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INFORMAZIONE SOCIALE EUROPEA

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www.euronote.it

Mensile

Realizzato da CGIL-CISL-UIL Lombardia

Rifugiati: nuove proposte della Commissione 3 // Il contributo dell’Europarlamento 4 // Lo stato del’Unione 2015 non è buono 5 // 13° Congresso Ces - Agenda - Appuntamenti 6

Editoriale

Come ha giustamente dichiarato la segretaria generale della Confederazione europea dei sindacati (Ces), Bernadette Ségol, «l’incapacità finora mostrata dai governi europei di agire insieme sulla crisi dei rifugiati è un imbarazzo internazionale per l’Ue e i suoi cittadini». Egoismi e presunti interessi nazionali hanno infatti spinto alcuni governi dell’Ue a ignorare la richiesta di solidarietà comunitaria avanzata dagli Stati membri che ricevono gran parte dei profughi e, quel che è peggio, a non considerare il dovere di solidarietà umanitaria nei confronti di persone che fuggono da conflitti e persecuzioni. «Impedire alle barche di attraccare, appiccare il fuoco ai campi di rifugiati, chiudere gli occhi davanti alle persone inermi e bisognose: questa non è l’Europa» ha detto il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker. Certo, non dovrebbe esserlo. L’Unione europea dovrebbe essere luogo dei diritti e delle libertà, dell’asilo e dell’accoglienza, ma purtroppo non lo è, per lo meno non tutta. Alcuni governi stanno vanificando gli sforzi che effettivamente la Commissione e il Parlamento europei hanno fatto negli ultimi mesi per rispondere concretamente all’emergenza profughi. La realtà dei fatti aveva infatti imposto alle istituzioni dell’Ue un’accelerazione rispetto ai tradizionali tempi politico-burocratici: quasi 400.000 persone, in gran parte profughi, giunte alle frontiere dell’Ue dall’inizio dell’anno e quasi 2.900 vittime; profughi e migranti, spesso intere famiglie, che tentano di superare barriere e blocchi di polizia; l’uso di idranti contro i profughi, che in alcuni casi sono stati anche arrestati; le immagini del bambino siriano annegato sulle coste turche; la forza simbolica delle marcia dei profughi in Ungheria. Di fronte a questi fatti, oltre a Commissione e Parlamento anche alcuni Stati membri e molti cittadini europei si sono mobilitati a favore dei profughi. Continua però a mancare la risposta comunitaria di un’Unione europea che, come ha ammesso Juncker illustrando lo “stato dell’Unione”, «non versa in buone condizioni» perché «non c’è abbastanza Europa e non c’è abbastanza unione». Che fare, allora? Una soluzione potrebbe essere quella proposta dallo stesso presidente della Commissione: «Il modo in cui gestiamo una crisi non m’importa, sia che si prediligano soluzioni intergovernative o che si propenda per processi a guida comunitaria, purché si trovi una soluzione e si agisca nell’interesse dei cittadini europei. Tuttavia se un metodo risulta carente bisogna cambiare approccio. Bisogna fare molto di più se vogliamo far fronte alle enormi sfide che ci troviamo oggi a gestire. Dobbiamo cambiare il nostro modo di lavorare. Dobbiamo essere più veloci. Dobbiamo adottare un metodo più europeo. Non perché vogliamo più potere a livello europeo, ma perché abbiamo urgente bisogno di risultati migliori e in tempi più rapidi».

L’Ue in crisi sui profughi Le persistenti divisioni e differenze di gestione dei flussi tra gli Stati membri causano grande confusione e aumentano i rischi per le persone Mentre i governi dei Paesi dell’Unione europea faticano a trovare un accordo su una gestione comune dell’asilo e dell’immigrazione, nonostante le proposte avanzate a più riprese negli ultimi mesi dalla Commissione europea, sono gli stessi profughi in costante arrivo ai confini dell’Ue a “imporre” un’accelerazione nelle decisioni. In assenza di una linea comune condivisa, però, ogni Paese sta andando per la sua strada, in base a presunti interessi nazionali e agli orientamenti politici dei governi attualmente in carica. La conseguenza è una confusione totale, tra chiusure e aperture di frontiere, accoglienze offerte e negate, diritti riconosciuti a intermittenza, una situazione che determina continui spostamenti dei flussi verso l’Ue e drammatici “percorsi a ostacoli” per migliaia di persone in fuga da conflitti e tensioni nei loro Paesi d’origine. Sulla base dell’Agenda europea per la migrazione, presentata nel maggio scorso (vedi “euronote” n. 91-2015), e dell’aumento degli arrivi di profughi verificatosi negli ultimi mesi, la Commissione europea ha nuovamente proposto un piano d’emergenza per ricollocare 120.000 persone giunte in Ungheria, Grecia e Italia che necessitano di protezione internazionale (vedi pag. 3). Un numero che si aggiunge a quello di 40.000 già proposto nei mesi scorsi, per un totale di 160.000 persone da accogliere tra i vari Stati membri. Un numero che corrisponde allo 0,03% della popolazione dell’Ue e che parrebbe essere irrisorio, ma che invece sta mettendo in crisi i rapporti tra i governi degli Stati membri. O meglio, sta evidenziando una spaccatura tra Paesi favorevoli o possibilisti e i contrari, che sono soprattutto Slovacchia, Romania, Repubblica Ceca, Ungheria e Polonia, mentre Regno Unito, Irlanda e Danimarca godono di una clausola di “opt-out”. La realtà dei fatti non segue però i tempi lunghi della politica, così i profughi continuano a fuggire dai rispettivi Paesi e, seppur in minima parte (va ricordato), a dirigersi verso l’Ue. Vari Paesi allora, quali Germania, Austria, Paesi Bassi, Slovacchia, Francia, hanno reintrodotto i controlli alle frontiere o si sono detti pronti a farlo. L’Ungheria ha approvato nuove norme che prevedono l’arresto per chi entra illegalmente nel Paese o anche solo danneggia la barriera installata al confine con la Serbia, dove si registrano tensioni tra forze di polizia e migranti, molti dei quali cercano quindi di aggirare la chiusura ungherese per cercare un ingresso nell’Ue attraverso la Croazia. I profughi siriani chiedono la possibilità di raggiungere la Germania senza previa registrazione nello Stato membro d’ingresso nell’Ue, data la decisione delle autorità tedesche di sospendere il regolamento di Dublino per i profughi provenienti dalla Siria e di farsene carico in ogni caso. Croazia e Slovenia hanno allora annunciato la loro disponibilità a «ricevere queste persone e indirizzarle dove

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vogliono andare, ovvero ovviamente la Germania e i Paesi scandinavi». Ma i profughi non sono tutti siriani, per questo la Germania ha deciso di reintrodurre i controlli di frontiera. Intanto, mentre centinaia di persone continuano a morire cercando di raggiungere l’Europa, il primo ministro slovacco (Robert Fico) dichiara in modo allarmistico che «l’Ue non è più un luogo sicuro perché si trova sotto l’assalto di centinaia di migliaia di migranti, nel 90% dei casi migranti economici». Insomma, la confusione è grande tra i Paesi dell’Ue, che sembrano ignorare il richiamo della Commissione europea: «Il mondo ci guarda. Ora è il momento per ognuno di assumersi le responsabilità».

Divisioni e poca solidarietà tra gli Stati membri

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Un tentativo di intesa tra i 28 governi dell’Ue sulle proposte della Commissione è fallito nel corso del Consiglio Giustizia e Affari interni del 14 settembre scorso, quando i ministri degli Stati membri hanno accettato il primo piano di ricollocamento di 40.000 profughi (24.000 dall’Italia e 16.000 dalla Grecia), proposto nel maggio scorso dalla Commissione, hanno approvato la missione navale EuNavFor Med, che prevede l’uso della forza contro gli scafisti nel Mediterraneo, ma sono rimasti profondamente divisi sul secondo piano d’emergenza che riguarda altri 120.000 ricollocamenti e sulle modalità di gestione dei nuovi flussi in arrivo. Con uno sforzo di ottimismo la Commissione europea ha osservato che «è stato compiuto un primo passo in avanti in quanto Unione sulla crisi dei rifugiati», tuttavia ha ammesso che «deve essere fatto di più per far fronte alle enormi sfide che l’Europa e i suoi cittadini si trovano ad affrontare in questo momento». Accogliendo con favore la decisione del Consiglio di incrementare «in modo significativo e immediato» il sostegno finanziario dell’Ue in Siria e nei Paesi vicini, la Commissione ha sottolineato che «non esiste una soluzione alla crisi dei rifugiati senza affrontare le cause alla radice». Un commento favorevole è stato espresso anche sull’impegno dei 28 governi a raggiungere un accordo in ottobre sulla lista dei Paesi d’origine sicuri e sull’istituzione di “hot-spot” per la registrazione dei migranti negli Stati membri più direttamente interessati. A tale proposito, i funzionari delle agenzie europee Easo, Europol, Eurojust e Frontex che si trovano nei centri italiani di Lampedusa, Trapani, Porto Empedocle, Pozzallo e Augusta hanno reso noto che gli «hot spot italiani stanno iniziando a funzionare», che si tratta non di centri di accoglienza ma di «gruppi di persone delle agenzie Ue che contribuiscono, in concertazione con le autorità italiane, alla registrazione dei migranti», e che ciò rende possibile la ricollocazione dei richiedenti asilo verso gli altri Paesi dell’Ue fin dall’inizio di ottobre.

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La Commissione europea ha poi ricordato agli Stati membri dell’Ue che «l’Unione europea può funzionare solo se tutti giocano secondo le regole», osservando che «il sistema di Schengen e tutti i suoi benefici possono essere conservati solo se gli Stati membri lavorano insieme in fretta, in modo responsabile e con solidarietà nella gestione della crisi dei rifugiati. Dobbiamo mantenere aperte le frontiere tra gli Stati membri dell’Ue, ma allo stesso tempo abbiamo anche bisogno di sforzi congiunti per garantire le frontiere esterne». La Commissione ha voluto sottolineare che continuerà a lavorare in stretta collaborazione con il Parlamento europeo, il Consiglio, i 28 Stati membri dell’Ue e gli Stati associati Schengen al fine di raggiungere «rapidi progressi nell’attuazione operativa delle decisioni comuni, in modo da fare la differenza sul campo il più presto possibile».

MIGRAZIONI: LA POLITICA EUROPEA DEGLI ULTIMI MESI • 23 aprile 2014: Jean-Claude Juncker presenta, a Malta, un piano europeo in cinque punti sull’immigrazione, chiedendo una maggiore solidarietà nella politica migratoria dell’Ue come parte della sua campagna per diventare presidente della Commissione europea. • 23 aprile 2015: sulla base di una proposta della Commissione, in una dichiarazione del Consiglio europeo gli Stati membri dell’Ue si impegnano ad agire rapidamente per salvare vite umane e intensificare l’azione dell’Ue in materia di migrazione. Un paio di giorni dopo il Parlamento europeo adotta una risoluzione in materia. • 13 maggio 2015: la Commissione europea presenta l’Agenda europea sulle migrazioni, proposta che definisce un approccio globale per migliorare la gestione europea della migrazione in tutti i suoi aspetti. • 27 maggio 2015: la Commissione europea presenta un primo pacchetto di misure per l’attuazione dell’Agenda europea, compresi la ricollocazione e il reinsediamento dei rifugiati, e un piano d’azione contro i trafficanti di migranti. • 25-26 giugno 2015: il Consiglio europeo decide di portare avanti le proposte della Commissione contenute nell’Agenda europea sulle migrazioni, concentrandosi sulla ricollocazione e il reinsediamento, e sulla cooperazione con i Paesi di origine e di transito. • 20 luglio 2015: il Consiglio Giustizia e Affari interni decide di attuare le misure proposte nell’Agenda europea sulle migrazioni, in particolare per trasferire da Italia e Grecia per i prossimi due anni un primo gruppo di 32.256 persone in evidente bisogno di protezione internazionale e reinsediare 22.504 sfollati in necessità di protezione internazionale che si trovano al di fuori dell’Ue. • 9 settembre 2015: la Commissione propone una nuova serie di misure, tra cui un meccanismo di trasferimento di emergenza per 120.000 rifugiati, un meccanismo di ricollocazione permanente, strumenti per aiutare gli Stati membri ad attuare i rimpatri dei migranti economici e per affrontare le cause profonde della crisi dei rifugiati. • 9 settembre 2015: l’Europarlamento approva le prime misure di emergenza provvisorie per un trasferimento iniziale di 40.000 richiedenti asilo in due anni da Italia e Grecia. • 14 settembre 2015: il Consiglio Giustizia e Affari interni dell’Ue dà il via libera al primo piano di ricollocamento di 40.000 profughi, ma non trova un accordo sulla seconda tranche da 120.000 ricollocamenti e sulle modalità di gestione del flusso dei migranti in arrivo alle frontiere. • 17 settembre 2015: l’Europarlamento approva anche la proposta urgente di ricollocazione di 120.000 richiedenti asilo provenienti da Italia, Grecia e Ungheria verso altri Stati membri dell’Ue.

IN AUMENTO GLI ARRIVI E LE VITTIME Secondo i dati resi noti dall’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim-Iom), dall’inizio dell’anno al 1° settembre sono arrivati via mare sulle coste europee 351.314 migranti, dei quali 234.778 in Grecia, 114.276 in Italia, 2.166 in Spagna e 94 a Malta. Nello stesso periodo del 2014 gli arrivi erano stati 219.000. Per quanto riguarda le nazionalità dei migranti giunti sulle coste europee, in Grecia si sono registrati soprattutto siriani (88.204) e afghani (32.414), mentre in Italia gli arrivi via mare hanno riguardato prevalentemente eritrei (25.657) e nigeriani (11.899). All’incremento degli arrivi di migranti è purtroppo corrisposto un aumento del numero di vittime delle migrazioni: secondo l’Oim nei primi 8 mesi del 2015 sono morti 3.620 migranti nel mondo, di cui 2.643 nel Mediterraneo nel tentativo di raggiungere l’Europa via mare e 112 nel resto dell’Europa. Nel tratto di mare che separa le coste nordafricane da quella italiane sono morte 2.535 persone, 85 in prossimità delle coste greche e 23 nei pressi di quelle spagnole. I mesi peggiori sono stati aprile, con 1.265 morti, e agosto, con 638. Nello stesso periodo dell’anno precedente le vittime delle migrazioni erano state 2.223, divenute poi circa 3.500 a fine anno. Come sostiene l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Acnur-Unhcr), «anche se questi numeri sono schiaccianti per i singoli Paesi ormai sovraccarichi, come la Grecia, l’ex Repubblica iugoslava di Macedonia, l’Ungheria, la Serbia o la Germania, sono invece numeri gestibili attraverso risposte congiunte e coordinate a livello europeo. Tutti i Paesi europei e l’Unione europea devono agire insieme per rispondere alla crescente emergenza e dimostrare responsabilità e solidarietà». http://missingmigrants.iom.int


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Rifugiati: nuove proposte della Commissione Presentato un pacchetto di misure europee per aiutare i Paesi dell’Ue e quelli limitrofi ad affrontare in modo adeguato la crisi dei rifugiati Sulla base all’Agenda europea sulla migrazione dello scorso maggio (vedi “euronote” n. 912015), la Commissione europea ha presentato lo scorso 9 settembre un pacchetto complessivo di proposte volte ad aiutare gli Stati membri dell’Ue e i Paesi limitrofi ad affrontare la crisi dei rifugiati e le ragioni profonde che spingono a cercar rifugio in Europa. Le nuove misure, una volta approvate, dovrebbero sollevare gli Stati membri più sollecitati (Grecia, Italia e Ungheria) proponendo di ricollocare in altri Paesi dell’Ue 120.000 persone in evidente bisogno di protezione internazionale. Tale cifra si aggiunge alle 40.000 persone che la Commissione in maggio aveva proposto di ricollocare dalla Grecia e dall’Italia. Le misure dovrebbero inoltre aiutare gli Stati membri che devono affrontare un numero crescente di richiedenti asilo, grazie ad un sistema più rapido di trattamento delle domande mediante un elenco europeo comune di Paesi d’origine sicuri. Definendo poi le azioni principali per migliorare l’efficacia della politica di rimpatrio, la Commissione ha proposto un fondo fiduciario di 1,8 miliardi di euro per contribuire a contrastare le cause profonde della migrazione africana. «Le misure proposte faranno sì che le persone in evidente bisogno di protezione internazionale siano ricollocate rapidamente dopo il loro arrivo, non solo ora, ma anche nell’eventualità di altre crisi in futuro. Se mai è stato necessario dar prova della solidarietà europea, è sulla crisi dei rifugiati. Occorre mostrare coraggio collettivamente dando una risposta europea, qui e adesso» ha dichiarato il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker.

Ricollocazione di 120.000 profughi

In seguito all’aumento degli arrivi di profughi negli ultimi mesi, sulla rotta del Mediterraneo centrale e orientale ma anche sulla rotta dei Balcani occidentali, la Commissione ha proposto di ricollocare 120.000 persone «in evidente bisogno di protezione internazionale» dall’Italia (15.600), dalla  Grecia  (50.400) e dall’Ungheria  (54.000). Tale ricollocazione «d’emergenza» propone una distribuzione fondata su criteri obiettivi e quantificabili (40% per il volume della popolazione, 40% per il Pil, 10% per la media delle domande di asilo presentate in passato, 10% per il tasso di disoccupazione) e si applicherebbe ai richiedenti asilo cittadini di Paesi che hanno una percentuale di riconoscimento medio a livello dell’Ue pari o superiore al 75%.

Sommando i 40.000 ricollocamenti proposti dalla Commissione lo scorso maggio, si arriverebbe a un numero complessivo di 160.000 persone. La ricollocazione sarà corredata di un sostegno pari a 780 milioni di euro dal bilancio dell’Ue agli Stati membri partecipanti, compreso un prefinanziamento del 50% per garantire che le amministrazioni pubbliche a livello nazionale, regionale e locale dispongano dei mezzi per intervenire con grande rapidità. Se, per motivi giustificati e obiettivi, uno Stato membro non può temporaneamente partecipare in toto o in parte a una decisione di ricollocazione, sarà tenuto a versare un contributo finanziario al bilancio dell’Ue per un importo dello 0,002% del suo Pil. In caso di partecipazione parziale alla ricollocazione, l’importo sarà ridotto in proporzione.

Un meccanismo permanente

Oltre alla ricollocazione d’emergenza, la Commissione propone un meccanismo di solidarietà strutturato che può attivare in qualsiasi momento per aiutare gli Stati membri dell’Ue che si trovassero ad affrontare una situazione di crisi e il cui regime di asilo fosse sotto estrema pressione a causa di un afflusso massiccio e sproporzionato di cittadini di Paesi terzi. Tali situazioni di emergenza sarebbero in futuro definite dalla Commissione in base al numero delle domande di asilo degli ultimi sei mesi, pro capite, e in base al numero degli attraversamenti irregolari delle frontiere negli ultimi sei mesi. Si applicano gli stessi criteri di distribuzione, obiettivi e verificabili, delle proposte di ricollocazione d’emergenza. Il meccanismo permanente terrà conto dei bisogni, della situazione familiare e delle competenze dei richiedenti asilo.

Elenco comune dei Paesi d’origine sicuri

La Commissione europea propone poi un regolamento inteso a stabilire un elenco europeo comune dei Paesi d’origine sicuri. Tale elenco consentirà di trattare più rapidamente le singole domande di asilo dei candidati provenienti da Paesi che tutta l’Ue considera sicuri e di accelerarne il rimpatrio se la valutazione individuale della domanda conferma che non sussistono le condizioni del diritto all’asilo. La Commissione propone di inserire in tale elenco Albania, Bosnia-Erzegovina, Macedonia, Kosovo, Montenegro, Serbia e  Turchia, perché Paesi che soddisfano i criteri comuni della direttiva 2013/32 sulle procedure di asilo e i cosiddetti “criteri di Copenaghen” (democrazia, Stato di diritto, diritti umani e tutela delle minoranze). Altri Paesi potranno essere aggiunti in futuro, in seguito ad un’accurata valutazione della Commissione europea.

Migliorare la politica di rimpatrio

Per migliorare le politiche di rimpatrio degli Stati membri, la Commissione ha elaborato un Manuale comune sul rimpatrio e un Piano d’azione dell’Ue sul rimpatrio. Quest’ultimo definisce le misure immediate e le misure a medio termine che gli Stati membri devono adottare per favorire il rimpatrio volontario, rafforzare l’attuazione della direttiva Rimpatri 2008/115, migliorare la condivisione delle informazioni, rafforzare il ruolo e il mandato di Frontex nelle operazioni di rimpatrio e creare un regime integrato di gestione dei rimpatri. Il Manuale offre invece alle autorità nazionali competenti istruzioni pratiche per l’esecuzione del rimpatrio dei migranti che non hanno diritto di restare nell’Ue.

Dimensione esterna della crisi

La Commissione propone di sostenere le iniziative diplomatiche che cercano soluzioni politiche ai conflitti in Siria, Iraq e Libia, Paesi d’origine della maggioranza dei profughi in arrivo nell’Ue. È prevista assistenza alla popolazione in Siria - soprattutto agli sfollati - e sostegno finanziario ai Paesi limitrofi che accolgono il maggior numero di rifugiati siriani, come la Giordania, il Libano e la Turchia (finora sono stati mobilitati 3,9 miliardi di euro a questo scopo). Nell’ambito della cooperazione con i Paesi terzi sono inoltre stati firmati complessivamente 17 accordi di riammissione e 7 accordi di partenariato per la mobilità. L’Ue intende approfondire il dialogo in corso con i partner fondamentali sul tema della migrazione, ad esempio nei processi di Rabat e Khartoum con i Paesi africani, nel processo di Budapest con i Paesi dell’Asia orientale e centrale, nella prossima Conferenza che si terrà ai primi d’ottobre e nel Vertice della Valletta previsto per l’11-12 novembre. Commissione e migrazioni

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Il contributo dell’Europarlamento Approvate in tempi brevi le proposte per affrontare la crisi in corso A differenza di quanto stanno facendo alcuni Stati membri dell’Ue, il Parlamento europeo sta collaborando assiduamente con la Commissione per favorire interventi in merito alla crisi dei rifugiati. Dopo aver approvato le prime misure di emergenza provvisorie per un trasferimento iniziale di 40.000 richiedenti asilo in due anni da Italia e Grecia, nel tempo record di una settimana l’Europarlamento ha approvato il 17 settembre scorso anche la proposta urgente di ricollocazione di 120.000 richiedenti asilo provenienti da Italia, Grecia e Ungheria verso altri Stati membri dell’Ue, avanzata dalla Commissione il 9 settembre (vedi pag. 3). Il sostegno immediato del Parlamento alla proposta della Commissione invia ai governi dei Paesi dell’Ue il chiaro messaggio che è giunta l’ora di agire e di trovare finalmente un accordo sulla proposta di emergenza. Prima della votazione il presidente dell’Europarlamento Martin Schulz ha informato l’Aula sulla sua intenzione di chiedere - in nome del Parlamento - all’attuale presidente di turno dell’Ue, il premier lussemburghese Xavier Bettel, fondi comunitari da liberare immediatamente al fine di aiutare i Paesi che ospitano la maggioranza dei rifugiati siriani (Libano, Turchia e Giordania).

Distribuzione obbligatoria e clausola di solidarietà

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Il sistema obbligatorio proposto  e approvato dall’Europarlamento assegnerebbe i richiedenti asilo agli Stati membri in base alla loro capacità di assorbirli. Gli Stati membri che partecipano al sistema riceverebbero 6.000 euro per persona trasferita, incluso un tasso di prefinanziamento del 50% per consentire alle autorità nazionali di agire molto rapidamente. I Paesi dai quali sarebbero trasferiti i richiedenti asilo riceverebbero 500 euro per ogni persona trasferita, per coprire i costi di trasporto. La proposta prevede poi, per motivi debitamente giustificati e obiettivi come un disastro naturale, che se uno Stato membro è temporaneamente incapace di partecipare, debba contribuire al bilancio dell’Ue fino allo 0,002% del suo Pil. I deputati europei hanno poi duramente criticato la prolungata incapacità dei ministri per gli Affari interni dell’Ue di trovare un accordo per stabilire le modalità di trasferimento di 120.000 richiedenti asilo, invitando gli Stati membri ad «agire congiuntamente e con urgenza per affrontare la crisi in corso e costruire un sistema di asilo e migrazione europea in grado di funzionare nel lungo termine».

Modificare le norme di Dublino

Nella risoluzione votata una settimana prima, invece, i deputati europei oltre ad accogliere con favore le proposte della Commissione per l’accoglienza dei rifugiati si erano dichiarati pronti a lavorare su dei progetti di legge per una politica solida d’immigrazione e di asilo. Ad esempio hanno sostenuto la proposta di un meccanismo permanente che modifichi le norme di Dublino, che determinano quale Stato membro è responsabile del trattamento delle domande d’asilo. I deputati hanno chiesto anche che siano prese in considerazione le prospettive di integrazione, i casi particolari e le esigenze dei richiedenti asilo, dichiarando l’intenzione di far avanzare i lavori sui progetti di legge «in modo da garantire che gli Stati membri applichino senza ritardi il meccanismo permanente di ricollocazione».

Reinsediamento e visti umanitari

Il Parlamento auspica che gli Stati membri accolgano i rifugiati provenienti da Paesi terzi, attraverso un programma di reinsediamento obbligatorio, ritenendo «altamente prioritario che l’Ue e gli Stati membri creino canali sicuri e legali per i rifugiati», come ad esempio corridoi umanitari e visti. I deputati ritengono che sia necessario modificare il codice dell’Ue sui visti, includendo «disposizioni comuni più specifiche sui visti umanitari» e chiedendo ai Paesi dell’Ue di rendere possibile la richiesta di asilo nelle ambasciate e negli uffici consolari. L’Europarlamento ha poi chiesto che il sistema europeo comune di asilo sia attuato adeguatamente, al fine di garantire l’applicazione di «norme comuni, efficaci, coerenti e umane in tutta l’Ue», mentre si è detto favorevole «ad aprire le frontiere all’interno dello spazio Schengen», pur sottolineando la necessità di garantire una gestione efficace delle frontiere esterne. Elogi sono stati espressi per gli sforzi compiuti da gruppi della società civile e da singole persone in tutta Europa per dare accoglienza e aiuto ai rifugiati e migranti: «Tali azioni danno prova di vera adesione ai valori europei e sono un segno di speranza per il futuro dell’Europa» si legge nella risoluzione. Infine, il Parlamento europeo ha invitato la Commissione e la rappresentante della politica estera dell’Ue, Federica Mogherini, a convocare una Conferenza internazionale sulla crisi dei rifugiati, con la partecipazione dell’Ue, dei suoi Stati membri, delle pertinenti agenzie delle Nazioni Unite, degli Stati Uniti, delle pertinenti Ong internazionali e degli Stati arabi, con l’obiettivo di «mettere a punto una strategia di aiuto umanitario comune e globale». http://www.europarl.europa.eu

CES: IN PRIMA LINEA PER L’INTEGRAZIONE DEI RIFUGIATI «L’incapacità finora mostrata dai governi europei di agire insieme sulla crisi dei rifugiati è un imbarazzo internazionale per l’Ue e i suoi cittadini», questo il giudizio della segretaria generale della Confederazione europea dei sindacati (Ces), Bernadette Ségol, che ha invece accolto favorevolmente le proposte della Commissione europea. La Ces ritiene però necessarie altre azioni, tra le quali: • investimenti in posti di lavoro e servizi pubblici per aiutare l’integrazione dei rifugiati nella società europea, il che significa posti di lavoro di qualità, sanità, alloggio e istruzione per tutti, non solo servizi per i rifugiati; • la sospensione della convenzione di Dublino, dando alla Commissione il mandato di proporre una vera e propria politica europea di asilo; • un piano per la protezione temporanea di coloro che non ottengono il riconoscimento dell’asilo. Secondo i sindacati europei è improbabile che il flusso di profughi si riduca nel breve periodo, non solo a causa della persistente instabilità nel Sud del Mediterraneo e in Medio Oriente, ma anche per le situazioni in Ucraina e altrove. L’Ue ha quindi bisogno di «misure politiche di asilo specifiche, di lungo periodo con la comunità internazionale e a breve termine per aiutare i rifugiati e riportare la pace nei loro Paesi» sostiene la Ces. I sindacati europei si dicono inoltre d’accordo con il presidente della Commissione, Juncker, sul fatto che i richiedenti asilo dovrebbero essere autorizzati a lavorare, mentre sostengono che «governi, datori di lavoro e sindacati dovrebbero fare in modo che i rifugiati non vengano sfruttati da datori di lavoro senza scrupoli, attraverso riduzioni di salari o condizioni di lavoro». I sindacati europei, ha sottolineato Ségol, «sono in prima linea per l’integrazione dei rifugiati nel mondo del lavoro». https://www.etuc.org


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Lo stato dell’Unione 2015 non è buono Di fronte all’Europarlamento Juncker ha chiesto più onestà, unità e solidarietà «I recenti avvenimenti sono la prova di quanto l’Unione europea abbia urgente bisogno di un approccio politico. Non è questo il momento di seguire le solite prassi. Non è questo il momento di spuntare elenchi o stare attenti se il discorso sullo stato dell’Unione fa menzione di questa o quella tal iniziativa settoriale. Non è questo il momento di soffermarci a contare il numero di volte che le parole “sociale”, “economico” o “sostenibile” sono nominate nel discorso sullo stato dell’Unione. È invece il momento di dare spazio all’onestà. È il momento di parlare schiettamente delle grandi questioni che l’Unione europea deve affrontare. Perché la nostra Unione europea non versa in buone condizioni. Non c’è abbastanza Europa in questa Unione. E non c’è abbastanza Unione in questa Unione. Dobbiamo cambiare questa situazione. E dobbiamo farlo subito». Parole dure e chiare quelle pronunciate dal presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, nella premessa del suo discorso sullo “Stato dell’Unione 2015” pronunciato il 9 settembre scorso a Strasburgo, di fronte alla plenaria del Parlamento europeo. I temi economici, sociali, ambientali e internazionali dell’attualità europea sono stati affrontati dal presidente secondo un approccio decisamente autocritico e sincero, non molto usuale per un alto rappresentante delle istituzioni dell’Ue: «Nel toccare le questioni principali, le sfide più importanti che ci troviamo oggi ad affrontare, a mio avviso c’è una cosa che risulta chiara. Che si tratti della crisi dei rifugiati, dell’economia o della politica estera, possiamo riuscire soltanto come Unione. L’Unione non è solo Bruxelles o Strasburgo, sono anche le istituzioni europee, gli Stati membri, i governi nazionali e i parlamenti nazionali. Basta che uno di noi venga meno ai propri impegni per far vacillare tutti». E condannando le frequenti lentezza e inefficacia dell’azione dell’Ue, Juncker ha portato ad esempio il meccanismo di ricollocazione dei rifugiati: «La Commissione ha proposto a maggio un meccanismo comunitario di solidarietà vincolante. Gli Stati membri hanno optato invece per un approccio di tipo volontario. Risultato: il traguardo di 40.000 profughi ricollocati non è stato mai raggiunto. Finora non è stata ricollocata nemmeno una persona bisognosa di protezione e l’Italia e la Grecia continuano a sbri-

garsela da sole. Non va bene». Secondo il presidente della Commissione, «se un metodo risulta carente bisogna cambiare approccio» se si vuole effettivamente far fronte alle sfide da gestire. Per questo, ha esortato Juncker, «dobbiamo cambiare il nostro modo di lavorare, dobbiamo essere più veloci, dobbiamo adottare un metodo più europeo», perché «l’Europa e la nostra Unione devono dare risultati».

Priorità alla crisi dei rifugiati

Nel suo discorso Junker ha insistito sul fatto che «oggi la priorità assoluta è e deve essere la crisi dei rifugiati». Se è vero che «i numeri sono impressionanti» e «a taluni fanno paura», il presidente della Commissione ha osservato che «non è questo il momento di cedere alla paura, è piuttosto il momento che l’Ue, le sue istituzioni e tutti gli Stati membri agiscano insieme, con coraggio e determinazione. Si tratta innanzitutto di una questione di umanità e dignità umana, e per l’Europa anche di equità storica». La storia europea infatti, ha ricordato Juncker, è segnata da milioni di europei in fuga per sottrarsi a persecuzioni religiose o politiche, guerre, dittature o oppressioni: «Noi europei dovremmo sapere e non dovremmo mai dimenticare perché è così importante offrire accoglienza e rispettare il diritto fondamentale all’asilo. Oggi è l’Europa a essere vista come faro di speranza e porto sicuro da donne e uomini del Medio Oriente e dell’Africa. È qualcosa di cui andare fieri, non da temere». All’obiezione frequente secondo cui l’Europa non può accogliere tutti, Juncker ha esortato a «essere onesti e mettere le cose nella giusta prospettiva»: «È innegabile che in questo momento l’Europa sta registrando un numero di rifugiati considerevole e senza precedenti, ma è anche vero che questi rifugiati rappresentano appena lo 0,11% della popolazione totale dell’Ue. In Libano i rifugiati costituiscono il 25% della popolazione - e parliamo di un Paese cinque volte meno ricco dell’Ue. Cerchiamo anche di essere chiari e onesti con i nostri concittadini, spesso preoccupati: finché la Siria sarà in guerra e la Libia preda del terrore i rifugiati non cesseranno di arrivare». È quindi giunto il momento di «agire per gestire la crisi dei rifugiati, non abbiamo alternative». Secondo Juncker è necessaria una maggiore presenza dell’Europa nelle politiche di asilo e una maggiore presenza dell’Unione nelle politiche sui rifugiati. Ciò significa: «solidarietà ancorata stabilmente alle norme», ad esempio con un meccanismo permanente di ricollocamento che consentirà di affrontare le crisi future con più rapidità; un ravvicinamento delle politiche d’asilo successive al momento in cui i richiedenti hanno ottenuto lo status di rifugiati, migliorando le politiche nazionali di sostegno, integrazione e inclusione; maggiori sforzi condivisi per rendere sicure le frontiere esterne; prospettare la possibilità di aprire canali regolari per la migrazione, cosa che può consentire una migliore gestione dei flussi migratori e rendere meno attraente l’attività illecita dei trafficanti di esseri umani; una politica estera europea più incisiva per intervenire nelle crisi che interessano i Paesi vicini all’Ue, attaccando così le cause dei flussi di profughi. Stato dell’Unione

SERVE UN PILASTRO EUROPEO DEI DIRITTI SOCIALI Presentando lo stato dell’Unione il presidente della Commissione ha affrontato anche la questione lavoro, affermando che servono sforzi per creare un mercato del lavoro equo e veramente paneuropeo. Secondo Juncker, equità in questo contesto significa promuovere e salvaguardare la libera circolazione dei cittadini come diritto fondamentale dell’Ue, evitando abusi e rischi di dumping sociale, mentre il principio fondamentale della mobilità del lavoro dovrebbe essere garantire «stessa retribuzione per lo stesso lavoro nello stesso luogo». Si dovrebbe poi sviluppare «un pilastro europeo dei diritti sociali, che tenga conto delle mutevoli realtà delle società europee e del mondo del lavoro e che possa fungere da bussola per una rinnovata convergenza nella zona euro» ha osservato Juncker, auspicando «che le parti sociali svolgano un ruolo centrale in questo processo».

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Settembre

Politiche per una società equa

13° Congresso della Confederazione europea dei sindacati Dal 29 settembre al 2 ottobre 2015 si svolge presso la storica Maison de la Mutualité, nel centro di Parigi, in Francia, il 13° Congresso della Confederazione europea dei sindacati (Ces), per il rinnovo dei membri responsabili della Confederazione e per l’approvazione del Programma di azione sindacale dei prossimi quattro anni. Partecipano al Congresso 500 delegati sindacali nazionali, tra cui i segretari generali e/o i presidenti di circa 90 organizzazioni sindacali nazionali di 39 Paesi europei, 10 federazioni sindacali europee di settore e vari ospiti internazionali. «L’Europa sta emergendo dalla crisi economica con molta più disuguaglianza e povertà» ha dichiarato la uscente segretaria generale della Ces, Bernadette Ségol, aggiungendo che «l’Ue deve dare ai cittadini e ai lavoratori maggiori opportunità per un migliore tenore di vita. In caso contrario, si corre il pericolo reale che sia respinta dai cittadini perché considerata come un club esclusivo per gli affari». Nel corso del Congresso di Parigi, il movimento sindacale europeo adotterà nuove politiche e richieste per la ripresa economica e l’occupazione di qualità, per una società più equa e giusta e per un più forte coordinamento delle politiche economiche dell’Unione europea, in particolare all’interno della zona euro. Queste, secondo la Ces, le priorità per un’Europa migliore:

Un’economia forte al servizio dei cittadini

- Investimenti per la piena occupazione e posti di lavoro di qualità per tutti. - La fine delle politiche di austerità. - Migliori salari per recuperare e rilanciare la domanda interna: i lavoratori in Europa hanno bisogno di aumenti degli stipendi per ridurre le disuguaglianze e combattere la povertà. - I diritti sociali fondamentali devono avere la precedenza sulle libertà economiche. - Politiche per posti di lavoro “verdi”, un futuro sostenibile, servizi pubblici forti, equità fiscale, la fine della speculazione finanziaria e una riveduta governance europea.

Sindacati più forti per i valori democratici e la democrazia al lavoro

- Il dialogo sociale e la contrattazione collettiva devono essere rispettati e rafforzati in tutta Europa. - Maggiore democrazia industriale e sui luoghi di lavoro, libertà di associazione e diritto di sciopero. - Coinvolgimento della Ces in materia di occupazione nell’Ue e nella definizione delle politiche economiche e sociali.

Un nucleo di standard sociali ambiziosi

- Attuazione di un quadro di diritti lavorativi e sociali che si proponga di raggiungere obiettivi di progresso sociale. - Porre fine al dumping sociale e alla deregolamentazione. - Un trattamento equo e paritario per tutti i lavoratori, senza discriminazioni. https://www.etuc.org

PROGRAMMA DEL CONGRESSO 29 settembre

• Apertura dei lavori con il presidente francese, François Hollande, il sindaco di Parigi, Anne Hidalgo, il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker, e il presidente del Parlamento europeo, Martin Schulz. • Focus sulla disoccupazione giovanile, con il presidente di turno del Consiglio Occupazione, Nicolas Schmit, e la commissaria europea all’Occupazione e gli Affari sociali, Marianne Thyssen.

30 settembre

• Intervento di Guy Ryder, segretario generale dell’Ilo. • Dibattito sulla qualità dell’occupazione per tutti. • Discussione su “Un’economia forte per tutti i lavoratori”.

AGENDA // APPUNTAMENTI 29 settembre-2 ottobre: Parigi, 13° Congresso Ces 5-8 ottobre: Strasburgo, plenaria Parlamento europeo 12-15 ottombre: Bruxelles, Open Days 2015 14 ottobre: Bruxelles, plenaria Parlamento europeo

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1 ottobre

• Focus sull’azione per il clima: il sostegno dei sindacati per un’ambiziosa azione per il clima e un’equa transizione. • Intervento sul clima di Mary Robinson, attuale inviata speciale dell’Onu per i cambiamenti climatici. • Dibattito sul dumping sociale. • Intervento di Sharan Burrow, segretaria generale dell’Ituc.

2 ottobre

• Risultati delle elezioni per segretario generale, vicesegretari generali, segretari confederali e presidente. • Focus sulla Ces del futuro. • Votazione del Manifesto di Parigi “Posti di lavoro di qualità, diritti dei lavoratori e società equa in Europa”. • Chiusura del Congresso con presidenti e segretari generali nuovi e in uscita.

Euronote - Strumento di informazione sociale europea

Mensile n. 94 - Settembre 2015 (centonovesimo numero dall’avvio del progetto pilota sull’informazione sociale europea). Registrazione n. 1366 del 18.11.1998 presso il tribunale di Monza. DIRETTORE: Enrico Panero. EDITORE/PROPRIETÀ: Cisl Lombardia, Via G. Vida 10 - Milano. REDAZIONE: Miriam Ferrari, Fabio Ghelfi, Enrico Panero. HANNO COLLABORATO A QUESTO NUMERO: Stefano Frassetto. REALIZZATO DA: Cgil-Cisl-Uil Lombardia. Cgil Lombardia, via Palmanova 22, 20132 Milano, tel. 02 262541 - fax 02 2480944, www.cgil.lombardia.it Cisl Lombardia, Via G. Vida 10, Milano, tel. e fax 02 89355203, www.lombardia.cisl.it Uil Milano e Lombardia, via Campanini 7, 20124 Milano, tel . 02 671103401, fax 02 671103450, www.uilmilanolombardia.it SEGRETERIA: info@euronote.it WEB: www.euronote.it PROGETTO GRAFICO E IMPAGINAZIONE: Luca Imerito. Questo numero è stato chiuso in redazione il 17/09/2015.

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