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La crisi permanente L’interpretazione di Henryk Grossmann della teoria marxiana dell’accumulazione capitalistica Da International Council Correspondence, n. 2, novembre 1934, pubblicato da United Workers Party, 1604 N. California Ave., Chicago Illinois; ora riprodotto in copia anastatica in New Essays. A Quarterly Devoted to the Study of Modern Society, vol. I, 1934-1935, Greenwood Reprint Corporation, Westport, Connecticut 1970, pp. 1-20 I. Introduzione Secondo Marx, lo sviluppo delle forze produttive sociali è anche il motore dello sviluppo storico, perché attraverso l’acquisizione di nuove forze produttive gli uomini cambiano il modo di produzione e cambiando quest’ultimo, il modo cioè di procacciarsi da vivere, mutano anche tutto il complesso dei rapporti sociali. La sostituzione del filatoio e del telaio a mano da parte della filanda e del telaio automatici, così come quella della mazza del fabbro ferraio da parte del martello a vapore segnarono non soltanto la fine delle piccole botteghe individuali artigiane, cui subentrarono grandi impianti industriali con migliaia di lavoratori, ma anche il passaggio definitivo dalla società feudale a quella capitalistica. Si trattò quindi non di una mera rivoluzione materiale, ma di una vera e propria rivoluzione culturale. Come sistema economico, il capitalismo aveva la missione storica di portare le forze produttive della società ad un grado di sviluppo mai conosciuto dai precedenti sistemi. Nel capitalismo la forza motrice dello sviluppo delle forze produttive è la caccia al profitto, ma è proprio per questo motivo che questo processo di sviluppo può andare avanti soltanto finché esso è in grado di procurare questo profitto: non appena tale sviluppo entra in conflitto con l’assoluta necessità del profitto, il capitale diviene un ostacolo all’ulteriore sviluppo delle forze produttive. Il monopolio del capitale diventa un vincolo del modo di produzione, che è sbocciato insieme ad esso e sotto di esso. La centralizzazione dei mezzi di produzione e la socializzazione del lavoro raggiungono un punto in cui diventano incompatibili col loro involucro capitalistico. (1) Marx considera le leggi della dinamica economica sempre da due punti di vista: da un lato come “un processo di storia naturale” e dall’altro nella loro specifica forma sociale. Lo sviluppo delle forze produttive come processo consistente nel continuo incremento della produttività del lavoro dovuto al miglioramento degli strumenti e dei metodi lavorativi è una caratteristica di tutti i sistemi sociali; la peculiarità del capitalismo consiste nel fatto che in esso il processo produttivo, oltre a produrre i necessari mezzi di sussistenza, produce anche valore e plusvalore, ed è proprio grazie a ciò che il capitalismo è stato capace di accelerare in un modo senza precedenti lo sviluppo delle forze produttive. Le forze produttive non consistono soltanto nelle macchine, nelle materie prime e nella forza-lavoro: anche il capitale fa parte integrante di esse e lo sviluppo dei mezzi di produzione significa espansione della produzione e riproduzione del capitale, e ciò è possibile solo quando il processo produttivo del capitale ha come suo risultato finale il plusvalore o profitto. Dall’analisi del processo di produzione del plusvalore, Marx ricava la tendenza all’insorgere di un conflitto tra le forze produttive materiali ed il loro involucro capitalistico. Quando dalla produzione risulta un plusvalore insufficiente a rendere proficuo l’“impiego” del capitale, diventa impossibile portare avanti lo sviluppo delle forze produttive: le forme capitalistiche devono dissolversi per cedere il posto ad un sistema economico e sociale superiore. Nel sistema capitalistico il lavoro salariato è necessario per la produzione di plusvalore. Acquistando la forza-lavoro, il capitalista acquista il diritto di usarla a suo beneficio; col suo lavoro


l’operaio è in grado di produrre un valore maggiore di quello che consuma, egli produce cioè più valore di quanto non gliene paghi il capitalista in forma di salario. Dal momento che il capitalista acquista la forza-lavoro al suo valore di scambio ed ha il pieno controllo del suo valore d’uso, il risultato di questo processo è la creazione del plusvalore, che è il fondo da cui il capitalista preleva i mezzi per il capitale addizionale, per l’accumulazione, per pagare gli interessi al banchiere e la rendita al proprietario fondiario, e per far realizzare al mercante il suo profitto commerciale, trattenendo il resto per il consumo personale. Tutte le merci hanno in comune la proprietà di essere prodotti del lavoro, e vengono misurate e scambiate in proporzione al tempo di lavoro socialmente necessario in esse incorporato; ciò vale anche per la merce forza-lavoro. Lo sviluppo delle forze produttive significa incremento della produttività del lavoro che, a sua volta, equivale ad una diminuzione del lavoro incorporato in ogni singola merce, quindi a meno valore e, di conseguenza, a meno plusvalore. Questa diminuzione del valore della singola merce può essere compensata soltanto con l’incremento della quantità di merci prodotte, vale a dire con l’incremento dello sfruttamento del lavoro. L’incremento dello sfruttamento del lavoro è risultato o del prolungamento della giornata lavorativa (“plusvalore assoluto”) oppure della riduzione del tempo di lavoro necessario per la riproduzione dei salari degli operai (“plusvalore relativo”). Il secondo e più frequente – data la relativa rigidità della giornata lavorativa – strumento di incremento della produttività del lavoro implica una diminuzione del valore della forza-lavoro ottenuta grazie ad un deprezzamento delle merci che può però, a sua volta, essere solo il risultato di un’accresciuta produttività. Questo processo è, nello stesso tempo, un potente acceleratore che spinge lo sviluppo tecnologico ad un ritmo crescente verso la produzione di massa e la costruzione di macchine sempre più complesse e costose concentrate in grandiosi impianti industriali; esso segna quindi la graduale scomparsa dei singoli capitalisti minori a favore dei grandi capitalisti e delle grandi “corporazioni”. Dal momento che il lavoro salariato è la fonte del suo profitto, il capitalista dovrebbe avere interesse a sfruttare il numero maggiore possibile di operai, in base al ragionamento: quanti più operai si sfruttano, tanto più grande è il plusvalore estratto e, quindi, tanto maggiore è il profitto. Ciononostante è un dato di fatto che dall’inizio dell’epoca capitalistica vera e propria il numero degli operai occupati è, in rapporto al capitale investito, costantemente diminuito, e persino nel periodo in cui il loro numero è cresciuto in assoluto, tale crescita è sempre avvenuta ad un ritmo molto più lento rispetto a quello dell’accumulazione del capitale. Attualmente il numero degli operai occupati è sceso non solo relativamente, ma addirittura anche in assoluto. (Dal 1918 l’industria americana ha registrato un continuo regresso del numero degli occupati contemporaneamente ad un costante incremento della produzione fino al 1929). L’incremento della produttività accompagnato dal processo di concentrazione del capitale dà luogo alla produzione di una massa crescente di merci da parte di un numero sempre più ristretto di operai, e l’incremento della produzione viene così ad implicare un incremento della disoccupazione. Questo fatto, di fronte all’urgente bisogno capitalistico di intensificare lo sfruttamento, indica i limiti contro cui la produzione capitalistica si viene a scontrare tanto prima quanto più alta è l’intensificazione dello sfruttamento. Poiché le medesime circostanze che hanno accresciuto la forza produttiva del lavoro, aumentato la massa dei prodotti, ampliato i mercati, accelerato l’accumulazione di capitale come massa e come valore, e diminuito il saggio del profitto, hanno creato una sovrappopolazione relativa e creano continuamente una sovrappopolazione di operai, che non possono venire assorbiti dal capitale in eccesso, perché il grado di sfruttamento del lavoro che solo consentirebbe il loro impiego non è abbastanza elevato, od almeno perché il saggio del profitto che essi produrrebbero a questo determinato grado di sfruttamento è troppo basso. (2) La legge del valore è, secondo Marx, il regolatore della produzione di merci e determina la proporzione in cui viene distribuito il lavoro sociale; ma ciò vale non per le singole unità capitalistiche, bensì solo per la società nel suo complesso. In realtà la legge del valore è imposta soltanto attraverso la concorrenza delle singole imprese, e lo scambio concreto delle merci non ha luogo sulla base della legge del valore, bensì su quella del prezzo di produzione. Se un capitalista vende le merci al di sopra del loro valore, ciò significa che un altro le vende al di sotto del loro


valore. È quindi la concorrenza che ha stabilito, dando luogo alla fissazione del saggio medio di profitto, la legge del valore come legge finale e generale che costituisce in ultima istanza la base della somma totale di tutte le transazioni individuali al prezzo di produzione. Senza di essa, il saggio del profitto differirebbe da un settore all’altro di produzione a seconda del saggio di plusvalore, del periodo di rotazione e della composizione organica del capitale. Maggiore è il saggio del plusvalore, più alto è il saggio del profitto. […] Quanto più rapido è il movimento di rotazione del capitale – quanto prima, cioè, il capitalista recupera il capitale anticipato con l’aggiunta del plusvalore – tanto più alto è il saggio del profitto, e viceversa. Chiamiamo composizione organica del capitale il rapporto tra i mezzi di produzione e la forza lavoro, espressi nella forma-valore come capitale costante e capitale variabile. Quanto più alta è la composizione organica, tanto più basso sarà il saggio del profitto. Cadendo costantemente, a causa dell’aumento della composizione organica del capitale, non solo il saggio di profitto dei singoli capitali ma anche il saggio medio del profitto, i piccoli capitali che non sono in grado di ampliarsi in maniera sufficiente sono destinati ad essere spazzati via, perché l’esistenza del capitalista dipende dalla sua capacità di accrescere continuamente il suo capitale abbassando contemporaneamente i costi di produzione al di sotto della media, e sforzandosi di procacciarsi un extra-profitto producendo e vendendo i suoi prodotti al di sopra del loro valore individuale ma al di sotto del loro valore sociale. Ogni capitalista ha di necessità lo stesso desiderio, e così ogni capitalista deve accumulare. Se egli cessa di reinvestire una parte del suo plusvalore nella sua azienda, corre il rischio di vedere il proprio capitale completamente svalorizzato perché ormai tecnologicamente obsoleto di fronte al generale sviluppo delle forze produttive. Ciò dà luogo ad un ulteriore aumento della composizione organica e, di conseguenza, ad un ulteriore abbassamento del saggio del profitto che, a sua volta, spinge il capitalista ad una caccia sempre più affannosa agli extra-profitti. Il risultato di tutto questo processo è una vigorosa accelerazione del ritmo di sviluppo. Per capire l’azione della legge del valore e dell’accumulazione dobbiamo in un primo momento prescindere da questi singoli moti fenomenici e considerare l’accumulazione dal punto di vista del capitale totale, a livello del quale valori e prezzi complessivi sono identici. Il fattore più importante di questa indagine sono la composizione del capitale e le variazioni che essa subisce nel corso del processo di accumulazione. (3) Nel modo di produzione capitalistico, ed esclusivamente in esso, lo sviluppo delle forze produttive non si esprime soltanto in una crescita dei mezzi di produzione tale da permettere il raggiungimento dei massimi risultati col minimo di lavoro (come avviene in tutti i sistemi economici) bensì anche in un aumento della composizione organica del capitale, vale a dire nella crescita del capitale costante e nella diminuzione del capitale variabile, con una conseguente caduta del saggio del profitto. Caduta del saggio del profitto ed acceleramento della accumulazione sono semplicemente diverse espressioni di uno stesso processo, ambedue esprimendo lo sviluppo della forza produttiva. L’accumulazione accelera la caduta del saggio del profitto, in quanto determina la concentrazione del lavoro su ampia scala e di conseguenza una composizione superiore del capitale. (4) La caduta del saggio del profitto è accompagnata nello stesso tempo da un incremento della massa del profitto finché l’accumulazione del capitale procede più rapidamente di quanto non faccia la caduta del saggio del profitto; sia la caduta del saggio del profitto che l’aumento della massa del profitto sono quindi conseguenze dell’accumulazione capitalistica. Nello stesso tempo, però, la diminuzione del saggio del profitto agisce come indice della caduta relativa della massa del profitto, e quando l’accumulazione del capitale raggiunge un determinato livello, la massa del profitto decresce non più soltanto relativamente al capitale totale investito, ma anche in assoluto: da un capitale sociale maggiore si trarrà cioè un profitto minore in assoluto. Ma questo livello viene raggiunto solo alla fine di un determinato ciclo di accumulazione, e fino a quel momento lo stesso sviluppo della produttività sociale del lavoro si esprime quindi, nel progresso del modo capitalistico di produzione, da un lato in una tendenza alla diminuzione progressiva del saggio del profitto, e dall’altro in un incremento costante della massa assoluta del plusvalore acquisito o del profitto; di


modo che alla relativa diminuzione del capitale variabile e del profitto corrisponda, nel complesso, un aumento di entrambi. (5) Questa è l’espressione caratteristica del progressivo sviluppo della forza produttiva del lavoro nell’ambito del modo di produzione capitalistico. II. Accumulazione e crisi La caduta del saggio del profitto è stata fino ad oggi la fonte della massima costernazione e preoccupazione da parte degli economisti borghesi. Per Marx la caduta del saggio del profitto genera una legge che, ad un dato momento, si oppone inconciliabilmente al suo [della forza produttiva del lavoro – NdT] ulteriore sviluppo e che deve quindi di continuo essere superata per mezzo di crisi. (6) L’accumulazione si identifica con l’aumento della composizione organica del capitale, ed essa procede di pari passo con la caduta del saggio del profitto. Con una composizione organica (1:1) in cui si suppongano pari a 30 il capitale costante ed il capitale variabile, e con un saggio di sfruttamento del 100%, il saggio del profitto sarà pari al 50%. Con una composizione organica (5:1) in cui il capitale costante ed il capitale variabile si suppongano rispettivamente pari a 250 e a 50 e con lo stesso saggio di sfruttamento, il saggio del profitto sarà del 16,6%. (Come si è detto prima il saggio di plusvalore – qui del 100% – è determinato dal rapporto tra il tempo di lavoro necessario e il pluslavoro. Ma il saggio del profitto è dato dal rapporto tra plusvalore e capitale totale, cioè capitale costante e capitale variabile). Negli esempi qui dati siamo in presenza di un incremento sia del capitale costante che del capitale variabile; ciò significa che non solo è allargata la scala di produzione, ma anche che è cresciuto il numero degli operai. L’aumento della composizione organica (da 1: 1 fino a 5:1) è sia una causa che un’espressione dell’accresciuta produttività del lavoro cui deve corrispondere anche un incremento del saggio del plusvalore. Noi abbiamo preso le mosse da un saggio di plusvalore del 100%, ma l’incremento della produttività accorcia il tempo di lavoro necessario ed eleva così il saggio di plusvalore: questo è un tipico esempio di controtendenza nei confronti della caduta del saggio del profitto. Se, infatti, il saggio del plusvalore aumenta, passando dal 100% al 300%, anche un’alta composizione organica del capitale (5:1) è in grado di rendere lo stesso saggio del profitto di una bassa composizione organica (1:1) con un saggio di plusvalore del 100%. Oltre a ciò, attraverso l’incremento della produttività del lavoro, entrano in gioco anche altri agenti che contribuiscono ad elevare il saggio del plusvalore compensando così ulteriormente la caduta del saggio del profitto; senza soffermarci ora su questo punto, ci limitiamo a sottolineare l’importanza del ruolo giocato dall’aumento della massa del profitto che, procedendo di pari passo con la caduta del saggio del profitto, serve a neutralizzare, almeno in un primo momento, i pericoli in essa impliciti, anche se, in quanto crescita del capitale, implica a sua volta un’ulteriore caduta del saggio del profitto. […] Dal momento che all’inizio la caduta del saggio del profitto è accompagnata da un incremento della massa del profitto, non è facile dedurre dalla prima la necessità del crollo del capitalismo e comprenderne il rapporto con le crisi periodiche. Tutti i tentativi finora compiuti per fornire una adeguata spiegazione di questo nesso sono falliti per il fatto di essersi riferiti – e limitati – alla sola analisi della caduta del saggio del profitto. Henryk Grossmann fu il primo a rilevare che le crisi ed il crollo finale devono essere spiegati non solo attraverso la caduta del saggio del profitto, e cioè del mero indice del profitto, bensì anche attraverso la massa reale di profitto che ne costituisce la base. Secondo Marx l’accumulazione capitalistica è determinata non solo dal saggio del profitto, ma anche dalla massa di profitto. In altre parole, ciò significa che anche se il plusvalore può crescere in assoluto, questa crescita sarà sempre insufficiente relativamente ai bisogni dell’accumulazione, poiché l’aumento della composizione organica fagocita costantemente una parte sempre crescente di plusvalore. L’accumulazione di capitale ha dato luogo ad una serie di grandi booms intercalati da crisi periodiche di un’intensità direttamente proporzionale all’aumento del saggio di accumulazione. Il


processo capitalistico di riproduzione si ripete di continuo, ma non nella forma di un circolo, bensì di una spirale che va restringendosi verso un punto: la produzione di valori deve portare, proprio per le contraddizioni ad essa inerenti, alla sua propria negazione; ma solo l’accumulazione di queste contraddizioni può trasformare queste ultime in qualcosa di qualitativamente differente: nella rivoluzione. Le stesse leggi che avevano in un primo momento costituito la forza motrice del rapido sviluppo del capitalismo, diventano ora la forza che conduce al crollo capitalistico. Ma questo crollo non è il risultato di un processo discendente uniforme e lineare, poiché alla legge astratta dell’accumulazione capitalistica vengono apportate continue modifiche dalla concreta realtà capitalistica che interviene a modificare e a deviare questo processo. Marx non elaborò una speciale teoria della crisi, ma la sua analisi delle leggi della riproduzione capitalistica, o accumulazione, era anche una teoria della crisi. […] Perché sia possibile l’accumulazione, il plusvalore deve venir diviso in tre parti; una parte da investire in capitale costante addizionale, una in capitale variabile addizionale, e l’ultima da riservare al consumo personale dei capitalisti. Nel periodo di ascesa del capitalismo il capitale variabile cresce come il capitale costante, anche se più lentamente. […] Ma proprio le stesse forze che hanno reso possibile lo sviluppo impetuoso del capitalismo portano, ad un certo punto dell’accumulazione, alla sovraccumulazione, causata da una crescita in progressione geometrica del tasso di accumulazione cui non corrisponde una proporzionale crescita del saggio del profitto. Le conseguenze di ciò sono […]: un surplus di capitale incapace di trovare un “impiego” fruttuoso nel senso capitalistico del termine, incapace cioè di procurare un profitto sufficiente, ed una sovrappopolazione che non è in grado di essere impiegata (7). Come la crescente “utilizzazione” o “impiego” del capitale è la causa principale dell’accumulazione capitalistica, così l’insufficiente “impiego” del capitale è la causa della crisi. La formulazione della teoria della sovraccumulazione cui facciamo riferimento è quella fornita da Henryk Grossmann, il quale intendeva operare con essa una pura e semplice ricostruzione della teoria marxiana dell’accumulazione, che non è in sé altro che la teoria delle crisi e del crollo. Secondo Grossmann, perché abbia luogo l’accumulazione è necessario un costante incremento della composizione organica del capitale che implica la destinazione di una parte sempre crescente di plusvalore al capitale costante addizionale (Ca). Finché la massa assoluta del capitale sociale complessivo a bassa composizione organica ha dimensioni limitate, ad essa corrisponde un plusvalore relativamente elevato; il che conduce ad un rapido incremento dell’accumulazione. In presenza, ad esempio, di una composizione organica uguale a 100 C /- 100 V /- 100 P (plusvalore), il capitale costante può (assumendo che il plusvalore totale venga destinato all’accumulazione) venir aumentato del 50% rispetto alle sue dimensioni originarie. Ma in uno stadio più elevato di accumulazione del capitale, in presenza di una composizione organica notevolmente superiore, uguale – supponiamo – a 14,900 C /- 100 V /- 150 P, l’accresciuta massa di plusvalore è appena sufficiente, se usata come capitale addizionale (Ca), a permettere un incremento dell’1%. Continuando l’accumulazione sulla base di una composizione organica sempre più alta, si deve raggiungere un punto in cui essa cessa del tutto, perché neanche un singolo frammento di capitale può più essere usato per l’espansione della produzione. Una proporzione minima definita deve per necessità crescere continuamente con la progressiva accumulazione del capitale; perciò, fin dai primi inizi dell’accumulazione del capitale, una parte non solo assolutamente ma anche relativamente crescente della massa di plusvalore deve essere destinata all’accumulazione. Ad un livello elevato di accumulazione, in cui il capitale sociale complessivo è di enormi dimensioni, la parte di plusvalore da destinare necessariamente al capitale costante addizionale (Ca) deve diventare così grande da assorbire infine tutto il plusvalore. Si deve arrivare ad un punto in cui le parti di plusvalore da destinare ai salari di operai addizionali e al consumo dei capitalisti (Va e R) devono decrescere assolutamente. Questa sarebbe la svolta decisiva a cominciare dalla quale si renderebbe avvertibile l’azione della tendenza al crollo in precedenza solo latente. A questo punto non ci sarebbero più le condizioni necessarie per il progresso dell’accumulazione, poiché la massa di plusvalore, benché cresciuta in assoluto, non sarebbe più in grado di espletare le sue tre funzioni: prelevando dal plusvalore la quantità necessaria per il capitale costante addizionale (Ca), il


rimanente non sarebbe più sufficiente a coprire i normali consumi degli operai e degli impiegati. Diverrebbe così inevitabile una lotta esasperata tra la classe operaia e gli impiegati intorno alla spartizione del reddito. Se, invece, i capitalisti venissero costretti dalla pressione esercitata dagli operai a mantenere il livello normale dei salari diminuendo la quota destinata all’accumulazione (Ca), il ritmo di accumulazione rallenterebbe a tal punto da non permettere più le innovazioni e l’ampliamento dell’apparato produttivo necessari per fargli tenere il passo col progresso tecnologico. In tali condizioni anche un ulteriore progresso dell’accumulazione non farebbe che accrescere le difficoltà, data la rigidità relativa del tasso di accrescimento della massa di plusvalore estraibile da un tot dato di forza-lavoro (di popolazione). Il plusvalore prodotto sulla base del capitale precedentemente investito dovrebbe, infatti, giacere inutilizzato dando così origine ad un surplus di capitale inattivo alla vana ricerca di possibilità di investimento. L’accumulazione è, pertanto, un processo che porta inevitabilmente alla sovrapproduzione di capitale, ad una sempre crescente disoccupazione, ad un surplus di capitale incapace di procacciare profitto, e ad una sovrappopolazione che non può venir occupata. E questa è la grande contraddizione della produzione capitalistica che ne provoca alla fine la rovina. L’aumento dei mezzi di produzione e della produttività del lavoro più rapido di quello della popolazione produttiva si esprime quindi capitalisticamente, viceversa, nell’affermazione che la popolazione operaia cresce sempre più rapidamente del bisogno di valorizzazione del capitale. (8) Sulla base di questa analisi dell’accumulazione, la domanda da porsi non è più se il sistema capitalistico crollerà, bensì perché non sia piuttosto ancora crollato. Ovviamente, bisogna tenere presente che fino a questo punto abbiamo ricostruito il processo di accumulazione di un capitalismo fittizio, un capitalismo “puro” che in realtà non esiste, trascurando, per mostrare col massimo di evidenza il funzionamento della legge dell’accumulazione capitalistica (o legge del crollo), i tratti e le tendenze caratteristici del capitalismo reale, del resto non rilevanti ai fini che la nostra analisi si era fin qui proposta. Oltre a ciò va rilevato che noi ci siamo coscientemente limitati a considerare il solo processo di produzione, trascurando le modificazioni indotte nell’accumulazione dal processo di circolazione e dai fenomeni specifici che hanno luogo nelle singole sfere di produzione, da cui abbiamo fatto astrazione – come abbiamo fatto del resto astrazione anche dall’altro importantissimo fattore che è la concorrenza – occupandoci soltanto della dinamica della società nel suo complesso. Un altro fattore, di vitale importanza per la produzione capitalistica, e cioè il commercio estero, è parimenti rimasto fuori dalla nostra analisi, come lo sono rimasti i ceti medi, di cui non potevamo parlare volendo mettere in risalto nella sua purezza la contraddizione tra capitale e lavoro. Allo stesso modo non abbiamo toccato né il problema del credito, né altri importanti fattori che modificano in misura più o meno grande la legge assoluta di accumulazione. Ciò che volevamo dimostrare, infatti, era soltanto che, seguendo il processo di accumulazione in un tale sistema capitalistico “puro”, il risultato sarebbe stato con sicurezza matematica il crollo del sistema stesso. Ma dal momento che, nella realtà, un tale sistema capitalistico “puro” non esiste, ne consegue che la tendenza al crollo non opera nella forma “pura” sopra descritta. Il ritmo vertiginoso della tendenza “pura” dell’accumulazione capitalistica viene in effetti rallentato dall’azione di controtendenze che traggono anch’esse origine dallo sviluppo capitalistico. La tendenza al crollo espressa dalle crisi viene, ad esempio, da queste ultime – che pure sono la forma embrionale del crollo finale – frenata e rallentata. Ma tutte le controtendenze hanno essenzialmente un carattere temporaneo e possono soltanto posticipare il crollo del sistema: se la crisi è solo un crollo embrionale, il crollo finale del sistema capitalistico non è altro che una crisi pienamente sviluppata e non ostacolata da alcuna controtendenza. Se la causa della crisi è da ricercare nella sovraccumulazione che rende impossibile l’“impiego” del capitale, l’unico modo di superare la crisi è trovare dei nuovi mezzi per assicurare nuovamente il necessario “impiego” del capitale. Secondo Marx, la crisi è solo un processo di risanamento, un ritorno violento alle precedenti condizioni di valorizzazione del capitale; dal punto di vista dei capitalisti, una “piazza pulita”. Ma dopo l’“epurazione”, con la sua serie di bancarotte e la sua riduzione sul lastrico di centinaia di migliaia di operai, il processo di accumulazione – nel frattempo ripreso – ritorna di nuovo, prima o poi, al punto in cui l’“impiego” di capitale ridiventa


insufficiente. La valorizzazione cessa allorquando il capitale accumulato diventa troppo grande per la sua nuova base; a questo punto subentra la nuova crisi. In questo modo, la tendenza verso il crollo è frantumata in una serie di cicli apparentemente indipendenti. III. Come vengono superate le crisi Le variazioni nel ciclo economico possono essere di differente durata, ma un dato di fatto costante è la loro ricorrenza periodica, così come lo è il sempre più evidente accorciarsi dei periodi di boom ed il prolungarsi ed intensificarsi dei periodi di crisi. Ciò indica che le tendenze che servono a dilazionare il crollo del capitalismo, pur essendo una parte integrante dell’accumulazione capitalistica, vengono nondimeno fortemente indebolite dal sopravvenire di ogni nuovo ciclo; il che rende sempre più difficile il superamento delle crisi. Gli Stati Uniti sono passati attraverso una serie di crisi industriali seguite e precedute da periodi di boom. La crisi del 1837 fu preceduta da un periodo di fervida attività costruttiva, nel corso del quale fu realizzata una rete stradale a livello nazionale, fu portata a termine un’imponente opera di canalizzazione e fu vigorosamente sviluppato il traffico dei battelli a vapore. L’importazione di capitale raggiunse vette astronomiche ed un generale ottimismo circa i profitti realizzabili diede rapido impulso alla speculazione. Ma ai primi segni di insufficiente produzione di profitto, proprio quest’ultima assunse – essendo stata eletta a rifugio dal business non più contento delle prospettive di profitto offerte dalla sfera produttiva – delle forme di vero e proprio banditismo. In breve tempo si arrivò ad una grossa crisi. Gli economisti borghesi fecero risalire la crisi all’impossibilità di pagare gli interessi del capitale preso a prestito, dal momento che il profitto realizzabile era troppo basso. (9) Il panico del 1857 fu preceduto da un periodo di euforia provocato dalla scoperta dell’oro californiano e dall’impulso generale fornito allo sviluppo industriale dalla costruzione delle ferrovie. La prosperità cedette ancora una volta il passo ad una nuova ondata speculativa, come sempre avviene quando il profitto si riduce; e ancora una volta la crisi fu fatta risalire ad un problema di “interessi” bancari. Secondo le spiegazioni borghesi, le ferrovie erano state costruite troppo “rapidamente” e l’industria si era sviluppata ad un ritmo troppo “elevato”, il che aveva reso impossibile pagare gli interessi sul denaro investito nell’industria: il capitale era cresciuto più rapidamente della possibilità di “impiegare” produttivamente questa crescita. A questa crisi seguirono poi quelle del 1873, del 1893, del 1907 e del 1921, per citare solo le più importanti. Quale che fosse il modo di analizzare le cause di queste crisi, è importante notare che nessuna spiegazione mancava di suggerire che alla insufficienza dei profitti andava fatta risalire la perdita di “attrattiva” dell’industria per il capitale alla ricerca di un investimento proficuo; ogni spiegazione quindi individuava – anche se inconsapevolmente – nella sovraccumulazione la causa della crisi. Nessuno mise però in rilievo che questo fatto era il prodotto inevitabile del processo di accumulazione capitalistica, e fu anzi costantemente spacciato per una conseguenza della “sovrapproduzione di merci” o di un “onere di debiti troppo grande ed incapacità di pagare gli interessi”. Ciò fece sì che la caduta dei prezzi venisse generalmente accettata come causa delle crisi. Secondo Marx, in tempo di crisi, il saggio del profitto si riduce quasi a zero e così scompare quasi del tutto anche la domanda di capitale industriale. Non si tratta di una mancanza di potere d’acquisto che rende impossibile l’espansione produttiva, bensì di una mancata utilizzazione di questo potere d’acquisto, dal momento che l’espansione produttiva porterebbe alla realizzazione di un plusvalore non maggiore bensì minore rispetto ai valori precedenti. Nonostante questa incapacità dell’espansione produttiva di realizzare la quota necessaria di plusvalore, la produzione continua però, in un primo momento, al ritmo precedente, dando così luogo alla formazione di una massa di plusvalore la cui parte annualmente destinata all’accumulazione non può comunque essere utilizzata a tale scopo. Cresce così lo stock dei mezzi di produzione e, in generale, dei beni che rimangono invenduti, così come crescono le spese di immagazzinamento, mentre gli impianti sono costretti a fermarsi perché manca il “naturale” riflusso determinato dalla vendita delle merci prodotte. Il capitalista deve vendere ad ogni costo per avere la possibilità di mantenere i precedenti livelli


produttivi, e ciò conduce ad un taglio dei prezzi e della attività industriale. Le imprese vanno in fallimento e la disoccupazione cresce. La soluzione capitalistica di questo problema consiste nel ristabilimento delle condizioni necessarie per l’“impiego” di capitale. A questo scopo si deve o diminuire il valore del capitale costante o accrescere il plusvalore: possibilità entrambe rintracciabili sia nella sfera della produzione che in quella della circolazione. In questa sede ci occuperemo solo di alcune delle tendenze che contribuiscono al superamento delle crisi e, quindi, al dilazionamento del crollo del sistema. Dicevamo che il capitalista vede sempre nella caduta dei prezzi la causa principale delle crisi; di conseguenza, un’ascesa dei prezzi rappresenta, ai suoi occhi, l’inizio della ripresa. Gli economisti borghesi producono, a sostegno di questa tesi, statistiche che dimostrano come il numero delle bancarotte cresca proporzionalmente dal momento in cui i prezzi cominciano a scendere; secondo loro la stabilità dei prezzi è una garanzia di stabilità sociale. Ma ciò che le loro statistiche mostrano non è altro che l’incremento della produttività del lavoro espressa in prezzi; mentre le bancarotte lamentate non fanno altro che illustrare il processo di concentrazione del capitale. Eppure gli economisti borghesi si ostinano – col loro consueto modo di procedere superficiale – a vedere nella caduta dei prezzi la causa diretta della crisi, e non recedono da questa loro assurda spiegazione neanche di fronte a smentite lampanti della loro teoria, un esempio delle quali è fornito dal fatto che negli USA alla fine del 1925 si ebbe un periodo di boom coincidente con una generale caduta dei prezzi, o dal fatto che l’espansione dell’apparato produttivo ha luogo proprio nei periodi di depressione quando i prezzi sono bassi; solo quando la domanda creata da questa espansione supera l’offerta, i prezzi cominciano a risalire. Perciò l’ascesa dei prezzi, se ha poi luogo – il che non è detto – è l’effetto e non la causa della ripresa. Anzi, il ritorno alla piena capacità di realizzo deve essere reso possibile dal basso livello di prezzi prima che possa avere inizio la ripresa. Quest’ultima richiede un incremento della produttività del lavoro, il che significa di nuovo un aumento della composizione organica e quindi una riproduzione della crisi a livello più alto. L’incremento della produttività è, fra l’altro, un processo di concentrazione e di centralizzazione, accompagnato da una fusione di unità industriali e da una generale razionalizzazione. Di conseguenza le crisi vengono sempre superate, benché siano legate alla “sovrapproduzione”, attraverso una ulteriore espansione della produzione. Che quest’ultima comporti una crescente espulsione della forza-lavoro dalla fabbriche – prima relativamente al capitale investito e poi anche assolutamente – non altera la sua assoluta necessità per il capitale. Le statistiche dimostrano che negli Stati Uniti, nei periodi di alta congiuntura i fallimenti verificatisi riguardavano piccole imprese, e che, mentre cresceva il numero di queste bancarotte, i trusts realizzarono, nonostante la caduta dei prezzi, degli enormi extra-profitti. La trustification realizzò i profitti più alti ai prezzi più bassi possibili, mentre le piccole imprese dovettero soccombere a questo moto di “razionalizzazione”. Scrive in proposito il professor Eitemann: “I bassi prezzi che erano prevalsi durante la depressione del 1873 incoraggiarono l’introduzione da parte dell’industria di espedienti tesi a risparmiare lavoro, al fine di ridurre drasticamente i costi di lavorazione. Questa ricerca di metodi di produzione più a buon mercato continuò perfino dopo il ritorno della prosperità e diede origine ad un costante movimento depressivo dei prezzi.” L’accresciuta produttività del lavoro e la conseguente relativa diminuzione del costo del capitale costante rendono di nuovo possibile l’“impiego” del capitale. Questa tendenza si manifesta anche nell’attuale crisi, caratterizzata da fenomeni quali quelli di cui il seguente annuncio fornisce un esempio: “Il nuovo impianto energetico della General Electric, del valore di 4.000.000 di dollari, sarà pronto ad entrare in funzione la prossima primavera. Secondo le stime degli ingegneri, l’impianto produrrà energia al prezzo più basso fin’ora raggiunto”. E mentre la “Merchant Fleet Corporation” ha ordinato la distruzione di 124 navi per circa un milione di tonnellate, è già stata programmata la costruzione di 20 milioni di tonnellate di nuove navi, una gran parte delle quali è destinata a rimanere inattiva a causa della “sovrapproduzione”. Una chiara dimostrazione, questa, del fatto che nel corso delle crisi l’apparato produttivo non viene


ridotto, bensì ampliato, e che ciò non impedisce affatto che la crisi venga superata, anzi. La crisi non costituisce quindi un ridimensionamento del reale apparato produttivo, bensì un crollo del sistema istituzionalizzato di prezzi e valori e la sua riorganizzazione ad un nuovo livello. Secondo Marx, la caduta tendenziale del saggio del profitto è accompagnata da un incremento del saggio del plusvalore o del saggio di sfruttamento del lavoro. Lo sviluppo delle forze produttive rende le merci più a buon mercato, e se questo fenomeno riguarda le merci consumate dagli operai, esso finisce per ridurre anche il valore del capitale variabile: scende così il valore della forza-lavoro e sale il saggio di sfruttamento. Lo stesso effetto lo si ottiene intensificando il lavoro attraverso la razionalizzazione tecnica, e cioè attraverso l’introduzione dei più spietati metodi di taglio dei tempi, o mediante il prolungamento della giornata lavorativa; così come un altro potente mezzo di innalzamento del saggio di sfruttamento è quello rappresentato dalla riduzione dei salari al di sotto del valore della forza-lavoro mediante la strumentalizzazione, nei periodi di crisi, del crescente esercito di riserva dei disoccupati. (Il mantenimento dei salari al di sotto del valore della forzalavoro è già divenuto uno dei pilastri su cui si fonda la sopravvivenza dell’intero sistema). All’assurda teoria per cui le crisi potrebbero essere superate attraverso l’incremento del potere d’acquisto del lavoro, il capitale ha sempre risposto e risponde riducendo ulteriormente proprio quel potere d’acquisto, perché è tagliando i salari che il capitalismo tenta di superare le crisi. In proposito, scrive il “Commercial and Financial Chronicle”: “L’industrializzazione non è più in grado di realizzare profitto dalla produzione di merci e smette, quindi, completamente di produrre; ecco che schiere di salariati vengono così a trovarsi inattive e disoccupate. Certo, se si riuscisse a indurre il Presidente a convincere i salariati ad accettare paghe più basse, più corrispondenti cioè alle condizioni attuali dell’industria, la depressione diverrebbe ben presto una cosa del passato” […] Fu così che, ad esempio, la crisi del 1921 si rimangiò la conquista della giornata lavorativa di 8 ore e portò ad un secco taglio dei salari; e lo stesso avvenne nel 1931. L’intensificazione dello sfruttamento è una delle più potenti controtendenze nei confronti del crollo capitalistico. Un’altra importante controtendenza è anche la riduzione dei tempi di rotazione del capitale, attuata, oltre che attraverso l’incremento della produttività, mediante il miglioramento e l’ampliamento dei mezzi di comunicazione, soprattutto dei trasporti, la diminuzione dello stock immagazzinato ecc. Altri fattori che contribuiscono ad arginare la tendenza verso il crollo sono anche l’incremento di valori d’uso allo stesso valore di scambio, e lo sviluppo di nuove sfere produttive con una composizione organica minore, in grado, quindi, di realizzare profitti eccezionalmente alti. Poiché la classe capitalistica non può disporre del plusvalore di cui si è appropriata da sola, e deve invece dividerlo coi ceti medi, la crisi segna sempre il riaccendersi della lotta fra questi gruppi sotto forma di lotta dei produttori “reali” contro la rendita fondiaria, i profitti commerciali e gli altri elementi “parassitari”: una lotta, cioè, dei capitalisti industriali contro tutti gli altri capitalisti ed i ceti medi che sfruttano il lavoro indirettamente attraverso i primi. Un elemento importante per il ristabilimento della possibilità del realizzo è la svalutazione del capitale, come diminuzione del valore di una stessa massa di mezzi di produzione la cui composizione organica (C/V) viene così a scendere, rimanendo invece inalterata la composizione tecnica (m.p.:l). In questo caso la massa di plusvalore rimane la stessa, ma essa è ora riferita ad un capitale di base inferiore, e ciò fa quindi salire il saggio del profitto. In pratica, la svalutazione sostituisce la vendita a prezzi fallimentari; le crisi e le guerre capitalistiche sono gigantesche svalutazioni di capitale costante la cui base materiale è costituita dalla violenta distruzione del valore così come del valore d’uso. Un altro fattore che agisce contro la tendenza verso il crollo espandendo la produzione capitalistica, è l’introduzione sul mercato di nuovi valori d’uso stranieri quali, ad esempio, viveri a buon mercato provenienti dai paesi produttori di materie prime, che abbassano il valore della forzalavoro innalzando proporzionalmente il saggio del plusvalore, oppure materie prime a buon mercato che ottengono lo stesso effetto diminuendo il valore del capitale costante. Ed è per questo che la lotta per l’accaparramento delle fonti di materie prime è diventata una delle componenti principali


della politica capitalistica internazionale. Attraverso la tendenza al livellamento dei profitti, i paesi più sviluppati possono appropriarsi di una parte del plusvalore prodotto nei paesi meno sviluppati, realizzando degli extra-profitti che arginano la caduta del saggio del profitto del capitale nazionale. Il commercio estero ha una grossa funzione di rallentamento della tendenza verso il crollo ed il suo controllo costituisce per il capitalismo una questione di vita o di morte: di qui i toni sempre più violenti che ha assunto l’espansione imperialistica. Col commercio estero si sviluppa anche il carattere internazionale delle crisi. Lo stesso fattore porta pure alla formazione di monopoli mondiali, in maniera che, anche quando sia stato accumulato tanto capitale da rendere l’ulteriore accumulazione incapace di realizzare i profitti necessari alla sua prosecuzione, sia sempre possibile evitare il crollo del sistema ricostituendo una nuova e soddisfacente base per l’“impiego” del capitale, attraverso prestiti ed investimenti stranieri. Ciò rende l’esportazione di capitale caratteristica dell’imperialismo, il cui obbiettivo finale è l’annessione politica di territori stranieri da cui trarre il plusvalore addizionale necessario per arginare la tendenza al crollo rafforzata da ogni progresso dell’accumulazione. IV. La crisi permanente Abbiamo già detto che la teoria marxiana dell’accumulazione formula la legge del crollo del sistema capitalistico, e abbiamo anche mostrato come all’azione di questa legge si oppongano delle temporanee controtendenze. Queste stesse controtendenze vengono però o superate nel corso dello sviluppo o rese inefficaci dalla sovraccumulazione: la razionalizzazione fallisce alla lunga i suoi scopi, perché la fusione o assorbimento di unità industriali non riesce a liberarsi del peso morto delle basse unità chiuse. Anche il taglio dei salari e l’intensificazione dello sfruttamento trovano il loro limite proprio nell’impossibilità di estrarre plusvalore da operai morti o morenti di inedia. Analogamente, neanche la riduzione del tempo di rotazione del capitale può andare oltre un certo livello, al di là del quale si spezza la continuità di produzione e circolazione. Ed anche nel caso che venissero eliminati completamente i profitti commerciali, ciò non basterebbe a provocare un’inversione di tendenza nel movimento discendente del saggio del profitto. Anche l’effetto di controtendenza esercitato dal commercio estero viene gradualmente neutralizzato dalla trasformazione dei paesi importatori in paesi esportatori di capitale sotto la spinta dell’impetuoso sviluppo industriale interno. Ma, una volta che tutte le controtendenze hanno perduto la loro efficacia, la legge del crollo non ha più freni, e allora abbiamo o la crisi permanente, o la crisi mortale del capitalismo. L’unico mezzo che al capitalismo rimane per continuare a sussistere è allora il permanente, assoluto e generale impoverimento del proletariato. Marx affermava che, nella misura in cui procede l’accumulazione del capitale, la situazione degli operai, qualunque salario – alto o basso – essi percepiscano, è destinata a peggiorare, e tutte le statistiche disponibili dimostrano che accumulazione e impoverimento degli operai sono due facce di uno stesso processo. Ma nel periodo di ascesa del capitalismo ha luogo solo un relativo e non necessariamente assoluto immiserimento degli operai. Questo fatto costituiva la base materiale del riformismo; solo quando il proletariato deve essere necessariamente pauperizzato maturano le condizioni oggettive per un vero movimento rivoluzionario. Se, invece di lasciarsi fuorviare dall’incremento dei salari nominali registratosi negli Stati Uniti negli ultimi tre decenni, esaminiamo la curva salariale in rapporto alla produzione, ci salterà agli occhi lo stato di relativa pauperizzazione del proletariato americano. […] Infatti, il potere d’acquisto degli operai industriali americani non è cresciuto in proporzione al prodotto totale delle fabbriche, bensì è diminuito; ciò significa che le condizioni degli operai sono, relativamente, peggiorate, nonostante che i salari reali siano cresciuti del 23,6% nel periodo compreso tra il 1899 ed il 1928, perché nello stesso periodo il volume della produzione è aumentato del 183,8%. Di conseguenza, nel 1928 gli operai vivevano meglio ma erano più sfruttati che nel 1900. Per Marx questo immiserimento relativo era solo una fase dell’immiserimento assoluto che vede i salari scendere non più solo relativamente alla ricchezza generale, ma anche assolutamente in riferimento


alla quantità di beni di consumo che toccano agli operai. […] Nella fase finale del capitalismo il plusvalore realizzato non basta più né per mantenere i precedenti livelli salariali, né per assicurare un soddisfacente “impiego” del capitale, e, essendo ormai state neutralizzate tutte le altre controtendenze, l’unico modo rimasto per evitare il crollo è di far pagare agli operai tutti i costi del ristabilimento delle condizioni necessarie per la ripresa dell’accumulazione. Ciò che differenzia la crisi finale da tutte le crisi precedenti è il fatto che neanche la ripresa è più in grado di ristabilire un livello salariale “normale”, e quest’ultimo continuerà anzi a scendere anche in tempi di “prosperità”. Mentre il capitale “supera” le crisi, gli operai rimangono sotto il suo giogo e per non andare incontro alla loro autodistruzione non hanno altra scelta che abolire il sistema capitalistico. Il livello della produzione industriale mondiale è oggi disceso al di sotto dei valori del 1914. La depressione è un fenomeno che investe tutto il mondo, e la contrazione del mercato interno non fa altro che inasprire la concorrenza nel mercato mondiale, che è anch’esso, d’altra parte, ridotto a causa delle tariffe protezionistiche. La semi-paralisi del commercio mondiale si riflette a sua volta in un peggioramento del livello economico e finanziario della crisi ancor più aggravata dalle pesanti perdite di profitto registrate a livello mondiale. Le condizioni del capitale finanziario sono disastrose, mentre il numero dei disoccupati ha raggiunto, nei soli Stati Uniti, la spaventosa cifra di 16 milioni. Ciò indica che la crisi attuale – negli Stati Uniti come ovunque – differisce per dimensioni ed intensità da tutte le crisi precedenti; questa è la crisi più grande della storia capitalistica e se sarà o meno l’ultima per il capitalismo, dipende dall’azione degli operai. La “prosperità rooseveltiana” degli Stati Uniti, a cui la stampa borghese si riferiva come alla “fine” della depressione, ha avuto un carattere solo temporaneo quasi senza nessun effetto sulla crisi mondiale, dal momento che ciò che l’America guadagnò per un breve lasso di tempo costituiva contemporaneamente una perdita per alcuni altri paesi. E se in un primo momento la politica inflazionistica permise agli Stati Uniti di essere più competitivi sul mercato mondiale, questo strumento concorrenziale si ritorse contro l’America non appena anche gli altri paesi scoprirono il trucco adottando gli stessi mezzi di politica economica. L’inflazione come strumento di generale taglio dei salari e di eliminazione non solo della classe media, ma anche dell’azione di corrosione del profitto esercitata dalle banche, può in certi limiti stimolare la produzione potenziandone, nel breve periodo, le capacità di realizzo. Ma il profitto così realizzato è il risultato di un processo di impoverimento a carattere non solo relativo, ma assoluto. Esso costituisce un boom nella stretta della crisi mortale, un guadagno che non indica sviluppo ma decadenza, mostrandoci che non siamo alla “fine”, bensì solo agli inizi della crisi. Nonostante che l’inizio dell’attuale depressione negli Stati Uniti venga normalmente ricollegato al crollo del mercato azionario, va invece sottolineato che quest’ultimo era l’effetto piuttosto che la causa di una crisi che era in realtà già in atto. In effetti, già a partire dal 1927 l’“impiego” del capitale era diventato, negli Stati Uniti, sempre più problematico, mentre la caduta del saggio del profitto segnalava il formarsi di una sempre più pericolosa sovraccumulazione. Ciononostante l’industria continuò ad espandersi fino al 1929, ma non nella misura richiesta dal tasso di accumulazione registratosi negli anni precedenti e dalla base di capitale accumulato già esistente. I profitti industriali incapaci di trovare una possibilità di proficuo reinvestimento nell’industria cominciarono così ad affluire nelle banche: alla fine del 1927, ad esempio, il plusvalore in giacenza nei depositi delle banche del Federal Reserve System sopravanzava di 17 bilioni di dollari quello del 1920, con un incremento del 3% superiore alla media, considerata normale, del 5%. Il risultato di tutto ciò – si pensi che contemporaneamente cresceva spropositatamente anche il credito avallabile – fu la corsa ai prestiti speculativi per il mercato delle azioni e, di conseguenza, l’inflazionamento delle quotazioni azionarie che investì Wall Street con una violenta febbre speculativa provocandone infine il crollo. La febbre speculativa era, in realtà, l’effetto della insufficiente capacità di realizzo; allorché l’eccedenza di capitale ridusse il saggio dell’interesse all’1%, la crisi industriale fu seguita dalla crisi degli istituti finanziari e, nonostante l’esiguità del saggio di interesse dalla quale gli economisti borghesi si aspettavano il ritorno alla prosperità, l’industria smise del tutto di richiedere credito. Scrive in proposito il “Chicago Daily Tribune”: “Il denaro giacente inattivo nelle banche aveva difficoltà a trovare sbocchi sicuri; i tassi di interesse


calavano ma i prestiti e gli investimenti non crescevano”. E questa non era una situazione peculiare agli Stati Uniti, bensì un fenomeno di carattere mondiale: in seno ad una commissione di inchiesta del Senato, J. P. Morgan veniva così dichiarando: “La depressione, per la prima volta – che io sappia – nella storia mondiale, è così estesa che nessuna nazione può concedere prestiti ad alcun altro paese. Attualmente non c’è richiesta di capitale per l’industria”. Questa situazione può, nondimeno, essere superata soltanto attraverso un’ulteriore accumulazione, e cioè attraverso l’espansione dell’apparato produttivo o il rinnovamento del capitale fisso su più larga scala. Ora, la massa necessaria per l’accumulazione dipende dal precedente volume del capitale fisso, a prescindere dal fatto che quest’ultimo sia stato utilizzato o meno al massimo delle sue capacità, perché l’accumulazione è determinata dal ritmo che ha precedentemente acquisito; come l’espansione è accompagnata da una caduta dei prezzi, questa accumulazione deve avere luogo ad un livello di prezzi più basso. Perciò, perché l’accumulazione vada avanti, l’espansione produttiva deve abbassare i costi di produzione in maniera che la massa di profitto attesa compensi la caduta del saggio del profitto. Per questa ragione, il “Barrons Weekly” afferma nel suo resoconto annuale: “La misura in cui la pressione dell’accumulazione del capitale può effettivamente promuovere la ripresa economica, dipende dal fatto che sia stato portato o meno a termine il necessario riadeguamento delle altre componenti del meccanismo: i costi di produzione e i prezzi, il rapporto domanda-offerta a livello sia dei beni individuali che dei servizi pubblici, il loro costo per i contribuenti ed il loro valore reale per il paese; per dirla in breve, tutto dipende dalla possibilità che ha il capitale di realizzare un profitto in maniera duratura”. Un sistema capitalistico statico è un’assurdità: il capitale deve o andare avanti, cioè accumulare, o crollare. Ma l’accumulazione presuppone la ricostituzione delle condizioni necessarie per una operatività produttrice di profitto, ed è in questo senso che vanno tutti gli sforzi che il capitale sta facendo su scala internazionale. All’interno di questa “strategia” del capitale gioca un ruolo molto importante la svalutazione selvaggia del capitale, uno strumento classico di abbassamento della composizione organica cui il capitale dimostra – come indicato dall’aumento del tasso di fallimenti di singoli capitalisti – di ricorrere oggi in forma assai più massiccia che in passato. Ma mentre in tutte le crisi precedenti la rapida crescita del numero di bancarotte era connessa ad un superamento più celere della crisi, oggi non è più così, e questo sta a dimostrare che l’accumulazione ha raggiunto un livello tale che anche la svalutazione ha perduto la sua efficacia come strumento di superamento delle crisi. Questo fatto è strettamente connesso al cambiamento strutturale verificatosi nel capitalismo in concomitanza col passaggio dalla fase concorrenziale a quella monopolistica. Il capitalismo “classico” rispondeva alla crisi con una caduta generale dei prezzi che provocava un grosso numero di bancarotte e costringeva i capitalisti sopravvissuti ad adattarsi ai nuovi livelli di prezzi attraverso l’introduzione di macchinari tecnologicamente più avanzati. La domanda di capitale fisso avvertita in alcune industrie stimolava la ripresa anche di altri settori industriali, coinvolgendoli così nel boom che tornava ad essere ben presto generale. Ma in regime di monopolio o – come Lenin lo definiva – di capitalismo “stagnante”, la crisi non produce gli stessi risultati. Qui, il tratto caratteristico della crisi è rappresentato proprio dalla prolungata giacenza di grandi quantità di macchinario produttivo tenuto inattivo senza che venga distrutto. Nei periodi di alta congiuntura vengono così messe al servizio della produzione le riserve di capitale fisso create dal capitalismo monopolistico, e in questo modo viene resa superflua la costruzione di imprese addizionali. Ma ciò aumenta le difficoltà di una transizione all’espansione produttiva, favorendo la stagnazione e la rigidità del sistema che finisce per venire a ruotare attorno ad un numero quasi fisso di unità produttive che vengono aperte o chiuse a seconda della domanda. Il capitale monopolistico costituisce quindi un ostacolo per il progresso tecnico e contrae, allo stesso tempo, il mercato dei mezzi di produzione. Per comprendere quanto poco possa di fronte a questi giganti anche la violenta svalutazione del capitale, basta confrontare i monopoli con la totalità delle forze socialmente produttive (10). Che effetto può avere qui, in un paese come gli Stati Uniti d’America, il crollo di


piccole imprese? La fusione di capitale ed il conseguente ampliamento dei monopoli rafforza questa tendenza verso la stagnazione e la decadenza, il che significa che veramente la depressione permanente è una caratteristica del capitalismo monopolistico, nel quale perfino l’ampio deprezzamento del valore del capitale costituisce solo una rapina ai danni dei detentori delle piccole quote che non riesce però, in alcun modo, a garantire la ripresa. Aspettarsi la fine della depressione dalla svalutazione significa sperare in una forma di capitalismo ancora più avanzata di quella monopolistica, al di là della quale, però, non è possibile andare finché si rimane all’interno del regime di proprietà privata dei mezzi di produzione. (Il capitalismo di stato non è una forma economica più elevata del capitalismo monopolistico, bensì soltanto una sua variante camuffata; esso ha lo scopo di compensare politicamente gli squilibri tra le forze di classe, poiché nel capitalismo monopolistico, a causa dell’assottigliamento della classe dirigente e dei suoi lacchè, è necessario un intervento più diretto dello stato per la conservazione del dominio di classe). Per accrescere la massa di plusvalore devono essere abbassati i costi di produzione, e a questo dovrebbe portare il processo di razionalizzazione generale. Ma l’accresciuta razionalizzazione porta all’irrazionalità, poiché questo processo, se permette un aumento temporaneo dei profitti di singole imprese industriali, fa però diminuire il reddito netto del lavoro sociale complessivo; alcuni individui divengono più ricchi, mentre la società si impoverisce. La razionalizzazione diviene, infatti, effettiva solo quando il risparmio di salari da essa reso possibile è maggiore di quanto l’incremento del costo del capitale fisso abbia reso necessario. Pensiamo adesso a quante sono le imprese che la razionalizzazione ha costretto alla chiusura (e le indagini dei tecnocrati sono pronte a ricordarci quanto alto sia il loro numero): è chiaro, allora, che il risparmio di salari così ottenuto deve non solo superare l’incremento del costo del capitale fisso nelle imprese razionalizzate, ma anche compensare la perdita causata dalla svalorizzazione del capitale fisso nelle imprese inattive. Ma crescendo i costi del capitale fisso, tutte le imprese divengono più sensibili alla fluttuazione negativa dell’attività economica. La razionalizzazione conduce, perciò, ad un aumento invece che ad una diminuzione dei costi di produzione e rende quindi più difficoltoso il superamento delle crisi. Provocando, inoltre, l’elefantiasi dell’apparato produttivo, ad un certo stadio dell’accumulazione la razionalizzazione accelera invece di dilazionare l’avvento del crollo del capitalismo. In America, ad esempio, l’apparato produttivo fu razionalizzato negli anni di prosperità che seguirono il 1921, e questa è una delle cause della lunghezza di quella fase. Ma, nonostante la continua razionalizzazione, la crisi arrivò lo stesso, creando una situazione che permetteva a malapena l’utilizzazione del 50% delle imprese razionalizzate ed annullando in questo modo l’incremento di plusvalore realizzato grazie alla razionalizzazione. Questo caso di “irrazionalità” è una dimostrazione lampante dell’impossibilità di uscire per questa via dalle difficoltà create dal processo di accumulazione capitalistico. Anche l’incremento del plusvalore attraverso la riduzione del tempo di rotazione del capitale trova i suoi limiti oggettivi nello sviluppo dell’accumulazione, nel corso del quale la diminuita utilizzazione del capitale fisso finisce per prolungare questo tempo stesso. La diminuzione dello stock è parimenti uno strumento limitato di innalzamento del saggio del profitto a causa della continuità che deve essere necessariamente preservata tra produzione e circolazione. Fra l’altro, l’azione della crisi provoca un incremento dello stock di merci invendute che diminuisce ulteriormente il saggio del profitto a causa dell’aumento dei costi di magazzino e delle vendite forzate sotto costo. L’incremento delle scorte è particolarmente evidente per ciò che concerne le materie prime, la cui offerta mondiale ha subito una crescita, nel periodo compreso tra il 1929 ed il 1933, pari al 73%: per riportare la situazione alla “normalità” occorrerebbe bloccare la produzione mondiale per mesi. L’inasprimento della concorrenza dovuto alla crisi provoca, dal canto suo, un aumento dei costi di circolazione che viene ad assorbire, ad esempio, un numero crescente di operai espulsi dalla produzione. (Si pensi che soltanto le spese pubblicitarie hanno recentemente superato negli Stati Uniti il bilione di dollari all’anno). Ovviamente, per il capitale non è affatto la stessa cosa, ai fini dell’estrazione del plusvalore, occupare gli operai produttivi oppure gli operai improduttivi della sfera della circolazione: ciò porta quindi ad un’ulteriore diminuzione dei profitti.


Durante le crisi del 1920 e del 1921, furono chiuse il 30% di tutte le imprese americane, rappresentanti all’incirca 30 bilioni di dollari di investimenti: supponendo un deprezzamento e una manutenzione del 10%, ciò rappresenta una chiara perdita di 3 bilioni di dollari, pari al valore del lavoro di un milione e mezzo di operai. Oggi questo si verifica su di una scala ancora maggiore, il che provoca una caduta ancora più rapida del saggio del profitto. Essendoci negli Stati Uniti 16 milioni di disoccupati, gli operai occupati sono costretti, oltre che a provvedere a tutti gli scompensi già menzionati, anche a produrre un plusvalore addizionale pari a quello che avrebbero prodotto tutti questi operai che sono stati espulsi dalla produzione, affinché non decresca anche la massa del profitto rendendo sempre più fragile la continuità dell’accumulazione. La diminuzione della massa del profitto ha poi la pericolosa conseguenza di inasprire la lotta per la sua spartizione. Le banche che hanno anticipato il capitale alle imprese industriali durante la prosperità si trovano coinvolte dalla caduta dei prezzi, che “congela” questi crediti basati sui prezzi dettati dall’alta congiuntura, e ai fallimenti industriali fanno presto seguito anche quelli delle banche, che devono anch’esse subire le conseguenze del generale processo di concentrazione. Parallelamente si verifica un grosso mutamento nella divisione dei profitti tra capitale industriale e capitale finanziario: l’acuirsi della crisi e la caduta dei prezzi rendono infatti impossibile per il primo far fronte ai debiti accumulati nei confronti del secondo, che è stato quello che ha maggiormente profittato della prosperità. Al capitale industriale non rimane allora altra via d’uscita, per evitare la completa bancarotta, che ricorrere all’arma dell’inflazione, che ha il compito di scaricare la liquidazione dei debiti sugli operai, sulla classe media a reddito fisso e sul capitale finanziario stesso. L’attacco del capitale al tenore di vita dei ceti medi è dunque un indice della profondità della crisi. Ma nonostante la crescente espropriazione dei ceti medi, che vengono messi direttamente al servizio del consumo capitalistico, la crisi continua ad approfondirsi, neutralizzando gli effetti della sempre maggiore concentrazione del plusvalore nelle mani della classe capitalistica. Oltre tutto, quest’ultima non può permettersi di portare avanti l’espropriazione dei ceti medi fino al punto di metterne in pericolo l’esistenza dalla quale dipende anche il suo stesso dominio; per questo, a dispetto di tutti gli sforzi fatti al fine di eliminare le spese per le attività improduttive, queste ultime sono in continuo aumento, come dimostra il fatto che negli Stati Uniti la crescita degli oneri fiscali è stata più rapida della crescita del reddito nazionale. L’immiserimento progressivo provoca, infatti, un incremento delle spese assistenziali e militari, per il potenziamento degli organi non solo di controllo “pacifico”, ma anche di repressione violenta delle rivolte interne e di espansione imperialistica all’esterno. Nella crisi attuale, una caduta della rendita fondiaria ha in certa misura attutito gli effetti della caduta del saggio del profitto, facendo però insorgere la minaccia di una rivolta nelle campagne. Ma, per ragioni di autoconservazione, la classe capitalistica è stata costretta a combattere questa tendenza, ad essa teoricamente favorevole, mediante piani di assegnazione, tariffe agricole protezionistiche, sussidi e sostegno dei prezzi ecc. Neanche da una diminuzione della rendita fondiaria ci si può quindi più aspettare un sufficiente incremento del profitto. In questa crisi, tutte le forze che agiscono in direzione del suo superamento o si sono neutralizzate a vicenda, o non sono state abbastanza efficaci; ciò vale persino per il più forte strumento imperialistico di ripresa, vale a dire l’esportazione di capitale. Nel corso degli ultimi anni non si è avuta praticamente alcuna esportazione di capitale né da parte degli Stati Uniti, né da parte degli altri paesi imperialisti, il che ha provocato un violento inasprimento della concorrenza tra le nazioni industriali per la conquista del mercato mondiale. Mentre il profitto che affluisce negli Stati Uniti dal capitale precedentemente esportato, sotto forma di interessi, non trova possibilità di investimento né all’interno né all’estero, l’America complica ulteriormente la situazione espellendo le nazioni debitrici dai loro mercati di mezzi di produzione, e impedendo così loro non solo di pagare gli interessi dei loro debiti, ma anche di procacciarsi i mezzi per pagare le materie prime e i generi di prima necessità. Questo processo non potrà quindi che portare o ad una crisi insolubile, irrazionale, o ad una nuova strage di portata mondiale. La legge di accumulazione è la legge del crollo del capitalismo: un crollo che le diverse controtendenze possono posticipare o arginare solo temporaneamente, perché sono anch’esse


destinate ad essere neutralizzate dal progresso dell’accumulazione del capitale. Ma il capitalismo non crolla automaticamente; il fattore dell’azione rimane sempre, anche se condizionato, un fattore di enorme importanza, e la crisi mortale del capitalismo non è la conseguenza di un atto suicida del sistema, bensì dell’assunzione, da parte della lotta di classe, di forme che devono portare al rovesciamento della attuale società. Non esiste, come ha detto Lenin, nessuna situazione assolutamente disperata per il capitalismo; dipende soltanto dagli operai quanto il capitalismo sarà ancora in grado di vegetare. Il Manifesto del partito comunista proclama l’alternativa: comunismo o barbarie! Un capitalismo statico è impossibile; se l’accumulazione non può andare avanti, la crisi diviene permanente e la condizione operaia non potrà che peggiorare continuamente. E che cos’è una tale crisi se non barbarie? Oggigiorno la metà degli operai dei grandi paesi industriali è senza lavoro e l’enorme intensificazione dello sfruttamento non compensa la scarsità degli operai occupati; tuttavia il capitalismo non conosce altra via che il continuo attacco alle condizioni di vita operaie per garantire la sussistenza del suo dominio che è ormai basato sulla permanente pauperizzazione dei lavoratori. Così, secondo Marx, la causa ultima di tutte le crisi effettive è pur sempre la povertà e la limitazione di consumo delle masse in contrasto con la tendenza della produzione capitalistica a sviluppare le forze produttive ad un grado che pone come unico suo limite la capacità di consumo assoluta della società. (11) In tali condizioni, la borghesia non è più in grado di dominare dal momento che, come rileva il Manifesto del partito comunista, essa è incapace di assicurare al suo schiavo l’esistenza persino nei limiti della sua schiavitù, perché è costretta a lasciarlo cadere in condizioni tali, da doverlo poi nutrire anziché esserne nutrita. (12) L’analisi dell’accumulazione capitalistica finisce, come Marx affermava in una lettera ad Engels (13), nella “lotta di classe come sbocco finale nel quale si scioglie il movimento e la soluzione di tutta quanta la merda”. Nella fase dell’accumulazione, in cui la perpetuazione del sistema è basata esclusivamente sull’impoverimento assoluto degli operai, la lotta di classe si trasforma: da lotta sul salario, sull'orario e le condizioni di lavoro e le pause, essa diviene, anche in questo ambito, lotta per il rovesciamento del sistema capitalistico di produzione, lotta per la rivoluzione proletaria. Note: (1) Cfr. Karl Marx, Il capitale, vol. I, Roma 1970, p. 826. (2) Cfr. K. Marx, op. cit., III, p. 309. (3) Cfr. K. Marx, op. cit., I, p. 671. (4) Cfr. K. Marx, op. cit., III, p. 293. (5) Ivi, p. 271. (6) Ivi, p. 312. (7) Le ricerche empiriche, come quella condotta ad esempio da W. C. Mitchel negli USA, mostrano con chiarezza come nei periodi di espansione economica il profitto cresca costantemente, e come il lasso di tempo che precede una crisi sia invece caratterizzato da un forte calo dei profitti. (8) Cfr. K. Marx, op. cit., I, p. 706. (9) In proposito, cfr. K. Marx, op. cit., III, p. 501 ss. (10) Riportiamo qui alcuni esempi di grandi monopoli. Negli Stati Uniti abbiamo 37 produttori di pneumatici; 5 di essi sono responsabili del 70% della produzione nazionale, mentre gli altri 32 si dividono fra loro il restante 30%. Nell’industria automobilistica, il 75% della produzione totale è controllato da due imprese: la General Motors e la Ford. Allo stesso modo, il 52% dell’intera produzione di acciaio viene portata avanti da due soli trusts (U. S. Steel e Bethlehem), e nell’industria della carne in scatola 4 ditte (Swift, Armour, Wilson e Cudahy) rispondono del 70% della produzione totale. (11) K. Marx, op. cit., III, p. 569. (12) Cfr. Karl Marx – Friedrich Engels, Manifesto del partito comunista, in Il Manifesto del


partito comunista e i suoi interpreti, Roma 1973, p. 41. (13) Cfr. la lettera di Marx ad Engels del 30 aprile 1863, in Marx-Engels-Werke, Bd. 32, Berlin, p. 75.


La crisi permanente