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Proprietà: Scuola Nuova Srl - Viale del Vignola 3d - 00196 Roma - Tariffa R.O.C. - Poste Italiane S.p.A. - Spedizione in Abbonamento Postale - D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2204 n. 46) art. 1 comma 1-DCB Roma - Aut. Trib. Roma n. 585/2002 del 31/10/2002 -Prezzo copia 0,10 centesimi di euro.

I “NUOVI” E GLI ALTRI

La contrapposizione Italiana Un clima di contrapposizione netta tra le forze politiche del Paese è la fotografia più precisa di ciò che si respira tutti i giorni nelle realtà anche più periferiche della nostra amata Italia. Amata? La domanda sorge spontanea osservando la cronaca degli ultimi mesi, fatta soprattutto da numerosi episodi di disperazione che, con beneficio della voglia di risalto data dai redattori dei media, diventano in fretta prime pagine dell’informazione che tutti i giorni ci racconta l’Italia che con i nostri occhi non possiamo vedere. Si respira un clima di tensione e contrapposizione nei rapporti privati, ed ancor più aumenta laddove si deve tracciare una distinzione tra datore di lavoro e dipendente e trova il suo massimo quando si parla di cittadino e stato. Proprio così, se oggi chiacchierassimo seduti ad un bar o in un nostro viaggio su una carrozza di un treno qualsiasi sentiremo ripetere frasi fatte in modo talmente frequente che diventerebbero delle giaculatorie, che di sacro non hanno ben nulla, ma che riportano soltanto il sentimento contrito di chi respira e nutre avversione nei confronti dello stato centrale. Un soggetto, lo stato, che è impersonale e al quale si additano precisamente numerose colpe: la situazione attuale, la mancanza di lavoro, gli sprechi e le spese con tanto di ruberie: è la famosissima casta composta da quelli che c’e l’hanno fatta ad avere successo economico in modi estremamente discutibili. È per contrapposizione a ciò che oggi molti assumono decisioni anche folli, alimentate soprattutto da chi alla casta ci appartiene, anche se non vuole ammetterlo, e che in virtù del volersi distinguere a tutti i costi dagli onorevoli colleghi si fa appellare in altro modo. Sono proprio la foga di dover trovare nuovo spazio mediatico e la acredine di cui si caricano gli spot post elettorali che ci condurranno ad una tensione sociale che per certi versi purtroppo assumerà il carattere di ciò che il nostro paese ha già visto negli anni più bui della democrazia. Se queste persone si possono liquidare in un breve scritto come nuovi e veri irresponsabili, che lucrano di popolarità personale sui brandelli di rappresentanza rimasti vivi in Italia, altro sono le persone tutte che fanno dello stivale un paese geniale, dalle mille risorse e che nonostante il clima di pesantezza generale tutti i giorni provano a ricominciare. È a queste persone che dobbiamo rivolgerci per riappropriarci del futuro, chiedendo alla politica, se lo possiamo fare, di dare una grande mano per riformare le istituzioni affinchè il sentimento generale non sia quello di uno stato che è antagonista del cittadino, bensì di uno stato che è motivo essenziale per cui chiamarsi cittadino è positivo. Un legame quello tra territorio ordinamento, stato delle cose e popolazione di cui dobbiamo preoccuparci tutti e forse, quando ci mancano dei pezzi, recitare anche noi l’incapacitatem meam agnosco di Benedetto XVI, un modo per amare il nostro Bel Paese chiedendo aiuto e edificando; la demolizione è già in atto da chi si definisce nuovo dimenticandosi che sono gli altri, i terzi a doverlo riconoscere come tale, e non gli stessi ad autoproclama arsi così. Martino Merigo

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IL FATTO

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Incapacitatem meam agnosco FOCUS

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Carcere: un mondo parallelo Quello che le sbarre nascondono

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arcere. Questa parola, di primo impatto, mette paura. Quando pensiamo al carcere pensiamo a una gabbia, alla non-libertà, ad una stanza di due metri per tre, ma raramente pensiamo a chi in quegli spazi ci vive. Alla gente, infatti, non piace parlare dei carcerati, perché i carcerati sono criminali, sono pericolosi, sono una minaccia che deve rimanere soggiogata. Quante volte passiamo davanti al penitenziario della nostra città e neanche proviamo ad immaginare cosa possa esserci all’interno? Quante volte giudichiamo i carcerati senza sapere che volto abbiano? Per esprimersi bisogna conoscere ed è dolente ammettere che in Italia poche persone sanno in cosa consista il carcere. Eppure è fondamentale entrare in contatto con quel piccolo-affollato mondo parallelo in cui la luce tenta di farsi strada nell’ombra, per capire che anche il criminale è uomo e che quanto più profondo è il baratro in cui l’umanità può cadere, tanto più è necessario il nostro impegno per farla risorgere.

Andrea Braga, Sara Capiello, Mark Karaci

filosofia

Il seme: Famiglia

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scienza

Elettrosmog

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Sommario IN MALI * CAOS POLITICA * ED EDUCAZIONE PASQUA VISTA * DAL CAUCASO

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www.educazioneliberta.it

Twitter: @MartinoMerigo

“Scuola Cattolica Romana, non temere, guarda con speranza verso il futuro!” S.S. Giovanni Paolo II


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Il FATTO

Incapacitatem meam agnosco La rinuncia dell’umile lavoratore

“D

opo il grande Papa Giovanni Paolo II, i signori cardinali hanno eletto me, un semplice e umile lavoratore nella vigna del Signore”: otto anni fa furono queste le prime parole pronunciate da Joseph Ratzinger come 264esimo successore di Pietro, pochi momenti dopo la sua elezione. Con la stessa umiltà e pacatezza, ma anche con la stessa decisione, poche settimane fa il Papa ha annunciato le proprie dimissioni. L’1 febbraio infatti, quando ancora la pioggia batteva forte sul candido colonnato di Piazza San Pietro, quando turisti, bambini, donne, uomini, anziani ed una moltitudine di persone si riversava senza tregua nell’eterna piazza, simbolo dell’amore, della potenza e della manifestazione di Dio, in tutte le radio e le Tv, risuonò forte lo squillo di una grande notizia; una notizia che passerà alla storia, che nessuno sarebbe mai riuscito a prevedere, una notizia che sapeva dell’incredibile. Il Papa, luce di salvezza per l’intera comunità cristiana cattolica, sceglie di rinunciare al mandato petrino. Si tratta di una decisione più unica che rara: da secoli non è più stata presa da nessuno, anche a causa del penultimo Papa dimissionario, Celestino V, unico oltre a Benedetto XVI ad aver abdicato di propria volontà. Egli infatti, accusato “per viltade” di aver rinunciato al sacro mandato, si guadagnò la spiaggia dell’ignavia nella Divina Commedia di Dante. In realtà, però, la situazione di Ratzinger è completamente diversa. “… incapacitatem meam agnosco”: tre parole simbolo dell’annuncio dell’11 febbraio scorso. “Riconosco la mia inadeguatezza”. Una scelta, dunque, presa con l’umiltà e con il coraggio di ammettere i propri limiti (e che avrebbe molto da insegnare a diversi uomini di potere), ma anche con la razionalità che ha sempre contraddistinto Benedetto XVI, definito spesso come “il Papa teologo” proprio a causa della grande riflessività che l’ha portato, in questi anni di pontificato, a non abbandonarsi all’impulsività ma a ponderare seriamente ogni parola, ogni difficoltà, ogni scelta. Eletto Papa al quarto scrutinio, Benedetto XVI diede avvio nel dicembre del 2005 al processo di beatificazione del suo predecessore, Giovanni Paolo II. Fin da subito il suo intento è stato chiaro: favorire il dialogo tra le religioni. Anche a questo scopo, durante il suo Pontificato, si apprestò a compiere vari viaggi in tutto il mondo: dalla Germania, sua terra natale, alla Turchia; dal Brasile agli Stati Uniti; dall’Australia alla Spagna per la XXV e la XXVI Giornata Mondiale della Gioventù; dal Camerun alla Terra Santa e alla Giordania; dal Messico al Libano. Già nel 2005, in Germania, parlando a una comunità musulmana il Pontefice dichiarò: «Il dialogo interreli-

gioso e interculturale fra cristiani e musulmani non può ridursi ad una scelta stagionale. Esso è infatti una necessità vitale, da cui dipende in gran parte il nostro futuro». Tema particolarmente caro a Ratzinger è, infatti, il rapporto cultura-religione: la sua proposta di unire il Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso e il Pontificio Consiglio della Cultura sollevò, all’epoca, numerose polemiche. Ma non era poi un’idea tanto folle: dopotutto religione e cultura sono strettamente legate in ogni Paese, in quanto la religione è in grado di influenzarne la Storia, le tradizioni, perfino l’Arte. Quest’apertura portò a una reazione positiva da parte del mondo islamico, che replicò ponendo l’accento sul fatto che la “Caritas” (l’amore) fosse una “parola comune” alle due religioni. In effetti proprio la “Caritas” è al centro della lettera enciclica di Benedetto XVI del 2009, Caritas in Veritate, nella cui introduzione il Pontefice scrive che "la carità è la via maestra della dottrina sociale della Chiesa". Come il titolo preannuncia, anche la Verità ha un ruolo fondamentale nella lettera: "Un Cristianesimo di carità senza verità può venire facilmente scambiato per una riserva di buoni sentimenti, utili per la convivenza sociale, ma marginali". L’enciclica tocca tematiche difficili, come lo sviluppo – economico e non solo – la fraternità, la società, la famiglia, i diritti e i doveri, l’ambiente, il Vangelo. “Lo sviluppo ha bisogno di cristiani con le braccia alzate verso Dio nel gesto della preghiera, di amore e di perdono, di rinuncia a se stessi, di accoglienza del prossimo, di giustizia e di pace". Un pontificato, dunque, caratterizzato da gesti semplici, da opportunità di dialogo, da decisioni ponderate ma decise. Come l’ultima, una delle più importanti

della sua vita, senz’altro a lungo riflettuta ma capace ugualmente di suscitare la commozione del pontefice durante la recita del suo ultimo Angelus, il 24 febbraio scorso. “Dio mi chiama a salire sul monte, ma non abbandono la Chiesa” ha chiarito tra gli applausi e le voci della Piazza gremita. “Mi sono sentito orfano”, con queste parole Alessandro D’Avena esprime il suo stato d’animo. Uno stato d’animo condiviso da molti. Un sentimento di vuoto, la perdita di qualcuno cui si affidava la vita e la preghiera. Colui che aveva consolato le deprimenti condizioni di molti, colui che aveva abbracciato tutti con fiducia, affetto, calore e protezione. Colui che non dimentica i bisognosi, che non abbandona in terra i feriti, colui che era un sostegno ed un punto di riferimento per molti, ora ha scelto di lasciare il gravoso incarico. Ora non porterà più sulle spalle il pesante macigno di una Chiesa non sempre rispettosa dei sacri principi del cristianesimo. Lo sconforto e l’abbandono però, continuano a farsi sentire in un rispettoso ma anche critico e sdegnoso silenzio. La confusione mischia sentimenti e realtà. Una realtà a volte incomprensibile ed impossibile, che sconvolge e travolge quella nostra instabile stabilità interiore. Infatti D’Avena continua: “ Sul momento mi è sembrato un tirarsi indie-

Periodico fondato da Fratel Giuseppe Lazzaro Direttore Editoriale Claudio Di Francesco Direttore Responsabile Francesco Gemelli Caporedattore Giulia Farina

tro. Se ti tiri indietro anche tu, che sei il Papa, che fine facciamo noi?”. Un gesto così estremo andrebbe letto con un senso di maggiore comprensione e non con egoismo. Benedetto XVI non si è dimesso perché si è arreso alle numerose problematiche interne ed esterne alla Chiesa, ma egli rinuncia al suo incarico di guida spirituale per amore di Dio e dei suoi fratelli. Egli afferma che "nel mondo di oggi, soggetto a rapidi mutamenti e agitato da questioni di grande rilevanza per la vita della fede, è necessario anche il vigore, sia del corpo, sia dell'animo". Vigore che in lui va scemando. Se, in quanto cattolici, crediamo che ogni azione del Papa rifletta la volontà di Dio, ogni polemica, ogni perplessità dovrebbe perdersi nel vuoto. Era così che doveva essere ed è così che sarà, nel bene o nel male. Il Papa degli scandali, il Papa delle GMG di Colonia e di Madrid, il Papa teologo “salirà sul monte”. Ma non ci abbandonerà. Dobbiamo abbracciare in modo ancora più forte l’amore che Dio ha riservato ad ognuno di noi ed avere fiducia in quella stabilità e sostegno che solo lui può dare attraverso i suoi pastori. Francesca de Nuntiis f.denuntiis@educazioneliberta.it

Guendalina Ferri g.ferri@educazioneliberta.it

Redazione Stefano Bonetti, Andrea Braga, Chiara Cernicchiaro, Francesca De Nuntiis, Mario De Rosa, Paolo Di Domizio, Matteo Di Francesco, Luigi Giannino, Guendalina Ferri, Letizia Fiorella, Martino Merigo, Sofia Palella, Nicola Perlini, Giovanni Salvetti, Michele Santi, Nathascia Severgnini, Paolo Tollis. Hanno collaborato Annamaria Burzynska, Elena Delle Site, Roberta Dotti, Chiara Forante, Renato Lavezzi, Francesca Magagna, Elena Valdegamberi. Autorizzazione Trib. di Roma n.585/2002 del 31/10/2002

Sede redazione Viale del Vignola, 3D - 00196 Roma T. O6 3221854 - F. 06 3221853 redazione@educazioneliberta.it Progetto grafico Valentina Lucentini Realizzazione editoriale CO.GRAF di Carlo Cortini T.- F. 06 70491797


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educazione

Politica ed Educazione Perché l’una non può vivere senza l’altra

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l problema non sono gli eletti, ma gli elettori” lo dice Claudio Bisio, a San Remo, ed ha perfettamente ragione. I risultati deludenti delle elezioni, la corruzione, l’irresponsabilità manifesta dell’uso (spreco) delle risorse dipendono anche da noi. Già, perché le persone che ora riempiono il parlamento, lì non ci sono arrivate da sole, ma grazie al nostro voto. E se noi lì le abbiamo messe, da lì abbiamo il potere di toglierle. Quindi, per tramutare questo circolo da vizioso in virtuoso, il primo cambiamento deve partire da noi... ma come? La risposta è tanto banale quanto assolutamente ignorata o strumentalizzata dai politici: l’educazione. Sì, perché è proprio a scuola che si formano i nuovi elettori e dalla scuola bisogna, quindi, ripartire per creare una politica nuova. Nell’estate del 1958, Aldo Moro, allora ministro della Pubblica Istruzione, introduce l’insegnamento dell’Educazione Civica nelle scuole medie e superiori: un paio d’ore, al mese, per imparare ad essere, vivere e sentirsi cittadini italiani. Cinquant’anni dopo, cosa resta? Quanti studenti conoscono il vero senso della Repubblica, quanti si sentono italiani e possono dirsi fieri del proprio Paese e soffrono a vederlo svilito, suffragato da approfittatori e reso anemico da tutti quei vampiri e quelle zanzare (per citare Ligabue)? Pochi, molti di noi non ci hanno mai nemmeno pensato. Il punto è che, ai più, questa disaffezione non sembra nemmeno grave. Grave è, invece, la situazione economica; ma se è vero che la crisi economica che stiamo attraversando trova le sue tragiche basi in una crisi anzitutto di valori, di ideali, di penetrazione culturale, di senso civico, allora “ripartire dalla scuola” frase semplice e così efficace da essere usata con esasperato abuso - non può e non deve apparire soltanto come un consumato slogan e neppure un’astratta enunciazione di principio.  Uno dei tratti, infatti, che accomuna politica ed educazione e che la cultura occidentale moderna (che per precisare, attinge molto dal pensiero aristotelico e soprattutto platoniano, e proprio Platone è da considerarsi l’inventore dell’educazione civica) ha contribuito a rendere maggiormente evidente è il fatto di vigere in uno stato di crisi naturale. È dalla scuola che si parte, è sempre stato così e sempre così sarà. La scuola è il mezzo dell’unificazione, è il luogo di formazione della coscienza, è il sito di nascita della conoscenza. Ai regimi totalitari del 900 si deve l’aver capito il ruolo fondamentale della scuola: Mussolini inquadrava le menti più giovani nei balilla, e Hitler non era da meno. Indicare un determinato comportamento come giusto, lecito, legittimo

sin dall’età più precoce e poi per tutta la durata del processo formativo più importante, in cui l’individuo si plasma, ovvero l’adolescenza, determina che quello stesso concetto si saldi prepotentemente nella conoscenza dell’individuo e che, quindi, risulti molto arduo sradicarlo, cambiarne il pensiero. Il compito, di ieri, di oggi e di domani della scuola è quello di formare persone in grado di partecipare in modo attivo alle proprie responsabilità, com-

ci vuole la grazia e sul piano umano ci vuole l’esempio”, alle nostre generazioni è mancato l’esempio, soprattutto quello sano e d’integrità morale... basti pensare che viviamo in un’epoca in cui l’accusa di moralismo è uno degli insulti peggiori. Ma la politica si interessa dell’educazione? In che misura? Ora ci confinano dagli affari pubblici e dai media, e molti di noi sembrano accettarlo: una preoccupazione in meno. Un giorno, però, le redini di questo Belpaese a

loro un appello tardivo solo per ricevere qualche consenso dell’ultimo minuto... Ancora una volta i nostri partner europei dovrebbero servire come riferimento per un confronto costruttivo: la Germania, che è innegabilmente il Paese più avanzato dell’Unione, considera l’educazione civica un valore fondamentale tanto da inserirla come materia scolastica fin dalle elementari. Una casualità? No, una scelta oculata, avente come obiettivo il bene del Paese,

Come ci occuperemo di qualcosa di così grande, verso il quale non abbiamo ricevuto alcuna educazione? L’educazione, come la politica, non può essere privata dello spazio in cui muoversi e respirare. prendendo il significato dei concetti e la portata storica delle azioni. L’Italia è diventata una prima di Letteratura, che di amministrazione, una prima di Storia, che di Stato, una prima di ferventi giovani, che di striminziti adulti. Su la mano quanti sanno che il padre della nostra invidiabile lingua, Alessandro Manzoni, fu incaricato nel 1968 – sei anni dopo l’Unificazione – dal ministro dell’Istruzione Emilio Broglio di indicare come e con quali strumenti doveva avvenire l’educazione delle giovani menti italiane. Manzoni incentra il suo discorso proprio su quel mezzo, su quell’unico canale vivo e fervente che è la scuola: per lui era fondamentale permettere lo sviluppo della conoscenza di tutti, in modo tale che tutti, con la maggiore omogeneità possibile, avrebbero poi posseduto la consapevolezza civile sufficiente per operare e comprendere il proprio Paese, esprimere correttamente (e non si parla di grammatica) la propria opinione. Il filosofo e pedagogista statunitense, J. Dewey, sosteneva il processo educativo quale originario ed iniziale momento di formazione politica, e sembrano passati secoli dalle affermazioni di Don Milani “Con la parola alla gente non si fa nulla. Sul piano divino

volte così mansueto, a volte tanto infuriato, saranno nelle nostre mani. Come ci occuperemo di qualcosa di così grande, verso il quale non abbiamo ricevuto alcuna educazione? L’educazione, come la politica, non può essere privata dello spazio in cui muoversi e respirare. È necessario ridare alla scuola e all’università quel ruolo che le è proprio, di volano dell’emancipazione, del rinnovamento. Le classi politiche, ma non solo, devono capire che il vero, realistico modo per ricominciare è investire sul nuovo, sul giovane. Aldo Moro nel discorso ad Udine del 13 aprile 1969 sottolineava che non è pensabile chiudere i portoni dell’Italia ai ragazzi, i ragazzi ne hanno il diritto, ma devono anche imparare a chiederlo a voce più alta, a ribellarsi a quei luoghi comuni che ci ingabbiano la coscienza. Il fatto sconvolgente è che la politica non si accorge che, così facendo, si taglia le gambe con le sue mani, perché delinea quello spazio in cui giocano i populismi e gli sfruttatori delle piazze, senza formare cittadini consapevoli e coscienziosi. Essenziale sarebbe far capire ai giovani, a noi tutti, l’importanza del voto, attraverso la realizzazione quel percorso strutturato di educazione civica e non rivolgere

lo sguardo fisso sul futuro e non sull’interesse del momento. È, quindi, fondamentale segnalare che nei programmi politici di queste elezioni appena concluse la scuola è la grande assente, non risponde all’appello. Ma chi firmerà la sua giustificazione? I progetti così alti che vengono acclamati non ci devono accontentare: le affermazioni vanno riempite di contenuti concreti, propositivi, mancano e sono mancate durante questi anni le risposte che vogliamo. Il fattore educazione, che dovrebbe essere centrale nei programmi di partito è relegato in un angolo. Non ne viene fatto il centro del dibattito, quanto piuttosto il riferimento di comodo per attirare qualche giovane elettore. La ripresa vera ed efficace può cominciare solo tra i banchi di scuola e nelle aule universitarie. Tutto il resto viene di conseguenza, perché solo investendo nell’educazione si investe in una nuova politica, affinché questa torni ad essere azione per il Bene comune. Insegnare ai nostri figli a preferire l’onestà, ma anche insegnare e basta, è il punto di partenza. Giulia Farina g.farina@educazioneliberta.it

Nathascia Severgnini n.severgnini@educazioneliberta.it


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focus

Carcere: un mondo parallelo Quello che le sbarre nascondono

Segue da pag 1

Ma quanti sono?

Stando a quanto dice il Ministero degli Interni, il numero dei carcerati totale aggiornato al 31 gennaio 2013 è di 65.905. Di questi 23.473 detenuti sono stranieri, della quale la maggior parte è prevalentemente maschile. Il dato che incuriosisce di più è quello riguardo la nazionalità dei detenuti stranieri, infatti alle prime posizioni i paesi che “forniscono” il maggior numero di delinquenti sono il Marocco (che con i suoi 4.515 detenuti complessivi detiene il non-invidiabile primato), seguito a ruota dalla Romania (staccato a 3.559), poi dalla Tunisia (2.970) e dall’Albania (2.918). Tutti i paesi hanno almeno un detenuto catturato qui in Italia. Altri dati interessanti sono quelli riguardanti il sesso

dei detenuti:in prevalenza “comandano” i maschi che battono notevolmente le donne (63.817 uomini contro le 2.818 donne). L’età media carceraria è bassa, il 41,2 % dei detenuti ha meno di 35 anni. I reati più diffusi sono quelli contro il patrimonio, la persona o riguardo problemi con gli stupefacenti e coloro che dovranno scontare l’ergastolo sono circa 1567, in crescita rispetto agli anni passati. Elevato anche il tasso di recidiva dei condannati: siamo al 68%.

Umanità e dignità

La legge n.354 del 26 luglio 1975, “Norme sull’ordinamento penitenziario e sull’esecuzione delle misure privative e limitative della libertà”, prevede diverse modalità di esecuzione delle pene, dalla privazione totale della libertà a limitazioni parziali di essa. Ne deriva un sistema articolato e complesso del quale il carcere è solo un aspetto. Nelle varie strutture il trattamento penitenziario deve essere conforme ad umanità e deve assicurare il rispetto della dignità della persona. Non possono essere adottate restrizioni in base alla nazionalità, alla razza, alle condizioni economiche e sociali e alle credenze religiose. Ogni detenuto deve esser rispettato per la propria personalità, per il proprio carattere e soprattutto ha diritto ad esser considerato un uomo con un nome invece di un

semplice numero. Inoltre nei confronti dei condannati e degli internati deve essere attuato un trattamento rieducativo che tenda al reinserimento sociale degli stessi. Lo stesso articolo 27 c.3 della Costituzione afferma: ”Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione”.

Degrado e privilegi

Tuttavia, la situazione all’interno delle carceri è molto critica. Se proviamo a prendere in considerazione la situazione delle carceri in Toscana, troviamo quasi una sorta di dato significativo tendente a fotografare la qualità del sistema penitenziario italiano:il 71 % dei carcerati presenti in Toscana è malato. Le cause

sono quelle legate ai problemi psichici (nella maggior parte) o alle malattie all’apparato digerente. Credereste ad un menù del giorno a base di aragoste e champagne dentro un carcere ? Se in qualche altro paese occidentale tutto questo potrebbe sembrare una barzelletta, in Italia no. Siamo a Cosenza e dobbiamo tornare indietro di circa 3 anni, quando uscì la notizia, nel carcere “Sergio Cosmai” sono stati smascherati funzionari del carcere che fornivano “trattamenti speciali” ad alcuni detenuti. Forse parte della N’drangheta forse no, sembra che ricevessero aragoste e vini francesi, il tutto certifica la non-serietà e la non-equità nei confronti di tutti i detenuti. E se parlassimo di sovraffollamento delle carceri? Anche qui, purtroppo, siamo tra i primi. Le nostre carceri, sulla carta, sarebbero in grado di ospitare 47.040 detenuti ma in realtà ne ospitano quasi 20.000 in più. Tutti i nodi vengono al pettine, le conseguenze di questo sovraffollamento spaventoso implica tutte queste problematiche. Tra le problematiche non può non esserci quello dei suicidi che si ricollega alla situazione-simbolo delle carceri toscane e delle malattie della maggior parte dei detenuti presenti lì dentro. Infatti nel 2012 i tentativi di suicidio sono stati 1.300, i suicidi riusciti sono stati 56, gli atti di autolesionismo sono stati 7.317 mentre le

risse sono state 4.651. Negli ultimi anni, si è assistito ad un graduale aumento delle “morti di carcere”, per esempio pensiamo a Stefano Cucchi la cui vita è stata stroncata proprio perché chi lo ha ucciso ha smarrito il vero significato del carcere. Il numero di suicidi all’interno delle carceri italiane è superiore a quello della Spagna, che spende per i carcerati all’incirca la metà di quello che spende l’Italia (maglia nera la Francia). Ma questo è solo l’inizio. L’Italia infatti detiene il non-invidiabile record di sovraffollamento delle carceri in Europa, con lo scarto maggiore tra suicidi dentro e fuori le carceri. Questo dato raccolto dal Centro Studi di Ristretti Orizzonti è il segnale lampante di quanto il sistema penitenziario non sia affidabile. Infatti

dentro la società attraverso un nuovo lavoro e, perché no, una nuova vita. Il tutto attraverso un carcere che possiede un livello di sicurezza attenuato e che appunto vede numerose aziende locali lavorare all’interno della struttura fornendo posti di lavoro tramite call center, servizi di catering, ecc. I dati danno ragione ai vertici della prigione di Bollate, su 100 casi la percentuale della recidiva è scesa dal 19% al 12%. Incoraggiante. Tanto quanto le parole della direttrice della struttura, Lucia Castellano, che ha detto: “Pensare al carcere come a un luogo in cui si prende la chiave e la si butta via, non serve a niente. A Bollate chi ha voglia di studiare, di lavorare e accetta le nostre regole ha buone possibilità di trovare un lavoro e reinserirsi nella società

se la costituzione incitava “alla rieducazione del condannato” anche tramite un lavoro, tutto questo non è stato pienamente realizzato. Infatti stando a quanto dice il Ministero degli Interni a giugno 2012 sui 66.528 carcerati presenti neanche il 20 % risultano occupati in lavori, il dato rimarca un calo in confronto agli anni precedenti. Purtroppo la situazione attuale delle carceri italiane mostra un deficit nella qualità del servizio che esso dovrebbe offrire, secondo anche quanto stabilito dalla legislazione.

una volta fuori”. Ecco perché vorremmo che ci fosse in ogni regione almeno una Bollate con la propria struttura penitenziaria. Il vero obiettivo viene perseguito, nella fase dell’esecuzione della pena, attraverso un complesso di attività, di misure e interventi, rivolti a condannati e internati che prende appunto il nome di trattamento rieducativo. Tale deve essere individualizzato e diretto a promuovere un processo di modificazione degli atteggiamenti che sono da ostacolo ad un’effettiva partecipazione sociale in modo da poter perseguire l’obiettivo finale che consiste nel reinserimento sociale dei condannati. Un’importante attività risocializzante si esprime attraverso la creazione di redazioni giornalistiche all’interno degli istituti penitenziari. Di solito i periodici nascono grazie alla collaborazione di giornalisti che operano come volontari all’interno e all’esterno delle strutture, in molti istituti l’attività redazionale si svolge in appositi locali nei quali i detenuti si incontrano per discutere della stesura e della definizione del giornale. Molti articoli poi vengono anche pubblicati su Internet. Un elemento fondamentale è sicuramente l’istruzione, la vera salvezza di ogni essere umano. Per istruzione si intende quello strumento che prevede sia l’approfondimento della formazione scolastica e professionale, sia la promozione di nuovi interessi per il

Esempi positivi

Ma tra tutti questi dati negativi e questo pessimismo riguardo le carceri italiane, c’è qualche esempio di positività all’interno del sistema penitenziario italiano? Grazie al cielo sì, dobbiamo andare al Nord. A Bollate infatti un nuovo modo di fare carcere c’è e si chiama “carcere aperto”. Il carcere di Bollate, provincia di Milano, è stato definito da molti addetti ai lavori la “prigione migliore d’Italia”, infatti qui dentro numerose sono le attività a favore del detenuto, sia per trascorrere il tempo nel periodo della pena attraverso opportunità di svago, studio e varie cose, ma soprattutto attraverso la vera e benedetta rieducazione del delinquente che all’uscita da quel carcere (nella maggior parte dei casi) non ricade nella recidiva ma bensì viene rimesso


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miglioramento complessivo della personalità della persona detenuta. Questo è possibile grazie ad insegnanti e uomini di buona volontà che si recano in carcere per tenere vere e proprie lezioni scolastiche ai detenuti, donando il loro bagaglio culturale. Secondo quanto stabilito dall’art 19 ord. penit vengono organizzati continuamente corsi d’istruzione scolastica di ogni ordine e grado e vari corsi. È da dire che ogni detenuto ha assicurato un’occupazione lavorativa sia all’interno che al di fuori in futuro. L’amministrazione allestisce officine e lavorazioni per la realizzazione di mobilio, oggetti e suppellettili necessari. La legge Smuraglia 193/2000-c.d. offre agevolazioni fiscali e contributive per le cooperative sociali e le imprese che assumono detenuti. Negli ultimi anni sta acquistando valore la scrittura, strumento di supporto per la crescita personale e il reinserimento nella società. Inoltre l’articolo 59 prevede anche l’inserimento nella vita quotidiana di attività ricreative, sportive. Nel tempo sti sta stabilizzando anche la fondazione che prevede la crescita di teatri in carcere. Molti gruppi si esibiscono anche nei teatri cittadini, in altri casi sono quelli interni alle strutture ad aprire le porte al pubblico esterno. Inoltre sempre più persone stanno facendo del volontariato in carcere la propria vocazione. Un aiuto a chi è in difficoltà, un abbraccio, un sorriso una carezza per far capire che la società non li abbandona ma li aspetta. Società che però deve togliersi i pregiudizi sui carcerati “reinseriti” perché essi sono e devono essere accolti come essere

umani, come nostri fratelli, nel bene e tanto più nel male.

Religiosi dietro le sbarre

Un ruolo molto importante all’interno delle carceri è anche quello del cappellano carcerario. In Italia i cappellani presenti negli istituti di pena sono 230, il loro impegno non è solo religioso ma anche quello di aiutare i detenuti ad andare avanti tramite supporto morale. Questo lavoro fondamentale per la permanenza degli uomini, perché i cosiddetti delinquenti sono prima di tutto uomini, dietro le sbarre e per la riabilitazione nella società di oggi. Comunque sia il lavoro dei sacerdoti all’interno delle carceri è vincolato dalla legge numero 323, dove il Parlamento riconobbe l'importanza della presenza della Chiesa in carcere e dispose l'istituzione presso il Ministero di grazia e giustizia di un Ispettore dei cappellani “per la vigilanza sul servizio di assistenza religiosa negli istituti” e resta pericoloso anche per la loro incolumità fisica.

Vita da carcerato

La vita dei carcerati è semplice. Ma qual è la giornata tipo di un detenuto? C’è una sorta di stratificazione delle giornate a seconda dei ruoli all’interno delle prigioni. Diciamo che quelli che iniziano prima sono coloro che lavorano in cucina e nell’ambito della pulizia: L’ora di riferimento per la sveglia è intorno alle 6:00, da lì ha inizio la giornata. Tre sono i pasti giornalieri, durante la mattinata le celle sono aperte per lasciare i detenuti

liberi di andare o alle attività “trattamentali” (scuola, sport…) o all’aperto per l’ora d’aria. Dopo il pranzo i detenuti sono liberi di lasciare ancora le proprie celle per frequentare le attività pomeridiane. Intorno alle 18:30 si concludono tutte le attività extra-carcerarie con l’inizio della distribuzione della cena. Questa la “giornata-tipo” di un carcerato italiano.

Quanto spende lo Stato?

Ma quanto costerà il tutto al Paese? Un detenuto costa allo stato italiano 3.511 euro. La cosa che crea sconcerto non è tanto la cifra in sé e per sé, ma la quota che realmente viene usata per i carcerati. Giusto 511 euro. I restanti 3.000 vanno alla Polizia Penitenziaria e al personale civile. Il totale dei carcerati, che corrispondono appunto come detto all’inizio a 65.905 (aggiornato al 31 gennaio 2013), comporta una spesa mensile per lo Stato di circa 231 milioni di euro ed una spesa annua che si aggira sui 2 miliardi e mezzo di euro e addirittura un totale negli ultimi 10 anni di 29 miliardi di euro. La nostra spesa tuttavia non è la più alta al mondo. Siamo sempre pur dietro alla spesa della Gran Bretagna e della Nuova Zelanda, non alla Francia, agli Stati Uniti e alla Spagna. Ma la spesa rimane sempre stellare, anche in correlazione con i problemi sopraelencati.

Nuova vita

Insomma il carcere deve essere il luogo della “conversione”, della purificazione e soprattutto della preparazione al

reinserimento nella società. Per questo, le autorità penitenziarie e lo Stato in prima persona si devono impegnare nel perseguire questo scopo, che diventa una vera e propria missione sociale e civile perché avrà ricadute nel futuro della società una volta che il detenuto avrà ottenuto la libertà. Libertà e dignità però che l’individuo nel carcere non deve perdere. Anzi, il carcere deve insegnare al colpevole quanto sia importante la dignità altrui ma soprattutto la sua dignità, il suo essere uomo libero, che attraverso il tempo di detenzione, deve maturare un nuovo senso di rispetto, di giustizia e di vivere comunitario. Ma l’esperienza del carcere non può essere intrapresa solo attraverso la violazione della legge, ma anche tramite l’ambito sociale. Il volontariato infatti può essere un’opportunità di formazione per tutti i cittadini. Osservando il degrado di un sistema penitenziario che consuma tanto ma produce tanto, forse a qualche giovane può venire l’impulso di cercare il cambiamento e di raccogliere il coraggio anche attraverso l’esperienza del volontariato all’interno del carcere. Per il bene dell’Italia, ma soprattutto per il bene dei detenuti, che sono prima di tutto uomini. Andrea Braga a.braga@educazioneliberta.it

Sara Capiello s.capiello@educazioneliberta.it

Mark Karaci m.karaci@educazioneliberta.it

mosse da non perdere

I Mali d’Africa La guerra colpisce anche il Mali, ex colonia francese dal 1960. Il colpo di stato effettuato nel marzo 2012 è stato il primo passo che ha portato in seguito alla dichiarazione di indipendenza del Nord del Paese a giugno. I responsabili di questo assalto sono i tuareg di Ansar Dine, ex militari ritornati in Mali dopo la caduta del regime di Gheddafi, con l’intenzione di continuare la loro lotta per la realizzazione di uno stato sahariano indipendente. Il gruppo terrorista è affiancato da altri due nuclei islamisti, Al Qaeda e Mujao (Movimento per l’Unità e la jihad nell’Africa Occidentale). A novembre i Paesi dell’Africa Occidentale (Ecowas) si accordano per una missione tesa all’allontanamento dei terroristi, il tutto con il benestare dell’Onu, tuttavia il tentativo viene sventato da un’offensiva islamista contro cui l’esercito maliano non può nulla. A questo punto la Francia accoglie la richiesta di aiuto da parte del presidente del Mali. L’obiettivo è quello di liberare la regione settentrionale del Paese restando in attesa che l’esercito dell’Ecowas giunga a dare man forte.

L’ingresso alle truppe di terra francesi nel territorio è avvenuto il 16 Gennaio. Tale mossa, tuttavia, ha risvegliato Al Qaeda, che ha risposto all’alba dello stesso giorno con l’occupazione dell’impianto di gas/petrolio BP-Statoil-Sonatrach, situato ad In Amenas (Algeria). Nell’attacco islamita hanno perso la vita un britannico e un algerino, mentre 41 sono gli ostaggi occidentali. Hollande non cede, dicendo che “in Mali ci fermeremo quando la minaccia sarà cessata”. Anche l’Italia partecipa, fornendo supporto logistico con istruttori e aerei da trasporto. Gli Stati Uniti, invece, mettono a disposizione truppe e tecnologie, come i droni. Mentre gli scontri continuano, vengono registrate anche brutali esecuzioni da parte dell’esercito maliano nei confronti dei tuareg, il tutto motivato da odi etnici: a tal proposito la Fidh (Federazione Internazionale dei Diritti Umani) sta investigando. La zona di guerra si è spostata più a nord, vicino ai vari nuclei dell’AQMI (Al Qaeda nel Maghreb islamico) e del Mujao, che, nel febbraio 2013, ha dato inizio ad una serie di attentati suici-

di contro le truppe maliane e francesi. Verso la fine del mese i contingenti si sono spostati nella zona montuosa nord orientale, dove i tuareg si erano rifugiati. Alcuni membri del gruppo Ansar Dine si sono scissi da esso, fondando il Movimento Islamico dell’Azawad (Mia), la cui azione è distante dal terrorismo e predilige il dialogo con i francesi. Dopo l’uccisione di diversi capi dei gruppi terroristi, la guerra sembra essere giunta verso la fine. “L'ultima fase dell'intervento” ha spiegato Hollande “durerà ancora tutto il mese di marzo e, a partire dal mese di aprile, ci sarà una diminuzione del numero di soldati francesi in Mali, non appena le forze africane prenderanno il testimone, appoggiate dagli europei”. Dopo anni di instabilità e guerra civile, che avevano lasciato la Somalia senza istituzioni stabili, gli USA hanno riconosciuto per la prima volta dal 1991 il governo del Paese. L’indipendenza è stata annunciata da Hilary Clinton, in quanto la situazione del paese somalo è molto migliorata: le storiche elezioni tenute l'anno scorso, hanno permesso all'attuale presidente

Hassan Sheikh Mohamud di ottenere l'incarico. Prima che il governo di Mohamud prendesse il potere, c'era stato circa un decennio di transizione con un Governo, guastato, tuttavia, dalla corruzione. I problemi, tuttavia, non sono risolti perché il gruppo oltranzista islamista al-Shabaab, schierato con al-Qaeda, continua a controllare buona parte della Somalia meridionale e centrale. Gli Usa hanno fornito 780 milioni di dollari all'Unione africana e alla Somalia per respingere tale movimento, oltre a circa 360 milioni di dollari in aiuti umanitari. Se da un lato questo è un fatto storico molto importante perché un altro paese africano è riuscito ad avere l’indipendenza, dall’altro, però, gli Usa non devono lavarsene le mani ma continuare ad aiutare il governo somalo contro la lotta al terrorismo, sviluppando una strategia a lungo termine che impedisca al paese di ricadere nell’anarchia. Lorenzo Baldasseroni l.baldasseroni@educazioneliberta.it

Daniele Didonè d.didone@educazioneliberta.it


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scienze

L’elettrosmog

Le onde che danneggiano la salute

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a più grande differenza tra l’uomo e gli animali, ciò che ci rende così distanti a livello evolutivo rispetto alle altre creature, oltre ai pollici opponibili e l’andatura bipede, è la nostra straordinaria capacità intellettiva. Grazie all’intelligenza e all’abilità di ideare strutture complesse per risolvere problemi della vita quotidiana, siamo riusciti non solo a sfruttare appieno tutto quello che fa parte del nostro mondo, ma addirittura abbiamo adattato l’ambiente alle nostre esigenze, manipolandolo con tutti i mezzi a nostra disposizione. In modo particolare la tecnologia negli ultimi cinquant’anni ha fatto passi da gigante, e, avanzando con un ritmo esponenziale, si è capillarmente diffusa in tutti i Paesi più sviluppati, fino a cambiare radicalmente la vita delle persone. La lavatrice, il frigorifero e la televisione hanno rappresentato grandi innovazioni per i nostri nonni, e sono diventati parte integrante di una normale abitazione per la vita dei nostri genitori. La nostra generazione invece ha visto entrare nel quotidiano una innumerevole quantità di altri prodotti dell’innovazione tecnologica: la quasi totalità delle famiglie possiede in casa una connessione a internet senza fili, moltissimi giovani non hanno più il cellulare per telefonare ma usano lo smartphone per chattare con gli amici in qualsiasi momento della giornata e ci sembra strano sentire di una persona che non ha un profilo su facebook. Oggi possiamo tranquillamente dire, senza aver paura di essere smentiti, che chiunque conosce il significato di parole come computer, wifi o Google. L’importanza che sta assumendo la dimensione virtuale è in crescita soprattutto per le nuove generazioni, per le quali il computer viene prima della televisione, tanto che sono già molto numerosi gli esponenti della vita culturale e politica, oltre ai personaggi famosi, come cantanti e artisti di vario genere, che si servono dei social network per pubblicizzare un evento, un prodotto, o fare vera e propria propaganda. Senza ombra di dubbio, il fatto di poter usufruire di una connessione ad internet consente di accedere a un numero praticamente infinito di contenuti e servizi alla portata di tutti, a partire dallo shopping online fino alle videochiamate su Skype, motivo per cui la diffusione di dispositivi che accedono rapidamente e in modo facile al web costituisce un grande passo avanti, almeno fino a questo punto; ma che impatto hanno questo genere di cose nella nostra vita biologica e sociale? La questione dei danni causati dall’elettrosmog (viene chiamato così l’inquinamento prodotto da onde elettromagnetiche a radiofrequenza, come le microonde) si è sollevata di pari passo con lo sviluppo e il miglioramento delle tecnologie che

richiedono connessioni senza fili, come le antenne dei nostri telefoni, grazie alle quali possiamo telefonare, o i router wifi, che permettono di navigare senza dover necessariamente rimanere inchiodati a una scrivania con il computer collegato a internet tramite cavo. Gli interessi commerciali delle grandi case produttrici di questo genere di prodotti e le lobby nate intorno a questi, spingono le aziende a produrre dispositivi sempre più veloci, leggeri, comodi e semplici da utilizzare, portando alle stelle la quantità di funzionalità e diminuendo al minimo l’ingombro di questi oggetti, così da poter essere fruibili per il maggior numero possibile di persone. Quanto tutto ciò sia dannoso per la salute delle persone viene invece spesso ignorato o trattato con superficialità, quando invece è un problema da non sottovalutare. Partiamo con il valutare i danni causati sulla salute da uno degli strumenti più utilizzati dalla gente: il telefono cellulare. È inutile negare che la maggior parte di noi, a partire dai più giovani, possiede un telefonino portatile. Senza dubbio abbiamo già sottolineato l’utilità di questi strumenti tecnologici che hanno cambiato la nostra vita. Ma ci siamo mai chiesti cosa i cellulari (cordless compresi) provocano sul nostro organismo? Le onde elettromagnetiche dei telefoni portatili aumentano la temperatura dei tessuti cellulari, ad esempio alterando le pompe del calcio all'interno delle cellule compromettendo i processi di omeostasi (alzano la temperatura delle cellule) e provocano neoplasie, ossia dei tumori; una massa abnorme di tessuto che cresce in eccesso e in modo scoordinato rispetto ai tessuti normali. Nel caso dei cellulari le zone interessate a una prolungata esposizione ai campi elettromagnetici sono le parti superiori del nostro corpo, infatti è più frequente contrarre gliomi e neurinomi, rispettivamente tumori del cervello e del nervo uditivo, proprio in questa zona del corpo, particolarmente

importante e delicata. Tra le altre fonti di campi elettromagnetici ci sono apparecchiature come radar, ripetitori di segnale e router Wi-Fi. L'uso della rete Wi-Fi è entrata nella nostra vita da meno tempo e quindi le conseguenze legate al suo utilizzo sono meno conosciute, ma si tratta comunque di microonde, come quelle dei telefoni cellulari, la cui pericolosità per la salute è ormai accertata. La prolungata esposizione a questo tipo di onde dimostra, grazie a degli studi effettuati, l'incidenza di mal di testa, nausea, vertigini e problemi di memoria. Attualmente la rete wireless è presente ovunque nelle nostre città perfino nelle strutture scolastiche. Infatti dal 2011 si è dato il via al progetto "scuola digitale",  un protocollo siglato nel 2008 dagli allora ministri Brunetta e Gelmini che prevede di dotare tutti gli istituti scolastici di reti di connessione senza fili. È bene però sottolineare un dato negativo di questa iniziativa, cioè che la scuola espone i bambini ai rischi dell'elettrosmog senza adottare un minimo principio di precauzione visto che non si conoscono ancora bene i rischi legati all’utilizzo del Wi-Fi, soprattutto per i bambini, che sono i soggetti più a rischio sotto questo punto di vista. Tutto ciò dimostra che ci sono sempre degli interessi maggiori che guidano i grandi produttori a discapito della salute delle persone. A questo proposito un onorevole del nostro Paese ha parlato delle nuove norme sulle telecomunicazioni che cercavano di evitare il pericolo di una maggiore esposizione della popolazione all’elettrosmog, inserite nel Decreto Sviluppo del Governo Monti, che sarebbero poi state bocciate dalla Commissione Industria che aveva evidentemente altri scopi. L'esistenza di un rischio concreto per la salute assume maggiore rilevanza quando già nel 2011 l'Organizzazione mondiale della sanità delle Nazioni Unite, l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro, il Consiglio d’Europa, e anche l’Inail classifica-

no i campi elettromagnetici a radiofrequenza come «possibilmente cancerogeni» e ancora affermano che i «telefonini e dispositivi wi-fi dovrebbero essere proibiti nelle scuole per i potenziali rischi per la salute dei bambini». Come spiega molto bene il rapporto del Consiglio d’Europa, alla luce delle conseguenze che le onde elettromagnetiche provocano, gli stati membri dell’UE  dovrebbero adottare dei provvedimenti allertando la popolazione sui possibili rischi attraverso una campagna di sensibilizzazione. Per essere onesti sulle istruzioni d’uso dei telefoni cellulari sono presenti delle controindicazioni se si usa  il dispositivo in modo scorretto, però fino a questo momento i rischi legati all’esposizione alle onde elettromagnetiche sono stati sottovalutati  perché tenuti nascosti in favore di interessi commerciali e lobby o ritenuti ancora poco attendibili. Invece «bisogna rispettare il principio di precauzione e revisionare i limiti correnti all’esposizione» dice l’organismo europeo, «aspettare prove certe potrebbe portare a grandi costi per la salute, come successo in passato per l’amianto, il fumo di sigaretta o il piombo nella benzina». Un altro rischio legato al progresso tecnologico è il rischio sociale. L’avvento dei social network ha cambiato il nostro modo di vivere, il nostro modo di lavorare e di agire. Anche  in questo caso il rischio per la salute è dietro l’angolo. Stare sempre su Facebook (il social network più noto al mondo) porta ad alienarsi dalla vita sociale, a non sentire il bisogno di stare fisicamente con le altre persone perché ci sembra di stare già con loro a livello virtuale. Uno stile di vita così sedentario porta con sé diverse controindicazioni: patologie a livello psichico ma anche a livello fisico, perché il nostro organismo si è evoluto per uno stile di vita dinamico e  all'aria aperta. Questo ultimo aspetto delle nuove tecnologie ci aiuta a capire che siamo stati strappati dalle nostre abitudini di un tempo: uno stile di vita sano e più vicino alla natura, che cinquant'anni fa era una delle attività centrali nella vita delle persone, come l’agricoltura per portare un esempio, di sicuro potrebbe ridurre la possibilità di incorrere in rischi legati a questo tipo di tecnologie. È possibile vivere senza onde? Si! È possibile! Il motivo che ci spinge a dare questo tipo di risposta è il fatto che rinunciando alle comodità tecnologiche e scegliendo una vita più "naturale" e meno virtuale noi ci guadagnamo salute. Perché ricordiamoci che nella vita la salute non è tutto, ma tutto è niente senza la salute. Stefano Bonetti s.bonetti@educazioneliberta.it

Paolo Tollis p.tollis@educazioneliberta.it


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filosofia

Famiglia: il seme che dà frutto Alla base dell’albero sociale

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er fare l'albero ci vuole il seme". Cosi cantava il grande Sergio Endrigo in una delle sue più popolari canzoni. Parole illuminanti- quasi banali- che spiegano come il mondo debba andare avanti e svilupparsi: piantare il seme per costruire l'albero, prendere un mattone per costruire una casa, creare una famiglia per contribuire alla società. Partendo da questo principio notiamo che qualcosa nell'attuale società organizzata sta cambiando. La famiglia da sempre è il seme che dà vita al grande albero del sociale. L'uomo e la donna unendosi in matrimonio sono chiamati, come di natura, al dono di sé e alla procreazione nell'amore offrendo, pertanto, il primo esempio di vita sociale, spunto e origine per la "famiglia" formato macro. Negli ultimi anni, con grandi eventi mondiali come il Family day, le comunità familiari si sono sentite in bisogno di riaffermare i loro diritti e di manifestare, in moltitudine, per richiamare l'attenzione sul ruolo che la famiglia svolge continuamente nella comunità del mondo. Lo sviluppo interminabile delle infrastrutture e della tecnologia, l'ultra globalizzazione, il mito del progressismo e il modernismo di pensiero aiutano a creare mentalità più aperte ma lasciano in disparte alcuni principi fondamentali che sono alla base proprio del progresso sociale e dello sviluppo della società stessa, anche se ad alcuni sembra che siano d'ostacolo. Proviamo a dare una veloce rispolverata a questi ultimi. La comunità familiare è la chiara iniziazione alla vita comune prima in rapporto col fratello di sangue, successivamente con il fratello del mondo e in ultimo con le istituzioni. I piccoli segreti dell'arte del vivere insieme fatta di sacrifici comuni, di servizi e di rispetto prendono vita dal semplice "lavoretto per la mamma" che il bambino si adopera a fare, passando per il ruolo che il fratello maggiore assume nell'aiutare il minore nei compiti scolastici e diventano dapprima un dove-

re e in seguito un moto di coscienza. Il genitore con il " si" e con il " no", con il "devi" e "non devi" svolge il suo ruolo di insegnante delle cose della vita con minacce, in prima istanza poi con spiegazioni sempre più articolate che sfociano in litigi ma che mettono il ragazzo davanti alla realtà delle cose e al mondo del valore. Più i genitori si adoperano nell'insegnare i valori fondamentali con i fatti, più i figli sono portati a seguirli, a capirli e quindi a mettersi in relazione con il mondo e con lo Stato. L'autorità entra in campo assieme alla responsabilità: l'autorità basata sul principio di sussidiarietà: il più esperto prende le redini e dirige il meno abile. Il più grande assiste il più piccolo. La libertà, diritto fondamentale così importante, guarda agli insegnamenti e sceglie, nel giovane, prima la scuola superiore, poi il partito politico e in seguito uno stile di vita. La libertà del ragazzo va a scandagliare l'insegnamento del genitore, i valori proposti, l'esempio ricevuto e decide la strada da percorrere. Si potrebbe continuare a scandagliare la realtà familiare, la scienza, la psicologia, la storia, l'economia, la fede: enormi sono i frutti della famiglia per il bene dell'individuo che la compone e per la salute del mondo circostante. I grandi problemi di pace, di tolleranza, di comprensione del diverso sono strettamente legati all'insegnamento familiare e alle piccole coscienze formate in famiglia, educate per poi essere trapiantate nel sociale e contribuire come anime

rette alla conduzione della comunità. Con non troppa difficoltà si può affermare che se un albero-società si sviluppa malato e fragile, forse la responsabilità stava nel coltivare bene il seme-famiglia, sostenere con forza lo sviluppo del fiore in modo da avere una meravigliosa pianta. Cosa deve fare in questo senso il giardiniere-politica? Secondo quanto riferisce il rapporto biennale 2011-2012 dell’osservatorio sulla famiglia, nel 2030 ci saranno più famiglie ma meno numerose, con coppie senza figli ed anziani a carico. I dati sono allarmanti: il numero delle famiglie aumenterà da 23,4 milioni a 25,6 milioni entro il 2030 ma il numero medio di individui per nucleo scenderà da 2,6 a 2,4; il numero degli anziani a carico aumenterà di 1,7 milioni. Le coppie senza figli aumenteranno dai quasi 5 milioni del 2010 a più di 6 milioni, e in proporzione diminuiranno le coppie con figli da 9 milioni a 8 nel 2030. Stesso discorso per le persone “sole” che aumenteranno da 7 a 8,6 milioni. Tutto ciò significa che si avrà sempre più difficoltà a creare una famiglia. Perché? Perché evidentemente la crisi del lavoro, generata dalla crisi economica, non permette alle coppie una stabilità della quale una famiglia necessita. A proposito di questo la Conferenza Episcopale Italiana(CEI), nel messaggio per la 35esima Giornata Nazionale per la Vita dice: "La crisi del lavoro aggrava

così la crisi della natalità e accresce il preoccupante squilibrio demografico che sta toccando il nostro Paese: il progressivo invecchiamento della popolazione priva la società dell'insostituibile patrimonio che i figli rappresentano, crea difficoltà relative al mantenimento di attività lavorative e imprenditoriali importanti per il territorio e paralizza il sorgere di nuove iniziative”. Nel 2006, per la prima volta nella storia della Repubblica italiana è stato istituito il dipartimento per le politiche della famiglia, volte a tutelare i diritti della famiglia. Il dipartimento promuove, cura e coordina le azioni di governo indirizzate alla tutela della maternità, paternità e dell’infanzia. Fornisce supporto finanziario come il “Fondo di Credito per i nuovi nati” che permette di avere prestiti a tasso agevolato fino a un massimo di 5000 euro presso le banche che hanno aderito all’iniziativa governativa (la domanda di prestito può essere presentata alle banche entro il 30 giugno dell'anno successivo -sino a giugno 2015- a quello di nascita o di adozione del figlio per cui si richiede il prestito). È aiuto concreto che lo Stato da alle famiglie visto che la nascita di un figlio comporta nuovi oneri e spese. Il dipartimento si occupa inoltre di politiche di conciliazione tra famiglia e lavoro, cercando di rendere compatibili la sfera familiare e la sfera lavorativa dell’individuo. Forse un bene come la famiglia richiederebbe un’attenzione maggiore, che non consista esclusivamente nell’andare a rattoppare alcune situazioni traballanti, ma che porti all’elaborazione di una politica di ampio respiro, che investa tutti i settori dell’azione politica, non solo quella in ambito economico. Per questo le famiglie sono legittimate a chiedere di più, così da poter svolgere effettivamente il loro ruolo di seme di vita e cellula primaria della società. Luigi Giannino l.giannino@educazioneliberta.it

Lorenzo Olivato l.olivato@educazioneliberta.it


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ATTUALITà

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Pasqua in Georgia

Come si vive il giorno della Resurrezione nel Caucaso

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a Georgia si trova nella zona caucasica tra l’Europa e l’Asia. Ha vissuto sotto la dominazione sovietica fino al 1991, anno in cui è divenuta repubblica, a seguito del dissolvimento dell’URSS. Il raggiungimento dell’indipendenza ha provocato numerose difficoltà, sia socio-economiche che politiche, culminate con il conflitto del 2008 con la Russia, che ha coinvolto le regioni dell’Ossezia e dell’Abcazia. Attualmente è una repubblica semipresidenziale, con un forte desiderio della sua classe dirigente di avvicinarsi sempre più all’Unione Europea. La popolazione georgiana pratica per l’82% la religione cristianoortodossa. Quest’ultima rappresenta un cardine fondamentale del tessuto sociale georgiano; di conseguenza coloro che decidono di abbracciare il cattolicesimo sono una minoranza, che decide di battezzarsi in età adulta, affrontando non poche difficoltà sia in famiglia, che nell’ambito del lavoro e delle relazioni sociali. La maggior parte dei cattolici si trova a Tbilisi (la capitale della Georgia), in cui sono presenti due chiese, nell’ambito delle quali il cattolicesimo è reso vivo dalle attività svolte dalla comunità dei giovani cattolici georgiani. La redazione, con riferimento alla premessa, ritiene significative le testimonianze presentate dai giovani cattolici che compongono la nostra redazione georgiana; nel Paese, durante la celebrazione della Santa Pasqua i fedeli sono soliti salutarsi così: - Cristo è risorto! - Davvero è risorto! Queste parole rappresentano un grido di gioia che deve essere necessariamente condiviso con gli altri. La risposta indica che Cristo non è risorto solo per chi lo grida al mondo, ma è risorto per tutti, per quell’unione e per quella condivisione, alla quale ci ha chiamati Gesù. Noi tradizionalmente celebriamo la Pasqua con la Santa Messa e le celebrazioni notturne. Nel buio della chiesa viene portato il fuoco gioioso della Pasqua, e questo

ci aiuta a vivere la Sua presenza tra di noi. Poi continuiamo con attività e preghiere che culminano nella celebrazione eucaristica che si svolge all’alba della domenica di Pasqua. Però il periodo pasquale è anche quello che ognuno di noi celebra individualmente; per questo qui di seguito ci sono pensieri e riflessioni di alcuni studenti cattolici georgiani riguardo la celebrazione dell’evento della resurrezione di Gesù Cristo.

Cosa significa per me la Pasqua? Cosa vuol dire? Pasqua significa ‘conferma’. La conferma data da un giovane di Nazareth, che era mosso da divina carità, un giovane che è il nostro Signore. È il figlio del Padre e a Suo Padre lui è stato fedele fino alla fine dei Suoi giorni, e nel Suo amore è risorto. Cosa significa questo pensiero teologico? La carità di quel giovane è la vita nuova, e questo per me vuol dire che quella carità divina è anche per me, così come la resurrezione”. Giorgi Germanozashvili

Per me la Pasqua è la festa più importante di tutte. Nella Resurrezione si celebra il passaggio dalla morte alla vita, perché solo Gesù è il mio unico Salvatore. Nella notte in cui si celebra la Santa Pasqua aspetto sempre la Resurrezione di Cristo con agitazione e trepidazione, e mi colpisce anche molto che in quest’occasione si battezzino i bambini. Ciò vuol dire che tutti nostri peccati vengono lavati via con l’acqua santa, cosi anche i miei peccati, l’odio, il pregiudizio e tutto il resto, perché credo che Dio mi possa perdonare tutto. Questa festa è importante perché nasce la speranza che la vita non finisca qui, la Resurrezione porta alla vita eterna. Gesù è risorto e anch’io posso risorgere insieme a Lui, perché ho scelto Lui ed è Lui che sto seguendo. Nel periodo della Quaresima Dio ci mette sempre di fronte a tante prove, affinché, con l’aiuto della preghiera e con il digiuno, possiamo riflettere sull’atto del perdono. Per me questo tempo è e resta una grande possibilità per verificare quanto io sia debole, e quanto sia difficile riconoscere i propri peccati e pentirsi. È proprio quan-

do arriva il periodo di Pasqua che rinasce questa speranza: che nonostante le nostre debolezze, Dio ci ama”. Sopo Rjoyani

Mi piace davvero tanto l’espressione “Resurrezione per amore”. Nella mia vita, nella mia professione non potrebbe esserci significato se non fosse per Gesù, che oggi è vivo, e ciò sarebbe impossibile senza la Resurrezione. Il fatto che noi celebriamo la Resurrezione con la Pasqua, significa che, pur essendo trascorsi 2000 anni fra l’epoca di Cristo e i giorni nostri, nulla è stato cancellato perché anche oggi Gesù è presente nella nostra vita, cosi come era presente e partecipava nella vita degli Apostoli. Ogni tempo pasquale è una continua conferma del Suo amore”. Sopo Gozalishvili

La Pasqua indica un periodo di passaggio dalla morte alla vita. Come per gli ebrei che ricordano e celebrano la liberazione del loro popolo dalla schiavitù del Faraone. Adesso riesco a vivere davvero la resurrezione di Cristo e anche per me significa un passaggio dalla morte alla vita, rappresenta la vittoria sul peccato, sulla morte, perché Gesù risorto anche per noi. Tempo fa nella mia famiglia non si festeggiava il significato più profondo del-

la Pasqua. Seguivamo solo la tradizione: dipingevamo le uova di colore rosso, che simboleggia il sangue di Gesù e per simboleggiare il corpo di Gesù si comprava un dolce, poi andavamo al cimitero per ricordare e portare un omaggio ai parenti defunti. Invece adesso partecipo attivamente alla Santa Messa e sento forte lo spirito dell’unione e della condivisione, con cui noi cantiamo di gioia la salvezza e la resurrezione di Gesù Cristo, vivendo emozioni fortissime di fede”. Mishka Khucishvili

Per me la Pasqua è tempo di pace, tempo di perdono, tempo di condivisione. È il tempo dell’amore di Cristo”. Mari Nebieridze Movimento Studenti Cattolici Georgia Tbilisi. Il progetto Educazione & Libertà è sostenuto da:

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Educazione e Libertà - Marzo 2013