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Le guerre dell’imperialismo italiano: lotte proletarie e prospettiva internazionalista Granuli d’«altra storia» di fronte all’impotenza dell’odierno movimento contro la guerra [Relazione letta dal compagno D.E. al Convegno «Italiani brava gente», Torino 10-11-12 novembre 2006, iniziativa promossa dal Centro di documentazione «Porfido» di Torino e dalla Libreria «Calusca City Lights» di Milano]. Affrontando questo argomento, c’è il rischio di cadere in facili dichiarazioni edificanti, infarcite di buone intenzioni, di cosmopolitismo, di solidarietà fra i popoli e così via ... per finire con le ormai stinte bandiere arcobaleno esposte alle finestre delle nostre città ... All’esposizione delle «buone intenzioni», contrapponiamo i FATTI, cercando di capire QUANDO, COME e PERCHÉ il proletariato italiano si sia opposto alle imprese coloniali della borghesia. E, su questa base, individuare le implicazioni politiche e (se possibile) teoriche, per una prassi tendenzialmente rivoluzionaria. Per stabilire, infine, la sua attualità. Natura del colonialismo italiano – Descrivendo il colonialismo italiano, Amadeo Bordiga affermava: «Le imprese coloniali dell'Italia borghese, giunta in questo campo buona ultima tra i poteri capitalistici, hanno sempre avuto violenti riflessi nella politica interna del paese e sollevato contrasti tra i partiti, fatto che in altri stati di più possente industrialismo produttivo non si è così nettamente verificato. Ma non è l'analisi economica e sociale dell'imperialismo moderno che vogliamo qui seguire. Le prime armi degli oltremaristi italiani furono fatte verso il 1880 con concessioni di basi nel Mar Rosso da parte di altre potenze, e i primi fatti militari con sapor di forte agrume si ebbero nel 1886-87, quando si vide a Dogali e altrove che gli abissini erano bellicosi e modernamente forniti da industrie europee, e quindi per aver colonie ci volevano spedizioni armate e tributi di soldi e di sangue.»(1) Motivi dell’opposizione popolare – Possiamo completare le affermazioni di Bordiga, osservando che, nel suo complesso, il colonialismo italiano favorì cerchie estremamente esigue: le gerarchie militari, la grande industria legata alle commesse militari, alcuni ambienti finanziari e piccole cricche affaristiche. Connotazione che accompagna tutta l’epopea coloniale italiana, dagli scandali di Massaua del 1891 a quelli delle banane somale del 1960(2). Per i proletari italiani, le imprese coloniali ebbero effetti assolutamente negativi: a partire dal peggioramento delle condizioni di vita, causato dal maggior carico fiscale, usato per finanziare gli interventi (per es. i dazi sulle farine). Le guerre coloniali si risolvevano il più delle volte in un bagno di sangue; infine, le condizioni della truppa erano sempre bestiali. Non stupisce, che i proletari italiani, all’avventura oltremare preferissero i disagi e le incertezze dell’emigrazione, che in quegli anni di fine Ottocento iniziava a crescere. Per questo motivo, anticolonialismo e antimilitarismo sono strettamente legati. A cavallo tra Ottocento e Novecento, nell’esercito e nella marina militare avvennero numerose ribellioni, culminate a volte con l’uccisione e il ferimento di ufficiali. In Italia, il colonialismo non ebbe mai una significativa base sociale, che consentisse la formazione di un vero e proprio «partito» coloniale, paragonabile a quelli che sorsero in Inghilterra e in Francia. In questi Paesi, l’epopea coloniale fu esaltata, seppur con diversi accenti, da scrittori allora assai popolari, come Kipling e Loti. Al confronto con l’Inghilterra, la Francia, ma anche con l‘Olanda e la Germania, il colonialismo italiano appare misera cosa, motivo per cui sono ancor più ripugnanti le sopraffazioni che esso commise contro le popolazioni assoggettate. Fatte queste premesse, vediamo a grandi linee come il proletariato italiano abbia vissuto l’epopea coloniale.


Occupazione di Massaua - Nel dicembre 1885, con l’occupazione del porto di Massaua, iniziò la penetrazione italiana verso l’Abissinia, facendo salire notevolmente la spesa militare. - 1884-1885, agitazioni agrarie nel Mantovano (La boje). - Il socialista Andrea Costa, nel 1885, in Parlamento richiede con forza il richiamo delle truppe dall’Africa e si oppone con coraggio alle avventure coloniali del governo di centro-sinistra di Agostino Depretis. - Il 23 agosto 1885, a Milano, un grande raduno della sinistra radical-democratica chiede il ritiro delle truppe inviate in Africa. All’indomani della sconfitta di Dogali (26 gennaio 1887) Andrea Costa lanciò la parola d’ordine «Né un uomo, né un soldo per l’Africa», che venne fatta propria dal movimento operaio. La sconfitta di Dogali trasferì per la prima volta la protesta anticoloniale alle aule del Parlamento e alle Piazze, mostrando il nesso tra imprese coloniali e politica interna antisociale.(3) Il 3 febbraio 1887, Costa rinnovò con coraggio la sua condanna del colonialismo, presentando in Parlamento un ordine del giorno in cui si affermava che «il prestigio militare e l’onore della bandiera sono i soliti pretesti con cui tutti i governi cercano di far passare le loro imprese criminali o pazze». Rifiutando il voto alla richiesta del governo di un nuovo credito per inviare in Africa nuove truppe, Costa lanciava una parola d’ordine destinata a diventare celebre: «(...) per continuare nelle pazzie africane noi non vi daremo, ripeto, né un uomo, né un soldo »(4). Fu denunciato, condannato e costretto ad un nuovo esilio in Francia. Scandali di Massaua - Nel 1891, gli eccidi, gli espropri e le usurpazioni di terre, avvenuti a Massaua, suscitarono scandalo negli ambienti radical-democratici borghesi. Da parte loro, i socialisti italiani manifestarono alcuni cedimenti politici e teorici sulla questione coloniale, a partire da Antonio Labriola, offrendo spunti che saranno poi ripresi dal fascismo. Una doverosa messa a punto venne da Turati, che scrisse un articolo su «Critica Sociale» (In difesa dell’onore dei briganti), in cui stabiliva il nesso tra gli eventi africani e la sanguinaria realtà dello sfruttamento capitalistico in Italia. Sul piano sociale, il 1891 fu un anno caldo per l’Italia: avvennero 131 scioperi. Il 13 febbraio 1891, a Bologna, e il 23 febbraio a Roma, si svolsero manifestazioni operaie di protesta contro gli alti costi della politica coloniale.(5) L’ulteriore occupazione di territori appartenenti all’Etiopia, fortissimamente voluta dal governo Crispi (1893), fu accompagnata da intense proteste popolari. Nel frattempo, a Genova il 14 agosto 1892, era stato fondato Partito dei Lavoratori, che l'anno successivo, al congresso di Reggio Emilia, assunse il nome di Partito socialista. Nel 1893-1894, in Sicilia si diffuse il movimento contadino dei Fasci, sedato solo con i rigori dello stato d’assedio. Nel maggio 1898, a Milano scoppiò la rivolta contro la miseria, repressa dalle cannonate di Bava Beccaris. Questi due importanti episodi fanno da cornice a quanto avvenne con la sconfitta di Adua. Adua, 1° marzo 1896 – Quando, ai primi di marzo del 1896, si diffuse la notizia della disfatta di Adua, le manifestazioni popolari scoppiate da un capo all’altro d’Italia, sfiorarono l’insurrezione vera e propria, «ma il partito socialista ne restò del tutto estraneo, incapace di dare al proletariato una qualsiasi guida o un semplice indirizzo alle manifestazioni istintive». Le masse popolari scendevano nelle strade e confluivano nelle piazze al grido di «Viva Menelik!» ed «Abbasso Crispi!», mentre il presidente del consiglio veniva bruciato in effigie. Gli scontri con la polizia si susseguivano ovunque e i prefetti non trovavano niente di meglio da fare che barricarsi all’interno dei loro palazzi presi d’assalto dalla folla. Una descrizione della tensione sociale e allo stesso tempo della incapacità del partito socialista di prendere la direzione delle masse, ci è data da Turati, che su


«Critica Sociale» scriveva: «Non è chi non abbia sentito, per una buona settimana, un vento schietto di rivoluzione soffiare sul paese. Basterebbero gli ammutinamenti nelle caserme non osati punire in quei giorni, e le diserzioni a drappelli dei nuovi chiamati, e le proteste nei municipi e le grandi manifestazioni del popolo fraternizzante coi militi e questi con lui; basterebbero questi fatti a dire sulla polarizzazione degli animi (...) non manca se non chi sappia imprimergli direzione rapida e precisa per vedere instaurato un governo provvisorio e repubblicano».(6) [Gli spettri di Adua - Recentemente, il piccolo episodio di Nassyria (12 novembre 2003), ha evocato gli spettri di Adua, come possiamo notare dallo scritto del colonnello Giuseppe Governale. Adua - I perché di una sconfitta (...) Queste le osservazioni sul fatto d'arme. Altre considerazioni possono svolgersi sull'accoglienza dei nostri soldati al loro rientro in Italia, caratterizzata, purtroppo, da una certa ostilità non solo della gente abilmente sobillata dalla stampa e da gruppi sociali e politici contrari per motivi diversi all'avventura coloniale, ma anche dell'ambiente militare che, evidentemente, iniziava ad accusare i primi sintomi di quel "complesso di Adua", che lo avrebbe accompagnato fino alla campagna mussoliniana del 1935-36. Per mesi, i giornali si occuparono della «disfatta di Adua», mentre le dimostrazioni dell'opinione pubblica contro la guerra furono violente, con vere e proprie esplosioni di collera. Ai moti partecipò, senza distinzioni di categorie sociali, buona parte della popolazione. In quasi tutte le città si organizzarono comizi e raduni, dimostrazioni studentesche e proteste di operai. Alla stazione ferroviaria di Pavia, per impedire la partenza di altri soldati, vennero addirittura divelte le rotaie. Di fronte al contegno più o meno spontaneo del Paese, a Crispi non rimase altra alternativa che dare le dimissioni. «Sacrificare l'uomo per salvare il regime» fu la scelta che costò la carica a Crispi, ancora prima del dibattito parlamentare. Abbiamo accennato allo «spettacolo» dopo l'arrivo della triste notizia del massacro di Adua. Si gridò «Abbasso Crispi! Via dall'Africa!» e, purtroppo, anche «Viva Menelik!» l'autore del massacro. Invece di accogliere la notizia della sconfitta con la calma di un popolo forte, magari esprimendo propositi di rivincita, che sarebbero stati comprensibili, si arrivò perfino ad approvare una carneficina, ove si pensi che a fronte di oltre 5.600 caduti si contarono solo 500 feriti. (...) i 5.600 caduti, i circa 500 feriti ed i 1.500 prigionieri, numero di perdite di gran lunga superiore a quello dell'intero periodo risorgimentale. (Giuseppe Governale, Colonnello Titolare Scuola di Guerra dei Carabinieri, Capo Ufficio Legale del Comando Operativo di Vertice Interforze, «Rassegna dell’Arma», n. 2, aprile-giugno 2005. )] La guerra di Libia: settembre 1911 – ottobre 1912 - La guerra di Libia segna il decollo imperialista dell’Italia, imperialismo «straccione», ma pur sempre imperialismo! Fu detto anche imperialismo «della povera gente», ma fu in grado comunque di inviare in Libia circa 100 mila soldati. Alla dichiarazione della guerra, il 29 settembre 1911, ci furono grandi manifestazioni di protesta che, in Romagna, ebbero carattere insurrezionale, con il blocco delle linea ferroviarie. Gli scontri durarono alcuni giorni e cessarono solo dopo violenti interventi militari. In questo clima, il 30 ottobre 1911, il soldato Augusto Masetti, muratore di San Giovanni in Persiceto (Bologna), nella caserma Cialdini di Bologna sparò, ferendolo, al colonnello Stoppa, che istigava i giovani in partenza per la Libia all’odio contro il popolo arabo.(7) [Fermate la tradotta che parte per Tripoli Quando nel 1911 operai, socialisti e anarchici bloccarono i treni dei soldati mandati a «conquistare» la Libia (Maria Rosa Calderoni, «Liberazione», 26 febbraio 2003. )


(...) Il moto spontaneo parte da Forlì il 24 settembre 1911. A un comizio indetto dalla federazione autonoma forlivese con l'adesione della Camera del lavoro, parla il segretario Umberto Bianchi (insieme al ventottenne, allora socialrivoluzionario, Benito Mussolini); il giorno dopo è la volta di un comizio dei repubblicani dove prende la parola Nenni, interrotto dalla cariche della polizia. E subito dopo le Camere del lavoro proclamano lo sciopero provinciale. Il 25 e il 26 sono due giornale calde. «Durante la notte i dimostranti avevano divelto i binari della tranvia Forlì-Meldola e nelle prime ore del mattino avevano invaso uno zuccherificio», allo scopo di consentire agli operai di partecipare allo sciopero. Gli scontri sono fortissimi, Giolitti manda in campo polizia ed esercito. Per protesta contro la repressione, nel pomeriggio è indetto un comizio a cui partecipano, secondo «Lotta di classe», 12 mila persone (per il prefetto saranno solo 4mila). Non solo Forlì e provincia. «A Piombino cinque operai vengono feriti in uno scontro con i carabinieri; a Milano scoppiano tafferugli tra studenti favorevoli alla guerra ed operai: con la polizia che sta a guardare gli operai aggrediti e bastonati; anzi, invece di difenderli, ne arresta una parte. Il comizio di Firenze venne addirittura proibito dalla questura per motivi di ordine pubblico» (Paolo Maltese, La terra promessa, Mondadori, Milano, 1976.) Le manifestazioni sono massicce soprattutto nelle Romagne, dove si protraggono per più giorni, ma anche nelle altre regioni non si è fermi; e ovunque incontrano una dura repressione. La protesta popolare è però destinata a durare ancora per poco. Infatti, presto i comizi saranno proibiti d'autorità. Lo stesso sciopero generale, indetto il giorno 27 dalla Confederazione Generale del Lavoro, in molte parti d'Italia si svolge in un clima pesante. «Soprattutto a Milano, dove la truppa impedisce il proseguimento della manifestazione e arresta trenta persone, insieme agli stessi rappresentanti socialisti Paolo Valera, Corridoni e Ciardi, accusati, di avere, “durante le note manifestazioni antipatriottiche, in un comizio pubblico alla casa del Popolo, eccitato i presenti alla rivolta e al vilipendio delle istituzioni”». Lo sciopero non dappertutto riesce; scarse le adesioni a Genova, Roma, Napoli e in generale nel Meridione. E' invece imponente a Forlì e provincia, dove prendono la parola esponenti sindacali e politici. «Proprio in questo giorno arriva alla stazione della città un treno carico di richiamati dal distretto di zona; allontanandosi dal comizio, allora, tremila dimostranti, sotto la guida di Nenni, tentano di impedire la presentazione al distretto di questi richiamati, collocando sbarramenti sulle rotaie». Solo l'intervento della truppa e della cavalleria riesce a interrompere la manifestazione. Per i fatti di Forlì il 14 ottobre Nenni, Mussolini e Aurelio Lolli furono arrestati. Sono proteste "eroiche" in una Italia come quella d'allora, un Paese che «conta 1364 comuni senza acqua potabile, 4877 senza fogne, 1700 in cui non si mangia pane, 4355 in cui non si mangia carne, 600 senza medici, 366 senza cimiteri, 154 distretti malarici, 100.000 abitanti colpiti da pellagra e 200.000 trogloditi». Così commentò il «Corriere della Sera»: «Ieri finalmente il Partito socialista ha fatto la sua protesta, diciamo così, solenne contro l'impresa di Tripoli. Molti comizi si sono tenuti e molti paroloni si sono gettati alle turbe. Tutte le grame argomentazioni, che hanno affaticato da qualche settimana gli imbarazzati dialettici del partito sono state riversate alle moltitudini ignoranti che nulla intendono della politica estera del loro Paese e giurano sulla scienza enfatica dei loro capi».] La lotta contro la guerra di Libia fu un’importante scuola per i giovani socialisti, fermamente allineati sulle posizioni della Sinistra intransigente del PSI. Essi costituiranno poi il nerbo del Partito Comunista. Ricordando quel periodo, Bordiga, denunciava la ferocia della repressione, attuata dopo l’attacco turco a Sciara Sciat del 23 ottobre 1911: «Preso consiglio ai maggiori fratelli imperialisti, il libero, parlamentare e «prefascista» regime di Roma levò famose forche in Piazza del Pane a Tripoli, considerando gli arabi che si opponevano all'occupazione come ribelli «irregolari» e quindi traditori. La tecnica del suggerimento era sopraffina: il combattente mussulmano crede che l'anima del morto in battaglia esca dalla ferita e venga direttamente accolta da Allah, e quindi combatte con fanatismo: se l'anima è costretta ad uscire per altra via Allah la considera sgradevole e


la rifiuta; di qui l'intelligente procedimento del cappio alla gola».(8) Gli anni che vanno dal 1911 al 1914 furono anni di grandi scioperi e agitazioni proletarie. Il momento culminante fu la Settimana Rossa , che ebbe origine dalla manifestazione antimilitarista di Ancona, contro le Compagnie di disciplina dell’esercito. Dal 7 al 14 giugno 1914 le agitazioni popolari si estesero alla Romagna, alla Toscana e ad altre località. Quando scoppiò la guerra mondiale, nell’agosto 1914, la borghesia italiana dovette attendere un anno, prima di scendere in campo. Questo periodo era necessario per sedare e dividere un movimento proletario assai combattivo. Le divisioni politiche del movimento socialista, causate dagli interventisti di Mussolini, e la repressione poliziesca non evitarono la costante opposizione alla guerra, che andava dalla renitenza alla leva alle manifestazioni di piazza contro il carovita, come a Torino nell’agosto 1917 fino alla rotta di Caporetto, dell’ottobre 1917, spiegabile solo con l’abbandono del fronte da parte dei soldati italiani, che erano stanchi degli orrori della guerra. A guerra finita, il proletariato italiano non aveva nessuna intenzione di farsi coinvolgere in altre imprese militari, anzi cercò di far valere i propri diritti, assumendo posizioni politiche decisamente rivoluzionarie. Grazie a questa maturazione, impedì due nuove aggressioni: contro la Georgia nel giugno 1919, e contro l’Albania, un anno dopo. Nel corso dell’aggressione alla Russia sovietica, nel giugno 1919, l’Inghilterra chiese un intervento italiano in Georgia, in aiuto al governo menscevico. La situazione interna dell’Italia sconsigliò il primo ministro Francesco Saverio Nitti di intraprendere una spedizione militare.(9) Rivolta di Ancona contro la spedizione in Albania, 26-29 giugno 1920 - Nel giugno 1920, Giolitti, capo del governo, decise di inviare un contingente militare in Albania, per aiutare le truppe d’occupazione, presenti dal giugno 1917 e che ora si trovavano in grosse difficoltà. L'Italia, accusata formalmente dagli alleati di aver violato il Patto di Londra (patto già sconfessato dal Presidente americano e che nessuno applicherà mai o avrà intenzione di applicare all'Italia), si ritirava dall'Anatolia e consegnava ai Greci l'Albania meridionale. La reazione degli albanesi non si fece attendere. Nel caos che ne seguì (fine 1919, inizio 1920), le truppe italiane furono lasciate asserragliate a Valona senza ordini e rinforzi, mentre in Italia infuriavano lo scontro politico e l'impresa fiumana. Al passo Logorà un nucleo di bersaglieri era stato completamente annientato. Il governo italiano decise allora di inviare a rinforzo della piazza la Brigata Piacenza, gli arditi e le autoblindo. Nel maggio del 1920, un Comitato di liberazione albanese inviava un ultimatum alle truppe italiane. Nella difesa di Valona muore, il 6 giugno, anche il generale Enrico Gotti già capitano al 5° bersaglieri e Colonnello al 4°. La risposta che il neo-presidente del consiglio Giolitti ritenne di dare fu una mobilitazione generale. Cronaca dei giorni di giugno 15 giugno 1920 - PSI e Confederazione Generale del Lavoro (CGdL) diffondono un manifesto invitando gli operai ad opporsi all'invio di soldati in Albania, chiedendone anzi l'abbandono. 17 - Giolitti comunica la costituzione del nuovo governo: Ivanoe Bonomi alla Guerra, Benedetto Croce all'Istruzione, Arturo Labriola al Lavoro. Scioperi ferroviari in tutta Italia. 23 - Conflitti e tumulti a Milano in occasione di una manifestazione socialista di solidarietà ai ferrovieri scioperanti: due morti. 24 - Proclamato lo sciopero generale a Milano: manifestazioni in tutta la città, un brigadiere dei carabinieri fu massacrato dalla folla. 26 - Ammutinamento in caserma ad Ancona dell'XI Reggimento bersaglieri in partenza per l'Albania. La rivolta di Ancona del 1920 è meglio nota come "la rivolta dei bersaglieri" in quanto prese avvio dalla caserma Villarey di Ancona, quando i soldati si ribellarono all'ordine di imbarcarsi


per andare in Albania. La rivolta dei bersaglieri sfociò subito nelle strade di Ancona e fu prontamente appoggiata da una larga parte del popolo anconetano, che per tre giorni, armi in pugno, combattendo nelle strade, tenne in scacco le forze di polizia e le guardie regie. Alla fine le forze dell'ordine ebbero la meglio solo grazie alla superiorità numerica (giunsero rinforzi da varie città del centro-Italia) e al migliore armamento rispetto ai rivoltosi. Nei giorni successivi per "solidarietà" ai militari si organizzano altre manifestazioni in varie città d'Italia. 27 - Giolitti alla Camera afferma di essere favorevole all'indipendenza dell'Albania e respinge la proposta di inviare altre truppe. L'occupazione di Valona e dell'Albania, da parte di una potenza nemica (o amica) dell'Italia, può però costituire un pericolo. Non bisogna quindi abbandonare l'Albania fin quando non avrà un governo stabile. Il 24 luglio un nuovo attacco albanese mette in difficoltà le truppe italiane. Il 3 agosto fu concordato diplomaticamente il rientro di tutti i militari dall'Albania, tranne che dall'isolotto di Saseno. Altri episodi del giugno 1920 - Quando i bersaglieri dell'XI Reggimento, alloggiati ad Ancona nella caserma Villarey, il 26 giugno 1920 si rifiutarono di imbarcarsi sul piroscafo "Magyar" per raggiungere il corpo di occupazione italiano in Albania, si ebbero vibranti manifestazioni di protesta non solo ad Ancona, ma anche a Pesaro, Jesi, Senigallia, e in Romagna, a Forlì e Cesena. [All'ammutinamento seguì un'insurrezione, con episodi di guerriglia urbana, con la partecipazione di centinaia di persone, cui fece seguito una dura repressione dell'esercito, con decine di feriti ed oltre venti morti. Si ebbe uno sciopero delle ferrovie, mentre un treno che trasportava 500 guardie regie venne aggredito. Ad Ancona, dal mare e dalla "cittadella", furono bombardati i "ribelli", aiutati dai soldati. Anche a Pesaro si ebbero manifestazioni di solidarietà con i bersaglieri di Ancona. Da ciò "i fatti di Pesaro" che ebbero, anch'essi, grande rilievo sia sulla stampa nazionale che in Parlamento. Accade che i dimostranti pesaresi si recarono a manifestare presso la stazione ferroviaria, ove era in allestimento un treno di armamenti e munizioni, e di fronte alla vicina Caserma Cialdini per invitare i soldati a solidarizzare con i bersaglieri di Ancona. Nel pieno svolgimento della manifestazione, mentre il piazzale antistante la stazione era gremito di gente, dalla Caserma Cialdini partirono raffiche di mitragliatrice sui manifestanti, provocando un morto (il montelabbatese Cardinali) e vari feriti. Si disse, poi, che il comando militare temeva che la manifestazione sfociasse nell'invasione della caserma. Come reazione immediata vari manifestanti si recarono ad incendiare l'abitazione del comandante della caserma, colonnello Trapani, situata in via Petrucci (vicino all'ex cinema Duse) e ad occupare la polveriera. La rivolta di Ancona, e le manifestazioni di solidarietà di Pesaro e delle altre località marchigiane e romagnole, contribuirono al disimpegno dell'Italia dall'Albania. Il processo ai dimostranti di Pesaro si svolse presso il Tribunale di Urbino. L'on. avv. Giuseppe Filippini, socialista, deputato di Pesaro, fu uno dei più efficaci difensori degli imputati (così come l'on. Bocconi e l'on. Andreis - l'uno socialista e l'altro repubblicano - furono tra i difensori degli insorti anconetani). Inoltre l'on. Filippini, quale deputato socialista pesarese, svolse alla Camera dei Deputati un ampio intervento per illustrare le vicende pesaresi e per ribadire la volontà di pace dei manifestanti. Va aggiunto che il tribunale di Urbino si rivelò piuttosto magnanimo nelle condanne di vari imputati. (Cfr. Renzo Del Carria, Proletari senza rivoluzione. Storia delle classi subalterne italiane dal 1860 al 1950, Edizioni Oriente, Milano, 1970, vol. 2, p. 93.)] Non tutti i caduti sono martiri - Dopo la guerra, le truppe italiane furono inviate in diverse aree europee, per controllare l’applicazione dei deliberati stabiliti con gli accordi di Versailles. Nel 1920, a Teschen, controllarono il plebiscito che ripartì la regione fra Cecoslovacchia e Polonia. Ad Allenstein e Marienwerder, un altro contingente militare controllò il plebiscito che assegnò quelle province alla Germania. Dal 1918 al 1921, l’esercito italiano fu a Klagenfurt (Austria), per controllare il plebiscito che assegnò quella regione all’Austria. Nel 1921-1922, controllò il


plebiscito che assegnò la città di Sopron all'Ungheria. Più impegnativa, e sanguinosa, fu la missione nell’Alta Slesia (1921-1922), riguardante la ripartizione della regione tra Polonia e Germania. In seguito al risultato del plebiscito del 22 marzo 1921, favorevole alla Germania, il Corpo di spedizione italiano, 1350 uomini, fu attaccato dai partigiani polacchi, i Sokol, che provocarono circa 40 morti e 200 feriti(10). In Patria, il tragico episodio ebbe scarsa eco. In seguito, la spedizione interalleata fu discretamente ricordata da una medaglia commemorativa in bronzo, non ufficiale, coniata a Milano dalla ditta S. Johnson. L’onda lunga della Rivoluzione d’Ottobre - Nel «rosso» dopoguerra, le pretese coloniali – o meglio imperialiste - della borghesia italiana furono congelate da un proletariato che, sull’onda della rivoluzione d’Ottobre, si candidava alla conquista del potere. La presenza italiana Oltremare era limitata alle aride coste della Somalia, dell’Eritrea e della Libia . Al censimento del 1° dicembre 1921, gli italiani residenti in Eritrea erano 3.635 e in Somalia 656; dei 27.495 residenti in Libia circa un migliaio era presente prima della conquista. Parte di questi 31.768 residenti era occupata nell’amministrazione civile e militare; tutti, tranne poche eccezioni, conducevano una vita assai modesta, che sicuramente non attirava i connazionali. Di fronte ai costi di questa meschina situazione coloniale, alcuni esponenti borghesi, come Francesco Saverio Nitti e Meuccio Ruini, auspicavano, se non l’abbandono, il disimpegno. Le prospettive sul futuro delle colonie erano tali da non destare particolari preoccupazioni per il giovane Partito Comunista d’Italia, fondato a Livorno nel gennaio 1921, i cui dirigenti, nel 1911, erano stati in prima fila nelle lotte contro l’aggressione alla Libia. Al Secondo Congresso dell’Internazionale Comunista, giugno-luglio 1920, essi avevano fermamente sottoscritto e sostenuto i cosiddetti «21 punti di Mosca», ossia le Condizioni per l’ammissione all’Internazionale comunista. Nella sua azione pratica, il Partito fu perfettamente coerente con quanto affermava il punto 8: «Per i partiti dei paesi la cui borghesia possiede delle colonie ed opprime altre nazioni è necessario tenere un atteggiamento particolarmente esplicito e chiaro sulla questione delle colonie e dei popoli oppressi. Ogni partito che voglia aderire all’Internazionale Comunista è tenuto a smascherare i trucchi e gli inganni dei "propri" imperialisti nelle colonie, ad appoggiare non solo a parole ma con i fatti ogni movimento di liberazione nelle colonie, ad esigere che i propri imperialisti vengano espulsi da tali colonie, ad instillare nei lavoratori del proprio paese un atteggiamento di autentica fratellanza nei confronti dei lavoratori delle colonie e dei popoli oppressi, e a fare sistematicamente opera d’agitazione tra le truppe del proprio paese perché non collaborino all’oppressione dei popoli coloniali». Per rilanciare l’espansione coloniale, ci volle il fascismo. Ordine interno, aggressioni esterne - Nel 1922, il fascismo restaurò l’ordine borghese e, grazie alla pax fascista, fu possibile la riconquista della Libia, dove nel periodo della guerra mondiale, la presenza italiana si era ridotta ad alcune località della costa. La riconquista richiese tuttavia un decennio: dal 1922 al 1932. Tre anni di tregua e poi prese piede la seconda grande aggressione all’Africa: la guerra d’Etiopia, nel 1935. Con la guerra di Etiopia, il fascismo toccò l’apice del consenso, conquistando le opposizioni moderate, da Benedetto Croce ad Arturo Labriola(11). Malgrado la massiccia e capillare mobilitazione per costruire il consenso, ci furono segni di malcontento, se non di larvata opposizione(12). Sul piano militare, la guerra d’Etiopia richiese un enorme impiego di risorse materiali e umane, le cui conseguenze si videro nel susseguente massiccio intervento in Spagna, dove si verificarono le prime crepe, per esempio, nel marzo 1937, con la sconfitta di Guadalajara, inflitta dalle Brigate internazionali.


In quei frangenti, la voce dei partiti «proletari» fu estremamente flebile. All’inizio dell’aggressione, il Partito Comunista Italiano (PCI) prospettava, se non una nuova Adua, un lunga e difficile campagna militare, con conseguenti ripercussioni interne, che avrebbero aperto possibilità di intervento politico ai «comunisti» [stalinisti](13). Una valutazione in parte simile, riguardo le difficoltà della guerra, fu avanzata dalla Sinistra comunista «italiana» (il gruppo di «Bilan»). Essa, però, metteva in luce come l’aggressione all’Etiopia avvenisse con la complicità di tutte le potenze imperialiste, Inghilterra compresa. In quanto, l’occupazione italiana avrebbe favorito la diffusione del modo di produzione capitalistico in quell’area, con vantaggio per tutti. L’unico aiuto al popolo etiopico lo avrebbe potuto dare il proletariato italiano, abbattendo il fascismo e lottando contro il capitalismo(14). Sul piano politico, ebbe minimo riscontro la propaganda del PCI, svolta da Velio Spano tra le truppe(15). La mancanza di risposte dal «fronte interno» indusse il PCI all’espediente di inviare propri militanti a sostegno della guerriglia etiopica. Iniziativa che, per quanto possa apparire generosa, rivelava non solo la debolezza della sua presenza e della sua azione in Italia ma, soprattutto, apriva a una prassi politica di rimozione della lotta, che passava dal «fronte interno» a più lontani lidi. Questa prassi si sarebbe poi imposta, svelando tutta la propria inconsistenza quando la «critica delle armi» cedette il passo alla più blanda «critica degli appelli». Nella guerra combattuta nel 1936 in Etiopia per resistere all’aggressione dell’imperialismo italiano di Mussolini si sono battuti nelle file del Negus contro l’esercito fascista anche 38 «comunisti italiani», fra i quali il livornese Ilio Barontini. [«Nel 1938 l’Internazionale Comunista decise di aiutare la resistenza in Etiopia. Di Vittorio chiamò Barontini e formarono un terzetto con lo spezzino Rolla e il triestino Ukmar. Si chiamavano "i tre apostoli". Barontini era Paulus, Rolla era Petrus e Ukmar Johannes. Avevano il compito di saldare le forze abissine. Malgrado il pugno di ferro di Graziani, l’Etiopia non si era sottomessa. Barontini, Rolla e Uckmar ebbero un lasciapassare del Negus. Organizzarono in Abissinia un forte movimento partigiano e un governo provvisorio di patrioti, diffondendo in due lingue un giornale ebdomadario "La Voce degli Abissini". In seguito il Negus dette a Barontini il titolo di viceimperatore. Ras Destà, rappresentante etiopico alla Società delle Nazioni, lo accompagnò fino a Khartoum. Graziani aveva messo una taglia sulla sua testa, ma lui riuscì a sfuggire, a Khartoum fu accolto da Alexander, dal quale fu poi decorato.» Cfr. www.romacivica.net/anpiroma/antifascismo/biografie] Con la proclamazione dell’Impero, 9 maggio l936, l’opposizione al fascismo toccò il punto più basso. Per superare l’impasse, il PCI ricorse a un altro espediente deteriore, «L’appello ai fascisti», chiedendo la riconciliazione del popolo italiano sulla base del programma fascista del 1919. Questa iniziativa fu abbandonata nel giro di pochi mesi, in seguito al sostegno italiano alla guerra scatenata da Franco contro il governo del Fronte Popolare. Da parte sua, la Sinistra comunista si domandava: Il proletariato italiano è assente? («Bilan», n. 30, aprile-maggio 1936, p 987.) In generale, sul capitolo «africano» la storiografia antifascista è molto scarsa e reticente. Dopo la sconfitta italiana - Con il trattato di pace del 1947, l'Italia venne privata di tutti i suoi possedimenti coloniali. Tuttavia, nel 1950 le Nazioni Unite riconobbero all'Italia l'amministrazione fiduciaria della Somalia fino al 1960, soluzione condivisa dal PCI. Nei difficili anni del dopoguerra, il proletariato italiano aveva altre cose cui pensare, che alle colonie finalmente perdute. Con un vero e proprio salto mortale, il PCI pensò invece di rivendicare il «posto al sole» perduto. Palmiro Togliatti, segretario del PCI, durante le elezioni del 1948


affermò: «Il governo inglese, se proprio vuol dimostrarsi nostro amico, perché invece di cominciare da Trieste, non comincia col dichiarare di essere d'accordo che rimangano all'Italia le sue vecchie colonie?».(16) Il proletariato italiano, come tutto il proletariato mondiale, si trovava allora sottomesso al grande inganno dei contrapposti schieramenti: da una parte il "mondo socialista" e dall’altra il "mondo libero". Subordinazione assolutamente ferrea nelle questioni di politica estera. Bordiga così commentò la posizione del PCI di Togliatti: «Gli stalinisti poi, invece di dire che dandoci le colonie farebbero l'ennesimo rinnegamento di proclamati principii, di altro non si preoccupano che di stabilire che sono gli inglesi e gli americani a rifiutarcele. I giornalisti comunisti-italiani non trovano di meglio che illustrare che la Russia si oppone alla spartizione delle nostre colonie. Già, ma è una spartizione che ne lascerebbe una fetta anche all'Italia, sia pure una fetta «prefascista», quindi a suo tempo conquistata, come hanno conquistato le nostre città della costa: colle caramelle. Gromyko è stato più diritto. Anzitutto vuole che tutte le colonie siano in dieci anni rese indipendenti lasciando dunque l'Italia senza alcuna colonia. Ma in sostanza dice che in Libia e Cirenaica, prefasciste finché volete, ci staranno ottime basi militari atlantiche e quindi anche russe. A questi fini egli sa bene che avendole un'Italia armata dagli atlantici, la Russia è fregata. Giustamente si oppone. La demagogia la lascia ai servitorelli. Allah sia ringraziato». (Amadeo Bordiga, I socialisti e le colonie, «battaglia comunista», n. 15, 13-20 aprile 1949. ) La guerra fredda - Il 2 aprile 1949 l’Italia aderì alla NATO, l’Alleanza Atlantica sotto l’egida USA. Nell’aprile 1949, su spinta dei partiti comunisti filo sovietici, venne fondato il movimento dei Partigiani della pace . Uno degli obiettivi fu la lotta contro la Comunità europea di difesa (CED), progetto militare anti-sovietico che, dopo un esordio incerto, nell’agosto 1954, fu affossato dalla Francia, che doveva leccarsi le ferite della sconfitta di Dien Bien Phu. Nei primi mesi del 1950, di fronte all’adesione al Patto Atlantico del mondo occidentale, uno degli aspetti in cui si concretizzò la lotta per la pace in Europa fu la protesta contro lo sbarco delle armi americane, destinate ai paesi della NATO. In vari porti d'Europa, da Genova ad Amsterdam, da Rotterdam ad Anversa ed Amburgo, i portuali boicottarono lo sbarco delle armi. In Italia, il governo rispose con misure repressive, tra cui il divieto di manifestazione e di tener comizi. Finalmente, nel 1955, l’Italia entrò nell’ONU, superando il veto sovietico. Le guerre di liberazione nazionale - Fu l’Algeria, a metà degli anni Cinquanta, con la battaglia di Algeri (gennaio-settembre1957), a imporre l’attualità delle lotte di liberazione nazionale. Anche in precedenza, c’erano state importanti lotte contro la dominazione coloniale, ma l’atteggiamento di Mosca e dei partiti satelliti era stato quanto mai tiepido, se non gelido. Il 13 ottobre 1946, fu costituita la Quarta Repubblica Francese. I partiti socialista e comunista, al governo, concordano nel voler conservare la struttura coloniale della Francia. Nel corso del 1947, per reprimere l’insurrezione in Madagascar, le truppe francesi massacrano 150.000 malgasci. Il Partito Comunista Francese (PCF) è al governo. Sempre nel 1947, il PCF vota i crediti di guerra per l’intervento in Indocina, quella di Ho-Chi min. Nell’autunno 1958, con le ferite della battaglia di Algeri ancora aperte, il Partito Comunista Francese invitava gli algerini a non ricorrere a metodi di lotta violenti, altrimenti ne avrebbero pagato le conseguenze(17).


Dai grandi crimini d’oltralpe, passiamo alle meschinità nostrane. Nel gennaio del 1947, i «comunisti e i socialisti bianchi» (italiani) della Somalia dichiararono all’assemblea dell’ONU: «Ci dovrebbe essere una differenza di salario tra lavoratori bianchi e lavoratori negri». In quello stesso anno, in Eritrea, i lavoratori «bianchi» percepivano salari 20 volte superiori a quelli degli indigeni.(18) Fino ai primi anni Sessanta, Mosca fu assai cauta e ambigua nel sostegno alle lotte di liberazione nazionale. L’interesse si manifestò quando entrarono direttamente in causa questioni connesse alla sua politica internazionale: la crisi di Cuba (ottobre 1962) e la successiva escalation americana in Vietnam. Questi avvenimenti dettero fiato ai grandi movimenti anti imperialisti a sostegno delle lotte di liberazione nazionale. Nell’Europa occidentale, questi movimenti assunsero presto una connotazione squisitamente anti USA, dal momento che l’ingerenza degli Stati Uniti, dopo un ventennio, cominciava a pesare sui risorgenti imperialismi europei. In altri termini, i partiti socialcomunisti usavano un tardivo sostegno alle lotte di liberazione nazionale, come pretesto per rivendicare un«posto al sole» per gli imperialisti europei. Negli anni Sessanta e Settanta, i social-comunisti e le loro appendici, sorte dai movimenti del Sessantotto, fecero grande sfoggio delle loro iniziative contro l’imperialismo (USA, beninteso), facendo scordare il loro criminale silenzio nel corso degli anni Cinquanta, quando le poche voci che si levarono a sostegno delle lotte di liberazione nazionale in Africa e in Asia, furono quelle delle formazioni della Sinistra comunista . In Italia, un fondamentale contributo fu sviluppato dal Partito Comunista Internazionalista («il programma comunista»), che seguì con grande attenzione quanto stava avvenendo nelle aree coloniali, formulando lucide analisi sulla successiva evoluzione.(19) Dall’imperialismo "straccione" all’imperialismo "umanitario" - La presenza militare italiana sulla scena mondiale, dovette attendere l’inizio degli anni Ottanta. C’erano stati tuttavia due piccoli ma significativi precedenti. Nei primi anni Cinquanta, l’Itala partecipò alla guerra di Corea sotto i simboli della Croce Rossa, realizzando un ospedale da campo con 100 letti, poi 200, gestito però da militari. Si apre il capitolo dell’imperialismo "umanitario". Non più la Croce Rossa, ma l’aviazione militare intervenne nell’ex Congo belga. L’11-12 novembre 1961, a Kindu, persero la vita 13 aviatori italiani della 46a Aerobrigata, che facevano parte di un contingente dell’ONU, inviato per ristabilire l’ordine. Quale ordine? Dal momento che gli aviatori italiani furono condannati a morte da esponenti del legittimo governo di Antoine Gizenga, in base all’accusa di fornire armi ai movimenti secessionisti nel Katanga, foraggiati dall’Union Minière belga? Nel 1982 l’Italia è in Libano. Negli anni Novanta, gli interventi italiani, sotto diverse sigle (ONU, NATO o altro) si infittiscono: Albania, Somalia, Iraq, Bosnia Erzegovina, Kosovo... In questo periodo, entrano in crisi i movimenti anti imperialisti, che avevano contraddistinto la scena politica italiana per oltre un ventennio, dalla prima metà degli anni Sessanta ai primi anni Ottanta. Entrano in crisi proprio quando l’intervento militare italiano inizia a propagarsi, assumendo un ruolo relativamente autonomo nell’ambito delle relazioni imperialiste. I movimenti anti imperialisti mostrano la propria coda di paglia, che cercano di nascondere trasformandosi in movimenti pacifisti. I movimenti pacifisti balzano alla ribalta con la prima aggressione all’Iraq (1991). Il loro andamento è ondivago, in quanto è strettamente connesso all’ambiguità degli interventi militari italiani che, rispettando la vecchia tradizione dei «giri di valzer», oscillano tra filo


atlantismo ed europeismo. Ultimo in ordine di tempo, l’intervento in Libano [2006], offre un’eloquente dimostrazione, mostrando l’unità di intenti delle diverse componenti politiche della borghesia italiana, da Fini a Bertinotti. L’attuale scenario è politicamente grigio, tuttavia anche una piccola lotta economica rappresenta un fattore di «crisi», in quanto scalfisce una struttura capitalistica che è sempre più fragile e che, per difendersi, deve ricorrere a un apparato repressivo militar-politico ormai elefantiaco. [Evviva la «zagaglia barbara» Come previsto, malgrado il cordone sanitario tirato dal governo portoghese, l'Angola mostra di non potersi difendere dall'«infezione» della rivolta negra che, se anche non esistessero sul luogo ragioni sufficienti per alimentarla, filtrerebbe in ogni caso attraverso le frontiere del Congo. Mentre nel 1959 si tacque delle violente sommosse nella Guinea portoghese, e nel 1960 di quelle nella stessa Angola, ora la stampa europea passa all'offensiva denunziando gli «eccidi» perpetrati da negri delle colonie portoghesi a danno dei coloni bianchi. È probabile che, passata almeno per il momento la grande paura congolese, si batterà con ardore il tam-tam sulle «atrocità» delle popolazioni di colore anche nel felice possedimento di Lisbona, e si griderà allo scandalo. Non è atroce, per la stampa benpensante, lo sfruttamento a cui notoriamente sono sottoposti i negri nella colonia africana del sud-ovest: è atroce che negri vi si ribellino! Uno scrittore americano tutt'altro che rivoluzionario e nemmeno radicale come Stewart G. Easton può scrivere nel suo Twilight of European Colonialism (1960): «Sembra evidente che la tradizione del traffico degli schiavi abbia finito per determinare certe attitudini portoghesi verso gli indigeni in Africa, che persistono malgrado i cambiamenti avvenuti nel modo di comportarsi del resto del mondo»; per esempio, se un negro non accetta «volontariamente» di lavorare presso un colono bianco delle grandi piantagioni per almeno un semestre all'anno (quanto al «volontariamente», basti ricordare che, se un negro non lavora a salario fuori del suo piccolo lotto di terra, non potrà mai pagare le imposte sulla capanna e sul focolare domestico), l'amministrazione coloniale può costringerlo di autorità a farlo: che i contratti «volontari» per sei mesi implicano tutta una serie di clausole disciplinari, elencate nel passaporto interno che ogni uomo «di colore» deve avere con sé, la cui violazione autorizza il padrone a chiedere alla polizia di «punire» il colpevole con misure che vanno dalla pena corporale (consistente, scrive l'Easton, nel «battere sulla mano con uno strumento noto come la palmatoria, una specie di ping-pong perforato che produce dolorose vesciche») al lavoro correzionale e alla deportazione nelle piantagioni di cacao di Sao Tomé o di Principe; che, non essendo sufficienti le imposte a «educare l'africano ad assolvere i suoi obblighi verso la società», il governo può – a parte il lavoro obbligatorio semestrale su una tenuta bianca – «costringerlo a lavorare per la costruzione di strade ed altri compiti socialmente utili e, in genere.... per l'esecuzione di progetti di cui egli beneficerà, sebbene non gli sia permesso di dire la sua parola circa la possibilità che questo lavoro benefici veramente lui o soltanto le imprese private europee che si servono delle facilitazioni così fornite loro», tanto che, «notoriamente, nell'Angola come nel Mozambico, qualunque impresa abbia bisogno di una forza-lavoro di una certa entità può ottenerla in qualunque momento attraverso gli agenti di reclutamento governativi». Un esempio (citiamo sempre l'Easton, riservandoci di fornire dati più completi e meno blandi in seguito): «Nel Mozambico settentrionale... si è sviluppato un sistema che può solo definirsi servitù. In quest'area l'indigeno è costretto a coltivare cotone con perdite rovinose per lui, giacché gli si fornisce il seme e lo si obbliga a coltivare il cotone su un pezzo di terra che prima dava di che vivere a lui e alla sua famiglia. Infatti, di regola, non gli si concede un pezzo supplementare di terra e, in ogni caso, egli e la sua famiglia non sono in grado di coltivare il cotone richiesto e riservarsi poi il tempo sufficiente per i prodotti necessari al proprio sostentamento... I concessionari che forniscono il seme non erogano salari; tutto quello che possono perdere è il


seme, che vale poco, e, senza correre nessun rischio, possono rivendere il cotone (da loro acquistato a prezzo vile presso i coltivatori indigeni) a manifatturieri tessili portoghesi». Non basta: oltre ad essere obbligati ad assumere impiego come manovali in aziende private per sei mesi e pubbliche o protette dalle autorità pubbliche in qualunque periodo, i negri delle colonie portoghesi possono essere «forniti» alle vicine miniere del Sud-Africa in contingenti fissi e, «se non si offrono volontariamente per un lavoro a contratto, come è loro obbligo cristiano, è manifestamente doveroso per le autorità portoghesi provvedere a che lo facciano». Quest'ultima forma di lavoro «comandato» è particolarmente vantaggioso (spiega l'Easton) per la potenza coloniale: infatti, il contratto col Sud-Africa prevede che i negri dell'Angola o del Mozambico vengano forniti come «manodopera docile e laboriosa» in cambio dell'impegno della potenza estera di esportare una quota fissa delle loro merci attraverso il porto di Lorenzo Marques o (se si tratta di inviarli nelle miniere della Rhodesia) attraverso quello di Beira; inoltre, per ogni lavoratore reclutato il governo sudafricano o rhodesiano paga alla colonia portoghese una certa somma di ingaggio, e infine, per agevolare lo «scambio» di carne umana, è disposto a costruire o finanziare tronchi stradali e ferroviari di cui il Portogallo potrà servirsi sia per i suoi traffici mercantili, sia per i suoi compiti di «paterna» tutela poliziesca della plebaglia negra che il buon Dio gli ha affidato perché la educhi, civilizzi e cristianizzi. Inutile dire che, anche qui, gli africani devono accettare qualunque salario gli si offra, e lo accettano «volontariamente» perché è sempre un salario superiore a quello che otterrebbero nell'Angola o nel Mozambico. Tutto questo (e diamo solo alcuni fra i mille particolari ignobili della ignobile, ma cristianissima, attività colonizzatrice portoghese) non è atroce; oh, dio guardi! Ma è atroce che, un bel giorno, i negri si rivoltino e ci scappi il solito cadavere bianco. Allora si grida all'orrore, alla selvaggia brutalità indigena, alla civiltà occidentale minacciata, alla verginità di candide fanciulle violata, ai sacrifici dei coloni distrutti, alla «zagaglia barbara» e via discorrendo. È vero che ogni tanto un vescovo (come quello di Beira) è costretto a prendere la parola per dichiarare che sistemi come quelli in uso nelle felici colonie del Portogallo «solo difficilmente possono giustificarsi alla luce della sociologia cristiana», che il sistema del lavoro forzato interno ed estero distrugge quei vincoli familiari ai quali i portoghesi pretendono di «educare» o «rieducare» gli indigeni: ma sono parole fatte apposta per attenuare le punte estreme del contrasto, parole da «riformatori illuminati» ansiosi di mutare la forma per mantenere la sostanza. E la realtà rimane, questa sì, atroce. Ma è una realtà «di colore»: tutto sommato... giustificabile. E guai a ribellarvisi! Comunque, anche se i negri «portoghesi» non si muovessero di propria iniziativa, è inevitabile che sentano la pressione dei ribelli sul confine del Congo, e ci auguriamo che la stessa «esportazione della rivolta», dilagando in Rhodesia e nell'Africa del Sud, butti infine all'aria il sanguinario regno degli aguzzini dell'apartheid, e d'altri non diversi insetti. Sarà la migliore accoglienza al reduce Verwoerd. («il programma comunista», a. X, n. 6, 24 marzo 1961).] Note: (1) [Amadeo Bordiga], I socialisti e le colonie, «Battaglia comunista», n. 15, 13-20 aprile 1949. (2) Cfr. La repubblica democratica di Somalia (1960-1969). Sovvenzioni e banane: gli scandali, in: www3.autistici.org/orizzontillimitati//somalia/3; vedi anche il simpatico articolo di Maurizio Maggiani, Appunti dal Paese del banana, «Il Secolo XIX», 21 novembre 2004. (3) Cfr. Angelo Del Boca, Gli Italiani in Africa Orientale. Dall’Unità alla Marcia su Roma, Mondadori, 1992. «Le reazioni in Italia», pp. 245-251. (4) Intervento di Andrea Costa alla Camera dei Deputati, 3 febbraio 1887, ora in «Comunismo», n. 58, luglio 2005, p. 55. (5) Cfr. Angelo Del Boca, cit., Utopie e incertezze dei socialisti, pp. 457. (6) Antimilitarismo e movimento operaio in Italia, «Il Partito Comunista», n. 298, maggiogiugno 2003. Cfr. Angelo Del Boca, cit., «Le Reazioni in Italia e la caduta di Crispi», p. 701; «L’odissea dei prigionieri», p. 719.


(7) Laura De Marco, Il soldato che disse no alla guerra. Storia dell'anarchico Augusto Masetti (1888 - 1966), Edizioni Spartaco, 2003. (8) [Amadeo Bordiga], I socialisti e le colonie, cit. (9) Louis Fischer, I sovieti nella politica mondiale 1917-1929, Vallecchi Editore, Firenze, 1957, vol. 1, p. 244. (10) Ernst Von Salomon, I proscritti, a cura di Marco Revelli, Baldini Castoldi Dalai, Milano, 2001, p. 483. (11) Cfr. Angelo Del Boca, Gli Italiani in Africa Orientale. La conquista dell’Impero, Mondadori, 1992, «Il consenso popolare», p. 334. (12) Cfr. Paolo Spriano, Storia del Partito comunista italiano, Einaudi, Torino, 1967, vol. III, p. 45. (13) Cfr. Rapporto di Grieco al Comitato centrale del PCd’I dell'ottobre-novembre 1935, ora in: Giuliano Procacci, Le Internazionali e l’aggressione fascista all’Etiopia, Annali 1977, Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, Milano, 1977, p. 139. Antonio Pesenti, L’avventura d’Etiopia, in AA. VV., Fascismo e antifascismo. Lezioni e testimonianze, Feltrinelli, Milano, 1962, p. 374. (14) Articoli di «Bilan»: Gatto Mammone, L’impérialisme italien à la conquete de l’Abyssinie, n. 20, giugno-luglio 1935, p. 662. [Editoriale], L’Italie en Abissynie, n. 22, agosto-settembre 1935, p. 727. Gatto Mammone, Le déroulement de l’aventure africaine, n. 24, ottobre-novembre 1935, p. 804. [Editoriale], Un mois après l’application des sanctions, n. 25, novembre-dicembre 1935, p. 821. La victoire de l’impérialisme Italien ouvre-t-elle un nouveau course de la révolution mondiale?, n. 31, maggio-giugno 1936, p. 1021. Gatto Mammone, Après la conquête de l’Ethiopie, n. 46, dicembre 1937-gennaio 1938, p. 1472. (15) Cfr. Angelo Del Boca, Gli Italiani in Africa Orientale. La conquista dell’Impero, cit., p. 358. (16) Palmiro Togliatti, «L'Unità», 26 marzo 1948, ora in: Angelo Del Boca, Gli Italiani in Africa Orientale. Nostalgia delle colonie, Mondadori, 1992, p. 36-37. (17) Thorez ha gettato la maschera, «il programma comunista», a. VII, n. 19, 22 ottobre – 3 novembre 1958. (18) Hosea Jaffe, Africa. Movimenti e lotte di liberazione, Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 1978, pp. 263 e 265. (19) Cfr., in particolare: [Amadeo Bordiga], Le lotte di classi e di Stati nel mondo dei popoli non bianchi, storico campo vitale per la critica rivoluzionaria marxista, «il programma comunista», a. VII, n. 3, 11-25 febbraio 1958. Il testo è stato poi ripubblicato più volte. Fin dai primi numeri del 1952, «il programma comunista» offre una ricca documentazione, su quanto avveniva in molti paesi africani che si stavano liberando dal giogo coloniale inglese e francese. Bibliografia - Vladimir Ili’c Lenin, Sul movimento operaio italiano, Introduzione di Paolo Spriano, Editori Riuniti, Roma, 1970. - Amadeo Bordiga. Scritti 1911-1926. Dalla guerra di Libia al Congresso socialista di Ancona 1911-1914, a cura di Luigi Gerosa, Graphos, Genova, 1996. - Giovanni Gozzini, Alle origini del comunismo italiano. Storia della Federazione giovanile socialista (1907-1921), Dedalo Libri, Bari, 1979. - Renzo Del Carria, Proletari senza rivoluzione. Storia delle classi subalterne italiane dal 1860 al 1950, Edizioni Oriente, Milano, 1970 (due volumi). - Angelo Del Boca, Gli Italiani in Africa Orientale. Dall’Unità alla Marcia su Roma, Mondadori, 1992. - Angelo Del Boca, Gli Italiani in Africa Orientale. La conquista dell’Impero, Mondadori, 1992. - Angelo Del Boca, Gli Italiani in Africa Orientale. Nostalgia delle colonie, Mondadori, 1992. - Angelo Del Boca, Gli Italiani in Libia. Tripoli bel suol d’amore. 1860-1922, Mondadori, 1993. (d.e.)


Le guerre dell'imperialismo italiano