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made in numero 12 anno 2011

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Credits.

L’INK® è una pubblicazione di DISKOS, Discipline della Comunicazione Schio Maggio 2011, numero 12 COORDINAMENTO EDITORIALE E GRAFICO: Mariella Rossi, Milena Zanotelli, Fabio Zoratti.

AI PROGETTI DIDATTICI 2010-2011 HANNO PARTECIPATO I DOCENTI: Augusto Avitabile, Lorenzo Carrer, Graziano Dal Maso, Michelle Fernandez, Luca Olivotto, Fabio Perin, Matteo Pretto, Mariella Rossi, Fiorenzo Zancan, Milena Zanotelli, Fabio Zoratti. ALLA RIVISTA HANNO COLLABORATO: Enrico Barolo, Giulia Calgaro, Fabio Cerato, Filippo Deplano, Cristina Eberle, Vanessa Fere, Diletta Laino, Federica Lo Presti, Marco Maino, Nicoletta Muraro, Luca Salmaso, Mattia Silvestri, Nicola Vellar, Lisa Vivian, Andrea Zami. LE PROMOZIONI DISKOS SONO DI: Carlo Alberto Bunicci, Andrea Cazzola, Anna Linda Crosara, Valentina Dal Ceredo, Francesco Fossella, Federico Fugazzotto, Andrea Massariol, Riccardo Pozza, Michela Prandoni, Chiara Sandri, Yeshe Gyatso Sartori, Barbara Stivan, Borys Streletskyy, Mattia Zanella. RINGRAZIAMO: Liana e Lorenzo Ballico, Alberto Galla, Fausto Maculan, Marta Muraro, Anna Pizzolato e Ernesto Capozzo, Alberto Zamperla e i loro collaboratori per aver dedicato al nostro progetto attenzione, tempo ed entusiasmo. A Susanna Serena, efficiente e affidabile timoniere della nostra segreteria, la nostra gratitudine per la sorridente disponibilità. L’ink è stampata su carta ecologica SHIRO ECHO realizzata con fibre riciclate post consumo e fibre riciclate FSC (Forest Stewardship Council), cioè provenienti da foreste gestite secondo principi ambientali, sociali ed economici. Stampa SAFIGRAF SCHIO

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Indice. 7 10 15 19 22 23

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03. localizzazioni 05. vino... 06. Maculan, vite natural durante 10. bianco, rosso e verde 11. aurora aurum... 12. Vicenza d’oro 13. si svelan le stelle 18. AZ premio SMAU ICT 21. ritorno alle fonti 25. correr giostra... 26. Zamperla. Emozioni forti made in Italy 28. piaceri da incubo 31. le città sottili 33. gel... 34. Marco, Liana, Lorenzo. gelatari in Magrè 37. marchi di bontà 39. expert opinion 42. diffidiamo... 44. canton de gala 47. viva voce 50. made in diskos

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LOCALIZZAZIONI Quest’anno L’INK invita a salire su un immaginario treno locale per scoprire, nel raggio di pochi chilometri, alcune delle tante “storie” di talento imprenditoriale, che si scrivono interamente in Italia e che tutto il mondo conosce. Sono moltissime le realtà, piccole e grandi, che nella nostra zona producono con creatività e competenza manufatti apprezzati e richiesti dal mercato nazionale ed estero. Il nostro viaggio sceglie – a beneficio della maggioranza dei lettori – luoghi, vicende e prodotti appetibili per turisti del consumo, non iniziati ai temi del marketing e della comunicazione. L’itinerario evidenzia anche l’identità di una scuola che da sempre affida il successo occupazionale allo spessore applicativo del suo piano di studi e alla collaborazione con enti ed imprese. Ogni sosta è stata infatti un’occasione di ricerca e di sperimentazione, controllata dai partner aziendali nei modi e nei tempi di una commessa professionale. Articoli e promozioni sono concepiti e realizzati nei laboratori di Diskos, così come il progetto editoriale della rivista. Il tour inizia da Breganze. La cittadina, che conta poco meno di novemila abitanti, è salita sul palcoscenico nazionale e internazionale per la produzione di vini pregiati. Ne parliamo con Fausto Maculan, il principale attore del rilancio del Torcolato e il responsabile di un’azienda vitivinicola che ha collocato anche la pedemontana vicentina nelle agende degli intenditori italiani e stranieri. Sempre lungo l’itinerario consolidato dei “made in” nazionali, incontriamo ad Olmo di Creazzo Marta Muraro,

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Dalla pianura industriale saliamo in alta quota, in cerca dell’acqua minerale che scorre nei torrenti e non corre sull’asfalto, che non scambia la sua purezza cristallina con le emissioni inquinanti dei mezzi che la trasportano. L’acqua a distanza ravvicinata, imbottigliata da aziende italiane, che si trova a due passi dalla nostra tavola.

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Dalle rocce dolomitiche passiamo alle montagne russe. Ad Altavilla troviamo l’impresa in cui si concepiscono e si realizzano attrazioni per adulti e bambini di tutto il pianeta. Si fabbricano giostre nelle forme, nei colori e nei gusti di ogni paese e di ogni cultura. Lo racconta Alberto Zamperla, che in 100 giorni ha resuscitato Coney Island, il primo e più celebre Luna Park, esportando a New York fantasia progettuale e affidabilità costruttiva.

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marketing manager di Comete. Un marchio, che evoca il luccicore delle stelle per descrivere gioielli di moderno design, ma realizzati con l’attenzione e l’accuratezza dell’antica tecnica orafa. Sulla strada invece ancor poco battuta delle risorse tecnologiche, incrociamo a Thiene un piccolo miracolo organizzativo, premiato l’anno scorso dallo SMAU. Anna Pizzolato, Ceo di Az ed Ernesto Capozzo, consulente per l’innovazione 2.0, spiegano come un nuovo approccio e nuove piattaforme di comunicazione aziendale abbiano contribuito a migliorare la qualità e l’efficienza dell’impresa.

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Con un leggero spostamento sulla scacchiera dei piaceri e dei diversivi, torniamo a Schio per ascoltare Liana Ballico, che ha deciso con successo di dedicarsi all’arte tutta italiana di confezionare delizie gelate. La sua insegna, El Gelataro de Magrè, è diventata in città, a Malo e a Vicenza, una garanzia di freschezza, varietà e gradevolezza. E tuttavia il marketing avvisa che i consumatori sono molto più attenti e consapevoli di una volta. Navigano in Internet, acquisiscono e scambiano informazioni, incrementano le competenze e il senso critico. Per accertare fino in fondo la qualità del segreto artigianale de El Gelataro, ci siamo rivolti agli utenti più esperti, più severi e non corruttibili. Dopo la pagina promozionale della gelateria, ci avventuriamo quindi fra i disegni e i commenti dei bambini della scuola elementare Marconi di Schio. Un circuito di parole, segni e colori, acquisito nelle pagine della rivista e che troverà, a breve, una performance espositiva nella gelateria di Magrè. Dalle seduzioni del gusto passiamo a quelle intellettuali. Arriviamo a Vicenza, in Corso Palladio, ed entriamo nella libreria Galla. Conversiamo con Alberto, il titolare dell’impresa, soffermandoci sul valore insostituibile di uno scaffale indipendente, che offra al lettore un autentico e completo orizzonte editoriale. E proviamo a immaginare come pagine digitali e di carta possano convivere nel prossimo futuro.

Prima di ogni fermata, offriamo un aperitivo: etimi e versi, riflessioni e citazioni che introducano al prodotto di cui racconteremo la storia. Un po’ come quando, scendendo in una stazione sconosciuta, si cercano le indicazioni per avviarsi verso la città. Può anche succedere che da un luogo ci si congedi con una pausa, che aggiunge altre notizie sul tema narrato. Come per esempio il vino presentato a Vinitaly per il 150° dell’Unità d’Italia. L’auspicio è che il viaggio risulti attraente e metta in luce non solo la vitalità ideativa e produttiva del vicentino o del nord-est. L’itinerario potrebbe infatti estendersi a tutto il territorio nazionale e svelare un’infinità di risorse e di competenze, che si sono espresse in progetti di successo o attendono solo l’occasione per farlo. Il problema è che l’Italia – almeno per ora – sembra più propensa a dissipare le sue ricchezze che a investire su talenti capaci di restituirle una posizione strategica nella geografia economica mondiale. L’INK decide di festeggiare in copertina un paese forse ancora solo sognato, quello che trova coesione e stimoli alla crescita proprio nella sua complessità.

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IL VINO CHE

SCRUTA GLI UOMINI o – come dicevano i latini – animi speculum, perché riflette e libera pensieri ed emozioni. Oìnos è Diónysos. Il vino è dio: figlio di Zeus e come lui dotato di un’intelligenza sofisticata, ambigua e spesso perversa. Così scalda il cuore e surriscalda la mente, svincola l’immaginazione e induce il delirio, esalta e deprime. Malgrado provochi a Noè la prima sbronza di cui resti memoria, tutta la sostanza del vino durante la consacrazione eucaristica, secondo quanto stabilisce il Concilio di Trento, si converte nella sostanza del Sangue di Cristo. Il vino si transustanzia. E, nel vangelo di Giovanni, Gesù dichiara: «Io sono la vera vite». Miti e religioni si associano nel santificare una bevanda, che – attraverso il sanscrito venas (piacevole) – conduce a Venus e tinge l’ebrezza alcolica di sfumature afrodisiache.

« … non soltanto amore, bacio bruciante e cuore bruciato tu sei, vino di vita, …»

P. Neruda, Ode al vino

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BACCO IN BREGANZE.

Maculan, vite natural durante. “Non so darmi spiegazioni plausibili, ma il vino deve essere nel mio dna. E, se non è lì, l’ho assimilato con l’imprinting.”

Veneto, lo, di v anche con il tiglie si coperti ad ogn Dopo feziona viamo questo scompa sponsab Parliam «Devo aver fatto il primo respiro con “vapori enologici” e sono cresciuto scorrazzando in cantina con la bici o l’automobilina a pedali, giocando fra botti e damigiane». Un’ottima premessa per una vita dedicata al vino. Quella di Fausto Maculan, che racconta la sua storia con legittimo orgoglio e con un tono appassionato e appassionante. Figlio d’arte – il padre possedeva una piccola azienda vitivinicola – a 13 anni comincia ad incontrare i primi clienti e viene iscritto all’Istituto

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Enologico di Conegliano, con l’idea che l’unico erede maschio continui nella tradizione di famiglia. Nel 1974 Fausto coordina alla prima vendemmia, ma si rende conto di volere un vino di maggior pregio e personalità, da imbottigliare e turare con tappi di sughero. Comincia così una lunga e tenace ricerca della qualità, per selezionare le tecniche di coltivazione e di vinificazione che facciano esprimere ai vitigni il loro spirito migliore. Questione – come insegnano i francesi – di terroir, di una complessa e

felice interazione fra il clima, il suolo, la densità e l’esposizione delle viti. L’idea è di creare vini con un proprio marchio, che – evocando località o tipologie di vigne – siano unici e immediatamente riconoscibili sul mercato. Ma non basta produrre un vino buono. È necessario farlo sapere a quelli che contano: ai sommelier, ai ristoratori inseriti nelle guide, agli esperti perché passino parola. Con determinazione e un pizzico di fantasia, Maculan si ritaglia un ruolo di giornalista nel quadrimestrale Vin

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Veneto, scrivendo di Vespe e Vespaiolo, di vini tipici a Breganze e presenti anche nella sua cantina. Si accorda con il direttore, affinché le sue bottiglie siano promosse nella quarta di copertina e regala un abbonamento ad ogni suo cliente. Dopo l’articolo sul Vespaiolo, confeziona un nuovo contributo – Salviamo il Torcolato – volto a tutelare questo splendido passito che andava scomparendo. Infine si assume la responsabilità di una rubrica. Parliamo col sommelier raccoglie le in-

terviste degli esperti, ma è anche una splendida occasione per far degustare e per promuovere i vini Maculan. La svolta arriva però nel 1982 a San Francisco, negli Stati Uniti che sono davvero “la terra delle opportunità”, la patria di persone entusiaste e disposte a condividere saperi ed esperienze. Pur non conoscendo allora nemmeno una parola d’inglese, Maculan comincia la sua fortunata vicenda di ambasciatore del made in Italy. E non solo testimonia il valore

della produzione vinicola nazionale, ma riesce a collocare “Breganze in the wine lovers map”, ad inserire una cittadina di ottomilasettecento anime nella geografia mondiale del gusto. Dopo l’America arriva infatti anche il Giappone. Nonostante la profonda diversità culturale e di abitudini culinarie, il mercato nipponico è molto sensibile al vino di qualità. Lo stile di promozione resta sempre molto personale e diretto, per stabilire con i clienti un rapporto di fiducia che sia anche complice ed amichevole.

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“Bere il vino è un atto di fiducia che va premiato” «All’interno di ogni cartone del mio vino ho inserito un biglietto di ringraziamento». Perché – spiega Maculan – «il vino non è “lavato né cotto”, lo ingeriamo così come viene imbottigliato». Il bevitore compie quindi una sorta di atto di fede e scopre, a digestione avvenuta e dalla persistenza di piacevoli effetti, la qualità di ciò che ha bevuto. Il grazie va quindi ben oltre la formula di cortesia e stabilisce un patto di vicendevole stima. Una stima che viene sollecitata a partire dall’etichetta sulle bottiglie, che richiama quella dei vecchi quaderni di scuola, concepita non per decorare ma per distinguere gli uni dagli altri.

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Nitida e riconoscibile, con le sue diciture in stampatello maiuscolo, è insieme espressione di un prodotto che si racconta con semplicità e si affida soprattutto al suo valore. Dopo aver svolto per molti anni il ruolo di ambasciatore dei suoi vini, Maculan comincia a trasferire il testimone alle fi glie Angela e Maria Vittoria, che condividono la sua passione e collaborano con lui in azienda. Fausto può così dedicare più tempo e tutta l’esperienza, maturata nei molti viaggi, alla Commissione promozionale Vini Veneti, che presiede dal 1998. Il terroir è infatti sempre più territorio, nel senso che il vino riesce a catalizzare le molteplici

risorse di un ambito geografico, da quelle gastronomiche a quelle paesaggistiche ed artistiche. Il vino esalta le potenzialità del luogo d’origine e sostiene iniziative turistiche, come appunto la Strada del Torcolato e dei Vini di Breganze. Un percorso che deve a Maculan proprio il rilancio di questo vino autoctono, che racconta nel nome (intorcolare e intrecciare) la procedura della sua vendemmia: grappoli di uva vespaiola messi ad essiccare fino a gennaio, poi spremuti e, dopo una lenta fermentazione, trasformati in un pregevolissimo passito. enrico barolo nicola vellar vanessa fere

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Il vino bianco e il vino rosso, dedicati all’an-

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niversario, sono due cuvée, due miscele di uve vendemmiate da vitigni autoctoni nazionali. Ogni regione ha contribuito con i grappoli tipici del suo territorio e il risultato dimostra che la diversità è una ricchezza da comprendere e valorizzare. Le prime bottiglie di Una, etichettate con il logo del centocinquantesimo, sono state offerte a Giorgio Napolitano lo scorso 27 marzo a New York. La scelta dei riflettori statunitensi non è casuale: il vino è certamente uno dei migliori ambasciatori del nostro passato e del nostro presente. Con una sessantina di DOGC ed oltre trecento DOC, la nostra terra, da nord a sud e da est ad ovest, allinea il verde pregiato di terroir in cui da sempre si coltiva e si vinifica in modo eccellente.

BIANCO ROSSO E VERDE Un brindisi all’italia unita da 150 anni

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Aurora aurum in ore habet

IL MATTINO HA L’ORO IN BOCCA Perché, secondo i miti antichi, il metallo nobile appartiene al sole. www.sceltedigusto.it

Aurora “dalle dita di rosa” insieme a Venere – la stella del mattino – precede il fratello Helios e sconfigge l’oscurità notturna. L’oro, luminoso, incorruttibile, inossidabile, è nell’oriente e nell’origine, nel sorgere e nel venire alla luce. Così le gemme, segno di rinascite vegetali, definiscono le belle pietre, preziose per colore, purezza e luminosità. Su tutte, l’indistruttibile diamante, che enuncia la durezza adamantina (indomabile) e insieme suggerisce allo guardo d’indovinare (mantikè) oltre (dia). Forse per la sua magica trasparenza, considerato un tempo potentissimo e scaramantico talismano. Oro, gemme e diamanti sono gioie: cifre tangibili e rilucenti della felicità, che già nel gaudium dei latini assimila il diletto e l’ornamento. Perché il piacere ha il duplice senso di godere e di farsi ammirare.

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«L’oro è un metallo prezioso, in quanto fa sorridere di felicità». Alfredo Panzini, Io cerco moglie

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VICENZA D’ORO

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a capitale mondiale dell’oreficeria, perché alleste le più importanti vetrine del gioiello e del lusso. Non un solo appuntamento, ma diverse occasioni, distribuite in tutto l’arco dell’anno. Eventi che attirano i grandi interpreti dell’arte orafa e i design emergenti; che narrano di pietre preziose e di accattivante bigiotteria; che mettono in mostra la fantasia degli oggetti, le tecniche e gli strumenti per realizzarli. La città dell’oro, perché la tradizione comincia ufficialmente nel 1300, con l’atto costitutivo della Fraglia degli Orafi, a cui aderivano 150 artigiani. Un numero, all’epoca, decisamente consistente e che attesta la presenza di un’attività fiorente e rinomata. La confidenza vicentina con i metalli e le pietre preziose si spiega quindi con un’esperienza sedimentata nei secoli e che continua ad alimentare un made in Italy di qualità e prestigio.

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A una a una si svelano le stelle

Comete, nella scia dell’antica tradizione orafa, realizza gioielli dal design innovativo, ma lavorati secondo le tecniche della bottega artigiana. Dal 1975 quello che sembrava un sogno si è concretizzato nella realtà di un’impresa forte che produce al suo interno, affidandosi ad una lunga e consolidata esperienza, e distribuisce le sue collezioni in tutto il mondo. Una passione, una fantasia e un’abilità tutte vicentine che si sono conquistate il mercato nazionale ed estero.

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La storia di Comete è insieme una storia di eventi familiari e imprenditoriali: di nascite che si coincidono. Nel 1975 viene fondato il gruppo Lorenzo Muraro e arriva il primo figlio. L’azienda si afferma immediatamente nella gioielleria all’ingrosso, ma è sempre propensa a raccogliere nuove sfide. Nel 1986, vede la luce il secondo figlio e viene inaugurato un altro settore produttivo. Nel 1996, si arriva alla svolta decisiva, dettata dalla consapevolezza che il gioiello è un bene di pregio, ma è soprattutto un oggetto simbolico che suscita emozioni. Dopo anni di impegno e dedizione, premiati dalla risposta positiva del pubblico, l’impresa concepisce un marchio che rispecchi i suoi valori e li comunichi ai distributori e ai clienti.

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«Volevamo creare un gioiello prezioso, ma allo stesso tempo accessibile.Tutti possono guardare e godere le stelle. Questo ha ispirato il nome Comete» afferma Marta Muraro, la figlia di Lorenzo che collabora all’attività del padre. «Il logo vuole anche suggerire l’idea di una luce che si accende nei momenti felici e brilla per tutta la vita». In un settore – come quello orafo – in cui l’imitazione è pressoché continua, l’azienda esprime la sua originale identità, che coniuga la tecnica sofisticata dell’arte orafa con invenzioni moderne, fresche e disinvolte. Il marchio ottiene un notevole successo proprio perché alla qualità tutta artigiana delle lavorazioni si associano linee e modelli non convenzionali.

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L’entusiasmo del mercato spinge verso un’offerta sempre più ampia. Alla linea femminile – caposaldo dell’azienda – si affianca una linea espressamente dedicata agli uomini. Inizialmente si punta ad incrementare la notorietà attraverso personaggi celebri e amati dal pubblico: Alessia Marcuzzi, Michelle Hunziker, Ilary Blasi e Francesco Totti. Non appena raggiunto l’obbiettivo, si ritiene più importante tornare alla mission aziendale e condividerla con i clienti. I gioielli Comete, sia nei propositi di chi li disegna e li realizza sia nel piacere di chi li indossa, trasmettono naturalezza, semplicità, freschezza e gioia. Questi piccoli oggetti interpretano le emozioni che contraddistinguono i momenti importanti della vita. Non hanno tempo e sono davvero unici per la passione e la cura con cui vengono lavorati. La nuova strategia di comunicazione evita le vetrine artefatte e un po’ snobistiche della gioielleria per «rappresentare – come osserva Marta Muraro – le persone nella loro quotidianità». Luce e solarità, romanticismo e raffinatezza testimoniati da sorrisi spontanei e

da ambienti naturali e naturalmente felici. Donne disinvolte ed eleganti, uomini casual ma raffinati: ritratti con il sapore dello scatto rubato. La linea femminile privilegia l’oro, i diamanti, le pietre preziose. Le collezioni soddisfano i diversi gusti, da quelli più classici a quelli estrosi e stravaganti, ma tutte le catenine sono contraddistinte dallo stesso “sigillo d’amore”: uno zaffiro rosa come firma della fantasia e del design. La linea maschile propone materiali solo apparentemente meno pregiati come il caucciù, l’acciaio, il mogano e l’argento, che sono però nobilitati dal disegno e da lavorazioni attentissime ai dettagli. Dal 2010, entra nel gruppo Muraro anche Barakà, un marchio storico dell’oreficeria, che aggiunge nuove soluzioni per il pubblico maschile. Le forme traggono ispirazione da congegni meccanici, da viti, bulloni e snodi, mentre i materiali innovativi si ibridano con oro e diamanti. Un accattivante ed insolito mix di tecnica e lusso. Una riflessione particolare merita Ambrosia, una collezione nata nel 2006, che propone gioielli meno

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Dal progetto ...

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impegnativi di Comete, ma sempre pregevoli, realizzati con la massima cura e soprattutto racchiusi in una singolare confezione. Il nome, piuttosto insolito per questo genere di prodotti, appartiene al cibo e alle bevande degli dei e significa immortale. Questa scelta avverte subito che il “dono” non coinvolge solo gli occhi.

Lo sguardo è senz’altro catturato dal packaging ellittico con sfumature calde e avvolgenti. Appena aperta la scatolina, si sprigiona però un profumo di vaniglia che accompagna la percezione del sinuoso ricettacolo in cui è riposto il gioiello. Uno scrigno complesso che richiede un tempo per assaporare l’effetto finale, mentre procura differenti piaceri sensoriali e rende

quindi memorabile la scoperta. Ambrosia attesta, una volta di più, la propensione del gruppo Muraro ad esplorare prospettive non ancora consolidate dall’abitudine. Una tensione alla ricerca che ha permesso e permette all’impresa di assecondare molteplici desideri e di soddisfare clienti di gusto e cultura diversi. lisa vivian marco maino nicoletta muraro

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fusione, saldatura, pulitura, radiatura, stampaggio e incisione

lucidatura

incastonatura

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Un wiki ad integrazione dei processi aziendali: qualità ed efficienza. Una piccola impresa del vicentino, che, intuendo le potenzialità del web 2.0, si è trasformata in una community e si è guadagnata il Premio SMAU INNOVAZIONE ICT 2010.

AZ è leader mondiale nella produzione di macchinari destinati alla revisione e alla riparazione di motori e di rettifiche per alberi a gomito di grandi dimensioni. L’impresa – con una rete commerciale che conta 120 addetti – ha tutte le caratteristiche di una multinazionale e la necessità di rispondere in modo rapido e flessibile alle differenti richieste della sua complessa clientela.

Anna Pizzolato CEO AZ e Ernesto Capozzo consulente innovazione 2.0 illustrano il progetto ai corsisti di Diskos

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La riorganizzazione dei processi informativi interni ed esterni comincia dall’esigenza di acquisire la Certificazione ISO 9001, che rappresenta una garanzia per molti interlocutori stranieri. L’idea rivoluzionaria e vincente è stata di sovvertire l’ordine di acquisizione della documentazione richiesta. Invece di stilare un astratto manuale di procedure, da declinare successivamente in guide

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applicative, si focalizzano prima le pratiche in uso coinvolgendo tutti coloro che operano nei vari uffici. Lo strumento adottato per scambiare le informazioni è un wiki, ovvero un insieme di documenti ipertestuali aggiornato in forma partecipativa dai suoi utilizzatori. I testi possono essere modificati da chiunque, non solo attraverso integrazioni, ma anche cambiando o eliminando ciò che è stato scritto in precedenza. Ogni versione resta però cronologicamente registrata ed è quindi rintracciabile. La creazione di uno spazio informativo, accessibile e condiviso, evidenzia – come dice Anna Pizzolato, CEO di AZ – «quante informazioni “non strutturate” escano dai normali flussi aziendali e sfuggano ai più consueti sistemi di archiviazione. Con il wiki è stato invece possibile collocare qualsiasi eccezione». A tutti questi vantaggi si aggiunge quello ambientale: sparisce il 90% della documentazione cartacea, perché modulistica e manualistica sono quasi

completamente on-line. La certificazione più che lo scopo da perseguire, è diventata quindi una filosofia e un metodo di lavoro. «Wiki infatti non è solo una tecnologia, ma soprattutto un apprendimento organizzativo» – osserva Ernesto Capozzo, il consulente per l’innovazione 2.0, che ha collaborato dall’esterno alla realizzazione del progetto. Wiki svolge – in AZ – tutte le funzioni di un qualsiasi editor (creazione, modifica, salvataggio di file di testo) ed è un sistema di back-up e di versioning, che conserva e archivia in forma organizzata tutti i documenti prodotti, consentendone un’agevole consultazione. È un’enciclopedia dinamica e interattiva, che non solo raccoglie competenze, ma le aggiorna continuamente, mentre agevola apprendimenti e formazione. È insomma la piattaforma che incentiva, nel contesto aziendale, un flusso orizzontale dei saperi e migliora

l’efficienza nei processi produttivi e di vendita. In proposito, AZ si è anche dotata di un sistema CRM (Customer Relationship Management: software per amministrare la clientela), che permette la gestione di tutti gli ordini, provenienti da diverse aree geografiche e dai rispettivi agenti. Il CRM migliora inoltre l’assistenza post-vendita, perché l’acquirente può segnalare, attraverso ticket on-line, problemi e disfunzioni che vengono immediatamente recepiti dall’impresa.

La scelta di AZ, innovativa ed esemplare, concorda con le prospettive delineate da Castells: solo l’impresa a rete avrà futuro in un mondo globalizzato, perché «le organizzazioni di successo sono quelle capaci di generare conoscenza», di elaborare rapidamente informazioni per reagire e adattarsi a mutamenti del mercato spesso repentini e imprevedibili.

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DIRETTORE

COMMERCIALE

UFFICIO TECNICO

COMMERCIALE RICAMBI

FINANZA

COMMERCIALE

UFFICIO AQUISTI

CAPO PRODUZIONE

SUPPORTO POST-VENDITA

AMMINISTRAZIONE

MARKETING

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Non il tradizionale organigramma aziendale, che gerarchizza nomi e funzioni entro schemi senza colore né fantasia. Ma la rappresentazione verisimile di persone – con identità, competenze e mansioni – che animano tutte insieme la rete sociale dell’impresa. Persone che si riconoscono nella mappa di possibili relazioni e aggregazioni lavorative.

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RITORNO ALLE FONTI L’acqua minerale proviene da sorgenti profonde, protette e incontaminate. Sgorga pura e non è sottoposta ai trattamenti risananti, spesso necessari per rendere potabili le acque di rubinetto. Il suo sapore e i possibili effetti terapeutici dipendono dal cosiddetto residuo fisso, cioè dalla qualità e dalla concentrazione di sali minerali in un litro. È buona e sana. Ma si è trasformata in una bevanda-merce, che spinge sulle nostre strade mezzo milione di camion e contribuisce ad aggravare l’inquinamento. Se vogliamo bere minerale, scegliamo quella imbottigliata vicino a casa. Ogni regione italiana possiede un ricco patrimonio di fonti. L’acqua non ha quindi nessun motivo per mettersi in viaggio.

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FONTE MARGHERITA FASCINO ASBURGICO “Alle acque adunque di S. Vincenzo, di S. Genesio, dei Gurgirelli in Piemonte e quelle di Vichy saranno da aggiungersi ora le nostre di Torrebelvicino … La nostra minerale, più che ad ogni altre, si avvicina nella sua costituzione a quelle di Tarasp, di Vichy, di Karis bad, quando si voglia far calcolo dei mineralizzanti separati …”

CORSO

Un antico documento del 1850 celebrava così la fonte Margherita. Il permesso di mescita e imbottigliamento arriverà, pochi anni dopo, da un Regio Decreto Austriaco. Si narra che Francesco Giuseppe fosse personalmente intervenuto a favore della concessione, perché grande estimatore dell’acqua all’ombra del Pasubio.

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NORDA ACQUA CHIARA

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SORSI LIBERTY I contenitori in PET sono pratici e funzionali per il consumo domestico. Ma le tavole della ristorazione suggeriscono bottiglie più in tono con quelle del vino. Le acque Norda scelgono quindi un look seduttivo che, mentre allude alle atmosfere termali d’inizio novecento, adotta lo stile delle grandi case vinicole. Si distinguono per le ricercate silhouette in vetro e le etichette che cancellano i quotidiani aggettivi “naturale” e “frizzante” per lasciar posto ai più enologici “ferma” e “mossa”. Nella collezione anche NUOVA ACQUA CHIARA, spillata alle pendici del Monte Baffelàn, a 1.793 metri di quota, e imbottigliata negli stabilimenti di Valli del Pasubio.

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LISSA FONTI DI POSINA STILLE DI FEDE

L’acqua che sgorga nella valle del torrente Posina, anche quando è chiusa in bottiglia, conserva intatta la vitalità originaria. Il segreto sta nel progetto “Amore e gratitudine all’acqua”, concepito da Masaru Emoto. Il ricercatore giapponese sostiene – con prove definite scientifiche – di aver decifrato il linguaggio liquido. L’acqua sembra reagire ai suoni e alle parole scritte. Lissa – che dichiara di credere alle scoperte di Emoto – ha deciso di applicare al composto chimico, che legge e sente, una speciale etichettatura. Non solo la forma di goccia, con il simbolo dell’infinito, racchiude il nome, ma sul retro compare la sequenza verbale: «grazie – amore – grazie». Una formula che esprime gratitudine alla passività dell’idrogeno e amore all’attività dell’ossigeno, affinché restino vivi e dinamici.

Il retro dell’etichetta che mantiene attiva l’acqua e gli splendidi cristalli visibili (forse) al microscopio elettronico.

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CORRER GIOSTRE Inferno XXII, 4-6

Nei versi danteschi le competizioni equestri (torneamenti e giostre) si assimilano agli eserciti (corridor ) che fanno incursioni (gualdane) nel territorio nemico per distruggere e saccheggiare. Già nel Circo dei Romani lo spettacolo consisteva sia nelle corse delle bighe sia nei violentissimi scontri dei gladiatori. Nei tornei medievali e rinascimentali, la battaglia si sublima: l’abilità sta nel colpire il Saracino, l’automa che all’epoca incarna il nemico più insidioso e temuto. La memoria delle sfide a cavallo resta incisa nella tradizione del palio, che si perpetua in molte città italiane, mentre si stempera nelle evoluzioni circensi di acrobati in sella. E appena riecheggia nei cavalli di legno, che per sempre galoppano e s’impennano fra le attrazioni dei luna park.

Con un tetto e con la sua ombra gira per breve ora la giostra dei cavalli multicolori, tutti del paese che lungamente tarda a tramontare. Rainer Maria Rilke, La giostra Jardin du Luxembourg

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Zamperla.

Emozioni forti made in Italy. L’azienda di Altavilla significa in tutto il mondo divertimento, innovazione e sicurezza. Significa giostre che con estremo realismo e nessun rischio consentono di vivere esperienze estreme e memorabili.

La storia della famiglia Zamperla comincia con un pasticciere ferrarese che sposa una cavallerizza e, per amore, decide di assecondarne la passione e di aprire un circo equestre. Il successo di quest’impresa coinvolge e ispira molti discendenti. Uno di loro, Umberto, sceglie di tentare una nuova strada e di ammaliare il pubblico con un’altra arte. Acquista in Francia un proiettore di pellicole Pathé Frères e dà il via al primo cinema itinerante italiano. L’iniziativa ottiene un incoraggiante consenso fino a quando le prime sale cinematografiche entrano in concorrenza con il nomadismo filmico e finiscono per risultare vincenti. Antonio, figlio di Umberto, non si perde d’animo ed, ereditando il carattere ludico e vagabondo dei suoi predecessori, gira per le piazze nordestine con giostre di sua invenzione.

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Un’esperienza che Antonio Zamperla affinerà, miniaturizzando le attrazioni dedicate agli adulti e dimensionandole alla gioia dei più piccoli. Appaiono così mini avio, scooter e go-kart di taglia infantile, pugnometri per forzuti in erba. Nel 1988, il business del divertimento diventa S.p.A. L’azienda mantiene la sua home factory nella sede originaria ad Altavilla Vicentina, mentre apre in tutto il mondo unità produttive, officine e uffici commerciali. La scelta delle sedi affiliate è molto attenta: si valutano la presenza di materie prime, la cultura e le locali strategie di marketing. Il divario fra i gusti e le abitudini straniere e quelle italiane è spesso consistente. Per questo al vertice degli uffici esteri c’è sempre un connazionale, che può recepire e restituire le esigenze in termini comprensibili e coerenti con

il nostro modo di vedere e pensare. Questa organizzazione di promozione e vendita ha consentito di conquistare il difficile mercato orientale e persino paesi off-limits come la Corea del Nord. Con un’organizzazione che va dall’ufficio tecnico al reparto artistico all’officina di costruzione ed assemblaggio, l’impresa non produce semplici macchinari, ma ne cura la personalizzazione. Adatta la scocca delle giostre ai temi richiesti dal cliente, associando alle più evolute tecnologie costruttive la tradizionale sapienza del fatto a mano. Crea quindi scenari di un universo, dove chi entra si trova risucchiato fin dai minimi particolari. Si occupa inoltre del trasporto, del montaggio e, se richiesto, della gestione e della manutenzione delle attrazioni fornite.

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In tal modo il cliente può godere le sue installazioni con la stessa serenità dei visitatori. La completezza del servizio agevola inoltre gli acquirenti, che stabiliscono un unico e continuativo rapporto in tutte le fasi del ciclo produttivo. Oggi il portfolio Zamperla enumera parchi in tutte le parti del pianeta e partner del calibro di Disney, Universal Studios, Warner Bros, Six Flags e Paramount. Non è stato facile comunque arrivare ad essere uno dei maggiori produttori di giostre al mondo. Come in molti casi la fortuna è arrivata con lo sbarco in America. “Mio padre chiese un volontario. Non essendoci un ventaglio di opzioni, andai io.” Così racconta Alberto Zamperla che, poco più che ventenne, approda negli Stati Uniti con tanta passione e un nome e una fiducia tutti da costruire. “All’inizio non riuscivo a vendere una sola attrazione. I clienti mi chiedevano referenze, ma come farsele se nessuno compra? Così proposi una mia giostra ad un grande parco chiedendo in cambio solo la metà degli incassi. Visto il successo ottenuto, il parco acquistò la mia attrazione in modo definitivo”. La qualità del prodotto appare, nero su bianco, attraverso i resoconti quotidiani di tutte le persone che ne hanno goduto.

È l’inizio di un’apertura di credito da parte del mercato americano che troverà la sua massima espressione nella vicenda di Coney Island. Ciò che consolida definitivamente il nome “Zamperla” nel panorama internazionale, è la commessa disneyana, all’apertura del parco parigino. Sette giostre su dodici sono infatti realizzate dalle abili mani della factory italiana. A circa vent’anni da quest’impresa, l’azienda sempre presente oltreoceano, vince l’appalto per la ristrutturazione e la gestione del celeberrimo Luna Park di New York. Il nome, lo spirito e le attrazioni storiche vengono recuperati dalla sensibilità tutta italiana di accordare il vecchio con il nuovo, di far coesistere la leggenda con la fantascienza. Zamperla riapre in soli cento giorni la mitica Coney Island, che diventa il suo più straordinario e completo showroom, l’esposizione permanente in cui invitare potenziali acquirenti.

New York 28 maggio 2010 Inaugurazione Coney Island. Michael Bloomberg, mayor della Grande Mela, e Alberto Zamperla

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Disk’o: l’innovativa giostra di Zamperla che coniuga scosse adrenaliniche da roller coaster con emozioni da spinning ride

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Piaceri da incubo.

Di anfiteatri, circhi e parchi. Il brivido e la vertigine hanno sempre attratto. Le scosse adrenaliniche dissolvono la nebbia dell’abitudine e della noia.

Divertirsi vuol dire volgersi altrove, evadere da orizzonti quotidiani e affacciarsi su scenari insoliti, sorprendenti, magici o spaventosi. Ne erano consapevoli gli imperatori romani. Panem et circenses risultò la misura più efficace per mantenere la quiete pubblica, perché la gente è innocua se ha la pancia piena e l’attenzione ipnotizzata dallo spettacolo. Nella Roma antica vennero infatti investite consistenti risorse in imponenti anfiteatri per aurighi e gladiatori, per corse forsennate di bighe e quadrighe, per combattimenti di estrema violenza. Da allora, attraverso le giostre medievali, i tornei rinascimentali, le acrobazie circensi, i fenomeni da baraccone e le prove di forza nelle fiere paesane,

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la storia del divertimento si snoda fra attrazioni mozza fiato e dimostrazioni di coraggio. Il valore si smarca gradualmente dal dna bellicoso e spesso cruento dei duelli cavallereschi e l’avversario si trasforma in Saracino, Quintana, automa, burattino o bersaglio da tirassegno. La voglia di cimentarsi rimane comunque inalterata e approfitta di tecnologie sempre più evolute per attraversare, senza danni, esperienze estreme ed ogni specie di calamità naturale. Verso la metà dell’ottocento si delinea una nuova urbanistica del divertimento. Mentre tendoni e installazioni temporanee continuano a colorare le piazze, cominciano a sorgere

architetture stabili in aree cittadine interamente dedicate allo svago. Le premesse sono nel parco di Tivoli a Copenhagen, aperto nel 1843 da Georg Castersen, che convinse l’allora sovrano Cristiano VIII con le stesse argomentazioni degli imperatori romani: «Quando la gente si diverte, non pensa alla politica». Segue il Wiener Prater con la sua celeberrima Riesenrad, la ruota panoramica costruita nel 1897, che nonostante gli anni riesce ancora ad offrire un suggestivo colpo d’occhio sulla città. Nel 1904, a New York viene inaugurato Coney Island, il più grande amusement park dell’epoca, il Luna Park, il parco per antonomasia. Il fortunatissimo nome potrebbe ammiccare al De la terre

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à la Lune di Jules Verne e comunque prometteva viaggi nel tempo e nello spazio, meraviglie meccaniche e la massima efficienza nell’organizzazione dell’intrattenimento. L’Isola dei Conigli, così come l’avevano battezzata gli Olandesi, si trasforma in un luogo di sogno, immediatamente percepito dalla narrazione cinematografica come suggestiva location. La prima passeggiata fra dischi rotanti, attrazioni ancora in bianco e nero e atmosfere prive di suono risale al 1912, al cortometraggio At Coney Island prodotto e diretto da Mack Sinnett. È solo l’inizio di un’itinerario filmico che va da Io e Annie (1977) di Woody Allen, a I guerrieri della notte (1979) di Walter Hill, a He Got Game (1998) di Spike Lee fino a A.I. – Artificial Intelligence

(2001), che Stanley Kubrik non era riuscito a girare e che Steven Spielberg decide di realizzare. Nel 1929, Fortunato Depero disegna con la sua “onomolingua” il movimento e l’emozione delle montagne russe newyorkesi. Coney Island – celebrata anche nella musica, nei cartoons e nelle playstation – subisce però un progressivo degrado: molte delle sue attrazioni, realizzate in legno, vanno letteralmente in fumo e il parco sembra destinato a una definitiva dismissione. Con alle spalle una vicenda troppo recente per non considerare storici i monumenti abbastanza vecchi e celebri, la Grande Mela decide di restituire il Luna Park al prestigio e alla notorietà del passato. L’incarico del

ripristino viene affidato alla Zamperla, perché convince il progetto italiano che armonizza la memoria con l’attualità. Una risorta Coney Island che assimila, al clima e alle tematizzazioni del novecento, risorse tecnologiche di ultima generazione, accostando il mitico Cyclone a giostre che rispondono all’inesauribile richiesta di emozioni forti e sconvolgenti. Emblematica la promessa che annuncia il ritorno del divertimento: «Thrill is nothing without speed», il brivido è inconcepibile senza la velocità. Poiché la gente vuole superare costantemente i limiti, alle già vertiginose thrill rides sta per aggiungersi una Scream Zone. Un “posto da urlo”, che la campagna pubblicitaria esplicitamente suggerisce

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con una bocca spalancata. «Are you ready to scream?»: sei pronto a gridare per la scossa di terrore che ti procureranno le nuove attrazioni? Puntava invece alla rassicurazione, Walt Disney quando immaginò di collocare le persone nello spazio irreale abitato dai suoi personaggi. Disneyland sorge in California nel 1955 e sarà poi clonata ad Orlando in Florida, a Parigi e a Tokio. L’ispirazione si trova in parte nelle garden-city che Ebenezer Howard immaginava come una felice ibridazione della periferia e della campagna, che avrebbe salvato l’una dal degrado e l’altra dallo spopolamento. In parte prendeva spunto dalle esposizioni universali; dal convincimento dell’assoluta positività delle ricerche e delle scoperte scientifiche; dal mito illuministico di un benessere destinato ad una crescita continua. Le città disneyane sono infatti dotate di sofisticati sistemi di trasporto che enfatizzano proprio una delle conquiste tecniche della contemporanea cultura industriale. La modernità di monorotaie e cabine aeree non impedisce al castello della Bella Addormentata di dominare l’orizzonte urbano. Così i bambini entrano nelle favole mentre gli adulti sperimentano una città miniaturizzata, sottodimensionata e controllabile. Il progetto prevede che gli uni e gli altri arrivino in un luogo nettamente separato dalla quotidianità e capace di avviluppare in atmosfere fantastiche e rilassanti. Disneyland è il primo parco a tema della storia e veicola il divertimento attraverso topi e paperi che non incarnano – come nelle fiabe di Esopo – particolari vizi o virtù, ma favoriscono le più svariate identificazioni e soprattutto declinazioni commerciali di ogni tipo. Nella versione europea di Marne-la-Vallée, vicino a Parigi, 7 attrazioni su 12 sono fornite dalla Zamperla. All’alta affidabilità tecnologica delle giostre si associano il talento e il gusto tipicamente italiano del dettaglio, del pezzo fatto a mano, unico e irripetibile. Prerogative indispensabili per confezionare scocche che incarnino nella giostra i personaggi dei cartoons. Anche la città francese è dominata da un castello, ma possiede le montagne russe e le thrill rides dei luna park, debitamente adattate per i più piccoli.

Il brivido, come dimostra la storia dello svago e la fortuna degli amusement park di tutto il mondo, è un ingrediente irrinunciabile per innescare il piacere e la fantasia. Perché un po’ delle superlative ed esagerate emozioni e policromie dei parchi sfumino sul grigio d’asfalto e di routine che spesso offusca l’esistenza. mariella rossi

Fortunato Depero Montagne Russe a Coney Island 1929 circa China su carta Museo di Arte Moderna e Contemporanea di Trento e Rovereto

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Le città sottili

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La città di Sofronia si compone di due mezze città. In una c’è il grande ottovolante dalle ripide gobbe, la giostra con la raggiera di catene, la ruota delle gabbie girevoli, il pozzo della morte con i motociclisti a testa in giù, la cupola del circolo col grappolo dei trapezi che pende giù in mezzo. L’altra metà della città è di pietra e marmo e cemento, con la banca, gli opifici, i palazzi, il mattatoio, la scuola e tutto il resto. Una delle mezze città è fissa, l’altra è provvisoria e quando il tempo della sua sosta è finito la schiodano, la smontano e la portano via per trapiantarla nei territori vaghi d’un’altra mezza città. Così ogni anno arriva il giorno in cui i manovali staccano i frontoni di marmo, calano i muri di pietra, i piloni di cemento, smontano il ministero, il monumento, i docks, la raffineria di petrolio, l’ospedale, li caricano sui rimorchi, per seguire di piazza in piazza l’itinerario di ogni anno. Qui resta la mezza Sofronia dei tirassegni e delle giostre, con il grido sospeso dalla navicella dell’ottovolante a capofitto, e comincia a contare quanti mesi, quanti giorni dovrà aspettare prima che ritorni la carovana e la vita intera cominci. Italo Calvino, Le città invisibili, Mondadori, Milano 2009, pag. 63

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Diskos: Intelligenze flessibili

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All’origine dei suoni,

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PUNGERE PER IL FREDDO. Il gelato è il ghiaccio. Ma anche la neve, candida e soffice, che nei primi sorbetti si sfarina con gli umori di frutta. Sciroppi e miscele inventati per essere assaporati piano piano e per concedere brividi dolci nell’afa estiva. Sorbetti perché si succhiano. come si succhia lo zucchero, che gli arabi chiamano sukkar proprio per indicare sorsi, succhi e sughi deliziosi. E il succhiare porta indietro al tempo e al cibo dell’inizio, al gusto rallentato e compiaciuto di tutte le infinite sfumature del sapore.

Di crema, di limone o di vaniglia, il gelato, che meraviglia! In vetta al delicato cono vede il bambino dapprima un iridato massiccio alpino: e la panna è la neve del Cervino, la fragola, tra burroni di cioccolato, è il Monte Rosa, certo. Poi le dentate scintillanti vette si sciolgono in delizia, non sono più che lisce collinette o le dune ondulate d’un deserto ... E anche il deserto te lo mangi tu scoprendo che la sabbia, o meraviglia, è di crema e limone, e di vaniglia.

G. Rodari, Il gelato da Il secondo libro delle filastrocche

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DALL’INCREDIBILE E DOLCE STORIA DELLO ZUCCHERO GHIACCIATO ALLA MIRABOLANTE AVVENTURA DI MARCO, LIANA E LORENZO, GELATARI IN MAGRÈ

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ossiamo cominciare dai cinesi che (forse) molto, ma davvero molto tempo fa scoprirono l’arte di conservare il ghiaccio, di immagazzinare il freddo invernale per goderselo nella bella stagione. È probabile che il loro segreto sia stato svelato agli indiani e sia arrivato agli arabi per poi diffondersi in tutto il Mediterraneo. Una vicenda, quella del gelato, che si fa risalire alla notte dei tempi, ma che appare piuttosto come un accettabile mix di indizi, testimonianze e fantastiche trovate.

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Nel testo biblico non c’è traccia di questa meravigliosa invenzione, ma è adorabile l’idea che il gelato inizi con un popolo eletto, ispirato e guidato direttamente da Dio. Molto concrete e tuttora visibili sono invece le tracce delle niviere romane: i primi rudimentali congelatori, dislocati in caverne naturali o in sotterranei di cui si coibentavano pavimenti e muri.

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Con le cime bianche di neve e le conche, inondate di sole, che si vestono d’oro, la Sicilia offre insieme ghiaccio ed agrumi. Per avvicinarsi a qualcosa che assomigli ai nostri gelati, dobbiamo comunque tornare agli arabi quando conquistarono la “terra perfetta”. Con le cime bianche di neve e le conche, inondate di sole, che si vestono d’oro, la Sicilia offre insieme ghiaccio ed agrumi. E il sale che aiuta a conservare il freddo. Gli arabi sanno come coltivare la canna ed estrarne lo zucchero. Ci sono quindi tutti gli ingredienti per la felice alchimia dello sharbat, del sorbetto che, come promette il nome, si assapora lentamente, goccia dopo goccia. La gelateria – non solo “ghiaccio all’acqua inzuccherata e profumata”, ma anche tecnica e strumenti rivoluzionari – sembra invece una questione tutta italiana e prevalentemente rinascimentale. La leggenda inizia con tal Ruggeri, pollivendolo e cuoco, che sfida i grandi chef dell’epoca con “il piatto più singolare mai visto” e si guadagna l’interesse di Caterina de’ Medici, promessa sposa di Enrico II. La futura regina convince (o costringe) Ruggeri a seguirla alla corte di Francia, perché con i suoi effetti speciali renda memorabile il banchetto di nozze.

Sempre nell’orbita dei Medici, troviamo Bernardo Timante Buonacorsi, detto non a caso Buontalenti. Esiste una biografia attendibile della sua attività di architetto ed una più disinvolta dei suoi hobby culinari. Sta di fatto che gli si attribuiscono il progetto e la realizzazione di una singolare attrezzatura, dall’aspetto di scatola chiusa, che assomiglierebbe a una prima rudimentale sorbettiera. La notizia però non è affatto certa e, ancora una volta, documenti e leggende potrebbero ibridarsi nella fantastica epopea della dolcezza fredda. Si torna infine in Sicilia, a Palermo o forse ad Acitrezza, per incontrare Francesco Procopio dei Coltelli, pescatore per tradizione familiare, ma come il nonno inventore per passione. Non esistono documentazioni della gelatiera che avrebbe messo a punto, ma resta il suo Café le Procope, inaugurato a Parigi nel 1686 e ancora attivo in rue de l’Ancienne Comédie. Il locale offriva acque gelate (granite), il sorbetto di fragola, gelati alla frutta, al succo di limone o di arancio, ai fiori

d’anice, ai fiori di cannella, al frangipane con pasta di mandorle. Il successo, senz’altro dovuto alle accattivanti fresche dolcezze, fu determinato anche dalla fama degli habitué. Si narra, per esempio, che il giovane tenente Bonaparte abbia lasciato in pegno il suo bicorno in attesa di saldare il debito di una consumazione. Di qui in poi, la leggenda si dissolve. Arrivano i fatti: l’evoluzione tecnica e tecnologica degli strumenti, la competizione fra prodotti artigianali e industriali, la ricerca di gusti nuovi e inattesi, i dati di consumo e le suggestioni promozionali.

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a il gelato, quello buono, è immaginabile solo nel racconto di una favola.

Una favola come quella di Marco e Liana, che un giorno decidono di cambiar vita e di investire energie e passione in una piccola gelateria di Magrè. La bottega è di un mastro gelataio della val Zoldana, la terra che esportava delizie ghiacciate dall’epoca della Serenissima e della Vienna asburgica. Il vecchio cede licenza ed esperienza: l’attività e il suo “segreto”. Perché ogni artigiano del gelato elabora le sue creazioni a partire da una base unica e nota soltanto a lui. Da questo misterioso amalgama, da una felice intuizione imprenditoriale e da un pizzico di incoscienza nasce e cresce la fortunata vicenda de El Gelataro de Magrè.

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Marco e Liana, secondo la migliore tradizione di maghi e stregoni, trasmettono la ricetta criptata al figlio Lorenzo, perché continui l’incantesimo del sapere e del sapore. Dalla prima gelateria, che – quasi come una casetta di marzapane – racchiudeva in cinquanta metri quadrati negozio e laboratorio, la storia de El Gelataro conquista nuovi spazi – a Schio, a Malo e a Vicenza – e si arricchisce di proposte sempre più stimolanti. Gusti che non cedono alle facili e fragili mode dell’industria, ma che seducono il palato per la qualità degli ingredienti.

«Bisogna – ci spiega Liana – selezionare attentamente i

semilavorati necessari alla produzione del gelato. Non tutte le paste di nocciola o di pistacchio sono uguali, perché le nocciole più pregiate provengono dal Piemonte così come i pistacchi migliori arrivano dalla zona siciliana di Bronte».

L’appetibilità del gelato artigianale sta, dunque, nell’accurata geografia delle materie prime e nella loro stagionalità: nessuna vaschetta al gusto di pesca quando i peschi sono in letargo. Quindi nessuna procedura di conservazione o surgelazione: solo un freddo fresco, preparato per un rapido consumo. A consolazione dell’introvabile pesca invernale, Liana, Lorenzo e i loro collaboratori offrono, durante l’inverno, anche torte, crêpes e cioccolate.

E ancora una volta l’atmosfera fiabesca,

che avvolge il gelato, suggerisce ricette un po’ magiche, come le decorazioni di fiori veri, infornati e glassati, che si mangiano solo con gli occhi.

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Foto: Rubina Tognazzi

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MARCHI di BONTÀ IN DOLCE MOSTRA I gelatieri di tutto il mondo s’incontrano al MIG, la Mostra Internazionale del Gelato artigianale che dal 1959 si svolge ogni anno a Longarone. Nata storicamente come ritrovo dei mitici gelatai cadorini, l’esposizione è diventata un punto di riferimento per tutti coloro che, italiani o stranieri, coltivano la passione dei gelati fatti secondo la tradizione. Lo dimostra, nelle ultime edizioni, la presenza di oltre cinquanta paesi. Sempre a Longarone ha sede Artglace, la confederazione a cui in Europa aderiscono gli artigiani del gelato.

Proprio all’inizio del 2011, i gelatieri comunitari hanno annunciato l’introduzione di una certificazione di qualità che distingua il gelato artigianale europeo da quello industriale e che venga recepito in codici nazionali per regolare i processi di lavorazione e sorvegliare tutta la filiera delle materie prime utilizzate. In proposito, la Confartigianato Gelatieri italiana ha di recente concepito un marchio – artigelato – che garantisce l’adozione di un disciplinare produttivo con prevalente uso di ingredienti freschi, naturali e controllati direttamente sul luogo di provenienza.

olo cristina eberle diletta laino giulia calgaro

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EXPERT OPINION Ci

siamo rivolti a clienti altamente qualificati e specializzati, che con il massimo rigore scientifico e la piena indipendenza di giudizio, ci spiegassero il bello e il buono del gelato. Per i creativi e coloratissimi pareri ringraziamo le classi quinte della scuola elementare G. Marconi di Schio, coordinate dalle maestre Enrica Morandini, Maria Cristina Barbieri, Laura Comparin e Licia Caltrarossa. CLASSE 5^A Taush Azad, Giorgia Cazzola, Luisa Filippi, Gabriele Frizzo, Silvia Guariento, Elia Jalcin, Jumma, Rossella Manea, Amela Masic, Mohammed Shahriar, Erdonita Racaj, Cesare Raffaell, Marialetizia Rossi. CLASSE 5^B Aziz Amar Abdoul, Gabriele Broccardo, Zakaria Fadel Soubai, Elena Giacobbe, Zubayer Hossain, Sergiu Luchian, Riccardo Mondin, Stefan Pavic, Alessandro Pozzer, Marco Romagnolo, Arianna Rossato, Gaia Spezzapria, Lia Sulser, Alan Roberto Tellez Solis, Mattia Tonello.

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Timeo hominem unius libri.

Sant’Agostino

DIFFIDIAMO DI

CHI HA LETTO UN SOLO LIBRO, perché è mentalmente denutrito. Leggere vuol dire raccogliere. L’uomo comincia a raccogliere legna e legumi. Quando ha trovato di che scaldarsi e mangiare, assimila informazioni, le metabolizza e le mette in circolo. Anche il libro è un raccolto. Prima che si diffondesse l’uso del papiro, liber indicava ogni pellicola vegetale su cui scrivere. Liber suona esattamente come liber (libero). Gli etimologi non riscontrano parentele, ma l’omofonia sembra più che legittima. «Con i libri impari, studi, viaggi, sogni, immagini, vivi altre vite e moltiplichi per mille la tua». (Arturo Pérez-Reverte) La libertà comincia forse quando la fantasia si svincola dalle pigre certezze quotidiane e l’intelligenza persegue la liberalitas, l’ampiezza di sentimenti e di pensiero.

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«Il tempo per leggere, come il tempo per amare, dilata il tempo per vivere». Daniel Pennac

Basta una vocale per slittare da libro a libra, dal testo alla bilancia. Anche quest’affinità fonetica non dev’essere per caso. La lettura, restituendo molti e diversi punti di vista, suggerisce i parametri per attribuire un peso plausibile alle cose. Solo iniziando dal leggere, accumulando e ponderando notizie, si può riuscire ad e–leggere, a scegliere in modo meditato e consapevole. Ciò non significa che tutte le pagine scritte meritino attenzione, considerazione e memoria. Come suggerisce Francis Bacon: «Alcuni libri devono essere assaggiati, altri trangugiati, e alcuni, rari, masticati e digeriti».

E sfoglia ancora; al vespro, che da nere nubi rosseggia; tra un errar di tuoni, tra un alïare come di chimere. E sfoglia ancora, mentre i padiglioni tumidi al vento l’ombra tende, e viene con le deserte costellazïoni la sacra notte. Ancora e sempre: bene io n’odo il crepito arido tra canti lunghi nel cielo come di sirene. Sempre. Io lo sento, tra le voci erranti, invisibile, là, come il pensiero, che sfoglia, avanti indietro, indietro avanti, sotto le stelle, il libro del mistero. Giovanni Pascoli, Il libro

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Canton de Gala Galla dal 1880: Point Of Interest del navigatore culturale. Una delle librerie a gestione familiare più antiche d’Italia.

“Oggetti Perfetti”. Così Umberto Eco definisce i libri perché, come la bicicletta, non si riesce a immaginare una loro evoluzione. Ma l’implacabile apparato della tecnologia è entrato inevitabilmente in rotta di collisione con la carta stampata. E adesso che può accadere? Alberto Galla, libraio per lunga tradizione familiare, è sicuramente una delle persone più autorevoli per delineare un possibile futuro.

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Il suo nome significa insieme editoria e spazio culturale. La libreria stabilisce fin dall’inaugurazione uno stretto legame con la città e la provincia di Vicenza. L’attività si è trasferita più volte e nel tempo ha acquisito nuovi ambienti, ma per tutti è sempre “canton de Gala” l’angolo fra corso Palladio e corso Fogazzaro, dove si trovava la prima sede. Aperta mentre si pubblicava Malombra, diventa luogo privilegiato d’incontro e di scambio fra i vicentini che, a vario titolo, contribuiranno alla cultura italiana. Scrittori come Parise e Piovene, studiosi come Lampertico e Lioy. E poi la generazione di Meneghello, Rigoni Stern e Scapin. Insieme a loro tutti quelli che amano leggere e cercano fra gli scaffali un’ampia ed aggiornata scelta di titoli. La passione per i libri si esprime anche con un’attività editoriale, che sceglie di sostenere e promuovere opere ed iniziative locali, come i testi del teatro in vernacolo e i saggi di teologia e religione. Il successo popolare arriva con “Il dono dell’obliquità”, in cui tal

anonimo berico si diletta, per la prima volta in letteratura, a raccogliere le castronerie di politici e amministratori. Un’attitudine che rimane tuttora notevole in chi governa. La svolta più significativa dell’impresa avviene nel 1985. Alberto Galla, poco più che ventenne e spinto dall’entusiasmo, decide di liquidare i numerosi soci ereditari; di cambiare il nome della libreria da “Giovanni Galla” a “Galla 1880”; di valorizzarne l’immagine storica e allo stesso tempo di adottare una politica di innovazione e cambiamento, attenta alle nuove risorse informatiche e della rete. Il progetto si è concretizzato in conferenze, concerti di musica classica e nei periodici incontri con autori significativi, come dimostra il recente il blitz di Roberto Saviano. Un modo per riportare in libreria e, cioè nel luogo più consono, quel dialogo fra autore e lettore che nei salotti televisivi si finge e si spettacolarizza. Un modo per collocare nella meritata

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Alberto Galla, pronipote del fondatore Giovanni Galla e attuale propietario della libreria “Galla 1880”.

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vetrina anche gli autori e gli editori che lo schermo dimentica perché poco adatti agli appetiti di massa. Queste iniziative sono state apprezzate da una clientela sempre più ampia e interessata. Agli habitué e a tutti quelli a cui piace aggirarsi fra gli scaffali, contemplare i dorsetti, estrarre un libro e sfogliarne le prime pagine, Galla dedica anche un nuovo spazio di consultazione e ristoro. Ammiccando alla grande consuetudine di quei caffè, siti e riviste, che hanno contrassegnato la politica e la cultura italiane, la libreria apre al suo interno un locale dove si può leggere, bere e magari scambiare opinioni fra persone che condividono gli stessi interessi. Questa lungimirante filosofia gestionale consente oggi all’azienda di conservare la sua indipendenza rispetto alla famelica avanzata delle grandi catene editoriali, che conquistano il mercato con prezzi e sconti insostenibili per i negozi medio-piccoli. Una libreria indipendente, cioè non collegata a un gruppo editoriale, rappresenta per il lettore una risorsa e

un’opportunità irrinunciabili. Significa infatti reperire titoli che non siano interessanti solo per i rientri economici che promettono o garantiscono. Significa un’offerta più ampia, libera da opportunismi di vendita o di propaganda. Significa insomma che lo scaffale ospita sia nomi conosciuti sia autori meno noti o esordienti; accoglie proposte di valore sia da una grande sia da una piccola casa editrice. Inoltre, nelle librerie come Galla, il clima non è da supermercato di copertine patinate, con lunghi corridoi gremiti di libri e commessi affannati che cercano di supplire alla loro incompetenza con ininterrotte consultazioni di database. Si respira invece l’atmosfera rilassata di un luogo dove è noto e condiviso il rituale della lettura, che è anche il gesto di sfogliare, l’odore invitante della carta, il piacere di uno sguardo d’insieme. Allo strapotere della grande distribuzione editoriale, si affiancano i nuovi competitor della rete – come ibs e amazon – che non dovendo pianificare

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V scorte ed ordini possono offrire condizioni vantaggiose di acquisto. Arriva poi l’e-book, il libro in formato digitale che vanta apprezzabili meno: meno costoso, meno ingombrante da trasportare, meno impegnativo da riporre. Con gli appositi e-reader leggiamo tutti questi libri “incorporei”, evitando di intasare borse e mensole. Le domande sono molte. E-book e tablet potranno mai sostituire le soddisfazioni sensoriali insite nel libro stampato? Le nuove risorse tecnologiche guadagneranno o meno altri affiliati alle conventicole della lettura? La scrittura sarà o meno condizionata dalle pagine e dai leggii di ultima generazione? Secondo Galla è realistico ipotizzare che – come è accaduto per la pittura e la fotografia, per il cinema e la televisione – il vecchio e il nuovo troveranno modo di convivere. Come suggerisce Alberto Manguel, ne La biblioteca della notte (2006) «Il testo elettronico che non ha bisogno di pagine può tranquillamente accompagnarsi alla pagina che non ha bisogno

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VIVA VOCE

La versione moderna del caffè culturale: un luogo di incontro con gli autori del nostro tempo. Lionello Puppi

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L’insigne storico dell’arte ha raccontato Maravigliose storie di quadri, di artisti e di arte.

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Joe Lansdale Joe R. Lansdale: Texas Orientale: Hap e Leonard: Devil Red. E tanto basta.

Marco Malvaldi

Odore di chiuso, il suo ultimo libro, ha come protagonista nientedimenoche il grande cuoco Pellegrino Artusi.

Massimo Carlotto

Il più grande autore italiano di noir ha presentato il suo ultimo romanzo L’amore del bandito. andrea zami federica lo presti filippo deplano

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C

Luigi Lo Cascio Attore intelligente, sensibile e colto - oltre che bello ha letto le poesie del suo buon amico Roberto Rossi Precerutti.

Cristiano Cavina Cristiano Cavina racconta solo storie che ha vissuto, il caso vuole che siano sempre storie straordinarie.

Eduardo Galeano Grande voce critica dell’Uruguay, racconta quello che nessuno vuole sentirsi dire: la verità.

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Marco Fazzini Critico, saggista, traduttore e poeta parla di Douglas Livingstone, grande poeta sudafricano e tra i maggiori autori in lingua inglese del Novecento.

Roberto Saviano Per ascoltare Roberto sono arrivate migliaia di persone che hanno affollato la libreria e tutta Piazza Castello.

Veit Heinchen

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Tedesco di Trieste, giallista tradotto in tutta Europa, ha presentato un’avventura di Proteo Lamberti, protagonista della sua fortunatissima serie noir.

Questi sono solo alcuni dei volti e delle voci che hanno animato la libreria, tra gli altri anche scrittori come Isabella Allende, Banana Yoshimoto, Marcello Fois, Liza Marklund, Stefano Tassinari, Donato Carrisi, Giorgio Faletti, Amelie Nothomb, Gianrico Carofiglio; saggisti come Piero Dorfles, Magdi Allam, Michele Mirabella, Miguel Gotor; persino politici come Walter Veltroni, Gianfranco Fini, Fausto Bertinottti e topi come Geronimo Stilton.

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Leonardo Padura Fuentes

Arriva da L’Avana, Cuba, e sa raccontare la sua città come nessun altro. Se non ci credete leggete i suoi romanzi.

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TOM & GERRY un’amicizia vincente Gianmaria Dal Maistro e Tommaso Balasso, due appassionati sciatori, si incontrano e decidono per l’attività agonistica. Gianmaria è ipovedente e Tommaso asseconda le sue discese. Il coraggio e la determinazione portano Tom & Gerry ad una lunga e felice sequenza di vittorie nelle

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FESTI

gare paraolimpiche e nei campionati del mondo.

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I corsisti del 2° anno raccontano in un breve filmato la straordinaria vicenda di talento e affetto dei due amici scledensi e delle loro molte medaglie.

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FESTIVAL DELLE LIBERTÀ DIGITALI

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Dopo aver curato l’immagine coordinata dell’edizione 2009 e aver vinto il primo premio per gli stampati promozionali, i corsisti del 2° anno sono nuovamente coinvolti nella comunicazione del Festival, che si svolgerà nell’autunno del 2011.

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L’occasione è doppiamente gradita perché, da un lato, ribadisce la stima nei confronti della scuola e, dall’altro, offre l’opportunità di cimentarsi su questioni rilevanti come l’accessibilità e la libera condivisione del sapere.

Ideare e sviluppare un sito per “mettere in vetrina” una professione e un servizio è la sfida che hanno accettato di raccogliere i corsisti del 1° corso. Il tema risulta particolarmente complesso per la natura specialistica della professione e per il tipo di utenza a cui è rivolta. Un impegno, quindi, che si concluderà verso la fine dell’anno.

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