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THE MYTH OF EUROPA

Denis GUENOUN

Scoperte del mondo, produzioni di diritti: l’universale è un’universalizzazione. L’Europa come luogo e come cammino.

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L’

idea universale Chi cerca l’idea dell’Europa trova l’universale. Il contenuto positivo della cultura elaboratosi in quella che noi chiamiamo “Europa” non consiste che nella determinazione, nell’approfondimento, nell’esplorazione del più generale e condiviso: unità intelligibile del mondo naturale, condizione comune degli esseri umani. Tale approccio non è un punto di partenza, ma un processo di espansione continuo. L’universo si conquista in pensiero come in prassi, attraverso un’estensione a nuovi spazi fisici, e un transfert a nuovi domini del senso: nelle scienze, le arti, l’invenzione delle norme. Scoperte del mondo, produzioni di diritti: l’universale è universalizzazione, cammino in progress. L’Europa è un luogo e un cammino. Ora, tale constatazione rivela un profondo paradosso. Se infatti essa è fedele alla propria energia intima e positiva, “l’Europa” è un processo d’apertura. Le condizioni di integrazione all’Europa non includono nessun criterio linguistico, religioso, razziale, e neanche nessun confine geografico determinato, cosa che potrebbe essere ancora più sorprendente. I soli limiti sono di senso e di diritto: ed essi si pongono come aperture all’universale (libertà civili, diritti degli esseri umani), vale a dire al senza limiti. La pietra miliare dell’Europa è posta come porta d’accesso. Si può quindi temere che l’Europa si definisca per ciò che la infrange, o per lo meno la altera, disfa la sua sagoma, i suoi contorni, la sua stessa forma. Ma invece, quando l’Europa cerca di disegnarsi come identità, o come spazio costruito, si trova nella condizione di doversi attribuire dei confini, e quindi di escludere da essa tutto il mondo al di fuori, trovandosi in quell’occasione infedele alla propria vocazione positiva e formatrice. Per farla breve, la contraddizione potrebbe essere la seguente: l’Europa è fedele a ciò che la ispira, e si nega come Europa (come continente, come carta), oppure si iscrive all’interno di limiti e un disegno figurale, interrompendo il movimento di universalizzazione di cui è portatrice e che la anima nella sua essenza. Ogni politica europea è collegata a questa tensione: cercando l’identità (europea), nega l’impulso motore dell’Europa, ovvero la sua apertura. Non mirando ad altro che all’universale, sembra sciogliere ciò che è propriamente europeo: la sua capacità di distinguersi. L’osservazione non è di carattere unicamente speculativo. Essa tocca la storia concreta. È dai tempi moderni, cioè da quando esiste come tale, che l’Europa non ha altra storia se non quella del suo diventare-mondo. L’idea di una storia continentale dell’Europa è una finzione del concetto froidiano del Nachträglichkeit, cioe’ dell’elaborazione del ricordo in un momento successivo. Tutta la storia dell’Europa è fatta di progetti di mondo: dalle grandi scoperte alla costituzione degli imperi coloniali, nessun periodo è degno di nota, tranne qualche fermata e qualche pausa, in cui le potenze d’Europa non vengono messe a confronto con le loro imprese planetarie. Da questo punto di vista gli ultimi due secoli sono eloquenti. Infatti, il divenire delle tre grandi invenzioni europee è quello del loro diventaremondo: la Rivoluzione (e il suo volto come

JANUARY 10

Ipotesi sull’idea di Europa rivoluzione mondiale, in particolare quella comunista, idea di Europa le cui realizzazioni più longeve si sono sentite da Mosca a Pechino; la Nazione e la sua proliferazione come nazionalismo, di cui il colonialismo sarà il più grande impulsore, dal momento che è la colonizzazione che ha diffuso la forma-Nazione nella sua figura d’elezione di Stato nazionale su tutta la superficie del pianeta), e infine, last but not least, il Capitale stesso, che copre ormai il globo del suo tessuto, con quella doppia invenzione europea come ala propulsore: gli Stati Uniti d’America e il loro inedito impero. Est, sud, ovest: tre espansioni dell’Europa agli estremi del mondo. Si potrebbe temere, allora, che l’idea di riflettere su un’Europa contenuta nel proprio quadro continentale non sia altro che la gestione di un residuo: ciò che resta dell’Europa, ora che il suo progetto del mondo (socialismo, nazionalismo, capitalismo) le sfugge e sembra affrancarsi dalla propria fonte, dalla propria metropoli natia.

L’epoca Tutto questo riguarda solo il passato? Il divenire della globalizzazione, o le vie dell’universale, sono definitivamente passate su un altro terreno rispetto a quello della storia d’Europa? È necessario concepire, per esempio, che il diritto internazionale, e che le istanze incaricate di produrlo e di svilupparlo, sono ormai luoghi privilegiati in cui si affacenda, si mette in atto la produzione dell’universale? E che dunque l’Europa è condannata allo status di istanza regionale di serie B rispetto alle forze più affermate? Non è detto. Innanzitutto il diritto internazionale, e per esempio l’Onu, come indicano i loro stessi nomi, considerano l’universale come sistema di rapporti tra le nazioni. Sono tenuti ad articolarsi al fatto nazionale, a prendere la nazione come stato di fatto. Una delle principali questioni di oggi riguarda il carattere obsoleto della forma-nazione. È una delle chiavi dell’universalizzazione in corso. La nazione capta l’universale nella rete di un certo legame: territoriale, etnico, religioso-nazionale in quanto nodo di un legame paradossale e teso tra religione, razza e territorio. In molti punti la forma stato-nazionale è oggi un intralcio allo sviluppo di nuovi processi di universalizzazione (egualitaria, giuridica, morale, culturale). L’Europa nella fase attuale della sua storia, è una forma nuova di costruzione post-nazionale, o almeno trans-nazionale avanzata. Da questo punto

europea per molteplici ragioni: anzitutto perché l’Islam è una componente fondamentale della sedimentazione europea nel suo territorio medievale, poi perché il rapporto con l’Islam segna profondamente, nel suo cuore, la storia europea in molte delle sue dimensioni: Europa occidentale e Maghreb, Europa dell’Est e Turchia, Balcani, ecc. Questi confronti non designano fronti esterni, ma frontiere interiori. L’Algeria è una frontiera interna della Francia, come la Turchia lo è del mondo germanico, come il

Le condizioni di integrazione all’Europa non includono nessun criterio linguistico, religioso, razziale, e neanche nessun confine geografico determinato, cosa che potrebbe essere ancora più sorprendente. I soli limiti sono di senso e di diritto: ed essi si pongono come aperture all’universale.

Pakistan lo è dell’Inghilterra, ecc. Una frontalità evidentemente manifesta in mondo particolarmente evidente nel divenireurbano delle “metropoli” di oggi. Di modo che il divenire-europeo non può prodursi che come democratizzazione del rapporto con l’Islam, ovvero come affermazione di una delle dimensioni più difficili, e quindi più produttive, dell’universalizzazione di oggi. Ecco perché la questione dell’adesione della Turchia, del dominio del Maghreb o dell’insieme Israele-Palestina è una delle vocazioni eminenti dell’Europa in divenire, uno dei contributi più potenti alla possibilità di un’universalizzazione democratica e pacifica del mondo in fieri. Come costruzione transnazionale nuova, e come pacificazione democratica del rapporto Occidente-Islam, l’Europa è uno dei cantieri più inventivi dell’universale di oggi.

Il tema Se si tratta di trovare un “tema” che aiuti la mobilitazione delle energie europee nella fase ormai aperta, non lo si deve ricercare nel mito. Per molte ragioni: anzitutto, perché un mito non si crea a comando. Non c’è creazione del mito che arrivi dal desiderio, e ancor meno dalla decisione, di mitizzare. Inoltre, perché fino a prova contraria, il principale uso dei miti, in epoca moderna e nello spazio politico perlomeno, è stata la mistificazione. Infine, perché una gran parte dell’attività del pensiero in Europa,

Come costruzione transnazionale nuova, e come pacificazione democratica del rapporto Occidente-Islam, l’Europa è uno dei cantieri più inventivi dell’universale di oggi. di vista, l’Europa è una (trans)formazione in corso che presenta un quantum di novità, invenzione storica, intrinsecamente più marcata rispetto alla globalizzazione degli Stati Unitti, che è una globalizzazione nazionale, articolata o addossata alla forma-nazione degli Usa. Gli Usa sono un’entità nazione originale o singolare piuttosto nuova: ma sono una nazione, e si rivendicano fortemente come tale. Quanto all’Onu è costituita nello spazio dell’inter-nazionale, ovvero del mondo sfaccettato e composito come insieme di nazioni statali. L’Europa può ragionare sulla propria transanzionalità nel corso di un’elaborazione innovativa, per pensarsi come fase avanzata del divenire-universale. In secondo luogo, l’Europa si trova posta non al fianco, ma precisamente su una frontiera tra “civiltà” diverse. In questo senso non è sbagliato dire, come fa Etienne Balibar, che l’Europa è una frontiera. Che non è neanche la meno difficile in questo momento storico, dal momento che è in gran parte una delle frontiere tra Occidente e Islam. Tale frontiera è interna alla storia

eva l’ordine di questa proibizione come comandamento più sublime. Si eviterà quindi di cedere troppo presto all’opinione, molto condivisa, secondo la quale affinché gli europei si impegnino in favore dell’Europa bisognerebbe fornire loro buone immagini piene e gratificanti: mitiche. Quanto all’Europa, quindi, e anche se l’affermazione sembra provocatoria, non si vede altro tema di mobilizzazione di energie (cittadine, integratrici, militanti) che non sia l’universale in quanto tale. Questo

in quello che è stato di meglio, è consistito in un progetto deliberato, e piuttosto ben condotto, di demitizzazione. Ciò che è iniziato molto presto si è proseguito tramite molte strade, e si prosegue forse ancora oggi. Così, le volontà di riabilitare il mito, di rimetterlo in sella o in corsa, sono state sistematicamente associate alle politiche più regressive, meno europee, nel senso in cui intendiamo in questa sede la parola. Ci si può vedere una ragione meno patente, che tocca il cuore della questione posta. Non è assodato che l’energia messa da una collettività umana per impegnarsi per un’idea sia in proporzione alla sua adesione a un’immagine, una rappresentazione consistente o piena. Kant considerava, per esempio, che il carattere non figurativo del dio islamico o dell’ebraismo spiegasse in gran parte la fede, la foga e l’entusiasmo dei seguaci di queste religioni. L’ardore della passione religiosa gli sembrava, quindi, non ristretta o frenata, ma al contrario, condizionata dall’assenza della figura del divino, essa stessa frutto della proibizione biblica della riproduzione di immagini. Ecco perché ten-

merita forse più attenzione di quello che si pensa. Di fatto:

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Non è assodato che ci siano oggi molte entità politiche, affermate o in divenire, che possano prendere la figura dell’universale come tale tra loro temi di predilezione. L’Europa è, in ogni caso, uno dei (rari?) posti in cui è possibile rivendicare se stessi parte della comunità di uomini, senza limiti e senza riserve. La singolarità dell’Europa, quando la si cerca, è forse nel vigore, nell’anzianità, nella permanenza di questo universalismo, e nel suo carattere irremovibile: con gli effetti che esso comporta. Senso della giustizia, egualitarismo, preoccupazione nei confronti del pianeta, ostilità alla pena di morte, alla guerra, ecc.

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Forse non c’è niente, almeno in termini di energie, che conduca alla dissoluzione, né alla demobilitazione. È anzi tutto il contrario: non si vedranno molti giovani europei scendere in piazza per affermare con ardore la loro appartenenza europea. Susciteremmo ben poca passione con un neo particolarismo, neo nazionalismo continentale. Ma d’altra parte non è impossibile che la passione si levi nel momento in cui si si tratterà di proclamare, in quanto umani – in certi casi in quanto esseri viventi – solidali con tutte le persone o tutte le comunità umane, in quanto tali, senza riserve. E che un orgoglio verso l’Europa in quanto tale ci sarà solo se si manifesta come uno dei luoghi di elezione di un’umanità integralmente condivisa.

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In ogni caso, né il neonazionalismo, né le identità continentali, né i fondamentalismi religiosi, né l’intervenzionismo del capitale, né l’internazionalismo giuridico possono oggi (né forse vogliono) proclamarsi preoccupazione irremovibile di tutti gli individui umani, dal punto di trascendenza che può essere riconosciuto a ogni essere umano, e forse, oltre, alla casa-natura. È così (per suggerire un’applicazione determinata) che l’apertura radicale dell’Europa all’Islam, al giudaismo e al patrimonio cristiano – se essa sceglie di affermare questi punti di democratizzazione e pacificazione sia interne che frontaliere le permette forse – di accogliere con uguale benevolenza israeliani e palestinesi. L’universalismo europeo è forse qui in grado di proporre un’alternativa a a questo confronto nazionalista e “di civilta’” apparentemente senza uscita. Non è poco. Non concludiamo, comunque, troppo frettolosamente, che l’assenza di un contenuto identitario specifico portera’ la battaglia europea ad una disfatta per mancanza di vigore. Forse e’ vero il contrario. La Rivoluzione francese si e’ affermata su un tema universale. E non le è certo mancata la forza.

Traduzione dal francese di Anna Castellari

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Europa January Issue  

the January issue of bimonthly cultural and political printed magazine The Myth of Europa

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