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L’attore Patrizio Rispo

Il Maestro Giorgio Celiberti

Maria Antonietta Terrana

Magazine | Arte e Cultura | anno 2 | n 9 | Aprile | 2012


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Direttore Editoriale Carlo Capone

Come già annunciato precedentemente, da questo numero la Rivista uscirà mensilmente. Questo per essere sempre più vicino ai suoi fruitori che, con soddisfazione di chi vi collabora,vanno aumentando col passare del tempo. Il che significa che la Rivista,oltre a piacere, sta mettendo solide radici. E’ ciò ci stimola a rafforzare l’impegno verso i lettori e tutti gli sponsor che ci hanno scelto e ci circondano. E’ nostra intenzione allargare, ancora di più, le rubriche focalizzando anche le varie problematiche locali e territoriali, di cui non sempre si parla oppure, se lo si fa, se ne parla molto superficialmente. Per quanto riguarda la vasta zona , in cui ha la base questa Rivista, già dal prossimo numero ci occuperemo delle tematiche inerenti alcuni complessi storico -monumentali-, insistenti sul territorio,a cominciare dalla tenuta di Carditello ,dove i Borboni avevano allogato le loro Cavallerizze Nuove. Un complesso patrimoniale in disfacimento,di grande interesse culturale ,che, si spera,possa essere al più presto ristrutturato dovutamente e aperto all’ammirazione pubblica . Oltre a ciò, in questo numero, è riportata l’intervista fatta al noto attore televisivo Patrizio Rispo che lavora nella soap opera di Rai 3 in “Un posto al sole” . Buona Lettura Carlo Capone Presidente Ass.ExpoArt

distribuzione gratuita

Antonio Marino, Carmine T.A.Verazzo , Gabriele Romeo , Francesca Mezzatesta Carlo Capone , Valeria Ferronetti , Elena Pianese, Francesca Scotti

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Il capitano di ventura- MUZIO ATTENDOLO SFORZA Giacomo Attendolo (Cotignola, 28 maggio 1369 – Pescara, 4 gennaio 1424) è stato un condottiero e capitano di ventura italiano. Soprannominato Muzzo o Muzio (da Giacomuzzo), detto poi Sforza, fu conte di Cotignola e capostipite della dinastia Sforza. Trasse in salvo la regina di Napoli,Giovanna II facendola fuggire dal castello di Casaluce portandola verso il nord,alla volta del ducato di Milano. Morì tragicamente per la strada,guardando il fiumicello Pescara (1424) nel tentativo di salvare il suo scudiero. Continuò il viaggio il figlio Francesco,che sposerà Bianca Maria Visconti divenendo il Signore di Milano col titolo e nome di Francesco Sforza.

L’antica Via sotterranea Aversa -Casaluce

Fu fatta costruire dai regnanti napoletani, nella prima metà del trecento, quando fervevano le lotte per il dominio del Reame Oggi le strade sotterranee servono prevalentemente per decongestionare il traffico, velocizzandolo, in passato esse servivano per scopi ben diversi:erano dei veri e propri nascondigli e sopratutto sicure vie per eventuali fughe di chi deteneva il potere. Come altrove, anche la città di Aversa o meglio zona ,aveva le sue che si incuneavano nelle viscere della terra e che hanno avuto un bel da fare durante le lotte accanite per il predominio del Reame napoletano,conteso tra durazzeschi, angioini e aragonesi. La più nota -stando agli appunti-congiungeva la detta città con la vicina Casaluce , mettendo in diretto contatto il castello angioino aversano con quello casalucese. Fu fatta costruire, nella prima metà del trecento , dagli angioini che scelsero questo luogo, ameno e non lontano dalla capitale del regno, per la propizia stratificazione del suo terreno, a base tufacea, che permetteva la sicurezza e la solidità dell’opera. Per la sua realizzazione vennero impiegate molte maestranze fidate che,lavorando sodo e di nascosto,compirono il lavoro in meno di tre anni superando difficoltà non comuni(falde acquifere comprese). Stando ai documenti , due squadre di esperti operai (partendo da entrambi i lati) ebbero il compito di picconare lo strato tufaceo creando una sorta di cunicolo che congiungeva il maniero aversano con quello di Casaluce, in aperta campagna. Costruirono nei fatti (con i mezzi dell’epoca) una vera e propria stradina sotterranea,serpeggiante , della lunghezza di quasi cinque chilometri, lungo una direttrice ben precisa. Detta stradina, che non va confusa con quelle delle grotte(che abbondano nella zona) era tramezzata da slarghi attrezzati e prese d’aria che uscivano in superficie,ben occultate dalla vegetazione esistente e difese dallo scorrimento dell’acqua pluviale. Un paio di slarghi, che erano dotati di sedili di pietra tufacea e appoggi per le torce,costituivano (con gli scalini che salivano sotto qualche casolare vigilato ) ulteriori punti di fuga. Una Via dunque grezza ma ben curata ed efficiente che , strisciando sotto la terra (ad altezza d’uomo),permetteva il passaggio di poche persone guidate e di qualche portantina; una Via costruita nel tufo o con pietroni tufacei trasportati (dove mancava il tufo) che si avvitava nella penombra, a più di sei metri di profondità. Vi si accedeva dai sotterranei dei due castelli ( a cui portavano apposite scalinate ), era provvista di opportune botole e trabocchetti che venivano azionati in caso di necessità e, per di più,era corredata da altri cunicoli fuorvianti che solo pochi conoscevano. La stradina, che ne ha visto di tutti i colori e che è stata anche teatro di cose spiacevoli, è passata alla cronistoria ( non solo nostrana) principalmente per la rocambolesca fuga della regina

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Giovanna II , avvenuta nella prima metà del quattrocento. Messa al corrente dell’arrivo della flotta aragonese nel golfo di Napoli,la sovrana lasciò subito il capoluogo rifugiandosi nella “fidata”Aversa. Quivi si nascose tra le tonache dei padri celestini che, per concessione di Carlo d’Angiò,occupavano un ‘ala del castello che sorgeva a ridosso della chiesa di San Pietro a Majella ( poi dei santi Filippo e Giacomo) MUZIO ATTENDOLO SFORZA comunemente conosciuta della Madonna di Casaluce. Gli aragonesi non misero molto a scoprire dove si trovasse e, quando giunsero nella città di Aversa (assediandola),Giovanna II, grazie al tradimento di Giovanotto Pertusa e con l’aiuto di una parente monaca(non a caso nel convento), già era fuggita alla volta di Casaluce imboccando il tunnel sotterraneo. Fu condotta in salvo , verso il nord della Penisola, dal fido capitano di ventura Muzio Attendolo,soprannominato Sforza per la sua forza fisica,che, in quel tempo al soldo degli angioini e della chiesa,stazionava da queste parti con i suoi mercenari. All’uopo va detto che l’Attendolo faceva parte (insieme a Braccio da Montone e Alberico da Barbiano) dei tre più rinomati Capitani di Ventura del suo Secolo. Un combattente nato,espertissimo nell’uso delle armi e dal fisico possente, distintosi per il suo coraggio nelle principali battaglie dell’epoca uscendone quasi sempre vincitore. Dopo aver visto più volte la morte aleggiargli intorno, nel corso di sanguinosi combattimenti,perse miseramente la vita in un modo banale, guadando il fiumicello Pescara:ironia della sorte. Il triste quanto incredibile episodio-stando agli appunti-pare sia avvenuto proprio nel condurre la regina angioina in salvo (dopo la fuga dal castello di Casaluce) verso la fortezza del ducato di Milano. La cronaca informa che l’Attendolo,per aiutare uno scudiero scivolato nell’acqua vorticosa, non esitò a scendere nel fiumicello e, sbalzato dal cavallo,cadde a sua volta nella stessa con la sua pesante armatura scomparendo nella fanghiglia . I suoi mercenari lo cercarono invano, imprecando al cielo; il suo corpo non fu mai ritrovato e si vociferò che se lo fosse preso il demonio per i suoi misfatti. Aveva appena 55 anni ed era ancora nel pieno di tutto il suo vigore fisico: correva,se gli appunti sono esatti,l’anno 1424. Il compito di condurre Giovanna II a destinazione toccò al figlio Francesco,che,seguendo le orme paterne,ottenne tanti di quei successi fino a diventare (sotto i Visconti) il signore del ducato di Milano. Ritornando alla venuta degli aragonesi ad Aversa, va ancora detto che essi, non trovando la regina,si vendicarono di Giovanotto Pertusa arrecando seri danni alla città. Antonio Marino


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Maria Antonietta Terrana Maria Antonietta Terrana artista siciliana che dall’infanzia ha coltivato l’amore per la pittura portando con se la freschezza pastellata dei colori e la semplicità e dolcezza delle nuance della sua tavolozza. Già conosciuta e apprezzata nel suo territorio per aver partecipato a importanti mostre e estemporanee per la Sicilia, lì nei suoi luoghi dove la seduzione percettiva delle luci e cromie trasmettono attraverso le sue tele l’energia straordinaria di un’arte emozionale. Un corpus di immagini che sembrano fermare il tempo nelle sue marine come le Barche delle zone di Santa Flavia e del termitano, con i riflessi vibranti dei suoi colori nell’acqua i simboli della sua maternità dove ogni barchetta ha dedicato il nome dei suoi figli. Ma ancora vivaci movimenti che passano dai profumi del sale marino a quello delle spezie, si fondono tra le stradine dei mercati dove riesce a cogliere le tradizioni della nostra gente in ogni piccolo dettaglio. Girandole di panni stesi e colori dei frutti di Sicilia. Nella solare, caleidoscopica gioia la dolcezza dei confetti della nascita o di una festa che esplode in ogni sua pennellata ove riemergono cadenzate, vivide e loquaci in un’originale forma espressiva. Ttra i rosa dell’alba e l’azzurro del mare, in cui l’aria si rinfrange di mille bagliori che dipanano tra nuvole danzanti, nei celesti infiniti anche dall’alto di un paesino, tra le tegole dei tetti sempre più in alto insieme alle sue narrazioni etno-naturalistiche. Francesca Mezzatesta (storico e critico d’arte)

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iaggiare, scoprire nuove posti e nuovi culture, e’quello che appena posso provo a fare, per tentare di conoscere la vita in Paesi diversi dal mio ed ammirarne il patrimonio storico artistico. L’ultima “fuga da casa” ha visto come meta una delle più straordinarie capitale europee, Hermitage Amsterdam, cuore pulsante dell’Olanda, e ho ritenuto che queste mie esperienze potessero essere interessanti per altri giovani appassionati come me dell’arte e del viaggio. Amsterdam è divenuta centro di un turismo giovanile attirato più dal divertimento, dall’atteggiamento liberale e dagli eccessi, che dalle vastissime bellezze che la città ha da offrire. A mio avviso, però, il fascino di Amsterdam ruota proprio intorno all’abisso che intercorre tra la vita diurna e quella notturna. Scivolare lungo i canali illuminati, fermarsi nei tipici coffe shop o passare la notte danzando al ritmo della house più sfrenata in discoteche come l’Escape, non basta se prima non si è passato il pomeriggio saltando da un museo all’altro, alzando gli occhi di tanto in tanto per osservare l’assurda architettura urbana che questa città sfoggia con vanto. E’questa la mia scelta dunque, vivere il giorno e la notte di Amsterdam, per cogliere a pieno il sapore di una città tanto complessa. Impossibile, allora, non iniziare dal notissimo museo di Van Gogh,vero elogio al caposcuola ottocentesco olandese, passando per il vasto Rijksmuseum, con l’incredibile ronda di notte di Rembrandt, finendo poi a lasciarsi incantare dall’Hermitage, succursale del noto museo di San Pietroburgo ospitato nel seicentesco edificio Amstelhof. Inaugurato e rinnovato nel 2009, il complesso comprende, oltre al programma espositivo museale, un fitto calendario di attività, conferenze, iniziative per bambini e incontri culturali. Fino al 15 Giugno è possibile ammirare una vera e propria perla per gli appassionati, un’incredibile mostra intitolata “Rubens, Van Dyck e Jordaens: pittori fiamminghi dell’Hermitage”. L’intera esposizione comprende settantacinque dipinti e venti disegni che raccontano il talento e il seguito dei tre grandi artisti, indiscussi maestri della scuola di Anversa, tra cui spicca la Discesa della Croce di Rubens, opera mai esposta fino ad ora. Peter Paul Rubens occupa un posto dominante con i suoi diciassette dipinti e numerosi disegni. Egli fu senza ombra di dubbio il più grande e innovativo pittore fiammingo del diciassettesimo secolo. Tornato ad Anversa, dopo il suo soggiorno italiano, l’artista fuse il linguaggio barocco ricco di curve sensuali, luce mistica e fremito dell’emozione, al rigore delle Fiandre. La mostra illustra in maniera assai soddisfacente l’influenza da lui esercitata e presenta gli artisti che ne seguirono l’esempio. I raffinati ritratti eseguiti da Anthonie van Dyck, il più capace allievo di Rubens, hanno un posto di spicco nell’esposizione. Largo spazio è dato anche al terzo grande rappresentante della scuola fiamminga Jacob Jordaens che, poco più anziano di Rubens, non fu su allievo ma ne fu ugualmente ispirato. La mostra accoglie anche un commovente ritratto di famiglia di Cornelis de Vos e molte altre mirabili opere di artisti fiamminghi. Questa prestigiosa raccolta è per la prima volta in Olanda. Quasi tutti i dipinti esposti furono acquistati nel diciottesimo secolo da Caterina di Russia e facevano parte di eccellenti collezioni che la sovrana acquistò in blocco. I dipinti risalgono al periodo della controriforma, il movimento di rinnovamento del cattolicesimo in seguito alla Riforma Protestante, e sono frutto di una committenza sia religiosa che laica, di Anversa e di altre città Europee.

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Visitare questa mostra per me è stata un’esperienza indescrivibile, è bastato un attimo per essere travolta dalle tinte brillanti della pittura ad olio, dalla sensualità delle donne burrose che dominano le scene, dalla passione che si intravede negli occhi di ogni singolo personaggio. Lo spettatore entra in una nuova dimensione, già tutta seicentesca, facilitato dall’assenza di ogni tipo di ostacolo con l’opera. Nessun cordone e nessun vetro sulle cornici permettono a chi guarda di catapultarsi dentro il quadro, di guardare da vicino le vibranti pennellate, di studiare nel dettaglio il mutare della superficie pittorica che da spessa e pastosa diventa sottile e brillante. La prima opera ad aprire il sipario sui tre grandi caposcuola fiamminghi appartiene a Rubens ed è la vasta tela dell’ unione tra la terra e l’acqua, bella da togliere il fiato, ricca di un’immensa carica erotica. Il corpo morbido della donna, allegoria della terra, bianco come l’alabastro, si pone nudo allo spettatore che ne segue i contorni giungendo alla mano, posata su quella dell’uomo, allegoria dell’acqua, possente e vigoroso nel suo volgere lo spalle. Pare a chi guarda di riuscire a sentire il calore di quelle carni, la freschezza dell’acqua che, come una cascata, fuoriesce dall’otre, il profumo dei fiori e dei frutti sulla sinistra. Da questo momento in poi gli occhi si riempiono di luci e colori, passando da scene sacre a profane con largo spazio anche alle nature morte, tipica espressione artistica del Nord Europa. Lo stupore ha continuato ad accompagnarmi anche quando, abbandonando le prime sale, si giunge al piano superiore. Dal mirabile Ecce Homo di Rubens, dove la luce si poggia dolce sul corpo di Cristo, si passa ad un altro registro. I protagonisti diventano gli uomini ritratti da Van Dyck. Ecco allora una schiera di sovrani e personaggi illustri dell’epoca, tutti rappresentati con grande dignità ma anche profonda naturalezza. Memorabile è il ritratto di Virginio Cesarini, rappresentato in modo assolutamente non convenzionale. Nessuna posa classica per il poeta romano che appare in un atteggiamento distratto, mentre guarda fuori dal quadro, quasi intento a parlare con qualcuno che lo spettatore non vede. Il dettaglio delle mani nell’atto appena pronunciato di gesticolare mostra un naturalismo nuovo che strizza l’occhio a Caravaggio. L’ultima sala della mostra è interamente dedicata ai disegni. E’ancora Rubens a farla da padrone riuscendo a sbigottirmi anche senza l’uso dei pennelli, unendo passione e drammaticità. E’ questo il caso dei dannati del giudizio universale, dove il carboncino nero e quello rosso si fondono in un vortice di emozione che attirano e inquietano chi guarda. Dopo due ore passate a girare tra queste meraviglie, nemmeno i tulipani del cortile dell’Hermitage possono sembrarmi un buon motivo per uscire. Con gli occhi ancora pieni di quei colori torno allora a camminare per le strette strade di Amsterdam, costeggiando i suoi canali, mischiandomi alla folla, a caccia di altre nuove emozioni, cosciente però di aver vissuto un’esperienza artistica indimenticabile. Francesca Scotti

Rubens_(Ecce_Homo)

Il piacere di un viaggio!... ad Amsterdam.


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Golo de Rivera (1970)

Mario Fortunato

Rua do Campo Alegre, 134-2, 4150-168, Porto, Portugal http://helena-painter.com/mariofortunato.htm email mfortunato@oniduo.pt

Pietro

Dell’Aversana

Studio D’Arte: Via Milano, 31- 20088- Rosate (MI) Cell: 333-4332515 E-mail: dellaversanap.arte@alice.it Sito web: www.pietrodellaversana.com Vecchio cascinale, olio su tela cm. 40x50 anno 2010.

Referenze:ARTeTIVU’ LAB, Marcon (VE) L’Artista Pietro Dell’Aversana espone le sue opere anche a Casorate Primo (PV) “ARTE PER LE VIE DELLA CITTA’” domenica 22- aprile 2012- dalle ore: 8,00- alle 19,00. Prossima Personale di Pittura, dal 19- al 27- maggio 2012- presso spazio Espositivo:CLUB AMICI ROSATESI, Rosate( Milano), via Achille Allievi, 3 Vernissage sabato 19 maggio 2012 alle ore: 17,00- orari mostra dal lunedi alla domenica dalle 10,00- 12,3014,30- 19,30- c on INGRESSO LIBERO.

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“ PROFUMO di GIALLO“30X40 olio su tela

Alberta Ruffolo

”La Forza del Colore” Indirizzo : Via dei Dossi 13 27020 DORNO ( PV) Telefono : 0382 848157 EMAIL : chicca722@alice.it

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Info adelaide.scavino@libero.it

“COPPIA”- “LAMASCHERA DELL’UMANITA’” 2010 acrilico su tela intelaiata

Adelaide Scavino

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Mirko Federici

Sulle onde del tempo Tecnica: olio su tela

60x100cm Anno: 2011

Delfini ; Tecnica: Mosaico artigianale in vetro su materiale ligneo

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I COLORI DELLA PIOGGIA

ADESSO CREDO NEI MIRACOLI

tecnica mista (acrilico, tessuto non tessuto, glitter, nail polish) su tela 55x70 Anno 2011

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Rouge & Noir olio su tela 60 x 70 cm 2011, valutazione: 1.050 euro.

Valeria Bartolini

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Info Roma, Rione Monti info@valeriabartolini.com mobile: 331.7516047 studio: 06.45493286 ExpoArt 13


Enzo Gobbo presenta Mostra personale di Pittura e Scultura dal Titolo :

DOLOMITI: PROFUMI E COLORI INAGURAZIONE IL PRIMO GIUGNO ALLE ORE 19.00 PRESSO LA IV CIRCOSCRIZIONE A UDINE IN VIA PRADAMANO 21

Indirizzo /laboratorio e abitazione 32010 Pecol di Zoldo Alto cell.0039-340-293-0764 E- Mail enzo.gobbo@alice.it

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Annamaria Veccia

castagneto ambientato nella collina toscana, la luce dorata che precede il crepuscolo dona nell’insieme una magica atmosfera.

I monti rognosi (Toscana), i colori tenui nella tiepida luce primaverile, incorniciano il paesaggio toscano invitando lo spettatore ad ammirarne la bellezza.

Via della misericordia,18 52037 Sansepolcro (AR) Tel.3388299507 ExpoArt 15


Stefano Sardelli

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Francesco Russo

Come sempre tutto va a rotoli; polittico - 2010 ; olio su tela, cm. 200x70

Le amiche, 2010; olio su tela, cm. 70x50

Via Roma, 57 - Trentola Ducenta (CE) Tel/Fax 081/8145896 - Cell 338/9660298 Email:fra.russ@libero.it -Web: www.russofrancesco.it

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NONNO.....TI PENSO Acquarello

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lnonfarmale@gmail.com

Isabel CarafĂŹ

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Icone del futuro 1,20x1,20cm, tecnica mista su tela(acrilico olio, matita). ExpoArt 19 ExpoArt19


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ZEFERINO FUMAGALLI

in arte ZEF

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La Consolare campana,la più antica e celebrata strada che attraversava la Liburia

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ggi le strade le costruiscono le imprese che riescono ad aggiudicarsi l’appalto, indipendentemente dal loro affidamento e dal materiale anche umano che usano,e , quando i lavori non vengono eseguiti bene, a farne le spese sono solo coloro che poi ne usufruiscono . Una volta , soprattutto sotto i Romani, non era affatto così e quello che si edificava doveva sfidare il tempo per eternare la gloria dell’impero ed essere utile per i cittadini. Impero la cui grandezza ed espansione dipendeva necessariamente dalla efficienza e solidità delle strade, che venivano costruite con la massima scrupolosità e solidissime ed erano accuratamente (pena la vita di chi non faceva il proprio dovere ) sorvegliate e curate. Delle 54 strade Consolari che , al tempo di Antonio Pio,partivano dall’Urbe diramandosi per la Penisola,tre di esse (l’Appia,la Casilina e la Latina) raggiungevano l’antica Capua,che era la metropoli campana dell’epoca col suo milione di abitanti. La più importante e nota, l’Appia, dopo aver toccato l’Anfiteatro di detta località,proseguiva per Beneventum fino a congiungersi(con una tragitto di 333 miglia romane ) con Brindisi che era il porto per l’oriente. Prima di lasciare il colosseum capuano, l’Appia si biforcava originando un’altra strada celebrata,la Consolare campana,che scendeva al sud solcando la parte centrale dell’antica Liburia ossia l’odierno territorio aversano, in quel tempo non inquinato e fertilissimo. La strada,che era un capolavoro d’ingegneria e che metteva direttamente in comunicazione (essendo un ramo dell’Appia) Roma con Miseno,superava a ponte a Selice il fiume Clanio, passava per Pirum ( un villaggio tra gli odierni centri di Carditello e Casaluce ) e, piegando ad occidente, rasentava il sito “ad Septimum” girando poi verso Luxanum. Di qui - come ha scritto anche G.Corrado nel suo Libello “Le vie Romane”, toccava S.Petrus ad Parata(odierna Parete),Arbustulu m,Casacellere,Vicus Julianus (Giugliano),Quartu Majore, mons Gaurus giungendo a Pozzuoli da dove partiva un altro ramo per Cuma che, in seguito con la Via Domitiana,si collegherà con Sinuessa. Pozzuoli era in diretta comunicazione con Neapolis, a cui portava anche la Via Atellana, e principalmente con Misenum che era il porto più importante per l’Africa, la Sicilia, la Sardegna e

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la Spagna. Miseno- va annotato- vantava una scuola militare romana, la Militis Schola, nel punto ora Chiamato Miliscòla. Località costiere bellissime, tra il sole e il profumo del mare,che erano molto ricercate e frequentate dalla borghesia romana dell’epoca. La consolare campana,che era adorna dei marmi splendidi,statue monumentali,lapidi sepolcrali e colonne miliari, ha visto il passaggio vittorioso delle legioni romane col loro seguito di schiavi in catene, degli apostoli Pietro e Paolo(54 d.C.), la salma dell’imperatore Tiberio e tanti altri illustri personaggi. Dopo aver resistito per secoli al traffico intenso e all’usura del tempo(mancando l’opportuna manutenzione),essa finì col diventare quasi impraticabile tanto è vero che alcuni cittadini aversani benestanti,sotto Carlo II d’Angiò,chiesero ed ottennero l’autorizzazione di ricostruirla nel tratto che passava per i loro possedimenti. Anzi fecero di più: dopo aver offerto alla regia Corte duemilacinquecento once d’oro,deviandone il tragitto,ne costruirono una nuova facendola transitare,qualche miglio dopo Capua, non più per Pirum ma per il centro della loro Città...tagliandola in due. Aversa veniva così ad avere,tra la fine del 1200 e l’inizio del 1300,una nuova e più importante strada,bella e spaziosa, che ne accrebbe il prestigio nell’intera zona con la crescita di edifici lungo il suo percorso:strade che si chiamerà Via Appia, popolarmente Via Nova, poi statale 7 bis e in ultimo Via Roma (nel centro cittadino) con i prolungamenti di Via F. Saporito a nord e Via V di Jasi a sud. Parte dei materiali e dei cimeli (colonne,fregi marmorei ecc.),sottratti alla vecchia Consolare campana, presero strade diverse e , quando non vennero contrabbandati, finirono con l’abbellire le case gentilizie non solo di quel periodo. Girando per Aversa, possono essere ancora ravvisati ( alcuni di essi) dentro e fuori gli stabili, come supporto agli angoli, nel dedalo dei semideserti e vecchi vicoli...a cominciare dall’ex Corso della città, Via R.Drengot,una volta considerata un vero Museo di avanzi archeologici provenienti dalla Via Consolare Campana. Questa Via, detta comunemente anche “Scalella” per aver ospitato i fuggiaschi dell’antica cittadina amalfitana di Scala,devastata dai Pisani, è stata-va sottolineato- oggetto(per i suoi reperti) dell’attenzione di molti studiosi e ricercatori, tra cui il Momsen,il Von Duhn, lo Zangemeister e il Pratilli,che ne hanno parlato nei loro appunti. A ciò va aggiunto,per il lustro di Aversa,che lo stesso A.Maiuri, in uno dei suoi sopralluoghi,ebbe a definirla non a caso “l’Atene della Campania”. Questo per la quantità del materiale visionato, d’epoca soprattutto romana, proveniente da più parti (Atella,Cuma,antichi borghi viciniori )e anche da Liternum e la Domitiana . Antonio Marino


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Arte

Massimo Stanzione , il pittore del “classicismo napoletano”

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ella vita di Massimo Stanzione si hanno poche e imprecise notizie. L’unica biografia più attendibile, sembra sia quella scritta da Bernardo De Dominici, pittore e soprattutto storico dell’arte, vissuto a Napoli nel XVIII sec. (1685/1759). Si sa per certo che nacque ad Orta di Atella (Caserta) nel 1585, che si formò nella scuola di Battistello Caracciolo e che fu un seguace dell’arte caravaggesca , modernizzandola . Quando vide la luce, la città di Napoli era una capitale europea e presso la sua Corte reale si alternavano i migliori geni e artisti del tempo, che lo influenzarono non poco . Sta di fatto che guardò con molto interesse le opere del Ribera,di Orazio Gentileschi e del Reni ,assimilando da loro le principali tecniche compositive che si espressero soprattutto nella raffinatezza del colore . Operò moltissimo e le sue opere, principalmente quelle di contenuto sacro, sono sparse un pò dovunque nei principali Musei del globo e in Edifici privati. Tra le sue opere più importanti citiamo la “Deposizione” che è custodita nel museo di San Martino (NA) che balza agli occhi per la tragicità delle sue figure; la , “Decollazione di San Giovanni Battista” ,una tela del 1634 che trovasi nel museo del Prado di Madrid; Il quadro raffigurante “Giuditta con la testa di Oloferne”in possesso del Metropolitan Museum di New York; La tela “Morte di Cleopatra”del 1640 che si trova nell’ Hermitage Museum di San Pietroburgo e tante altre senza contare i vari affreschi e ritratti , grandi e piccoli , eseguiti in varie chiese e case private.

Opere bellissime che si fanno ammirare ,oltre che per la composizione accurata , per la luminosità e per i caldi toni che le caratterizzano . Dopo una intensa vita ,dedicata tutta alla pittura, si spense in Napoli nel 1656, all’età di 71 anni , colpito dalla peste . Carlo Capone

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Intervista

Patrizio Rispo

“Sono assetato di Vita perché ho paura della Morte”. Una chiacchierata a cuore aperto con Patrizio Rispo, attore, commediografo, un’artista che non si ferma e non si risparmia mai.

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atrizio Rispo, non è solo il personaggio più amato e conosciuto della nota soap opera “Un Posto Al Sole,” è anche e forse soprattutto, l’uomo che ogni donna vorrebbe incontrare almeno una volta nella vita. Patrizio ha un fascino particolare, un modo di sorridere e una profondità nello sguardo che, sulle prime mette quasi a disagio, anche se la sua incredibile disponibilità abbatte immediatamente qualsiasi timidezza. Al nostro incontro, lo trovo seduto ad un tavolino del celebre Caffè Gambrinus di Piazza Trieste e Trento a Napoli e qui, accade una cosa insolita. Sta per iniziare un’intervista radiofonica con radio Siani e con molta tranquillità m’invita ad unirmi a loro per creare quella che poi è diventata una straordinaria intervista radio-scritta. Perché Patrizio Rispo, come lui stesso conferma, non ama le banalità, la normalità degli eventi, non si lascia condurre dalla vita ma, si fa inseguire dalla vita stessa in una frenetica corsa alla scoperta di cose sempre nuove e sempre più stimolanti. Per sua stessa ammissione, Patrizio è un bambino che non ha nessuna voglia di crescere, se naturalmente, crescere significa farsi annientare dalla vita e dai problemi del quotidiano. E così, diamo inizio a questa particolare intervista in cui, Patrizio Rispo, ci racconta molto di sé. D: Patrizio tu hai recitato con Massimo Troisi nel film “Ricomincio da tre”. Ci piacerebbe se tu potessi raccontarci qualche retroscena, qualche aneddoto che ricordi di quel periodo. R: Si. C’è qualcosa che posso dirvi. Abbiamo iniziato a girare il film un anno prima del terremoto e abbiamo avuto tantissime difficoltà perché Massimo parlava il dialetto stretto e i produttori avevano moltissimi dubbi sulla lingua napoletana. Si capirà o no si capirà? Per questo la sceneggiatura veniva riscritta continuamente. Alla fine i produttori diedero a Massimo moltissimi monologhi perché compresero la sua grandezza e tagliarono una serie di scene in cui c’erano anche molti altri attori che erano presenti in locandina ma, che nel film di fatto non c’erano più. In più, per tutti questi cambiamenti, metà film fu girato prima del terremoto e metà dopo, per cui la scena a cui prendo parte è stata girata sotto ad un palazzo in cui non c’erano i pali di sostegno che poi invece si vedono adesso a montaggio finito. E queste sono cose che pochi sanno. D: Patrizio, io ho visto un video in cui se non sbaglio, tu eri dietro la batteria, ma di te musicista non si sa quasi nulla. E’ stata solo una passione momentanea?

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R: Io ho avuto un dramma perché nascevo musicista e sono poi arrivato a fare l’attore per salvare una schizofrenia di carattere che avevo dentro. Purtroppo però in classe con me avevo dei grandissimi musicisti, c’erano Enzo Avitabile, i No Press, Tullio De Piscopo e poi eravamo pieni di percussionisti e batteristi per cui mi continuavano a dire impara la tromba, impara la tromba, io la comprai pure ma era molto più difficile così smisi e cominciai a fare l’attore. D: Quindi possiamo dire che hai respirato arte sin dal liceo. R: No, in verità io sento di dire che sono un attore, non faccio l’attore. Già da bambino ero così, tu mettimi in un posto dammi un costume e io mi trasformo in un altro personaggio. Ancora oggi se vado al cinema e vedo Zorro, esco e fingo di tirare di scherma, ti inseguo a cavallo e poi non mi fermo mai. Mi trasformo di continuo. Sto con te che fai radio e voglio farla anche io, sto con te che suoni e voglio suonare, sto con te che dipingi e voglio dipingere. D: Approfitto proprio di questa tua ultima affermazione per dirti che la nostra rivista tratta proprio di arte, scultura, fotografia, oltre che di teatro e musica. Tu che rapporto hai con l’arte in genere?


R: Io ho fatto di tutto, ho dipinto, fatto foto, ho scolpito. Perché gioco con l’arte in ogni sua forma e mi diverte farlo. D: Immagino che ti abbiano chiesto già quanto c’è di Raffaele in Patrizio e quanto di Patrizio in Raffaele. R: Beh, io cerco di non ripropormi. Chiaramente sono sedici anni che sono Raffaele, cerco di non annoiarmi e non annoiare il pubblico e colgo l’occasione che mi da questo ruolo di cambiare. Però in sedici anni definisci un carattere, ricco come il mio però è comunque una vita parallela e alla fine quindi ci scambiamo. Io sono diventato Raffaele e Raffaele è diventato un po’ me. D: Non temi dunque di portare Raffaele in tutte le commedie e gli spettacoli che fai? R: No, questo proprio no. Perché vedi, io sono un po’ schizofrenico in questo, cambio anche la voce dei personaggi, mi immedesimo nel ruolo o meglio mi lascio trasportare e viene fuori sempre qualcosa di diverso, di nuovo. D: Sappiamo che hai lavorato con Biagio Izzo e Mimmo Esposito e con loro hai creato un sodalizio artistico durato cinque anni, sappiamo che hai scritto quattro commedie, che sei autore di programmi televisivi e adesso? Che programmi hai? R: Io sono molto più gratificato dal mio impegno civile, dalla beneficenza, dalle missioni, che non dal mio ambiente, perché ora dopo quasi quarant’anni di carriera è ancora la stessa lotta, devi sempre difenderti dai continui attacchi alla tua dignità per cui sono un po’ stanco e finito un “Posto al sole” chissà, potrei diventare pittore, non nel senso artistico del termine, intendo più l’imbianchino. D: Approfitto allora per toccare un argomento delicato. Patrizio tu sei sempre in prima linea nelle battaglie quotidiane che riguardano il sociale, mettendo a disposizione il tuo personale impegno e la tua immagine pubblica. Sei ambasciatore per CBM Italia e con Ylenia Lazzarin sei stato in Kenya per portare la tua testimonianza di una drammatica realtà su cui troppo spesso si tace. Cosa senti di raccontare ai nostri lettori di questa tua esperienza? R: Sono stato si in Kenya e ai confini della Somalia, dove c’è l’emergenza fame, quella vera e lì ho visto la dignità umana. Persone che arrivavano da 40 km di distanza con anziani in carrozzella, bambini piccoli ma restavano lì ad aspettare. Nessuno di loro si è avvicinato pur potendo vedere che io avevo buste ricolme di olio, cereali, vari generi alimentari, sono rimasti immobili ad attendere di essere chiamati per ricevere il proprio

in foto Valertia ferronetti e Patrizio Rispo

sacchetto. Eppure il loro digiuno non era certo di un giorno o poco più. Si trattava di mesi interi di fame vera e questo ti fa capire il contatto con una civiltà che esiste ancora nonostante le difficoltà in cui vive. D: Sei anche stato il primo rappresentante del mondo dello spettacolo ad appoggiare pubblicamente il Movimento 5 Stelle a Napoli. Apriamo insolitamente una parentesi politica nelle nostre pagine e ti chiediamo di esprimere un parere sulla riforma del mondo del lavoro, più precisamente sui cambiamenti che s’intende apportare all’articolo 18. R: Secondo me ci stiamo un po’ arenando su questo articolo 18 e si sta dando un’importanza maggiore di quella che si dovrebbe. Perché a ben vedere sono minime le differenze che ci sono e credo che i media stiano veicolando l’attenzione degli italiani su questo argomento allo scopo di distoglierla da un momento politico ed economico molto particolare che l’Italia sta vivendo. D: Bene Patrizio, noi siamo stati molto felici del tempo che ci hai concesso e della disponibilità e simpatia con la quale hai risposto ad ogni nostra domanda. Cosa altro aggiungere se non un grazie di cuore da parte nostra e dei nostri lettori. R: Grazie a voi e, ricordate, la bellezza è ovunque ci sia spontaneità e sincerità. Cavalcate i vostri difetti perché questo vi rende unici.

Valeria Ferronetti

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Letteratura

L’ARTE DELLE PAROLE ANTONIO TABUCCHI

Se di tutto resta un poco, perché mai non dovrebbe restare un po’ di me? Rubrica a cura di Carmine T.A. Verazzo

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’Arte cos’altro è se non un inno alla libertà? Libertà intesa come massima accezione del termine. Libertà di espressione e di pensiero. Una rivista come la nostra, che parla d’Arte, e che crede profondamente nel suo profondo messaggio di Libertà, non può esimersi dal porgere il suo ultimo saluto a chi ha fatto dell’uso della sua penna il più grande grido di libertà. Lo scrittore Antonio Tabucchi si è spento lo scorso 25 marzo a Lisbona, in seguito ad una lunga malattia contro la quale si è battuto strenuamente fino alla fine. Nato a Pisa nel 1943, legato da un amore viscerale al Portogallo, è stato tra i maggiori conoscitori e divulgatori dell’opera di Fernando Pessoa, e docente di letteratura portoghese all’Università di Siena e autore di molti volumi: dai romanzi “Piazza d’Italia” e “Notturno indiano”, alle raccolte di racconti “Il gioco del rovescio” e “Piccoli equivoci senza importanza”, e ancora ai romanzi “Requiem”, “Sostiene Pereira”, “La testa perduta di Damasceno Monteiro”, “Si sta facendo sempre più tardi”. Inoltre, “Autobiografie altrui. Poetiche a posteriori”, “L’oca al passo”, “Il tempo invecchia in fretta”, “Racconti con figure”, il suo ultimo lavoro letterario. Personaggio molto complesso, Tabucchi è stato anche un fiero polemista, sempre pronto a bacchettare quella parte di politica che, a suo modo di vedere, non rappresentasse in maniera equa e decorosa i popoli da cui, spesso con l’inganno, si lascia eleggere. In nome di questa libertà si è consegnato ad una sorta di esilio autoimpostosi. Per ricordare la vita straordinaria di Antonio Tabucchi non basterebbe lo spazio di un’intera rivista, anzi, non basterebbero tutti i numeri, per ricordare i suoi pensieri, i riconoscimenti, gli accadimenti quotidiani. Perciò pensiamo che sia giusto lasciare i lettori con una sintesi perfetta che lo scrittore ci ha lasciato attraverso alcuni versi di un poeta da lui amatissimo, da lui tradotto e fatto conoscere alla critica italiana. Versi in cui siamo certi lui si rispecchi. Da “Residuo” di Carlos Drummond de Andrade:

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Di tutto è rimasto un poco, Della mia paura. Del tuo ribrezzo. Dei gridi blesi. Della rosa è rimasto un poco. È rimasto un poco di luce captata nel cappello. Negli occhi del ruffiano è restata un po’ di tenerezza (molto poco) Poco è rimasto di questa polvere che ti coprì le scarpe bianche. Pochi panni sono rimasti, pochi veli rotti, poco, poco, molto poco. Del ponte bombardato, delle due foglie d’erba, del pacchetto - vuoto – di sigarette, è rimasto un poco Che di ogni cosa resta un poco. È rimasto un po’ del tuo mento nel mento di tua figlia. Del tuo ruvido silenzio un poco è rimasto, un poco sui muri infastiditi, nelle foglie, mute, che salgono. È rimasto un po’ di tutto nel piattino di porcellana, drago rotto, fiore bianco, di rughe sulla tua fronte, ritratto. Se di tutto resta un poco, perché mai non dovrebbe restare un po’ di me?


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Cinema

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George Clooney in Paradiso amaro a cura di Elena Pianese

att King,discendente da una ricca famiglia hawaiiana è chiamato d’urgenza in ospedale , sua moglie è entrata in coma in seguito ad un incidente nautico . Dopo una prima parte in cui Matt per la prima volta è costretto a prendersi cura delle sue figlie e della sua casa, scoprendo di essere assolutamente impreparato a farlo , la situazione precipita con la morte di Elizabeth . Matt dà inizio ai preparativi del funerale e nel corso di una lite con sua figlia adolescente ribelle e indipendente ,scoprirà di aver perso sua moglie molto tempo prima della sua morte . Ha inizio cosi una ricerca nella vita perduta di Elizabeth che vedrà per la prima volta uniti Matt e le sue figlie, durante la quale riscoprirà il suo ruolo di padre e l’amore per la sua famiglia. In paradiso amaro vediamo un insolito George Clooney alle prese con i problemi quotidiani ,nelle vesti di padre assente ma affettuoso e protettivo e di marito fedele ma distante . Dietro i paesaggi paradisiaci e hollywoodiani delle Hawaii, come preannunciato dall’ossimoro presente nel titolo, si cela un dramma terribile . Il grande messaggio che lancia è che dobbiamo vivere ogni giorno della nostra vita come se fosse l’ultimo perché non possiamo mai sapere quando questo arriverà , impiegando ogni momento nel miglior modo possibile ,e dedicando più tempo a ciò che realmente conta in particolare alle persone che amiamo ;perche l’amore è la sola cosa che vive in eterno superando le barriere del tempo .Il contenuto di fondo è drammatico ma il film riesce ad ironizzare anche sugli argomenti più spinosi ; sui volti dei personaggi è sempre impresso un sarcastico sorriso amaro sulle labbra a commentare le brutture dell’esistenza . E eccessivo il modo in cui si ironizzi su alcuni aspetti come sui discorsi senza risposta rivolte alla protagonista femminile in coma e sulle grottesche o finte manifestazioni di dolore dettate dall’occasione ; si basa essenzialmente sui dialoghi che mettono a nudo le mille sfaccettature della personalità umana ma che possono risultare noiosi . I presupposti per il classico” bel” film definito tale perche tragico ci sono ma forse la riuscita ha deluso le eccessive ambizioni ; si è cercato di esprimere nel film la totalità della vita di un uomo dal suo passato errato costellato da rimpianti fino al suo presente catastrofico, preannunciando l’inizio di un futuro totalmente differente e ricco di promesse . Clooney all’inizio presentato come abile affarista e avvocato super impegnato al punto di non sapere nulla delle sue figlie , alla fine lo ritroviamo seduto comodamente su un divano affiancato dalle sue figlie intento a guardare la tv e mangiare gelato. Può essere inteso come un film di formazione ,di un singolo uomo attraverso l’esperienza atroce della morte , perche ogni fine è anche l’inizio di un qualcos’altro e da qualcosa di negativo paradossalmente può nascere anche qualcosa di positivo . Il film ci ricorda che a differenza dell’immagine stereotipata delle Hawaii come luogo di divertimento ed evasione ,al di là delle immense spiagge e del caldo soffocante di cui viene data ampia rappresentazione anche attraverso il vestiario , è un luogo come tanti altri ; le stesse persone che indossano perennemente pantaloncini corti ,colorate camicie floreali e sandali ai piedi vivono gli stessi identici problemi della popolazione del resto del mondo

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Arte GIORGIO CELIBERTI: I SUONI NELLA SCULTURA

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iorgio Celiberti, nasce nel 1929 ad Udine, fin da bambino, si mostra interessato alle possibili forme di comunicazione dell’arte contemporanea, nipote del pittore Angelotto Modotto, studia al Liceo Artistico di Venezia, periodo nel quale entrerà in stretto contatto, tra i tanti, con Emilio Vedova e Tancredi. Verso la fine degli anni ’50, compie una serie di importanti viaggi, che si riveleranno significativi per per la sua formazione, a Parigi, Bruxells, Londra, Stati Uniti, Messico, Cuba e Venezuela. Partecipa alle più importanti manifestazioni d’arte contemporanea in Italia e all’estero: Biennale di Venezia (1948 , 1950, 1952, 1954, 2011), Quadriennale di Roma (1951, 1955, 1959,1965). Negli anni ’60, trovandosi a Roma, partecipa alla vita e al climax culturale scaturito dal Neorealismo, conosce Cagli, Capigrossi, Rotella, De Chirico, Gutttuso, etc. Nel 1991 esegue due importanti lavori: il Mosaico dell’Amicizia nell’Università di Lubiana e l’affresco di oltre 500 mq sulla grande volta dell’Hotel Kawakyu in Giappone; nel 1995, espone alla Fondazione Cini di Venezia. Nel 2009 grandi mostre: al Museo Ebraico di Venezia, a Roma, all’Abbazia di Rosazzo e a Monaco di Baviera, e attualmente in corso una mostra a Casa dei Carraresi (TV) dal titolo Giorgio Celiberti “affreschi rivelati”, curata da Maurizio Pradella. Sempre negli anni ’90, la scultura celibertiana, si traforma in funzione, oggetti privi di eccesi decorativi, sempre più utili a vivere e rapportarsi con l’ambiente, per MIDJ creerà dei “purissimi oggetti di design” che verranno presentati nel 2011, presso la Galleria Il Ponte di Pieve di Cento (BO). E ancora il fantastico e semplice mondo animale ed emotivo, si insersce in pittura e in scultura, rispolverando, tracce dell’uomo, orme dell’umanità, quasi trasemsse da una fabula narrata da, Omero, Esopo o dai Fratelli Grimm. Le sue opere, con significati multipli, ogni volta si rivolgono, ad un’individuo (fruitore) differente, utilizzando l’espediente della “soggettiva cinematografica”. Quindi, risposte enigmatiche ed imprevedibili si nascondono dietro i suoi poliedrici lavori, qualunque essi siano: affreschi, stele, finestre, vetrosculture, oggetti di design e arredamento. I materiali, o meglio i media, cambiano, incondizionati, dall’esigenza del periodo o contesto storico nel quale opera; per la scultura impiega principalmente: cemento, marmo, alluminio, bronzo, poliuretano, ottone. La traccia “arcaica” e “archeologica”, si dissolve, nei lavori proposti dal 2000 ad oggi, dove entra, sempre più insistentemente, il Celiberti heartico e cibernetico, proponendo quasi un’automatismo sociale, dove “la struttura”, di qualsiasi oggetto, si rende, in prospettiva al futuro prossimo, precaria ed instabile , un atomo generativo per la sussistenza della “sovrastruttura dell’universo”. Nei “parallelepipedi del colore”, si osservano lunghe colonne, nelle quali, le tinte cromatiche ed i tratti “di scrittura cromatica bi-direzionale”, si muovono lente, riflettendosi, come una grafia speculare di tipo leonardiana con la combinazione del writing cosmopolita. Le colonne parallelepipedi, si confrontano con le colonne dell’antichità classica, uscendo dalla costruzione dorica, ionica e corinzia, mostrandosi, per l’appunto, colorate, quasi volendo ricordare a Johann Joachim Winckelmann (1717-1768), che la scultura dell’anichità classica, fosse in realtà colorata.

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Giorgio Celiberti, Colonne parallelepipedi, tecnica mista, Casa dei Carraresi, Treviso, mostra personale “Affreschi rivelati”, marzo 2012.

E quindi “colorare” per non dimenticare, per non trinciare emozioni, così il Celiberti pittore, per mezzo del colore, crea sculture e microsculture, dando vitalità e luce ad inediti stiacciati contemporanei. Non è più il Donatello del Rinascimento a creare un equilibrio della proporzione, non è più il disordine inquietante dell’informale proprio degli anni ’50 a volersi sentire, Celiberti genera un ordine-dinamico, dove la scultura, da manifesto sociale del passato e quasi sempre autoreferenziale, adesso, diviene polireferenziale, così come le parti (i punti di vista) che caratterizzano qualsiasi coordinata nelle opere ed elementi di soggetto che vengono analizzate mentalmente, prima di essere rappresentate rielaborate. Una lunga ed interminabile maratona nel tempo, una selezione netta di ricordi, che vengono evidenziati in “frame”, dove la decostruzione delle parti, porta ad una “rimodulazione della mente”, dove la “sinapsi” tende a poartare ad uno sviluppo dei “neuroni”, suggerendo combinazioni grammaticali proprie delle note musicali-descrittive.

Giorgio Celiberti, nel suo studio-laboratorio in Via Fabio di Maniago a Udine, mentre mostra uno dei suoi lavori. Gennaio 2012.


Muisica silenziosa, fatta da i rumori della quotidianeità, così come assoli astratti, infatti, sembrano essere i colori che Celiberti giustappone, in partiture, suddivisioni di superfici, dove la costruzione cubica porta ad una attenta analisi degli spazi, non volutamente sempre euritmici ed armonici, dove con cautela e coraggio, innesca elementi diacronici e disarmonici: virtuali e reali. Le colonne celibertiane, così come le sue “Stele” e “Finestre”, si muovono tra la gente, e per loro, devono essere “spontanee”, spoglie da qualsivoglia elemento decorativo, eccessivo ed esuberante, proprio di quegli artisti, che operando negli anni ’60, ne avevano trovato un alibi nel concettualismo kosuthiano. Parole, Colori e Segni, nella loro semplicità, nelle opere di Celiberti, vengono presentati, per creare un “dialogo sul quotidiano” per riscoprirne un discorso filologico che possa condurre o trasportare qualsiasi fruitore a comprendere l’evolution dell’instabilità e precarietà del genere umano, per mezzo della semplificazione della riduzione della forma geometrica che adotta l’artista e che presento nel piccolo schema: Esempio di sviluppo verticale nella materia scultorea. Supporti materici solidi Musicalità diacronica

Parallelepipedi

Cilindri

Finestre

Croci

Musica silenziosa il suo braille, che per l’appunto: “grida”, “urla”, “soffre” , “giosce” ,“piange”, che si propone di prelevare, con una forte e personalissima sintesi tecnica da parte dell’artista, i “comportamenti emotivi ed esclamativi delle persone” . Una tecnica, la sua, che sembra, ben volentieri, riallacciarsi al concetto di noise music e all’Intonarumori , proposti, entrambi, in ambito musicale, dal pittore e compositore Luigi Russolo (1885-1947). La sua scultura detiene una musicalità tribale, che di continuo si interroga sulle fenomologie delle culture, sulle differenze che caratterizzano le comunità glocali e globali. Soglia valicabibe, quella della scultura celibertiana, che apre una analisi profonda ed intimista del “segno comunicativo” pre e post generazionale. Il suo segno, a mio avviso, supera l’onda generazionale novecentista, licatiana, vianiana, martiniana, per giungere, finalmente, ad una scultura “graffitiana” non puramente, solcata ed incisa, come tanti hanno avuto modo di dire, ma a “schiocco di frusta”. Ma quanto siamo vulnerabili? Quanto siamo tristemente soli? Quanta paura abbiamo di guardare dentro noi stessi? Ecco, quindi, che l’instabilità, appare, opportunamente, come la causa pepetrata dalla società da contrastare, quella realityzzata, commercializzata e venduta, coniando, Celiberti, per l’appunto, un proprio codice, in grado di dare una risposta, ai fabbisogni sociali di questa nuova era, definibile “post-contemporanea”. E’ in programma una importante retrospettiva sulla scultura celibertiana, che si svolgerà il 12 maggio 2012, ad Udine, in uno dei due storici edifici, di cui la scelta è in fase di definizione, tra la Chiesa di Sant’Antonio Abate e la Chiesa di San Francesco. L’evento, patrocinato dalla Provincia di Udine, curato dal Prof. Giuseppe Bergamini, sarà un’occasione imperdibile per conoscere e ammirare in modo “analitico” la scultura del maestro in particolare le “stele” e le “vetrosculture”.

Gabriele Romeo Storico e Critico d’Arte

Installazione di Croci in alluminio, nello studio di Giorgio Celiberti in Via Fabio Maniago a Udine, Marzo 2012.

Giorgio Celiberti e Gabriele Romeo, nello Studio di Via Fabio di Maniago – Udine

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SPECIALI MUSEI D’ITALIA. Riapertura in grande stile per il Museo Campano di Capua. A cura di Carmine T.A. Verazzo

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l 28 marzo 2012 è una data che resterà impressa nella memoria di quanti credono che sulla cultura debbano poggiare le fondamenta delle grandi civiltà. Data che ha sancito di fatto la riapertura di una delle perle di civiltà e cultura in Europa: il Museo Campano di Capua. Dopo un restauro durato circa due anni e con un investimento di cinque milioni di euro, ed in seguito alle preoccupate segnalazioni del Touring Club Italiano, il quale mesi fa, con una lettera aperta pubblicata sulle principali testate giornalistiche, aveva sollevato la questione Museo Campano: il Museo era chiuso da troppo tempo, e nonostante i lavori fossero terminati, non si era ancora a conoscenza di una data di riapertura. Il Console del Tci Annamaria Troili si era battuta in prima persona perché il Museo di Capua fosse riaperto, mettendo con le spalle al muro l’Amministrazione Regionale, ed ora finalmente il risultato è stato raggiunto. Al taglio del nastro ha partecipato il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano il quale, in occasione della sua visita a Caserta, ha chiesto di poter far tappa anche a Capua. Palazzo Antignano, l’edificio nobiliare risalente probabilmente al IX secolo che dal 31 maggio 1874 ospita il Museo, ha subito interventi strutturali, nuovi impianti, nuove coperture, l’abbattimento delle barriere architettoniche e il ripristino dei giardini per un maquillage che si completa anche con una nuova riorganizzazione delle collezioni. Il Museo provinciale Campano dispone di diverse sezioni: una archeologica, la più vasta delle zone museali, dove è possibile ammirare le Matres matutae realizzate in tufo, rappresentano un voto fatto dalle madri. ma anche alcuni reperti unici come il lapidario di Theodor Momsen, una collezione di vasi greci ed italioti, i sarcofagi figurativi, terrecotte votive; una sezione medievale, dove è possibile ammirare la Sala Federiciana, con testimonianze dell’Arco Federiciano voluto da Federico II presso il ponte sul Volturno; una sezione dedicata alla pinacoteca, in cui sono inseriti i pregevoli dipinti di autore ignoto Santa Lucia e Santa Caterina d’Alessandria; un’area dedicata alla biblioteca, con oltre 70.000 volumi. Innovativa l’idea di creare visite interattive, adeguando gli standard del Museo ai tempi moderni, offrendo (attraverso canali come Facebook o Twitter) a tutti, da ogni angolo del globo, la possibilità di accedere a tutti gli

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ambienti, preparando i potenziali turisti a future visite dal vivo. L’auspicio della direttrice Maria Luisa Nava è che il rinnovato Museo faccia registrare una intensa fruizione da parte dei turisti attraverso un circuito che leghi il Museo alla Reggia di Caserta, distante solo 15 km da Capua. Oggi infatti la maggior parte dei visitatori della Reggia riparte ignara dell’esistenza del Museo, perdendo una grande occasione per conoscere la storia di questo territorio.

Statua di Federico II in maestà, mutila e acefala


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Mostre Al Complesso del Vittoriano, in mostra, Salvador Dalì: un uomo , un genio. “Ogni mattina mi sveglio e, guardandomi allo specchio, provo sempre lo stesso piacere: quello di essere Salvador Dalì”

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uando mi hanno informato che al museo Vittoriano di Roma era in mostra Salvador Dalì ho detto a me stessa che non potevo assolutamente farmi scappare l’occasione di ammirare da vicino i suoi capolavori. Così il giorno stesso dell’inaugurazione, il 9 marzo, ho preso il primo treno che da Napoli portava a Roma. Per me, che sono un’amante del suo celebre genio d’ artista, l’aspettativa di ciò che stavo per visitare era davvero altissima. In verità avevo il terrore di ritrovarmi alla solita esposizione in cui vengono riproposte in maniera fredda e distaccata le opere maggiori, con un accenno alla data e al titolo ma, dimenticavo un piccolo particolare. Salvador Dalì è stato un artista eccentrico, affascinante e suggestivo e con mio immenso stupore, la retrospettiva a lui dedicata ne mette in risalto ogni piccolo particolare. Già all’ingresso si è accolti da una gigantografia del suo volto, forse uno dei suoi ritratti fotografici più famosi, che potrebbe essere considerato come una sorta di benvenuto personale, un modo per ricordarci che anche se il suo corpo non è più in vita, il suo spirito continua a vivere attraverso i suoi lavori e il ricordo della sua eccentrica esistenza. Continuando il percorso ed entrando quindi, nel vivo della mostra, si è accolti da un filmato che racconta in sintesi la vita di Dalì, dai primi passi nel mondo dell’arte, al suo incontro con Gala, la sua donna, amante, moglie e musa ispiratrice, fino al giorno della sua morte. L’esposizione è dinamica con qualche piccolo colpo di scena che non voglio svelare a quanti non hanno ancora visto la mostra. Vi basti pensare che, coloro che consideravano Salvador Dalì solo come il pittore degli orologi molli, scopriranno un uomo che ha fatto della sua vita un’opera d’arte. Il suo mondo è stato sempre ricco d’immaginazione e forse, se vogliamo, la superbia con la quale ha affrontato le varie fasi della sua crescita artistica potrebbe anche irritare qualcuno ma, di fatto è innegabile la mentalità geniale che c’è dietro ad ogni suo dipinto, dietro ad ogni scultura e filmato che ha realizzato. C’è da dire inoltre, che questa retrospettiva tende anche a sottolineare il rapporto tra Salvador Dalì e l’Italia, svelando incontri celebri e importantissime collaborazioni con personaggi del calibro di Visconti, il cui rapporto ci viene presentato attraverso foto d’epoca, documenti vari e gli originali di alcune lettere che i due si sono scambiati. Importante fu anche l’incontro con Anna Magnani e poi quello con Federico Fellini a cui, Gala propone di

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realizzare un film su Dalì. La mostra è dunque ricchissima di particolari, con interessanti confronti tra le opere dell’artista e le sculture del passato, passando per gli incredibili primi piani che ha concesso all’obbiettivo del grande fotografo russo-americano Philippe Halsman, e per i disegni preparatori realizzati per il film della Walt Disney “Destino”, cortometraggio che vedrà la luce solo molti anni dopo la sua effettiva realizzazione e che viene proiettato proprio alla fine del percorso espositivo. E così che termina la mostra ed è con gli occhi ricolmi delle immagini spettacolari, poetiche e romantiche di questo cortometraggio e con l’animo arricchito da questo fantastico viaggio nel mondo eccentrico del grande artista, che il visitatore lascia il Vittoriano. Personalmente, ad accogliermi all’uscita c’era un bellissimo sole, un’aria nuova, che sapeva di primavera e forse, sarà stata la magia dell’artista, la bellezza della vita che ha vissuto, l’originalità con la quale lo ha fatto, ma io sono stata contagiata da questa sua grandezza interiore tanto che ogni mattina, da quel momento in poi, guardandomi allo specchio provo anche io la splendida sensazione di essere me stessa. Valeria Ferronetti

Salvador Dalì
 09 marzo 2012 - 01 Luglio 2012
 Complesso del Vittoriano, ROMA
 ORARIO
 Aperto tutti i giorni
 Lunedì-Giovedì: 9.30-18.30;
 Venerdì Sabato 9.30-22.30;
 Domenica 9.30-19.30


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Letteratura

PROSEGUE IL VIAGGIO NEL ROMANZO D’APPENDICE CON IL CONTINUO DELLA STORIA CHE HA AVUTO INIZIO NEI NUMERI PRECEDENTI DELLA NOSTRA RIVISTA

L’URLO DEL MARE di Carmine T.A. Verazzo Sembrava quasi che il Re avesse fatto ritorno. E pensare che il giorCapitolo ottavo Mare. Eterno mare. Enorme spazio vuoto ricolmo di sale. Ciclo- no in cui era partito quasi nessuno sembrava averlo notato. Era solo pica colonna che sostiene il cielo e che non lo lascia mai cadere. il figlio della Elsa che partiva in cerca di fortuna. Un altro emigranMare dipinto sulle pareti del mondo. Mare che mi hai portato via te. Ma poi il denaro ed il successo conferiscono potere e fama, ed un amico ed io resto ancora qui ad aspettarlo. Mare che la notte anche un perfetto Signor Nessuno può incutere timore ai popolani, mi assomigli così dannatamente tanto, e non fai che parlare fino sempre così umili e modesti, tutti così facilmente impressionabili. alla fine dei giorni. Mare da amare e da odiare. Tu che m’incanti Chissà perché vi sia questo ancestrale timore reverenziale dinanzi con mille sirene dai capelli d’oro e d’argento, che sul calar della ad una cosa volgare e materiale come i quattrini. La testa ora gli sera mi chiamano da qualche scoglio lontano, ed io nell’attesa, girava, davanti a quel mare che pareva lamentarsi, con le sue onde immobile, offro il mio sguardo all’orizzonte, e mi perdo nell’atti- irregolari le nuvole che attraversavano veloci quel frammento di mo rimasto sospeso. Erano queste le parole che Vito, in una lon- luna, e per un attimo ingurgitavano tutta la luce, lasciando l’uomo tanissima notte di plenilunio, in compagnia di una delle sue prime al buio, vittima di una tenebra infinita. Tra le migliaia di cose che sbronze giovanili, aveva scritto su un logoro foglio e poi rinchiuse si erano raccontati, c’era stato qualcosa che aveva lasciato di sasso nella stessa bottiglia in cui aveva annegato i suoi dispiaceri, affi- Vito, il quale stava cercando di realizzare se davvero l’amico avesdata poi alle onde del mare. Era stata la prima ed unica volta che se pronunciato quelle parole. Quasi sperava nell’ennesimo schernella sua vita, i pensieri avevano preso forma su un pezzo di carta. zo della sua mente. Ma purtroppo le cose stavano diversamente. Totalmente distrutto, aveva impiegato molto tempo per metaboliz- Giorgio aveva realmente proferito quelle parole. Vito aveva molto zare l’assenza dell’amico. Ed ora era tornato. Nuovamente lì, in innocentemente introdotto la questione “Ma la sorpresa di cui mi piedi davanti a lui. Ma quello non era più il suo amico, solo che parlavi?” “Ah è vero. Quasi me dimenticavo! Tieniti forte, perché Vito questo ancora non lo sapeva. E fu così dunque che Giorgio gli è una vera bomba!” l’amico gli aveva risposto con tutta l’enfasi porse con estrema sfrontatezza un largo sorriso ammaliatore che in di cui disponeva il suo animo inaridito, e già pregustava la faccia realtà non era altro che una mezzaluna di fango e menzogna: i suoi dell’amico quando avesse scoperto ciò che lui covava dentro. “Ho denti ingialliti dal tabacco masticato per anni ed il fumo del suo comprato l’intera area del porto. È tutta roba mia adesso. Ed ho sigaro puzzavano di marcio. Gli tese una mano sudaticcia e viscida intenzione di cambiare tutto. A partire dall’attività di pesca. Come mentre nel suo cuore indurito straripava un fiume di rancore mai ben sai qui è sempre stato fatto tutto ai limiti della legge. Paese picsopito. “Carissimo! Da quanto tempo…” “Beh, a dire il vero, in colo, girano pochi soldi, e nessuno è mai venuto a rompere le poche pratica io non mi sono mai allontanato davvero dal paese, tu piut- uova nel paniere. Ma io ho un grandioso progetto per rilanciare tosto…” “Eh, lo so, hai ragione, sono io ad essere sparito, partito questa zona. La pesca è superata. Questo mare è sterile come una per lidi lontanissimi…oh però, sai, questi lunghi anni di esilio in vecchia raggrinzita. L’edilizia è l’affare del futuro. Costruirò case, giro per il mondo che mi sono volutamente imposto, alla fine mi ville, palazzi in ogni dove.” Vito raggelò, lui che come il resto degli hanno portato fortuna. Una fortuna inestimabile. In tutta modestia, abitanti del paese non riusciva ad immaginare una vita che andasse ho tirato su il mio piccolo impero. Ho perduto il conto delle mie oltre, lui che era nato pescatore e come tale ambiva a finire i suoi ricchezze.” Vito aveva sempre seguito, seppur da molto lontano, giorni, vide questa prospettiva come un presagio nefasto. E allora, le imprese dell’amico, e ne era sempre andato fiero, nutrendo per confuso, cercò di farfugliare qualche parola, la prima cosa che gli lui una sincera felicità libera da invidie o gelosie. Nella semplici- venisse in mente per tentare di dissuadere l’amico dai suoi assurdi tà assoluta della sua anima trasparente, era felice per Giorgio allo intenti “Ma come farai? Io non credo che si possa fare ciò che dici stesso modo in cui una madre può gioire dei successi di un figlio. tu. Insomma, si tratta di un porto, mica puoi buttare giù tutto…” “Perché non ceniamo insieme stasera? Si va dalla Susy. Sapessi “Abbi fede amico mio! Un uomo non raggiunge gli obiettivi che quante ho da raccontartene! E anche tu, conoscendoti, ne avrai pas- ho raggiunto io senza le giuste amicizie. Ho gli agganci adatti in sate di cotte e di crude.” “In realtà non è che abbia avuto la tua vita politica per ottenere tutte le concessioni edilizie che voglio. Potrei movimentata. La vita in Paese è sempre quella. E poi so qualcosa di anche togliere il tappo al mare e prosciugarlo, se solo mi venisse ciò che hai fatto in questi lunghi anni. Nel bene o male, qui in paese il ghiribizzo, con la compiacenza di tutti i miei amici”. Fu vederlo sono sempre arrivate notizie su quanto ti accadeva. Sai com’è tua ridere di gusto, attorniato dalla nube pestilenziale del suo sigaro, madre, sapeva che mi interessava l’argomento, mi teneva sempre che fece morire qualcosa dentro di lui. Vito era annichilito. L’amiaggiornato sulla tua vita.” “E questa sera avrai l’originale tutto per co che era partito tanti anni prima, in realtà non aveva mai fatto te. Sorbirai le notizie direttamente dalla fonte. Tra l’altro devo ri- ritorno. Giorgio era un’altra persona, ed era lì per sconvolgere la velarti un grande segreto.wIl vero motivo per cui sono qui. Vedrai sua esistenza e quella dell’intero paese. E suppur non comprendendone il motivo, capì che quella era la sua vendetta. Lui odiava a tal che sorpresa.” punto il paese, da volerlo radere al suolo. Con tutti i suoi abitanti dentro. Compreso lui, l’amico che tanto aveva pianto la sua partenCapitolo nono Ancora una notte trascorsa davanti al mare. La testa gli girava vor- za, e che ogni notte scrutava l’orizzonte, immaginando di sentire la ticosamente per gli effetti dell’alcool. Quanto avevano bevuto lui sua voce giungere da chissà dove. Le prime gocce che rigarono il e Giorgio. Non faceva in tempo a vuotare il calice che il suo amico viso dell’uomo non furono di pioggia, erano le sue lacrime roventi, era già lì pronto a riempirglielo nuovamente. E giù con un altro erano la rabbia e la disperazione che da troppo tempo gli covavabrindisi. Ne avranno fatto a centinaia. Avevano brindato perfino no dentro, e che ora esplodevano in un pianto liberatorio. L’uomo al culo cadente della Susy. Ovviamente prima avevano brindato pianse, singhiozzò, urlò contro il cielo che di rimando gli rovesciò al culo da sogno della Susy ai tempi in cui loro avevano ancora addosso le sue, di lacrime. Perché adesso anche il cielo piangeva. poca peluria sul mento. Di cosa non avevano parlato, quella sera, loro due soli, mentre gli avventori andavano e venivano. In molti si avvicinavano al loro tavolo, salutavano Vito come sempre, con una pacca sulla spalla, mentre dinanzi a Giorgio quasi si prostravano.

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Fine del nono capitolo: seguite il prosieguo della storia sul prossimo numero di ExpoArt


Chiuso il Martedi

Aperto a Pranzo

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Letteratura

INCONTRO CON CLAUDIO FAVA.

I DISARMATI: STORIA DELL’ANTIMAFIA. A cura della Redazione

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anche un eccellente sceneggiatore e scrittore. Il padre Giuseppe Fava, fondatore de I Siciliani, venne assassinato dalla mafia il 5 gennaio 1984 a Catania. Fino al 1986 ha continuato l’opera del padre raccogliendo la direzione de I Siciliani. Ha successivamente lavorato per il Corriere della Sera, Il Mattino, L’espresso, l’Europeo, Avvenimenti e la Rai, in Italia e dall’estero. È autore dei saggi: La mafia comanda a Catania 1960/1991 Terra di nessuno. Viaggio attraverso le guerre dimenticate,. Sud. L’Italia dimenticata dagli italiani, Quei bravi ragazzi I disarmati. Storia dell’antimafia.

In foto Carmine Verazzo reporter della ExpoArt e Claudio Fava

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l 15 marzo scorso all’interno della Biblioteca Comunale “M. Braccagni” di Colle Val d’Elsa (SI) promosso dalle Associazioni IL TELAIO ONLUS ed OLIVER TWIST si è tenuto un incontro sul tema “MAFIE E CORRUZIONE POLITICA Il ruolo di contrasto dell’impegno politico e civile”. È intervenuto per l’occasione il noto giornalista Claudio Fava, attualmente Coordinatore Nazionale di Sinistra Ecologia e Libertà. Ecco alcuni estratti della conferenza: “una cosa che abbiamo imparato nel corso degli anni è abituarci, a vivere da una parte la distanza profonda, grave, preoccupante che ha separato la politica istituzionale, attraverso i comportamenti, i gesti, le parole, i silenzi, le reticenze”. “Sulla questione Dell’Utri, nessuno può negare che Marcello Dell’Utri abbia frequentato alcuni capimafia, ed il procuratore generale nella sua requisitoria afferma che questi comportamenti sono abbastanza lontani dalla funzione pubblica che dovrebbe competere ad un parlamentare della Repubblica, eppure questo è un dato che è scomparso dai titoli dei giornali e dalla discussione parlamentare. Ma pur mettendo per assurdo che frequentare un capomafia in certe condizioni non rappresenti un reato in quanto non si è in possesso di nessuna prova che dimostri che tale frequentazione non si sia sviluppata in un favore concreto alle sorti dell’organizzazione mafiosa, per cui verrebbe meno il concorso in associazione mafiosa. Ma da qui a dire che frequentare un capomafia, siccome in quelle forme non si possa definire reato, sia un comportamento da lodare, per cui dobbiamo anche chiedere perdono a Dell’Utri per averlo ingiustamente accusato, e procedere ad un processo di beatificazione in vita mi sembra un eccesso in cui è precipitato larga parte del dibattito politico del Paese”. “In Italia si corrompe trenta volte in più che in Germania. Un Paese come si deve dovrebbe discutere una seria legge contro la corruzione. Per far fronte ad uno spreco di risorse che determina una delle condizioni di povertà del Paese: perché se mettiamo insieme 60 miliardi costo della corruzione con 120 miliardi di costo dell’evasione fiscale tiriamo su una cifra pari a 180 miliardi. L’equivalente di otto finanziarie, e quindi non avremmo avuto bisogno di aumentare l’IVA, non sarebbe stato necessario aumentare le tasse. Ecco come un Paese sano fa fronte alla crisi”. Claudio Fava è un oltre che un uomo politico ed un giornalista,

Con Monica Zappelli e Marco Tullio Giordana ha curato la sceneggiatura de I cento passi che racconta la vita e l’omicidio di Peppino Impastato, vincendo nel 2000 il Premio Osella per la migliore sceneggiatura alla Mostra del Cinema di Venezia e nel 2001 il David di Donatello per la migliore sceneggiatura ed il Nastro d’Argento alla migliore sceneggiatura. Assieme a Domenico Starnone e Stefano Bises, ha curato la sceneggiatura della fiction Il capo dei capi sul boss mafioso Totò Riina, andata in onda nel 2007. Mentre con Monica Zapelli e Giorgio Mariuzzo ha curato la sceneggiatura di Enrico Mattei - L’uomo che guardava al futuro, trasmessa nel 2009. Si ricordano i suoi romanzi Nel nome del padre, Il mio nome è Caino, La notte in cui Victor non cantò.


I SOGNI NON SONO PROMESSE Il pezzo è dedicato al mio amico Pasquale Monaco

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ono l’Artista Carlo Capone ed amo la mia terra,in modo particolare Aversa. Vivo di Arte e rispetto le altrui capacità ed intelligenze. Considero utile, oltre che bello per amore della verità, dire quel che si pensa: qui, in breve a proposito dell’Arte. Fin da ragazzo mi innamorai dei giorni, libero da ogni pregiudizio e incontrai subito la pittura. Trovai, nel silenzio, tutte le risposte che il mio cuore poetico urlava; in seguito ebbi la fortuna di conoscere Pasquale Monaco, anch’egli Artista. Riconobbi subito in Lui l’Artista, non solo il tecnico, lo studioso, il fervido guascone pronto a menar fendenti pur di sostenere, con conoscenza e lucida follia, la questione morale di cui - come Lui dice- l’Arte e responsabile al fine di educare, avendo Essa antiche radici delle quali gli Artisti sono i custodi responsabili. In poco tempo ci accorgemmo come in Aversa fosse possibile e necessario sostenere, per onestà intellettuale che l’Arte al pari di nostro padre e nostra madre, riscalda più del sole i cuori che sono intorpiditi nel rassicurante sonno della negligenza. E proprio parlando in questo modo che l’amico Monaco si rivela e diventa Maestro. Parlando di Lui, spirito piuttosto inquieto, non posso non accennare ad una sua mostra, da poco terminata, presso il Veio Sporting Club di Roma dal titolo “ Strade Complesse” e la sua comparizione in RAI nel programma UNO MATTINA oltre che le sue apparizioni in diverse edizioni di giornali specifici radio-televisivi. Monaco, che è un Artista a livello Nazionale, ha da poco iniziato presso gli studi Ear romani la registrazione di un lungometraggio della sua Vita che la RAI manderà in onda. “ Il nulla genera se stesso - è solito affermare - , bisogna operare e non aspettare che gli altri lo facciano per noi. Il nostro compito è quello di comunicare, precedere ed insegnare in quanto è proprio dell’Arte la principale capacità di educare,comunicando. Non più - afferma ancora_ sonni culturali rassicuranti ci attendono ma giorni vigili ed operosi, attraverso la frequentazione costante, il dialogo e la conoscenza tenendo ben presente che l’arte è un ponte d’oro tra la natura e l’anima umana. Essa invoca e dona tanto Amore per la vita e per la creazione in quanto è di per sé creazione e amore” All’uopo mi sia consentito riportare il pensiero di Friedrich Wilhelm Nietzsche , che calza benissimo sull’argomenwto: “Può darsi che non ci sia stato fino ad oggi nessun mezzo più efficace per abbellire l’uomo in se stesso , se non appunto questa religiosità per mezzo della quale l’uomo può divenire egli stesso Arte superficie gioco di colori, dolcezza di modi al punto che la sua vista non è più insopportabile.

Carlo Capone Presidente ExpoArt in foto Carlo Capone con il Maestro Pasquale Monaco

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