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PREMIO MARINA DI RAVENNA 2008

Rassegna di Pittura

Rassegna di Pittura

EDIZIONI CAPIT RAVENNA

PREMIO MARINA DI RAVENNA 2008

Edizioni Capit Ravenna


Premio Marina di Ravenna 2008 Rassegna di Pittura 52a edizione

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Premio Marina di Ravenna 2008 Rassegna di Pittura Promossa da Capit Ravenna in collaborazione con Museo d’Arte della Città di Ravenna Pro Loco Marina di Ravenna

SPONSOR PRINCIPALE

Patrocini Ministero per i Beni e le Attività Culturali Regione Emilia Romagna Provincia di Ravenna Camera di Commercio di Ravenna Comune di Ravenna Presidenza Nazionale Capit Comitato scientifico Eugenio Carmi Claudio Cerritelli Vita Carlo Fedeli Nicola Micieli Claudio Spadoni Coordinamento Serena Tondini Comitato organizzatore Pericle Stoppa, presidente Gino Babini Franco Bertaccini Marino Moroni Beppe Rossi Marta Saccomandi Giovanni Sarasini Amalia Volanti Con la collaborazione di Marisa Zattini Responsabile amministrativo Faustino Polani Reportage fotografico Luciano Carugo

Recapiti Premio Marina di Ravenna c/o Capit Ravenna Via Gradenigo, 6 48100 Ravenna Tel. 0544 591715 – Fax 0544 598350 e-mail: capitra@libero.it www.capitra.it

Catalogo Grafica e cura editoriale Nicola Micieli Schede biografiche Attilia Tartagni Foto digitali Foto Expert di Riccardo Montanari Impaginazione elettronica Puntopagina Livorno Stampa Tipografia Bandecchi & Vivaldi Pontedera In copertina Eugenio Carmi Il cerchio si interroga, 2007 acrilici e vernice su tela cm 50×50

Partners sostenitori


Comitato d’onore

Giulio Andreotti  Senatore a vita Sandro Bondi  Ministro per i Beni e le Attività Culturali Massimo Rendina  Presidente Nazionale Capit Vasco Errani  Presidente Regione Emilia Romagna Vidmer Mercatali  Senato della Repubblica Italiana Gabriele Albonetti  Parlamento della Repubblica Italiana Giuseppe Verucchi  Arcivescovo Diocesi di Ravenna-Cervia Floriana De Sanctis  Prefetto di Ravenna Giuseppe Gallucci  Questore di Ravenna Francesco Giangrandi  Presidente Provincia di Ravenna Fabrizio Matteucci  Sindaco di Ravenna Gianfranco Bessi  Presidente Camera di Commercio di Ravenna Giovanni Tampieri  Presidente Confindustria Ravenna Giuseppe Parrello  Presidente Autorità Portuale di Ravenna Pier Bruno Caravita  Presidente Seaser - Porto Turistico Marinara Aristide Canosani  Presidente Unicredit Banca Francesco Scardovi  Presidente Banca di Credito Cooperativo Ravennate e Imolese Lanfranco Gualtieri  Presidente Fondazione Cassa di Risparmio di Ravenna Uber Dondini  Presidente Istituzione Museo d’Arte della Città Maria Cristina Mazzavillani Muti  Presidente Ravenna Festival Elsa Signorino  Presidente RavennAntica

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Rassegna di Pittura

Premio Marina di Ravenna 2008

Edizioni Capit Ravenna


Programma

CONVEGNI Park Hotel Marina di Ravenna Giovedì 21 agosto ore 18.00 Premiazioni e inaugurazione della mostra Venerdì 22 agosto ore 18.00 Conversazione sul tema Pittura sincera. Dove va l’arte contemporanea ore 21.00 Conferenza Un poeta da ricordare: Attilio Bertolucci Sabato 23 agosto ore 18.00 Conversazione sul tema Arte e mercato ore 21.00 Concerto in onore degli artisti Omaggio a Rossini MOSTRE 21-24 agosto - Marina di Ravenna - Sala espositiva Park Hotel 29 agosto-28 settembre - Ravenna Loggetta Lombardesca Museo d’Arte della Città

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Presentazione Pericle Stoppa

Il Premio Marina di Ravenna, sorto nel 1955 per volontà dello scultore ravennate Walter Magnavacchi come “Concorso nazionale di pittura estemporanea”, è ormai giunto alla 52a edizione. La formula originaria, che tanto lustro conferì alla manifestazione nei suoi primi decenni di vita, fino a divenire, nel suo genere, l’appuntamento più atteso e partecipato da centinaia e centinaia di pittori, andò poi ad esaurirsi proprio al finire del secolo scorso. Nel difficile percorso intrapreso nel 2003, nel tentativo di rilanciare il “Marina” come evento di spessore culturale, fummo consapevoli che ben poco poteva essere salvato dell’antica esperienza. La trasformazione del concorso in “rassegna a invito” ha segnato l’avvio di un nuovo ciclo, in gran parte da scoprire e da inventare. Anno dopo anno, abbiamo sperimentato e innovato, accettando di buon grado osservazioni e critiche sull’impostazione del Premio e valutando con interesse e disponibilità i suggerimenti per migliorarlo. Così, nel definire il programma e i contenuti della presente edizione, ci siamo affidati soprattutto alle idee e alle proposte che ci ha fornito il maestro Eugenio Carmi, conosciuto lo scorso anno come degnissimo vincitore del Premio alla carriera 2007. Proprio sotto l’impulso di questo “giovane” artista quasi novantenne, il “Marina” è stato ripensato sotto il profilo della qualità artistica e del valore culturale. La selezione degli artisti è stata così affidata a un Comitato scientifico che ha completamente rinnovato la partecipazione al Premio attraverso il coinvolgimento di personalità fra le più affermate e conosciute in campo nazionale e all’estero. Come solitamente avviene, i cambiamenti producono difficoltà e problematiche di vario genere. Questo è accaduto anche a noi nei mesi scorsi, col timore di non riuscire ad espletare i tanti compiti legati all’organizzazione della rassegna che, dopo il tradizionale programma di incontri ed esposizioni presso il Park Hotel di Marina di Ravenna dal 21 al 24 agosto, proseguirà con la mostra delle opere allestita nella prestigiosa sede della Loggetta Lombardesca, Museo d’Arte della Città di Ravenna. Mentre scriviamo queste brevi note introduttive al Premio Marina 2008, ancora tanto resta da fare. Siamo tuttavia convinti di riuscire a presentare un’edizione ricca di contenuti e di stimoli, all’insegna del confronto fra sensibilità e codici espressivi diversi, senza trascurare il dibattito sulle prospettive dell’arte contemporanea. Tutto questo si inserisce nella volontà di valorizzare l’immagine turistica di Marina di Ravenna anche attraverso la promozione di eventi culturali. È nostra ambizione dimostrare come pure un piccolo centro possa divenire punto di riferimento significativo nel panorama artistico del nostro Paese. E per questo saranno indispensabili l’appoggio e l’aiuto convinto della comunità locale e di chi crede nel suo futuro. 7


Gli Artisti

Artisti premiati con Vela d’Oro alla Carriera con parere unanime del Comitato scientifico Tullio Pericoli Milano Achille Perilli Roma Segnalati da Eugenio Carmi Enrico Della Torre Milano Rino Sernaglia Milano Tino Stefanoni Lecco Walter Valentini Milano Segnalati da Claudio Cerritelli Giuliano Barbanti Sesto San Giovanni Giorgio Olivieri Verona Mario Raciti Milano Fausta Squatriti Milano Segnalati da Vita Carlo Fedeli Nicola Carrino Roma Giancarlo Cazzaniga Milano Giosetta Fioroni Roma Walter Fusi Siena Segnalati da Nicola Micieli Luca Alinari Firenze Fathi Hassan Fano Romano Masoni Pisa Medhat Shafik Torricella Verzate Segnalati da Claudio Spadoni Davide Benati Modena Renata Boero Milano Vittorio D’Augusta Rimini Mario Nanni Bologna

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Motivazioni

Achille Perilli Vela d’Oro alla Carriera 2008 Protagonista dell’astrattismo storico, Achille Perilli (Roma 1927) partecipa nel 1947-1948 all’esperienza di “Forma 1” (con Attardi, Accardi, Consagra, Dorazio, Guerrini, Sanfilippo, Turcato); inoltre aderisce al MAC (Movimento Arte Concreta) promosso da Soldati, Monnet, Munari e Dorfles, partecipando alle mostre di gruppo e al generale dibattito sull’arte astratta che da queste fondamentali premesse si sviluppa lungo tutto il corso del secondo Novecento. Attraverso numerosi viaggi e contatti con la situazione artistica internazionale, egli si distingue per la sensibilità e lo spirito critico con cui approfondisce le ragioni della pittura in relazione alla poesia e alla musica, all’architettura e al teatro, alla filosofia e alla scienza. La complessità del suo linguaggio pittorico è rivolta a rivelare la presenza dell’uomo come specchio di un mondo ricco di contraddizioni e di energie immaginative, che aprono spazi sconosciuti tra le diverse forme di comunicazione. Tra i suoi scritti più significativi va ricordata la “teoria dell’irrazionale geometrico” (1982) in cui il linguaggio della pittura non è considerato un codice immutabile ma come una continua possibilità creativa, con la massima apertura di significato e di valore. Tullio Pericoli Vela d’Oro alla Carriera 2008 Accanto alla sua affermata attività di disegnatore, Tullio Pericoli (Colli del Tronto, 1936) si è distinto per la particolare produzione pittorica che dagli anni Settanta ad oggi ha privilegiato il tema del paesaggio come luogo di rivelazione di materia e di luce, tra riferimento alla natura e immaginazione del suo volto segreto. Il riferimento ai paesaggi marchigiani è vissuto come vincolo originario che si sviluppa nella percezione emotiva delle sorgenti materiche del colore, trattate in molteplici modi, come aggregazione di diverse possibilità di restituire le vibrazioni aeree dell’orizzonte e le stratificazioni degli umori terrestri. In questa ricerca di palpiti pittorici legati alla luce e al silenzio del paesaggio, l’artista è impegnato a inventare continui dinamismi del segno e del colore, dove lo sguardo è sollecitato a seguire ogni minima variazione di forme e di toni, di spessori materici e di ritmi lineari che oscillano tra il figurale e l’astratto. Interessato all’atto del dipingere come emozione che deriva dal piacere del fare, l’artista concepisce la pittura come “nuova realtà” che appare sulla tela mano a mano che la materia le dà vita e concretezza, non senza l’apporto della lezione del passato i cui riferimenti vanno da Vermeer a Cézanne, da Morandi a Licini. 9


Eugenio Carmi

Esistono secoli ricchissimi di cultura e secoli più poveri, e per ragioni di spazio ne cito solo due. Uno: il Duecento, nel quale anche le istituzioni facevano cultura. Esempio, il Comune di Siena pubblicava i suoi bilanci annuali in fascicoli le cui copertine erano commissionate ai grandi artisti del tempo. Per citarne un paio, Duccio di Buoninsegna, i Lorenzetti. Due: il Novecento, secolo che, pur inquinato dai delitti atroci del nazismo e del fascismo, ha lasciato ricchissime testimonianze in arte, in letteratura, in architettura e design. Tanti sono gli artisti che stimo, attivi dal Novecento ad oggi; costretto dal regolamento ne propongo quattro per questa mostra. A tanti altri, che qui non ho potuto citare, va la mia stima per la loro opera che fa parte della cultura del nostro tempo. Enrico Della Torre La bellezza dei rapporti fra alcuni artisti è che magari non si vedono mai e non hanno occasione di frequentarsi, ma hanno il privilegio di essere in costante contatto intellettuale attraverso la loro opera. Così è per me nei riguardi di Della Torre, del quale ho sempre stimato l’interiorità e la coerenza delle sue astrazioni. Ricordo una sua mostra al PAC e un’altra che mi aveva particolarmente interessato alla galleria Lorenzelli di Milano. In quell’occasione Francesco Tedeschi scriveva che «… ciascuna opera di Della Torre esprime una dimensione di incertezza e ambiguità… all’interno di una continua instabilità.» Lo condivido. Rino Sernaglia Conosco Rino da tanti anni. Ci vediamo poco, ma la nostra conoscenza è profonda, soprattutto perché ho scoperto in lui un artista lontano dalle mode e molto ricco delle migliori qualità umane, non molto frequenti nel nostro ambiente. Infatti, per tanti anni lui ha ospitato in casa sua una persona anziana bisognosa di attenzioni, con una dedizione veramente rara. Detto questo, la sua opera è “ossessivamente” geometrica, sempre fedele a se stessa. Ogni tela è una struttura rigorosissima, che nella sua composizione riesce a darci la sensazione di una forte luce. Dopo l’invenzione del computer Rino, con la tenacia di un artigiano d’altri tempi, continua a lavorare, come ha fatto sempre, muovendo le sue mani, ignorando le facili mode e l’invasione della tecnologia. Tino Stefanoni Lui sta a Lecco, io a Milano, così, tranne in qualche mostra, non ci vediamo quasi mai, ma ho sempre seguito con interesse il suo lavoro così diverso dal mio. I suoi soggetti sono, sì, figurativi, ma rivelano tutte quelle astrazioni che solo i bambini esprimono nei loro disegni. E in più c’è una costante ironia nelle sue case, nei suoi alberi, negli oggetti della vita quotidiana che gli piace rappresentare, quasi ossessivamente. Forse ciò che ci avvicina sono i titoli che diamo ai nostri quadri. Ho scritto di getto queste poche righe, non sono un critico, è solo quello che mi viene da dire parlando di un pittore. Walter Valentini Walter mi ha sempre molto interessato per la sua inconfondibile identità. Pur avendo avuto dei maestri artisti grafici come i grandi Max Huber e Albe Steiner, Walter è caratterizzato, come vero grande artista, da una personalità “aggressivamente” riconoscibile in tutta la sua opera. Sottolineo questa qualità, perché il mio piacere nel rapporto che ho con l’opera d’arte, è quello di riconoscere l’identità dell’autore al primo sguardo.La tecnica delle sue immagini, che deriva da una decennale esperienza calcografica, si trasferisce nella pittura, quasi sempre dominata dal bianco e nero, e si compone di linee, cerchi, spirali, che danno luogo ad una sensibilissima astrazione. I colori non ci sono, ma è come se esistessero in noi per un indescrivibile intervento magico. 10


Vita Carlo Fedeli

Giancarlo Cazzaniga Conosco Giancarlo Cazzaniga sin dagli anni ’60. Mi ha sempre colpito la sua grande capacità di restare fedele alle forme e alle narrazioni della realtà, della natura, del paesaggio, della figura umana. Ma sublimandole con l’impiego sapiente di tecniche pittoriche non tanto informali, quanto piuttosto legate alle tradizioni figurative di maestri come Turner, Monet (e Sutherland). Una scelta premiata da esiti di grande intensità, eleganza, sensibilità poetica. Walter Fusi La presenza di un’opera di Walter Fusi a Marina di Ravenna vuol richiamare ancora una volta l’attenzione su una personalità artistica di notevole interesse. La sua fedeltà all’astrattismo, prima informale, poi geometrico, reca il segno di una coerenza e di un’onestà intellettuale esemplari. Oggi l’artista ha trovato nuove occasioni di invenzione in una felice sintesi di gesto, segno e colore delle sue precedenti esperienze. Giosetta Fioroni è un tratto di storia della più significativa e feconda pittura romana dalla seconda metà del Novecento ad oggi. È la “donna” (una donna di grandi qualità umane oltre che artistiche), della cosiddetta “Scuola di Piazza del Popolo”, accanto a Schifano, Festa e Angeli. Sono note le sue esperienze figurative legate a rielaborazioni di immagini anche fotografiche, a rivisitazioni rinascimentali e al mondo della fiaba. La sua partecipazione con un’allusiva opera recente alla mostra di Marina di Ravenna (ma nel Museo d’Arte della Città di Ravenna figura già un suo pregevole mosaico), vuol riaffermare la fiducia in un “modo” di fare arte che privilegia e collega strettamente interiorità e manualità artigianale. Nicola Carrino è soprattutto uno scultore, sempre interessato alla progettazione di strutture elementari, specie metalliche – tra minimalismo e costruttivismo “modulare” –, ad una ricerca “del complesso attraverso il semplice” (questo è il suo traguardo estetico) e alle interazioni tra opera, ambiente e società. Per la mostra di Marina di Ravenna ho pensato di proporre una delle sue “carte”, dove il suo impegno analitico su uno spazio dato si esprime in modo, secondo me, convincente e coerente, anche nella bidimensionalità.

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Claudio Cerritelli

Nella pittura di Giuliano Barbanti la progettazione è fondamentale per organizzare le forme nello spazio: conta la misura, la diversità dei colori, il loro peso in relazione alle figure primarie, l’equilibrio delle diverse luminosità. Altrettanto decisivi sono i tempi di lavoro, sistematici e commisurati alla natura delle forme esatte, esatte in quanto volute dal pensiero e filtrate dalla sensibilità dell’artista. Sono le implicazioni temporali dell’atto esecutivo a suggerire le interferenze sempre diverse che collegano il progetto all’opera, sviluppando modi compositivi inediti all’interno delle collaudate procedure che Barbanti assume ogni volta come base preliminare per inventare nuovi temi strutturali. Nel determinare l’immagine come campo di molteplici variazioni geometriche la pittura ha infatti bisogno di passaggi, di vuoti e di pieni collegati dalla medesima tensione costruttiva, di zone costruite per via di sovrapposizioni e accostamenti, interazioni di forme che producono fissità, slittamenti, deviazioni dalla norma e conquiste di equilibri che si rinnovano, opera dopo opera. La scommessa del dipingere è basata sulla possibilità del colore di vivere un rapporto totale con la forma, colore strutturale e colore espansivo stabiliscono un dialogo che coinvolge empaticamente il lettore, sollecitato non solo a misurarsi con la conoscenza delle regole compositive ma anche a inebriarsi attraverso il valore sensoriale della pittura. Nel campo della superficie Giorgio Olivieri inserisce da diversi anni il segno della corda che corre sui perimetri, ai bordi, dentro e fuori i margini del supporto. Questa dialettica dei materiali esprime una doppia valenza pittorica, sollecita infatti vibrazioni fisiche che nascono da fondi lisci e levigati, ottenuti con paste acriliche trattate ad encausto per ottenere trasparenze di estrema tensione. La presenza del segno-corda assume una proiezione simbolica all’interno del campo pittorico attraverso diversi gradi di tensione della quantità e qualità di colore immaginato in rapporto con la soglia della superficie, spesso si tratta di forme tonde che sono esaltate nel luogo di risonanza della parete. Talvolta la corda copre con rigorosa tessitura una parte del supporto, creando una zona materica in rapporto con le stesure acriliche, in altri casi copre solo il bordo, oppure si interrompe, lascia il perimetro e s’immette direttamente nella dimensione del monocromo, con lo spessore che mostra i sottili fili policromi che lo compongono. Le possibilità sono diverse, può bastare una punta di rosso o di giallo per modificare l’energia di una campitura che allude alle oscurità della memoria, in tal senso le gradazioni di colore sono già previste nel sistema espressivo dell’artista, anche se non si appaga delle soluzioni raggiunte ed esplora ulteriori spazi immersi nelle risonanze della luce. Mario Raciti interroga il senso nascosto delle cose, ciò che sta dietro le apparizioni del visibile, presenze insondabili che slittano dal figurale all’astratto, palpiti di luce che svaniscono e riaffiorano ad ogni istante. L’atto pittorico è un continuo accrescimento di conoscenze che non offrono alcuna garanzia di risolvere le contraddizioni della forma, semmai, le insidie e le ambivalenze del dipingere indicano la necessità di sottrarsi ad ogni prevedibile rappresentazione, in quanto ogni ordine è scomparso e il mondo non è più descrivibile. L’artista fissa segni sfuggenti, germinazioni di forme che attingono alle fonti primarie del colore 12


che tenta di cogliere l’essenza delle cose nella vastità imponderabile del vuoto. L’origine del visibile è il luogo della precarietà che Raciti avverte come possibilità immaginativa di affidare lo sguardo a presenze-assenze che vengono da lontano e si rivelano nel loro insolito apparire. L’identità di queste immagini è sintomo di uno sguardo che oscilla nella percezione infinita del colore puro, esso vela e rivela, si afferma e si cancella, mostra e nasconde frammenti d’esistenza nel libero flusso del colore. La pittura prefigura mondi sconfinati dove il silenzio esprime la meditazione esistenziale dell’artista alla scoperta dell’ignoto, ciò che conta non è stabilire parametri spaziali ma mondi che debordano dai limiti, gli orizzonti irrappresentabili dell’invisibile. L’indagine visiva di Fausta Squatriti è poliedrica e complessa, raccoglie gli umori percettivi del mondo circostante e li filtra attraverso linguaggi differenti, dalla pittura al collage, da citazioni fotografiche a costruzioni di forme composite, astratte e figurali. Ogni dettaglio realistico trova infatti la sua corrispondenza nel calibrato interagire di limpide strutture geometriche e grumi di forme che mostrano le aberrazioni della vita. Si tratta di situazioni cariche di evocazioni che somigliano ai labirinti della memoria, ai percorsi imprevedibili dell’inconscio, ma anche alle fonti preziose della razionalità. Non a caso l’artista mescola con lucido controllo diversi fermenti stilistici, rappresenta la solitudine dei corpi, volti che hanno sembianze inafferrabili, atmosfere che esprimono sentimenti drammatici, spazi desolati dove l’identità del soggetto è sempre messa in discussione. Per indagare le inquietudini della condizione umana Squatriti non rinuncia alla qualità spaesante del colore legato alle emozioni della bellezza e agli stati d’animo della solitudine, situazioni congiunte sul filo dello stesso destino immaginativo. Si tratta di una relazione che l’artista ha sempre coltivato non perdendo mai di vista i fremiti erotici del corpo congiunti al rigore della ricerca intellettuale, tensioni sostenute anche dalla scrittura letteraria e poetica che si affianca mirabilmente all’arte visiva.

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Nicola Micieli

La presente edizione, in formula nuova, del premio “Marina di Ravenna” non è una rassegna tematica. Tuttavia si ispira idealmente a un’idea di fondo resa esplicita nell’intestazione della scorsa edizione: il mare Adriatico su cui posa Ravenna, e per estensione il Mediterraneo, assunto quale storico, e vigente, “crocevia di culture”. Luogo di confluenze dunque, nel passato certo non prive di frizioni e contrasti anche epocali, che hanno segnato e promosso, nei millenni, il cammino del mondo occidentale. Bacino comune nel quale ancora si avvertono, non solo nei termini metastorici dell’immaginario letterario, bensì presenti ed attivi nel vivo dell’attualità, gli aspetti molteplici di antiche e diverse tradizioni materiali e spirituali, dal cui vario intrecciarsi è scaturito il profilo composito della nostra contemporaneità. Affacciandosi sul grande teatro fluido del Mediterraneo, le genti che lo abitano e lo animano a diversi gradi di partecipazione al cosiddetto “sviluppo”, devono trovare oggi le condizioni politiche e culturali per interagire e crescere nella concordia, ognuna nella piena e giusta consapevolezza, direi perfino nell’orgoglio delle proprie radici. In quanto luogo per eccellenza di incursioni, di transiti, di appropriazioni, di scambi finalizzati all’incremento creativo del patrimonio culturale comune piuttosto che alla rapina depauperante e spiritualmente arida, nella sua naturale permeabilità alla più sotterranea circolazione dei segni l’arte è in se stessa testimonianza e metafora degli incontri e incroci necessari ai processi civilizzatori. È questa la sua funzione, se una può svolgerla in una prospettiva di sviluppo non conflittuale del bacino mediterraneo nel più ampio contesto internazionale. Ho pensato dunque di segnalare al “Marina di Ravenna” quattro artisti attenti in modo particolare alla circolazione e al rilancio dei segni di grande spessore evocativo, il cui lavoro in vario modo rimanda all’idea della contiguità e degli incroci rigeneratori di mondi diversi. Ciascuno portatore di valori e significati, di insorgenze e stazioni d’una memoria, segnatamente artistica e culturale, in accezione anche antropologica, le cui tracce o più consistenti depositi nella realtà visionaria dell’opera appaiono non già sintomatici della nostalgia del tempo che fu, bensì ineludibili condizioni della continuità e della durata, dunque costitutivi di ogni possibile proiezione o progetto di crescita. Si tratta, per cominciare nell’ordine alfabetico, del fiorentino Luca Alinari, pittore già protagonista, in esordio allo scorcio degli anni Sessanta, di una valenza originale e squisitamente italiana del linguaggio pop di filtro minimalista e concettuale. Con estrema finezza formale e intellettuale, Alinari praticava soluzioni immaginarie possibili della tradizione visiva e del design rappresentativo dell’universo tecnologico, piuttosto che “celebrare” in forma icastica gli oggetti e i miti, ovvero le icone profane prive d’aura della civiltà del consumo. La leggerezza fluida e pungente della partitura è rimasta nel seguito il tratto distintivo della sua ricerca, gradatamente defluita in un’area del fantastico nella quale la realtà della natura e delle creature funge da trampolino a viaggi trasfiguranti ma non svagati, su quella linea pittorica di implicazione concettuale che coniuga e modula formalmente disegno e colore e forma, assimilando le figure e le cose a una sorta di “paesaggio” totale. Su un’altra e più antica sponda mediterranea, ho poi pensato a un pittore dal talento polivalente, il nubiano Fathi Assan da anni insediato in Italia dove ha compiuto (a Napoli) la propria formazione, facendo di se stesso, della propria esperienza di vita prima che artistica, il luogo che abbiamo detto dell’incontro e dell’incrocio di culture. 14


La sua arcaica cultura nativa del sud dell’Egitto e quella occidentale italiana di cui è partecipe dalla fine degli anni Settanta, oggi sono felicemente risolte nella purezza formale e nella simbologia indecifrabile di una “scrittura” pittorica e materica che tende a strutturarsi in patterns decorativi e figure evocative nelle quali si fissano forme che hanno la portata suggestiva degli archetipi, poniamo una foglia, un vaso, un profilo ancillare. Una scrittura morfologica priva di codice, direi asemantica, quanto fitta di sensi e di rimandi a una civiltà della comunicazione nella quale i segni sono ancora circonfusi di sacralità. Segue Romano Masoni, pisano di Santa Croce sull’Arno, luogo di concerie e di permutazioni della pelle in cuoio. Da quel suo paese di fiume e di terra e di case e laboratori, che egli ha vissuto e vive in piena immersione a un tempo partecipe e critica, perché elevata a centro emblematico, a grande metafora della storia contemporanea, è partito il suo lungo percorso nella topografia del disagio e dell’irrequietudine, del degrado e del corrompimento in cui si riconosce la matrice esistenziale della sua ricerca. Un viaggio alla ricerca dei segni cui ancorarsi nella deriva, delle reliquie depositate dalle sommerse combustioni degli esseri e della materia, che baluginano e si manifestano in trasfigurate sembianze svelandone le essenze. L’uso di materiali eteronei, già visitati e resi non neutri, sul piano estetico e dei risvolti simbolici, dall’usura del tempo e dalle originarie destinazioni d’uso, dal piombo ai tessuti all’oro, ha accentuato nelle fasi ultime il carattere alchemico delle sua pratica pittorica. Infine, ma certo non ultimo, ancora un artista dell’altra sponda mediterranea, l’egiziano Medhat Shafik, lui pure da anni residente in Italia, dove ha completato la propria formazione (a Milano), e confidente delle più avanzate posizioni della ricerca pittorica, ma egualmente ancorato ai radicali della sua cultura originaria, quegli aspetti che non temono l’usura del tempo, perché il tempo ne ha fatto precipitare le componenti effimere, le appariscenze, le ha spogliate del superfluo e come scarnificate, per serbarne l’essenziale in forma di tracce, segni, inglobamenti affioranti in un ideale sito di archeologia diffusa, del quale l’opera è una sorta di spaccato, o uno specimen che in un certo senso contiene il tutto, perché al tutto rimanda. Le partiture di Shafik, composite e di grande fascino evocativo, tra pittura e scultura, hanno l’aspetto sedimentario e la implicita stratificazione della terra in cui si depositano gli oggetti testimoni e si incidono e si fanno “scrittura” i passaggi dell’uomo. Quattro artisti, dunque, che nella loro autonoma e inequivocabile identità di linguaggio e di stile, sono tuttavia accomunati da una sola e spiccata vocazione a ricondurre al loro personale percepire e sentire e comprendere, che significa compartecipare, i segni, le forme, le figure di luoghi e culture e circostanze la cui diversa dislocazione sulle coordinate dello spazio e del tempo, trova nella sintesi totalizzante dell’opera d’arte una poetica risoluzione, ed è in questo sincretismo la ragione profonda del loro riconoscimento e rilancio creativo. Analogamente, sul piano dei diversi mezzi espressivi da ognuno privilegiati, si registra una loro comune propensione a contaminare i codici linguistici, le tecniche e i materiali, a travalicare i generi come le convenzioni rappresentative di un’arte che comunque trova nella qualità non la cifra formale della propria autoreferenzialità, ma la condizione estetica per una durata nella quale l’atto della percezione estetica e dell’elaborazione immaginativa introduce ai più profondi livelli del pensiero. 15


Claudio Spadoni

Per non far torto agli artisti da me segnalati per questa rinnovatissima edizione del “Marina di Ravenna”, dedicando ad essi solo poche righe sul loro lavoro – meritevole invece di tutt’altro spazio, come sta ad indicare l’amplissima e qualificata bibliografia che si è accumulata nel tempo a documentare la loro fortuna critica – s’è preferito lasciare agli artisti stessi la parola. Dichiarazioni di poetica estremamente sintetiche, essenziali, e magari esse stesse da interpretare, ma in ogni caso da intendere come un viatico illuminante per i lavori pittorici. Anche se non manca, per parte mia, l’arbitrio delle estrapolazioni, dei frammenti inevitabilmente scarni, di un ben più ampio e articolato discorso. A conferma, ce ne fosse bisogno, che non sono più i tempi di Annibale Carracci, quando il grande bolognese diceva che i pittori dovevano “parlare con le mani”. Salvo smentire egli stesso, già allora, la propria asserzione. Davide Benati «La cultura occidentale ha sempre sviluppato un desiderio di “lontananza”. Nel mio caso il fascino dell’oriente risponde più a stimoli intellettuali, a processi speculativi, che non a banali citazioni figurative. La mia pittura non vuole essere “ispirata” all’oriente, si tratta di un processo strettamente linguistico o pittorico e non tematico. (…) È chiaro che la scelta di un mezzo espressivo è il frutto di un’attenta riflessione tematica, è il volto di una filosofia complessiva. (…) Il mio lavoro, proprio per le sue caratteristiche originarie, verte anche su una pratica che è tipica dell’arte orientale: la ripetizione differente. (…) Personalmente sono molto perplesso su una sorta di evoluzione darwiniana dell’opera d’arte, anche perché ritengo che le storie dell’arte siano storie individuali… ognuno si crea il proprio atlante o il proprio taccuino di viaggio, e inizia a viaggiare, magari perdendosi, anche se in realtà non ci si perde mai.» «Ho pensato molto ai silenzi, ai suoni, alle fragranze. E ancora a qualche notturno luminoso (o illuminato). Ho pensato molto alla bellezza e alla lontananza». Renata Boero «Fare, per me, ha forse il senso di una ricerca empirica e insieme di una ricerca autobiografica, del diario e dell’esperimento, della sorpresa e della memoria.» «Mi sono avvicinata senza la retorica dei sentimenti o la nostalgia del tempo perduto o la decadente aspirazione ad un mondo lontano o primitivo, proprio alle “cose”, alla natura, alle erbe, alle terre, agli odori, ai colori, ed ho vissuto insieme ad esse, ora dopo ora, la sorprendente vicenda delle trasformazioni.» Con un interesse «volto alla comprensione dei processi e, ove e come è possibile, alla logica e quasi scientifica previsione di essi, dei risultati, degli effetti. Non si tratta dunque di un patetico ritorno alla “natura”, ma di un ritorno sì, e nella misura dei sentimenti e della ragione, agli oggetti naturali più semplici, magici, rituali, salutari, per giungere attraverso una più profonda conoscenza di essi ad un rapporto più giusto e più vitale non soltanto con le cose della terra». Vittorio D’Augusta «Sono nato in una città di mare e di confine che, in meno di un secolo, è stata asburgica, dannunziana, italiana, jugoslava e croata. Credo che la fluidità fisica dell’acqua e quella simbolica di una incerta identità vissuta come privilegio e non come perdita, abbiano avuto qualche influenza sulla mia pittura. «Avevo realizzato, negli anni ’70, quadri “calafatati”, mutuando il gesto dei marinai che riempiono di stoppa e pece le fessure del fasciame. Più recentemente ho 16


dipinto “viaggi per mare”, percorsi di introspezione meditativa. Tra le immagini del cinema mi commuove l’apparizione notturna del Rex felliniano e il suono cupo della sua sirena, metafora del viaggio e del desiderio irraggiungibile. «Anche la pittura è una specie di rotta notturna senza radar tra zone d’ombra, nebbie e bagliori, qualche faro e i cieli di Licini. Come nei viaggi di avventura, mi aspetto sempre che qualcosa di imprevedibile accada dentro la pittura, a mia insaputa: e spesso accade. Il piacere della digressione, che è in fondo una deviazione dalla rotta prefissata o un “dirottamento da sé”, è ciò che più mi affascina in questa vecchia e amorevole pratica del dipingere». Mario Nanni «Il concetto è sempre quello di lavoro nello spazio. (…) Il pianeta nella coscienza dell’uomo contemporaneo tende all’“astrazione” e la mappa potrebbe non costituire più una virtuale compresenza simbolica del mondo, ma la conferma di una ubiquità vissuta come una realtà immediatamente possibile, dove ibridazione e contaminazione con altre discipline sono i concetti chiave per comprendere una nuova visione del paesaggio, che rivela una sensibilità ambientale, estetica e formale più complessa, in sintonia con il nostro mondo contemporaneo. Nell’uomo di oggi, per una mutata concezione del reale dovuta alla modificazione tecnologica del rapporto uomo-mondo, anche lo spazio viene concepito in modo diverso: fluido, variabile e aperto, più vicino al concetto di relatività e al continuo mutamento dell’universo. Diventa una visione globale, ortogonale, sferico-dinamica (…). Oggi all’uomo è dato vivere una reale simultaneità di tempo e di spazio».

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La Mostra


Luca

Alinari Firenze

La pittura non può sovrastare il disegno olio su tela cm 80×70

Nasce a Firenze nel 1943, durante la Seconda Guerra Mondiale. La città per due anni vivrà una sorta di assedio da nord e da sud e l’artista, piccolo, risulterà per alcuni giorni disperso in seguito a un bombardamento aereo. Giovanissimo, scopre la passione per la pittura e, come tutti i bambini, disegna e dipinge. Ma Luca Alinari disegna e dipinge sempre. La pittura diventa un modo di esprimere se stesso, quasi fino a sostituire la parola. Tuttavia non compie studi in quella direzione, ma di letteratura e filosofia e sarà redattore di riviste e recensore di testi di narrativa. Per alcuni anni lavora nel settore della comunicazione scritta e televisiva e nel 1979 fonda e dirige la rivista d’arte “Signorina Rosina”. Nel 1969 realizza la prima mostra. È dell’anno successivo un’esposizione dove l’autore presenta, seduto fra due tele bianche, un uomo. Titolo: Un amico e acqua. Le sue sperimentazioni anticiperanno gli spunti e le idee di tanta pittura italiana sviluppatasi a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta, come il movimento “Nuovi-Nuovi” e la “Transavanguardia”. Alinari è un pittore che lavora a cicli di ricerca: il periodo delle fotografie ritoccate, quello dei grandi interni domestici, quello delle stelline, le fasi dei colori-paesaggio, dei giocattoli, delle sculture in plexiglass e di quelle in vetro. Negli anni Novanta inizia una lunga indagine sul paesaggio italiano, un concetto nuovo e problematico della raffigurazione visionaria di un luogo inesistente. Intorno al 2003-2004 avviene una metamorfosi spirituale profonda: comincia l’analisi delle proprie radici più segrete (la grande pittura italiana classica) e insieme continua la sperimentazione, l’esperienza creativa sempre nuova e vitale. Il risultato è uno smagliante ciclo che riassume un’intera esistenza di pensiero pittorico. Con tutto ciò, Luca Alinari rimane un autore segreto, centrale per le sue ricerche e defilato per la sua collocazione; spesso frainteso e non profondamente conosciuto. In un suo piccolo testo, una volta l’autore ha scritto: «La pittura ha bisogno, soprattutto, di due cose: la prima è scoprire le proprie radici, la seconda è dimenticarle». Hanno parlato di lui scrittori e poeti, fra gli altri il premio nobel José Saramago. Per una sua opera sulla pace, nel 2006 è stato ricevuto da Papa Benedetto XVI. Ha esposto ovunque in Italia, da ricordare la Biennale di Venezia con padiglione personale nel 1982, varie partecipazioni alla Quadriennale di Roma, mostre alle gallerie La Blu di Milano, Spagnoli di Firenze e Medusa di Roma. È stato presente all’estero con delle personali a Parigi, Madrid, Miami, Chicago e Lisbona. Attualmente è in corso l’organizzazione di un ciclo di esposizioni nella Repubblica Popolare Cinese, grazie a una magica e profonda sintonia fra la nuova cultura della Cina e la sua recente, inquietante esperienza pittorica. 20


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Giuliano

Barbanti Sesto S. Giovanni

Architettura 890

acrilico su tela cm 100×100

Nasce nel 1936 a Sesto San Giovanni dove, quattordicenne, si iscrive alla Scuola d’Arte Faruffini. Dal 1952 lavora per cinque anni come grafico all’agenzia Arar di Milano, mentre studia pittura, frequenta gallerie e studi di artisti, espone in collettive alla Biblioteca Civica. Nel 1961 è tra i fondatori del Premio Piazzetta e della galleria de Il Giorno a Sesto San Giovanni; l’anno successivo apre uno studio al Quartiere delle botteghe dove operano, fra gli altri, Castellani, Bonalumi, Festa, Marzulli, Curone e Forgioli. Dal 1963 al 1970 insegna disegno e progettazione all’Istituto Rizzoli per le arti grafiche ed espone, ricevendo significativi riconoscimenti. Tra questi, un premio della Galleria Blu, al Diomira del 1964. La sua prima personale si tiene nel 1966 al Centro Culturale Ricerca di Sesto San Giovanni. Ai primi anni Sessanta si colloca in ambito informale. Espone ed è segnalato al premio San Fedele e alla mostra Pittori di oggi in Lombardia a cura di Caramel. Nel 1966 e 1967 vince il Premio Piazzetta di Sesto San Giovanni e partecipa a Prospettive 2 curata da Crispolti e Di Genova. Dal 1968 nella sua pittura comincia a prevalere la dimensione modulare scandita in campiture rigorose, definite con crescente nitore da una configurazione hard edged tipica dell’astrazione pura. L’uso quasi esclusivo dell’aerografo caratterizza la sua ricerca fino al 1975. La sfumatura come elemento concettuale sensibilizza la superficie del quadro, i cui confini vengono continuamente rimessi in discussione dalle sottili modificazioni del telaio. La comparsa del colore suggerisce una tridimensionalità virtuale e un’ambiguità percettiva del campo pittorico. Dal 1969 al 1971 insegna all’Istituto Superiore d’arte applicata del Castello a Milano. Sempre dal 1969 insegna anche alla Faruffini di Sesto San Giovanni e collabora con gli architetti Salvati e Tresoldi alla realizzazione di interventi artistici in spazi pubblici e privati. Nel 1971 e 1972 ad Albissola produce piatti monocromi con rilievi e sculture minimaliste. Nel 1974 e nel 1989 è invitato alla Biennale Nazionale Città di Milano. Nel 1975, presentato da Dorfles, allestisce la sua prima personale alla Galleria Lorenzelli di Milano dove tornerà nel 1979, 1981, 1986, 1992 e 2005. Nel 1976 è invitato alla Biennale di Venezia con l’iniziativa Piazzetta, nella sezione Ambiente come sociale; nel 1977 prende parte alla mostra Grafici italiani contemporanei alla Galleria d’arte moderna di Lyubliana. Nel 1979, al Premio Villa San Giovanni ottiene la medaglia d’oro. Dal 1980 assume la direzione della Scuola d’Arte Faruffini. Nel 1986 la galleria Lorenzelli pubblica una monografia con testi di Dorfles, Gualdoni e Meneguzzo. Per la Cassa Rurale Artigiana pubblica Affreschi a Sesto San Giovanni (1988), Chiese a Sesto San Giovanni (1992). Nel 1991 partecipa a Il miraggio della liricità. Arte astratta in Italia, al Liljevalchs Konsthall di Stoccolma, curata da Pontiggia. Nel 1993 presenta al Comune di Sesto San Giovanni il progetto della Galleria Civica d’Arte Contemporanea redatto con l’architetto Bellini e Dorfles. Nel 1997 riceve il Lingottino d’Oro di Sesto San Giovanni per la sua attività di pittore, promotore culturale e direttore della Scuola d’Arte. Fra le altre collettive, L’incanto della pittura. Percorsi dell’arte italiana del secondo novecento alla Casa del Mantegna a Mantova (2004), a cura di Cerritelli; Senza titolo/untitled (2006) inaugurale della galleria torinese Mar & Partners; Pittura pura (2007) alla Permanente di Milano, curata da Wolbert; Pittura aniconica alla Casa del Mantegna di Mantova, a cura di 22


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Davide

Benati Modena

Zafferano

acquarello su carta intelata cm 70×100

Nasce a Reggio Emilia nel 1949. Dopo il Liceo Artistico di Modena, frequenta l’Accademia di Belle Arti di Brera, di cui in seguito diverrà docente di pittura. Esordisce nel 1972 alla Galleria Il Giorno di Milano. Negli anni Settanta, molto intensi per la ricerca e la sperimentazione, produce Pittore occidentale utilizzando come supporto una carta di derivazione orientale su cui dipinge ad acquarello: «una carta frusciante e crudele che è andato a cercare in Nepal e che incolla sulla tela prima di apporvi i colori» che è un logos, una scelta estetica e in qualche modo intellettuale. Benati si ispira alla cultura orientale e risulta fondamentale un viaggio a Kathmandu. Gli appunti pittorici presi in viaggio e il ricordo delle porte della città ispirano alcuni temi della sua produzione: nella serie Segreta, allo scorcio degli anni Novanta, misteriose porte che dovrebbero aprirsi su altri mondi, rimangono chiuse ermeticamente oppure rappresentano accessi verso l’arcano, varchi che portano nel buio privo di luce e colore. Con gli anni Ottanta Benati raggiunge la maturità artistica e assume una precisa identità stilistica. I motivi appena abbozzati, sottratti al museo, all’enciclopedia, all’atlante, sono in genere foglie, fiori, uccelli e danno luogo a metamorfosi, si scompongono in forme nuove oppure si dilatano o moltiplicano in modo seriale. È del 1982 Doppio sogno, che al di là della suggestione letteraria del titolo, apre il percorso degli “specchiamenti difformi”, del doppio dentro l’immagine bipartita, tentando una simmetria fra pannelli diversi per divaricazioni cromatiche e per lo scarto tonale dei due soggetti contrapposti. La motivazione di questa scelta la spiega Benati stesso in una intervista di Walter Guadagnini pubblicata nella monografia Benati. Inediti: «…Chiedo in qualche modo allo spettatore di riassumere in un unico senso due immagini apparentemente distanti da un punto di vista del significato, anche se vicine l’una all’altra da un punto di vista formale…». Nelle opere successive ritorna all’unicum e ancora Benati ne spiega la ragione: «…Con un artificio di natura strettamente tecnica, ho sovrapposto, incollandole, due immagini identiche e a questo punto ho creato un’unica immagine composta dalla somma delle due che si percepiscono in trasparenza…». Quanto ai toni e ai timbri cromatici, ribadita la sua preferenza per gli acquarelli, precisa: «…I colori stanno sempre per trasformarsi, non c’è mai un verde che non stia per diventare un blu, o una terra, così come non c’è un colore caldo che non stia per diventare a sua volta una terra o un viola. Anche i colori sono sempre sulla via di una contaminazione, in un momento di passaggio, c’è sempre qualcosa che inquina, che inquieta…». Nel 1979 espone nella rassegna Il Nuovo Contesto da Marconi a Milano i suoi lavori realizzati ad acquarello su carta di riso. Negli anni Ottanta partecipa a manifestazioni nazionali e alcune esposizioni all’estero. Nel 1981 è in Linee della ricerca artistica in Italia, nel 1982 è presente alla Biennale di Venezia e nel 1986 alla Quadriennale di Roma. Tiene mostre al Museo Butti di Viggiù nel 1984, alla Civica Raccolta del Disegno di Salò nel 1985, ai Civici Musei di Reggio Emilia nel 1986, alla Pinacoteca di Ravenna nel 1988. Il tema del dittico è la premessa per le serie successive: Fiume di gennaio, Tenebrocuore e Lotus solus ovvero lo sviluppo del tema delle preghiere tratto da un taccuino di viaggio a Kathmandu. Nel 1984 Benati torna all’immagine unica, ma il processo di raddoppio e rispecchiamento visivo avviene all’interno dell’opera. Nella serie Neve a sera del 2000 torna il tema del doppio, il contraddittorio e contestualmente la sinergia fra elementi eterei e impalpabili come il cielo, la neve, la pioggia, e la terra arata, la materia manipolata e trattata dal lavoro umano, quasi un confronto fra spirito e corpo, fra psiche e ragione. 24


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Renata

Boero Milano

Kromogramma

colori vegetali su carta foderata e intelata cm 85×88

Nata nel 1936 a Genova, vive e lavora a Milano dove insegna all’Accademia di Brera. Il carattere riservato e schivo non le ha impedito di diventare una figura di spicco nel panorama artistico italiano ed europeo. Nel corso della lunga carriera ha partecipato più volte alla Biennale di Venezia, alla Quadriennale di Roma, alla Biennale Città di Milano. Ha esposto in gallerie e musei europei di grandi città come Parigi, Tolosa, Anversa, Bruxelles, Barcellona, Lisbona, Ginevra, Vienna Bonn, Stoccolma, Oslo, Tirana . Invitata nel 1981 alla Biennale di San Paolo in Brasile, vi ha esposto nel 1987 con Aspetti della pittura italiana. Ha partecipato inoltre ad Arte Critica 82 ai Magazzini Marchall di Chicago. Esordisce nel 1972 a Toulouse con Support surface, a Genova con Accrochage e La sedia e il mare super8 min5. Alla fine degli anni Settanta sviluppa il tema dei Cromogrammi, dei quali la stessa Boero chiarisce il senso: «…mi sono avvicinata senza la retorica dei sentimenti o la nostalgia del tempo perduto, o la decadente aspirazione ad un mondo lontano e primitivo, proprio alle “cose” della natura, alle erbe, alle terre, agli odori, ai colori ed ho vissuto insieme ad esse, ora dopo ora, la sorprendente vicenda delle trasformazioni. L’interesse per me è volto alla comprensione dei processi, e, dove e come è possibile, alla logica e quasi scientifica previsione di essi, dei risultati, degli effetti…». Il colore e la materia si trasformano in forza vitale, vivono una vita indipendente, si modificano e si consolidano quasi per una sorta di alchimia, lasciando spazio alla sorpresa e alla rivelazione. Arte come vita, dunque. Nello studio invaso dalle opere, l’artista seleziona i materiali, li forgia, li trasforma come farebbe un alchimista, presa nel vortice delle forme, nel magma della materia colorata, nello scatto del gesto che sostanzia la pittura. Martina Corgnati parlava di espressionismo astratto a proposito dell’energia, l’irrazionalità, le pulsioni e il vorticismo pregnante del gesto pittorico della Boero, la quale dichiarando che l’informale la annoia mortalmente, in qualche modo ha confermato questo l’assunto. Scrive Tommaso Trini (Flash Art n. 164, 1991): « … La pittura recente di Renata Boero mette in scena definitivamente la materia fisica con il linguaggio del magnetismo. Non con le forme visibili s’identifica, ma con le loro energie percepibili, con le forze, per loro natura informi, mediante cui si attraggono e si respingono…». Tra le altre esposizioni. 1976, Per una tela di venti metri. Galleria dei Carbini, Varazze. 1977, Fondazione Mirò, Barcellona, e Kunstherhaus, Vienna. 1978, Boero-Acconci, International Cultureel Centrum, Anversa; Modern Art Gallery, Vienna, e Galerie Linssen, Bonn. 1979, Biennale de la Critique, International Cultureel Centrum di Anversa e Palais de Beaux Arts di Charlerois; De sensu rerum et magia, Galleria Fabjbasaglia, Bologna; Art about Art, Galleria Anne van Horenbeek, Bruxelles; Perspectives italiennes, Musée de Saint-Etienne. 1980, Vive la couleur, Centre Pompidou, Parigi; Linee della ricerca artistica in Italia e Arte Critica 80, Galleria Nazionale d’Arte Moderna, Roma; La sciarpa di Isadora Duncan, Modern Art Galerie, Vienna. 1981 Libro d’artista, Centre Pompidou, Parigi. 1983, Studio G7, Bologna, presenta Con il giallo curcuma. 1984, presenta Attraversamenti a Perugia e Cromocryme, super8 sonoro 7min., al Moderner Kunst di Vienna. 1988, presenta Abstract a Palazzo Forti di Verona e Figurabile allo Studio Ghiglione di Genova. 1990 Artisti italiani, Kulthuruset, Stoccolma; + 0 – 9 Zero, Bruxelles. 1992, Paesaggio con rovine, Museo di Gibellina. 1994, Carnets de voyages, Bruxelles; La grande scala, G.A.M., Bergamo; Art is Life, Lingotto,i Torino. 1996, Artisti italiani, Museo di Olympia. 2001, Attraverso il Mali, Scuola Normale Superiore, Pisa. 2003, Il grande formato, Mart, Rovereto. 2005, Bordeline, Università di S. Diego, California. 2007, Cromogrammi, Mestna Galerija, Nova Gorica; Umetnostna Galerija, Maribor; galleria Cardelli & Fontana, Sarzana. Al Palazzo della Penna, Perugia, presenta Anatomia dell’irrequietezza. 26


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Nicola

Carrino Roma

Decostruzione

olio su carta cm 71×100

Nato a Taranto nel 1932, vive e lavora a Roma dove è stato docente di Scultura all’Accademia di Belle Arti fino al 1992. Accademico di San Luca, i suoi esordi risalgono agli inizi degli anni Cinquanta (la prima esposizione è del 1952) in ambito informale, quando già a trasformare l’orizzonte artistico italiano erano apparsi Fontana e Burri. Con quest’ultimo in particolare Carrino avverte delle assonanze per l’utilizzo che egli fa per fini estetici di materiali inusuali propri della produzione industriale, operazione che stabilisce un nuovo rapporto artista-società con risvolti che daranno esiti eclatanti nel Sessantotto. Dal 1964 in poi si consolida l’interesse per le strutture realizzate con materiali semplici e il relativo rapporto con lo spazio che occupano. È il periodo dei lavori di gruppo (fa parte del Gruppo 1 di Roma) e delle opere dello “spaziostruttura”. L’evoluzione avviene nel 1969 con il Costruttivo 1/69 – organismo modulare trasformabile ovvero con l’ideazione di una forma modulare sottratta alla forma statica definitiva propria della scultura classica, sulla quale può intervenire di proprio arbitrio l’artista adeguandola a nuove concezioni spaziali oppure può modificarne l’assetto il pubblico che per la prima volta non si limita alla fruizione, ma interviene direttamente sull’opera. Con Costruttivo 1/71 esposto in una pubblica piazza a Milano il principio trova piena attuazione e la scultura di 24 elementi singoli viene trasformata sei volte in due mesi, modificando insieme alla propria struttura anche lo spazio circostante. Nel 1978/1979, abbandonati gli elementi geometrici in ferro, Carrino esegue le sue alterazioni spaziali con tinteggiature nere su fondo bianco, modificando la percezione dei volumi e dello spazio e questa nuova tendenza è confermata anche dai lavori cartacei, in cui linee, superfici e forme inducono a una concezione non univoca dello spazio unidimensionale. Scrive Carrino: «…Considerando i moduli materia del fare (costruire) essi diventano pretesto per svolgere l’operazione del costruire. L’operazione mentale non esclude l’oggetto, anzi l’oggetto è indispensabile. Se l’oggetto è un pretesto ed ha valore il fare nell’operazione di costruire, lo stesso valore ha il disfare, ossia la scomposizione di una forma. Anche l’arbitrio, la casualità della composizione, sia nel comporre che nello scomporre, ha valore di conoscenza… La mia è una posizione di ricerca… aperta a tutte le possibilità di configurazione della forma stessa…». La serie dei Decostruttivi fra il 2000 e il 2003 sancisce il ritorno di Carrino al disegno di stampo geometrico con tendenza ad esaltare le simmetrie, le proporzioni numeriche e il processo creativo fondato sui principi del colore-idea, dell’idea-oggetto e sui rapporti speculari del costruire-decostruire, dell’ordine-disordine. Carrino partecipa alle Biennali di Venezia (1966, 1970, 1976 e 1986), alla Biennale di Parigi (1967), alle Biennali di San Paolo del Brasile (1971 e 1979), alle Quadriennali di Roma (1965, 1973, 1986, 1999). Fra le numerose mostre si citano: Gallerie Christian Stein, Torino (1969); Salone Annunciata, Milano (1970); Defet, Norimberga (1972); Forum Kunst, Rottweil (1973); Primo Piano, Roma (1975); Denise René Hans Mayer, Düsseldorf (1977); Denise René; New York (1978); Walter Storms, Monaco (1979); Banchi Nuovi e Mara Coccia, Roma (1990); Fioretto, Padova (1991); Framart Studio, Milano (1992); Museo d’Arte Moderna, Bolzano (1998); Studio Erica Fiorentini, Roma (2005); Extra Moenia, Todi (2007); The Mayor Gallery, Londra (2007). Nel 1963 riceve il secondo premio (al Gruppo 1) alla IV Biennale di San Marino, Oltre l’Informale, e nel 1971 il Premio Internazionale Bienal de Sao Paulo alla XI Biennale di San Paolo del Brasile. Fra le opere eseguite su commissione pubblica si ricordano la Facciata del Complesso IACP Corviale, Roma (1974); Piazza Fontana, Taranto (1983-1992); Progetto Mestre, Venezia (2000); Costruttivi 98/Progetto Aeroporto, Fiumicino (2002); Costruttivo, Verona (2003); Decostruttivo Progetto Albornoz, Spoleto (2005); Decostruttivo Progetto Artehotel, Perugia (2006), opere nelle quali Carrino conferma che forma e spazio sono le coordinate determinanti dell’intera sua creazione artistica. 28


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Giancarlo

Cazzaniga Milano

La luce nella luce dalla luce… olio su tela cm 100×80

Nato a Monza nel 1930, la critica lo assimila al Realismo Esistenziale, tendenza artistica cui tra metà anni Cinquanta e fine Sessanta dettero vita artisti nati o di passaggio a Milano, quasi tutti usciti da Brera e usi incontrarsi ai tavoli del caffè della “sciura Titta” e altri locali. Partiti da una riflessione esistenzialista, influenzati dai primi film di Fellini e Antonioni, delusi dall’invasione di Ungheria del 1956, la loro attenzione si sposta dalle grandi rivendicazioni sociali all’introspezione dell’uomo contemporaneo consegnato a desolanti interni urbani oppure aleggiante come un fantasma solitario ed evanescente in luoghi pubblici anonimi e alienanti. Amico di Ferroni con cui ha condiviso lo studio, Cazzaniga appartiene alla generazione la cui adolescenza è coincisa con la guerra e la giovinezza con la “ricostruzione” segnata da una forte spinta affaristica, che mal si concilia con la sensibilità degli artisti. Egli compie dunque un lavoro di scavo, di introspezione psicologica e lirica con i suoi lavori ispirati al mondo floreale, naturalistico soltanto in apparenza, e con i Jazz man, quadri nei quali sembra di percepire le vibrazioni del suono e i musicisti intenti ai loro strumenti, emettono a un tempo colori e suoni. «Mio padre non mi dissuase da fare il pittore – ricorda l’artista – fu soltanto dispiaciuto di non potermi aiutare». E cos’altro avrebbe potuto fare nella vita un artista così intensamente votato al colore e alla luce? Cazzaniga traspone in ogni immagine mutuata dal mondo sensibile una sorta di impulso vitale, per cui le forme si espandano in vibrazioni filamentose battute spasmodicamente dal sole, dalla luce, dal vento fino a ripiegarsi desolatamente su se stesse. Girasoli, ginestre, glicini, gelsomini, ninfee sono pretesti per fissare impressioni cromatiche fugaci e muovere in chi osserva considerazioni filosofiche e impressioni liriche. Di sicuro si tratta di vera pittura, intrisa di manualità e interiorità, agita e agitata, mai completamente sradicata dalla grande tradizione artistica italiana, segnata da appunti e contrappunti, da una solarità dolente e una sottintesa inquietudine. Le forme sono vive, vibranti, rigogliose per il lasso di tempo loro concesso dall’incalzare delle stagioni, delle intemperie, delle avversità. È la stessa inquietudine che contraddistingue i quadri dedicati al tema dei Jazz man. I musicisti in simbiosi con gli strumenti producono suoni, armonie, vibrazioni, perduti nell’enfasi di un’azione segnata dalla caducità e, come ogni evento umano, limitata nel tempo e nello spazio. Sono opere dalle atmosfere impalpabili come è appunto la musica, dove i suonatori ancorati soltanto ai propri strumenti, galleggiano nello spazio come fantasmi smarriti della contemporaneità. Dopo la prima personale del 1957 a Brescia, Cazzaniga espone alla Permanente di Milano nel 1958; sempre a Milano, nel 1959 riceve il Premio San Fedele. Negli anni Sessanta partecipa alla Biennale di Venezia e alla Quadriennale di Roma. Dal 1957 ha praticamente ogni anno tenuto una “personale” in varie città italiane. La sua carriera è stata scandita da premi prestigiosi e riconoscimenti di ogni genere. Sui suoi cinquanta e più anni di attività esiste una vastissima bibliografia. Hanno scritto di lui i maggiori critici d’arte, ma anche scrittori e poeti come Sciascia, Chiara, Castellaneta, Gatto, i quali nella sua percezione del senso delle cose, in quel suo carpire simultaneamente materialità e spirito, hanno visto i tratti distintivi della poesia cui bastano poche parole a spalancare vasti orizzonti ed esprimere intime emozioni. 30


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Vittorio

D’Augusta Rimini

Rotta notturna

tecnica mista su tela cm 120×100

Vittorio D’Augusta è nato a Fiume nel 1937. Da quella città di confine, che nell’arco di un secolo è stata asburgica, dannunziana, italiana, jugoslava e croata, ha tratto l’attitudine a rifiutare la rassicurante stabilità delle teorie “definitive” e a considerare valore l’elasticità del pensiero “mobile”, capace di attraversare ipotesi contraddittorie. Questa concezione ossimorica dell’arte gli ha permesso di rinunciare a coerenze formali, rimanendo però fedele a due princìpi: l’idea che la pittura sia il termine di paragone con cui si confronta ogni pensiero, l’idea che ogni gesto del dipingere possa sempre complicarsi in digressioni, o “dirottamenti da sé” che ne mettano a rischio la rotta prefissata, e che implicano un’aspettativa fatalista, o romantica, per ciò che potrà accadere, e forse accadrà, dentro la pittura all’“insaputa dell’autore”. Dopo una fase iniziale di formazione, animata anche dall’interesse per la matematica e l’impegno politico degli anni ’60, partecipa, nel decennio successivo, ai movimenti europei della concettualità analitica. Questa sua attività è documentata in Empirica, al Museo Castelvecchio di Verona, 1975, e in Astratta. Secessioni astratte in Italia dal dopoguerra al 1990, a Palazzo Forti, Verona, a cura di G. Cortenova e F. Menna. In bilico tra pittura e spazialità sensibile, opera su installazioni ambientali, esponendo in importanti rassegne tra cui: Le Designazioni del senso, presso la Loggetta Lombardesca di Ravenna, nel 1978, a cura di G. M. Accame; nel 1978 Metafisica del Quotidiano, alla G.A.M. di Bologna, a cura di F. Solmi; l’anno dopo Pittura-Ambiente, allestita a Palazzo Reale di Milano, curata da Renato Barilli, Francesca Alinovi e Roberto Da Olio; Nuova Immagine, nel 1980, al Palazzo della Triennale di Milano, a cura di F. Caroli. Con il gruppo dei Nuovi Nuovi, teorizzato da R. Barilli, espone in diverse città tra cui Modena, Palazzina di Parco Massari, Genova, Teatro Falcone, Roma, Palazzo delle Esposizioni, fino al 1995, anno della mostra alla Galleria d’Arte Moderna di Torino. È presente nel 1985 ad Anni Ottanta presso la G.A.M. di Bologna e, nel 1986, Aspetti dell’arte italiana 1960/1980 (Francoforte, Berlino, Hannover, Bregenz, Vienna). M. Vescovo lo invita a Frequences lumineuses alla Villette a Parigi nel 1992 e nel 2004 a Opera al nero presso la Mole Vanvitelliana di Ancona. Ha allestito personali in numerose gallerie, tra cui: Nacht St. Stephan, Vienna; Galleria Vera Munro, Amburgo; Kunstverein, Francoforte, a cura di P. Waiermeier; Galleria Fabjbasaglia, Bologna e Rimini; Galleria Annunciata, Milano; Centro Bellreguard, Valencia; Galleria Tanit, Monaco; Galleria Schneider, Costanza; Studio Cavellini, Brescia; Maria Cilena, Milano; Laboratorio dell’Imperfetto, Gambettola, a cura di S. Foschini; Palazzo del Capitano, Cesena, a cura di G. Papi; Studio Vigato, Alessandria. Si dedica al disegno come pratica liberatoria e introspettiva: nel ’94 espone ai Musei Comunali di Modena, con testo in catalogo di F. Gualdoni. La pittura torna al centro del suo interesse come scommessa che, entro i limiti della bidimensionalità, siano ancora possibili margini di libertà, di trasgressione linguistica e coinvolgimento meditativo. Nel ’95 allestisce una vasta personale alla G.A.M. di Bologna, con testi in catalogo di D. Auregli e G. R. Manzoni. C. Spadoni, che già nel 1983 lo aveva invitato a Critica ad Arte, a cura di A. B. Oliva, a Palazzo Lanfranchi a Pisa, lo invita alla Quadriennale di Roma nel 2000. Tra le mostre recenti, L’Elogio della Figura, a cura di A. Paolucci e M. Zattini, Palazzo del Capitano, Cesena, 2007. 32


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Enrico

Della Torre Milano

Estate

olio su tela cm 71,5×100

Nato a Pizzighettone (Cremona) nel 1931, si diploma al Liceo Artistico di Brera e all’Accademia di Belle Arti, frequentando per qualche mese anche quella di Roma e ricevendo premi e borse di studio. Nel 1956, presentato da Guido Ballo, allestisce la prima personale presso la Galleria dell’Ariete di Milano, dove espone pitture e incisioni. Nel 1957 durante un viaggio di studio a Parigi, conosce la pittura americana di Arshile Gorky, Mark Rothko e Jack Tworkov, rimanendone influenzato. Nel 1961 decide di stabilirsi a Milano, dove la sua produzione desta l’interesse di alcuni critici di rilievo come Valsecchi, Russoli, Vitali. Nel 1970 esce la prima monografia con testi di Roberto Tassi. Fra il 1973 e il 2002 allestisce diverse personali presso la Frankfurter Westend Galerie di Francoforte, in Germania, e un suo dipinto esposto in una collettiva a Basilea, viene acquistato dal pittore americano Mark Tobey. A Milano espone fra il 1963 e il 1986 presso la Galleria del Milione e fra il 1968 e il 1996 alla Galleria delle Ore. Molto proficuo si rivela anche il rapporto instaurato dal 1990 a oggi con Lorenzelli Arte di Milano. Nel 1972 realizza il Livre de peintre (Perviglium Veneris), primo di una lunga serie di pubblicazioni dedicate a poeti e scrittori illustrate con le sue opere, un’attività che gli ha valso riconoscimenti prestigiosi, l’ultimo dei quali è l’istituzione presso la Biblioteca Statale di Cremona, dal 2008, di un fondo con i suoi Libri d’Artista. Nel 1973 inizia a soggiornare a Teglio in Valtellina, dove organizza uno studio-atelier destinato a sostituire quello di Pizzighettone, mantenuto fino al 1992, e ad affiancare quello di Milano. Nel 1998 partecipa a una mostra organizzata da Elena Pontiggia a Teglio insieme allo scultore Mario Negri e al pittore-scrittore Wolfgang Hidesheimer, con cui instaura una proficua amicizia. Nel 1974, con la donazione all’Istituto per la Grafica e la Calcografia di Roma di cinquanta lastre incise, viene pubblicato, con presentazione di Giordano Bruno, il catalogo delle incisioni. Nel 1987 una personale con la sua produzione di circa un trentennio viene allestita a Monaco di Baviera, per poi spostarsi a Ludwingshafen e ad Ahlen in Westfalia. Due anni più tardi anche il Comune di Milano gli dedica una retrospettiva curata da Luisa Somaini presso il Padiglione d’Arte Contemporanea di Milano. Nel 1999 riceve il prestigioso titolo di “Accademico di San Luca”. Nel 2002 e nel 2007 riceve il riconoscimento di Fellow in Arti Visive da The Bogliasco Foundation, Centro Studi Ligure per le Arti e per le Lettere. Nel 2000 Sandro Parmiggiani cura una sua esposizione a Palazzo Magnani di Reggio Emilia. Nel 2001 con una donazione di centodieci opere viene istituito il Fondo Enrico della Torre presso il Museo Villa dei Cedri di Bellinzona. Molte e importanti le collettive a cui ha partecipato, di cui si elencano le principali: Quadriennale di Roma (1955, 1959, 1965, 1972); La ricerca di identità, Palazzo Reale, Milano (1974); L’opera dipinta 1960-1980, Scuderie in Pilotta, Parma (1982); Disegno italiano 1908-1988, Francoforte, Berlino e Zurigo (1988); Il miraggio della liricità. Arte astratta in Italia, Kunsthall di Stoccolma (1991); The Artist and the Book in Twentieth Century Italy, Museum of Modern Art, New York (1993); Italienische Kunst der Moderne in Frankfurter Privatbesitz, Francoforte (1994); Figure della pittura. Arte in Italia 1956-1958, Palazzo Sarcinelli, Conegliano Veneto; Miracoli a Milano 1955-1965. Artisti, gallerie, tendenze, Milano (2000); Intenso essenziale. Evoluzione dell’astrattismo in Italia, Galleria Civica d’Arte Contemporanea, Termoli (2001); L’incanto della pittura. Percorsi dell’arte italiana del secondo Novecento, Mantova (2004). Spaziando con un lavoro incessante e caparbio di ricerca espressiva e concettuale nell’ambito dell’astrattismo di derivazione geometrica, Della Torre ha conquistato un posto di rilievo nel panorama dell’arte contemporanea italiana e ha richiamato l’attenzione di importanti musei e collezionisti nazionali e stranieri e di studiosi di arte contemporanea. 34


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Giosetta

Fioroni Roma

Teatrino con bambina

olio e collage su tela cm 70×50

Nata a Roma nel 1932, figlia unica di due artisti, padre scultore e madre pittrice e marionettista a cui, in particolare, si ritiene debitrice sul fronte della creatività artistica, trova all’Accademia di Belle Arti di Roma in Toti Scialoja un maestro che segna il suo percorso artistico. Negli anni Sessanta, quando in Italia si sviluppa l’interesse per l’action painting americana con l’uso di colori industriali colati direttamente sulla tela, sviluppa il tema degli Argenti, volti, paesaggi e figure stilizzate realizzate con smalti e vernice industriale alluminio. Unica artista donna a far parte della “Scuola di Piazza del Popolo” con Angeli, Schifano e Festa, nel 1968 inaugura il Teatro delle mostre con la performance dal titolo La spia ottica in cui convergono i suoi interessi per la fotografia, la cinematografia e il mondo mediatico. Alcune immagini mediatiche stereotipate entrano di prepotenza nelle sue opere insieme a citazioni della pittura dotta del passato, duettando con la scrittura evocatrice di memorie in una combinazione lirico-segnica di grande impatto visivo ed emozionale. Negli anni della contestazione giovanile, quando gli artisti rivendicano un ruolo pubblico più incisivo, la Fioroni ribadisce che l’atto creativo è individuale e riflette essenzialmente l’interiorità, la cultura, la sensibilità del singolo. Attenta a ciò che avviene attorno a lei nel mondo dell’arte e completamente figlia del suo tempo, rimane tuttavia intimamente libera nell’esprimere la sua poetica, in cui convergono ricordi d’infanzia (le favole, i teatrini, le teche), gli interni familiari, gli umori, i simboli concettuali, il sentimento e l’erotismo e tutto quanto di privato e politico forgia la sua interiorità. Notturni, Incantesimi, Oltre le terre lontane sono titoli evocativi di mondi fiabeschi e fantastici, dove l’atto creativo si avventura negli sterminati percorsi del segno e della scrittura evocativa: «… si tratta – scrive Restany – di una scrittura interiore, della stenografia diretta all’excursus del pensiero…». Negli anni Novanta Roma le dedica una mostra antologica dove vengono esposte le sue opere su carta. Nel 1993, invitata da Achille Bonito Oliva, partecipa alla Biennale di Venezia e vi ritorna nel 1995 con la mostra I percorsi del gusto. In quegli anni si appassiona all’arte ceramica, congeniale ad esprimere in forma tridimensionale Case, Teatrini, Scatole magiche, Fornelli, piccoli ambienti fantastici ed evocativi esplorati in precedenza attraverso i linguaggi propri del pittore. Nel 1999 espone le Steli, opere di grande formato e i 100 alberi policromi. Dei cinquanta e più anni di carriera artistica di Giosetta Fioroni non vanno dimenticate le importanti commissioni di opere pubbliche (i due portali del Cinema Nuovo Olimpia, la Madonna Multietnica della Chiesa Regina Mundi, ed altre), la collaborazione per le scene e i costumi di una celebre Carmen bolognese del 1968, le esperienze cinematografiche. La città di Ravenna le ha reso omaggio dall’ottobre 1999 al gennaio 2000 con una grande antologica curata da Claudio Spadoni. 36


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Walter

Fusi Colle Val d’Elsa

Carmina Burana 213

tecnica mista su tela insieme cm 80×80

Nato a Udine nel 1924 da genitori toscani, ritorna con la famiglia a Colle Val D’Elsa, loro città d’origine, e studia all’Istituto d’Arte di Siena e all’Accademia di Firenze. Nel capoluogo toscano, ricco di fermenti artistici, si accosta dapprima al Gruppo delle Giubbe Rosse riunito nel celebre caffè fiorentino, quindi prende a frequentare l’ambiente informale e la Galleria dell’Indiano, dove tra il 1958 e il 1964 tiene diverse personali. Dal 1965 al 1970 è a Milano, dove si dedica al concretismo e crea opere tridimensionali. Nel 1979, con il ritorno a Firenze, è affascinato da un astrattismo geometrico i cui principi basilari (esaltazione della linea retta, uso dei colori primari) risentono della sua precedente sensibilità alle poetiche informali. Il 2000 ha segnato per Fusi una ulteriore evoluzione nell’ambito di uno stile ana-prospettico sottolineato dall’accostamento dei piani in forma modulare. La linea geometrica che razionalmente si chiude nel quadrato, è pur sempre la struttura portante dell’opera, ma risulta ammorbidita dai valori cromatici abbacinanti e dalle forme abbozzate o sottolineate con forza. Tali elementi trovano vita e senso riverberandosi nei reciproci rapporti dati dalla ripetizione modulare. Dopo le serie dei Senza titolo con forme astratto-geometriche e colori accesi, e delle Penetrazioni nello spazio, sono arrivati i Carmina Burana a sottolineare che l’ultima produzione di un artista è sempre il risultato di un percorso più o meno accidentato della sua sensibilità percettiva, sia quando conferma le precedenti esperienze sia quando le rinnega. È opinione dello stesso Fusi che la sua pittura sia riconoscibile «perché c’è qualcosa che lega quadro a quadro, come una serie di vagoni ferroviari … uno diverso dall’altro, ma tutti viaggiano insieme». Quindi ogni opera è un microcosmo, un atomo facente parte della grande unità rappresentata dalla poetica dell’artista. «…Nella triade di segno, gesto, colore, che Fusi giustamente rivendica al suo lavoro ciò che lui ha rinnovato meglio è l’intensità del gesto: l’ha reso più intimo e più coeso. Forte di una vitalità che ha espresso con decisione nei suoi strappi (dalla falsa coerenza), Walter Fusi fa fluire la gestualità del dipingere direttamente dall’energia dei suoi colori…»: così scriveva Tommaso Trini nel 1996 e nel 2004: «…Si tratta con tutta evidenza di una struttura fratta ma coesa, fluida benché geometrica, caotica in bell’ordine, puntiforme e globale…» collocabile idealmente nel filone di altri percorsi della realtà contemporanea in cui impera la parcellizzazione, la ripetitività e la modularità, qui esaltata dal valore aggiunto dell’azione del dipingere. Come i versi dei Carmina Burana riemergono dall’oscurità del medioevo con la loro carica di mistero e di bellezza, offrendosi alla contemporaneità mediante nuove forme espressive, ancorché musicali, dal fascino arcano, così le formelle di Fusi vivono prodigiosamente di vita nuova nella simultaneità della visione e nella sinestesia delle percezioni, recando dentro di sé tutta la magia dell’antica arte della pittura. 38


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Fathi

Hassan Fano

Foglia sacra

tecnica mista su tela cm 100×100

Nasce nel 1957 al Cairo da una famiglia originaria di Toscka, città dell’Egitto del sud colpita negli anni Sessanta dalle inondazioni del Nilo. Arriva in Italia nel 1979 per studiare arte e si diploma all’Accademia di Belle Arti di Napoli nel 1984 presso la Sezione teatrale. Grazie ai contatti con il gruppo teatrale “Falso Movimento” compie esperienze di attore e di collaboratore teatrale nell’Otello diretto da Mario Martone nel 1983 e stabilisce proficue relazioni intellettuali nell’ambiente. Nel 1983 effettua a Napoli una mostra che lo pone all’attenzione della critica come giovane artista emergente. È il momento della scrittura, di una pittura costruita non con i segni tradizionali ma con i geroglifici, di cui riempie ogni spazio libero sulla tela con una grafia caotica e indecifrabile finché i segni assumono forme generate dall’ansia di riempire il vuoto e lasciare una traccia, come fanno le donne nubiane quando dipingono parole e immagini sui muri cotti dal sole delle case per tramandare le loro storie. La convivenza fra l’anima ancorata alla Nubia, terra d’origine che vanta fra gli ascendenti nobili guerrieri e agricoltori diventati capi del villaggio, e la ragione artistica, cresciuta dentro la realtà storica e culturale italiana, dà luogo al dualismo di questo artista diviso fra due orizzonti: il recupero del passato, dei simboli e dei miti della sua terra, i colori del deserto e il sedimentare della sabbia che impronta di sé disegni e scrittura, il destino di un popolo spazzato via da un evento naturale, e uno spirito di ricerca ardito e avventuroso, che non arretra di fronte a nessuno dei nuovi mezzi di espressione contaminati dell’arte contemporanea (installazioni, fotografie, performance) che sono il risultato eclatante del bombardamento massmediologico sugli artisti. Nella seconda metà degli anni Ottanta Hassan abbandona il racconto per dedicarsi a una ricerca estetico-spaziale in cui sul fondo rigorosamente bianco, appunta materiali poveri come tela grezza, canne di bambù, spaghi rudimentali che rammendano maldestramente le ferite della tela (simili alle indelebili ferite della psiche) e sacchi dai contenuti misteriosi e dai significati oscuri, certamente legati al lavoro degli uomini semplici, ma anche alla fuga dal villaggio con le povere cose, sacchi come bagaglio di un popolo estinto che questo artista cerca di far rivivere in una forma estetica significante contro un bianco che è il colore dell’origine e rappresenta l’azzeramento di ogni memoria umana. Nel 1988, selezionato da una commissione internazionale presieduta da Dan Cameron, partecipa alla XXIII Biennale di Venezia ad Aperto 88 in rappresentanza dell’Africa, primo artista africano a solcare il palco della grande kermesse artistica. Sempre nel 1988, nella romana Accademia d’Egitto, partecipa a una mostra di pittori egiziani esponendo i suoi “sacchi”. La terza fase della sua produzione, che è legata alle precedenti tematiche ed espressioni formali, è segnata dall’icona del vaso contenitore che racchiude segreti, storie, tradizioni popolari e da cui emergono anche gli oggetti quotidiani, animali, alberi, foglie, visi e corpi umani mischiati al suo alfabeto indecifrabile e alla sabbia che entra trasportata dal vento del deserto a formare parte integrante dell’opera. Il vaso-simbolo onnipresente si trasforma fino ad assumere le sembianze dei santi Samira, Fatma, Santa Kausar e dei grandi guerrieri, senza mai abbandonare il popolo, la gente, con uno stile sempre più contaminato, vedi Monafricana del 2002, da Monna Lisa di Leonardo alla madonna africana con una cifra stilistica che rimanda a Basquiat, ricercando uno spirito religioso trascendente. La carriera artistica di Fathi Assan è costellata di eventi, di performances, di esperienze teatrali, di rappresentazioni e di scrittura nel fluire di un “pensiero disordinato” come lo definisce lui stesso, ma inderogabilmente votato all’arte. L’elenco delle mostre personali e collettive in Italia e all’estero è talmente lungo e articolato che diventa impossibile sintetizzarle in poche righe. Attualmente, dopo avere vissuto a Napoli, a Roma e a Pesaro, vive a Fano e una parte della sua attività artistica si svolge all’interno della regione Marche, da cui emigra per raggiungere quegli scenari internazionali come Parigi, New York, Washington, Alessandria d’Egitto, il Cairo, degni di un artista cosmopolita, prova vivente che è possibile l’integrazione fra le culture senza che ciò costituisca perdita dell’identità, come testimonia la sua anima divisa fra oriente e occidente, due mondi che si fronteggiano nelle differenze e nelle analogie influenzando la sensibilità dell’uomo e la produzione dell’artista. 40


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Romano

Masoni Santa Croce sull’Arno

Derive

piombo, pigmento, foglia oro, percloruro di ferro cm 130×80

È nato nel 1940 a Santa Croce sull’Arno, nel cuore della “Toscana brutta” come la chiamò Enzo Carli parlando di Masoni e del “luogo delle concerie” in cui è nato e che diventerà il centro del suo mondo poetico e della sua ricerca. Pittore e incisore, ha studiato irregolarmente prima al Liceo Classico quindi al Liceo Sperimentale. Infine ha frequentato lungamente lo Studio Simi di Firenze, facendo la scelta decisiva per la pittura. Dal 1968 ha vissuto esperienze culturali fondamentali in sodalizio con intellettuali e artisti del suo territorio. Con Alberto Pozzolini, reduce dal Piccolo di Milano, scopre il teatro e fonda quello della “Casagialla”. Nel 1976 con Coriolano Mandoli e Sergio Pannocchia fonda la rivista di politica e cultura “Il Grandevetro”, che diverrà il fulcro di una duratura serie di interventi artistici e culturali oltre che politici sui grandi temi della vita comunitaria negli anni Ottanta e Novanta. Nel 1981 è segnalato Bolaffi per la pittura da Enzo Carli. Dall’incontro con Gianni Toti e dal sodalizio con intellettuali, artisti e critici, nasce il “Circolo del Pestival”, motore di iniziative e di dibattito intorno all’inquinanto sia fisico che mentale assunto come “grande metafora” della storia contemporanea. Dall’incontro e la frequentazione di Luciano Della Mea, negli anni della Legge 180 sul disagio mentale, nascono gli stimoli per ideare e organizzare nel comprensorio del cuoio le “mostre malate” che confluiscono nel ciclo Aillof/In lingua rovescia. Seguono altre intraprese. Nel 1985 Le sorprese di Ulisse per il Museo della Conceria di Santa Croce sull’Arno. Alla fine degli Anni Ottanta, con Bobò, Comparini, Dolfo, Greco e Lombardi dà vita al sodalizio Viaggianti individualità, con mostre in Italia e all’estero, quindi Nuvolanera per l’incisione, cui si è dedicato con particolare deposito espressivo. Ha fondato il Centro di Attività Espressive Villa Pacchiani, a Santa Croce sull’Arno, che ha diretto per molti anni organizzandovi mostre e incontri di arte contemporanea e istituendovi, con la collaborazione di Nicola Micieli, il Gabinetto dei Disegni e delle Stampe. Negli ultimi anni la sua pittura, sempre fortemente sensibile alle ragioni esistenziali, si è configurata sempre più in una chiave alchemica con inserimenti oggettuali, apparentemente estranei alla superficie pittorica. Dell’attività espositiva ricordiamo: La nuova generazione, X Quadriennale, Roma (1975). Immagini del quotidiano, XXIII Premio del Fiorino, Firenze (1977). Il sacro nell’arte contemporanea, Palazzo Arcivescovile, Palermo (1978 e 1988). Aspetti della pittura figurativa in Toscana, Castello Pasquini, Castiglioncello (1981). Personale Centro Arti Visive, Palazzo dei Diamanti, Ferrara / personale Arsenale Mediceo, Pisa / Pittura oggi in Toscana, Galleria Comunale, Arezzo / 20 pittori oggi in Toscana, Fondazione Ragghianti, Lucca (1982). The Artist and the Book in Twentieth Century Italy, Museo d’Arte Moderna, New York (1992). Personale Navigazioni, Palazzo Sertoli, Sondrio (1995). Della leggerezza, Palazzo Ducale, Lucca / personale L’anima va, Rocca Paolina, Perugia (1996). Fringe Festival Visual Art, Melbourne, Biblioteca Nazionale, Firenze (1997). Quatrième Triennale Mondiale d’Estampes, Chamalière e Centro Culturale Berckem, Anversa / Incisione pisana del ’900, Limonaia di Palazzo Ruschi, Pisa / Il disegno in Toscana dal 1945 a oggi, Villa Medicea, Poggio a Caiano / Accadde in Toscana, Palazzo Ducale, Massa (1999) / Incisori per il Bisonte, Museo Marino Marini, Firenze (2000). Il segno e la memoria, Mirano, Venezia (2001). Personale Derive, Museo Piaggio, Pontedera (2002). Generazione anni Quaranta, Museo Magi, Pieve di Cento (2005). Personale Medicamenti, Museo d’Arte Moderna, San Gimignano (2007). 42


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Mario

Nanni Bologna

dalla serie

I giochi della metamorfosi

intervento su carte topografiche, acrilico su tavola cm 80×120

Nasce a Castellina in Chianti nel 1922. Dopo l’esordio realista, negli anni Cinquanta aderisce all’informale. Partecipa a Bologna a 14+2. A Milano Calvesi lo presenta al Salone Annunciata (1960), ma si orienta sempre più verso lo studio dei manufatti tecnologici e dello spazio combinato con elementi metafisici e futuristi. Nel 1962-63, con Macchina e Meccanismo, partecipa a Nuove prospettive della pittura italiana, a Bologna, e Giovani pittori italiani curata da Arcangeli in Spagna. Nel 1968 presenta le prime sculture alla VII Biennale del Mediterraneo ad Alessandria d’Egitto. Alla Galleria Apollinaire di Milano espone I giochi del malessere, installazione ammirata nel 1969 in Al di là della pittura curata da Dorfles, Marucci e Menna. Successivamente viene esposta in 30 anni di arte italiana 1950-1980 a Lecco nel 1982, e Attraversamenti curata da Calvesi e Vescovo. Nel 1970 partecipa a Gennaio 70 al Civico di Bologna con una installazione costituita da nastri metallici depositati sul pavimento di alluminio, sui quali il pubblico può intervenire. Nel 1970 in Amore mio, curata da Oliva a Montepulciano, presenta una installazione imperniata sulla mappa topografica e un acceso cromatismo. Sono le Geometrie dell’attenzione che verranno poi presentate a Ferrara a Palazzo dei Diamanti nel 1973 e alla Rotonda della Besana a Milano nel 1979. La serie successiva, Mitico computer riporta l’attenzione sul segno. Alla fine dei Settanta, le tavole lignee Segmentazioni interagiscono con lo spazio con segni che si dilatano oltre il supporto invadendo l’ambiente circostante. È sempre lo spazio il contenitore di creazioni geometriche strutturalmente perfette ma rese inquietanti dal forte contrasto del colore azzurro pallido, rosso e nero, che esce da fenditure del “totem”, da cui il magma sgorga come il sangue da una ferita. Nel 1984 sala personale alla Biennale di Venezia con le Stratificazioni. Nel 1983 partecipa a L’informale in Italia alla GAM di Bologna, si riaccosta alla pittura e riporta in primo piano il gesto compiuto su plexiglas trasparente e riflesso su fondali a specchi. Tali opere le espone in Generazioni anni Venti a Rieti nel 1981, alla Quadriennale d’Arte di Roma nel 1986, in Rivivi la tua città a Perugia nel 1987, in Aspetti dell’arte italiana dopo l’informale a Bologna nel 1988 a cura di Spadoni. Dal 1991 al 1997 una serie di antologiche alla Pinacoteca Civica di Pieve di Cento, alla Pinacoteca Civica di Modena, alla Loggetta Lombardesca di Ravenna, alla Rocca dei Bentivoglio di Bazzano. Nel ’97 partecipa alla Triennale di Bologna e Universarte a San Giovanni di Monte. Nel 1998 partecipa a Paesaggi del non luogo curata da Micieli a Volterra; nel 1999 a Sei pale d’altare a cura di Coen a Bologna. Nel 2000 riceve il premio internazionale “Marconi” per la pittura. Nello stesso anno è alla Triennale di Bologna in Questione di segni. Pittura scultura architettura. Nel 2003 ad Erice è in Arte in Italia negli anni ’70. Arte ambiente 1974-1977 a cura di Caramel e in Signori si parte! Appunti di viaggio, memorie e ricordi curata da Coen a Trento. Nel 2004 partecipa a L’incanto della pittura, percorsi dell’arte italiana del secondo dopoguerra a cura di Cerritelli a Mantova. Nanni ultimamente rimedita lo spazio attraverso le mappe, da cui nasce la serie I giochi della metamorfosi presentata alla Galleria Maggiore di Bologna nel 2004. Nel 2004 vince ex-aequo il XXXI Premio Sulmona. Nel 2005 è in L’arte in Maremma nella seconda metà del ’900 curata da Crispolti a Grosseto. Nel 2006 è in Voi (non) siete qui curata da Calabrese a Bergamo e al Premio Michetti Laboratorio italiano curato da Daverio e vince il 45 Premio Suzzara. Nel 2007 gli viene dedicata una salaomaggio alla LII Mostra Nazionale d’Arte Contemporanea Città di Termoli, curata da Strozzieri. 44


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Giorgio

Olivieri Verona

Galactical Sea

tecnica mista, acrilici e resina su tela cm 100×149,5

Nasce nel 1937 a Verona. Diplomato presso l’Istituto d’Arte di Modena, inizia l’attività negli anni Sessanta nell’ambito di una pittura non oggettiva, nel clima di azzeramento aniconico che fa seguito all’informale. Da questa concezione non si è mai discostato durante il suo percorso artistico, anche se fra i pittori analitici viene considerato uno di quelli più legati al piacere e alla emozione della pittura. Partito con i quadri-oggetto geometrici dove lo spazio monocromo è interrotto da strisce dipinte, spaghi o da più telai uniti insieme, già nella seconda metà degli anni Settanta Olivieri introduce nei dipinti bande colorate ai bordi delle opere. Fra le principali mostre relative ai primi anni di attività sono da ricordare le seguenti: 1964, The Armory Gallery, New York; 1972, Galleria d’Arte Cortina, Milano; 1974, Studio la Città, Verona; 1975, Annely Juda Fine Art; 1979, Galleria La Polena, Genova. Negli anni Ottanta sulle superfici trattate ad acrilico compaiono bastoncini colorati e aste geometriche a sottolineare i contorni dell’opera. Lo spettro dei colori di fondo è più ampio e il colore che coinvolge anche le bande limitrofe del supporto, contribuisce all’accensione della composizione. Sono di questo periodo le mostre a Palazzo dei Diamanti di Ferrara (1981), ad Artra Studio di Milano (1984), alla Galleria d’Arte Contemporanea di Suzzara (1985) e alla Kunstlenverkstatt di Monaco di Baviera (1986). Nel 1986, XI Quadriennale di Roma, Linee della ricerca artistica in Italia 1960/1980 a Palazzo delle Esposizioni di Roma; Il settimo splendore ai Palazzi Scaligeri di Verona nonché a Fiere dell’Arte in grandi città europee come Basilea, Bologna, Colonia, Düsseldorf, Parigi. Tra gli anni Ottanta e Novanta si dedica allo studio degli elementi naturali, confermando il desiderio di andare all’origine delle cose. Da questa sensibilità rinnovata scaturiscono opere diafane e colme di luce che rimandano a Turner e al tardo Monet, in cui i contorni rigorosamente geometrici, pur ancora presenti, sono meno assillanti. Fra le molte esposizioni degli anni Novanta, si ricordano le mostre alla Rocca di Umbertide (1992), alla Galleria La Giarina di Verona (1995) e alla Galerie Porte Avion di Marsiglia (1997). Lavora quindi sulla tridimensionalità, partendo da oggetti dismessi del quotidiano quali estintori, telefoni e biciclette e materiali disomogenei quali impasti acrilici, spaghi, sabbia, realizzando immagini stratificate e colori tenui e crepuscolari, che rimandano alla sedimentazione della memoria. Le opere più recenti sono monocromi di colore lieve, trasparente, in cui è presente il motivo degli spaghi a percorrere sia la superficie del quadro che il perimetro della tela. Fra le mostre più importanti dell’ultimo periodo, va ricordata l’esposizione a Palazzo Forti nel 2005 dal titolo Sull’orlo della luce, retrospettiva antologica della sua produzione dagli anni Settanta. 46


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Mario

Raciti Milano

Crocevia

tecnica mista su tela cm 100×80

È nato a Milano nel 1937. Nella pittura è un autodidatta, essendosi laureato in giurisprudenza e avendo poi abbandonato la professione forense. Inizia la carriera artistica nel 1963, partecipando a innumerevoli personali e collettive, esponendo in luoghi pubblici e privati in Italia e all’estero. Nel 1973 prende parte alla Quadriennale di Roma e nel 1986 alla Biennale di Venezia. Nel 1988 allestisce una personale con 45 opere al Padiglione d’Arte Contemporanea di Milano. Fra gli eventi di maggior rilievo vanno ricordate la partecipazione nel 1987 alla mostra Disegno italiano del dopoguerra al Museo di Francoforte e alla rassegna Arte astratta in Italia dopo il 1945 al Museo di Stoccolma nel 1991. Ha esposto numerose volte a Milano alla Galleria Morone. I musei di Milano, Genova, Tolouse, Bologna, Parma, Arezzo, Modena, Gallarate, MART hanno acquistato le sue opere. Mario Raciti si è ispirato al mito come esigenza primordiale che permane anche nella contemporaneità e rientra nel sentire dell’uomo di oggi. Su questo tema ha svolto la sua ricerca fin dagli anni Sessanta, passando dal ciclo delle Presenze-Assenze degli anni Settanta e a quello delle Mitologie degli anni Ottanta. Gli anni Novanta sono quelli del ciclo Mistero, campi vuoti ed evanescenti in cui affiorano presenze provenienti da lontane galassie o da anfratti della coscienza che configurano realtà di carattere visionario affini alle poetiche informali. L’accostamento è avallato dall’artista stesso con queste parole: «Cominciai a guardare all’informale con la volontà poi di costruire una nuova immagine, emblematica, visionaria, alla ricerca dei substrati della pittura; raccontare non direttamente ma per dati traslati che sottendessero altre immagini lontane». Se le radici linguistiche di questa pittura sono da ricercare nell’ambito dell’astrazione lirica, certamente le opere sono qualcosa di molto più profondo e sentito dell’esercizio di un modo di dipingere. Indubbiamente Raciti non si sarebbe accontentato di fermarsi sulla soglia del reale, troppo forte era la tentazione di guardare oltre il confine del mondo sensibile, laddove si liberano le paure ancestrali, i desideri, le visioni configurandosi in una realtà “altra” che assume la magica denominazione di “rivelazione poetica”. Rivelare, cioè rendere manifesto ciò che è sotteso, e perciò sconosciuto ai più, e fare questo con gli strumenti della pittura, ramificando sui supporti di colore bianco argento filigrane inquietanti come oscure presenze, oppure invadendo percorsi eterei come vie lattee con geroglifici spaziali, perse astronavi che non faranno ritorno: ogni opera di Raciti è una sua verità rivelata che diventa anche nostra. Nelle ultime opere della serie denominata Mistero la densità del colore si è accentuata e lo spazio rappresenta lo scenario in cui si recita senza soggetto. Il senso dell’opera si costruisce integrandolo con la percezione per tentare di svelare, come vuole il suo autore, il mistero in essa contenuto e ottenere così una nuova “rivelazione”. 48


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Rino

Sernaglia Milano

Luce-ombra

acrilico su tela cm 80×80

Nato a Montebelluna (TV) nel 1936, si è diplomato all’Istituto d’Arte di Venezia. Partito dalla pittura tradizionale ispirata alle bellezze naturali del suo paese, quando si trasferisce a Milano inizia a dipingere acquarelli in stile espressionista. Grazie alla sua abilità nel disegno, lavora come disegnatore per pubblicazioni culturali e come scenografo per la televisione. Nel 1964, con una serie di dipinti a olio ispirati alla campagna, chiude definitivamente il discorso figurativo per intraprendere un percorso di ricerca legato a una nuova strutturazione del quadro e dello spazio. Studioso di musica dodecafonica, compie viaggi di studio in Europa per indagare le origini dell’astrattismo geometrico e nel 1966 abbraccia completamente questa tendenza, utilizzando colori di qualità essenzialmente timbrica e nuovi rapporti di linee e piani, dove la luce mantiene una posizione privilegiata e si materializza in esplosioni di bianco contenuti in geometrie che emergono prepotentemente dai valori tonali circostanti. La ricerca sull’ordine costruttivo spaziale e sulla luce porta Sernaglia a sperimentare l’optical art e l’inserimento di corpi di luce artificiale nelle opere. Questo ciclo si conclude nel 1972 e viene denominato dall’autore Processi di purificazione. Dal 1973 al 1977 si dedica al ciclo Positivo-Negativo durante il quale crea percorsi tridimensionali di luce bianca dentro a campi neri delimitati ai margini da un cornicione virtuale dipinto sul supporto. La sua ricerca prosegue dal 1978 al 1990 con il ciclo Luce-Ombra mediante l’utilizzo di campi monocromi di diversi colori. Nel 1990 aderisce al movimento internazionale di “arte madi” ed è cofondatore del gruppo italiano costituitosi a Milano presso l’Associazione Culturale Arte Struktura. Alla base della tendenza vi è, come si scrive nell’atto costitutivo, l’esaltazione della geometria, che sta alla base dei processi costruttivi e che «… viene usata nel mondo islamico per rappresentare più convenientemente la perfezione di Dio… L’arte costruttiva infatti ricerca una sintesi della versione, una sintassi della conoscenza, una comprensione puntuale dell’opera ed allo stesso tempo della sua poetica… La semplicità del costruttivismo, che è l’arte di costruire della mente umana e della pratica industriale, e la funzionalità del minimalismo, che è la capacità di astrarre la completezza della visione mediante l’uso di pochi elementi, permettono al fruitore di avvicinarsi a quest’arte in modo naturale». Sernaglia si dedica al quadro poligonale e al movimento cinetico, mentre la superficie del quadro può essere indifferentemente curva, concava e convessa, le forme sono dinamiche e “moltiplicate”. Attraverso questa tendenza, Sernaglia, come gli altri aderenti, si augura di incidere nel tessuto architettonico e urbano della città e di trasmettere un messaggio di libertà sociale. Sono di questo periodo le rassegne nazionali e internazionali di arte madi fra cui: 50 anòs después a Saragozza nel 1996, Struktura a Milano nel 1997, Arte madi al Museo d’Arte Moderna Reina Sofia di Madrid nel 1997, Da madi a madi alla Civica Galleria d’Arte Moderna a Gallarate nel 1999. Numerosi i riconoscimenti: il primo premio Cesare da Sesto a Sesto Calende; il primo premio Mori della città di Lecco; il primo premio Tra sogno e realtà di Gorla Inferiore; il secondo premio San Fedele di Milano. Sue opere sono esposte in spazi pubblici e privati e del suo lavoro si sono occupati importati studiosi d’arte. Benché l’immaginazione e la creatività non abbiano conquistato il potere, Sernaglia ha mantenuto il proprio impegno di divulgare il messaggio comunicativo dell’arte operando nel settore di educazione artistica del Comune di Milano e tenendo conferenze e seminari quale esperto delle avanguardie storiche del ’900, spendendosi particolarmente nel divulgare i principi del suprematismo, del costruttivismo, del neoplasticismo e del Bauhaus. 50


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Medhat

Shafik Torricella Verzate

Provviste del viandante tecnica mista cm 73×140

Medhat Shafik è nato in Egitto nel 1956. Dal 1976 vive e opera in Italia. Diplomato in pittura e scenografia a Brera, dagli anni Ottanta partecipa a rassegne nazionali e internazionali. Nel 1995, alla Biennale di Venezia il Padiglione Egitto da lui rappresentato e curato, riceve il Leone d’Oro delle Nazioni. Dal 1995 si susseguono le sue presenze, dal Palazzo Ducale di Mantova al Museo della Repubblica di San Marino. A Gibellina inizia la realizzazione dell’opera monumentale Qanat, le rotte del cielo nell’ambito delle Orestiadi. Nel 1998 tiene a Les Mans in Francia una personale nel Centro Culturale L’Espal e partecipa alla rassegna internazionale Mediterranea all’Hotel de Ville di Bruxelles. Nel 1999 realizza l’installazione La via della seta in San Francesco a Como, curata da Alberto Fiz ed Elena Pontiggia; è presente con una personale ad Art Basel 30 e alla Galleria Comunale di Cervia con l’installazione Il risveglio della Fenice: Fuoco, curata da Claudio Cerritelli. Nel 2001 espone alla Galleria d’Arte Contemporanea di Bad Homburg in Germania, alla Galleria Civica d’Arte Moderna di Spoleto e all’Arengario di Milano. Nel 2002 inizia il nuovo ciclo di opere Sabbie, presentate da Marco Meneguzzo a Pietrasanta e a Milano, e partecipa a Glass Way, le stanze del vetro dall’archeologia ai giorni nostri, curata da Maurizio Sciaccaluga al Museo Archeologico di Aosta. Nel 2003 allestisce una personale all’Accademia di Belle Arti di Brescia, e partecipa alla Biennale Internazionale de Il Cairo vincendo il The Nile Grand Prize. Nel 2004 a Verona l’installazione La dimora del poeta viene esposta e acquisita dalla collezione permanente del Museo di Palazzo Forti e partecipa a Medioevo prossimo venturo, curata da Maurizio Sciaccaluga al Palazzo Pretorio di Certaldo. Nel 2005 partecipa alla rassegna internazionale Identità e nomadismi curata da Lorenzo Fusi e Marco Pierini al Palazzo delle Papesse di Siena. Nel 2006 allestisce la personale Aiqunat. Territori dell’anima presso la galleria Spirale Arte di Milano con imponenti opere di medio e grande formato; partecipa inoltre al simposio parallelo alla X Biennale Internazionale de Il Cairo con il video Flash Back e alla rassegna internazionale curata da Antonio D’Avossa al Castello Aragonese di Taranto intitolata Mediterraneo Contemporaneo. Nel 2007 ritorna a Verona in occasione della mostra internazionale Il Settimo Splendore, curata da Giorgio Cortenova, che ha inaugurato il Palazzo della Ragione. Nello stesso anno partecipa anche alle rassegne internazionali Linee all’orizzonte, alla Galleria d’Arte Moderna di Genova, curata da Maurizio Sciaccaluga, e Anatomia dell’irrequietezza, a cura di Luca Beatrice al Palazzo della Penna di Perugia. Nel mese di novembre allestisce poi una ricca personale a Verona, nella prestigiosa sede di Palazzo Forti, intitolata Le Città invisibili curata da Giorgio Cortenova e Patrizia Nuzzo. Il 2008 lo vede infine protagonista di un progetto Sitespecific pensato per la Piazza del Duomo e la chiesa di S. Agostino a Pietrasanta, in collaborazione con il Comune e la galleria Marco Rossi Spirale Arte. Inoltre viene invitato a partecipare al progetto itinerante intitolato Correnti mediterranee. Artisti arabi tra Mediterraneo e Italia, organizzato dal Ministero degli Affari Esteri e curato da Martina Corgnati, in mostra a Damasco, Beirut e Il Cairo. 52


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Fausta

Squatriti Milano

Beata solitudo sola beatitudo: Favignana, cava di tufo sommersa dal mare

fotografia, pigmenti, pastelli Fabriano su alluminio, dittico cm 100×120

Nata a Milano nel 1941, lavora sia come artista visiva che come poeta, saggista e narratrice. Ha svolto parallelamente alla sua ricerca personale, in collaborazione con Sergio Tosi, una intensa attività editoriale nel campo dei multipli e della grafica d’artista dal ’64 al ’70. Il gallerista Pierre Lundholm espone a Stoccolma le sue prime sculture nel ’68. In quegli stessi anni si lega di amicizia con Alexander Iolas che le affiderà la creazione dei libri e manifesti per le mostre nelle sue gallerie, esponendo le sue sculture a Ginevra e New York. Negli anni successivi Denise Renée si interessa alla sua scultura esponendola più volte a Parigi, mentre negli anni ’90 sarà Karin Fesel di Düssldorf ad esporre il suo lavoro in personali e mostre di tendenza nelle sue gallerie e in alcuni musei. Dal 1980 e fino all’86 si occupa ancora di edizioni numerate, pubblicando i grandi maestri dell’arte costruttiva. Dopo avere insegnato grafica nelle Accademie di Carrara, Venezia e Milano, insegna ora Decorazione all’Accademia di Belle Arti di Brera. Ha tenuto seminari di studi in Accademie ed Università, a Carrara, Venezia, Bologna, in Belgio a Mons, alle Hawaii a Honolulu, Tel Aviv, Haifa, Parigi. È stata curatrice della mostra storica Colore alla Biennale di Venezia dell’86, e suoi saggi sull’argomento sono pubblicati in catalogo. Ha curato, in collaborazione con Teresa Pomodoro, la Collezione ABV, mobili disegnati da artisti, per la Tecno. Ha pubblicato due libri di poesia con l’editore Vanni Scheiwiller, per il quale ha diretto la rivista interdisciplinare “Kiliagono” uscita tra il 1992 e il 1995. Nel 1985 ha vinto il Premio Montale per l’inedito. Nel 1999 ha pubblicato Male al male (Piero Manni, Lecce), e successivamente Sguardo azzurro alla mia sinistra (Book editore) e Carnazzeria (Testuale). Nel 1997 ha fondato con Francesco Leonetti il Teatro monologico d’autore, partecipando a festival teatrali e poetici a Reggio Emilia, Venezia, Milano. Collabora con associazioni culturali tese al dialogo tra diverse culture, Milanocosa, Novurgia, Asilo Bianco. Nel 2006 è uscito il suo primo romanzo, Crampi (Abramo editore). Tra le altre personali: 1960, Galleria del Disegno, Milano. 1964 Palazzo Sormani, Milano. 1968, Galeri Pierre, Stoccolma. 1969, Cozmopolitan Gallery, New York, Jack Mizraki, Città del Messico. 1970, Mabat Art Gallery, Tel Aviv; Estudio Actual, Caracas; The Courtney Gallery Houston. 1973, Galleria Rotta, Genova. 1975, Arte Contacto, Caracas; Museo de Arte Contemporaneo Jesus Soto, Ciudad Bolivar. 1979, Galleria Del Naviglio, Milano. 1980, Studio Marconi, Milano. 1981, Palazzo dei Diamanti, Ferrara. 1982, Galerie Denise René, Parigi. 1983, Istituti Italiani di Cultura di Zagreb, Beograd, Rijeka, Osijek Ljubiana. 1992, Galleria Santo Ficara, Firenze, 1999, Via Crucis, Teatro Sociale, Bergamo; Un Requiem, Etoile Toy Visual Arts, Firenze. 2001, Fino all’ultimo sangue, Fondazione Mudina, Milano; Il percorso della salvezza, Muso Bedoli, Biadana; Trough to the bitter end, Museum an Ostwall, Dortmund. 2002, Beata solitudo, sola beatitudo, NT Art Gallery, Bologna. Tra le principali rassegne: 1975, X Quadriennale, Roma. 1979, Trigon ’79, Masculin-Feminin, Kunstlerhaus Neue Galerie, Graz. 1985, Les femmes et l’abstraction constructive, Galerie Denise René, Paris. 1986 XI Quadriennale, Roma. 1989 Denise René presenta, Galleria del Naviglio, Milano. 1991 15 Jahre Galerie Karin Fesel, Von der Stilgalerie zur Programgalerie, Galerie Fesel, Düsseldorf. 1992 Art construit tendences actuelles, Galerie Denise René, Paris. 1997 Il campo dei sensi, Fondazione Mudima, Milano; Construction Concept Color, I Kunstverein, Speyer. 1998 Trash, quando i rifiuti divengono arte, Museo d’Arte Moderna di Trento e Rovereto. 1999 Skulptur aus Italien, Galerie Karin Fesel, Düsseldorf e Sonsbeck. 2000 Natur Abbild Assoziation, Ministerium fur Arbeit, Saoziales und Stadtenwicklung, Kultur und Sport des Landes Nordrhein-Westfalen, Düsseldorf; The Vera, Silvia and Arturo Schwarz contemporary collection of art, The Tel Aviv Museum. 54


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Tino

Stefanoni Lecco

Sinopia T76A

acrilico su tela cm 100×120

Nato a Lecco nel 1937, ha studiato al Liceo Artistico Beato Angelico e alla facoltà di architettura del Politecnico di Milano. Dal ’63 al ’66 partecipa ad alcune mostre, ma la sua attività artistica inizia veramente soltanto nel 1967 con il conseguimento del primo premio San Fedele di Milano. È datata 1968 la prima personale alla galleria Apollinaire di Milano, diretta da Guido Le Noci, con un saggio di Pierre Restany. Nel 1970 partecipa alla XXXV Biennale di Venezia dove, nel Padiglione sperimentale, con una macchina per il “sottovuoto”, produce opere meccaniche in plastica che vende direttamente al pubblico. Pur non configurandosi in senso stretto nell’area concettuale, l’opera di Stefanoni è stata assimilata a questa tipologia di ricerche. L’artista elabora la sua creazione artistica partendo dall’oggetto d’uso quotidiano che propone nella sua asettica oggettività. La scelta degli oggetti creati dall’uomo è obbligata, in quanto unica traccia della sua esistenza e custode di un’idea di bellezza non propria del mondo naturale, quale può essere quello faunistico o vegetale. È implicita nella sua ricerca la volontà di “presentare” le cose caricandole di ironia, non certo rappresentarle nel senso tradizionale della pittura. Di fatto nelle icone di Stefanoni coesistono elementarità e mistero. Il mistero che sta dietro alle cose è uno dei fondamenti della pittura metafisica che si ripropone qui, con caratteristiche diverse perché diversa è la concezione che sovraintende all’idea artistica. Tuttavia gli oggetti mantengono quella carica misteriosa legata a presenze-assenze umane di cui sono traccia, rimandando a concezioni che vanno oltre la materialità di ciò che viene presentato. Lo rivelano anche i titoli dei testi scritti sulle opere: L’incantato disincanto, La pittura come oggetto, Lo stato dei fatti, L’ironia oggettiva, L’illusione svelata, Amori platonici, Emoticon. Dal 1967 ad oggi ha effettuato molte esposizioni in Italia e all’estero. Si citano le principali: 1968, Galleria Bertesca, Genova. 1970, Studio Santandrea, Milano. 1972, Galleria Paul Facchetti, Parigi e Zurigo. 1974, Galleria Franz Paludetto, Torino. 1975, Galleria Lorenzelli, Bergamo. 1977, Galleria Art Global, S. Paolo e Petite Galerie, Rio in Brasile. 1978, Galleria Corraini, Mantova. 1979, Galleria Cardi, Milano. 1981, Galleria Art in Progress di Düsseldorf e Monaco. 1986, Galleria Pio Monti, Roma; Galleria Seno, Milano; Galleria Fabjbasaglia, Bologna. 1988, Galleria Deambrogi, Lugano; Galleria Krief, Parigi; Galleria Roy, Losanna. 1989, Galleria Hete Hunermann, Düsseldorf. 1990, Galleria Del Milione, Milano; Galleria Ahlner, Stoccolma; Galleria Totah, Londra. 1992, Galleria Artiscope, Bruxelles. 1994, Galleria Tovar & Tovar, Bogotà. 1996, Cardelli & Fontana, Palazzo Civico, Sarzana. 1997, Castello di Rivara (To); Galleria Bianca Pilat, Chicago. 1999, Galleria S. Fedele, Milano (con Salvo). 2001, Galleria Baumgartl, Monaco. 2002, Galleria Fabjbasaglia, Rimini. Invitato alla XIII e XIV Quadriennale di Roma. Inoltre le mostre in alcuni Musei o spazi pubblici: 1977, Palazzo dei Diamanti, Ferrara. 1981, Museo I C C, Anversa. 1990, Museo Koekkoek, Kleve. 1992, Stadtgalerie, Sundern (D). 1994, Museo di S. Marino e Villa Manzoni, Lecco. 1996, Istituto Italiano di Cultura, Parigi. 1997 Istituto Italiano di Cultura, Chicago. 1999, Chiostri di S. Domenico, Reggio Emilia. 2000, Museo di Tortolì (Nu). 2002, Palazzo Forti, Verona. 2003, Trevi Flash Art Museum. 2006, Magazzini del Sale, Siena. 56


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Walter

Valentini Milano

Il muro del cielo

tecnica mista su tavola cm 48×100

Nato nel 1928 a Pergola (Pesaro), si forma a Roma, allievo di Consagra, Turcato e Cagli, e a Milano, dove considera suoi maestri tre protagonisti del Razionalismo Astratto: Luigi Veronesi, Max Huber e Albe Steiner. A Urbino frequenta la Scuola del Libro all’Istituto di Belle Arti e si specializza in litografia con Carlo Ceci. A Urbino, l’antica città rinascimentale dove si respira l’atmosfera metafisica suggerita da Piero della Francesca e dal Trattato di Luca Pacioli, sviluppa il suo interesse per l’incisione, dimostrando una maestria che gli fa ottenere molteplici riconoscimenti in Italia e all’estero. Fra i quali la partecipazione alla prima Biennale dell’Incisione Italiana Contemporanea a Venezia nel 1955, il primo premio alla Biennale Internazionale dell’Incisione di Ibiza nel 1982 e il Grand Prix alla Biennale Internazionale dell’Incisione di Cracovia nel 1984; infine la sua mostra antologica della grafica a Rimini nel 1989. Nel 1955 si stabilisce a Milano, dove per quindici anni svolge attività di grafico e direttore creativo in agenzie pubblicitarie, continuando a dipingere senza esporre le sue opere. La mostra di esordio risale al 1974 alla Galleria Vinciana. La sua poetica si fonda sulla geometria. L’angolo, la curva, la retta sono elementi essenziali di costruzione di tutto quanto costituisce la realtà visibile. Egli affronta lo sviluppo modulare del segno e della forma con rigore e razionalità, senza esaltazioni gestuali o cromatiche, nella convinzione che l’ordine geometrico racchiuda una perfezione che rimanda all’essenza delle cose molto più di qualsiasi loro imitazione. Quando, abbandonato il supporto tradizionale, la sua azione si sposta sulla superficie murale, scrostandola, corrodendola, incidendola con i segni del tempo e delle umane vicende, la razionalità sposa una concezione umanistica, alludendo alle infinite tracce dell’uomo e della sua storia sul palcoscenico del mondo. Il muro del tempo, La città del sole, La porta del tempo evocano essenziali architetture ma anche mondi fantastici e civiltà sepolte, confondendo e miscelando insieme passato e futuro attraverso la volta, il triangolo, il cerchio, il segno modulare ripetuto, la sottrazione il e rilievo che più che mai richiamano lo scorrere delle stagioni della vita. Un gioco geometrico che sembra escludere la presenza umana, eppure la evoca concettualmente. Si presume che Valentini si ispiri alla cultura del Rinascimento per la sua ricerca di armonia e di equilibrio, ai costruttivisti russi per la comune passione per la geometria e ai maestri dell’astrattismo per il valore simbolico del colore. 58


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Tullio

Pericoli Milano

Flusso

olio e matite su tela cm 90×90

Tullio Pericoli nasce a Colli del Tronto (Ascoli Piceno). Dal 1961 vive a Milano dove si afferma come pittore e disegnatore. A partire dagli anni Settanta inizia a collaborare con la rivista “Linus”, con il “Corriere della Sera” (dal 1974) e con il settimanale “L’Espresso”. Intanto espone le sue opere a Milano, Parma, Urbino e presso la Olivetti di Ivrea. Realizza i disegni per l’edizione del volume Robinson Crusoe per la Olivetti e nel 1985 li espone a Milano presso il Padiglione di Arte Contemporanea, poi a Bologna, Genova e Roma. Intanto dal 1984 collabora con “la Repubblica”. Nel 1987 Livio Garzanti gli affida l’incarico di realizzare, in un salone della casa editrice, una pittura murale. Nel 1988 pubblica presso la casa editrice Prestel di Monaco il volume Woody, Freud e gli altri, che uscirà anche in edizione francese, spagnola e americana. Il libro diventa inoltre catalogo di una mostra presentata con successo in Germania e in Austria. Nel 1990 è la volta di Ritratti arbitrari, pubblicato in Italia da Einaudi. Proseguono le personali dell’autore, che espone a Milano (Attraverso il disegno è il titolo dell’ampia mostra ospitata a Palazzo Reale), Parigi e Monaco. Riceve il “Premio Gulbransson” dall’Olaf Gulbransson Museum di Tegernsee (1993) e presenta una mostra dal titolo Il tavolo del re ospitata al Gulbransson Museum stesso, a Bamberg, Francoforte e New York. Nel 1995 si avvicina al teatro disegnando scene e costumi per l’opera L’elisir d’amore di Donizetti che va in scena a Zurigo. Tre anni dopo, cura un nuovo allestimento della stessa opera per la Scala di Milano. Nel 2001 mette in scena Le sedie di Ionesco per il Teatro Studio di Milano, curandone la regia, le scene e i costumi e nel 2002 disegna scene e costumi per Il turco in Italia di Rossini sempre per l’Opernhaus di Zurigo. Il volume Terre (Rizzoli), edito anche negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, raccoglie una selezione di opere sul tema del paesaggio. Di questi dipinti si tiene un’ampia mostra a Palazzo Lanfranchi a Pisa all’inizio del 2002. Sempre nello stesso anno la casa editrice Adelphi pubblica il volume I ritratti, una raccolta di 577 volti di personaggi soprattutto letterari, parte dei quali vengono esposti nel 2003 allo Spazio Oberdan di Milano. Per l’occasione Adelphi pubblica un nuovo volume di ritratti dal titolo Otto scrittori. Nel 2004 tiene a Roma, a Palazzo Venezia, una mostra sui grandi dipinti realizzati nella residenza di Carlo Caracciolo a Torrecchia, pubblica La casa ideale di Robert Louis Stevenson (Adelphi) e Viaggio nel paesaggio (Edizioni Nuages). Nel 2005 esce presso Bompiani L’anima del volto. Nel 2006 espone i suoi dipinti in una mostra dal titolo Parti senza un tutto presso la Galleria Ceribelli di Bergamo. Nel 2007 espone i ritratti di Samuel Beckett a Dublino presso la Oscar Wilde House. Adelphi pubblica un’edizione illustrata di Robinson Crusoe che rielabora il progetto realizzato per Olivetti tra il 1982 e il 1984, mentre Rizzoli pubblica Paesaggi e una parte delle opere del volume viene esposta presso la galleria Lorenzelli Arte di Milano. 60


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Senza cielo

olio e matite su tela cm 90Ă—90 62


Senza cielo

olio e matite su tela cm 90Ă—90 63


Senza cielo

olio e matite su tela cm 90Ă—90


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Achille

Perilli Roma

Amalasunta

tecnica mista su tela cm 100×100

Nasce a Roma nel 1927. Dopo il Liceo, si laurea in Lettere, allievo di Lionello Venturi, con una tesi sulla metafisica. Nel dopoguerra, aderisce al Gruppo Arte Sociale; poi, il 15 marzo 1947 sottoscrive il manifesto di “Forma 1” e partecipa alla mostra del Gruppo. Durante un soggiorno parigino, frequenta Arp e Picabia. Nel 1950 cura la pubblicazione di Forma 2 Omaggio a Kandinskij ed espone in Arte astratta e concreta in Italia alla Galleria d’Arte Moderna di Roma. Nel 1952 espone alla Fondazione Origine. Nel 1956 la prima personale, alla Strozzina di Firenze. Nel 1957 fonda con Novelli la rivista “L’esperienza moderna”. 1959, Biennale di San Paulo in Brasile. 1962, sala personale alla Biennale di Venezia. 1963, L’art et l’écriture, Kunsthalle di Baden Baden e Stelijk Museum di Amsterdam. Realizza Le colonne, sculture in legno dipinto. 1964, personale al Kunstvereim di Freiburg. Fonda la rivista “Grammatica” con Giuliani, Manganelli e Novelli. 1968, sala personale, Biennale di Venezia. 1970, retrospettiva, Nàrodni Galerie di Praga. 1972, costituzione del Gruppo “Altro/Lavoro intercodice”. 1975, manifesto Machinerie, ma chère machine. 1977, retrospettiva Lo spazio della pittura. 1947-1977, Trissino. 1978, Teatro dell’Opera, Roma, Dies Irae, spettacolo astratto su nastro elettronico di Aldo Clementi. 1982, pubblca sul n. 1 di “Resina” la Teoria dell’irrazionale geometrico, dove coniuga l’interesse per il Surrealismo, nutrito dall’incontro con Artaud, con una pratica pittorica orientata verso l’astrattismo geometrico dato non come certezza assoluta, ma come ipotesi in divenire; Achille Perilli. Continuum 19471982, San Marino. 1984, Achille Perilli. L’irrazionale geometrico, Parigi. 1986, Forma 1947/1986, Museo Civico, Gibellina. 1988, retrospettiva, Galleria d’Arte Moderna, Roma; Olimpiadi of Art, Seul. 1989, Orientamenti dell’arte italiana. Roma 1947-1989. Mosca e Leningrado. 1992, Achille Perilli.Le Carte e Libri 1946-1992, retrospettiva itinerante per l’Europa. 1994, pubblica il libro L’Age d’Or di Forma 1 ed espone in Forma 1 a Parma,Verona e Londra. 1996, pubblica Metek. Babbecedario allunatico illustrato, di cui usciranno altri tre numeri, e realizza le sculture in legno Gli alberi. 1997, riceve il “Premio Presidente della Repubblica”. 1998, Forma 1 e i suoi artisti, Scuderie del Castello; Praga; De insana geometria. Achille Perilli 1968-1998, Mole Vanvitelliana, Ancona. 2001, Cross-roads. Incroci, Castello Colonna, Genazzano; Roma 1948-1959, Palazzo delle Esposizioni, Roma; Achille Perilli. La Librericciuola, Praga. 2002, Dal Futurismo all’Astrattismo, Fondazione Cassa di Risparmio, Roma; esce Achille Perilli. Gli anni di “Civiltà delle macchine” a cura di Giuseppe Appella. 2003, Achille Perilli. Benvenuta primavera, Galleria Marchetti, Roma; La Galleria del Deposito. Un’esperienza d’avanguardia nella Genova degli anni Sessanta, Museo di Villa Croce, Genova; Pittura degli anni ’50 in Italia, G.A.M., Torino; Cinque maestri dell’astrattismo italiano del dopoguerra, Galleria Civica, Termoli; Achille Perilli 1955/1956, Galleria André, Roma; Achille Perilli 19582003, Galleria Paola Verrengia, Salerno; Achille Perilli e gli anni dell’esperienza moderna, Galleria Les Chances dell’Art, Bolzano. 2004, Achille Perilli. Gli alberi e i tondi, Galleria Fioretto, Padova. 2005, antologica, Western Gallery, Francoforte, e Institut Mathidenhohe, Darmstadt. 2006, Works on paper 1946-1957, Italian Cultural Institute, New York, Washington DC, Chicago; Achille Perilli. Liberi segni - insane geometrie, Auditorium della Musica, Roma. 2007, Achille Perilli. Opere su carta, Museo Archeologico, Sperlonga; Viaggio nell’arte italiana 1950-1990. Cento opere dalla Collezione Farnesina itinerante in vari Paesi. 2008, Il nero di Perilli, Galleria Tega, Milano; Achille Perilli. Le geometrie d’invenzione, PH7 Art Gallery, Roma. 66


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Il ritorno deludente

tecnica mista su tela cm 100Ă—100 68


Il cuore batte

tecnica mista su tela cm 100Ă—100 69


L’avventura stregata

tecnica mista su tela cm 100Ă—100


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Segni incisi per Marina di Ravenna Eugenio Carmi I. Tullio Pericoli II. Achille Perilli III. La cartella Segni incisi per Marina di Ravenna pubblicata dalla Capit di Ravenna nell’occasione del Premio “Marina di Ravenna” cinquantaduesima edizione con testo introduttivo di Claudio Cerritelli si compone di tre incisioni originali a colori eseguite all’acquatinta dai maestri Eugenio Carmi Tullio Pericoli Achille Perilli stampate su carta fatta a mano di cm 50x70 della Cartiera Hahnemühle dal maestro stampatore Luigi Berardinelli di Verona le lastre di Eugenio Carmi e Achille Perilli dal maestro stampatore Pierluigi Puliti di Milano le lastre di Tullio Pericoli in 99 esemplari poi numerati e firmati dagli artisti in numeri arabi da 1/99 a 99/99 cui si aggiungono Xx esemplari numerati e firmati in cifre romane da i/xx a xx/xx da Eugenio Carmi Xxv esemplari numerati e firmati in cifre romane da i/xxv a xxv/xxv da Tullio Pericoli Xx esemplari numerati e firmati in cifre romane da i/xx a xx/xx da Achille Perilli più alcune strumentali prove di stampa siglate “p. d’a.” e firmate dagli artisti. Dopo la tiratura le lastre sono state rispettosamente biffate. La cartella è stata stampata nell’agosto 2008 da Grafiche Morandi, Fusignano (Ra)

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I. 73


II. 74


III. 75


Premio Marina di Ravenna Albo d’oro dei vincitori

Concorso Estemporaneo 1955 1956

Corrado Corazza, Bologna Giuliano Manoni, Ravenna Franco Miele, Roma 1957 Raffaele Costi, Roma Francesco Verlicchi, Fusignano RA 1958 Mario Massarin, Venezia Manlio Serra, Roma 1959 Tino Pelloni, Modena Giovanni Perbellini, Verona Berto Ravotti, Mondovì CN Ermanno Vanni, Modena 1960 Nino Gagliardi, Roma Romano Reviglio, Cherasco CN Giulio Ruffini, Ravenna Renzo Sommaruga, Verona 1961 Mariano Benedetti, Ascoli Piceno Mario Carletti, Cossato VC Shingu Susumo Giappone 1962 Tosco Andreini, Prato FI Gino Croari, Roma Marcello Di Tomaso, Udine Riccardo Galluppo, Padova 1963 Giovanni Barbisan, Treviso Giuseppe Cavallini, Livorno Francesco Rossini, Ancona 1964 Stefano Cavallo, Milano Andrea Gabbriellini, Pisa Guido Onofri, Ravenna 1965 Vittorio Basigli, Ravenna Mario Benedetti, Cremona Guido Botta, Alessandria Mauro Cozzi, Firenze 1966 Ulisse Bugni, Forlì Alessandro Filippini, Roma Nevio Nalin, Ferrara Nerio Tebano, Roma Franco Toscano, Roma 1967 Piero Albizzati, Milano Nevio Bedeschi, Faenza RA Alberto Cavallari, Modena Adolfo Grassi, Bari Giorgio Spada, Forlì 1968 Nino Andreoli, S. Benedetto del Tronto AP Vanni Ratti, S. Terenzio SP Francesco Rossini, Ancona Costantino Spada, Sassari 1969 Paolo Brambilla, Casalecchio BO Alberto Cavallari, Modena 1970 Aldo Mari, Milano Michele Toscano, Ravenna Umberto Zaccaria, Modena 1971 Natale Filannino, Firenze Ferriano Giardini, Ravenna 76

1972

Vito Montanari, Terra del Sole FO Pietro Ribaldone, Busto Arsizio VA 1973 Enzo Cescon, Treviso Aldino Salbaroli, Ravenna 1974 Elvio Bernardi, Riccione FO Giosuè Biancini, Arona NO 1975 Franco Patuzzi, Verona Giorgio Rinaldini, Rimini 1976 Dorian Bettancini, Ravenna Giulio Picelli, Milano 1977 Adolfo Grassi, Bari Giorgio Spada, Forlì 1978 Giorgio Rinaldini, Rimini Giacomo Vieri, Prato FI 1979 Ivo Capozzi, Milano Roberto La Carrubba, Roma 1980 Giorgio Rinaldini, Rimini 1981 Giuseppe Simionato, Giulianova TE 1982 Marcello Di Tomaso, Udine 1983 Anteo Tarantelli, Teramo 1984 Walter Coccetta, Terni 1985 Nazareno Cugurra, Roma 1986 Franco Sumberaz, Livorno 1987 Elio Carnevali, Pegognaga MN 1988 Franco Chiarani, Arco TN 1989 Gaetano Tajariol, Cordenons PN 1990 Claudio Gotti, Almenno S. Salvatore BG 1991 Elvio Zorzenon, Udine 1992 Giuseppe Siccardi, Padova 1993 Vanni Saltarelli, Saronno VA 1994 Temistocle Scola, Livorno 1995 Romano Bertelli, Ostiglia MN 1996 Renzo Codognotto, Codroipo UD 1997 Ido Erani, Vecchiazzano FO Albino Reggiori, Laveno VA 1998 Franco Ferrari, Modena Gamal Gad Meleka, Vimodrone MI 1999 Nadia Cascini, Arezzo Ugo Rassatti, Latisana UD 2000 Marino Collecchia, Montignoso MS Gianni Gueggia, Castrezzato BS


Rassegna di pittura 2003

Vela d’oro artista emergente Mattia Battistini, Ravenna

Vela d’argento della critica Tommaso Cascella, Bomarzo VT Bruno Ceccobelli, Todi PG Maurizio Di Feo, Gioia del Colle BA Jean Gaudaire-Thor, Francia Graziano Pompili, Montecchio Emilia RE

2007

Vela d’oro della critica Franco Batacchi, Venezia Bernd Kaute, Germania Tone Lapajne, Slovenia Enrico Manera, Roma Ferran Selvaggio, Spagna

Vela d’argento del pubblico Maurizio Delvecchio, Cesenatico FC 2004

Vele d’argento alla carriera Renzo Morandi, Ravenna Concetto Pozzati, Bologna Vele d’argento della critica Ugo Nespolo, Torino Aurelio Caruso, Palermo Luigi Milani, Rovigo Helmut Tollmann, Germania Vela d’argento artista emergente Erzsebeth Palasti, Bomarzo VT Vela d’argento del pubblico Giuseppe Siccardi, Vigodarzere PD

2005

Vela d’oro alla memoria Franco Gentilini Vele d’oro alla carriera Biagio Pancino, Francia Germano Sartelli, Imola BO Vele d’argento della critica Erio Carnevali, Modena Tommaso Cascella, Bomarzo VT Eugenie Jan, Francia Frank Moeglen, Germania Franco Sumberaz, Livorno Antonio Tamburro, Isernia Vela d’argento artista emergente Davide Feligioni Pantaleoni, Rimini Vela d’argento del pubblico Elio Carnevali, Pegognaga MN

2006

Vela d’oro alla memoria Afro Basaldella Vela d’oro alla carriera Gabriella Benedini, Milano Antonio Possenti, Lucca Vela d’oro della critica Lorenzo D’Angiolo, Lucca Giuliano Ghelli, Firenze Claudie Laks, Francia Giuseppe Simonetti, Palermo 77

Vela d’oro alla carriera Eugenio Carmi, Milano Hermann Nitsch, Austria

Vela d’oro della stampa Paolo Collini, Milano 2008

Vela d’oro alla carriera Tullio Pericoli, Milano Achille Perilli, Roma Vela d’argento della critica Luca Alinari, Firenze Giuliano Barbanti, Sesto S. Giovanni Davide Benati, Modena Renata Boero, Milano Nicola Carrino, Roma Giancarlo Cazzaniga, Milano Vittorio D’Augusta, Rimini Enrico Della Torre, Milano Giosetta Fioroni, Roma Walter Fusi, Colle Val d’Elsa Fathi Hassan, Fano Romano Masoni, Santa Croce sull’Arno Mario Nanni, Bologna Giorgio Olivieri, Verona Mario Raciti, Milano Rino Sernaglia, Milano Medhat Shafik, Torricella Verzate Fausta Squatriti, Milano Tino Stefanoni, Lecco Walter Valentini, Milano


Riconoscenza


Autotrasporti DOMENICO GADDONI Bagnacavallo


Finito di stampare nella Tipografia Bandecchi & Vivaldi Pontedera

AGOSTO 2008

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