Tutto il villaggio lo saprà

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Fabio Girelli

Tutto il villaggio lo saprĂ

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Questa è l'anteprima di 16 capitoli di “Tutto il villaggio lo saprà” il romanzo d'esordio di Fabio Girelli. La versione integrale è disponibile sullo store online di Simplicissimus a 5.99 euro http://ultimabooks.simplicissimus.it/tutto-il-villaggio-lo-sapra

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Prologo. Nel cielo nuvole nere sembravano colpi di cannone. Nella piazza piccioni e brandelli di conversazioni riempivano la sera. Un barbone dormiva indisturbato su una panchina mentre alcuni agenti di Polizia sistemavano transenne e tornelli. Di fronte a lui qualcuno prendeva appunti. Guardava lo sciame di ragazzi che rientrava da scuola, con lo zaino in spalla e il cellulare in mano. Li osservava con aria indifferente. La pagina che aveva di fronte era ancora bianca, fitte di promemoria quelle che la precedevano. Con un gesto rapido si chiuse la giacca. L’aria era fresca nonostante la primavera avesse già profumato Torino. - 18,45. Ora migliore, scrisse con calligrafia minuta. Gli agenti proseguivano nel loro lavoro. Allontanavano i curiosi e allargavano il perimetro che avrebbero dovuto presidiare. Decisi, efficienti e precisi. Ma non facevano caso al senzatetto, lo lasciavano riposare benché si trovasse proprio al limite del recinto disegnato dalle transenne. Quando alzò gli occhi dal quaderno l’immagine accese il suo interesse. Si guardò nuovamente intorno e trovo perfetta la scena che vide. Il barbone passava inosservato come i piccioni che cercavano briciole sotto di lui. Rimase immobile qualche minuto a fissarlo finché non si svegliò, forse per via del chiasso che gli cresceva intorno. Accorgendosi di essere osservato sul suo volto si allargò un sorriso cariato mentre allungava una mano con intenzione inequivocabile. Vide la persona che gli stava di fronte scrivere qualcosa su un piccolo quaderno per poi chiuderlo e infilarselo sotto la giacca, alzarsi e dirigersi verso la sua panchina. Con la mano cercava qualcosa nella tasca dei pantaloni. Quando furono abbastanza vicini gli fece cadere una moneta da due euro nel palmo della mano. “Grazie”, biascicò il senzatetto. “Grazie a te” fu la risposta che non si aspettava. Dopodiché si voltò e si allontanò a passi decisi verso i portici di via Roma, guardando il cielo. Il vento aveva spazzato le nuvole nere. Al loro posto intravide la profondità dell’universo diventare blu e viola. Accennò un sorriso. Si poteva cominciare.

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1) Gli occhi del trans si illuminarono come il display del suo cellulare. Chiudendo la porta gli lanciò un ultimo sguardo spudorato e lui rimase immobile a fissare lo stipite tarlato dell’infisso. L’Aria sulla IV corda di Bach insisteva con la sua cantilena digitale mentre la tromba delle scale ne amplificava il suono. Ottimo sottofondo. Prima di rispondere pensò a Piero Angela e a un improbabile documentario sulle nuove tendenze sessuali dei quarantenni italiani. E, una volta ancora, diede ragione a sua nonna. Meglio avere rimorsi che rimpianti, tanto col tempo ci si abitua a tutto. Nel mettere questa teoria in pratica non si poteva certo dire che lui non fosse un buon discepolo. Alla fine si rassegnò a premere il tastino verde per rispondere. Era Ferrari, il questore, che come sempre si distingueva per tempismo e gentilezza. “Commissario, alla buon’ora. Possibile che ogni volta che la cerco non la trovo mai? Comunque, non perdiamo altro tempo. Abbiamo ricevuto una denuncia circostanziata per sostituzione di cadavere. Brutta faccenda. L’aspetto nel mio ufficio tra dieci minuti.” E, senza attendere una risposta, che tra l’altro il commissario Castelli non aveva per niente voglia di dare, buttò giù il telefono. ‘Brutta faccenda’ pensò mentre si infilava nella sua Stilo. Quando il questore diceva che era una brutta faccenda intendeva che c’era di mezzo la stampa o qualche nome importante. Niente di più, niente di meno. E questo, nel concreto, significava lavoro straordinario per lui. Rassegnato all’idea di passare una notte al commissariato, o chissà dove, mise in moto l’auto e si tuffò nel traffico dei viali torinesi. Castelli amava Torino. Ci viveva da diversi anni, più o meno da quando aveva iniziato la sua carriera nella Polizia. Aveva subito instaurato un buon rapporto con la città che, da parte sua, l’aveva accolto con una sorta di discreta gentilezza. Quando aveva il tempo di esplorarla non per motivi professionali, di viverla da cittadino comune, gli veniva sempre in mente una frase che, senza ricordare dove aveva letto, trovava azzeccatissima: ‘Torino è il modo più economico per vivere a Parigi’. Era vero, anche se lui a Parigi non c’era mai stato e comunque non credeva che la capitale francese potesse essere più romantica dell’aria che in primavera si respira passeggiando lungo il Po o nei giardini del Valentino. In ogni caso, per quanto l’amasse, alle sei di sera era impossibile arrivare in Corso Vinzaglio, dove si trovava l’ufficio del questore, in soli dieci minuti. Così si mise il cuore in pace, sapendo che una volta giunto a destinazione di sarebbe beccato l’ennesimo cazziatone a causa di un ritardo. Contemporaneamente all’autoradio accese anche una sigaretta e decise che avrebbe trascorso il tempo necessario per raggiungere la questura cercando di fare il punto su quanto gli stava capitando negli ultimi giorni. 4


Che, tutto sommato, erano piuttosto strano anche per uno come lui. Benché fosse un fedele adepto di quell’unico precetto insegnatogli dalla nonna, non si poteva certo dire che fosse sua abitudine passare le notti in compagnia di transessuali o prostitute. Non che ci vedesse nulla di male nel farlo, non era ipocrita fino a questo punto. Semplicemente non era una cosa che lo attirava più di tanto. E allora perché da qualche giorno, dalla domenica prima per l’esattezza, aveva iniziato quell’improbabile processione che quasi ogni sera lo conduceva a casa di Georgine, sensuale trans proveniente dall’assolata spiaggia di Ipanema? Sicuramente per un senso di ironia che spesso accompagnava il suo destino. Infatti la ‘Garota de Ipanema’ era una delle sue canzoni preferite, che cantava di un amore così bello da riempire di grazia il mondo intero. Lo stesso amore ideale che lui ricercava da una vita senza mai incontrare. Anche se, tra tutti i luoghi in cui si era immaginato di poterlo trovare, le gambe lisce ma un po’ troppo virili di un trans non erano esattamente al primo posto. E poi perché gli era piaciuto, porca miseria. Questo era il motivo principale per cui il suo andirivieni da casa di Georgine non si era ancora interrotto. E la cosa lo inquietava sottilmente. Ma non più di tanto, in fondo. Perché, tutto sommato, l’intera vicenda non faceva che confermare l’opinione di sua nonna. Col tempo ci si abitua a tutto. Anche a prenderlo in culo. Aveva iniziato quella strana relazione senza quasi rendersene conto. Dava la colpa a NCIS, serie Tv che detestava più di altre. La domenica sera la televisione non offriva mai niente di buono, se non appunto fiction di scarso livello o uno dei tanti reality che ultimamente avevano invaso l’etere. Fuori l’aria primaverile aveva iniziato a scaldare le serate e invogliava la gente a uscire, a lasciarsi andare a nuove avventure. Ma lui, nonostante captasse nitidamente quel richiamo, non sapeva proprio dove cazzo andare. Passò una mezz’oretta a sfogliare l’agenda del cellulare per trovare un nome femminile che lo ispirasse. Ma la sua ricerca fallì miseramente. Decise così di sedersi sul divano, accendere la tele e far finta che fuori fosse ancora inverno. Ci fosse stato un programma interessante la sua malinconia si sarebbe in qualche modo distratta, lasciandolo in pace. Ma così non avvenne. Con l’apparecchio sintonizzato sul secondo canale, che trasmetteva appunto la fiction poliziesca, imboccò il baratro dei suoi pensieri più cupi. Innanzi tutto se la prese con gli autori della serie. Ma come gli venivano in mente certe storie? Il lavoro del poliziotto non era quello lì. Non erano lampi d’intuito o conoscenze degne di un ricercatore del Cern che risolvevano i casi, come invece loro volevano far credere. Nella realtà erano le carte, le procedure, la burocrazia e una routine costante e implacabile a scoprire i colpevoli. A volte, naturalmente. 5


In quel modo si invogliavano i ragazzi ad iscriversi all’accademia per inseguire un sogno che poi si sarebbe rivelato molto più grigio di quanto avrebbero potuto pensare. Per arrivare a quarant’anni senza niente di concreto, con poche soddisfazioni e uno stipendio che bastava appena per andare a trans. A quel punto gli parve doveroso alzarsi per cercare la bottiglia di Genepy. Il liquore valdostano non mancava mai dalla sua dispensa, che invece per il resto era piuttosto desolata. L’alcol non fece che peggiorare la depressione che lo stava assalendo. Senza più far caso a quello che diceva la televisione, cominciò, bicchiere dopo bicchiere, a pensare a Sherlock Holmes. Perché non c’era niente da fare. Era tutta colpa dell’investigatore inglese se l’immagine del detective aveva abbandonato la sua forma umana per diventare un’icona quasi divina. Intelligente, impeccabile, infallibile, duro con i duri e compassionevole con le vittime. Ma soprattutto affascinante. Esattamente quello che tutti si aspettavano da lui. Le donne in particolar modo. Forse era per questo che tutte le sue storie sentimentali avevano avuto un inizio folgorante e una fine disastrosa. Una volta smascherato il suo vero animo, indolente, pigro, egoista e quasi senza morale, di tutta quell’aura misteriosa da detective noir non restava che aria fritta. Fece mentalmente un breve riepilogo delle sue ultime vicissitudini amorose e si accorse che tutto sommato aveva ragione. Anzi, gli sembrò che quasi fosse stato lui ad esasperare i suoi lati peggiori per porre fine a rapporti che gli addossavano aspettative insopportabili. Questo pensiero lo fulminò come una fucilata. Come ogni uomo aveva sempre dato la colpa delle sue storie finite male alle donne che, di volta in volta, aveva incontrato. Ma ora, forse grazie allo stato di percezione alterato portato dall’alcol, ebbe una nuova consapevolezza. La vera causa era lui. Minchia. Più ci pensava più questa scoperta lo lasciava allibito. Lui che non voleva più averle attorno, lui che a un certo punto le allontanava, lui che si faceva lasciare. E da un ragionamento assurdo a un altro ancora meno plausibile il passo fu breve. Poteva essere che ci fosse una ragione più profonda per questo suo comportamento? Qualcosa che non nasceva dalla psiche e dalle esperienze, ma che magari albergava nella sua natura più intima? Forse aveva sempre dato per scontato di essere attratto dalle donne, e magari non era così. Magari quel suo modo di fare non era altro che un segnale d’allarme che il suo subconscio gli mandava per avvicinarlo alla sua vera indole, allontanandolo dall’altro sesso. Forse era gay e non se n’era mai accorto. Minchia. Se fosse stato sobrio si sarebbe dato dell’imbecille da solo e si sarebbe fatto una bella risata di tutte queste assurdità. Ma la dose di alcol che gli girava in corpo non era più sotto controllo. Fu il Genepy a decidere per lui. E decise di provare. Quando salì sulla sua Stilo e si diresse verso le strade battute dai trans, le 6


conosceva molto bene per via del suo lavoro, la frittata era fatta. Il resto era cronaca degli ultimi giorni. E, come già detto, la vicenda non mancava di inquietarlo. In questo stato di confusione emotiva, pensando che in fondo anche l’imperatore Adriano, personaggio storico che stimava moltissimo, aveva tendenze particolari in fatto di gusti sessuali – pure il calciatore Adriano, tra l’altro, a sentire i giornali di gossip – parcheggiò la macchina e si incamminò verso l’ufficio del questore. Nell’atrio lo aspettava l’ispettore Giordano. “Commissario il questore se n’è andato venti minuti fa. Ha detto che la aspetta in loco.” “Era incazzato?” “L’ha mai visto cordiale?” “Va bene, andiamo. Intanto raccontami un po’ che cosa è capitato. In che cimitero è avvenuta la sostituzione? Oppure è successo in un ospedale?” “Né l’uno né l’altro, commissario. Il fatto è avvenuto al Museo Egizio.” Questa non se l’aspettava. “Mi pigli per il culo anche tu?” “Perché anch’io? Comunque è meglio che veda lei stesso.” concluse Giordano, che evidentemente quel giorno voleva fare il misterioso. 2) All’ingresso del museo una giovane donna dall’aria molto professionale li stava attendendo. Quando furono a una distanza adeguata lei gli tese la mano. “Buongiorno commissario, sono Lucia De Bernardi, l’assistente del direttore Ippoliti. La stavamo aspettando, venga, l’accompagno.” Queste le parole pronunciate dall’assistente. Castelli non ne capì neppure una. Perché quello che vide lo fece vacillare, lasciandolo ammutolito. Già normalmente controllava a stento le proprie emozioni, prerogativa per nulla adatta a un ufficiale di polizia, ma in quel momento il caso aveva deciso di fargli una strana sorpresa. E quando ci si mette, il caso le cose le fa davvero per bene. Lucia era, se non la copia esatta, almeno la sorella perduta di Georgine. I capelli bruni e appena mossi le scendevano fino alle scapole, incorniciando un incarnato poco meno che pallido, dove due occhi blu scintillavano tra una manciata di lentiggini. Il fisico era snello ma non atletico, dolce e morbido come una torta di mele. Indossava un tailleur grigio dal taglio classico. Il commissario se la immaginò con una lunga gonna di lino e una camicetta leggera, giusto per rimanere un altro po’ senza saliva. L’unica differenza tra le due stava nello sguardo. Se Georgine aveva negli occhi la luce calda e abbagliante del cielo 7


brasiliano, Lucia lo guardava con la profondità insondabile di un fiume, incomprensibile e oscura come un geroglifico, affascinate e aliena insieme. “Sarà per via del suo lavoro.” pensò ad alta voce il commissario mentre le dava la mano. Contemporaneamente vide un’espressione di stupore e curiosità dipingersi sul volto della ragazza, a causa di quella frase fuori luogo. Anche l’ispettore Giordano lo guardò incuriosito. “Mi scusi” si giustificò imbarazzato Castelli “stavo pensando ad altro, vogliamo andare?” Ma ormai la figuraccia era fatta. Mentre raggiungevano la sala dei corredi funerari il commissario ebbe tutto il tempo di pensare alla sua inesauribile capacità di dimostrare una notevole inadeguatezza sociale già dal primo incontro. Che ci poteva fare? Poco, o niente. Nonostante ciò ebbe anche l’impressione che, di tanto in tanto, l’assistente gli lanciasse qualche occhiata, non soltanto per sincerarsi che la stesse seguendo. In quegli sguardi fugaci gli sembrò di scorgere qualcosa di più, anche se non sapeva esattamente dire cosa. Occhiate divertite? Curiose? Di compassione? No. Erano occhiate affascinanti e aliene insieme. La sua salivazione si ridusse a zero. Se esisteva il colpo di fulmine sperò che una volta tanto l’avesse centrato. Poi cercò di tornare con i piedi per terra. Era lì per un altro motivo. 3) Radunati nella ‘Tomba di Ignoti’, sala in cui era avvenuto il misterioso scambio, c’erano il questore, il suo vice Licalzi, alcuni agenti della scientifica e un ometto in completo blu e dall’aria felina che gli presentarono come Giorgio Ippoliti, direttore dell’istituto. Castelli conosceva molto bene quel padiglione, essendo lui un assiduo frequentatore del museo, luogo che aveva sempre la capacità di incantarlo. Appena lo vide il questore partì all’attacco. E, com’era sua abitudine, saltò ogni convenevole. “Mi sembra di averglielo già detto non molto tempo fa, Castelli: alla buon’ora. È un pezzo che l’aspettiamo. Dunque, qui la faccenda è grave, le hanno già spiegato la situazione?” “Veramente no. Dov’è il morto?” “E chi ha parlato di morti, Castelli? Io le ho detto ‘sostituzione di cadavere’, non ‘omicidio’. Ecco guardi lei stesso.” E, per la seconda volta nel giro di pochi minuti, il commissario rimase senza fiato, a causa dello spettacolo che gli si presentò. Questa volta però la visione fu decisamente meno piacevole. 8


Nel sarcofago, che di solito ospitava il corpo mummificato di uno sconosciuto egiziano ritrovato nel XIX secolo da Ernesto Schiapparelli e che, teoricamente, era ancora di proprietà del Cairo, c’era qualcosa che Castelli non riuscì subito a mettere a fuoco, talmente imprevisto e fuori luogo era quello che stava guardando. Adagiata sul fondo della tomba, e sistemata con cura, c’era una statua lignea della Vergine. Incoronata di stelle, la Madonna era raffigurata nell’atto di reggere il mondo con la mano destra e schiacciare un serpente con i piedi, come voleva la classica iconografia mariana nell’Apocalisse di Giovanni. Un particolare però rendeva il tutto ancora più abnorme di quanto già non fosse. Dalle scapole di Maria, incollate con molta perizia, due ali di circa trenta centimetri si aprivano vigorose, ancora stillando materia organica e sangue del povero animale a cui erano appartenute. “Ali di falco, commissario, tanto per evitarle qualunque domanda inutile stesse per fare.” disse Ferrari “Ora le è chiaro perché ci troviamo in un gran casino?” Castelli, che ancora non si era ripreso dall’inquietante visione, fissò per un momento il questore senza parlare. Poi nuovamente puntò gli occhi su quel disgustoso e incomprensibile feticcio. Gli ricordava qualcosa ma non riusciva a capire cosa. Sapeva solo che, per quanto assurdo potesse sembrare, quell’improbabile incrocio aveva in qualche modo un senso. Che però al momento gli sfuggiva. Il silenzio prolungato del commissario indispettì Ferrari. “Bene, visto che non mi sembra ancora in grado di articolare una frase compiuta, le riassumo io la questione. Tra tre giorni ci sarà l’inaugurazione dell’esposizione della Sindone e il Santo Padre in persona verrà a celebrare l’evento. Nel percorso è prevista anche un sua visita qui al museo e in altri luoghi della città. Quello che è avvenuto oggi rischia di mandare tutto all’aria. Ora, mi sembra evidente che si tratti di un brutto scherzo di qualche malato di mente, no-global o quella gente lì, che vuole rovinare la festa e ‘mandare un segnale’, come dicono loro. Ecco, Castelli, io voglio che tutto fili liscio, questo lo può capire anche uno come lei. Non ci deve essere nessun imbarazzo, nessuno che provi a saltare al collo del Papa, com’è successo già un paio di volte ultimamente, a Roma o non ricordo più dove, nessuno che possa rovinare tutto il lavoro che stiamo facendo e abbiamo fatto nell’ultimo mese per organizzare la visita. Ecco cosa mi aspetto da lei: voglio che aumenti la sicurezza in tutte le tappe previste dall’itinerario, che migliori i controlli e che trovi gli agenti necessari per farlo. Mi sono spiegato?” Il furioso monologo del questore riuscì a risvegliare Castelli dai suoi pensieri e a far scendere il silenzio nella sala, dove fino a un momento prima albergava un concitato brusio indaffarato. 9


“Ora la lascio con il direttore Ippoliti per iniziare una mappatura del museo e individuare i punti deboli della struttura.” concluse Ferrari che, come sempre, se ne andò senza salutare. 4) Il Papa! E come aveva fatto a dimenticarlo! Era da almeno un mese che andava avanti a studiare mappe e itinerari, a scegliere i luoghi da presidiare e, cosa più complicata di tutte, a cercare gli agenti per presidiarli. Con gli ultimi tagli del governo il personale era stato ridotto drasticamente e ai poliziotti rimasti venivano richiesti orari impossibili. Ma, al di là di questo, gli sembrava che il questore avesse liquidato la faccenda troppo in fretta. Aveva chiara la sensazione che qualcosa non tornasse. Non s’era azzardato a parlarne a Ferrari, che tanto non gli avrebbe dato ascolto, ma sentiva che questa storia della sostituzione aveva un lato molto più oscuro di quanto non sembrasse. Niente a che fare con la visita del Papa o con messaggi di gruppi no-global. L’inquietudine che gli aveva lasciato la visione della statua era stata molto intensa. Non se n’era ancora andata e sapeva che difficilmente l’avrebbe lasciato in pace tanto presto. Era un evento che gli capitava sovente. Vedeva cose che gli altri non vedevano. Niente a che fare con le intuizioni tanto detestate dei protagonisti di NCIS e simili. Semplicemente era più sensibile della norma. Entrava come in empatia con la scena che gli si presentava di fronte, con le persone che incontrava. Nessun superpotere e nessun miracolo. Soltanto un’attitudine. Per questo da ragazzo aveva deciso di entrare in Polizia. Questa predisposizione gli si era già manifestata fin dall’infanzia, ma per molto tempo non era riuscito né a descriverla né tantomeno a spiegarla. E quindi raramente veniva preso sul serio. Valeva poco alla fine dire ‘l’avevo detto’, anche perché nessuno si ricordava di averglielo sentito dire. Ecco perché da adolescente pensò che la carriera investigativa fosse perfetta per lui, la giusta strada per indirizzare il suo talento. Perché a quel tempo credeva ancora che ognuno di noi avesse un motivo per stare al mondo, un percorso alla fine del quale, se seguito con costanza e coraggio, ci attendono allori e sguardi ammirati. Prospettiva da telefilm, ovviamente. Per chi a ‘Genitori in blue jeans’ e ‘Beverly Hills 90210’ è cresciuto. E destinata a frantumarsi in una realtà fatta di cartine stradali e posti di blocco per organizzare la visita del Papa. ‘Sempre meglio che stare in fabbrica’ pensò mentre porgeva la mano al direttore Ippoliti. Questa volta riuscendo a non dar voce al suo pensiero. “Buongiorno direttore, ho un paio di cose da chiederle.” disse stringendogli la mano. Ippoliti era uno di quelli che la mano la danno per finta, tendendola molle e senza presa. 10


“Neanche per sogno.” rispose “Ho una riunione tra pochi minuti e non ho tempo da dedicarle. Parli con la signorina De Bernardi, la mia assistente. Lei saprà darle tutte le informazioni che le servono. Arrivederci.” Detto questo sgusciò via come un’anguilla. “Individuo piacevole.” commentò Castelli rivolgendo lo sguardo a Lucia. Tutto sommato con lo scambio c’aveva guadagnato. “Un po’ come il suo questore.” sorrise lei “Ma non ne abbia una brutta impressione, è un uomo molto impegnato e a prima vista può apparire ruvido. In realtà è una persona straordinaria, ha fatto tanto per il museo.” “Mi sembra che lo conosca bene. È da molto che lavora per lui?” “Ho iniziato appena laureata, cinque anni fa. Ma è come se lo conoscessi da sempre. Per anni lui e mio padre hanno fatto studi e ricerche insieme. Per me è un po’ come uno zio.” E così Castelli capì che lo sguardo da geroglifico di Lucia non era soltanto una deformazione professionale, ma piuttosto un marchio familiare, trasmessogli per via paterna. Almeno un mistero era risolto. Un’intera famiglia al servizio delle antichità. “E anche suo padre lavora al museo?” proseguì Castelli. Che, tra l’altro, cominciava a chiedersi se quelle domande servivano alle indagini o erano solo un modo per attaccare bottone. “Veramente mio padre è mancato.” E due. Si vede che quel giorno era destinato alle figure di merda. Se c’era un bottone che si stava per attaccare adesso si era scucito definitivamente. Perlomeno non avrebbe avuto rimorsi per aver sprecato tempo lavorativo ad abbordare belle assistenti sconosciute. Bella consolazione. “Mi scusi” tentò di riparare per la seconda volta nel giro di pochi minuti. “Non si preoccupi, non poteva sapere e comunque sono passati molti anni. Ma mi dica, come posso esserle utile?” Ecco, appunto, facciamo domande utili, invece di superflue figure da deficiente. “Sì, certo. Prima di tutto, chi ha scoperto la ‘sostituzione’? E sa dirmi se ci sono testimoni?” “Sono stata io a trovare la statua, circa tre ore fa.” rispose Lucia “E mi scusi, ma non mi sono ancora ripresa del tutto, è stata una visione scioccante.” “Lo immagino, ha scosso anche me. È strano, ma mi sembra di aver provato qualcosa di più del semplice disgusto guardando quella mostruosità. Come se nel complesso il feticcio non fosse così disarmonico.” Lucia lo fissò sgranando gli occhi “Cosa intende dire?” “Nulla, lasci perdere, sciocchezze da investigatore.” concluse frettolosamente Castelli. Anche se nello sguardo di Lucia il commissario lesse qualcosa di più della semplice sorpresa. 11


“E per quanto riguarda i testimoni? Mi sembra difficile che in pieno pomeriggio nessuno abbia notato niente.” “Me l’hanno già chiesto i suoi colleghi ma purtroppo sembra che nessuno abbia visto nulla. Inoltre questa sezione del museo è in restauro e le telecamere di sorveglianza erano spente. Forse le interesserà anche sapere che la mummia è stata trovata accanto al sarcofago apparentemente senza aver subito danni.” Lucia terminò la frase con un tono quasi sollevato, come se la salute della mummia le stesse più a cuore della sua. “Ho capito. Immagino sia per questo che il direttore non si occupa personalmente della faccenda. In fondo al museo non manca niente, esatto?” “A un primo esame sembrerebbe di no, commissario, ma stiamo verificando con i dipendenti.” Fu Giordano, che nel frattempo si era andato a prendere un caffè alla macchinetta automatica, a rispondere. Lucia annuì per confermare le parole dell’ispettore. “D’accordo. Allora procediamo. Temo proprio che stanotte faremo le ore piccole. Signorina De Bernardi, vorrei vedere le planimetrie del museo.” 5) Il lavoro fu più lungo del previsto e rimontarono in macchina che erano le dieci passate. “Bella serata, eh, commissario?” disse Giordano mentre si accendeva una Camel light. “Non ci abbiamo cavato un ragno dal buco, tanto per usare una frase originale.” rispose Castelli mentre gli scroccava una sigaretta. Anche se aveva il pacchetto mezzo pieno in tasca gli piaceva fare incazzare un po’ l’ispettore. “Commissario, ma a lei vendono le sigarette che finiscono nel momento esatto in cui mi incontra? Ogni volta me le scrocca, con rispetto parlando.” “No Giordano, è che penso alla tua salute. Te le fumo io così ne fumi meno tu, con rispetto parlando.” “Appunto.” “Comunque qualcosa almeno l’abbiamo capita, stasera. Chi ha eseguito lo scambio si è introdotto nella ‘Tomba di ignoti’ dall’uscita di sicurezza del museo che conduce direttamente alla sala. L’uscita non era controllata perché il padiglione è in ristrutturazione, il percorso del Papa non prevede la visita di quell’ala del museo e quindi non era stato ritenuto necessario il controllo di quella sezione. E questo ci dice almeno due cose.” “Che, per prima cosa, dobbiamo mettere in sicurezza anche quel passaggio. Sulla seconda mi illumini lei.” “È piuttosto semplice, Giordano. Il nostro uomo conosce molto bene il museo. Tanto da sapere che quell’uscita era libera e le telecamere erano spente. Inoltre 12


una porta di sicurezza si apre solo dall’interno. Quindi la domanda è: come ha fatto a entrare?” “Potrebbe aver avuto un complice.” suggerì Giordano. “Non credo, complicherebbe troppo le cose. Anche perché dalle registrazioni video non abbiamo visto nessuno non autorizzato entrare nella sala.” “Magari qualcuno tra gli operai che eseguono i lavori di ristrutturazione? Potrebbe esserci un infiltrato.” “Vorrebbe dire un’organizzazione della faccenda lunga e complessa. Mi pare eccessivo per un semplice ‘scherzo’, come l’ha chiamato il questore.” “Forse c’è un altro modo per entrare dall’esterno.” “E sarebbe?” “Basterebbe avere una copia della chiave di sicurezza, quel tipo di porta lo prevede.” “Sì, ci avevo pensato. Non lo so, la faccenda non mi è per niente chiara, ci sono troppe cose che non tornano.” “Commissario non ci perda il sonno. In fondo la quello che interessa a noi è mettere tutto in sicurezza per l’arrivo di sua Santità. Non è mica successo niente di così grave.” “Già. Ma è proprio questo che non mi quadra. Messa così mi ricorda il titolo di una commedia di Shakespeare. “Molto rumore per nulla.” Possibile che uno si prenda la briga di organizzare questa messinscena solo per manifestare un dissenso? E senza neppure rivendicarlo, tra l’altro.” “Il mondo è pieno di gente strana, commissario. Glielo ripeto: non ci perda il sonno.” concluse Giordano mentre buttava la cicca dal finestrino e metteva in moto l’auto d’ordinanza. Castelli non disse più nulla per tutto il tragitto che li riportò in corso Vinzaglio. Appoggiato al sedile dell’auto guardava con un misto di torpore ed eccitazione la città scivolare via accanto a lui. Era stanco ma anche, in qualche modo, febbrile. Non trovava le parole per spiegare a Giordano cosa non andava in quella vicenda. O meglio, una cosa avrebbe voluto dirla. Ma gli sembrava un po’ troppo fantasiosa come immagine, e aveva paura di non essere preso sul serio, per l’ennesima volta. Però in fondo Giordano era un buon collega. Se con lui non c’era quella che si potrebbe definire una vera e propria amicizia, una certa complicità e stima reciproca erano senz’altro presenti nel loro rapporto. Era uno dei pochi suoi collaboratori a non essere invidioso di lui, per i successi che avevano costellato la sua carriera, e che la maggior parte della gente guardava con incredulità e un pizzico di derisione, vista la perenne confusione apparente del commissario.

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Ma la gente, si sa, è superficiale, e raramente si sofferma a guardare oltre le apparenze. L’ispettore invece dava l’idea di uno che sulle cose indugia un momento più degli altri, per pensare. Forte di questa sua improvvisa illuminazione da due soldi, Castelli si decise a parlare, proprio mentre l’auto arrivava a destinazione. “Vedi Giordano, quella statuetta mi ricorda una piccola crepa.” Giordano sollevò un sopracciglio. “Commissario?” “Sì. Hai presente quelle minuscole crepe che si formano sulle dighe? Di solito sono graffi superficiali senza importanza, a cui la manutenzione non da nessun peso. Pioggia, acqua e vento corrodono lievemente il cemento armato, ma la struttura non ne risente, sono insignificanti screpolature. Però succede, una volta su milioni di casi, che la crepa, per un qualche inspiegabile motivo, si propaghi in profondità, fino a raggiungere il lato opposto della diga. E una piccola goccia d’acqua si insinua fino a sgorgare dalla parte sbagliata. Ma la goccia non viene rilevata finché non diventa un rivoletto più grosso. A quel punto però il destino della struttura è segnato. E, quando si prova a fermarla, l’acqua ha già corroso il cemento ed il crollo è inevitabile. Ecco quella statuetta mi sembra proprio questo. L’indizio irrilevante di una catastrofe imminente.” Nell’auto calò il silenzio per qualche istante. Giordano fissò Castelli con l’aria di chi non sa bene che dire, come se aspettasse un’altra puntata del documentario. Poi parlò. “Commissario, ma è vero?” “Cosa?” “’Sto fatto delle dighe?” “Buonanotte Giordano.” Con un mezzo sorriso Castelli aprì lo sportello. Forse era stato un po’ troppo ottimista sul conto dell’ispettore. “Ah, commissario, se vuole i ragazzi mi stanno aspettando al solito pub. Viene a farsi una birra con noi?” Però restava comunque una brava persona. “Per stasera no, grazie. Sto crollando dal sonno, saluta gli altri.” “A domani, commissario.” 6) Mentre raggiungeva la sua Stilo, Castelli pensò a quanto aveva appena detto Giordano. ‘Il solito pub’. Lui non aveva mai avuto un ‘solito’ di niente. Non c’erano camerieri che quando entrava lo salutavano per nome o amici che gli davano appuntamento al ‘solito’ posto. Non pensava che la cosa fosse giusta o sbagliata. Gli stava bene 14


così, semplicemente. Ciò che era consueto non faceva per lui, gli sembrava che si volesse dare un’aria di permanente a quello che invece, per forza di cose, è soltanto momentaneo. Non andava mai più di tre o quattro volte di fila neppure dallo stesso tabaccaio, per paura che quello si arrogasse una familiarità che non voleva affatto condividere. Lo metteva a disagio, tutto qui. Non sapeva se c’era una qualche ragione profonda per questo suo comportamento e neppure si poneva il problema. Aveva smesso di indagare le ragioni profonde della sua esistenza da tempo, più o meno da quando aveva iniziato a indagare le ragioni più superficiali dei criminali. Soltanto con i luoghi riusciva a creare una confidenza più duratura. C’erano strade, piazze, colline che amava visitare ripetutamente, immaginando con loro un dialogo muto fatto di impressioni e mutazioni continue. Nel silenzio dell’osservazione ritrovava una regione quasi domestica, uno spazio intimo ed accogliente che dava ascolto alla sua fisicità. Forse era questo il motivo per cui era abbastanza refrattario anche ad avere una ‘solita’ ragazza, pensò. Però quella sera il calore con cui Giordano aveva citato il pub lo mise a disagio, gli fece provare uno senso di assenza, una necessità di appartenenza e intimità più corporei, per così dire. E così gli venne in mente che, tutto sommato, c’era un ‘solito’ posto in cui ultimamente andava. Un luogo che prometteva calore ed estraneità allo stesso tempo. Decise di andarci. Si infilò in macchina, accese il motore, e si diresse da Georgine. 7) Castelli suonò il campanello e la porta si aprì quasi immediatamente. Dall’altra parte Georgine comparve come una nuvola di bellezza. Gli sembrava ancora impossibile che fosse un uomo, tanto erano dolci e sensuali i suoi lineamenti. E dire che aveva avuto più di una prova in merito. “Ciao amore, ti aspettavo.” disse sorridendo il trans. “Georgine, se mi chiami di nuovo amore ti arresto. E comunque certo che mi aspettavi, ti ho telefonato.” “Uh, che umore brutto stasera ispettore! Ma tanto lo so che non sei capace di arrestarmi.” “Non sono ispettore Georgine, lo sai.” “Allora ti chiamo amore, così non mi sbaglio, ok?” Il commissario non riuscì a trattenere un sorriso. Georgine era riuscita in quello che mai nessuna donna prima aveva saputo fare, gli aveva fatto cambiare umore nel giro di dieci secondi. In positivo, ovviamente; a farglielo peggiorare, invece, erano capaci tutti. 15


E tanto bastò. Mentre ancora sorrideva Georgine allungò le braccia dietro al suo collo e lo tirò a sé, dandogli un bacio sulla guancia. “Non stiamo diventando un po’ troppo intimi, noi due?” chiese con finta ritrosia Castelli. “Amore tu parli troppo. Vieni qui da me.” Ma, contrariamente al solito, quella sera Castelli aveva davvero voglia di parlare. Allontanò delicatamente Georgine e si sedette su una delle due sedie che, insieme a un piccolo tavolino e un mobiletto a muro, arredavano l’ingresso dell’appartamento. “Oggi ho conosciuto una ragazza che ti assomiglia.” “Lo prendo come complimento.” Senza bisogno di altri commenti, il transessuale aveva già intuito quale aria tirasse. Così aprì una delle ante dell’armadietto e tirò fuori una bottiglia di rum con due bicchierini. “Commissario, tu fai tanto il misterioso ma guarda che io ti ho già capito.” continuò mentre versava il dolce liquore ambrato “E chi è questa bella ragazza? Guarda che sono gelosa.” “Ah, sì? Mi hai già capito? E come fai a dirlo?” “Intuito femminile.” Con un mezzo sorriso Castelli si portò alle labbra il bicchiere e bevve in un fiato il suo contenuto. Poi raccontò a Georgine quello che gli era successo nelle ultime ore. Il rum e la chiacchierata rilassarono il commissario più di quanto avesse sperato. Stava bene, provava una sensazione che aveva quasi dimenticato. Era spensierato. Ma la spensieratezza è parente prossima della avventatezza e dell’ingenuità. Neanche si accorse di pronunciare una delle frasi più banali e patetiche che avrebbe potuto dire in quel momento. “Georgine, ma tu come fai? A vivere così, intendo.” Fu il transessuale a guardarlo con un mezzo sorriso, stavolta. “E tu commissario, come fai? A vivere così, intendo.” Si maledisse da solo e segnò mentalmente un punto a favore di Georgine. “Te l’ho detto, commissario, tu parli troppo. E hai troppa paura.” “Paura? E di che?” “Di tutto. Del questore, della visita del Papa, degli altri, di quella statuetta, di quello che hai provato per quella bella ragazza e di te stesso. Ma soprattutto di me.” E mentre lo diceva gli accavallò una lunga gamba nuda sulle sue, gli prese una mano, se la portò sul collo e gli fece accarezzare la pelle liscia attorno ai suoi seni finti. Finti ma davvero niente male, pensò Castelli mentre la luce si spegneva. 16


8) Si alzò con la sensazione di non essersi neppure messo a letto. Aveva la bocca impastata ed era intontito per il poco sonno. Non aveva neanche voglia di lavarsi la faccia. L’unico suo desiderio in quel momento era di infilarsi di nuovo tra le coperte e mandare a quel paese il mattino. Pensò di chiamare in commissariato e dire che non si sentiva bene, ma alla fine il senso di colpa ebbe la meglio ed uscì di casa con la segreta speranza di farvi ritorno al più presto. Arrivò in ufficio verso le nove e mezza e ad aspettarlo trovò la consueta frenesia mattutina. Per evitarla e rimanere nella sua beata sonnolenza si diresse verso il bar del commissariato, per prendere il secondo cappuccino della giornata. Non fece in tempo ad arrivarci. “Commissario, giusto lei cercavo!” Era l’agente Rizzo. Persona bravissima e poliziotto diligente, ma di una noia infinita. Una di quelle persone che parlano con un tono di voce al limite dell’udibile senza mai guardare in faccia l’interlocutore e aprono una parentesi dopo l’altra, raccontando dettagliatamente tutti i fatti che gli vengono in mente. “Buongiorno Rizzo.” “Buongiorno commissario, la vedo un po’ stanco. Non sta bene? Eh, è il cambio di stagione. Guardi anche mia moglie in questi giorni non sembra più lei, e dire che è sempre così attiva, piena di energie. Normalmente in casa è un tornado: cucina, lava e stira senza stancarsi mai. Pensi che una volta le ho detto: ‘E se prendessimo una colf per darti una mano?’ Non l’avessi mai fatto! Mi ha messo un muso che non le dico! ‘Ma come? Pensi che non me la sappia cavare da sola?’ Continuava a ripetermi. E poi in effetti a prendere una colf al giorno d’oggi non si sa mai, con le cose che vediamo ogni giorno, noi più degli altri. Però a lei forse farebbe comodo una persona che la aiuti in casa, vero commissario? Dopotutto un uomo ha le sue esigenze, non so se mi spiego, e mica si può stare dietro ai lavori domestici quando si ha la sua età! E’ giusto anche divertirsi un po’, non è d’accordo? E dica, a proposito, quella sua ragazza, come si chiamava? Ah sì, Manuela, ci esce ancora?” Ma chi cazzo è Manuela? Avrebbe voluto chiedergli Castelli. Invece disse più semplicemente: “Rizzo c’è qualcosa che devi dirmi? Che riguarda il lavoro intendo?” “Ah, certo, commissario. In sala d’aspetto c’è una signora che vuole denunciare la scomparsa di sua figlia.” “E perché non l’hai mandata da Giordano?” “Sono tutti fuori, commissario. Sa, per organizzare la visita di sua Santità. Io sono così eccitato! Mi sembra incredibile che potrò incontrare il santo Padre di persona. Solo una volta mi è capitato di vederlo, cinque anni fa quando andai a Roma per…” 17


Facendo finta di niente Castelli si voltò e prese la via del suo ufficio, mentre sentiva la litania di Rizzo affievolirsi man mano che si allontanava. Continuava a parlare anche da solo, un caso degno di studio. 9) Seduta nella sala d’aspetto c’era una signora sui quarantacinque anni, vestita elegantemente ma con l’aria di chi ha passato una notte di affanni e non ha avuto tempo di mascherare con il trucco gli effetti che il pianto lascia senza scampo sul volto. Quando vide il commissario uno sguardo colmo di desolazione e speranza insieme partì dai suoi occhi. Castelli non riuscì a reggerlo per più di un paio di secondi. Aveva compreso la situazione senza bisogno di altre spiegazioni. Stava per dire ‘buongiorno’ ma una volta tanto controllò le parole. Era evidente che non c’era niente di buono nel giorno di quella donna. “Salve, sono il commissario Andrea Castelli. Si accomodi.” Non appena si sedettero nell’ufficio la signora si mise a piangere, disperata. Il commissario non sapeva che fare. In quelle situazioni si sentiva più inetto e fuori luogo del solito. Così decise di non fare niente e la lasciò sfogare. “Come si chiama, signora?” chiese infine quando la donna smise di singhiozzare. “Giulia Maffei” rispose in soffio “mi scusi per prima, ma non sono riuscita a trattenermi.” “Non si preoccupi. Mi vuole raccontare cos’è successo?” “Mia figlia è scomparsa. Sono tornata ieri sera da un viaggio di lavoro durato tre giorni e non l’ho trovata a casa. Il cellulare è staccato, ho pensato fosse con le sue amiche così le ho chiamate, ma loro non sanno niente. Dicono che non la sentono da almeno due giorni. Ho chiamato a scuola e anche lì mi hanno detto che da due giorni è assente. Commissario la prego, non so che fare.” Prima che ricominciasse una nuova crisi di pianto il commissario intervenne. “Mi scusi ma lei non l’ha sentita in questi ultimi due giorni?” “Certo, anche se soltanto via messaggio. Sa come sono i ragazzi, non hanno mai tanta voglia di parlare con i genitori. Comunque mi sembrava tutto a posto, non era la prima volta che mi assentavo per lavoro e la lasciavo sola per qualche giorno. Ma ormai ha quindici anni e sa badare a se stessa. Non avrei mai pensato che…” Giulia Maffei stava per cedere nuovamente, così Castelli la incalzò per farla rimanere lucida. “E suo marito dov’era in questi giorni?” “Sono divorziata, commissario. Mio marito mi ha lasciata sei anni fa e ora vive in Toscana con la sua nuova amante. Ci sentiamo raramente e ci vediamo 18


ancora meno. Federica l’ha in qualche modo rifiutato e faccio sempre più fatica a convincerla a incontrarlo.” “Sua figlia si chiama Federica?” “Sì, Federica Ippoliti.” “Ha comunque provato a chiedere sue notizie anche a lui?” “Certo, ma non sente nostra figlia da più di una settimana.” Mentre parlava Giulia Maffei riprendeva colore. Si riappropriava anche di quella sicurezza apparente e necessaria che, per forza di cose, si era dovuta creare per crescere da sola una figlia adolescente e continuare a lavorare, mentre smaltiva il trauma del tradimento e dell’abbandono in solitudine. “Ricapitoliamo.” proseguì Castelli “Tre giorni fa lei è partita per un viaggio di lavoro e sua figlia è rimasta da sola a casa. Ma, come mi ha spiegato, non era la prima volta che questo succedeva. Lei ha sentito Federica, via messaggio, fino a ieri. La scuola e le amiche però sostengono di non aver notizie di Federica da almeno due giorni. E questo è ovviamente una contraddizione, l’avrà pensato anche lei.” “Sì, ovviamente ci ho pensato. È tutta la notte che ci penso e non trovo una risposta. Mi sono detta che magari è scappata con un ragazzino per qualche giorno senza dirmi niente o, chi lo sa, magari per farmi apposta un dispetto e attirare la mia attenzione. In fondo da quando suo padre se n’è andato ha sofferto tanto, e può succedere che un’adolescente non riesca a reggere la tensione e faccia una sciocchezza. Ma non ci credo commissario, in qualche modo mi avrebbe dato sue notizie. Ho una brutta sensazione. Però allo stesso tempo non capisco come possa avermi mandato quei messaggi, se davvero le fosse successo qualcosa.” ‘Magari li ha mandati qualcun altro’ pensò Castelli, ma tenne questa considerazione per sé. “Ora le farò una domanda che le potrà sembrare retorica, ma è comunque importante. C’è qualcuno che avrebbe voluto fare del male a lei o a sua figlia? Forse il suo ex marito?” “Commissario, io sono sola. Non ho amici, non mi vedo con un uomo da almeno tre anni ed esco pochissimo. La mia vita è solo lavoro e Federica. Un nemico sarebbe già un bel lusso. No, non c’è nessuno che può volerci male fino a questo punto. Tanto meno mio marito, per il quale la nostra esistenza è ormai un passato dimenticato e giusto un po’ scomodo.” Castelli sperò davvero che la solitudine di quella donna non aumentasse ulteriormente nei giorni a venire, fino a raggiungere un livello insopportabile. Lo sperava, ma non ne era molto convinto. “Bene signora Maffei, per me è sufficiente. Prima di uscire passi dall’agente Rizzo e lasci i suoi dati anagrafici, quelli di Federica e magari i nomi delle 19


amiche più vicine a sua figlia. Ci faccia al più presto avere una fotografia recente di sua figlia. Appena sapremo qualcosa la avvertiremo. Ora cerchi di riposare un poco, se vuole le faccio accompagnare da un agente fino a casa e le mando un dottore di fiducia.” Castelli si alzò e accompagnò Giulia Maffei fino alla porta. “Grazie commissario. Forse sì, è meglio se mi fa accompagnare da un agente. Un po’ di compagnia ora mi serve. Per il medico invece non si preoccupi. Arrivederci.” “Arrivederci.” Quando la porta si richiuse Castelli si lasciò cadere sfinito sulla sedia imbottita del suo ufficio. Le ipotesi che gli venivano in mente per quella sparizione e le eventuali piste da seguire erano pure troppe. E tutte al limite della banalità. Ed era proprio questo a sconcertarlo. La banalità e la naturalezza con cui riusciamo ad assimilare gli inediti orrori che il mondo periodicamente ci presenta. Escludendo una fuga volontaria della ragazza, idea che non lo convinceva affatto dopo aver ascoltato la madre, rimanevano soltanto alternative che ultimamente abbondavano nella quotidiana letteratura dei telegiornali: dal rapimento a sfondo sessuale fino al sequestro con lo scopo di rivendere la ragazza sul mercato del sesso estero d’alto bordo. Tutte soluzioni che non gli piacevano affatto. Ma ciò che ancora meno gli andava a genio era che per quel caso non avrebbe potuto dedicare né tempo né uomini. Almeno fino a che non fosse passata quella maledetta visita pontificia, che sembrava assorbire tutte le forze del commissariato. Aprì una pagina della sua agenda per appuntarsi le dichiarazioni della signora Maffei prima che gli passassero di mente e si accese una sigaretta. Ma non scrisse nulla e non aspirò neanche una boccata. Fissava distratto lo stipite della porta perso in un pensiero che non riusciva a delineare; c’era qualcosa in quello che gli era appena stato detto che gli sfuggiva e al tempo stesso gli sembrava evidente. Come un pesce tropicale in uno stagno fangoso. Più si sforzava di mettere a fuoco il dettaglio mancante e meno ci riusciva. Lo squillo del cellulare lo riportò alla realtà come uno schiaffo. Rispose affannato: “Castelli, chi parla?” “Lo so che è lei, commissario.” Era il questore “Non so dov’è invece, e la cosa mi irrita abbastanza. Perché non è in piazza Castello a dirigere le operazioni di messa in sicurezza?” “Ho raccolto una denuncia di scomparsa di minore, cinque minuti e arrivo.” 20


“Sempre la scusa pronta, commissario. Non poteva farlo fare a qualcun altro? Mi sembra ci siano compiti più urgenti in questo momento. Si sbrighi, la aspettiamo.” Stavolta fu Castelli a buttare giù il telefono, prima che lo facesse Ferrari. Finì di scrivere gli appunti sulla scomparsa di Federica mentre aspirava quello che rimaneva della sigaretta. Il fumo gli sembrò meno amaro della gerarchia d’urgenze a cui il corpo di Polizia era soggetto in quei giorni. 10) Piazza Castello era sempre meravigliosa, anche adesso che un centinaio tra poliziotti e carabinieri la percorrevano freneticamente in ogni direzione e che transenne d’acciaio satinato tentavano di ingabbiarne l’eleganza. Era uno di quei luoghi in cui gli piaceva tornare, lo faceva sentire accolto come nel salotto di una nonna ricca. Anzi meglio ancora, perché qui si poteva pure fumare una sigaretta e mangiare un kebab in assoluta tranquillità. Quel giorno però decise che il kebab sarebbe stato decisamente fuori luogo, così si accontentò di accendersi un’altra Camel Light. “Commissario, vedo che si è comprato un pacchetto nuovo.” lo salutò Giordano. “Non ti preoccupare ispettore, questa era l’ultima, la prossima me la devi offrire tu. A che punto siete?” “Meglio di quanto sperassimo. Le strade che danno sulla piazza sono già sotto controllo, abbiamo messo metal detector agli ingressi principali e individuato i luoghi dove piazzare gli agenti in borghese. Dobbiamo solo concludere di sistemare il perimetro delle recinzioni e anche qui abbiamo finito. Vuole venire a controllare di persona?” “Sì, anche se sono sicuro che se hai condotto tu le operazioni mi posso fidare. Il tragitto che il Papa farà da piazza Vittorio fino a qui è già stato messo in sicurezza?” Era previsto che, prima dell’inaugurazione dell’esposizione della Sacra Sindone, che si sarebbe svolta in piazza Castello, il santo Padre avrebbe tenuto un discorso e celebrato la messa in piazza Vittorio Veneto, scelta per le grandi dimensioni. “Ci stiamo lavorando, ma anche in questo senso siamo a una fase avanzata delle operazioni. Anzi se ci resta tempo oggi potremo andare a finire di sistemare la questione del museo. Ippoliti ha chiamato per avere notizie in merito.” Un’idea improvvisa lo colpì come un pungo in faccia. “Ippoliti?” “Sì commissario, il direttore del museo.” Altro che pesce tropicale in uno stagno fangoso. Questo era un branzino nella vasca da bagno. Doveva essere ormai sulla via di una senilità precoce se non se 21


ne era subito accorto. Poteva essere una coincidenza, ma lui alle coincidenze non credeva più da quando era stato deluso da quelle promesse dalle Ferrovie dello Stato. E poi fare una verifica non gli sarebbe costato nulla. “Giordano mi devi fare un favore. Questa mattina è venuta una donna, Giulia Maffei, a denunciare la scomparsa di sua figlia. Si chiama Federica Ippoliti, di quindici anni. Sulla mia scrivania trovi la deposizione della madre e Rizzo dovrebbe aver preso i suoi dati. Cerca di capire se lei e il direttore del museo sono in qualche modo imparentati. Inoltre chiedi alla madre se, secondo lei, Federica avesse già un fidanzato con il quale potrebbe aver avuto rapporti sessuali. Anzi no, questo forse è meglio se lo chiedi alle amiche.” “Commissario mi scusi, ma che c’entra Ippoliti con questa ragazza? Il cognome sarà una coincidenza. E poi non so quanto il questore sarà felice di sapere che sprechiamo tempo in questioni che non riguardano la visita del Papa.” “Un motivo in più per fare quello che ti ho detto. Comunque ti porterà via cinque minuti al massimo. Te lo ripeto, c’è qualcosa che non mi piace in questa storia.” “E perché vuol anche sapere se aveva già avuto dei rapporti sessuali?” Non sapeva se dirglielo. L’avrebbe preso per matto? Però era proprio quello il dettaglio che prima, al commissariato, non riusciva a focalizzare. Due Ippoliti nel giro di un giorno. Ma soprattutto, forse, due vergini. Quello era il collegamento che aveva fatto accendere la lampadina. Sì, forse l’ispettore avrebbe trovato ridicola quella connessione. Ma decise comunque di condividerla con lui. Era il minimo, visto che chiedeva la sua collaborazione. “Perché se così non fosse avremmo, a distanza di poche ore, una Vergine comparsa in una tomba egizia e un’altra scomparsa da casa sua. Ed entrambe potrebbero essere in relazione con Ippoliti, o con il museo più in generale.” Giordano fissò Castelli. Non c’era ironia nel suo sguardo. Curiosità, piuttosto. “Il fatto delle dighe, commissario?” “Sì, mettiamola così. Allora, datti da fare con questa verifica. Intanto io finisco qui e poi vado al museo. Raggiungimi lì appena puoi.” 11) Come già gli aveva accennato Giordano, gli agenti avevano già fatto un ottimo lavoro anche senza di lui e se la sbrigò nel giro di un paio d’ore. Era da poco passata l’una quando si incamminò verso il museo. Decise di percorrere a piedi le poche centinaia di metri che separano Piazza Castello da via Accademia delle Scienze, dove si trovava il museo. Questo perché, allungando di un niente la strada, poteva attraversare la Galleria Subalpina, un altro di quei luoghi a cui era affezionato. E dove, soprattutto, c’era una libreria antiquaria dalle cui vetrine si 22


allontanava sempre a malincuore, conscio che il suo conto in banca non sarebbe bastato forse neppure per entrarci, lì dentro. Figuriamoci per comprare qualcosa. Spinse la porta di vetro che separava la galleria dai portici di Piazza Castello e, come già altre volte, una folata di vento gli fece socchiudere gli occhi per riaprirli un istante dopo di fronte a un piccolo mondo che sembrava sopravvissuto agli ultimi due secoli, congelato nel tempo come un mammut tra i ghiacci artici. I marmi, le vetrate e il ferro battuto di cui era composta, avrebbero potuto benissimo essere usciti da una qualche Esposizione Universale di fine ‘800 e la struttura della galleria da un romanzo di Flaubert e, come esso, sorretta e fatta apparentemente di nulla. Non fece però in tempo a raggiungere la libreria che il cellulare gli vibrò in tasca. Era l’ispettore Giordano: “Commissario, sono io. Ora mi deve spiegare come ha fatto: Ippoliti e la ragazza sono effettivamente parenti. Lui è un suo zio alla lontana, di secondo o terzo grado. Con le parentele non ci ho mai capito molto. E pure sull’altro fatto c’ha preso. Secondo le amiche, infatti, Federica era una ragazza “all’antica”, come hanno detto loro. Qualche fidanzatino con cui il uscire il pomeriggio ce l’aveva avuto, ma niente di più.” “Giordano non farlo più.” “Cosa commissario?” “Usare già il passato quando parli di Federica.” “Veramente… Scusi, ha ragione. Comunque ho voluto avvertirla subito al cellulare prima di raggiungerla al museo. Anche se sono ancora convinto che non sia altro che una coincidenza.” “Cazzo Giordano, il cellulare!” “E che c’è ora? Ho di nuovo sbagliato i tempi dei verbi?” “No, c’è che nella vasca da bagno non c’era un branzino ma una balena intera.” “Commissario, io mi sforzo di seguirla, ma certe volte non è per niente facile.” “Lascia perdere, cose mie. Senti prima di venire al museo fai ancora un controllo. Chiama l’operatore del telefono di Federica e fatti dire se possono identificare il luogo da cui ha mandato l’ultimo messaggio. E poi gli chiedi pure di provare a rintracciare dove si trova ora il telefono. Se non è proprio un imbecille il rapitore l’avrà distrutto, ma non si sa mai.” “Commissario, ha già deciso che si tratta di un rapimento?” “Giordano, quello che aveva usato il passato eri tu, ricordi?” L’ispettore incassò il colpo senza ribattere. “Faccio questi controlli e la raggiungo subito.” “A dopo.”

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12) Anche al museo fervevano i preparativi per l’arrivo del Papa. Alcuni agenti salutarono Castelli mentre entrava nell’ingresso principale e lui contraccambiò con un cenno distratto. Non ci fecero caso: il commissario era sempre distratto. Raggiunse l’ufficio del direttore e lo trovò seduto alla scrivania, intento a parlare con la sua assistente. La vista di Lucia riuscì a fargli tornare il buonumore per un istante. Proprio come era successo la sera prima con Georgine, pensò. “Buongiorno commissario, la stavamo aspettando. Vorrei che mi mostrasse come ha deciso di intervenire qui al museo. Spero che non metterete tutto a soqquadro. Come immaginerà qui stiamo lavorando e non possiamo perdere molto tempo appresso a voi.” Loro lavoravano? E perché, lui che stava facendo, le costruzioni con il Lego formato gigante? La voce del direttore gli sembrò ancora più felina di quanto se la ricordava. Decise di prenderlo in contropiede. “Direttore, purtroppo ho una brutta notizia.” “Ecco lo sapevo, quando ci siete di mezzo voi va sempre tutto storto. Senta io non ho ancora pranzato, che ne dice se ne parliamo a tavola? Lucia ti unisci a noi?” “Volentieri direttore.” “Bene allora, ho sempre un tavolo riservato al ‘Ristorante del Cambio’.” A quanto sembrava Ippoliti voleva prendere tempo prima di sentire le brutte notizie. O forse voleva solo studiarsi meglio questo commissario rompicoglioni. Comunque la cosa andava bene pure a lui, anche perché il ‘Ristorante del Cambio’ era uno dei locali storici Torino, dove si mangiava sempre divinamente e, soprattutto, dove il conto era assai più salato degli agnolotti al sugo d’arrosto. Si sarebbe fatto offrire il pranzo, come minimo. 13) Nonostante il ristorante si trovasse a poco distante dal museo, Ippoliti fu irremovibile nel voler prendere l’auto. Forse per impressionare il commissario col lusso della sua Mercedes SLK coupé o forse per fargli capire che se poteva girare con la macchina nel centro storico era perché certi permessi speciali li danno solo a persone speciali. Quindi che facesse attenzione a non infastidirlo troppo, il caro commissario. O forse tutte e due le cose insieme. Punto sul vivo Castelli decise che, se il direttore voleva, giocare lui non sarebbe stato da meno, anche se da un altro punto di vista. Aspettò soltanto di essere seduto al tavolo. Nel frattempo cercò di essere quanto mai gentile ed educato. Quando arrivò il cameriere affondò il colpo che stava meditando. Tanto per cominciare ordinò una terrina di fegato grasso d’anatra al vermouth Carpano, 24


mele renette e pepe di Sarawak (domandandosi dove cavolo fosse Sarawak), sottolineando quando fosse cortese il direttore a voler offrire a entrambi un pranzo tanto prelibato e, senza dargli tempo di rispondere, fece aggiungere come secondo un controfiletto di cervo con puré di zucca ed amaretti, pere e olio di mandorla (ma non si usava per i massaggi, l’olio di mandorla?). Il direttore non fece una piega, anzi propose un nebbiolo di Dogliani per innaffiare il tutto. E su questo Castelli non ebbe niente da obiettare, anche perché, pure se Torino era la città che l’aveva ormai adottato, lui veniva dalle Langhe. Anzi, manco farlo apposta, Dogliani era proprio il suo paese natale. Nell’attesa delle pietanze fu il direttore a iniziare il discorso. O meglio, ad rispondere al colpo. “Il pepe di Sarawak è il migliore in assoluto, non è forse vero? Ma per quanto sia buono quello importato non c’è paragone con il chicco raccolto in loco. Immagino che un uomo raffinato come il nostro commissario conosca bene quei meravigliosi luoghi, mi sbaglio?” Beata curiosità! Ma soprattutto benedetta Wikipedia! Mentre gli altri due stavano ancora ordinando Castelli, come spesso accadeva, incuriosito da un nome sconosciuto ed esotico, con il cellulare aveva cercato su internet dove o cosa diavolo fosse Sarawak. E aveva scoperto che: “Ha perfettamente ragione, direttore. La Malesia in questo periodo ha davvero un clima stupendo. Purtroppo è anche una meta tristemente nota per il turismo sessuale, principalmente italiano e soprattutto con minori. Ma di certo non è per questo che il nostro direttore la conosce tanto bene, mi sbaglio?” Uno a zero. E se non era una botta di culo questa. Era pure riuscito a portare il discorso dove voleva lui. Però non gli andava di arrivare subito al punto, preferiva fare un giro po’ più largo. Quelle che aveva in mente non si potevano neppure chiamare ipotesi. Erano giusto sensazioni, e non si poteva scoprire troppo. Sulla faccia del direttore si dipinse un mezzo sorriso storto, quasi ad angolo retto. “Al commissario piace scherzare. Beh, passiamo ad argomenti meno lieti. Mi dica, qual è questa brutta notizia?” “Forse abbiamo capito come è avvenuta la sostituzione alla ‘Tomba di ignoti’. Pensiamo che a metterla in atto sia stata una persona interna al museo.” Era vero solo in parte, ma voleva vedere che reazione avrebbe avuto Ippoliti. “Mi sta prendendo in giro?” Lo stupore del direttore sembrava sincero. Anche Lucia ebbe un sussulto. “Non posso credere che qualcuno del personale abbia fatto una cosa simile. Conosco bene tutti i miei dipendenti e non lo ritengo possibile nella maniera più assoluta.” 25


“Eppure qualche indizio c’è.” rispose Castelli iniziando a spiegare le ipotesi che aveva discusso con Giordano. Lucia ascoltava sempre più attentamente, con una lieve ma crescente irrequietezza. “Inoltre” proseguì il commissario “abbiamo anche un paio di ipotesi sul perché il colpevole l’abbia fatto e sul significato della ‘vergine alata’. Ma sono solo teorie, ed è ancora troppo presto per parlarvene.” Non era troppo presto. In realtà non aveva assolutamente nessuna idea in proposito, ma ora che era in ballo tanto valeva ballare. “La ‘vergine alata’. Potrebbe quasi essere il titolo di un romanzo di D’Annunzio. Commissario, vedo che ha anche una vena poetica.” Ippoliti aveva ritrovato apparentemente la calma. Lucia invece continuava a fissare Castelli, con lo sguardo di chi sembra essere sul punto di dire qualcosa ma senza riuscirci. Era bello lo sguardo di Lucia, anche in quel momento. Affascinante e alieno insieme, come sempre. “In ogni caso commissario, non vedo come la cosa possa interessarla. Non credo sia neppure competenza della Polizia, visto che non è stato commesso nessun vero e proprio crimine. Per scrupolo condurrò io stesso una piccola indagine interna, ma le ricordo che lei è qui per organizzare la sicurezza di sua Santità, non per trovare fantomatici quanto improbabili pazzoidi tra il mio personale. Si occupi del suo lavoro che al mio so badare da solo.” Nel frattempo erano arrivate le portate e il discorso virò sulle squisitezze della tavola. Il pepe di Sarawk non venne però più menzionato. Mangiarono con gusto. Non poteva essere altrimenti vista la qualità delle ricette. Una volta terminato il pranzo il cameriere portò il conto. Mentre Ippoliti tirava fuori la carda di credito Castelli decise che era il momento di giocare l’asso. Stava rischiando, sapeva che le sue sensazioni confuse e informi potevano costargli un bel cazziatone se il questore fosse stato informato dal direttore di quella conversazione senza capo né coda, ma voleva vederci più chiaro. Aveva bisogno di mettere nuovamente a disagio Ippoliti e osservare cosa succedeva. “Tra l’altro, mi risulta che lei sia parente di una certa Federica Ippoliti, quindici anni, dico bene?” “Dice bene. Perché me lo chiede?” “E’ scomparsa da almeno due giorni. Forse lei ha qualche sua notizia.” Il direttore sbiancò. Lucia ebbe un nuovo fremito. “Federica? Ma cosa dice? Che cosa è successo? No, non ho sue notizie recenti, siamo parenti parenti per via paterna, ma mi pare che il padre ora viva in Toscana. Non ci siamo mai frequentati molto… Federica invece a volte viene al museo, è una ragazza curiosa e ha una vera passione per l’Egitto. Mi è capitato in qualche occasione di farle da guida e chiacchierare con lei. Anche Lucia l’ha conosciuta.” 26


“Sì, la conosco anch’io. Non le sarà successo nulla di grave, spero?” chiese con agitazione l’assistente, mentre con la coda dell’occhio cercava lo sguardo di Ippoliti. “Non lo sappiamo. Come le ho appena detto è scomparsa.” abbozzò Castelli. “Commissario, non so perché mi sia venuto a dire queste cose. È la seconda volta oggi che tira fuori argomenti non c’entrano niente con il suo lavoro al museo. Ma questa notizia mi turba molto. Se avrò qualunque novità utile la informerò e la prego di fare altrettanto. Appena sarò in ufficio telefonerò alla madre per sincerarmi delle sue condizioni. Immagino sia sconvolta.” “Infatti, è proprio così. Grazie per il pranzo direttore e mi scusi se l’ho allarmata. Se vuole per oggi sospendiamo i lavori.” “No, no. Torniamo al museo e riprendiamo da dove abbiamo lasciato.” Mentre uscivano dal ristorante Castelli pensò che forse aveva fatto un buco nell’acqua. Ippoliti, che nel frattempo si era acceso una sigaretta, era sembrato sinceramente colpito dalla notizia della scomparsa di Federica. Forse era il caso di smetterla di inseguire sensazioni balorde e iniziare a lavorare con i piedi per terra, lasciando i colpi di genio e le intuizioni improvvise alle serie televisive che tanto detestava ma che altrettanto, evidentemente, invidiava. Con i suoi tentativi alla cieca aveva ottenuto il solo risultato di turbare due persone senza fare un solo passo nella direzione giusta. E aveva pure perso tempo prezioso per l’organizzazione dell’ormai imminente visita papale, rischiando una sfuriata da parte del questore. Ma i buoni propositi non ci misero molto ad abbandonarlo. Mentre camminavano verso museo il suo pensiero continuava a tornare sull’inquietudine mostrata da Lucia durante il pranzo. Gli sembrava che nell’aria ci fosse qualcosa di non detto. Si chiese che cosa fosse. Ma, soprattutto, si chiese se anche lei si era rifatta il seno, come Georgine. 14) Per primo arrivò il freddo. Intenso e maligno su tutto il corpo come una coperta di spilli. Poi ci fu il dolore. Sordo, gonfio e pulsante salire dai polsi e dalle caviglie fino alla testa. Ed infine il buio. Totale e unto, come nel fondo di un lago di petrolio. Sentiva il volto umido e un leggerissimo velo di vento, come unghie spezzate, graffiare la pelle. Non sapeva dov’era né si ricordava cosa era successo. La sua mente era annebbiata. Solo qualche breve lampo illuminava la memoria, che lentamente si riprendeva dal sonno prolungato e forzato, riportando immagini come fotogrammi sconnessi. 27


Il ritorno verso casa, il saluto di qualcuno che conosceva ma non riusciva a focalizzare, lo stupore, la paura. E mentre lentamente la lucidità, o soltanto una sua un’ombra, riaffiorava, con essa cresceva anche un'altra sensazione, di un’intensità sconosciuta e totalizzante. Disperazione. Infinita come il buio che la imprigionava. Scoppiò a piangere. E nel silenzio i suoi singhiozzi rimbombavano con la forza di un’esplosione insopportabile. Smise senza quasi rendersene conto. Rimaneva nell’aria immobile soltanto un lieve gemito quasi inumano. Un suono che non credeva di poter produrre. Gli occhi cominciavano ad abituarsi all’oscurità e gradualmente prese coscienza dell’ambiente in cui si trovava, anche se la paura sovrastava la ragione e i suoi sensi sembravano non riuscire a percorrere le vie nervose che conducono al cervello, smarriti. Il pensiero si addensava in nuvole d’angoscia. Comprese di trovarsi in ambiente di piccole dimensioni, con il soffitto piuttosto basso. Provò ad alzarsi, ma la lunga inattività le causò una fitta di dolore inaspettata. Scattò involontariamente verso destra e la faccia le andò a sbattere con violenza contro la parete che si trovava alle sue spalle. Sentì un labbro spaccarsi e il sapore del sangue misto a terra invaderle la bocca. Crollò al suolo e riprese a singhiozzare. Mentre il suo corpo sussultava, con la mano sfiorò un oggetto dalla forma familiare. Allungò le dita e afferrò qualcosa che per un momento riportò un fiotto di speranza e luce inattesa. Il suo cellulare. Tenne premuto il tasto di accensione e dopo pochi secondi il display si illuminò. Era carico, le sembrò di rinascere. Aspettò a lungo che l’antenna captasse un segnale qualsiasi, ma dopo qualche minuto si rese conto che era inutile. La luce irradiata dal dispositivo rese evidente ciò che già sospettava. Era sottoterra, ed era perduta. 15) In piedi di fronte al tavolo su cui erano state distese le planimetrie del museo, Ippoliti parlava ininterrottamente da almeno un quarto d’ora. E da circa quattordici minuti Castelli non lo ascoltava più. Se nei rapporti interpersonali appariva aggressivo e veemente, nelle questioni lavorative il direttore era di una meticolosità insopportabile. Il commissario, che già per natura faticava a mantenere la concentrazione su un unico argomento, si guardava intorno distratto, lasciandosi trasportare dalla corrente dei suoi pensieri. Che finiva inevitabilmente per concentrarsi sul corpo di Lucia De Bernardi. Con gran senso di democrazia non indugiava su nessun dettaglio in particolare, ma lasciava che ogni parte della figura dell’assistente lo raggiungesse con uguale esuberanza. Una meravigliosa applicazione della ‘par condicio’, pensò. 28


La tensione avvertita durante il pranzo sembrava essersi completamente dissolta. Dal canto suo, Lucia non era del tutto inconsapevole delle occhiate che Castelli le lanciava. Anzi pareva apprezzare, con timidi sorrisi, quelle attenzioni neanche troppo velate. Entrambi aspettavano con impazienza che il direttore proponesse un pausa per un caffè, per poter finalmente scambiare due chiacchiere che non riguardassero il lavoro. Ma l’idea non sembrava neppure sfiorare Ippoliti, che continuava a cantilenare problemi e soluzioni come un telegrafo impazzito, totalmente ignaro della chimica che si stava impadronendo dell’atmosfera. A interrompere il salmodiante direttore fu invece la porta che, aprendosi all’improvviso e generando una corrente d’aria, fece volare via le mappe del museo disposte sulla scrivania. Era l’ispettore Giordano. “Al commissariato non insegnano a bussare?” domandò seccato Ippoliti. “Vedo che vi scelgono proprio col lanternino.” “Chiedo scusa. Commissario, ho bisogno di parlarle.” “Ti ascolto, Giordano.” “Sarebbe meglio in privato.” A malincuore Castelli lasciò l’attività di cartografo anatomico appena intrapresa e uscì dalla stanza, con la speranza di poter riprendere presto il suo studio. “Giordano, ti piace la geografia?” chiese una volta fuori dall’ufficio del direttore. “A dire il vero mi sto appassionando alle dighe, commissario. Ci sono diverse cose che devo dirle.” “Parla.” “Ho fatto quello che mi ha chiesto. Il cellulare di Federica Ippoliti risulta rintracciabile fino a ieri, poi diventa irraggiungibile.” “Come immaginavo. L’avranno distrutto oppure hanno rimosso la scheda.” “No, commissario. È irraggiungibile in senso letterale. Ovvero è ancora attivo ma si trova in luogo dove non c’è campo. L’operatore della compagnia telefonica mi ha spiegato che i segnali mandati dall’apparecchio sono differenti nei due casi.” “Questo è strano. Forse è stato gettato in punto particolarmente isolato, ma sarebbe stato molto più semplice e sicuro distruggerlo.” “L’ho pensato anch’io.” “E sei riuscito a farti dire da dove sono stati mandati gli ultimi messaggi?” “Sì, è stato più semplice del previsto. Sono partiti dalla zona della Gran Madre, pare dalle parti di via Asti. Poi il segnale si è spostato fino al centro, in prossimità del parcheggio sotterraneo di piazza Vittorio Veneto e a quel punto è scomparso.” 29


“Ed ecco forse la risposta al perché sia diventato irraggiungibile. Là sotto i telefonini non prendono.” “La devo di nuovo deludere. Ci sono stato qualche giorno fa e hanno attivato un sistema GSM.” “Punto e a capo, allora. Resta ancora una cosa da fare. Dobbiamo controllare se qualche conoscente della famiglia, magari qualche amica di Federica, abita dalle parti di via Asti. Se così fosse tutto il mio castello di teorie potrebbe crollare, e in fondo non mi spiacerebbe. Magari Federica ha semplicemente voluto andarsene per qualche giorno. E così si spiegherebbe anche perché il telefonino non sia stato distrutto.” “È venuto in mente anche a me e ho già verificato. Tra le persone della lista lasciataci dalla madre non c’è nessuno che risieda in quella zona. Ho anche chiamato Giulia Maffei per chiederle informazioni in merito, che ha confermato. Almeno nessuno che le venga in mente.” “E siamo di nuovo in vicolo cieco.” scrollò la testa Castelli. “C’è ancora una cosa che devo dirle. Mentre stavo conducendo questi accertamenti è entrato nel mio ufficio il questore Ferrari per informarsi sullo stato della messa in sicurezza per la visita papale. Quando ha capito che mi stavo occupando d’altro si è incazzato come una vipera e mi ha chiesto spiegazioni. Ho dovuto dirgli dell’indagine sulla scomparsa di Federica. Mi ha urlato che in questo momento non possiamo perdere tempo dietro a tutte le ragazzine che scappano di casa per infrattarsi chissà dove, con chissà chi, a fare chissà cosa. E ha sospeso il caso fino a dopo l’inaugurazione dell’esposizione della Sindone.” La notizia prese alla sprovvista il commissario. “Cazzo.” “Già, cazzo.” 16) Andrea Castelli lasciò il museo verso le sei di sera insieme a Giordano. Dopo l’arrivo dell’ispettore e le novità che gli aveva portato il suo umore si era fatto più scuro. Aveva sistemato gli ultimi dettagli con Ippoliti, se possibile ancora più svogliatamente di prima. Anche l’interesse verso Lucia sembrava momentaneamente sospeso. L’assistente aveva provato ad avvicinarlo mentre stava uscendo e sembrava volesse dirgli qualcosa, ma l’arrivo di alcuni dipendenti del museo l’aveva bloccata, limitando a un semplice ‘arrivederci’ il suo intervento. Era tornato a casa con un forte senso di spossatezza, dovuta forse alle ore piccole a cui si era ridotto negli ultimi giorni oppure all’inconcludenza del 30


lavoro che stava svolgendo. E la notizia della sospensione del caso di Federica non faceva che aumentare la sua stanchezza. Decise di mangiare leggero, visto il più che abbondante pranzo offertogli dal direttore. Non era male come cuoco, ma gli difettava sempre la voglia di cucinare e di fare la spesa, così nel frigorifero albergava costantemente un vuoto quasi siderale. E, quando non aveva molto appetito, il piatto tipico era un’insalata mista con pomodori, tonno e cipolla. Accompagnata dal un paio di pagnotte, se c’erano, altrimenti da grissini o crackers, in ordine di preferenza. Si sedette al tavolo e accese la televisione. Il telegiornale raccontava del mondo e dei fatti suoi con artificiosa partecipazione e, quando l’annunciatrice disse ‘ora ci separiamo qualche minuto per la pubblicità’, lui pensò che tutto sommato quella era l’unica notizia vera della serata. La pubblicità aveva davvero il potere di dividere le persone. Finita la cena gli venne il desiderio di andare a trovare Georgine, per chiacchierare più che altro, ma alla fine vinse la fiacca e sprofondò nel divano, sorridendo mentre pensava alla piega che stava prendendo il suo rapporto con il transessuale. Amante o confidente, questo è il problema. Iniziava a propendere per la confidenza, e non gli dispiaceva. Ma era meglio andarci cauto per tutta una serie di evidenti motivi. Il primo era molto superficiale e un po’ lo fece vergognare. Che avrebbe detto la gente se si fosse saputo che un noto commissario se la filava con un trans? Non ci pensò più di tanto. Quella sera preferiva spegnere il cervello per un po’. Gli spettacoli televisivi del venerdì sera non promettevano grandi emozioni, così spense l’apparecchio e andò a prendere un fumetto che aveva comprato qualche giorno prima. Una bellissima edizione della Lizard di un classico di Corto Maltese, ‘La casa dorata di Samarcanda’. Conosceva già il racconto ma rileggeva sempre con piacere Pratt, perché aveva la straordinaria capacità di non creare nessi logici tra le sequenze, facendo accadere eventi e incontrare persone senza nessuna apparente coerenza o motivazione. Come succede nella vita, pensò. Aveva sfogliato solo alcune pagine quando il cellulare squillò. Detestava interrompere la lettura, una delle sue poche passioni, e per un momento decise di non rispondere. Ma la suoneria insisteva, così si rassegnò. Sul display lampeggiava un numero sconosciuto. “Pronto?” “Commissario, mi scusi se la disturbo a quest’ora. Sono Lucia De Bebernardi.” Che forse la buon’anima di Pratt l’avesse sentito e si fosse industriato con il caso per fargli una sorpresa delle sue? L’umore gli tornò allegro immediatamente. “Lucia, buonasera. Mi fa piacere sentirla. Mi dica.” 31


“Non so se faccio bene a chiamarla, commissario, ma volevo parlarle di una cosa. Forse è solo una sciocchezza, ma ci penso da quando al museo è comparsa quella ‘vergine alata’, come l’ha chiamata lei..” Ci aveva visto giusto, allora. “La ascolto.” “È complicato da spiegare, preferirei dirglielo di persona, se non le dispiace.” No che non gli dispiaceva, anzi. “Se vuole ci possiamo trovare da qualche parte, mi dica un posto e la raggiungo.” “Sarebbe troppo disturbo per lei se ci vedessimo a casa mia? Vorrei mostrarle alcune cose che ho qui da me, per poterle spiegare meglio ciò che intendo.” Forse voleva mostrargli la sua collezione di farfalle? La serata sembrava prendere inaspettatamente una piega interessante. “Dove abita?” chiese Castelli cercando di controllare l’esultanza. “In via XX settembre 3, sa arrivarci?” “Sì, sono da lei in dieci minuti, a più tardi.” “L’aspetto.” Giusto il tempo di lavarsi velocemente, cambiarsi camicia e biancheria ed il commissario era in macchina, pronto a un’altra notte senza sonno. O almeno così si augurava.

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