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Magazine|Arte e Cultura|anno2 n 4 Luglio Agosto 2011

LA BELLA ESTATE: CESARE PAVESE (1908-1950)

Speciale Estate

EDWARD HOPPER:

L’ARTISTA DEL SILENZIO di Carmine T.A. Verazzo

Walter Lazzaro

The beach boys


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Dato il crescente numero degli utenti, il gruppo artistico-culturale ExpoArt ha deciso di estendere la pubblicazione della rivista ufficiale anche al mese di Agosto, scegliendo di rappresentare lo “spirito dell’estate”. L’idea, semplice ma promettente, nasce dal platonico affetto che lega la redazione ai propri infaticabili lettori ed ha lo scopo di far pervenire ,con l’arte del pennello, i messaggi dell’associazione a quelli di loro che or ora stanno godendosi le carezze del sole e a quanti , per un motivo o per un altro, loscrutano nostalgici dalle vetrate di un ufficio pubblico. Ebbene, soprattutto per assecondare lo spirito d’evasione di questi ultimi, che in fin dei conti costituisce la quintessenza dell’Arte, la rivista ha ritenuto opportuno privilegiare tele d’ autore che esprimano l’idillico fascino del mondo naturale e, nel particolare, la grazia spumosa delle classiche marine,da tempo immemore muse di grandi artisti. Basti pensare all’immortale Ernest Hemingway che , in alcune pagine indimenticabili, descrisse la pace solitaria di un vecchio pescatore, immerso nell’ infinita distesa di un mare color zaffiro d’ occidente, e che scelse di confondere i sui respiri con la brezza salina del Tirreno; oppure al saggio Herman Melville ,il quale raccontò la cattura dell’inafferrabile “Balena bianca”, sullo sfondo di un caratteristico porto ottocentescio.La rivista dedicherà quindi a simili atmosfere il prossimo numero ,sperando di infondere nei lettori quel complesso di sensazioni che solo al mare appartengono. Associazione Culturale ExpoAret presidente Carlo Capone in copertina foto di Carlo Capone

Storia di Aversa Normanna The beach boys Edward Hopper I coralli di Antonio Marino Warter Lazzaro

Speciale

Estate

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Un settore in crisi Torre del Greco, la patria dell’arte del corallo e dell’incisione del cammeo.

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na delle attività più fiorenti del golfo campano, quella della lavorazione del corallo, sta conoscendo un periodo di crisi . Alla base la crescente difficoltà di reperire la materia prima nei nostri mari e l’allontanamento delle nuove generazioni dalla lavorazione della stessa. Prima di parlarne, diamo qualche breve cenno su tale prodotto che ha fatto la gloria di alcune città italiane, a cominciare da Torre del Greco. Il prodotto il corallo si trova in tutti i mari del nostro pianeta, specialmente in quelli che bagnano gli arcipelaghi dell’Oceano Pacifico, ed è una specie di pianta ,meglio costruzione calcarea,formata da scheletri generalmente da madrèpore. Vive in banchi a barriera e scogliera che talvolta affiorano alla superficie (atolli) , a profondità diverse, che difficilmente superano i 250 metri e a no molta distanza dalle coste . Prende il nome dal suo colore e dal luogo (spesso) in cui si trova ed è portato in superficieda esperti pescatori, con sistemi diversi e rudimentali (per lo più reti a strascico ) , o da irresponsabili su bacquei che praticano una pesca “ a gratta”, alquanto nociva per la ricrescita della pianta. Nel nostro Mediterraneo si trovano (anche se vanno , poco per volta, estinguendosi) diversi banchi di coralli: i più conosciuti (riportati da apposite carte) sono quelli di Sciacca, a sud della Sicilia, e soprattutto della Sardegna, scoperti in tempi non lontani. Ma vi sono banchi anche lungo l piattaforma continentale della Spagna ,della Grecia e dell’Africa settentrionale , nel tratto che da Tunisi va fino al Marocco. Accanto ad essi esistono banchi ( quasi esauriti) anche negli arcipelaghi toscano e campano come quello nel golfo di Napoli , difronte alla riviera di Chiaia. La lavorazione Mancano notizie precise sull’inizio della lavorazione del corallo, che stando ai reperti (vedi quelli rinvenuti a Felisin e ad Arna), sembra sia un‘attivitàabbastanza antica e di sicuro influsso medio-orientale : si parla dei Sumeri e degli Egizi ,che lo usavano come ornamento. Presso i Greci non si va oltre l’età alessandrina; da noi gli scavi nelle necropoli etrusche, romane e campane ci portano al periodo preromano. Un fatto è sicuro ed è che tale attività conosce la massima intensità a cominciare da seicento,principalmente grazie alla lavorazione di opere a “decorazione mista” che invadono i mercati dei Paesi più ricchi. I principali centri produttivi sorgono e prosperano in Cina ,in India ed in Turchia; non riescono ad affermarsi alcuni centri, invece ,sorti in Spagna e in Francia. L’ Italia , in questo quadro, finirà con l’occupare uno dei primi posti per l’originalità e la bellezza di suoi prodotti ,frutto di un pazientelavoro artigianale. Questi prodotti del corallo e le sue applicazioni ai gioielli (associati a pietre preziose)troveranno la massima espressione artistica per la bravura e la fantasia degli artigiani ,nelle città di Trapani e principalmente di Torre del Greco, dove, da qualche secolo, è esercitata anche la lavorazione del “cammeo”, un’attività prettamente torrese che consiste nella incisione di un particolare conchiglia (sardonica,corneola) su pietra dura. Conchiglia che, opportunamente lavorata,si trasforma in immagini,volte e composizioni di alto pregioartistico…soprat-

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tutto se associati alla oreficeria. La Crisi del Settore Questa produzione, un di fiorente, tanto che dava lavoro e lustro a migliaia di persone, costituendo l’asse portante dell’economia torrese, sta attraversando (come accennato ) un momento di crisi. Che è dovuta al fatto che ,scarseggiando in loco la materia prima (che un tempo le barche “coralline” portavano dalla Sicilia e dalla Sardegna), si è costretti ad importarla esosamente dal lontano Giappone e,aumentando il prezzo degli oggetti sul mercato, la gente preferisce comprare di più accessibili falsi che provengono dalla Cina, che sono un miscuglio lavorato(sia per il cammeo che per gli oggetti di corallo)di polvere di marmo, trattato con la colla di pesce e vermiglio. A ciò va aggiunto che i guadagni maggiori li hanno sempre fatto i commercianti, sulle spalle dei poveri artigiani ,maggiorando i prezzi di mercato , ed i figli non hanno più seguito il mestiere ( in questo caso l’arte)paterno trovando altre occupazioni. Tutto ciò, affossando il settore artigianale, ha portato al declino dl buon nome di Torre del Greco dove sono rimaste soltanto alcune decine di fabbrichette a conduzione familiare, in lotta tra loro, ognuna con u proprio giro d’interessi. “per ritornare all’antico splendore – ci ha detto un maestro del cammeo bisogna rivalorizzare l’attività corallifera e del cammeo, facendo ritorno alla più schietta tradizione che affonda le radici nel Rinascimento, rifondano le mitiche “botteghe” artigianali (anche per un ‘esigenza turistica) aventi ognuna un capomaestro e degli allievi, sull’esempio di quelle esistenti nella laguna veneta per la lavorazione dl vetro. E intorno ad esse far sorgere tutta una serie di attività collaterali, con esposizionie posti di vendita al pubblico”. Va annotato che a tal ‘uopo è stato costituito , tempo fa un gruppo culturale, il “centro studi Amici di Torre del Greco”, che porta avanti un programma (nel Rispolvero delle tradizioni locali) proprio mirato alla valorizzazione dei prodotti dell’artigianato torrese .

Antonio Marino


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Cosi ’visse Walter Lazzaro

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ato a Roma alle porte del primo conflitto mondiale, in data Dicembre 1914, Walter Lazzaro fu il figlio polemico e talentuoso di un discreto insegnante d’arte figurativa, venuto al mondo per raccontarsi in opere di rara bellezza. Terminata la scuola dell’ obbligo, frequentò con vivo entusiasmo il Liceo Artistico e l’ Accademia di Belle Arti nella capitale, ottenendo, per quattro anni di seguito, la borsa di studio governativa bandita per concorso tra gli studenti di questo indirizzo. Conseguita la laurea, nel’33 venne abilitato all’ insegnamento di “disegno”e, due anni dopo, si affermò come docente di “pittura” nell’ Istituto d’ Arte di Milano. Nonostantela straordinaria competenza, a causa del suo carattere estremamente critico e dell’ insofferenza che provava nei confronti del metodo di insegnamento allora impartito, venne segnalato per l’ espulsione da tutte le scuole del giovane Regno d’ Italia. Seppure ingrato verso i suoi insegnamenti, il Bel Paese non dimenticò tuttavia il talento del Lazzaro, premiato nel’ 37 dalla Reale Accademia d’ Italia e nel’ 42 alla XXIII Biennale internazionale d’Arte di Venezia. Artista poliedrico e aperto ad esperienze sempre nuove, seppe unire al ruolo meditativo del pittore, quello energico e camaleontico dell’ attore teatrale e cinematografico, conquistandosi la ammirazione di Enrico Guazzoni, che gli affidò la parte di Raffaello Sanzio nel film “La Fornarina”. Correva l’ anno 1943 e con esso gli orrori ferini della Seconda Guerra Mondiale quando, tenente dei Granatieri, condivise con molti altri il destino della deportazione nel lager polacco di BialaPodlanska. Eppure il Lazzaro seppe alleviare le perversioni di quell’ ammazzatoio col candore dell’ arte, barattando ritratti con razioni di cibo che avevano il sapore del sangue e delle ciminiere. Portando quell’ esperienza come una cicatrice in pieno volto, sopravvissuto, tornò faticosamente a dipingere e l’ opinione pubblica cominciò a scrutarlo con occhio rapito. Le sue opere, esposte in innumerevoli mostre, vennero sempre più apprezzate; nominato Perito d’ Arte del Tribunale di Roma, fondò nel 1958 il “Movimento Poeti-Pittori” e, di lì a dieci anni, ricoprì la cattedra di “pittura” all’Accademia di Carrara. A coronamento di una superba carriera, devoluta all’ arte col pennello e al proprio Paese con la carabina, nel 1980, venne insignito dell’ onorificenza di Ufficiale al Merito dal presidente Sandro Pertini, riconoscimento che orgogliosamente rifiutò lo stesso anno, quando fu costretto a chiudere suo malgrado la carriera didattica. Ebbene, a questo punto le consuetudini della biografia impongono di riportare il giorno ed il luogo esatti in cui Walter Lazzaro spirò, ossia il 3 Marzo 1989 nella pallida Milano, ma, in verità, gli artisti degni di tale appellativo non potranno scompariremai del tutto, perché ne resterà un’ eterna testimonianza nelle loro opere.

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Mirko Ranieri


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1-Cesare Pavese LA BELLA ESTATE: CESARE PAVESE (1908-1950) L’opera letteraria di Cesare Pavese fa parte dell’immenso patrimonio culturale della nostra penisola. I suoi scritti sono una testimonianza diretta della nostra Storia, una sorta di retrospettiva a 360° di tempi forse obliati nella memoria, così lontani eppure ancora così vicini a noi. Il simbolismo delle stagioni, da lui affettivamente narrate ed utilizzate come strumenti per esorcizzare paure, per esternare sentimenti. Le stagioni di Pavese non rappresentano altro che le stagioni della vita: le fasi che accompagnano il nostro cammino. La crescita, gli amori, le ansie,e le delusioni sono stagioni che racchiudono i nostri stati d’animo, ed il Pavese è in grado di coglierne col gusto della semplicità la complicatissima essenza. Cesare Pavese è stato lo scrittore italiano che ha testimoniato più dolorosamente ed intensamente, nella vita e nell’opera, le lacerazioni, la solitudine e l’ansia inappagata dell’intellettuale del nostro tempo. Di cultura ampia e non limitata alla letteratura (fu appassionato lettore di testi di antropologia e di etnologia), aveva un’eccellente padronanza dello strumento linguistico; come provano da un lato le traduzioni (una su tutte quella più nota di Moby Dick), e dall’altro l’uso sapiente del dialetto piemontese. Ma era anche una natura intimamente travagliata da una profonda inquietudine religiosa. La sua “crisi esistenziale”, se vogliamo usare questa espressione corrente, fu crisi religiosa. Il suo memoriale, Il mestiere di vivere, è in questo senso rivelatore, e costituisce una premessa indispensabile alla sua opera di narratore e di poeta. Per definire la sua opera ci possiamo affidare alle sue stesse parole: “l’avventura dell’adolescente che, orgoglioso della sua campagna, immagina consimile la città, ma vi trova la solitudine e vi rimedia col sesso e la passione, che servono soltanto a sradicarlo e gettarlo lontano da campagna e città, in una più tragica solitudine che è la fine dell’adolescenza”. Tornò più volte a fare considerazioni sul dualismo interiore che albergava nel suo animo tra il conforto dell’accogliente campagna ed il bisogno viscerale della caotica città. Così scriveva ad un suo caro amico: “ora io non so se sia l’influenza di Walt Whitman, ma darei 27 campagne per una città come Torino. La campagna sarà buona per un riposo momentaneo dello spirito, buona per il paesaggio, vederlo scappar via rapido in un treno elettrico, ma la vita, la vita vera, moderna, come la sogno e la temo io, è una grande città, piena di frastuono, di fabbriche, di palazzi enormi, di folle e di belle donne (ma tanto non le so avvicinare)”. L’adolescenza (contrapposta all’età matura), l’antinomia cittàcampagna, la solitudine, il sesso, lo sradicamento: sono questi gli elementi ricorrenti dell’opera pavesiana, e segnatamente de La bella estate; un esiguo numero di temi continuamente approfonditi, ripresi fino quasi all’esasperazione perché, afferma l’autore, “come negli atti culturali l’evidente monotonia non offende i credenti bensì i tiepidi, così nella poesia … la monotonia è segno di sincerità”. La formazione di Pavese ha un suo momento fondamentale nell’approccio, assai precoce, con la letteratura nord-americana (Melville, Dos Passos, Faulkner), che rappresentò, durante gli anni della dittatura fascista, un vero e proprio mito di democrazia e vitalità. Attraverso gli americani Pavese scopre la provincia, prende coscienza ed orgoglio della sua provincialità, perché, come egli stesso afferma “senza provinciali una letteratura non ha nerbo”, e scopre anche la funzione vivificatrice che il dialetto ha per lingua nazionale. Questo interesse per la provincia ed il dialetto può in qualche modo generare l’ipotesi di un Pavese neorealista: nulla di più errato. La rivisitazione di luo10 ExpoArt

ghi, fatti, sentimenti legati all’infanzia ed alla propria origine è anzi il tramite per “una trasfigurazione della realtà” in cui i dati oggettivi, reali, divengono simboli universali, primordialmente mitici. L’infanzia è un momento magico, “tutto è nell’infanzia, anche il fascino che sarà a venire …” . Nell’infanzia, nei primi contatti che l’uomo ha col mondo, si acquisisce una conoscenza inconscia per simboli, che marcherà indelebilmente il futuro di ognuno e che potrà riaffiorare se e quando si tornerà in contatto con i luoghi in cui questi simboli si sono formati. Per questo, ad esempio, i giovani de Il diavolo sulle colline avvertono che il mettersi nuovamente a contatto con la terra, nudi, vada al di là della semplice e pura sensazione fisica, e che significa, altresì, “qualcosa di sinistro, più bestiale che umano”, che soddisfa la tensione a tornare essi stessi “natura”. In questa visione, compito dell’artista e della poesia è riportare alla luce il “suggello mitico” dell’unicità, dell’irripetibilità degli eventi dell’infanzia, e contemporaneamente, additare le inconciliabili antinomie cittàcampagna ed infanzia-maturità. È chiara e netta a questo punto la distanza di Pavese dalle teorie neorealistiche volte ad una riproduzione fedele della realtà, distanza che lo scrittore, che pure è iscritto al partito comunista, non esita ad esplicitare sulle pagine della rivista Rinascita: “oggi va prendendo voga la teoria … che all’intellettuale, e specie al narratore, tocca romper l’isolamento, prender parte alla vita attiva, trattare il reale. Ma, appunto, è una teoria. È un dovere che si impone per necessità storica. Nessuno fa l’amore per teoria o per dovere”. Ed è probabilmente l’ammissione del fallimento dei doveri che egli stesso si è dato (l’impegno al dialogo con gli altri, il dovere di una militanza politica), e la consapevolezza del suo essere “un vinto” a fargli intraprendere, il 27 agosto del 1950, la stessa strada percorsa da Rosetta, la “vinta” di Tra donne sole.


2-Cesare Pavese LA BELLA ESTATE La bella estate (il cui titolo originale fu La tenda, sostituito in un secondo momento) è una raccolta di tre romanzi brevi scritti in epoche assai diverse fra loro: La bella estate; Il diavolo sulle colline; Tra donne sole. Pubblicato per la prima volta nel novembre del 1949, suggella il riconoscimento pubblico dello scrittore, allorché al volume viene assegnato, nel 1950, il premio Strega, il più importante riconoscimento letterario italiano. Il filo rosso che collega i tre romanzi è esplicitato nella presentazione editoriale, la “schedina”, scritta da Pavese stesso: “Un tema ricorrente in ciascuno dei vari intrecci ed ambienti è quello della tentazione, dell’ascendente che i giovani sono tutti condannati a subire. Un altro è la ricerca affannata del vizio, il bisogno baldanzoso di violare la norma, di varcare il limite. Un altro, l’abbattersi della naturale sanzione sul più incolpevole e inerme, sul più giovane”. Il primo romanzo, che dà il titolo alla raccolta, è del 1940 e traccia la storia di una sorta di “educazione sentimentale” della giovane Ginia, la quale si vedrà presentare, per questo, un conto molto alto: la fine, incontrovertibile e definitiva dell’adolescenza, la cessazione assoluta del “tempo della festa”, fine resa ancora più drammatica perché accettata senza rivolta, quasi fosse un fatale e naturale corollario alla vita (“E mentre Ginia cercava di sorridere, Amelia continuò: – …Senti, Ginia, al cinema non c’è niente di bello. – Andiamo dove vuoi, – disse Ginia, ¬– conducimi tu”). La vitalità, le speranze di Ginia, che guarda al momento che sta vivendo come ad una calda estate, mentre invece si aggira fra soffitte bohémiennes, caffè e strade bianche di neve di una fredda Torino invernale, si infrangono al contatto con la realtà e lasciano il posto ad uno strappo insanabile, alla consapevolezza che quello che si è tanto atteso non arriverà mai. Ne Il diavolo sulle colline (1948) Pavese ci mostra un gruppo di giovani alle prese con la società, quella borghese, ormai in disfacimento. Questo porterebbe a considerare il romanzo una sorta di apologo sociale, soluzione a cui lo stesso autore ci indirizza: “ai tre ragazzi tutto pare bello, e soltanto a poco a poco prendono contatto ciascuno a suo modo con la sordidezza di un mondo ‘futile’ – un certo mondo borghese che non fa nulla, che non crede a nulla”. Ma gli studi di etnologia e psicologia, le letture di Kerenyi e Eliade non sono passati invano, per Pavese, e la vacanza (o fuga) dei giovani in campagna viene a rappresentare la ricerca mitica della realtà, attraverso la scoperta del sesso, attraverso il rapporto intimo, quasi carnale con la Terra-Donna-Madre, attraverso la pratica del nudismo, inteso come soluzione purificatrice e di conoscenza: “Lo scopo era arrostirsi anche l’inguine e le natiche, cancellare l’infamia, annerir tutto … Scorgevo nell’alta parete dello spacco affiorare radici e filamenti come tentacoli neri: la vita interna, segreta della terra”. Con Tra donne sole (1949) siamo al capolinea del simbolico viaggio di Pavese sul terreno della scoperta della realtà come fine della festa e solitudine. La già citata “naturale sanzione” assume le forme di un rito sociale, quasi tribale, che esige il sacrificio del “più giovane”, contemporaneamente vittima da immolare ad una società malata e simbolo di un’innocenza già fatalmente perduta. L’autore evita di assolvere o condannare sia Clelia, la quale opta per il lavoro e la solitudine, sia Rosetta, con la sua vocazione al suicidio, ma la soluzione che alfine egli adotterà per sé stesso assume il valore di una drammatica ed illuminante postfazione. *(alcune scuole di pensiero ritengono che il titolo esatto i quest’ultima opera sia Tre donne sole, ma ad oggi il titolo corretto risulta, in base ai dati raccolti, essere il primo sopra citato n.d.a.).

LE DATE ESSENZIALI: 1908: Cesare Pavese nasce il 9 settembre a Santo Stefano Belbo, nelle Langhe, in provincia di Cuneo. 1914: A Torino, dove la famiglia si è trasferita, muore il padre. 1923-1926: Compie gli studi secondari al Liceo D’Azeglio e si lega ad intellettuali del calibro di Bobbio, Ginzburg, Lajolo. 1930: Influenzato e stimolato dal suo insegnante di italiano Augusto Monti, a sua volta scrittore, si laurea in lettere e filosofia, con una tesi sul poeta americano Walt Whitman; inizia la traduzione dei grandi autori americani. 1933: Aderisce al progetto di Giulio Einaudi per la fondazione di una nuova casa editrice; collabora attivamente alla rivista La cultura, diretta da Cesare De Lollis. 1935: Condannato a tre anni di confino a Brancaleone Calabro per sospetta attività antifascista. 1936: Esce la raccolta di poesie Lavorare stanca. 1938: Scrive il romanzo Il carcere, che uscirà solo nel 1948. 1939: Scrive Paesi tuoi, che uscirà nel 1941. 1940: Scrive La bella estate, pubblicato nel 1949 e La spiaggia. 1943: È a Roma come direttore della sede locale dell’Editrice Einaudi; pubblica una nuova edizione ampliata di Lavorare Stanca. 1944: Aderisce al partito comunista. 1946: Scrive Il compagno, pubblicato l’anno seguente. 1947: Pubblica I dialoghi con Leucò e Il compagno. 1948: Pubblica Prima che il gallo canti, opera che riunisce i romanzi Il carcere e La casa in collina. 1949: Pubblica La bella estate. 1950: Vince il premio Strega. Pubblica La luna e i falò. Il suo ultimo amore sfortunato è l’attrice americana Constance Dowling. Muore suicida in un albergo di Torino il 27 agosto. 1951: esce La letteratura americana e altri saggi. Sono anche pubblicati postumi i suoi versi d’amore Verrà la morte e avrà i tuoi occhi. 1952: Esce Il mestiere di vivere (Diario 1935-1950). 1953: Escono i racconti scritti tra il 1936 ed il 1938, con il titolo Notte di festa.

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Breve silloge di poesie di Cesare Pavese: Verrà la morte e avrà i tuoi occhi

In the morning you always come back

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi questa morte che ci accompagna dal mattino alla sera, insonne, sorda, come un vecchio rimorso o un vizio assurdo. I tuoi occhi saranno una vana parola, un grido taciuto, un silenzio. Così li vedi ogni mattina quando su te sola ti pieghi nello specchio. O cara speranza, quel giorno sapremo anche noi che sei la vita e sei il nulla. Per tutti la morte ha uno sguardo. Verrà la morte e avrà i tuoi occhi. Sarà come smettere un vizio, come vedere nello specchio riemergere un viso morto, come ascoltare un labbro chiuso. Scenderemo nel gorgo muti.

Lo spiraglio dell’alba respira con la tua bocca in fondo alle vie vuote. Luce grigia i tuoi occhi, dolci gocce dell’alba sulle colline scure. Il tuo passo e il tuo fiato come il vento dell’alba sommergono le case. La città abbrividisce, odorano le pietre sei la vita, il risveglio. Stella sperduta nella luce dell’alba, cigolio della brezza, tepore, respiro è finita la notte. Sei la luce e il mattino.

22 marzo 1950

20 marzo 1950

Anche tu sei collina...

Sei la terra e la morte...

Anche tu sei collina e sentiero di sassi e gioco nei canneti, e conosci la vigna che di notte tace. Tu non dici parole. C’è una terra che tace e non e’ terra tua. C’è un silenzio che dura sulle piante e sui colli. Ci son acque e campagne. Sei un chiuso silenzio che non cede, sei labbra e occhi bui. Sei la vigna. E’ una terra che attende e non dice parola. Sono passati giorni sotto cieli ardenti. Tu hai giocato alle nubi. E’ una terra cattiva la tua fronte lo sa. Anche questo è la vigna. Ritroverai le nubi e il canneto, e le voci come un’ombra di luna. Ritroverai parole oltre la vita breve e notturna dei giochi, oltre l’infanzia accesa. Sarà dolce tacere. Sei la terra e la vigna. Un acceso silenzio brucerà la campagna come i falò la sera.

Sei la terra e la morte. La tua stagione è il buio e il silenzio. Non vive cosa che più di te sia remota dall’alba. Quando sembri destarti sei soltanto dolore, l’hai negli occhi e nel sangue ma tu non senti. Vivi come vive una pietra, come la terra dura. E ti vestono sogni movimenti singulti che tu ignori. Il dolore come l’acqua di un lago trepida e ti circonda. Sono cerchi sull’acqua. Tu li lasci svanire. Sei la terra e la morte.

30-31 ottobre 1945

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3-Cesare Pavese Breve raccolta di aforismi e citazioni dell’autore: “È religione anche non credere in niente” “Nel sogno sei autore e non sai come finirà” “A che serve passare dei giorni se non si ricordano?” “Non ci si libera di una cosa evitandola ma soltanto attraversandola” “Chiodo schiaccia chiodo, ma quattro chiodi fanno una croce” “L’unica gioia al mondo è cominciare. È bello vivere perché vivere è cominciare, sempre ad ogni istante” “La vita non è ricerca di esperienze, ma di sé stessi” “L’idea del suicidio era una protesta di vita . Che morte non voler più morire” “La fantasia umana è immensamente più povera della realtà” “Bisogna capire la vita. Capirla quando si è giovani” “Il sogno è una costruzione dell’intelligenza, cui il costruttore assiste senza sapere come andrà a finire” “Tutti gli anni sono stupidi. È una volta passati che diventano interessanti” “Non si ricordano i giorni, si ricordano gli attimi” “Le lezioni non si danno, si prendono” “La ricchezza della vita è fatta di ricordi, dimenticati” “Per vivere bisogna aver forza e capire, e scegliere” “Inutile piangere. Si nasce e si muore da soli” “Amore è desiderio di conoscenza”

3 dicembre 1945

Premio Strega


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Mare fonte e mistero

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’Oceano Mare, fonte e mistero assoluto inizio e fine del percorso umano, tempestoso, silenzioso. Calmo,agitato,fluttuante,da miliardi di anni in un movimento continuo incessante.liquido, gassoso, solido,elemento in assoluto senza il quale la vita che noi conosciamo non sarebbe possibile,ipotesi e ricerche scentifiche accreditate fanno risalire la nostra nascita nel mare,e fin dalle origini dallo stato embrionale il nostro elemento di riferimento,amniotico, puro senza il quale la nostra formazione sarebbe impossibile: il Mare prima strada di comunicazione commerciale elemento prezioso per il nostro sostentamento abitato da creature per noi ancora oggi sconosciute alcune mitiche altre meno ma tutte a concorrere perchè la vita sul pianeta persista. Gli artisti hanno da sempre ammirato e si sono ispirati al mare, gli orizzonti marini sembrano non avere fine. Vanno oltre; il sole riflette i suoi raggi dando riflessi luminosi tonalità di blu intenso ad un rosso radioso, i gialli ed verdi di un tramonto trasmettono agli occhi umani dimensioni da sogno sempre ammirato come un artista unico il mare in assoluto ci trasmette la sua grandezza ed il suo estro con albe e tramonti unici ed irripetibili il mare è il nostro grande e sconosciuto universo l’incoscio il mistero della nostra esistenza i grigi tempestosi i cieli stellati che solo dal mare si possono ammirare Sembrano miliardi di stelle brillanti celesti noi piccoli esseri ammiriamo questa immenso spettacolo attoniti senza parole cerchiamo di riprodurlo di impossesarci di quell’immenso mistero senza comprederlo e ci sentimo piccoli.

Saverio Ferrandino

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Cavalcando l’onda come per gioco, 2010; olio su tela, cm. 50x40

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Cinema

FILM INDIPENDENTI DA TUTTO IL MONDO E L’ANTEPRIMA SPECIALE DI SEX EQUO DEL DUO GERMONDARI / SPAGNOLI AL LAGO FILM FEST

È

attesissima la proiezione dell’anteprima italiana di Sex Equo, lungometraggio V.M.18 firmato da Werther Germondari e Maria Laura Spagnoli in programma al Lago Film Fest di Revine Lago, (dal 22 al 30 luglio 2011) proposto per la serata di Giovedì 28 luglio. Il film che promette di annullare tutti i tabù raccontando il sesso “come non l’abbiamo mai visto”, è stato girato a poco a poco nell’arco di quasi 13 anni e sintetizza molti aspetti della sperimentazione sul linguaggio cinematografico, fatto di videoarte, perfomance situazionista e fotografia, portata avanti dalla coppia Germondari / Spagnoli, al festival anche in veste di giurati assieme a Marcello Macchia – ovvero Maccio Capatonda. Al Lago Film Fest, festival internazionale di cortometraggi, documentari e sceneggiature, sono numerosissime le proiezioni speciali, tra le già avvenute con successo DORIS il Film: la rivincita delle donne svedesi sul grande schermo che con progetto provocatorio hanno sfidato la supremazia maschile dell’industria della settima arte affidando alle sole donne i ruoli di direzione e coordinamento della produzione cinematografica, e I am Jesus, inserito nella programmazione del Lago Film Fest grazie alla collaborazione con il gruppo Fabrica, il Centro di Ricerca sulla Comunicazione del Gruppo Benetton. I am Jesus Sotto la direzione creativa di Babak Payami, iranianocanadese già vincitore, nel 2001 del Leone d’Argento con “Il voto è segreto”, è stato girato dall’ austriaca Valerie Gudenus e dalla brasiliana Heloisa Sartorato, che partite alla volta di Brasile, Inghilterra e Siberia hanno indagato sulla questione controversa del ritorno del Messia. “E se Gesù vivesse già in mezzo a noi? Indosserebbe una tunica bianca, circondato di luce, predicando nelle strade? Dove sarebbe nato e in quale lingua avrebbe parlato? Sarebbe un leader politico? Un presentatore televisivo o semplicemente il barbone del supermercato sotto casa?” Lago Film Fest, festival internazionale di Corti, Documentari e Sceneggiature dal 22 al 30 luglio 2011/ Revine Lago (Tv) LAGO FILM FEST SUL WEB SITO / www.lagofest.org BLOG / www.lagofest.wordpress.com SOCIAL / www.facebook.com/lagofilmfest / www. youtube.com/lagofilmfest www.twitter.com/lagofilmfest DIRETTA RADIOFONICA / www.viviradio.it CONTATTI / info@lagofest.org ___________________ Ufficio Stampa Ester Del Longo 3203681519 press@lagofest.org __________________ LAGO FILM FEST 7^ dal 22 al 30 luglio 2011 www.lagofest.org ExpoArt 17


Mostra

Cercavo una lavanda , ho trovato un quadro”

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ul panico sfondo del giardino del sig. Costantino Marrone in viale Olimpico ad Aversa, fra gli effluvi floreali di un moderno luogo ameno, l’associazione artistico culturale ExpoArt ha organizzato un evento insolito e sorprendente teso a scuotere l’antico borgo normanno dalla rovente noia della calura estiva, una mostra d’arte contemporanea intitolata : Per caso... “Cercavo una lavanda , ho trovato un quadro”. Il progetto è nato spontaneamente dall’incontro casuale di diversi artisti aversani che hanno deciso di collaborare per creare un sodalizio culturale e al contempo una manifestazione che sappia unire i profumi e i colori della natura con le pulsioni emotive di musica e dipinti. Una sorta di salotto borghese settecentesco ove discutere riguardo moderne tematiche nella salubrità dell’aria aperta e nello splendore dell’arte, di ciò che Lev Tolstoj definiva: ”capacità di contagiare gli uomini loro malgrado”. Il percorso espositivo metterà in evidenza i vari stili e le diverse tendenze dei protagonisti: Abategiovanni Enrico, Gaetano Buffardo, Cannavale Michele, Carlo Capone, Saverio Ferrandino, Costantino Marrone, Carmine Orabona, Angelo Ranieri.

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Rodolfo

“il mare d’inverno” Foto

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Cubeta

“lurlo del mare� olio, acrilico, sabbia e gesso su tela

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TRADIZIONI D’ESTATE:

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ARTE DA SPIaGGIA

hi non ha mai ceduto all’irrefrenabile desiderio di manipolare della sabbia bagnata, così fresca, così malleabile? Quella di costruire castelli in riva al mare è uno dei più classici passatempi dell’estate. Passatempo consigliato anche dagli esperti in psicologia dell’infanzia, i quali ritengono che vada sostenuta ed incentivata nei bambini la creatività soprattutto attraverso la manipolazione. Ma non si può certo affermare che si tratti di un passatempo riservato esclusivamente ai giovanissimi. Anzi, basta fare una passeggiata su un arenile qualsiasi per rendersi subito conto di quanti siano gli adulti, armati fino ai denti di secchielli e palette, intenti nella costruzione non solo dei più tradizionali castelli di sabbia, ma spesso nella creazione di vere e proprie opere d’arte. Quindi sarebbe oltraggioso definire la costruzione di castelli di sabbia un comune gioco. Non è poi raro trovare interi gruppi di persone, di età differenti, che collaborano nella creazione dei soggetti più disparati. Gruppi eterogenei di persone che si cimentano con passione in opere di fantasia che spesso nulla hanno da invidiare a vere e proprie sculture in altri più noti materiali. In Italia da diversi anni è nata l’Accademia della Sabbia, partorita dalla volontà di un gruppo di persone accomunate dalla passione per le sculture ed i castelli di sabbia. “Nasciamo come un’associazione di persone con la passione per le sculture ed i castelli di sabbia,” dicono i soci fondatori “alcuni di noi sono dei veri e propri professionisti del settore. Attraverso l’Accademia della Sabbia ci proponiamo di promuovere questa forma di arte in tutti i suoi aspetti. Ci proponiamo inoltre di favorire l’incontro e la circolazione di informazioni tra gli scultori d’Italia e del mondo. In secondo luogo ci proponiamo di promuovere tutti gli usi non industriali della sabbia che abbiano a che fare con qualche forma d’arte, artigianato, espressione, comunicazione o gioco. Anche in questi campi vogliamo favorire l’incontro tra le persone, lo scambio di informazioni la sperimentazione di nuove tecniche. Infine promuoviamo eventi di carattere interattivo come corsi di scultura della sabbia, teambuilding, gare di castelli, gare di biglie da spiaggia, ed altro ancora.”

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di Carmine T.A. Verazzo

Ma come si crea una scultura di sabbia?

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uando parliamo delle sculture e castelli di sabbia dovremmo più correttamente dire sculture e castelli di sabbia e acqua. L’acqua infatti al pari della sabbia è uno dei due ingredienti insostituibili di queste opere. Essa svolge l’importantissimo ruolo di legare tra loro i granelli grazie alla tensione esistente tra le sue molecole; la stessa debole forza della tensione superficiale delle molecole d’acqua che permette ad una piccola goccia di mantenere la sua forma sferoidale moltiplicata per miliardi di volte quanti sono i granelli componenti una scultura, (ricordiamo che in un cm3 di sabbia da scultura ce ne possono essere più di 4 milioni ) permette di tenere insieme strutture di parecchie tonnellate con un notevole sviluppo verticale ed addirittura con elementi ad arco ed a sbalzo. Se è vero che l’acqua agisce come legante , è vero che la sua azione diventa più efficace se la sabbia bagnata viene costipata in modo tale che i granelli si incastrino il più possibile tra loro e facendo in modo che buona parte dell’aria contenuta tra gli interstizi venga espulsa. I professionisti delle sculture di sabbia si avvalgono spesso nella costipazione della sabbia dell’ausilio di alcuni casseri smontabili di dimensioni adeguate in cui la sabbia viene posta , bagnata e compressa sotto i piedi degli scultori che in queste occasioni sono spesso costretti a ore di duro lavoro prima di mettersi nella condizione ideale per iniziare a scolpire. Per sculture che devono durare il più possibile, appena ultimate si può spruzzare sulla superficie dell’opera con un nebulizzatore un velo di colla diluita con acqua. Questa operazione rende la superficie impermeabile e quindi trattiene l’umidità all’interno della scultura impedendo che questa si asciughi e quindi che crolli. Questa operazione è ottima per garantire una certa sicurezza soprattutto quando le sculture non sono riparate e quindi esposte al vento e al sole. La coesione dei granelli di sabbia è quindi affidata all’acqua che, come abbiamo visto prima è formata da molecole polari. Questa caratteristica permette di garantire un’ottima coesione anche con una minima quantità d’acqua, è sufficiente uno solo strato di molecole d’acqua tra i granelli di sabbia. Questo spiega il fatto che anche sculture che ad un’occhiata esterna ci appaiono bianche e completamente disidratate non crollino. La quantità enorme di acqua che si utilizza per la preparazione dell’impasto con la sabbia in realtà è superflua, serve esclusivamente per far sì che l’acqua si distribuisca omogeneamente su tutti i granelli di sabbia. Possiamo individuare due tecniche base di costruzione: la prima consiste nell’ammucchiare “frittelle” di sabbia una sull’altra, la seconda prevede l’uso di “casseforme” di legno o in plastica. Questi due metodi si utilizzano per ottenere un mucchio di sabbia ben compattato da cui ricavare la scultura. La prima è di più facile attuazione (si necessita semplicemente di un secchio e una paletta) mentre la seconda è più laboriosa ma consente opere notevolmente più ardite. Oltre a queste due tecniche per ammucchiare la sabbia, possiamo individuarne una terza, ideale per aggiungere piccoli elementi di dettaglio che per semplicità chiameremo tecnica di “montaggio”. Con il “montaggio” si realizzano colonne, capitelli, merli o anche parti decorative di statue, tutti elementi realizzati vicino alla scultura e successivamente trasportati e montati su di essa. Ovviamente, esistono autentiche gare artistiche legate alla costruzione di castelli e sculture di sabbia. Alcune delle principali manifestazioni nel nostro Paese sono rappresentate dal Festival delle sculture di sabbia di Jesolo (VE) e L’arena d’Arte di Baia Domizia (CE). Inoltre, durante il periodo natalizio, diverse città italiane organizzano meravigliosi presepi di sabbia. Tra le principali rappresentazioni, figurano quelle organizzate a Città di Castello (PG), a Jesolo (VE), Cesena (FC), Rimini, Roma (Monte Porzio Catone)e Grado (GO).

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l Rinascimento nelle Arti figurative è un vero movimento culturale che prende avvio da Firenze Contaminando tutta la vita culturale dell’Europa, la corte dei Medici e la fucina artistica di talenti Che oltrepasseranno il tempo, diventando punto di riferimento per tutte le generazioni avvenire al già citato Leonardo da Vinci ,Michelangelo Buonarroti ;Brunelleschi con la sua applicazione scentifica della prospettiva, tutto e un fermento di idee e progetti di città ideali dove l’uomo intravede un nuovo proggetto di vita e di ricchezza,estetica di morale,il tutto sembra raggiungere delle vette altissime per tutti,tra XIVe Il XV secolo l’arte fiamminga con Jan van Eyck,Hieronymus Bosch capolavori tra il mistico – sadico sempre tesi ad evidenziare l’Eterna lotta tra il Bene ed il Male ,dove il magico appare un pretesto per la chiesa cattolica di reprimere la nascente chiesa Luterana la santa inquisizione cerca in tutti i modi di ammonire e reprimere l’eresia il demonio è Ovunque e Bosch con le sue opere infonde timore e paura mentre a Firenze e Roma i costumi di corte rasentono l’immoralità. Il passaggio succesivo dell’arte è il barocco altro periodo opulente e Dissoluto durante questo periodo vengo rifatte città e chiese in un forssenato distruggere segni di un Passato glorioso ma non latino la chiesa cerca un potere Spirituale- temporale impone e distrugge in Nome di Dio.Gli eventi storici si intrecciano inevitabilmente a quelli umani ed artistici e con uno degli Artisti più combattuti e conflittuale che si ha la svolta nella arte moderna Michelangelo Merisi Da Caravaggio .

Leonardo da Vinci

Hieronymus Bosch

Michelangelo Merisi da Caravaggio

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THE BEACH BOYS: TRA SABBIA ED AMORI, CANZONI E PASSIO di Carmine T.A. Verazzo

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e onde che s’increspano sotto ad un caldo sole d’agosto, giovani pieni d’entusiasmo che sulle tavole da surf affrontano la vita. Il mare calmo della sera in cui si specchia una luna d’argento, e all’ombra dei falò, una chitarra, tanti amici e nuovi amori. E canzoni che ti restano marchiate nell’anima, che ogni volta rievocano lontanissimi ricordi. La colonna sonora delle nostre vite, dei nostri amori, delle nostre estati più belle. I Beach Boys, autentica icona musicale degli anni sessanta, sono il gruppo che più di chiunque altro possa essere ricordato come quello in grado di aver suonato la musica del sole, del mare, degli amori nati sotto all’ombrellone. I Beach Boys furono fondati da Brian Wilson, il leader indiscusso del gruppo, dai suoi fratelli Carl e Wilson, da loro cugino Mike Love e dall’amico Al Jardine. Nel corso degli anni la formazione cambiò numerosi componenti, tra cui vi furono gli abbandoni eccellenti di Brian Wilson e Al Jardine. Bruce Johnston fu uno degli acquisti più azzeccati dalla band. Il gruppo ha piazzato 36 singoli nella Top 40 statunitense, e 56 nella Top 100, raggiungendo per quattro volte la prima posizione. Secondo la rivista Rolling Stone, i Beach Boys sono il 12º gruppo più importante di tutti i tempi. Billboard, il magazine che registra i record di vendite musicali per gli Stati Uniti, dimostra che i Beach Boys sono il gruppo americano che ha venduto più copie della storia. Le morti di Dennis E Carl Wilson, avvenute rispettivamente nel 1983 e nel 1998 contribuirono pesantemente alla disgregazione del gruppo, che per quanto tutt’oggi ancora attivo, in seguito ad una microframmentazione è soggetto di feroci battaglie legali per quanto concerne l’attribuzione della denominazione: Mike Love e Bruce Johnston oggi dirigono la The Beach Boys Band, Al Jardine è il leader della Endless Summer Band e Brian Wilson si esibisce usando semplicemente il suo nome.

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LA STORIA

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uando aveva sedici anni, Brian Wilson, grande appassionato di musica, ascoltando il padre Murry suonare il pianoforte, imparò a riconoscere le armonie vocali di gruppi dell’epoca come i Four Freshmen, e dopo aver insegnato ai fratelli come cantare le armonie secondarie di Ivony Tower, decise di creare la “loro” musica con l’ausilio di un registratore a nastro prese a registrare e incidere la propria voce sovrapponendola a quella di Carl. In seguito, Brian vi creava degli arrangiamenti col piano e Carl accompagnava alcune parti con la chitarra (una Rickenbacker). Brian subì l’influenza del rhythm and blues ascoltato alla radio le principali hits, e ne seguì una mutazione nel suo stile di suonare il pianoforte e cominciò a scrivere canzoni. La sua prima crezione fu Surfin’. In seguito Brian entrò in contatto col cugino Mike Love, bravo cantante, ed insieme a due amici improvvisarono un quartetto e si esibirono ad un concerto organizzato dalla scuola superiore di Hawthorne, riscuotendo un enorme successo con una versione personalizzata di Hully Gully. Al Jardine, il quale già aveva suonato la chitarra per un gruppo folk, si unì al gruppo poco dopo. Il nome scaturito dal primo esperimento di band fu The Pendletones, derivante dalle camicie in lana pesante che il gruppo indossò facendone il proprio look fino al 1966. Le camicie in oggetto erano tra gli indumenti preferiti dai surfisti dell’epoca; è importante ricordare che una delle tematiche principali dei brani dei Beach Boys è il mondo del surf, in quanto Dennis Wilson era un surfista (tra l’altro, era l’unico componente del gruppo a praticare il surf) e convinse gli altri membri a dedicare molto spazio nei loro pezzi a questo sport tanto amato dai giovani della costa. Il 3 ottobre del 1961 video stampato il loro primo pezzo Surfin’ in una limitata tiratura di 45 giri. Ma a loro insaputa il nome della band fu cambiato dalla casa discografica in The Beach Boys per meglio adattare il gruppo al panorama delle band californiane. Il disco ebbe un inaspettato successo sulla costa occidentale, e raggiunse il 75° posto nella hit parade nazionale. Nel febbraio del 1962, il chitarrista Al Jardine lasciò il gruppo per continuare gli studi al college. David Marks, che aveva tredici anni ed era un vicino di casa amico di Carl, lo rimpiazzò. In ogni caso, Brian chiese ad Al di tornare nel 1963 e Jardine tornò. In quell’anno i Beach Boys registrarono diverse nuove canzoni, tra le quali Surfer Girl, 409, e Surfin’ Safari. Il 33 giri fu intitolato Surfin’ Safari. Lo stile delle canzoni era pressoché quello originario, improntato sulla cultura giovanile californiana. Fecero seguito a questo successo discografico altre canzoni come I Get Around, Fun, Fun, Fun, Surfin’ USA, Shut Down, decretando la definitiva consacrazione del gruppo nel panorama del pop di tutti i tempi. Fu soltanto l’avvento dei Beatles nel 1964, ad eclissarne in parte, a livello mondiale, la popolarità. Una piccola curiosità: I Beach Boys furono costretti a pagare un’ammenda pari ad un milione di dollari a favore di Chuck Berry, in quanto il celebre brano Surfin’ USA risultò palesemente una cover appena leggermente variata e non autorizzata di Sweet Little Sixteen di Berry. L’album universalmente riconosciuto come capolavoro della band fu senz’altro Pet Sounds, geniale intuizione di Brian Wilson, pubblicato nel 1966. I principali magazine del settore, tr


ONI PER OLTRE UN TRENTENNIO SULLA CRESTA DELL’ONDA a cui Rolling Stone, e perfino il Times, parlano di quest’album come di uno dei migliori della storia. Anche se questo album fu riconosciuto come un successo della band tutta, la realtà è molto diversa: Brian Wilson aveva composto quasi interamente da solo tutta l’opera, servendosi del paroliere Tony Asher mentre la band era in tour in Giappone. Al loro ritorno gli altri trovarono l’album essenzialmente completo, con le eccezioni delle sole parti vocali. All’interno della band si creò un clima di risentimento per questo. Specialmente Mike, che era stato il paroliere nonché cantante dei primi lavori del gruppo, vedendosi scavalcato criticò Brian e definì Pet Sounds la “musica dell’ego di Brian”. La Capital Records, storica etichetta discografica del gruppo, inizialmente si oppose alla pubblicazione dell’album, sostenendo che con quel tipo di canzoni, sicuramente quelle più complesse ed all’avanguardia della produzione musicale dei Beach Boys, il pubblico non avrebbe apprezzato l’album, riducendo i profitti. Brian allora contribuì alle spese per la realizzazione e l’album venne pubblicato, ottenendo lo strepitoso successo che tutti riconoscono. Subito dopo Pet Sounds, Brian si mise al lavoro per un nuovo progetto intitolato Dumb Angel. Il frutto di questa prima fase di lavorazione fu la splendida Good Vibrations (1966), che raggiunse la vetta delle classifiche sia negli Stati Uniti che nel Regno Unito e rimane tuttora il più grande successo del gruppo. Il caso fece un po’ specie, dato che Good Vibrations è una canzone musicalmente molto complessa, insolitamente per un singolo, e si dice che fu il singolo più costoso fino ad allora. La canzone includeva strumenti insoliti per una canzone pop, come il theremin, l’organo e il violoncello. I membri del gruppo ricordano che le sessioni di Good Vibrations sono state le più impegnative della loro carriera. Nel frattempo Wilson si stava deteriorando: consumava droghe in quantità massicce, aumentava continuamente di peso, soffriva di lunghi periodi di depressione e stava diventando paranoico. Alcune biografie hanno ipotizzato il fatto che potesse soffrire di una psicosi maniaco-depressiva, che fu più tardi diagnosticata come disordine schizoaffettivo. Comunque, era al lavoro per Dumb Angel, frettolosamente rititolato Smile. Smile divenne l’ossessione della sua vita tanto che, dopo che fu costretto a pubblicare le sessioni incomplete in Smiley Smile, lavorò per quasi 40 anni sull’album, che finalmente pubblicò nel 2004 con il titolo SMiLE. Dopo l’altro album del 1967, Wild Honey, le condizioni di salu-

te di Brian Wilson peggiorarono fino a precipitare, e il compositore di quasi tutte le canzoni dei Beach Boys venne allontanato dalla band. Dennis cominciò a scrivere intensamente, qualche residuo di Smile fu recuperato e nel 1968 uscì Friends, un album acustico di scarso successo, seguito nel 1969 da 20/20. Sempre del 1969 è Sunflower, che vede entrare come membro effettivo Bruce Johnston, che contribuì con la notevole Tears in the Morning. Nel 1971, sempre recuperando stralci di Smile, uscì Surf’s Up, che, malgrado il titolo, era un album di canzoni di stampo ecologista. Troviamo qui Til I Die, composta da Brian cinque anni prima, e Disney Girls (1957) che afferma definitivamente Bruce Johnston come compositore. Pur continuando a non prendere parte ai tour, in occasione di 15 Big Ones del 1976, Brian Wilson tornò ad essere a tutti gli effetti un membro del gruppo. Ma il declino della band, che già da qualche anno aveva intrapreso il suo percorso in continua discesa, non si arresta neanche col ritorno di Brian. I Beach Boys continuano a pubblicare album di basso livello per tutti gli anni ottanta e novanta, piazzando, come ultimo canto del cigno, Kokomo nella top ten americana. Intanto Dennis Wilson muore nel 1983, annegato in seguito ad una caduta in mare, e Carl lo segue nel 1998, a causa di un tumore. Brian perde interesse nel gruppo e decide di proseguire da solista, ultimo rimasto dei fratelli Wilson.

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STORIA DI AVERSA NORMANNA È stato dato alle stampe per Edizioni Orizzonti Meridionali di Cosenza il libro «Aversa città dei Normanni» di Vincenzo Napolillo. Siamo lieti di anticipare per i lettori di «ExpoArt» la notizia e di pubblicare in anteprima la «Presentazione» scritta dal prof. Fausto Baldassarre del Liceo Classico “Pietro Colletta” di Avellino.

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Lo sguardo rivolto al passato nasce spesso dal bisogno di conoscere le proprie radici e di percorrere il cammino umano e sociale senza incertezze o delusioni. Vincenzo Napo-lillo, noto studioso di storia e di letteratura, ha al suo attivo un buon numero di pubbli-cazioni, che hanno soprattutto il pregio dell’applicazione metodologica precisa e ag-giornata e della sorprendente chiarezza espositiva. Il suo nuovo libro, intitolato «Aversa città dei Normanni», costituisce un notevole con-tributo all’analisi di una realtà urbana in movimento e uno strumento assai utile, soprat-tutto alle giovani generazioni, per favorire la ripresa di vita e il rilancio civile e morale. Nel libro si adottano le procedure della scuola delle «Annales», con il loro paradigma storiografico, universalmente accettato e coltivato, che espunge la vecchia concezione della storia come erudizione o diletto di pochi fieri cultori. Non sono mancati né mancano illustri studiosi della storia d’Aversa, come Fabozzi, Pa-rente, Gallo, Cecere, Fienco, Guerriero, Santagata, Vitale, Guida, Antonio Marino, ma la rivisitazione storica fatta da Vincenzo Napolillo, sempre scrupoloso nella consultazione delle fonti essenziali di Amato di Montecassino, di Leone Ostiense, di Guglielmo Appu-lo, di Falcone Beneventano, di Alessandro di Telese, è impreziosita dalla ricca docu-mentazione necessaria a fare il punto sugli anni epici delle famiglie Drengot e Hauteville e sulla nascita di Aversa, come «caposaldo normanno» tra la città di Capua e il ducato di Napoli. A dominare la scena si erge anzitutto Rainulfo Drengot, in cui si raccolsero passione e coraggio, che gettò le fondamenta di Aversa e diede asilo ai Normanni, i quali concilia-rono poi, nella conquista dell’Italia meridionale, la forza delle armi con la civiltà nell’arte del governare. La sequenza dinastica inizia da Rainulfo Drengot, primo conte d’Aversa, che nel 1038 ottenne il riconoscimento imperiale della contea. Napolillo pone fine alla polemica tra il canonico Ferdinando Fabozzi e don Giuseppe Moschetti, poiché riesce a interpretare nel modo giusto la sigla N. A. A. Q., vale a dire: «Normannus Aversae Asclettinus Quarrel», dimostrando in modo definitivo che il nor-manno d’Aversa, effigiato nel busto lapideo, è Asclettino secondo conte d’Aversa. La contea d’Aversa, dopo Rodolfo Cappello e dopo Rainulfo II Trincanotte, fu retta da Riccardo I, che si liberò di Ermanno e divenne, nel 1058, anche Principe di Capua. Napolillo attribuisce a Riccardo il consolidamento della potenza normanna e la costru-zione, insieme con il figlio Giordano, della cattedrale d’Aversa. La morte di Riccardo segnò, quindi, il declino politico di Aversa. Riccardo II, ancora minorenne, fu scacciato dal popolo; Roberto I si associò, poco prima di morire, il figlioletto Riccardo III, che passò ad altra vita «in circostanze poco chiare»; Giordano II fu munifico verso il monastero di Montecassino e assegnò cospicue rendite ai monasteri di San Lorenzo di Capua e di Aversa. Le vicende d’Aversa, definita «la città delle cento chiese», proseguirono tumultuosa-mente con Roberto II, ultimo dei 34 ExpoArt

conti normanni d’Aversa, che per il tradimento di un suo vassallo, Riccardo dell’Aquila, conte di Fondi, finì i suoi giorni in prigione a Paler-mo. Vincenzo Napolillo ha tracciato, con vigore narrativo, i trionfi politici e militari e le drammatiche avventure dei Normanni d’Aversa e ha messo ordine nella cronologia. Ha scrupolosamente investigato le figure che seppero interpretare la loro epoca ed esprimere le situazioni e aspirazioni di molti loro contemporanei. Il libro su «Aversa città dei Normanni» è il frutto del tenace impegno storiografico di Vincenzo Napolillo e di una riflessione critica sul rapporto passato-presente, senza la quale la ricostruzione dei fatti storici corre il rischio d’essere inutile o ripetitiva. A tal proposito occorre precisare che i Normanni s’insediano, se pur con mille difficoltà, in un territorio frammentato, frantumato da aspri conflitti fra bizantini, longobardi ed emergenti città di mare. Ed è proprio in questo fragile e lacerato tessuto che questa «nuova» popolazione opera attuando un’unificazione dell’Italia meridionale strutturata in un singolare modello or-ganizzativo politico. Dal testo del nostro autore traspare la gestione aperta, tollerante del potere normanno verso le popolazioni locali, il rispetto della tradizione, dei riti e quell’operare dentro il sistema feudale; tutto ciò consente quello sprigionarsi di «slanci vitali», che daranno vita a beni culturali di notevole valore. Infatti i Normanni in Sicilia favoriscono l’incontro della tecnica costruttiva degli Arabi con la decorazione musiva dei Bizantini. Questa cultura d’oltralpe si fonde con le tradizioni artistiche locali e saprà fare largo uso dei materiali del territorio e avvalersi di professionalità esistenti nei vari luoghi. Aversa è emblema di questa fusione di elementi dove «sacro» e «profano» vengono «u-sati» e «rispettati». La disamina di Vincenzo Napolillo va ad affiancare, ad integrare, ad approfondire altri studi sul medesimo argomento e a tutto ciò che è stato evidenziato tramite scavi archeo-logici e analisi antropologiche. Il nostro studioso, tenacemente radicato nella sua terra, che ha nel suo «sangue» la pas-sione per il Sud, conduce operazioni di «scavo», dimostra di sapere impiegare i tanti frammenti, di saperli sapientemente congiungerli, accostarli, senza giustapposizioni, re-stituendoci così una visione d’insieme unitaria. Ma ciò che affascina Vincenzo Napolillo è il senso dell’«adventura», che possiedono i Normanni: quel senso delle «cose» che balzano dinanzi, che accadono. Il testo del nostro autore si snoda così in una sequenza di vicende singolari, di casi a volte inaspettati. La trama dei racconti «storici» è uno «spingersi oltre»: uno straordinario che irrompe nell’ordinario. Ciò che accade ha il fascino antico delle crociate, delle scoperte di nuove cieli e nuove terre. La moderna civiltà, che ha reso l’uomo «giocattolo della tecnica» ha spezzato, interrotto questo «senso dell’«ad-ventura». Ed è proprio questo nascosto elemento peculiare, che attira e di cui va in cerca il nostro autore. Noi viviamo, per


dirla con Heidegger, come «viandanti nella notte oscura»; nella estrema povertà della nostra epoca, diversamente dai Normanni, pur possedendo ulteriori conoscenze, abbiamo un altro rapporto con le correnti e i venti della vita. Questo antico popolo, che ha catturato l’intelligenza di Vincenzo Napolillo, sapeva sfi-dare il mare aperto, non temeva l’ignoto, non disdegnava il rischio. La modernità ha perso purtroppo questo straordinario, unico, irripetibile senso dell’avventura. Anche per quest’ultimo motivo è utile per lo spirito sfogliare le pagine di questo libro e meditare. Prof. Fausto Baldassarre

Aversa pianta radiocentrica del nucleo normanno

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EDWARD HOPPER: L’ARTISTA DEL SILENZIO di Carmine T.A. Verazzo L’estate come altro può essere immaginata se non come un immenso, festoso, tripudio di luce. Il calore intenso e confortevole dei colori accesi, l’immagine accecante di corpi ansiosi nell’attesa di del tepore dei raggi di un sole che non svetta mai così imperioso in nessun altra stagione. L’estate è il tempo delle passioni brucianti, è un momento che passa sempre troppo in fretta ma resta marchiato nell’anima col fuoco di indimenticabili avventure. Pochi, anzi pochissimi a questo mondo, sono stati coloro i quali hanno saputo cogliere quei frammenti di tempo ed immortalarli in schegge di eternità. All’interno di questa ristretta cerchia, figura certamente il new yorkese Edward Hopper, coi suoi paesaggi luminosi, le sue istantanee di vita all’insegna della continua ricerca della luce. È un dato acclarato che Hopper sia stato il caposcuola dei realisti statunitensi che dipingevano, intorno agli anni ’20, la “scena di vita americana”. CENNI BIOGRAFICI

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dward Hopper nasce il 22 luglio 1882 a Nyack, una piccola cittadina sul fiume Hudson da una famiglia angloamericana borghese e molto colta, ed alla tenera età di cinque anni già rivela una spiccata abilità nel disegno, ed incoraggiato dai genitori, i quali ne comprendono subito le enormi potenzialità, diviene ben presto un giovanissimo ed accanito lettore di riviste e scritti sull’Arte. A soli tredici anni dipinge la prima tela, in cui fin da allora emerge il suo accentuato interesse verso le navi ed il mondo ad esse circostante. Nel 1900 il giovane Edward entra nella New York So Art. È in quello stesso istituto che il giovane artista entra in contatto con altri futuri protagonisti della scena artistica americana dei primi anni cinquanta: Guy Pène du Bois, Rockwell Kent, Eugene Speicher e George Bellows. È in quel periodo che gli viene offerto il suo primo contratto come illustratore pubblicitario. Nel 1906 parte alla volta di Parigi, dove sperimenta uno stile molto vicino a quello degli impressionisti francesi. Prosegue poi il suo viaggio alla scoperta dell’Europa, lasciando Parigi nel 1907, per far tappa in altre principali capitali come Londra, Berlino e Bruxelles. La nascita e definitiva consacrazione del suo stile unico ed inconfondibile ha luogo a Parigi, in cui fa ritorno per alcuni mesi nel 1909. La sua pittura privilegia un ricercato gioco di luci ed ombre dalle peculiarità assai singolari. È quasi ossessivo nella descrizione degli interni appresa da Degas. Il tema centrale della sua opera è la solitudine. Manet, Pissarro, Monet, Sisley, Courbet, Daumier, Toulouse-Lautrec, Goya: questi gli artisti che più lo impressionano nel corso di quegli anni. Fatto ritorno in patria, per poi non lasciare più gli USA, Hopper si sveste di tutte le nostalgie europee che fino ad allora hanno influenzato la sua opera, e dà vita all’elaborazione personalistica di soggetti legati alla scena di vita quotidiana in uso a quei tempi in America, modificando e plasmando il suo stile alla vita di tutti i giorni. I soggetti che predilige sono immagini urbane di New York e le spiagge e le scogliere del New England. Nel 1918 è uno tra i primi ad aderire al Whitney Studio Club, fondamentale centro per gli artisti indipendenti dell’epoca. Tra il 1915 ed il 1923 Hopper prende una lunga pausa da tele e pennelli per dedicarsi a nuove forme di espressione come l’incisione, grazie alla quale le sue puntesecche ed acqueforti riscuotono numerosi premi e riconoscimenti. Il titolo di “caposcuola” dei realisti che dipingono la “scena americana”, Edward Hopper lo conquista e con pieno merito dopo gli strepitosi successi derivanti dalla Mostra di suoi acquerelli del 1923 e la Mostra di dipinti del 1924. Di sé e della sua visione figurativa abilmente miscelata con un sentimento tormentoso dalla vena poetica, l’artista diceva: “non dipingo quello che

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vedo, ma quello che provo”. Alcune costanti delle sue opere: immagini urbane o rurali, mai caotiche, silenti, profonde, a tratti meditative. Tristezza opaca, sensazione di lunghe interminabili attese, fanno da contrasto con la luce che immerge i suoi quadri, e questo destabilizza lo spettatore, incutendo un forte sentimento di agitazione, rendendolo inquieto, incapace tuttavia di staccarsi dalle sue tele quasi profetiche. Il tema della solitudine si fa vivido attraverso paesaggi quasi deserti, sono rare le tele che presentano più di una figura umana, e quando ciò avviene, dalla presenza di più persone emerge tutta l’incomunicabilità, una drammatica estraneità, che li pone vicini ma così lontani tra loro, condannati a restare ineluttabilmente soli, anche se si trovassero al centro di una moltitudine. Era in grado di dipingere il silenzio. Nel 1937 Hopper prende casa nella penisola di Cape Cod, a Truro nel Massachusetts, e quei paesaggi vennero immortalati in celebri dipinti come The House on The Hill, Cape Cod Evening o Cape Cod Morning. La prima retrospettiva dedicata all’artista è del Museum of Modern Art di New York nel 1933, e la seconda del Whitney Museum of American Art nel 1950. Il 15 maggio 1967, all’età di 85 anni, nel suo studio di New York, in silenzio, in quel silenzio che il suo pennello tinto d’anima era stato in grado di dipingere, si spegne Edward Hopper, uno dei più grandi maestri americani, ritenuto da molti il vero precursore della Pop Art.


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