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SHAME Bastano le prime scene scandite dalle musiche di Bach, per intuire l’angoscia che accompagna da sempre la vita agli eccessi di questi due fratelli fragili e sofferenti, che, come in modo così vero dice Sissy, “non sono brutte persone, ma vengono da un brutto posto”. Di quel posto che ha segnato la frattura della loro personalità non viene fatta parola, ma quello che resta di quella traumatica provenienza è una sofferenza deflagrante. Brandon gestisce la sua dipendenza sessuale in modo apparentemente funzionale, compensando gli eccessi nascosti con un’immagine pubblica seria ed impeccabile. Sissy gestisce la sua dipendenza affettiva semplicemente vivendola e mettendola in gioco per quella che è. La fragilità di Sissy è alla luce del sole, quella di Brandon scavata nell’ombra. L’incontro tra i due è perfettamente reso dalla bellissima sequenza in cui Sissy interpreta New York New York, dove il testo della canzone si intreccia con la loro storia e li tocca nel profondo, facendoli scontrare con l’illusorietà di una ripartenza basata sulla rimozione del trauma originario e non sulla sua elaborazione. L’arrivo della sorella mette Brandon davanti alla specchio, lo riporta violentemente alla verità del suo dolore e apre la porta spaventosa dell’affettività. Questo incontro segna l’inizio dello scompenso. Il contatto con le sue parti più intime, fa sì che Brandon possa desiderare e cercare con una donna un incontro che rientri per la prima volta nell’ordine dell’amore e non del sesso; tale contatto, inevitabilmente, lo porta a toccare con mano la scissione traumatica della propria personalità. Quando è chiamato a fare uno tra i due aspetti, a riunire quello che il trauma ha spaccato, decade e viene meno, piombando nell’angoscia sintomatica che lo spinge immediatamente a riempire il vuoto esistenziale che così preziosamente si era aperto per lui. E lo riempie in modo tanto eccessivo, illimitato e all’insegna del godimento estremo, quanto insostenibile e devastante è stato l’incontro col suo fantasma. D’altro canto, anche Sissy tocca con mano il suo fantasma, quando Brandon la invita ad andarsene scatenando irreparabilmente le sua angosce abbandoniche. Il dolore è anche per lei insostenibile, e l’atto suicidario diventa l’unico possibile, nella sua storia scandita da ripetuti e violenti gesti autolesivi. E’ solo dopo questo contatto dolorosissimo di entrambi con le proprie verità che è possibile incontrarsi davvero, accarezzare cicatrici sui polsi che sono di lei ma anche di lui, perché entrambi reduci e testimoni di quel posto “brutto” che, se anche del passato, li tormenta ancora…ma forse adesso, non per sempre. Quanto meno, adesso, dopo il contatto con il proprio nucleo traumatico, è possibile scegliere se riempire il vuoto esistenziale con un sintomo o con un lavoro di elaborazione. Il regista tratta la questione della perversione con estrema delicatezza, ne suggerisce continuamente una lettura profonda, le scene di “abbuffate sessuali” compulsive sono accompagnate dalla sublimità e dall’angoscia della musica classica; la sofferenza di Brandon non è mai squalificata, è messa a nudo, così come il suo corpo. E’ emblematico il titolo di questo film, Shame, vergogna…chi si vergogna e per cosa? Sissy non prova vergogna per le sue cicatrici, né per il suo modo di gestire le relazioni amorose, del resto Sissy sa di non essere una brutta persona, ma di venire da un brutto posto… La vergogna di Brandon non è riferita alle sue abitudini sessuali ma piuttosto all’incontro con la parte più profonda e intima di sé, con quella parte traumatizzata e sepolta che quando emerge lo mette davanti alla verità, alla caducità del sistema compensatorio che si è macchinosamente creato per sopravvivere misconoscendo. La vergogna è quella che prova quando il fallimento che segue al suo desiderio di fare uno e di accedere con tutto sé ad un incontro con una donna, accende la spia del nucleo sofferente, a significare che le cose non vanno proprio bene come pensa. Ma il titolo richiama anche una questione sociale, indissolubile da quella personale…è il monito del mondo: “Vergogna!”, dinnanzi a tanta impudica spregiudicatezza.


E’ davvero così facilmente risolvibile la questione di Brandon? Tutto il suo complesso e articolato agire, velocemente ridotto e liquidato in una parola di negazione….quando lui per metterlo in piedi ha impiegato una vita! Pare chiaro che non è così semplice….e allora perché tanta fretta ? Di cosa si ha paura? O forse, che cosa si desidera? Per’altro nel costruire tutto l’impianto Brandon ha creato proprio quella parte assolutamente insospettabile che dal quel monito si salva. La notte gode del suo sintomo vergognoso e di giorno è salvo e si redime; agisce guidato da padroni differenti…e in tutto questo manca il soggetto, o meglio è garantita la mancanza del soggetto; ma questo sistema artificioso e dal vantaggio certamente illusorio e precario vacilla ogni qual volta il caso mette davanti ad un evento che per qualche ragione muove il nucleo sottostante e richiama il soggetto, come l’incontro con una collega che, nella più semplice spontaneità, dice “Ti piace lo zucchero”….

Shame  

commento alla pellicola di Steve McQueen a cura di Ilaria Detti