Valdarno, non più inghiottito dalla notte, verdeggiava perdendosi a ridosso dei monti, a salirli su, a tratti, fino al bianco del Cimone. Di ripiantare gli alberi non venne a mente più a nessuno. Da allora non fu più Prato, divenne Piazza: oggi è uno spazio colpevolmente degradato da coloro che vi abitano e lo usano.


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22 luglio

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l fronte era vicino, non c'era più tempo da perdere, così la gente s'era rintanata nei rifugi di tufo e negli scantinati delle case-torri; molti avevano trovato ricovero nei conventi della città. La mia famiglia aveva scelto il convento di San Francesco che si trovava proprio a due passi da casa. Al convento si presentò la mattina presto del 22 luglio un prete, mandato dal Vescovo, per dirci che dovevamo andare tutti sul prato della chiesa di Santa Maria in Sala, perché così aveva ordinato il Comando militare d'occupazione. Ci fu un subbuglio generale; poi chi fuggì giù per la valle di Calvano, chi scappò sulle colline del Tufo, chi verso Scacciapuce, e tanti, i più, s'incamminarono verso il prato del duomo. Anche noi fra quelli. La giornata era bellissima: il canto delle cicale e il profumo della campagna in pieno rigoglio si mischiavano al vociare lamentoso e irritato degli sfollati che, carichi di pacchi, stoviglie e valigie, sembravano un popolo in migrazione. In alto volteggiava lenta la cicogna militare. Arrivammo sul prato del duomo che l'ordine era quello di entrare in chiesa e lì sulla porta stavano i militari armati che non facevano uscire più nessuno appena varcata la soglia. Solo a qualche prete di tanto in tanto era permesso di uscire a prendere l'acqua da un pozzo vicino. La chiesa era quasi piena. In cima al lato destro dell'altare maggiore, nella cappella del Santissimo, c'era ancora del vuoto. Decidemmo di si-


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stemarci lì mettendo le panche in modo da stare tutti di fronte gli uni con gli altri. A me, che ero il più piccolo, toccò lo scalino d'una finta porta a ridosso del pilastro. Preghiere e lamenti, preoccupazioni e paura, tanta paura, occupavano il tempo d'una attesa incerta, nel silenzio, insolito, del cannone. Un tramestio confuso si diffuse improvviso tra gli sfollati all'arrivo del Vescovo che dall'alto del pulpito invitò a pregare e a sperare, ché il momento era veramente grave per tutti. Il cannone, intanto, aveva ricominciato, a farsi sentire prima lontano, poi vicino e gli scoppi, non sempre preceduti dal sibilo, indicavano che i proiettili cadevano sempre più in prossimità della chiesa. La paura, ora, era terrore nelle facce e nei gesti istintivi di protezione che la gente faceva a ogni scoppio. Carlo per dar coraggio alla mamma disse scherzando: "Non vedi ? Stanno tirando alla carovana, là sotto i tigli" Uno schianto violento coprì quelle parole. Un fascio di sole pieno di polvere e fumo rischiarava panche e sedie rovesciate, corpi esanimi e mutilati, pozzanghere di sangue, sparse ovunque. Lamenti, grida, pianti, invocazioni d'aiuto coprivano il chiasso delle persone in fuga, ma non coprirono l'urlo di mia madre quando vide fra tanti il figlio morente. Aiutata dai familiari mia madre portò il figlio nella casa del Proposto. Adagiato su d'una brandina, Carlo muoveva lentamente gli occhi, dietro le palpebre chiuse, annunziando il segno della morte, mentre la madre lo accarezzava piano in ginocchio, lo supplicava, lo chiamava, lo baciava teneramente. Una macchia rossa, sotto di lui, andava allargandosi piano, piano. Con l'ultimo batuffolo di olio santo lo zio prete fece appena in tempo a ungergli la fronte. Poi niente si mosse più.


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il priore

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tava seduto dall'altra parte del tavolo, il Priore, nella stanza che fu la Casa del Fascio, con i patrioti di spalle e l'inquisitore di fronte, con la pezzuola rossa al collo. "Allora ci dica…" disse duro l'inquisitore dopo un'attesa lunga, di silenzio. Il Priore si guardò intorno alla ricerca d'un segno di non ostilità o di un volto conosciuto, ma vide solo impassibili facce di giovani arroganti. Si inumidì le labbra e con voce ferma rispose: "Sono venuto via la sera del 17, lunedì, e non ci sono più tornato. Lasciai la canonica e la chiesa solidamente chiuse dal di dentro, uscendo poi dalla casa del contadino…." Con Gigi, il capoccia, fece insieme, quella sera, un tratto di strada dopo che anche lui aveva chiuso finestre e porte della sua casa, ed era uscito dalla botola della stalla. Parlarono poco per la via. Il cannone che rumoreggiava dietro la collina preannunziava quello che sarebbe avvenuto lungo la linea dell'Arno. Gigi si fermò nella casa dei parenti vicino alla strada cilindrata, il Priore continuò verso la città, su in collina, dopo una stretta di mano lunga e silenziosa. La campagna biondeggiava di messe matura, di file di covoni lasciati a insaporire i chicchi sullo stelo, di barche di grano pronte per l'aia. Mezzi militari e armi pesanti scorrazzavano lungo la cilindrata, per il resto non si vedeva anima viva!


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Il Priore prese a salire, lentamente. Dentro di sé sentiva un gran vuoto, una strana calma come di rassegnazione, di quiete psicologica, di voglia di pensieri lontani. E ricordò: si vide disteso sul pavimento della chiesa a ricevere l'Ordine sacerdotale; si vide giovane prete in giro da una parrocchia all'altra a far esperienza pastorale; provò, nel rimbombo del cannone vicino, lo stesso brivido di quella volta che sul Carso una scheggia di cannonata lo colpì a un tacco della scarpa mentre era sull'ingresso del rifugio del Comando di Reggimento. Si vide reduce e deluso, poi affascinato proselite dell'idea fascista che manifestò con convinzione nei suoi vent'anni di parroco, di insegnante, di giornalista. D'un soffio percorse con struggente nostalgia il tempo passato nel paese che stava lasciando, pensò di essere stato fortunato e si sentì bene. “Fiat voluntas Tua. Dominus dedit, Dominus abstulit. Nomen Domini benedictum". Fu il pensiero che spontaneamente gli salì dal cuore mentre imboccava l'ultima rampa della salita di Giannetto. Arrivò in città che era già l'ora del coprifuoco. Raggiunse la famiglia nel convento dove da giorni era sfollata e andò nella cella che il Padre Guardiano gli aveva lasciato. I giorni a seguire furono di attesa e di preoccupazione per il fronte che si avvicinava; di disperazione per la distruzione di case e palazzi della città. Fino a quel sabato quando gli sfollati del convento vennero fatti andare nella Chiesa di Santa Maria in Sala e lì una cinquantina di loro ci morirono per un obice da 105 entrato nel braccio meridionale del transetto, durante il cannoneggiamento della città. Anche il nipote del Priore ci morì. Poi arrivarono gli Alleati e i patrioti e tutto cambiò. …Alla fine, il patriota con la pezzuola rossa disse sprezzante: "La diffido di allontanarsi dal convento senza il permesso del Comitato. Può andare". Di ritorno nella sua cella sentì un bisogno lacerante di sfogare il dolore di quei giorni. Non trovò di meglio d'una agendina del 1942 la-


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sciata per caso, chi sa da chi, nel cassetto dell'inginocchiatoio. E scrisse: “L'altro ieri ho portato mia sorella a vedere la sepoltura del figlio. Lo hanno sepolto con la cassa trovata con tanto sudore nel giardino del Palazzo Del Campana. Poi sono tornato in chiesa ma, quanto orrore ancora: gambe diverte dal tronco, corpi stremati e sangue, sangue su tutto il presbiterio”. Due giorni dopo scrisse di nuovo: “Quando recito l'uffizio, celebro la Messa, quando mi sdraio sul materasso per dormire, specialmente in questi momenti mi sale dall'anima il volto sereno e tranquillo di Carlo morente. Allora non ne posso più. Scrivo queste parole nel coro del convento, solo, mentre lontano o vicino tuona lacerante il cannone”. Non passarono tre giorni che nel pomeriggio di martedì tre patrioti si presentarono di nuovo al convento e portarono il Priore al Comitato di Liberazione che aveva la sua sede nel palazzo Ceccherelli, in piazza dell'Impero. A sera, tardi, scrisse: “Oggi ho avuto un altro lungo colloquio con il Comitato e pare che prendano consistenza le voci sparse dal partigiano Rigoletto che io sia stato con i tedeschi nella canonica, in questi giorni. Ho ribadito quanto detto nel primo incontro, cioè che dal 17 non ci sono stato più. Al termine mi è stata notificata una lettera del Comitato di liberazione a firma del Prof. Baglioni e del Maggiore Salvadori con la quale si chiede il mio allontanamento dalla parrocchia”. Con quella lettera, il giorno dopo, il Priore si presentò dal Vicario vescovile che già era a conoscenza di tutto e questi gli propose di andare temporaneamente in un'altra parrocchia, lontano, ai confini della diocesi. Temette di essere lasciato solo e annotò: “Il Card Maffi all'inizio del fascismo quando Don Cascioni si voleva allontanato da Buti fece stare la parrocchia senza parroco finché non fu richiamato Don Cascioni. Ma i miei superiori avranno la stoffa del Card. Maffi?”. Non passarono neppure due giorni che, affacciatosi per caso dalla fi-


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nestra del convento, quella domenica d'agosto, vide che il campanile della sua chiesa non c'era più. “A mezzogiorno l'ho visto, l'ho visto ancora dalla finestra” si sfogò, quella sera, sul diario. “Il parroco di Pagnana mi ha detto che dalla sua camera si vedeva ancora alle ore 16. Dino, Aurelio e l'Antonini che hanno visto il cannoneggiamento mi hanno detto che l'artiglieria alleata ci ha lanciato oltre cento cannonate finché non s'è abbattuto sotto i colpi, il campanile. Figurarsi il disastro! Il finimondo! La distruzione materiale da una parte e la rovina morale dall'altra!” Il giorno dopo prima di scendere nella cappella per dire messa aveva scritto: “Stanotte non ho chiuso occhio e quando ho avuto momenti di assopimento l'incubo della chiesa, della casa, del campanile devastati e il volto di Carlo morente mi pesava fino a soffocarmi. Si non potest hic calice transire nisi bibam illum, fiat voluntas tua. Al paese che per vent'anni l'aveva avuto Priore non tornò mai più, nemmeno a prendere quel poco che s'era salvato. Ci pensò la sorella. Con lei partì, ai primi freddi d'autunno, per la Pieve di San Pietro e Paolo, su, in vetta alla collina, tra il verde degli olivi e l' odor dei mandorli. Appena quattr'anni dopo, il Pievano, morì. .


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il chiodo della verita’

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on passava giorno che don Enrico non si trastullasse sul piazzale di Santa Maria in Sala a raccattare chiodi. Ce n’erano in abbondanza per via delle rappresentazioni teatrali che si allestivano lì nel periodo estivo. Gli operai, quando smontavano il palco, li buttavano per terra, non badavano a raccattarli, e così Don Enrico razzolava col suo bastone tra il cecino scovandoli anche vecchi di anni, arrugginiti e storti. Ma non si curava di come fossero: mica li cercava per usarli, era una scusa per far vista di far qualcosa in attesa che capitasse qualcuno per attaccar bottone. E prima o poi qualcuno capitava sempre. Se era forestiero, la prendeva larga prima di raccontargli come era avvenuto l’eccidio nella chiesa lì accanto. Domandava da dove venisse, che lavoro facesse, la ragione della visita e poi di botto “Lo sa che lì (e indicava la chiesa) sono morte più di cinquanta persone per una cannonata americana?” E giù tutta la storia! Se il sequestrato (perché una volta catturata la preda, don Enrico non la mollava finché non gli aveva sciorinato tutto!) era digiuno dell’evento, facilmente riusciva a raccontare senza troppe interruzioni, ma, se dio ne guardi era uno che sapeva e per giunta comunista o di razza affine, scoppiava una mezza guerra. Tutti i suoi concittadini conoscevano Don Enrico come un tipo bizzarro, ironico, sarcastico e di buona vena polemica, ma, in realtà, lo apprezzavano e rispettavano per essere stato, di molti, l’insegnante, per


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tanti anni, all’Avviamento. Qualcuno a volte si divertiva a punzecchiarlo per sollecitare la sua reazione, sempre tra lo spassoso ed il sarcastico, però se lo si contrastava sulla sua tesi sull’eccidio non badava neppure a onorare la veste che portava e ti riempiva di epiteti che, simpaticamente, non si sa da dove li prendesse. A tutti, credenti o agnostici, raccontava la sua storia: “….Alzatomi alle 7 aprii il portone del Duomo ove dormivo insieme ad altri per la paura di un volo in Gargozzi, se la mia casa fosse stata minata. Il Vescovo, dalla porta dell’episcopio, mi chiama e mi dice che un ufficiale tedesco vuole che si avvisino tutti i cittadini di trovarsi sul prato o in piazza dell’Impero. La voce corse in un attimo e da lì a poco tutto il prato fu pieno; quando d’un tratto viene dato l’ordine di entrare in duomo. Mi ricordai solo allora di aver lasciato la mia famiglia ed altri nel sottosuolo del Tribunale ove da giorni erano sfollati. Non trovai nessuno. Erano fuggiti verso la campagna decisi a raggiungere Corazzano ed avvicinarsi agli alleati. Decisi di unirmi a loro, ma giunto alla seconda collina, mi fermai presso il contadino Taddei, in quel poggetto che chiamano il Tufo. Da là contemplavo la lunga distesa di San Miniato, con al centro il fianco destro della Cattedrale. Verso le 10 da sud-ovest, sulla linea tra Montebicchieri e Montopoli, dove seppi stazionava il 337° battaglione di artiglieria da campo americano, si scatena un bombardamento che dopo aver colpito le pendici della collina della città, alzando il tiro, giunse al Seminario, poi al Vescovado, sul tetto della sacrestia del Duomo, al Miravalle (e faceva vedere i segni ancora ben evidenti), nel campanile presso la prima e seconda campana, vede là dove il muro è stato ripreso. Molti tiri nel poggio della rocca ed uno di questi dentro la finestra, lato ovest della Cappella del Santissimo Sacramento, quella appunto che ha causato la strage di 55 persone e centinaia di feriti. Io le vidi, in gran parte, esplodere stando nel vuoto fra l’una e l’altra casetta del Tufo. Vidi, trepidando, il polverone di quelle abbattutesi sul Duomo. Alcuni giorni dopo mi recai su luogo del disastro e tra il raccapricciante spettacolo che mi si presentò vidi alla finestrella destra della Cappella del Santis-


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simo pendere, infilato nella tenda strefolata, uno dei ferri a forma di elisse, sradicato dalla finestra, con i vetri infranti ed oscillante al vento, lungo la parete. A metà della parete opposta e anche nel bassorilievo in marmo che rappresenta la Madonna Annunziata, una falla a forma irregolare. Discesi i tre scalini della cappella: vidi lo sfacelo del balaustro del presbiterio, il pavimento e la colonna che nella sua metà appariva strinata e magagnata dal basso verso l’alto. Il pavimento sottostante ed anche quello del presbiterio erano forati da scheggiature vistose ed anche piccole. Era facile la ricostruzione dell’accaduto: il proietto infilatosi nella finestra e urtando il ferro, aveva percosso nel bassorilievo della Madonna, sgusciando poi ad angolo ottuso e con una traiettoria normale, era esploso alla fine della sua corsa, producendo il disastro”. Era tanto convinto della sua tesi, don Enrico, che nella grande camera da letto di casa sua, nel palazzo degli Stipendiari, da cui si gode la bellezza di un paesaggio meraviglioso, aveva costruito un marchingegno di fili e frecce che riproducevano esattamente traiettorie e angolature di quello che secondo lui era stato il percorso del proiettile all’interno della Chiesa. A chi gli era simpatico lo faceva vedere e ne dava spiegazioni dettagliate, ma se gli davi contro e sollevavi obiezioni del tipo: come fosse possibile quell’intricata dinamica, ti cacciava di casa con un saluto particolare: “ Sei un bischero”. Per lui che aveva visto colpo dopo colpo tutto il cannoneggiamento americano era impossibile accettare qualsiasi diversa responsabilità specialmente se gli dicevi che era stata una mina tedesca collocata precedentemente in chiesa. Da vari giorni dormiva dentro la cattedrale con la famiglia Rondoni e con molta altra gente e la storia della mina gli suonava come correità con chi l’avrebbe messa precedentemente. Ma don Enrico non si limitava a raccontare l’eccidio a chi gli capitava a tiro, lo scriveva sui giornali con lo stesso stile pungente con cui affrontava a viso aperto i suoi interlocutori. Fu nel decennale, quando gli Amministratori decisero di collocare una


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lapide sulla facciata del palazzo comunale a ricordo dell’evento, che il prete si scagliò contro i sostenitori dell’eccidio perpetrato dai Tedeschi, scrivendo un dettagliato resoconto di quello che aveva visto e imbastendo una serrata polemica con i cocciuti e gli interessati a sostenere il falso. Al Sindaco, che gli era stato compagno di banco in seminario e che non volle ascoltare altre ragioni diverse dalla conclusione d’una frettolosa e incongrua inchiesta firmata 10 anni prima dal giudice Giannattasio, nella quale si attribuiva l’eccidio a un proiettile sparato dai tedeschi dalle rive dell’Arno , disse testualmente: “Oggi avremo, dunque, un fatuo trionfo di una grossa menzogna!”. “No!” rispose il Sindaco “Devi dire che è una di quelle questioni che non si decide, che non si può decidere”. “Tu, invece, l’hai decisa” rispose don Enrico “E l’hai decisa in modo perentorio, e la decisione l’hai scolpita nel marmo, anzi l’hai compilata nel bronzo. Io non esigevo che tu la decidessi nel senso della mia tesi. Potevi deciderla in modo che la lapide commemorasse i morti e maledicesse la guerra, ma non in modo unilaterale”. Aveva ragione don Enrico, la lapide non lascia dubbi, comincia così: “Questa lapide ricorda nei secoli il gelido eccidio perpetrato dai tedeschi, il 22 luglio 1944, di sessanta vittime, inermi, vecchi, innocenti, perfidamente sollecitati a riparare nella cattedrale per rendere più rapido e più superbo il misfatto…”. Il danno che ha provocato questa lapide nel tessuto sociale e nelle coscienze libere dura tutt’ora nonostante che agli albori del terzo millennio sia stata riconosciuta la responsabilità americana di quell’eccidio e la lapide stessa sia stata affiancata da un'altra che ne corregge il contenuto (1). “Io difendo la verità dei fatti” sosteneva don Enrico a chi lo accusava di difendere i tedeschi e il suo Vescovo, coinvolto anch’esso nella corresponsabilità dell’eccidio, da una opinione diffamatoria appositamente sollecitata e sostenuta per ragioni politiche. Purtroppo don Enrico non ebbe la soddisfazione di assistere al rico-


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noscimento che tutto quello che aveva visto, intuito e raccontato era la Verità. Morì nell’agosto del 1989, una manciata di anni prima che storici, ricercatori, documenti d’archivio, perizie balistiche e sentenze giudiziarie (2) affermassero con assoluta sicurezza che l’eccidio del duomo era stato causato da un proiettile sparato dal 337° battaglione campale americano posizionato tra Bucciano e Montopoli, tra le 10 e le 10,30 del 22 luglio 1944. Il proiettile penetrato dalla finestra della Cappella del Santissimo, dopo aver sbattuto nel bassorilievo comacino dell’Annunciazione, era andato a esplodere all’altezza della semicolonna dell’ultimo pilastro della navata destra. Tutto esattamente come don Enrico aveva intuito e ricostruito nel labirinto della sua camera. Difficile dire se questo finale sarebbe stato di completa soddisfazione per don Enrico, se nel frattempo avesse scoperto che i partigiani sostavano nel poggetto di Scacciapuce (3), più prossimo alla città di quello dov’egli si trovava, e che gli stessi inviarono agli americani una segnalazione che riprodotta testualmente chiude questo racconto, che altro non vuol essere che un omaggio a quella Verità che il canonico Enrico Giannoni cercò e difese sempre: “Message from Lookout 2 : Partisan report That yesterday someone shooting in the vicinity of San Miniato hit a Church and killer 30 Italians and wounded about a 100. Wounded are in hospital at 4699/5998, Not be fired upon.Town of S.Miniato in Heavily mined and booby-trapped”.


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NOTE (1) Alla prima lapide, dettata da Luigi Russo e collocata sulla facciata del Comune in occasione del decimo anniversario dell’eccidio furono tolte dall’Autorità tutoria (Prefettura) queste parole: “… attilesca – lo straniero di ogni parte sia sempre tenuto lontano dalle belle contrade rifiutando ogni lusinga o d’aiuto o d’impero”. La seconda lapide, dettata da Oscar Luigi Scalfaro in occasione del LXVI anniversario, inizia così: “Sono passati più di 60 anni dallo spaventoso eccidio del 22 luglio 1944 attribuito ai Tedeschi. La ricerca storica ha accertato invece che la responsabilità di quell’eccidio è delle forze alleate. La Verità deve essere rispettata e accettata sempre”. (2) Documentazione: - Paolo Paoletti, 1944 San Miniato-Tutta la verità sulla strage, Milano, Mursia, 2000. - Claudio Biscarini e Luciano Lastraioli, La Prova, San Miniato, FM Edizioni, 2001. - Pier Luigi Ballini, Giovanni Contini, Carlo Gentile, Sheyla Moroni e Carlo Paggi, L’eccidio del duomo di San Miniato. La Memoria e la Ricerca Storica (1944 - 2004), San Miniato, Bongi, 2004. - Tribunale Militare de la Spezia, Marco del Paolis, Decreto di archiviazione n.262/96 del 20 aprile 2002. (3) Il testo del messaggio in inglese da diario di guerra 88° Div.V Armata USA: “21 luglio ore 18,10, “1810 Hrs – 337th F.A : Our arty not to fire at house 468591 (Scacciapuce) which is our Partisian’s headquarters” è riportato in Biscarini Lastraioli, La Prova, cit., p. 8.

Il corsivo e il virgolettato nel testo sono parti originali di scritti del canonico Enrico Giannoni.


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storia semiseria di una antica citta’ toscana

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lcuni anni fa (gli esagerati li chiamano secoli) da queste parti passava l’autostrada Roma-Parigi, pomposamente detta Francigena, e alla stazione di servizio Willari–San Genesio si fermavano proprio tutti: per un riposino, una ribotta, un vinsantino, ma anche per parlare di politica, d’affari e per portare avanti delle belle litigate. Ci capitarono anche una quindicina di signorotti lucchesi, appassionati di caccia (per questo li chiamavano i Longobardi), i quali avevano sentito dire che lì vicino c’era un posto detto Quarto, tutto boschi e cinghiali. Gli garbò, tanto che decisero di murarci due stanze per ricordare un loro caro amico armeno, un certo Miniato, a cui, i pagani, a Firenze, avevano tagliato la testa perché parlava male del governo. Ma la cosa strana fu che lui non si chetò, raccattò la testa, se la mise sotto braccio e attraversò l’Arno dalle parti del Mugnone. Proprio sotto il Monte alle Croci. Cose strane, tipo andare in giro con la testa sottobraccio, capitavano a Quarto; e tira oggi e tira domani finirono per cambiargli nome, a Quarto. Castrum Sancti Miniati parve a tutti il nome giusto da dare a quelle seisette casette che erano state costruite vicino al podere dei lucchesi. Anzi alle due stanze ci fecero delle varianti; pagarono l’urbanizzazione, gli oneri per uso diverso e ci tirarono fuori una chiesetta intitolata al loro amico Miniato, che d’accordo col vescovo di Lucca vollero Santo, e per non far questioni regalarono tutto al vescovo: chiesetta e podere. A quei giorni (i Romani erano andati al mare sul Bosforo) era tutto un via vai di turisti stranieri con certi macchinoni da trecento e più cavalli, e


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dal Willari (come dicevano gli Unni) o dal Dionisio (come dicevano i Galli) ci capitavano sempre e la facevano da padroni! Soprattutto erano i Galli e gli Unni a scorrazzare da queste parti, e in particolare su una collina che era lì a due passi. Il primo che arrivava pretendeva che l’altro non mettesse piede nel posto che s’era trovato, e per impedirlo, a turno, facevano grosse case, torri, alte muraglie che poi chiudevano con possenti portoni chiodati. Tanto fecero che ne venne fuori, lassù in alto, un paesotto fortificato che nella loro lingua chiamarono Miniatense Oppidum. Ai Germani piaceva assai l’Oppidum, e appena il Grande Gallo, che non sapeva leggere né scrivere, ma cervello n’aveva da vendere, lasciò perdere il Sacro Romano Impero, ci vollero provare loro. Così un certo Ottone di Sassonia (Oddo per gli amici) decise di farci dei lavori di fortificazione e di dare casa al suo fattore, ché pensasse a riscuotergli i livelli da quei signorotti che abitavano nelle campagne vicine. Ogni martedì, giorno di mercato, i signorotti di Cumoli, di Montebicchieri, di Cojano, si davano appuntamento alla locanda del Genovini per andare assieme a San Miniato (ora si chiamava così). Dai oggi e dai domani, finì che la gente del posto cominciò a dire: “Sono arrivati quelli dei livelli che vanno a San Miniato dal Tedesco“. C’è però chi la racconta in altro modo! I signorotti di più basso lignaggio, si fa per dire, quelli che non erano ammessi alla casa del fattore, andavano spifferando che i loro confinanti salivano a San Miniato a fare delle ribotte con tutti i signori del castro e gli invitati importanti. Si sarebbero seduti attorno al desco, nel triclinio del Miravalle, e giù uno dopo l’altro facevano fuori ogni ben di dio. “Siamo stati all’ Alto Desco” dicevano di ritorno agli amici meno titolati, che crepavano d’invidia. Fatto sta che chi diceva dal tedesco chi alto desco, da lì in poi San Miniato lo dicevano così. Come in tutte le buone famiglie che si rispettano, anche in Germania, appena Oddo morì, i parenti da parte della nonna Sveva convinsero gli eredi sassoni a lasciar perdere, che all’Impero ci avrebbero pensato loro; che i Sassoni si occupassero piuttosto della Baviera, era un bel posto e non dava grattacapi come l’Impero. Nel mentre che in Germania litigavano per l’eredità, quelli di San Miniato, al Tedesco o Alto Desco che sia, da tempo l’ave-


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vano presa a morte con i Sangenesini. A ripetizione gli bruciavano tutto, persino la Chiesa di San Dionisio. Non gli andava giù che i Sangenesini, anche se protetti dai Lucchesi, contassero più di loro. A San Miniato c’erano cose che al Vico Willari manco se le sognavano: in rocca, il castello di Oddo; più sotto, la torre dove più tardi il Canonico Galli giurava che ci fosse nata la signora Matilde; c’era una bella pieve che pomposamente chiamavano di Santa Maria in Sala, mura alte e potenti, e la porta toppariorum che per chiuderla non bastavano 20 braccia. Ma avessero litigato solo con quelli del basso, i sanminiatesi, poco male, lo fanno ancora! Litigavano a morte gli uni con gli altri, come nel ‘48 comunisti e democristiani, solo che si chiamavano ghibellini e guelfi. I primi la tenevano per l’imperatore gli altri per il papa. Ma, questi mai d’accordo tra di loro, facevano le correnti: bianchi e neri, proprio come i democristiani di qualche anno dopo. E le litigate le facevano di brutto: per lo più davano fuoco alle case degli avversari e lo scrivevano anche sul muro chi era stato “Qui fu il palagio distrutto dal furor di parte di messere Barone de’ Mangiadori...” e in questo caso “la parte” furiosa era quella dei Ciccioni con dietro tutti i guelfi del posto. Le litigate più feroci le facevano quando l’Imperatore era in giro per l’Italia e ad aizzarle erano i fiorentini. L’Imperatore Federico, poco più che un ragazzo, nato per caso a Jesi, aveva interessi in tante parti d’Italia, in Puglia, ad esempio. In Sicilia, addirittura, ci aveva preso moglie. E per far star buoni i focosi sanminiatesi gli aveva concesso un sacco di privilegi a scapito dei Willari di San Genesio, che ormai non contavano più nulla. Gli aveva fatto fare le case con le torri, come quella che per sé s’era costruito in rocca; chiudeva le orecchie se il Comune faceva la voce grossa con quelli di Castelfalfi, di Camporena, di Vignale, di Tonda; lasciava che le sette contrade e i terzieri se la vedessero tra loro s’è c’era da protestare per una porta lasciata aperta o per un vicolo carbonaro non sfalciato, come è oggi. I Sanminiatesi tenevano troppo alla loro libertà ed indipendenza, Federico lo sapeva e chiudeva anche un occhio. E nel suo palazzo, accanto a quello dove fino a qualche decennio fa abitava Seccavigne, ospitava


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tanta gente importante del tempo: papi, letterati, imperatori, artisti che restavano a bocca aperta ad ammirare le bellezze di quel colle e del paesaggio che da cima di rocca sconfinava per 20 miglia in ogni direzione. Quando l’Imperatore tornava per il tartufo e il suo giusdicente gli diceva che qualche testa calda se l’era fatta con i fiorentini del papa, andava su tutte le furie. Una volta, incazzatissimo, fece tagliare tutti i torrazzi delle case, senza badare di chi fossero. Lasciò solo i tre della sua magione, con gran soddisfazione di quelli di San Gimignano. Essere tradito, specie dagli amici, gli faceva perdere il lume degli occhi, anzi della ragione, come quella volta che gli dissero che il suo più fedele amico e consigliere l’aveva gabbato. Non sentì scuse, Federico, e il povero Delle Vigne finì carcerato nella torre in vetta alla rocca, sfracellandosi, per la vergogna, la testa contro il muro dopo aver scritto un biglietto di scuse: “L’animo mio, per disdegnoso gusto Credendo col morir fuggir disdegno Ingiusto fece me contra me giusto“. Erano davvero brutti tempi: la violenza, la sopraffazione, la vendetta, il tradimento facevano tremare “le vene dei polsi” come scrivevano i giornali dell’epoca. Lo sapeva bene un giovane di Assisi che non si risparmiava per andare ovunque a raccomandare “Pax et bonum“. Con sé aveva un gruppetto di amici con cui via via discuteva, perché Francesco voleva stare in piena povertà, e gli amici, invece, più concretamente, se raccapezzavano qualche regaluccio lo prendevano volentieri, come la mezza montagna nel Casentino o il vecchio oratorio longobardo dedicato a San Miniato che gli regalò il Comune. Ci pensò il nobile frate Bonincontro Bonincontri a tirarne fuori un convento che anno dopo anno n’è venuto fuori un ostello a tre stelle, esent’ ICI! Alla morte di Federico, il figlio Manfredi dovette penare le sette camicie per tener testa al papa che più del regno di Dio si occupava del suo, cioè di quello della chiesa. Era un vizietto che, a quei tempi, i papi ereditavano insieme alla tiara e che ancora non se lo sono levato di dosso. Quelli della Fiorentina lo sapevano benissimo! Loro erano sempre in subbuglio, a seconda di quale arbitro fosse designato a fischiare la partita Guelfi–Ghi-


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bellini. Chi perdeva, non c’era scampo, doveva andarsene da Firenze, come diceva uno stornello popolare: “Tu proverai sì come sa di sale Lo pane altrui, e come è duro calle Lo scendere e ‘l salir per l’altrui scale. E gli umori di Firenze si ripercuotevano senza sconti qui da noi. ”La Dominante“ non perdeva occasione per allungare le mani su San Miniato. Le faceva troppo gola questa terra fortificata. Averla dalla sua parte significava avvicinarsi a Pisa; avere un alleato per tenere a bada Siena che stravedeva per gli imperatori; avvertire Lucca di non darsi troppo da fare a costruire nel Valdarno castelli fortificati. A cavar le castagne dal fuoco erano i poveri castellani che dovevano sobbarcarsi tutte le pene del mondo per il gran casino che combinavano i Ciccioni, i Malpigli, i Mangiadori, gli Orlandini, gli Scornigiani, i Lucardesi, i Traini, i Rustici, i Bottecci e i Giglioli, consorterie in prevalenza ghibelline, assieme ai conti di Collegalli che esercitavano una dominazione quasi signorile e tale da situarsi al di là delle possibilità di controllo delle magistrature del Comune. Allevato alla scuola d’armi del padre (che da zappatore divenne, per merito di Boldrino da Panigale, intrepido cavaliere ) ci sarebbe da mettere in conto anche Francesco Sforza, certamente nato il 23 luglio 1401, figlio di Iacopo Muzio Attendolo Sforza, mentre soggiornava da queste parti. Eppure c’è chi sostiene che Francesco fosse un mezzo bastardo! Sembra che il padre frequentasse a San Miniato una escort di classe, certa Lucia Terziani che esercitava per la via di Cigoli. Siccome Francesco divenne Gonfaloniere della Chiesa, Marchese di Ancona ma soprattutto genero di Filippo Maria Visconti, duca di Milano, per abbuiare tutto, il Comune, che teneva a questo illustre concittadino, decise di intitolargli la strada dove si diceva fosse nato. E anch’oggi, chi dalle Colline s’avvia verso Cigoli, fa la via Francesco Sforza! Ma le vicende nostrane erano legate oltre che all’influenza di Firenze anche all’andamento delle vicende internazionali (si direbbe oggi) come la discesa in Italia dei vari imperatori che accendevano e spegnevano le speranze ora guelfe ora ghibelline. Persino la presenza degli ordini reli-


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giosi poteva giocare mutamenti significativi negli orientamenti politici. L’arrivo dei frati domenicani cacciati dalla Sicilia perché renitenti a sottomettersi al Bavaro e l’istituzione del convento della SS Annunziata furono determinanti per lo spostamento di molte famiglie eminenti della società sanminatese verso le posizioni guelfe fiorentine. Ma ancora il vecchio ceto nobiliare la teneva per l’imperatore ed era in grado di difendere il castello dagli assalti e dagli assedi fiorentini. Soltanto le spaccature interne tra i nobili che reggevano il Comune risultarono determinanti perché San Miniato cadesse in mano fiorentina. La vicenda però si racconta spesso diversamente e in maniera più folkloristica. Si dice che un certo Lupariello e i suoi compagni di ventura smurassero una porta a secco nei pressi di San Biagio, in una sezione abbandonata delle mura, e riuscissero così a entrare in San Miniato. Per tre giorni assalitori e difensori se le dettero di santa ragione sul prato del duomo, che allora era bello verde e senza macchine in sosta. Non contenti, Lupariello e i suoi, dettero fuoco alle case di ser Giovanni Naldino, di Amerigo Pallaleoni e alle residenze dei figli di messer Ridolfo Ciccioni, per finirla in ruberie di ogni genere. Per usare una volta tanto parole serie, lo storico Rondoni conclude il racconto della vicenda in questi termini: “Così finiva quel Comune, già covo degli Imperiali, per la superbia dei magnati e per mano dei popolari guelfi di Firenze, i quali ripurgata da quelle discordie nobilesche la propria città, ne smorbavano anche le terre del contado, e nella nostra estirpavano anche un propugnacolo dei tedeschi in Toscana”. Macchè Al Tedesco o Alto Desco: da qui in avanti, San Miniato Fiorentino. Fiaccati dalle guerre e da carestie varie, gli abitanti di San Miniato furono costretti a subire l’esosa fiscalità fiorentina. Per accaparrarsi tutto il controllo, i Fiorentini presero possesso dell’insediamento in tutti i punti fortificati, mettendoci a capo gente di fiducia (i sei di San Miniato); fecero la commissione per la revisione degli statuti castrensi; vararono la riforma della giustizia affidando il tribunale a un giudice nominato dal governo per bilanciare il potere del potestà (a volte si dice!); fecero la riforma del lavoro per ridisegnare i contorni della società sanminiatese da cui sareb-


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bero usciti gli homines novi. Per vararla ci volle un po’ di tempo per via delle proteste dei no-global ghibellini che non intendevano darla vinta a quelli del papa. Una volta ce la fecero a ributtarli fuori e a riprendersi il Comune. Però gli Empolesi, fiorentini sfegatati, dissero ai guelfi: ”Ci si pensa noi a riprendere San Miniato: dobbiamo fargliela pagare a quelli, son sempre a dir male del ciuco che vola in piazza dei Leoni per il Corpus Domini!” A San Miniato, agli zucconi gli dicevano: “Studiar con impegno per essere uomini, o volar a Empoli per il Corpus Domini “. Un certo Neri di Ponsano sparse voce che gli Empolesi avessero assolto l’impegno di notte, con un branco di capre con dei candelotti legati alle corna: ma ci credette solo lui! Uomini come i Mangiadori, che avevano combattuto a Campaldino, o dei Malpigli, o dei Ciccioni, focosi e facinorosi, figurati se si facevano infinocchiare da un branco di capre! E i candelotti, come stavano accessi ? Erano mica flambeaux! Scherzi a parte, la vita dentro quelle sette contrade che si guardavano in cagnesco era dura davvero, e dovette persino intervenire la Provvidenza, mandandogli un Crocifisso miracoloso per vedere di calmare gli animi. “Erano tempi di guerra feroce Il fratello svenava il fratello…” cantavano i Bianchi (per via della cappa), portando di parrocchia in parrocchia l’Immagine del Crocifisso. E non è una battuta! Ma alla fine i fiorentini riuscirono a riprendersi San Miniato e a consolidare la propria dominazione quando entrò in vigore quella “riforma del lavoro” che fece la fortuna di numerosi nuovi ricchi, entrati in amicizia stretta con la parte guelfa fiorentina ai tempi delle lotte guelfe-ghibelline. Roffia, Gucci, Rimbotti, Bonaparte, Grifoni, Salamoni, Ansaldi, stirpi che avevano fatto i quattrini con l’usura, con il notariato, col commercio e con i poderi che avevano nel contado sanminiatese, divennero la classe dirigente del comune. Con loro cambiò anche l’assetto urbanistico: non più case-fortilizi, ma eleganti palazzi rinascimentali come quelli di Firenze e grandi ville color ocra seminascoste da lunghe file di cipressi, in campagna.


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In questo cambiamento un ruolo importante lo giocò la Chiesa, che tramite le famiglie emergenti dette origine a una struttura canonicale l’appartenenza alla quale costituiva un elemento di nobilitazione del ceto dirigente. Le prime famiglie che capirono l’importanza dell’istituzione dei canonicati furono i Ruffelli, i Mercati, i Monachelli, seguiti poi da tutte le altre: i Roffia, i Grifoni, gli Stefani, i Borromei, i Bonaparte. I Gucci, che stavano alla Selva dove avevano un terreno a carpine bianco per gli zoccoli che davano a fare al Quadrifoglio, preferivano invece “giocare in borsa” per l’ OPA delle cariche comunali piuttosto che per i canonicati! “È meglio avere uno di famiglia in Comune, che in Chiesa” diceva il vecchio Giacinto (ed era proprio una borsa quella da dove venivano estratte le famiglie nobili che dovevano governare). La dipendenza della chiesa locale dal Vescovo di Lucca convinse la Curia Romana a concedere via via autonomie e privilegi sempre maggiori al Capitolo e lo potenziò al punto da condizionare sensibilmente la vita civile del comune. In definitiva il Capitolo era divenuto appannaggio delle famiglie nobili che, forti della dominazione fiorentina, si erano ritagliate gradi spazi nella gestione del potere. Di conseguenza le casate ebbero anche il controllo dei vari ordini religiosi di stanza a San Miniato: Domenicani, Francescani, Umiliati, Agostiniani nonché delle fondazioni femminili. Verrebbe la voglia di saltare qualche anno e andare direttamente ai giorni in cui San Miniato riprese fiato e da “terra” divenne città. Infatti nonostante fosse stata sede del vicario imperiale e “semenzaio di uomini illustri” (che se la tirano tutt’ora, non avendo i moderni niente di meglio da mostrare), gli altri quando parlavano di noi dicevano “terra di San Miniato” e non Città di San Miniato. Un paio di cose però in questo salto di anni successero e vale la pena di accennarle: una carestia da far paura e la peste che portarono sul colle quel branco di lanzichenecchi che avevano fatto il campeggio in Valicandoli. Aveva voglia il Comandante a dire: “Sul mio regno non tramonta il sole”. Appena qui faceva buio e scattava il coprifuoco, dai vicoli carbonari uscivano gli operai del comune con i sacchi


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del grano che i barrocciai portavano all’ammasso a Firenze, che là morivano di fame per l’assedio. Per la peste l’unico rimedio fu raccomandarsi a Dio! Lo fecero, promettendo al SS. Crocifisso che quelli salvi avrebbero costruito un grandioso santuario! Ci volle del bello e del buono a convincere papa Ludovisi, Gregorio XV, a istituire a San Miniato una nuova diocesi. La spuntò la Governatrice del Vicariato, una mezza austriaca, vedova, ma che a Firenze comandava lei con una sua parente, per via che l’erede del Granducato era un ragazzotto troppo giovane. Però Maria Maddalena d’Austria non lo fece solo per amore del suo Governatorato, gli interessava dare una lezione a quelli di Lucca che avevano fatto la repubblica per conto loro e da queste parti comandavano a bacchetta. Quando poi a Gregorio gli dissero che una monaca, sia pur badessa della Gattaiola, faceva da vescovo andando in giro col baldacchino e col pastorale e che metteva bocca in tante faccende delicate, come dare o negare le assoluzioni, firmare il nulla-osta per fare il prete o nominare i penitenzieri, dall’oggi al domani firmò il decreto legge (cioè la Bolla), creò la Diocesi, e San Miniato divenne di diritto Città. L’istituzione della Diocesi, parlando ora seriamente, segnò l’avvio di un cambiamento straordinario per San Miniato. “Il soglio episcopale consentì ad uomini di levatura intellettuale di affermarsi mettendo piede in quella “civitas” che altrimenti rischiava di diventare a tutti gli effetti un territorio di provincia più che marginale, soffocata com’era dalle salde ma asfittiche logiche di gestione del potere manovrate dalle solite poche famiglie eminenti” (…) “Non possiamo se non concordare con quella interpretazione storica che vide nell’episcopato sanminiatese l’unico elemento di vitalità e, se così si può dire, di civilizzazione della città in epoca moderna” (F. Cardini). Persone eccezionali, quei vescovi! Carlo Cortigiani, acquistando le casette degli artigiani dette origine all’attuale cubatura del seminario e creò la fondazione dello Spedale degli Infermi; Giovanni Maria Poggi, che volle sciogliere il voto fatto in occasione della peste edificando il santuario del Ss. Crocifisso e rivoluzionando l’assetto urbanistico di Castelvecchio; il suo successore, Andrea Cattani, portò a termine i lavori del santuario e


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pagò i grossi debiti ereditati; Suares della Concha fu il primo restauratore della cattedrale, e a lui seguirono Brunone e Pietro Fazzi, che dovettero affrontare le delicate vicende napoleoniche e le ire dei giacobini. Un discorso a parte meriterebbe Torello Pierazzi, sanminiatese, spirito indipendente che seppe tenere un coraggioso e dignitoso contegno di collaborazione con il potere. A lui si devono la fondazione della Cassa di Risparmio e l’Accademia degli Euteleti; a sue spese completò il pavimento in marmo del Santuario del Crocifisso e promosse la sistemazione della grandiosa scalinata. Con l’unità d’Italia venne meno, a poco a poco, il peso e l’influenza dell’episcopato: il sistema, minimamente democratizzato, dette ai cittadini una parvenza di responsabilità nella gestione della cosa pubblica. Potremmo finirla qui: a continuare si rischia di cadere nei soliti luoghi comuni che si tramandano da padre in figlio: “Ai tempi del Podestà? Allora sì che San Miniato era tenuta bene. Lo chiamavano il “Viale delle Rose” quello schifo di piazzale! Sul prato del duomo potevi andare con i figlioli, lasciarli liberi e goderti il fresco in santa pace su quelle belle panchine! Ora ci sono più pericoli che sull’autostrada! E il polverone? Che non lo vede nessuno? Nemmeno quelli del Miravalle, che ai tempi del so’ Vittorio era pieno di fiorentini in villeggiatura. Delle strade non ne parliamo: se non guardi dove metti i piedi ti trovi al pronto soccorso ogni volta che vuoi arrivare in piazza. Non c’è più nulla: ora chiude anche il Gozzini! Se hai bisogno d’una bulletta vai a comprartela a Empoli… E dire, era pieno di botteghe, di artigiani, di commercianti: c’era pure la fabbrica dei nastri del so’ Silvio Pontanari! E che mercati sul piazzale! il Pisa, Ciampalino, il Dannato e anche Burchio scaricavano e caricavano ceste di ogni ben di dio, e se avevi voglia d’un bel papero andavi il martedì in piazza de’ polli. Non parliamo delle processioni: a quella del Corpus Domini venivano tutte le Compagnie del dintorno con gli stendardi, il Comune con il Gonfalone e i canonici in cappa magna. Alle finestre c’erano i tesini e la strada era tutta fiorita. Le “geremie” sarebbero tante: lo sanno bene quelli del Decoro Urbano! Forse non tutti sanno quello che invece scrisse il Cancelliere Talinucci: “Nel descrivere la città formale di San Miniato è necessario, prima d’ogni


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altra cosa, esaminare seriamente il carattere de’ samminiatesi. Questi certamente sono poveri. E due sole famiglie notabili, Roffia e Morali, sono le più ricche non assolutamente ma comparativamente alle altre”. Il Cancelliere, dopo una sviolinata sull’aria buona che si respira, sui comodi che la città presenta per la vicinanza alle “metropoli” e per le opportunità di studio che offre, non ha peli sulla lingua e di botto dice: “…Essi (cioè noi – o meglio: i nostri bisavoli) sono ignoranti, poco ingegnosi, molto inerti, e poco sobri nel bere e nel mangiare. Questa inerzia fa sì che gli artieri del poco lavoro che fanno si facciano ben pagare e l’ozio e l’ignoranza in cui vivono i samminiatesi produce la maldicenza e quantunque siano assai pochi, e che apparentemente non vi sia divisione d’animo fra loro, nonostante uno dice male dell’altro e l’invidia è un seme che molto produce in questa città. I samminiatesi parlano, parlano molto, meditano spesso dei ricorsi contro i ministri ma ridotti all’atto si pentono e non tirano avanti le loro idee. Il costume peraltro non è cattivo. Sono affabili e cordiali ma la cordialità è senza conseguenze perché consiste in parole. Sono rarissime le risse, più rari i furti e si può dormire con sicurezza tranquilla”. Cosa strana che nessuno gli abbia risposto per le rime a questo signore di Barga. Si vede che i giornali non se ne occuparono, sennò sentivi che gli avrebbero detto! Lo dissero, invece, a un certo Prof. Averardo Genovesi quando gli venne l’idea di scrivere un sonetto durante una cena in casa del nobile cavaliere Pazzi. Peggio per lui se dimenticò il foglietto nel cappotto e il sarto, a cui il cappotto era stato portato per alcuni aggiustamenti, lo fece leggere a tutti: ”Fu da una tedesca mammalucca Dichiarata città questa bicocca. Che ha per insegna una sfasciata rocca Per protettore un santo senza zucca Cittadina boriosa e sciocca Lustrissimi spiantati per la bocca; Popol che nulla fa, tutto pilucca (…). Fu presa dalle capre in guisa strana La notte, se non sbaglio, di Befana.”


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Calzolai, gente di buona famiglia, lettere anonime, cappuccini e persino Pier Silvio (di Pisa, però) gliene dissero di tutti i colori: “Per compassione di gente mammalucca Fu Parigi per te questa bicocca… Ben dici, è ver, fu gente senza zucca Quando ti diè rifugio in questa rocca E diè del pane all’affamata bocca… Per boria tu portasti la parrucca Che tutta ti copria la testa sciocca, e blaterando ti s’apria la bocca come quando il villan l’uva pilucca. O sconsacrata lingua mamalucca Che eguagli S. Miniato a una bicocca, Leggi le glorie dell’antica Rocca E ti vergogna s’hai del sale in zucca…” Ci volle del bello e del buono e tutta la pazienza di Ercole Parolfi, amico del Genovesi e stimato dottore, per fare pace tra le parti. Lo fece con un sonetto che alla fine diceva così: “ Si consegni all’oblio la guerra strana E, stratti nell’amor di San Giovanni, Permutatevi i doni per Befana.” I Sanminiatesi, di schiatta originale, sono gente strana, anch’oggi ! Se c’è da dire male di San Miniato lo fanno, e lo fanno volentieri: però ci vogliono pensare da soli!


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LA FESTA DELLA BATTITTURA

Le messi biondeggiano, in lontananza si ode il canto dei contadini”. Lo scrisse, una mattina di giugno, il professore d’italiano sulla lavagna, per i ragazzi della terza media. Era il tema per gli esami di licenza. L’ampia aula al terzo piano di un vecchio palazzo con grandi vetrate, su in paese, permetteva di spaziare con lo sguardo sulla campagna ricca di ulivi, di frutti, di filari di vigne a perdita d’occhio. Di grano neppure un filo! Giù, in basso il grano biondeggiava davvero: ricopriva mezza vallata, quella stretta all’inizio, che poi s’apriva in lungo e largo. Campi a non finire, tutti biondeggianti con vistose macchie rosse di papaveri. Dalla grande finestra dell’aula, aperta per un refolo di marino, niente messi e niente canti. Strilli, si!... Solo strilli: strilli lunghi, vicini o smorzati dal vento come il fischio d’un treno in corsa. Non uno: dieci, cento, mille treni impazziti a rincorrersi in un groviglio di binari. Erano le rondini, indaffarate a far scorta di cibo! A capofitto verso la valle, s’incrociavano in veloci volteggi; poi risalivano, a bocca piena, verso le grondaie, e giù di nuovo ripartivano per un’altra scorpacciata, strillando a perdifiato. Gli strilli e l’orizzonte che entravano dalle vetrate non erano proprio adatti a dare una mano ai trentacinque ragazzi, impalati nei banchi. Tuttavia il loro sguardo era là, anzi di là dalle vetrate, cercando tra il verde dei colli pisani il “loro” campo di grano o le stornellate di un innamorato più forti dei gridi delle rondini.


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Non c’era via di scampo: essere bocciati, oppure immaginare il verde delle colline e gli strilli delle rondini come campi di grano e canti di contadini. Un ragazzo, ripensando a quello che il nonno gli raccontava nelle veglie d’estate di ritorno dalle lucciole (che poi di notte, sotto il bicchiere, avrebbero fatto germogliare anche un ventino), scrisse… ‹‹ Non usa più da tempo sbattere sui pancali i covoni di grano. La trebbiatura ora si fa con la “macchina del grano” infilata tra le masse, sull’aia, in piena estate. Anche i piccoli contadini, quelli che hanno grano appena per mezz’annata, si servono della trebbiatrice di qualche vicino. Il grano si porta via un sacco di tempo. Si comincia a metà luglio dell’anno prima a coltrare la terra, lasciata a riposo, perché i solleoni secchino le gramigne e arricchiscano le zolle. Dopo la vendemmia si concima spargendo il letame, pianeggiando il terreno con l’erpice tirato dai buoi. La semina avviene tra ottobre e novembre, per lo più, con la seminatrice che spesso i contadini se la prestano tra loro. Di tanto in tanto si vedono in mezzo ai campi ben pareggiati e con gli sgrondi per le piogge degli strani pagliacci: sono gli spaventapasseri che dovrebbero tener lontano gli storni che dai fili del telegrafo si tuffano a saccheggiare il seminato. “Sotto la neve, pane; sotto l’acqua, fame” ripetono i capoccia la sera a veglia al circolo, legando le speranze e i timori del raccolto agli eventi metereologici. Il chicco del grano che è attecchito durante l’inverno, ai primi del nuovo anno comincia a verdeggiare, coprendo con un manto colorato la pianura. È il momento di dare il concime! Con il corbello a tracolla pieno di vano (così chiamano il guano che sui carri merci arriva alla stazione dal Cile) i contadini risalgono i campi spargendo la polvere a larghe e copiose manate. Non tutto il grano cresce allo stesso modo, dipende dal seme: il men-


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tana, il roma, il littorio, il frassineto ognuno dà una spigatura diversa su un diverso gambo, più o meno lungo. E anche questo ha la sua importanza per la quantità di paglia che si può ricavata per il letto delle bestie e per il concime delle colture. La mietitura dura circa un mese ed è forse il lavoro più faticoso. “Di giugno, la falce in pugno” si dice! Di buon mattino, scalzi, coi larghi cappelli di paglia, o con le cocche delle pezzole a quadri legate sulla testa, gruppi di uomini e donne s’avviano verso i campi da segare a mano, con la falce e la pietra per il filo. Curvi sotto il sole fin quando non suona la campana di mezzogiorno ognuno prende un pezzo di campo e a colpi di falce taglia e ammazzetta il grano per farne dei covoni. Alla fine della giornata i covoni sono ammucchiati per permettere allo stelo e alla spiga di asciugarsi, inturgidendo i chicchi del sapore rimasto ancora nel filo della paglia. Poi le massette dei covoni vengono radunate in mezzo al campo in tre o quattro barche di massa più consistente per finire la seccatura. Raramente, ma capita, un improvviso temporale con tuoni e lampi manda a fuoco qualche barca di grano, quand’anche l’invidia di qualche vicino non aiuti i fulmini Prima del giorno fissato per la battitura viene preparata l’aia: se è ammattonata si levano le erbacce nate tra i mattoni, si ripara qualche buca e si spazzola alla meglio. Se invece è a sterro bisogna togliere la polvere e indurire il terreno. Con lo sterco delle bestie si fa una poltiglia, stesa per tutta la superficie dell’aia. Il sole, poi, s’incarica di seccarla e di rendere il terreno duro e impermeabile. Manca solo l’ultima fatica prima della trebbiatura: la massa del grano sull’aia! Generalmente le masse, a forma di nave, sono due, distanti tra loro tanto da fa entrare nel mezzo la macchina del grano. A carrate le barche vengono portate sull’aia. È questo un lavoro che dura alcuni giorni: ormai la battitura è vicina. Lo sa bene la massaia! Appena i paperi, allevati da mesi per l’occasione, si ritirano per la


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notte, lei con un grosso randello e con l’uomo di famiglia più vigoroso li prende uno a uno; gli mette il collo sotto il randello (che lei trattiene con i piedi) e ”Tira” dice all’uomo, finché sulla terra non resta che una bianca massa immobile. La sera prima del giorno della trebbiatura, arriva la macchina del grano trainata dal Landini. Viene alla fine di una giornata di lavoro in un altro podere, a piazzarsi per essere già pronta il mattino dopo. Alla gente di casa s’aggiungono i vicini in un mutuo tradizionale costume di aiutarsi quando la manodopera non è mai troppa. Frotte di ragazzi dei poderi confinanti si fanno in quattro per le incombenze che gli sono affidate appena inizia la battitura, ma anche per fare i tuffi sulla loppa ammassata vicino al pagliaio. Al primo singhiozzo del Landini, l’aia si anima: la gente in continuo viavai prende il posto assegnatogli e i polli, richiamati dall’odore del grano, arrivano di corsa becchettandosi. Prima singhiozzando, poi martellando un ritmo cadenzato sempre più svelto, il Landini mette in movimento tutti gli ingranaggi della trebbiatrice, con la sua lunga cinghia di cuoio. L’imboccatore, in vetta alla macchina, infila nell’apertura uno dopo l’altro i grossi covoni, costringendo la macchina ad arrancare e a sbuffare per lo sforzo di inghiottirli. Dalla grande bocca dentata dietro la macchina, esce la paglia a cascate più o meno abbondanti che le donne legano a fastello con il nottolo e la porgono all’antenna per essere consegnata agli uomini del pagliaio. L’antenna è un grosso palo piantato per terra a cui è ancorato un altro palo ruotante, il braccio, che si guida azionandolo dal fondo. Non tutti sono capaci di fare il pagliaio! È un lavoro difficile: bisogna equilibrare bene la paglia attorno allo stollo con graduale restringimento della circonferenza in modo che il pagliaio finisca a punta per non far filtrare l’acqua piovana, altrimenti la paglia marcisce. Capita anche che il pagliaio venga giù se il lavoro non è fatto a regola d’arte. Da più sotto alla macchina esce la loppa, raccolta nelle grandi ceste di vettrice che i ragazzi trascinano fin sotto il pagliaio, in un nuvolo di


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polvere urticante. Alle bambine è riservato il compito di dissetare la gente e le vedi correre scalze e trafelate da un punto all’altro dell’aia con bocce di acqua fresca che direttamente prendono dal pozzo a sterro, vicino casa. A metà mattinata si fa la colazione, sempre la stessa da un anno all’altro, da un podere all’altro: salame a fette, pomodori a salino e mezzone frizzante che si consuma sotto i grossi gelsi piantati ai tempi dei bachi da seta. Quando passa il capoccia con il fiasco del vinsanto è segno che la pausa è finita e che il lavoro andrà avanti fino all’ultimo covone. Il grano trebbiato esce dalla macchina sul davanti. Il fattore e il capoccia (nella mezzadria vige che un membro della famiglia eserciti le funzioni di capo a cui fanno riferimento il fattore e il padrone per la gestione del podere) meticolosamente riempiono lo staio e lo pareggiano; lo vuotano nel sacco e fanno due pile di sacchi: una per il contadino, l’altra per il padrone. È in uso valutare i poderi dalle staia o sacca di grano, o anche dai barili di vino e di olio che vengono prodotti. “La terra vale tanto, quanto l’uomo che la lavora” sentenzia ogni anno il fattore! Ma il contadino che proprio sprovveduto non è, ribatte puntualmente: “Si vede, so’ fattore, che la sta più allo scrittoio, che sulla terra!”. La stretta di mano, e se ha buttato bene, la pacca sulla spalla, mette fine alla divisione in parti uguali del raccolto e alla fatica della giornata. Ma la giornata non finisce lì! Sotto i grandi gelsi, una tavolata bianca di lino, apparecchiata con le ceramiche del Ginori, ricolme di prosciutto, salame e crostini, aspetta che la gente vi sieda attorno. L’odore della paglia non si sente più. Dalla finestra di cucina i profumi di buone pietanze riempiono la corte. Attorno al pillone, tutti si levano da dosso, con secchiate d’acqua fresca, il sudore e la polvere che pizzica. La stanchezza è tanta e si vede nei gesti, nei movimenti, nei modi lenti di fare. C’è, persino, chi per lavarsi i piedi li infila nella tinozza e con un piede si lava l’atro!


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Tutto sparisce non appena la massaia si presenta con la grande pentola di smalto rossiccio piena di minestra, bella unta, fatta con lo spicchio di petto, con i colli dei paperi e la grandinina bucata. Nessuno si perita a cavarsene due e anche tre piatti, pronto ad affrontare le battute, i sarcasmi, le allusioni, le chiacchiere di paese. Le ragazze da marito, specialmente se sono un po’ in là con gli anni, sono prese di mira, come le giovani spose, alla terza gravidanza. Tra brindisi, risate e barzellette, la ribotta va avanti, ma se dio ne guardi c’è qualche coppia senza figli, lo spasso è totale. Tutti si proferiscono a risolvere il problema; tutti sanno come e cosa fare e li per lì s’inventano stornellate a botta e risposta. A farne le spese sono i fiaschi di rosso, i tegami di papero in umido, lo spicchio di petto a salino e gli affettati serbati sotto la cenere, per l’occasione. Non di rado le ribotte di battitura sono l’occasione buona per attaccare affettuose amicizie: basta pazientare fino alla messa di mezzogiorno della domenica dopo ››. Lo rilesse un paio di volte; cambiò qualche vocabolo; mise e tolse alcune virgole; firmò; piegò il protocollo per lungo; consegnò ed uscì. Il sole sbatteva sulle larghe vetrate dello scalone giocando riflessi di giallo; le cicale, aggrappate ai rami dell’olmo, strillavano immobili la loro gaiezza. Il ragazzo d’un tratto sostò attonito, un attimo appena, sull’ultimo scalino: da fuori arrivavano chiare le strofe d’una ragazza innamorata.


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I'BBUACIRI

L

o chiamavano proprio così: " i'bbuaciri ". Era uno spillone di ferro tondo, liscio, lungo una venticinquina di centimetri, ben appuntito e con un ricciolo aperto per l'impugnatura dove s'infilavano le dita. Era l'arnese per ammazzare il maiale! Quand'era tempo, per lo più tra il Ceppo e la Befana, sentivi, sul far del giorno, stridere le povere bestie, qua e là per la campagna: dai casolari di Cariola o di Doga, del Serrotti o delle Casenove. Si cercavano le giornate fredde, meglio se secche: la carne avrebbe tirato bene il sale e non ci sarebbe stato il pericolo del cacchione. Mentre gli uomini ingannavano l'animale per farlo uscire dallo stanzino scotendogli sul grugno un secchio di granturco, la massaia preparava la caldaia con l'acqua. Era un recipiente a forma di cono rovesciato con in mezzo un forno dove s' infilavano da sotto gli stolli di granturco accesi. Nel vano l'acqua da riscaldare… Era il tempo in cui i colori dell'autunno macchiano ancora le prode dei campi che gli storni saccheggiano a saliscendi dai fili del telegrafo. Certamente un sabato perché la zia armeggiava per infilarmi le giberne dei Figli della Lupa. Di lassù, dalla finestra della nonna, vidi tutto e bene. Nell'aia due uomini legarono le gambe intrecciate della bestia tenuta a terra, di lato. Il norcino fece un segno a croce nel petto del maiale, all'altezza della zampa anteriore sinistra. D'un tratto, come da convenuto, l'uomo infilò deciso "i'bbuaciri" nell'in-


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crocio e cominciò a rovistare come se cercasse qualcosa. La bestia principiò a strillare. Strideva, strideva con violenza; tentava di liberarsi dalla presa. Niente: solo strilli, strilli, strilli fortissimi… forti… deboli… che si tramutarono in grugniti, in struffioni e sobbalzi di tutto il corpo. Poi silenzio. Il maiale distese le gambe, rilassò tutti i muscoli. Il rosso degli occhi gli si spense, e lasciò per terra gli ultimi escrementi e la sua vita. Passando da lì, per andare a scuola, girai la testa dall'altra parte, mi bastò quanto avevo già visto. Al ritorno trovai il maiale appeso nella stanza del bindolo, già sbuzzato. … Avveniva che, appena ucciso, il maiale era sgozzato e il sangue raccattato in un secchio per farne mallegato e burischio. Senza perder tempo si strinavano le setole, che erano raschiate con lame e acqua calda. Così pulito il maiale era appeso al soffitto o legato su d'una scala appoggiata al muro. Il norcino lo sbuzzava, attento a non danneggiare le budella e la vescica che sarebbero servite per gli insaccati e lo strutto. Nulla del maiale si buttava (né si butta!): con la rete dello stomaco si facevano i fegatelli macinati, col muso, il codino e gli zampotti, la soprassata. Appeso rimaneva un paio di giorni al massimo, poi lo si lavorava. Quel giorno era festa per tutti. Grandi e piccini: a sera avrebbero mangiato minestra con il brodo degli ossi, e spolpato gli ossi rifatti con le rape. Con i ciccioli (se avanzavano!) la massaia faceva la schiacciata, il giorno del pane. Alla fine rimaneva appesa, in fondo alla cucina nel punto più freddo, la bonzola del lardo per condire, per sfiammare i lividi e per ungere la vacchetta degli zoccoli, se il pezzo della sugna finiva prima dell'inverno. Tutto il resto andava sotto sale, sul lavatoio a sgrondo, nel granaio. Proprio tutto, no! La regalìa se la beccava il padrone!


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LA NONNA

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a nonna l'ho vista sempre cosÏ, seduta sul seggiolone di vimini ricoperto di guanciali variopinti nell'angolo del camerone vicino alla finestra. Da anni era inferma di gambe, a muoverla ci pensavano le sorelle, prima Giulia, e dopo la sua morte, Concetta che aveva passato la vita a Torino. Le mani, non le teneva mai ferme. Appena libere dal rosario, faceva la soletta con i ferri infilati nella canna che portava legata al grembiulone nero che dalla vita gli scendeva fino ai piedi. Quando gli chiedevano di fare calze o camiciole da due o tre capi non si rifiutava, ma la sua specialità erano le solette, di tutte le dimensioni, colori e filati, di lana, ma piÚ di cotone perchÊ non infeltriscono e non si ritirano. Le solette le faceva con una sveltezza impressionante, le appaiava, e le metteva nel paniere che teneva a lato della poltrona. Solette per tutti: per i figli e i nipoti, e a chi andava di rado a trovarla, regalava un paio di solette. "Ci vogliono, non bastano mai" diceva orgogliosa del suo malloppo. "Le scarpe di vacchetta e gli zoccoli ne consumano a iosa, si fa prima a rifarle che a rammendarle" diceva alla figlia Beppa che le ripeteva: "O mamma, di che ne fate di tutte codeste solette!" Quelle usate mica le buttava, le faceva lavare ben bene e poi con l'aiuto di sua sorella le disfaceva raggomitolando poi il filo per farne di nuove. Le piaceva farle, le solette, però non voleva cucirle alla calza, l'aveva a noia, era un lavoro che detestava e lo lasciava agli altri. Difficilmente stava sola. Il figlio voleva che ci fosse sempre qualcuno


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presente, perché da sé non poteva fare nulla. Le sorelle, anch'esse vedove e più o meno della sua età, erano in buono stato e allora il tempo lo passavano a raccontarsi i loro tempi. Dio ne guardi se una sgarrava nelle date o nei nomi: apriti celo! "O Marianna, ti sbagli con Néccole, quello della fornace che finì il patrimonio a sfilar paglia corta". Più che un passatempo era un gioco d'azzardo quello di tirar via i fili dal pagliaio scommettendo grosse somme. Vinceva chi sfilava il più lungo. "Io invece ti dicevo di Purità", continuava la sorella "ricordi Purità che stava sulle Colline accanto a Angiolino". "Ma quello era cugino di zia Suntina… ti sbagli Concetta, ti sbagli", ribatteva la nonna. Non c'era verso, quando la nonna aveva detto, era scritto. Avevi voglia di discutere, non tornava indietro, e se proprio non la spuntava, troncava corto: "Su, diciamo il rosario!". Quel poco tempo che restava sola lo passava a guardare dalla finestra l'aia di Gigi. C'era sempre un via vai da vedere, se non erano persone erano le galline di Natalina. Aveva imparato tutti i loro nascondigli e a sera se ne mancava una, di lassù chiamava Natalina e gli diceva dove s'era infilata Aspettava che salissero sull'olmo, poi le contava: "Anche per stasera sono tornate tutte" diceva alla sorella quando gli portava la minestra. Lei senza fiatare sapeva che si riferiva ai polli e senza aprir bocca gli faceva capire che aveva capito. Mica era vero che le galline erano tutte: la vista era quella che era, ma per far tornare i conti ripeteva sempre la stessa musica: "Anche per stasera sono tutte". Prima dell'otto di sera era già a letto, perché a quell'ora la sorella di turno cenava giù nella cucina al primo piano. Mettere a letto la nonna era un rito, lo stesso della mattina, ma invertito: quello che con lamenti e giaculatorie la mattina s'infilava, la sera con le stesse devozioni se lo sfilava. "Piano fai piano che mi rompi un braccio… Ohioi che stilettata a questa gamba", si lamentava la nonna. “Marianna”, diceva la sorella,


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"sei pesa, io non ce la fo se non t’aiuti". A rito finito la nonna, con un tonfo, sprofondava nel letto grande a due piazze lanciando l'ultima giaculatoria con un sospiro: "Gesù mio non vi chiedo altro, mezzogiorno e le ventiquattro". D'inverno al sospiro si aggiungeva un'esclamazione di soddisfazione per il caldo che il prete da due ore aveva lasciato nel letto. In questo modo visse quasi vent' anni. I mutamenti erano solo quelli del volgere delle stagioni che immutabili riportavano sull'aia di Gigi gli stessi avvenimenti. Le feste religiose e gli anniversari erano le sole varianti al lento lavoro dei contadini. Anche gli anni della guerra non cambiarono nulla fino al giorno in cui gli sputafoco inglesi non presero a bombardare la ferrovia e i ponti. Allora non toglieva gli occhi dalla finestra, finché non vedeva il figlio tornare di città dove ogni mattina andava in bicicletta a insegnare. Alle incursioni la casa scuoteva tutta e le giaculatorie non supplivano la paura. Così il figlio decise di trasferirla al piano di sotto, nella cameretta di Carlino. Fece appena in tempo a dare un'occhiata dalla finestra da dove si vedevano campi e null'altro. Morì, in una luminosa mattina di maggio. "Oh come immutabilmente doloroso rimarrà per i tuoi figli quell'ottavo giorno di maggio, o mamma. Finché non ti riabbracceremo in cielo!”. Fu il saluto dei figli nel trigesimo del trapasso. Appena pochi mesi dopo, quella morte parve un dono della Provvidenza, soprattutto per lei, ché gli risparmiò di vedere la distruzione materiale e morale della propria famiglia.


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CESIRA

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ulla la fermava, Cesira. Alle nove e mezza di ogni mattina di ogni giorno dell'anno arrivava sulla sua bicicletta con il borsone di cuoio che penzolava dal manubrio, carico di posta. Erano per lo più lettere o cartoline postali. Solo al Priore lasciava L'Osservatore Romano (unicuique suum) e di rado qualche catalogo di oggetti sacri. D'inverno, avvolta nella mantella cerata, ricopriva tutta la bicicletta, compresa la borsa. D'estate, svolazzava col sottanone nero e con le cocche della pezzola legate sulla testa. Gli occhiali scuri li portava sempre e con qualsiasi tempo. Era un donnone. Partiva presto dalla stazione per arrivare puntuale, perché a quell'ora Beppa, la sorella del Priore, le preparava la colazione, sempre la stessa, che insieme consumavano in cucina: sardine marinate. Ogni settimana Beppa riempiva la vaschetta, bianca a forma di navicella, di sardine che marinava con prezzemolo, aglio e zenzero immergendole nell'olio d'oliva preso direttamente dal coppo in cantina. Le sardine erano più appetitose se insaporite da tempo, così le vaschette erano due, ognuna di quindici sardine: una per ciascuna, per sette giorni. I discorsi, durante la colazione, erano sempre gli stessi, per lo più pettegolezzi che Cesira raccattava nelle sue soste quando a ritirar la posta erano le massaie. Con lo scoppio della guerra la borsa di Cesira si appesantì, e alle mas-


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saie si aggiunsero le ragazze da marito che dal fondocampo sbirciavano l'arrivo della postina. "Povera Mina è più d'un mese che non riceve posta, mi si stringe il cuore quando da lontano la vedo che m'aspetta" disse una mattina Cesira a Beppa, tra un boccone e un sorso di mezzone. Dev'essere stata l'estate del '43. A Mina non erano arrivate più lettere dal fronte russo. Tutti sapevano: anch'io che avevo appena 10 anni!... “Guai a te se fiati” aveva intimato zia Beppa! Quello che Cesira non ebbe cuore di dire a Mina, toccò al Priore con la lettera della Croce Rossa che diceva che il fidanzato era andato disperso nella ritirata del Don. Disperso era peggio che morto: neppure i resti sarebbero tornati. Il sole giocava con l'onda dell'orizzonte, ancora in tempo a scaldare il singhiozzo delle cicale sull'olmo di Natalina. Sull'aia, non c'era anima viva: io si!... Improvviso un urlo, lassù, dalla finestra in angolo, e singhiozzi, singhiozzi, singhiozzi di pianto… E Cesira poté riprendere il suo giro senza che, per ora, gli si stringesse il cuore.


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MERO

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i sarà certamente chiamato Omero, ma tutti lo conoscevano e lo chiamavano Mero, il carraio. Semmai il nome ritrovava una certa sua integrità quando qualcuno lo apostrofava da lontano, “O ‘Mero!” Aveva la bottega accanto alla scuola, vicino al Circolo dove la domenica sera i contadini si ritrovavano a giocare a carte e i ragazzi, dopo la funzione, a bere il citrato che Beppino di'mMagnani preparava con l'acqua della mezzina. Ogni sabato, invece, la maestra davanti alla bottega radunava i Figli della Lupa e i Balilla che, in fila per due, salivano in classe, cantando "Giovinezza"! Mero era un omone, sempre in maniche di camicia rimboccate, con il panciotto, e la pipa in bocca anche quando parlava. Pia, la moglie, era al contrario piccoletta e un po' grassoccia. Faceva compagnia al marito a rimpagliare i fiaschi e a far ciambelle col salicchio che gli avanzava. Ne faceva a iosa di ciambelle, tutti gliele chiedevano per la buca della latrina! "Quando vieni da scuola piglia una ciambella da Pia" mi disse una volta la nonna, che l'avrebbe messa sul vasone. "Se è un po' stretta, basta fare così" disse Pia ficcando il ginocchio nella ciambella e tirandola dall'altro lato, "Ne viene quanta ne vuoi". E me la consegnò. La nonna non deve averlo preso troppo bene il consiglio di Pia, perché rivolta a Giulia, sua sorella, la sentii dire; "Hai sentito? Ma che culo


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crede che io abbia!" Mero cominciava il lavoro sempre di buon mattino e andava avanti finché ci si vedeva. Lavorava quasi sempre all'aperto per via dei carri finiti che teneva dentro il suo stanzone per la pittura. Per la verità il grosso del lavoro consisteva in riparazioni e rifacimenti d'usciòli, di martinicche, di puntelli, di stanghe e di raggi di ruota. Di carri nuovi gli capitava di farne due o tre l'anno, solo per i contadini a conto diretto. Ai mezzadri ci pensava la fattoria. Quando il carro era pronto per la verniciatura non c'era scusa che tenesse, lo metteva dentro in bottega, giù in fondo nel punto più riparato e asciutto. Ripigliava con lo stucco qua e là le parti che non gli sembravano abbastanza lisce, le levigava con la carta a vetro e quando era certo che la pittura sarebbe stata uniforme, cominciava con una mano di minio che ripeteva una seconda volta dopo qualche giorno. Poi la vernice! Rossa fiammante, anzi "Rossa vivace", come diceva lui. L'impegno maggiore lo metteva nelle rifiniture quando, con pennelli di varie grandezze, faceva gli abbellimenti, come Mero chiamava i contorni neri che dipingeva alle spondine, all'usciolo, alla stanga, alle sagome della martinicca e delle ruote. Infine la scrittura. Non ci voleva nemmeno Pia in bottega, doveva stare ben attento a non sbagliare le misure. “Con quella tra i piedi che non si cheta mai…” ripeteva a chi gli domandava di Pia, per via delle ciambelle. Da una cassetta di legno tirava fuori le lettere di latta, componeva il nome del podere, del padrone, la data dell'anno di costruzione e quando era sicuro di non aver fatto errori trasferiva una alla volta le lettere nel segno che aveva preparato di qua e di là dei lati del carro. Le tingeva con la stessa vernice nera degli abbellimenti. Poi chiamava Pia e gli leggeva con voce tonante: “Podere San Michele”, e la moglie guardava attenta, piegando a destra e a sinistra la testa come se stesse per dare un giudizio. Ma taceva: per lei che non sapeva leggere quelle parole erano solo macchie di vernice.


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Pia morì per la Candelora, l’anno del grande freddo e della grande nevicata: a malapena le prode sagomavano i campi e mozziconi di ghiaccio penzolavano filanti dalla bottega di Mero, come dagli altri tetti. Mero fece una cosa che per nessuna ragione al mondo avrebbe fatto, con quella stagione: tirò fuori il carro nuovo di zecca. E con i buoi del Moro, a sera, portò Pia al Camposanto. Mero continuò, a lavorare ai carri. Poi passò la guerra e si portò via uomini e cose. Rimase solo il ricordo.


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IL RABAI E GLI ALTRI

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on solo il Rabai capitava di tanto in tanto: pellai, ferracciai e cenciaioli facevano un po' per uno a venire a prendere quello che i contadini buttavano. Per la verità, buttavano via poco o nulla: "Tutto può servire" diceva Angicche mentre agganciava un ferro al chiodo della loggia. Il tegame di coccio si schiantava? Andava bene per il becchime dei polli, come il vaso da notte e la catinella di smalto bucati. I ciottoli d' alluminio, no: quelli li recuperavano dallo stagnino! Le pelli di coniglio piene di paglia, invece, le appiccicavano ai muri della capanna per la gioia delle mosche e dei ronzoni Se poi il coniglio era bello di pelo e grosso, aprivano la pelle, la steccavano e la facevano asciugare penzoloni al soffitto del cigliere: avrebbero preso anche tre lire dal pellaio, la settimana dopo. Veniva di rado quello che rimpagliava le seggiole e le ceste di salcio: erano lavori che i contadini facevano da sé nelle giornate di pioggia, nella stanza della segata. L'arrotino invece una volta al mese si faceva vedere: anche due o tre, quand'era tempo del maiale! Il Rabai però l'aspettavano tutti come le cose sante: di tre cocci di conca sapeva rifartene una nuova e per poco! Non aveva scadenze: quando veniva, veniva. Piccoletto, un po' spelacchiato, grassoccio più che secco, con un viso liscio di luna piena, portava un paio d'occhiali tondi, fatti di fil di ferro fine che ripuliva continuamente. Quando capitava ci stava tutto il giorno perché il lavoro non man-


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cava: avevano tutti qualcosa da riparare. Lavorava da un anno all'altro alle fattorie: non finiva da Scaletta che correva già al Castellonchio. "Che volete" diceva al Moro e a Gigi " con tutte quelle limonaie che tramutano ogni po', hai voglia di romper conche". "E poi lo sa lui che verso dargli" sbuffava il Rabai, dondolando a mezz'aria la mano destra chiusa nel pugno con il pollice sollevato. Non faceva nomi , ma si capiva che si riferiva al fattore, a quello là indicato dal pollice. Appena s'affacciava in paese correva subito voce: "C'è il Rabai, c'è il Rabai". Parecchie massaie portavano la roba da riparare dove faceva la prima sosta: dal Cavolo se veniva dall'Isera, dal Regio se dall'Intraino. Roba piccola, comunque: il grosso lo riparava casa per casa. L'attrezzatura era tutta, o quasi, in una specie di arcolaio di legno, con la punta di ferro in fondo all'asse a vite che andava su e giù per via di una corda che si aggomitolava o dipanava sotto la pressione a stantuffo di due stecche laterali. Era il trapano. Nella sacca che portava sulla spalla sinistra teneva piccole matasse di filo di ferro di vario spessore, un paio di succhielli, una polvere grigia che con l'acqua diventava pastosa, qualche paio di pinze e un tronchesino. Fra mezzo a tutto, un santino della Madonna di Montenero che baciava sempre prima di cominciare il lavoro. Sapeva riparare tutto quello che era di coccio: vasi da fiori, catini dell'acquaio, tegami e pentole di terracotta, ma la sua passione erano le conche e di più i coppi. Mentre lavorava di trapano, attento che i buchi combaciassero lungo la sutura, gli piaceva raccontare quello che faceva alle fattorie. "Lì ci vuole pazienza a sopportare la fattoressa, è peggio della padrona” diceva il Rabai alle massaie che lo guardavano, "però se ti capita un coppo dell' Impruneta con lo stemma del Barone, altro che questa conca, cara mia, che t' ho cucito già tre volte!..." diceva rivolto a Santina di' tTinti. Eseguiva però tutto con precisione: ripuliva la frattura, stava attento


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che le parti combaciassero bene, segnava con la matita copiativa, bagnata in punta di lingua, i buchi da fare col trapano, li faceva una fila alla volta. Poi cuciva il filo di ferro senza scarto, infilato nei buchi e strinto a nodo con le pinze. Con la pasta che da sÊ aveva preparato, sigillava la frattura, con precisione. Alla fine si vedevano solo cicatrici di ferro. A mezzogiorno mangiava dove si trovava, in cucina con i contadini appena tornavano dai campi. Nella bella stagione tirava a lungo. Si tratteneva a volte a veglia sull'aia. Parlava volentieri degli amici, della vita buona di "quelli" della fattoria, del tempo e della solitudine che aveva dentro. Poi di scatto s'alzava, prendeva la sacca e la via di casa. Salutava con la mano aperta. Nel buio che se lo pigliava con la strada bianca di luna, lo sentivi borbottare: "Non ci si pò lamentare, non ci si p‌" Quello, forse, era il suo vero lamento!


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IL MERCIAINO

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gni mercoledì che Dio metteva in terra arrivava Pattana, il merciaio. Veniva da Pagnana. La prima sosta la faceva a Giovanastra, poi alla Chiesa e finiva la corsa accanto all'appalto del Maltinti, cioè alla bottega. Lì Paolo aveva di tutto: le paste nel mobiletto a cassetti, il trinciato forte, le puntine per la pipa, il sale e il pepe in abbondanza quand'era tempo del maiale, lo spago, i fiammiferi, le macchinette del flit e le cartucce moschicide. Teneva anche il refe, qualche cartoncino di elastico e bustine d' aghi. Poca roba, rispetto al resto. Pattana, invece no! Con il suo barroccio stracolmo accontentava tutte le massaie, e se lì per lì non aveva quello che cercavano le rassicurava per il mercoledì successivo. Scatole della Cucirini di tutti i colori; filo forte in rocchetti e sigarette; matasse di cotone e di lana penzoloni sulle spondine del carro; gomitoli, stecche di bottoni buttati sul pianale in mezzo a nastri ed elastici di tutte le grandezze. Qua e là suste, serrature lampo e scatole di fazzoletti, gli unici bell’e confezionati. Nel lato destro del carro le pezze delle pannine. Le massaie e qualche ragazza da corredo appena lo vedevano sbucare dalla curva della Chiesa gli si facevano incontro. Lui fermava il cavallo sul ciglio della strada dove l'erba era più alta e aspettava che le "bambine" di Nonzio (così le chiamava Iole) gli portassero il secchio dell'acqua. "Prima il cavallo" diceva Pattana asciugandosi il sudore sotto il cappello di paglia.


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"Qui alla Chiesa si fa bene, mica a Giovanastra" ripeteva tutte le settimane Pattana. Ma nessuna delle donne gli credeva. C'erano sempre Natalina e Beppa; Iole (quando veniva a rammendare gli stendardi) e le donne del Tinti e del Magnani, di mezzo e di fondo. Nonzio portava le sue tre ragazze, Paolina non mancava mai: stava per sposarsi. Tutte rovistavano nel carro, tanto prima o poi sarebbe saltato fuori quello che cercavano: bastava non perdersi di pazienza. Chi invece la pazienza avrebbe dovuta perderla era Pattana, ma da buon merciaio sapeva che non gli conveniva e lasciava fare, bonariamente, con flemma quasi da locco. Ma una susta ch'è una susta non gliela fregavi nemmeno quando si spostava a far mangiare il cavallo: camminava in avanti e vedeva dietro. Le donne ormai lo conoscevano e non se ne approfittavano, a meno lì, alla Chiesa. Quand'era tempaccio non si muoveva da Pagnana e fino all'altro mercoledì non lo vedevi più. Ogni giorno aveva un itinerario diverso. Se gli capitava una bussata d’acqua imprevista, la sosta la faceva sotto la loggia di Natalina, vicino al canneto, in mezzo ai polli. Si tratteneva fino a che Beppa non andava a tirar la corda della campana di mezzogiorno. Allora prendeva il cavallo per la cavezza e senza dir parola s'avviava verso il paese annunciando il suo arrivo con voce da tenore mancato: “Donne, il merciainoooo!”.


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REDDE...

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oltanto numeri sul calendario scorrono monotoni i tuoi giorni. Il brivido dell’ignoto destino - pensiero dominante – ora vagheggia le ore del vespro di placide ombre, di forre odorose di ginestre, di tramonti che si spengono in mare. Ai miei occhi chiusi, bellezze eterne! Quello che fui, mai più io sarò. Si reliquum tibi diei est Tuum erit.


INDICE

cose d’altri tempi (introduzione)..............................................3 nulla per sempre .........................................................................................7 quando tagliarono le catalpe sul prato del duomo ...........................................................................12 22 luglio .........................................................................................................17 il priore ...........................................................................................................19 il chiodo della verita’ .......................................................................23 storia semiseria di una antica citta’ toscana ..............29 la festa della battitura .....................................................................41 I’BBUACIRI.........................................................................................................47 la nonna .......................................................................................................49 CESIRA .................................................................................................................52 mero ...................................................................................................................54 Il rabai e gli altri ....................................................................................57 il merciaino ................................................................................................60 REDDE .................................................................................................................62


libro prova fm