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twen Rivista a tema: senso

La statua del Cristo, conosciuta in tutto il mondo, che dal 1931 veglia su Rio è un simbolo di redenzione

SpiritualitĂ 


Introduzione

L’intervista

Il cammino di RZA

Sulla copertina di questa rivista appare il Cristo Redentor, la statua più famosa rappresentante il Cristo, che da ottant’anni veglia su Rio de Janeiro e ne è diventata il simbolo inconfondibile. Costruita dopo la ritirata degli odiati occupatori portoghesi a testimonianza dell’indipendenza del Brasile, per una volta attribuisce all’immagine di Cristo un significato di redenzione che va oltre il semplice carattere religioso. Proprio in questo senso, l’immagine di copertina ci offre una metafora per il tema che tratteremo nella rivista. Poiché proprio il desiderio di redenzione, di liberazione dalle sofferenze della vita, è la motivazione di fondo della spiritualità, rispettivamente di una vita spirituale – non importa se attraverso un credo religioso o la ricerca filosofica. Ma cos’è la spiritualità? La rivista non può e non vuole fornire una risposta definitiva a questa domanda. La spiritualità resta un’idea personale, sulla quale ognuno deve fondare il proprio concetto di vita, ammesso che lo voglia e disponga delle necessarie premesse intellettuali. Nelle prossime pagine ci accontenteremo di descrivere alcuni dei molti aspetti della spiritualità. La scelta degli argomenti è stata del tutto casuale. Non è nostra intenzione schierarci a favore di una determinata dottrina spirituale o movimento religioso. Gli articoli non vanno assolutamente intesi come delle raccomandazioni.

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André Comte-Sponville risponde alla domanda: in cosa crede un ateo?

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Il percorso spirituale del fondatore dei Wu-Tang Clan.

I dervisci Bektaschi

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Una scuola di pensiero islamica, che pone l’individuo pensante al centro di tutto.

Le figure alate di fine anno

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Quando il potere dello stato vuole eliminare le tradizioni religiose.

Dio è nei geni?

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La neuroteologia vuole dimostrare che il bisogno di spiritualità sta nei nostri geni.

La meditazione

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Come guidare le proprie emozioni verso il bene.

La preghiera centrica

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L’esperienza della presenza divina nella tradizione cristiana.

Non cerco seguaci

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Un docente, divenuto tatuatore, parla della coscienza di Krishna.

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«Cosa resta, quando ci liberiamo dal nostro ego?» Nel nostro complesso mondo caratterizzato da messaggi negativi, le dottrine semplici che promettono la salvezza trovano terreno fertile. Movimenti religiosi, sette e guru prosperano grazie a questo bisogno profondo. André Comte-Sponville nel suo libro «Lo spirito dell’ateismo» afferma invece che una vita ricca di spiritualità è possibile anche senza la fede in un Dio onnipotente, senza dogmi e senza chiesa.

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Studenti a corsi di yoga durante la pausa pranzo, manager in ritiro spirituale per qualche giorno in remoti conventi, non credenti in pellegrinaggio sul cammino di Santiago. Stiamo assistendo ad un ritorno alla spiritualità?

mente, anche al di fuori dalla dimensione prettamente religiosa ed esoterica.

La spiritualità è un bisogno fondamentale dell’uomo. Nessuna civiltà conosciuta è sopravvissuta senza spiritualità, rispettivamente valori spirituali: né le società monoteiste né quelle caratterizzate dalla filosofia, come quelle buddiste o dell’antica Grecia. Politica e economia sono importanti – ma da sole non bastano allo sviluppo di una civiltà. A mio modo di vedere non possiamo quindi parlare di un momentaneo ritorno alla spiritualità. È piuttosto il concetto di spiritualità ad imporsi nuova-

Cos’è la spiritualità? La vita dello spirito. La parola ci arriva dal latino «spiritus», spirito appunto. La religione è un’altra cosa. È certamente un’espressione della spiritualità poiché ogni religione si fonda, almeno in parte, sulla spiritualità; ma non ogni spiritualità è necessariamente religiosa. Io non appartengo ad alcuna religione, non credo in Dio né in una vita dopo la morte. Malgrado ciò ho uno spirito, una mente funzionante in grado di pensare, dubitare, amare. Sarebbe sciocco non ser-

Cos’è allora, per definizione, la spiritualità e come si differenzia dalla religione?

virmi di queste capacità solo perché sono ateo. Per quale motivo dovrei castrare la mia anima, soltanto perché non credo in un Dio onnipotente?

Secondo lei esiste una spiritualità «giusta» e una «sbagliata»? Per poter rispondere dovremmo decidere se e quale Dio esiste. L’eterna, grande, controversa domanda, alla quale possono esserci solo risposte divergenti. Come potremmo mai sapere se la migliore, la più giusta, è la spiritualità di un cristiano o quella di un ateo? Ma la domanda non mi pare poi così importante. Noi tutti, in fondo, dobbiamo trovare un modo per convivere con il dubbio, l’insicurezza, il mistero. E solo perché io metto in discussione l’esistenza di Dio non posso contestare a un cristiano o a un mussulmano di avere sperimentato, durante la loro vita religiosa, i mistici momenti della pienezza, della calma, di unione, semplicità, eternità, accettazione e distacco dalle cose. Allo stesso modo, il credente in Dio non può confutare le esperienze spirituali fatte da un buddista, un taoista o un ateo. Sbagliato può però essere il modo di interpretare le proprie esperienze o gli insegnamenti tratti.

Qual è lo scopo di una vita spirituale? Una vita più appagante, più libera. Come esseri umani siamo limitati, effimeri, relativi. Solo attraverso la spiritualità possiamo entrare in relazione con l’assoluto, l’infinito, l’eterno. Evadere dall’angusta prigione dell’Io e divenire uno con il Tutto.

Evadere dalla prigione dell’Io. Il buddismo lo definisce: la liberazione dall’ego. Cosa significa esattamente «liberarsi dall’ego»? Significa vivere per qualcos’altro invece che per sé stessi. Per e nella realtà. Orbene, la realtà non può essere soggettiva. Di conseguenza anche l’ego non è

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reale. È la somma delle illusioni che esso si crea a proposito di sé. Ognuno di noi è prigioniero di sé stesso, delle proprie abitudini, delle proprie delusioni, del proprio ruolo, delle proprie resistenze, dei propri stati d’animo, della propria ideologia, del passato, delle paure, delle speranze, dei giudizi. Liberarsi di queste illusioni significa liberarsi da sé stessi. Cosa resta allora, quando ci liberiamo dal nostro ego? Tutto; la realtà, che è tanto più interessante, tanto più grande, tanto più variata.

Lei scrive, che la ricerca di Dio ha portato momenti spirituali assoluti, incondizionati, anche liberi dall’ego, appunto. Cosa ha provato in questi momenti? In questi momenti ho sperimentato uno stato di coscienza alterato – come lo chiamerebbero gli psicologi – oppure,

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detto in altre parole, ho fatto un’esperienza mistica. Limiti, passato e futuro, paura e speranza, separazioni fra l’Io e il Tutto: erano totalmente annullati, come spenti. Queste esperienze, a mio modo di vedere, non avevano nulla di religioso. Non è stato un incontro con Dio, il grande Altro, bensì molto più un tuffo nel grande Tutto. Lo scrittore Romain Rolland lo definiva «il sentimento oceanico, un sentimento di sconfinata unione con il tutto e di appartenenza all’universo». I greci lo chiamavano ataraxia, l’assenza di preoccupazioni, e i romani lo tradussero in pax, con il significato di pace o tranquillità.

Cosa consiglierebbe ad un giovane che le chiedesse come trovare il proprio cammino spirituale, la propria pace? Gli direi di prendersi del tempo per momenti di solitudine, di silenzio, di tran-

quillità. Di guardarsi da dogmi, riti e sette. E gli consiglierei di fidarsi più dei libri che dei predicatori, e più delle proprie esperienze che dei libri.

1: A 18 anni Andrè Comte-Sponville ha abbandonato la fede cattolica per dedicarsi allo studio della filosofia. Fino al 1998 è stato professore presso la Sorbona, l’università di Parigi. Oggi è scrittore e consulente del governo francese in materia di etica.

Il viaggio di RZA Robert Diggs, mondialmente conosciuto con il nome d’arte RZA, è fondatore e guida spirituale del Wu-Tang Clan. Il suo libro «The Tao of Wu» è un’autobiografia intimistica, nella quale descrive le tappe del suo viaggio, dal ghetto all’apice della fama internazionale, e le lezioni apprese strada facendo.

«Anche la marcia più lunga inizia con il primo passo.» – Laotse (filosofo cinese) Il viaggio spirituale del giovane Robert Fitzgerald Diggs inizia a New York, nel quartiere-ghetto di Staten Island. Un giorno il cugino Daddy-O, maggiore di lui, lo inizia agli insegnamenti del Five Percent Nation, un movimento sociale e religioso afroamericano, diramazione della Nation of Islam. Le idee, in parte impregnate di razzismo, degli adepti del «Nation of Gods and Earths» lo colpiscono. Questi non credono in un Dio invisibile e onnipotente bensì ad uno spirito divino presente in ogni persona di colore incline alla conoscenza e alla testimonianza invece che alle teorie e convinzioni religiose. A 12 anni conosce a memoria i 120 insegnamenti dell’NGE – 120 domande e risposte formulate da Clarence 13X, iniziatore del Five Percent – e comincia, dapprima solo intuitivamente, a considerare l’amore come il livello più alto della conoscenza. Con l’amore, pace e felicità entreranno nella sua vita – questo il suo credo.

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«Un buon soldato non è violento. Un buon combattente non è iracondo. Un buon vincitore non è vendicativo.» – detto Shaolin In una fredda serata del 1986 RZA e Ol’Dirty Bastard, nel frattempo scomparso, nella saletta laterale di un cinema porno assistono alla pellicola di arti marziali: Shaolin and Wu-Tang. Nel film Wu-Tang è un monaco Shaolin desideroso di dare prova della propria forza. Durante il combattimento ha la meglio su 30 dei suoi confratelli e infine è ingiustamente scacciato dal tempio. RZA e ODB si identificano immediatamente con il personaggio. Come giovani afroamericani, conoscono bene il desiderio di dimostrare quanto valgono. E conoscono pure l’emarginazione, la mancanza di opportunità. In altri film dello stesso genere vedono riflessa l’immagine della loro esistenza nel ghetto. La filosofia della cultura Shaolin diventa la base spirituale del loro gruppo hip hop che d’ora in poi si chiamerà Wu-Tang Clan. In soli 5 anni, i componenti del collettivo, insieme o da solisti, riceveranno svariati dischi di platino e l’album del loro debutto «Enter the Wu-Tang (36 Chambers)» sarà considerato una delle pietre miliari della musica hip hop.

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«Cosa serve all’uomo conquistare tutto il mondo, se al contempo perde sé stesso.» – Gesù Verso la fine degli anni novanta, il clan comincia a disgregarsi. Dopo una relazione durata 6 anni, la compagna di RZA – madre del suo primo figlio – lo lascia per un altro. RZA si trasferisce allora in California e, letteralmente intossicato dalla sua stessa fama, si perde nel suo alter ego «Bobby Digital» - un supereroe, altrimenti al servizio della giustizia, che si ribella al suo ruolo naturale: beve, fuma, va a puttane e rifiuta qualsiasi responsabilità. È combattuto, smarrito. Un giorno beve superalcolici all’angolo di una strada insieme a dei criminali, suoi ex amici di gioventù. Il seguente lo si vede a West Hollywood fumare sigari avana con Leonardo di Caprio. Poi, nel 2000, sua madre muore. Quello stesso giorno, Bobby Digital perde di colpo tutti i superpoteri e RZA impara che alcune cose non si possono controllare. Tre anni più tardi rifà la stessa, dolorosa esperienza. Suo cugino Ol’Dirty Bastard, cofondatore del Wu-Tang Clan, muore di overdose. RZA si ritira dalla scena, per alcuni anni sprofonda nella depressione. Finché una notte esce. Non come RZA, non come Bobby Digital, semplicemente come Robert Diggs. E in un club male illuminato scopre l’amore della sua vita, la donna che lo riporterà a galla, che gli donerà pace e felicità.

2: R  obert Diggs, alias RZA, nella sua personale spiritualità considera aspetti del buddismo, taoismo, confucianesimo, Islam e cristianesimo.

3: nel 1997 RZA inventa il suo alter ego Bobby Digital. L’eroe dei fumetti incarna il lato poco serio e depravato dell’artista.

Fotografa questa pagina con Paperboy e guardati direttamente sul tuo Smartphone un video di RZA, rispettivamente Bobby Digital.

RZA e il Wu-Tang Clan Quando nel 1993 viene pubblicato il primo album «Enter the Wu-Tang (36 Chambers)», grande è la sensazione nell’universo hip hop underground. Per i componenti del Wu-Tang Clan è l’inizio di un progetto quinquennale proposto da RZA e sottoscritto dagli altri. Ol’Dirty Bastard, GZA, Inspectah Deck, Raekwon, Method Man, Masta Killa, U-God e Gostface Killah si sono impegnati a lasciare a RZA la guida musicale e commerciale del clan, a seguirne disciplinatamente le direttive e a fornire delle rime toste. In cambio RZA ha promesso di farli di-

ventare delle star mondiali della musica nel giro di cinque anni. Per la maggior parte di loro è andata davvero così. Nel frattempo RZA è divenuto una delle figure più potenti della scena hip hop internazionale, compone colonne sonore (Ghost Dog, Kill Bill), è attore (Coffee and Cigarettes, American Gangster, Due Date) e ha pubblicato due libri (Wu-Tang Manual, The Tao of Wu).

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L’ordine dei dervisci roteanti La storia dei dervisci Bektaschi dell’Anatolia è caratterizzata da emarginazione e persecuzioni. Un ritratto della comunità di fede islamica che mette l’individuo pensante al centro della propria filosofia.

«Felice è colui che rischiara l’oscurità del pensiero». Il fulcro della fede dei Bektaschi è la venerazione del mistico islamico Hadschi Bektasch, vissuto nel 13. secolo nell’Anatolia centrale. Il pensiero di Bektasch era rivoluzionario e in anticipo rispetto a quello dei suoi contemporanei. Al centro della sua filosofia sta l’essere umano pensante e indipendente, la comunità e l’amore per il prossimo. Molti dei suoi principi coincidono con quelli della dichiarazione universale dei diritti umani, redatta solo secoli più tardi. Oggigiorno i suoi discepoli risiedono in prevalenza in Albania.

«Non pregate con le ginocchia, bensì con il cuore» I Bektaschi sono una delle quattro maggiori comunità religiose dell’Albania. Attualmente, circa il venti percento della popolazione albanese è Bektaschi. I Bektaschi predicano la tolleranza religiosa e la loro religione si ispira a numerose correnti di pensiero, fra gli altri conoscono anche degli elementi cristiani come la confessione o l’assoluzione. Come in tutte le pratiche mistiche islamiche, anche per i Bektaschi la ricerca interiore di Dio è più importante dell’obbedienza alla Sharia, la legge islamica. La religione e i suoi rappresentanti sono al servizio della spiritualità, non il contrario. La preghiera non è legata a orari fissi, si concentra nelle ore serali, durante le quali il fedele si dedica alla contemplazione. La Muhabet, il raduno dei fedeli nel luogo di culto, vede uomini e donne riuniti insieme. Si discute, si beve il raki. Nella tradizionale danza turbinante, semah, i dervisci roteando simboleggiano l’eterno perpetuarsi della creazione e riproducono simbolicamente il movimento degli astri attorno

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al sole. Le donne Bektaschi non sono mai velate. Nella comunità troviamo però una ferrea struttura gerarchica: solo una lunga preparazione, costellata di innumerevoli cerimonie religiose, permette di passare da semplice membro a derviscio fino a monaco.

«Fra Dio e l’uomo non esiste uno scontro, bensì lo stare insieme, uniti da un legame profondo» Una storia di persecuzioni e fughe unisce i Bektaschi. Nel 1826, il sultano Mahmud II sconfisse i giannizzeri, le truppe d’élite dell’impero ottoma no, diventate una minaccia per l’impero stesso. I Bektaschi, strettamente legati ai giannizzeri, furono perciò perseguitati a loro volta e cercarono a più riprese rifugio soprattutto in Albania, ai margini dell’impero ottomano, giungendovi in vere e proprie ondate migratorie. Quando nel 1925 Kemal Atatürk, padre della Turchia moderna, vietò tutti gli ordini dervisci, i Bektaschi stabilirono il loro quartiere generale nell’albanese Tirana. Per via della loro interpretazione tollerante dell’Islam, i Bektaschi sono stati, e sono tuttora, rifiutati ed emarginati dall’Islam ortodosso. Durante e dopo la seconda guerra mondiale, numerose guide spirituali furono uccise, imprigionate o internate in campi di lavoro unicamente a causa del loro credo religioso. Solo nel 1991, dopo la caduta del regime stalinista, i Bektaschi insieme alla chiesa cristiana e alla corrente sunnita dell’Islam vennero riconosciuti ufficialmente dallo stato albanese come comunità religiosa. In Turchia, dopo il

divieto degli anni 20 non sono mai stati riammessi, vengono però tollerati dalle autorità.


E gli angeli divennero figure alate di fine anno Ogni individuo ha diritto alla libertà di religione: così recita l’art. 18 della Dichiarazione universale dei Diritti Umani delle Nazioni Unite. La storia però offre molti esempi di come i governi abbiano tollerato a fatica, o non tollerato affatto, l’esercizio della fede da parte dei cittadini o addirittura tentato di estirpare la spiritualità da questi ultimi. Nella storia del ventesimo secolo, il conflitto fra la visione spirituale dei cittadini e gli ideali dello stato si manifestò soprattutto negli stati realsocialisti. Influenzati dagli scritti di Karl Marx, che descrivono la religione come «oppio per il popolo», i governi socialisti tentarono di fare dei propri cittadini degli individui privi di pensiero spirituale. Nella DDR troviamo un variegato esempio di questi tentativi. Per celebrare il passaggio dall’adolescenza all’età adulta, invece di celebrazioni spirituali quali la cresima o la confermazione, venne introdotta la cosiddetta «Jugendweihe», una festa della gioventù. La festa, prevista alla fine del ciclo scolastico, era un rituale di iniziazione che marcava l’entrata del giovane nel mondo degli adulti. I giovani erano obbligati a parteciparvi. Chi si rifiutava poteva aspettarsi molti svantaggi nell’età adulta, difficile la ricerca di un posto di lavoro e praticamente precluso l’accesso alle università. La «Jugendweihe» comprendeva un elogio dello stato socialista, la consegna di un libro di propaganda e di un diploma. Naturalmente anche nella DDR la gente festeggiava il Natale, relitto dell’epoca pre-socialista, e al partito si presentò un compito assai arduo: come svuotare la ricorrenza dei suoi contenuti religiosi? Abolirlo era impossibile. Si cercò allora di trasformare la celebrazione, tradizionalmente dedicata alla nascita di Gesù, in una festa generica di fine anno. Fra l’altro, inventando nuove denominazioni per gli artico-

li religiosi. Sulle confezioni di candele dell’Avvento si scrisse «candele da albero». Gli angeli, spesso appesi sopra i portoni delle case, divennero «figure alate» e il salario extra percepito per Natale dagli impiegati fu ribattezzato «denaro di fine anno». Ma la maggior parte dei tentativi di trasformare il Natale nella festa di fine anno fallì miseramente. Un giornale satirico riprese, parodiandola, la nuova denominazione di angelo e coniò il vocabolo «Jahresendflügelfiguren» (figure alate di fine anno) quale presa in giro delle forzature governative finalizzate alla conversione dei cittadini in atei modello. Oggigiorno cresima e confermazione hanno ancora luogo nei nuovi Länder tedeschi e la cancelliera in carica Angela Merkel, cresciuta nella DDR dove ha pure completato gli studi

di fisica, è membro della CDU, l’Unione Cristiano Democratica, partito di governo in quattro dei cinque nuovi Länder dell’ex DDR. La pratica di rituali in una comunità e il pensiero spirituale sembrano essere bisogni profondi dell’essere umano. Difficilmente un governo riesce a prenderne il controllo. Divieti e obblighi possono far sì che la gente non confessi la propria fede, ma non c’è verso di annientare «uno stile di vita improntato ad un orientamento spirituale basato sulla fede» come il lessico Brockhaus descrive la spiritualità.

4 4: Durante gli anni di costituzione della DDR, il regime pianificò perfino di abolire definitivamente il Natale – la festa della riflessione – dal calendario.

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Dio è nei geni? Perché l’essere umano crede? Esiste forse un gene che dona la fede? E se sì, Dio sarebbe solo una creazione della mente? La neuroteologia, un campo relativamente recente della ricerca scientifica, tenta di spiegare geneticamente la propensione alla religiosità e di trovare un modo per misurare la spiritualità. Ma Dio esiste o no? A questa domanda tuttavia non sa dare risposta. Il cervello umano è uno degli ambiti di ricerca scientifica più complessi. L’indagine empirica sul divino o su altre forze superiori lo è almeno altrettanto. La neuroteologia unisce le due discipline – o, per meglio dire, ci prova. La «dimostrazione dell’esistenza del divino» è l’oggetto di studio di questo ramo della ricerca neurologica, sviluppatasi in tempi assai recenti, Impresa audace e anche delicata. Non solo fede e spiritualità difficilmente possono essere convertite in criteri misurabili, ma la demistificazione della fede e delle esperienze soprannaturali, agli occhi di molti credenti paiono una meschina presa in giro di Dio.

Dio sta nella testa Ciononostante, sempre più ricercatori si dedicano alla neuroteologia, con ap-

vati processi neurofisiologici simili, con esperienze spirituali paragonabili.

procci e risultati molto interessanti. Scienziati dell’Università della Pennsylvania di Filadelfia hanno dimostrato che dei monaci buddisti e delle suore francescane al culmine della meditazione profonda o della preghiera, presentavano una struttura cerebrale alterata. Come se il cosiddetto «punto di distinzione fra io e non io», un’area del cervello responsabile della consapevolezza dell’individuo rispetto al mondo esterno, fosse stato bloccato. Questo porta all’inibizione della percezione dei confini che dividono l’individuo da ciò che lo circonda. Di conseguenza all’essere umano sembra di perdersi nell’infinito, di fondersi con il resto del creato. In cavie umane sottoposte a stimolazione elettrica di alcune zone cerebrali o sotto l’effetto di allucinogeni e in pazienti epilettici sono stati osser-

Un’altra possibile indicazione del nesso fra sviluppo biologico evolutivo e propensione umana alla trascendenza si trova proprio al centro della nostra testa. La ghiandola pineale (o epifisi) è oggi considerata ciò che resta di un organo ben più grande. La sua funzione è strettamente legata a esperienze istintive, come la procreazione, al nostro bioritmo, al senso di trascendenza: dunque alle esperienze sensoriali che oltrepassano il concreto, il tangibile. La dimetiltriptamina (DMT) è un trasmettitore chimico prodotto nella ghiandola pineale, in quantità rimarcabile poco prima della morte, in situazioni di pericolo di morte ma anche alla nascita. Si suppone che la DMT possa essere la

Meditazione – la guida delle emozioni Neurologi hanno sottoposto il monaco buddista Matthieu Ricard a risonanza magnetica e constatato come egli sia in grado di influenzare consapevolmente le proprie emozioni, grazie all’attivazione di precise strutture cerebrali durante la meditazione. Prima di convertirsi al buddismo, Matthieu Ricard era biologo molecolare presso l’Istituto Pasteur di Parigi. Da 35 anni vive in Himalaya e pratica la meditazione. Il monaco, amante della scienza, ha permesso ai neurologi Tania Singer e Rainer Goebel di «guardare dentro la sua testa» durante la meditazione. Le osservazioni hanno dimostrato le capacità di Ricard, acquisite dopo anni e anni di training mentale, che

sarebbe in grado di attivare selettivamente delle strutture cerebrali finalizzate alla trasmissione di emozioni positive. Meditatori esperti sono apparentemente capaci di raggiungere e mantenere deliberatamente uno stato di profonda pace interiore, di unione con il tutto, esente da aggressività e costrizione, e a lungo termine di modificare sostanzialmente l’approccio alla vita, propendendo per gli aspetti positi-

vi. Anche se la meditazione è soprattutto una pratica tradizionale delle religioni dell’Estremo Oriente e in occidente è vista come qualcosa di vagamente esoterico, in realtà non è associabile ad alcuna religione in particolare e può essere praticata da chiunque. Le premesse sono: volontà di evolvere spiritualmente e pazienza.

Libri: • Hirnforschung und Meditation – Ein Dialog (in tedesco). Di Wolf Singer e Matthieu Ricard • Scopri te stesso con la neuro scienza. Meditazione per gli scettici. Di Ulrich Ott

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5: L a ghiandola pineale si trova più o meno al centro esatto della testa. È anche detta «il terzo occhio», «la sede dell’anima» o «l’antenna di Dio».

forza trainante negli stati di trascendenza spirituale. L’autopsia di mummie egizie ha evidenziato la dimensione decisamente maggiore dell’epifisi degli uomini dell’epoca rispetto a quelli moderni. Se ne deduce che in tempi passati, essa abbia in qualche modo permesso una sorta di accesso diretto alla saggezza divina. Più concreto è il genetista americano Dean Hamer nella sua pubblicazione «Il gene di Dio». Hamer e il suo team scoprirono che determinate variazioni di un gene, responsabile del controllo di tutti i trasmettitori chimici nel cervello, favoriscono la fede in Dio e la predisposizione alla spiritualità. Al contempo Hamer ammise che pure l’ambiente gioca un ruolo non trascurabile.

6: Una volta acquietata l’attività del lobo parietale superiore – p. es. con la meditazione – il confine fra il proprio corpo e l’ambiente circostante si confonde.

Più domande che risposte Naturalmente un settore della ricerca che, passando per la demistificazione e le spiegazioni scientificamente provate sull’esistenza di Dio, avanza dei dubbi su «l’esperienza religiosa» non è al riparo dalle critiche. Soprattutto le cerchie religiose confutano le teorie dei neuroteologi, negandone l’affidabilità. I criteri applicati per la misurazione delle esperienze spirituali sarebbero inadeguati. Ma, come ripetutamente sottolineato dai vari ricercatori, la neuroteologia non serve in alcun modo a ridurre l’esistenza di Dio a pura e semplice invenzione della mente. Si cercano piuttosto risposte a domande quali: perché l’essere umano è munito di un cervello propenso alla religiosità? E interessante è anche vedere quali sono le strutture neurologiche necessarie a ciò

e il loro sviluppo con il passare del tempo. Le scoperte neurofisiologiche sono eccitanti e al contempo ambigue. Dalle conoscenze scientifiche ognuno può trarre le proprie conclusioni, a dipendenza delle opinioni e dei percorsi di fede individuali. In nessun caso la ricerca è in grado di fornire risposta alla domanda, se Dio esiste o meno. Può solo spiegare cosa succede nelle nostre teste quando preghiamo o meditiamo. In conclusione possiamo dire che le scoperte della neuroteologia forniscono una prova sia alle schiere degli atei sia a quelle dei fedeli – sia a favore dell’esistenza di Dio, sia a favore della sua non-esistenza

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La preghiera centrica Le tecniche orientali di meditazione conoscono un vero e proprio boom nella stressata società occidentale. Tuttavia, anche la fede cristiana conosce la contemplazione, la ricerca della vicinanza a Dio attraverso momenti di pace e raccoglimento.

La riforma del misticismo cristiano Nella remota cittadina di Spencer, nello stato americano del Massachusetts, annesso al convento trappista di St. Joseph si trova un ostello. Negli anni settanta, una quantità sempre crescente di giovani vi soggiornava, in maggioranza adepti del vicino centro di meditazione buddista. L’allora abate Thomas Keating, durante i suoi incontri, constatò che questi turisti della meditazione – per lo più hippies – erano spesso dei cristiani che però mai avevano sentito parlare della contemplazione cristiana. Keating decise allora di proporre la pratica della preghiera contemplativa in forma nuova e più moderna e sviluppò il Centering Prayer, in italiano: la preghiera centrica.

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Lo scambio cristiano-buddista

La rivelazione passa dalla grazia

La scuola mistico-contemplativa esiste da lungo tempo nel cristianesimo ed è stata più o meno tollerata come fenomeno marginale. I suoi rappresentanti si sono sempre scontrati con la potente Chiesa cattolica romana sull’immagine di Dio. Negli insegnamenti della chiesa, Dio è visto come persona con la quale è possibile colloquiare. I mistici al contrario vogliono aprirsi allo spirito divino per esserne pervasi. In quest’ottica, il misticismo cristiano non diverge molto dal buddismo, le cui tecniche di meditazione hanno come fine l’esperienza spiritualmente percepibile di unione con l’universo, con il divino. Non sorprende dunque scoprire che dagli anni ottanta esiste un’interazione cristiano-buddista – almeno a livello di ordini religiosi.

Mentre nelle religioni orientali, il credente dovrebbe fondersi con il divino attraverso l’apprendimento e la pratica delle tecniche di meditazione, il mistico cristiano ritiene di non bastare, da solo, ad entrare in contatto con Dio. La percezione della presenza divina sarebbe un dono e verrebbe dalla grazia. Il monaco benedettino e maestro zen Willis Jäger ha superato questo limite della fede; in risposta la chiesa cattolica gli ha vietato l’esercizio della propria dottrina. Thomas Keating invece con il suo Centering Prayer è rimasto nei confini della tradizione cristiana. Le basi etiche del suo metodo sono tratte dal Discorso della montagna di Gesù Cristo; lo scritto popolare «La nube della non-conoscenza», una guida spiri-


tuale pratica al percorso mistico scritta da un anonimo in Inghilterra attorno al 1390, e i pensieri di, fra gli altri, Giovanni Cassiano e Tommaso d’Aquino, entrambi santi venerati dalla chiesa cattolica. L’obiettivo spirituale della preghiera centrica sta nella percezione della presenza di Dio e delle sue opere. «La tradizione cristiana mi ha profondamente ispirato. Vi si trovano intuizioni psicologiche adatte al percorso spirituale, cosi come conoscenze sul subconscio, anche se da non prendere alla lettera» dice Keating.

Le 4 regole della preghiera centrica 1.) Ci si scelga una «parola santa» grazie alla quale sia facile percepire la presenza di Dio. Per esempio Gesù, Dio, Cristo, padre, redentore, pace, spirito, amore. 2.) Ci si sieda con gli occhi chiusi, rilassati e in raccoglimento. Si lasci allora che, silenziosamente, la parola si ripeta dentro di noi, a simbolo della presenza di Dio. 3.) Se il pensiero venisse distratto, si torni tranquillamente alla parola santa.

«Non cerco seguaci» Larz Wolvh abita a Bienne ed è insegnante e tatuatore. Nel 2003 la sua fame di spiritualità lo ha portato in India. Da allora vive nella coscienza di Krishna

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Come hai conosciuto Krishna? Avevo 15 anni quando iniziai a pormi domande sul Perché e sul Come. Dapprima cercai le risposte nelle opere di divulgazione scientifica, nei libri di storia. Ma più ampliavo le mie conoscenze, più domande emergevano; sentivo di dover scavare più a fondo. E così è andata avanti per 10 anni. Finché una sera, mentre rincasavo, trovai per strada una Bhagavad Gita («Canto del Divino» – poema vedico fondamentale). Iniziai a leggere qua e là e rimasi sbalordito – improvvisamente tutto appariva chiaro ai miei occhi.

E poi? 4.) A l termine della preghiera si indugi per qualche minuto in silenzio, con gli occhi chiusi. La preghiera del raccoglimento dovrebbe essere praticata due volte al giorno, per almeno 20 minuti.

Nel 2003 partii per l’India, per saziare la mia fame spirituale, per assaporare qualche goccia del nettare. Nella coscienza di Krishna, la conoscenza spirituale è, tra l’altro, trasmessa da un maestro spirituale. Fino ad oggi non sono un iniziato, mi definisco però consapevole del Krishna.

Ci sono regole che invece non segui? Attualmente sono un’anima persa, caduta. Sono distratto da desideri materiali e dalla smania di soddisfare i miei sensi. Non recito i miei japa mala, non offro il cibo per liberarlo dal Karma, mi reco molto raramente al tempio a Zurigo e non rispetto i giorni di digiuno. Inoltre bevo troppa caffeina. Ma tornerò sulla retta via, ne sono certo.

Consigli Krishna agli altri o lo vivi semplicemente per te? Lo vivo per me. Se qualcuno mi pone delle domande, do delle risposte. Ma non cerco seguaci. Colui che cerca la verità deve decidere da solo dove, secondo lui, potrà trovarla. Così la penso io.

La tua conclusione? Il mondo materiale non è l’unico. Esiste qualcosa di più grande, di più bello, là fuori. È tempo di scoprirlo.

Secondo quali principi vivi? Mi sforzo di guardare agli altri con rispetto. Non mangio prodotti animali, non fumo, non bevo alcol, non prendo droghe. E il mio pensiero è costantemente rivolto a Krishna. 7: A  ffresco del Discorso della montagna nella Chiesa di San Matteo a Copenhagen.

8: L arz Wolvh fino ad oggi non è un iniziato, si definisce però consapevole del Krishna.

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Notizie sensazionali su:

i luoghi dello spirito

Stonehenge significa letteralmente «pietra sospesa». Si ritiene che il sito, vecchio di oltre 5000 anni, servisse da calendario astronomico.

Il Monte Athos è una repubblica monastica ortodossa comprendente 20 monasteri. Territorio autonomo, fa parte della Grecia.

Le celeberrime statue dell’Isola di Pasqua (Rapa Nui) potrebbero rappresentare alti esponenti della classe dominante o illustri antenati.

Nella città indiana di Amritsar, circondato da un piccolo lago si trova il «Tempio d’Oro», il luogo più sacro per i fedeli sikh.

Kyoto, con i suoi 1600 templi buddisti, 400 santuari shinto, i molti palazzi e i giardini, è considerata il centro spirituale del Giappone.

L’insediamento del Machu Picchu fu edificato nelle Ande attorno al 15. secolo. Per gli inca, le montagne rappresentavano il legame fra la terra e il cielo.

Il Cammino di Santiago: questa la denominazione del lungo pellegrinaggio verso il presunto luogo di sepoltura delle spoglie di San Giacomo Apostolo, a Santiago de Compostela (Spagna).

Uluru è considerato un luogo sacro dagli aborigeni. Al tramonto assume una brillante e spettacolare colorazione rossa.

Il complesso templare di Karnak è posto sulle rive del Nilo, presso Luxor. Luogo di culto dell’antico Egitto, era dedicato al Dio Amon.

La rivista «Spiritualità» è il supplemento del magazine Twen 4/2011, www.euro26.ch  Editore SJAG, Berna  Idea/Coordinazione euro26, Berna  Concetto/Realizzazione grossartig, Berna  Testo/Redazione Arci Friede, Martina Messerli, Arthur Fink  Traduzione Darma Lupi  Stampa Büchler Grafino AG, Berna  Foto iStockphoto.com  Illustrazioni Rodja Galli  Disclaimer SJAG declina ogni responsabilità per i contenuti redazionali di terzi. Dichiarazioni e opinioni di terzi non corrispondono necessariamente a quelle di SJAG. Per una lettura più scorrevole è impiegata unicamente la forma maschile, riferita naturalmente anche a tutte le lettrici.  La rivista Spiritualità è pubblicata grazie a


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