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twen Gli argomenti del momento

Libertà e responsabilità

Noi siamo la Svizzera L’intervista: cosa tiene ancora unita la Svizzera oggi La tradizione è trendy: di moda lo jodel e la lotta svizzera Salome Hofer: presidente del consiglio comunale a 24 anni


Cosa rende speciale la Svizzera, cosa è tipico? L’abbiamo chiesto, fra gli altri, al re della lotta svizzera Kilian Wenger.

Tipicamente svizzero Kilian Wenger, 20

Sarah Jane, 25

Lisa Stoll, 14

Re della lotta svizzera 2010 Horboden im Diemtigtal/BE

Cantante Rothenfluh BL

Suonatrice di corno delle Alpi Wilchingen SH

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iamo un popolo aperto e amichevole: trovo che svizzere e svizzeri siano proprio così. Caratteristici del nostro Paese sono, fra l’altro, la natura e il clima, che io apprezzo molto: bello e stabile. Non si muore dal caldo tutto l’anno e l’alternarsi delle stagioni è ben visibile. In Svizzera inoltre, rispetto ad altri Paesi, stiamo molto bene, siamo ricchi: ognuno ha un tetto sopra la testa e mangia tutti i giorni. La lotta svizzera è tipica del Paese: è uno sport rude nel quale però i concorrenti si sfidano con grandissimo rispetto.

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ipicamente svizzero è il nostro franco. E il fatto di averlo ancora. Lo sono però anche i nostri paesaggi. Secondo me non esiste un posto più bello della mia patria, l’Oberbaselbiet. È lì che ricarico le batterie quando mi capita di stare via a lungo. Tipici del nostro Paese sono anche naturalmente i nostri rinomati prodotti: per esempio gli orologi e, soprattutto, la cioccolata. Quando mi trovo all’estero, immancabilmente, mi si parla di questo. Trovo gli svizzeri molto autentici, disponibili e generosi: con il cuore in mano.

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a particolarità della Svizzera è di offrire tutto quanto si possa desiderare: in Ticino ci si sente come al mare. E dove vivo praticamente si hanno le montagne davanti alla porta di casa. Preferisco vivere in campagna, per i magnifici paesaggi e la grande pace. Molto tipico della Svizzera è naturalmente lo strumento che suono: il corno delle Alpi. Amo il suo timbro profondo e tranquillo. Ascoltando il suono di un corno delle Alpi si pensa subito alle nostre montagne.


Made in Switzerland Gli svizzeri sono ingegnosi: che si tratti del mouse per il PC, del pelapatate o del velcro, molte invenzioni ormai indispensabili nella vita di tutti i giorni sono state realizzate in Svizzera o da svizzeri sparsi in tutto il mondo.

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na giacca senza chiusura lampo? Impensabile. La cerniera, identica a quella impiegata ai giorni nostri, fu inventata da un sangallese, tale Martin Othmar Winterhalter. E Adolph Rickenbacher, nato a Basilea e emigrato a L.A., è responsabile del chiasso che in tutto il mondo i musicisti fanno con le loro chitarre elettriche. Nel 1930, con un partner americano, realizzò il primo pick-up elettromagnetico per chitarre; le «Ricken­ backer» vengono prodotte ancora oggi. Lo sci-lift ad ancora è un’invenzione dell’ingegnere zurighese Ernst Constam, il mouse nacque nella ditta romanda Logitec e Internet vide la luce al CERN di Ginevra. Di made in Switzerland è piena la cucina: la pressa per aglio è un’idea di Karl ­Zysset, fondatore della Zyliss, il pelapatate di Alfred ­Neweczerzal di Davos e l’anatra WC è figlia di Walter Düring e di sua moglie Vera (Düring AG, Dällikon). ­L’inconfondibile coltellino svizzero è frutto dell’ingegno di Karl Elsener, coltellinaio di Svitto e fondatore della

Jens-Rainer Wiese, 47 Consulente IT e blogger In Svizzera da 10 anni

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li svizzeri stanno alla larga dai litigi. Detto negativamente: perseguono l’armonia a tutti i costi. Detto positivamente: sanno creare il consenso. Tutto viene soppesato alfine di trovare soluzioni che piacciano alla maggioranza. Poi ci sono gli equivoci nati dall’abitudine svizzera di non esprimersi in modo diretto: perfino la critica più dura è talmente addolcita, da ridursi alla fine a un gentile consiglio. I tedeschi sono più diretti, dicono pane al pane e vino al vino. Tipicamente svizzera per me è la differenza fra cortesia e amicizia. I rapporti interpersonali sono generalmente improntati ad una perfetta cortesia. Ma con l’amicizia non hanno niente a che vedere. I tedeschi scambiano questa cortesia per amicizia – e raccontano all’interlocutore tutta la loro vita.

­ ictorinox. Altri esempi di ingegnosità targata CH: la V Swatch, lo spazzolino elettrico, ... – la lista è ancora lunga, le idee brillanti sono tipicamente svizzere!

Addirittura la nostalgia è un’invenzione svizzera La nostalgia di casa, dal tedesco Heimweh: «desiderio ardente e doloroso di luoghi conosciuti, della patria lontana» (Lessico storico della Svizzera), è un concetto coniato in Svizzera. La prima testimonianza scritta risale al 1651. All’estero si parlava allora della malattia degli svizzeri, il «mal du Suisse» o «Schweizerheimweh». A soffrirne i ­soldati svizzeri, in servizio lontani da casa. Nel 18o secolo il professore di medicina Theodor Zwinger ne attribuì la causa ai cosiddetti «Kuhreihen», caratteristici canti di richiamo delle mucche per la mungitura. Secondo Zwinger questi canti avrebbero risvegliato nei soldati una vera smania di casa, invitando alla diserzione. Venne dunque proibito agli svizzeri di intonare i loro canti alpini all’estero.

Discreti, riservati, modesti: dai risultati di un’inchiesta, le svizzere e gli svizzeri si vedono così. Caratteristiche tipicamente svizzere

34,5 %

discreti, ­riservati, modesti

24,0 % amichevoli, simpatici 18,5 % puntuali

12,1 % laboriosi, diligenti, grandi lavoratori    7,1 % ospitali

Caratteristiche tipicamente non svizzere

11,9 % aperti, disponibili 8,6 % gaudenti, rilassati 7,9 % disordinati, sporchi 5,3 % risoluti, sicuri di sé 4,4 % spacconi, presuntuosi Inchiesta rappresentativa condotta nel 2008 dalla Konso, su incarico della rivista «Beobachter». Intervistate 826 persone dai 15 anni.

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L’intervista

Claude Longchamp, storico e sociologo

«La Svizzera è unita.» L’idea di libertà, che fortemente traspare dalla democrazia diretta, mantiene ancora saldamente unita la Svizzera, sostiene Claude Longchamp.

Cosa tiene unita la Svizzera? Direi i soldi, la libertà e il percorso storico comune. Il denaro è sempre stato un importante motivatore. Le tre diverse regioni culturali hanno compreso ben presto che se non fossero rimaste unite sarebbero sempre state semplice periferia: la parte più a nord dell’Italia, il meridione della Germania e uno sperduto territorio della Francia. Essere uniti si traduceva allora in una prima, interessante fonte di guadagno: i pedaggi alpini e l’esportazione di bestiame. L’idea di libertà unisce pure fortemente la Svizzera. Nella democrazia diretta, nelle votazioni popolari trova, ora come nel passato, la sua espressione ideale, traspare però anche dal volersi isolare da tutto il resto.

La Svizzera prende le distanze? In tutte le regioni, il desiderio di isolarsi dalle culture vicine dominanti – Germania, Francia e Italia – gioca un ruolo cruciale. I ticinesi si isolano dall’Italia culturalmente e territorialmente. In Romandia l’atteggiamento è diverso: non esiste confine culturale, anzi direi che troviamo piuttosto un’unità. Grande è invece la distanza tra i romandi e la Francia se conside-

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riamo la salvaguardia dell’autonomia federale. Dal 20o secolo, la Svizzera tedesca si è allontanata moltissimo dalla Germania. Prima non era così. Fino allo scoppio della prima guerra mondiale la Svizzera tedesca si vantava dell’unione culturale con la Germania e soprattutto con il Baden-Württemberg.

Quali erano e sono dunque le difficoltà per questa Svizzera? Sicuramente le barriere linguistiche, a tutt’oggi l’ostacolo più grande alla convivenza. Lo vediamo molto bene nelle votazioni, per esempio in quella per l’adesione all’UE, che evidenziò la spaccatura linguistica. Poi il regionalismo, che risale al vuoto lasciato dalla nobiltà locale nel Mittelland durante il 12o e 13o secolo. Di fatto i nostri nobili si combatterono l’un l’altro, stirpi e casate si estinsero a causa della massiccia partecipazione alle crociate oppure perché, come gli Asburgo, lasciarono il territorio. Solo i Savoia si imposero nel sud, ma rivolsero il loro interesse all’Italia, mentre gli Asburgo si ritirarono in Austria. Il risultato da noi fu un vasto territorio privo di sovranità, che certo permise l’instaurarsi del si-

stema confederale ma che favorì pure molti singoli interessi. Ancora oggi i cantoni ne sentono il peso. Inoltre, tipica per quei tempi, vorrei ricordare la Vecchia guerra di Zurigo del 15o secolo, quando i zurighesi, combattuti da svittesi e bernesi, si allearono agli Asburgo. Solo in seguito venne vietato ai cantoni di stringere al contempo alleanze con confederati e nobili. Gli eserciti di mercenari erano però ancora permessi. Con tutti i problemi ad essi connessi. Nel 16o secolo, nelle Campagne italiane del nord Italia, mercenari svizzeri combatterono contro mercenari svizzeri.

Malgrado tutto diventammo una nazione: come? Il passaggio fu graduale. Era necessaria una volontà comune. Culturalmente la Svizzera non fa alcun senso, ma economicamente sì. Da qui il concetto di comunità fondata sulla volontà: si decise di restare uniti per poter approfittare di certi vantaggi derivanti dalla posizione geografica. Fondamentale pure il concetto di libertà: non si dimentichi che siamo una delle società più liberali in assoluto. Dal 1970 abbiamo segnato una svolta, adottando


valori molto liberali, per esempio per quanto riguarda la convivenza omo­ sessuale, l’aborto, il consumo di droga o il suicidio assistito. Traspare chiara­ mente una grande libertà e individua­ lità di pensiero. Alle altre nazioni pare spesso impossibile che la Svizzera funzioni.

Comunità fondata sulla volontà? Questa comunità non si rifà ad una lingua, vedi l’unità culturale della Germania, oppure ad un evento, la ri­ voluzione francese, bensì ad un passa­ to comune. Il classico cemento di una comunità fondata sulla volontà era il patriottismo: l’identificazione in sé stessi, nella Svizzera, nella sua condi­ zione di garante dell’indipendenza. Il patriottismo, come inteso nel 19o seco­ lo, oggi non esiste più.

Cosa l’ha sostituito? Un patriottismo diviso in tre va­ rianti: la prima vivace e nazionalista, molto più conservatrice rispetto al pas­ sato. La componente nazionalista è si­ mile, ma gli stimoli innovativi sono quasi del tutto assenti ed è la tradizio­ ne ad assurgere a valore centrale. Una reazione alla globalizzazione. D’altra parte abbiamo l’internazionalismo in­ dividualista e progressista, che saluta molto favorevolmente la globalizzazio­ ne. Riscontriamo questo atteggiamen­ to più sovente nelle fasce alte della po­ polazione, in persone di elevato status sociale, che vedono nell’apertura op­ portunità personali di sviluppo e car­ riera e aspirano ad una veloce adesione all’UE. Fra i giovani notiamo una forte polarizzazione: da un lato, giovani aperti ad una carriera da qualche parte nel mondo e che si distanziano così dalla Svizzera. Dall’altro, quelli che considerano gli stranieri una concor­ renza e si identificano nel nazionali­ smo conservatore.

E la terza variante? Fra questi poli c’è uno spazio va­ stissimo, denominato swissness, che attraversa e domina tutte le generazio­ ni: un atteggiamento aperto e al con­ tempo tipicamente svizzero, che consi­ dera la Svizzera un modello di successo, sia politico sia economico. Come nel 19o secolo, la swissness enfa­ tizza valori politici centrali quali la democrazia diretta, il federalismo o il sistema di milizia. Oggigiorno la de­

mocrazia diretta è ancora l’elemento più forte, mentre il sistema di milizia mostra tutti i propri limiti. La swiss­ ness attinge ad entrambi i poli: è aper­ ta all’internazionalismo, ma resta sal­ damente ancorata alla Svizzera. Nei rapporti con l’Europa, la Svizzera ha optato per il compromesso, scegliendo la via degli accordi bilaterali. Restare svizzeri, soprattutto culturalmente, ma orientarsi economicamente all’Eu­ ropa. Interessante: non sono stati i due poli ad imporsi, bensì la terza varian­ te.

Cosa rende così forte la democra­ zia diretta? È la più vivace, e per me la più pro­ mettente, di tutte le istituzioni; con forti radici storiche e che tuttavia ha conservato tutto il suo potenziale fino ad oggi. Come sempre, il 50 % di tutte le votazioni popolari a livello mondia­

del comune si dissolvono lentamente. 30 anni fa queste relazioni erano anco­ ra molto salde.

Le conseguenze per l’impegno politico e volontario? Il volontariato non è più visto come il compito di una vita, bensì come un incarico temporaneo. Si è disposti a dedicare alla comunità una parte della vita se un argomento ci colpisce, la vita nel quartiere, i richiedenti l’asilo, mi­ gliori condizioni quadro nell’econo­ mia. Per forse 10 anni si partecipa alla vita politica, poi si passa ad altro. Op­ pure a 60 anni si decide di non più re­ alizzarsi nel lavoro o nei soldi ma at­ traverso l’impegno per la comunità.

Fra 100 anni la Svizzera esisterà ancora? E il mondo ci sarà ancora? Dipende dalla capacità della Svizzera di dare risposte adeguate alle importanti in­ novazioni tecnologi­ che. Visto che la no­ stra società sembra avere molta affinità con la tecnica e pos­ siede scuole superiori di rinomanza mondia­ le, come i politecnici federali di Zurigo e Losanna, il Paese saprà adattarsi senza problemi alle no­ vità. In quanto alle grandi incognite del futuro, traffico e energia, la Svizze­ ra è ben posizionata. Per questo sono convinto che sì, la Svizzera esisterà ancora.

«La chiusura verso Germania, Francia e Italia gioca un ruolo determinante.» le ha luogo in Svizzera. All’estero la cosa scatena reazioni opposte. Alcuni vedono nella democrazia diretta un’istituzione primitiva, retaggio dell’antica società germana, e ormai superata mentre altri ne ammirano la forza e la capacità di trovare soluzioni. Se a Stoccarda le 60 000 firme contro la realizzazione della nuova stazione fos­ sero state prese sul serio, si sarebbe evitato un bel pasticcio.

Lei afferma che il sistema di mili­ zia non è più lo stesso? Secondo studi recenti, i parlamen­ tari svizzeri dedicano dal 60 al 100 % del loro tempo lavorativo all’incarico parlamentare. I consiglieri nazionali e agli Stati fanno della politica una pro­ fessione nella misura del 90 %. E un comune su tre fatica a trovare candida­ ti per gli organi legislativi locali.

Quali le cause? La mobilità è enormemente aumen­ tata, una buona fetta di popolazione, dal 10 al 30 % a dipendenza del canto­ ne, è pendolare e non lavora nel canto­ ne di residenza, molti traslocano per il lavoro. Le antiche relazioni all’interno

Claude Longchamp (1957) Lo storico e politolo­ go è presidente del CdA e presidente della direzione del gfs.bern, nato dalla «Schweizerische Gesellschaft für praktische Sozialforschung». L’istituto è molto conosciuto per le analisi dei risultati delle votazioni. Inoltre Long­ champ è titolare di una cattedra presso le Università di Zurigo e S. Gallo e insegna alla Zürcher Hochschule di Winterthur.

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Volontari contro la violenza Vanno dove si incontrano i giovani: a Zugo e dintorni, nell’estate del 2010, ogni weekend di bel tempo le cosiddette «Respekt-Patrouillen» hanno marcato presenza. Il loro obiettivo: prevenire la violenza, cercare il dialogo, essere presenti sul territorio. Il loro motto: «Osservare invece di volgere lo sguardo altrove».

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e «Respekt-Patrouillen» hanno individuato i punti ­nevralgici della città di Zugo e dei comuni limitrofi. Erano presenti laddove sovente si verificano risse, atti di violenza, schiamazzi, danneggiamenti e vandalismi.

Sguinzagliati 50 volontari Ma cos’hanno di straordinario queste pattuglie, che i venerdì e sabato sera di bel tempo girano per i centri a gruppi di due o tre persone? Sono tutte composte da volontari – tranne un o una agente di polizia in borghese per ogni pattuglia. Per il progetto si sono annunciati donne e uomini dai 21 ai 70 anni, fra i quali docenti, pensionati, formatori di adulti, educatori ecc., in totale ben 50 volontari.

Marcare presenza L’idea delle «Respekt-Patrouillen» è la ricerca del dialogo con i giovani, come spiega il segretario del progetto Kurt Wipfli, responsabile per i giovani presso la polizia di Zugo. «Li abbiamo sensibilizzati sulle problematiche dei rifiuti e del disturbo della quiete pubblica.» Altri obiettivi delle pattuglie contraddistinte dalle T-shirt rosse: trasmettere valori quali rispetto e consapevolezza per l’ambiente, evidenziare malcostumi, infondere fiducia e sicurezza. Wipfli: «Le pattuglie hanno mostrato che non solo la polizia bensì anche i normali cittadini possono girare nei centri.» La repressione invece era esclusa. Stando a Wipfli, in situazioni critiche le pattuglie potevano cercare di appianare il contrasto. Se le cose però si fossero messe male, vi sarebbe stato l’intervento delle pattuglie di polizia.

Presi sul serio Una dei volontari era Tharsini Mangalarupan, assistente di cura in formazione, che durante l’estate ha accompagnato le

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pattuglie quattro volte. Tharsini viene dallo Sri Lanka ed è giunta in Svizzera 14 anni fa, parla dunque tamil – un vantaggio per il lavoro della pattuglia. Lei e altri volontari provenienti dai Balcani si sono intrattenuti con i giovani di diverse nazionalità nella loro lingua madre. «Il progetto ha portato qualcosa. Grazie alla nostra presenza, i giovani si sono sentiti presi sul serio», questo il bilancio di Tharsini «abbiamo chiesto loro cosa li spinge ad agire in certi modi, cosa manca a Zugo e quali sono le loro proposte di miglioramento per la città.» Perché ha preso parte al progetto? «Mi piace lavorare con i giovani», racconta, «specialmente dare sostegno ai giovani immigrati. Inoltre la prevenzione della violenza è importante per me.» Motivo: la ventiseienne è impegnata in un progetto di assistenza a bambini e giovani. Durante i colloqui, Tharsini ha appurato che spesso questi giovani sono vittime della violenza.

Meno violenza Anche se un bilancio definitivo dell’attività delle «RespektPatrouillen» non è ancora stato fatto, il risultato può già essere considerato un successo. Gli atti di violenza sono diminuiti, afferma Kurt Wipfli, a Zugo regna un’atmosfera più distesa. Inoltre il tema del coraggio civile è più sentito – soprattutto grazie all’impegno dei volontari!

Le «Respekt-Patrouillen» fanno parte del progetto triennale «Uniti contro la violenza», lanciato dal Canton Zugo nel 2009. Il progetto vuole prevenire la violenza e contribuire a migliorare la lotta a quest’ultima. La decisione sull’opportunità di riproporre le pattuglie nel 2011 non è ancora stata presa. Si deciderà entro la fine dell’anno in corso.


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La Svizzera non sarebbe niente senza volontariato «Niente», risponde sorridendo Herbert Ammann della Società svizzera di utilità pubblica (SGG) alla domanda: cosa sarebbe la Svizzera senza il volontariato?

oiché: «Ogni società vive di prestazioni volontarie.» Per meglio comprenderlo, basta considerare gli ambiti, pressoché infiniti, nei quali dei volontari sono attivi. Senza alcuna ricompensa allenano bambini e giovani speranze dello sport. L’assistenza e l’accompagnamento di anziani e malati è pure affidato a volontari, proprio come l’impegno politico comunale o le sezioni di partito locali. È grazie al volontariato che si hanno feste di paese, di quartiere e nella parrocchia, campi di vacanza per bambini e giovani, assistenza e aiuto ai bisognosi, lezioni di musica nelle filarmoniche, ascolto e appoggio presso il Telefono amico, musei minuscoli ma aperti regolarmente al pubblico, sentieri puliti e curati ... e molto altro ancora. Perfino i grandi eventi non potrebbero avere luogo senza volontari: l’annuale gara sciistica del Lauberhorn dipende dal contributo dei volontari, proprio come gli Europei di calcio del 2008. In poche parole: praticamente in tutti i campi della vita ci vogliono volontari disposti a dare una mano.

Associazioni sportive 11,4

5,1

n Donne n Uomini Fonte: Rilevazione sulle forze di lavoro in Svizzera (RIFOS): lavoro non retribuito 2007, © BFS

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raticamente il dato corrisponde alle ore di lavoro pagate in un anno a tutti i collaboratori dei settori sanitario e sociale messi assieme (2006: 706 milioni di ore). I 700 milioni di ore di volontariato sono divisibili in due: una metà a favore di enti istituzionali, volontariato informale per l’altra. Per i volontari ciò equivale ad una mezza giornata di lavoro non pagata per settimana (circa 13 ore mensili per il ­volontariato istituzionale e 15,5 per quello informale).

In Svizzera, una persona su quattro presta volontariato in organizzazioni oppure istituzioni.

Partecipazione ad attività istituzionali di volontariato, divise per tipo e sesso, in percentuale della popolazione residente

5,8

Il totale delle ore di lavoro volontario è enorme: l’Ufficio federale di statistica stima l’impegno in 700 milioni di ore l’anno.

Uno su quattro ­fa del volontariato

Lo sport attira il maggior numero di volontari

5,0 Associazioni culturali 3,9 Organizzazioni caritatevoli 4,4 2,7 Istituzioni ecclesiastiche 4,3 2,7 Associazioni diverse 3,0 Servizi pubblici 1,3 3,1 Partiti politici, cariche pubbliche 1,0 2,3

700 milioni di ore non pagate

C

iò significa che circa 1,5 milioni di persone sono attive nel campo del volontariato. Gli uomini si impegnano maggiormente rispetto alle donne negli ambiti cosiddetti istituzionali (28 % a 20 %). Ma abbiamo anche attività non pagate dette informali. Inteso è tutto il lavoro volontario prestato al di fuori di enti istituzionali: aiuto ai vicini, custodia e cura di bambini, cura, assistenza e servizi a parenti e conoscenti non residenti nella medesima economia domestica. Il 21 % della popolazione presta questi servizi a terzi, ciò corrisponde a circa 1,3 milioni di persone. In questo campo le donne (26 %) sono nettamente più attive degli uomini (15 %).

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La studentessa Salome Hofer, 24 anni, malgrado la giovane età ha già raggiunto parecchi traguardi: a 20 anni diventa membro del consiglio comunale di Riehen, il suo comune di domicilio, a 22 entra in Gran Consiglio, nel parlamento di Basilea Città e all’inizio del 2010 è stata eletta presidente del consiglio comunale.

Salome Hofer:

Una gran voglia di politica

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etto altrimenti: la studentessa ventiquattrenne prepara le riunioni mensili del parlamento comunale, le presiede – e si ritrova così, quale presidente, a capo di un parlamento di 40 persone, uomini e donne, che nella maggior parte dei casi potrebbero essere i suoi genitori, se non addirittura i suoi nonni. Non ha paura, vista la sua giovane età, di non essere presa sul serio? «Naturalmente ci ho riflettuto», confessa lei, «d’altra parte mi sono chiesta se le capacità per questo tipo di incarico debbano necessariamente dipendere dall’età. Certamente i rapporti si complicherebbero se mi atteggiassi a nipotina con i membri più anziani del consiglio. La stessa cosa avverrebbe comportandomi da Rambo, quella che crede di fare tutto meglio.» Non esita a fare domande, approfittando così dell’esperienza politica delle e dei consiglieri più anziani. Inoltre non si è trattato di un salto nel buio. Da due anni Salome Hofer partecipava ai lavori del consiglio. Ha così avuto il tempo e l’opportunità di conoscerli a fondo e prepararsi all’incarico.

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Disposta al compromesso

Nella politica da quasi 10 anni

È stata eletta e chiamata a presiedere il consiglio con 37 voti su 38. Un risultato eccellente. Il suo modo di fare ha sicuramente contribuito al largo consenso: «Credo di avere una specie di fascino che ispira collaborazione», dice di sé, «inoltre non sono una combattente bensì una paladina del compromesso gradito alle parti.» Cresciuta a Riehen, già attiva nella società di atletica leggera e nei lupetti, è impegnata nel Carnevale e dispone così di una grande rete di conoscenze.

Salome Hofer è impegnata politicamente da quasi dieci anni. A 15 anni prese parte per la prima volta alla Sessione dei giovani a Berna, a 17 entrò a fare parte del gruppo organizzativo della sessione e ne divenne presidente per due anni. L’interesse per la politica è nato in famiglia: «A casa si parlava di tutto», ricorda, «per molti anni mio padre è stato membro del partito socialista e i miei fratelli sono pure molto interessati alla politica.» Ha sempre amato leggere molto, «volevo sempre sapere tutto. In più adoro discutere e confrontarmi con altri punti di vista.»

Ambasciatrice del suo comune L’incarico comporta dei doveri piuttosto inusuali per l’età di Salome Hofer. Rappresentare Riehen, che con i suoi oltre 20 000 abitanti conta fra i 35 comuni più grandi della Svizzera, segnatamente ad eventi ufficiali. Che si tratti di premiazioni, inaugurazioni, raduni, festeggiamenti per il 1. agosto o trasmissioni televisive girate nel «suo» comune come «DonnschtigJass», Salome Hofer incarna la Riehen ufficiale. E questo la diverte un mondo: «Entro in contatto con persone che altrimenti non avrei mai conosciuto.»

Le stanno a cuore la formazione e posti di tirocinio per tutti, ma desidera anche sostenere le proposte per il tempo libero destinate ai giovani. Salome Hofer non ritiene però che in questo ambito la città debba necessariamente occuparsi di tutto. Vorrebbe invece che fossero i giovani a proporre molte più idee.

«La responsabilità è nostra» Così riassume la motivazione alla base del suo impegno: «Voglio dare il


«La responsabilità per la società è nelle nostre mani. Per questo motivo trovo importante impegnarsi.»

Un trampolino per la politica La Sessione dei giovani, che ha luogo una volta l’anno a Berna, è una rampa di lancio ideale per tutti quelli che desiderano occuparsi di politica. Gli interessati trovano informazioni e procedura di iscrizione su www.jugendsession.ch. Chi invece vorrebbe rappresentare la Svizzera all’ONU, concorre per il posto di Youth Rep su: www.youthrep.ch

Chi si impegna per gli altri approfitta anche per sé In politica, in un’associazione qualsiasi o nei più svariati progetti: chi presta servizio volontario non contribuisce solo al bene della società ma anche alla propria evoluzione personale. Perché: «Grazie al servizio di volontariato si può imparare moltissimo», spiega Matthias Fiechter della Federazione Svizzera delle Associazioni Giovanili (FSAG), «si impara ad assumersi delle responsabilità, a sviluppare progetti e idee, a concretizzarli e a mettere in piedi qualcosa. Si affinano le capacità nelle relazioni interpersonali, si impara a relazionarsi e a confrontarsi con gli altri.» Competenze sociali, soft skills dunque, sempre molto utili nella vita in generale.

Buttati! mio contributo, alfine di migliorare la società», dice la studentessa di scienze politiche e European Studies. «La responsabilità è nelle nostre mani. Per questo mi pare importante impegnarsi per contribuire alla società, per modificarla, non importa se nella politica, in un’associazione o come allenatore in un club sportivo.» Salome Hofer non se ne sta con le mani in mano. Oltre agli impegni politici è pure presidente del «Midnight Sports Riehen» e fa parte del CdA della Basler Frei-

zeitaktion (BFA), che gestisce diversi punti di ritrovo per i giovani.

Nessuna rinuncia Tre o quattro sere per settimana Salome è impegnata e agli amici deve spesso spiegare che «non posso uscire tutte le sere giusto per trovarsi a bere qualcosa.» La sensazione di perdere gli anni migliori non l’ha mai neppure sfiorata. «Ho una gran voglia di fare politica», afferma, «mi appassiona approfondire tematiche diverse.»

Le opportunità di volontariato sono infinite. Su www.forum-volontariato.ch o www. freiwilligenjahr2011.ch trovi una lista di proposte, così come su www.sajv.ch/it il sito della Federazione Svizzera delle Associazioni Giovanili. Chi invece vorrebbe prendere parte per un paio di settimane o mesi ad un campo di lavoro internazionale, trova pane per i suoi denti presso il Service Civil International. Lo SCI offre attività in tutto il mondo: puoi contribuire alla costruzione di un ecocentro in Bulgaria oppure organizzare attività per il tempo libero destinate ai bambini della Mongolia. Vai su www.scich.org

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Nadja Räss interpreta lo jodel fin dall’infanzia: «Lo jodel mi permette di esprimermi. È come se parlassi la mia lingua madre.»

Uno jodel rockeggiante Il folclore svizzero vive una nuova primavera. L’Handörgeli (piccola, tipica fisarmonica), il corno delle Alpi e lo jodel vanno di moda grazie a giovani interpreti di musica popolare, fra i quali la trentunenne cantante di jodel Nadja Räss, che si muove con grazia fra le note della tradizione.

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na gonna alla moda a disegni bianchi e neri, capelli corti e rossi, tacchi alti: look piuttosto inusuale per una cantante di jodel, vero? Quando Nadja Räss canta, si presenta così. Inconsueti anche gli strumenti che accompagnano l’artista di Einsiedeln. Per il suo progetto «stimmreise.ch», Nadja Räss ha preferito chitarra elettrica, basso e clarinetto a fisarmoniche e organetti. Alla Festa federale dello jodel non sarebbe stata la benvenuta. Dal 1952 lo Jodlerverband ha stabilito che all’evento, organizzato ogni tre anni, i soli strumenti di accompagnamento ammessi sono la fisarmonica e il tipico Schwyzerörgeli. Troppo limitativo per Nadja Räss, che si è già esibita

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accompagnata da una brass band e da un’orchestra classica: «Faccio fatica a capire chi vuole imbrigliare la musica», dice la trentunenne. «Interessante notare come secoli fa ci fosse maggiore libertà. Allora lo jodel era accompagnato da pianoforte, cetra o violino», puntualizza. Con il suo atteggiamento controcorrente, sulla scena jodel Nadja Räss ha sempre fatto discutere. «Per un certo periodo sono stata considerata la giovane cantante dai capelli rossi, un po’ stramba, che voleva provocare», ricorda, «mentre questa non era affatto la mia intenzione.» Al contrario: Nadja Räss ha grande rispetto per i canti antichi e tiene molto alla salvaguardia delle radici, vorrebbe però portare aria nuova nella tradizione. «Attraverso il confronto con il patrimonio di melodie antiche, è stato normale sviluppare nuove idee.»

Cresciuta a pane e jodel L’incontro di Nadja Räss con lo jodel risale a molto tempo fa. Sono cresciuti insieme. I genitori ascoltavano musica popolare, alle feste di famiglia si cantava. A soli sette anni


La Svizzera stava a guardare, quando il nuovo re, Wenger Kilian, ha steso nella segatura quello vecchio, Abderhalden Jörg.

Nadja inizia a prendere lezioni di jodel, partecipa a concorsi, a 13 anni appare per la prima volta alla TV svizzero-tedesca. Già allora afferma di voler diventare una cantante di jodel professionista. Siamo negli anni 80 e lo jodel è tutto fuorché di moda: «La musica popolare era la musica dei g­ enitori, dunque irrimediabilmente out», racconta. Ma Nadja tiene duro: «Ho fatto quello che mi sentivo di fare, ho continuato a cantare. E un bel giorno, i miei compagni di scuola si sono accorti che lo jodel è proprio cool.»

Tonalità nuove All’inizio Nadja Räss canta le tipiche canzoni jodel, «era molto difficile identificarsi nei testi, insomma, fiorellini, mondo perfetto e roba del genere.» Con il passare del tempo inizia a interessarsi a pezzi armonicamente più complessi, sperimenta il cosiddetto Naturjodel e i canti ­a ntichi privi di testo e inizia a comporre: «Trovo eccitante contribuire alla letteratura dello jodel», afferma, «nello jodel si toccano quasi sempre temi positivi, mentre nei pezzi pop si parla anche di quello che nella vita non funziona. Ho pensato che poteva funzionare anche nello jodel.» Ed ecco nascere una sua canzone che parla di dispiaceri amorosi e della tristezza di essere lasciati. Musicalmente segue nuove vie, trova ispirazione in altri generi, come per esempio nel folclore scandinavo: «Il linguaggio musicale delle mie canzoni è piuttosto malinconico.»

L’opera non fa per lei Nel 2000 Nadja Räss ripensa ai suoi sogni di bambina e decide di fare sul serio. Visto che non esiste un curricolo di studio dello jodel, al conservatorio di Zurigo inizia gli studi di canto classico, che porta a termine con successo. Non la sfiora però mai l’idea di cambiare genere, anche se: «Gli esperti all’esame dissero che sembravo fatta apposta per l’opera. Ma quello non è il mio mondo.» Nadja Räss resta fedele allo jodel. Pubblica CD, va in scena duettando con Rita Gabriel e al momento è in tour con il suo progetto di Naturjodel «stimmreise.ch».

Musica d’altri tempi? Macché! Oltre ai suoi progetti, Nadja Räss si occupa di diffondere lo jodel. Tiene corsi di uno o più giorni all’Accademia dello jodel, da lei stessa fondata. E ha successo: i suoi corsi, che non hanno luogo solo in campagna bensì anche in pieno centro a Zurigo, sovente sono già completi con settimane di anticipo. Ha scritto inoltre un trattato sull’apprendimento dello jodel «Jodel – Theorie und Praxis» e quest’anno ha organizzato un simposio sullo jodel. Lo scopo delle sue molteplici attività: «Vorrei che la popolazione si rendesse conto che lo jodel è tutto fuorché musica d’altri tempi. Anzi è fresco e attuale» ribadisce, «ed è ora che si ritorni a cantare le nostre canzoni popolari.» www.jodel.ch, www.stimmreise.ch

Un Paese nella segatura È tornato l’orgoglio di esibire la croce svizzera, sport rudi come la lotta svizzera rifioriscono, melodie popolari risuonano nelle città. La tradizione è di moda. Insieme a Nadja Räss, gruppi come gli «Hujässler» oppure i «Familie Trüeb» mettono un po’ di pepe nella musica popolare. Anche la musica pop pare volere farsi contagiare dal folclore: il rapper Bligg si esibisce accompagnato da un corno delle Alpi e con i «Legändä & Heldä» ha fatto da colonna sonora alla Festa federale di lotta svizzera e delle tradizioni alpigiane 2010. Il raduno dei «cattivi» ha avuto luogo a Frauenfeld davanti agli occhi di, udite udite, 250 000 spettatori. La televisione ha coperto l’evento con 18 ore di trasmissione, un vero record – e proprio come per i beniamini dei mondiali di calcio, per la prima volta ci si è scambiati le figurine per l’album «Der König». La lotta svizzera impazza! Visto il successo, perfino il conduttore televisivo Kurt Aeschbacher durante il suo programma si è infilato i caratteristici mutandoni e si è lasciato mettere sulla schiena e battere dal re, Wenger Kilian, anche se forse, volendo ... Il professore Walter Leimgruber, sociologo dell’Uni di Basilea, vede nel boom delle tradizioni una risposta alla globalizzazione e alla «illimitata offerta di cultura, media e intrattenimento ad essa collegata», come dichiarato alla NZZ. «Questa molteplicità dà anche insicurezza: da qui l’aumentato bisogno di radici, punti fermi e conferme.»

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Quanta discrezione Twenty! Stavolta Twenty è tipicamente svizzero: soprattutto non si deve dare nell’occhio! Ma gli svizzeri sono davvero così? O stanno cambiando? Dì chiaro e tondo cosa pensi della Svizzera, delle sue tradizioni – e cosa si può fare per il nostro Paese: www.facebook.com/euro26. Ehm, scusi, penso tocchi a me

Zitto e aspetta il tuo turno

Questa carne è orrenda! Immangiabile!

Andava bene?

Mhm, niente male ...

Scusi, le spiace­ rebbe spostare il bagaglio?

Posto occupato

Buonasera. Caro signore liberi il sedile. Vorrei sedermi, ho avuto una giornata pesante!

Ecco come si fa! Magari non dovrei arrendermi così in fretta.

Twen Svizzera è il supplemento speciale di euro26 pubblicato con Twen 4 inverno 2010, www.euro26.ch  Editore SJAG, Berna  Idea/Coordinazione gedankensprung, Berna  Concetto/Realizzazione Basel West, Basilea  Testo/Redazione Stephan Lichtenhahn, Basilea  Traduzione Darma Lupi  Stampa Büchler Grafino AG, Berna  Foto swiss-image.ch/Monika Flueckiger pagg. 2, 11; Frédéric Giger pag. 9; andibrunner.com pag. 10  Illustrazioni Joel Büchli pagg. 1, 12 Disclaimer SJAG non assume responsabilità alcuna per prezzi, offerte e contenuti redazionali di terzi  Twen Svizzera è pubblicato grazie a

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