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Scegli di volare. Scegli Torino.

solo Turin Airport

VOLI

Speciale collisioni

•• Nazionali Internazionali •• Stagionali Charter • Charter Neve

16

Stoccolma

Glasgow Dublino

Lella Costa Katowice

Extragusto 25 Novembre 2011

Kos

Rodi

Heraklion Tel Aviv Sharm el Sheikh

Marsa Alam

luglio-settembre 2012

Istanbul

Viaggio a Lisbona Tonino Cannavacciuolo I diari della piola 02

Barcellona Pescara Girona Olbia Minorca Bari Roma Ibiza Brindisi Alghero Napoli Palma Cagliari di Maiorca Palermo Lamezia Terme Reggio Calabria Trapani Catania Lampedusa

Luciana Littizzetto

David Sedaris

Lourdes

Casablanca

Boy George

Mosca

Torino

Madrid

pagine sul più bel festival dell’estate 2012

Filippo Taricco

Newcastle Doncaster Manchester

Birmingham Amsterdam Bristol Londra Bournemouth Düsseldorf Bruxelles Bruxelles Charleroi Francoforte Lussemburgo Parigi Beauvais Parigi Monaco

2€

Babyfriendly

Alex and the City

La città a misura di bambino

Dopo vent’anni, il più amato

calciatore cittadino lascia il Piemonte. Gli abbiamo chiesto di raccontarci la sua Torino. Ne è venuta fuori una dichiarazione d’amore di Maurizio Crosetti

Anno 1 / Numero 2

www.aeroportoditorino.it

0212

In allegato

la guida a San Salvario

Valentino Castellani Largo ai quarantenni

Europa Cantat

Tutti in coro appassionatamente

Bimestrale - luglio-settembre 2012 | € 2,00 | reg. Trib. Torino n. 12/02-03-12 | Issn: 2279-8919


Buon appetito a tutti iBuon torinesi golosi! appetito a tutti i torinesi golosi!

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Dal 15 luglio e fino all’uscita della nuova edizione l’App per iPhone de ICento 2012 a € 1,59 invece di € 4,99!


MUSEO DEL RISPARMIO.

ARMANDO TESTA

A TORINO L’ECONOMIA DIVENTA SPETTACOLO.

C’è un luogo in cui l’economia non spaventa e non annoia. Dove conoscere, capire e sperimentare i principi del risparmio e dell’investimento consapevole. Un luogo moderno, divertente, ricco di stimoli interattivi. Un luogo che in Europa ancora non esisteva. Nasce a Torino il Museo del Risparmio. Non risparmiatevi una visita.

VIA SAN FRANCESCO D’ASSISI, 8/A - TORINO www.museodelrisparmio.it Informazioni e prenotazioni: n. verde 800.167.619 Iniziativa promossa da Intesa Sanpaolo.


Editoriale

di Luca iaccarino

Dieci per tutti Ci sono pochissime persone che piacciono a tutti. Si contano sulle dita di una mano. Di solito le grandi personalità dividono: fautori e detrattori. Ogni tot decenni, come il passaggio della cometa di Halley, nasce invece un individuo magico in grado di far innamorare tutti. Il primo che mi viene in mente è Fabrizio De Andrè. Il secondo Sandro Pertini. Già a un terzo ci arrivo con difficoltà. Gente che piace a tutti proprio perché non ha mai voluto piacere a tutti, ma ha tracciato la propria strada con talento, rigore, umanità. Senza ruffianerie né scorciatoie. Del Piero è così. L’unico juventino amato – spesso – anche dai torinisti (guardate la foto qua a lato, scattata dal collega Luca in corso Vittorio). Stimato pure da chi di calcio non ne ha mai voluto sapere. È per questo che ora che lascia Torino ci spiace. E che gli rendiamo omaggio con una copertina senza divisa, con un’intervista che non parla di pallone, ma di strade, di piazze, di affetti, di quella volta che si vestì da Babbo Natale. Averne di torinesi così.

3


7 9 10 12

I love TO I hate TO Classifiche Cosa sarà

29

30

Il meglio dei due mesi che verranno

Anno 1/numero 2 luglio-agosto-set tembre 2012

Alex and the City

Iscritto al Registro Stampa del Tribunale di Torino n. 12 del 2/3/2012

Del Piero e i luoghi della sua Torino

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02 12

Speciale Collisioni

42

D IR E T T OR E R E S P ON S A B I L E

Enzo Peruccio D IR E T T OR E

Luca Iaccarino

E chi se ne frega del red carpet Il festival più cool dell’estate raccontato da Filippo Taricco

48

Il piacere al tempo della crisi

Valentina Dirindin

50 Un alieno nelle Langhe Il sempreverde Boy George

52

Littizzetto: me piacere bello Sedaris

54

Godersi le Langhe I consigli su dove mangiare e dormire

58

Ritorno al futuro

S E G R E T E RIA D I R E D A Z ION E , A B B ONA M E N T I E V E N D I T E

64

Tesoro, dove portiamo i bambini?

P U B B L ICI T A’

70

Ven.To.: la prova su strada

78

Tutti in coro!

Cosa fa star bene Lella Costa

di David Sedaris

Castellani e la Torino Strategica

Guida alla Torino baby friendly

Extra on the road su due ruote

85

In occasione di Europa Cantat, ecco a voi chi canta a Torino

86

94

Lisbona che sfavilla

Viaggio tra i colori portoghesi

Extra…Tonino

La cucina e il cuore di Cannavacciuolo

100

I diari della piola

104

La Sobremesa Cosa si dice tra un boccone e l’altro

106

Un gioco da ragazze La moda delle boss delle torte

108 110

Shopping

4

Racconto con immagini di una serata pop

X-books

CA P OR E D A T T OR E

Art direction e grafica

Giorgio Pellerino

CO L L A B ORANO A Q U E S T O NU M E RO

Bruno Boveri, Dario Bragaglia, Clara Caroli, Maurizio Crosetti, Linda Cottino, Federico Demarchi, Rosalba Graglia, Davide Mazzocco, Laura Nozza, Massimo Pinca, Leo Rieser, Michele Segreto

tel 011 5591823, fax 011 2307034

Alessandro Micheli, tel 011 5591823 a.micheli@edt.it P RO M O Z ION E

Michele Segreto, tel 011 5591827 m.segreto@edt.it ARC H I V I F O T O G RA F ICI

All white, Archivio figurine Panini, Archivio Irma spettacoli, Archivi privati cori torinesi, Archivio ristorante Villa Crespi, Keo project, La coppola storta, Maria Piovano, Serena Poletto Ghella, Ufficio del turismo del Portogallo Le foto di cui non è specificata la fonte d’acquisto sono ritenute libere da diritti salvo opportuna rettifica da parte dell’autore. S T A M PA

Stamperia Artistica Nazionale via Massimo d’Antona, Trofarello (To) E x t r at o r i n o è p u b b l i cat o da

Edt srl via Pianezza 17, 10149 Torino tel 0115591811, fax 0112307034 P.Iva 01574730014


I love you. Torino

A r t u r o B r a c hett i

t r a s f o r m i s ta e t e s t i m o n i a l n e gl i s p o t d e ll a C i t t à d i T o r i n o e d e ll a R e g i o n e P i e m o n t e

«

I TO

Amo Torino perché è la mia città, ed è una città magica che riserva tantissime sorprese, come un mazzo truccato da cui ogni due per tre si può tirare fuori un asso. Dopo l’exploit delle Olimpiadi si sono riscoperti molto i musei, e poi per chi ha già visto le cose ufficiali ci sono le cose più piccole e nascoste. Siamo pieni di bellezze curiose: c’è l’antiquario più strano del mondo in via Bellezia, ci sono le piole, c’è una chiesa (la chiesa della Misericordia) in cui sono esposti gli strumenti del boia, c’è il computer più vecchio del mondo, se così possiamo chiamarlo (il calendario universale di Giovanni Plana nella chiesa dei Banchieri e dei Mercanti), c’è il Teatro della Caduta, un cabaret letterario da appena quaranta posti che regala spettacoli di una varietà infinita, c’è un movimento jazz che si esprime non solo nel festival ma è presente tutto l’anno nei

locali, ci sono i caffè storici, come Mulassano con il suo giochetto per decidere chi paga. Insomma, ci sono centinaia di cose oltre a quelle segnalate nelle guide, dovrei accompagnarvi in giro per Torino per raccontarle tutte, perché a ogni angolo c’è qualcosa di curioso. E poi c’è la vita, di giorno e di notte: Torino per anni è stata condannata a essere considerata solo una città industriale, ma è una città dalla storia antichissima e che soprattutto è proiettata al futuro: lo si vede soprattutto da come si valorizza la cultura, anche in un momento economico difficile. È una città luminare. E poi, gli eventi portano nelle piazze tutta la sua comunità multietnica, con tanti extracomunitari che ormai si sentono torinesi a tutti gli effetti, perché hanno imparato ad apprezzare le cose belle che ci sono da noi.»

7


I hate you. Torino

E n r i c o Remme r t

Sc r i t t o r e e s c e n e gg i a t o r e

I TO

«

Voglio premettere il mio gigantesco amore per la città dove vivo e lavoro, ma non posso dire che non ci siano cose che non mi piacciono. Non mi piace innanzitutto il fatto che, soprattutto in questo periodo in cui tutto è rinato nella città, ci sia un atteggiamento di eccessiva glorificazione per ciò che è stato fatto. Abbiamo la vita notturna migliore d’Europa, abbiamo raddoppiato il numero degli universitari in vent’anni, ci accaparriamo un sacco di eventi e siamo sulla bocca di tutti. Di sicuro quindi ci sono dei meriti, ma ho paura che questo possa portarci a dormire sugli allori, quando invece la grande forza di questa città, storicamente, è stata la capacità di ripensarsi e reinventarsi sempre, di essere un continuo laboratorio. Siamo stati sempre obbligati dagli eventi a dare una nuova impronta alla città, ora che non lo siamo più non vorrei che smettessimo di ragionare su cosa ci piacerebbe che fosse la Torino del futuro. Noi torinesi siamo abituati a lavorare sotto pressione

e ora che siamo felici dei risultati non dobbiamo perdere la spinta. Un’altra cosa che non mi piace è che sembra che l’unica strada possibile per riqualificare i quartieri sia aprire nuovi locali, un po’ come è successo al Quadrilatero o a San Salvario. Attenzione: non che non mi piaccia, sono un viveur anche io, ma mi piacerebbe provare a pensare ad altro per dare nuova vita alle zone periferiche. Infine, non mi piace quella che io scherzando chiamo la “milanesizzazione” del torinese. Una volta eravamo meno esibizionisti, meno attenti all’immagine e alla mondanità. Mi pare che le nuove generazioni stiano perdendo un po’ l’understatement sabaudo. Questo si riconduce alla mia riflessione iniziale: non bisogna lodarsi troppo, perché la grandezza di Torino e dei suoi abitanti è sempre stata quella di essere molto concreti e di fregarsene di ciò che appare all’esterno.»

9


Classifiche

Top-TO

5

Le migliori* pizzerie a Torino

*A insindacabile giudizio di Leo Rieser Fiduciario di SlowFood Torino città

Le città* con più aree pedonali urbane (mq/ abitante)

1° Cammafà

piazza Galimberti 33\b o via Pio VII 19

via Legnano 14

via Avogadro 2

via Cibrario 41

piazza della Repubblica 1

2° Libery

3° Emporio gastronomico 4° Il Nuraghe

5° Le Rondini 10

1° 2° 3° 4° 5°

Venezia 4,87 mq/abitante Firenze 1,07 mq/abitante Padova 079 mq/abitante Trieste 0,45 mq/abitante Torino 0,44 mq/abitante

*Città con popolazione superiore ai 200.000 abitanti Fonte: rapporto Ecosistema Urbano di Legambiente, XVIII edizione


Tutta Torino spietatamente in classifica: le cose belle, le cose brutte, le cose strane, le cose che non t’aspetti. Dall’alto del podio fino al basso degli inferi

Le città* più virtuose nella raccolta differenziata** 1° 2° 3° 4° 5°

Verona 50,1% Torino 42,5%

Padova 42% Firenze 38,5% Bologna 35%

*Città con popolazione superiore ai 200.000 abitanti **% di rifiuti differenziati (frazioni recuperabili) sul totale dei rifiuti prodotti Fonte: Rapporto Ecosistema Urbano di Legambiente, XVIII edizione

10

I comuni più ricchi d’Italia

Le pagine Facebook ufficiali dei comuni italiani con più fan 1° 2° 3° 4° 5°

Torino

Genova Cesena Reggio Emilia Cagliari

NdR: Il Comune di Roma e quello di Bari non hanno ancora una pagina Facebook ufficiale Fonte: report #FacebookPA, seminario di Nexa, Politecnico di Torino

Per reddito pro capite medio nel 2007 1° 2° 3° 4° 5° 6° 7° 8° 9° 10°

Medea (GO) 54.488

Basiglio (MI) 47.165

Cusago (MI) 38.562

Campione d’Italia (CO) 37.306 Pino Torinese (TO), 36.881

Torre d’Isola (PV) 35.602

Segrate (MI) 34.344 Baldissero Torinese (TO) 33.445 Pecetto Torinese (TO) 33.395

Arese (MI)

Le regioni che hanno pubblicato più opere letterarie 1° Lombardia 38,1% 2° Lazio 15,2% 3° Piemonte 11,3 % Fonte: rapporto sull’editoria Istat

32.443

Fonte: elaborazione de Il Sole 24 Ore su dati del ministero dell’Economia. NdR: Su 100 comuni in classifica, 11 sono in Provincia di Torino 11


Cosa sarà

Colonia Sonora Fino al 28 luglio

>> Parco della Certosa Reale di Collegno

La notizia è che, in tempi in cui molte manifestazioni culturali periscono o si trovano menomate dalla scure dei tagli ai finanziamenti, il Colonia Sonora tiene fede al suo slogan e dimostra davvero di essere il festival di musica resistente. Non rinuncia a nulla neanche per la sua sedicesima edizione: un mese di date, concerti sempre al top, prezzi contenuti per venire incontro al pubblico più giovane e squattrinato. Gli artisti più attesi? Dopo Caparezza, i Gogol Bordello, inventori del gipsy punk (10 luglio, 25 €), l’immancabile Giuliano Palma (14 luglio, 12 €), gli Afterhours (19 luglio, 20 €) e Donavon Frankenreiter, artista australiano molto amato dai surfisti (27 luglio, 20 €). www.coloniasonora.com

12


calendario Festival

GruVillage >> fino Grugliasco

al 25 luglio

Ormai siamo abituati alla piacevole anomalia di un centro commerciale che organizza un calendario di appuntamenti da vero festival estivo. Giunto ormai a metà programmazione, il Gruvillage ha ancora in serbo per il pubblico una manciata di ottimi concerti. A partire da Elio e le storie tese (13 luglio, 22 €) e dall’attesissima data del compositore francese Yann Tiersen (16 luglio, 20 €), le cui musiche sono state rese famose dal film Il favoloso mondo di Amélie. Torna anche, dopo il successo dell’anno passato, il reggae dell’italo-giamaicano Alborosie (18 luglio, 20 €) e il rap giovane dell’ex Articolo 31 J-Ax (19 luglio, 22 €). La data da non perdere, però, è quella del 24 luglio, con la Cuba dei Buena Vista Social Club del compianto Compay Segundo (da 20 a 27 €). www.gruvillage.com

Jazz@Auditorium Lingotto >>25-27 luglio

Torino

Hiroshima Mon Amour si conferma uno degli attori fondamentali della musica in città. Oltre a contribuire ampiamente all’organizzazione del Gruvillage festival, propone anche due serate di musica jazz da non perdere all’Auditorium Lingotto. Il 25 luglio la prima (biglietti da 60 a 120 €), con un pazzesco trio dalle migliore tradizione statunitense: al contrabbasso Gary Peacock, Jack DeJohnette alla batteria e il grande Keith Jarrett al piano. In tre, fanno oltre duecento anni di esperienza e siamo sicuri che si sentirà tutta. Largo all’eccellenza della musica italiana invece il 27 luglio, con Ludovico Einaudi e Paolo Fresu che tornano insieme dopo il successo della loro prima apparizione in coppia, cinque anni fa all’Auditorium Parco della Musica di Roma (biglietti 30-40 €). www.hiroshimamonamour.org 13


14


calendario Festival

Teatro a Corte >>6-22 luglio Regge sabaude

Finalmente, possiamo dirvi di più sul festival che porta l’Europa nelle dimore reali. I castelli di Moncalieri, Rivoli e Racconigi, la Reggia di Venaria e la Cavallerizza Reale a Torino ospiteranno tre settimane di spettacoli, inaugurati dalla danza “elektro” di strada di Blanca Li. Il Paese sull’altra sponda del Mediterraneo, di cui vi avevamo anticipato nello scorso numero di Extra, è stato svelato: si tratta di Israele, rappresentato dalla prima nazionale di Monger, spettacolo del coreografo Barak Marshall (Racconigi, 14 luglio). Ad avere l’onore della vetrina, dedicata ogni anno a un Paese europeo diverso, è invece il Regno Unito, che porterà nove performance di sei compagnie diverse. Attesissimo è lo spettacolo di Claire Cunningham che, nell’ambito di My Dream (progetto di sostegno alla creazione teatrale con artisti disabili), con le sue stampelle porta in scena una nuova idea di danza. www.teatroacorte.it

Sul filo del circo >>fino al 4 agosto

Teatro Le Serre, Grugliasco

Il circo torinese continua a brillare e il festival internazionale che lo porta sul palco, con la direzione artistica di Paolo Stratta, compie undici anni. Presentati dall’attrice Claudia Penoni (che non a caso arriva da Zelig Circus), si esibiranno in questa edizione i francesi Cirque Hirsute, protagonisti di Le Blues de la Mancha (27 e 28 luglio) rivisitazione circense delle vicende di Don Chisciotte e Sancho Panza; il clown Sergio Bustric (al fianco di Benigni ne La Vita e Bella e recentemente scelto da Woody Allen per To Rome with Love) che proporrà un best of del proprio repertorio; (20 e 21 luglio) e gli argentini Circo Claxon (13 e 14 luglio), vincitori dell’edizione 2011 del Concorso Internazionale per Giovani Artisti di Circo Contemporaneo. La cosa più bella, è che una serata diversa in famiglia non vi costerà per nulla cara: i biglietti vanno da un minimo di 7 euro a un massimo di 15. www.sulfilodelcirco.com 15


Cosa sarà

È indubbiamente un evento insolito, la trasformazione di una delle regge più belle d’Italia in una sorta di campus estivo per artisti, con tanto di spazio adibito a campeggio nelle immediate vicinanze dei giardini. L’idea è che l’atmosfera di creatività collettiva, mista all’ispirazione derivata da cotanta bellezza architettonica, possano stimolare i giovani artisti a realizzare qualcosa di unico. Per questo tutti i partecipanti al “soggiorno reale”, oltre ad avere la possibilità di esporre le proprie opere nei locali del Borgo Antico e di incontrare artisti come Giuseppe Penone (l’autore del Giardino delle sculture fluide) o musicisti come Brian Eno (che regalerà una sua colonna sonora alla Galleria Grande); contribuiranno alla realizzazione di un’opera collettiva. Se volete andare a curiosare, potete farlo anche nelle ore notturne, quando saranno in programma i dj party curati da Xplosiva (ingresso 5 €). www.hopelavenaria.com

Holiday in the Palace >>7-15 luglio Reggia di Venaria Reale

From Orlando to Santiago

Il progetto di Duemanosinistra www.duemanosinistra.com L’arte, la musica, l’ispirazione nascono anche dal viaggio. Lo sa bene Orlando Manfredi, musicista meglio conosciuto con il nome d’arte Duemanosinistra, che ha deciso di produrre la sua prossima esperienza artistica on the road lungo il cammino per Santiago de Compostela. Non solo un percorso introspettivo, ma un progetto aperto e multimediale che prenderà poi le forme di un nuovo album musicale (il secondo dopo Intimo Rock) e di uno spettacolo-concerto che sarà presentato in anteprima al festival Torino Spiritualità 2012. Orlando, perché ha scelto il Cammino di Santiago come meta? «Il Cammino di Santiago è un fiume di densità. È una Spoon River dei vivi, in movimento. Lungo il cammino trovi questa densità di motivi e istanze personali, devozionali, laiche, comuni e non comuni. In generale, il Cammino è un punto d’osservazione privilegiato sulla forza desiderante dell’Uomo. In particolare, in questo momento catastrofico, mi pare un esercizio di ecologia mentale: mentre alleni una resistenza allo sforzo fisico, alleni un’altra resistenza all’essenziale.» Come si concilia il Rock con la Spiritualità? «Fino a qui la mia canzone Intimo Rock è sempre stata in sintonia con le istanze di cui sopra: l’identità, la formazione, il mistero, le relazioni. Questo per me può accedere a una dimensione spirituale. E al tempo stesso è rock perché viene fuori da un’urgenza. Così come è urgente quel Cammino per migliaia di viandanti e per me. Dunque, non ci vedo una contraddizione. Ho semplicemente deciso di allargare il campo, coerentemente con la mia maniera di fare songwriting.» www.sulfilodelcirco.com

16


ExtraPromo

Sul lato Est del nuovo Juventus Stadium c’è anche il museo dedicato alla storia del Club. Una chicca per i tifosi

Un Museo in bianconero I

numeri ci sono e sono tanti. Centoquindici anni di storia, decine di trofei vinti, innumerevoli campioni che hanno indossato la maglia bianconera e hanno fatto la storia del Club calcistico più seguito d’Italia. Il risultato di tutte queste cifre sommate insieme è il nuovo Juventus Museum, il cui presidente è Paolo Garimberti, ideato dallo studio Camerana&Partners in collaborazione con Studio Dedalo e inaugurato il 16 maggio scorso. Un percorso espositivo che racconta tutta la storia della squadra e che, dopo solo un mese di apertura, ha superato la cifra record di sedicimila visitatori. Non c’è tifoso che si rispetti (ma anche semplice appassionato di calcio), infatti, che non voglia vedere trofei e memorabilia conservati in questo museo, come la maglia di Michel Platini, soltanto uno dei mitici numeri dieci che qui vengono celebrati.

Ticket Intero: 12 € (con Stadium Tour 18 €) Ridotto (under 16, over 65, Juventus Premium Member, Club Doc, invalidi): 10 € (con Stadium Tour 15 €) Famiglie: 34 € (con Stadium Tour 45 €) Orari Tutti i giorni, 10.30-18.30. Sabato, domenica e festivi: 10.30-19.30. Chiusura: martedì

Foto © La Presse

Ma lo Juventus Museum è all’avanguardia non solo per la collezione che ospita ma anche per come è progettato, con una serie di caratteristiche che lo rendono unico nel suo genere, soprattutto in Italia. Interamente bilingue (italiano – inglese), come si confà a un club di portata internazionale, è un museo di nuova generazione, in cui l’utilizzo delle più innovative tecnologie multimediali è parte integrante del percorso di visita e in cui l’attualità si fonde con la storia, grazie al costante aggiornamento dei contenuti. E se non vi bastano i 1500 metri quadrati del museo, la visita può essere abbinata allo stadium tour (sei tour giornalieri e sedici nei weekend e nei festivi), che porta i tifosi nelle aree più esclusive dello Juventus Stadium.

Info: www.juventus.com

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Cosa sarà

Stresa Festival >>20 luglio Stresa e lago Maggiore

– 8 settembre

Le settimane musicali di Stresa sono un evento che probabilmente ha davvero pochi pari. Non capita infatti tutti i giorni di poter assistere a ricercati concerti di musica jazz (nella prima parte del festival, dal 20 al 22 luglio) o di musica classica internazionale (nelle successive sezioni “meditazioni in musica” e “guardando avanti”) circondati dall’acqua del lago Maggiore sulle principesche isole Borromeo. Ci sono anche location sulla terraferma, tutte scelte con cura per assicurare un’atmosfera indimenticabile, ma visti i prezzi decisamente abbordabili (i concerti più cari costano 50 €) conviene accaparrarsi un biglietto per un’esperienza unica, come il duo lettone padre-figlia Maisky&Maisky (il 30 agosto all’Isola Bella).

www.stresafestival.eu

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calendario fuori TOrino Non c’è che dire: le cave di marmo e di granito offrono un’ambientazione decisamente inusuale e altrettanto suggestiva per una festival artistico. Se poi il tutto si svolge sulle sponde del lago Maggiore al loisir culturale si aggiunge il loisir vacanziero, un binomio perfetto per un weekend fuori porta. Lo spettacolo principale è un’opera ballet con coreografie pensate dal brasiliano Ismael Ivo appositamente come sfida alle pareti di pietra. Il tema è dedicato al butterfly effect: la teoria secondo cui a partire dal battito d’ali di una farfalla si possono scatenare conseguenze impensate. www.tonesonthestones.com

Tones of the stones >>7-27 luglio Verbania Fondotoce, Arona, Varzo

Letteraltura

>>28 giugno-22 luglio

Lago Maggiore

È un ottimo modo per andare in vacanza senza dimenticarsi della cultura, il festival di letteratura di montagna, viaggio e avventura, giunto alla sesta edizione. Le zone in cui vengono ospitati gli eventi (Verbania, Valle Antigorio, lago d’Orta, Macugnaga) sono indubbiamente magnifiche per un weekend di relax estivo, e gli ospiti sono una vera fonte di accrescimento culturale: da Luis Sepulveda, allo scrittore Paolo Rumiz, allo storico Marco Revelli fino allo spettacolo, dedicato a Jack London, Uomini e cani di Marco Paolini. www.letteraltura.it

19


Cosa sarà

Cervino cinemountain Festival >>10-14 agosto Breuil-Cervinia e Valtournenche

L’argomento del festival è decisamente un po’ di settore: si parla del binomio cinema e montagna. Tuttavia, nelle scorse quattrodici edizioni non sono mancati gli spunti interessanti, tra docufilm sul tema e la partecipazione di alpinisti ed escursionisti esperti delle più alte vette. D’altronde, noi torinesi nasciamo tra le montagne e un po’ tutti le amiamo. Soprattutto ad agosto quando in città si muore di caldo. www.cervinocinemountain.it

Musica antica a Magnano >>28 luglio-1 settembre Magnano (BI)

Due Laghi Jazz Festival >>23 agosto-1 settembre Avigliana

Per i torinesi, i laghi di Avigliana sono la cosa che più si avvicina al mare. Chi non ha mai passato un pomeriggio sulle rive del lago chiudendo gli occhi e immaginando di sentire i gabbiani? E come tutti i luoghi di villeggiatura (si tratti anche solo di una scampagnata pomeridiana) anche i laghi hanno il loro festival musicale estivo. Si suona jazz (la serata clou è il concerto del giovanissimo e fascinoso Paolo Alderighi, il 27 luglio) e, volendo, lo si impara anche, nei workshop con insegnanti internazionali. Il tutto si conclude con una serie di concerti in piazza, nella migliore tradizione estiva. www.jazzfest.it 20

Concerti di musica strumentale in uno dei più importanti esempi di architettura romanica tra il Biellese e il Canavese, la chiesa di San Secondo a Magnano. Gli artisti ospiti arrivano da tutta Europa, con strumenti di cui si è persa la memoria, come il violoncello barocco, il liuto o il clavicordo. Per amanti del genere. www.musicaanticamagnano.com


Il ritratto più preciso e divertente mai scritto sull’avventura gloriosa e infame di un’epoca o ggi eentrata nella leggenda. oggi

www.edt.it

21


Cosa sarà

Pavese Festival >>15 giugno-9 Santo Stefano Belbo (CN)

settembre

Mangialonga >>26 agosto

La Morra (CN)

Jazz, fotografia, arpe celtiche, teatro e, ovviamente, tanta letteratura in questo festival dedicato a Cesare Pavese. Il legame con la tradizione si fonde con le ultimissime tecnologie, di cui si discuterà nella serata dedicata al neologismo della “twitteratura” (“intersezioni, rotture e continuità nelle pieghe letterarie di Twitter”, 9 settembre). Non sappiamo se Pavese avrebbe approvato queste modernità ma di sicuro non avrebbe potuto che apprezzare la serata del 4 agosto, con una visita guidata nei suoi luoghi del cuore con cena finale sotto le stelle, tra la luna e i falò.

Una volta nella vita bisogna provarla. Il problema, poi, è smettere. Perché la Mangialonga è davvero divertente, con i suoi quattro chilometri di scarpinate tra colline e vigneti, intervallati da sei deliziose tappe (dall’apertivo al dolce, nulla è dimenticato) enogastronomiche, che rendono omaggio alle specialità delle Langhe. Mangiare camminando: perfino il vostro dietologo approverebbe questo strappo alla regola.

www.fondazionecesarepavese.it

www.mangialonga.it

Nuvolari libera tribù >>7 giugno – 8 settembre

Parco della gioventù, Cuneo

È lunghissima la lista dei gruppi musicali che partecipano ai festeggiamenti per i vent’anni di questo festival molto rock, inaugurato da uno spettacolare concerto di Manu Chao in piazza. La buona musica, anche se un po’ alternativa, non manca di certo, tra i Sabaudians e i Giardini di Mirò, Il Teatro degli Orrori, la Traffic light Orchestra o l’immancabile Giuliano Palma con i suoi Bluebeaters (che iniziamo a sospettare abbia un sosia, vista la quantità di date che riesce a fare). Se questi nomi non vi dicono niente, probabilmente siete troppo vecchi per partecipare a questo festival super giovane. www.nuvolariweb.com 22


calendario fuori TOrino

Monfortinjazz >>Fino al 2 agosto Monforte d’Alba (CN)

Quando si dice jazz mica si intende sempre e solo jazz, avranno pensato gli organizzatori di Monfortinjazz, che portano venerdì 20 luglio il gruppo indie rock americano Blond Redhead e chiudono il festival giovedì 2 agosto con Elio e le Storie Tese. Se però jazz dobbiamo fare, facciamolo come si vede, avranno altresì pensato e allora ecco sabato 28 luglio una grande data con Stefano Bollani e Hamilton De Holanda. Da non perdere. www.monfortinjazz.it

DEBORAH BULL

Ladidanza ogni giorno Danzare lascia un marchio indelebile, un profondo e preciso bagaglio di conoscenze, distillato attraverso decenni di lavoro in sala e sul palco.

23


Cosa sarà

MITO

SettembreMusica >>5-23 Torino e Milano

settembre

Adesso, il legame fra Milano e Torino è davvero ufficializzato. Come ogni matrimonio che si rispetti, aveva bisogno di essere officiato alla presenza dei due sindaci, Piero Fassino e Giuliano Pisapia, che per questa sesta edizione hanno addirittura congiuntamente assunto la presidenza del Festival. A festeggiare questi fiori d’arancio, oltre quattromila artisti, che si esibiranno in quasi duecento appuntamenti. Ad aprire le danze, sarà l’Orchestre National de France, diretta da Daniele Gatti, con un omaggio a Claude Debussy (nel centocinquantenario della nascita) il 5 settembre al Teatro Regio di Torino e il giorno successivo al Teatro della Scala. Tanta musica classica, dunque, come sempre di altissima qualità: dall’Orchestra Filarmonica di San Pietroburgo con Yuri Temirkanov ai Filarmonici di Roma con Uto Ughi. Ma anche musica contemporanea e canzone d’autore, con Francesco De Gregori, Paolo Conte, e il giovane gruppo Marta sui tubi con un omaggio a Lucio Dalla. Mito si addentra anche oltre la contemporaneità, nella musica d’avanguardia, con concerti jazz, pop e elettronici. Perché Milano e Torino insieme, ancora una volta, confermano di essere un passo avanti. www.mitosettembremusica.it 24


calendario settembre Per due mesi, le location del teatro Stabile ospiteranno come sempre la migliore danza internazionale, in tutte le sue forme: dal balletto alle coreografie più moderne. Quest’anno si è cercato di dare una particolare attenzione al mix intragenerazionale: da una parte l’energia dei linguaggi giovanili, dall’altra il talento di grandi coreografi. Alla seconda categoria appartiene Philippe Decouflè, che aprirà il festival con il suo Panorama, una selezione di brani tratti dalle sue coreografie più importanti. Il 25 settembre inaugura poi il focus “sguardi distanti”, che ospita tra gli altri alcuni artisti giapponesi danzatori di hip-hop. Grande ospite il maestro della coreografia contemporanea sperimentale Angelin Preljocaj, in scena il 23 e 24 ottobre al Carignano con Royaume Uni. www.teatrostabiletorino.it

Torinodanza

>>12 settembre-24 novembre Torino

Ogni bambina sogna di fare la ballerina (o la principessa, ma qui siamo agli eccessi di fantasia). Il tutù, gli chignon, il tulle sono un richiamo inesauribile di romanticismo. Eppure, non è tutto rosa e fiori. Che il mestiere di un danzatore è cosa faticosa, è meglio che le nostre figlie lo imparino subito, se desiderano davvero intraprendere un percorso con le scarpette ai piedi. Per questo tutte dovrebbero leggere La danza di ogni giorno (Edt, 14 €): Deborah Bull, ex Principal Dancer del Royal Ballet di Londra, racconta la vita di una ballerina professionista, dal primo pliè alla realizzazione di una carriera fino alla chiusura del sipario. Niente entusiasmi né drammi, solo il realismo di ogni giorno, raccontato con un tono quasi materno (ad esempio, quando spiega quanto sia importante per una ballerina una corretta nutrizione).

Torino Spiritualità >>26-30 settembre

Torino

Mai come in questo momento c’è bisogno di parlare di sorriso, come ha deciso di fare la nuova edizione di Torino Spiritualità. È infatti La sapienza del sorriso il tema della manifestazione di dialoghi, lezioni, letture, workshop e seminari dedicata al confronto fra filosofie, religioni e scuole di pensiero. Sorridere non significa rinunciare alla profondità intellettuale, ma cercare di riflettere sui grandi temi dell’umanità affrontandoli con un po’ di leggerezza, senza che diventino un peso. Per i dettagli del programma è ancora un po’ presto, ma alcune conferme sono già arrivate: oltre al progetto del torinese Duemanosinistra (di cui avete letto nelle pagine precedenti), divertente è l’idea del “coro delle lamentele torinese”, nata da due giovani artisti finlandesi: durante l’estate raccoglieranno in città le lamentele da piazza, per poi metterle in musica. Sperando che non sia una lagna. www.torinospiritualita.org 25


Cosa sarà

Turin. Ovvero: Torino secondo Carlin Ci voleva un braidese per riscoprire le memorie del capoluogo. Così, per volere di Petrini, nasce una rivista che sarà un “granaio” colmo di Storia ma anche di storie della città 26


Novita’

T

urin. Non esiste nome più glocal: si scrive Turin in inglese come in francese, tedesco, spagnolo e… piemontese. Del resto, come avrebbe potuto essere altrimenti se l’anima primigenia di questo progetto si chiama Carlo Petrini? È proprio lui, infatti, l’istigatore, il propugnatore di questa idea di rivista storica che parla del passato per riannodare fili che ci portano dritti fino a oggi e possono offrirci spunti per interpretazioni possibili del presente. Un’idea a suo modo magnetica se, a neppure un anno di distanza dalle prime timide riunioni, oggi Turin è in edicola con il suo primo numero, affiancata da un sito internet (www.turin.to.it), realizzata da una piccola redazione di giornalisti con l’ausilio di tanti che si sono lasciati coinvolgere con immediatezza e spontaneità gratuita nel progetto e, non da ultimo, con un’associazione alle spalle che ne è l’editrice.

Un ambiente rilassante e familiare, con luci soffuse e buona musica. All'esterno il fresco e tranquillo dehors al riparo dalla movida di Piazza Vittorio… Questo è Le Fanfaron.

Ciò che intendiamo e sogniamo di fare è dunque raccontare la grande storia insieme con le piccole storie, per ritrovare radici nella città e rafforzare il senso di appartenenza a una comunità urbana dinamica e complessa, molto più aperta di quanto talvolta appaia, per lo più all’avanguardia nelle scelte nazionali e internazionali. Per far questo, Turin ha anche un altro volto, quello del raccoglitore di memoria che, come in un “granaio”, deposita preziose testimonianze filmate di storia locale, anche nella prospettiva di unire la città alle sue colline, alle campagne e, perché no, alle sue montagne. Rivista e interviste filmate sosterranno una composita opera di raccolta e divulgazione che a ogni uscita di Turin, quattro volte l’anno, vedrà la città invitata a un appuntamento pubblico di immediata restituzione delle storie, delle esperienze e delle testimonianze. Accanto alla rivista, poi, intendiamo far vivere un progetto di partecipazione attiva, a partire dal primo nucleo dei soci fondatori, grazie ai quali si è potuta costituire un’associazione del tutto indipendente e senza scopo di lucro; ma poi fondamentale sarà il contributo di tutti i soci, con la distribuzione in edicola e in libreria, gli abbonamenti e con forme di sostegno pubblicitario sulla rivista, sul sito internet e su altre piattaforme di editoria elettronica, prevalentemente legate al territorio e alle attività commerciali, alle istituzioni, alle iniziative culturali. E per finire contiamo sulla partecipazione dei cittadini, in ogni forma e modo, per creare una rete di “attori” che alla rivista fornisca stimoli, coraggio e idee, e contribuisca alla sua diffusione nel perimetro metropolitano e tra i torinesi del mondo. La Redazione di Turin

Nuovo menù estivo Antipasto, primo, dessert, coperto, acqua e caffè: € 19,00 Specialità stagionali piemontesi, tartare di ceci, insalate Bistrot, pasta ripiena con verdure, carni alla pietra, fassona al passito di arneis, Fujot estivo con delicati formaggi e pollo grigliato; torte, semifreddi e dolci della casa. Nuova selezione di birre del birrificio San Michele. Sono le ultime serate per godervi il Fanfaron in attesa del trasferimento nel nuovo locale completamente ristrutturato!

Via Principe Amedeo, 39/a tel. 339 3247746 www.fanfaron.it - info@fanfaron.it Orario cucina: 12-15, 19-22.30 Chiuso: sabato a pranzo e domenica

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l’emozione ti aspetta. il 16 maggio 2012 è stato inaugurato lo Juventus museum. Vieni a rivivere la gloriosa storia della Juventus attraverso maglie e trofei, video a 360°, touch screen multimediali, cimeli rari e citazioni letterarie. per info e orari visita www.juventus.com

1974-1975

maglia di gaetano scirea

1982-1983

maglia di michel platini

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cover

Durante l’ultima partita di campionato avevo gli occhi umidi, è stata dura resistere, per mandare indietro le lacrime ho pure fatto finta di allacciarmi le scarpe Alessandro Del Piero

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In origine fu San Vendemiano, in futuro chissà. Ma per vent’anni la casa di Alessandro Del Piero è stata Torino, “un posto che mi è sempre piaciuto da morire”. Maurizio Crosetti – il “biografo ufficiale” di Pinturicchio – ripercorre uno per uno i luoghi di Alex, da corso Marconi a via Andrea Doria, da Vinovo a corso Grosseto fino a piazza Castello. Dove, per non farsi scoprire, si travestì da Babbo Natale

La mia città d i M a u r i z i o c r o sett i f o t o d i M a s s i m o P i n c a

30


P

rendere una matita, prendere anche il Tuttocittà, tracciare una linea che unisca piazza Crimea a corso Marconi. Con la medesima matita procedere fino in piazza Carlina, e arrivare in via Gramsci angolo via Andrea Doria. Volendo, qui si può fare una piccola deviazione fino in via Roma, prima di piazza CLN. Non è più il caso di spingere mano e matita fino a Vinovo, oltre il castello di Stupinigi: lì, lui non andrà più.

«

Questa città mi è sempre piaciuta da morire». Curioso dover tracciare la Torino di Alessandro Del Piero proprio adesso, mentre il simbolo di quasi vent’anni di Juve viaggia verso altre geografie. Ma tutto lascia intendere che il finale di carriera di Ale non sarà un definitivo cambio d’indirizzo: solo una pausa, un’altra deviazione. «Perché penso proprio che ormai Torino sia la mia città». E ci tornerà. Se così non fosse, Del Piero non avrebbe mai deciso di stabilire tanti suoi interessi, non solo di portafoglio, sotto la Mole, dove arrivò ragazzo e dove tutti i suoi sogni si sono realizzati: la carriera, il matrimonio, i figli. Con Alessandro abbiamo persino scritto un libro insieme per raccontarlo, e dentro c’è anche parecchia geografia. «La prima volta in cui presi seriamente in considerazione Torino, che però a quell’epoca per me era solo un nome, ero poco più che un bambino: mi voleva il Toro, ma i miei genitori pensarono che Torino e San Vendemiano fossero davvero troppo lontane. Così non se ne fece nulla: io ero troppo piccolo per un salto del genere.» 31


Sotto la Mole arrivò ragazzo e qui tutti i suoi sogni si sono realizzati: la carriera, il matrimonio, i figli

Questo sarebbe successo un po’ più tardi, nel 1994. Quando la matita di Ale si fermò in piazza Carlina, dove lui abitava una casa moderna con la facciata verde, quasi incastrata dentro i palazzi barocchi di fronte al luogo delle antiche esecuzioni capitali: la forca. Non proprio un paesaggio urbano qualunque, anche se a Del Piero non raccontarono mai quella storia. «La casa, per me ragazzino, era una tana, non ancora il luogo dove pensare a una famiglia». Quando conobbe Sonia, la sua futura moglie, la matita di Del Piero si diresse verso via Roma, dove quella gentile e timida ragazza lavorava in una boutique. Poteva accadere di incrociare Del Piero dietro i pannelli del negozio, seminascosto alla curiosità del torinesi. «La città mi piace proprio tanto, peccato non poterci passeggiare quanto vorrei, sono i limiti della notorietà». Come ha raccontato nel suo libro Giochiamo ancora (Mondadori), l’unica soluzione per potersi concedere l’anonimo bagno di folla è una maschera di carnevale: «Come a Venezia, dove io e Sonia andiamo ogni anno per sentirci finalmente anonimi. Ci mettiamo la maschera sugli occhi e ci prendiamo un aperitivo in piazza San Marco, in mezzo alla folla». Non sempre tutto va così liscio. «La prima volta che mi mascherai, un negoziante mi riconobbe dopo cinque minuti».

Una vita da numero

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(A proposito di bisogno di anonimato, la matita di Alessandro può a questo punto vagare fino in piazza Castello, dove nel dicembre dell’anno scorso si nascose dentro un costume da Babbo Natale: di nuovo una mascherata per poter andare in mezzo alla gente). È dunque impossibile, o quasi, incrociare Del Piero a Torino, e da oggi in avanti lo sarà del tutto. Non come Buffon, che ogni tanto compare in via Roma tenendo per mano la sua Alena, oppure come per la nutrita colonia di bianconeri che abitano in centro, come Barzagli che porta a giocare i suoi bimbi in piazza Bodoni, sotto il monumento di Alfonso Lamarmora, oppure come Pirlo che non sembra temere di essere riconosciuto. Certo, per Del Piero sarebbe stato diverso. Ma chi lo ha incrociato per caso, in questi anni, non si è mai visto rifiutare una

9 novembre 1974 Nasce a Conegliano (TV) 1981 Inizia a giocare nel San Vendemiano 10 novembre 1987 L’osservatore Vittorio Scantamburlo lo segnala al Padova 18 agosto 1988 Viene chiamato ai Giovanissimi del

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Padova, per cui gioca con il numero 7, lo stesso che poi vestirà in Nazionale 15 maggio 1992 Esordisce in serie B con il Padova, nella partita Messina-Padova 22 novembre 1992 Segna il suo primo gol da professionista, l’unico in una squadra di club senza la maglia della Juventus


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«La città mi piace proprio tanto, peccato non poterci passeggiare quanto vorrei, sono i limiti della notorietà»

28 giugno 1993 Giampiero Boniperti chiude la trattativa con il Padova: Del Piero è ufficialmente in bianconero 12 settembre 1993 Debutta in Serie A contro il Foggia 19 settembre 1993 Nel giorno dell’anniversario di matrimonio dei suoi genitori, segna il suo 34

primo gol in bianconero, in JuventusReggiana 25 marzo 1995 Debutta in Nazionale A a Salerno contro l’Estonia 8 novembre 1998 Alla vigilia del suo ventiquattresimo compleanno, allo stadio Friuli di Udine, Del Piero si infortuna al ginocchio sinistro


richiesta di autografo: «Ho imparato da bambino, quando gli autografi li chiedevo io, che non bisogna mai deludere i tifosi». Ne ha firmati addirittura duemila, Alessandro, nel giorno della presentazione del suo libro al Salone del Libro, 14 maggio 2012, Sala Gialla: tutta quella gente in fila per l’ultima firma torinese del capitano. «Erano rimasti per ore in attesa, disciplinati, senza spingere, come potevo non accontentarli?». Dunque, i padiglioni del Lingotto possono essere inseriti, anche se in extremis, nella topografia torinese di Alessandro Del Piero, che lì ha vissuto uno dei suoi vari commiati dalla città. Il più toccante, ovviamente, quello del giorno prima, allo stadio, durante Juventus-Atalanta del 13 maggio: ultima partita di campionato per Del Piero, con il contorno delle lacrime dei tifosi e quasi, per un pelo, anche delle sue: «Avevo gli occhi umidi, è stata dura resistere, per mandarle indietro ho pure fatto finta di allacciarmi le scarpe». Corso Grosseto, quartiere delle Vallette: forse, la matita dovrebbe sottolineare con due o tre righe spesse e scure questo indirizzo, più che mai del cuore: lo stadio. Spesso, gli addii tendono agguati del genere. Per tanti anni, la Torino di Alessandro Del Piero è stata ovviamente quella della sua professione di calciatore: unico tra i bianconeri, Del Piero ha giocato in tutti e quattro gli stadi della Juve, cominciando dal Comunale, dove vinse un campionato Primavera (corso Agnelli e via Filadelfia, dunque). Poi, il freddo Delle Alpi e la periferia delle Vallette: «Ma io sono nato e cresciuto in un piccolo paese, i luoghi periferici mi affascinano». Poi è stata la volta dello stadio Olimpico, solo un diverso modo per chiamare il Comunale (lì accanto, la Juve si è allenata per tanti anni), infine il ritorno alla Continassa dove sorge, macchia d’argento, lo Juventus Stadium con annesso museo. Eppure, le geografie private di Del Piero sono anche più significative. E allora vale la pena spostar-

si in via Gramsci, dove Alessandro e suo fratello Stefano, manager e procuratore, hanno rilevato i locali dell’ex cinema, chiuso per anni, pensando a un luogo commerciale ed espositivo insieme, uno spazio che servirà ad iniziative anche culturali, mostre e incontri, tutto sotto il segno del numero 10, il marchio di fabbrica di Alessandro. E non importa se lui, nel frattempo, starà giocando ancora da un’altra parte. Torino è davvero la città perfetta, per Del Piero. Si potrebbe dire che gli somiglia, perché la discrezione di Alessandro è molto sabauda. Anche il suo stile di lavoro lo è: un po’ sottotraccia nella preparazione di ogni gesto, per realizzarsi pienamente solo nel gesto medesimo, senza orpelli, come dev’essere per un lavoro ben fatto. La sua “chiave a stella”, Del Piero l’ha usata per assemblare una combinazione di campione e di uomo, bullone dopo bullone. «Torino è un luogo che favorisce la concentrazione e la laboriosità, qui si vive bene, nessuno si sente soffocato».

Nelle foto Nell’altra pagina in alto: con la moglie Sonia durante la festa Scudetto Sotto (da sinistra a destra): alla sua prima partita con la maglia della Juventus; la copertina del suo primo libro 10+. Il mio mondo in un numero, Mondadori

E poi esiste un luogo ancora diverso dagli altri, un segmento di città che appartiene ad Alessandro: è ancora lavoro ma non è pallone. Si tratta degli uffici della sua società, quella che cura ogni aspetto

13 febbraio 2001 Muore suo papà Gino. “Il dolore più grande provato nella mia vita”, dice Del Piero

24 gennaio 2003 Muore l’avvocato Agnelli, che gli aveva regalato il soprannome Pinturicchio

Stagione 2001-2002 Nella sua prima prova da capitano, Del Piero supera il traguardo dei cento gol con la maglia bianconera, forma il miglior tandem d’attacco del campionato con Trezeguet e vince il suo terzo scudetto

12 giugno 2005 Si sposa a Torino con Sonia Amoruso in un matrimonio con pochi intimi, celebrato da don Luigi Ciotti 9 luglio 2006 Del Piero è nella Nazionale che vince 35


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Questi uffici si trovano in corso Marconi, nella stessa palazzina che appartenne alla Fiat, al mitico settimo piano dove l’avvocato Agnelli governava città e impero industriale

dell’ “azienda Del Piero”, dalle attività commerciali ai contratti sportivi, dalla beneficenza ai progetti in Italia e all’estero. Questi uffici si trovano in corso Marconi, nella stessa palazzina che appartenne alla Fiat, al mitico settimo piano dove l’avvocato Agnelli governava città e impero industriale dall’alto di una prospettiva che spaziava tra tetti e montagne. L’ufficio di Alessandro è circondato da vetrate, è luminoso, offre panorami a 360° ed è un luogo sobrio, essenziale ma colorato. Pareti bianche, porte di un arancione vivo, pannelli ai muri con le sue immagini. Uno spazio dove Del Piero si è recato spesso, in questi anni, per seguire di persona le svariate ramificazioni della propria attività, insieme al fratello Stefano che con lui organizza, coordina e decide. Questa parte di Torino è stata, per Alessandro, un luogo di lavoro vero: «È giusto seguire in prima persona le cose, essere presenti. Mi piace questo quartiere, è molto bella la prospettiva che offrono le finestre dei nostri uffici. D’inverno, quando le montagne sono coperte di neve e sembra di toccarle, ci si sente in un mondo a parte». Ed è una sensazione che Del Piero ama molto: l’isolamento, il bisogno di concentrazione e riflessione. La quiete. Sette piani sopra la città, Torino mantiene tutte le sue caratteristiche di luogo esatto, geometrico, sobrio eppure affascinante, qualcosa che evoca sempre qualcos’altro. Tra tutte le geografie urbane possibili, sono però gli spazi domestici i più importanti per Alessandro. Anche questo fa parte del suo carattere. Ecco perché la sua casa torinese, che non sarà abbandonata in questa ultima parte di carriera lontano dall’Italia, per poi essere ritrovata quando sarà ora, rappresenta il centro di ogni mappa, il cuore di ogni itinerario. È questo l’indirizzo vero della sua vita. Una casa in precollina, dietro piazza Crimea, con tanto verde per giocare con figli e animali do-

sequel del film cult anni Ottanta, in cui Del Piero fa un cammeo la Coppa del Mondo a Berlino in finale contro la Francia di Zidane 22 ottobre 2007 Nasce il primo figlio di Del Piero, Tobias 11 gennaio 2008 Esce L’Allenatore nel pallone 2, 36

9 settembre 2009 Dopo Calciopoli riparte con la Juventus dalla serie B, quattordici anni dopo averci giocato l’ultima volta con il Padova 2009 Nasce Dorotea, secondogenita di casa Del Piero

2010 Nasce il terzo figlio di Alessandro e Sonia, Sasha 19 ottobre 2011 Il presidente della Juventus, Andrea Agnelli, dichiara che questa sarà l’ultima stagione in bianconero per Del Piero 13 maggio 2012 Del Piero conclude il campionato da campione d’Italia


Gli altri numeri di Alex 37 anni 173 cm di altezza 73 kg di peso

Nelle foto

Immagini tratte dalle collezioni di Figurine Panini per gentile concessione dell’editore

1

1994-95

8

4

Scudetti in Serie A

coppa italia e supercoppe italiane

(di cui 2 revocati)

1

1 Europei 1996

Champions league

4

320

1 supercoppa europea e coppa intercontin.

1998-99

2001-02

796 Mondiali 2006

Presenze in campo

(704 con la Juventus)

Volte capocannoniere

goal segnati

(289 con la Juventus)

53553 2006-07

Minuti giocati

(48365 con la Juventus)

2011-12 37


cover

La sua casa torinese, che non sarà abbandonata in questa ultima parte di carriera lontano dall’Italia, per poi essere ritrovata quando sarà ora, rappresenta il centro di ogni mappa

Centocinquantamila copie vendute in un mese. Il successo del libro autobiografico Giochiamo Ancora (Mondadori, € 15.90, 115 pagine), scritto da Alessandro Del Piero e Maurizio Crosetti va addirittura oltre le aspettative, spinto anche dalla febbre scudetto e dal tormentato divorzio tra Alex e la Juventus. Basti guardare il fiume di fan che ha invaso l’ultimo Salone del Libro per farsi firmare una copia del libro dallo storico numero 10 bianconero: non sono bastati i 600 posti messi a disposizione del pubblico nella Sala Gialla del Lingotto Fiere, i fan erano almeno il doppio. “Una bella fatica”, l’ha definita Del Piero, una fatica nata per caso. Una serie di interviste con il giornalista di Repubblica Maurizio Crosetti che, man mano che Alex si raccontava, si è trasformata in un libro. Del Piero non è nuovo all’editoria. Già nel 2008, infatti, aveva pubblicato 10+. Il mio mondo in un numero, sempre per Mondadori, una raccolta di classifiche in cui ritornava il suo numero caratterizzante: i dieci goal più belli, i dieci piatti preferiti, i dieci rimpianti che accompagnano la sua vita e via così. Certo, niente a che vedere con quest’ultimo libro, un’autobiografia intimista in cui Alex si mette a nudo e racconta di sé, della sua famiglia, della sua passione per il calcio, coltivata fin dalla primissima infanzia. Un ritratto di un giocatore, certamente, ma anche la fotografia di un uomo. Sarà per questo che, di tutti i suoi fan, solo una parte sono seguaci del calcio: la stima per Del Piero spesso è bipartisan e va oltre il campo da gioco. 38


mestici, “dentro” la città ma anche un po’ discosta: una specie di prospettiva laterale, il modo giusto per isolarsi nella quiete familiare: «Il tempo che trascorro con i miei bambini e con mia moglie è il più prezioso in assoluto». Il prato di questa casa è diventato, nel tempo, una sorta di luogo simbolico. Alessandro lo racconta bene nel suo libro, quando spiega un momento molto intenso e intimo: «A volte mi sdraio sull’erba e resto con il naso all’insù, insieme ai miei bambini. È un momento perfetto e magico, in cui mi sembra di ritornare indietro nel tempo, perché facevo la stessa cosa da piccolo e mi piaceva. È anche un modo per rallentare un po’ il ritmo, e ritrovare le cose che più amo». E sarà anche vero che tutto il cielo si somiglia, quando lo si guarda sdraiati come il quattro di bastoni. Ma il cielo di Torino, per Alessandro Del Piero, è stato anche un modo per chiamare (e amare) diversamente la città. Compresa la nostalgia con la quale fare i conti, fino al giorno del ritorno. Lo stradario aspetta, senza fretta. 39


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Storie

E qui, deliziati dagli agnolotti “che cosĂŹ solo in paradisoâ€? e dalla coscia di coniglio impanata, bevendo un grande Barolo di annata storica, io e Bob ci scateneremo in una versione delirante di The times they are a-changing Bruno Boveri

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Col lisio ni 42


d i C L ARA CARO L I f o t o C O U R T E S Y U FF I C I O S TA M PA C O L L I S I O N I

E chi se ne frega del red carpet

Dal 13 al 16 luglio Barolo ospita Collisioni, uno dei festival più interessanti dell’estate piemontese. Il direttore artistico Filippo Taricco ci spiega dove sta il segreto per fare una programmazione così (da Bob Dylan a Don De Lillo) in tempi di crisi

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storie

Filippo Taricco, trentenne drammaturgo cresciuto alla factory Holden, ha reinventato l’esausta formula del Grinzane al netto degli scandali

I nipotini di Pavese e Fenoglio sono gente ruvida e concreta. La favola della “Langa felix”, tutta dolci colline, scorci romantici e tagli di luce hollywoodiani, la lasciano ai milionari americani che qui vengono a celebrare faraonici matrimoni “fiction”. Loro con la terra hanno un altro rapporto; vero, viscerale, quasi doloroso. “Siamo cresciuti qui, ci hanno fatto leggere La malora la prima volta a sei anni, poi a dodici, poi a diciotto. È una cosa forte che abbiamo dentro”. La Langa: molto forte, incredibilmente vicina. Così Filippo Taricco, trentenne drammaturgo cresciuto alla factory Holden, che ha reinventato l’esausta formula del Grinzane - al netto degli scandali - creando il fenomeno Collisioni. Sulla terra avara di Fenoglio, un rigoglioso festival estivo che incrocia (con la formula dichiarata nel titolo del crossover, del mash-up, dell’incontro/scontro tra diversi oggetti culturali) letteratura, teatro e rock’n’roll. L’edizione di quest’anno, la quarta, dal 13 al 16 luglio, si sposta di qualche chilometro, da Novello alla vicina Barolo, sempre in provincia di Cuneo. “Un trasferimento per ragioni logistiche. - spiega il direttore - Un ‘grosso grasso’ matrimonio, di quelli cui si accennava prima, ha monopolizzato in quei giorni la piazza di Novello, sede della manifestazione fino all’anno scorso. Ma a Collisioni il comune di Barolo ha spalancato le porte (e le borse, con un generoso contributo). Da un vino giovane a uno più maturo: il marchio enologico resta insomma nella toponomastica della rassegna langarola come connotato inevitabile. Il tema è “The Wind”, il sottotitolo “Parole dal futuro”. E il testimonial del vento che soffia annunciando il futuro - ieri alla generazione di Woodstock oggi a quella di Occupy - è il vecchio ragazzo del Minnesota, Bob Dylan, in un cartellone di all star che affianca Patti Smith e Boy George, Don De Lillo e Niccolò Ammaniti (entrambi mediaticamente in auge dopo i film presentati a Cannes, di Cronenberg e Bertolucci, tratti dai rispettivi romanzi), Richard Mason e Louis Sepúlveda, Carlo Verdone e Pupi Avati, Vinicio Capossela e Subsonica. L’elenco è lungo (continua su www.collisioni.it).

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Col lisio ni


Nelle foto A inistra: Filippo Taricco, Bob Dylan In questa pagina: Bob Dylan, Boy George, Patti Smith

Filippo Taricco, come fa un piccolo festival in un simile momento di crisi a portare in Piemonte un pezzo grosso come Bob Dylan? Con Bob Dylan, come con altri, coltiviamo da tempo rapporti personali. I festival si costruiscono anche con le relazioni. Ma non mi pare sia questo il merito maggiore di Collisioni. L’importante non è portare il grosso nome per far scrivere voi giornalisti. L’importante è creare una rete di opportunità artistiche, è offrire a giovanissimi artisti del teatro e della musica uno spazio nel quale esibirsi per uscire dall’anonimato. Nei quattro giorni del festival sono attivi cinque palcoscenici sui quali si alternano rock, reading e live teatrali. Il Progetto Giovani porta a Barolo trecento ragazzi da tutta Italia, ospitati dal festival, che partecipano come volontari o performer durante la manifestazione. Più di trenta band e venti musicisti emergenti, artisti di strada, attori teatrali e circensi, che non avrebbero altrimenti un luogo per le loro esibizioni. Questo per noi significa fare cultura. Non portare Bob Dylan o Patti Smith. Come si finanzia Collisioni? Il festival ha un budget complessivo di 350mila euro, un terzo dei quali sono fondi pubblici stanziati dalla Regione Piemonte e dal Comune di Barolo. Il resto viene dai privati, dalle fondazioni bancarie Crt, Cassa di Risparmio di Cuneo, Banca d’Alba. E dalle sponsorizzazioni di Marachella Gruppo, Terre dei Savoia e Barolo & Castels Foundation. Il contributo delle istituzioni è fondamentale, Collisioni ha un forte radicamento nel territorio. Ma senza l’apporto dei privati, hotel, ristoranti e servizi, non si potrebbe realizzare.

Oltre ai big Più di trenta band e venti musicisti emergenti, artisti di strada, attori teatrali e circensi, che non avrebbero altrimenti un luogo per le loro esibizioni. Questo per noi significa fare cultura

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storie

Quanto risentite della crisi? Parecchio, come tutti. Nell’edizione di quest’anno abbiamo introdotto un abbonamento giornaliero, al costo di cinque euro. Una donazione per pagare il parcheggio e il servizio navetta. Un piccolo contributo che chiediamo al pubblico per continuare a far funzionare il festival. Un ticket, chiamatelo come volete, perché continui a stare in piedi. Anche Collisioni, come altre manifestazioni culturali in questa difficile congiuntura economica, rischia di non sopravvivere? Noi dello staff organizzativo lavoriamo in regime di volontariato. Quasi tutti abbiamo un’altra occupazione con cui mantenerci. Collisioni non è certo un business. Quest’anno probabilmente ci rimetterò qualcosa di tasca mia. Per il futuro non so. Forse è necessario, anche per noi, rivedere la formula. Mi pare che l’intero sistema culturale abbia bisogno di nuovi modelli più sostenibili. Come si spiega il fenomeno Collisioni? Il festival nasce nel 2009 mentre scoppia il caso Grinzane Cavour. Ci siamo ritrovati, senza volerlo, ad occupare lo spazio lasciato vuoto da Soria. Collisioni è una realtà nata dal basso, dalla rete delle biblioteche civiche e dei gruppi di lettura. Mi pareva interessante mettere in contatto questo mondo con quello giovanile della musica, del rock. Si ragiona per stereotipi e si pensa che siano contrapposti, cultura alta e cultura bassa, popolare, quando non lo sono affatto. A nostro favore ha funzionato il passaparola. Anche internazionale. Lo scorso anno, per dire, sono venuti Salman Rushdie e Paul Auster e ci hanno fatto conoscere nell’ambiente letterario di tutto il mondo. Collisioni ha successo perché sa parlare a quel segmento di pubblico ambitissimo dal marketing non solo culturale: i giovani?

Siamo giovani anche noi. È il nostro linguaggio. Dopodiché Collisioni si rivolge ai ragazzi per aggregarli in un progetto che li vede protagonisti, non per prenderli all’amo in quanto consumatori. Un festival che in quattro anni è “esploso”, sono parole sue. Siete partiti da 15mila spettatori, la scorsa edizione avete superato i 50mila. Previsioni per quest’anno? “Non facciamo previsioni e non abbiamo ambizioni né record di presenze da battere. Volete un milione di spettatori e una rassegna stampa alta così? Non fa per noi. E poi è un modo vecchio di concepire i festival. Così ragiona mia nonna.

Mi pareva interessante mettere in contatto il mondo della letteratura con quello della musica, del rock. Si pensa che siano contrapposti, cultura alta e cultura bassa, popolare, quando non lo sono affatto

Nelle foto In alto: Carlo Verdone A fianco: Niccolò Ammaniti, Lella Costa

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Col lisio ni

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storie

A Collisioni Lella Costa incontrerà l’inglese Richard Mason, quello di Anime alla deriva e Alla ricerca del piacere. Così abbiamo chiesto alla stand-up comedian che cosa la fa stare bene. Ci ha risposto: il tempo, un tè, un tascabile ma soprattutto una cosa che si fa con le amiche

Il piacere al tempo della

crisi d i v a le n t i n a d i r i n d i n

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La sua voce attraversa le generazioni: chi ha tra i trenta e i quaranta se la ricorda come appartenente a Marta di Lupo Alberto o ad Annie, la mamma della magica magica Emi; chi ha dai cinquanta in su (soprattutto se donna) la riconosce invece come Reva di Sentieri. Quale migliore dimostrazione del fatto che essere culturalmente impegnati non significa essere snob se non la carriera di Lella Costa, attrice teatrale ma anche personaggio televisivo, autrice di monologhi ma anche comica a Zelig? A Collisioni, l’attrice dialogherà con Richard Mason, il Paolo Giordano d’Oltremanica: bello, giovane, talentuoso, ha conquistato pubblico e critica con un romanzo d’esordio drammatico e appassionante, Anime alla deriva. E visto che l’oggetto del dialogo tra la Costa e Mason sarà l’ultimo libro di quest’ultimo, Alla ricerca del piacere, noi abbiamo voluto giocare sul tema. Signora Costa, dove si trova il piacere ai tempi della crisi? Credo che uno dei veri lussi della contemporaneità sia il tempo. La crisi per la verità te ne lascia fin troppo, se si pensa a chi perde il lavoro, ma in generale dobbiamo imparare a farne un uso diverso. Non so, avere una relazione meno ansiosa con il tempo, cercare di abitarlo con serenità: è questo il vero piacere. Diamo una ricetta per fare qualcosa che ci piace anche con il portafoglio vuoto? Un piacere che non costa molto è la lettura: sulle bancarelle, ma anche in libreria, si possono comprare degli splendidi libri con pochi euro. Per me, è una delle cose che valgono di più.


A quale piacere non rinuncerebbe mai? Al tè. Non bevo caffè, perché non mi piace, e per me quello del tè è un momento di pausa intoccabile. Ha una ritualità tutta diversa, che comunica calma e serenità. Poi, non rinuncerei mai alla lettura e mai al mare, che è il posto fisico che amo di più in assoluto, qualcosa per cui non finisco mai di essere grata. Il piacere legato all’attualità: cosa le piace e cosa no di questo governo? È estremamente noioso, poco creativo e molto autoreferenziale. Magari è davvero composto da coloro che ci possono salvare, ma a me pare che la vita sia più complessa, più ricca e più difficile di così. Se la politica di palazzo era lontana dalla vita reale, la politica dei tecnici non lo è meno. Una cosa che mi piace è che finalmente danno la sensazione di fare un compito gravoso, di lavorare seriamente, in quello che finora non pareva un mestiere ma un insensato privilegio. Quale dei problemi dell’Italia le piacerebbe che venisse risolto con urgenza? Sicuramente quello del lavoro, che va ridistribuito e valorizzato. Tra l’altro, si tratta di una questione che, se venisse risolta, porterebbe con sé altri miglioramenti a catena. Da milanese, le piace Torino? Moltissimo! Anzi, spero che la mia Milano si rimetta in pari. Negli ultimi quindici anni Torino è rifiorita, ha trovato una nuova energia ed è diventata una

Torino è rifiorita, ha trovato una nuova energia ed è diventata una città meravigliosa

città meravigliosa. In contemporanea Milano si è sempre più chiusa, è diventata sempre meno affascinante. Alla fine, a Torino mi legano anche le mie origini: i miei sono piemontesi… Elenchiamo i piaceri della vita: partiamo dal piacere di mangiare… Dovrebbe essere sancito dalla Costituzione! Anche perché è un piacere che porta con sé la convivialità e la condivisione. Il piacere di leggere: un libro da consigliare Uno solo? Aiuto! Be’, uno che ho letto di recente, che mi ha incantato è il libro di Marcello Fois “Nel tempo di mezzo” I piaceri della carne: a cosa non bisognerebbe mai rinunciare? A piacersi, alla cura di sé, alla seduzione. Ma molto più per se stessi che per gli altri. Il piacere di viaggiare: un luogo da visitare assolutamente Dipende…se fosse una città direi New York, tutti la dovrebbero vedere almeno una volta. Però il piacere di viaggiare alla fine non sta nella meta, quanto nella capacità di prendersi del tempo per il percorso, per godersi il viaggio. Il piacere di stare insieme: ci descrive la serata perfetta? È quella in cui conta più la compagnia che tutto il resto, quando ci si trova con persone con cui si aveva voglia di stare senza magari neanche saperlo. Abbiamo dimenticato qualcosa? Probabilmente si.. c’è la musica, c’è il chiacchierare, che per me è un piacere fondamentale: ricordo ancora quando ero ragazza e prima di andare in bagno dicevo alle mie amiche: ‘non chiacchierate senza di me’ .

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Il cibo, i pettegolezzi, le colline, la musica, i Subsonica, la moda e la campagna: intervista a tutto tondo a una popstar anni Ottanta che pensa al futuro. Nel quale s’intravede il ritorno dei Culture Club

Un alieno Boy George nelle Langhe G

li anni Ottanta erano gli anni dell’eccesso, delle tinte forti, dell’ambiguità sessuale esasperata sui palcoscenici. Noi avevamo il nostro Renato Zero, che cantava con vestiti sgargianti, i capelli cotonati e molto più trucco di quanto qualsiasi madre abbia mai permesso alla propria figlia di mettere. Passati i sessanta, però, Renato – come la maggior parte dei suoi colleghi di quegli anni – si è adeguato agli anni che passano: se lo vedi, ora, è un signore distinto sempre in abito nero. Uno che invece è rimasto uguale a se stesso è Boy George. Chiuso il capitolo dei Culture Club, ha proseguito da solista, per poi trovare nuovo successo e nuova vita come dj. Non ha rinunciato al trucco, né all’ambiguità sul suo orientamento sessuale, né agli scandali. Di quest’ultimo argomento, guai a parlargliene: nell’ultima intervista in Italia, Chiambretti lo ha fatto innervosire un bel po’. Comunque, Boy George ha un bagaglio da vero nostalgico, con cui il 15 luglio approderà a Collisioni per un dj set e per la presentazione del suo album Ordinary Alien.

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Nel corso della sua carriera, si è esibito diverse volte in Italia. Conosce il nostro Paese? Lo conosco molto bene! So che può sembrare un cliché usato da molti artisti, ma per me l’Italia è davvero una seconda patria. Ho avuto la fortuna di suonare qui moltissime volte, ho girato in lungo e in largo sia da solo che con la mia band e non sono mai stanco della vostra cultura, della gente, del cibo, della moda… Potrei andare avanti ore a elencare le cose che amo del vostro paese. Ha suonato anche diverse volte a Torino. Ha mai avuto tempo di visitare la città? Si, per fortuna l’ho potuta ammirare. L’ho sempre trovata molto magica, c’è qualcosa che ti riempie nel camminare in mezzo all’architettura barocca, nel passeggiare nelle magnifiche piazze o anche solo nell’immergersi nell’atmosfera dei caffè storici o delle vie pedonali. Per Collisioni suonerà nelle Langhe, una delle zone più belle della nostra Regione, molto conosciuta per la sua cucina tipica. Le piace il cibo italiano? Il cibo è una delle mie molte passioni. Non posso dire di essere un bravo cuoco ma mi piace tantissimo stare in cucina. Adoro i piatti semplici ma ben gustosi, cosa che la cucina italiana offre in abbondanza, soprattutto nelle ricette popolari. Quello che mi piace di più della vostra cucina è la capacità di prendere il cibo con estrema serietà: non solo come una sorta di necessità del corpo o come un passatempo, ma come componente fondamentale dell’identità regionale e nazionale. Purtroppo questa è una cultura che noi inglesi abbiamo perso.

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È vero che i Culture Club ritorneranno insieme? Si, è vero. Attualmente stiamo lavorando a del materiale nuovo, che si trasformerà in un album di inediti. Una volta completato, ci rimetteremo in pista con un tour mondiale. Abbiamo pronte già circa venti tracce, ma siamo molto lontani dal completare il lavoro, siamo ancora in una fase embrionale. Stiamo lavorando su un suono più maturo, qualcosa di leggermente differente dai nostri lavori precedenti e abbiamo voglia di regalare ai fan qualcosa di veramente nuovo, anziché portare semplicemente in tour i nostri vecchi successi. Per me è un progetto davvero emozionante! Che cosa è (o chi è) un ordinary alien? Ah, il titolo del mio ultimo album si riferisce al modo che ho di vedere me stesso. Molta gente ha questa strana idea di me, perché sul mio conto in questi anni è stata scritta molta spazzatura. Qualcosa di vero magari c’era ma per la maggior parte erano falsità. La definizione “ordinary alien” mi rappresenta, sono un alieno che puoi portare a casa dai tuoi genitori: strano sì, ma non così tanto come pensa la gente. Conosce i Subsonica, la band italiana che suonerà a Collisioni due giorni prima di lei? Sì, li conosco bene. Hanno un gusto musicale così diverso, è una cosa che in generale apprezzo nelle band. Purtroppo non avrò la possibilità di ascoltare il loro concerto, ma immagino che siano una grande band anche sul palcoscenico, una di quelle che incantano il pubblico, specialmente quando giocano in casa. Probabilmente, come dj, sarà abituato a esibirsi nelle discoteche. A Collisioni suonerà in cima a una collina, circondato dalla natura. È un’esperienza che ha mai provato prima? Le discoteche sono alla base dei miei tour, ma una volta arrivata l’estate iniziano a fiorire i festival. Ho suonato nelle foreste, sulle spiagge, in vecchi magazzini e spesso anche in aperta campagna. È un’esperienza incredibile ballare all’aperto, in mezzo alla natura fra tanta gente che si diverte. È quasi la soddisfazione naturale di un bisogno primario dell’uomo. La location di Collisioni sembra splendida e non vedo davvero l’ora di mettermi ai piatti per questo evento, che sono sicuro sarà uno di quelli da non perdere.

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Lei è la ragazzaccia irriverente della tv italiana: la Lucianina nazionale. Lui è uno scrittore statunitense (emigrato a Parigi per sfuggire ai divieti di fumo negli States), autoironico e irriverente: David Sedaris. Insieme, faranno un reading a Collisioni: possiamo solo immaginare cosa ne verrà fuori.

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Littizzetto:

Me piacere bello Sedaris Intanto, noi abbiamo chiesto a Luciana di indicarci il suo pezzo preferito dello scrittore. Lei ci ha risposto l’intero “Me parlare bello un giorno”. E noi abbiamo scelto questo brano qua (tratto dal racconto “Dodici momenti nella vita di un artista”).

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Nella foto A sinistra: Luciana Littizzetto A destra: David Sedaris

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Uno: già in tenera età, mi sorella Gretchen mostrava un notevole talento per il disegno e per la pittura. I suoi ritratti ad acquarello di funghi coperti di puntini e fanciulline imberrettate venivano appesi in soggiorno con orgoglio, e per incoraggiare le sue capacità le si offrivano lezioni private e soggiorni estivi in campeggi per giovani artisti. Nata con quello che mia madre definiva un “temperamento artistico”, Gretchen volava di fiore in fiore, ottenebrata da una nebbiolina di beatitudine. Col naso rivolto al cielo e lo sguardo sognante, inciampava nei ceppi d’albero, e si lanciava in mezzo alla strada incurante delle bici che sfrecciavano nella sua direzione. Quando poi le ingessavano braccia e gambe, lei personalizzava i gessi con margheritine e ricciolute nuvolette a pennarello. Sul piano prettamente fisico era stata ricucita più volte lei della prima bandiera americana, ma su quello mentale nulla sembrava sfiorarla. Potevi raccontarle qualsiasi cosa raccomandandole il riserbo più assoluto, tanto nel giro di cinque minuti non si sarebbe ricordata nient’altro che il modo in cui la luce giocava sul tuo viso mentre parlavi. Era come ospitare in casa uno studente straniero in soggiorno studio. Per lei nulla di ciò che dicevamo o facevamo aveva senso: sembrava vivere secondo le regole i costumi di un paese esotico e lontano, i cui abitanti scavavano pozzi per estrarre dalla terra colori a olio e raccoglievano pastelli dai rami di alberi striminziti. Senza copiare da nessuno, mia sorella si era inventata una personalità bizzarra e tutta sua, che in me suscitava ancora più invidia delle sue capacità artistiche. Quando il talento di Gretchen venne riconosciuto dai suoi insegnanti, i miei genitori si fecero avanti per reclamarne la paternità. Da bambina mia madre aveva dimostrato una certa inclinazione per il disegno e le sculture di fango, ed era ancora capace

di intrattenerci disegnando a tempi record un celebre picchio dei cartoni animati. Mio padre invece, a dimostrare che il suo era un talento latente, si comprò una confezione di colori acrilici e sistemò un cavalletto davanti al televisore dello scantinato, producendo repliche esatte dei caffè di Renoir e di monaci spagnoli immusoniti sotto i loro cappucci. Dipingeva strade newyorkesi e carrozze lanciate verso tramonti infuocati. Poi, una volta riempito lo scantinato con i suoi sforzi artistici, smise di dipingere misteriosamente come aveva cominciato. Io pensai che, se mio padre poteva fare l’artista, la cosa doveva essere alla portata di chiunque. Gli rubai tavolozza e pennelli, mi chiusi nella mia stanza e lì, all’età di quattordici anni, inaugurai il mio lungo e ignominioso periodo blu.»

Per gentile concessione di Arnoldo Mondadori Editore

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Godersi le Langhe Mangiare Trent’anni fa,il responsabile di Slow Food Piemonte e Valle d’Aosta millantò una serata passata con il Poeta (e ci cascarono tutti). Ora si prepara a portarlo a mangiare in Langa. E se Bob non ci andrà, potete farlo voi

Se portassi a cena Bob Dylan... d i B r u n o b o ve r i

Tanti anni fa, alla fine dei mitici (ma de che?) Settanta, facevo il dj in una radio libera (così si diceva…), soprattutto di notte. Mi divertivo un sacco, mettevo musica strafiga, la gente telefonava e la notte volava via (e magari finiva pure bene, non so se ci capiamo). Una notte ho messo Dylan che cantava insieme ad altra bella gente Blowin’ in the wind, dal vivo, in un piccolo locale, con tanti rumori di sottofondo. Insomma, sembrava cantasse in una piola… e così io l’ho venduta per radio, ho detto che l’avevo registrata io in un’osteria in collina e se ci facevano caso si sentiva pure la mia voce. Ragazzi, ci hanno creduto! Mi sono arrivate un mare di telefonate, e tra questa una della mia ex moglie (la prima) che, commossa, mi diceva che era felice per me, che avevo passato una notte a cantare col mio idolo.

Boccondivino Via Mendicità Istruita, 14 Bra Tel. 0172 425674 Costo 30/35 € La Torre Via Garibaldi, 13 Cherasco Tel. 0172 488458 Costo 30€ Locanda nel Borgo Antico Via Boschetti, 4 Barolo Tel. 0173 56355 Costo 70/80€

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Beh, adesso il vecchio Bob viene davvero nelle colline di Langa, e allora dove lo porto a cena? Il primo posto che mi viene in mente è il Boccondivino a Bra, nel cortile della sede storica di Slow Food, tajarin come dio comanda, ovviamente al ragù di salsiccia, il tonno di coniglio e la panna cotta più buona del mondo. Felicità assoluta e ci cantiamo sopra Lay Lady Lay. Seconda opzione: La Torre a Cherasco, e qui andiamo di batsoà. Cosa sono? Ma dai…! Piedini di maiale disossati, cotti in acqua e aceto, impanati e fritti. Sono pesanti? Ma dove vivete, se sono fatti bene (e qui lo sono ai massimi livelli) sono delicati e celestiali, Bob ci andrà matto e canterà All along the watchtower per tutta la notte. Ultima opzione, se vogliamo fare gli sboroni e colpire con gli effetti speciali, lo portiamo da Massimo Camia (uno dei migliori cuochi in circolazione, datemi retta) alla Locanda nel Borgo Antico di Barolo. E qui, nella sala bellissima con le vetrate che danno sulle vigne, deliziati dagli agnolotti “che così solo in paradiso” e dalla coscia di coniglio impanata, bevendo un grande Barolo di annata storica, io e Bob ci scateneremo in una versione delirante di The times they are a-changing. Sapete che vi dico? Magari invitiamo anche Patti Smith…


&dormire

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Se tornassi indietro di trent’anni… d i D a r i o B r a g a gl i a

Non sono ancora troppo antico, ma quando ero giovane si partiva da Torino, si andava a cenare in Langa e si tornava a notte fonda (spesso un po’ alticci, volevi non bere qualche bottiglia di Barolo proprio lì...?). A tavola si trascorrevano serate indimenticabili (gli anni aiutano a mitizzare) ma di dormire in zona, nemmeno a parlarne. Non erano ancora i tempi dei resort, dei green, delle beauty farm, della vinoterapia. Anzi, nemmeno dei motel. Ci si sarebbe potuti accontentare. Quando, anni dopo, ho dovuto visitare per motivi di lavoro quello di Alba mi sembrava di essere in un telefilm tipo Happy Days. Però, questi “langhetti”, si stanno modernizzando. Pensai. Non che fossero i tempi della Malora di Fenoglio, ma poco ci mancava. Per inciso, andateci alla Cascina del Pavaglione, l’hanno rimessa in ordine, c’è una piccola biblioteca, mostre fotografiche, si fa del bookcrossing. È un posto commovente, almeno per chi ama Fenoglio. Nel giro degli ultimi dieci-quindici anni molto è cambiato e tutto sommato è giusto così. Accoglienza a 5 stelle anche in Langa, dunque, ma pure curatissimi bed & breakfast. Di quelli che piacciono tanto agli stranieri (ma anche a noi).

Le cene nelle Langhe possono finire molto tardi e con un tasso alcolico rischioso. Quindi, meglio premunirsi e prenotare una notte in hotel

Villa Contessa Rosa Tenuta di Fontanafredda Serralunga d’Alba, tel. 0173.626117 www.villacontessarosa.com Bricco dei Cogni loc. Bricco dei Cogni, frazione Rivalta di La Morra, tel. 0173.509832 www.briccodeicogni.it Solo 6 camere, ottime prime colazioni Sogni e tulipani via Sacco 1, Govone, tel.0173.58130, www.sognietulipani.it Due suite spaziose, arredate in stile ottocentesco per ricreare l’ambiente di un’antica casa borghese.

Come il Bricco dei Cogni, indirizzo un po’ segreto con arredi in stile british, giardino e piscina (ma chi l’avrebbe immaginato trent’anni fa: quant’è più comodo un bel bagnetto rinfrescante in Langa piuttosto che un massacrante fine settimana in coda sull’autostrada per raggiungere improbabili lidi). Oppure Sogni e Tulipani, in una casa signorile nel centro storico di Govone con un delizioso giardino che digrada verso la valle del Tanaro (vabbé siamo nel Roero, non fate i pistini! Le Langhe sono giusto di fronte). Camere immerse nella storia e nel verde della tenuta di Fontanafredda anche a Villa Contessa Rosa, in quella che fu una delle residenze di Rosa Vercellana, moglie morganatica di Vittorio Emanuele II. E per la serie chi l’avrebbe detto, c’è da dire che anche i musei cambiano. Dimenticate le polverose raccolte di attrezzi contadini, al WiMu, il Museo del vino di Barolo, ci si può anche divertire. La firma dell’allestimento è una garanzia: François Confino, quello del Museo del cinema e del Museo dell’automobile di Torino.

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Godersi le Langhe

Mangiare&dormire

Storia, design, arte, architettura si fondono nell’art living hotel Antico Borgo Monchiero. Un’esperienza unica per rilassarsi e coccolarsi immersi nelle verdi colline delle Langhe

L’arte alberga nelle Langhe Col lisio ni 56


Antico Borgo Monchiero Monchiero Alto (CN)

Categoria 4 stelle 17 camere 4 appartamenti Centro benessere, piscina, solarium Sala meeting tel. 0173 792190

I

n perfetta linea con lo spirito del festival Collisioni, c’è un luogo immerso nelle colline delle Langhe dove l’arte e la cultura coabitano con il benessere. L’Antico Borgo Monchiero, tecnicamente un art living hotel, raccoglie attrattive artistiche tra le mura di un albergo quattro stelle. Mantenendo esteticamente la casa canonica del Settecento da cui è stato ricavato, con il santuario e la chiesetta adiacente, anche gli interni hanno il sapore d’un tempo grazie all’opera di restauro conservativo, che rende possibile tutt’ora godere delle volte grezze nella Spa, con chicche come la piscina idromassaggio scavata nel tufo e la stanza dotata di finestrella con vista sull’interno della chiesa. In questa lussuosa location con i confort di un hotel moderno, il costo delle stanze parte da 120 euro e il menù del ristorante (specializzato in pesce, per offrire una linea insolita) si aggira sui 40 euro. Ma è l’arte il vero motore tra queste mura. Oltre alla presenza dell’abitazione e del museo dedicato a Eso Peluzzi, poeta e pittore celebre per ritratti e paesaggi, sono soprattutto le frequenti iniziative artistiche a dare nuova linfa vitale al borgo. Il progetto lo Scrigno dell’Arte, ad esempio, prevede esposizioni e un’iniziativa dal curioso richiamo ai tempi rinascimentali. Come i Principi erano protettori degli artisti più illustri, così l’Antico Borgo Monchiero ospita i creativi moderni nella struttura per qualche tempo, stimolando in loro l’ispirazione delle terre di Langa. I primi a prendere parte all’iniziativa sono lo statunitense Christopher Russel e la fotografa inglese Alana Lake, ospiti di questa affascinante residenza per artisti, che con le loro opere andranno ad arricchire il patrimonio artistico del borgo Non c’è poi solo spazio per chi l’arte già la vive, ma anche iniziative per i più giovani, anzi, giovanissimi. L’arte a portata di bambino è un progetto didattico che mira all’approccio dei più piccoli alla creatività, tra laboratori e teoria. L’Antico Borgo Monchiero incarna proprio l’idea del binomio Arte - Langhe, proprio come il festival Collisioni. Per questo Marachella Gruppo, proprietaria dell’hotel, ha dato il suo apporto occupandosi del food & beverage per tutta la manifestazione langarola.

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Ritorno al futuro d i F ede r i c o D em a r c h i f o t o M a s s i m o p i n c a

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uattordici anni fa, quando le Olimpiadi erano un sogno che ancora doveva prendere forma e l’Avvocato godeva di ottima salute, Valentino Castellani ci aveva provato per la prima volta: costruire un piano strategico per Torino, mettere nero su bianco quel che la città voleva diventare e le strade necessarie per diventarlo. Un’operazione coraggiosa, allora. Complessa per non dire contorta, astratta per non dire fumosa. Ma così, nel 1998, il neo confermato sindaco lanciava la prima pianificazione strategica cittadina. Chiamando a raccolta teste e braccia del circondario: la politica e le istituzioni da un lato, che ci mettevano la fac58

cia oltre che lo stemma, il multiforme agglomerato della società civile dall’altro, con rappresentanti delle università, delle imprese, del terzo settore, del sindacato. Una maxi cabina di regia talmente allargata da risultare incontestabilmente bipartisan. A ben guardare la novità, prima ancora di aspettare la messa a punto del piano, stava nella pianificazione: il pragmatismo torinese costretto a fermarsi a pensare da un ancor più pragmatico sindaco-ingegnere. Ma l’operazione fu un successo, eccome. Un po’ il corso degli eventi – tra le gioie olimpiche e i dolori di una logorante transizione economica e sociale – un po’ la nuova sensibilità per il tema hanno dimostrato che si trattava di felice intuizione, tanto che «ancora adesso ci chiamano da tutto il mondo per raccontare quello che abbiamo fatto», confida soddisfatto Valentino Castellani. Che non a caso proprio adesso si ritrova più o meno


Per guardare avanti, la città si è affidata – ancora una volta – all’ingegner Valentino Castellani. Fu lui, da sindaco, a volere “Torino Internazionale”; è lui, oggi, a coordinare “Torino strategica”. L’obiettivo? Ripartire. Come? Sembrerà un paradosso, ma investendo sui quarantenni

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«Il primo piano strategico ha esaurito la spinta dei suoi ispiratori, persone che adesso sono diventate vecchie. Ora va coinvolta a tutti i costi la generazione dei quarantenni»

nella stessa situazione di allora, chiamato ad aiutare la città a fare il punto su di sé e su quel che l’aspetta. A cooptarlo è stato il sindaco Piero Fassino, reclutandolo per coordinare, nella veste di vicepresidente, l’associazione Torino Internazionale. Allora si partiva da zero, adesso no. C’è stato il primo piano strategico, quello che ha teorizzato la necessità di allargare gli orizzonti e le reti, e poi il secondo, arrivato in pieno Chiamparinismo, che ha avuto il merito di mettere al centro un’idea forte come l’economia della conoscenza, ma che al tempo stesso non è riuscito a evitare «il declino di una metodologia che aveva funzionato», osserva pacatamente Castellani. Che più di farsi ossessionare da un eventuale terzo piano strategico («non so ancora se sarà necessario, anzi sono piuttosto dubbioso») promette di spendersi per «rimettere in piedi quella “coalizione urbana” nella quale dovrebbe sperabilmente esserci anche un significativo e visibile cambio generazionale». Partiamo da qui, professore. Non crede che ci sia bisogno di qualche faccia nuova? Assolutamente sì. Una delle caratteristiche 60

dell’esperienza del primo piano strategico è quella di aver esaurito la spinta dei suoi ispiratori, persone che adesso sono diventate vecchie. E quindi? Va coinvolta a tutti i costi la generazione dei quarantenni, la parte più creativa della città e quella che ha più diritto di esprimere aspettative. Non a caso il neo direttore dell’associazione è Anna Pratt, giovane ma già forte di un curriculum di primo piano. E sempre non a caso, abbiamo deciso di partire subito con una call per reclutare una decina di under quarantacinque anni con professionalità diverse e predefinite. Saranno volontari che per alcuni mesi (lavorando un paio di giorni al mese) ci possano aiutare a fare una survey sulla città per capire la “direzione” verso cui inoltrarsi. Prossime tappe? Per l’11 luglio è in calendario un seminario internazionale di kick-off, aiutati anche da alcuni esperti di altre città che hanno avviato buone pratiche. Poi, l’obiettivo è quello di portare a fine anno, nell’ambito di un’Assemblea pubblica allargata al massimo, un piano di lavoro dal quale partire per concretizzare le azioni, come si fece con le ottan-

Nelle foto In alto: Castellani ai tempi del Toroc, il comitato per l’organizzazione dei XX Giochi Olimpici invernali A destra: Valentino Castellani con l’allora vice sindaco Domenico Carpanini, scomparso nel 2001


«La città ha bisogno di una sorta di master-plan, capace di recuperare le iniziative già in campo e quelle che ancora aspettano di essere attuate»

taquattro del primo piano strategico. Nel 1998, quando partì la prima pianificazione strategica, i soggetti pubblici che si occupavano di politiche pubbliche erano pochi, oggi sono tantissimi. Troppi? Può darsi. E comunque avremo il compito di diventare cabina di regia delle varie agenzie che nel frattempo si sono consolidate o sono in fase di partenza: Urban Center, Torino Wireless, Torino Smart City, Fondazione per l’Ambiente, ecc... Come si può fare a rimettere ordine? Credo sia necessario ragionare per contenuti. La città ha bisogno di una sorta di master-plan, capace di recuperare le iniziative già in campo e quelle che ancora aspettano di essere attuate, per poi creare – insieme – del valore aggiunto. Vede, se non c’è un’aggregazione complessiva, si perde del valore aggiunto. Passiamo alle idee. Cè bisogno di una nuova visione? No. Al contrario, occorre partire dai punti fermi già acquisti. Lo scenario di riferimento resta quello della transizione della città nel post-fordismo, un cambio di mentalità molto torinese che in giro per l’Europa è ormai conosciuto e apprezzato. Cosa manca, allora? Ci sono alcuni paradigmi rimasti incompiuti. Quali? Penso anzitutto alla dimensione dell’area metropolitana. Il sistema territoriale che può essere competitivo non è certo quello dei confini municipali della città, e senza intrometterci nel percorso politicoistituzionale che è stato avviato e che dovrebbe concludersi con il ridimensionamento (o la scomparsa) delle province, bisogna però favorire la crescita di una cultura progettuale che abbia un respiro metropolitano. Però ogni volta che si ragiona su progetti concreti l’area metropolitana litiga. Il punto è che mancano azioni coordinate. Basta pensare alla variante duecento, un’operazione che ha visto Torino andare in una direzione e Settimo in un’altra, con il risultato che corso Romania finirà per essere una sorta di banlieu. Altri paradigmi incompiuti? La famosa economia della conoscenza del secondo piano è rimasta molto sulla carta finora. Ora vanno di moda le Smart Cities, ma che cosa questo voglia dire per Torino è ancora tutto da scoprire e da progettare, senza contare che i primi tentativi di affacciarsi sulla scena europea non sono stati molto fruttuosi. Un altro tema di grande rilevanza è quello della “business friendliness”, cioè la capacità di attrarre risorse per lo sviluppo: a questo proposito stiamo già organizzando con ULI, l’Urban Land Institute di Londra un workshop per il 21 novembre, nel quale confrontarci con le buone pratiche che ci sono in Europa in città medie paragonabili alla nostra. 61


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Scusi, e la cultura? Nei suoi anni si è seminato molto, adesso non ci sono più le risorse neanche per pagare gli stipendi al personale dei musei. Qui c’è un equivoco da sfatare: la cultura non è un lusso, ma un fattore di sviluppo. Per questo non va considerato un optional. Proprio la cultura, negli ultimi vent’anni, è stata il banco di prova di un’intesa forte tra pubblico e privato, uno dei motivi del successo del primo piano strategico: all’epoca, con la Fiat che iniziava a perdere peso, la politica fu abile a trovare nuove sponde nella società civile, ma ora la sensazione è che stiano venendo meno. Può darsi, ma le posso assicurare che ho già registrato la disponibilità di molte persone importanti a rimettersi in gioco. E il sindaco ha ben chiara la necessità di ricollegarsi con la società civile. Chi saranno gli interlocutori privilegiati della sua Torino Internazionale? Anzitutto abbiamo deciso di ribattezzarci “Torino Strategica”, a sottolineare un nuovo inizio, in una fase nuova e in una situazione di contesto molto difficile. Comunque, tra gli interlocutori penso anzitutto alle fondazioni, che riversano sul territorio risorse importanti perché non destinate strettamente alle spese di funzionamento: è importante che questi fondi abbiano una destinazione strategicamente guidata. Ne ho già parlato con la Compagnia di San Paolo e la Fondazione Crt, che sono le prime a desiderare una cabina di regia che faccia da mediazione, proteggendole da chi si presenta solo a battere cassa. E oltre alle fondazioni? Penso ai giovani imprenditori, che sono un serbatoio importante. E poi al governo del Paese e all’Europa: dobbiamo essere capaci di guardarci intorno, capire e agganciare altri treni. Da soli, oggi, non possiamo andare molto lontano. Parliamo un attimo di politica, e in particolare di quel centro-sinistra che ieri come oggi ispira il governo cittadino: una nuova pianificazione strategica può aiutare a comporre le tante anime di un Pd sempre più frammentato e rancoroso?

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«Ora vanno di moda le Smart Cities, ma che cosa questo voglia dire per Torino è ancora tutto da scoprire e da progettare»

Spero di sì, ma onestamente non so rispondere con certezza. Quella di Torino Strategica è una sfida sul terreno delle policy più che della politica. Una sfida guidata dal sindaco sui contenuti che nascono dal basso, e in quest’ottica è un’occasione per il Pd per riconnettersi con la grande area del popolo delle primarie, che non ha affiliazione diretta ma sta nel progetto. Quanto costerà la macchina di Torino Strategica? Poco, molto poco. L’associazione ha un budget di 350mila euro l’anno, in gran parte coperto dai soci, più 200mila euro per gli stipendi.


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storie

, o o m r a i o t r s o p e T dove

i bambini??? d i v a le n t i n a d i r i n d i n

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Uscire con i bambini non è sempre una passeggiata: ecco qualche dritta sulla Torino a misura di bambino, fra ristoranti baby friendly e percorsi culturali nei musei in compagnia delle mamme della rivista “Giovani genitori”

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Bambini, stasera tutti a cena fuori!». Pare di sentirli, i papà e le mamme, che programmano una seratina in famiglia, per non rinunciare alle uscite neanche con un pupetto piccolo in casa. Si, ma poi dove lo metto il passeggino? E come lo scaldo il biberon? Allora, facciamo così: prima facciamo mangiare i bambini, poi andiamo al ristorante per le 22 o giù di lì, sperando che la cucina sia ancora aperta. E il seggiolone, ce l’avranno? Mah, proviamo a chiedere… Parte la telefonata al ristorante e, quando senti l’aria un po’ scocciata dei proprietari, che scongiurano che i bambini stiano buoni e zitti e, per carità, non si mettano a lanciare le molliche di pane, decidi che forse è meglio restare a casa. E poi parlano della depressione post-partum, dell’inaridimento della coppia con figli e via dicendo. Sfido, io! Anzi, sfidano loro, le ragazze (tutte mamme, ovviamente) della redazione di Giovani Genitori, un giornale

pensato appositamente per consigliare ai torinesi i luoghi baby friendly della città. Chi dunque, meglio delle colleghe Luisa e Elena, fondatrici della rivista, ci poteva aiutare a fare una mappatura della Torino a misura di bambino? «Torino per fortuna è un esempio virtuoso in Italia dal punto di vista dell’accoglienza alle famiglie, - dicono - c’è stata negli anni una grande sensibilizzazione verso i bisogni dei genitori. Certo, questo non significa che ovunque i bambini siano ben accetti, ci è capitato spesso di trovare ristoranti o locali dove erano sopportati malvolentieri; ma nel complesso è quasi una città nordeuropea, ha una combinazione fantastica di cultura e di verde». Tiriamo dunque un sospiro di sollievo: anche in questo campo, la capitale sabauda si distingue. Non a caso, proprio di recente la città di Torino ha patrocinato il progetto “babyfriendly”, un’iniziativa senza fini di lucro che

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storie

Mirafiori Simona, mamma di Tommaso (6 anni) e Teresa (3 anni)

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Mirafiori è un quartiere a misura di famiglia e di bambini. Ha molti parchi giochi e molte aree verdi, anche se il livello della loro manutenzione non è sempre adeguato. La biblioteca civica Pavese ha un’ottima offerta anche per i più piccoli e propone spesso attività per le famiglie. Lo spazio famiglia Traldirelfare di via Negarville è a sua volta un buon punto di riferimento per le madri della zona ed è un luogo in cui è facile fare rete e condividere esperienze. Per quanto riguarda il mangiare fuori, c’è la Locanda nel Parco: ottimo rapporto qualità/prezzo e un contesto, quello del parco Colonetti, che si presta alle uscite con i bambini. I miei figli adorano la Pia (l’inconfondibile cuoca e spirito della locanda) e la sua cucina. La Fondazione di comunità che abita lì sta inoltre cercando di dare vita a proposte culturali valide (cinema estivo, musica e simili).»

coinvolge i ristoranti e i locali della città, invitandoli ad agevolare le necessità delle famiglie: dalla possibilità di allattare tranquillamente al seno al fasciatoio a disposizione, ma anche semplicemente luoghi dove i bambini, pur con tutta la loro energia, sono ben accetti e adeguatamente accolti. I locali che hanno aderito (l’elenco si trova sul sito www. babyfriendly.it), avranno la possibilità di apporre un adesivo in vetrina. Insomma, una rete di luoghi dove andare con i propri pargoli. Anche perché se la vita si allunga e i quarantenni sono i giovani del duemila, sempre più genitori sentono l’esigenza di continuare a uscire, anche con figli a seguito. Ma non si tratta soltanto di ristoranti e locali. Luisa e Elena ci raccontano anche una serie di iniziative culturali per le famiglie. Sono molti infatti i musei torinesi che offrono percorsi educativi per i più piccoli. «Per fare solo alcuni esempi, il Castello di Rivoli offre la possibilità di un laboratorio artistico molto stimolante, da far fare ai bambini mentre i genitori visitano il museo. La Reggia di Venaria, invece, organizza delle

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visite da fare con la “penna magica”, una penna che guida i bambini alla scoperta di ambienti e capolavori in mostra attraverso uno spiritoso test pensato apposta per loro. Anche Palazzo Madama propone periodicamente giochi e visite educative». E poi, ci sono le attività culturali pensate per le famiglie. «La Casa del Teatro Ragazzi e Giovani, ad esempio, ha un’offerta bellissima di spettacoli e andarci con tutta la famiglia costa la metà che andare a vedere l’ultimo film Disney in 3D. La stessa cosa vale per la scuola di cirko Vertigo, che propone degli spettacoli che lasciano i bambini a bocca aperta».

Ci è capitato spesso di trovare ristoranti o locali dove i bambini erano sopportati malvolentieri


Silvia, mamma di Alice (8 anni) e Cloe (6 anni)

« San Salvario

A San Salvario ci troviamo benissimo, sia per la vitalità del quartiere sia perché la maggior parte dei nostri amici abitano qui. I posti che frequentiamo di più con i bambini sono il Valentino, il mercato di piazza Madama, la gelateria Marchetti (perché secondo noi è la migliore della città) e la libreria Trebisonda, che organizza molte iniziative per i più piccoli. Quando andiamo a mangiare fuori, andiamo al Dausin: con i bambini ci stiamo bene ed è vicino a casa nostra. Se dovessi fare un appunto, direi che il quartiere andrebbe almeno parzialmente chiuso alle macchine e reso più ciclabile».

Barbara, mamma di Micol (4 anni) e Alice (2 mesi)

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Barriera non è propriamente baby friendly, non nel senso svedese del termine, almeno. Diciamo che essendo un quartiere con un’importante storia migratoria, è un borgo con molte famiglie e molti bambini. Nei locali si può allattare senza sguardi stralunati, ma non ci sono aree verdi sufficienti, nemmeno lontanamente, al numero di bambini. Io con le bimbe vado ovunque perché sono poco ansiosa ma questo non toglie che non esistano posti in cui i bambini possano andare in giro senza avere il terrore di rompere o sporcare. In autunno aprirò una caffetteria-birreria, La bottega aperta, e prometto che sarà molto baby friendly. Attualmente, porto Micol a giocare ai giardini Peppino Impastato, in largo Sempione e se andiamo fuori andiamo a mangiare al ristorante Pastaria in corso Vercelli dove c’è poco spazio ma le cameriere sono molto simpatiche e tolleranti, oppure al Corvo Rosso in via Stradella».

Barriera di Milano 67


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Borgo San Paolo Federica, mamma di Nicolò e Emanuele (un anno e mezzo)

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Un posto molto carino dove andare con i bambini in zona San Paolo è l’Agricafè in via Bossolasco. All’uscita dal nido siamo sempre affamati e la merenda lì è una delizia: brioches e torte di ogni genere, cioccolata calda d’inverno e gelato buonissimo d’estate, che ci possiamo gustare nel piccolo dehors sulla via. I ragazzi al bancone poi sono molto gentili, considerato che non ci hanno mai guardato storto nonostante le urla disperate di Emanuele e Nicolò quando finisce il gelato...! Se invece voglio farli giocare un po’, in zona c’è molto verde, ho solo l’imbarazzo della scelta. Di solito andiamo al Parco Ruffini, o al Giardino San Paolo, tra via Braccini e via Osasco, dove c’è anche un’area giochi per bambini».

mappa a n u e l il

Le M

Ma esattamente, Alice, che strada faceva dalla tana del coniglio al castello della regina? Sia chiaro che non parliamo di percorsi metaforici, ma di seguire il viaggio nel Paese delle Meraviglie con il dito su una cartina. È proprio quello che si può fare grazie alle MilleunaMappa, le cartine 66x98 cm “ingualcibili, idrorepellenti, indistruttibili” realizzate da Giralangolo-Edt. Un modo diverso di vivere le favole, accompagnando il racconto con l’esperienza visiva dei luoghi della storia. Sei i primi titoli realizzati: tre fiabe della tradizione (Cappuccetto Rosso, Biancaneve, I Tre Porcellini) e tre racconti “di viaggio” in senso lato (Alice nel Paese delle Meraviglie, Il giro del mondo in 80 giorni e Il Milione di Marco Polo). Tra le illustrazioni, ci sono anche curiosità, descrizioni e aneddoti curati da Pino Pace con un’accuratezza che trasforma la fantasia in realtà. D’altronde, se vogliamo immaginare di nasconderci insieme ai porcellini nella casetta di mattoni, dobbiamo pur sapere a quanti metri sopra il livello del mare si trova.

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Ma quali sono i quartieri torinesi maggiormente a misura di bambino? Luisa e Elena stilano per noi la loro personalissima classifica. Al primo posto, ci mettono San Salvario. «Qui è nata un’offerta spontanea di iniziative baby friendly: dai locali che offrono i menu bimbo, come Yankuam & Co., che prepara anche i cestini da picnic, alla ludoteca della Casa del Quartiere, agli eventi collettivi come la festa dei vicini. Inoltre il quartiere ha saputo fare della multietnicità una risorsa: nelle scuole di San Salvario i bambini imparano a interagire con culture diverse e partecipano a percorsi educativi di integrazione». Subito a seguire, c’è il quartiere Vanchiglia: «È una zona universitaria, quindi perfetta per i genitori giovani, anche perché piena di spazi verdi. Ci sono feste di quartiere, come la LOV night, che sono divertenti senza essere eccessivamente chiassose. E poi è pieno di iniziative creative e ambientali stimolanti». Al terzo posto, un ex equo periferico: «Spina Tre,

nonostante i difetti, bisogna ammettere che è stata pensata per le famiglie: tutte le case hanno il cortile e ci sono molte aree giochi. Merita una menzione anche Mirafiori, che ha molte aree verdi, molte iniziative per le famiglie – soprattutto in via Artom – e ha sperimentato la zona 30, che garantisce sistemi di mobilità alternativi riducendo il limite di velocità a 30 km all’ora». Adesso che avete tutte le informazioni necessarie, non c’è scusa che tenga: scrollatevi di dosso la pigrizia e pian piano iniziate a far conoscere ai vostri bambini la vita notturna torinese, sperando che l’esperienza basti loro fino a quando avranno vent’anni.

La classifica dei quartieri più adatti ai bambini? 1° San Salvario 2° Vanchiglia 3° a pari merito Spina Tre e Mirafiori

Simona, mamma di Christian (4 anni)

« Lingotto

Noi abitiamo al Lingotto, un quartiere ben attrezzato per le famiglie e per i bambini. Con Christian andiamo spesso all’8Gallery: lui impazzisce per i giochi, le moto e le giostrine che ci sono, oltre al fatto che spesso organizzano attività per i bambini (e io riesco anche a guardarmi qualche vetrina!). Un altro posto dove mi piace passeggiare è il laghetto di Italia ’61… un po’ sarà perché ci andavo a giocare io da bambina, un po’ perché è tutto recintato e non devo preoccuparmi di Christian che corre in giro. D’inverno, poi, andiamo a pattinare al Palavela, dove i bambini, per stare in equilibrio sul ghiaccio, possono aiutarsi con dei pupazzi a forma di pinguino». 69


Ovvero: è così visionario il progetto che prevede un’unica pista ciclabile tra Venezia e Torino? Nemmeno troppo. L’abbiamo verificato sulla carta – con Paolo Pileri, del Politecnico di Milano – e pure on the road, partendo dal Valentino e arrivando fino a Trino. Noi abbiamo fatto la nostra. Ora tocca alla politica

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d i D a v i de M a zz o c c o f o t o d i M a s s i m o P i n c a

Ven.To. La prova su strada V

en.To. per ora è soltanto un sogno da spargere lungo il sinuoso percorso del lungo fiume. Nessuna ampolla da portare dalle sorgenti alla foce del Po, semmai il percorso del sogno è al contrario, come da acronimo, Ven.To., ovverosia Venezia-Torino. Il sogno è una ciclovia totalmente asfaltata, sicura, accessibile alle famiglie, ai bambini e a chi la bicicletta la usa solamente per andare a fare la spesa, una ciclovia che unisca la più grande meta turistica del nostro Paese con la sua prima capitale passando attraverso città ricche di attrazioni enogastronomiche e culturali come Ferrara, Cremona, Milano e Pavia. Ven.To. è la risposta slow ai corridoi europei dell’Alta Velocità, un segmento cicloviario da innestare nell’Eurovelo 8, il tracciato ideale che dovrebbe unire la Spagna alla Slovenia, non ai 300 km/h dei supertreni ad alta velocità ma ai 15-25 km/h della propulsione umana ad alto benessere. Un’utopia ecologista? Una rêverie donchisciottesca? Nulla di tutto questo. A garantire sulla fattibilità dell’opera e sulle enormi ricadute che questa potrà avere sull’economia del-

la pianura Padana è il professor Paolo Pileri, che coordina il team di lavoro del Dipartimento di Architettura e Pianificazione del Politecnico di Milano, da oltre un anno al lavoro su questo progetto: «Quello che vorremmo far capire è che stiamo parlando di infrastrutture e non di un capriccio di ciclisti. – spiega Pileri – Il piano da 100 miliardi di euro presentato a maggio dal ministro dello Sviluppo Corrado Passera può trovare una risposta importante anche in un progetto come questo». Fra gli assi autostradali dell’A4 e della via Emilia ecco spuntare una terza via di 679 km che dovrebbe seguire tutto il corso del Po per poi collegarsi a Milano (prima che parta l’Expo 2015) e raggiungere l’Adriatico e la città lagunare. La spesa sarebbe contenuta in 80 milioni di euro, ovvero lo 0,08% del piano infrastrutturale presentato in primavera. Una spesa della quale si potrebbe rientrare, nella peggiore delle ipotesi, con un paio di stagioni turistiche. Si tratta di proiezioni frutto di accurate disamine: «La ciclovia Vienna-Passau, lunga 320 chilometri, genera un indotto di 80 milioni di euro l’anno, la rete cicloviaria del Trentino, con i suoi 71


Siccome noi di Extratorino al Po ci siamo affezionati, la prima tappa di Ven.To. (compiendo il tracciato a ritroso da Torino e Venezia) ce la siamo andata a fare in sella

200 chilometri, è pressappoco sulla stessa cifra, mentre la ciclovia dell’Elba – la più lunga d’Europa con i suoi 840 chilometri – si attesta sui 100 milioni. Immaginiamoci cosa potrebbe accadere lungo il Po dove già nel mese di marzo i tour operator che operano nell’ambito della navigabilità fanno registrare il tutto esaurito. Per non parlare delle potenzialità attrattive di un terminale come Venezia». Un turismo ecologico e democratico Nel disegnare il tracciato il team del Poli milanese si è attenuto a due regole: a) risolvere le discontinuità presenti, b) rimanere vicini alla rete ferroviaria per sfruttare al massimo l’intermodalità: «Credo che l’Università – spiega il coordinatore del progetto – debba avere anche questa funzione: avere un’idea, operare sulle possibilità di realizzarla e offrirla». In questi mesi il progetto sta andando in tournée in Piemonte, Lombardia, Emilia Romagna e Veneto per cercare di convincere le istituzioni a investire in un progetto a basso impatto ambientale che potrebbe innescare circoli virtuosi non soltanto nel settore turistico: «Nei 121 72

comuni attraversati da Ven.To. vi sono ben 14mila aziende agricole e 300 strutture ricettive che potrebbero avere grandi benefici con l’istituzione di questo tracciato. Se città come Venezia e Torino vivono di luce propria, lo stesso non si può dire dei piccoli comuni, per i quali essere inseriti in questo corridoio turistico potrebbe essere una grande opportunità di sviluppo». Al progetto ha aderito con grande entusiasmo la Federazione Italiana Amici della Bicicletta, che da anni si batte per la realizzazione della tratta italiana dell’Eurovelo 8 che dovrebbe collegare la Spagna alla Slovenia. Anche il Touring Club – che da alcuni anni sta lavorando a un progetto turistico legato al Po – ha accolto positivamente il progetto Ven.To., così come la Lipu e il Fai, i cui parchi e siti di interesse potrebbero diventare nodi dell’eventuale percorso cicloturistico. Il modello è, da sempre, la tratta Passau-Vienna della ciclabile del Danubio, dove ogni anno transitano circa mezzo milione di cicloturisti: 40mila di questi la percorrono per intero frazionando l’itinerario in più tappe. «In questi mesi cercheremo di raccontare il nostro progetto alle istituzioni – continua Pileri – perché dai rilievi che abbiamo fatto

In alto: Il nostro “ciclogiornalista” Davide Mazzocco alla partenza della sua pedalata, sotto l’arco monumentale del parco del Valentino


10 buone ragioni per credere in Ven.To.

1. Con 679 km la Venezia-Torino diventerebbe la più lunga ciclovia italiana, con ben il 55% del percorso dispiegato sull’argine del Po 2. Nel progetto sarebbero coinvolte 4 regioni, 12 province, 121 comuni e 242 località 3. Dal passaggio della ciclabile trarrebbero beneficio oltre 14mila aziende agricole, circa 300 strutture ricettive e migliaia di attività commerciali grandi e piccole 4. Ven.To. contribuirebbe all’implementazione del progetto di ciclabilità Eurovelo 8 che ambisce alla costruzione di un corridoio di mobilità dolce dalla Spagna alla Slovenia

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sul campo ci siamo accorti che se 102 km (15% del percorso) sono già completamente agibili, per altri 284 km (42%) è sufficiente l’impegno politico e qualche azione di modifica come la rimozione dei new jersey e dei divieti di transito ai quali tedeschi e austriaci, i nostri primi clienti, si fermano puntualmente. Per questi 284 km sarebbe sufficiente un milione di euro, a voler essere pessimisti. Poi ci saranno gli altri 293 km (43%) da sistemare con una spesa che si aggira intorno ai 79 milioni di euro. Ma credo ne valga la pena. Le ciclovie sono come i canali: quando vengono aperte si riempiono subito. È sempre successo e c’è da credere che succederà ancor di più in questi tempi di crisi. E, infine, c’è un’altra cosa da ricordare: le ciclovie generano un indotto che si distribuisce lungo il percorso in maniera estremamente democratica». Anche sulle tempistiche Pileri è sostanzialmente ottimista: «Se si dovesse partire dopo l’estate si potrebbe dare la prima pedalata nella primavera 2015, in concomitanza con l’Expo di Milano». La prova… fra i campi Siccome noi di Extratorino al Po ci siamo affezionati sia che lo si percorra in bicicletta (come nella spedizione di Slow Food documentata nel primo numero della nostra rivista), sia che lo si segua a piedi (come nella missione dei Piemonte Patriots durante la spedizione Italica 150 di Enrico Brizzi), la prima tappa di Ven.To. (compiendo il tracciato a ritroso da Torino e Venezia) ce la siamo andata a fare in sella. Il primo colpo di pedale lo abbiamo

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dato proprio sotto l’Arco monumentale del parco del Valentino, che fa tanto piccola Parigi e che è una ideale porta d’ingresso al percorso. Nei primi chilometri si pedala lungo i Murazzi del Po con il grande fiume a portata di mano e in compagnia di runner mattinieri e canottieri al lavoro. La Gran Madre sulla destra e piazza Vittorio Veneto con la Mole Antonelliana sulla sinistra sono le “distrazioni” che attendono i cicloturisti dopo appena 500 metri, poi si prosegue per qualche centinaio di metri sino a risalire in lungo Po Machiavelli e proseguire in lungo Po Antonelli. Gli ingegneri di Ven. To. hanno scelto la riva sinistra per il tratto piemontese, poiché questo forniva maggiori garanzie in termini di continuità e, conseguentemente, di economicità del progetto. Si pedala all’ombra, su una direttrice poco trafficata sino al ponte di Sassi dove incomincia la pista ciclabile che si addentra dentro il parco Colletta. Anche qui si costeggia il fiume sino a raggiungere la confluenza con la Stura di Lanzo e ad attraversare il ponte Amedeo VIII. Sempre costeggiando il Po si transita nei borghi di Verna e di Bertoulla nei quali, fra vecchie cascine e case basse, s’inizia a respirare aria di campagna. Raggiunto il ponte di San Mauro ci si può dissetare


5. Oltre al transito da città come Venezia, Ferrara, Cremona, Pavia e Milano, il tracciato passerebbe a pochi chilometri da altre città straordinarie della pianura Padana come Rovigo, Mantova, Parma, Piacenza e Alessandria, talvolta con allacciamenti ciclabili verso queste città 6. Il 40% del tracciato (226 chilometri) passerebbe all’interno di parchi naturali e aree protette, favorendone l’accesso con una mobilità dolce 7. Se il 15% (102 km) del percorso è già pedalabile in tutta sicurezza, per il 42% (284 km) sarebbero sufficienti interventi per un milione di euro. I restanti 79 milioni del preventivo di spesa andrebbero così ripartiti: 18 milioni di euro per semplificazioni e piccoli interventi su 148 km (21%), 61 milioni per interventi più radicali e importanti su 145 km (21%). Queste cifre verrebbero verosimilmente recuperate con due stagioni turistiche 8. Geograficamente Ven.To. è al centro di una fitta rete di trasporti ferroviari e con deviazioni massime di 6 km dalla ciclovia possono essere raggiunte ben 115 stazioni ferroviarie 9. Ven.To. è connessa con altre piste ciclabili già esistenti come quella del canale Cavour e dei fiumi Ticino, Adda, Secchia, Mincio e Adige 10. Una volta realizzata la ciclovia si potrà andare da Venezia a Torino a impatto zero

Numeri, proiezioni e preventivi sono frutto del gruppo di lavoro del Progetto Ven.To. composto da Paolo Pileri (responsabile scientifico e ideatore del progetto), Alessandro Giacomel (responsabile della progettazione tecnica del tracciato), Diana Giudici e Luca Tomasini (elaborazione dati e Gis).

Nei 121 comuni attraversati da Ven.To. vi sono ben 14mila aziende agricole e 300 strutture ricettive che potrebbero avere grandi benefici con l’istituzione di questo tracciato

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Il sogno è una ciclovia totalmente asfaltata, sicura, accessibile alle famiglie, ai bambini e a chi la bicicletta la usa solamente per andare a fare la spesa

e riempire la borraccia in uno dei punti acqua Smat. Superato il ponte si costeggia il fiume per un altro chilometro sino a raggiungere Settimo Torinese, dove il tracciato si allontana temporaneamente dal fiume per addentrarsi nella campagna, transitando a Mezzi Po. Proprio in questi tratti di strade poderali andranno fatti i più importanti lavori di sistemazione, miglioramento e asfaltatura per far sì che Ven. To. sia veramente accessibile alle famiglie e, quindi, al cicloturismo di massa in stile mitteleuropeo. Raggiunta Brandizzo il tracciato prevede i transiti sui ponti del torrente Malone e del fiume Orco: in questo tratto il tracciato si mescola, per un paio di chilometri e senza alternative, a quello automobilistico. A poche centinaia di metri dal ponte però, si svolta a destra e si imbocca una pista ciclabile in sede propria che riporta il tracciato sulle rive del Po e, poco dopo, alla presa del canale Cavour, la monumentale opera inaugurata nel 1866 per dare “nutrimento” a gran parte delle risaie del vercellese. Sono gli argini destro e sinistro del canale a offrire una naturale direttrice cicloviaria al viaggio verso Venezia, in questa che è la parte più agreste della prima tappa

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di Ven.To.: una dozzina di chilometri in mezzo ai campi permettono di mettersi alle spalle Verolengo in tutta tranquillità per poi tornare sulla Strada Statale 31 bis a Borgo Revel, precisamente alla Cascinassa. Siamo ormai alla confluenza della Dora Baltea col Po e, anche in questo caso, il passaggio in promiscuità con il traffico motorizzato è d’obbligo. Subito dopo il ponte, Ven.To. svolta a destra e torna sulle strade poderali fino a raggiungere la frazione di Galli. Giunti nel territorio comunale di Crescentino ecco, finalmente, le risaie. Nel mosaico dei campi di riso le strade diventano rette perfette e perfettamente piatte: pedalare qui (zanzare a parte) è un vero piacere. Siamo ormai alla parte finale della prima tappa: le frazioni di Mezzi, Porzioni, Sasso e Santa Maria e un lungo tratto privo di abitazioni ci conducono a Palazzolo Vercellese e, poco dopo, a Trino Vercellese, dove si conclude la nostra prima tappa. Un cicloturista ben allenato, naturalmente, può raggiungere Casale Monferrato ma un pedalatore “normale”, anche considerando il surplus di peso dei borsoni da viaggio, non può andare oltre i 60-65 km. La ciclovia per ora è il meditato sogno di pochi; affinché diventi il green business di alcuni e la vacanza di molti ci vuole l’intervento della politica chiamata, una volta di più, a fare la cosa giusta. Più delle trentadue autostrade con le quali il Governo vuole rilanciare il Pil del Paese, sarebbe bello costruirne una che sia fatta per le persone e finalizzata al benessere e alla felicità degli individui.


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Tutti in coro d i L a u r a n o zz a foto

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Dal 27 luglio al 5 agosto Europa Cantat porta a Torino tremila cantanti da tutto il continente. Per prepararsi all’evento, Extra è andata a caccia delle corali cittadine, da quelle “della parrocchia” fino a quella del Teatro Regio, passando per gli alpini e i “cantori” della curva Maratona.

È

grazie ai greci, ma soprattutto grazie ai cristiani, se oggi gli esseri umani sono in grado di cogliere il significato profondo di parole come “Tanto pe’ canta’, perché me sento un friccico ner core”. La musica corale ha un animo antico e un unico comune denominatore: il divertimento. Anche a Torino – incredibile ma vero – le persone si incontrano per cantare, a cappella o accompagnati dalla musica. C’è anche chi lo fa di mestiere ma nella maggior parte dei casi si tratta di appassionati dilettanti che “ner petto je ce nasce un fiore”, e che, come scriverebbe ogni rispettabilissimo critico musicale, compongono la “scena corale torinese”.

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Coro Edelweiss del Cai di Torino Se dico dilettanti, passione e divertimento, non posso non cominciare del coro Edelweiss. Nato nel 1950, è composto da sole voci maschili che cantano a cappella (senza accompagnamento musicale): un ensemble di trentacinque elementi divisi in quattro sezioni. Ci trovi il pensionato, l’operaio o il dirigente: l’estrazione sociale non conta, la passione per la musica e l’alpinismo sì, spiega il presidente Gianluigi Montresor, e talvolta il coro ha avuto l’occasione di incontrare o collaborare con grandi compositori o grandi uomini, come Azio Corghi e Walter Bonatti. Il repertorio è ovviamente quello dei canti di montagna, annaffiati da tanto buon fino e simpatia.

Coro del teatro Regio

Foto Lorenzo Di Nozzi © Teatro Regio Torino

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Dal faceto al serio: parliamo del coro del Teatro Regio. Claudio Fenoglio, il maestro del coro, apre una finestra sul lavoro del corista, che alle prese con l’Opera comincia con lo studio delle varie sezioni musicali, seguito dalle prove di regia - durante le quali si individuano i movimenti del coro e li si collegano ai punti musicali - per poi completare il tutto con l’orchestra. Parliamo di seri professionisti della musica, settantuno in tutto, tra uomini e donne, anche se i maschietti nel repertorio operistico sono quelli che vanno per la maggiore. In fondo che volete che sia, un lavoro come un altro, non fosse che al posto di aprire cartelle allineate sul desktop del computer, questi caricano e ricaricano mentalmente file che nel giro di poche ore passano da un repertorio a un altro: il pomeriggio provano un’opera e la sera si esibiscono in un concerto.


Piccoli cantori di Torino

è Carlo Pavese il direttore del Coro G, ma anche direttore della manifestazione Europa Cantat, del Torino Vocalensemble e dei Piccoli cantori di Torino. Un uomo di rigore lui, dal 2005 persegue gli obiettivi dettati da Roberto Goitre quarant’anni or sono, che vedono in prima linea la formazione, sviluppata attraverso un particolare metodo di studio chiamato “Cantare leggendo” - parente del metodo ungherese Kodaly - che venticinque anni fa ha preso forma in una scuola che oggi conta circa 350 iscritti. Però non crediate che tutto ciò possa risolvere i problemi di vostro figlio adolescente, a quelli ci dovete pensare voi, ma sicuramente non vi dovrete allarmare quando lo sentirete cantare il “Carmina Burana” invece di Shakira.

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Cori della curva Maratona

«Sembra impossibile, che segua ancora te, questa è una malattia che non va più via, vorrei andar via, vorrei andar via di qua, ma non resisto lontano da te». È una canzone d’amore ma a cantarla sono gli ultras della curva Maratona. Anche se sono spariti gli amplificatori, i tamburi e i fumogeni, il coro granata rimane senza dubbio il più caldo della città. Il trascinatore attacca e i tifosi lo seguono, con le coreografie, le sciarpate e i battimano. I cori nascono in modo spontaneo, racconta Edoardo, specialmente in trasferta: nelle ore di viaggio, in pullman, nascono le rime e gli sfottò, o nei momenti in cui si aspetta di entrare o uscire dallo stadio. Il cuore è al posto giusto, a sinistra, in una storia che va di pari passo con quella dell’underground torinese, dal rock degli anni ’70 e ’80 fino all’elettronica e ai rave.

EUROPA CANTAT

>>17 luglio-5 agosto

Torino

Dal 17 luglio al 5 agosto Torino verrà invasa dai cori di tutta Europa, che si riuniranno per la diciottesima edizione del Festival Europa Cantat. Nata nel 1961, la manifestazione si svolge ogni tre anni e coinvolge migliaia di partecipanti, provenienti da realtà corali di qualsiasi tipo. Oltre cento i concerti in programma in diverse location della città: dalle più tradizionali (chiese, teatri) alle più originali (piazze e stazioni della metropolitana). Non solo esibizioni, ma anche una cinquantina di atelier e laboratori, che durano da quattro a otto giorni e si concludono con un concerto pubblico. La maggior parte sono aperti a tutti, anche perché all’interno sono divisi a seconda dei livelli musicali. Quindi, se state pensando di rendere finalmente partecipe il mondo intero delle vostre performance canore normalmente relegate sotto la doccia, questo è il momento giusto per uscire allo scoperto. 82


Vocal eXcess Coro Valdese

A questo punto direi che se anche voi, come me, siete stati cacciati dal coro della parrocchia ma nell’intimità della vostra doccia cantate “La Isla Bonita”, dovreste fare un salto alla Casa del Quartiere, dove si riuniscono gli accoliti del Vocal eXcess degli ex bagni municipali di San Salvario. Da un paio di anni Roberta Magnetti dirige un coro composto da dilettanti che si vogliono divertire a suon di musica rock, dai Queen agli Oasis. Chissà cosa penseranno i vicini di stanza: i più rigorosi coristi del Coro G, diretto da Carlo Pavese. Se in più, consideriamo che il riscaldamento degli eXcess comincia con un buon bicchiere di vino (più vicino allo stile degli alpini), possiamo immaginare i malcapitati mettersi le mani nei capelli, non fosse che, a quanto pare, disciplina e rigore consentono di coltivare anche una buona dose di pazienza, sufficiente almeno a sopportare una combo nel riscaldamento vocale.

Ed eccolo, non poteva mancare un esempio di coro che non si discosta dalle sue radici religiose. Della chiesa valdese apprezzo molto il fatto che l’assenza delle immagini venga colmata dalla parola, dal canto. Il coro tra l’altro, ha una tradizione che risale alla seconda metà dell’800, quando nasceva come Società corale protestante. Un repertorio, spiega il direttore Valter Gatti, che attinge dalle composizioni della Francia protestante – fatta di testi dolorosi e racconti di persecuzioni. Almeno fino a quando la storia dei Valdesi non ha incrociato quella dei protestanti del resto d’Europa, soprattutto quella degli Inglesi. I canti sono in lingua originale, quasi sempre accompagnati da musica, talvolta anche da un’orchestra. Tra le sue fila cantori italiani e stranieri, dilettanti e professionisti, alcuni dei quali cantano nel coro da oltre venticinque anni.

83 Foto Vocal Excess by Davide Verrecchia


Clg Ensemble Il Clg più che un coro è un ensemble di esperienza educativa e musicale, composta da un gruppo che ormai suona e canta insieme da quasi una quindicina di anni. Dario Bruna e Ramon Moro (due terzi dei 3quietmen insieme a Federico Marchesano) si occupano del progetto nato nel 2010, come cooperativa sociale, con l’idea di creare un gruppo (attualmente composto da quindici ospiti tra disabili e psichiatrici, dai 25 ai 60 anni, tutti maschi) che potesse raggiungere insieme un buon equilibrio. Poi una cosa tira l’altra, e così nascono progetti come il Giardino Sonoro dell’area verde della Circoscrizione 6: un parco sperimentale dedicato al suono, progettato dai componenti del Clg, fatto di macchine e oggetti musicali da sperimentare. Dario dice che la cosa bella di una performance del Clg è che alla fine non si capisce più chi è matto e chi non lo è: i ragazzi hanno la capacità di coinvolgere il pubblico in modo straniante e non serve fingere di essere normali. Per trovarli dovete andare nella loro base a Castagneto Po, oppure a settembre ad Arte Plurale.

Associazione corale Ora è tempo di gioia “Ora è tempo di gioia”. Non sembrerebbe ma se lo dice Andrea Ziggioto io gli credo. Lui sicuramente ne è convinto, visto che è il presidente di un’associazione che si chiama proprio così e di un coro che esiste da diciassette anni, da quando quattro persone, che cantavano in quello della parrocchia, decisero di fondarlo e che oggi conta una quarantina di elementi. Non serve essere professionisti per farne parte, l’importante è amare la musica gospel, spiritual, quella sacra e il folk internazionale, per il resto basta assistere alle prove, il martedì sera alla parrocchia di San Bernardino, e aspettare che scatti la scintilla. Il repertorio spazia da un medley dei Queen alle colonne sonore dei film della Disney, fino all’arrangiamento a cappella di “Aggiungi un posto a tavola” e qualche pezzo di musica sacra che Andrea accompagna con l’organo.

Le VociInNote Divertirsi facendo le cose molto bene è la filosofia delle VociInNote, un coro nato nel 2006 da un’evoluzione spontanea di Quelli che il coro, a sua volta nato nel 2005 nella stanza di un oratorio, parte di un progetto di atelier più articolato che comprende anche un coro polifonico giovanile, un coro per adulti chiamato Vox Viva e la corale CantoriInNote. A dirigere i trentacinque elementi (quasi tutte donne), tra soprani, mezzosoprani e contralti c’è Dario Piumatti insieme ai maestri Gianluca Castelli e Rossella Giacchero. I risultati sono notevoli: uno dei migliori cosi piemontesi secondo il festival “Piemonte In…Canto”.

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Ora che il concetto di coro è più chiaro, e le sue possibili declinazioni sono note, potrei dedicare un capitolo a parte ai cori degli ubriachi che animano le zone più calde delle notti torinesi, ma appunto, servirebbe un capitolo a parte.


Gusto

Viaggi, sapori, chef, ristoranti, piole, gastrosoffiate: tutto ciò che c’è da sapere sul cibo e sul vino piemontesi

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viaggio

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È così che descriveva la capitale del Portogallo Antonio Tabucchi. Una città ricca di fascino, di contraddizioni, di vita. A due ore da Torino

Lisbona che sfavilla Urville d i R o s a lb a G r a gl i a F o t o d i e n t e d e l t u r i s m o d i l i s b o n a

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viaggio

Lisbona è diversa, ti spiazza, ti sorprende. E non accetta mezze misure: o te ne innamori, ed è per sempre, o non la sopporti proprio

C

he cosa spinge una/un torinese a Lisbona? Dipende. Se ha un temperamento duro-e-puro e un po’ pigro, e crede che quellidimilanocihannoportatoviatutto, il fatto che ci sia un volo diretto da Torino, già non è poco. Se tifa Toro, la suggestione un po’ nostalgica di essere nell’ultimo luogo dove sono stati i giocatori del Grande Torino. Se ha letto che a Lisbona ci sono caffè storici bellissimi (vero), il gusto di andare a vedere di persona se sono meglio dei nostri. Se ha un cuore monarchico, l’idea di scoprire Villa Italia, quella dell’esilio di Umberto II (che oggi è un hotel superlusso). Se ha l’animo di un viaggiatore-scopritore, altro che bugianen, l’emozione di ritrovarsi alla fine dell’Europa, da dove sono partiti i grandi navigatori, proprio là “dove la Terra finisce e il Mare comincia”, come scriveva Camões, il Dante portoghese. 88

L’elenco potrebbe continuare. Salvo accorgersi, una volta arrivati, che nessuna di quelle motivazioni ha un senso: Lisbona è diversa, ti spiazza, ti sorprende. E non accetta mezze misure: o te ne innamori, ed è per sempre, o non la sopporti proprio. L’altra cosa che impari subito è che a Lisbona servono poco le solite guide turistiche (e se ve lo dice una che le guide le scrive, e ne ha scritta una proprio su Lisbona, fidatevi). Per carità, con la guida ti orienti e vedi un bel po’ di cose interessanti. Ma l’anima di Lisbona è altrove. È in quei libri non nati per essere guide (o tutt’al più guide molto anomale) che in realtà funzionano benissimo per farti vedere la città più autentica. Il capitolo su Lisbona del Viaggio in Portogallo di Saramago, per esempio, il libriccino Lisbona, quello che il turista deve vedere di Pessoa, Lisbona libro di bordo di Cardoso Pires, ma anche Requiem di Tabucchi, scritto in portoghese e poi tradotto in italiano, dove la vera protagonista è la città. Perchè Lisbona, tanto vale saperlo subito, è prima di tutto una città letteraria, come la Praga di Kafka o la Dublino di Joyce, e con le città letterarie funziona meglio l’immaginario. Anche cinematografico, naturalmente: se prima di partire riuscite a rivedervi quel vecchio film di Tanner con Bruno Ganz, Dans la ville blanche, e magari anche Lisbon Story di Wenders (e per buona misura pure Sostiene Pereira di Roberto Faenza) partitete certo avvantaggiati. Se dovessi darvi il primo consiglio, il posto dove andrei subito è un cimitero: il Cemitério dos Prazeres, ovvero “dei Piaceri”. Intanto perché ha un nome per lo meno insolito per un cimitero (per via di una quinta che sorgeva qui un tempo, ma il nome è rimasto, a riprova di un sottile senso dell’umorismo, vagamente british, dei portoghe-


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si). Le tombe sembrano casette e hanno pure una vista d’incanto sul Tejo/Tago e sul ponte 25 abril. Ma soprattutto perché a Prazeres ha voluto essere sepolto Antonio Tabucchi, che forse in un’altra vita era stato portoghese. Anche Pessoa se ne stava tranquillo qui, poi il destino dei grandi lo ha trasferito nel chiostro del Monastero dos Jeronimos, gioiello del gotico manuelino: i suoi eteronimi però devono essere rimasti qua attorno, una compagnia perfetta per Tabucchi. E per il visitatore una location insolita per cominciare a entrare nello spirito dei luoghi, saudade & fado compresi. Poi, un giro in tram, per esempio il 28, vetturette gialle di inizio ‘900, che proprio da Prazeres va a Martim Moniz e rimane uno dei modi migliori per scoprire la città, visto che transita per il Chiado, sale verso l’Alfama, passa accanto alla Sé, la cattedrale, alla collina di Graça… Lisbona è sparpagliata per le colline, è una città verticale e bisogna guardarla dall’alto, dal tram, ma soprattutto da una funicolare, che qui si chiama ascensor. Prendendo per esempio l’ascensor da Bica o da Gloria per salire al Bairro Alto, e scoprire un quartiere di tendenza e di locali più o meno glam, e degli stilisti più famosi, come Lena Aires e Fatima Lopes in rua de Atalaia, o emergenti, come il serbo Aleksandar Protic che ha 90

aperto in rua da Rosa, al 112. Oppure salendo con l’Elevador Santa Justa, l’ascensore datato 1902, giusto 110 anni fa, che porta su al Largo do Carmo. O ancora raggiungendo - a piedi, in tram, in funicolare, fate voi - qualche miradouro sospeso sulla città. Il più famoso è Santa Luzia (ci arriva il solito 28), una terrazza di verde e di azulejos con panorama struggente e totale sulla città, altro posto perfetto per fare esercizio di saudade.

Evitate le vie con troppi ristoranti, troppi turisti, e imparate a perdervi per i labirinti di strade che riservano sempre sorprese


5indirizzi Ancora in tram (ma moderno e veloce, il 15) si arriva in pochi minuti da praça do Comércio a Bélem, delizioso sobborgo dove andarsi a gustare i dolci più famosi, i pasteis de Bélem, le paste alla crema più tipiche di Lisbona, nella famosa Antiga Confeitaria de Belém che li produce fin dall’Ottocento. E già che siete arrivati fin lì, salite (c’è sempre qualcosa su cui salire a Lisbona) sul Padrão dos Descobrimentos, il monumento agli scopritori, una grande nave di pietra affollata dai personaggi che da qui sono partiti alla scoperta del mondo (Vasco de Gama, Diaz, Magellano…). C’è da godersi un gran bel panorama, come dalla Torre di Bélem, meno alta ma ancor più scenografica. Sempre con i mezzi pubblici (il 400 o il 708) puntate ora dall’altro lato del Tejo, al Parque des Nações, la nuova Lisbona creata per l’Expo ‘98, con le architetture delle archistar, da Alvaro Siza a Calatrava, installazioni di arte urbana, il Padiglione del Portogallo, il Padiglione Atlantico, la Torre Vasco da Gama (145 metri, attorno ci sta sorgendo un cinque stelle), la teleferica, l’Oceanario, uno dei più grandi e belli d’Europa… Insomma una specie di Paese dei Balocchi per grandi e in versione design-contemporanea. A questo punto avete una seppur vaga idea generale della città e potete iniziare una scoperta più sistematica. Come vi sarete accorti, Lisbona sfugge. Non è una città con un solo cuore, ma con tanti cuori, come tanti paesi dentro alla città. Non ha monumentisimbolo eclatanti, nessun Colosseo, nessuna Torre Eiffel. Certo, c’è l’enorme Terreiro do Paço (così grande che “non abbiamo mai saputo bene cosa farne”, scriveva Saramago, e invece oggi c’è anche troppo e lo spazio “Torreão Nascente”, nell’ex borsa valori, accoglie negozi, ristoranti e da ottobre anche il Lisboa Story Centre, un centro interpretativo dedicato alla storia di Lisbona). E c’è la Baixa che fa da trait-d’union tra i vari quartieri. Ma la Baixa è un quartiere a-storico, anche se ormai è diventato storia: è una Lisbona ricostruita a tavolino dal marchese di Pombal, case tutte uguali, strade ad angolo retto al posto di un cuore medievale che uno tsu-

fascinosi per dormire

Fra gli 80 e i 150 euro a notte (e più, dipende dalla stanza, ma le offerte non mancano mai) York House in un romantico monastero del ‘600 (www.yorkhouselisboa. com), As Janelas Verdes, in una casa signorile del ‘700 (www.asjanelasverdes.com), nelle atmosfere déco dell’Hotel Britannia Britannia (rua Rodrigues Sampaio 17 - www. heritage.pt), un ex palazzetto nobile ad Alfama, il Solar dos Mouros (www.solardosmouros.com), in una albergaria anni ’60 con vista spettacolare a Graça, Senhora do Monte (www.albergariasenhoradomonte. com) Per saperne di più: www.visitportugal.com 91


L’altra cosa che impari subito è che a Lisbona servono poco le solite guide turistiche (e se ve lo dice una che le guide le scrive...)

nami del 1755 si portò via in un attimo. Una scenografia quasi metafisica, strade e luoghi nei quali si aggirava il “Faust in gabardine” Fernando Pessoa, tappe sempre uguali, casa-ufficio di import-export, una cantina dove andare a bere un vinho tinto, il ristorante Martinho da Arcada dove era un habitué. Allora, dopo i tram e le funicolari, l’altro consiglio è: girate anche a voi a piedi. Per la Baixa, per il Chiado, per Alfama, per il Bairro Alto. Evitate le vie con troppi ristoranti, troppi turisti, e imparate a perdervi per i labirinti di strade che riservano sempre sorprese: una libreria antiquaria, un negozio di azulejos, una tasca che sembra arrivare dritta dagli anni ’50. I percorsi vi porteranno quasi da soli nei posti giusti: a prendere un caffè alla Brasileira in compagnia della statua di Pessoa (e ricordate che a Lisbona il caffè è un rito: uma bica è la tazzina di caffé nero forte, in pratica un espresso, uma carioca de cafè è un caffè più leggero, um caroto escuro o claro è un caffé forte con una goccia di latte o con più latte, um galão è un caffé forte con molto latte, servito in bicchiere, e via declinando). Davanti alla Casa dos Bicos che da meno di un mese è sede della Fondazione Saramago e si può visitare (3 €). Alla Ginjinha, minuscolo locale al Rossio, a bere la specialità locale, il liquore alle ciliegie. Con il sole che c’è (“non c’è niente che valga il cromatismo di Lisbona sotto il sole”, scriveva Pessoa) forse non vi verrà voglia di entrare in un museo. Se invece sì, almeno un paio non dovete perderveli, il

Museo Nacional do Azulejo con una straordinaria collezione di azulejos, allestito nella chiesa Madre de Deus e annessi, e il Museo Nazionale d’Arte Antica, in rua das Janelas Verdes, con un Bosch, le Tentazioni di Sant’Antonio, che da solo vale il viaggio. E magari potete aggiungerci anche la Fondazione Gulbenkian, quattromila anni di arte nelle collezioni del ricchissimo uomo d’affari Calouste Gulbenkian. A cena ci sono proposte per tutti i budget, dal ristorante più trendy, la Bica do Sapatos (di cui sono soci pure John Malkovich e Catherine Deneuve) all’emergente 100 Maneiras di Rua do Teixeira 35, a qualche posto easy (ed economico, sui 10 €) di Alfama come Pois, café. Dopo cena vi potrebbe venir voglia di immergervi nella movida di Lisbona, nei locali delle docas, gli ex vecchi magazzini sul fiume, in un locale di culto come il Lux Fragil, o magari invece andare a sentire un po’ di fado (tanti locali per turisti, ma la Tasca do Chico al 39 di rua Diario das Noticias è un posto ancora autentico). Sempre che non preferiate semplicemente rilassarvi e bere qualcosa in uno dei bar di culto della città, il Pavilhão Chinês di rua São Pedro V, quasi un museo di collezioni incredibili, e un’atmosfera deliziosamente piacevole. Certo, Lisbona è cambiata e cambia. Negli storici grandi magazzini Grandella al Chiado adesso c’è H&M, le vecchie mercerie e le botteghe di una volta spariscono poco alla volta. Ma il Solar do Vinho do Porto si è solo rifatto un po’ il look e continua a proporre centinaia di porto eccellenti, da Manuel Tavares in rua Betesga alla Baixa si vendono sempre vini e formaggi sublimi e la Conserveiria de Lisboa al n. 34 di Rua dos Bacalhoeiros è rimasta come negli anni ‘30, dappertutto scatolette di tonno, sardine, salse … La vecchia e la nuova Lisbona si studiano, o forse si ignorano. Tutto qui è un po’ diverso da quel che sembra, e la città non si rivela mai del tutto. Ha ragione Saramago :“ Il viaggiatore sta per concludere il suo giro per Lisbona. Ha visto molto, ha visto quasi niente. Voleva vedere bene, ha visto male: è il rischio costante di qualunque viaggio”. Che a Lisbona vale la pena di correre.

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Bacalhau, che passione Si narra che in Portogallo esistano 365 ricette di baccalà, una per ogni giorno dell’anno. I portoghesi, grandi navigatori ma anche grandi pescatori da sempre, andavano a cercare i merluzzi lontano, fin sui banchi di Terranova, poi li mettevano sotto sale o li essiccavano, e voilà il bacalhau, il baccalà. Bacalhau a bras con patate e olive nere, pasteis de bacalhau (frittelline di baccalà), bacalhau a Gomes de Sà, con patate, cipolle, olive nere, uova sode, aglio e latte, bacalhau com natas (panna, olive, patate, aglio), bacalhau assado (alla griglia), cotto con l’aglio e servito con un filo d’olio e accompagnato da patate e verdure al vapore. Da abbinare rigorosamente a un rosso: un corposo Dão o un vino dell’Alentejo, per esempio un rosso di Borba, Redondo o Reguengos. A Lisbona, attorno a Praça do Comércio, le “vie del baccalà” sono costellate di negozi specializzati: rua do Arsenal e, va da sé, Rua dos Bacalhoeiros, dove al n. 28B si trova Andrade & Neves Lda, indirizzo d’eccellenza. Altro punto di riferimento la Manteigaria Silva di Rua Dom Antão de Almada, al Rossio. E per gustare un buon bacalhau, nelle antiche scuderie del palazzo settentesco del Duca di Lafões, il ristorante A Casa do Bacalhau declina in tutte le proposte della tradizione, almeno 20 ricette diverse ogni giorno, fra i 12 e i 18€. Rua do Grilo 54, tel. 0035121 862 00 00 – www.acasadobacalhau.com 93


Antonino Cannavacciuolo, chef di Villa Crespi, racconta il suo viaggio dal Sud Italia fino al Lago d’Orta. Un viaggio fatto di sapori, di contaminazioni e d’amore.

d i L E O RI E S E R F o t o r i s t o r a n t e V I L L A c r e s p i

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Extra…Tonino Q

ui si parla di viaggi. Viaggi da Sud a Nord. Viaggi per crescere professionalmente. Viaggi per amore. Viaggi di ritorno. E perfino di viaggi da Ovest ad Est. La prima volta che siamo stati a Villa Crespi, qualche anno fa, in occasione di una ricorrenza importante siamo rimasti colpiti, emozionati, stupiti, quasi inebetiti. Il luogo non lascia indifferente. Soprattutto se pernottate nell’Imperial Suite. Pensate a una zona lacustre splendida ma intima (niente a che vedere con la mondanità del vicino lago Maggiore) e collocatevi al centro una villa da mille e una notte in stile moresco. Al califfo Harun Al Rashid, di certo si ispirò Cristoforo Benigno Crespi, industriale del cotone, quando nel 1879 fece edificare questa lussuosa dimora, con tanto di minareto. Ecco, se questa commistione tra Baghdad e il lago d’Orta non fosse sufficiente, pensate che qui sorge uno dei migliori ristoranti del… Sud Italia.

Antonino Cannavacciuolo è originario di Vico Equense, penisola sorrentina. Qui si è concentrata negli ultimi anni la grande élite dei cuochi campani. Da Sant’Agata sui due Golfi, regno della famiglia Iaccarino di Don Alfonso 1890, a Massa Lubrense (Taverna del Capitano e Quattro Passi) fino appunto a Vico Equense, con la Torre del Saracino dell’affermatissimo Gennaro Esposito. E, allora, non è un caso che alla classica domanda di rito sulle esperienze passate - pur con un curriculum caratterizzato anche da ristoranti tristellati transalpini (Auberge de l’Ill in a Illerhausen, Buerehiesel a Strasburgo) - Cannavacciuolo risponda: «Tutte le esperienze fatte prima del mio ingresso a Villa Crespi sono state a loro modo importanti ed essenziali per la mia formazione. Ricordo, però, in maniera particolare l’esperienza presso il Grand Hotel “Quisisana” di Capri nel 1998. Impegno e dedizione in

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Credo che il luogo d’origine abbia in qualche modo la forza di plasmare le caratteristiche e il carattere di una persona

una cornice incantata». E soggiunga ancora: «Credo che il luogo d’origine abbia in qualche modo la forza di plasmare le caratteristiche e il carattere di una persona. Per me, essere nato a Vico Equense e avere un padre chef sono stati elementi fondamentali di formazione. Inoltre, “nascere al Sud”, in una terra dove la cucina e l’amore per la tradizione gastronomica regnano incontrastate è un punto di partenza non indifferente per un cuoco.» Ma di viaggi parlavamo. E il viaggio della vita di Tonino, come accade nelle migliori storie, è un viaggio d’amore. Cinzia, la compagna della sua vita, è di Orta. Nel 1999 (il nostro ha solo ventiquattro anni), decidono insieme di giocare la scommessa Villa Crespi. Se vi può sembrare quasi scontato affermare che il percorso e le influenze gastronomiche dello Chef rispecchino l’esperienza della vita, in verità è proprio così. Il giovane cuoco mediterraneo trova la felicità e la moglie nel Nord Italia. Ma il concetto e la realizzazione del “viaggio da Sud a Nord” diviene asse portante nell’ evoluzione delle sue scelte gastronomiche. «Il mio personale concetto di viaggio da Sud a Nord – ci conferma lo Chef – è sinonimo di percorso di vita: la scelta di trasferirmi in Piemonte, è nata dall’amore per Cinzia… e dall’amore, all’amore per le

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materie prime e ai prodotti che questa regione mi regala durante il corso dell’anno. Divertente accostare sapori e colori in un percorso che attraversa l’Italia e rappresenta in qualche modo il mio viaggio.» Se ormai piatto-manifesto di questa fusione NordSud sono diventate le “Linguine di Gragnano, calamaretti spillo e salsa al pane di Fobello” ad Antonino piace indicarci la “Testina di vitello, tartare di gamberi, maionese di foglie di sedano”. E a noi fa piacere aggiungere, tra le creazioni più recenti, i “Plin alla genovese, tartare di fassone piemontese, aria al parmigiano”. E a questo punto, per logica conseguenza, l’appetizer d’esordio nei piatti a Villa Crespi non può che chiamarsi “Il Buon Viaggio di Antonino Cannavacciuolo”. Quando abbiamo cercato lo chef per questa chiacchierata era proprio a Vico Equense (in una delle rarissime assenze dal ristorante), all’annuale festa a scopi benefici organizzata da Gennaro Esposito insieme ai migliori chef italiani. Sapendo anche dei cordiali rapporti intrattenuti da Antonino con il suo coetaneo, ed emergente chef, Ilario Vinciguerra (in quel di Gallarate) ci è venuto spontaneo chiedergli se queste rimpatriate siano anche una forma di coesione tra chef dalla tradi-


Il mio personale concetto di viaggio da SuD a Nord è sinonimo di percorso di vita

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zione comune. La risposta di Cannavacciuolo è che “fare “squadra”, significa crescere con i miei colleghi. Fondamentale sono il confronto e la collaborazione… indipendentemente dalle origini. «In parecchie occasioni, con i miei “colleghi”, ci ritroviamo e uniamo la nostra passione in eventi per scopi benefici volti ad aiutare i meno fortunati.» È diventata infatti una tradizione la serata annuale delle “Stelle d’Orta”, che raggruppa i cuochi più celebri della zona, con l’ausilio di molti colleghi giunti da diverse parti d’Italia. L’ultimo tassello Antonino Cannavacciuolo l’ha posto nel santuario della tradizione enogastronomica piemontese: Alba, la capitale delle Langhe. Il gioco dell’itinerario dal Sud al Nord si ripete alla Locanda del Pilone, ristorante blasonato di grande tradizione dove il team di Antonino ha portato una ventata di mediterraneità. «La differenza fondamentale tra la “Locanda del Pilone” e “Villa Crespi”, è che lo Chef che gestisce la cucina in Locanda è giapponese e non partenopeo. Nella nostra collaborazione, lui rappresenta la mia cucina, ma con un pizzico di tendenze orientali  in alcune presentazioni. Si potrebbe definire un percorso nel percorso… da Sud a Nord e da Ovest verso Est.» Che il matrimonio tra Piemonte e Campania - con gli “Agnolotti del Plin alla partenopea” - venga celebrato da uno chef giapponese, il bravissimo Masayuki Kondo, non è una novità in Langa, ma un segno, semmai, dei tempi. I cuochi del lontano Oriente hanno invaso le nostre cucine di Langa e Roero con risultati sempre più apprezzabili. Qui, in più, c’è l’attenta regìa di uno che di viaggi se ne intende: il nostro chef di Vico Equense. Insomma, ci viene da concludere con un “Bravo Tonino!” o parafrasando la nostra testata, perché no, con un “Extra Tonino!”. 98

Cinzia, la compagna della sua vita, è di Orta. Nel 1999 (il nostro ha solo ventiquattro anni), decidono insieme di giocare la scommessa Villa Crespi


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Rughe, bocce, pause, barbera e pianole

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Taccuini in papier mais vergati sui tavolacci torinesi

C

he amore, il Mossetto. Roba da Domingo il Favoloso*. Proprio la vecchia bocciofila. Proprio quella lì. Con i vecchi. Con i giocatori. Con le tovaglie a quadri. Con la topia. Con la barbera. Con le sigarette. Con più silenzi che chiacchiere. Più pause che azioni. Più carboidrati che proteine. Ci arriviamo una sera umida, Bruno, Matteo, ed io, e capiamo subito l’aria che tira, qui sulla Dora. Bruno si siede su un muretto e viene investito dalla rabbia d’un beone. “Ma vaff****ulo, io t’ammazzo! Levati di lì! Sei morto!”. Il problema? È il suo pezzetto di muretto. Proprio il suo. Quello dove posa il suo cartone di vino in tetrapak, fuma, sacramenta e passa serata. Per carità, pensa Bruno, con tutto il muretto che c’è, mi sposto io... Un vecchio di 87 anni soccorre il nostro amico: non si preoccupi, è sempre così. Venga con me. E tutti e quattro, noi tre più il vecchio, lasciamo questo tratto di Torino incastonato tra il Sermig e il fiume, tra i casermoni e le

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I diari della Piola

verzure, e ci buttiamo dentro il “Circolo ricreativo”. Ci sediamo fuori accanto ai campi di gioco, sotto la vigna, ed è subito barbera. Un litro. Poi un altro litro. Poi uno ancora. C’è macaja, ma si sta bene. Aria da paese. Da pensionati. Da slow life. Magari deprimente se ci passi tutte le sere, ma tenera se ce ne trascorri una ogni tanto. Poi dentro, a desinare guardando una partita di calcio (straniero) in tv. Cucina tosta, cucina verace: bruschetta, salame, tomini al verde, crocchette di patate, panzerotto di ricotta, mozzarella in carrozza, tajarin al ragù, salsicciotti al vino, verdure grigliate. E ancora barbera, barbera, barbera.

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Il caffè lo prendiamo al banco. E che banco. Coppe di tornei. Gagliardetti. Trofei. Targhe. La macchinetta per le noccioline. Un cartello pubblicizza la serata di domani che si annuncia interessante: “Coccolàti dalla magia e dalla passione sprigionate dalle dita del grande SCIUPA.... TASTI... GIOVANNI il Mossetto propone il Menù Sibilla e se vuoi scoprire il tuo domani, consulta GRATIS la CARTOMANTE MAGA TERRY. Antipasti: Consolante sorpresa. Primi: Allegrezza di cuore, Donna maritata. Secondi: Omaggio prezioso. Contorno: Allegria di primavera. Dolce: Imeneo”. Pura poesia pop. Quando avrò ottant’anni, prenderò qui la residenza. * Lo conoscete? Da non perdere! Un vecchio libro magico, torinese e fumoso di Arpino.

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Gastrogossip

La sobremesa A c u r a d i L u c a I a c c a r i n o , B r u n o B o ve r i , S tef a n o C a v a ll i t o e L e o R i ese r

sono altre proposte? Anche se per noi la cosa più probabile è che nulla cambi, la risposta è sì. Molto più vicine di quello che si immagini. PS: a proposito, se avete pensato al Cambio, non ci avete azzeccato.

Eynard sbarca a Sauze d’Oulx

Chi tira la giacchetta di Scabin? Tanto rumore per nulla. Almeno così sembra. Il primo gastrogossip riguarda Davide Scabin e le sue future destinazioni che molti ipotizzano lontane da Rivoli. La notizia di uno Scabin nelle cucine del prossimo Eataly milanese è stata lanciata dal (milanese) Paolo Marchi, forse con eccessiva brama di scoop. Certo, non è un segreto che Farinetti apprezzi Davide e che la solidità di Eataly sia una garanzia. Ma come direbbe un giornale sportivo: le parti si stanno parlando e non c’è nulla di concreto. Insomma un conto è parlarne, un conto è accordarsi su impegni e cifre. Anche perché Scabin è affezionato alla Valle di Susa e Milly (in sala) e Barbara (in cucina) forse non sarebbero così allettate da una avventura milanese. Ci 104

Bussetti: una stella piemontese verso i cieli di Mosca Un altro “chef di reggia”, invece, ha tirato su il ponte levatoio. Parliamo dello stellato Pier Bussetti, estroso cuoco di Locanda Mongreno a Torino e poi re della cucina del Castello di Govone. Pier Bussettoscky emigra in Russia, a Mosca precisamente, e apre due ristoranti italiani. Ecco accontentato chi sosteneva che Govone fosse troppo lontano.

Chi l’avrebbe detto: con quell’aria sorniona e montanara, mai avremmo immaginato che il sommo Walter Eynard – chi non ha amato e capito un bel po’ di cose della cucina e del mondo al suo Flipot di Torre Pellice? – avrebbe prestato la propria opera (o consulenza, chiamatela come volete) fuori casa. E invece è successo: dal primo giugno è lui a sovrintendere i fornelli dell’hotel Il Capricorno (www.chaletilcapricorno.it) di Sauze d’Oulx. Mai dire mai.

Cambusa 1 L’Amaricante Attiguo al “poisson-bistrot” Bastimento, Gigi Megliola ha aperto La Cambusa, dove


Voci, chiacchiere, spifferate, spizzichi e stuzzichini dal mondo della gastronomia cittadina (e regionale)

vende i sottoli prodotti in proprio, i salumi di pesce, paste, birre e bollicine. In mezzo troneggia un massiccio tavolo di marmo grigio. Adatto per aperitivi. Ma si dice che, spesso, sia utilizzato per cene assai esclusive (massimo 12 persone). La qualità è la stessa del Bastimento, ma la privacy è assicurata. Come si diceva negli anni Settanta: Cambusa One!

volta, si sa il cachet: 5.000 euro, così dai rumors. Poco? Tanto? Troppo?

Polvere di stella? Voci, peraltro incontrollabili, dicono che allibratori clandestini accettino scommesse (pero solo da 1000 euri in su) sul fatto che il Magorabin prenda finalmente sta benedetta stella. Le stesse voci non accreditate dicono che un celebre calciatore ci abbia buttato sopra una cifra cospicua, ma non precisano se abbia puntato sul “sì” o sul “no”. Naturalmente non si vuole incentivare qui il gioco d’azzardo, anche se…

Io bollo da sola: Pelizzetti Jr lascia Eataly e apre un locale Per un ristorante che chiude (parliamo di Bussetti), qualcosa che apre. Sarà un ristorante ma non solo, un luogo per le colazioni, per le merende, per i pranzi e per le cene. Il progetto è di Valentina Pellizzetti, figlia del magnifico rettore, che per anni si è occupata degli eventi di Eataly. Il nome non lo sappiamo, il luogo sì: piazza Benefica. Da settembre, più o meno.

Mister Docks? Pare, si dice, si narra che un famoso cuoco piemontese farà la pubblicità per i Docks Market. Chi sarà? Non si sa. Ma, per una

In Cambio di niente Ah, mala tempora per il lusso sabaudo. Soprattutto dopo il crack Ramondetti. Il più bello, il più storico, il più magniloquente locale cittadino – Il Cambio – è stato battuto all’asta il 18 giugno. Partecipanti? Uno solo: la cordata rappresentata dalla finanziaria Finde Spa, ovvero la famiglia Denegri, il gastronomo Gallo (quello di Santa Rita) e l’attuale amministratore del ristorante di Cavour, Daniele Sacco. Base d’asta: due milioni e cinquanta mila euro. Ed essendoci un solo candidato, potete immaginare il numero di rilanci: zero. Quindi, sul Cambio, troppe parole sprecate: a candidarsi erano stati in molti, ad alzare la manina per dire “duemilioniecentomila” s’è fatto vivo nessuno. Intanto anche il Golden Palace prova a rilanciarsi, magari puntando tanto sulla ristorazione. Chi vivrà, vedrà. 105


Gastroshopping

Sul modello americano, impazza anche da noi la moda delle torte glassate e dei cupcakes. Con una variante: i nostri ‘boss delle torte’ sono tutte donne.

Un gioco da ragazze d i R o s a lb a G r a gl i a Testi e disegni

I

n principio erano i Grandi Pasticceri. Negozi classici tutti specchi e ori, oppure vetro-acciaio in chiave design, qualche ancella al seguito, ma loro, i Grandi Pasticceri, rigorosamente, fieramente maschi. Da qualche tempo però – li avete notati anche voi? – hanno fatto la loro comparsa delle deliziose “botteghe dolci”: colore dominante il rosa/viola, un’infilata di torte e tortine coloratissime, e una gestione rigorosamente, fieramente TUTTA AL FEMMINILE. È il cupcake, bellezza, ed è tutta un’altra storia. Lasciamo a sedicenti psico-sociologi stabilire se il rosa si addica solo alle donne, e/o se nel cuore di ogni donna alberghi una Nonna Papera o una Alice in Worderland. Fatto sta che il cupcake è una vocazione femminile. I Critici Gastronomici Ufficiali (maschi) storcono il naso: quei dolcetti lì, tutti colorati, non avranno mica la pretesa di essere anche buoni. E invece sì: buoni e allegramente giusti, preparati con materie

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prime di gran qualità e “alleggeriti” nelle ricette originali per venire incontro al gusto italiano. Anche se il new deal comincia dalla tv americana, forse dall’amato/odiato Sex and the City: davanti alla Magnolia Bakery Carrie si gusta proprio dei cupcakes. Ma i nostri negozietti di cupcake sono tutt’altro che roba da fiction, tutta immagine e niente sostanza. In genere li hanno aperti vere cake-designer, spesso una laurea alle spalle e una lunga formazione da guru del settore. Come Claudia Lotta che ha aperto il suo shop-atelier in via Bonafous al n. 7. Psicologa con la passione per lo sweet design, è stata allieva della più famosa cake designer di Londra, Peggy Porschen (da cui si servono Kate Moss, Elton John, Madonna, giusto per fare qualche nome eccellente), e della celebrata scuola americana di cake decorating, la Wilton School. E ora nella sua bottega rosa organizza corsi e fa torte, brownies, biscotti decorati, cake pop da passeggio e cupcakes, udite udite anche vegani, nonchè wedding cake, torte nuziali che sono vere opere d’arte. Una mia cara

amica single ha appena ordinato per il suo compleanno una torta “da principessa” con tanto di rospo in cima (www.claudialotta.it). Barbara Piccinini, in arte Miss Violet, è rimasta nel suo quartiere, a Mirafiori. Iniziata alla cucina dal nonno e folgorata sulla via del dolce dallo “zucchero magico” ha messo nel cassetto la laurea in architettura (anche se torna utile per progettare una torta-monumento, e lei fa tutto senza stampini, a mano) e ha aperto un negoziolaboratorio in via Chiala 9/A, dove tiene corsi di cake design e prepara tutto su ordinazione e su misura (www.missviolet.it). Miss Cake alias Simona ha lasciato invece un lavoro in ospedale per la passione per i dolci (galeotto è stato il Dolce forno, il regalo sognato da tutte le bambine negli anni ‘80). Nella sua deliziosa caffetteria bianca-e-viola di via Baretti 31 prepara torte e cupcake, ma anche zuppe, torte salate e squisitezze varie (www.misscaketorino.it). Poco lontano, in corso Raffaello al n. 18, da Cakeshop, Emanuela Ceglie,


Il fenomeno avanza: ci sono pure i cupcake on line

Foto by Igloo photo

Miss Violet

I Critici Gastronomici Ufficiali (maschi) storcono il naso: quei dolcetti lì, tutti colorati, non avranno mica la pretesa di essere anche buoni

formazione artistica e passione per la scultura, organizza corsi e prepara torte personalizzate di tutte le forme e dimensioni, torte di nozze e tortine spettacolari: andate a vedere la vetrina, è una chicca tentatrice (www.cakeshop.it). Il fenomeno avanza: ci sono pure i cupcake on line. Per esempio quelli che fa Wendy (figlia d’arte, in realtà si chiama Elena Bosca e suo padre ha una famosa e tradizionale pasticceria a Canelli) da ordinare via mail o al telefono (www.dearwendy.it). E chi pensa sia una moda effimera, sappia che la prima citazione ufficiale di dolci “fatti in tazzina” (questa l’etimologia del nome) risale nientemeno che al 1796 e all’ American Cookery, il primo libro di cucina degli States. Autrice tal Amelia Simmons di cui non si sa quasi nulla: nel frontespizio della prima edizione è indicata come “un’orfana americana” (sic!) finita a fare la domestica. Troppo struggente per essere vero? Forse. Ma un fatto è certo: fin dalle origini i cupcake sono un affare di donne. 107


Shopping

Il negozio padre dei vizi

>> Boutique, punti vendita, outlet, botteghe, laboratori artigianali… ecco uno dei nostri preferiti. La Coppola storta Via San Francesco da Paola 38/h

Il laboratorio sartoriale è in Sicilia, dove alcune ragazze hanno deciso di smarcare questo accessorio dall’immagine del vecchietto armato di lupara. L’idea non è male, soprattutto se declinata in centinaia di versioni differenti, comprese quelle per i più piccoli e per gli animali (si, anche Fido merita il suo cappellino chic). Nel centro di Torino c’è il loro showroom, un negozietto fitto fitto di cappelli, che colorano le pareti sui quattro lati. Tutte coppole, ovviamente, nella versione tradizionale e nel modello “Meusa”, che per la forma tondeggiante ricorda il famoso panino palermitano. Anche il prezzo è quasi mono: 50 € a cappello, 60 € per quelli più elaborati (i “top di gamma” arrivano però fino a 150 €). La ragazza al bancone è deliziosa e complice come dovrebbe essere chi ti fa provare qualcosa. Sarà per questo che in pochi minuti ho

già messo in testa una quantità indefinita di coppole, scoprendo quanto poco ne immaginavo i possibili abbinamenti. Passo dal modello in lino blu a quello, divertentissimo, rosso acceso dotato di veletta sul davanti (per amanti dello stile british nobility). Infine, approdo al copricapo perfetto: raso e pizzo lilla e verde che, segno del destino, si abbina con tutto ciò che ho addosso. Cambiano tessuti e colori ma il modello è sempre quello. Eppure, incredibilmente, l’effetto allo specchio è totalmente diverso ogni volta, provare per credere. L’unico appunto che si può fare (ma è più un consiglio) a chi ha deciso di svecchiare un accessorio della tradizione, è di provare a osare: visto che siamo in ballo, balliamo e allora perché non tentare con colori audaci, strass o addirittura minisculture da passeggio alla Kate Middleton?

Seduti su una botte di ferro

Ritma

>> Gassante - corso Torino 89, Rivarolo Canavese (TO) www.keoproject.com/lesediedeltorchio € 1.500

Noi, che facciamo tesoro degli insegnamenti delle nostre nonne, sappiamo che non si butta via nulla. Dunque, quando compriamo una cassa di buon vino, proviamo a prendere esempio da Marco Torchio, che con le barriques (complete di etichette) ha deciso di costruire una linea di oggetti d’arredamento. E, a giudicare dalla sedia Ritma (disponibile anche nella divertente versione chaise longue) c’è riuscito davvero bene. Il prezzo non la rende certo accessibile a tutti, ma bisogna ammettere che il design è dei più originali e chissà che non porti con sé anche gli inebrianti aromi del vino. 108


l’oggetto del desiderio

d i V a le n t i n a d i r i n d i n

Un tuffo nel passato >>

Turchino Swim Suit

Mariapiovano.blomming.com Fior di bimbo bio via Mazzini 37 € 24

Un cocktail in riva al mare

>> Abito in shantung € 220 www.serenapolettoghella.it

Perle ai porcellanisti >> Collana All White All white - via Benevento 45, Torino www.all-white.it € 28

Ricorda tanto gli anni Settanta e Ottanta, quando il costumino di spugna era un must per tutti i bambini alla moda. Dunque, alzi la mano chi non l’ha mai indossato e chi non prova un moto di tenerezza nel vederlo di nuovo. Realizzato a mano da una giovane stilista torinese, Maria Piovano, è disponibile in azzurro e fucsia, anche se preghiamo le mamme di uscire dal cliché del colore in abbinamento al sesso dei loro pargoli.

Aldo deriva dal tedesco ald, che significa vecchio. Quindi, la collezione estiva di serenapolettoghella (tutto attaccato, tutto minuscolo) “Aldo Aldomani” esprime già dal nome la volontà di unire passato e futuro: modelli di ispirazione anni Cinquanta proiettati nell’immaginario moderno. Come quest’abito dalle maniche svasate, un po’ caftano, un po’ abitino da cocktail. Se non vi piace il colore (pazzi! Per l’estate largo ai colori fluo) o il tessuto, Serena lo può realizzare anche su misura per voi.

Ogni tanto, le dicerie popolari riescono perfino a frenare la voglia di shopping. Le perle non si comprano per sé, ché porta male; né secondo alcuni si possono indossare, metafora non si sa perché delle lacrime. Per le superstiziose, un’alternativa sicuramente più economica è questa collana in porcellana, realizzata in un laboratorio torinese dove, oltre ai monili, si modellano e vendono piatti, bicchieri, tazze e via dicendo. Tutto bianco, per un tocco di purezza che sicuramente non può portar sventura. 109


X-books

MAL DI TORINO

a.

ti lla vita doc: da Curti, Gozzi, ..

Fabrizio Vespa

MAL DI TORINO

quale

€ 10,00

Fabrizio Vespa

viviamo. ittà-paradigma, lungo ento al buio

espress

Che cos’è il MAL DI TORINO? Non è solo il classico odio e amore, e non è solo una specie di male di vivere. Non c’entrano gli stereotipi sulla Torino esoterica, tanto meno si parla di male assoluto. È più un male relativo. O meglio misterioso. È un eterno stato d’irrequietezza, che negli ultimi vent’anni si è reso sempre più palpabile, fino a trasformarsi nel tratto distintivo di ciò che ci rende torinesi a tutti gli effetti. Senza dimenticare gli ospiti, quelli che a Torino sono solo di passaggio o in visita e che poi tornano indietro, magari toccati da questa malia.

Progetto grafico e illustrazioni: Studio LibellulArt – Officina DiSegni

Fabrizio Vespa Mal di Torino Espress edizioni € 10

“Mi riservo, per la mia prossima missiva da nascondere, di raccontarti ancora la sorprendente anomalia del Mal di Torino e dei suoi bizzarri abitanti”. Parte da un carteggio fra Cesare Lombroso e sua figlia Gina, Fabrizio Vespa, per indagare su cosa sia (e se davvero esista) questa saudade che non spinge mai un torinese troppo lontano dalla Mole. Tra una lettera e l’altra, dieci torinesi doc (Franco Amato, Max Casacci, Massimo Crotti, Ilda Curti, Steve Della Casa, Bruno Gambarotta, Gianluca Gozzi, Adriano Marconetto, Marco Ponti, Alberto Salza) dialogano con l’autore sulla città. E sono dialoghi fatti di binomi che convivono: amore/odio, opacità/splendore, torinesità per nascita/torinesità per adozione.

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Francesca Martinengo Fornelli in rete La cucina italiana dei foodblog

Elena Loewenthal Il mio piatto forte La cucina ai tempi di Facebook Einaudi € 12

Malvarosa € 22

Che la cucina sia uno dei fenomeni-moda del momento è fuor di dubbio. Si tratti delle spadellate veloci e casalinghe di Benedetta Parodi, si tratti dell’alta cucina stellata del Masterchef Carlo Cracco e compagni, certo è che l’argomento spopola, in tv come in libreria. Ma, come sempre, è il web che la sa più lunga: regala l’interattività, sbugiarda le finte cuoche, dona consigli quotidiani a chi vuole fare dei fornelli un’arte. Se n’è accorta Francesca Martinengo, che è andata a pescare le foodblogger (si, perché per una volta, i cuochi tornano a essere quasi tutti al femminile) più seguite di tutta Italia. Molte di loro si sono cimentate in quello che è partito come un semplice passatempo e si è invece delineato come un mestiere, trasformandole in punti di riferimento per gli appassionati e pure per gli addetti ai lavori. Tra un’intervista e l’altra, colorano le pagine di questo libro molto rosa una serie di golosissime ricette, suggerite dalle blogger. «Sono semplici ma di sicuro effetto – assicura l’autrice – anche perché sono tutte provate: in rete non si può mentire».

Elena Loewenthal smette per un attimo i panni della romanziera e traduttrice dei più grandi autori israeliani per infilare il grembiule da cucina. E così promette – e sforna – una serie di ricette da tavola verace, “una cucina che prevede lunghe cotture e porzioni generose”, anziché amuse bouche e impiattamenti raffinati. Partendo dal presupposto che la prima regola della buona tavola – e dunque delle buone ricette, quelle che magari si tramandano di generazione in generazione – è il sapore. E la seconda regola è che non c’è buona tavola senza convivialità, sia essa fatta da un gruppo di sedie intorno a un tavolo o dalla condivisione delle proprie opinioni sulle bacheche virtuali di Facebook. Non potendo cenare con ciascun lettore, la Loewenthal decide dunque di utilizzare il linguaggio del social network più diffuso nel mondo e, tra un “like” e un commento, ci racconta la sua cucina.


Massimo Tallone

Il fantasma di

piazza Statuto

e/originals

Annetta degli spiriti Ossignùr! Dura la vita per la povera Annetta. Diminutivo il nome, piccola la donna: vedova, ex portinaia, governante, modesta ma risoluta, paurosa ma loquace. Fatto sta che il suo ordinario tran tran e ancor più i suoi sonni da qualche giorno sono disturbati: dalla sua mansarda in piazza Statuto sente nell’appartamento attiguo strane cose. Ed è casa che ben conosce, quella di là, visto che ci sta a servizio: ci abita la signora Maria Doro, sorella del defunto pittore Ettore, madre di Corrado, rincitrullito dal computer. Il fatto è che col favor delle tenebre si sente rimestare nello studio dell’artista, senza che scricchiolino le scale che vi ci portano (celeberrime per i propri cigolii). Annetta d’amblé salta alle sue conclusioni: sarà mica un fantasma? Ommisignùr! Dunque coinvolge il paonazzo Hercule Poirot sabaudo Angelo Piola, che a discapito del proprio nome pare appassionato d’occulto ed ectoplasmi. Come finirà? Trattasi in effetti di manifestazioni metafisiche o di più prosaiche questioni terrestri? Lo scoprirete ascoltando le parole di Annetta – la voce praticamente sola che narra il nuovo romanzo di Massimo Tallone – che tra un tinello maròn, un gridolino, uno zerbino fuori posto e qualche considerazione sui giovani d’oggi vi porterà per mano un po’ come la “bidella” delle “Donne informate sui fatti” di Fruttero&Fruttero. Lettura agile, allegra, umbratile. E bravo Massimo (di cui consigliamo ancor di più i titoli – molto torinesi anch’essi – usciti per Fratelli Frilli).

Massimo Tallone Il fantasma di piazza Statuto e/originals € 14

111


Extrafinal

In allegato a questo numero:

San Salvario La guida

Musei Eventi Parchi Ristoranti Locali Shopping

Con le voci di Marco Trabucco, Enrico Remmert, Andrea Bajani, Bibo, Fabio Geda, Davide Longo

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Il pi첫 vivace, il pi첫 meticcio, il pi첫 amato, il pi첫 contraddittorio: benvenuti nel cuore antico e nuovo di Torino

Free

Extra 2 - Alessandro Del Piero  

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