Issuu on Google+

Proprietà: Scuola Nuova Srl - Viale del Vignola 3d - 00196 Roma - Tariffa R.O.C. - Poste Italiane S.p.A. - Spedizione in Abbonamento Postale - D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2204 n. 46) art. 1 comma 1-DCB Roma - Aut. Trib. Roma n. 585/2002 del 31/10/2002 -Prezzo copia 0,10 centesimi di euro.

Il carattere e gli Italiani Un modo diverso, non nuovo agli italiani, di fare politica : nessuno slogan urlato, molti viaggi, interviste concesse con il “contagocce” nei momenti caldi e una battuta sempre pronta, affilata e pungente, ma mai volgare. È un modo di porsi, una condotta nella vita pubblica di più politici che hanno rappresentato una parte importante della storia della prima repubblica, della quale Giulio Andreotti è stato primo attore e custode. Proprio al senatore a vita “ciociaro”, recentemente scomparso, si sposa quella figura del mansueto governante, capace di passare sopra alle accuse ed agli insulti avversari con quel suo sospiro pesante come un “rullo compressore” , quello sguardo un po’ perplesso quando negli studi televisivi della mediatica seconda repubblica fatta di paillettes e fondo tinta, qualche nuovo attore del transatlantico metteva in scena una sfida a chi alza più la voce, ed il cameraman inquadrava le occhiate dell’Andreotti che tanto facevano divertire un pubblico che, in fondo, ha sempre sofferto questa ostentata sceneggiata. Questione di carattere direte, di certo la tv gridata fa scena ed è elemento di curiosità, poi però all’improvviso ci si accorge che non è un reality ma è la realtà e piuttosto che un sudato dibattito parlamentare qualche onorevole preferisce abusare dello spazio del question time…e perché? Ma certo… perché c’è la diretta televisiva! Attenzione però, quando gli Italiani ritornano alle origini diventano un po’ schizzinosi, e quello spettacolo che tanto appassionava in tv dopo qualche decennio diventa insopportabile, come insopportabile è il risultato di ciò che ha fatto questa seconda repubblica… vivere di rendita! Ed è proprio il carattere che forse spiega i sondaggi svolti da più istituti che indicano come gli italiani da una iniziale diffidenza inizino oggi ad apprezzare Enrico Letta, stento a credere per il suo operato, siamo ancora lontani dall’avere abili critici di cultura politica, ma siamo sempre il paese da Bar Sport dove nella chiacchera alla mattina scopriamo che un tono più pacato ed un parlare solo delle cose da fare anzi che apostrofare contro la parte avversaria (in questo momento al governo assieme ma non credo per molto) desti una particolare simpatia, quella della normalità nella politica, di un tono semplicemente serio per un ambito che forse lo richiede. Martino Merigo

Twitter: @Martinomerigo

anno XII maggio 2013

IL FATTO

107 2

Andreotti,

protagonista fino alla fine FOCUS

4

Unione Europea: di nuovo divisa? Dalla guerra mondiale agli spread: risorgono vecchie rivalità

E

uropa: benvenuti nel mondo dell’incertezza, della disoccupazione, del “rating”, dello “spread” e di altri termini sgradevoli all’udito ma di fondamentale importanza per la vita di un paese. All’apparenza un’Unione, questo continente è passato negli anni da un calderone di Stati in guerra l’uno con l’altro a Paesi che cooperano nell’ambito di un mercato comune. Il risultato finale: un’organizzazione sopranazionale in grado di avere un’importante influenza sulla nostra vita e ora come ora l’ago di una bilancia fragilissima. Se, infatti con il tempo l’integrazione economica è diventata sempre più profonda, i membri hanno abbandonato i costumi della pace per tornare a vecchie rivalità. La Germania con la sua ricchezza ed efficienza viene percepita come una minaccia e la Francia gioca alternativamente il ruolo di suo fedele alleato e rivale geloso. Sullo sfondo una nuova guerra: quella degli spread. Sara Cappiello, Giulia Farina, Mark Karaci

intervista

Enrico Letta

6

storia

Anni di piombo

7

Sommario Comune * Bene - Morsi * Egitto * Nuova mobilità

3 5 6

www.educazioneliberta.it “Scuola Cattolica Romana, non temere, guarda con speranza verso il futuro!” S.S. Giovanni Paolo II


2

anno XII | maggio 2013 | 107

Il FATTO

Andreotti, protagonista. Luci e ombre di una vita in politica

L

a morte di Giulio Andreotti, avvenuta il 6 maggio scorso, è forse uno degli avvenimenti più discussi tra quelli che riempiono le pagine della recente politica italiana, per la pesante eredità che lascia la sua figura a tutto il mondo cattolico e non, per le pagine di storia contorte, che egli stesso ha contribuito a scrivere, ma soprattutto per la primaria importanza che ha sempre esercitato negli ultimi sessant’anni della nostra Repubblica. Il quadro del sette volte Presidente del Consiglio è l’opera impressionista più difficile da interpretare, tanto da valergli il soprannome de “l’indecifrabile”, e necessita della più attenta analisi, approfondita nel dettaglio, ma che tuttavia tenga conto anche dell’insieme. Andreotti riuscì a conquistare la stima di Indro Montanelli, che parlò di lui come un “autenticamente colto”, ma che attirò su di sé anche gli scherni del PCI e della sinistra estrema italiana che lo vezzeggiarono come “Belzebù”. La morte di Andreotti segna così la fine di un epoca intera. Le radici del suo impegno risalgono agli anni dell’università all’interno FUCI (Federazione Universitari Cattolici Italiani), l’unica associazione universitaria legale negli anni del ventennio fascista a seguito dei Patti Lateranensi. Ne diventò presidente nel ‘42 succedendo ad Aldo Moro, chiamato alle armi dal regime fascista. Successivamente, grazie ad uno stretto legame con Alcide De Gasperi, nato casualmente nelle Biblioteche Vaticane, prese parte alle primissime vicende politiche nazionali, a partire dall’espe-

rienza dell’Assemblea Costituente arrivando alla nomina di Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio nel quarto governo De Gasperi. La sua carriera, iniziata tra le fila dei neonati giornali universitari cattolici e proseguita anche nella redazione clandestina de “Il popolo”, lo vide anche come fondatore del CONI, che in seguito lo nominò come presidente del Comitato Olimpico dei giochi del 1960 a Roma. Fu il ministro più giovane di un governo italiano, nel 1954 durante la breve esperienza del governo Fanfani, all’età di soli 34 anni. Gli si aprirono, quindi, le porte della longevità politica a cui molti si sono ispirati ma che pochi hanno saputo replicare, per la rilevanza che i suoi atti hanno prodotto a livello nazionale ed internazionale, attuando una politica cinica e spregiudicata che lo vide stringere accordi in tutta l’Europa e non solo. Trascorse tutta la sua vita in Democrazia Cristiana, praticamente dalla nascita alla morte del partito. A partire dalla fine degli anni cinquanta l’Italia era il punto strategico conteso dall’occidente capitalista e dall’est comunista, era il paese che poteva determinare vittorie o sconfitte delle fazioni della guerra fredda e Giulio Andreotti fu per anni la serratura che Russia e Stati Uniti hanno provarono ad aprire. Una serratura intaccabile, la cui chiave fu cercata dai governi esteri ma soprattutto all’interno del Bel Paese, anche per comprendere i misteriosi sconvolgimenti italiani degli anni ‘70/‘80. La verità è che del “Divo” sarà impossibile formare un giudizio rotondo e com-

pleto, anche per la difficoltà a reperire fonti valide dei suoi atti. La maggior parte di ciò che riguarda la sua attività del periodo ‘70/’80 è velata da una sorta di nebbia, calata sopra i presunti legami con cosa nostra, sulle omissioni volontarie dello stesso Andreotti in documenti ufficiali (“il golpe Borghese” da lui redatto come ministro della difesa), sui presunti legami con Michele Sindona (banchiere e membro della loggia P2). E di certo non possiamo dimenticare la coltre di fumo denso che si cela davanti ai casi più controversi e criticati, per la conduzione contorta delle indagini sul sequestro Moro e l’omicidio del generale Dalla Chiesa, collegati pure all’omicidio Pecorelli (giornalista ucciso per l’intenzione di voler pubblicare integralmente uno dei testi di Moro ritrovati nel luogo del rapimento di via Monte Nevoso, svariati anni dopo alla sua morte). Una coltre di fumo che Andreotti avrebbe aiutato a creare, forse per il bene dello Stato, che comunque non aiuterà a chiarire il suo coinvolgimento nei grandi misteri italiani.

Periodico fondato da Fratel Giuseppe Lazzaro Direttore Editoriale Claudio Di Francesco Direttore Responsabile Francesco Gemelli Caporedattore Giulia Farina

Il problema di fondo di quegli anni, che non ci permette di avere reali valutazioni dell’operato della classe politica, sta anche in quella che era la tendenza a considerare i cittadini come bambini da proteggere da loro stessi e dalla verità: era tendenza comune nascondere, occultare e distruggere informazioni riservate. Anche il caso oscuro di Vito Ciancimino, politico della DC palermitana, colluso con la mafia, morto il 19 Novembre 2002 a Roma, contribuisce ad increspare le acque; la sua affermazione rilasciata come esperto di “cose di cosa nostra”, al magistrato Gian Carlo Caselli fu molto provocatoria: “Quando lei riuscirà a condannare anche il senatore Giulio Andreotti anche a un solo giorno di carcere, dopo 24-48 ore mi chiami e cominceremo a parlare del terzo livello”. Andreotti fu condannato a Perugia il 17 Novembre 2002 per l’omicidio di Carmine Pecorelli (precedentemente citato), come mandante dello stesso, dalle Corte di Assise di Perugia (tutti i documenti del processo sono disponibili in Internet); successivamente tuttavia la sentenza fu annullata dalla Cassazione il 24 novembre del 2003. Riguardo la sua azione dello Stato, le valutazioni verranno lasciate ai posteri. Quello che resta a noi è la vita di un uomo che è sempre stato legato all’Italia da un vincolo di sangue; egli ha dedicato la propria vita al Paese, vivendo sempre in modo frugale e lontano da ogni lusso, e solo in tarda età conobbe il palco della televisione. Tutte le sue azioni furono comunque volte al “bene dei cittadini”; si potrà criticare il metodo ma difficilmente si potrà mettere in dubbio l’obiettivo. Licio Gelli, finanziere e amico di Andreotti, alla notizia della sua morte rilasciò una dichiarazione molto calzante in merito alla figura del senatore: “Fu un vero statista. E come tutti gli statisti si è portato i suoi segreti nella tomba”. Giovanni Salvetti g.salvetti@educazioneliberta.it

Redazione Stefano Bonetti, Andrea Braga, Elisabetta Cipriani, Rita D’Ambrosio, Francesca De Nuntiis, Paolo Di Domizio, Matteo Di Francesco, Luigi Giannino, Mark Karaci, Guendalina Ferri, Martino Merigo, Lorenzo Olivato, Nicola Perlini, Giovanni Salvetti, Nathascia Severgnini, Paolo Tollis. Hanno collaborato Annamaria Burzynska, Elena Delle Site, Chiara Forante, Renato Lavezzi, Francesca Magagna, Elena Valdegamberi. Autorizzazione Trib. di Roma n.585/2002 del 31/10/2002

Sede redazione Viale del Vignola, 3D - 00196 Roma T. O6 3221854 - F. 06 3221853 redazione@educazioneliberta.it Progetto grafico Valentina Lucentini Realizzazione editoriale CO.GRAF di Carlo Cortini T.- F. 06 70491797

In copertina - Storia: “La strage di Bologna”, pannello acrilico di Carlo Carosso.


3

107 | maggio 2013 | anno XII

educazione

Bene comune e DSC Un’espressione molto sfruttata, poco compresa

L

a Storia ci insegna che da sempre l’uomo vive cercando di soddisfare i propri bisogni. Dalle tribù alle grandi metropoli industrializzate, gli uomini hanno sempre aspirato, ed aspirano tutt’oggi, al proprio benessere e alla propria felicità. Nel momento in cui l’uomo esce dalla sua dimensione individuale si rende conto di essere all’interno di una rete di relazioni economiche, sociali, giuridiche e politiche. Ecco che il principio di quell’io egoista che tende unicamente alla propria affermazione va a scontrarsi con la dimensione comunitaria dell’esistenza.

bene comune. L’espressione “bene comune” nasce dalla tradizione della Dottrina Sociale della Chiesa (DSC) e, come ha sintetizzato il filosofo francese Jacques Maritain, è “la vita retta della m o l t i t u d i n e” . Un principio “al quale ogni aspetto della vita sociale deve riferirsi per trovare pienezza di senso”. Secondo una prima e vasta accezione, per bene comune s'intende “l'insieme di

creano posti di lavoro e valorizzano il ruolo delle donne, dei più giovani, degli emarginati. Cittadini che pagano le tasse, rifiutano le collusioni mafiose ma anche le facili furberie del quotidiano. Il bene comune illumina l’agire pratico dell’uomo, in costante relazione con gli altri, e per questo è un cardine di quella immaginaria bussola che ci offre la Dottrina Sociale della Chiesa. Ad esso si affianca-

Il bene comune illumina l’agire pratico dell’uomo

il bene comune metta al centro il bene morale dell’uomo e superi le vecchie culture come la statolatria di Rousseau, che considera l’uomo un “buon selvaggio” che la società corrompe e lo Stato educatore salva. Quando si parla del perseguimento del bene comune non si vuole indicare una società nella quale tutti i cittadini hanno le stesse ricchezze, gli stessi beni e gli stessi stipendi. Non s’intende un’utopica società pianificata e egalitaria sul modello stalinista. Si auspica piuttosto a costituire una società nella quale il riconoscimento della dignità altrui valga per tutti gli uomini, e ciò sta alla base della crescita comune e personale della collettività. Si persegue una società nella quale gli individui siano liberi di fare le loro scelte in campo economico e civile, in cui la concorrenza economica sia tutelata quale fonte di crescita dei singoli individui. Una società quindi in cui a tutti è data la

fiducia

“La moralità dell’uomo politico consiste nell’esercitare il potere che gli è stato affidato al fine di perseguire il bene comune” Sandro Pertini

L’uomo non esiste soltanto come singolo individuo, ma anche come essere sociale che crea rapporti, instaura relazioni ed è membro vivo di un gruppo di persone. In quest’ottica viene a delinearsi un concetto molto importante ma troppo spesso dimenticato nella società del XXI secolo: il principio del

quelle condizioni della vita sociale che permettono sia alle collettività sia ai singoli membri, di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più celermente”. Nella pratica, esso si esprime come un comportamento etico, di fiducia reciproca, di cittadini che sono attenti a custodire e curare il territorio, a cooperare nell’attività economica; cittadini che

L’uomo non esiste soltanto come singolo individuo

no i principi della persona umana, della sussidiarietà e della solidarietà, argomenti già trattati nei numeri precedenti di questo giornale. Il bene comune è “il bene di tutti e di ciascuno, perché tutti siano veramente responsabili di tutti” (Sollicitudo rei socialis, 38). “Essendo l’uomo parte della società, tutto ciò che ciascuno possiede appartiene alla società: così come una parte in quanto tale appartiene al tutto”. Ce lo insegna Tommaso d’Aquino come

relazioni

stessa possibilità di poter emergere e perseguire i propri interessi, i quali però devono essere orientati al raggiungimento del bene comune e basati su principi etici sani. La Dottrina Sociale della Chiesa afferma che tutti devono collaborare per costruirlo precisando che “Le esigenze del bene comune derivano dalle condizioni sociali di ogni epoca e sono strettamente connesse al rispetto e alla promozione integrale della persona e dei suoi diritti fondamentali. […] Lo stato ha un ruolo fondamentale poiché il bene comune è la ragion d'essere dell'autorità politica. Esso, infatti, deve garantire coesione, unitarietà e organizzazione alla società civile di cui è espressione, in modo che il bene comune possa essere conseguito con il contributo di tutti i cittadini e di tutte le famiglie.” Andrea Braga a.braga@educazioneliberta.it


4

anno XII | maggio 2013 | 107

focus

UE: di nuovo divisa?

Dalla guerra mondiale agli spread: risorgono vecchie rivalità Segue da pag 1

Mai più guerra! E’ il 1951, la seconda guerra mondiale è finita da due anni soltanto e la gente ha ancora nelle orecchie il rumore delle bombe e degli allarmi anti-aerei. Le maggiori città europee sono rase al suolo e ridotte a cumuli di macerie, dilaniate dai bombardamenti. La Germania è occupata e costretta al disarmo totale. E mentre si comincia a parlare di processo ai nazisti, la Francia e l’Italia hanno appena ritrovato la loro sovranità e libertà politica. Ci sono tre uomini, tre cristiani: Schumann, Adenauer e De Gasperi. Tre grandi statisti che si interrogano sul perché è scoppiata questa guerra. Sono tre “uomini di frontiera” come sono stati spesso definiti: tutti e tre hanno origini, infatti, in terre di confine. Ne sanno dunque di conflitti, questi tre uomini e si interrogano. Come fare per evitare che l’Europa venga dilaniata da una terza guerra mondiale? Semplice: si mettono in comune tutti i materiali indispensabili per fabbricare armi, tutto quello di cui si nutre l’industria bellica. In questo modo nessuno stato potrà più armarsi contro il proprio fratello. Ecco come è nata la Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio (CECA), un evento simile ad un grido: “Mai più guerra!”. Da qui parte il più grande esperimento di cooperazione tra popoli. Desiderosi di uscire dal momento più buio della loro storia, pian piano le nazioni europee capiscono che la strada è l’Unione. Sicuramente una data fondamentale è il 1957: anno della creazione della CEE (la Comunità Economica Europea) con l’approvazione dell’Italia, Belgio, Francia, Repubblica Federale Tedesca, Paesi Bassi e Lussemburgo con l’obiettivo di creare un mercato comune europeo, cioè il MEC. In quest’ottica, l’idea di abolire tutte le frontiere e commerciare in uno spazio comune, libero da dazi, non è stato solo un fatto economico, ma anche e soprattutto un atto di fiducia che i Paesi europei si sono dimostrati reciprocamente a soli sette anni dalla fine della guerra. Nello stesso anno collochiamo la nascita della Comunità Europea dell’Energia Atomica (EURATOM) con lo scopo di elaborare una politica comune tesa all’utilizzazione pacifica dell’energia nucleare. Nel 1979 finalmente tutti i cittadini hanno assunto un ruolo importante all’interno di questa Unione: si sono svolte infatti le prime elezioni a suffragio universale per scegliere i parlamentari europei. Anno per anno l’Europa è cresciuta con i suoi trattati e nuovi paesi si sono aggiunti tra i quali Spagna, Portogallo, Regno Unito. Dopo anni di formazione arriviamo al trattato che ha sancito proprio la nascita dell’Unione Europea. Nel 1992 a Maastricht, in Olanda, i 12 Stati della CEE

decidono che l’Europa sarebbe diventata qualcosa di più di un mercato comune a libera circolazione di merci, capitali e lavoratori. D’altronde era appena crollato il muro di Berlino e se da un lato alcuni stati temevano una Germania di nuovo unita, dall’altro si voleva dare un segnale forte di Unione. Viene adottato così l’Euro, la moneta comune, ma ancora più importante viene istituita la cittadinanza europea per rimarcare che i confini non contano più, che in fondo siamo tutti parte di una stessa comunità. Il Trattato di Maastricht ha creato le premesse per una cooperazione tra autorità giudiziarie e di polizia e per una politica estera comune. Ma ecco che cominciano anche i problemi. Si sa, quando si fa un grande passo è sempre difficile abituarsi. Da una parte quelli che vorrebbero una Costituzione europea, per unirsi ancora di più. Dall’altra c’è chi frena, chi non si fida. Alla fine vincono i secondi e nel 2009 entra in vigore Lisbona, che se per certi versi rappresenta dei passi in avanti, con la creazione dell’Alto rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza, dall’altra istituzionalizza anche l’Europa a due velocità: in breve chi vuole andare avanti può farlo, lasciando però la libertà ad alcuni (vedi Gran Bretagna) di fermarsi al mercato comune. Proprio con questi semplici accordi è nata la vera Unione Europea, quell’organizzazione complessa composta da Paesi che hanno lottato per entrare a far parte di questo cerchio, da semplici Stati che hanno adattato i lori ideali e trovato dei punti in comune.

La bilancia dei poteri Ma oggi l’Unione Europea come esplica le sue competenze? Chi si occupa della definizione delle regole della vita comunitaria e chi le fa rispettare? Al vertice troviamo il “triangolo istituzionale” costituito dal Consiglio dei Ministri, il Parlamento Europeo e la Commissione Europea. Il primo si riunisce in diverse formazioni, ogni formazione comprende tutti i ministri europei competenti in un determinato settore, un esempio è l’ECOFIN (riunisce i ministri dell’economia e della finanza. Il Parlamento viene rinnovato attraverso elezioni a suffragio universale, mentre i Commissari sono nominati dai vari paesi membri. In aggiunta si riunisce anche il Consiglio dell’Unione Europea (da non confondere con il Consiglio dei Ministri) che è composto dei capi di stato e di governo degli stati membri. Il Consiglio dei Ministri, chiamato anche solo Consiglio, è l’organo decisionale più importante assieme al Parlamento con il quale condivide il potere legislativo. Tutte le norme europee riguardanti il mercato comune, la moneta unica e più in generale l’economia europea sono elaborate e emanate da questi due organi, siano esse

direttive, regolamenti o decisioni. La Commissione Europea rappresenta il governo dell’Unione, garantisce l’esecuzione delle norme europee e dispone di ampi poteri nella gestione delle politiche comuni all’interno dell’UE, di cui amministra il bilancio. Propone le nuove leggi e rappresenta l’UE a livello internazionale. Infine il Consiglio Europeo, vede i capi di stato prendere decisioni in tutte quelle materie che non sono ancora state “communotarizzate”, cioè quelle in cui restano ancora sovrani gli stati membri, la politica estera e della sicurezza comune è l’esempio più lampante. Per organizzare e regolare gli altri ambiti vi sono altre istituzioni: la Corte di Giustizia, la Corte dei conti Europa, la Banca Centrale Europea, il Comitato delle Regioni, la Banca Europea e il Comitato Economico e Sociale.

La nuova guerra degli spread Oggi giorno è proprio L’Europa che detta la nostra legge, che stabilisce le regole del gioco in molti ambiti. Oramai tutti i governi di questo continente drizzano le orecchie ad ogni minimo segnale di vita da Bruxelles ma non sempre sembrano approvare. Basti pensare all’Euro, fonte di tutti i problemi secondo alcuni, salvezza di questa crisi per altri. Comunque sia, questa valuta è entrata prepotentemente nella nostra vita quotidiana facendo saltare gli equilibri economici nazionali. Sicuramente dal punto di vista internazionale la decisione di abbandonare le monete nazionali per passare all’euro è stata una scelta vincente perché ci ha permesso di diventare una valuta forte in grado di competere con il dollaro. Anche durante la crisi e soprattutto in quel periodo l’euro e il dollaro continuavano a sfidarsi in un testa a testa quasi alla pari. Certi giorni l’euro guadagnava sul dollaro, certe volte perdeva, ma in ogni caso era una lotta tra pari. Ora con la crisi ha perso molto, ma anche il dollaro è colato a picco, anzi è stato quest’ultimo a trascinare l’euro a fondo. Per quanto riguarda l’economia, anche questa è stata molto premiata dalla scelta di un mercato comune, perché questo ha permesso di commerciare con tutti i paesi europei a costo zero. E per l’Italia che è un paese che vive di esportazioni è stato sicuramente un passo vantaggioso. Ovviamente a tutto questo si sono legati anche dei costi. Basti solo pensare che con l’euro la vita è diventata più cara. Ma non si tratta solo di questo. Con la crisi, sono infatti venuti a galla anche i problemi di questa vita in comune. Primo fra tutti il debito. Badate bene, questo è un problema italiano, non europeo, però questo ha delle conseguenze anche sull’Unione. E per vederle basta guardare lo spread. Il fatto che l’Italia abbia questo grande debito comporta che i suoi bond, ossia i

suoi titoli di Stato, siano meno sicuri. In altre parole non si sa se l’Italia sarà in grado di ripagare gli interessi sui suoi titoli di Stato. Questo comporta che gli investitori, invece di comprare titoli di Stato italiani, preferiscono comprare quelli tedeschi, più sicuri. Detta in soldoni: se lo spread (differenza tra bund tedeschi e bond italiani) sale, la Germania ci guadagna, se scende l’Italia si risolleva qualche metro. Gli Stati europei sono, quindi, tornati a farsi la guerra, non più con le armi ma attraverso la finanza, tutto per accaparrarsi i soldi degli investitori. La differenza è che ora non abbiamo più Schumann, Adenauer e De Gasperi a toglierci dai pasticci. La soluzione potrebbe essere il bond europeo: eliminare tutti i titoli di stato nazionali e creare un unico titolo di stato europeo. Così un investitore non potrebbe più scegliere se i soldi vanno alla Spagna o alla Francia, ma finanzierebbe semplicemente l’Europa. Secondo molti economisti di rilievo questa sarebbe una scelta vincente. Sarebbe il modo migliore per mettere in pratica l’insegnamento del dopoguerra: l’Unione fa la forza. Tuttavia, la Germania ha dei dubbi e legittimi. Chi garantisce per paesi come la Spagna? Mi spiego meglio. Se la Spagna fallisce, come successo alla Grecia, va a fondo tutta l’Unione. Chi ci metterà a quel punto i soldi per ripagare i creditori della Spagna? Ecco perché la Cancelliera continua a insistere sul pareggio di bilancio e la riduzione dei debiti sovrani. Prima ci mettiamo in sicurezza e solo allora saremmo in grado di adottare un bond comune senza rischi. Come risolvere, quindi, il problema dei debiti esplosivi? L’unica soluzione è una politica fiscale comune. Un passo verso questa direzione è già stato compiuto attraverso l’istituzione del cosiddetto “semestre europeo”: ogni anno, nel periodo che va da febbraio a giugno, i paesi membri saranno chiamati davanti alle istituzioni europee per esporre il proprio piano di spesa pubblica per l’anno successivo. Ove l’Europa riterrà che deve essere modificato, il paese dovrà adeguarsi ritornando con un altro piano. Seguiranno poi dei controlli nell’implementazione. In questo modo si punta a mettere in sicurezza l’area dell’Unione, ma non solo: si tratta di un meccanismo per rinnovare la cooperazione tra gli stati e ridare forza all’Europa. Il tutto dovrebbe essere coronato da una vera politica comune per la crescita, in grado di far ripartire il motore europeo. L’Italia: da soggetto a oggetto delle politiche europee Circa l’80% della legislazione italiana è costituto da norme europee. E’ ormai all’ordine del giorno che da Bruxelles si sovrappongano richieste su richieste, ultima, ma non di minore importanza, quella per il taglio delle imposte, da quel-


5

107 | maggio 2013 | anno XII

Alcide De Gasperi

Robert Schumann

Konrad Adenauer

le sul lavoro all’IVA e all’IMU. Inoltre continua è la pressione dell’Europa sull’Italia, per ridurre il suo esorbitante debito pubblico. Tra tagli vari e conti pubblici si toglie l’attenzione anche da altri campi. Infatti da Bruxelles non vengono norme e richiami solo in questi ambiti, ma anche riguardanti tutti prodotti che circolano sul mercato. L’UE ha una strategia, infatti, che tende a garantire la tracciabilità della merce dal produttore al consumatore, anche quando vengono attraversati i confini interni dell'UE. Essa applica, dunque, norme molto severe sulla produzione e la commercializzazione dei prodotti, dagli elettrodomestici ai giocattoli per bambini. Gli standard europei, che alla fine si traducono nell’apposizione del famoso marchio “CE”, sono diventati simbolo di garanzia e di qualità. Il fine è la tutela dei consumatori anche dal punto di vista sanitario. Chi non rispetta tali norme o ritarda a convertirle in legge subisce delle sanzioni anche gravi. Siamo in Italia e come ben sappiamo il nostro paese non è molto fedele alle restrizioni poste da altri, tanto che è stato multato 99 volte, per ar-

rivare a un totale di 3,5 miliardi di euro da restituire all’Unione.

ni: i cosiddetti fondi strutturali. Solo nel periodo 2007-2013 l’Unione ha destinato all’Italia 28 miliardi di euro. L’unico problema sta nell’inadeguatezza delle nostre istituzioni che intascano i soldi e non investono, rimanendo nell’immobilismo di prima oppure non riuscendo ad adeguarsi agli standard richiesti per ottenere il finanziamento. Insomma l’Europa aiuta e non poco, il problema siamo noi che non sappiamo ricevere gli “assist” e vanifichiamo tutti gli sforzi per poi ridurci alle abbuffate dell’ultimo momento in quanto a riforme.

I vantaggi del restare in Unione Ma l’Europa è solo multe e restrizioni? No, assolutamente. Stare nell’Unione Europea ha i suoi vantaggi. Basti pensare alla PAC che è la politica agricola comune ed è una delle politiche comunitarie di maggiore importanza. Rappresenta l'insieme delle regole e degli incentivi che l'Unione ha stabilito in campo agricolo, impegnando circa il 34% del bilancio dell'Unione Europea. Uno dei problemi che colpisce l’Italia è quello di una sorta di spaccatura di penisola in quanto a produzione e rendimento. Infatti se da una parte metaforicamente parlando il Nord corre a 130 km/h su un’autostrada spianata, il Sud invece cammina a rilento su una strada provinciale piena di fosse. L’industria del Nord produce, mentre il Sud va a stabilirsi sotto l’etichetta di regione “sottosviluppata”. L’Europa non sta lì a guardare e fornisce fondi non solo da destinare al Mezzogiorno ma proprio a tutte le regio-

Insieme per uscire dalla crisi Ma come mai siamo arrivati a questo punto? Come mai tutto è andato bene fino a questo momento? La verità sta nel fatto che c’è stata molta cattiva gestione del nostro paese. Probabilmente l’Italia non aveva i conti in regola per entrare dentro l’Euro ma comunque si è entrati, nonostante questa probabile inadeguatezza non sono state attuate le riforme necessarie per evitare questo tracollo finanziario. L’Italia ha continua-

to a ignorare i continui richiami e avvisi provenienti da Bruxelles andando avanti per la propria strada e per sbattere i denti appunto nel dicembre del 2012 quando il governo Berlusconi è caduto e i professori si impossessarono delle nostre sorti, risvegliandoci forse da quel atteggiamento tutto rose e fiori frutto dei 20-30 anni precedenti. Il problema è che dobbiamo tornare a cooperare, dobbiamo aiutarci a vicenda davvero stavolta, magari proprio a partire dal Mezzogiorno che ancora riesce a investire quei benedetti fondi per ripartire. Dobbiamo ricominciare a cooperare perché ce n’è bisogno, sia sull’ambito di una politica fiscale più equa e basata possibilmente sull’adeguamento agli standard europei, sia sull’ambito della politica migratoria ad esempio, perché mettiamoci già il fatto che l’Italia è già meta di immigrazione, c’è bisogno di unione per riuscire al meglio a curare la regolarità degli immigrati ma soprattutto la loro sicurezza degli immigrati e anche quella dei cittadini già presenti. La parola d’ordine per uscire da questa crisi, diventa quindi, “insieme”. E l’Italia merita tanto quanto Germania e Francia di giocare un ruolo importante all’interno dell’Unione, di cui è stata pur sempre una delle potenze fondatrici. Sara Cappiello s.cappiello@educazioneliberta.it

Giulia Farina g.farina@educazioneliberta.it

Mark Karaci m.karaci@educazioneliberta.it

mosse da non perdere

In Egitto comanda la Fratellanza Saranno in grado i fratelli musulmani di portare la democrazia? “Allah è il nostro obiettivo. Il Profeta è il nostro capo. Il Corano è la nostra legge. Il jihad è la nostra via. Morire nella via di Allah è la nostra suprema speranza”. Il motto dei Fratelli Musulmani ne riassume efficacemente l’essenza: quella di un movimento che basa i propri principi sulla fede islamica e che si pone come obiettivo l’islamizzazione del popolo. Un gruppo religioso, insomma, che col tempo ha però ottenuto un potere politico sempre maggiore. È il 1928 quando un insegnante egiziano fonda il movimento con l’intento di promuovere la dignità e il riscatto dei lavoratori arabi ed egiziani educando a un Islam che coniughi tradizione e modernità. Per riuscirci, i Fratelli Musulmani cominciano a diffondere il movimento “dal basso”, ovvero cercando adepti tra la gente, fuori dalle moschee, e “dall’alto”, conquistando il potere politico. Repressi dal presidente Nasser, riprendono campo al termine della Guerra dei Sei Giorni, con la caduta del rais. Negli Anni Sessanta i Fratelli Musulmani

decidono di allontanarsi dal radicalismo, rinunciando alla lotta armata; tuttavia questa scelta sembra venire meno quando, nel 1979, alcuni esponenti del movimento uccidono il rais Sadat. Durante il lungo governo di Mubarak i Fratelli Musulmani rappresentano una presenza costante e importante, occupandosi di istruzione, sanità, organizzazioni professionali, sindacati. Possono finalmente presentarsi alle elezioni, seppure in alleanza con partiti laici di opposizione; in Parlamento si pongono come intermediari tra il regime e gli estremisti islamici, contrastati dal presidente. Eppure sono contrari al regime fortemente autocratico del rais. La svolta fondamentale si ha ovviamente con la cacciata di Mubarak nel 2011. I Fratelli Musulmani vogliono allontanare il rais, ma scelgono di non guidare la rivoluzione, limitandosi ad appoggiarla: un’accortezza che si dimostrerà fondamentale nei mesi successivi. 2012: in Egitto si svolgono le elezioni per designare il successore di Mubarak. Vin-

ce Morsi, esponente del Partito Libertà e Giustizia, il partito della Fratellanza Musulmana. Il nuovo rais fa leva su questioni vicine alla popolazione, promettendo di promuovere il ruolo delle donne – in seguito eliminerà il criticato articolo 68 che limitava i diritti delle donne in base alle regole della sharia, lasciando però un vuoto riguardo l’uguaglianza dei generi – e dei giovani. Ancora una volta i Fratelli Musulmani prediligono il proprio ruolo sociale a quello politico. Tutte le amministrazioni americane (compresa quella di Bush) hanno sostenuto i regimi arabi senza mai tagliare i ponti coi Fratelli Musulmani. Nel 2011 Barack Obama si è trovato diviso tra la possibilità di sostenere Mubarak e i ribelli egiziani: se da un lato l’America aveva sempre appoggiato il rais, dall’altra la Rivoluzione simboleggiava quella libertà alla base dei valori americani. Ma la vittoria della Fratellanza non ha entusiasmato tutti. Samir Khalil Samir, gesuita e insegnante, ad esempio, giudica le modalità in cui Mor-

si ha ottenuto il potere “solo apparentemente democratiche”. Decine di piccoli partiti: quelli laici preesistenti sono stati “scartati” a prescindere perché legati al regime di Mubarak. È passato un anno dall’elezione di Morsi e sembra che Samir non sia l’unica voce che si professa scontenta del suo governo. Morsi, infatti, tramite una dichiarazione costituzionale, ha aumentato il proprio potere sia in ambito esecutivo che legislativo e giudiziario. L’Egitto si è diviso: da un lato i sostenitori di Morsi, dall’altro coloro che vedono in lui un nuovo Mubarak. Non dimentichiamoci che alle spalle di Morsi ci sono sempre i Fratelli Musulmani che, con l’elezione del loro candidato, sono diventati una presenza ancor più consistente che in passato. Appoggiati o criticati, ammirati o odiati, il loro governo rappresenta una novità per la storia egiziana. Solo il tempo ci dirà se sarà una storia a lieto fine. Guendalina Ferri g.ferri@educazioneliberta.it


6

anno XII | maggio 2013 | 107

intervista

Intervista a Enrico Letta Giovani, educazione e politica

E

nrico Letta nasce a Pisa il 20 Agosto del 1966; dopo essersi laureato in diritto internazionale, lavora al Ministero degli Esteri e successivamente al Ministero del Tesoro come segretario generale del Comitato per l’euro. Dal gennaio 1997 al novembre 1998 è vicesegretario del Partito Popolare Italiano. Nel novembre del 1998, con il primo governo D’Alema, diventa ministro per le Politiche Comunitarie a soli trentadue anni. È il più giovane ministro della storia repubblicana e batte Andreotti, ministro a trentacinque anni. Nel 2000 è ministro dell’Industria, Commercio e Artigianato nel secondo governo D’Alema. Nel giugno 2004 viene eletto deputato europeo per la circoscrizione Italia Nord-Est (circa 173.000 voti). Nella XV Legislatura torna deputato della Repubblica italiana e tra il 17 maggio 2006 e l’8 maggio 2008 è sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri nel governo Prodi. Dal 2009 al 2013 è vicesegretario nazionale del partito democratico (PD). Il 28 aprile 2013 il Presidente della Repubblica gli affida l’incarico di Presidente del Consiglio dei Ministri.

scienze

Allo stato attuale come vede possibile una maggiore realizzazione della libertà di scelta educativa per i giovani? Questo dipende dalle istituzioni, dalla capacità di mettere le istituzioni in condizione di fare tutto, il più a pari possibile, cioè che le opportunità ci siano, siano effettivamente raggiungibili e soprattutto il diritto allo studio funzioni, quindi ci siano strumenti di diritto allo studio che siano nelle mani dei più giovani, i quali non hanno mezzi. Questa secondo me è la cosa principale ed il diritto allo studio va proprio ricostruito in Italia perché non c’è più. Ritiene siano pronte le nuove generazioni ad affrontare l’impegno sociale e politico, ritornando a essere significativi? Io penso che siano pronte! Non è pronta la politica, purtroppo, che è nel più basso in questo momento e invece va aiutata a rialzarsi, il cambio alla legge elettorale, secondo me, è la cosa principale, a partire da qui si può ricominciare. E.L. con A. B. e R.D.

L’Italia e la nuova mobilità Siamo il fanalino di coda nel trasporto ciclabile ed eco-sostenibile

A

Milano, lo scorso 4 maggio in Piazza Duca d'Aosta si sono riuniti ciclisti, pedoni e pendolari in un corteo di oltre 50 mila persone diretto a Piazza del Duomo. Lo scopo: manifestare a favore di una nuova mobilità. La manifestazione, intitolata "l'Italia cambia strada", è stata organizzata da un consorzio di quasi 200 associazioni italiane riunite nella Rete per la Mobilità Nuova, per focalizzare l’attenzione su questioni come la sicurezza e la vivibilità delle strade, ma anche la salvaguardia del territorio e degli spazi pubblici. L'obiettivo è quello di proporre una nuova impostazione nella gestione dell'ambiente. Il nostro Paese, infatti, investe il 75% dei fondi pubblici destinati alla mobilità per gestire gli spostamenti superiori ai 50 chilometri, trascurando invece il pendolarismo nelle aree urbane ed extraurbane, ma soprattutto il trasporto eco-sostenibile più semplice e fruibile: la bicicletta. Stando ad una ricerca mondiale effettuata dall’Università di Copenaghen su quali siano le 80 città maggiormente “ciclabili”, l’Italia non compare neanche all’ultimo posto, mentre il primo posto è conteso tra Copenaghen e Amsterdam, seguite da Utrecht e Siviglia. Si nota che è il nord

Europa ad essere più attento alla cura e al mantenimento dell’ambiente. A far suonare un vero e proprio campanello d’allarme è uno studio effettuato da Legambiente sulle città ciclabili in Italia, e anche in questo caso scopriamo che sono le città settentrionali a occupare le prime posizioni, vale a dire Modena, Torino, Reggio Emilia, seguite da Padova, Brescia e Bologna. Questi dati non solo riflettono un diverso approccio stabilito da queste città con i trasporti urbani, ma anche e soprattutto una forte sensibilità ai problemi e alle esigenze del territorio. Infatti oltre al vantaggio della riduzione dello smog si ha un guadagno nella diminuzione del traffico e quindi più ampiamente del trasporto pubblico. Una situazione altrettanto allarmante in Italia si verifica con i costi legati al sistema di spostamento in autobus. Questo problema costituisce una vera e propria spina nel fianco del nostro Paese. Infatti, secondo quanto riportato da “Il Fatto Quotidiano”, se negli altri Paesi europei la quasi totalità dei costi legati a questo tipo di trasporto è coperta dall’acquisto dei biglietti da parte dei passeggeri (che hanno un costo più elevato rispetto a quelli italiani) nella penisola questi coprono soltanto il 35% dei costi, mentre

il restante 65% viene sostenuto tramite le tasse di tutti i cittadini. Il motivo è molto semplice: nel nostro Paese c’è un alto tasso di evasione da parte dei passeggeri, e ciò, seguito dai tagli delle risorse pubbliche, ha contribuito a creare difficoltà. “Con il livello di  contributi italiani pagati dallo Stato alle aziende di trasporto pubblico locale, ma con un livello di efficienza britannica o svedese, in Italia si potrebbe viaggiare gratis sugli autobus.” (Il Fatto Quotidiano). Il problema principale risulta quindi essere in primo luogo legato al pagamento regolare dei biglietti, ma anche all’inefficienza dei servizi, a cui segue inevitabilmente un ricorso smodato degli italiani al trasporto privato motorizzato, che si fa ancora più sconcertante se accompagnato dal rischio per la salute: il traffico produce un alto tasso di emissioni di gas serra, come l'anidride carbonica, che, oltre ad inquinare l'ambiente, sono dannosi, in grandi quantità, per l'uomo stesso. Lo sviluppo della ciclabilità delle città italiane, e laddove non sia possibile, di un servizio pubblico ecosostenibile e a basso costo, porterebbe non solo grandi miglioramenti negli spostamenti stradali, ma ridurrebbe enormemente il numero di vittime causate da incidenti

stradali, anch'esso un dato drammatico da non dimenticare, e soprattutto contribuire al sostegno del nostro Paese dal punto di vista ambientale. Un caso esemplare di sensibilità per l’ambiente ci è dato dalla Germania, il Paese europeo più attento all’eco-sostenibilità e al trasporto non motorizzato. I tedeschi hanno infatti chiesto a gran voce la realizzazione di una vera e propria autostrada adibita esclusivamente all’uso ciclabile, che consentirebbe di collegare le città di Dortmund e Duisburg, coprendo una distanza di 60 chilometri, che, secondo le previsioni, si dovrebbe riuscire a percorrere in circa due ore. L’esempio della Germania, come anche quelli di altri Paesi dell’Europa settentrionale, ci dimostra quindi che, con la giusta organizzazione e una più efficace educazione civica, possiamo anche noi essere capaci di grandi cose, e in Italia questo può essere possibile, cominciando noi stessi, nel nostro piccolo, a vivere in modo più salutare e meno dannoso. Paolo Tollis p.tollis@educazioneliberta.it


7

107 | maggio 2013 | anno XII

esteri

Anni di Piombo: oggi come ieri? Quando gli estremismi schiacciano i diritti della persona

M

argareth Thatcher, l'Iron Lady degli anni di piombo, diceva: "Odio gli estremi di qualunque tipo. Il Comunismo e il Fronte Nazionale. Entrambi cercano il dominio dello Stato sull'individuo. Entrambi, credono nello schiacciare il diritto del singolo. Per me, quindi, sono partiti dello stesso tipo". Annientare l'individualità, dimenticare l'unicuum: è questo quello che è successo a lungo, in Italia e nel mondo, tra la fine degli anni ‘50 e l'inizio degli ‘80, in quel periodo storico avvolto nei più fitti misteri e guardato con un misto di curiosità e spavento. In molti Stati gli storici ne parlano come “anni di piombo”. La situazione economica, politica e sociale calza alla perfezione con questa denominazione: era un momento di forte precarietà, di grande tensione dovuta a un dopoguerra a ripresa prima rapidissima e poi sempre più lenta, sempre più trascinata. Un clima di disaffezione alla politica, di disillusione nei confronti dello Stato e delle sue capacità, di rabbia verso le figure e le istituzioni pubbliche, che non prestavano sufficiente importanza all'urlo di coloro che avevano bisogno di quello che oggi chiamiamo welfare. Quella appena raccontata è una situazione che richiama, purtroppo, non pochi appigli col presente. Un esempio concreto è la sparatoria a Palazzo Chigi lo scorso 28 aprile, un attentato che avrebbe potuto facilmente tramutarsi in strage. Oggi come sessantacinque anni fa nello stesso luogo, con una dinamica simile, un quarantanovenne spara in mezzo alla folla della domenica mattina. Colpisce due Carabinieri, ferendoli gravemente. Cerca il suicidio, ma ha finito i colpi. Però nel suo mirino c'era un “nemico” più grande: la politica, o forse, meglio dire, la classe politica. Sessantacinque anni prima, il 14 agosto del 48, nel pieno di una situazione politica bollente (il 48 è il primo anno della Repubblica e della Costituzione) era il turno di Palmiro Togliatti, leader del Pci e mente della 'Svolta di Salerno'. La notizia dell'attentato operato da Antonio Pallante, studente di giurisprudenza politicamente attratto da idee liberali, fa in brevissimo tempo il giro d'Italia: a Torino e a Genova decine di migliaia di persone scendono in piazza, insorge il popolo della sinistra, la produzione si ferma, si moltiplicano i blocchi stradali e la CGL annuncia lo sciopero generale. La situazione sembra precipitare in caduta libera, De Gasperi si muove per fronteggiare il pericolo, ricorre ai cinegiornali e ai programmi radiofonici per invitare alla calma: la guerra civile viene mancata per un soffio. La radio, infatti, annuncia che Gino Bartali ha vinto la penultima tappa del Tour de France. La notizia della maglia gialla all'Italia seda

Ritrovamento del corpo di Aldo Moro, in via Caetani a Roma il 9 maggio 1978

gli animi, li rallegra, ha l'effetto di un goal ai mondiali. Una vittoria sportiva fa ritrovare il senso di unione. È l’incertezza che caratterizza tragici episodi come l'assassinio di Lincoln nel 1865 o quelli dei fratelli John (1963) e Bob (1968) Kennedy. Senza dimenticare Giovanni Paolo II, sul cui attentato aleggia ancora oggi un grande mistero. Mandanti sconosciuti, spesso volti anonimi, ma il movente è classico: distruggere il capo per distruggere tutti e annientarne l'idea. Così come affermare la propria ideologia è invece la componente peculiare di tutti i movimenti, i gruppi, i partiti che si collocano agli estremi. Durante gli anni di piombo in Italia si raggiunse l'apice del dissenso, che presto si tradusse in violenza di piazza, lotta armata e terrorismo.  "Nel '77, divampò la generalizzazione quotidiana di un conflitto politico e culturale che si ramificò in tutti i luoghi del sociale, esemplificando lo scontro che percorse tutti gli anni Settanta, uno scontro duro, forse il più duro, tra le classi e dentro la classe, che si sia mai verificato dall'unità d'Italia. Quarantamila denunciati, quindicimila arrestati, quattromila condannati a migliaia di anni di galera, e poi morti e feriti, a centinaia, da entrambe le parti" (Moroni e Balestrini). Il ’77 fu il campo di battaglia di alcune organizzazioni extraparlamentari di sinistra, come Lotta Continua o il Movimento Studentesco o realmente terroristiche come Prima Linea e le Brigate Rosse. Quest'ultimo gruppo aveva abbracciato il principio della lotta armata e si era organizzato come un esercito. Le BR rivendicarono un totale di 86 omicidi e dopo l'agguato in via Fani e il rapimento di Aldo Moro nel 1978 sembrava che avessero acquisito

il potere di influire in modo decisivo sull'equilibrio politico italiano. Ed era proprio quest'ultimo l'obiettivo di tali organizzazioni, che usarono l'arma del terrorismo con l'intento di creare le condizioni per influenzare o sovvertire gli assetti istituzionali e politici del Paese. Non era solo il singolo o il rappresentante ad essere colpito: le stragi, infatti, sono forse la macchia di sangue più grave di quegli anni. La strage di Piazza Fontana a Milano con 88 morti e 17 feriti fu l'inizio, poi ci fu Gioia Tauro, Peteano, quella della Questura di Milano, di Piazza della Loggia a Brescia, dell'Italicus e per finire quella della stazione di Bologna. Terrorismo Rosso dell'estrema sinistra, Terrorismo Nero dell'estrema destra agli antipodi, ma presenti entrambi sul territorio con impertinenza. Secondo il Tribunale di Savona "Dal 1969 al 1975 si contano 4.584 attentati, l'83% dei quali di chiara impronta della destra eversiva (cui si addebitano ben 113 morti, di cui 50 vittime delle stragi e 351 feriti)", quasi tutti senza colpevoli, e si afferma che "la protezione dei servizi segreti verso i movimenti eversivi appare sempre più plateale".  Questo è ciò che può accadere quando la situazione degenera e lo Stato non è in grado di fornire soluzioni. Tornando alla sparatoria di Palazzo Chigi, il gesto di Luigi Preiti fa eco alle diffuse azioni violente, agli scontri di piazza che sentiamo ultimamente. Anche se le vicende che vediamo, spesso sono autolesionistiche: imprenditori sull’orlo del fallimento, operai rimasti senza lavoro, disperati che si tolgono la vita, non per questo sono episodi trascurabili. Negli uffici della Regione a Perugia, un quarantatreenne ha ucciso due dipendenti e ha dichiarato di volere uccidere i politici

perché "mi avete rovinato la vita" e quel "voi" sappiamo tutti a chi si rivolge; Questo viaggio attraverso gli anni vuole essere un messaggio per l’intera società: deve prestare attenzione a non entrare in un vicolo cieco come quello di quaranta anni fa. Senza dubbio è giusto condannare la violenza quando a praticarla sono movimenti sovversivi con un obiettivo specifico: come il caso delle Brigate Rosse. Ma la violenza a cui stiamo assistendo oggi non è premeditata, è, di nuovo, solo disperazione. E la gente disperata avrebbe bisogno di aiuto, non ha bisogno di rimproveri o di commiserazione che poi si tramuta in un alibi a favore dei violenti. L’Italia ha vissuto sempre tempi brutti e duri, come il primo dopoguerra, con la grande crisi cui si tentò di porre rimedio spalancando le porte ai movimenti popolari che avevano un grande consenso tra i cittadini, come il Fascismo, che però sappiamo a quali risultati ha portato. Oggi la situazione è simile a quella di allora, ma questa volta bisogna fermarsi prima, evitando di ricadere nelle stesse conseguenze. Ricordiamoci che la soluzione non sono l’odio e la violenza, ma sono la solidarietà e l’impegno. L’unione, non la disgregazione. Non dimentichiamo quanto disse De Gasperi: "Bisogna rinunziare alla dottrina e alla pratica della violenza personale, della sopraffazione di parte. Bisogna credere e accettare totalmente, sinceramente che questioni di Governo e di Stato si risolvono col voto". Altrimenti, che Democrazia è? Nathascia Severgnini n.severgnini@educazioneliberta.it

Stefano Bonetti s.bonetti@educazioneliberta.it


8

anno XII | maggio 2013 | 107

SFRUZ 2013 TRENTINO ALTO ADIGE

Lavoriamo sulle idee!

per iscriverti studenticattolici.it

STUDENTI 28 Luglio / 4 Agosto Il progetto Educazione & Libertà è sostenuto da:

Servizi per la scuola e per il turismo. viale del Vignola 3D 00196 Roma T 063221854 - F 063221853 - scuolanuova.it

Visita il nostro canale su youtube.

Vuoi ricevere Educazione & Libertà? Contatta la redazionE: T. 06 3221854 - redazione@educazioneliberta.it


E&l 107 108 mag giu 4