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LA MUSA OFFESA Di a l oghi c o n u n p re c ari o

FRA NCE SC O BERNABEI


Prefazione dell'Autore

Quando gli uomini necessitavano di comprensione e di aiuto, si rivolgevano agli Dei per avere ispirazione: la cosa continua tuttora, sono solo cambiati gli Dei, che chiamiamo anche diversamente, e non solo al singolare. Infatti, invochiamo la Razionalità, il Genio come anche la Passione, i Soldi etc. ma il fatto è che, mentre gli artisti invocavano le Muse ispiratrici della poesia, del canto, della danza, gli altri non le pensavano nemmeno, tanto che non sono pervenuti i nomi delle Muse reggitrici delle altre arti e mestieri. La massima tra le escluse è la Musa reggitrice dell'Economia che, offesa dal non essere mai nominata, si è ritirata in Grecia in un bel paesaggio arcadico e se ne sta in disparte in attesa di essere invocata dagli economisti, i quali, tra tutti, sono curiosamente i primi a confidare nelle proprie percezioni ma non nella loro arte. Si potrebbe dire che i pagani sono passati e che i cristiani hanno sostituito il pantheon olimpico con un nutrito esercito di santi ma -si sa! - i santi non si occupano di politica e, tanto meno, di economia. Ecco come è nato il problema economico....


Capitolo primo che cos'è l'economia? Un giorno un povero precario, alla scadenza dell'ennesimo contratto senza rinnovo, camminava per le vie della città in cui viveva deprecando vivamente la sua condizione e andava criticando sè stesso, gli altri, il mondo, la sua famiglia, i suoi studi – anche notevoli – perché, per quanto avesse fatto e facesse, non gli riusciva di togliersi dalla deprecabile condizione di precario. “Avessi fatto l'ingegnere, almeno sarei precario in uno studio di ingegneria o di architettura! Perché non ho fatto il medico? La gente, almeno, mi rispetterebbe, mi guarderebbe come uno che può aiutare anche se non riesce economicamente...già economicamente...sempre questa economia, i soldi, gli affari, ...e io non ci sono tagliato, non ci riesco a fregare gli altri, non so stare in una banca più di dieci minuti e mi viene l'orticaria. Nessuno poi crede alla mia allergia da bancomat, se ne ho uno, si smagnetizza subito e, poi sai che figure alla cassa: Signore, mi dispiace ma dice credito insufficiente. Ah, ma se avessi davanti a me il dio dell'economia, gli chiederei il nome e poi lo bestemmierei, gli sputerei in faccia tutto quello che sta facendo al genere umano, dovrebbe dirmi almeno perché ce l'ha con me, perché favorisce sempre gli altri e spesso i più sbagliati...” “Eunomia” “Eh?” “Dicevo che il mio nome è Eunomia!” “Ah, sì, grazie, ma non compro nulla!”


“... io nemmeno comprerei nulla da te...” “Come sarebbe?” “Sarebbe che, se tu non sei disponibile a scambiare ragionevolmente qualcosa con me, nemmeno io lo sarei: sarebbe ingiusto, non trovi?” Il precario rimase un attimo interdetto, guardò bene chi gli stava innanzi e trovò una donna mediamente alta, graziosa con lineamenti fini e gradevoli, non una bellona ma decisamente affascinante, solo vestita in maniera un po' bizzarra: a parte quella che gli sembrava più una sorta di toga che un abito intero, trovava strana la acconciatura che era molto ricercata: una lunga capigliatura di ricci finissimi raccolti sulla testa a formare una coroncina. Decisamente bizzarra, pensò. Scartò l'ipotesi che si trattasse di una extracomunitaria dal momento che gli sembrava troppo padrona della lingua e senza accenti strani. Allora chi era? Una pazza, forse è scappata da una casa di ricchi e la staranno cercando, meglio filarsela... “Sì, ha ragione, è giusto” accelerò il passo “mi fermerei a continuare la discussione ma, come è tardi! Beh, arrivederci!” “Peccato, si vede proprio che sei un precario!” A queste parole, il precario rimase impietrito, si sentì come se la sua condizione ce l'avesse scritta in fronte, chiunque, anche una pazza, lo leggeva come un libro aperto. Non volle però dare a vedere che era rimasto ferito mortalmente e nella maniera più studiata possibile, come se stesse al gioco, “Non lo sono” mentì con aria sicura di sé “ ma da che cosa lo si direbbe?” “Beh, se vai in giro gridando ai quattro venti che hai problemi economici, che hai sbagliato tutto, che ti è appena scaduto il contratto, che non riesci a trovare un posto fisso e, poi, ti trovi davanti chi potrebbe anche risolverti tutti questi problemi e alla fine te ne vai senza ascoltare....


Cosa posso dire di te, se non che sei un precario di fatto e di concetto?” Le parole lo raggiunsero come una brezza strana, come la bora che dicono elettrizzi e renda strani e geniali, ad un tempo, gli abitanti di Trieste. Era indeciso se arrabbiarsi o continuare la parte del sicuro di sé. Tuttavia non era ferito, le cose erano state dette con un tono e una verve più da consulente che da rissoso: non c'era intento offensivo, c'era semmai la consapevolezza di una condizione, quasi una saggezza... “...e che cosa sarebbe un precario di concetto?” “Uno talmente abituato ad essere precario da non credere nemmeno più possibile il raggiungimento di una sicurezza economica” Matta, di sicuro, però anche affascinante. Che abbia quella saggezza propria dei pazzi? pensò il precario. “Ma ci conosciamo?” “No, ma sei tu che mi hai chiamato” Ecco che ci siamo con la pazzia. “Non ho chiamato nessuno” “Come sarebbe? Non hai detto che vorresti avere davanti a te il dio dell'economia” Rimase per la seconda volta impietrito, chiedendosi se il pazzo non fosse lui stesso alla fine: si era messo ad urlare in mezzo alla strada mentre credeva di stare solo pensando. “Che sarebbe Lei?” “Precisamente” disse la donna lasciando andare un bel sorriso. “Nel senso che, fuor di metafora, lei sarebbe una sorta di consulente del lavoro o una economista, insomma una professionista del settore?” “No, sono semplicemente Eunomia, la Musa dell'economia” “Semplicemente”ripetè il precario. I suoi studi classici gli tornarono alla mente con queste figure di leggiadre fanciulle che ispiravano i poeti della Grecia antica.


Niente a che vedere con chi gli stava parlando, ma questo almeno spiegava l'abito e lo strano atteggiamento. Lo colse un dubbio. “Vuoi vedere che si tratta di una candid camera o di uno scherzo di quelli che si vedono alla tv? Sì, è così, è troppo elegante e ben vestita e ha un modo di fare troppo ricercato... Passarono alcuni istanti in cui non sapeva cosa fare ma una cosa era certa: doveva assecondarla e non uscire da quella situazione troppo male. Al contrario, era un'occasione per farsi notare e trovare un impiego e un po' di fama....Ne aveva visti troppi però fare delle figure da stupidi e pesci lessi, ignari di essere ripresi da una telecamera abilmente nascosta, per poi finire magnificati in televisione davanti ad una platea di milioni di spettatori impietosi. Era un rischio ma valeva la pena correrlo. “Che ti prende? Hai un'aria strana” Io!?, pensò il precario, ma guardati tu! Ma già! E' tutto organizzato! Poi, cominciò a guardarsi intorno alla ricerca di qualunque indizio di telecamera nascosta o di finto passante. Tutto sembrava normale. Troppo normale, rilevò, è evidente che si tratta di una cosa ben congegnata, e allora sia lo show! “Bene, quindi potresti spiegarmi com'è che vanno le cose e perché sono precario e come posso uscirne?” disse con aria un po' teatrale, alzando la voce un tantino. Intanto cercava di ricordare quale era il suo profilo migliore. “Sì, bene vedo che hai afferrato la situazione. Non credevo foste tanto rapidi nell'accettare cose insolite” 'Ma foste chi? Ma questa non me la faccio sfuggire.' “Certo, ma forse è il caso di andare in un posto in cui si possa stare più tranquilli per parlare un po', che so tipo un bar? Che ne pensa?” quasi gridò.


Già però il Lei è una forma troppo poco televisiva, meglio un tu un po' accattivante e colloquiale. “Ehm, quindi che ne pensi?” Eunomia non notò nulla del cambiamento di registro e accettò l'invito con un cenno del capo. Il precario camminava un po' avanti facendo strada alla Musa che incedeva con un passo regale ed un'aria superiore: i passanti si voltavano a guardarli. Ci si poteva sentire importanti accanto a lei perché si notava che non era una qualunque: del resto, si sa, chi fa televisione, ha una marcia in più, concluse tra sé il precario. Arrivati ad un bar poco affollato, il precario aprì la porta e fece accomodare la Musa ad un tavolo, prese posto anche lui in attesa del cameriere. Si presentò un ragazzo a prendere le ordinazioni. “Che cosa posso offrirti?” disse amabilmente il precario. “Nettare” “Eh? Nettare? ci avrei giurato... e ci aggiunga un caffè macchiato freddo!” “..nettare alla pesca, caffè macchiato...” ripetè assorto il cameriere. “Sai, è strano, non avrei detto che sareste stati così accoglienti e desiderosi di capire, e mi aspettavo che non mi avresti dato questo spazio...di solito, siete così chiusi che non si riesce a farvi passare un concetto...” “Che vuoi? Non siamo tutti così, poi, insomma, c'è chi è più aperto!” Gli sembrava di star facendo una figura da grande uomo, chissà come si sarebbe visto in televisione. 'Questa non me la faccio scappare.' “Ma dunque cosa volevi dirmi sull'argomento precariato?” “Parleremo di economia”


“Sì, certo” “Ecco vedi, sono pochi quelli che hanno compreso veramente il senso dell'economia perché non mi hanno mai chiesto nulla e, tanto meno, si sono lasciati ispirare. Qualcuno, di tanto in tanto, si apre a qualche pensiero superiore ma non è mai niente di organico o di ben definito. Si fermano subito e non permettono l'evoluzione del pensiero.” “Già” “Vedi, l'economia è la legge fondamentale di ogni rapporto umano” “Beh, non ti sembra un po' troppo?” “No, affatto” “Cosa mi dici dell'amore?” “Che non c'è antitesi: amore ed economia sono due aspetti complementari della stessa cosa. Direi anche che economia è amore in pratica.” 'Ecco che ci siamo', ridacchiò fra sé il precario, 'mi porta su di un discorso sui buoni sentimenti e mi vuole tendere un trabocchetto filosofico sulla morale, così che io sembri alla fine un cinico negativo...ma non abbocco!' “Non sono proprio d'accordo, sono due cose separate e non c'è e non ci sarà mai un'economia dell'amore se non nel senso che si smetterà di fare i conti e si comincerà a donare liberamente e completamente, l'uno all'altro come i più grandi filosofi e maestri ci hanno sempre insegnato” “Non capisco perché tu stia urlando ma ti dico che non hai capito il senso dell'economia, come molti benpensanti. Proprio perché questa idea paralizza le menti dei migliori, sono i peggiori ad occuparsi di economia. Ho già risposto così ad uno dei tuoi quesiti impliciti” 'Ma chi? Ma quale quesito? Boh, ma tanto è tutto preparato.' “L'idea che l'economia e, soprattutto, il denaro siano male, è il sottofondo per cui gli uomini di cuore e di intelletto non si occupano correttamente di questa scienza. A causa della trascuratezza del sapere, si è creato l'affarismo becero proprio dei tuoi tempi...


'Dei miei tempi? Chissà che trasmissione sarà? Magari passa in prima serata, però devo mostrare tutta la mia eloquenza in questa chiacchierata così impressionerò il pubblico. Magari votano pure.' “Non mi intendo troppo di economia ma non credo proprio che sia una scienza” “Cosa vuoi dire?” Con studiata eleganza, il precario si spolverò la manica e attaccò: “A me risulta che scienza è qualcosa di dimostrabile a chiunque e non un insieme di esperienze, anche interessanti ma in qualche modo non replicabili, non sempre. Semmai sarà una scienza umana, nel senso di una disciplina empirica.” “Capisco cosa intendi ma devo dirti che è, invece, una scienza, in quanto si basa su di un meccanismo che tutti gli esseri umani tendono a replicare, anche se inconsapevolmente e non sempre in maniera corretta. Questo meccanismo è il vero regolatore dei rapporti ed esiste anche se non lo si considera, perché, in realtà, è il motore delle società” “Scusa ma di quale meccanismo stai parlando?” “Del mercato” “Ah, il mercato!” fece un po' deluso il precario “ sì, è quello che dicono tutti, il mercato è sovrano, è intelligente, funziona sempre, è quello che trova la soluzione. Intanto quello del lavoro non funziona per niente, altrimenti non sarei...” si fermò pensando ai milioni di telespettatori spietati “...in attesa di un contratto degno della mia statura professionale” “Di' pure disoccupato, non c'è niente di male, non è certo solo un problema tuo e dei tuoi tempi” 'Dalli con i tuoi tempi! E intanto starò facendo la figura dello sfigato.' “E' vero, lo dicono tutti ma nessuno è in grado di mettere in pratica


veramente un mercato libero di girare come un motore al quale non si applicano freni o paletti di ogni tipo per favorire un'area del pianeta rispetto ad un'altra” “Ma non ci vedo niente di nuovo, è quello che dicono i liberisti, che nella libertà del mercato si trova la massima libertà degli uomini” “Capisco, ma non è quello che intendo. Il loro libero mercato è un mercato comunque fortemente regolamentato e diretto politicamente soprattutto tramite una moneta drogata, che impedisce la realizzazione degli scambi in regime di parità ma è il caso di spiegartelo più lentamente” 'Non devo fare la figura del tontolone...' ”No, ho capito” “No, ti assicuro, lasciami dire. La base del mercato è lo scambio, questo è un contratto anche non scritto che lega due o più persone in modo molto preciso. Anche due bambini che si scambiano i doni, devono trovare un'equità, una parità nello scambio, altrimenti ne va della loro amicizia. Anche se non c'è il denaro, hai lo scambio. Nelle famiglie, lo scambio esiste anche se ha la forma del dono. Il dono è uno scambio che vincola ancora di più le persone e spesso in modo strano, soprattutto quando il dono è grande o importante” “Non credo che si possa dire che un gesto d'amore come aiutare dei figli a sistemarsi possa essere considerato un gesto economico o uno scambio: scusa, cosa riceverebbero in cambio i genitori?” disse queste parole con la sicurezza di chi ha individuato un errore nel ragionamento dell'altro, tanto più che aveva trovato lo stesso ragionamento su di una rivista in cui si riportava il parere di un noto economista. Si voltò sorridendo da una parte per mettere in mostra il suo profilo migliore. “Come si sentirebbe un genitore che non è in condizione di aiutare un figlio a sposarsi o a studiare? E come si sentirebbe un figlio a non


ricevere aiuto soprattutto in forma economica? Non lo pretenderà sottilmente e si sentirà defraudato di qualcosa se non lo riceverà, quell'aiuto? E i suoi genitori non si sentiranno in colpa?” “Sì, ma sarebbe un bell'ingrato: i genitori vanno rispettati sempre e comunque solo per il fatto che ci hanno dato la vita” 'Questa l'ho messa a segno, almeno le casalinghe, i nonni e tutti i genitori poveri voteranno per me.' “Ma tu stesso, poco fa, non te la sei presa con la tua famiglia per il fatto che ti hanno dato poco o non ti hanno aiutato ad inserirti come, invece, hai visto capitare ad altri?” Una sensazione di sudore freddo gli passò per la schiena al pensiero di essersi lasciato andare a commenti ad alta voce per strada e, soprattutto, di cosa avrebbe fatto il pubblico. Vedeva la sua faccia sorridente come in una fototessera sul teleschermo durante il televoto con la percentuale in picchiata rispetto al suo concorrente. “No, non intendevo assolutamente questo e poi il mio è un caso particolare” “Che cos'ha di particolare?” Adesso doveva giocarsela bene, magari facendo un po' pena. “Vedi, i miei sono entrambi due operai in pensione e mi hanno dato quanto hanno potuto. No, io sono grato per quanto ho ricevuto. Certo, ho visto gente che valeva meno di me, negli studi come nella vita, prendere posti migliori perché appoggiati da famiglie più ricche e potenti, ma che vuoi? Così va il mondo!” “Ecco qui un esempio di accesso negato al mercato del lavoro che trova nella competizione la sua leva, invece che nella corretta distribuzione dei ruoli” Eunomia aveva cambiato discorso o stava evitando di commentare la sua


condizione per togliersi da una posizione scomoda? Il precario pensò che l'avrebbe messa in difficoltà se avesse calcato la mano sull'argomento e questo avrebbe alzato il televoto. “Certo, ma questo non risponde al quesito morale di quanto cercavi di dimostrare. In famiglia, non si calcola e il dono rimane un dono, senza vincoli e obblighi. Io sono grato ai miei genitori e non recrimino su nulla di quanto hanno fatto per me anche se poco.” “Come puoi dire che è poco?” “No, era per dire, cancello l'ultima frase!” “Quindi, non sei grato ai tuoi genitori?” “No, voglio dire che sono grato e non recrimino su nulla, ecco, tutto qui!” “Però, hai detto che hanno fatto poco. Io non voglio metterti in imbarazzo ma hai detto precisamente quello che tanti hanno nel cuore: cioè di non aver ricevuto abbastanza e sul piano materiale, oltre che affettivo, perché hanno percepito semplicemente come iniqua, o comunque non giusta, la fatica che hanno dovuto fare per inserirsi socialmente o per mettersi a posto economicamente. Siccome non se lo spiegano, a torto o a ragione, con un'incapacità personale, tornano alle origini e accusano i loro di non sufficiente aiuto. E' la storia di quasi ogni famiglia o rapporto fra fratelli o sorelle. Un dono deve essere adeguato e può essere poco, talvolta tanto poco da provocare una curiosa reazione come se si fosse tradito un contratto. Certo, si può essere anche molto magnanimi e non calcolare nulla sul dono ricevuto ma quando si andrà ad impiegare quello che si è ricevuto, si scoprirà la misura dell'adeguatezza. Anche un gioiello molto prezioso può restare in un cassetto, se non incontra il piacere del ricevente, tuttavia può essere scambiato con molte cose. Non così per un oggetto da niente. Fai bene ad essere grato ai tuoi genitori per quello che hanno fatto


perché sicuramente è il massimo che hanno potuto fare e tuttavia potrebbe non essere abbastanza. Quando facciamo il massimo, allora tutto ci viene condonato ma dobbiamo essere coscienti che, a volte, non si è sufficienti ugualmente” “Quindi siamo d'accordo” concluse il precario contento di uscire da una dimensione troppo personale che lo metteva sotto una luce penosa agli occhi del pubblico. Non voleva emozionarsi, anche se faceva punteggio. “Sì, se condividi il fatto che esiste uno scambio anche nelle relazioni familiari o amicali o, se preferisci, nel dono” “Ma allora cosa ricevono i genitori che dotano un figlio per il matrimonio o l'amico che dona qualcosa di importante? Che so? Maggiore affetto, stima, accordo, armonia?” “Quelle sono tutte conseguenze affettive. I genitori restituiscono quello che hanno ricevuto o danno quello che avrebbero voluto ricevere e così migliorano la società. Hanno la consapevolezza di aver fatto il loro massimo. L'amico riceve il piacere di aver costruito bene un rapporto e così migliora la società. Scambiare vuol dire partecipare alla vita sociale: non scambiare vuol dire isolarsi e perderci economicamente. A nessun uomo o donna è concesso di non scambiare veramente perché vivere è, in definitiva, uno scambio continuo in cui ci viene richiesto di dare e ricevere” “Ma, allora, chi non può dare perché impedito come un povero o un malato?” “Povero è molto diverso da malato: nessuno è, in fondo, così povero da non dare nulla, mentre il malato richiede aiuto proprio per essere messo in condizione di dare nuovamente. Rifiutare assistenza ad un malato è un atto antieconomico perché si mette sul lastrico un individuo che potrebbe dare o si impedisce ad una famiglia di esprimersi al suo massimo.”


“Ma non ti sembra tutto un discorso di buoni sentimenti? La mia esperienza sull'economia è fatta di freddezza, calcolo, dare e ricevere senza perderci ... semmai deve essere l'altro a perderci...non ho mai trovato tutto questo buon cuore... si aiuti il malato, si elevi il povero,... mi sembra proprio da filosofia morale, certo non mi aspetto che l'affarista si occupi dell'umanità...” fece il precario con la consapevolezza di aver segnato un bel goal nel ragionamento. “Proprio questo è il problema economico: tutti nutrono l'idea che ci si possa arricchire solo alle spalle dell'altro, homo homini lupus, dicevano i Romani tempo fa... se la ricchezza è limitata e i posti al sole sono pochi, bisogna correre per arrivare prima e accaparrarsi il meglio, saranno gli altri a preoccuparsi per sé stessi. Del resto, questi altri non sarebbero più pietosi dei primi. I saggi che non vogliono correre, lasciano la competizione e si accontentano di quanto basta loro per vivere e prosperare quel tanto: il filosofico distacco dal mondo. Io dico che l'uomo giusto è quello che cerca di arricchirsi senza nulla togliere all'altro e beneficando la società tutta. Chi si affanna per togliere agli altri o per arricchirsi lui solo, isolandosi dal mondo a proprio vantaggio, sta costruendo il suo debito verso al società, debito che pagherà direttamente o farà pagare, solo dilazionato, ai suoi...” “Questa cosa sarebbe? L'ira divina che punisce i malvagi? Stai uscendo drammaticamente dal problema economico con un escamotage spirituale: mi tiri in mezzo il fato o il karma...” Eunomia tacque un istante quasi trapassandolo con uno sguardo molto intenso che fece leggermente preoccupare il precario. “Questo capisci dalle mie parole? Io sono la Musa reggitrice dell'economia e non vaticinio nulla sul fato, lascio questo alle mie sorelle” 'Ma in che programma finiremo con la matta qui?' “L'economia come tutte le attività umane” riprese la Musa come l'insegnante che spiega una cosa evidente allo scolaretto scemo


“è edificata su di un archetipo profondo che non è stato creato dagli uomini ma che questi si sono trovati...” “Dove hanno trovato cosa?” disse con aria innocente il precario. “Profondamente dentro di loro, nelle loro menti e nei loro cuori, dove tutti trovano l'ispirazione, non solo i poeti, ma anche gli spazzini e tutti coloro che chiamate geni” “Sì, ma cosa?” “Dove è stata trovata la legge di gravitazione universale? Nella mela che ha colpito la testa di qualcuno? Sai quante mele dovrebbero colpirvi per farvi capire certe cose! Evidentemente quella mela ha risvegliato una intuizione che riguarda un fatto naturale, come tanti altri che avvengono in laboratorio. L'unico problema è che, quando il laboratorio è grande quanto il mondo e contiene tutti gli esseri umani, non siete più in grado di riconoscere lo stesso principio. La filosofia non è la favoletta che ci si racconta per consolarsi del grigiore del mondo: la filosofia deve spiegare il mondo agli uomini altrimenti, non solo non serve, ma nemmeno è filosofia” “Non ti arrabbiare, ma non capisco: stai dicendo che l'economia è una filosofia? Ma siamo d'accordo!” “No, sto dicendo che l'economia è una filosofia ma non nel senso della collezione di pensieri più o meno alti come la si intende oggi, è pratica che, messa in moto, deve produrre effetti qualitativi e quantitativi, esattamente come la scienza che un tempo era chiamata filosofia naturale. Se le leggi non sono capite, non c'è comprensione e nemmeno successo nelle azioni: che gli uomini non diano la colpa alle leggi se non le afferrano e nemmeno si azzardino a dire che non esistono!” “Ma parli di queste leggi come se fossero fisiche! Qui non abbiamo a che fare con la natura, ma con gli esseri umani che della natura fanno parte e, curiosamente, anche ne sono fuori, tanto che possono distruggerla, come dimostra la questione ecologica”


'Un colpo da maestro! Questo mi darà l'appoggio degli altri telespettatori che ancora non mi volevano votare!' “Non puoi negare che è l'economia che ha creato il problema ecologico: è sotto gli occhi di tutti” incalzò il precario, con un certo fervore, quasi offeso da tanta insensibilità verso la natura. “Stai mettendo tante cose insieme e fai confusione, cosa perdonabile perché la fanno tutti!” disse Eunomia, per nulla intimidita. “Vedi, è ora che capiate che non si può dire che gli esseri umani minaccino il pianeta, semmai minacciano la propria esistenza fisica e quella di qualche specie animale e vegetale. Non sono così fuori dalla natura, come pensano, perché la loro esistenza fisica dipende in molti punti dalla conservazione delle risorse naturali. L'acqua inquinata non si può bere, le fonti energetiche devono essere in qualche modo rinnovabili, diversamente c'è il blocco energetico oggi tanto temuto, poi c'è la devastazione degli ecosistemi ma non è salvando i paradisi tropicali o le foreste pluviali che si comprenderà quel senso naturale che è oggi carente. Quello che chiamate ecologia, deve diventare lo sfruttamento razionale dell'ambiente teso alla conservazione non tanto della sua struttura originaria, datagli dalla natura, ma nella sua possibilità di miglioramento e di convivenza con gli esseri umani. Oggi si bruciano le foreste, si scavano gallerie immense in seno alla terra, si spianano le colline e si creano deserti laddove c'erano boschi e laghi, solo per uno sbagliato approccio alla sopravvivenza” “Possibilità di miglioramento di un bosco o di un ecosistema?Mi fai venire in mente le città delle fate sugli alberi e le baracche nelle foreste” “Non puoi capire adesso che piega prenderà il progresso ma sicuramente non potrà celebrare la distruzione: anzi rischierà di arrestarsi se non prenderà una direzione diversa e questo molto prima che le risorse naturali finiscano realmente. Ci sono, del resto, molte altre Muse da invocare per comprendere meglio queste cose”


“Già, le altre Muse!” disse con tono un po' sarcastico il precario. 'Ancora non capisco se è un programma di cultura, economia, scienza. Forse è un reality!' “Il problema ecologico” proseguì imperterrita la Musa “ è ovviamente anche legato a quello economico; se ti chiedessi quali sono i luoghi più inquinati della terra, cosa diresti?” “Sicuramente le grandi città, inquinano l'aria con i gas di scarico delle macchine, c'è sempre un rumore assordante, poi le aree industriali che buttano ogni tipo di schifezze in tutti gli elementi possibili, acqua, aria, terra” “Non pensi che, per quanto permangano ancora certi problemi, le grandi città dei paesi ricchi, in fondo, sono meno inquinate di quelle dei paesi poveri?” Il precario cominciò a pensare a quanto aveva visto in televisione sulle megalopoli del terzo mondo: la sua mente venne attraversata da un fiume in piena di immagini tristi e molto reali sull'esattezza di quanto stava dicendo la musa. Bambini che scavavano nelle discariche a cielo aperto, uomini e donne che vivevano di rifiuti, persone che lavoravano in condizioni che la sua società, decisamente dei paesi più ricchi, aveva superato da secoli, ragazzi indotti a compiere qualsiasi tipo di mestiere pur di ricevere qualche monetina a lui appena sufficiente a pagare il conto al bar. Doveva ammetterlo: non era la realtà che lo circondava. Era poi infastidito che la Musa cominciasse a mettere in risalto i difetti delle sue credenze: sembrava volerlo mettere in crisi. Non doveva fare quella figura: i telespettatori, con il cellulare in mano, lo stavano guardando. Era il momento di fare qualcosa. Assunta un'aria grave, disse: “ E' vero, ma proprio questo è il punto: è tutta colpa di noi occidentali, di noi, paesi ricchi del mondo, che viviamo alle spalle dei paesi poveri. Siamo noi ad esaurire le risorse del mondo, tanto che ce ne servirebbero due o tre di pianeti per continuare così....


“Siamo noi il problema, il male del mondo, siamo noi che manteniamo gli altri in una condizione di sottomissione e di schiavitù: siamo noi i responsabili e, se tutti i governi ricchi del pianeta potessero ascoltarmi, direi loro di fare tutto il possibile per migliorare la condizione dei paesi poveri e di rinunciare alle spese militari per coprire il debito verso l'estero dei paesi in via di sviluppo” “A volte ho la sensazione che tu stia parlando a qualcun'altro, tanto ti infervori!” disse Eunomia guardandosi intorno. 'Ah, io eh? Tu che hai organizzato tutta questa manfrina, no! Parli solo a me e non a tutti quelli là fuori! Ecco la prova, ci siamo, fra poco entrerà il regista o qualcuno a dire che era una candid camera!' “Davvero pensi che se il potere venisse dato agli altri, ai poveri, se questi di botto avessero denaro e mezzi a volontà, salverebbero il mondo e tratterebbero gli sfruttatori di oggi con magnanimità?” Il precario, ancora una volta preso alla sprovvista, pensò ad alcuni leader di paesi poveri, noti guerrafondai e violenti, sordi alle esigenze umane tanto da riuscire anche a fermare gli aiuti internazionali, pur di vincere guerre sanguinosissime. “Non tutti sono da buttare, non trovi? Conosco leader e grandi uomini anche nei paesi poveri” “Non sto negando questo! Semplicemente vorrei che vedessi che risponderebbero allo stesso modello dell'homo homini lupus perché non ne avrebbero un altro e sarebbero in difficoltà ad imporre una visione magnanima, soprattutto dopo un passato da rischio di sopravvivenza. Nemmeno sto difendendo gli occidentali o i paesi ricchi come li chiami tu: considera che è il modello di sviluppo che non funziona, tutti pensano al proprio tornaconto come se questo fosse in contrasto con quello degli altri.” “E' proprio questo che mi lascia perplesso di tutta questa discussione: scusa se te lo dico, ma te ne vieni fuori adesso con l'affermazione più banale del mondo. E' il tornaconto il motore dell'economia. Guarda lo


sapevo ancora prima di conoscerti... hai fatto tutto un giro per arrivare là dove tutti erano già d'accordo e ben consapevoli. Davvero una bella scoperta!” 'Di solito, in televisione chi si arrabbia un po', fa una certa impressione: sembra saperla lunga, uno a cui non gliela fai' “Tu agisci per il tuo tornaconto soltanto?” “Io? No!” 'per questo sto ridotto così' avrebbe aggiunto volentieri, ma il pubblico televisivo non perdona. “Quanto pensi di pagare per il caffé che stai bevendo?” “80 centesimi, credo” “Ci siamo seduti, con il servizio pagherai 90” “D'accordo, 90” “Quanto pensi che avrà speso il barista per tutto il servizio che ti ha fornito?” “Mah!” meditò rapidamente il precario “direi 50 centesimi, il costo del caffé macinato, quello dello zucchero che avrà pagato, l'ammortamento della macchina per il caffé espresso, il suo tempo” 'Dai, a questa ho risposto bene' “Il costo vivo è di 10 centesimi senza le tasse” “Ma no! Non ci credo!” “Te lo assicuro” “Ma allora è un ladro! Se riesce a farsi pagare un profitto pari a 8 volte quanto ha speso, è un ladro! Da denunciare addirittura” “Hai trovato dei bar in questa città che facciano un prezzo significativamente inferiore?” “No, in effetti no” “Questo a cosa ti fa pensare?” “Che sono tutti dei ladri che si sono messi pure d'accordo e intascano molti più soldi di quello che dovrebbero” “Al suo posto che cosa faresti?” “Beh, in questo localino, cambierei le luci la disposizione dei mobili...”


“Intendo rispetto al prezzo del caffé al tavolo” sospirò Eunomia “Ah, quello!” sorrise un po' imbarazzato il precario “Dunque, sicuramente qualcosa meglio lo riuscirei a fare: ad esempio, potrei già fare il doppio con un profitto pari ad una volta il costo, quindi, lo metterei fuori a 20 centesimi. Poi la cosa si risaprebbe in città e avrei sempre il bar pieno e così sarei ricco e a posto, senza ingannare nessuno e con il mio onesto tornaconto” In questa arrivò il barista: “ Posso togliere la tazzina?” Il precario si girò con uno sguardo di fuoco, come se lo avesse colto con le mani nel suo portafogli. “Ci mancherebbe, almeno questo!” Il barista lo guardò storto, fra l'interdetto e l'arrabbiato e mormorò: “Ma che vuole 'sto pazzo!” Non appena se ne fu andato, la Musa riprese. “Quanti caffé fa al giorno questo bar secondo te?” “Non so, 1000?” “No, meno, ma prendiamo per ipotesi il numero che hai detto, quanto guadagna al giorno quindi il barista?” “Mi sembra facile: 1000 moltiplicato per 80 centesimi, 800, mica male” “Che al mese fa?” “Saranno almeno 25 giorni lavorativi quindi: 20.000! Direi che è messo meglio di chiunque altro conosca di persona!” “In realtà, guadagna così sommando tutte le vendite dei prodotti e dei servizi, almeno in media al mese” “Resta che sta comunque molto bene: io proprio non mi lamenterei!” “Devi togliere dalla cifra però le tasse e l'affitto che paga per il locale, nonché il fatto che paga uno stipendio non grande ma significativo ad una commessa che lo aiuta a tempo pieno durante la settimana. Sai quanto gli rimane?” “Non so? 14.000? Poveretto, mi comincia a fare pena!” disse sarcasticamente il precario. “No, 5.000”


“Ammazza che taglio! Resta comunque una bella sommetta, mi basterebbe e come, con 5.000 starei più che bene!”disse il precario che a questo punto pensava possibile che la trasmissione si occupasse di carovita e magari la puntata del reality poteva chiamarsi “A spasso con un precario”. Non gli dispiaceva. “Anche se, per produrli, dovessi lavorare 75 ore a settimana?” “No, questo poi no! Ci sono i contratti collettivi, la tutela sindacale del lavoratore!” “I commercianti non sono dipendenti da difendere, sono loro i padroni dell'attività e su di loro ricade anche il rischio e tutti gli oneri! Il guadagno non è certo, come anche l'orario e, quando c'è, deve compensare molte cose. Ciò non giustifica ovviamente gli extraprofitti ma spiega molte cose” 'No, la puntata si chiamerà “Visti da vicino, il precario e il commerciante”' “Comunque, sono 300 ore mensili che, considerata la cifra di 5.000, fa la bellezza di 17 all'ora..... io prendevo almeno 25.” concluse colpito il precario. “Visto che non lo sta toccando, vuole che porti via quel nettare e le libero il tavolo?” disse il barista con aria un po' risentita. Il precario si girò e con l'aria più benevola e affabile che poteva, disse: “No, grazie, non si preoccupi, al massimo glielo riporto io al bancone, eh? Grazie, molto gentile!” “Bene” fece asciutto il barista e mentre se ne andava mormorò: “Ma questo cos'ha in testa? Le patate?” “Ora vedi bene che il tuo proposito di mettere il prezzo del caffé a 20 centesimi era negativo perché andava a colpire il mercato in maniera non razionale: non è un prezzo realmente sostenibile. Se anche poi tu riuscissi a compensare il prezzo con più lavoro e una maggiore offerta di prodotti e servizi, dovresti lavorare tanto di più, togliendo lavoro agli altri e costringendo tutti a ridurre i loro margini. Finireste tutti per


lavorare a meno di 14 all'ora. Il che demotiverebbe alcuni che lascerebbero l'attività e risospingerebbe il prezzo del caffé verso l'alto probabilmente al prezzo attuale.” “E' vero” ammise il precario “Mi sembra verosimile quello che dici, tuttavia, non volevo danneggiare nessuno e avevo intenzione semplicemente di ristabilire una sorta di giustizia sociale” “Le tue intenzioni erano buone, solo che sei partito dal tuo tornaconto e non hai considerato le conseguenze sociali delle tue azioni: esattamente come fanno tutti. La credenza che il mercato sia autoregolato e che generi da solo la giustizia è pari al pensare che il tipo di benzina dia la direzione al motore. Il massimo tornaconto è quello che contempla me e gli altri contemporaneamente, perché è ricevere al massimo quando si è dato al massimo. La giustizia sociale, come la chiami tu, non può che derivare da accordi contrattuali, espliciti o impliciti che siano, chiari, semplici, fondamentalmente equi che consentano a tutti, dico tutti, di vivere in armonia e con la possibilità di prosperare al massimo: questo è il fine dell'economia” “Però adesso mi devi dire che cos'è l'economia” “L'economia è la scienza dello scambio perfetto che trova la sua sede naturale nel mercato, quale luogo di incontro fra venditori e compratori e che ha per fine la massima distribuzione delle ricchezze, presenti e future, fra gli esseri umani, presenti e a venire, costruendo così le basi per la prosperità comune, senza la quale ogni società tende al degrado civile, morale prima ancora che fisico”


Capitolo secondo che cos'è lo scambio? Mentre rincasava, il precario si interrogava perplesso su quanto era accaduto, questa volta guardandosi bene dall'aprire bocca e “pensare ad alta voce” come, con suo grande scorno, gli era capitato. Era più che perplesso: non aveva dubbi sul fatto che si trattasse di uno spettacolo del tipo delle candid camera o degli scherzi televisivi, o comunque un reality, e che altro poteva essere?, solo non si spiegava come mai, ad un certo punto, fosse stato congedato con un semplice “Si è fatto tardi” e non fosse uscito il regista o qualcuno, insomma, che desse senso alla situazione, di per sé, veramente bizzarra. Nella sua mente si andava formando un piano. Quella era sicuramente una scena preparata e il barista non ne sapeva nulla: infatti, alle strizzatine d'occhio che il precario gli aveva indirizzato, ne aveva ricevuto in cambio uno sguardo di disgusto con tanto di levata d'occhi al cielo ed espressione del tipo “ma questo quando se ne va?”. No, quasi certamente, il barista non ne sapeva nulla. Il che riduceva il tutto alla sola Eunomia, la Musa dell'Economia come si era definita: era ammirevole il fatto che questa non avesse ceduto d'un passo nel suo ruolo, era davvero un'attrice consumata, probabilmente di teatro, in televisione non l'aveva mai vista! Il mistero era fitto ma lui si era armato di pazienza e perseveranza, era la sua occasione e non se la sarebbe fatta scappare e addio precario deprecabile, imprecante e precante per un lavoro! Già si vedeva invitato in serate in discoteca o nei dibattiti in cui gli avrebbero chiesto cosa pensasse di questo o di quello e chissà poi le donne! Avrebbero fatto la coda per lui! Intanto aveva un appuntamento per domani, stessa ora e stesso bar. Si sarebbe messo su internet alla ricerca di ogni pur minimo indizio per capire che tipo di trasmissione lo potesse riguardare e poi avrebbe cercato anche tra le attrici...


Poi, era fondamentale rimettersi a guardare i libri e gli appunti dei suoi esami di economia, giusto per non fare la figura dell'ignorante. Domani si sarebbe presentato con due o tre punti forti, come faceva quando andava a sostenere gli esami all'università, aveva un libretto che cantava da solo lui, e avrebbe azzittito quell'attrice con la sua conoscenza superiore. Eppoi scusa, va bene che scrivono tutto gli autori, lui però aveva lasciato molto campo, diciamo così, per gentilezza, all'attrice, ma domani sarebbe stato un altro uomo, deciso a vendere cara la pelle e quasi gli dispiaceva di dover mettere in difficoltà la ragazza che comunque non aveva un linguaggio accademico e si capiva che riportava delle idee confuse e un po' appiccicaticce in materia di economia! Lei non lo sapeva ma lui aveva una laurea con tanto di tesi in diritto commerciale. Bye, Bye, Baby! Domani non sarà così facile! Andavano cercati questi due-tre argomenti e poi sotto di fioretto e di sciabola! Se le cose andavano bene, magari gli davano anche una cattedra, che so?, in una università privata, non ardiva pensare alle facoltà statali, non senza concorso...anche se...magari... Basta, intanto domani, poi, ... il mondo! Tutto contento se ne tornò a casa e si chiuse in camera sua: i suoi lo salutarono e non gli chiesero nulla, erano abituati a quel comportamento e, del resto, non osavano nemmeno chiedergli qualcosa a proposito del suo contratto che sospettavano essere vicino al termine: ad ogni buon conto, meglio non chiedere per non umiliare e non rimanere male! Ad una certa ora di notte, smise di cercare in rete, non aveva trovato nulla, niente di niente: doveva essere proprio un programma segreto e sicuramente non è che ti mettono sull'avviso quando devono fare un reality! L'interessato è sempre l'ultimo a sapere! Tuttavia di una cosa era soddisfatto, anzi di tre: aveva collezionato con cura tre argomenti davanti ai quali la musa avrebbe capitolato rovinosamente. Dopo un bel sonno ristoratore, passò la mattina a distillare con l'alambicco le tre tesi: sarebbero state tre domande o semplici


affermazioni da lasciar cadere distrattamente nel discorso...e il gioco era fatto: l'attrice si sarebbe incartata, avrebbe sicuramente cercato aiuto da qualche parte e qualcuno si sarebbe presentato a chiudere lo show. Dopo il pasto, ben rasato e ben vestito, si presentò al bar del giorno prima, accolto con una nuova occhiataccia del barista condita con espressione del tipo “No! Ancora questo!” L'attrice era già lì, cioé la musa, la Musa, Eunomia era già lì. “Eccoti, mortale!” 'Ricominciamo. Ma oggi sarà diverso!' “Pensavo che non saresti venuto, sono stupita di come reagite, vi facevo più insensibili e meno inclini all'ascolto” “Come ti dicevo ieri, non siamo tutti uguali ma certi di noi hanno in effetti queste doti” 'Mm...troppo poco umile...al pubblico non piace tanto...anche se in televisione ne vedi certi di smandrappati cacciapalle...speriamo!' “Hai avuto modo di pensare a quanto ci siamo detti ieri?” “Sì, e avrei delle domandine da farti? Sono cosette per te che sei la Musa dell'Economia, posso?” “Certo, mortale, ne hai facoltà!” Fece un sospiro di sollievo, si accomodò sulla sedia e attaccò: “In tutto il discorso di ieri ci sono punti che trovo ancora francamente oscuri, anche se, devo ammetterlo, suggestivi: tuttavia una cosa mi sembra sbagliata, l'economia è politica, tanto che si parla di economia politica non per niente, - 'Professor Brambilla, questa era per Lei' – non si può immaginare un mercato decisore di tutto e libero nel senso di un meccanismo che deve decidere qualcosa al posto degli esseri umani. Se non si esprime in qualche modo la capacità di governo del mercato, questo, al pari di un motore, per usare la tua metafora, investirà e triterà tutto quello che gli entrerà dentro, non diversamente da una motofalciatrice. Voglio dire che la funzione politica deve assoggettare il mercato o almeno dirigerlo in parte, altrimenti addio etica e benessere condiviso” Gli sembrava di sentire nelle orecchio l'ovazione e l'applauso del


pubblico da casa. “Quello che stai dicendo, rivela la confusione dottrinaria dei tuoi tempi!” L'applauso si era fermato, almeno nelle sue orecchie. “Non esiste l'economia politica: o è economia o è politica. Non più di quanto un politico possa ordinare alla motofalciatrice che direzione prendere. Siamo d'accordo che, se la politica è espressione di volontà, questa dovrà decidere in che termini il motore debba essere fissato ai sostegni affinché funzioni davvero e produca lavoro fisico, ma non potrà né dovrà intervenire sul funzionamento del motore stesso, altrimenti lo incepperà. Ed è esattamente quello che stai osservando oggi: i politici cercano di fermare l'economia, vorrebbero agevolarla o dirigerla e ne hanno per effetto il parziale funzionamento e la moneta drogata. Il mercato, quello vero, reagisce facendosi nero, cioè nascosto ai politici e più intimo costringendo le famiglie ad assorbire alcune sue funzioni, senza le quali l'intera società collasserebbe presto. L'economia non è da liberare dal politico: è semplicemente ancora un continente da scoprire in molte sue parti. E' l'ignoranza unita all'interesse particolare che crea la confusione. Se non credi alle mie parole, guarda i risultati ottenuti dai governi quando hanno cercato di imporre qualcosa in forza delle leggi in materia economica. Sono sempre le stesse cose: riduzione dei consumi, alterazione dell'offerta produttiva, spesso mantenuta alta in maniera artificiale, alterazione della bilancia commerciale, abbassamento degli stipendi, innalzamento delle tasse, inflazione, e conseguentemente, evasione ed elusione fiscale, disinvestimenti dall'estero, moneta impazzita, fuga di capitali all'estero, sfiducia dei cittadini, crescita del malumore sociale, aumento di investimenti sociali e ulteriore innalzamento delle tasse, e via con un altro giro di giostra” Il precario ricordò tutti quei fenomeni economici e fiscali di cui era stato testimone: prezzi mantenuti fissi in virtù di qualche magia anche se contro ogni logica, paesi buttati sul lastrico per qualche sbagliato investimento, debiti pubblici incoercibili, per non parlare poi


di quanto aveva visto in quanto testimone storico: i deliri dei regimi dei militari o dei tiranni che contavano di piegare l'economia alle loro volontà. Volontà di ferro accompagnata alla più incredibile ignoranza dei più elementari fatti economici: cambiato regime cambiata moneta, tutti i ricchi morti solo perché ricchi, tu ricco, quindi sbagliato, tu povero giusto, ma votare solo per me se no morto!, occidentali sporchi e cattivi, via da mio paese, voi mi chiudete tutti i commerci e i miei muoiono di fame, meno abitanti da sfamare! Nuova guerra, siamo tutti più ricchi! Le fabbriche di stato non vanno mai in malora, noi mantenere con tasse, anche se non producono non importare! Tante tasse tanta gloria! Più disoccupazione, più esercito! Chi era l'ignorante allora? Solo il povero o anche il ricco che voleva credere a delle favole per non cambiare nulla? 'Brambilla di merda, l'ho sempre detto che eri un ignorante!' “Il mercato non è da divinizzare, non c'è niente da alzare agli altari ma tutto da osservare e assecondare quando lo si capisca! Lo scambio è primordiale, è archetipico: prima degli eserciti, dei preti, dei missionari, degli interessi nazionalistici, delle multinazionali, molto prima sono arrivati i mercanti. Non avevano nemmeno bisogno di parlare la stessa lingua, era importante scambiare, nemmeno con chi. Ricordo quei marinai fenici che lasciavano sulla spiaggia le loro merci e si ritiravano in mare, dalle foreste uscivano popoli a loro sconosciuti che, a loro volta, mettevano accanto alle merci un corrispettivo in oro o sale o altro ancora e tornavano a nascondersi. I marinari, se lo scambio era giudicato buono, lasciavano la merce e ritiravano la contropartita, altrimenti riprovavano con un ulteriore allontanamento. Poteva succedere anche il contrario. Ma il punto è che non avevano nemmeno bisogno di comunicare o di conoscersi: il loro unico bisogno era lo scambio.” “Lo scambio?” chiese il precario ancora inebetito dalla reazione intellettuale della Musa. “Certo, lo scambio!” riprese Eunomia


Lo scambio si basa su due diritti doveri opposti e necessariamente convergenti ed è questo che rende la legge economica coercitiva” “Scusa, ma non ci sto capendo niente: parlavi di economia apolitica e ora mi tiri fuori lo scambio, che c'entra?” “Sto dicendo che la base dell'economia, il principio di funzionamento di quel famoso meccanismo, sta nello scambio che è archetipico e primordiale. In altre parole, è semplicemente un bisogno inquadrato da due forze di segno contrario ma convergenti: il diritto-dovere di consumare e il diritto-dovere di produrre ” “Non basta dire domanda e offerta?” “No, perché prima bisogna capirsi su di un fatto: si scambiano sempre e necessariamente prodotti con prodotti, usando la medesima unità di misura ai fini del calcolo” “Ma, se è domanda, vuol dire che non do prodotti, sto dando semmai moneta: se domando, voglio prodotti. E' elementare.” “Talmente che è un fatto poco capito. Io scambio prodotti con prodotti e li misuro con la moneta che ovviamente mi sono procurato con i prodotti che a mia volta ho venduto” “E' il baratto!” “No, non scambio i prodotti direttamente con i prodotti, come nel baratto; impiego la moneta per contabilizzare gli importi dello scambio, cioè la uso come merce di paragone” “Questo è semplicemente logico! Non vedo nessun diritto o dovere! Se voglio quella tal cosa, o la rubo o la scambio con qualcos'altro di mia proprietà” “Invece, è proprio qui che troviamo una cosa interessante: lo scambio è un bisogno e si produce proprio ai fini dello scambio, siete tutti produttori, anche se non lo sapete, anche se non vi trovate momentaneamente in condizione di produrre. La moneta - ma sarà il caso di vederlo in altro momento -, è l'unità di misura e non i beni prodotti..” 'Un altro momento? Ma che cos'è? Un corso di economia a puntate del tipo “Una chiacchierata con lo zuccone”!'


...questa è la differenza con le teorie correnti! Il ruolo di produttore è fondamentale e nessuna società può spingere i propri cittadini fuori da questo ruolo! E' nel patto sociale! Tutti devono contribuire altrimenti la società perde di senso, non si è più soci” Il precario vide qui uno spiraglio “Mi sembra invece importante che ciascuno riceva secondo il suo bisogno non secondo quanto produce: la freddezza del tuo ragionamento trasforma la società in un formicaio dove, chi non produce, viene lasciato morire di fame! In un mondo del genere proprio non vorrei vivere!” “Non ho certo detto questo! Sto cercando di farti capire che anche la produzione è un diritto oltre che un dovere e non solo il consumo che, d'altra parte, è anche un dovere e non solo un diritto!” “Eh?” fece il precario già persosi alla prima curva del ragionamento. “Ho detto che produrre non solo è un dovere sociale, lo dicono tutte le vostre costituzioni, ma che è anche un diritto perché, senza, siamo fuori dalla possibilità di scambiare, nostro diritto innato che da senso a quello che si chiama patto sociale. Il consumo è necessario, perciò è un diritto anch'esso sancito dalla legge, quando parla delle condizioni di accesso alla prosperità del singolo come di tutta la società. Il consumo è il primo passo verso la creazione dell'offerta e della produzione: esso evoca le energie produttive e spinge il sistema alla creazione dei prodotti, se poi abbiamo il mancato consumo, abbiamo il fallimento di mercato e il problema ecologico perché la sovrapproduzione andrà distrutta o reimpiegata e comunque sarà uno spreco di risorse che potevano essere impiegate in maniera più utile” “Mi sembra di capire tutto ma non perché io debba essere costretto a consumare qualcosa che non mi va: non posso credere che se non mi ingozzo di ogni schifezza che mi propone il supermercato, allora il sistema va in malora per colpa mia e di quelli come me!” “E invece è talmente vero quello che ti sto dicendo che per suscitare una domanda più pronta o rispondente alle esigenze di un'offerta sovrabbondante, si è messa in pista l'arma psicologica e siete tutti sottilmente persuasi a consumare anche cose che sarebbero meglio impiegate altrove e con altro scopo!”


“Non so di cosa parli! Chi mi dice che devo ingozzarmi contro voglia?” “Non lo chiamate marketing?” “Ah! Il marketing! Sì, ma tu lo dipingi come un sistema di perversione sottile!” “Persuasione, semmai: tu come lo definisci?” Schiaritosi la voce, sciorinò: “Il marketing è il sistema di modificazione della domanda per adeguare il consumo alle esigenze del mercato” 'Grazie, professor Menni, dal profondo del cuore!' “Cosa vuol dire modificare la domanda?” “Semplice: far conoscere ai consumatori l'esistenza di un prodotto e delle sue qualità.” 'Sto risalendo, non sono più sotto schiaffo, la rimonta è iniziata, bella, ora non mi fermi più!' “Ti sembra che le reclame pubblicitarie siano strumenti innocenti per rendere noti i prodotti: guarda tu stesso!” Eunomia indicò il televisore in fondo alla sala di cui non si sentiva l'audio ma si vedevano le immagini. “Quella donna compra un rossetto o sta facendo la cosa più importante della sua vita? La massaia in primo piano è sufficientemente brutta così che tutte le massaie ci si possano identificare: come uscirà dalla sua imprecisata situazione di squallore? Molto semplice, con un profumo, che le fa trovare il principe azzurro, il lavoro e i soldi! Un profumo da poco e hai risolto i problemi esistenziali! Come si può vivere senza quell'auto che ti rende molto più serio e referenziato?” Le immagini scorrevano e Eunomia le commentava come se si vedessero delle scene da un delitto. “Ma non esageriamo, sono solo simboli e modi anche scherzosi di far conoscere degli oggetti, niente più! Non si può cadere nel moralismo più pesante e accusare il marketing poi... di cosa? Di troppo successo?”


“Di sfruttamento di debolezze e complessi altrui al mero fine di indurre un comportamento di acquisto” “Cosa vuol dire? Quella donna sta solo comprando un rossetto, quell'uomo un auto, le massaie un profumo, cosa c'è di mostruoso?” “Niente di mostruoso, salvo il fatto che non stanno comprando solo un oggetto, ma sono stati tutti sottilmente persuasi che quei prodotti avranno il potere di cambiare la loro vita, rendendoli più affascinanti, socialmente riusciti, belli e amabili. Alterando il comportamento, il consumatore comincia a credere delle cose non vere circa i prodotti: smette di confrontare le marche sulla base della qualità effettiva e passa a valutare le qualità occulte che lo fanno comprare. Cresce la domanda di quel prodotto particolare e l'azienda con il prodotto: a quel punto, dopo che la bolla si avvicina allo scoppio, occorre creare un altro prodotto con un lancio pubblicitario molto forte. Di prodotto in prodotto, la qualità reale si abbassa perché non è più necessaria e si alza invece la qualità fittizia, cioè quella che non esiste ma di cui si è persuaso il consumatore tramite un messaggio anche folle ma basato sui suoi bisogni psicologici. Dopo qualche anno, l'azienda che è stata pompata artificialmente, è generalmente ben indebitata o venduta a pezzi tramite la speculazione finanziaria perché il gioco stranamente conosce una retrocessione anche piuttosto rapida, mentre permane il marchio garante di quella qualità fittizia, uno scheletro che visto nella sua reale veste non è che il fantasma di quel prodotto, anche buono che era all'inizio. Lo sforzo comunicativo ha spinto l'azienda ad una crescita abnorme cui non si è potuti star dietro con il passo normale: sono servite talmente tante risorse materiali da svuotare di senso la qualità del prodotto. La riconosci? E' storia comune delle aziende di questi tempi” “Ma cosa c'entra con la reclame? Cosa dovrebbero fare? Mettere dei signori in giacca e cravatta che con esami di laboratorio alla mano dimostrano scientificamente che quel rossetto renderà belle le donne che lo proveranno anche solo una volta? Dovrebbero spiegare in tanto tempo quello che una battuta dice in pochi secondi”


“Mortale, non cercare soluzioni tanto rapide a problemi che richiedono una profondità di riflessione, non essere mediocre e sforzati con i tuoi simili di cercare il meglio, non di accontentarti di quello che vedi, giustificandolo per il semplice fatto che esiste!” La Musa sembrava vicina ad arrabbiarsi, lo sguardo non prometteva niente di buono anzi, le conferiva un'aria sinistra come di divinità offesa che era meglio propiziarsi per non restare folgorati. “Senti, Eunomia, non è il caso che ti arrabbi, non capisco e come me anche i telespettatori, cioè gli altri...i mortali... cosa intendi e che problema sarebbe questo...ci vendono più prodotti del dovuto, vuoi dire? E questo non è un fatto positivo?” 'Meglio tenersela buona e non farsi cacciare dallo show!' “E' una speculazione di immagine, è il giocare con dei simboli che rovinano la naturale competenza del consumatore nello scegliere i prodotti! E' barare sulla qualità del prodotto, facendo credere qualcosa che non può essere vero!” “Naturale competenza del consumatore?! Non conosci i miei vicini...”'Troppo ardito! Magari mi stanno guardando anche loro!” “Oggi avete tanti prodotti, come non mai! Eppure alla fine usate sempre quei pochi! Dovreste conoscere a scuola la qualità e le quantità di ciò che consumate! Anche questo genera inquinamento!” La mente del precario cominciò a produrre scenette buffe con una scuola tutta da ridere in cui c'era l'insegnante di rossettologia e quella di appretto, dove tutti andavano per capire come usare cose banali. “Che razza di scuola folle ne uscirebbe?” “Una in cui oltre a parlare di cose del passato, si parlerebbe anche di quelle del presente: consumare non è certamente comprare e impiegare oggetti voluttuari ma è soprattutto rispondere alle esigenze primarie come mangiare, vestirsi, lavarsi, abitare, curarsi, allevare figli, occuparsi degli altri in modo sano, non assecondare i propri istinti distruttivi. Riconoscere la qualità di un prodotto vuol dire vivere con meno problemi: se sbagli la cera da stendere su di un pavimento di legno, l'errore potrebbe accompagnarti per anni!


“Siamo all'economia domestica! Ora mi parlerai di come devo stare a tavola?”sentiva l'eco delle risate di sottofondo che sicuramente i telespettatori stavano udendo a commento delle immagini. “Certo l'economia è domestica” “Eh?” “Economia è una parola greca che vuol dire “amministrazione della casa” “ “Ah, in quel senso!” “L'economia si occupa di cose quotidiane soprattutto, non solo di grandi fusioni fra colossi finanziari e borse di influenza planetaria” “Sì, ma tutto questo suona come quel motto coniato da un economista tempo fa, “piccolo è bello”: non ho mai veramente capito cosa intendesse, che le aziende non devono crescere ma che devono darsi un limite? Che senso ha? Se non si cresce, si muore, il mercato ti fagocita e sarai tu ad essere mangiato” “Ecco un'altra versione dell'homo homini lupus! Non direi che piccolo è bello, direi che adeguato è meglio: non si tratta delle dimensioni più grandi possibili, ma di quelle migliori per ottenere efficacemente un risultato! Ci sono lavori che richiedono dimensioni piccole e piccolissime, altri che non possono essere fatti che da colossi: il punto è che come in biologia nessun corpo cresce indefinitamente e comunque a grande dimensione segue ottima organizzazione..” Mentre Eunomia parlava, il precario taceva confuso: gli argomenti erano molto ben congegnati, doveva ammetterlo, magari qualcun'altro avrebbe ribattuto meglio alle idee della musa, tuttavia sentiva che c'era una profonda logica in tutto quanto andava dicendo. Gli rimaneva sempre incomprensibile il tipo di programma in cui era stato coinvolto e gli sembrava di non star facendo una grande figura. Doveva darsi da fare, magari lasciar perdere le domande che aveva preparato e provare a improvvisare su quello che la musa aveva detto sullo scambio. Forse, non sarebbe riuscita a metterla in difficoltà ma poteva affrontarla sul suo stesso campo: televisivamente sarebbe riuscito più simpatico.


“Senti, Eunomia, scusa se ti interrompo, ma vorrei capire meglio questa storia dello scambio. Mi hai parlato della tua visione del marketing e di come questo modifica la domanda però mi viene da suggerirti che in fondo tutto questo migliora gli scambi e i commerci e non peggiora l'economia, anzi la fa crescere. Mettiamo pure che induca le persone a comprare cose inutili, però avrà creato occupazione adesso e nuovi posti di lavoro in futuro.” “Il consumo parte da un bisogno: gli uomini sono necessariamente consumatori, hanno bisogno di consumare per vivere. Le loro scelte di consumo modellano fortemente l'ambiente fisico, emotivo e intellettuale in cui vivono. Se sono indotti a dare indebita energia a qualcosa che non ne richiederebbe tanta, alla luce di una sana razionalità, finiranno per modellare il loro ambiente in maniera orientata a quel tipo di consumo. Se sceglieranno troppo rossetto, troppe automobili o fiumi di profumo, vedrai sorgere negozi di bellezza, estetica di ogni tipo, strade sempre più larghe, stazioni di servizio per automobili, garages, garages di lusso, palazzi per ricoverare le auto, auto sempre più di lusso, profumerie, attività di comunicazione per mantenere alto il consumo, ma soprattutto meno attività di altro tipo. Lo spazio non è infinito come non lo è la capacità degli uomini di ricordare, occuparsi di tante cose, istruirsi debitamente e così via: al crescere di quelle attività, necessariamente ne diminuiranno altre, magari più utili, ma che sono uscite dal campo economico in quanto non oggetti di marketing. In economia, come in tutte le cose della vita, si incontra la limitazione: se uso energie per una cosa, non le potrò impiegare per molte altre. L'ambiente globale viene modellato quindi sulla base dei consumi” “Questo gli economisti lo hanno sempre detto, anzi, hanno definito l'economia stessa come lo strumento per distribuire risorse scarse presso una popolazione in crescita esponenziale” “Cosa che è soltanto la definizione del problema economico: salvo che la tecnologia ha reso di massa il consumo che consente la sopravvivenza di milioni laddove prima si trovavano solo le migliaia di esseri umani.


Non negherò certamente che il pianeta ha una capienza limitata rispetto al numero di esseri umani, tuttavia non dimenticare che molti dei consumatori non sono in condizione di consumare in quanto non hanno reale accesso allo scambio. Se le risorse fossero distribuite più equamente e le tecnologie fossero rese disponibili, risolvereste molte piaghe che vi affliggono.” “Siamo nell'utopia, chi pagherebbe? Come si manterrebbe la sovranità degli stati e le relazioni internazionali?Non correremmo il rischio di un grande fratello del mercato che mi imporrebbe meno rossetto e più pane? Non si limiterebbe la mia libertà? Mi sembra uno scenario assurdo e temibile.” “Fai tante domande e su cose diverse. A pagare sarebbero i consumatori degli altri paesi, quelli che oggi sono ritenuti sottosviluppati. Pagherebbero perché lo scambio è prodotti contro prodotti, non prodotti contro denaro avariato nel senso di talmente debole da non poter comprare i prodotti. Il problema del cosiddetto Terzo Mondo sarebbe risolto drasticamente, almeno nella sua parte economica, se venisse concesso ai cittadini di quei paesi lo status di consumatori. Gli aiuti umanitari, pur stupendo esempio di umanità, non sollevano dalla condizione di miseria, non più di quanto faccia l'elemosina data al mendicante per farlo uscire dalla mendicità. Chi ha paura di un mondo di consumatori che scambiano fra di loro i propri prodotti? Chi ci rimetterebbe, se creaste un mercato internazionale in cui i prodotti possono essere scambiati con altri prodotti alla pari in modo da rendere tutti i popoli interdipendenti e capaci di benessere? Alla fine, questo è quello che sta già capitando perché con il vostro rifiuto del diritto di scambio ad alcune, molte parti del mondo, state importando, non solo le loro merci prese con lo stratagemma monetario, ma anche gli stessi abitanti di quei paesi e a nulla servono le vostre frontiere a fermare questa importazione umana perché è legge economica che gli esseri umani si spostino dove possono prosperare anche se il viaggio può essere molto pericoloso. Il mercato poi è una scelta collettiva dove contano i grandi numeri: nessun grande fratello potrebbe imporre nulla a meno


di non ipnotizzare tutti gli abitanti della terra con chissà quale nuovo miraggio. I mercati possono realmente essere diretti e governati, solo se alterati, ma questa è esattamente la malattia di questo tempo: non si permette loro di esprimersi perché si teme che il meccanismo tolga qualcosa a qualcuno, mentre in realtà è semplicemente un meccanismo di scambio in cui tutte le parti trovano massimo giovamento. Negare i diritti e i doveri di cui ti parlavo, produce la desolazione e le storture che sono sotto gli occhi di tutti.” “Ma qui finisce che al terzo mondo invece di mandare gli aiuti umanitari, si organizza loro una buona rete di commercializzazione e il gioco è fatto!” disse sarcastico il precario. “Bravo, cominci a capire!” “Sì ma chi paga?” “Ancora? Si scambiano prodotti con prodotti, sono produttori devono essere consumatori, lasciateglielo essere e vi pagheranno. Ma non vedi che tutto quello che chiedono ai paesi ricchi non sono aiuti ma di poter scambiare alla pari i loro prodotti? Sono loro i primi a chiederlo: non vogliono altro.” “Sì, ma senza strade, strutture, infrastrutture adeguate come si può far arrivare loro le merci?” “Ma scusa, guarda il turismo: quando si tratta di far arrivare turisti ricchi, si costruiscono alberghi a 5 stelle in luoghi esotici, dove prima non c'era niente, con tanto di strade, aereoporti, porti e tutto quello che serve: davvero non sareste in grado di organizzare una rete di commercializzazione adeguata?” “Sia pure! Ma poi che razza di mercato potrà far loro arrivare tutti i nostri prodotti farli capire, conoscere...” “Ci sono già dei beni, anche molto voluttuari che arrivano loro e poi ricordati che tutti gli esseri umani rispondono alla legge economica del miglioramento: i prodotti, se buoni e sicuri, viaggeranno più velocemente di quanto credi. Lo facevano già in tempi in cui non c'erano i trasporti veloci di oggi. Loro stessi si organizzeranno, prima o poi, se avranno come meta il loro proprio miglioramento”


Un'idea del genere non lo aveva mai sfiorato ma sembrava possibile, anzi auspicabile, e tuttavia era davvero difficile abbandonarsi all'utopia, come ancora gli sembrava. Pensava a tutti quei paesi ancora immersi in guerre civili assurde, in cui non era nemmeno più questione di vincere qualcosa ma di arrivare ad un minimo di stabilità politica, quel tanto per smettere almeno la carneficina: lì non arrivava nemmeno il turismo...già però arrivavano le armi e i soldi per commercializzarle e, manco a dirlo, i guerriglieri di tutte le fazioni barattavano tutto con ricchezze strappate con tutti i mezzi possibili, per questo servivano le armi. Porca puttana, sembrava così semplice e difficile ad un tempo! “Ma ci si può fidare davvero di questo fatto del miglioramento? Voglio dire: davvero si può contare scientificamente sul miglioramento al punto di provare ad avviare un commercio e garantirsi dai rischi... e ... non lo so!” concluse sconfortato il precario. “Ma il miglioramento è il vero tornaconto di cui parlano tutti gli economisti” “Che c'entra mo' il tornaconto?” quasi gridò il precario.


Capitolo terzo che cos'è il tornaconto? Il precario, nuovamente congedato dalla Musa con un invito per il giorno successivo, si sentiva confuso su tutto quello che aveva udito e sulla situazione che, invece di chiarirsi, si andava complicando in modo talmente strano da non lasciare spazio che alle congetture più astratte. Uno scherzo di economisti burloni? Uno complotto internazionale? Gli alieni si erano impadroniti di una donna per vedere gli uomini da vicino? Gli dei esistono e finalmente si occupano del genere umano? Fermiamoci alla cosa più ovvia: il programma televisivo. Sì, la più probabile, ma di sicuro c'era solo il fatto che era lui a fare la figura del ritardato! Vagava per la sua città quando pensò di entrare in una libreria e di cercare lì ispirazione, per cosa? Boh! Intanto però la libreria era sempre stata per lui un luogo di riflessione e di ispirazione notevole. Qualcosa sarebbe accaduto. Entrò nella sua libreria abituale e puntò direttamente sulla sezione economica. “Ricchi in 7minuti”? No, troppo idiota. “Guida all'investimento in borsa: tecniche e analisi per vincere”. Preso! “Il problema economico”, preso! “La competizione globale e i mercati”, preso!, “La mia economia” di un noto finanziere ricchissimo, preso! “Analisi dei mercati dal 1930 a oggi”, preso! Si recò alla cassa e pagò una cifra piuttosto consistente da tanti libri aveva acquistato: tuttavia la cifra non lo spaventò, era un investimento sul suo futuro. Si rendeva conto che forse svecchiando un po' le sue conoscenze, magari troppo scolastiche, avrebbe potuto partecipare alla discussione in maniera più adeguata. Rientrato a casa, diede il solito saluto generico alla famiglia e si chiuse in camera, armato dei suoi nuovi libri: sentiva come un febbre che lo spingeva a leggere ed informarsi sempre di più. Scelse subito il libro che giudicava più accattivante, “La mia economia” del noto finanziere Al Pak: cosa c'è di meglio che leggere direttamente


le idee di uno che dell'economia non aveva fatto semplice materia di insegnamento, come i professori, ma ragione di vita. Attaccò a leggere l'introduzione: “Nato da famiglia povera, ultimo dei sette figli di un sarto e di una contadina, venni al mondo con il compito di pensare subito alla mia sopravvivenza...” Un tantino mieloso “...cosa che mi avrebbe insegnato molto per il resto della mia vita. Infatti appresi subito il valore del denaro: 1 cent è 1 cent, 10 dollari sono 10 dollari ...” fin qui siamo alle uguaglianze delle elementari “... secondo la mia esperienza, la gente non capisce questo: il valore dei soldi. Soprattutto non sembra possibile capire che l'aiuto economico è un investimento a breve o a lungo periodo dipende dal tipo di attività e di persone che sono coinvolte. In famiglia cominciai ad aiutare i miei fratelli economicamente perché, benché fossi il più piccolo, avevo già un lavoretto, il garzone per le consegne delle bottiglie del latte presso il droghiere di quartiere. Decisi di non spendere niente per me ma di dedicare quel denaro ad uscire per sempre dalla miseria. I miei fratelli mi chiedevano i soldi per pagarsi una birra, uscire con una ragazza, acquistare degli abiti: io li trattavo come una banca saggia come faceva mia madre con mio padre. Chiedevo loro un compenso per tutto il tempo che tenevano il mio denaro e se ritardavano, li perdonavo, tuttavia mi dovevano qualcosa in più. Loro mi chiamavano lo strozzino o Caino quando si arrabbiavano, ma siccome sapevano che alla fine non avrei comunque ceduto, stavano alle mie regole. Il lavoro dal droghiere rendeva bene per un bambino di 9 anni ma presto capii che non potevo andare avanti così, avevo bisogno di istruzione. I pochi, saggi rudimenti e brandelli di cultura che avevo ricevuto da quella santa donna di mia madre erano stati utili ma mi rendevo conto che i miei pari erano droghieri e miseri operai, mentre nelle famiglie a cui portavo il latte, trovavo impiegati, dirigenti e professionisti, tutta gente istruita. Non sarei andato da nessuna parte di importante, se avessi continuato a portare solo bottiglie di latte. Feci un patto con il droghiere: chiesi e ottenni di far passare la consegna delle bottiglie di latte a domicilio come un servizio di cui io ero responsabile, ma non sarebbe sempre stato Al a svolgere le consegne. Al droghiere bastava che avvenissero le consegne al costo di 10 cent al giorno.


Chiamai i miei due amichetti, Joe e Mike e dissi loro che dovevo proporre un affare: la consegna del latte a domicilio per conto del vecchio droghiere, loro sarebbero stati i miei fattorini mentre io avrei garantito il servizio. Joe e Mike avrebbero lavorato solo a giorni alterni e per il resto del tempo potevano giocare indisturbati portando alle loro famiglie la bellezza di 20 cent a settimana. Erano contenti e, quanto a me, sapevo che avrebbero fatto un buon lavoro anche perché avevano giurato sulla rana d'oro. La rana d'oro era il mio portafortuna personale, un talismano, che mi ha sempre portato bene e sul quale ho fatto giurare migliaia di collaboratori e dipendenti in tutti questi anni di onorata attività. Quando seppi che tutto funzionava liscio come l'olio e che potevo contare sul rientro dei debiti dei miei fratelli nei miei confronti, anche grazie all'intervento decisivo della mamma, mi dedicai alla mia istruzione, profondendo tutte le energie a questo. Non consumavo niente per me: non compravo i libri, li chiedevo in prestito ai miei compagni e poi li copiavo sui quaderni, che costavano meno, durante la notte o li facevo copiare a Joe e Mike, così anche loro potevano avere una certa istruzione. Li avevo, infatti, convinti che se mi avessero aiutato in questa impresa, avrebbero appreso tante cose, con poca fatica. Cari Joe e Mike, sono rimasti i miei collaboratori per tutta la vita, sempre pronti, sempre fedeli! Anche i miei compagni di classe avevano bisogno di qualche aiuto per le paghette che non bastavano mai alle loro esigenze e lì intervenivo io, Al, il banchiere, come mi definivano. Vennero i giorni della crisi, la gente perdeva tutto quello che aveva accumulato per una vita, ma la mia professione non cambiava: il droghiere restava sempre in piedi, concedeva anche lui crediti a interesse, i miei fratelli si ubriacavano e andavano a donne come prima e i miei compagni, nella generalità dei casi, ricercavano il mio aiuto. Di nuovo, c'era che anche qualche professore si avvaleva dei miei servizi: le cifre aumentavano ma non il modo in cui riuscivo ad onorare i miei impegni. Se non riuscivano a pagarmi in tempo, io non potevo certamente avvalermi di mezzi coercitivi su di loro, ma l'economia è una cosa eccezionale: quando una persona onesta sa di avere un debito, trova sempre il modo di sdebitarsi. Sono queste le persone che fanno grande la società: quelle che sono coscienti del


dei propri doveri verso debitori e creditori. Capivano di dovermi qualcosa eppure non mi facevano favori in termini eccessivi: tuttavia, avevo la sensazione di essere in qualche modo beneficato o visto con un occhio di riguardo. Sta di fatto che i miei studi andavano lisci come l'olio e alla fine rientravo del capitale e almeno una parte dei miei interessi. La gente va sempre aiutata, questo ho imparato. Ma la svolta venne con un gruppo di italiani poco più grandi di me che frequentavano la stessa scuola. Mi chiamarono un giorno e si presentarono, mi dissero che gli stavo simpatico perché il mio nome gli ricordava un loro illustre connazionale e poiché gli stavo simpatico volevano farmi entrare in un grande affare. Se avessi dato loro una certa sommetta, dopo tre giorni ne avrei ricevuto il doppio e sicuramente. Io non sono mai stato un uomo di mondo, ma decisi di vederci chiaro: mi rendevo conto che dire di no, mi avrebbe messo in una posizione scomoda, la gente va sempre aiutata, ma d'altra parte volevo garanzie sul rientro del mio capitale, non erano i miei fratelli, non ci sarebbe stata la mamma o i professori ad aiutarmi. Il loro capo, Johnny, mi disse che al suo paese, si usava non chiedere certe cose tra galantuomini e che ci si regolava con una stretta di mano guardandosi negli occhi, il resto, la carta, le promesse erano cose per donnicciole. Rifiutarsi, sosteneva, significava non solo dire di no ad un affare notevole, ma offendere un galantuomo, facendogli lo sgarbo di non considerarlo tale o degno di fiducia. E non si sa mai dove si finisce con uno sgarbo. Stranamente mi convinse e gli strinsi la mano, in fondo, quello che conta in un affare sono le garanzie e se una persona è degna di fiducia, sappiamo che si comporterà onorevolmente. Con mia somma gratitudine, Johnny fu di parola e fece quanto si era impegnato a fare e da quel giorno si avvalse dei miei servigi ancora per qualche anno fino a quando non scomparve del tutto, lui con i suoi, tanto che al quartiere italiano nessuno si ricordava nemmeno chi fosse. Ma comunque eravamo davvero stati buoni soci d'affari e anche nella vita: mi costrinse benevolmente a cambiare i miei vestiti, diceva che un uomo non è un uomo se si veste ancora con gli abiti da bambino e mi regalava abiti costosissimi, bellissimi. Poi mi fece conoscere molte donne. Ma questo è un altro discorso.


Imparai molte cose da Johnny e il modello italiano mi piaceva: tutti pensavano male degli italiani all'epoca ma io che li ho frequentati, non li ho mai visti fare niente di male a qualcuno e tutti, dico tutti, li trattavano con un rispetto reverenziale. Non so dire che tipo di attività facessero Johnny e i suoi, ma erano galantuomini e non facevano certo le cose assurde che diceva la gente. Comunque, come avevo visto fare al mio amico, gli affari andavano pensati in grande e finita la scuola, assunsi a tempo pieno Joe e Mike come miei soci. Avevo un discreto gruzzolo e la mia famiglia era abbastanza indipendente da non avere più bisogno dei miei servizi: mia madre mi spronava e non passava giorno che non mi dicesse: “Al, tu non sei come quei fannulloni dei tuoi fratelli che pensano solo alle sottane e alla bottiglia, tu no, tu andrai lontano, segui il tuo istinto e vedrai che ti troverai bene, non farti fregare da un matrimonio sbagliato e cerca di fiutare sempre dove tira il vento...” Santa donna, quanto devo alla sua saggezza. Così cominciai a fiutare il vento ma sempre con un certo stile. A quei tempi, sarebbe stato molto semplice arricchirsi con un traffico illegale o al mercato nero, ma questo non era privo di rischi e poi perché mettersi contro la legge? Non ce n'era alcun bisogno. Scelsi così di osservare attentamente dove stava andando la società e di costruire un'impresa adeguata. I settori trainanti allora erano i trasporti, le forniture di guerra, le macchine, il petrolio e qualche materia prima: capii che la mia impresa doveva occuparsi un po' di tutto così, se qualcuno di questi avesse perso terreno, gli altri sarebbero andati sufficientemente bene da coprire il deficit. Costrui la “Al Pack & Co” e partii a svolgere diversi investimenti piccoli all'inizio ma sufficienti per avere un ragionevole profitto in tutti quei settori. La guerra fece volare letteralmente l'azienda tanto che ne costruii diverse: all'epoca non lo realizzavo ancora ma stavo costruendo le basi del “Gruppo Al Pack Enterprise”. Entrai in borsa per una quota minima delle mie imprese e il mercato rispondeva bene, gli americani, il mondo credevano in Al Pack.”. Il precario lesse e rilesse quel libro fino all'alba: era deciso a capire la ricetta di quel successo e più masticava quella storia in cerca di nutrimento più si rendeva conto che non trovava sostanza. Davvero quell'uomo era risuscito a diventare miliardario con la ricetta banale


della consegna delle bottiglie del latte? Non riusciva a spiegarselo, se era solo quella la ricetta allora perché non lo avevano fatto anche gli altri? Da una parte, vedeva Pack come un genio dell'economia, dall'altra, come un povero di spirito, taccagno e rapace: ma non si spiegava davvero come fosse possibile che le due parti convivessero insieme. La stanchezza lo vinse ma decise di girare il quesito ad Eunomia, forse lei avrebbe chiarito il mistero o, meglio ancora, non avrebbe potuto rispondere e a quel punto la partita si sarebbe giocata meglio. Valeva la pena provarci. Dormì fino all'ora di pranzo, mangiò, si preparò come al solito e si recò all'appuntamento. Il barista non lo salutò nemmeno, facendo finta di essere impegnato in cose molto importanti da non poter distogliere lo sguardo nemmeno per un secondo. Eunomia era lì ad aspettarlo. Mentre il precario le si avvicinava, notò per la prima volta che era sì una donna ma che aveva anche qualcosa di mascolino, un fascino certo ma anche una sorta di strana aura da statua antica. Cominciò a pensare che quel reality era veramente geniale perché lui aveva la percezione di star vivendo tutto come se fosse una situazione ordinaria. “Ecco perché lo chiamano reality” disse un po' troppo ad alta voce. “Salve, mortale, cosa stavi dicendo?” “Eh, io? No, niente! Ti stavo salutando” “Bene, sei tornato anche oggi” “Sì, e ci sono ancora cose che vorrei chiederti...” “Mortale, non lo avrei detto davvero, ti stai rivelando molto intelligente” “Grazie!” arrossì il precario, certo che questo avrebbe alzato un po' i suoi punteggi al televoto. “Comincio subito allora! Ho passato tutta la notte a leggere un libro di un grande finanziere dei nostri tempi e ho cercato di capire la ricetta del suo successo ma non ci sono riuscito...” Il precario raccontò per sommi capi la storia di Al Pack e fornì alla musa un quadro esauriente delle idee economiche del finanziere. “Capisci, Eunomia? Non riesco davvero a mettere insieme due fatti che mi sembrano fondamentali: Al Pack è stato capace di successo tanto da arricchire sé stesso e molte persone, ha costruito tanti posti di lavoro, probabilmente ha dato un impulso anche all'economia globale. Ma allo stesso tempo, io lo trovo un affarista senza troppi


scrupoli e manovratore degli altri. Al Pack ha usato gli altri per il proprio successo e ha anche trovato sempre il modo di non far accedere gli altri direttamente agli affari, destinando loro solo le briciole. Detto questo, devo essere onesto, è un uomo di successo e ha visto prima degli altri tutti gli affari in cui è entrato. Insomma, forse non riesco a rassegnarmi al fatto che un tale uomo possa essere elevato al rango di potente o di genio dell'economia e, d'altra parte, ha fatto cose che io e tanti altri con me non saremmo in grado di fare anche se avessimo più vite! Mi capisci? Non so cosa pensare!” “Comprendo la tua confusione ma non fare l'errore di giudicare qualcosa solo dai risultati perché in economia, come in tutte le altre scienze, sono gli effetti qualitativi a determinare poi il risultato che non è solo il numero, la quantità nei risultati medi ma è quanto nasce dalla visione d'insieme. Quello che voi mortali non cogliete, è che non esiste caso, una cieca legge che è indipendente da voi, semmai è più vero dire che ciò che costruite con le vostre azioni, non manca mai di manifestarsi nel modo in cui è stato pensato, agito, fatto, interpretato Prendiamo un'attività molto lucrosa al di là dell'etica...” “...non so? La vendita di droga?” “E sia. Quanto costa una dose?” “Non ne ho idea ma ho sentito dire che costa 100 al grammo” “Pensa che l'oro è attualmente quotato 15 al grammo. Il fatto è che un solo chilogrammo rende 100.000, e quindi trasportando modiche quantità si possono realizzare lucri, altrimenti, impensabili. Questo tipo di commercio non è fatto dagli stati ma da gruppi di persone che cercano di tenere l'offerta comunque limitata, per mezzo di una pressione tra di loro talmente forte che non mancano di eliminarsi fisicamente a vicenda. Se è vero che poi trovano un equilibrio, lo è altrettanto che questo è instabilissimo perché non è un vero mercato quanto una guerra. La domanda assorbe praticamente qualsiasi quantità ma è molto difficile tenere in piedi l'offerta in maniera ordinata. Non solo. La massa di denaro che è a loro disposizione è talmente alta che non può essere impiegata in nessun tipo di altro investimento capace di pari guadagni, per cui, accecati anche dalla cupidigia, cercano di riciclare il denaro in tutti gli altri settori sommersi


o al di fuori della portata del controllo dei governi: armi, prostituzione, tratta umana. Ripeto che non si tratta di una vera situazione economica anche se la mima e necessariamente. Quel denaro è in realtà captato da circuiti che lo ritirano dal mercato e dalla normale condizione in cui dovrebbe girare: se fosse sangue, direi che è un'emorragia sociale. Il punto resta sempre quello: non essendo un vero investimento in un vero mercato, non ci sono logiche di prezzo, o di offerta e i comportamenti non sono razionali o massificabili, esattamente come non lo sono la vendita di armi ai bambini soldato, lo sfruttamento della prostituzione, la tratta umana, la richiesta del pizzo e così via” Al precario girava la testa: cosa intendeva la Musa? “Mi sono proprio perso” confessò “ fatico a comprendere perché mi parli di mafia e organizzazioni mafiose per rispondere al mio quesito” “Perché generalmente si ritiene che esista un mercato sommerso o diciamo pure mafioso che è un mercato vero e proprio e che funziona in quanto gli scambi avvengono sempre: voglio farti capire che non è un mercato esattamente come il pizzo non è un tributo. Tuttavia il mercato normale, quello in cui Al Pack vince, è un mercato drogato ugualmente perché l'incontro fra domanda e offerta avviene in maniera scorretta: è evidente che le informazioni arriveranno prima a lui, nonostante le tante leggi che possono essere scritte perché possiede una posizione privilegiata di cui però approfitta anche quando non dovrebbe. A scuola non aveva bisogno di studiare tanto perché se prestava soldi ai professori durante la crisi, aveva dall'altra parte professori che dovevano scegliere fra la loro etica e la miseria. E' la miseria il motore vero dei mercati globali, quella che arma i tiranni e i bambini, quella che fa sì che i signori della droga agiscano indisturbati. E' sempre lei che fa vincere gli Al Pack, perché nella miseria, non solo fisica ma anche intellettuale, l'affarista sembra un vincente. Quando devo scegliere fra la mia integrità morale, fisica o la mia sopravvivenza, sceglierò anche questa: è una scelta economica perché è il principio di sopravvivenza che vince in percentuale schiacciante. Tuttavia quando avrò fatto quella scelta, non sarò in un mercato, ma in un'arena in cui vale tutto, come in guerra. Al Pack si è nutrito della miseria del suo tempo e quella trasmetterà ai suoi discendenti...”


“Quello che dici, Eunomia, fa tanto bene al cuore ma non posso non risponderti che, proprio nella crisi, è stato lui ad aiutare i professori e i suoi amici, sempre lui avrà creato tanti posti di lavoro e elevato almeno un po' l'economia del paese, questo è innegabile!” “No, lui ha approfittato di tutti proprio perché in crisi e ha usato la sua intelligenza per togliere invece che per dare: se è sembrato che desse, è solo perché aveva bisogno di esecutori come i mafiosi, i tiranni e tutti gli uomini che hanno il potere” “Ma è questo il motore dell'economia: il tornaconto, il proprio interesse, concordano tutti gli economisti!” “Già” disse amaramente la Musa “Impressionante. La truffa è stata perpetrata per troppo tempo tanto e nessuno si è accorto che non è quello il motore dell'economia. Il motore dell'economia è il progresso, il progresso è il miglioramento continuo, il vero tributo di ogni generazione alla generazione successiva. Tutti avete imparato sottilmente a fregarvi tra voi, credendo che in questo modo avreste avuto il miglioramento: ma è davvero così difficile capire, con tutto quello che vi è successo solo negli ultimi 100 anni, che questo è solo la giustificazione dell'egoismo? Avete finito, perfettamente in buona fede, per alimentare la miseria da cui avete creduto si creasse e mantenesse il mercato, siete stati i medici che hanno coltivato la malattia invece della salute...” Gli occhi della Musa sfavillavano talmente che sembrava che tutto quello che andava dicendo lo avessero fatto proprio a lei e che l'offesa le bruciasse ancora... “Adesso, uomini blasonati e arricchiti alle spalle degli altri riescono a presentarsi come i padri della patria: ma cosa sarebbe successo se Al Pack avesse reso accessibili a tutti i risultati della sua intelligenza, quanto di più avrebbe ricevuto la società da un uomo del genere? Non avrebbe arricchito sé stesso e gli altri? Non avrebbe fatto crescere davvero il sistema così che gli investimenti sarebbero stati migliori che non con il sistema delle consegne del latte? Invece, si è arricchito solo lui e gli rimarrà il problema di chi sarà il suo successore e dovrà trovarne uno che la pensi come lui, altrimenti tutto verrà dissipato come è giusto che sia. E' il problema del padrino mafioso e


di tutti i capitalisti presenti e passati. Non hanno capito che il denaro non è il capitale, che in definitiva esso non è altro che una potenzialità: accumulare potenzialità significa collezionare possibilità ma non realizzare qualcosa. Così Al Pack non ha beneficato che se stesso e i suoi figli e si è anche accaparrato del sangue sociale che poteva essere impiegato meglio per tutti: ha scelto di crescere solo lui, togliendo agli altri la possibilità di farlo. Uomini del genere credono di essere loro il miglioramento e sono talmente miseri che non vedono come questo li riguardi direttamente. Talvolta arrivano alla fine della loro vita e di qualcosa si accorgono: diventano anche filantropi ma ridanno solo una piccola parte del maltolto. Il mondo li saluta ancor più come i salvatori della patria: il loro successo aumenta.” Il precario rimase molto colpito dall'accorato sfogo della Musa offesa ma qualcosa ancora gli girava per la testa, ma quasi non osava dirlo. “Senti, Eunomia, io ti ho seguito davvero con cura ma, scusa se ti sembro ancora confuso, ma che cosa avrebbe dovuto fare Al Pack allora?” “Non sarebbe stato meglio investire i soldi in attività importanti come l'istruzione nei quartieri poveri, la sanità per tutti, e così via?” “Ma sono cose che nessuno ha ancora risolto!” “Non è così, ma lui, il genio della finanza, ci sarebbe riuscito: invece, ha scelto armi, trasporti e cose molto importanti ma non sempre migliorative. Altri potevano occuparsi di quei settori con meno talento di lui” “Ma non si sarebbe arricchito!” “Perché no?” “Perché sanità e istruzione non tirano come gli altri.” “Devo farti notare che allora quelli che tirano di più sono armi, droga e prostituzione.” “Parli di cose illegali, Al ha scelto qualcosa che fosse legale e non contro la legge...” “Di sicuro solo perché non si trattava di un buon affare al netto dei rischi! Voglio dire che se fosse stato legale, lo avrebbe fatto e non si sarebbe fatto scrupoli. Sai quanti ne ho visti nei secoli? A milioni se non miliardi!”


“Sì, Eunomia, ma mi sembra che tu non capisca: è tutto vero quello che dici ma non puoi non vedere che avrebbe guadagnato di meno...” “Mortale, ma proprio non riesci a vedere che è tutto frutto della stortura? Non noti proprio che il medico in esubero va a spasso e così chi ha studiato per aiutare i suoi simili, mentre affaristi, speculatori, avidi, prostitute, commercianti di sciocchezze trovano sempre posto? Non vedi che per avere più pezzi di carta, si butta via il capitale, quello vero e non si capisce che la carta serve solo per realizzarlo? Se il denaro è il sangue sociale, il capitale è il nutrimento per il corpo sociale e sarà così fino a quando il denaro non sarà almeno commestibile. Ai tempi della Grecia antica, bastava raccontare la storia del re Mida e tutti i bambinetti capivano che con l'oro non si mangia direttamente ma che va impiegato, altrimenti perde di senso! Il vero tornaconto è il capitale che ti permette di mangiare e di vivere sicuro e tranquillo che i tuoi vivranno in pace e così anche gli altri, per questo l'uomo deve lavorare, diversamente, tutto quello che farà sarà inutile se non distruttivo perché avrà rimandato questa semplice verità. Lavorare per il miglioramento può essere un investimento di lungo periodo ma vale sempre e comunque la pena perché economicamente va coprire dei bisogni reali che prima o poi verranno riconosciuti e si pagherà per essi tanto che l'investimento avrà reso tantissimo nel tempo. Il gioco delle consegne del latte è la furberia degna di un misero piuttosto che di un grande uomo, non cambia e non migliora nulla: se i suoi scagnozzi sono rimasti suoi amici, è solo perché sono altrettanto miseri e sciocchi. Ricordati che la scelta è sempre fra perpetuare la miseria o lavorare per il miglioramento: questo è lo scrupolo che qualunque investitore dovrebbe avere e non per ragioni morali, ma puramente economiche.” “Insomma, Al Pack sarebbe un perdente in un mondo normale.” “No, lo è anche in questo perché avendo negato il tributo alle generazioni successive, come dovrebbe essere il normale funzionamento del sistema, nell'ambito di qualche generazione, il denaro e il capitale da lui accumulati saranno dispersi per mancanza di un successore adeguato al suo stesso schema. Questo non è il decreto degli Dei, è semplicemente la legge economica, frustrare un


bisogno reale vuol dire solo posticiparlo, certo non risolverlo...” “Quindi, avrebbe potuto creare una cooperativa con Joe e Mike e provare a tirarsi fuori dalla miseria con investimenti migliori. Ai professori, avrebbe potuto consigliare di istituire una cassa mutua con un interesse e studiare il modo per regolare l'automantenimento e l'accesso indiscriminato. A quel punto, i mafiosi non si sarebbero presentati nemmeno...” “Stai già facendo un lavoro molto migliore di Al.” “Sì, ma così non sarebbe un miliardario alla fine!” “Non è detto perché dimentichi che per ognuna delle operazioni che hai indicato, è più che sensato chiedere del denaro: chi non pagherebbe per una consulenza in grado di togliersi dalla miseria?” “Sì, però non potrebbe chiedere dei lauti profitti.” “Stai ancora parlando dei pezzi di carta e della perpetuazione della miseria, stai ancora pensando che il motore sia quel tornaconto, quello solo individuale conteggiato con l'accumulo di denaro. Dovresti vederli più da vicino questi miliardari per renderti conto che non se la passano così bene e che devono correre esattamente come nel “mercato” della droga perché qualcuno sta puntando alla loro ricchezza, devono accelerare il passo oltre le loro capacità per mantenere quello che hanno e che, per accrescerlo, devono puntare alla sopraffazione legalizzata dell'altro...” Il precario faticava a capire e pensava che alla fine non conosceva miliardari da vicino: ne aveva un'idea più mass-mediatica che non derivava da una reale frequentazione. Tuttavia gli vennero in mente i suoi compagni universitari che avevano fatto strada, quelli che erano finiti in grandi aziende in posizioni importanti o che giocavano in borsa per conto proprio o di altri: avevano fatto i soldi ma non erano mai soddisfatti. Non erano nemmeno mai liberi, non li si vedeva più e poi non passavano nemmeno tanto tempo con la famiglia. In particolare, si ricordò un incontro con un suo caro amico che si occupava di promozione finanziaria: gli era rimasto impresso il fatto che, per tutto il tempo che stavano trascorrendo insieme e che il suo amico giudicava “libero”, questi non aveva potuto staccarsi dal portatile o dal cellulare perché doveva stare dietro al mercato che non si fermava mai. Quell'attività febbrile gli era sembrata una cosa importante, anzi si era sentito lui inutile a svolgere un lavoro solo impiegatizio con nessun rischio.


Di più, si era sentito un mediocre. Ma alla fine, chi era il mediocre? Davvero, correre tutto il giorno dietro ad un indice e impartire ordini con quello stress, avrebbe migliorato qualcuno o qualcosa? Tutta quella energia non era giustificata se non dal fatto che qualcuno avrebbe pagato il suo amico di più o di meno a seconda del successo di quelle operazioni: il suo amico viveva di quello ma stava solo moltiplicando pezzi di carta, anzi forse li stava strappando a qualcuno e sì, la sua vita era misera e così anche quella di chi dipendeva da quel gioco. Aveva capito qualcosa ma non come questo entrasse in un reality.


Capitolo quarto che cos'è il capitale? Gli appuntamenti si erano moltiplicati e ogni volta era la stessa storia: Eunomia stava sistematicamente distruggendo quello che il precario aveva imparato. Era una situazione quasi patetica, lui si presentava al solito bar e prendeva la sua quotidiana lezione di economia, al che tornava a casa e cercava il modo di “sconfiggerla” il giorno seguente, quindi si ripresentava e la strategia gli si ritorceva contro...era desolante. Lei non presentava segni di stanchezza, sembrava sempre a suo agio e per di più teneva il gioco, il reality non sembrava avere termine. Non sapeva cosa pensare ma, del resto, chi poteva essere Eunomia? Vestita come era, non poteva che essere un'attrice, una pazza no di certo; con la conoscenza che ostentava, probabilmente aveva alle spalle degli autori formidabili che in qualche modo comunicavano con lei oppure quotidianamente costruivano la scena in modo talmente perfetto che al malcapito non era possibile uscirne bene. Quante volte lo aveva visto succedere in televisione: i malcapitati, anche uomini molto intelligenti e famosi, presi alla sprovvista, in una situazione molto ben congegnata, si trovavano a non sapere che pesci prendere e fare la figura dei beoti! Già, ma se lei poteva contare su questi autori formidabili, anche lui aveva qualcuno da interpellare. Il precario pensò che, se gli fosse riuscito di replicare il livello della discussione davanti ad un economista brillante, questi gli avrebbe sicuramente dato qualche arma per fronteggiare la situazione. Da solo non ce la faceva e, del resto, era ancora giovane e non faceva di mestiere l'economista, non sapeva tutto e dall'altra parte – chi lo sa? - potevano anche esservi consulenti dalle più prestigiose facoltà internazionali: un programma televisivo ha dei mezzi che lui, povero tapino, certo non poteva nemmeno pensare di ragguagliare ma aveva un asso nella manica: il Preside della Facoltà di Economia e Commercio in cui si era laureato. Si mise subito in moto ed ottenne a breve un appuntamento con il Preside.


Aveva stabilito di non mettere al corrente il Preside di quanto gli stava capitando, del reality insomma, ma di porgli in maniera gentile e precisa le stesse questioni che gli erano state girate e di valutare attentamente la reazione: qualcosa avrebbe certamente portato a casa. Il Preside lo stava aspettando nel suo ufficio riccamente decorato come conviene ad un economista di quella statura e il precario lo trovò seduto alla scrivania circondato da una costellazione mostruosa di libri: gli sembrava di essere entrato nel sancta sanctorum dell'economia. 'Ecco, sono nel posto giusto' sorrise fra sé il precario. “Buongiorno, signor Preside” “Buongiorno a Lei, Dottore, come sta? Cosa fa di bello?” Questo non lo aveva calcolato... “Sto bene, grazie” tentò di evitare la seconda domanda. “Bene, ma che lavoro fa? Sa, noi della Facoltà vogliamo essere sempre informati di cosa stanno facendo i nostri laureati” “Mi occupo di contabilità presso uno studio professionale” “Ah, è diventato commercialista e ha aperto uno studio. Bene!” “No, lavoro come impiegato soltanto ma ... momentaneamente” “Ah, ho capito” tagliò corto il Preside con l'aria di chi abbia trovato l'altro in fallo e tema qualcosa. “No, in effetti, ero venuto a trovarLa per porLe qualche quesito - come dire? - accademico” “Mi dica, La prego” Il Preside si era ripreso dalla paura di trovarsi di fronte ad un exstudente questuante e rivendicativo. “In pratica, sto partecipando ad uno studio internazionale, presso lo studio per cui lavorav...ehm...lavoro a proposito di alcune novità in fatto di teoria economica. Siccome si tratta di cose piuttosto diverse da quanto ho imparato qui, non sapendo cosa pensare e come valutarle, ho ritenuto utile parlarne direttamente a Lei che è un economista di fama...” Il Preside ascoltava attento e con la fronte aggrottata cercando di vedere prima dove si andava a parare ma alle ultime parole reagì vivamente. “No, di fama, proprio no.” “No, è doveroso e poi chi più di Lei potrebbe rispondere a queste domande?”.


“Prometto di portarLe via poco tempo.” “Ma prego allora, dica!” Il Preside sembrava un formidabile spadaccino che stava allenandosi nella sua palestra personale e ora era in posizione. “Lo staff di lavoro affronta l'economia in maniera piuttosto apolitica, cioè rifiuta il concetto di economia politica e afferma che il problema più grosso è legato proprio al fatto che gli economisti di oggi fanno i politici o, detta in altra maniera, sono i politici che cercano di deviare l'economia. Arrivano a dire che, in realtà, l'economia dovrebbe essere solo la scienza di quel motore incredibilmente ordinato che è il mercato...” “Certo questo è quanto dicono i liberisti, non ci vedo niente di nuovo” “Beh, il liberisti sostengono che lo scambio deve avvenire in maniera libera appunto ma non che debba avvenire in condizioni di parità essenziale fra tutti ma solo di libera concorrenza garantita da un sistema” “Sì, ma questo è quanto si impara proprio nei nostri corsi di economia politica 1 e 2: non esiste un concetto di economia totalmente libera dallo stato perché occorre un garante degli scambi e della equità di questi” “Su questo siamo d'accordo con loro ma, se osserviamo i comportamenti degli stati e dei governi che pure si definiscono neoliberisti, notiamo che i commerci sono totalmente controllati e diretti da una logica protezionista e di convenienza” “Dottore, Lei sa bene che l'economia reale è piuttosto lontana da quella teorica: nessuna economia potrà mai essere apolitica perché il politico non lascerà mai la presa, soprattutto quando deve difendere gli interessi nazionali o di lobby” “Questo però che potremmo definire come dato di realtà non ha a che fare con l'impostazione teorica, altrimenti nessun cambiamento potrà mai avvenire: se gli economisti e gli statisti degli anni 90 non avessero creduto in una moneta unica, quando nessuna banca o imprenditore era nemmeno lontanamente disposto a parlarne, direi che non avremmo oggi una banca centrale unica per molti stati. Voglio dire che dovrebbe essere compito degli intellettuali quello di pensare liberamente, già questo è liberismo, poi sarà il dato di realtà a modificare il tiro. Se partiamo già sparando basso, non ci sarà mai cambiamento”. Stava parlando come Eunomia.


“Francamente, non capisco di che cambiamento stia parlando. L'economia è politica, non è possibile diversamente, tutti gli economisti concordano su questo: io credo che un mercato che non sia regolamentato e che sia solo tenuto dagli attori di mercato, sia una mostruosità che non terrebbe conto del contesto sociale e creerebbe la miseria di tanti con la ricchezza di pochi” “Ma è doveroso notare che è quello che capita adesso e nel pieno di un mercato rigidamente controllato da molti sistemi.” “Ma io non vedo tutta questa miseria anzi, negli ultimi decenni, c'è stato un grande miglioramento collettivo” “Se parliamo di noi, di questo stato e di altri che sono a noi collegati, posso risponderLe che è genericamente vero ma, se mi sposto dalle principali roccaforti economiche, io vedo una grande miseria e nazioni che non si risollevano” “Parlerei piuttosto di paesi in via di sviluppo: non direi che la miseria sia aumentata ma che esiste una lentezza politica di adeguamento alle misure economiche efficaci.” “Ma queste non sono mie affermazioni, è quanto dicono gli osservatori mondiali dell'ONU e di altri paesi sviluppati e quali sarebbero le misure economiche efficaci?” “Come Lei ben sa, perché, se si è laureato, avrà necessariamente seguito i corsi di Economia Internazionale e di Commercio Estero, queste misure consistono in: stabilizzazione della moneta, accordi commerciali strutturati, istituzione di un mercato locale, creazione di borse di scambio, valorizzazione delle risorse locali e molto altro. Ma tutto questo è possibile solo quando c'è la stabilità sociale, quando il cannone e il mitragliatore hanno finito la loro opera e, soprattutto, una nazione sente di essere tale. Molti dei paesi in via di sviluppo sono molto lontani da questo livello minimo perché, a onor del vero, non sono nemmeno paesi.” Il Preside concluse come chi non aveva altro da aggiungere. “Certo la stabilità politica è necessaria eppure dobbiamo notare che in molti paesi in via di sviluppo arriva il turismo e in tutti le armi: è quindi possibile scambiare anche con questi stati, il fatto è che non esiste un reale accesso e pertanto il mercato non esiste né potrà esistere. Anche il nostro paese, finita la guerra è stato notevolmente aiutato economicamente dagli alleati e per uscire dalla miseria: non ritiene che potrebbe essere fatto anche con altri?”


Il Preside sembrava un po' contrariato. “Non capisco la direzione di tutto questo discorso: se le cose fossero così semplici, non ritiene che persone più capaci di Lei e di me - mi ci metto dentro anch'io - avrebbero posto rimedio? Non saremo certo noi e nemmeno lo staff di cui mi sta parlando, a cambiare il concetto di economia politica, una teoria che è stata corroborata da secoli di studi e ricerche economiche. Penso che sia ozioso rimettere in discussione i fondamenti della scienza economica, esattamente come lo è il rimettere mano a concetti come entropia, moto, forza, lavoro in fisica. Questo è il massimo che abbiamo concepito fino ad oggi e, se i problemi permangono, non se ne può fare una colpa a nessuno. Nessun'altra disciplina viene responsabilizzata tanto come l'economia!” “Ma se non ci occupiamo di capire i problemi per porre rimedio, finisce che tutto resta com'è!” “Dica tutte queste belle cose ai politici non agli economisti, sono loro che comandano.” “Gli economisti però forniscono loro i modelli di interpretazione della realtà e di governo economico, hanno una responsabilità in questo.” “Senta, il mercato è libero già sufficientemente e le nazioni povere non sono ancora in grado di cambiare il loro stato: ci sono le Nazioni Unite e la Cooperazione Internazionale, mi sembra che più di questo non si possa chiedere a nessuno.” “Sì, ma loro chiedono di scambiare con noi alla pari: cosa sarebbe successo a noi se ci avessero tenuto fuori dai mercati internazionali dopo la guerra, non saremmo anche noi diventati terzo mondo?” “Ragazzo, direi che noi non siamo mai stati terzo mondo, siamo diversi per cultura e per altro che non è il caso qui di sottolineare ...” 'Di che parla? Del Manifesto della purezza della Razza?' “...non dico che noi siamo superiori ma semplicemente che questo è un Paese in cui sono nati tanti grandi uomini che hanno cambiato il mondo costruendone il progresso. Quanto agli altri, devono ancora capire chi sono e dove vanno, quando avranno la stabilità, saranno in grado di competere, per adesso devono necessariamente venire a rimorchio...” Era la parola fine e al precario a cui rimanevano molte altre domande, era chiaro che non c'era possibilità di dibattito. “Aggiungo ” disse “che, per quanto questo possa sembrarle cinico, non di meno, è la realtà, un fatto che non manca di buon senso come sempre in economia.


Le consiglierei anche di lasciar perdere queste ricerche che non portano a nulla, e di occuparsi più seriamente del suo futuro, cercando un lavoro più consono alla sua laurea...” “Già, ci ho provato ma anche noi precari dobbiamo venire a rimorchio a quanto pare: anche noi non siamo abbastanza bravi, come quelle nazioni, e la disoccupazione non è un problema degli economisti, è un problema di noi giovani laureati che non ci sappiamo vendere, che non siamo disposti a viaggiare, che non vogliamo abbassarci a lavorare in posti più umili. Sa quante ne ho sentite sul nostro conto. Io mi sono abbassato e non ho trovato un lavoro più consono alla mia laurea: quello che ho fatto fino ad oggi, l'ho strappato a ragionieri o persone che non hanno nemmeno il diploma. Io non mi sento “in via di sviluppo”, mi sento depredato di qualcosa, del mio buon diritto di lavorare e di non dipendere da altri. Mi aspetto dagli economisti che si diano da fare per cambiare le cose e non per convincermi che le cose stanno così e non ci si può fare niente. Dovreste spaccarvi la testa su queste cose, altrimenti su cosa lavorate? Cosa ci avete raccontato per tutti gli anni di studi? Che la meravigliosa scienza economica non sa come fare fronte a disoccupazione, inflazione, svalutazione, povertà, mancanza di sviluppo? Allora a cosa serve?” “Senta! La smetta con questa nenia! Quelli sono tutti problemi politici non economici, le ricette ci sono ma non sono perfette, la disoccupazione è...” “..naturale in un paese ad economia avanzata, la piena occupazione è un paradosso perché è possibile solo in teoria, corso di Economia Industriale 2...lo so ma non lo capisco e non migliora la mia posizione di precario...” “Direi che si è fatto tardi, è il caso che vada!” disse gelido il Preside dirigendosi verso la porta. “Ha ragione e non immagina nemmeno quanto. Buona giornata!” Il suo asso nella manica si era rivelato un ottuso ragionatore convinto di tutto quello che gli altri gli avevano detto negli anni: si era fatto la sua idea conservatrice dello status quo e non era disposto nemmeno a parlarne. 'Se rappresenta la categoria, siamo messi veramente male!' pensava il precario.


'Già ma il fatto è che rappresenta davvero gli economisti, perché mi ricorda tutti i docenti che ho incontrato nel corso dei miei studi.' Si sentiva un altro uomo, più sicuro di sé nonostante non fosse mutato nulla della sua condizione: la frequentazione con Eunomia lo aveva cambiato in maniera sottile, non sapeva dire come e su che cosa ma cominciava a pensare come lei. Gli sembrava che la Musa aveva delle ragioni molto ben fondate per dire quanto diceva ma aveva anche la sensazione di star camminando solo sulla punta dell'iceberg delle cose che andava imparando. Non era riuscito nemmeno a formulare la prima domanda e si era tirato addosso gli strali dell'economia e la sua reazione di difesa: cosa sarebbe successo se avesse approfondito solo alcuni degli argomenti di Eunomia? Lo avrebbero deferito al tribunale della Santa Inquisizione della Dottrina Economica, torturato e condannato alla precarietà perenne? Che coraggio che aveva il principe dell'economia a insinuare che la disoccupazione era un problema dei precari e non del sistema! Ma chi crede di essere? Ma non avrà anche lui dei figli, dei nipoti, dei parenti, dei vicini? Sono tutti sistemati, posto fisso, stiratura, vitto e alloggio compresi? Andava rimuginando tutte queste cose quando si imbattè in una folla davanti ad una vetrina, qualcuno aveva dei foglietti in mano e prendeva appunti. Pensò semplicemente che si trattasse dell'uscita di un nuovo disco o la prenotazione di qualcosa di importante: era un po' fuori dal mondo a furia di frequentare muse. Lo strano era che la vetrina in questione era di una banca: questo era davvero insolito. Si avvicinò al gruppo e vide che tutti pendevano letteralmente da una reuter che stava dando i risultati del mercato telematico della borsa. Era curioso. “Scusi, che sta succedendo?” “Non lo sa? E' su tutti i giornali: oggi esce al pubblico il titolo azionario della Spigola Spa: è fuori da poche ore e sta già volando.” “Spigola Spa? Cosa producono?” “Energia!” “No” fece un altro “elettrodomestici!” “Elettrodomestici?! Ma no, Eugenio Spigola è un immobiliarista per questo il titolo va forte: è uno garantito” “Ma guarda che è una multinazionale, producono anche bevande analcoliche tipo l' “Ananas al Chili juice” “


“In effetti, a pensarci non ho mai saputo bene cosa producesse Spigola” riprese il primo “ ma che importanza ha? Basta che il capitale mi renda poi, per me, può fare tutto quello che vuole, anche totem per gli indiani.” Gli altri smisero di preoccuparsi del problema, tacendo, d'accordo con il primo interlocutore e tornarono alla reuter aspettando di capire quanto stavano guadagnando.” “Basta che il capitale mi renda...” ripetè sarcastico il precario. Se ignoranti come le cozze potevano giocare a fare i capitalisti, dove si sarebbe finiti di quel passo? Già i capitalisti, i mitici imprenditori, padri della patria, creatori di posti di lavoro che avevano in mano l'economia nazionale: chi erano alla fine? Erano gli Al Pack nostrani, con le stesse idee in testa e con il giro delle consegne del latte decisamente ampliato dal punto di vista dei numeri ma identico concettualmente. A lui erano sempre mancati i soldi, ne aveva sempre avuti quel tanto che gli consentiva di andare in fondo alle cose normali, vestirsi, mangiare, avere una casa, una macchina, fare delle vacanze, ma oltre non riusciva ad andare. Era come se un ostacolo biblico lo allontanasse dal denaro “Oltre non andrai!”. Non aveva capitali e certo non si aspettava che la borsa avrebbe risolto i suoi problemi, come non lo avrebbe fatto con quei capitalisti in erba incollati alla reuter. All'università gli avevano insegnato che il capitale è costituito dai beni strumentali, mezzi di produzione e materie prime, ma, da un certo periodo in poi, anche il denaro era capitale. Tutto questo era confusivo. Cosa poteva aspettarsi un investitore della Spigola Spa? Il titolo sarebbe cresciuto, lui avrebbe venduto quando gli sarebbe sembrato di averne abbastanza e ritenersi soddisfatto e, contento del risultato, avrebbe cercato altri Spigola. Per l'investitore, il lavoro non sarebbe più stato che quello: cercare altri titoli e non rispondere a nessuno se non al suo portafogli. Avrebbe poi scoperto che non riusciva a mantenere il gioco e che del buon vecchio lavoro aveva ancora bisogno. Quanti ne aveva visti e conosciuti! Era quello che gli raccontava il suo amico promotore: tutti volevano arricchirsi senza lavorare ma solo usando la borsa come un casinò. Perché il lavoro non era più sufficiente a queste persone? SI ritrovò a ridere di se stesso: che sciocco che era! Il lavoro non era sufficiente già di suo, non bastava nemmeno a lui! Ma se avesse avuto un capitale, non lo avrebbe investito in borsa. Già cosa avrebbe fatto lui?


Avrebbe comprato qualcosa che rendesse con sicurezza. 'Esattamente quello che dicono tutti e mettono i soldi nel mattone' pensò. Ma un dubbio lo colse: alla fine il capitale qual'è? Erano i soldi o il mattone? Se doveva rispondere in termini pratici avrebbe detto i soldi perché potevano rendere direttamente altri soldi, se investiti... no, non poteva essere così. Serviva l'investimento per avere il denaro, quindi, è l'investimento che genera il denaro, allora l'investimento è in capitale che è dato dai beni strumentali ma per comprare questi occorre denaro...quindi il capitale ha bisogno di denaro per mantenersi. Un vorticare di concetti semimasticati lo obnubilò per un momento: ammortamenti, quote, riserve, macchine, impianti, assicurazioni, titoli...oh, si era perso il capitale e non lo trovava più! Si sedette senza fiato su di una panchina, quasi in preda al panico, non riusciva a ragionare più: se qualche passante, lo avesse avvicinato e gli avesse chiesto: “Signore, non sta bene? Che cos'ha?” Avrebbe dovuto confessare: “non so più cos'è il capitale, cos'è il denaro...” Da ricovero: eppure era così. L'economia gli aveva dato alla testa e i dubbi che lo coglievano, gli sembravano esistenziali, non discussioni da accademia. Si concentrò. Cos'è il capitale? Il capitale è tutto ciò che può rendere in termini di ritorno economico, gli venne in mente. Proprio così, dal mattone dell'immobile il cui valore renderà nel tempo, al seno rifatto della soubrette che viene ingaggiata maggiormente se maggiorata. Il capitale è ciò che può crescere e dare un frutto. L'istruzione è un capitale, la famiglia è un capitale, la casa è un capitale, il denaro, quando investito bene, è un capitale ma non la truffa che ti fa perdere il capitale perché il rischio non può essere un vantaggio. Il rischio calcolato alla luce di una crescita reale, sì; il rischio del casinò in cui ti affidi ad informazioni che non possiedi se non addirittura al caso, no! Le persone sono capitale perché possono crescere. E i titoli quotati? Sono capitale solo se la quotazione registra una reale crescita, un investimento riuscito, e non quanto persone senza informazioni possono credere che sia cresciuto... Il capitale è la potenzialità, la possibilità che possa creare un ritorno: diversamente, è un finto capitale che, se anche generasse un ritorno, questo sarebbe non dovuto e si trasformerebbe, in un frutto annacquato e non nutriente.


Pensava alla sua macchina. Possedeva un'automobile piuttosto vecchia per cui gli amici lo prendevano in giro: dicevano che era un'auto precaria, come lui, in quanto anche lei rischiava di perdere il posto e di finire rottamata. Era vero, andava spesso a trovare il meccanico, ma il punto era che, oltre all'affetto e alla gratitudine che il precario provava – infantilmente - nei confronti dell'automezzo, per le mille avventure trascorse insieme, non aveva mai avuto abbastanza denaro per comprarne una nuova: riusciva solo a ripararla quando presentava problemi. La sua auto era capitale? Valeva sui 1000 e, per metterla a posto definitivamente, gli avevano chiesto 1.500, mentre per rottamarla avrebbe dovuto pagare 50 e con mega ecoincentivo di 3.000 poteva arrivare ad una macchina nuova da 9.000 pagando la differenza in tante minirate. I suoi insistevano perché cambiasse l'auto ma qual'è il ritorno di un'auto, se non semplicemente portarci senza troppi problemi dove le chiediamo di andare? L'auto è un capitale? Sì, se porta una crescita e assolve alla sua funzione: ma se costa più della funzione che le è richiesta, è ancora un capitale? No, almeno che non si richieda dell'altro ad un auto: come dare lustro a chi la guida. Questo, quanto vale? Infinito! Ma non è un capitale! Un'auto può anche essere molto bella e ben fatta ma è la funzione che determina quanto è un capitale, il resto non è dovuto ma può essere anche molto importante, più della funzione in certi casi. Non riusciva a capire se tutto questo significasse un mondo fatto di auto tutte uguali costruite da un tiranno produttore che aveva fissato, una volta e per tutte, cos'era auto e quale fosse il giusto compromesso fra estetico e funzionale. Non gli piaceva l'idea. Preferiva il quotidiano show delle auto ultracostose comprate da gente che acquistava quelle auto per status, mangiando anche pane e cipolla pur di averle, alla economia pianificata che doveva decidere per lui che cos'è il prodotto auto-pertutti. Sì, meglio la libertà ma la libertà è anche intelligenza, responsabilità, non può significare stupidità, cipolle e motori! Non si può impedire alle persone di fare scelte folli ma è sempre vero che si può evitare di sponsorizzare queste scelte per guadagno, come invece accadeva ai suoi tempi perché non c'è crescita e il capitale che non va in miglioramento, è perduto. Aveva ragione Eunomia: il capitale è la possibilità di migliorare, il ritorno è il miglioramento.


La moltiplicazione dei pezzi di carta non è crescita, almeno che il fatto non avvenga in seguito ad una crescita realmente avvenuta.


Capitolo quinto che cos'è il denaro? Il giorno seguente si presentò con un atteggiamento più risoluto: gli incontri fatti si erano rivelati fondamentali per capire molte cose. Si sentiva una persona diversa e sapeva che molto di questo lo doveva ad Eunomia, la Musa dell'Economia. “Buongiorno” fece al barista che nemmeno si voltò. “Eccoti, mortale”lo accolse Eunomia. “Ciao. Sono successe molte cose ieri che hanno curiosamente a che fare con quello che mi stai insegnando. A questo punto, non mi interessa più del reality, della candid camera o di qualunque cosa questo show sia...” La musa sembrava interdetta. “Sì, me ne ero accorto già dal primo incontro. Ora invece mi interessa capire. La frequentazione con te mi ha aperto nuovi orizzonti e non so dove stiamo andando, tuttavia è importante per me capire. Il resto viene dopo. Ricordati che mi hai promesso di aiutarmi ad uscire dalla mia situazione.” “Mortale! Proprio non so di cosa stai parlando, ma mi compiaccio della tua capacità di ascolto: ricordo benissimo la promessa, una musa non dimentica come gli umani...” “Quindi hai scelto di continuare con la parte dello show! Va bene lo stesso!” Delle urla rabbiose arrivarono al loro tavolo, era il barista che stava cacciando qualcuno: “Fuori di qui, pezzenti!! Non voglio più vedervi, basta con tutto questo casino, sempre a chiedere soldi! Dammi questo, fammi quello, fammi un caffè, ho famiglia, ti piace questo orologio, ho un affare da proporti...” I cacciati coprirono d'insulti il barista che, brandita una scopa, si fece avanti con fare aggressivo tanto che quelli se la diedero a gambe. “Se gestire un bar comporta avere sempre a che fare con accattoni e con pazzi...” disse lentamente guardando il precario “... si dovrebbe pagare oltre al caffé la quota da assistente sociale...”


La Musa stava fissando il precario che giratosi verso si lei, ricambiò lo sguardo con aria interrogativa. “L'economia non risolve tutti i problemi, si occupa solo della gestione dei rapporti umani in ottica di equità e di giusto scambio. Anche quando aveste debellato la miseria, vi rimarrebbero ancora altre piaghe da curare, cosa che un giorno farete sicuramente...” “Intanto, finché non arriverà quel giorno che facciamo? Ci ammazziamo l'un l'altro fino a quando qualcuno capirà?” Il precario tacque un momento e poi riprese: “Lo vedi anche tu: siamo tutti questuanti, vogliamo la sicurezza sociale, un futuro certo per noi e per i nostri figli, ma non ci riusciamo...In questo, la nostra visione economica c'entra ma mi sembra ancora più importante il fatto che abbiamo smesso anche di credere che si possa cambiare qualcosa, Quella gente vive di espedienti: elemosina, piccoli traffici, favori. Io mi sento come loro, solo che i miei espedienti sono contratti che non vanno da nessuna parte...Le persone attorno a me credono che sia un problema mio, anzi quasi una colpa: c'erano settori molto promettenti che ho rifiutato e che, secondo loro, potevano darmi un futuro migliore. Ho sempre creduto che, quando si lavora onestamente, prima o poi, l'occasione giusta arriva e, finora, ho incontrato solo dei furbi che cercano di risparmiare su di me...non lo so...ci fosse un modo più semplice di fare soldi senza abbassarsi o umiliare gli altri...sembra che siamo incastrati in un meccanismo infernale in cui ci dobbiamo strappare il denaro gli uni gli altri...” “I soldi? Pensi che il problema siano le ricevute?” “Non è che penso, è che non parliamo d'altro! Sono i soldi eccome! Come li hai chiamati?” “Ricevute. Scontrini andava anche bene.” “Questa poi?! Il denaro sarebbe un ricevuta?” “Sì, di valore nullo!” “Lo dovrai spiegare molto bene perché detto così, non mi sembra nemmeno plausibile” “Che cos'è uno scontrino o una ricevuta?” “E' un pezzo di carta in cui si dice che è avvenuta una transazione per tot merce e tot denaro, tasse etc” “Ecco il denaro è, o meglio, era, uno scontrino di avvenuta consegna di un tot di oro o argento, pagabile a vista al portatore. Le banche emettevano questa ricevuta che dava diritto al ritiro del bene, non era


importante chi fosse il portatore o la sua identità ma solo che presentasse quella ricevuta. Dopo un po', si resero conto che era molto più comodo far circolare il pezzo di carta rispetto al lingotto d'oro o d'argento: da allora avete le banconote...note emesse da una banca a valore garantito ...” “...dallo Stato...” disse il precario. “No, dall'istituto di emissione per conto dello Stato” “Quindi, dallo Stato!” “No, “dallo” e “per conto di” non sono proprio la stessa cosa.” “Non ti seguo.” “Prendi una banconota e osservala bene.” Il precario estrasse dal portafogli un pezzo da 5. “Chi ha firmato il pezzo: il Presidente dello Stato o il Governatore della Banca Centrale?” “Il Governatore” “E' lui che garantisce che quella banconota vale 5.” “Da cosa capisco che è una ricevuta di consegna?” “Su quel pezzo di carta non c'è più scritto ma, in passato, qualche anno fa, trovavi ancora la dicitura “pagabile a vista al portatore”, la stessa che è riportata ancora oggi su molte monete di altri paesi.” “Cosa mi consegnavano?” “Il controvalore in oro.” “Veramente?” “No” “Come sarebbe?” “Sarebbe che non si è praticamente mai dato il caso, in questi ultimi due secoli, che qualcuno chiedesse indietro l'oro perché, oltre ad essere stato vietato, le transazioni e gli scambi erano fatti con le ricevute, non in materiale prezioso.” “Senza le ricevute o il denaro, se vuoi, non potete più scambiare: questo comincia a costituire parte del problema” “In altre parole, la moneta serve per lo scambio, quindi, è come dicevo io, che è poca e ce la strappiamo l'un l'altro!” “Chi ha detto che deve essere poca?” “Ma il fatto stesso che dobbiamo procurarcela con fatica!” “Questa è l'altra parte del problema: viene tenuta ad una quantità piuttosto bassa che non è sufficiente per tutti gli scambi che volete operare!”


“Beh, non penserai certo che si possa alzare la quantità di moneta a piacimento senza incorrere in una inflazione catastrofica?” “No, penso che dovrebbe essere prodotta in quantità sufficiente per consentire tutti gli scambi possibili.” “Chi può stabilire quali e quanti sono gli scambi possibili?” “Devi capire che la moneta viene emessa materialmente su richiesta dello Stato e questo riconosce alla Banca Centrale il valore nominale intero, oltre agli interessi, se viene emesso un certificato di debito quale un'obbligazione...” “Eh?” quasi urlò il precario. “Sto dicendo solo che lo Stato paga per intero il valore scritto sul pezzo di carta e poi lo iscrive a debito ai cittadini, i quali devono coprire tale debito, corredato dagli interessi, per mezzo delle tasse.” “Solo? Ma ti rendi conto? Se è vero quello che dici, significa che noi siamo indebitati con noi stessi...ma non può essere!” “Con l'Istituto di Emissione o Banca Centrale: questo fa sì che il denaro venga emesso con un debito e che il debito si trasferisca con il passaggio del denaro. Non c'è più un controvalore e il denaro viene stampato a richiesta con dei sistemi di correzione ritenuti idonei a ridurre l'inflazione.” “Ma, scusa, non si potrebbe semplicemente dire alla Banca Centrale di stampare i soldi al costo della stampa e fine della storia?” “Certo.” “Perché non lo fanno, allora?” “Perché, come puoi immaginare, ci sono forti interessi legati alla Banca di Emissione e la motivazione ufficiale è che non si può lasciare tale funzione allo Stato, altrimenti, i Governi che si succedono, potrebbero usare la stampa libera della moneta per finanziare le loro politiche.” “Questo però è anche vero: non riesco ad immaginare un governo libero di stampare tutti i pezzi di carta che vuole per fare tutto ciò che gli passa per la testa...” “E questa è la vera ragione per cui la moneta viene emessa prestandola allo Stato invece che direttamente dallo Stato: non si ritiene possibile un altro modello di emissione. Ti faccio notare che Governo non vuol dire Stato: il primo esprime volontà politica, il secondo è il gestore dei servizi ai cittadini ed il garante, sotto qualunque Governo, del patto sociale. Il potere di emettere moneta


potrebbe essere uno dei poteri conferitigli in forza della legge. Per evitare il problema che ponevi, basterebbe una commissione tecnica o un regolamento adatto. Quella che vivete è una scarsità artificiale, non naturale: avete molto più potere di scambio.” “Ma la politica non permetterà mai una cosa del genere e noi saremo condannati al debito in eterno! Mi sembra una cosa terribile!” “Non posso consolarti, mortale, perché dovrei consolare prima i cittadini di quei paesi in cui il debito estero è accresciuto a causa del cambio sfavorevole della loro moneta e non essendo in grado di pagare sono condannati alla condizione in cui si trovano...” “E' tragico...è orribile...” “E' una delle tante conseguenze del concetto di economia politica: sono i governi a stabilire quanto vale la moneta e lo fanno per la semplice propria convenienza negli scambi. Più forti sono, più possono fare quello che vogliono.” “Non c'è un mercato delle monete?” “No, c'era un sistema di cambi variabili rispetto ad una o diverse monete fisse o mantenute tali per aree di influenza economica: ovvero gli stati con le economie più forti potevano regolare la propria moneta in modo da consentire anche gli scambi internazionali degli altri che impiegavano così tutti la stessa moneta. Per uno stato è già difficile regolare a lungo la sola quantità di denaro necessaria entro i propri confini, diventa impossibile quando deve stamparne tanto anche per gli altri.” “Ma come fanno allora?” “Di fatto, stabiliscono un cambio rispetto alle altre monete secondo alcuni parametri decisamente aleatori, così possono regolare lo scambio facendo pendere la bilancia a loro favore.” “Eunomia, non capisco! Mi stai dicendo che il denaro è...” “...impazzito.” “Eppure mi sembra di capire che non ci sono sistemi migliori di questo.” “Il problema è che non si comprende la natura fondamentale del denaro che è quella di misurare il valore: non è altro che unità di misura del valore, come il kilogrammo lo è del peso, il litro della capacità, etc. Se è vero che tutti i paesi o diversi paesi hanno unità di misura differenti, lo è altrettanto che, per capirsi, e sempre per i commerci, hanno dovuto fissare un sistema di cambio che fosse solo


proporzionale. Che cosa capiterebbe se il sarto usasse il centimetro variabile, il muratore il litro che diminuisce, l'architetto il metro quadrato a richiesta? Una confusione e delle peggiori, perché tutte le operazioni umane sarebbero bloccate dalla semplice mancanza di accordo sulle misure. Le misure del denaro erano generalmente unità di peso del metallo controvalore della banconota: libbra, oncia, marco erano unità di peso. Sul peso, non si può barare, sul valore del denaro, sì, perché si possono fare operazioni politiche interessanti, come aumentare il valore del prodotto interno lordo, favorire le proprie esportazioni e contemporaneamente sfavorire quelle degli altri e tanto altro.” “Però resta sempre il problema dell'inflazione.” “Oh, l'inflazione! Che cos'è l'inflazione se non la sfiducia, a ragion veduta, dell'unità di misura rappresentata dal denaro?” “L'inflazione è l'aumento generalizzato dei prezzi che determina la diminuzione del potere d'acquisto della moneta.” “Quando la moneta era d'oro e d'argento, c'erano dei furbi che limavano un po' d'oro e un po' d'argento dai bordi delle monete coniate, li chiamavano i tosatori. Questi furbi si erano accorti che il valore della moneta era dato dal numero riportato nel conio o dalla testa del potente rappresentata sulla moneta stessa, non dal peso: così cominciarono a far circolare monete tosate. I commercianti si resero conto che maneggiavano monete che, tosa oggi, tosa domani, un bel giorno, non avrebbero avuto più la fattispecie giusta per essere impiegate, così si liberavano prima di queste e trattenevano per sé le migliori, e alla fine arrivarono tutti ad un altro stratagemma: prentendere più monete in pagamento dello stesso prezzo. Ciò che valeva 10 monete d'oro normali, valeva 12 monete tosate o anche di più. Questa è l'inflazione: non il fatto che c'è una quantità di moneta eccessiva in circolazione o che la velocità di questa è rallentata, ma che la gente ha sfiducia nell'unità di misura impiegata per valutare i prezzi e, siccome non può e nemmeno osa pensare di rifiutare l'unità di misura, aumenta le quantità richieste: così facendo tutto il sistema economico ha imparato ad aumentare il proprio prezzo, a scapito di quelle persone che non possono, in quanto si trovano in fondo al vicolo cieco del contratto bloccato. E' la storia di alcune categorie di lavoratori e di certe tipologie di commercio il cui prodotto non viene comprato sempre e comunque...”


“Eppure, mi ha sempre convinto la teoria della maggiore quantità di moneta rispetto ai prodotti in vendita. Mi sembra logico che, essendo maggiore la quantità di moneta, i prodotti aumentino di prezzo!” “Prova a spiegare perché.” “All'università mi hanno raccontato che in certe epoche storiche i prezzi erano cresciuti esponenzialmente perché i Governi avevano emesso una maggiore quantità di moneta sperando di uscire dalla crisi economica in cui si trovavano. Ricordo anche alcuni casi storici, in cui i regnanti si erano trovati un'abbondanza di oro rispetto al normale e che questa aveva distrutto i mercati perché i prezzi erano impazziti. La funzione della Banca Centrale è proprio quella di impedire l'aumento indiscriminato dei prezzi e la crescita dell'inflazione, per cui agisce fondamentalmente ritirando dal mercato la quantità di moneta necessaria a riportare il valore della moneta a regime...” “Capisco che ti hanno insegnato questo perché in buona fede ritengono che le cose stiano così ma purtroppo devo dirti che nessun governo economico oggi può valutare la quantità di moneta circolante per il fenomeno chiamato moltiplicazione dei depositi operato dalle banche...” “Quello è un semplice fenomeno bancario, non aumenta la quantità di moneta ma solo il volume dei prestiti rispetto ai depositi presso le banche!” “No, quello è precisamente un aumento della moneta circolante perché se è vero che la Banca Centrale regola il costo del denaro tramite il tasso di interesse che offre a tutte le banche, queste, in teoria, potrebbero non ricorrere al prestito della Banca Centrale e non curarsi del tasso...” “Così i prestiti non sarebbero garantiti!” “Ma ci sarebbero i depositi, no?” “Non sto capendo niente, sono confuso!” “Con calma! Le banche prestano il denaro che ricevono in deposito, è giusto?” “Sì.” “La moltiplicazione dei depositi è un fatto bancario legato al principio empirico assolutamente vero che i depositanti non richiedono mai tutti insieme indietro alle banche il loro denaro ma che ne prendono un po' per volta, tanto che le banche hanno notato che possono impiegarne una certa quota, anche la stragrande maggioranza perché non verrà


ritirato, è giusto?” “Sì.” “Riescono a prestare il denaro che è depositato presso di loro tante volte di più quante è la quota di sicurezza che è loro imposta dalla Banca Centrale, ti risulta?” “Sì.” “Quindi, su 100 che viene depositato, con una quota di sicurezza pari a 20, possono prestare 80 che poi riaffluisce nel sistema bancario sotto forma di pagamenti fatti, dell'80 trattengono ancora il 20%, poi lo riprestano e così via fino a quando da quei 100 avranno prestato 500.” “Sì, ma questo non è nuovo denaro, non viene stampato direttamente in carta dalle banche.” “Dimentichi che le transazioni avvengono in piccola parte per contanti, in larghissima tramite la moneta elettronica, e prima ancora dell'arrivo dei bancomat, dei conti correnti smaterializzati e delle carte di credito, tramite un segno su di un registro che consentiva il regolamento dei conti direttamente con la penna. Non c'è bisogno di stampare biglietti pari a quella differenza di 400 perché il sistema è tale per cui le banche possono esigere moneta vera con interesse da chi riceve un prestito. Questo restituirà il frutto del suo lavoro o, se vuoi, moneta lavorata, quindi, ricevuta in seguito a prestazione e non in cambio di nulla come le banche....” “Ma se per caso i depositanti richiedessero indietro più denaro di quanto la banca non abbia realmente?” “E' lì che interviene la Banca Centrale prestando ad interesse a sua volta alle banche. Siccome questo avviene e regolarmente, capirai che le banche sono solite investire o prestare tanto più denaro di quanto non abbiano realmente contando sulla restituzione di moneta lavorata.” “Un'altra maledetta truffa ai danni del cittadino...” “...che lavora presso una banca o un ente di investimento e preferisce non capire piuttosto di farsi problemi che lo metterebbero in crisi. Ma ci sono ragioni storiche importanti per questo fenomeno o truffa come la chiami tu.” “Perché non lo è?” “Ti sembra possibile che una cosa del genere sia andata avanti per secoli e nessuno se ne sia accorto?” “Tante cose sbagliate sono andate avanti a lungo prima che qualcuno


dicesse qualcosa.” “Esatto, ma quel qualcuno è sempre arrivato quando i tempi si sono rivelati in qualche modo maturi. La moltiplicazione dei depositi ha avuto l'effetto diretto di arricchire smisuratamente le banche che con la creazione della Banca Centrale hanno smesso anche di rischiare di fallire, ma, anche e soprattutto, di dare una possibilità ai cittadini e agli imprenditori di indebitarsi, sia pure in modo strano, per aumentare il loro consumo e gli investimenti: quindi, ha di fatto aumentato la quantità di moneta in circolazione, altrimenti la società sarebbe soffocata nella più sfacciata abbondanza dovuta alla tecnologia e all'aumento esponenziale della capacità produttiva. Quindi, è vero il contrario di quanto si ritiene oggi: bisogna aumentare la moneta in circolazione o accelerarne la velocità altrimenti non si possono consumare nemmeno i prodotti tanto che l'impresa nazionale va in crisi di sovrapproduzione. Tutta questa faccenda della creazione della moneta è oggi un danno palese, ma è anche l'eredità di una storia economica passata che bisognerebbe comprendere a mente libera e non emotivamente. Ma, prima di poter cambiare le cose, sempre con lentezza e non con rivoluzioni che non potrebbero che rivelarsi ingiuste, occorre capire come regolare la creazione monetaria in modo virtuoso...” Il precario non seguiva più, ci era rimasto troppo male: le cose stavano peggio di quanto avesse mai presentito e qualcuno ne stava approfittando sfacciatamente e, al di là di ogni diritto e buon senso, legalmente. Si congedò con una scusa da Eunomia, rinnovando l'impegno di tornare il giorno seguente e prese la strada di casa. Per strada era di umor nero, gli pareva di aver scoperto di essere nel Medio Evo e che tutto quello che gli raccontavano erano balle su balle. Aveva studiato balle, i giornalisti propinavano balle, i politici erano espertissimi nel raccontare le più grosse, anzi, forse l'addestramento per diventare politico consisteva nel dire cazzate con faccia seria e credibile. Non ci poteva credere fino in fondo. Non poteva essere davvero così, tutto finto: il suo mondo stava crollando. Il suo precariato non era solo un problema momentaneo o del suo paese ma era l'onda lunga di un casino che lo affratellava ai derelitti. Siamo tutti derelitti, miserabili. Il suo umore peggiorava e non appena chiuse la porta dietro di sé,


gli piombò addosso tutta contenta sua madre. “Ciao, che faccia seria che hai? C'è una sorpresa per te!...” Gli sembrava di vedere tutte le cose e le persone come nei film quando la telecamera propone la visuale di un personaggio drogato o in preda ad un grosso mal di testa, le parole e le immagini lo rintronavano sempre di più, peggiorando ulteriormente il bilancio alla voce “umore”. Rispondeva a versi, semigrugniti, cercando di guadagnare la porta della sua camera e chiudersi nell'unico angolo di mondo che non era andato in frantumi. “...la zia Carla me lo aveva detto ma io non volevo anticiparti nulla...mi aveva telefonato “come sta il nipotino? Si avvicina il suo compleanno e questa volta gli voglio fare un regalo da grande” e guarda qui, cosa c'è per te?...” Gli mise sotto gli occhi l'estratto conto di un bonifico a due zeri fatto sul suo conto corrente, una bella sommetta non c'era da dire nulla ma il precario arrossì come un metallo scaldato a fiamma viva. “Denaro a me!!!!???? Denaro a me!!!!?????” La madre rimase allibita con una faccia talmente incredula che non osò dire nulla o forse non ci riuscì. “Sai cos'è questo? Lo sai cos'è alla fine?” “Co-cos'è?” ripetè istupidita la madre. “Questa è merda, nessuno dovrebbe toccarla, puzza, fa schifo, è insanguinato, orribile,... bastardi...ma questo è troppo!” “Calmati! Calmati! Non fare così! Le cose si metteranno a posto, lo troverai un lavoro...l'hai sempre trovato, non preoccuparti così...” “Lavoro? per cosa? Per avere altra merda?” Andò a passi lunghi verso la sua camera e ci si chiuse dentro sbattendo rumorosamente la porta. La madre gli corse dietro e, picchiando alla porta, lo supplicava: “Ti prego, non fare così, ti sistemerai, vedrai che andrà tutto bene..” Non riceveva risposta. “La zia Carla voleva solo aiutarti...Ma cosa dovremmo fare noi, eh? Dimmi cosa dovremmo fare?” “Dovevate accorgevene prima e non stare al gioco! Ecco cosa dovevate fare!!!!! Avete accettato sempre tutto!!!!”


Capitolo sesto come si crea il denaro? Aveva passato la notte quasi insonne: se dormiva, faceva incubi, se vegliava, si ricordava di quanto aveva appreso e l'incubo reale tornava a farsi vivo. Come poteva essere che nessuno dicesse niente? Se Eunomia diceva la verità, allora, almeno qualcun'altro avrebbe dovuto saperlo e parlarne. Andò al suo tavolo di lavoro e accese il computer. Dopo la connessione ad internet, cercò un modo di capire se qualcuno poteva smentire Eunomia oppure dare un'altra versione. Lanciò diverse parole chiave e gli si aprì un mondo: un sacco di persone condividevano con lui quel mal di pancia. Non era solo, questa era la buona notizia. La brutta notizia era che Eunomia stava dicendo la verità e altri erano furibondi per quello che capitava. Trovò tante propose di monete alternative, create senza signoraggio, come lo chiamavano. Visitò dozzine di siti e vide che il problema c'era ed era vasto. La reazione era sempre radicale: rifiutare la moneta corrente e crearsene una nuova, fatta dal popolo per il popolo, senza la mediazione dei politici. Gli sembrava veramente difficile. Esperimenti non erano mancati e tuttavia non gli sembravano in grado di modificare realmente e strutturalmente la situazione. C'erano anche proposte di rivoluzione del sistema monetario talmente ardite da essere paragonate alla costituzione di un nuovo regime economico. Le cose che aveva trovato o facevano paura o erano utopie irrealizzabili. L'economia non poteva essere cambiata a tavolino e certamente non così in fretta. Rimaneva il mal di pancia: che fare? Munirsi di digestivo e antidolorifico e tirare avanti o armarsi di mitra e salire sulle barricate? Vedeva sorgere il partito anti-signoraggio e si faceva dei film mentali di sé stesso che arringava le folle con i carabinieri e la polizia che interrompevano il comizio e la gente che lo difendeva. Avrebbe fatto il profugo, il precario da un'altra parte. Già perché questo era un problema mondiale, non solo del suo paese. Ma di Carlo Marx ce n'era già stato uno e lui si sentiva più vicino ai fratelli Marx. Era un simpaticone non un agitatore, un sovversivo, un rivoluzionario: voleva semplicemente vivere e al suo meglio, senza


approfittare di nessuno. Ora sapeva qualcosa di importante ma cosa avrebbe potuto farne? Si alzò, si presentò ai suoi genitori più depresso che reattivo. La madre gli fece la colazione come al solito, senza fare parola di quanto era successo la sera prima. “Lo so, non è stata colpa vostra.” “Grazie caro, ma, scusa, non ti arrabbiare eh? Ma non abbiamo capito di che cosa?” “Del signoraggio!” disse ingoiando un biscotto inzuppato. “Ah, di quello!” rispose la madre con aria tranquillizzata. “Sì, non avevate compreso la portata del fenomeno della moltiplicazione dei depositi e dell'effetto sulla moneta!” “Certo, certo, hai ragione! Ti va di fare due passi, magari prendi un po' d'aria eh? Ti va?” “Sì, sì, esco, grazie a dopo” Si sentiva un po' strano. Il mondo gli sembrava diverso. Gli altri dovevano sapere, perché chi non sapeva, avrebbe finito per pagare senza sapere nemmeno cosa . Si incamminò per il centro, senza meta. Un signore era fermo davanti ad una parcometro a pagamento e stava lamentandosi con la moglie a voce alta. “Ma sono dei matti! Hanno raddoppiato il prezzo della sosta in due soli mesi! Ma a me lo stipendio mica me lo raddoppiano! Due volte, dico due...” “E' il signoraggio, non ci può fare niente nessuno, ma è il signoraggio Ora lo sa!” Il precario continuò a camminare lasciando quel signore interdetto. Poco dopo, incontrò due persone che discutevano animatamente accanto a delle auto ammaccate piazzate quasi in mezzo alla strada. “...guardi che la precedenza è a destra! Non faccia finta di non aver visto! Lei veniva da sinistra...” “Ma, veramente io ero fermo, è Lei che mi è venuto addosso!” Il precario irruppe nella scena come persona informata dei fatti. “Lei è un testimone? Bravo! Dica a questo signore che io ero fermo...” “L'unica cosa che so oggi, è che il signoraggio è il problema e non c'è incidente di macchina che possa eguagliarlo, è il danno sociale più grande! Ora lo sapete” “Ma cos'è uno scherzo? Una candid camera?” “A me lo dice?” fece il precario “Lo scherzo ve lo stanno facendo da


secoli, non certo io, ora lo sapete! Buona giornata!” Continuava il suo apostolato: pensava che avvisando più gente possibile magari qualcosa sarebbe capitato. Vide una vecchietta che cercava di raccattare qualcosa da terra, nell'aiutarla, stava per suggerirle che quella difficoltà poteva essere sinistramente legata al signoraggio monetario, fu allora che capì che l'apostolato anti-signoraggio, come il partito anti-signoraggio non erano grandi idee. Si sentì lui l'unico vero partito: di testa però! Sedutosi su di una panchina, si rese conto che aveva davanti due strade: o impazzire completamente e continuare giù per la china, arrivando magari a parlare da solo, oppure cercare di farsene una ragione. Scelse la seconda, gli sembrò la più saggia. Gettò l'apostolato alle ortiche e si alzò sollevato: in fondo, fino al giorno prima, quando non sapeva ancora niente, non è che abitasse in un mondo di schiavi e di sadici capitalisti. Aveva realizzato che c'era un grosso problema nell'economia, altri condividevano con lui quella consapevolezza, qualcosa, prima o poi, sarebbe successa, che lui partecipasse o meno. Si era fatto tardi, era ora di andare da Eunomia. Con passo deciso si diresse verso il bar e quasi andò a sbattere contro un signore trafelato che correva verso di lui con il dito alzato come per avere un'informazione. Appena questi si riprese un momento, con un filo di voce, chiese: “Scusi, ....eh...ma non ho capito!... che cos'è il signoraggio?” Eunomia salutò, come ogni giorno, il “mortale”, il barista no. Il precario informò la Musa della sua decisione di non arringare più la popolazione a ribaltare il governo in un'azione anti-signoraggio né avrebbe messo sotto assedio militare la sede della Banca Centrale, anche se la scena di lui con un altoparlante che gridava “siete circondati, avete 20 minuti per abbandonare l'edificio poi cominceremo la demolizione!”, gli piaceva molto. Doveva ammettere che non era una grande idea e soprattutto non era risolutiva di nulla perché, distrutto il sistema, con cosa lo avrebbero sostituito? Con i buoni pasto? Era il meglio che aveva prodotto in qualità di neoeconomista rivoluzionario. Quindi, bisognava rimboccarsi le maniche e capire meglio: una soluzione possibile, magari anche più lenta, ci doveva essere.


“Il primo passo per risolvere il problema monetario consiste nella comprensione di come nasce veramente la moneta.” “Questo è già chiaro: la stampano a richiesta e la cosa ce la troviamo già nata...” “No, mortale, ricordati che la moneta è una ricevuta che deve avere un controvalore per essere emessa, altrimenti, è carta straccia, degna di sfiducia e basta.” “Ma è appunto questo il fatto delinquenziale: non c'è contropartita alla carta...” “Il fenomeno del signoraggio e della creazione dal nulla della carta moneta non è casuale, non è nato da una truffa o da un voler danneggiare proditoriamente la società, è un errore storico con cui si è cercato di mettere a posto una situazione paradossale: la carenza di moneta per mancanza di metalli da conio. Era necessario aumentare la moneta in circolazione per regolare meglio i consumi, anzi direi proprio per consumare più adeguatamente. Ma l'errore è ancora più antico: non si è capito cosa fosse la moneta né come la si potesse creare.”


Capitolo settimo che cos'è il valore? La musa era arrabbiata, il programma ancora non si capiva cosa fosse, lui era stanco: questo il bilancio. Si chiese di cosa fosse stanco e perché non reggesse più il gioco. Eppure gli piaceva la frequentazione di Eunomia: aveva imparato tante cose e anche appreso fatti che lo avevano lasciato senza fiato. Già forse era questo il problema: stavano saltando i paradigmi su cui aveva fondato la sua esistenza in un modo o nell'altro. Cominciava a sentirsi come quei personaggi dei film di fantascienza che finiscono casualmente in una dimensione parallela e vivono esperienze incredibili per chi nemmeno le immagina: il ritorno alla normalità è traumatico per loro e per chi gli sta intorno, non può essere diversamente. 'Sono davvero così importanti per me le cose che credo o che ritengo, se non vere, verosimili? Dovrei smettere di farmi trip economici e dedicarmi seriamente alla ricerca di un'occupazione, come diceva il preside?' Una cosa doveva ammetterla: cambiare idea era difficile, soprattutto quando trasformava pesantemente il paradigma di realtà, la visione del mondo in cui si abita. Trattava il denaro quasi come se fosse cacca, lo ripugnava toccarlo. In banca, faceva le boccacce di nascosto agli sportellisti e per di più era diventato rivendicativo come non mai: ah, quindi avete alzato i tassi di interesse sui prestiti questo mese? Bravi, non vi basta la moltiplicazione dei depositi! Non sa di cosa sto parlando, vero? Si informi, non si può lavorare ad uno sportello per una vita e nemmeno chiedersi cosa si sta maneggiando! Una volta aveva anche chiesto di vedere il direttore dal momento che gli sportellisti non capivano niente: il direttore lo aveva trattato cortesemente come un rompiballe di prima categoria ma sempre con il sorriso. Il precario gli aveva vomitato addosso i problemi del signoraggio, dell'impoverimento collettivo, della disoccupazione, della necessità di equità negli scambi e in cambio ne aveva ricevuto risposte come: la nostra filiale da anni si occupa di etica e ci sta a cuore l'opinione dei nostri clienti, dal primo all'ultimo, e sarà nostra cura verificare i problemi da Lei riscontrati nei nostri prodotti, e porre


rimedio! Grazie per la segnalazione! Buona giornata!” Il precario pensò che si trattasse di un manichino con un nastro registrato all'interno ma le vene che pulsavano nel collo e la tinta rossa del volto, gli rivelarono chiaramente che si trattava indubitabilmente di un essere incazzato del genere Homo specie sapiens sapiens tirato su purtroppo a latte e customer relations. Di plastica aveva solo le idee e il desiderio di non mettere in crisi il suo paradigma esistenziale. Si sentiva reietto dal mondo o era lui che rifiutava ora il mondo? Non era forse questo che gli faceva paura, il fatto che sarebbe diventato, con qualche altra lezione di economia, un isolato, chiuso in sé stesso e tremendamente arrabbiato con tutti? Ne aveva visti di arrabbiati sociali: non avevano cambiato di una virgola la società e si limitavano ad inveire contro chiunque gli capitasse a tiro e solleticasse la loro vanità offesa. Siccome gli altri non avrebbero capito, al diavolo tutti! Sì, era vanità, lui stesso era un vanitoso: il fatto di aver capito qualcosa lo faceva sentire depositario di un potere unico al mondo e necessario per i comuni mortali, se questi non lo riconoscevano, allora tanto peggio per loro, non aveva bisogno di loro. Non voleva uscire dal consorzio umano, aveva paura, questa era la verità ma pure la verità, il sapere come stavano davvero le cose, lo attirava come una luce negli abissi bui. Forse avrebbe scoperto una rana pescatrice che lo aspettava per nutrirsi di lui ma almeno sarebbe stato mangiato per uno scopo. Vagare per gli abissi al buio e senza capire sarebbe stato peggio che vivere sentendo che la luce da qualche parte doveva pur esserci... Eunomia era una rana pescatrice? Doveva rischiare di mettere in crisi i suoi paradigmi fino in fondo e accettare le conseguenze a venire, incalcolabili al momento, o rassegnarsi a riconoscere che, da qualche parte, un altro mondo, migliore, poteva esistere? In fondo anche la luce della rana pescatrice era pur sempre luce e per un attimo avrebbe saputo cosa era la luce: il dopo si sarebbe visto. Con questo nel cuore, si levò e andò dalla Musa, consapevole che le cose avrebbero preso una piega che non sapeva valutare ma che era importante capire. La Musa lo accolse con un sorriso e non fece parola di quanto era avvenuto la sera precedente. “Dunque, stavi dicendo che la moneta è solo un mezzo di scambio e non unità di conto e riserva di valore.” “Esatto” “Capisco tutto ma adesso devo sapere perché non è unità di conto e


allora che cos'è valore: sì, devo ammettere che me lo sono perso!” “Un tempo gli esseri umani non avevano le stesse unità di peso o di capacità: ancora adesso diversi paesi non hanno aderito al sistema maggiormente in voga rispetto alle unità di misura in genere! Come fanno a mettersi d'accordo allora? E' evidente che, se non trovassero un accordo, sarebbe disastroso scambiare un kilo contro un'oncia o un litro contro un gallone?” “Questo è semplice: hanno misurato con le rispettive unità le unità di misura e hanno scoperto che 1 litro vale tot galloni e che 1 gallone fa tot litri.” “Giusto. Ma spostiamo adesso questo ragionamento alle monete: quanto vale un dollaro in yen, euro, sterline, etc?” “Beh, dipende.” “Già. Ti immagini se fosse vero che un'unità di misura come il metro cambiasse continuamente?” “Sarebbe difficile acquistare un abito su misura o avere una casa dell'altezza giusta!” “Già e molto altro! Capisci quindi che un'unità di conto deve essere oggettivabile chiaramente quanto lo è il metro la cui misura è stata depositata, una volta e per tutte, in un museo. A nessuno è dato cambiare questo fatto.” “Sì, però le monete misurano il valore di qualcosa a fini di conteggio, non sono un'unità di misura ma di conto: se anche non fossi d'accordo su quanto vale un kg basterebbe mettere su di una bilancia rudimentale da una parte la merce in kg e dall'altra la merce in libbre e quando sono all'equilibrio avrei la stessa misura.” “Sì, ma solo di peso e non di valore. Se da una parte mettessi legna e dall'altra oro, saresti disposto a scambiare le due quantità allo stesso valore o esigeresti più legna in cambio della stessa quantità di oro?” Gli era sembrata una buona idea e ora si sentiva stupido, sensazione non nuova parlando con Eunomia. “Sempre l'oro, sempre l'oro! Lo vedi che crea problemi, quest'oro?” “Va bene, mettici dei diamanti, del latte, delle stoffe, quello che vuoi: li scambieresti alla pari?” “No, perché cambia il loro valore.” “Già, e se io ti dicessi che il mio kilo necessariamente ha più valore come unità di misura rispetto alla tua libbra anche a fronte dello stesso peso?” “Cioè che se per ipotesi il kilo e la libbra individuassero lo stesso peso,


tu chiederesti più peso per scambiare il tuo kilo con la mia libbra?” “Sì” “Se è uno scherzo, ci riderei, se sei seria, userei la mia libbra di legna in maniera non convenzionale ma a volte utile!” “Già ma perché? Lo sai spiegare?” “Non ci sarebbe equità nello scambio e quindi o c'è qualcosa che non va nell'unità di misura o sei una ladra patentata.” “Non diresti la stessa cosa se la mia unità di misura del valore facesse sì che io potrei comprare più delle tue unità di conto del valore!” Sentiva puzza di trabocchetto intellettuale e non voleva fare la figura dello sprovveduto. “Dipende!” La musa lo guardò stupita. “Da cosa?” “Intanto, se la mia moneta vale di meno, tu sarai indotta a comprare in maggiore quantità le mie merci mentre io comprerò meno delle tue...” “Già, proprio come fanno i governi che poi si chiedono come mai ci sono problemi economici internazionali: ti sarà chiaro, mortale, che se fai questo, io semplicemente metterei un dazio alle mie dogane per scoraggiare le importazioni delle tue merci...” “... e lo stesso farei io, cara Eunomia, così impari a creare un cambio sbagliato...” “Ecco che abbiamo ricreato il sistema quale è sotto gli occhi di tutti! Complimenti!” “Hai cominciato tu!” borbottò il precario. “Quindi ammetti che il cambio era ingiusto!” “Sì, però se calo questa cosa nella realtà, non sono sicuro che sia giusto che una nazione con economia forte abbia una moneta uguale a quella con economia debole!” “Spiegati meglio.” “Una nazione che ha un prodotto interno lordo, o se vuoi, una capacità produttiva superiore perché dovrebbe essere dotata di una moneta uguale a quella di una nazione che vive alle soglie della povertà? Non ti sembra ingiusto?” “Già, perché non passare anche alle unità di misura, dal peso all'elettricità! O derubarli direttamente, forse è ancora più rapido!” “Questo non calza! La moneta è una minuscola parte o una parte unitaria del prodotto interno lordo di uno Stato quindi se il prodotto è maggiore, maggiore sarà l'unità di misura!”


Sentiva che il ragionamento che pure aveva visto fare all'Università non trovandoci nulla di strano, suonava adesso stonato come una capra in un coro a cappella. Eunomia non disse nulla e lo guardò con il solito sguardo penetrante. “D'accordo! Ammetto che questo è un po' strano! Ma non riesco a capire perché!” “Se le unità di misura fluttuano liberamente secondo la volontà dei governi, il primo effetto è il protezionismo delle merci proprie e la crisi economica di tutti gli stati coinvolti, il secondo è una disoccupazione diffusa e legata al fatto che, se anche possiedo una moneta forte, potrò solo comprare all'estero ma non vendere, il che fa sì che il mio prodotto nazionale va in crisi, potendo io contare sul solo autoconsumo, o domanda interna, che non è più sufficiente a nessuno e già da secoli! Se poi tiriamo in ballo anche la semplice logica, troviamo che come esiste un metro che è scambiabile con la libbra accordando le quantità scambiate, non le unità di misura, così deve esistere anche un'unità di conto stabile che non deve cambiare di valore! Diversamente è la confusione e, a lungo andare, la guerra commerciale!” “E il fatto che io che sono più ricco, produco di più?” “Bene, vorrà dire che avrai più merci da scambiare non un metro che è più largo a tuo favore, anche perché ti danneggerebbe: esattamente come un cavallo avrà rispetto ad un cane un numero maggiore di cellule e non delle cellule più grandi!” “Non lo so, Eunomia, mi sembra, come sempre, che la cosa fili a livello teorico ma che la pratica sia diversa!” “Questo perché non abbiamo ancora chiarito che cosa sia il valore.” “Già, che cos'è il valore? Il lavoro, il capitale, il miglioramento, sarà roba del genere!” “In realtà, parlerei più di controvalore e non di valore in economia.” “E' uno scherzo?” “No, è il fatto che il concetto di valore che ai miei occhi è talmente chiaro da non essere messo in discussione, sceso alla sfera economica risulta troppo astratto per poter essere compreso.” “Sarebbe a dire che siamo troppo stupidi per capire?” “No, sarebbe a dire che è cosa ancora talmente astrusa che finché non scoprirete le scienze qualitative, non riuscirete nemmeno a toccare le premesse del ragionamento.” “Non capisco! Scienze qualitative! Sa di strano o di filosofico!” “Questo è il punto: non avete ancora le basi per capire ma potete usare il


controvalore, esattamente come usate l'elettricità e l'energia senza averne compreso la natura.” “Questa è bella! Adesso non sappiamo cos'è l'elettricità o l'energia?” “Ne conoscete gli effetti ma non la natura: vi basta sapere che dei conduttori collegati ad una fonte di elettricità la trasferiscono ma, per questo non vi occorre sapere cosa sia veramente.” “Diciamo che ho capito cosa intendi ma non riesco nemmeno a vedere cos'altro importerebbe sapere...” “Appunto” sospirò la Musa “ non vi serve e quindi non lo cercate: in realtà, vi serve e quando lo capirete, lo cercherete e sicuramente lo troverete.” “Ma di che parli?” fece stizzito il precario. “La Bellezza, la Verità, la Saggezza e tante altre cose sono qualità che vengono prima delle quantità, non sono soggettive, cioè non sono relative all'osservatore ma sono oggetti reali, ben definiti, oserei dire viventi ma in un modo che è ancora lontano dalla vostra comprensione.” “Quindi, sono scambiabili.” “Sì, nel senso che sono la vera ragione dello scambio: il possesso e l'impiego di quelle qualità. Ma non c'è una quantità, c'è la presenza di una qualità e di un grado di essa ma non altro. In futuro, saprete comprendere quel grado e attribuire valore agli oggetti in maniera condivisa, non per convenzione, ma scientificamente...” “Andremo su altri pianeti!” “Lasciamo perdere, mortale, limitiamoci al controvalore che è già difficile da capire!” “Ah, va bene!” fece un po' deluso il precario. “Il valore è oggi il controvalore delle merci, di tutte le merci prodotte in un determinato luogo.” “Eh?” “Ti ho detto che la moneta non può circolare senza un controvalore, ricordi?” “Sì, l'oro.” “Una volta sì, ma adesso abbiamo visto che l'oro è una merce a sua volta e che, se il controvalore non viene spostato dalla moneta che ne diventa solamente simbolo, succede che questa non circola e viene tesaurizzata, cioè trattenuta, creando un grosso danno all'economia.” “Scusa ma non è chiaro: voglio una risposta chiara alla domanda che cos'è il valore?” “Il valore della moneta è oggi l'ammontare delle merci vendibili in un


determinato luogo o nazione o anche mondialmente se prendiamo in considerazione tutti i mercati.” “In che modo è valore questa massa di merci?” “Il fatto che la moneta sia un semplice mezzo di scambio, comporta che sia esclusivamente impiegabile per lo scambio di merci, pertanto produrrò tanta moneta quante merci potrò scambiare.” “Come si fa a produrre moneta esattamente nella quantità voluta?” “La moneta non deve essere prodotta in quantità fissata una volta e per tutte, ma viene emessa a seconda della richiesta.” “In altre parole, è un certificato di valore di una merce.” “Sì, più precisamente è un certificato il cui controvalore risiede nella scambiabilità con merci e di per sé non possiede quindi valore.” “Come fisso questo valore, cioè, scusa, il controvalore?” “Potrebbe andare bene il sistema attualmente impiegato per cui si formano i prezzi e i tagli andrebbero adeguati agli usi locali.” “Unità, come centinaia o migliaia e milioni” “Sì, siamo sulle convenzioni e non su assolutezze.” “Scusa, ma non riesco ancora ad immaginare questo cambiamento!” “Io non ti ho parlato di cambiamento, ti sto parlando della natura della moneta e del suo valore che, di fatto, non può essere stabilito, nel senso che non è il lavoro prestato o il capitale conferito o l'energia impiegata o le materie prime utilizzate e nemmeno i valori morali ma è semplicemente un simbolo, un modo per scambiare le merci.” “Ma oggi non è così!” “La moneta è questo, anche se oggi non lo si riconosce e i danni di questa ignoranza sono evidenti.” “Quali sarebbero questi danni?” “Disoccupazione, distruzione del capitale e dei risparmi, povertà, mancanza di investimenti adeguati, errata distribuzione di ricchezze, inflazione, aumento delle tasse, incapacità di finanziare cose molto importanti come istruzione, sanità, etc, mancanza di sicurezza sociale, aumento dei rischi a carico di chi non può sostenerli...” “Ma stai citando soltanto i problemi classici delle crisi economiche!” “Buona parte di quelle che chiamate crisi economiche non sono casuali come l'arrivo di un asteroide o un disastro naturale, sono semmai il preciso risultato di uno stato di cose che non è sostenibile e che periodicamente si aggrava. Se fosse un essere umano, direi che è un malato che si aggrava di tanto in tanto, andando incontro a delle crisi.” “Se la moneta è responsabile di tutta quella roba, dovrai essere molto


chiara sulle relazioni di causa ed effetto.” “Una crisi economica è una sindrome di effetti economici che derivano sempre dal malfunzionamento della moneta e del mercato: gli scambi non avvengono con la frequenza e la quantità adeguata a sostenere la domanda e la gente non impiega correttamente né le proprie né le altrui risorse economiche.” “Mi sembra una definizione semplicistica di problemi diversi e comunque molto gravosi.” “Degli esempi saranno necessari. Prendiamo la crisi economica più famosa dell'ultimo secolo.” “Il giovedì nero di Wall Street, la crisi del '29.” “E sia! Cosa successe?” “La Borsa crollò sotto la spinta di una grande bolla speculativa per cui tutti i risparmiatori coinvolti persero il loro denaro e dovettero andare in fallimento trascinando con loro imprese e posti di lavoro, cosa che creò un impoverimento collettivo.” “Dal mio punto di vista, quei risparmiatori credettero che la borsa producesse valore e non capirono la vera natura del denaro. La borsa è al più un modo per ridistribuire denaro ma non per crearne perché manca il controvalore necessario, ovvero le merci e i simboli di compravendita non sono veri ma fittizi, non sono coperti da merci, sono solo pezzi di carta ... “ “Potresti spiegare meglio questo punto di vista?” “Nel 1929 ma anche prima, molte persone credevano che la borsa potesse mantenerli senza lavorare solo speculando sui titoli quotati o meglio sui valori nominali esigibili poi in moneta. Molti lo credono anche oggi. Quella crisi è passata alla vostra storia come un evento di miraggio collettivo e di errore di massa: l'errore sarebbe stato quello di aver sbagliato tutti insieme le scommesse di borsa, dando vita ad un abbaglio collettivo che a sua volta ha generato un collasso paralizzante quando i risparmiatori sono corsi ai ripari cercando non più di guadagnare ma di riportare a casa almeno un po' di quello che avevano speso. Per salvare il proprio denaro, hanno svenduto consumando tanta moneta che è scomparsa letteralmente, cosa che capita anche oggi, impedendo tutti gli scambi per cui era stata creata. Così, si è creata un'onda anomala che ha prodotto, nell'ordine: perdita del capitale, distruzione dei risparmi, riduzione della moneta in circolazione, aumento dei tassi di interesse, aumento dell'onerosità dei prestiti, chiusura di diverse aziende per indebitamento e conseguente bancarotta,


disoccupazione, inasprimento delle barriere doganali e modifica del tasso di cambio per aumentare il consumo interno ed evitare la fuoriuscita di denaro all'estero, con conseguente impoverimento dei paesi esportatori partner di quel momento e il danno si è trasferito oltre mare...” “Ecco come si è sviluppata la crisi: e oggi, qual'è la crisi di oggi?” “La crisi di oggi è la stessa di ieri: avete poco denaro in circolazione e, a cicli, si cerca di regolarne la quantità modificando i tassi di cambio in maniera unilateralmente vantaggiosa e riducendo o alzando i tassi di interesse sui prestiti, il vostro risparmio non è conveniente e non è trattato degnamente perché ancora si vendono titoli di aziende o di capitale assolutamente inaffidabili o, se vogliamo, nemmeno capitale. Curiosamente le norme e i controlli sono decisamente aumentati ma non sortiscono alcun effetto se non quello di limitare l'offerta e conseguentemente la domanda, così che la crisi è ormai strutturale.” “Eunomia, allora cosa dovremmo fare per uscire da questa crisi?” “E' semplice: aumentare la quantità di moneta in circolazione per mezzo di una fattispecie monetaria esclusivamente destinata allo scambio, fino a concorrenza dell'intero ammontare delle merci prodotte mondialmente, creare una moneta di conto internazionale non svalutabile unilateralmente per regolare gli scambi, costituire dei contratti finanziari con il compito di garantire gli scambi internazionali dal punto di vista della solvibilità dei contraenti e che possa consentire la massima vendita possibile attuale e futura.” “Non direi che semplice è la parola più adeguata per descrivere tutto quello che stai dicendo!” “E' sicuramente più semplice questo che mantenere proditoriamente delle tariffe doganali che si fanno insostenibili di anno in anno, barare sui tassi di cambio, limitare la quantità di moneta a danno dei portatori di lavoro e merci e a favore dei detentori di moneta, usare monete svalutate o troppo forti o troppo deboli, mantenere con le tasse eserciti di disoccupati, inasprire le tasse sul lavoro e i beni, limitare l'offerta per creare artificialmente più profitti, costruire contratti capestro e renderli legali, commercializzare prodotti che un tempo erano frodi e che adesso, a causa dell'esigenza di risparmiare per la mancanza di moneta, sono diventati generi ambiti, distruggere l'ambiente per non distribuire le tecnologie adeguate e trattenere così i saperi che potrebbero risollevare le sorti di larga parte dell'umanità, spingere intere popolazioni a svendere i propri prodotti nazionali tramite stratagemmi


di stampo mafioso, approfittare della debolezza contrattuale di alcuni paesi o fasce di popolazione per far passare clausole contrattuali assurde...” “Ho capito, basta, ti prego, questo elenco è devastante.”


Capitolo ottavo Che cos'è la domanda?

Superato quel momento di crisi, il precario si sentì più a suo agio con la musa e quella strana sensazione di isolamento che da qualche tempo lo assaliva, si era fatta più razionale. Stava imparando delle cose importanti anche se il quadro era del tutto inverosimile: la sua maestra era una tizia vestita stranamente che si spacciava per la dea dell'economia. Per questi motivi, non aveva fatto parola con nessuno di quanto gli stava capitando, anche perché non sarebbe riuscito a spiegare come mai lui era così attratto dalle “lezioni”. Già perché ci andava? Sicuramente era per un fatto intellettuale, ma anche per una questione di praticità: se Eunomia si era dimostrata molto preparata su tutto quello di cui avevano parlato, alla fine avrebbe rivelato di sicuro qualcosa che lo avrebbe aiutato nel lavoro e nell'inserimento in qualche posto di rilievo, senza trascurare il fatto che il reality sarebbe stato un buon trampolino... I suoi genitori lo seguivano con preoccupazione ma pensavano che lui uscisse tutti i giorni in cerca di un lavoro: quando rincasava, non osavano certamente chiedergli qualcosa perché temevano che si irritasse. Il precario ci marciava alla grande e non aveva mai dovuto dare spiegazioni in casa. Tuttavia, sapeva che il gioco non avrebbe retto abbastanza e gli pesava vedere sua madre in ansia: così pensò di andare ad un colloquio, giusto per dire qualcosa e non dare l'impressione che stesse con le mani in mano. Una ditta cercava esperti di marketing o laureati in economia per organizzare la vendita di prodotti per la casa e l'appuntamento era per la mattina seguente. Il precario si preparò al suo meglio e andò dritto al colloquio. La ditta non era molto nota ma sembrava ben lanciata per via della sede che era molto grande e pulita. Diverse segretarie con cuffia e auricolare gli avevano indicato il punto di incontro: una stanza con arredamenti high-tech e un tavolo di vetro al centro. C'erano anche altri candidati, il clima era lo stesso che dal medico. Si era sempre chiesto se tutto il rituale della presentazione ad un colloquio di lavoro avesse


davvero peso sulla valutazione o se la semplice apparenza e la classica prima impressione fossero i due ingredienti fondamentali. D'altra parte, cosa si poteva scrivere in un curriculum di così convincente da essere assunti subito? Che motivazione bisognava mostrare? Quali argomenti per illustrare la tesi “sono io il vostro uomo”? Di solito, ai colloqui era sempre risultato piuttosto capace, la parlantina non gli mancava, sapeva esporre le sue ragioni: quel giorno era però meno sicuro di sé. Si chiedeva se si trovasse nel posto giusto o se invece stesse giusto provando un diversivo per dare un segnale di vita tranquillizzante ai suoi. Al suo turno, venne chiamato dal valutatore. Abbozzò un sorriso e prese posto sulla poltrona in pelle scricchiolante ad ogni movimento del corpo. Il valutatore era il classico valutatore, assolutamente impermeabile: non si sarebbe potuto dire niente circa l'andamento del colloquio, a meno di non leggere il linguaggio del corpo. Grattata della testa, non ci siamo, sfioramento labbro superiore, bene, mano che copre tutta la bocca, molto male, e tanto altro: lo aveva appreso dai libri ma non ci aveva mai azzeccato molto oppure quei libri erano semplicemente carta da macero. “Quindi, vedo dal Suo curriculum, Lei è laureato in Economia?” Il precario disse un semplice sì, ma avrebbe detto piuttosto boh! Il valutatore scorreva un foglio di carta con attenzione ogni tanto gli chiedeva qualcosa che prevedeva un monosillabo; poi inaspettatamente poggiò il foglio e lo guardò per la prima volta. “Come mai vuole lavorare in questo settore?” Già erano passati alla serie di domande più sul personale. La verità era che non aveva trovato molto altro di interessante ma sapeva che questo non poteva dirlo.... “La verità è che non ho trovato molto altro al momento...” Il valutatore fece un'espressione indecifrabile da valutatore qualcosa del tipo “ah!” oppure “oh!” oppure qualcosa da valutatore. “Le piacciono i prodotti per la casa?” Si rendeva conto che non è che gli interessassero molto le pentole, le posate, le tovaglie e i detersivi ma non avrebbe cercato una risposta di cortesia... “Veramente no, però dal momento che si tratta di un lavoro saprei svolgerlo come per qualsiasi altro prodotto!” Espressione da valutatore. “Ha mai sentito parlare della nostra ditta prima di oggi?”


Doveva dire qualcosa anche di evasivo che significava sì. “No, prima d'oggi no.” Altra espressione da valutatore. “Ha risposto quindi ad un nostro annuncio?” “Sì, quello del giornale.” “Ho già letto delle Sue precedenti esperienze lavorative, aggiungerebbe qualcosa?” Adesso bisognava dire qualcosa di importante e simpatico giusto per non far capire all'altro che stava parlando con un personaggio della Famiglia Addams. “Ma a parte il fatto che il mio ultimo contratto da precario è scaduto qualche settimana fa, lasciandomi completamente a piedi, contrariamente a quanto mi era stato assicurato, cosa che mi ha fatto desiderare di trovare qualcosa di più sicuro dal momento che le capacità non mi mancano e neanche la voglia di lavorare, unitamente al fatto che tutti i lavori di cui ho trovato offerta, si sono rivelati impraticabili o inutili o rivolti a settori talmente strani da essere offensivi, aggiungerei che per una volta vorrei capire subito che tipo di lavoro mi offrite, mi perdonerà la franchezza, ma ad una certa età e dopo tante esperienze lavorative, non riesco più ad essere il ragazzino che ero e sento il bisogno adesso di saltare qualche giro del labirinto per sapere...” “Già, certo ma come saprà, queste cose sono comunicate al secondo o terzo colloquio, quando il candidato ha già superato diciamo così, l'orientamento!” “Non mi prenda per aggressivo, ma io sono già orientato e cerco semplicemente un lavoro onesto in cui dare il mio meglio. Che tipo di lavoro offrite?” “Ma dunque, sarebbe meglio che prima parlassimo della sua propensione alla socializzazione...” “Buona, direi. Che tipo di lavoro quindi?” “Forse sarebbe il caso che parlassimo prima delle sue esperienze con i call center, vedo che ne ha già avute.” “Si tratta di un call center allora?” I ruoli si erano curiosamente invertiti ed era lui a valutare il lavoro e non il valutatore a valutare lui: era quasi divertente. “Inizialmente, sì, ci sarebbe una parte di questo ma poi si parlerebbe di lavoro decisamente d'ufficio, analisi di mercato dei prodotti e valutazione della domanda.” “Domanda di pentole, saponi e cose di questo tipo?”


“Certo, anche, ma soprattutto di prodotti innovativi come particolari pentole con sistemi antigraffio o saponi completamente naturali e biodegradabili.” “Mi dispiace ma alla mia età e viste le esperienze mi sento davvero sprecato in un call center: aspiro a qualcosa di meglio.” “Non capisco allora perché è venuto qui e cosa si aspettava di trovare?” fece piccato il valutatore. “Intanto l'annuncio non era chiaro e vi pregherei di cambiarlo, poi, il call center non è per me un lavoro degno.” “Non vedo proprio cos'abbia di indegno?” “Lei lo ha mai fatto?” “No, ma io faccio il valutatore.” “Bene, io non faccio il disoccupato o il precario o l'interinale e cerco solo un lavoro più evoluto di “tempi moderni”. Arrivederci!” Era uscito di lì trionfalmente, era ancora precario ma si sentiva bene: per una volta, era lui ad uscire a testa alta da un colloquio per un'offerta di lavoro umiliante. Ma poi tutta quella fatica per vendere pentole e saponi! Possibile che al mondo non ci sia lavoro in qualcosa di più interessante? Possibile che i posti di lavoro che riguardano prodotti più utili, siano tutti stati occupati? Ma questa benedetta domanda di pentole e saponi è poi così inesauribile? Esistono davvero tutte queste massaie o casalinghe affamate di pentole nuove e saponi biodegradabili? Come mai i call center vanno tanto da imporre un lavoro quasi sempre umiliante e da catena fordista? Possibile che riescano a modificare tanto i comportamenti di consumo? Serve una laurea per alzare il telefono e vendere una pentola? Senza rendersene conto, aveva preso la decisione di non fare più lavori di un certo tipo: era lui ora a decidere che tipo di mestiere fare. Basta con i lavoretti! Già! Quindi, cosa? Si fermo un momento a pensare, forse per la prima volta in vita sua, cosa sapesse fare veramente, non le balle del curriculum o della laurea, no, veramente, cosa? Gli era sempre capitato di cercare lavoro nella rete di relazioni che casualmente o appena intenzionalmente si era creato dalla laurea in poi: da ragazzo aiuto-piastrellista aggiunto nella importante operazione di pavimentare il bagno del commercialista, a garzone del commercialista


stesso, poi apprendista, quindi collaboratore, per finire collaboratore di un altro commercialista, poi ancora di un altro...per rendersi conto che i commercialisti non cercavano più altri collaboratori! Non aveva mai immaginato che potesse fare dell'altro, se non lavori più umili o comunque spendibili in termini di offerta lavorativa: aveva sempre cercato di fare quello che gli sembrava che la società potesse chiedere e non aveva mai realizzato che in realtà la società stessa erano quelle persone che incontrava nel suo lavoro e nella routine: gente che faceva il suo senza curarsi di una visione generale più ampia. Gli avevano appena chiesto se avesse propensione sociale: adesso capiva che non si trattava più di far capire all'altro che sì, era un bravo ragazzo, un buon compagno di squadra, che aveva fatto anche del volontariato ma che invece ci si poteva curare della società tramite il proprio lavoro. In fondo, tutti non facevano che servire la società in qualche modo: dal portiere d'albergo al suo ultimo commercialista...solo che non se ne erano mai accorti. Tutti facevano la loro parte ma non si rendevano conto di essere inseriti in un tessuto di servizio reale, concreto, dove le mancanze e le prodezze, per quanto piccole e apparentemente insignificanti, avevano un peso. Non vedeva da dove arrivassero queste riflessioni, cosa fosse successo, eppure la sua decisione di non svendersi più e di fare qualcosa di utile per sé stesso principalmente e per la società gli aveva aperto un mondo. La gente non ha bisogno di pentole antigraffio, ne ha già abbastanza, ha bisogno di altro, quello che posso dare io. Sorrise al pensiero che per la prima volta stava analizzando davvero la domanda di mercato e che poteva davvero aprire un mercato se avesse trovato risposta alla domanda tramite l'offerta rappresentata dal suo lavoro.


Capitolo nono Che cos'è il lavoro?

Per qualche giorno, rimase elettrizzato dalla sua scoperta: poteva crearsi un lavoro, quello che più gli piaceva. Lo spaventava un po' l'idea di muoversi in una dimensione in cui era solo ma, d'altra parte, non riusciva a rassegnarsi ai “lavoretti” e poi, c'era sempre tempo, per rientrare nei ranghi...voleva provarci, se lo doveva. Decise di non andare da Eunomia per qualche tempo e nell'ultimo incontro le chiese di rivedersi dopo un paio di settimane, che forse, ci sarebbero stati sviluppi. Per una volta fu lui a vedere interdetta la musa. Cominciò la sua carriera da free-lance, con un attento esame delle sue capacità: doveva riconoscere che sapeva parlare bene, anche se in pubblico faceva ancora un po' di fatica, con la penna non se la cavava male, ... ma tutto questo non era ancora un lavoro. Pensò che forse il suo lavoro preferito era da qualche parte nella sua testa e che probabilmente quando era piccolo, aveva sicuramente manifestato qualche inclinazione in questo senso. Furtivamente, salì in soffitta, aprì vecchi bauli polverosi e cercò avidamente tutti i quaderni delle elementari e delle medie in cerca di una risposta. Gli capitò per le mani una pagella delle elementari: educato, gentile, sa scrivere...queste cose le sapeva già! Ci voleva di più. Cercò la pagella dell'ultimo anno delle medie. “Il ragazzo si è dimostrato molto sensibile alle arti tecniche, alla manualità, al disegno. Ha frequentato i corsi di ballo con interesse...” Praticamente tutto, pure il tango...ma che faccio io? Il Salsero de mi vida? Guardò i voti: tutti mediamente alti. Nessuno più alto o significativamente più alto degli altri...ah, ecco, uno sì....la condotta! Dopo qualche tempo, il precario abbandonò la ricerca di informazioni dal passato remoto perché aveva cominciato a trovare cose piuttosto puerili come astronauta, vendicatore mascherato ma anche piuttosto


inquietanti come il serial killer, di sicuro all'epoca non sapeva cos'era ma verosimilmente ne parlavano tutti... Si rimise a vagare per la città, in cerca di ispirazione e pensò di andare a trovare il suo insegnante di filosofia che era stato, almeno in piccola parte, una sorta di mentore: era dura da ammettere ma non si sentiva sicuro di sé nella ricerca di una professione, anzi, della professione che più gli piaceva. Imboccò la via che attraversava per andare dal suo professore, qualcosa come quindici anni prima. Qualcosa era cambiato. Non c'erano più quei grossi alti che si agitavano al vento, scampolo di campagna sopravvissuto in città: curiosamente, c'era invece un cartello che commemorava la vita degli alberi centenari che si erano dovuti abbattere per grave malattia infettiva. Trovò strano che si ricordassero degli alberi con un cartello invece che piantando altri alberi: gli sembrò addirittura paradossale, una stortura, di cui nessuno si era accorto. Era proprio il segno dei tempi in cui stava vivendo: tanti mezzi, tante opportunità di scambio di ogni cosa, idee, informazioni, strumenti, tutto di tutto o quasi, eppure si era ancora testimoni dei paradossi più assurdi e la gente non se ne accorgeva, oppure riteneva che non fosse importante? Già, ma per lui lo era: perché non vendere agli altri questa sua cura, questa sua passione nel comprendere i paradossi e cercare di informare. Gli piaceva molto l'idea, non era il fustigatore dei costumi, non era il giornalista d'assalto, non aveva nemmeno la stoffa del poeta che commuove la gente e la fa pensare ma poteva scrivere al suo meglio e far sapere agli altri cosa succedeva nel mondo, in città, nel suo paese. Lo assalì il timore di essere troppo vecchio o poco capace rispetto ai professionisti o ancora poco laureato o comunque non titolato o ... gli girava la testa! Sentiva il peso di quello che dicevano sempre tutti davanti alle cose insolite, nuove, diverse: semplicemente, non si può! E perché? Perché no! Ma perché? Perché no, no, no, no, no, non si può....Capiva che era alle prese con un condizionamento e optò per provarci, nonostante tutto. Raccolse tutte le idee che gli venivano in mente, dalle inserzioni lavorative che cercavano esperti, professionisti, giornalisti, in settori vicini a quelli che gli sembravano significativi, fino alle ipotesi più fantasiose, come aprire un giornale nuovo, un sito web, creare un'agenzia di stampa. A parte le soluzioni canoniche, quelle in cui non riusciva ad entrare per mancanza di titoli adeguati, di contratto dignitoso, di stipendio a livello


UE, sia pure a 25 membri, di età, per le altre, le fantasiose, c'era sempre una secca che non riusciva a circumnavigare per quanto frustasse i rematori della sua intelligenza: sì, apro il giornale nuovo, faccio tutto quello che c'è da fare ma chi pagherà per questo? E si arenava sempre lì tra le sabbie del chi pagherà? Percepiva che c'era qualcosa di sbagliato nel ragionamento ma non sapeva dire cosa. Aveva provato anche con sua madre che, alle volte, si era dimostrata un'ottima consigliera. “Sai, mamma, c'è un mio amico che conosce uno che forse vorrebbe aprire un giornale nuovo, per scrivere cose molto interessanti e far sapere alla gente quali sono le cose che non vanno nel mondo e in città...” “Ma che bello! Veramente interessante... certo difficile!” “Difficile? E perché?” “Scusa ma chi pagherà per questo?” Si erano incagliati in due nella secca del chi pagherà...del resto, erano in buona compagnia, tutti dicevano la stessa cosa. Però, aveva ancora una chance da giocarsi: chiedere aiuto ad altri. Si presentò a tutti gli uffici, le case editrici, i consulenti commerciali che conosceva, i giornalisti, i giornalai, tutti, alla ricerca di un consiglio e ne ricavò l'idea di approfittare di alcuni fondi destinati all'impresa giovanile e femminile, salvo l'evidente problema del non essere né impresa né femminile. Aguzzò l'ingegno e mise insieme un po' di persone, presentando la sua idea di un giornale nuovo indipendente che parlasse alla gente dei problemi reali, non delle disquisizioni politiche e sociali di alto livello, ma semplicemente delle contraddizioni quotidiane, cercando di organizzare una risposta civile, sana, pulita ma non violenta. Alcuni si dispersero tra i flutti del “non si può”, altri si arenarono sulle secche del “chi pagherà”, certi, in maniera inaspettata, si dichiararono di questo o quello schieramento politico o apolitico per cui non si potevano riconoscere in nessun'altra azione sociale diversa dal loro credo originario: però qualcuno era rimasto, qualcuno che voleva semplicemente lavorare e non aveva di molto meglio da fare e qualcun altro che condivideva con l'impacciato oratore la passione per l'idea. Stranamente ed embrionalmente, si era costituita una società, che non aveva ancora niente ma c'era la voglia di fare e di provare: cominciava a vedere il suo giornale. Non aveva superato il capo della Buona Riuscita ma stava armando la sua nave e addestrando l'equipaggio, non era più


solo. Sorsero presto difficoltĂ e divergenze, problemi organizzativi, ma l'equipaggio resisteva e, ad ogni passaggio di livello, cresceva in capacitĂ  e affiatamento: sembrava proprio che l'impresa si sarebbe fatta.


Capitolo decimo L'ultima lezione Giovanni Ronzi si era svegliato presto quella mattina, presto per quelle che erano le sue abitudini; alle 7 si era presentato in cucina vestito di tutto punto e aveva salutato i genitori. “Dove vai così presto? Colloquio di lavoro?” fece la madre. “No, vado a cercare casa, sto pensando di andare ad abitare con alcuni amici … sai com'è, ad una certa età ....” “Certo, capisco, io e tuo padre capiamo, ma se non hai ancora ...” “... un lavoro, vuoi dire?” “Sì, cioè no, non è che tu non abbia un lavoro, … insomma ne hai avuti tanti, ma, forse, in questo momento hai bisogno di …” “... di darmi una mossa, mamma, ecco di cosa ho bisogno! Non ce l'ho con voi e credimi sono sempre stato bene qui ma ho quasi trent'anni e voglio qualcosa di più e capisco che devo avviarmi, insomma su di voi posso sempre contare no? Ma devo provare e poi, sai, c'è l'associazione...” “Già, l'associazione! E' con quella che pensi di vivere?” “Beh, sì e no! Prima di tutto mi sembra già un buon inizio e credo che presto arriveranno i primi soldi, poi, ho qualche risparmio, ma soprattutto, ho qualche idea che vorrei mettere in pratica. Di questi tempi penso che sia già qualcosa” Seguì un attimo di silenzio imbarazzato. “Allora ci vediamo stasera, non torno per pranzo” disse Giovanni. Il padre fece un cenno con il capo e Giovanni diede un bacio alla madre. Non era colpa dei suoi genitori se non capivano cosa stava capitando: lo aiutavano come potevano, ma la loro aspettativa di un lavoro


“normale”, come salmodiavano loro, con tutte le carte in regola, quello stesso lavoro che ti tieni addosso per tutto il resto della vita professionale e che ti entra dentro fino nella carta di identità e, poi, magari, diventa una parola in più sulla lapide, a ricordare a tutti chi sei stato, per l'eternità, quella aspettativa, insomma, era per lui e per tanti altri come lui, antistorica, non contemporanea, un fatto del passato, che, al massimo, poteva riguardare ancora qualcuno nel presente ma come una deriva genetica in una popolazione di esseri evoluti in altro modo. Esistevano ancora certamente ingegneri, notai, medici, spazzini, idraulici, commercialisti, avvocati, ma quello che era cambiato, era il contratto in base al quale tutti esercitavano la professione. Non erano più a tempo indeterminato, ma a scadenza, a progetto, a consulenza, a contratto, a qualunque cosa fuorché “per sempre e nello stesso posto e alle stesse condizioni”. Giovanni si era fatto l'idea che pretendere di rimanere a lavorare presso la stessa azienda e per tutta la vita lavorativa, fosse più un'astrazione o una chimera che non un dato di fatto sul quale contare veramente. Quello che gli pesava, non era il concetto di poter essere inquadrato in tante aziende nel corso dei seguenti quarant'anni, - ne aveva già cambiati tanti di posti e, in fondo, gli era anche piaciuto -, no, quello che gli pesava, era la sensazione di non essere niente e di non avere niente, cioè di non aver costruito niente, né umanamente, né socialmente. Ad ogni posto nuovo, si ripartiva da zero, non si poggiavano i piedi su qualcosa di sicuro e non si ricominciava da tre, per dirla con l'artista, ma sempre e comunque da zero. Il curriculum non consentiva di arrivare in un posto con un titolo ben affiancato al nome, bisognava sempre dimostrare qualcosa in partenza, quindi, conquistare la fiducia per arrivare - finalmente! - a fare qualcosa di interessante e poi? Poi l'azienda andava male e non rinnovava il contratto, oppure delocalizzava e non rinnovava lo stesso o ancora voleva solo risparmiare e,- indovina?- non rinnovava ancora una volta! Non si sentiva psicologicamente debole o provato ma sentiva di non essere ancora qualcuno professionalmente e nemmeno sapeva come


definirle poi le professioni, in un'epoca in cui tutti sono laureati e sanno tutto teoricamente ma a pochi viene consentito di esercitare praticamente... All'idea di non essere qualcuno in questo senso, meramente lavorativo, si era abituato ma il resto della società gli ricordava costantemente un altro fatto, quasi un ritornello: senza una posizione lavorativa stabile, tu non sei affidabile. Economisti, politici, sindacalisti, tutti a dire che cambiare lavoro è bello, che non ci si annoia, che si cresce sempre, che si affrontano sfide ogni giorno ma forse questo andava detto non ai precari ma alle banche che non concedevano i mutui, l'accesso al credito e, a volte, un normale conto corrente, a chi affittava le case e le negava a chi non poteva vantare un lavoro stabile, insomma a chi chiedeva garanzie totali per poter aprire i cancelli dei servizi senza i quali si diventa cittadini serie B! Giovanni si sentiva ancora giovane, capace, desideroso di fare esperienza e di far fruttare quanto aveva imparato ma capiva anche che il tempo in cui viveva, chiedeva a tutti di risolvere il paradosso lavorativo, quello di non trovare lavoro nella stessa società che del lavoro aveva fatto il proprio elemento di fondazione. Negli ultimi tempi, però, erano successe molte cose, alcune molto strane, e si era dato da fare parecchio: aveva capito molto ma soprattutto, si era reso conto che poteva fare qualcosa, che, nonostante tutto sembrasse fermo o chiuso, lui poteva creare delle opportunità di lavoro. In due settimane aveva avuto un'idea ed era riuscito a coinvolgere altri in un progetto di lavoro che a prima vista sembrava insostenibile ma che aveva trovato poi, nell'elaborazione collettiva, un interessante avviamento. Era nata così l'associazione culturale “Cataclisma” con il preciso scopo di far conoscere al pubblico locale tutte le informazioni, dalle piccole alle grandi, riguardanti direttamente il territorio e gli avvenimenti cittadini. Il “giornalino”, come lo chiamavano i suoi, era partito bene, c'erano già 1.200 contatti e, ad una prima ricognizione, si erano trovati già alcuni sponsor e inserzionisti.


L'ipotesi che si potesse costruire un contratto di lavoro per 2 o 3 persone era più che verosimile, certo, del solito tipo, a scadenza, ma intanto era una scadenza diversa, perché dipendeva direttamente dalla capacità creativa dei lavoratori e non dalle valutazioni di altri se non addirittura dai loro capricci! Questo aveva dato a Giovanni un senso di vertigine, una nuova libertà, la percezione di avere un ruolo e di poter fare qualcosa di professionalizzante. Non era più un precario, si sentiva un imprenditore in erba! Quel giorno, però, aveva un appuntamento importante, doveva incontrare una persona, qualcuno che lo aveva aiutato molto ad elaborare la propria condizione, partendo – diciamo così – molto alla lontana, dal generale, per lasciare a lui stesso l'applicazione e l'approdo alla situazione particolare. Dopo qualche commissione, Giovanni era arrivato puntuale al bar “Pippo”, lo stesso in cui si erano svolte molte discussioni e accesi innumerevoli dibattiti che vedevano, da una parte, lui, in quanto precario- barra – dottore in economia e dall'altra, niente meno che la dea dell'Economia, in arte Eunomia, la musa dell'economia! Giovanni, riguardo a questa faccenda, non si era ancora spiegato nulla, nemmeno come fosse successo, forse per il semplice motivo che non aveva ancora capito cosa fosse successo, chi fosse veramente Eunomia e perché volesse tanto parlare con lui su temi così astratti. Non si era sentito di farne parola con nessuno ma propendeva ancora per la possibilità che si trattasse di un reality e che lui fosse uno degli ignari partecipanti di un meccanismo tipo candid camera. Non era riuscito a raccogliere nessuna prova ma l'evidenza dei fatti era tale da non lasciare spazio a molte altre interpretazioni. Accomodatosi al solito tavolino, constatò che la musa, per la prima volta, stava ritardando: fatto strano perché era sempre lui ad arrivare dopo e a trovarla tranquillamente seduta in posa statuaria. Eunomia attirava sempre l'attenzione ma nessuno osava avvicinarsi, da quello che poteva ricordare: solo quando cominciavano a parlare, qualcuno


gettava qualche occhiata con aria interrogativa o addirittura ostentava un sorrisetto o qualche espressione divertita. Il livello della discussione era sempre alto - e si sa! -, non tutti possono capire, così, al volo, argomenti di tale spessore. Si presentò il solito cameriere, ovvero “Pippo” in persona, il titolare, che con il consueto modo un po' faceto che Giovanni non aveva mai decifrato, disse: “Allora, cosa vi porto? Aspettate! Fatemi indovinare! Dunque un nettare alla pesca per la signora e un caffé macchiato freddo per il signore: giusto?” “Ma di quale signora sta parlando, scusi? Sono solo io!” “Come? Oggi è solo? Non c'è la signora qui, quella con cui parla tanto?” Giovanni rimase di sasso, alcuni avventori stavano ridacchiando sotto i baffi. “Ho capito, è uno scherzo, vero?” Pippo, sempre con lo stesso registro, da teatrante, fece: “Certo, uno scherzo! Ma allora cosa vi porto?” Giovanni continuava a non capire, aveva detto “vi”: esclusa l'ipotesi che il cameriere gli stesse dando del voi, non gli riusciva proprio di interpretare il comportamento del titolare del bar che era sempre stato piuttosto strano ma mai come in quel momento. “Se non sa cosa rispondermi, facciamo così, io porto il caffé per Lei e anche il nettare alla pesca per la signora, questo lo offro io, tanto la signora non lo beve mai e lo lascia sempre lì intatto! … Non è il caso di rimanerci male, vede, con gli amici immaginari è sempre così, spariscono quando meno te lo aspetti!” Sulle ultime battute il bar intero stava ridendo a crepapelle. Giovanni sempre più in preda a strani pensieri, trangugiò il caffé e pagò, stava per dire qualcosa del tipo, “se una signora elegante chiede di me ditele che ...”, quando Pippo gli disse: “Arrivederci allora! E tanti saluti alla signora! Ci faccia avere notizie, è da un po' che non la vediamo!”


Seguì un altro scroscio di risate che Giovanni poteva sentire anche ad una certa distanza dal bar. Era confuso, non capiva cosa fosse successo! Quello aveva parlato di “amico immaginario”, sembrava far intendere che lui parlava da solo e che si era fatto delle belle chiacchierate in monoconferenza! Ma dai! A chi vuol darla a bere? E' tutto preparato, anche lui fa parte del gioco! Eppure tutti ridevano! E com'era convincente, che attore! Già ma Eunomia non è venuta, non si è presentata … Ebbe un'idea, afferrò il cellulare in preda ad una certa ansia febbrile. “Carlo? Ciao, sono Giovanni... no, sto bene! Sto bene, sono un po' di corsa! Senti, avrei bisogno di un grosso favore ma subito se puoi … sì, sto bene, no, non sono agitato, sto solo camminando e ho il fiatone, no, non sto andando al pronto soccorso … e dai! No, non mi hanno rapinato, no, nemmeno mi hanno sequestrato, come farei a chiamarti se no? … lascia perdere, sto bene! … insomma, mi ascolti un momento? … oh, grazie! ... Dunque, dovresti andare subito in un bar, si chiama bar Pippo, lo trovi subito, cerca di capire cosa sta succedendo, poi mi chiami e mi fai sapere, ok? … Sì, è per il giornale, dai che forse c'è uno scoop! … No, io non posso, sto andando … no, non al pronto soccorso, ho una commissione, … che c'entrano le donne adesso? … senti, grazie, io devo andare, chiamami subito, cerca di capire bene cosa è successo, a dopo!” Carlo era davvero bravo a scoprire le situazioni più incredibili, lui sicuramente avrebbe capito la faccenda e gli avrebbe detto come stavano le cose, magari era la volta buona che si risolveva anche il mistero del reality! Passavano i quarti d'ora e Giovanni andava avanti e indietro per un parchetto da cui passava spesso: era agitato, non gli interessava più nulla, doveva sapere e adesso! Dopo un'ora e mezza, partì la suoneria del cellulare.


“Ciao, Giovanni, sono Carlo … allora io ci sono stato, in quel bar, sì … Ma dunque, quando sono arrivato, stavano brindando, tutti eccitati, in effetti, qualcuno, credo proprio Pippo, il titolare, stava dicendo qualcosa del tipo, ce ne siamo liberati, da adesso non tornerà più, il matto, avete visto che faccia ha fatto … eh? Vuoi che ti dica le parole esatte? Sì, è quello che stavo facendo, … avete visto che faccia? E giù tutti a ridere, vedessi come si divertivano, Giovanni, allora, ho ordinato un caffé e ho chiesto un po' cosa stava succedendo e lui: offro io, oggi mi sono tolto un peso dai … beh, puoi immaginare... da settimane, da qualche mese, veniva un matto si sedeva lì a quel tavolino,... sì, sì era sempre Pippo a raccontare ... ordinava per due e poi passava tutto il tempo a parlare con una ragazza immaginaria, da solo e vedessi come parlava, oh, sembrava veramente un dialogo, con tanto di silenzi, tutto concentrato, e sai di cosa parlava? Di economia! Ma una roba che, se la racconti, non ti credono! … Non lo vedevamo da un po', poi oggi è venuto qui, bello bello, e la stava aspettando, capisci? Non si è presentata e lui tutto mogio se n'è andato! … ragazzi che risate! Ci mancherà, sì, sì, ci mancherà! Dove lo troviamo un altro così? … al ché io ho fatto finta di non crederci... oh vedessi come si è inalberato Pippo! Cosa? Non mi credi? Guarda che qualcuno l'ha anche registrato con il telefonino, adesso te lo mostro... Giovanni! Giovanni! Che c'è? Oh, stai calmo! Lo vedi che oggi sei nervoso, che ti prende? … No, non ho potuto vedere niente, il tizio del telefonino ha cambiato cellulare e non ha salvato il video... adesso però mi devi spiegare che cosa succede, perché ti interessa tanto questa storia? Dov'è lo scoop? Volevi fare un pezzo sui matti incompresi che vagano per la città? … No, allora lo conosci quello lì? … Nemmeno, ah, vabbé, mi spiegherai, d'accordo, ciao … niente, figurati, questo e altro per il dovere di cronaca! … Ciao!”


Giovanni non sapeva più cosa pensare, si sentiva, anzi si era sentito sempre uno, come dire?, “normale”, ecco, certamente non uno che se ne andava in giro a parlare da solo e per settimane! Ma come era possibile? Lui l'aveva vista bene, non poteva essere successo solo nella sua testa, Eunomia, o chi per lei, esisteva … o lui era un pazzo furioso, uno da rinchiudere in manicomio e buttare via la chiave! Ma no, non era possibile, dai, quante volte ci sarà andato in quel bar? E poi non erano tutte cose della sua testa, se anche era stato lui a farsi quelle domande, esplicite o implicite che fossero, come avrebbe potuto rispondersi con cose che non conosceva … se questa era pazzia, allora la pazzia è uno stato di grazia in cui si possono conoscere cose utili e importanti! Vagava ancora una volta per la città, senza meta, alla ricerca di una risposta su quello che aveva vissuto e che non gli riusciva di capire, poi, la vide … La musa era lì … scolpita sulla facciata di una bella casa in stile liberty. La casa la conosceva, l'aveva vista tante volte, ma non aveva mai notato la raffigurazione della dea dell'economia. Era proprio Eunomia, bella, altera, nella pietra conservava ancora quell'espressione intelligente, un po' severa e condiscendente ad un tempo, che le aveva visto tante volte. Comunque, non era pazzo e cominciava a farsi strada un'ipotesi: come aveva appreso da tanti documentari, quando si è stressati e depressi, succede di vedere cose che poi si rivelano essere la soluzione o la chiave di un problema assillante, era successo a tanti geni che avevano risolto brillantemente enigmi e fatti cruciali per le scienze o per il benessere dell'umanità! Il serpente di Kekulè, la mela di Newton, la penicillina di Fleming, già, era tutta una questione di pensiero laterale, di potere inconscio, di consapevolezza dal profondo!


Forse, fu un bene per Giovanni non soffermarsi troppo sul fatto che un conto è avere un'intuizione e tutto un altro parlarci per qualche mese! Comunque, archiviò il fatto come “tratto di genio” casualmente e spontaneamente verificatosi che non era il caso di sottoporre all'attenzione altrui, in quanto non lo si sarebbe capito... Ovviamente il bar Pippo diventava off limits per lui e avrebbe dovuto anche inventare qualcosa di convincente per Carlo che, non convinto, poteva essere un temibile segugio e fare luce sulla faccenda e, a quel punto, tratto di genio o no, la patente di matto non gliela toglieva più nessuno. Tutte cose che vedeva risolvibili semplicemente, mentre non capiva ancora cosa fare con tutta quella strana esperienza e, se il suo inconscio si era messo a comunicare così con lui, forse si poteva cercare di migliorare la comunicazione in modo da evitare futuri soliloqui e, nel contempo, diffidare di ogni incontro bizzarro con personaggi improbabili: se fossero apparsi, non li avrebbe nemmeno guardati e, di sicuro, avrebbe fatto in modo di non avviare discussioni! Contento delle spiegazioni autoprodotte e soddisfatto comunque di sé stesso, entrò in un bar, ordinò un caffé al banco. Il barista gli servì la tazzina e fece scivolare sopra il piattino un cioccolatino. Giovanni bevve il caffé e scartò lentamente il cioccolatino: mentre si godeva il sapore del tutto, notò nella stagnola del cioccolatino una scritta. Incuriosito, dispiegò la carta argentata per poter leggere bene il messaggio:


Voi mortali non potrete mai Sapere se noi esistiamo Ma non disperate e sforzatevi Rendetevi degni di essere ispirati La Musa Lo lesse e lo rilesse più volte, poi, si guardò intorno in cerca di qualche segnale rivelatore ma si ricordò che era meglio non contare troppo sui baristi! Intanto la sua mente gli stava restituendo il calcolo a spanne circa la possibilità statistica di ricevere (proprio lui!) un messaggio simile in un modo così inverosimile. Sì, probabilmente e a occhio, meno di una su un milione: quindi, statisticamente non era un caso e la cosa non lo faceva stare meglio, proprio adesso che si era dato una spiegazione razionale, almeno un po' credibile. 'Ecco che ci risiamo! … però che tempismo … e che effetti speciali questi reality!'


Post fazione dell'autore Ho scritto questo racconto (quasi tutto e d'un fiato) 4 anni fa, in un momento in cui cercavo di mettere su carta quello che avevo elaborato in qualche anno di ricerca sull'economia sociale. Non avevo intenzione di scrivere un libro, perché non mi sento né mi sentivo uno scrittore ma uno che, all'occorrenza, scrive e perché ho sempre pensato che un libro richieda un contorno o un contesto per cui incontra poi, quasi naturalmente, un determinato pubblico. Per me, i miei referenti sono ed erano le persone che mi stavano e che mi stanno intorno e che condividono con me un percorso di sviluppo di qualche idea collegata all'economia sociale. Quindi, questo non è un testo destinato ad un grande pubblico e nemmeno nutro particolari aspettative sul suo futuro. Ho avuto la fortuna di poterlo presentare a diversi amici e colleghi che mi hanno dato spunti e idee interessanti e per questa ragione ho firmato il testo con “Francesco Bernabei ; )”, benché la prima intenzione fosse di farlo elaborare coralmente (cosa che avrebbe giustificato un et al) poi, però, per una serie di ragioni, a partire dal fatto che non è semplice fare partecipare molte persone ad un'operazione di scrittura condivisa (che resta un'idea affascinante ma non) per saggi di natura economica mascherati da racconto (forse non del tutto) divertente, fino all'evidente mancanza di quel famoso certo pubblico di riferimento, per arrivare, infine, al disinteresse generale per la riflessione economica atipica, ho scelto di mantenere alta la condizione di partecipazione (per il possibile cambiamento del testo) e di non cercare chiusure semplici per l'esperimento “economico” relativo al fatto fondamentale che cambiare si può, se si accettano dei presupposti diversi.


Mi assumo la piena responsabilità dei contenuti che, del resto, ho fatto miei grazie alla lettura e la conoscenza di diversi buoni autori, molti dei quali oggi sconosciuti e altri forse non ancora. No, non penso di aver prodotto uno di quei testi che faranno la differenza in ambito economico, per rispondere a quanti hanno pensato che è esagerato scrivere di economia in termini globali quando non si ha statura culturale universalmente riconosciuta. Sì, penso che tutti abbiano diritto di espressione e nei modi che preferiscono, consapevoli però di esporsi e su diversi fronti. Il mio intento fondamentale, per concludere, è quello di portare all'attenzione e per iscritto alcuni punti di vista e alcuni fatti che non vedo né rappresentati né ben discussi nel panorama culturale attuale. Consapevole di essere molto lontano da questo obiettivo, rimetto la Musa Offesa a disposizione dei lettori di internet e degli amici/amiche che ne disporranno nei modi che riterranno utili per il futuro.

La Musa Offesa  

Una storia che cammina, si muove in mani diverse ma con una sola voce, una sola idea: cercare di spiegare l’economia reale attraverso la con...

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