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Bimestrale n° 75 - aprile 2013 Cofinanziato dall’Unione europea nell’ambito del programma “Europe for Citizens” 2007-2013

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Il riequilibrio economico rallenta la crescita

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Clima economico in peggioramento

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Dialogo sociale vittima della crisi

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Sempre alta la disoccupazione nell’Ue

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Rischio di povertà più elevato tra i minori

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Realizzato da CGIL-CISL-UIL Lombardia e dall’Associazione per l’Incontro delle Culture in Europa (APICE)

INSERTO

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ANNO EUROPEO DEI CITTADINI 2013

Sintonizzare cittadini e istituzioni per creare una vera Unione europea

I-VIII

Il punto sull’immigrazione nell’Ue

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Immigrazione e scuola: rischio segregazione

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Aumenta e invecchia la popolazione nell’Ue

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Ritardi negli aiuti allo sviluppo

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Flash

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L’Anno dei cittadini Questo 2013, che nei suoi primi mesi ha confermato (se non aggravato) tutti i problemi che la crisi economico-finanziaria ha causato negli ultimi anni ai Paesi dell’Unione europea, è anche stato dichiarato Anno europeo dei cittadini. L’obiettivo generale dell’Anno europeo 2013, recitano le motivazioni, è di rafforzare la consapevolezza e la conoscenza dei diritti e delle responsabilità connessi alla cittadinanza dell’Unione, al fine di permettere ai cittadini di esercitare pienamente i proprio diritti. La cittadinanza dell’Unione, spiegano ancora le istituzioni europee, è conferita automaticamente a tutti i cittadini degli Stati membri e attribuisce loro una serie aggiuntiva di diritti, tra i quali il diritto di circolare e di soggiornare liberamente nel territorio di Stati membri diversi da quello di cui sono cittadini. Certo può sembrare quasi irritante per molti cittadini oggi, soprattutto dei Paesi più colpiti dalla crisi, sentir parlare di diritto alla circolazione quando invece la decisione di emigrare diventa spesso una necessità dettata dalla disperata ricerca di un lavoro che nel proprio Paese non si trova. Così come può apparire una sorta di presa in giro sentirsi dire che la cittadinanza europea aumenta la gamma di diritti di cui si dispone, in una fase in cui sono minacciati e in certi casi demoliti molti diritti fondamentali quali il diritto a un lavoro, alla salute, alle cure socio-assistenziali, a una vita dignitosa, è smontato e gravemente ridimensionato quel modello sociale europeo che dovrebbe invece essere uno dei fondamenti dell’Unione europea. Ma non c’è troppo cinismo o cattiveria da parte delle istituzioni, quelle europee in questo caso e quelle nazionali in innumerevoli altri casi, semplicemente permane una distanza enorme tra teoria è realtà, tra palazzi della politica e vita reale, tra diritti sulla carta e diritti di fatto. E se una responsabilità va imputata ai membri delle istituzioni (europee e nazionali) e dei governi (non tutti, naturalmente), sta nel fatto che nella maggior parte dei casi sono ben consapevoli dell’esistenza di questo gap ma che troppo spesso non fanno il necessario per ridurlo o (magari) annullarlo. È questo atteggiamento a essere colpevole e a creare sfiducia e diffidenza nella politica da parte di molti cittadini di tutta Europa. Tra gli obiettivi dell’Anno europeo 2013 c’è proprio quello di colmare la distanza e aumentare il dialogo tra istituzioni e cittadini: un fallimento su questo fronte sarebbe poco sostenibile e molto pericoloso.


E C O N O M I A

Il riequilibrio economico rallenta la crescita «Il riequilibrio dell’economia europea in corso continua a gravare sulla crescita a breve termine. In sintesi la situazione è questa: deludenti i dati oggettivi di fine 2012, più incoraggianti alcuni dati soggettivi del passato recente, mentre aumenta la fiducia degli investitori per il futuro. I recenti interventi a livello politico stanno spianando la strada verso la ripresa, ma dobbiamo mantenere la rotta delle riforme e non perdere slancio altrimenti la virata di fiducia in corso potrebbe abortire ritardando la necessaria ripresa della crescita e dell’occupazione». È quanto dichiarato dal commissario europeo per gli Affari economici e monetari e l’euro, Olli Rehn, in occasione della presen-

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tazione delle consuete previsioni economiche invernali, alla fine di febbraio. In sostanza, nonostante il miglioramento registrato nella situazione dei mercati finanziari dell’Unione europea dall’estate scorsa, l’andamento dell’attività economica è stato deludente nel secondo semestre 2012. Dagli indicatori di tendenza, osserva la Commissione europea, «emerge tuttavia che il Pil dell’Ue sta risalendo la china e si prevede un’accelerazione graduale dell’attività economica». Secondo l’esecutivo europeo, inizialmente la ripresa della crescita sarà trainata dalla domanda esterna, mentre l’aumento degli investimenti e dei consumi interni è atteso più avanti nel corso dell’anno e si

prevede che la domanda interna subentri nel 2014 come principale traino del rafforzamento della crescita del Pil. Data però «la debolezza dell’attività economica negli ultimi mesi dello scorso anno», il 2013 è «partito dal basso» e questo, combinato con un ritorno alla crescita più lento del previsto, proietta per l’anno in corso un basso livello di crescita del Pil su base annua nell’Ue, pari allo 0,1%, e una contrazione pari a -0,3% nella zona euro. Su base trimestrale, invece, «l’evoluzione del Pil è leggermente più dinamica di quanto lascino supporre le cifre annuali» osserva la Commissione: le proiezioni indicano per l’ultimo trimestre 2013 un Pil superiore dell’1% al livello raggiunto nel trimestre corrispondente del 2012 nell’Ue e dello 0,7% nella zona euro. «La dissonanza fra il miglioramento della situazione dei mercati finanziari e le mutate prospettive macroeconomiche per il 2013 trova in gran parte origine nel processo di aggiustamento di bilancio, che continua a pesare sulla crescita a breve termine» spiega la Commissione europea, secondo cui con l’avanzare di tale processo si consoliderà anche la base della cre-

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scita nel 2014 che, secondo le proiezioni, sarà dell’1,6% nell’Ue e dell’1,4% nella zona euro.

Prevista ripresa di consumi e investimenti I provvedimenti politici adottati dall’estate scorsa «hanno mutato la valutazione dei mercati circa la sostenibilità economica dell’Uem e la sostenibilità di bilancio degli Stati membri che ne fanno parte» scrive la Commissione europea, sottolineando come al momento consumi e investimenti interni «sono frenati dalla combinazione, tipica dei periodi successivi a una profonda crisi finanziaria, di debolezza del ciclo, incertezza e protrarsi dell’aggiustamento dei bilanci e della ridistribuzione delle risorse all’interno dell’economia». Secondo l’esecutivo dell’Ue, però, il fatto che famiglie e imprese ritrovino fiducia dovrebbe attutire l’impatto negativo di tali fattori. Se, come si prevede, l’allentarsi delle tensioni sui mercati finanziari si rispecchierà in migliori condizioni di accesso al credito, sarà spianata la via per un ritorno graduale alla crescita dei consumi e degli investimenti nel corso del 2013. Nelle previsioni della Commissione, l’attuale debolezza dell’attività economica comporterà

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quest’anno un incremento del tasso di disoccupazione all’11,1% nell’Ue e al 12,2% nella zona euro. Poiché le previsioni indicano un minore impatto del rincaro dell’energia sull’inflazione, si dovrebbe assistere nell’Ue ad una graduale diminuzione dell’inflazione al consumo nel corso del 2013, con successiva stabilizzazione nel 2014 a circa l’1,7% nell’Ue e all’1,5% nella zona euro.

Continua il risanamento di bilancio La Commissione europea afferma poi che le «incisive misure di bilancio che gli Stati membri stanno attuando» dovrebbero determinare nel 2013 un’ulteriore riduzione dei disavanzi nominali al 3,4% nell’Ue e al 2,8% nella zona euro. Relativamente al saldo strutturale, si prevede per quest’anno un ritmo di riduzione lievemente più lento di quello del 2012. Il risanamento di bilancio in corso contiene l’aumento del rapporto debito/Pil, che nel 2013 dovrebbe registrare un ulteriore lieve incremento dovuto alla persistente debolezza della crescita del Pil. Sebbene i rischi che pesano sulle prospettive

di crescita indichino ancora un’evoluzione prevalentemente negativa, secondo la Commissione «la distribuzione del rischio è oggi molto più equilibrata». Per arginare il rischio di un ulteriore aggravamento della crisi del debito sovrano, avverte però l’esecutivo dell’Ue, «è essenziale l’attuazione effettiva di politiche di rafforzamento dell’unione economica e monetaria e di promozione degli aggiustamenti necessari». Altri rischi di evoluzione negativa risiedono nella «possibilità che la debolezza del mercato del lavoro incida sulla domanda interna e rallenti lo slancio riformista» e nel «persistere di grandi sfide di bilancio a medio termine negli Stati Uniti e in Giappone». Riguardo alla crescita del Pil, conclude poi la Commissione, potrebbero materializzarsi i rischi di evoluzione positiva se i progressi nella risoluzione delle crisi e l’andamento delle riforme strutturali fossero più veloci del previsto e/o se la fiducia ritrovata fosse più forte del previsto, mentre invece i rischi che pesano sulle prospettive d’inflazione paiono essere equilibrati. FONTE E INFORMAZIONI: http://ec.europa.eu/economy_finance/eu /forecasts/2013_winter_forecast_en.htm

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Situazione simile nell’intera Ue

E C O N O M I A

Clima economico in peggioramento Dopo quasi un semestre di pallida ripresa della fiducia economica degli operatori di tutti i settori dell’economia europea, il clima economico della primavera 2013 è nuovamente peggiorato. Nel mese di marzo, infatti, l’indicatore del clima economico (Economic Sentiment Indicator - Esi) è diminuito sia nell’area dell’euro che nell’Ue, bloccando così una ripresa costante avviata nel novembre dello scorso anno. L’indicatore Esi è infatti diminuito di 1,1 punti nella zona euro (scendendo a 90) e di 0,6 punti nell’intera Unione europea (passando a 91,4).

Fiducia al ribasso nella zona euro Nell’area dell’euro il crollo dell’indicatore del clima economico è stato provocato da diminuzioni in tutti i settori di attività, mentre invece la fiducia dei consumatori è rimasta sostanzialmente stabile. Il clima economico è peggiorato in tre delle cinque maggiori economie dell’area dell’euro, vale a dire Francia (-1,7), Germania (-1,6) e Spagna (-0,9), mentre è rimasto sostanzialmente stabile nei Paesi Bassi (-0,3) ed è migliorato in Italia (+1,4). In particolare, la diminuzione della fiducia nel settore industriale (-1,2) è il risultato di una valutazione molto più negativa del livello corrente del portafoglio ordini complessivo e di una valutazione leggermente peggiorata delle scorte di prodotti finiti, mentre le attese di produzione sono rimaste praticamente invariate. La produzione passata e l’attuale livello di ordini di esportazione, che non sono inclusi nel clima di fiducia, sono stati valutati in modo sfavorevole. Anche nel settore dei servizi si è interrotta la tendenza al rialzo della fiducia osservata dall’ottobre 2012, con un calo in marzo di 1,4 punti percentuali risultato di un marcato peggioramento delle aspettative di domanda. Così come è calata la fiducia del commercio al dettaglio (-1,5), calo provocato da un peggioramento della valutazione di tutte e tre le componenti: l’attuale situazione di mercato, le aspettative di business e (in minor misura) il volume delle scorte. Nel settore delle costruzioni il clima economi-

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co è peggiorato in marzo in modo contenuto (-0,6), anche in questo caso per le valutazioni negative del portafoglio ordini e delle aspettative di occupazione. La fiducia nel settore dei servizi finanziari (non incluso nell’indicatore Esi) è scesa di 1,1 punti: mentre le aspettative della domanda migliorano, la situazione e la domanda dei mesi precedenti sono state valutate negativamente. È rimasta invece sostanzialmente stabile (+0,1) la fiducia dei consumatori, meno pessimisti per quanto riguarda le aspettative occupazionali e invece più pessimisti rispetto alle aspettative di risparmio nel corso dei prossimi 12 mesi. Invariata anche l’opinione dei consumatori sulla futura situazione economica generale e sulla futura situazione finanziaria delle loro famiglie. I Piani per l’occupazione nei Paesi della zona euro sono stati leggermente rivisti al ribasso in edilizia, rimanendo sostanzialmente invariati negli altri settori di attività. Le aspettative sul prezzo di vendita sono diminuite nell’industria, aumentate nelle costruzioni e nel commercio al dettaglio e rimaste sostanzialmente stabili nei servizi.

Prendendo in considerazione non solo i 17 Paesi dell’euro ma invece tutti e 27 gli Stati membri dell’Unione europea gli sviluppi del clima economico differiscono solo parzialmente. La diminuzione complessiva dell’indicatore Esi in marzo è stata infatti leggermente inferiore (-0,6 anziché -1,1). Considerando i settori economici, la ragione di questa differenza è da ricondurre soprattutto a un continuo miglioramento della fiducia nell’intera Ue nel settore dei servizi (+1,1) e ad uno sviluppo sostanzialmente stabile nelle costruzioni (+0,3). Facendo invece riferimento agli Stati membri, la ragione principale della differenza tra Uem e Ue sta nel miglioramento della fiducia nei due più grandi Paesi dell’Ue non appartenenti alla zona euro, cioè il Regno Unito (+1,1) e la Polonia (+1,7). Un lieve miglioramento della fiducia si è registrato nel settore dei servizi finanziari dell’Ue (+0,4), mentre a differenza della zona euro sono peggiorati i piani di occupazione nell’industria e nei servizi, con un miglioramento nel commercio al dettaglio. Le aspettative sui prezzi dei consumatori, rimaste stabili nella zona euro, sono invece peggiorate nel quadro più ampio dell’intera Ue. INFORMAZIONI: http://ec.europa.eu/economy_finance/db_ indicators/surveys/index_en.htm

BCE: DISOCCUPAZIONE GRAVE, INTENSIFICARE RIFORME STRUTTURALI «La crisi economica e finanziaria continua a gravare sul mercato del lavoro nell’area dell’euro. Nel quarto trimestre del 2012 l’occupazione è diminuita ancora, mentre il tasso di disoccupazione ha continuato a crescere, raggiungendo livelli senza precedenti. Secondo varie stime, sia il tasso di disoccupazione strutturale sia l’unemployment gap sono aumentati sensibilmente negli ultimi anni. I dati delle indagini segnalano un ulteriore calo dei posti di lavoro nel primo trimestre del 2013». Il quadro fornito dalla Banca centrale europea (Bce) nel suo bollettino di aprile non è incoraggiante. Anche sul fronte dei consumi la Bce ritiene che «la spesa rimarrà debole», dopo che nel quarto trimestre del 2012 sono diminuiti dello 0,4% rispetto al periodo precedente. Secondo la Bce «è fondamentale che i governi dell’area dell’euro intensifichino l’attuazione delle riforme strutturali a livello nazionale e rafforzino la governance dell’area, ivi compresa la realizzazione dell’unione bancaria». In sostanza, afferma la Banca centrale europea, i governi dell’Ue dovrebbero «moltiplicare gli sforzi per ridurre i disavanzi pubblici e proseguire le riforme strutturali; in tal modo la sostenibilità dei conti e la crescita economica si rafforzeranno reciprocamente». È però necessario che le strategie di bilancio siano «integrate da riforme strutturali favorevoli alla crescita, ambiziose e di ampio respiro e interessino i mercati dei beni e servizi, compresi i servizi su rete, i mercati del lavoro e la modernizzazione della pubblica amministrazione» aggiunge la Bce, secondo cui «per promuovere l’occupazione, il processo di formazione dei salari dovrebbe divenire più flessibile e meglio allineato alla produttività». Tutte riforme che, secondo la Bce, «aiuteranno i Paesi negli sforzi tesi a recuperare competitività, porre le basi per una crescita sostenibile e favorire il ripristino della fiducia sul piano macroeconomico». INFORMAZIONI: http://www.ecb.int

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R E L A Z I O N I

I N D U S T R I A L I

Dialogo sociale vittima della crisi L’attuale crisi economica compromette seriamente il dialogo tra i rappresentanti dei lavoratori e dei datori di lavoro e i governi, mentre le riforme adottate recentemente dai governi non sono sempre state accompagnate da un dialogo sociale pienamente efficace, con la conseguenza che le relazioni industriali sono sempre più conflittuali in Europa. È quanto rileva una Relazione pubblicata a inizio aprile dalla Commissione europea. «Il dialogo sociale è soggetto a crescenti pressioni nell’attuale contesto di calo della domanda macroeconomica, di inasprimento fiscale e di tagli della spesa pubblica. Dobbiamo rafforzare il ruolo delle parti sociali a tutti i livelli, se vogliamo uscire dalla crisi e preservare i vantaggi del modello sociale europeo» ha dichiarato László Andor, commissario europeo per l’Occupazione, gli Affari sociali e l’Inclusione, aggiungendo: «Un dialogo sociale ben strutturato è altresì indispensabile per rispondere alle sfide del cambiamento demografico e per riuscire a migliorare le condizioni di lavoro e a rafforzare la coesione sociale. Il dialogo sociale deve essere intensificato negli Stati membri dell’Europa centrale e orientale, dove è sensibilmente più debole». La Commissione ritiene di cruciale importanza che i rappresentanti dei lavoratori e dei datori

di lavoro (parti sociali) partecipino attivamente all’elaborazione delle riforme della pubblica amministrazione, dal momento che le soluzioni individuate attraverso il dialogo sociale sono in genere più ampiamente accettate dai cittadini, più facili da attuare nella pratica e meno atte a suscitare conflitti. «Accordi consensuali, con l’intervento delle parti sociali, contribuiscono quindi a garantire la sostenibilità a lungo termine delle riforme economiche e sociali» afferma la Commissione, secondo cui «un dialogo sociale ben strutturato può contribuire effettivamente alla resilienza economica dell’Europa». 

Potenzialità del dialogo sociale Di fatto, osserva la Relazione, i Paesi con un dialogo sociale consolidato e istituzioni di relazioni industriali forti sono generalmente quelli in cui la situazione economica e sociale è più solida e meno soggetta a pressioni. Le potenzialità del dialogo sociale nella risoluzione dei problemi possono contribuire a superare l’attuale crisi.  La Relazione illustra quindi in che modo i risultati del dialogo sociale europeo possono incidere concretamente sulla vita lavorativa dei

BOLLETINO TRIMESTRALE: SITUAZIONE SOCIALE DETERIORATA Continuano ad aumentare le divergenze tra gli Stati membri dell’Ue, con mercati del lavoro segnati da una crescente disoccupazione e pesanti sfide sociali da affrontare, mentre la situazione di molte famiglie e dei giovani in particolare si è nettamente deteriorata. Questo il preoccupante bilancio contenuto nell’edizione di marzo del bollettino europeo trimestrale “Eu Employment and Social Situation Quarterly Review”, che fornisce una panoramica degli sviluppi del mercato europeo del lavoro e della situazione sociale nell’Unione europea, sulla base dei più recenti dati disponibili. L’occupazione è in netta diminuzione dalla metà del 2011, con sviluppi positivi evidenti solo nel lavoro a tempo parziale. La disoccupazione è aumentata ulteriormente nel gennaio 2013, in particolare nella zona euro, con un numero di disoccupati che ha superato abbondantemente i 26 milioni nell’intera Unione e quasi un giovane su quattro senza lavoro tra quelli economicamente attivi. L’edizione di marzo di “Quarterly Review” mette in evidenza gli effetti che i recenti tagli alla spesa pubblica hanno avuto sulla situazione occupazionale e sociale in un certo numero di Stati membri. L’inasprimento fiscale ha interessato anche l’occupazione in modo diretto (pubblico impiego) e indiretto (domanda aggregata). La modifica dei sistemi fiscali e previdenziali e i tagli nei salari del settore pubblico hanno portato a significative riduzioni del livello dei redditi reali delle famiglie, mettendo una pesante pressione sulle condizioni di vita delle famiglie a basso reddito. INFORMAZIONI: http://ec.europa.eu/social/home.jsp?langId=it

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cittadini europei, ad esempio migliorandone le condizioni di lavoro e la salute e sicurezza sul luogo di lavoro. In considerazione dei tagli della spesa pubblica in numerosi Stati membri, la Relazione affronta essenzialmente i rapporti di lavoro nel settore pubblico: amministrazione pubblica, istruzione e assistenza sanitaria. I governi hanno considerato prioritari gli incrementi di efficienza nella ristrutturazione del settore pubblico. In alcuni Paesi, nota la Relazione, questo processo ha continuato il suo corso seguendo un approccio più equilibrato che suscita minori tensioni e conserva così il margine per soluzioni collettive tra i sindacati e il settore pubblico. In altri Paesi i metodi scelti per attuare decisioni hanno spesso escluso il ricorso al dialogo sociale. «Tale tendenza non si registra unicamente nei Paesi che beneficiano dell’assistenza finanziaria dell’Ue e del Fondo monetario internazionale» sottolinea la Relazione, osservando che di conseguenza, in molti Stati membri, «l’inasprimento fiscale e i tagli della spesa pubblica hanno generato un’ondata di vertenze di lavoro e hanno messo in evidenza la natura contestata di alcune delle misure di riforma che non sono passate al vaglio del dialogo sociale».

Europa centrale e orientale La Relazione analizza inoltre in profondità lo stato del dialogo sociale in Europa centrale e orientale. Benché esista una grande diversità tra i Paesi di questa area, essi presentano tutti, ad eccezione della Slovenia, istituzioni di relazioni industriali fragili e frammentate. Alcune riforme pregiudicano effettivamente il coinvolgimento delle parti sociali nell’introduzione dei cambiamenti. La Relazione dimostra che la rivitalizzazione dei sistemi nazionali di relazioni industriali al fine di promuovere e ripristinare il consenso è indispensabile per garantire la sostenibilità a lungo termine delle riforme economiche e sociali in atto. Nella Relazione sono state esaminate altre questioni, in particolare il coinvolgimento delle parti sociali nella riforma del regime di disoccupazione e pensionistico e nella transizione verso un’economia più sostenibile e meno dipendente dai combustibili fossili. Mentre in Paesi come il Belgio, la Francia, i Paesi Bassi e la Spagna i sindacati hanno partecipato al processo di riforma pensionistica, in altri il ruolo delle parti sociali è stato minimo, il che ha generato conflitti. Per quanto riguarda il cambiamento climatico, la Relazione rileva che le attività delle parti sociali in questo settore si intensificano. INFORMAZIONI: http://ec.europa.eu/ social/main.jsp?catI d=329&langId=en

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L A V O R O

Sempre alta la disoccupazione nell’Ue Continua a restare alto il tasso di disoccupazione in Europa, secondo le rilevazioni dell’Ufficio statistico dell’Ue Eurostat che ha registrato nel febbraio scorso un tasso medio del 12% nell’intera Unione europea e del 10,9% nella zona euro. Livelli di disoccupazione sostanzialmente stabili rispetto al mese di gennaio, quando i tassi erano stati rispettivamente del 12% e del 10,8%, ma in sensibile aumento se si prende in considerazione lo stesso mese di febbraio di un anno fa, quando i tassi erano del 10,9% nell’Ue e del 10,2% nell’area dell’euro.

Complessivamente Eurostat stima che il numero di disoccupati nel febbraio 2013 sia salito a 26,338 milioni nei 27 Paesi dell’Ue, di cui 19 milioni nei 17 Paesi che compongono la zona euro. Rispetto al mese di gennaio il numero di disoccupati è aumentato di 76.000 unità nell’Ue e di 33.000 nella zona euro, mentre invece rispetto a un anno prima l’aumento è stato di 1,805 milioni nell’Ue a 27 e di 1,775 milioni nella zona euro. Tra gli Stati membri, i tassi di disoccupazione più bassi sono stati registrati in Austria (4,8%), Germania (5,4%), Lussemburgo (5,5%) e Paesi Bassi (6,2%), mentre i più

elevati hanno riguardato la Grecia (26,4% a dicembre 2012), la Spagna (26,3%) e il Portogallo (17,5%). Rispetto a un anno fa, il tasso di disoccupazione è aumentato in 19 Stati membri ed è diminuito in 8. Gli incrementi maggiori sono stati registrati in Grecia (dal 21,4% al 26,4% tra dicembre 2011 e dicembre 2012), a Cipro (dal 10,2% al 14%), in Portogallo (dal 14,8% al 17,5%) e Spagna (dal 23,9% al 26,3%). Le diminuzioni più rilevanti sono invece state osservate in Lettonia (dal 15,6% al 14,3% tra il quarto trimestre del 2011 e del 2012), Estonia (dal 10,8% al 9,9% tra gennaio 2012 e gennaio 2013) e Irlanda (dal 15,1% al 14,2%). Tra il febbraio 2012 e il febbraio 2013, il tasso di disoccupazione maschile è aumentato dal 10,7% all’11,9% nell’area dell’euro e dal 10,1% al 10,9% nell’Ue-27. Il tasso di disoccupazione femminile è passato dall’11,2% al 12% nella zona dell’euro e dal 10,3% al 10,9% nell’Ue-27. La disoccupazione colpisce duramente i giovani di età inferiore ai 25 anni, il cui

TASSO DI DISOCCUPAZIONE NELL’UE AE17 UE27 BE BG CZ DK DE EE IE EL ES FR IT CY LV LT LU HU MT NL AT PL PT RO SI SK FI SE UK IS NO US JP

Feb 2012 10,9 10,2 7,2 12,0 6,9 7,5 5,6 10,8 15,1 21,4 23,9 10,0 10,1 10,2 15,6 13,6 4,9 11,1 6,1 4,9 4,1 10,0 14,8 7,3 8,2 13,6 7,5 7,8 8,3 6,8 3,3 8,3 4,5

Ago 2012 11,5 10,5 7,6 12,3 7,0 7,4 5,4 10,1 14,7 25,4 25,5 10,3 10,6 12,3 14,4 13,0 5,1 10,7 6,3 5,3 4,5 10,2 16,2 6,9 9,5 14,1 7,8 8,1 7,8 5,6 3,1 8,1 4,2

Sett 2012 11,6 10,6 7,7 12,3 7,0 7,2 5,4 9,8 14,6 26,1 25,7 10,4 10,9 12,7 14,4 13,0 5,2 10,8 6,3 5,4 4,4 10,3 16,4 6,9 9,5 14,1 7,9 8,1 7,8 5,6 3,1 7,8 4,3

Ott 2012 11,7 10,7 8,0 12,5 7,2 7,3 5,4 9,7 14,4 26,3 26,0 10,4 11,2 13,2 14,3 13,1 5,2 10,9 6,5 5,5 4,5 10,3 16,8 6,8 9,5 14,3 7,9 8,0 7,7 5,4 3,3 7,9 4,2

Nov 2012 11,8 10,7 8,1 12,5 7,2 7,3 5,4 9,9 14,3 26,6 26,2 10,5 11,2 13,2 14,3 13,2 5,3 10,9 6,6 5,6 4,5 10,4 17,0 6,7 9,3 14,4 7,9 8,4 7,7 5,3 3,5 7,8 4,2

Dic 2012 11,8 10,7 8,2 12,4 7,2 7,4 5,4 9,9 14,2 26,4 26,1 10,6 11,2 13,6 14,3 13,3 5,4 11,1 6,6 5,8 4,7 10,4 17,3 6,7 9,4 14,5 8,0 8,0 7,7 5,2 3,5 7,8 4,3

Gen 2013 12,0 10,8 8,2 12,5 7,1 7,4 5,4 9,9 14,2 26,2 10,7 11,7 13,7 13,3 5,4 11,2 6,7 6,0 4,8 10,6 17,5 6,6 9,6 14,6 8,1 8,0 5,1 7,9 4,2

Feb 2013 12,0 10,9 8,1 12,5 7,2 7,4 5,4 14,2 26,3 10,8 11,6 14,0 13,1 5,5 6,6 6,2 4,8 10,6 17,5 6,7 9,7 14,6 8,1 8,2 5,1 7,7 -

- Dato non disponibile Fonte: Eurostat, 2 aprile 2013

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TASSO DI DISOCCUPAZIONE NELLL’UE: GIOVANI, UOMINI E DONNE Feb12 22,3 22,5 19,9 28,6 19,2 14,7 8,1 21,6 31,0 52,5 50,9 23,0 33,9 25,3 29,2 28,9 18,4 27,1 13,8 9,4 8,7 26,0 34,8 23,7 16,9 33,5 19,2 23,5 21,7 15,7 7,9 16,5 9,1

UEM17 UE27 BE BG CZ DK DE EE IE EL ES FR IT CY LV LT LU HU MT NL AT PL PT RO SI SK FI SE UK IS NO US JP

Giovani (under 25) Dic12 Gen13 23,7 24,0 23,3 23,5 22,0 22,4 28,4 28,8 19,3 18,9 14,6 14,8 7,9 7,8 19,8 21,3 29,5 30,4 58,4 55,3 55,4 25,5 26,0 37,1 38,6 31,8 24,7 24,2 25,7 18,6 18,7 28,9 29,0 14,5 14,8 10,0 10,3 9,0 9,3 27,8 28,0 38,0 38,3 22,2 23,2 35,0 35,0 19,5 19,7 24,1 23,5 21,1 10,4 9,9 9,7 16,3 16,8 7,1 7,3

Feb13 23,9 23,5 22,4 29,1 19,1 14,8 7,7 30,8 55,7 26,2 37,8 25,3 19,2 14,8 10,4 8,9 28,1 38,2 35,0 19,9 24,5 9,7 16,3 -

Feb12 10,7 10,1 7,2 13,4 6,0 7,3 5,8 11,5 18,1 19,0 23,5 9,8 9,0 11,0 16,5 15,5 4,5 11,2 5,7 4,9 3,8 9,3 14,7 7,8 8,0 13,2 8,2 8,0 8,7 7,1 3,7 8,3 4,7

Uomini Dic12 Gen13 11,7 11,9 10,7 10,8 8,8 8,8 13,3 13,4 6,2 6,1 7,3 7,3 5,7 5,7 11,1 11,1 17,0 17,1 24,3 25,7 25,8 10,4 10,6 10,4 10,8 13,8 13,7 15,8 15,0 14,9 4,8 4,8 11,4 11,5 6,3 6,4 6,1 6,4 4,9 5,0 9,7 9,9 17,2 17,5 7,0 6,9 9,3 9,4 14,2 14,4 8,6 8,6 8,2 8,3 8,2 5,5 5,4 3,7 7,9 8,0 4,5 4,6

Feb13 11,9 10,9 8,8 13,4 6,2 7,3 5,7 17,1 26,0 10,7 10,8 13,9 14,7 4,8 : 6,3 6,6 5,0 10,0 17,5 7,0 9,4 14,5 8,7 8,5 5,3 7,8 -

Feb12 11,2 10,3 7,2 10,5 8,1 7,6 5,2 9,7 11,4 25,7 24,4 10,1 11,5 9,4 14,3 11,9 5,5 11,0 6,8 4,9 4,5 10,8 14,9 6,6 8,4 14,1 6,9 7,6 7,5 6,5 2,6 8,2 4,2

Donne Dic12 Gen13 11,9 12,1 10,8 10,9 7,4 7,4 11,4 11,4 8,4 8,3 7,5 7,5 5,1 5,1 8,6 8,7 10,7 10,7 29,3 26,6 26,6 10,7 10,9 12,4 12,8 13,3 13,7 12,8 11,6 11,7 6,1 6,2 10,7 10,8 7,1 7,1 5,5 5,6 4,4 4,7 11,3 11,4 17,5 17,6 6,2 6,2 9,6 9,8 14,8 14,9 7,3 7,4 7,8 7,6 7,2 4,8 4,8 3,3 7,8 7,8 4,0 3,8

Feb13 12,0 10,9 7,4 11,4 8,4 7,5 5,1 10,7 26,6 11,0 12,6 14,1 11,6 6,4 7,0 5,7 4,6 11,4 17,6 6,3 10,1 14,8 7,5 7,8 4,8 7,7 -

- dato non disponibile Fonte: Eurostat, 2 aprile 2013

QUALCHE POSSIBILITÀ SOLO PER LAVORATORI ALTAMENTE QUALIFICATI Nonostante una modesta crescita di offerte di lavoro nei settori dell’educazione, della sanità, dell’economia e gestione aziendale, la domanda di assunzioni ha fatto registrare un ristagno nel 2012, secondo quanto rilevato dall’European Vacancy Monitor che svolge appunto un monitoraggio costante su domanda e offerta di lavoro nell’Ue. Il flusso di offerte di lavoro è rimasto sostanzialmente stabile presso i servizi pubblici per l’impiego, mentre è ulteriormente crollato nella seconda metà del 2012 presso le agenzie di lavoro interinale. Complessivamente si è registrato un calo del 4% nelle assunzioni, che ha significato una stagnazione del reclutamento lavorativo e quindi scarse prospettive di lavoro per i disoccupati. D’altro canto, invece, si è osservata una situazione diversa per i professionisti, in particolare nei settori dell’amministrazione, dell’insegnamento, dell’economia, dell’ingegneria e sanitario, con una crescita combinata dell’occupazione (+2,4%) e delle assunzioni (+4,8%). I servizi per l’impiego hanno quindi mostrato un generale spostamento verso l’alto del livello di qualifiche richieste sui mercati del lavoro europei. L’European Vacancy Monitor osserva poi che le assunzioni temporanee hanno raggiunto i livelli più alti dal 2009 e sono diventate una pratica comune in tutti i gruppi professionali, con una quota di oltre il 50%, ad eccezione per le posizioni di gestione. Quote ancor più rilevanti di contratti temporanei si sono registrate nei settori agricolo (75%) e dell’insegnamento (71%). Secondo il numero di febbraio del Bollettino europeo della mobilità professionale, in base alle offerte di lavoro pubblicate sul portale Eures (il 1° febbraio 2013), le migliori possibilità di lavoro riguardano in questa fase: professionisti della finanza e delle vendite; personale di vendita e dimostrazione nei negozi; lavoratori dei servizi di pulizie e di ristorazione; personale di cura e assistenza; professionisti di ambito sanitario-associato, non infermieristico.

2013

75

numero di senza lavoro nel febbraio 2013 è salito a 5,694 milioni nei 27 Stati membri dell’Ue, di cui 3,581 milioni nei 17 Paesi dell’euro. Rispetto al febbraio 2012, la disoccupazione giovanile è aumentata di 196.000 unità nell’Unione europea e di 188.000 nella zona euro. Così, nel febbraio 2013 il tasso di disoccupazione giovanile è stato del 23,5% nell’intera Ue e del 23,9% nell’area dell’euro, con un ulteriore incremento rispetto ai tassi rilevati nel febbraio di un anno fa che erano rispettivamente del 22,5% e del 22,3%. Restano notevoli le differenze dei livelli di disoccupazione giovanile tra i vari Stati membri, con i tassi più bassi rilevati nel febbraio 2013 in Germania (7,7%), Austria (8,9%) e Paesi Bassi (10,4%), mentre raggiungono tassi elevatissimi e non sostenibili in Grecia (58,4% a dicembre 2012) e Spagna (55,7%), ma anche molto elevati in Portogallo (38,2%) e Italia (37,8%). FONTE E INFORMAZIONI: http://epp.eurostat.ec.europa.eu

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P O V E R T À

N E L L ’ U E

Rischio di povertà più elevato tra i minori Nell’Unione europea il rischio di povertà o di esclusione sociale è più elevato tra i minori rispetto al resto della popolazione. Nel 2011, infatti, nei 27 Stati membri il 27% dei bambini e ragazzi di età inferiore a 18 anni era a rischio di povertà o di esclusione sociale, rispetto al 24% degli adulti (cioè persone di età compresa tra 18 e 64 anni) e al 21% degli anziani (65 anni e più).

Va ricordato che le persone considerate a rischio di povertà o di esclusione sociale sono quelle che si trovano almeno in una delle seguenti tre condizioni: povertà monetaria, con reddito familiare inferiore al 60% di quello nazionale medio; deprivazione materiale grave; intensità lavorativa familiare molto bassa. Ebbene, nella maggior parte dei Paesi dell’Ue i bambini sono più colpiti da

almeno una delle tre forme di povertà o di esclusione sociale rispetto agli altri due gruppi di età. Le quote più elevate di minori a rischio di povertà o di esclusione sociale sono state rilevate nel 2011 in Bulgaria (52%), Romania (49%), Lettonia (44%), Ungheria (40%) e Irlanda (38% nel 2010), mentre le più basse si sono registrate in Svezia, Danimarca e Finlandia (tutti al 16%), Slovenia (17%), Paesi Bassi (18%) e Austria (19%). Si tratta di dati contenuti in un Rapporto pubblicato dall’Ufficio statistico europeo Eurostat lo scorso 26 febbraio, che ha esaminato anche i fattori che incidono sulla povertà infantile, quali la composizione del nucleo familiare in cui vivono i minori e la situazione del mercato del lavoro dei loro genitori.

RISCHIO DI POVERTÀ ED ESCLUSIONE SOCIALE NELL’UE PER GRUPPI DI ETÀ (% DATI 2011)

UE27* Belgio Bulgaria Rep. Ceca Danimarca Germania Estonia Irlanda** Grecia Spagna Francia Italia Cipro Lettonia Lituania Lussemburgo Ungheria Malta Paesi Bassi Austria Polonia Portogallo Romania Slovenia Slovacchia Finlandia Svezia Regno Unito Islanda Norvegia Svizzera Croazia

Popolazione totale

Minori (meno di 18 anni)

Adulti (18-64 anni)

Anziani (65 anni e oltre)

24,2 21,0 49,1 15,3 18,9 19,9 23,1 29,9 31,0 27,0 19,3 28,2 23,5 40,1 33,4 16,8 31,0 21,4 15,7 16,9 27,2 24,4 40,3 19,3 20,6 17,9 16,1 22,7 13,7 14,6 17,2 32,7

27,0 23,3 51,8 20,0 16,0 19,9 24,8 37,6 30,4 30,6 23,0 32,3 21,8 43,6 33,4 21,7 39,6 25,8 18,0 19,2 29,8 28,6 49,1 17,3 26,0 16,1 15,9 26,9 16,6 13,0 18,9 32,2

24,3 20,0 45,2 15,1 20,5 21,3 24,2 29,7 31,6 27,2 20,1 28,4 20,8 40,9 33,6 17,6 31,7 20,1 17,0 16,2 27,0 23,2 39,0 18,7 20,6 18,0 15,4 21,4 14,3 15,9 13,9 32,5

20,5 21,6 61,1 10,7 16,6 15,3 17,0 12,9 29,3 22,3 11,5 24,2 40,4 33,2 32,5 4,7 18,0 21,5 6,9 17,1 24,7 24,5 35,3 24,2 14,5 19,8 18,6 22,7 4,5 11,4 28,3 34,0

* Stime ** Dato 2010 Fonte: Eurostat, 26 febbraio 2013

8

75

2013


MINORI A RISCHIO DI POVERTÀ MONETARIA (% DATI 2011) Per livello di istruzione dei genitori

UE27* Belgio Bulgaria Rep. Ceca Danimarca Germania Estonia Irlanda Grecia Spagna Francia Italia Cipro Lettonia Lituania Lussemburgo Ungheria Malta Paesi Bassi Austria Polonia Portogallo Romania Slovenia Slovacchia Finlandia Svezia Regno Unito Islanda Norvegia Svizzera Croazia

Basso

Medio

Alto

49,2 50,5 71,4 76,2 17,3 55,1 52,8 : 50,2 48,1 52,5 46,3 33,5 52,8 64,1 40,5 67,8 31,7 45,7 42,2 57,1 31,1 78,3 39,0 77,1 23,9 54,4 42,0 15,6 36,1 43,0 59,8

22,4 22,5 18,1 16,3 12,0 21,5 25,4 : 28,7 25,3 23,7 22,6 14,8 32,8 34,6 18,6 18,8 11,6 18,4 15,5 26,7 14,1 27,3 20,0 24,4 18,1 17,0 20,8 17,1 8,8 21,3 21,3

7,5 6,4 2,4 5,4 5,3 6,7 8,2 : 7,9 12,7 5,7 7,5 4,3 4,8 9,2 8,2 2,9 4,2 6,7 6,1 6,9 4,5 1,8 4,0 7,0 5,9 8,3 9,5 6,2 4,4 6,7 5,6

Per Paese di nascita dei genitori Almeno uno nato Nati nel Paese all’estero 18,3 31,5 12,1 33,9 27,9 15,2 14,9 7,8 24,8 14,2 24,8 19,7 16,9 : : 19,8 43,1 23,2 45,5 14,1 39,3 24,4 33,5 8,9 22,0 24,6 25,3 23,3 37,3 11,4 24,5 22,9 21,4 21,3 17,9 10,9 29,6 8,4 28,1 21,5 20,6 26,7 33,3 12,8 23,8 21,0 10,0 26,6 9,5 29,1 16,2 23,2 10,2 18,7 5,7 25,3 12,0 22,7 19,8 27,4

* Stime : Dato non disponibile - Dato inaffidabile Fonte: Eurostat, 26 febbraio 2013

Povertà e livelli di istruzione Prendendo in considerazione la povertà monetaria, quasi la metà di tutti i minori i cui genitori hanno bassi livelli di istruzione (al massimo istruzione secondaria inferiore) erano a rischio di povertà nell’Ue nel 2011, rispetto al 22% dei minori con genitori che hanno un livello medio di formazione (al massimo istruzione secondaria superiore) e al 7% dei minori con genitori aventi un elevato livello di istruzione (istruzione terziaria). L’indagine ha osservato che in tutti gli Stati membri, il rischio di povertà per i minori diminuisce quando il livello di istruzione dei genitori è elevato. Le maggiori differenze tra la percentuale di minori a rischio di povertà in relazione ai livelli di istruzione dei genitori sono state rilevate in Romania (78% dei minori a rischio povertà in famiglie a basso 2013

75

livello di istruzione rispetto al 2% in famiglie ad alto livello di istruzione), Repubblica Ceca (76% e 5%), Slovacchia (77% e 7%), Bulgaria (71% e 2%) e Ungheria (68% e 3%), e le più piccole differenze in Danimarca (17% e 5%) e Finlandia (24% e 6%).

Povertà e immigrazione Il Rapporto di Eurostat osserva poi che nell’Ue i minori con un background migrante, cioè con almeno uno dei genitori nato in un Paese diverso da quello di residenza attuale, risultano essere a maggior rischio di povertà monetaria rispetto a quelli con genitori originari del Paese di residenza. I dati 2011 evidenziano infatti un rischio di povertà che colpisce il 32% dei minori che vivono con almeno un genitore nato all’estero, rispetto al 18% dei minori con genitori autoctoni.

Questa situazione è stata rilevata nella maggior parte degli Stati membri, mentre invece in Estonia, Ungheria e Malta i minori con i genitori autoctoni presentano un rischio di povertà più elevato e in Repubblica ceca non vi è praticamente alcuna differenza tra i due gruppi. Tra i minori che vivono con almeno un genitore nato all’estero, la quota a rischio di povertà nel 2011 variava in modo significativo tra gli Stati membri, dal 15% nella Repubblica Ceca, il 17% in Estonia e il 18% a Malta fino al 46% in Spagna, 43% in Grecia e 39% in Francia. Per quanto riguarda invece i minori che vivono con genitori autoctoni, il rischio di povertà più basso nel 2011 è stato rilevato in Danimarca e Austria (entrambi 8%) e il più elevato in Romania (33%). FONTE E INFORMAZIONI: http://epp.eurostat.ec.europa.eu

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Il punto sull’immigrazione nell’Unione europea Nel corso del 2011 almeno 1,7 milioni di persone provenienti da un Paese al di fuori dell’Unione europea sono immigrate in uno dei 27 Stati membri, mentre 1,3 milioni di persone già residenti all’interno di un Paese dell’Ue sono migrate in un altro Stato membro. Complessivamente, circa 3,2 milioni di persone sono immigrate in uno dei 27 Paesi dell’Ue, mentre almeno 2,3 milioni di persone sono emigrate lasciando il territorio dell’Ue. Il quadro statistico dell’immigrazione all’interno dell’Ue è fornito da uno studio pubblicato da Eurostat nel marzo scorso intitolato Migration and migrant population statistics, che sottolinea come le cifre presentate non rappresentino solo i flussi migratori da e per l’Ue ma riguardino anche i flussi interni tra i diversi Stati membri dell’UE. Il Regno Unito è stato nel 2011 il Paese che ha fatto registrare il maggior numero di nuovi immigrati (566.044), seguito da Germania (489.422), Spagna (457.649) e Italia (385.793); questi quattro Stati membri insieme hanno ospitato nel 2011 il 60,3% di tutti gli immigrati nell’Ue. La Spagna ha invece segnalato il maggior numero di emigrati nel 2011 (507.742), seguita dal Regno Unito (350.703), dalla Germania (249.045) e dalla Francia con (213.367). 16 Stati membri dell’Ue hanno rilevato più immigrazione che emigrazione nel 2011, mentre invece in Bulgaria, Repubblica Ceca, Irlanda, Grecia, Spagna, Polonia, Romania e i tre Stati baltici il numero di emigrati ha superato quello degli immigrati. Considerando il numero di immigrati in relazione alla dimensione della popolazione residente, al primo posto per l’incidenza dell’immigrazione si trova il Lussemburgo (38 immigrati per 1000 persone), seguito da Cipro (26‰) e Malta (13‰). L’incidenza dell’emigrazione sulla popolazione residente è invece stata particolarmente elevata in Irlanda (19 emigrati per 1000 persone) e Lituania (18 emigrati per 1000 persone). Per quanto riguarda la distribuzione per sesso degli immigrati nel 2011, ci sono stati complessivamente più uomini che donne (52,1% rispetto al 47,9%). Il Paese che ha segnalato la percentuale più alta di immigrati maschi è

10

stato la Slovacchia (62,4%), al contrario, la percentuale più alta di donne immigrate è stata segnalata a Cipro (55,2%). Nel 2011, poi, la quota relativa di espulsioni di cittadini sul numero totale dei nuovi immigrati è stata più elevata in Lituania (89,3% del totale degli immigrati), Portogallo (63,6%), Croazia (55,3%), Estonia (54,8%) e Grecia (54,5%). Questi erano inoltre gli unici Stati membri dell’Ue a segnalare una migrazione di ritorno superiore al 50%, mentre al contrario Lussemburgo, Austria, Italia, Cipro e Spagna hanno segnalato quote relativamente basse di migrazione di ritorno inferiori al 10% degli immigrati.

La Germania al primo posto All’inizio del 2012 la popolazione immigrata straniera all’interno dell’Ue, costituita da persone che risiedono in uno dei 27 Stati membri ma hanno cittadinanza di un Paese non Ue, era di 20,7 milioni pari al 4,1% dell’intera popolazione dell’Ue. Inoltre, vi erano 13,6 milioni di cittadini dell’Ue che vivevano in un Paese diverso da quello di cittadinanza. Tuttavia, poiché la cittadinanza può cambiare nel tempo e quindi può essere acquisita pur essendo nati altrove, per avere un quadro statistico più completo dell’immigrazione può essere utile presentare le informazioni anche per Paese di nascita. Così facendo, sempre a inizio 2012 si contavano circa 33 milioni di persone residenti nell’Ue ma nate in un Paese non Ue e circa 17,2 milioni di persone nate in uno Stato membro dell’Ue diverso da quello di residenza. Solo in Lussemburgo, Irlanda, Ungheria, Cipro e Malta i nati all’estero in altri Paesi dell’Ue sono più numerosi dei nati al di fuori dell’Ue. Le persone nate all’estero che hanno acquisito la cittadinanza sono in inferiorità numerica rispetto ai cittadini stranieri in tutti gli Stati membri, tranne in Lussemburgo, Lettonia e Repubblica Ceca. In termini assoluti, i Paesi dell’Ue con il maggior numero di stranieri residenti a inizio 2012 erano la Germania (7,4 milioni di persone), la Spagna (5,5 milioni), l’Italia (4,8 milioni), il Regno Unito (4,8 milioni) e la Francia (3,8 milioni di euro). I cittadini non comunitari in

questi cinque Stati membri complessivamente rappresentavano il 77,1% del totale degli stranieri residenti nell’Ue, mentre gli stessi cinque Paesi avevano una quota pari al 62,9% della popolazione dell’Ue. In termini relativi, tra i 27 Stati membri dell’Ue quello con la percentuale più alta di cittadini stranieri è il Lussemburgo, dove rappresentavano il 43,8% della popolazione totale. Un’alta percentuale di stranieri (10% o più della popolazione residente) è stata osservata anche a Cipro, Lettonia, Estonia, Spagna, Austria e Belgio.

Soprattutto immigrati europei In gran parte degli Stati membri dell’Unione europea la maggior parte dei cittadini stranieri sono cittadini di Paesi terzi. Non è così solo per Lussemburgo, Irlanda, Belgio, Slovacchia, Cipro e Ungheria. Nel caso della Lettonia e dell’Estonia, la percentuale di cittadini provenienti da Paesi terzi è particolarmente grande a causa del numero elevato di cittadinanze non riconosciute: si tratta principalmente di cittadini dell’ex Unione sovietica che risiedono permanentemente in questi Paesi ma che non hanno acquisito la cittadinanza. Analizzando la distribuzione per continente di cittadini di Paesi terzi che vivevano nell’Unione europea a inizio 2012, la percentuale maggiore (38,5%) è costituita da cittadini di un Paese europeo al di fuori dell’Ue, per un totale di 7,9 milioni di persone di cui oltre la metà erano cittadini di Turchia, Albania e Ucraina. Il secondo più grande gruppo continentale di immigrati proveniva dall’Africa (24,5%), seguito da Asia (22%), Americhe (14,2%) e Oceania (0,8%). Oltre la metà dei cittadini di Paesi africani che vivevano nell’Ue nel 2012 proveniva dal Nord Africa, principalmente da Marocco e Algeria. Per quanto riguarda gli asiatici la provenienza principale è dal Sud o dall’Est asiatico, in particolare dall’India o dalla Cina, mentre i cittadini di Ecuador e Stati Uniti costituivano la quota maggiore di cittadini stranieri provenienti dalle Americhe e residenti nell’Unione europea a inizio 2012.

Rumeni e turchi i più numerosi La struttura della cittadinanza della popolazione immigrata nell’Unione europea varia notevolmente tra gli Stati membri. È infatti influenzata da fattori quali la migrazione per lavoro, i legami storici esistenti tra Paesi di origine e di destinazione, e le reti consolidate nei Paesi di destinazione. I cittadini rumeni (che vivono in un altro Stato membro dell’Ue) e turchi costituito i due

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2013


IMMIGRAZIONE ANNUALE NEI PAESI DELL’UE UE 27 Belgio Bulgaria Rep. Ceca Danimarca Germania (fino al 1990) Estonia Irlanda Grecia Spagna Francia Italia Cipro Lettonia Lituania Lussemburgo Ungheria Malta Paesi Bassi Austria Polonia Portogallo Romania Slovenia Slovacchia Finlandia Svezia Regno Unito

2002

2003

2004

2005

2006

2007

2008

: 113.857 : 44.679 52.778

: 112.060 : 60.015 49.754

: 117.236 : 53.453 49.860

: 132.810 : 60.294 52.458

: 137.699 : 68.183 56.750

: 146.409 1.561 104.445 64.656

: 164.152 1.236 108.267 57.357

2009 1.609.200 : : 75.620 51.800

2010 1.747.800 : : 48.317 52.236

2011 1.671.500 : : 27.114 52.833

842.543

768.975

780.175

707.352

661.855

680.766

682.146

346.216

404.055

489.422

575 61.725 : 483.260 : 222.801 14.370 1.428 5.110 12.101 : : 121.250 108.125 6.587 79.300 6.582 9.134 2.312 18.113 64.087 385.901

967 58.875 : 672.266 : 470.491 16.779 1.364 4.728 13.158 : : 104.514 111.869 7.048 72.400 3.267 9.279 6.551 17.838 63.795 431.487

1.097 78.075 : 684.561 : 444.566 22.003 1.665 5.553 12.872 : : 94.019 122.547 9.495 57.920 2.987 10.171 10.390 20.333 62.028 518.097

1.436 102.000 : 719.284 : 325.673 24.419 1.886 6.789 14.397 : : 92.297 114.465 9.364 49.200 3.704 15.041 9.410 21.355 65.229 496.469

2.234 103.260 86.693 840.844 : 297.640 15.545 2.801 7.745 14.352 : 1.829 101.150 98.535 10.802 38.800 7.714 20.016 12.611 22.451 95.750 529.008

3.741 88.779 133.185 958.266 : 558.019 19.017 3.541 8.609 16.675 : 6.730 116.819 106.659 14.995 46.300 9.575 29.193 16.265 26.029 99.485 526.714

3.671 63.927 74.724 726.009 216.937 534.712 14.095 3.465 9.297 17.758 37.652 9.031 143.516 110.074 47.880 29.718 10.030 30.693 17.820 29.114 101.171 590.242

3.884 37.409 : 498.977 : 442.940 11.675 2.688 6.487 15.751 27.894 7.230 128.813 73.278 : 32.307 : 30.296 15.643 26.699 102.280 566.514

2.810 39.525 119.070 465.168 251.159 458.856 20.206 2.364 5.213 16.962 : 8.201 : 73.863 54.499 27.575 : 15.416 13.770 25.636 98.801 590.950

3.709 52.301 110.823 457.649 267.367 385.793 23.037 7.253 15.685 20.268 : : : 104.354 : 19.667 : 14.083 4.829 29.481 96.467 566.044

più grandi gruppi di immigrati che vivevano nell’Ue nel 2012, con circa 2,3 milioni di persone per ciascuno dei due gruppi e un’incidenza del 7% sull’intera popolazione straniera immigrata nell’Ue. Il terzo gruppo più grande era costituito da cittadini marocchini (1,9 milioni di persone, pari al 5,6% di tutti i cittadini stranieri). L’aumento più significativo tra il 2001 e il 2012 tra i gruppi di cittadini immigrati nell’Ue ha riguardato i rumeni che vivono in un altro Stato membro dell’Ue, con un numero cresciuto quasi otto volte passando da 0,3 milioni nel 2001 a 2,4 milioni nel 2012. L’analisi della distribuzione per età della popolazione immigrata nell’Ue mostra una popolazione più giovane della popolazione nazionale, con una quota maggiore di giovani adulti in età lavorativa. Infatti, mentre nel 2012 l’età media della popolazione nazionale nell’Ue era di 41,9 anni, l’età media della popolazione straniera era di 34,7 anni.

Acquisizione della cittadinanza Il numero di persone che ha acquisito nel 2011 la cittadinanza di uno dei 27 Stati membri dell’Ue è stato di 782.200, corrispondente ad una diminuzione del 3,5% rispetto al 2010, anno che aveva registrato il maggior numero di persone che acquisivano 2013

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la cittadinanza di uno Stato membro dell’Unione europea dal 2001 e in cui per la prima volta il numero complessivo aveva superato le 800.000 unità. Con 177.600 nuovi cittadini (pari al 22,7% del totale Ue-27) il Regno Unito ha fatto registrare il più alto numero di persone che hanno acquisito la cittadinanza nel 2011. Hanno seguito Francia (114.599), Spagna (114.584) e Germania (109 594), mentre nessuno degli altri Stati membri ha concesso la cittadinanza a più di 100.000 persone nel 2011. I decrementi più elevati nella concessione di cittadinanza rispetto all’anno precedente sono stati osservati in termini assoluti in Francia (28.691 persone in meno rispetto al 2010 hanno ottenuto la cittadinanza francese), Regno Unito (17.277), Italia (9785) e Spagna (9122), mentre in termini percentuali i cali più rilevanti hanno riguardato la Lettonia (32,6% in meno di persone che hanno acquisito la cittadinanza nel 2011) e la Bulgaria (meno 31,2%). Un indicatore comunemente utilizzato per misurare gli effetti delle politiche nazionali in materia di cittadinanza è il tasso di naturalizzazione, cioè il rapporto tra il numero totale di cittadinanze concesse e il numero di stranieri residenti in un Paese: il Paese con il più alto tasso di naturalizzazione nel 2011 è stata l’Ungheria (9,8 acquisizioni per 100 residenti stranieri), seguita da Polonia (6,7%), Svezia (5,8)

e poi da Malta, Portogallo e Regno Unito tutti con 4-5 acquisizioni per 100 residenti stranieri. L’ 86,7% di coloro che hanno acquisito la cittadinanza di un Paese dell’Ue nel 2011 in precedenza erano cittadini di un Paese terzo, per un totale di circa 678.000 persone di origini non comunitarie, con una diminuzione dell’8,2% rispetto al 2010. Circa 82.000 (10,5% del totale) invece i cittadini comunitari che hanno acquisito la cittadinanza di un altro Stato membro rispetto a quello di origine. In Lussemburgo e Ungheria la maggior parte delle nuove cittadinanze sono state concesse a cittadini di un altro Stato membro dell’Ue. Come negli anni precedenti, i più grandi gruppi di nuovi cittadini degli Stati membri dell’Ue nel 2011 sono stati i cittadini del Marocco (64.200, corrispondente all’8,2% di tutte le cittadinanze concesse) e della Turchia (48.800, pari al 6,2%). La maggior parte dei marocchini divenuti cittadini dell’Ue nel 2011 ha acquisito la nuova cittadinanza in Francia (32,6%), Spagna (22,4%) e Italia (16,7%), mentre i turchi hanno acquisito la loro nuova cittadinanza soprattutto in Germania (57,5%) e Francia (12,9%). INFORMAZIONI: http://epp.eurostat. ec.europa.eu/statistics_explained/index.php/ Migration_and_migrant_population_statistics

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Rischio segregazione I minori di recente immigrazione nei Paesi dell’Unione europea sono maggiormente esposti al rischio di subire la segregazione scolastica e di frequentare scuole dotate di meno risorse, con conseguenze di scarso rendimento e un’elevata probabilità di abbandono scolastico precoce. A metterlo in evidenza è uno studio svolto per conto della Commissione europea e reso noto lo scorso 11 aprile, che ha esaminato le politiche nazionali a sostegno dei minori di recente immigrazione relative a 15 Paesi interessati da flussi migratori significativi: Austria, Belgio (comunità fiamminga), Cipro, Danimarca, Francia, Germania, Grecia, Irlanda, Italia, Lussemburgo, Norvegia, Paesi Bassi, Regno Unito, Repubblica Ceca e Svezia. Secondo le conclusioni della ricerca, il modello migliore è quello della Danimarca e della Svezia, che si basa sull’offerta di un sostegno mirato e su un ragionevole livello di autonomia delle scuole. Ai fini di una migliore integrazione, quindi, lo studio propone che gli Stati membri forniscano un sostegno educativo mirato ai figli dei migranti, ad esempio attraverso insegnanti specializzati e un coinvolgimento sistematico dei genitori e delle comunità.

Troppi abbandoni scolastici L’analisi sottolinea l’importanza dell’autonomia scolastica e di un approccio olistico in materia di sostegno educativo ai minori di recente immigrazione, comprendente il sostegno linguistico e scolastico, il coinvolgimento dei genitori e delle comunità e l’educazione interculturale. Secondo lo studio, le scuole dovrebbero evitare la segregazione e la selezione precoce degli alunni sulla base delle abilità, in quanto ciò potrebbe sfavorire i figli dei migranti che si stanno adattando a una nuova lingua. È inoltre sottolineata la necessità di migliorare il monitoraggio e la raccolta di dati statistici sull’accesso, sulla partecipazione e sul rendimento degli alunni e degli studenti migranti. I risultati dello studio riflettono le statistiche dell’indagine Pisa (Programme for International Student Assessment) dell’Ocse, che valuta le competenze e le conoscenze dei quindicenni. L’Ocse ha rilevato che nel 2010, in Europa,

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il tasso di abbandono precoce dell’istruzione o della formazione è stato del 25,9% tra gli alunni stranieri, quasi doppio rispetto al 13% registrato tra quelli autoctoni.

Cinque modelli di sostegno educativo Lo studio individua cinque tipi di sostegno educativo: • il modello del sostegno complessivo (esempi: Danimarca e Svezia), che prevede un sostegno continuativo nei settori più importanti ai fini dell’inclusione dei minori di recente immigrazione: sostegno linguistico, sostegno scolastico, coinvolgimento dei genitori, educazione interculturale e ambiente favorevole all’apprendimento; • il  modello del sostegno non sistematico  (esempi: Italia, Cipro e Grecia), caratterizzato da un approccio casuale per quanto riguarda il sostegno fornito. Le politiche non sono sempre formulate in modo chiaro, né dotate di risorse adeguate o attuate in modo efficace. Gli insegnanti, i genitori e le comuni-

tà locali restano in larga misura privi di orientamenti precisi; • il  modello del sostegno compensativo (esempi: Belgio e Austria), che prevede svariate forme di politiche di sostegno ed è caratterizzato dall’insegnamento continuativo della lingua del Paese ospitante, dal sostegno didattico, pur piuttosto contenuto, dall’individuazione precoce delle abilità dei discenti e dalla divisione precoce in gruppi di abilità. Questo modello è “compensativo”, nel senso che mira a correggere le differenze piuttosto che a contrastare lo svantaggio di partenza; • il modello dell’integrazione (esempio: Irlanda) caratterizzato da politiche di cooperazione e di educazione interculturale sviluppate. Il collegamento tra scuola, genitori e comunità locale è sistematico e l’apprendimento interculturale è ben integrato nei programmi scolastici e promosso nella vita scolastica quotidiana; • il modello del sostegno centralizzato all’ingresso  (esempi: Francia e Lussemburgo), basato sull’accoglienza centralizzata dei figli dei migranti e sull’offerta di un sostegno scolastico. Offre programmi articolati di sostegno mirato a favore degli alunni con scarso rendimento, come pure un sostegno linguistico e l’ascolto dei genitori. INFORMAZIONI: http://ec.europa.eu/education

ITALIA: RIFORMARE LA LEGISLAZIONE SULL’IMMIGRAZIONE L’Associazione studi giuridici sull’immigrazione (Asgi) ha avanzato una proposta di riforma normativa in 10 punti in materia di immigrazione, asilo e cittadinanza per la nuova legislatura italiana. 1) Diversificare e semplificare gli ingressi: modificare il Decreto Flussi sulla base delle esigenze occupazionali delle singole regioni; introdurre l’ingresso per ricerca lavoro; semplificare le procedure per il riconoscimento dei titoli di studio e delle qualifiche conseguiti all’estero; incentivate accordi bilaterali per la formazione professionale nei Paesi di origine. 2) Introdurre un meccanismo di regolarizzazione ordinaria: per chi dimostri attività lavorativa o importanti legami familiari; assicurare la convertibilità di tutti i tipi di permessi di soggiorno; trasferire ai Comuni la competenza sul rinnovo del titolo di soggiorno. 3) Rafforzare il diritto al ricongiungimento familiare: consentendo parziali deroghe ai requisiti reddituali e abitativi e favorendo la regolarizzazione dei familiari che vivono già in Italia senza titolo di soggiorno. 4) Chiudere i Centri di identificazione ed espulsione (Cie). Limitare l’uso delle espulsioni solo per le violazioni più gravi e incentivare il rimpatrio volontario. 5) Assicurare l’effettivo esercizio del diritto d’asilo; definire un testo unico sull’asilo; garantire ai richiedenti asilo gli standard Ue di accoglienza; abolire i Centri di accoglienza per richiedenti asilo (Cara). 6) Assicurare il rispetto del principio di non-discriminazione: istituire un’Agenzia nazionale antidiscriminazione autonoma e indipendente con effettivi poteri di indagine e sanzionatori. 7) Garantire pari accesso a prestazioni sociali e pubblico impiego per i cittadini stranieri, eliminando condizioni e requisiti discriminatori che ostacolano l’accesso a prestazioni sociali di natura assistenziale. 8) Tutelare le vittime di tratta e grave sfruttamento, garantendo il rilascio del permesso di soggiorno indipendentemente dalla collaborazione con l’Autorità giudiziaria. 9) Garantire processi equi e unitari a tutti i cittadini stranieri. 10) Riformare la legge sulla cittadinanza e sul diritto di voto, riconoscendo il voto alle elezioni comunali e l’acquisizione della cittadinanza italiana in tempi più brevi; valorizzare il principio dello ius soli. INFORMAZIONI: www.asgi.it

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Aumenta e invecchia la popolazione dell’Ue «La situazione demografica nell’Ue-27 è caratterizzata da un aumento costante della popolazione e da un suo progressivo invecchiamento» sostiene Eurostat in uno studio demografico pubblicato congiuntamente alla Direzione generale Occupazione, Affari sociali e Inclusione della Commissione europea lo scorso 26 marzo. Il 1° gennaio 2012, infatti, la popolazione dell’Ue era stimata in 503,7 milioni, in crescita del 6% rispetto al 1992, mentre al suo interno la quota di persone anziane con 65 anni o più è aumentata dal 14% al 18%. Così come la struttura per età stanno cam-

biando anche le strutture familiari della popolazione, caratterizzate da meno matrimoni, più divorzi e una quota crescente di figli nati fuori dal matrimonio.

Cambiano i tassi di dipendenza La struttura per età della popolazione dell’Unione può essere esaminata utilizzando i tassi di dipendenza, che mostrano il livello di sostegno alle «due generazioni dipendenti» (i minori sotto i 15 anni e gli anziani over 65) da parte della popolazione in età lavorativa (15-64 anni). Guar-

dando il tasso di dipendenza giovanile, questa è diminuita nell’Ue dal 28,5% del 1992 al 23,4% nel 2012. Durante questo periodo, la percentuale è calata in tutti gli Stati membri, ad eccezione della Danimarca (+2 punti percentuali). Nel 2012, il tasso di dipendenza giovanile variava dal 20% in Bulgaria e Germania al 29% in Francia fino al 33% in Irlanda. Il tasso di dipendenza degli anziani nell’Ue è invece aumentato dal 21,1% del 1992 al 26,8% nel 2012. Durante questo periodo, tale rapporto è aumentato in tutti gli Stati membri tranne l’Irlanda (-0,4%). Nel 2012, il tasso di dipendenza era compreso tra il 18% di Slovacchia, Irlanda e Cipro, il 31% della Germania e il 32% dell’Italia. Di conseguenza, il tasso di dipendenza totale (giovani e anziani) nell’Ue-27 è leggermente aumentato nel corso degli ultimi due decenni, passando dal 49,5% del 1992 al 50,2% del 2012, il che significa che ci sono circa due persone in età lavorativa per ogni persona a carico. Negli Stati membri, il rapporto di dipendenza totale nel 2012 variava dal 39% in Slovacchia il 55% in Svezia fino al 56% in Francia.

TASSI DI DIPENDENZA DELLA POPOLAZIONE DELL’UE (%) EU27 Belgio Bulgaria Rep. Ceca Danimarca Germania Estonia Irlanda Grecia Spagna Francia Italia Cipro Lettonia Lituana Lussemburgo Ungheria Malta Paesi Bassi Austria Polonia Portogallo Romania Slovenia Slovacchia Finlandia Svezia Regno Unito Croazia

Tasso di dipendenza totale 1992 2012 49,5 50,2 50,1 52,3 50,2 47,5 50,0 44,6 48,2 53,9 45,6 51,2 51,5 48,6 60,6 50,4 49,0 51,7 49,0 48,4 52,5 55,5 44,7 53,1 57,7 41,5 51,1 49,0 50,9 49,2 45,4 45,1 49,5 45,7 50,8 45,4 45,4 50,5 48,3 47,6 53,6 40,7 49,9 52,1 50,9 43,0 45,2 45,1 53,8 39,2 48,8 52,9 56,2 55,1 54,0 52,5 47,7

Tasso di dipendenza giovanile 1992 2012 28,5 23,4 27,3 25,9 29,4 19,7 30,8 21,2 25,1 27,2 23,8 20,0 33,3 23,0 42,2 32,5 28,0 21,8 28,0 22,6 30,8 28,9 22,3 21,5 40,4 23,3 32,5 21,3 33,9 22,2 25,7 24,9 29,1 21,1 34,7 21,4 26,6 26,1 26,1 21,4 37,7 21,2 29,0 22,5 34,3 21,5 29,1 20,8 37,8 21,5 28,6 25,2 28,5 25,9 29,7 26,7 22,1

Tasso di dipendenza degli anziani 1992 2012 21,1 26,8 22,9 26,4 20,8 27,8 19,1 23,4 23,1 26,7 21,8 31,2 18,2 25,5 18,3 17,9 21,0 29,9 21,0 25,8 21,6 26,6 22,4 31,6 17,3 18,1 18,6 27,7 17,0 26,9 19,7 20,3 20,4 24,6 16,0 23,9 18,8 24,4 22,1 26,2 15,9 19,4 20,9 29,6 16,6 21,5 16,1 24,4 16,0 17,8 20,3 27,7 27,7 29,2 24,3 25,9 25,6

- Dato non disponibile Fonte: Eurostat 26 marzo 2013, Relazione sulla demografia, 49/2013

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Sempre meno matrimoni Il tasso di matrimonio nell’Ue è diminuito costantemente nel corso degli ultimi due decenni, da 6,3 matrimoni per 1000 persone nel 1990 a 5,2‰ nel 2000 fino a 4,4‰ nel 2010, una tendenza registrata nella maggior parte degli Stati membri. Nel 2011 i più alti tassi di matrimonio sono stati registrati a Cipro (7,3 matrimoni per 1000 persone), in Lituania (6,3‰) e a Malta (6,1‰), mentre i più bassi hanno riguardato Bulgaria (2,9‰), Slovenia (3,2‰), Lussemburgo (3,3‰), Spagna, Italia e Portogallo (tutti 3,4‰).

In aumento i divorzi Nello stesso periodo, il tasso di divorzio nell’Ue a 27 Stati è leggermente aumentato, passando da 1,6 divorzi ogni 1000 persone del 1990 a 1,8‰ nel 2000 e 1,9‰ nel 2009. Un tasso cresciuto nella maggior parte degli Stati membri e che nel 2011 era particolarmente elevato in Lettonia (4 divorzi per 1000 persone) e Lituania (3,4‰), mentre era inferiore a un divorzio ogni 1000 persone a Malta (0,1‰), in Irlanda (0,7‰) e in Italia (0,9‰).

Incremento delle nascite fuori dal matrimonio La tendenza alla diminuzione del numero dei matrimoni si riflette anche in un aumento dei figli nati fuori dal matrimonio. Mentre nel 1990 solo il 17% di tutte le nascite nell’Ue avveniva al di fuori del matrimonio, nel 2000 tale percentuale saliva al 27% e addirittura al 40% nel 2011. Anche in questo caso si sono registrate notevoli differenze tra gli Stati membri. Nel 1990, ad esempio, quasi la metà dei nati in Svezia e Danimarca avveniva al di fuori del matrimonio, mentre era solo del 2% o meno a Cipro, a Malta e in Grecia. Nel 2011, invece, le percentuali più elevate sono state registrate in Estonia (60%), Slovenia (57%), Bulgaria e Francia (entrambe 56%), mentre le più basse hanno riguardato Grecia (7%), Cipro (17%) e Polonia (21%). FONTE: Eurostat 26 marzo 2013, Relazione sulla demografia, 49/2013 INFORMAZIONI: http://epp.eurostat.ec.europa.eu

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Ritardi negli aiuti allo sviluppo Secondo i dati diffusi all’inizio di aprile dall’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse), nel 2012 l’Unione europea e i suoi 27 Stati membri erano ancora il maggior donatore a livello mondiale, fornendo oltre metà dell’aiuto pubblico allo sviluppo (Aps). La crisi economica e gli stretti vincoli di bilancio cui deve fare fronte la maggior parte dei Paesi sviluppati hanno avuto ripercussioni negative sui livelli dell’Aps, scesi nominalmente di oltre 8 miliardi di dollari rispetto al 2011. L’Aps collettivo dell’Unione europea è sceso da 56,2 miliardi di euro nel 2011 a 55,1 miliardi nel 2012, ossia dallo 0,45% allo 0,43% del Prodotto nazionale lordo (Pnl) dell’Ue. L’Aiuto pubblico allo sviluppo totale dei soli 27 Stati membri dell’Ue è sceso da 52,8 miliardi a 50,5 miliardi di euro, ossia dallo 0,42% allo 0,39% del Pnl. Solo quattro Stati membri (Austria, Lettonia, Lussemburgo, Polonia) hanno aumentato i livelli di aiuto pubblico allo sviluppo e sette (Repubblica Ceca, Estonia, Finlandia, Lituania, Repubblica Slovacca, Slovenia, Regno Unito) li hanno mantenuti, mentre sedici Stati membri hanno diminuito il loro impegno in tal senso. «Non stiamo facendo progressi verso il nostro obiettivo collettivo di destinare agli aiuti allo sviluppo lo 0,7% del Pnl dell’Ue» ha ammesso Andris Piebalgs, commissario europeo allo Sviluppo». Nel febbraio 2013 il Consiglio europeo ha ribadito che per gli Stati membri è una priorità rispettare l’impegno formale assunto dall’Ue di spendere collettivamente lo 0,7% del Pnl destinandolo ad aiuto pubblico allo sviluppo entro il 2015, facendo così decisivi passi avanti verso gli obiettivi di sviluppo del millennio. Tuttavia il livello di finanziamento concordato dai capi di Stato e di governo per il periodo 2014-2020 prevede di destinare agli aiuti esterni 58,7 miliardi di euro del bilancio dell’Ue, meno dei 70 miliardi proposti dalla Commissione europea. Il Consiglio europeo ha deciso inoltre di destinare all’11° Fondo europeo di sviluppo (Fes), nel periodo 2014-2020, 26,98 miliardi di euro contro i 30,3 miliardi proposti dalla Commissione europea. Il livello di finanziamento deciso dal Consiglio europeo, quindi, non consentirà al bilancio dell’Ue e al Fes di mantenere la quo-

ta dell’impegno dello 0,7% dell’Aps. Pertanto «gli Stati membri dell’Ue dovranno aumentare sensibilmente i propri bilanci nazionali destinati allo sviluppo per rispettare i loro obiettivi individuali e quelli collettivi dell’Ue. Come dimostra la situazione attuale del Sahel o del Corno d’Africa, si ottengono più risultati investendo nello sviluppo ed eliminando alla radice le cause della povertà piuttosto che doverne arginare le conseguenze successivamente» ha osservato il commissario europeo Piebalgs. Dal 2002, quando l’Ue ha adottato formalmente per la prima volta gli obiettivi Aps, al 2010, l’aiuto pubblico allo sviluppo dell’Ue ha avuto in generale un andamento crescente, seppure con alcune fluttuazioni. I cali del 2011 e del 2012 hanno interrotto questa tendenza e hanno segnato il ritorno dell’Aps europeo a livelli inferiori a quelli del 2008. Ciò è dovuto ai diversi livelli di donazione dei vari Stati membri. • In totale, 11 Stati membri hanno aumentato nominalmente il loro Aps di 966 milioni di euro, mentre i cali nei restanti 16 Stati membri ammontano a 3,2 miliardi di euro. Il rapporto Aps/Pnl è aumentato in soli quattro Stati membri. • Quattro Stati membri hanno continuato a superare la soglia dello 0,7% Aps/Pnl (Danimarca, Lussemburgo, Svezia e Paesi Bassi), con Danimarca e Svezia intenzionate a raggiungere l’1% del Pnl. Lussemburgo ha raggiunto questa soglia nel 2012. Inoltre, pur rimanendo al livello del 2011 (0,56%) il Regno Unito ha confermato che nel 2013 raggiungerà l’obiettivo dello 0,7%. • Per quanto riguarda l’Italia, il calo rispetto al 2011 è tra i più elevati (-34,7%) a causa della diminuzione degli aiuti ai rifugiati dal Nord Africa e ai minori aiuti sotto forma di alleggerimento del debito. Il governo italiano si è però impegnato ad aumentare i fondi destinati all’Aps per raggiungere, nel 2013, lo 0,150,16% del Pnl. Per raggiungere l’obiettivo dello 0,7% del Pnl collettivo dell’Ue entro il 2015 sarebbe necessario quasi raddoppiare l’Aps nei prossimi tre anni,. INFORMAZIONI: http://ec.europa.eu/europeaid/index_en.htm

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Operativo il Sistema d’informazione Schengen II È entrato in funzione il 9 aprile scorso il Sistema d’informazione Schengen di seconda generazione (Sis II), che secondo la Commissione europea dovrebbe contribuire ad aumentare la sicurezza e a facilitare la libera circolazione nello spazio Schengen. Il Sis II permette alle autorità nazionali doganali, di polizia e di controllo delle frontiere di scambiarsi informazioni sulle persone che potrebbero essere coinvolte in reati gravi. Contiene inoltre segnalazioni sulle persone scomparse, soprattutto minori, e informazioni su determinati beni, quali banconote, automobili, furgoni, armi da fuoco e documenti di identità che potrebbero essere stati rubati, sottratti o smarriti. «Con l’eliminazione dei controlli alle frontiere interne, il Sis II continua a svolgere un ruolo essenziale nel facilitare la libera circolazione delle persone nello spazio Schengen» spiega la Commissione europea. Il Sis II rappresenta la seconda generazione del Sistema d’informazione Schengen, operativo dal 1995, ed è dotato di funzioni avanzate, come la possibilità di inserire dati biometrici (impronte digitali e fotografie), nuovi tipi di segnalazioni (aeromobili, natanti, container e mezzi di pagamento rubati) o la possibilità di collegare segnalazioni diverse (ad esempio una segnalazione su una persona e su un veicolo). Il Sis II conterrà inoltre copie dei mandati d’arresto europei collegati direttamente a segnalazioni per l’arresto a fini di consegna o di estradizione, rendendo più semplice e più rapido per le autorità competenti garantire il seguito necessario. Il Sis II assicura una rigorosa protezione dei dati, dal momento che l’accesso al sistema è limitato alle autorità nazionali giudiziarie, doganali e di polizia e a quelle competenti per il controllo delle frontiere, i visti e i certificati di immatricolazione per veicoli. Chiunque ha il diritto di accedere ai dati che lo riguardano inseriti nel Sis II e può chiedere all’autorità nazionale competente di rettificare o cancellare i propri dati personali. Inoltre chiunque può agire in giudizio per accedere alle informazioni, rettificarle, cancellarle o ottenerle, o per ottenere un indennizzo relativamente ad una segnalazione che lo riguarda. Le autorità nazionali di controllo e il garante europeo della protezione dei dati cooperano attivamente e assicurano il controllo coordinato del Sis II. INFORMAZIONI: http://ec.europa.eu/dgs/home-affairs/sisii

Migliorare l’integrazione dei rom In occasione della Giornata internazionale dei Rom, l’8 aprile scorso, la Commissione europea ha sottolineato la necessità di ulteriori sforzi da parte degli Stati membri per migliorare la situazione delle comunità rom in Europa.  Molto progressi sono infatti ancora necessari a livello nazionale per combattere la discriminazione e migliorare l’accesso dei rom in particolare a lavoro, istruzione, alloggio e assistenza sanitaria. I rom rappresentano infatti una quota significativa e crescente della popolazione in età scolastica e della futura forza lavoro europea. 2013

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DIMENSIONE SOCIALE DELL’UEM: IL PARERE DEI SINDACATI EUROPEI Pubblichiamo di seguito la Dichiarazione sulla dimensione sociale dell’Uem adottata il 5 marzo 2013 dal Comitato esecutivo della Confederazione europea dei sindacati (Ces).   La Confederazione europea dei sindacati (Ces) ritiene che la proposta di discutere una dimensione sociale dell’Unione economica e monetaria (Uem) sia troppo restrittiva. Il nostro impegno nei confronti del processo di integrazione europea dipende dal fatto che l’Europa non è una zona di libero scambio, ma un territorio in cui gli obiettivi sono il progresso economico e sociale. Quindi un dibattito sulla dimensione sociale dell’Uem è accettabile solo se si avvia il progresso sociale in tutta l’Unione europea. La Ces si oppone alle politiche di austerità in corso, che sono attuate a danno dei lavoratori e dei cittadini. Ciò non è accettabile. Queste politiche sono anche controproducenti e stanno avendo un impatto negativo sull’economia dell’Ue. Il settore finanziario è stato salvato ad un costo insostenibile, senza un cambiamento di tali politiche non ci può essere una dimensione sociale nell’Unione europea o nella Uem. La Ces continuerà a mobilitarsi a tal fine. La Ces ritiene che una tabella di marcia sulla dimensione sociale dell’Uem, nel quadro di un aumento del coordinamento politico, dovrebbe mirare a una convergenza verso l’alto per affrontare le disuguaglianze, la povertà, la disoccupazione e il lavoro precario che sono eticamente inaccettabili e stanno creando un’emergenza sociale. Non ci può essere una governance economica sostenibile e il coordinamento delle politiche se queste ingiustizie non vengono affrontate. La Ces chiede nuovi investimenti su larga scala pari ad almeno l’1% del Pil dell’Unione europea ogni anno per promuovere la crescita sostenibile e l’occupazione. Le proposte dell’attuale quadro finanziario pluriennale sono un passo indietro e del tutto inadeguate per raggiungere i nostri obiettivi. La Ces sottolinea con forza che le parti sociali devono essere incluse e pienamente coinvolte in condizioni di parità nel dibattito sulla progettazione di nuovi strumenti di coordinamento. Dovrebbero essere attivate in tutte le fasi efficaci garanzie che i diritti sindacali e i diritti fondamentali siano rispettati e promossi, in particolare l’autonomia della contrattazione collettiva. Accordi contrattuali, che violano gli accordi collettivi, le relazioni industriali e il dialogo sociale, sono stati messi in atto in modo non democratico e hanno imposto un mix di politica errata. La Ces si oppone a questo approccio ingiusto e antidemocratico. Sulla base del patto sociale che ha già proposto, la Ces svilupperà ulteriormente la sua posizione e continuerà a sostenere le sue politiche nel contesto del dibattito sulla dimensione sociale dell’Ue e dell’Uem. FONTE: http://www.etuc.org

In una Relazione adottata il 23 maggio 2012, la Commissione europea aveva invitato gli Stati membri ad attuare le loro strategie nazionali per migliorare l’integrazione economica e sociale dei 10-12 milioni di rom residenti in Europa. Nella sua valutazione delle strategie nazionali di integrazione

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dei rom, però, la Commissione ha rilevato che, per motivi finanziari o di amministrazione, gli Stati membri non stanno facendo buon uso dei fondi. Solo 12 Paesi hanno chiaramente indicato nei loro documenti di strategia l’utilizzo dei finanziamenti ottenuti per le politiche di inclusione dei rom (Bulgaria, Repubblica Ceca, Grecia, Lettonia, Lituania, Ungheria, Polonia, Portogallo, Romania, Slovenia, Slovacchia e Svezia). I Fondi strutturali dell’Ue – Fondo Sociale Europeo (Fse), Fondo europeo di sviluppo regionale (Fesr) e Fondo europeo agricolo per lo sviluppo rurale (Feasr) – sono stati mobilitati per aumentare gli sforzi nazionali e sono un importante leva finanziaria per garantire che le strategie nazionali di integrazione dei rom si traducano in reale inclusione socio-economica. La Commissione invita pertanto i punti di contatto nazionali rom ad essere strettamente coinvolti nella pianificazione dell’uso dei fondi europei. Per il nuovo periodo di programmazione 2014-2020, la Commissione ha proposto una priorità di investimento specifico da destinare all’integrazione delle comunità emarginate, come i rom, in cambio della garanzia che sia adottata una strategia appropriata di inclusione dei rom e che i fondi dell’Ue siano spesi per questo scopo. Si è così proposto di utilizzare almeno il 20% delle risorse del Fse per l’inclusione sociale, il che sarebbe un enorme miglioramento in Paesi con una grande popolazione rom. INFORMAZIONI: http://ec.europa.eu/justice/discrimination/roma/index_it.htm

Abbandoni, diplomi e lauree: Italia agli ultimi posti nell’Ue Secondo un recente Rapporto diffuso da Eurostat la percentuale di studenti che lasciano la scuola nell’Ue è diminuita e nel 2012 ci si è ulteriormente avvicinati agli obiettivi fissati per il 2020, che mirano a limitare l’abbandono scolastico sotto il 10% e ad aumentare la quota di diplomati a più del 40%. La situazione tra i 27 Stati membri presenta tuttavia molte differenze: mentre la media dell’Ue per gli abbandoni scolastici nel 2012 si è attestata al 12,8%, l’Italia ad esempio fa segnare un preoccupante 17,6% ed è anche fuori media Ue (35,8%) per quanto riguarda la quota di diplomati (21,7%). Nell’Unione europea nel 2012 mediamente il 36% dei giovani ha concluso con successo il percorso universitario, il 2% in più rispetto al 2010 e l’8% in più rispetto al 2005. La strategia Europa 2020 prevede che tale percentuale salga al 40% nei prossimi sette anni, ma per ora la superano solo il Regno Unito (47,1%), la Francia (43,6%) e la Spagna

Euronote - Progetto di consolidamento di una strumentazione comune d’informazione europea Bimestrale n. 75 - aprile 2013 (novantesimo numero dall’avvio del progetto pilota sull’informazione sociale europea). Registrazione n. 1366 del 18.11.1998 presso il tribunale di Monza.

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DIRETTORE: Enrico Panero. EDITORE/PROPRIETÀ: Cisl Lombardia, Via G. Vida 10 - Milano. REDAZIONE: Davide Caseri, Franco Chittolina, Miriam Ferrari, Fabio Ghelfi, Enrico Panero. HANNO COLLABORATO A QUESTO NUMERO: Stefano Frassetto. REALIZZATO DA: Cgil-Cisl-Uil Lombardia e Associazione per l’Incontro

(43,1%); la Polonia è molto vicina (39,1%), più distante la Germania (31,9%), mentre il primo Paese in classifica è l’Irlanda con il 51,1% di laureati entro i 34 anni. L’Italia si colloca invece all’ultimo posto della classifica tra i 27 Paesi dell’Ue: nel 2012 appena il 21,7% di chi ha cominciato l’università ha completato gli studi e si è laureato entro i 34 anni: in particolare il 26,3% delle femmine e solo il 17,2% dei maschi. La Romania, all’ultimo posto nella graduatoria dell’Ue nel 2010 col 18,1%, nel 2012 ha superato l’Italia col 21,8%. INFORMAZIONI: http://ec.europa.eu/education/index_en.htm

Italia condannata per violazione dei diritti L’Italia è stata condannata nel 2012 a versare indennizzi per 120 milioni di euro dalla Corte europea dei diritti dell’uomo per le violazioni riscontrate in materia di diritti dei cittadini. Si tratta della cifra più alta mai pagata da uno dei 47 Stati membri del Consiglio d’Europa. Sono ben 2569 le sentenze emesse dalla Corte di Strasburgo che l’Italia deve ancora eseguire, 1780 quelle non eseguite dalla Turchia e 1087 quelle non eseguite dalla Russia. A causa delle sentenze inapplicate l’Italia è anche stata inserita nel gruppo dei Paesi “sorvegliati speciali” dal Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa. In particolare sono state tre sentenze della Corte di Strasburgo, in cui i giudici hanno stabilito una violazione del diritto di proprietà, a far salire l’Italia al primo posto per entità degli indennizzi. Le condanne riguardano la confisca dell’ecomostro di Punta Perotti (Bari), per cui i giudici hanno deciso un risarcimento pari a 49 milioni di euro; l’espropriazione di un terreno alla società Immobiliare Podere Trieste, per cui l’Italia è stata condannata a pagare quasi 48 milioni di euro; la condanna per la mancata assegnazione delle frequenze televisive a Centro Europa 7, a cui i giudici di Strasburgo hanno accordato un indennizzo di 10 milioni di euro. Queste tre condanne sono costate al contribuente italiano quasi 108 milioni di euro, una somma che supera di molto quella pagata l’anno scorso da tutti gli Stati membri del Consiglio d’Europa messi insieme (72 milioni di euro). Senza queste tre condanne l’Italia avrebbe pagato indennizzi per 11 milioni di euro, piazzandosi così al secondo posto dietro alla Turchia. INFORMAZIONI: http://www.echr.coe.int

delle Culture in Europa (APICE). Cgil Lombardia, Viale Marelli 497, 20099 Sesto San Giovanni (MI), tel. 02 262541 - fax 02 2480944, www.cgil.lombardia.it Cisl Lombardia, Via G. Vida 10, Milano, tel. e fax 02 89355203, www.lombardia.cisl.it Uil Lombardia, Viale Marelli 497, 20099 Sesto San Giovanni (MI),

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