Page 1

twen Rivista a tema: senso

Toccare, udire, vedere, odorare, assaporare: I cinque sensi, dipinto di Hans Makart, periodo 1872–1879.

I cinque sensi


Introduzione Per poter riflettere sullo scopo di un oggetto, di una relazione o addirittura della vita stessa dobbiamo dapprima prendere consapevolezza di noi stessi e del mondo che ci circonda. Ma come? Grazie ai cinque sensi: vista, udito, olfatto, gusto e tatto. I nostri sensi funzionano come uno scanner che coglie tutte le informazioni e le invia al computer centrale, vale a dire al cervello, dove vengono decodificate e valutate. È proprio la valutazione di queste informazioni, da un lato diversissima e dall’altro comune a quella degli altri, a fare di noi degli individui e al contempo dei membri di una comunità – culturale, nazionale, linguistica o religiosa. In questo primo numero della serie «senso» andremo alla scoperta dello «scanner» e analizzeremo, con esempi tecnologici, storici e pratici, il funzionamento dei nostri organi di senso: come ci guidano, mettono in guardia, ingannano.

3 – 4

4

5 – 6

7

8 – 9

9

10 – 11

11

Everybody’s darling: ketchup I gusti sono gusti. Il ketchup Heinz piace a tutti.

Umami – il quinto sconosciuto Dolce, salato, acido e amaro sono conosciuti. Umami invece no.

Afferrare ciò che non c’è Afferrare oggetti che in realtà non esistono. Com’è possibile?

Sound Wars – la guerra dei suoni Armi acustiche contro i pirati somali e i dimostranti illegali.

Da articolo di lusso a prodotto di massa Fino al 20. secolo il profumo era riservato a pochi.

L’olfatto: questo incompreso L’olfatto, il più emozionale e affidabile dei sensi. Perché?

Un mondo senza colori Colore: né caratteristica di un materiale, né presente nella luce.

«Giallo? Verde? Non saprei» Un fisico daltonico lavora in una clinica oculistica.

Questa rivista è adatta a Paperboy. Con il Paperboy di kooaba puoi condividere direttamente articoli della rivista sui social network via iPhone o Smartphone Android, cercare ulteriori testi sull’argomento o archiviare pagine online. L’utilizzo di Paperboy è semplice: nell’App Store o Android Market cerca «kooaba Paperboy» e scarica l’applicazione. Paperboy identifica ogni singola pagina di questa rivista semplicemente con una foto, può inviarla ad altri o archiviarla sotto my.kooaba. Per gli articoli contrassegnati dal simbolo kooaba-shutter, Paperboy ti fornisce informazioni multimediali supplementari.

2


Everybody’s darling: ketchup I detrattori del ketchup Heinz affermano che non sa neppure di pomodoro. I chimici dell’alimentazione però lo sanno: proprio per questo da decenni il prodotto è leader incontrastato del settore. Ma di cosa sa allora il ketchup più amato del mondo?

In principio era il pomodoro Da 110 anni un cetriolo faceva bella mostra di sé sull’etichetta del ketchup Heinz. Solo nel 2010 fu sostituito da un pomodoro. «Il nuovo design dell’etichetta rende onore al vero eroe del nostro prodotto di punta», così lo scorso anno William R. Johnson, capo della Heinz, motivava il cambiamento. Va pur detto che le vicende storiche del pomodoro sono di maggiore successo di quelle di un cetriolino sott’aceto. Nel sedicesimo secolo il conquistatore Hernán Cortés prese controllo del regno azteco in nome della Corona spagnola. Dalla regione, oggi conosciuta come Messico, portò in Europa fra l’altro delle piante di pomodoro. Da qui il frutto – in botanica infatti il pomodoro non è una verdura bensì un frutto – conquistò le cucine di tutto il mondo. In Italia spodestò la melanzana, la più amata dagli italiani. Nel nord dell’India entrò di diritto nei curry e nei chutney e in Inghilterra arricchì la paletta di verdure e salse. Oggigiorno in Cina, il maggior esportatore di pomodori a livello mondiale, si sta ritagliando un posto stabile nella cucina popolare, dove prima era praticamente sconosciuto.

cluse che l’acido benzoico nuoceva alla salute pubblica, i toni del dibattito si infiammarono. La maggior parte dei produttori insorse: senza l’aggiunta di questi conservanti il ketchup non poteva affatto essere preparato e comunque la quantità impiegata era innocua. Una voce fuori dal coro fu quella di un produttore di Pittsburgh: Henry J. Heinz.

Il moderno ketchup di pomodoro Heinz iniziò a produrre il suo ketchup con pomodori maturi. Fino ad allora si impiegavano abitualmente pomodori acerbi, che rendevano la salsa liquida e acquosa. Questi ketchup inoltre sapevano fin troppo di pomodoro. I ketchup Heinz erano più densi. La quantità di aceto venne aumentata per conservare i pomodori. Henry J. Heinz era così certo che il suo ketchup di pomodoro fosse più sano, più puro e migliore al palato da decidere di vendere il suo prodotto ad un prezzo superiore a quello di mercato. Offrì addirittura una garanzia di rimborso per il prodotto andato a male. La strategia si rivelò vincente: oggi l’impresa vende annualmente, a livello mondiale, 650 milioni di bottiglie di ketchup, assicurandosi la ragguardevole fetta di mercato del 50%.

I ketchup conquistano gli USA Nel 19. secolo, negli USA i pomodori venivano consumati quotidianamente e spesso impiegati anche nella preparazione di salse e condimenti che a quei tempi accompagnavano pietanze a base di pesce, carne e patate. Per meglio conservare le salse industriali, vi venivano dapprima aggiunti come agenti conservanti dei derivati dell’acido benzoico. Quando Harvey Wilson Wiley, capo chimico del Ministero dell’Agricoltura dal 1883 al 1912, con-

La formula del successo A prima vista si potrebbe pensare che il semplice impiego di pomodori maturi e più aceto abbiano portato il successo ad Heinz. In realtà c’è molto di più. L’essere umano distingue cinque gusti fondamentali: salato, dolce, acido, amaro e umami. Mangiando, l’umami dà una sensazione di gradevolezza e segnala proteine e amminoacidi. Nel nuovo ketchup di Heinz, grazie ai pomodori maturi, la quota di frutta era

1

maggiore e di conseguenza anche la parte di umami. E l’aceto supplementare lo rendeva due volte più acido di quello della concorrenza. La rinuncia ai derivati dell’acido benzoico raddoppiava il contenuto di zucchero. Salato e amaro erano già comunque presenti nel ketchup. La ricetta rivista e corretta corrispondeva alla perfezione all’intera gamma di sapori percepiti dall’uomo. Da un punto di vista di analisi sensoriale, il risultato ottenuto da Heinz con il suo ketchup può essere paragonato al 1: Il Tomato Ketchup della Heinz fu lanciato nel 1876. Ogni bottiglia reca tutt’oggi il numero 57, il marchio depositato di Heinz. Al giovane Henry J. Heinz quel numero piaceva, ecco perché.

3


magico effetto di una composizione splendidamente orchestrata. Le singole note, nella fattispecie i singoli sapori, in questo speciale equilibrio risultano

Umami – il quinto sconosciuto Quando nel 2010 Laura Santtini, nota autrice in Inghilterra di libri di cucina e columnist, lanciò una sorta di condimento in tubetto chiamato Taste No. 5 non mancò di suscitare scalpore. Più di un critico profetizzò l’avvento del «oratuttisannocucinare».

2 in una qualità unica, prendono forma secondo il principio: «l’insieme è più della somma delle sue singole parti». Un effetto simile è quello ottenuto da un altro bestseller: la Coca-Cola. Anche qui gli ingredienti sono assemblati con tale equilibrio da non riuscire a distinguere i singoli sapori attraverso il palato. In bocca alla fine resta solo un gusto rotondo, unico. Per uno: dolce abbastanza. Per l’altro: non troppo acido. Per tutti: buonissimo.

2: Henry John Heinz (†1919), figlio di immigrati tedeschi, è un esempio eclatante di realizzazione del sogno americano. Grazie a idee innovative, alti standard qualitativi e una pubblicità aggressiva condusse la propria azienda al vertice dell’industria alimentare americana. 3: L a pasta umami è fatta con purea di pomodoro, aglio, acciughe, olive nere, aceto balsamico, porcini, parmigiano, olio d’oliva, zucchero e sale.

4

Umami, il quinto sapore dopo salato, dolce, acido e amaro ed ultimo ad essere scoperto, era fino ad ora associato, fuori dall’Estremo Oriente e dagli ambienti scientifici e di haute cuisine, alla denominazione vagamente sintetica di glutammato monosodico.

Nella parte anteriore del cervello, preposta alla ricezione e valutazione degli impulsi sensoriali, l’umami scatena sensazioni di piacere. È come se ci premiassimo per avere apportato all’organismo le proteine indispensabili alla vita. La scoperta del «quinto» sapore fondamentale è attribuita al chimico giapponese Kikunae Ikeda che nel 1908 lo identificò in un brodo di alghe. Tradotto in italiano, umami significa «gusto saporito, sapido».

Il glutammato non gode di buona reputazione. Impiegato nell’industria alimentare come rinforzante del sapore, viene aggiunto sinteticamente a vari prodotti per renderli più appetitosi. Il Taste No. 5 funziona secondo lo stesso principio. Tuttavia contiene unicamente ingredienti naturali, non è frutto della chimica. In natura il glutammato, rispettivamente umami, si trova per esempio nei pomodori maturi, nel parmigiano stagionato, in asparagi, funghi, carne e nel latte materno. Dunque negli alimenti ad alto contenuto proteico. Gli studiosi constatarono che la lingua umana è equipaggiata con dei recettori del gusto specifici che permettono di identificare il sapore umami. Il sapore viene trasformato in un impulso nervoso inviato in seguito al cervello.

3


Afferrare ciò che non c’è I ricercatori hanno sviluppato degli strumenti per toccare e muovere la copia virtuale di un oggetto reale. Già oggi è possibile simulare virtualmente la realtà effettiva attraverso esperienze visive e acustiche. Nei film in 3D, draghi fiabeschi volano sopra le nostre teste e le mute auto elettriche emettono il familiare rumore di un motore per essere udite dai pedoni non vedenti. La simulazione del tatto nella realtà virtuale invece deve fare ancora molti progressi. Il PD Dr. Matthias Harders del Politecnico Federale di Zurigo è fra quelli che hanno raccolto la sfida. Capo del gruppo di ricerca al Computer Vision Lab presso l’istituto zurighese, alla fine degli anni novanta concluse il proprio lavoro di diploma presso la University of Houston, prendendo spunto dai programmi di ricerca della NASA. Si trattava allora di concepire delle nuove tute non solo stagne, calde e leggere bensì capaci di offrire all’utente la massima libertà di movimento e la migliore percezione tattile possibile. 4: PD Dr. Matthias Harders, docente all’Istituto per l’elaborazione dell’immagine.

La ricerca sulla percezione aptica si è sviluppata intensamente solo negli ultimi 15 anni. Perché? L’esplorazione della percezione aptica in sé, dunque del processo di riconoscimento di oggetti attraverso il tatto, naturalmente è iniziata molto tempo fa. Ma solo più tardi sono stati sviluppati i meccanismi in grado di riprodurre gli stimoli tattili, negli anni sessanta circa. Nei primi progetti si trattavano soprattutto i sistemi master-slave, principalmente impiegati nella manipolazione di materiali pericolosi. Il master, la persona, era posto dietro una parete d’acciaio e guidava due braccia meccaniche i cui movimenti venivano riprodotti. Vale a dire, dall’altro lato della parete di sicurezza un robot, lo slave, eseguiva i medesimi movimenti. Per esempio sollevava un oggetto radioattivo e lo muoveva. Inversamente, quando le braccia del robot urtavano qualcosa, il master ne percepiva la resistenza. I primi progetti di percezione aptica virtuale ripresero questi meccanismi, sostituendo lo slave con un programma informatico che simulava, pure virtualmente, il feedback per il master.

Attualmente lei crea copie virtuali di oggetti reali, che non solo si possono vedere ma addirittura toccare. Come fa? Se tocco un vero bicchiere sento una resistenza. Non posso chiudere la mano. Se lo sollevo inoltre ne avverto il peso. Questi effetti delle forze possono essere riprodotti virtualmente grazie ad un’interfaccia aptica. Nel nostro caso l’interfaccia consiste in una piccola barra collegata a un meccanismo munito di motori. Un programma informatico calcola il feedback prodotto dal tocco di un vero bicchiere. Se l’utente, muovendo la barra, incontra l’oggetto virtuale, vale a dire la proiezione del bicchiere, i motori frenano il movimento. L’utente ha così l’impressione di incontrare resistenza, anche se in realtà sta solo muovendo la barra nell’aria.

4

5


Sembra un po’ rudimentale. Con una barra non posso afferrare un oggetto e certo non ne percepisco la superficie. Nella percezione aptica dobbiamo dapprima distinguere due elementi. Da un lato la cinestesia, la sensibilità alle forze, rilevata da recettori di movimento situati in muscoli e tendini, quando si solleva, muove o trascina un oggetto. Dall’altro, il tatto: la percezione della superficie sulla pelle. La simulazione dell’esperienza tattile – p. es. la sensazione di accarezzare una morbida superficie di peluche – è ancora molto complicata da riprodurre e fino ad oggi esistono pochissime interfacce capaci di farlo, anche solo parzialmente. Per questo la maggior parte del lavoro di ricerca si concentra sui feedback cinestesici.

Attualmente quale campo potrebbe essere interessato alla simulazione cinestesica? Tutti i campi dove il feedback prodotto da un oggetto o uno strumento reale è già implementato e a mancare è solo la creazione a r tif iciale del feedback cinestesico. Un esempio su tutti: la chirurgia. Abbiamo sviluppato un programma di esercitazione per un intervento endoscopico nell’utero materno. Colleghiamo gli strumenti endoscopici reali a un’interfaccia aptica. Sullo schermo appare l’interno dell’utero. Gli effetti sull’endoscopio sono reali. Se l’utente, rispettivamente il praticante, preleva del tessuto dall’utero, attraverso l’endoscopio avvertirà realmente la sensazione di tagliare. Come se con un vero coltello tagliassi un panetto di burro che non esiste.

Quando sarà possibile simulare alla perfezione la sensazione tattile di una superficie? Come detto, si è già iniziato a lavorare per ottenere dei feedback tattili, ma deve passare ancora molto tempo prima che questi siano realistici. Dubito addirittura che sia mai possibile arrivare a un feedback tattile realistico con la tecnologia attuale. Eventualmente dovremo andare in altre direzioni. Alcuni ricercatori ritengono di dover arrivare alla stimolazione diretta dei nervi per ottenere tali percezioni. Altri

6

5 5: Simulazione di un intervento endoscopico nell’utero materno.

perseguono l’idea di far sì che gli oggetti stessi diventino attivi, mutino e si adattino invece dei tentativi di riprodurre sensazioni tattili attraverso soluzioni meccaniche. Esistono poi nuovi materiali interessanti, per esempio i cosiddetti materiali fibrorinforzanti a matrice polimerica (FRP), assai affini ai veri muscoli. Basandoci su questi, potremo forse un giorno creare nuove interfacce aptiche. Credo comunque che siano necessari ancora grandi sforzi nella ricerca. Ci arriveremo solo fra 20 o 30 anni.

A chi potrà servire la sua tecnologia, una volta raggiunti gli obiettivi? Argomento spesso dibattuto fra i ricercatori. Per adesso non è ancora chiaro quale sarà infine la killer application. Staremo a vedere. Un esempio di applicazione già ora di successo è il virtual prototyping, un approccio largamente diffuso. Il designer simula dapprima virtualmente con l’aiuto del computer il prototipo, il modello del prodot-

to, senza produrlo materialmente. Con i sistemi attuali non si possono toccare i prototipi virtuali, unicamente guardarli. Quando la tecnologia sarà pronta, i designer potranno afferrare i prodotti, per esempio un telefono cellulare, tenerli in mano, valutarne la sensazione al tatto, prima di andare in produzione. Aperte anche diverse possibilità nel campo dell’e-business. Sarà possibile giudicare la T-shirt nel webshop non solo dall’aspetto bensì dopo averla anche toccata.


Sound wars – la guerra dei suoni Il 23 marzo 1945, quando nell’ambito dell’operazione Plunder le truppe britanniche, americane e canadesi attraversarono il Reno e giunsero nella città di Wesel, non incontrarono grande resistenza. Forse perché buona parte delle truppe tedesche era schierata più a sud, nei pressi di Viersen, credendosi impegnata a fronteggiare un’armata di circa 30 000 alleati. In realtà il nemico non superava le 1100 unità: una speciale truppa americana costituita in buona parte da tecnici del suono, scenografi, fotografi, attori e altri professionisti dello spettacolo. Con centinaia di carri armati di gomma e pezzi d’artiglieria finti, a Viersen venne messo in scena un attacco in grande stile. Un’abile colonna sonora accompagnava la simulazione e riproduceva i temibili suoni della guerra: cannonate e spari, amplificati attraverso altoparlanti puntati verso le truppe tedesche. La presunta supremazia alleata fece in parte desistere i tedeschi dall’attaccare. I protagonisti di quella guerra dei suoni ne sono convinti: grazie al loro impegno, circa 40 000 vite furono risparmiate. E non dovettero sparare nemmeno un colpo.

6

7 6: U  n LRAD impiegato dalla Marina USA nel golfo di Aden. 7: Il docente universitario Steve Goodman alias Kode 9 appartiene ai cofondatori di un movimento della club music inglese, caratterizzato da toni bassi ossessivi.

Fotografa questa pagina con Paperboy e goditi sul tuo smartphone un video sulla Ghost Army, una clip di Kode9 e la LRAD in azione.

Il ricorso a stratagemmi acustici tuttavia non si limita alla seconda guerra mondiale. Oggigiorno in battaglia vengono tra l’altro impiegati i cosiddetti «Long Range Acoustic Devices». Queste armi agiscono provocando delle onde sonore di intensità fino a 150 dB. A questo rumore – paragonabile a quello del reattore di un aereo da poca distanza – nessuno può resistere. Gli LRAD vennero per esempio impiegati contro i dimostranti al summit del G-20 di Pittsburgh. E gli armatori affermano di avere sempre più successo nella lotta contro i pirati nel golfo di Aden grazie alle armi acustiche. Anche Steve Goodman, docente in Scienze della musica alla University of East London, pioniere del genere musicale dubstep e

direttore della rinomata etichetta musicale Hyperdub Records, rileva l’aumento esponenziale dell’impiego di onde sonore come arma. Lo studioso e musicista ha scritto un libro («Sonic Warfare») e riflette su quando il sound diventa «unsound». Difficile purtroppo tradurre in italiano il sottile gioco di parole che sta dietro il termine «unsound». Goodman intende da un lato le frequenze non udibili, ultrasuoni e infrasuoni, con effetti nocivi sul corpo e perciò impiegati abusivamente nei conflitti. Dall’altro fa riferimento a uno fra i possibili significati di «unsound», «malsano», per sottolineare che l’effetto del suono può indurre malessere, deficit fisico e portare addirittura alla morte. Goodman traduce in esempi pratici i risultati scientifici delle ricerche sui suoni, illustrando il dispositivo «Mosquito». Le onde acustiche in campi di alta frequenza, 20 kHz, emesse dai piccoli dispositivi sono terribilmente fastidiose per i giovani. Gli adulti invece non riescono a sentirle. I «Mosquito» vengono perciò volentieri istallati in centri commerciali e di fronte a edifici di rappresentanza per evitare che gli adolescenti sostino nei paraggi. A Goodman tuttavia non interessa solo l’impiego di onde sonore per evitare i raduni indesiderati bensì quali sono le frequenze ideali per far avvicinare le persone, per invogliarle a muoversi. Il DJ e produttore cerca risposta a questa domanda nei club del mondo, finesettimana dopo finesettimana, dove si esibisce celandosi dietro lo pseudonimo Kode9.

7


Da articolo di lusso a prodotto di massa

Presso gli egizi già si usava bruciare fiori profumati, erbe odorose e resine in onore del faraone, considerato figlio del Sole.

Fin dalla notte dei tempi, e fino al 19. secolo, il profumo era un bene riservato quasi esclusivamente ai ceti più alti della società. Oggi praticamente ogni donna o uomo ne fa uso. Il termine profumo deriva dal latino «per fumum», che tradotto significa «attraverso il fumo» e fa riferimento all’impiego del fumo negli antichi rituali di culto, di cui troviamo traccia anche nella Bibbia. Quando Dio salvò Noè dalle acque, questo lo ringraziò bruciando legno di cedro e mirra. Ai quei tempi l’innalzarsi del fumo in nuvole gradevolmente profumate era associato alla creazione di un legame con il mondo divino.

Gli scambi commerciali tra Egitto e Grecia promuovono anche gli scambi culturali. I greci adottano la pratica delle fumigazioni.

I romani riprendono dai greci le fumigazioni rituali. I ricchi affumicano letteralmente i propri alloggi e sostano addirittura nel fumo alfine di profumarsi.

Ca. 700 a.C.

Ca. 200 a.C.

Dopo la produzione, i guanti di pelle puzzano: si inizia ad impregnarli di profumo. Il re Filippo Augusto fonda le corporazioni dei mastri guantai e dei mastri profumieri.

Con oli essenziali di rosmarino e lavanda viene prodotto per Elisabetta di Polonia il primo profumo moderno, chiamato «Eau de Hongrie».

1370

1190

8

Materie prime sintetiche sostituiscono quelle naturali fino ad allora impiegate nella produzione di profumo. I costi scendono, i prezzi di vendita pure.

Con imprese come Coty Inc., a New York nasce l’industria moderna del profumo. Dalla scuola di François Coty escono veri e propri guru della profumeria, fra gli altri Armand Petitjean (Lancôme).

1900

1922

3. millennio a.C.

Avicenna (a sinistra), medico e alchimista persiano scopre il sistema di distillazione a vapore, che permette l’estrazione degli oli essenziali (fragranze vegetali).

Ca. 1000

A Colonia, allora potente città commerciale, l’italiano Giovanni Maria Farina lancia il suo profumo, denominato «Acqua di Colonia». Ancora oggi l’«Echt Kölnisch Wasser» è uno dei classici più conosciuti.

1709

Sul mercato arriva una vera e propria ondata di profumi diversi, è il marketing ormai a deciderne il successo. La grande offerta spinge i prezzi al ribasso.

Anni sessanta


Hatschepsut, la donna faraone, invia una spedizione commerciale nel Corno d’Africa in cerca di piante per le fumigazioni.

Ca. 1470 a.C.

Da Vicino e Medio Oriente i Crociati portano in Europa delle «acque profumate».

11. secolo

Sotto Ludovico XV, l’etichetta impone l’utilizzo di una fragranza diversa ogni giorno.

Durante la Rivoluzione francese diventa pericoloso profumarsi poiché chi ha un buon odore è sospettato di appartenere all’aristocrazia o ai fedeli del re.

Ca. 1740

1789

L’olfatto: questo incompreso Le statistiche dicono che ogni svizzero trascorre in media 165 minuti al giorno davanti alla tv, 20 minuti più di 15 anni fa. In aggiunta, oltre 5 milioni di svizzeri utilizzano quotidianamente Internet, dedicando settimanalmente 11 ore e 15 minuti alla rete virtuale. Non dimentichiamo poi i circa 3000 messaggi pubblicitari che ogni giorno ci passano sotto gli occhi. La nostra è una società sempre più visuale e la percezione del mondo che ci circonda passa prevalentemente attraverso la vista. Questa evoluzione ha messo gli altri sensi in secondo piano. Uno fra tutti: l’olfatto. Eppure l’olfatto è il più emozionale e affidabile dei sensi. Alla nascita è già perfettamente formato. L’essere umano può distinguere circa 10 000 odori e memorizza ogni nuova fragranza nella memoria a lungo termine. Il naso è l’unico organo di senso in grado di trasmettere gli stimoli direttamente al cervello. La reazione emotiva è imme-

diata, non c’è tempo per una decodificazione cosciente. L’occhio può elaborare contemporaneamente al massimo quattro impulsi ottici anche se sollecitato da centinaia di stimoli visivi. Tuttavia noi ci fidiamo innanzitutto di ciò che vediamo. Dal mondo animale giunge conferma del ruolo fondamentale dell’olfatto. Nella maggior parte dei mammiferi, l’odorato è molto più marcato che nell’uomo. Prendiamo i cani, ad esempio: fiutano il pericolo, marcano il territorio, trovano e controllano il cibo, riconoscono il periodo dell’accoppiamento. Anche se l’essere umano tende a considerarsi superiore agli animali, la nostra razza non è poi così diversa. Anche fra gli uomini l’olfatto gioca infatti un ruolo determinante nella scelta del partner. In amore è meglio avere un certo fiuto.

Esistono circa 2000 profumi. Ne vengono lanciati fino a 300 nuovi ogni anno, dei quali non più del 3% resta stabilmente sul mercato.

Le donne nell’età procreativa hanno l’olfatto migliore. Dopo due giorni dalla nascita, il 61 % riconosce il proprio bambino dall’odore. Oggigiorno

9


Un mondo senza colori Vediamo colori sempre e dappertutto. E solo grazie alle differenze di colore riconosciamo le forme. In realtà però i colori non esistono. Il cervello li crea per noi. Ogni autunno lo stesso spettacolo si ripete: le foglie verdi si tingono di giallo e arancione, a volte anche di rosso, e infine cadono a terra, formando uno strato marrone. Spiegare perché le foglie cadono non è complicato. Con l’arrivo della stagione invernale, nelle no-

400 nm

450 nm

stre regioni climatiche temperate il naturale apporto di acqua diminuisce. Pure gli alberi diminuiscono l’attività; passano a un «programma di risparmio» e interrompono l’apporto di acqua alle foglie, che iniziano ad appassire. Anche la risposta alla domanda, «per-

500 nm

550 nm

Le radiazioni luminose avanzano in onde. La lunghezza d’onda della luce visibile percepita dall’occhio umano va da 380 fino a 780 nanometri. A dipendenza della composizione del materiale, una materia assorbe certe radiazioni luminose. Le radiazioni che non sono assor-

10

600 nm

ché appassendo le foglie cambiano colore?» è piuttosto semplice: in mancanza di acqua, la produzione di clorofilla – un pigmento verde naturale – declina e le foglie interrompono il processo di fotosintesi. Altri pigmenti, giallo, arancione ed eventualmente rosso, diventa-

650 nm

700 nm

bite si riflettono sulla retina. Il nervo ottico prende informazioni dalla luce percepita dalla retina e le invia al sistema nervoso centrale che, una volta interpretate, le trasforma nella visione dei colori.


no così visibili. E ora arriviamo alla domanda finale: come può il nostro organo di senso della vista – l’occhio – a vedere questi colori, a distinguerne le differenze?

E luce fu Senza l’energia irradiata dal sole, la vita sulla terra non esisterebbe. Le radiazioni solari si propagano con un movimento ondulatorio. La lunghezza dell’onda può passare da una frazione di nanometro (un miliardesimo di metro) a 1000 km. L’energia radiante emessa dal sole da sola però non è ancora luce. La luce richiede innanzitutto la presenza di un essere vivente con un organo della vista intatto, in grado di trasformare l’irraggiamento solare in percezione della luce. Un cieco sente l’energia radiante sottoforma di calore, tuttavia non vede alcuna luce. Anche chi dispone di occhi sani non percepisce che una piccola parte dell’intero spettro elettromagnetico: unicamente i raggi luminosi con una lunghezza d’onda compresa fra i 380 e i 780 nanometri circa.

«Giallo? Verde? Non saprei» Il subcontinente indiano è un mosaico di colori. Tutto è colorato. Le strade di Jaipur, la città delle stoffe, il mercatino delle pulci hippy di Anjuna o i pellegrini indù, che avvolti nei loro panni arancione marciano verso la sorgente himalayana del Gange. I daltonici – popolarmente detti i ciechi ai colori – possono percepire solo parzialmente questi stimoli ottici. L’otto percento degli indiani è afflitto da daltonismo. Tra questi anche il professore Srinivasan, un fisico formatosi in India e Stati Uniti, attivo presso il famoso Aravind Eye Hospital di Madurai.

L’India è famosa per il tripudio di colori. Lei come li percepisce? Un tempio o un paesaggio appaiono meravigliosi ai miei occhi, esattamente come a quelli degli altri – solo un po’ diversi. Raramente mi sento limitato. A mia moglie però compero solo sari (abito tradizionale indiano) blu perché con questo colore non ho alcun problema.

La percezione dei colori La luce è incolore. Quando i raggi luminosi cadono su una foglia verde, la clorofilla assorbe i raggi con una lunghezza d’onda fra 400 e 500 nm, come pure quelli fra i 600 e 700. I raggi non assorbiti, e di conseguenza riflessi, sono quelli medi fra 500 e 600 nm che, una volta arrivati ai nostri occhi, il sistema nervoso centrale trasforma in un’informazione sul colore, verde appunto. I colori sono dunque un trucco del nostro cervello. L’interpretazione colorata di un mondo di fatto incolore serve per poter riconoscere forme e materia, permettendoci così di orientarci nello spazio.

8: Il Prof. V. Srinivasan ha studiato fisica negli USA e in India. 9: Mandurai. Una delle più antiche città del Sud Asia e sede della clinica oculistica Aravind.

Esiste una possibilità alternativa per percepire «correttamente» i colori?

8

Cosa le manca nella visione dei colori? Molti ritengono che i daltonici vedano il mondo in bianco e nero. Sbagliato. Normalmente si tratta solo di una differenza nella percezione dei singoli colori. Ad esempio a me il verde sembra una gradazione di giallo. Più sovente constatiamo la cecità al rosso e al verde. Ancora oggi, nelle diagnosi si distingue appena la differenza fra acromatopsia, una rara malattia ereditaria che impedisce totalmente la percezione del colore, e daltonismo.

Certo, saperli. Ho imparato che i risciò (taxi indiani a tre ruote) sono gialli e verdi, anche se io li vedo interamente gialli. Se non lo sapessi, non avrei nessuna chance. I miei nipotini si divertono: «Nonno, di che colore è la mia maglietta?» Gialla? Verde? Non saprei. «Verde», provo ad indovinare. Quasi sempre sbaglio e allora scoppiano a ridere.

9

11


Notizie sensazionali su:

i sensi negli animali

I tori sono praticamente daltonici e non reagiscono diversamente davanti ad un tessuto rosso, verde o blu.

Le seppie non vedono i colori, sono però vere professioniste del mimetismo. Un gene nell’epidermide del ventre permette loro di riconoscere colore e caratteristiche del fondale.

I cani mordono i postini, poiché questi portano su di sé l’odore dei cani di altre case.

I gatti non hanno i recettori del sapore dolce.

Con i loro baffi, le foche riescono a captare il movimento delle pinne di un pesce fino a 40 chilometri di distanza.

I falchi vedono la luce ultravioletta. Un pratico aiuto per la caccia: l’urina dei topi infatti riflette questa luce.

L’anguilla riesce ancora a percepire una sostanza odorosa anche quando la quantità di sostanza contenuta in un ditale viene diluita nel volume di acqua del lago Bodanico.

Il gusto nella farfalla si trova nelle antenne e nelle zampe ed è 2400 volte più intenso che nell’essere umano.

La rivista a tema senso è il supplemento speciale di euro26 pubblicato con Twen 2/2011, www.euro26.ch  Editore SJAG, Berna  Idea / Coordinazione euro26, Berna  Concetto / Realizzazione grossartig, Berna  Testo / Redazione Arci Friede, Berna  Traduzione Darma Lupi  Stampa Büchler Grafino AG, Berna  Foto iStockphoto.com  Disclaimer SJAG non assume responsabilità alcuna per prezzi, offerte e contenuti redazionali di terzi  La rivista a tema senso è pubblicato grazie a

themenheft_2_2011_it  

I cinque sensi Rivista a tema: senso Toccare, udire, vedere, odorare, assaporare: I cinque sensi, dipinto di Hans Makart, periodo 1872–1879.