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EDIZIONI EL BAGATT BERGAMO

Eugenio Baldi LA STORIA DI HELEN Romanzo di ямБsiognomica


(141) Testo & Contesto


EDIZIONI EL BAGATT BERGAMO

Eugenio Baldi LA STORIA DI HELEN Romanzo di fisiognomica

© Copyright El Bagatt Bergamo 2010


Dall’estetica all’etica il passo è breve. Questo almeno ci dicono da sempre la filosofia, l’arte, la psicologia. Tanto che, portato l’assunto alle estreme conseguenze, l’uomo ne ha fatto un ramo peculiare del sapere. A metà tra scienza e pregiudizio, illustre nei nomi degli autori quanto controversa nei temi e negli esiti, la fisiognomica è materia antica e moderna, da Ippocrate al Le Brun, da Aristotele al Lombroso. Al centro il corpo, in particolare il volto, proiezione visibile dell’anima, la più invisibile delle prerogative umane. Eugenio Baldi, ispirandosi a questa tradizione di saperi - che include la zoognomica, l’astrologia, la fisica e la metafisica - si allontana però da ogni determinismo genetico per avvicinarsi a un umanesimo fatto di memoria, di emozioni vissute, di vita condivisa. E di elaborazione del dolore. E’ questo il nucleo intorno a cui gravita la vita di Helen e il suo sguardo di fotografa e di madre. La finzione letteraria dà voce ai sentimenti della donna ma ci rende partecipi di una condizione universale, di presa di coscienza di sé e degli altri: si impara a guardare solo dopo avere fatto “un lavoro di archeologia sul corpo” ci dice Baldi con questo romanzo di formazione in età adulta. Una storia che affronta senza peso temi impegnativi come la morte, l’amore, il senso della vita, e ce li avvicina nel tempo e nello spazio, tra le mura di Bergamo e i tesori del nostro territorio. Formazione è anche inevitabilmente metamorfosi. Questo forse suggerisce Pierantonio Volpini col suo icastico disegno di copertina: il processo evolutivo della specie ma anche dell’individuo non è che un’eterna tensione, l’aspirazione a un volo, a uno scatto di crescita. Senza mai perdere, purtroppo o per fortuna, la nostra parte più oscura e primigenia. E’ a questa parte che attingono i disegni di Marco Lorandi, aggregazioni duttili e modulari di forme, agile sintesi del divenire della materia e del pensiero. Come a dire, la fisiognomica privata dell’evidenza anatomica e ricondotta ad alchimia cellulare. Torna così all’arte visiva, con efficace linguaggio simbolico e contemporaneo, il compito di tradurre per il pubblico di oggi i richiami e le suggestioni dell’antichissima disciplina. Stefania Burnelli


Dedicato a tutte le madri. E alla mia in particolare, che del dolore e del sacriďŹ cio ha fatto un sublime atto d’amore.


Due parole, prima di tutto. Ci sono cose che non si possono imparare. O meglio si potrebbero imparare, ma siamo troppo occupati per darci la pena di farlo. Una di queste è sicuramente l’attenzione: quella che dedichiamo, o forse non dedichiamo abbastanza, ai vari momenti della nostra esistenza. Siamo ormai portati ad essere automatizzati in tutto. Con ciò perdiamo molto. Ad esempio il gusto delle nostre esperienze. Di tutte le esperienze: di quelle importanti e definitive, ma anche di quelle semplici e quotidiane, perchè in tutte c’è una parte di noi, che vale la pena scoprire. Guardiamo noi stessi e la gente intorno a noi fermamente convinti che il mondo possa dividersi certamente in belli e brutti: cioè che la faccia, la fisionomia, sia qualcosa che ci è stato assegnato una volta per tutte, dall’evoluzione o dal Padreterno. E invece ognuno ha la faccia che si merita: le esperienze e le vicende di cui siamo protagonisti plasmano il nostro volto, incidono su di esso il segno delle emozioni che si muovono nel nostro spirito. Studiare la fisiognomica è quindi un modo originale di studiare l’uomo, nella sua totalità di corpo e mente. Come si manifesta il carattere nella dimensione corporea dell’individuo? Un problema da sempre centrale nella ricerca filosofica: molti autori hanno fornito la loro illustre valutazione. Quello che si trova qui di seguito, però, non è un saggio critico: non è una spiegazione del pensiero di Tizio o Caio. Questa è una storia: la storia di una persona, la protagonista, che sente la necessità di scavare in profondità nella sua condizione, alla ricerca di qualche punto fermo. E’ un itinerario di scoperta, in cui si parla anche di filosofia, anche di scienza. Ma soprattutto si ascolta il battito del cuore, la logica delle emozioni. Solo chi soffre, e forse proprio perchè soffre, si prende la briga di stare ad ascoltare questo linguaggio. I vari momenti in cui si articola il racconto sono fasi di un percorso: un percorso che dà legittimità e giustificazione alla fisiognomica, partendo da situazioni di vita concrete. Forse qualcuno può non condividere il taglio dato all’argomento. Con tutti i limiti che la proposta può avere, c’è da sperare che riesca almeno a coinvolgere, e quindi ad informare. Il primo passo per comunicare è catturare interesse e attenzione.

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Max “Ho imparato a camminare: da allora mi lascio correre. Ho imparato a volare: da allora non voglio essere spinto per muovermi. Ora sono leggero, ora volo, ora mi vedo sotto di me, ora danza un dio attraverso di me. Così parlò Zarathustra.” (1) F. Nietzsche

L’alba. Il silenzio regala pace alle cose. Il sole, basso sull’orizzonte, fionda fasci di luce sul paesaggio. Le piante, gli oggetti, i contorni: tutto vive in un’evidenza surreale. E poi la rugiada. Una goccia, insignificante tassello del mosaico. Una goccia, piccolo variegato caleidoscopio. La fissi, metti a fuoco quel lembo di realtà e ti appare un colore. Ma basta spostarsi un attimo, e la prospettiva si fa diversa. Basta un lieve inclinarsi del capo e quella goccia, quella piccola faccia dell’universo, la trovi prima verde, poi rosso brillante, arancione, blu intenso. Quante volte Helen si era fermata ammirata. Uno spettacolo semplice ma straordinario: la luce, la rifrazione della luce in una mattina fredda d’autunno, mentre il cane fa i primi quattro salti della giornata. E i pensieri cominciano anch’essi presto il loro vorticoso rincorrersi: ansie, dolori, temerarie ventate di fiducia. Da qualche tempo era veramente pesante per lei questo mattutino fare i conti con la realtà. Cercare nelle cose il senso, che il mondo delle persone sembrava negare. Un significato, anzi il significato: perchè tutto, lei ne era sicura, doveva avere una sua ragion d’essere. Una mentalità analitica, quella di Helen: anzi quasi un’ossessione per i particolari, da quando le era successo il fatto. Quello che lei chiamava “il fatto” era una storia di dolore e di morte. Aveva perso suo figlio. Il solito incidente di un sabato sera qualsiasi, con tre amici che diventano eterni compagni nell’ultima corsa. E quelli a casa perdono anche la forza di piangere. In fondo non lo aveva mai superato quel fatto. L’angoscia spesso la schiacciava: perdeva il senso della realtà. Non era più la stessa persona, nè poteva esserlo. Finchè nella

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vita tutto fila liscio, con il meccanismo calibrato del quotidiano, non ti accorgi di ciò che ti sta intorno. Guardi ogni cosa, e non vedi niente. Le persone, il lavoro, gli amici: tutto ti passa davanti senza che tu abbia la voglia di fermarti, il tempo di riflettere, la gioia di essere padrone della vita. E così era stato anche per lei. Donna brillante, fotografa: una professione, al suo livello, invidiabile e invidiata. Ottime relazioni, un cuore un po’ vagabondo, corroborato da giuste dosi di sentimento. Anche la passione, quando c’era, non guastava. Ma, tutti lo sapevano, per lei l’unico vero amore era Max, suo figlio. Quel ragazzo le ricordava tutto il bello e il brutto della giovinezza: l’avventura, la tensione, l’amarezza dell’abbandono. Lui era l’unica cosa veramente sua: la sola che avesse strappato ad una vita difficile. E la vita glielo aveva strappato. Dire che il “fatto“ l’aveva sconvolta non è esatto. L’aveva trasformata. Si era sforzata di rimanere se stessa. Ma qualcosa, dentro, la spingeva a cercare: a cercare di capire, a volere ritrovare nella logica della vita una dimensione più vera, meno artificiale. Un sentiero più intimo, che sicuramente fino ad allora le era sfuggito. Dopo un po’ gli amici avevano perso la voglia di starla a sentire. Le rimaneva solo il cane: il suo Red, lo splendido irlandese, rosso come il suo nome. Testardo, irruente, ma dolce, umanamente dolce. I suoi occhi le dicevano tutte le cose che avrebbe voluto ascoltare. E la solitudine diventava un modo più vero di affrontare la vita. Pensare. Rimanere per minuti interi a pensare. A come sarebbe stato bello se... A ciò che avrebbe fatto quando... E invece nulla. Il vuoto. Il freddo, un’oppressione che la soffocava, le toglieva il respiro. In quei momenti, per non impazzire, doveva sforzarsi: aggrapparsi a qualche ricordo, un bel ricordo. All’università era stata felice. Aveva frequentato solo per due anni, ma non li aveva dimenticati. La spensieratezza: era quello il massimo della felicità. Prendersi il lusso di preoccuparsi solo degli orari delle lezioni, degli appunti di latino, psicologia, filosofia. Già, filosofia. Era simpatico quel professore: Arnaldi, forse. Brillante, attento, preciso, con un look da ragazzo, anche se aveva passati allegramente i cinquanta. E poi l’argomento del corso, era di quelli che prendono: Nietzsche e la sua attualità. Tutto le tornava in mente ora con una consapevolezza nuova. Ormai aveva capito che vivere è un po’ giocare a rimpiattino con il destino. Con il cuore gonfio di quei ricordi un giorno tornò tra i suoi libri. Si rannicchiò in un angolo, facendo indigestione di parole. Voleva trovare risposte ai suoi troppi perchè. Il suo era l’accidentato percorso di un viandante che ha perduto la strada: gli hanno detto che prima o poi arriverà al fiume, e lui continua a camminare, avendo sempre l’impressione di sentire il rumore dell’acqua. Helen non si poteva arrendere. Doveva andare avanti. Uscì in furia di casa. Al

primo bar, un caffé, un tavolino appartato. Incredibile, aveva ritrovato gli appunti di quel corso. Riaprì le pagine sottolineate con la matita rossa e blu. Per lei, solo per lei, Zarathustra riprendeva a parlare: “Io salivo, salivo, sognavo, pensavo - ma tutto mi opprimeva. Ero simile ad un malato che è stremato dal suo lungo martirio e che è risvegliato da un sogno ancora peggiore mentre si stava addormentando. Ma c’è in me qualcosa che io chiamo coraggio: ciò ha ammazzato finora in me ogni scoramento. (...) E l’uomo è l’animale più coraggioso: col coraggio sgominò ogni animale. Con uno squillo di fanfara sgominò anche ogni dolore; e il dolore dell’uomo è il dolore più profondo. Il coraggio ammazza anche la vertigine degli abissi: e dove mai l’uomo non sarebbe vicino agli abissi? Non è il vedere stesso un vedere abissi?”(2) Nietzsche l’aveva scritto proprio per lei: lo sentiva. Il caffè era ormai freddo. Nemmeno se ne accorse. Quel discorso aveva su lei un effetto ipnotico, la coinvolgeva. E' proprio vero: quello che sta fuori è un insieme vivo. Ma noi abbiamo il coraggio di guardare negli abissi? Nelle profondità del cuore, nostro e degli altri? Quante volte Helen si era lasciata affondare nel suo lavoro. Era come essere assorbiti dalle sabbie mobili: tutto il resto scompariva. Tutto. Anche lui, Max. Ormai era grande, indipendente, praticamente un uomo. Non aveva certo bisogno della mamma. Anche perché lei, lei non poteva. Non era umanamente in grado di trovare cinque minuti. Che frase cretina. Eppure la usava spesso. Ora tutto le sembrava diverso. Il passato tornava, gonfio di ricordi. Tornava a riscuotere il suo tributo fatto di disillusioni, di rimpianti, di occasioni sprecate. Continuava a leggere e rileggere quelle parole. E le esperienze della vita le facevano capire molte cose in più. Le idee diventavano vive. L’ambiente non è un mosaico di sensazioni, una confusione di luci e rumori. Tanto meno è un’unità indistinta, vaga. Ci sono particolari, nella realtà sotto i nostri occhi, che noi non afferriamo. Sono lì, e non li vediamo. Sono come assorbiti in quella che crediamo la calma piatta che c’è fuori. E’ importante scuotersi, e avere il coraggio di vedere: vedere in profondità. Un punto su un foglio bianco, tende a non essere visto. Non perchè non esista, ma perchè la superficie omogenea che ha intorno, lo annulla. Senza un’attenzione, specifica e voluta, lo stimolo tenue non emerge. Da qui Helen poteva partire: era la direzione giusta. Fuori di noi niente è statico, fermo. Il coraggio di dare forza ai particolari cambia la faccia della vita. Vedere in modo diverso: questa sarebbe stata la sua nuova parola d’ordine.

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Difficile, molto difficile però volersi togliere un abito che era divenuto parte del suo modo di essere. I primi tentativi andarono a vuoto. Non è possibile riorganizzare il presente, quando non si è padroni del proprio passato. La prostrazione nervosa non giocava a suo favore. Erano parecchi i suoi vuoti. Di alcuni momenti non ricordava assolutamente il senso. E le apparivano, perciò, anche più angoscianti. Ma una sera, una sera particolare, qualcosa cambiò. Ferma allo scrittoio, gli occhi fissi sulla foto di Max, Helen ebbe un’ispirazione: scrivere. Scrivere il suo tormento, una catarsi per riprendersi la vita. Carta, penna e, nella mano, tutta la furia della sua disperazione: raccontare, attimo dopo attimo, la sua evoluzione. Il dolore l’aveva cambiata. Helen era stata condotta in quelle remote zone che rimangono inesplorate dentro di noi, finchè qualcosa, d’improvviso, le fa emergere. Diede un occhio al calendario, anche se sapeva benissimo che giorno fosse. Aprì l’agenda, come per essere sicura: 21 aprile 1984, compleanno di Max. Quello che segue è il diario del suo lavoro, della fatica per ritrovare un equilibrio nuovo. Un percorso accidentato, ma risolutivo. Del resto niente di ciò che veramente vale si ottiene senza impegno, sacrificio e determinazione. Lo diceva anche Nietzsche: “Di tutto quanto è stato scritto io amo solo quel che uno scrive con il suo sangue. Scrivi col sangue: e vedrai che il sangue è spirito”. (3) Ha raccontato tutto lei stessa in un quaderno che mi è capitato tra le mani, qualche giorno fa, quando ho ripulito la sua mansarda. Lei se ne è andata via, inseguendo ancora una volta la chimera della felicità. Io l’ho guardato e riguardato quel quaderno. E ho capito che le favole non sono solo quelle che si raccontano ai bambini. Che la vita è stupenda per tutte le meraviglie che abbiamo sotto gli occhi. Ma anche per quella zona d’ombra con cui entriamo in contatto ogni tanto, casualmente. Proprio qui capiamo che non c’è nulla di scontato, e che l’esistenza stessa rimane, per questo, scoperta totale e affascinante. Il mistero la ammanta in ogni momento. Qualsiasi occasione è giusta per trovare una chiave, e penetrarne i segreti. Non credo di violare l’intimità di Helen riproponendo la lettera che dedicò al suo Max e tutto il resto del diario. Secondo me ciò che è importante per tutti gli uomini, non è mai patrimonio esclusivo di uno solo di essi. Io la penso così. Proprio così.

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Bergamo, 21 Aprile I984 Max carissimo! Ragazzo mio! Vent’anni. Oggi, proprio oggi, 21 aprile I984, compiresti vent’anni. E io ho deciso di scrivere per te, anche se tu ora non mi puoi più sentire. O, forse, mi senti meglio di prima. La tua vita si è conclusa, non so più quanti giorni fa. In una mattina fredda si sono accartocciate per sempre le tue ansie, le tue speranze. E si è demolita, ancora una volta, la mia vita. Io non so se quanto è successo poteva essere evitato. La velocità? L’incoscienza? Tutto insieme? Ho passato giornate tra i “come” e i “perchè”. Poi ho smesso. Drammaticamente, istericamente mi sono imposta il silenzio. Un silenzio della mente. La pace, quella non la potrò più trovare ormai. Cerca di capire, se puoi. Non ho sensi di colpa. Sai bene che ti ho sempre dato tutto quello che... Vedi, sto parlando come un genitore qualsiasi: voglio giustificare il mio ruolo. E invece devo essere sincera. Io ti ho dato solo ciò che mi era comodo concederti. Ma la fatica di vederti crescere, di guardarti davvero, di volere leggere da fuori quello che uno ha dentro, quello che uno è dentro. Quella no, non l’ho mai fatta. Avevo il mio lavoro, i viaggi all’estero, i servizi di moda. E quando tornavo i regali, i regali certo. E tu a ringraziare. Sei sempre stato educato, bene educato. Ma l’anima, la tua anima io non l’ho mai cullata una volta. Cosa c’era dietro quegli occhi profondi, dietro quello sguardo intelligente e triste? Riservatezza? Timore? Solitudine? Questo mi avvelena oggi, nel dolore: il pensiero di non averti mai conosciuto, di essermi sempre fidata di quell’impressione di realtà che mi passava

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davanti agli occhi, come la sequenza di un film. Ma non doveva essere così. Non avrebbe dovuto essere così. Sto riguardando le tue foto, le nostre foto. Quanto eri piccolo: la scuola, la prima bicicletta, la premiazione alla gara di nuoto. Vuoi sapere una cosa? Mi sembra che ogni tua foto rappresenti una persona diversa. E’ come se ti scoprissi ogni volta, per la prima volta. Credo anche di avere capito perchè. Io non ti ho mai osservato davvero. Tu sei sempre stato per me quello che io volevo tu fossi. Con superficialità non mi rendevo conto che nessuno può tenere in pugno la vita, la propria o quella degli altri. La vita scorre, va e non torna. E’ un senso unico con divieto di inversione. Ora guardo quelle immagini: per me sono reliquie. La faccia ordinata e normale di un ragazzo per bene: l’aria corrucciata, le linee a volte contratte. Avevi dipinto in faccia il tuo giovane, romantico, prezioso dolore. Ma io non vedevo. Non potevo vedere, perchè per vedere bisogna essere vicini a chi soffre. Allora la sua anima si apre, e ti parla nelle pieghe del volto, in un fugace soffio dello sguardo, nella ruga ostinata che tra le sopracciglia scava il segno dell’ansia. Non capivo, perchè non sentivo. E invece bisognerebbe essere attenti: attenti a ogni cosa. Soprattutto al sommesso bisbiglio del cuore negli occhi di chi ti sta vicino. Ora con il ricordo, con queste parole mi illudo di recuperare il tempo perduto. Mi sembra di poterti ricostruire, momento dopo momento, nella tua vita breve, troppo breve. E’ una consolazione anche questa: ritrovare nel passato il presente che ti è sempre sfuggito. E ti sento così vicino. Teneramente vicino. Ho compiuto un calvario di esperienze. Per ritrovare la tua vita, per ridare senso

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alla mia vita. Nel ricordo, solo nel ricordo, guardo tutto come in una trama: prefissata, purtroppo. Ho trovato il coraggio di raccontare questo mio viaggio avventuroso. Ho penetrato l’arte misteriosa di leggere sul volto e nel volto degli altri. Non è stata una conquista facile. Ma ogni fase, ogni passaggio mi ha arricchito. Mi ha insegnato a cercar di capire, sempre. E’ stato un itinerario fantastico. Mi ci sono trovata quasi per caso. E poi è divenuto parte di me. Ho studiato, ho letto, ho vissuto questa nuova consapevolezza. Pienamente, profondamente. E ne sono uscita diversa. Ho ritrovato me stessa, ho ritrovato una parte di te. Ora se guardo qualcuno mi sento meno sola. Vedo che il dolore può scalfire anche la fisionomia più aperta: che la voce del cuore ha i suoi segni evidenti, i suoi percorsi. Per ognuno sono il marchio personalissimo della sua esistenza. E stato un progresso mio, assolutamente mio. Ora vorrei sentirti parte della mia esperienza. E farti capire che ho capito. Imparare a conoscere gli altri è il primo passo per conoscere davvero se stessi. Lo avevo dimenticato.

Helen, tua madre

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Profilo “Fu appunto a quel tempo che smisi di avere un corpo, e per la prima volta cominciai a capire che io sono il mio corpo e che il mio corpo è me”. (1) Ken Dichtwald

Venerdì, 13 dicembre 1983. Mattino. Studio di Helen

Esistono angoli, fuori e dentro di noi, dove la faccia delle cose è ancora semplice, e i colori della vita sono violenti chiaroscuri. Violenti, ma sinceri e schietti. Mi chiamo Helen. Ho passato da diversi anni la maggiore età: ma non mi considero ancora matura. Quello che sto per raccontare è vero. E’ accaduto a me e ne sono felice, anche se mi è costato parecchio: ansia, soprattutto ansia. E’ successo prima di Natale, lo scorso anno. Il mio viaggio di scoperta cominciò all’improvviso. Mi torna spesso in mente la strana impressione di quella mattina. Allo studio non sarebbe stata una giornata qualsiasi, me lo sentivo. Avevo preteso, con grinta, una nuova esperienza. Poteva essere una svolta, uno squarcio vero sulla realtà. Mi era necessario un contatto più vivo anche nella professione: un incontro per toccare il mondo più da vicino. Era venuta così quella strana, bislacca trovata: fare alcune riprese su uno sconosciuto, uno preso dalla strada. Verificare con curiosità e un po’ di cinismo, quanto del suo mondo interiore potesse rimanere nella fotografia. Speravo di scovare quasi una proiezione dei suoi tormenti, dei guai del suo trafficato sforzo di vivere. L’obiettivo era arrivare alla realtà cruda: spessore graffiante delle cose, che balza dall’immagine e ti penetra. Coinvolgente, vivo: era questo lo stile in cui ora mi volevo specchiare. Ma ci voleva esperienza, immergersi nello scorrere delle cose, provare il gusto aspro di ciò che è autentico, cioé meno artificiale. Detto e fatto. Azzardai un’uscita. A piedi, attraverso alcuni vicoli oscuri della città trovai ciò che cercavo: uno spettacolo di umanità deteriore, coscienze all’ammasso, profumo di abbandono. In collo solo la vecchia Nikon, non si sa mai. Alcuni scatti, un taccuino di immagini mi portava dove volevo: visi, profili, sagome indefinite. Poi d’improvviso, quasi uscito dal nulla, Daniel. Fu lui a dirmi il suo nome. Fascino mediterraneo, forse quarant’anni, portati

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pessimamente. Negli occhi uno strano lampo insinuante. Un’immagine complessiva con qualche tratto di nobiltà, sempre che si fossero levate le incrostazioni di una vita da rifiuto. Non avevo scambiato molte parole. Quella figura a tutto tondo mi aveva colpito: era un busto antico, che si ergeva integro in un mare di macerie. Per il contatto avevo spedito il fido amico Oscar: lui aveva i suoi canali. Che figura avrebbe fatto una signora ad invitare uno sconosciuto, sia pure per lavoro? Tempo poche ore, Oscar mi aveva richiamato e servito il “barbone”: sarebbe stato da me allo studio quella mattina alle dieci, puntuale, nei limiti del possibile, per un personaggio come quello. Ero tesa, convulsamente coinvolta. Mi vergognavo un po’ della mia sfacciata impazienza: era un uomo, non un animale da laboratorio. Mi prendeva una strana eccitazione: palpabile sensazione che qualcosa ti aspetti li, proprio li, dietro l’angolo. Sveglia insolitamente dinamica, la strada ingoiata con la testa altrove. Finalmente, lo studio. Non c’era ancora nessuno in attesa. E se mi avesse bidonato? Se fosse un balordo, senza rispetto di sé, degli altri? Entrai: uno sguardo di ricognizione. Rassegnazione nera. Chissà cosa mi aspettavo: che fosse entrato dalla finestra? Non persi la calma: professionalità, e solo professionalità. Iniziai la sacrale preparazione per il rito. Un provino è un po’ come un atto di celebrazione. Si allestisce tutto in vista del sacrificio. Qualcuno crede che fotografare sia un lavoro automatico, una pratica, un mestiere che si può imparare. Quelli della fotografia vera non hanno capito niente. Fotografare é sublime partecipazione: un magico appropriarsi delle cose e delle persone. La magia sta nel poterle possedere, fermare nel tempo: bloccare l’istante e l’immagine in quell’istante. Un attimo dopo il mondo non è più lo stesso. Improvviso, il campanello. Un tocco secco e deciso, sconvolse quelle evoluzioni mentali. Provai un certo batticuore, non lo nascondo. Posai la reflex. Un obiettivo rimase fuori dalla custodia: non c’era tempo per l’ordine. Il meccanismo era partito e nessuno poteva più tirare l’allarme per bloccare il treno. La porta si aprì, senza un fruscìo. Ruotò, mastodontica, sull’equilibrio dei cardini, perfetto e silenzioso. Incorniciata dallo stipite scuro nella luce del pianerottolo, una figura d’uomo: una indefinibile sagoma umana. Lui. Mi sembrava meno alto, là rannicchiato dove l’avevo incontrato. Forse non avevo guardato bene. L’aspetto non era intimidito, anzi. E nemmeno sorpreso. Mi degnava di una suprema indifferenza: essere lì o da un’altra parte, sembrava lo stesso per lui. Non aveva nemmeno tentato di darsi una ripulita: trascuratezza o orgoglio per la sua immagine? Non m’importava molto, in fondo. Insieme a lui entrò il suo profumo, si fa per dire. Non era esperienza da racco-

mandare, ma faceva tutto parte del gioco. Esibì un’occhiata tagliente. Sicuramente Oscar gli aveva spiegato i termini della questione. Ma, nonostante ciò, lui mi stava sezionando, senza parlare. Ero io, ora, ad essere a disagio. Mi tagliò la mente un’intenzione: non ne facciamo niente; gli do qualche soldo e lo mando via. Riuscii a resistere. Tentai di insistere. Qualcosa da bere? Il silenzio mi disse che non aveva sete. Voleva togliersi il cappotto? Mi gelò: come chiedere ad un orso la sua pelliccia. E allora? Si voleva sedere? Questo almeno lo fece, senza problemi. Al centro del “set”, mi regalava un’aria da animale al mattatoio. Ma sembrava voler collaborare. Si aggiustò alla meglio sullo sgabello: un aquilotto sul trespolo. Aggressività? Forse. Apparentemente solo disgusto per questo strano esperimento di cui si sapeva protagonista. Avevo bisogno di comunicare, di farlo parlare, altrimenti sarebbero venute pose da presepe. La parola libera, libera espressività emotiva: ed essa si dipinge sul volto. Questo era il mio obiettivo. Feci una prima ricognizione a distanza: un medio tele, per non infastidire la belva troppo da vicino. Cercavo di capire, di rendermi conto. Non pretendevo di conoscerlo sui due piedi. Almeno però avrei voluto... Niente da fare. Parlava con gli occhi: e mi stava dicendo di sbrigarmi. Non era a suo agio in questa condizione. Lui, spirito libero, animale selvaggio viveva male in gabbia. La ripresa da lontano però mi dava un vantaggio. Un primo piano ad alcuni metri di distanza era l’ideale: contatto pieno con i particolari del volto, senza tradire in alcun modo la voglia di invadenza. Prodigi della tecnica, mezzi subdoli per insinuarsi nelle linee nemiche. Lui, invece, respirava il profumo della savana. Sfoderò tutta la curiosità e l’attenzione puntigliosa di chi ha fatto un’escursione fuori dalla tana. Poteva essere un animale regale, un rapace: forse un’aquila. Gli occhi, profondi e incuneati nel volto, si muovevano rapidi, quasi convulsamente, per delineare lo spazio circostante, il suo territorio. Aveva qualcosa di inquietante. Da cacciatore ero divenuta preda? E continuava quell’assordante silenzio. Una faccia un po’ da furfante. Me lo ero trovato giusto il barbone: perfetto nel suo personaggio. Non sapevo cosa aspettarmi. Che idea credere che avesse qualcosa di particolare! Lo guardai, lo riguardai. La sua vecchia palandrana era di un colore indefinibile: sembrava uscito da un bidone della spazzatura. Accidenti, quanto era alto. Così, a distanza, toccai la sua superficie esterna. Era la sola cosa che potevo avere: la faccia, la buccia. Situazione curiosa, particolare, sorprendente. Dovevo parlare, aprire il dialogo: non mi poteva piacere una seduta tra muti. Però, bella arroganza questo tipo. Cosa pretendeva? Era il suo giorno fortunato: questa volta avrebbe potuto mangiare in modo umano. Già, umano. Ma lui sembrava giulivo e soddisfatto nella sua anima

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da primitivo. Non c’erano incertezze nel suo ruotare il corpo. Era solo istinto: ciò che rimane dopo avere lavato educazione e buoni sentimenti. Vita allo stato puro, un fluire di energia. Mai osservato un cane quando è in punta? Non sa ancora cosa vedrà. Ma i muscoli sono tesi, pronti, attivi in potenza. Così era lui: un lupo che fiuta il vento. Dovevo sbloccare la situazione. Avevo deciso di andare all’attacco. Ma guai a sbagliare mossa: non avrei avuto una prova d’appello. Mi martellava nella mente un pensiero: lo ripete spesso Oscar, quando è in vena di sermoni. Nel ritratto, dice lui, il difficile è all’inizio, nella fase di conoscenza del soggetto. Ritrarre è pur sempre un furto: tu rubi un po’ dell’intimità di chi ti sta davanti. E’ naturale che egli sia un po’ restio a privarsi di ciò che è suo. Ti lascia carta bianca se è convinto che ne valga la pena: che sarai capace di bloccare con la tua macchina un sussulto vero della sua espressione. Esordii cautamente: “Chissà cosa si sarà immaginato per questo mio invito” Stavo combinando un disastro, decisamente un disastro. Se prima era guardingo, adesso credeva di avere a che fare con una che non sa cosa vuole. Dovevo rettificare, rettificare presto. “Mi sto occupando da tempo di questo genere di riprese e ho pensato che Lei, vista la Sua vita, ...insomma...” Pessimo: adesso stavo diventando offensiva. E non avevo ancora rotto il ghiaccio. Non ero per niente fiera di me. Era difficile, però, molto più difficile rispetto ai miei soliti servizi. Quando fotografi dei modelli, che posano per professione, tutto viene senza problemi. Tutto è predisposto, curato, artificiale. Qui sei in prima linea: niente può essere preparato, nessun esito garantito. Bisogna addirittura inventarsi il codice di comunicazione e seguire la via più semplice. Mio nonno diceva sempre che se vuoi farti capire dagli animali, devi parlare con loro. Non aggredirli, avvicinati senza paura: loro ti comprenderanno. Così diceva. Naturalmente, aveva ragione. Perciò abbandonai il mio mirino da caccia grossa. Uscii dalla scorza professionale. Alcuni passi ed ero alla sua portata. Con umiltà gli confidai cosa stavo cercando: “Inutile continuare a nascondersi. Io sono imbarazzata quanto te. Tu non sei uno del mestiere. Ho scelto te proprio per questo. Tu sei fuori dagli schemi. E a me interessa potere dare alcune risposte a me stessa, ai miei problemi, alla mia inquietudine. Non riesco più a trovare senso in ciò che faccio. Credo che tutto quello che si muove intorno a me sia fasullo. Forse è colpa mia: ho sempre accettato e applaudito un certo modo di vivere fino a quando... Fino a quando mi sono accorta che è bene ricominciare da capo. E guardare, con piena partecipazione, puntigliosamente le cose, le per-

sone tra le cose. Non dare niente per scontato: trovare un modo cioé per essere sempre attaccati alla vita. Perchè, perchè quella ti può mollare da un momento all’altro. E allora, allora capisci tutto”. Mi ascoltava, nonostante la sua aria di sufficienza, forse più esibita che reale, prestava attenzione. Incoraggiata, continuai: “Tu sei uno che ha tagliato i ponti. Non vuoi essere per bene, ad ogni costo. La tua immagine, il tuo volto può dirmi come è fatta una persona che vive sul filo ogni minuto, che campa alla giornata. Senza progetti, senza ambizioni, ma gustando ogni istante.” Proprio così gli ho detto. Forse mi ero lasciata andare. Ma bisognava pur uscire dal teatrino: io volevo fare il regista e non la comparsa! Poi, senza aspettare risposta, ho prodotto l’affondo finale: “Se vuoi puoi andartene: ti capisco”. Insomma, anche in questa circostanza mi ero rivelata un po’ pazza: un impiastro. E invece quelle parole furono luce nelle tenebre, un boato, una rivelazione. L'atmosfera si distese di colpo. Almeno si lasciava guardare. Avevo rinunciato a fare una dissezione fotografica e si era allacciata la corrente. La chiarezza apriva la porta alla sincerità. Incredibile. Spontaneamente sfilò la palandrana. Sotto, un dolcevita dalle molte battaglie. Immancabili, ma di un certo pregio, i jeans. Lasciò la sua postazione strategica. Era in piedi, davanti a me. Volto austero. Fronte cupa. Naso lungo, decisamente importante. Il collo compatto, direi. Le braccia lunghe, incredibilmente lunghe. Il torace era ampio e le spalle grandi, per quanto si poteva vedere. Insomma, una struttura solida. Qualche rifinitura elegante: labbra delicate ingentilivano la bocca. Il suo aspetto era divenuto meno ruvido. Almeno sentivo la sua voce: “Non mi piace la gente che vuole starmi a guardare - precisò indispettito - Io non sono il giocattolo di nessuno. Devi fare il tuo lavoro, accomodati. Se poi sei incasinata di tuo, non credo di essere io quello che ti può dare una mano.” Era un passo importante, una concessione da non trascurare. Dovevo sfruttarla fino in fondo. Lo invitai a non rimanere in posa, a muoversi come voleva. Staccai la macchina dal treppiede: lavorare a mano libera, dà più immediatezza. E intanto mi ingegnai, per non fare cadere quel momento magico. “Un po’ di musica?” domandai. “Non ho preferenze. Tutto va bene - risposta da manuale - Se però ci fosse qualcosa di classico: magari Beethoven”. Come un frontale con un TIR: un barbone che conosce il grande Ludovico van? Magnifico, l’indagine si faceva interessante. Via, alla scoperta del continente sconosciuto.

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Scatti su scatti, avevo già liquidato almeno tre rullini. Volevo soprattutto i particolari. Mi fermavo sulle ciglia, sugli occhi, sulla bocca. Lui lo notò. Fece una puntata, a passi lenti, verso la finestra. Poi, quasi di scatto, si girò e mi aggredì. A parole, mi aggredì: “Lo sai che attorno alle labbra c’è un potente muscolo circolare: orbicolare della bocca si chiama. E’ lui a compiere il lavoro principale quando increspiamo le labbra o le vogliamo chiudere. Ma non regola solo l’apertura. Se l’intero muscolo si contrae le labbra si chiudono. Ma se vengono attivate solo le fibre più profonde, le labbra chiuse arretrano contro i denti: le fibre più superficiali invece le fanno sporgere in avanti.” Non sapevo cosa pensare. Non riuscivo a rendermi conto: cosa significava questo suo discorso? Ma lui continuava: “Quindi lo stesso muscolo opera in modi diversi. Può produrre le labbra increspate che sollecitano un bacio. Oppure le labbra contratte di un pugile che si aspetta un cazzotto”. Ero allibita, sorpresa, incuriosita. Lui colse il mio smarrimento. E mi regalò una piccola spiegazione: “Non tutti quelli che vivono sulla strada sono ignoranti. Ubriaconi e morti di fame, certo. Ma non ignoranti.” Lo disse come una liberazione. Aveva trovato un momentaneo rigurgito di orgoglio. Continuò. “Ho studiato, io. Ero un medico prima di... Poi mi sono successe alcune cose. Ho piantato tutto. Meglio così. Ma ho imparato lo stesso molto, per conto mio. Tu non sai quante cose straordinarie ci sono dentro di noi” “Quali ad esempio?” provocai. Non mi pareva vero di potere combattere alla pari. Lui era in confusione come me. “Il nostro corpo non è tutto ciò che abbiamo - sentenziò senza arroganza né presunzione - Io non sono religioso, ma ne sono sicuro. C’è tutto un universo che ribolle in una dimensione profonda. Gioie, paure, ideali, frustrazioni. Il bene e il male. Ascolta. Tutto questo mondo interiore si può intravvedere guardando il corpo. E’ come se ognuno portasse dentro, stampato nel suo povero sacco d’ossa, il microchip in cui è raccolta la storia della vita”. Chi era costui? Un filosofo usa e getta, che si divertiva a mettere in imbarazzo il prossimo? Lo sfoggio di cultura non era richiesto dal suo ruolo. Sullo stereo girava il vecchio Ludovico van: la quinta è sempre il sottofondo giusto. L’atmosfera si stava caricando, era intensa. Non potevo lasciare il discorso a metà. “Come fai a dirlo? Hai qualche fondamento scientifico?” “Ti chiedo solo un favore - rispose stizzito - Non considerarmi uno stupido. Non è il caso. So quello che dico. Una volta, quando io ero ancora io, di questi argomenti ne masticavo tutti i giorni. Non voglio però occhiate di compassione. O non se ne

fa nulla. Ti interessa?”. Il suo tono si sforzava di essere almeno controllato. Ma capii di aver toccato un tasto delicato. Quegli argomenti riportavano a galla per lui una dimensione profonda, forse volutamente sepolta da tempo. “Certo che mi interessa!” Mi imbarazzava la sua sicurezza. “La personalità non è un concetto astratto - continuò - E’ attiva nel corpo, è espressa dal corpo. Lo dice una teoria, la bioenergetica. Io sono il mio corpo, e il mio corpo è me. Attraverso la forma il corpo rivela la sua storia e la sua vita. Ogni curva, ogni muscolo racconta un capitolo, un insieme di esperienze e di relazioni. E’ questo, e solo questo, che io chiamo il mio carattere”. (2) Ero in fibrillazione. Riuscii solo a dire: “Straordinario, quasi incredibile”. Lui proseguì sicuro: “Ti sembra paradossale perché porta fuori dagli schemi di ricerca soliti. Il carattere non è qualcosa che è solo dentro di noi. E’ tutto quello che noi siamo. Sono le tensioni muscolari che si manifestano nel corpo. Ad innescarle sono state le nostre emozioni, il nostro modo di reagire alla realtà. Sto andando troppo veloce?.” La mia aria stupita lo impressionava. Ma non accennò a rallentare: “Considera ad esempio l’educazione. Condiziona i nostri modi di comportarci, fin da piccoli. In questa evoluzione la famiglia è fondamentale. Qui impariamo a convivere con la realtà. Se ci sentiamo amati reagiamo in un certo modo. Ma se abbiamo l’impressione di essere trascurati, o rifiutati, facciamo uscire un atteggiamento di chiusura, addirittura di aggressività. Non temere, non sto parlando a vuoto. Arrivo al dunque. Ci mobilitiamo rispetto alla realtà e agli altri in modi tipici. In sostanza impariamo a reagire, e finiamo per reagire secondo schemi che si ripetono, sempre uguali a se stessi. A questi atteggiamenti prevalenti, diciamo psicologici, corrispondono strutture muscolari che si organizzano progressivamente. Il carattere, cioè il modo di reagire, si fissa anche nel corpo. Il corpo è l’immagine della nostra personalità. Se qualcuno ha sviluppato l’atteggiamento di paura, il suo corpo manifesterà sempre la tensione acquisita. Lo stesso vale per altre emozioni, come l’aggressività o la disperazione. Il corpo vede ciò che la mente pensa e vi si adatta”. Facevo fatica a seguire. Dove mi stava portando? “Perchè ti faccio questi ragionamenti? Ti rispondo subito. Mi sembra che il tuo problema sia quello di fare un’immersione in profondità. Ho capito bene? La superficie delle persone, la loro faccia non ti dice più molto. O forse non ti ha mai detto niente. Ti è venuto il sospetto che sotto la scorza ci sia un frutto da scoprire. Io ti sto dicendo che hai ragione. C’è molto da scoprire. A patto che tu sappia osservare, osservare veramente. Allora puoi imparare ad andare oltre la fotografia, oltre la piatta dimensione esteriore. Puoi entrare in ciò che sta dietro la faccia: un vero salto di qualità”.

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“Intendi fare un lavoro di archeologia sul corpo. Andare a scoprire come le emozioni si sono sedimentate?” “Certo! Proprio come leggere la storia egizia nei geroglifici. Non è, intendiamoci, una scienza esatta. Non puoi pretendere di etichettare rigidamente le persone. Il corpo però, questo è verificabile, parla nella fisionomia delle strutture che lo dominano”. Gli versai un po’ di J&B: sembrava ormai decisamente a suo agio. Il viaggio nella memoria era per lui riscoperta, ritorno ad un’anima passata. Quando si è persa la bussola bisogna sempre tenere drizzate le antenne. Sempre qualcuno ha intenzione di dirti, proprio quello che tu vorresti ascoltare. Stava succedendo anche a me. Avevo preteso di gestire un’esperienza. Volevo dominare la situazione, piegarla ai miei fini. Stavo invece diventando vittima del mio gioco di potere. Dimenticavo che per dominare bisogna essere forti. Chi è debole, o è divenuto tale, spesso cade nelle mani del nemico, chiedendo l’onore delle armi. Di una cosa sola ero sicura: mi sentivo turbata. Daniel sembrava davvero saperla lunga. Tentai una valutazione personale: “Corpo e mente quindi sarebbero due facce della stessa medaglia?” “Infatti gli esperti parlano di psicosoma: psiche è l’anima, soma il corpo” rispose pronto. “Il corpo si costruisce intorno ai sentimenti che lo animano. I sentimenti a loro volta si abituano a rimanere imprigionati nei tessuti. Quindi lo psicosoma di continuo si rigenera. E’ il prodotto di una vita di incontri emotivi. La personalità è energia. Il nostro modo di essere è frutto dell’energia emotiva che si muove in noi”. Quanto tempo era passato? Da quanto tempo stavamo chiaccherando? In fondo non era importante. Quel discorso aveva su di me un effetto tonico. Si può brancolare nel buio, a patto che muoversi dia dei frutti. Questo incontro non mi forniva alcuna certezza. Mi offriva però una prospettiva, verso cui incamminarmi. Fu lui a interrompere la conversazione, praticamente il monologo: “Adesso devo andare!” Cosa aveva da fare? Chissà. Prese la via della porta, senza tentare una giustificazione. Se ne doveva andare, e basta. Sorprendenti quelle rivelazioni. Ero arrivata ben oltre i miei obiettivi. La logica del caso, nel bene e nel male, supera spesso la più fervida fantasia. Daniel per quel giorno era stata la mia sorpresa.

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Valeria “I sentimenti e le sensazioni di una persona possono anche essere letti nell'espressione del corpo. Le emozioni sono avvenimenti corporei: letteralmente, sono movimenti o moti interni del corpo che in genere sfociano in un'azione esterna”. (1) A. Lowen

Venerdì 13 dicembre. Pomeriggio. Studio di Helen.

Red rimase “senza parole”. I mutamenti di umore dello strano ospite, il suo sbrigativo prendere la porta lo avevano stupito. Nello sguardo il cane aveva fissato tutto. L’animale si diede un tono: perplesso e indifferente, come chi non si rende conto, come uno spettatore passivo. Poi l’accompagnò, e con un melanconico guaito suggellò l’uscita di scena. Ritornò quindi, rassegnato, ad accucciarsi sul tappeto. Roba da uomini, pensò. Io fluttuavo, stordita e confusa. Pesanti, troppo pesanti quelle notizie che mi rovinavano addosso. Facevo fatica a riprendere il controllo. Per chi fotografa, cercare un soggetto interessante è normale routine. Questo incontro, invece, mi proiettava in uno spazio nuovo, mi faceva riesaminare il mio modo di essere. Era tutt’altra questione. Quelle osservazioni mi sconvolgevano. Le mie convinzioni, abitudinarie, perdevano ogni appoggio. Le prospettive si ribaltavano, radicalmente. Ne sono convinta: le emozioni nella vita sono importanti, addirittura fondamentali. Ma potevo per questo credere all’incredibile? Pensare che hanno un ruolo nella struttura corporea? La faccia, la sua forma, il suo tono nascono da una fatica interiore? Convincente, certo, la diagnosi del mio “Dottor barbone”. Ma se questo era vero .... Mi fermai. Davanti a me una prospettiva che dava quasi vertigine. Spesso nella vita si rimette in discussione tutto: si è costretti a farlo. Idee che abbiamo seguito da sempre, perdono valore. Qualcuno che si credeva affidabile mostra il suo lato subdolo. Il grande amore diventa un’avventura, una piccola avventura. Tutto sommato, sono aggiustamenti di rotta normali. Non sempre le cose sono come appaiono. Nel mio caso in gioco c’era, però, qualcosa in più. Forse sono superficiale, ma l’ho

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sempre creduto fin dai tempi del liceo, con Cartesio e la sua filosofia: spirito e materia, corpo e mente, sono mondi separati. I bilanci a cui ora ero costretta da quel dialogo, perciò, mi innervosivano. Una gomma da maltrattare, gli astucci degli obiettivi: tutto serviva a spostare l'attenzione, a non lasciarsi coinvolgere. Stavo maledicendo quella scelta: impegolarmi così con certa gente! Eppure qualcosa, un impercettibile richiamo, mi seduceva. Potevo quasi sentire il mio battito accelerare. Mi bastava ricordare le parole di Daniel. La personalità? Il carattere? Li esprime il corpo. Osserva il corpo, tuo e degli altri: leggi la forma che la vita vi ha plasmato. Suggestivo, ma tremendamente impossibile. Nella mia testa era un continuo balenare di immagini. Dovrei andare per strada e mettermi a guardare in faccia quelli che incontro? Non scherziamo. Non si guarda in faccia la gente così, per niente. Ma forse la gente non la si guarda proprio, proprio mai. E poi perché bisognerebbe farlo. Per conoscersi? Per capirsi? Non ho missioni umanitarie da compiere, io. L'intenzione, pressante, era di continuare quelle analisi. Ma il mio originale compagno di viaggio aveva chiuso le ostilità. Non sapevo neppure se lo avrei rivisto. Troppo penoso per lui toccare quei tasti. Insomma, io rimanevo a bocca asciutta, con molte domande in più che mi si torcevano dentro. Non è debolezza: quando si è in pericolo, davvero in pericolo, si può chiedere aiuto. Aiuto a chi? All'amica Valeria, naturalmente. Ne sapeva sempre una più del diavolo. Questa era l'occasione giusta per mettere a frutto quella virtù. Decisione immediata: lanciare l'"SOS". Compongo nervosamente il suo numero. Provo una, due volte. Non é in casa. Di sabato ha i suoi impegni: sai che impegni. Attendere: non posso fare altro. Attendere, e basta. Con una mano accarezzo il cane. Quel contatto morbido mi dà un po' di conforto. Forse proprio questo si cerca nella compagnia di un cane: un vellutato massaggio alle proprie ansie. Sto con lo sguardo perso, oltre la finestra, verso il piccolo giardino davanti allo studio. Sulla panchina, una signora anziana. Il nipotino viaggia in bilico su una minibici: ogni pedalata è una scommessa con l’equilibrio. Uno scena abituale. Ma non per me. Il dialogo con Daniel mi ha contagiato. Osservo e penso. E’ un pensiero quasi tangibile, un materializzarsi delle idee. Sul viso di quella donna vedo, o credo di vedere. Sono incisi i segni della vita, di una vita lunga. Le rughe sono sfregi, che l’estetista esorcizza. In realtà sono stigmate. Stigmate gloriose: il marchio di tensioni, sfide, emozioni negli anni. Quel bambino ha la pelle di pesca. E’ liscia e vellutata, oggi. Domani si rovinerà. Per l’invecchiamento, certo: un processo normale. Ma anche i dolori la graffie-

ranno, e le gioie regaleranno provvisorio splendore. A volte si rimane fissati in un pensiero: si fatica a staccare. Io ero preda di quello stato d’animo. Mi svegliò lo squillo del telefono. Era Valeria, in giro per negozi. Quando si dice il caso: voleva passare a fare due chiacchere. Lupus in fabula. Valeria non è quella che si dice una ragazza insignificante e riservata. Ha sempre mostrato al mondo la sua voglia di esibizione. Non ha mai tenuto nascosta la tendenza alla recita: il melodramma è per lei pane quotidiano. La sua è una personalità decisamente poco comune. Occorre cautela a provocarla, su qualsiasi argomento. Esiste il rischio reale, terribilmente reale, di finire soffocati da una montagna di pareri e opinioni. Te li snocciola sotto il naso, con una abilità impressionante. E’ quasi sorprendente, visto il personaggio: ma quei pareri sono, praticamente sempre, autentici. Valeria non dice nulla di campato in aria. Io la conosco dai tempi dell’università. Allora era anche peggio. Ma incanalava nello studio il suo narcisismo: era, perciò, innocua e sopportabile. Sotto il profilo umano però, nulla da dire. Sa rispettare gli altri. E possiede una dote rara: cerca sempre di non ferire. In alcuni casi arriva addirittura ad essere protettiva, quasi materna con tutti, uomini e donne. Da tempo è “single”, convinta. Convinta più che altro dalla incostanza della sua temperatura sentimentale. Nonostante tutto, Valeria è la mia amica. E la mia amica non mi ha mai negato una parola buona. Questa volta poi è una vera emergenza. Pochi minuti e Valeria piomba da me. Evidentemente era vicino. Mi sibila nella mente un sospetto: che sia venuta solo per interesse privato. Informata del mio “progetto-barbone” è stata forse sopraffatta dalla curiosità, una belva difficile da domare, soprattutto per lei. Del resto non avevo scelta, era il mio solo riferimento. Non ha ancora varcato la soglia, e già mi chiarisce il suo stato d’animo. E’ molto indaffarata, ha poco tempo, rischia anche il divieto di sosta. Lungi da me insistere. Mi basta però accennare agli esiti sconvolgenti del mio provino con Daniel, e si compie una specie di miracolo. La concitazione svanisce. L’amica Valeria assume l’aria conciliante di chi si apre alla umana solidarietà. Vuole lasciarmi parlare. Anzi pretende che io lo faccia. Si apposta sul divano, pronta a cogliere tutti i particolari in cronaca. “Interessante. Molto interessante - sentenzia - Non ti ha raccontato storie, il tuo uomo misterioso. Ho letto un libro, recentemente. Rolf, Ida Rolf, mi sembra si chiami l’autrice, una ricercatrice americana. Le sue indagini lo confermano: traumi emotivi irrigidiscono i tessuti muscolari. Il corpo perde, di conseguenza, flessibilità e vitalità. Ma c’è di più, e qui entra in gioco quello che dice il tuo amico. La rigidità muscolare diventa rigidità emotiva: in altre parole condiziona la risposta alle situazioni”.

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Prima Daniel e ora Valeria: la stessa serenata. Era un attacco a tenaglia. Ma non potevo fare a meno di stare a sentire. Attenta, e stupita della mia attenzione, tentai di fare il punto. Se il corpo si irrigidisce a livello muscolare, anche la capacità di provare emozioni e di manifestarle viene compromessa? “E’ esattamente questa l’interpretazione - continuò Valeria - Tu provi un’emozione. Può essere paura, angoscia o collera. Che tu lo voglia o no esprimi ciò che hai dentro con un atteggiamento del corpo. Fai capire agli altri cosa stai provando: manifesti cioè la tua reazione. Chiamiamolo mettersi in posa. In genere svanisce non appena hai superato il momento di emozione. Ma in alcuni casi non è così. A volte la persona si abitua a ricostituire quello schema di reazione. Le diventa cioè abituale atteggiarsi in quel modo. E allora la disposizione muscolare si fissa. Secondo la Rolf, alcuni muscoli si accorciano e si ispessiscono. Altri sono invasi dai tessuti connettivi, e quasi immobilizzati. L’atteggiamento fisico non cambia più. Diviene involontario, automatico. Si è creata nel corpo una struttura, che impone un modello emotivo particolare. La tua sensibilità è incanalata. Trovi naturale reagire in quel modo. Sei bloccata.” (2) Decisive le stoccate di Daniel. E Valeria aggiungeva ora altri fendenti. L’effetto era una condizione di disagio, di totale mobilitazione delle mie risorse. Da bambina giocavo spesso con un gruppo di amici più grandi di me. Uno degli spassi preferiti era, inutile dirlo, pericoloso. Dietro la casa di campagna dove si andava d’estate c’era una piccola roggia. Un ponticello di legno fuori uso era l’attrazione: attraversarlo, un atto di coraggio. Le travi erano sconnesse, quasi marce. Nella parte centrale alcune proprio mancavano. Quindi non era solo un esercizio di equilibrio. Ci voleva fegato. I maschi avevano trovato il metodo per passare, senza grossi problemi. Io, e altre ragazzine, partecipavamo, ma con un percorso ridotto. Si giungeva a metà: poi si ritornava indietro. Era una concessione pesante alla presunzione maschile, ma quelli erano altri tempi. Un giorno il più impertinente del gruppo, tale Riccardo, non so più cosa di cognome, ebbe una pensata geniale. Bloccare la via del ritorno. Antonella riuscì a fatica a guadagnare la terraferma. Io rimasi in mezzo. Ricordo ancora quelle sensazioni: un’esperienza che non si dimentica. I piedi si reggevano su quella struttura traballante. Tra le fessure, un terribile colpo d’occhio sull’acqua. Sotto, spuma che ribolliva. Ma indietro non si poteva tornare. Fu il panico a salvarmi. D’istinto non camminai più. Mi bloccai. E con un salto mi ritrovai dall’altra parte. Non era stato coraggio, ma l’obiettivo era raggiunto. Ora di fronte a Valeria stavo provando qualcosa di simile. Non potevo tornare più indietro: ero gelata dall’ansia. Con lei era inutile fingere, ci conosciamo da anni. Ha imparato a capirmi al volo. Il mio atteggiamento, particolare, l’aveva colta di sorpresa. Pensava di offrirmi il solito sfoggio di cultura: esibizionismo a tempo pieno. E invece. E invece io sentivo vicine quelle tesi, ossessivamente vicine.

Mi era necessario il balzo per uscire dalla posizione di stallo. Ritenni infine di riprendere il bandolo della matassa. “Anche ammesso - sottolineai, quasi con distacco - che questo valga per il corpo in generale, per i muscoli. Ma la faccia? La faccia è impermeabile alle emozioni. I movimenti mimici si adeguano, con elasticità, al mutare delle situazioni. Ma poi ognuno si ritrova la faccia sua, con tutti gli effetti originali che la natura ha fornito”. Potere pensare questo era per me un sollievo. Il drastico teorema “corpo uguale carattere” non poteva valere sempre. Valeria fu pronta a chiarire: “Ti sbagli - rispose trionfante - Per il volto valgono, a maggior ragione, quelle considerazioni. Il volto é la parte del corpo presentata apertamente al mondo. E’ l’elemento che si esamina per primo in un’altra persona. L’autoespressione coinvolge il volto: e il volto rivela molte cose su ciò che siamo e ciò che sentiamo”. Riprese, inesorabilmente, a martellare. Provocarla era una battaglia persa in partenza: aveva sempre qualche asso nella manica. Di fronte alla sua competenza mi inchinai. Non potevo fare altro. “Il volto è la maschera dei nostri sentimenti interiori. Lo plasmiamo non solo in conseguenza di ciò che siamo realmente, ma anche di ciò che fingiamo di essere e di sentire. Un conflitto tra la nostra natura vera e quella simulata ha come conseguenza tensione nei muscoli della faccia”. Dovevo essere obiettiva ed essere d'accordo con lei. Lo avevo toccato con mano alcuni giorni prima. Alla presenza del detestabile "pi-erre" di un'agenzia importante, avevo dovuto atteggiare esibizioni di simpatia. Un lavoro di immensa fatica, non solo psicologica. Valeria aveva ragione: una quantità di tensione percettibile mi si accumulò in tutti i muscoli del viso e del collo. Una vera paresi da rigetto. Valeria mi raccontò poi, divertita, anche un caso suo. Doveva procurarsi sui due piedi delle fototessera, per alcuni documenti. La macchina automatica era a due passi: l'operazione doveva concludersi nel giro di pochi istanti. E invece passò davanti allo specchio circa venti minuti. Non per vanità: non sapeva bene quale faccia fare. Felice, seria, sexy, intellettuale? Vastissima la gamma. Tutti molto efficaci e riusciti i personaggi messi in scena. “E poi considera il conflitto più tipico - continuò - Capita molte volte. Di fronte ad un rifiuto non vuoi lasciare trasparire imbarazzo. Allora corazzi i muscoli del volto. Li atteggi a falsa superiorità, addirittura a distacco dalla situazione. Ma tutto questo ha un prezzo: tensione.” Le due chiacchiere con Valeria si erano moltiplicate. Lei aveva dimenticato la macchina e le vetrine. E io, io avevo raggiunto una condizione nuova. Da tempo ormai non riuscivo più a provare un interesse profondo per qualcosa. Ora la mia sensibilità si stava risvegliando: un disgelo, un autentico disgelo. Era ormai l’ora di pranzo. Speravo che Valeria rimanesse con me: due bocconi, e

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qualche altro discorso, magari meno impegnato. E invece no, non poteva. Che avesse qualcuno in vista? Improbabile, ma possibile. La cosa mi dava un certo turbamento. In pochi istanti ne realizzai la ragione. Non mi sconvolgeva il suo eventuale flirt: non poteva che farmi piacere. Ero inquieta all’idea di rimanere sola. La solitudine è la condizione più bella della vita: nessuno che rompe, nessuno che ti pressa, nessuno che pretende. Ma può essere anche angoscia, vera angoscia. Accade soprattutto quando si ha paura: non degli altri, ma di se stessi. Il silenzio stimola a pensare, e pensare vuol dire fare i conti con la realtà. E’ una resa che difficilmente si accetta, se non vi si è costretti. In genere si preferisce stordirsi con varie occupazioni: il lavoro, gli impegni, i progetti. Salvo poi lamentarsi che la vita è stressante, che ci vorrebbe un po’ di pace, che la tranquillità è la vera felicità. Tutto falso. Spesso andare a pieni giri è una finta patetica: riempirsi di guai, per non pensare ad altri guai. Intanto il tempo si era guastato. Oltre i vetri il mondo si tingeva di grigio. In cielo nuvole, grandi e piccole: del sole nemmeno l’ombra. La scena aveva perso tutta la vivacità e la serenità di qualche ora prima. La panchina era là, sola. E mi provocava, con la sua ostinata immobilità. Mi spingeva ad uscire dal torpore. Pensavo. “Mi faccio un panino qui all’angolo. E poi a casa. Mattinata molto, molto particolare. Devo recuperare, magari con un bel sonno. Bisogna pur lasciare decantare quella tonnellata di pensieri". Confusione, saturazione mentale: questo era il mio stato d'animo. Un ingorgo psicologico bloccava ogni ulteriore slancio: come trenta vasche di seguito, dopo un anno che non nuoti. In fondo però non avevo proprio fame. E poi da sola, è sempre triste. Mi rilassai sulla mia poltrona: lei non mi aveva mai tradito, nè messo in croce con strani ragionamenti. Si limitava a regalarmi tutto quello che poteva dare: un morbido abbraccio. Scusate se è poco. Assopimento. La luce tenue del primo pomeriggio serviva allo scopo, egregiamente. Per le palpebre il lavoro diveniva insostenibile. Due sospironi più profondi ed entrai nel mondo dei sogni. Lo dice chi se ne intende: durante il sonno continua l'attività di elaborazione dei pensieri. Ma sul come e sul perchè nessuno sa essere molto preciso. Deve comunque essere vero, in qualche modo. Dopo un'oretta mi risvegliai, infatti, con un ossessivo imperativo: sviluppare le foto di Daniel. La mia esperienza del mattino era fermentata nel profondo. Avevo fotografato in bianco e nero, per potere curare personalmente anche la stampa. I dettagli in questi casi sono tutto. Doveva essere venuta qualche buona inquadratura. Un'immagine almeno che mi ripagasse dell'ansia di quell'incontro. Preparai il lavoro di sviluppo. Acidi, vaschette, camera oscura: movimenti abituali, ripetuti spesso, molto spesso. Ma quella volta era diverso. Avevo come la sensazione che il risultato, qualunque fosse, mi avrebbe sorpreso. Mi aspettavo troppo?

L'atmosfera particolare che si era creata nel colloquio con Daniel era un'indefinita promessa. L'onda lunga di quei discorsi si faceva sentire ancora, percettibilmente. Un bel tipo però, quel Daniel. Viene a farmi lezioni di morale in casa, e poi mi pianta in asso. Fugge via come portato dal vento. Il vento! Mi sentivo anch’io come spinta da un alito misterioso. Come se non fossi a contatto con le mie solite cose, ma vedessi tutto nella morbida dimensione del sogno. Non passò molto, ed ebbi modo di appagare la mia violenta curiosità. Durante le riprese avevo lavorato a mano libera. Non ero perciò riuscita a tenere sempre sotto controllo il gioco delle luci. Risultato: immagini aggressive con contrasti al limite. Roba da non presentare a nessun cliente. Ma, questa volta, la “griffe” per cui lavoravo ero io stessa. E la caccia non era stata scarsa. Un fatto mi sorprese subito. Mi sembrava di conoscere da sempre quel volto. Familiarità: questa era la parola giusta. Eppure si trattava di un estraneo. Fino a poco prima era un semplice oggetto da ripresa. Cosa mi stava accadendo? I suoi discorsi, certo erano quelli che mi condizionavano. Quel suo insistere tanto su certe idee. Quello scandire le parole con tanta perentorietà: un tono da profezia apocalittica. Verrà un giorno... Non mi serviva però sforzarmi di screditarlo. Quella faccia da schiaffi era sempre lì. Emergeva compiaciuta dal bagno dello sviluppo. Stava lì e mi guardava con sottile ironia. Un effetto tra il presuntuoso e il provocatorio: ostentava sicurezza di sé. Mi bloccai su un primo piano. Aria da ribelle, prospettiva di tre quarti. Il capo leggermente inclinato verso il basso, e uno strano modo di sogguardare. Gli occhi fermi, quasi duri, con una luce penetrante. Il naso non esibito, ma mobilitato: uno strumento per fare forza e resistere. Sopra la fronte, corrugata in una intensità pensosa, il cespuglio dei capelli: vegetazione spontanea e incolta. E poi la bocca. Le labbra, quasi serrate in una smorfia di rabbia, sottolineavano il tono d’insieme. Era l’inquadratura di un film neorealista. Di fronte a quei provini il mio interesse divenne entusiasmo. Dietro quelle linee, messaggi. Messaggi veri. Era la sconfitta della superficialità? Il mondo tridimensionale dei significati? Stavo correndo troppo. Non dovevo lasciarmi prendere. Un passo alla volta. Misi le foto sul tavolo. Volevo rifare un po’ d’ordine. Uno sguardo di passaggio alla rubrica da tavolo: 13 dicembre. Riposi i negativi nei faldoni: una risistemata anche in camera oscura. Tredici dicembre? Ricontrollai, era esatto. Era proprio il giorno di Santa Lucia. Quando si diventa grandi fanno un’impressione diversa le cose dell’infanzia: rimangono sempre lì come ricordi lieti o tristi, non cambiano. Solo che noi, noi le trattiamo con più delicatezza, quasi che il passare del tempo le avesse rese fragili. Si osservano con tenerezza: sono parte di noi. E’ così per tutto. Anche per le feste, i giocattoli, i dolci.

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Santa Lucia! Per noi bambini era l’esperienza della felicità. Felicità dell’attesa. Felicità della speranza che qualcuno, lassù, sapesse capire che sacrifici costava stare buoni. I genitori no, non capivano. In quei momenti erano per noi solo i vigili, garanti del buon comportamento. Non avevano la dolcezza di quel volto di Santa bambina. Si rimaneva ammirati davanti a quella statua, in chiesa. I nostri occhi erano sbarrati e imploranti. Il cuore in tumulto: disposti ad ogni promessa pur di ottenere quel regalo, quella... Ora lì nel mio studio avevo gli occhi lucidi. Non dovevo giocare con il passato. Ci ero cascata di nuovo. Quelle escursioni nei ricordi erano pericolose: mi facevano male. Avanti con il lavoro, e tutto passa. Dovrebbe passare. Volevo stringere i denti, per non pensare. Ma quelle idee, lontane e confuse, si saldavano con quelle più vicine, recenti. Mi potevano fare bene due passi in centro: le vetrine, le luci, la gente. La gente? Quale gente? Quella che guardi mentre passi, quella fatta di sagome da scansare, piedi da non pestare, borse e pacchi da sfiorare a costo di contorcimenti ginnici. Gente, insomma, senza volto. Cappelli, cappotti, abiti, camicie: ma senza faccia, senza connotati, senza comunicazione. Gente muta, arredamento della vita. Ti accorgi che manca solo quando hai troppo spazio per girarti. Questo era tormento, vero tormento: navigare nell’ansia, senza nulla in vista. Il tramonto, con i suoi toni mesti, non mi aiutava. Ero rassegnata: un’altra serata cupa. Non mi rimaneva che andare a casa e immergermi nel freddo del mio malumore. E invece successe qualcosa. Uscii dallo studio. Richiusi con attenzione, numerose mandate. Dopo la piccola rampa di scale fui nell’atrio d’ingresso. Data l’ora non mi aspettavo di vedere nessuno: il portiere di sera non fa servizio. Ma qualcuno c’era. Un giovane alto, elegante, era fermo vicino al portone d’uscita. Certo aspettava. Un attimo, solo il tempo di questo pensiero, e il personaggio fece due passi verso di me. Ora lo inquadravo meglio. Un impermeabile chiaro, il bavero alzato, anche se non faceva freddo. Singolare, ma distinto, il cappello a larga tesa: demodè ma d’effetto. La maschera del volto però, proprio quella era in ombra. Distinguevo solo una mascella evidente, e ben disegnata. Non usò convenevoli, non ostentò gentilezze particolari. Diritto allo scopo: “Telegramma per lei”. Rimasi sui due piedi: mai visto un fattorino come questo. Cosa stava succedendo? Perché mi conosceva? Lo sconcerto mi si leggeva in faccia. Lui si affrettò a precisare: “Sostituisco un amico, che non ha potuto venire”. E si dileguò, attraverso la vetrata d’ingresso. Mi ritrovai con la mano contratta. Stringevo tra le dita quel leggero, incomprensibile documento. Un brivido mi percorse all’idea di aprirlo: le cattive notizie sono sempre dietro la porta. L’immagine di quel messaggero, quell’inquietante presenza, moltiplicò il

mio affanno. Era decisamente una giornata movimentata. Nell’atrio, nessuno. In un appartamento al piano terra, i soliti rumori: televisore acceso, le notizie del telegiornale. Ero sola con me stessa, lontano dalla realtà. Quasi non riuscivo a muovermi. Mi feci forza. Avanzai come un automa. Volevo capire, sapere, rendermi conto. Avevo bisogno di più luce. Provai sotto una delle lampade dell’ingresso. L’indirizzo era mio, proprio mio. Ma chi poteva essere? Chi mi scriveva? Non riuscii più a resistere. Nervoso movimento delle dita, la carta si strappa. Dentro la notizia, la mia notizia: “Il greco antico è il primo gradino. Biblioteca di Piazza Vecchia. Domani alle dieci”. Nessuna firma, nessun mittente: una forma poco usuale per la burocrazia postale. Tutto mi sembrava strano: la forma, la situazione, il messaggio. Il greco antico? Cosa significava? Ho fatto lo scientifico, il greco classico non lo conosco. Quelle parole erano un enigma, un vero enigma. Non riuscivo a trovare, neppure lontanamente, un significato. Nessun collegamento. Una frase sibillina, laconica: e, proprio per questo, crudele. Stavo passando dallo stupore all’ansia. L’angoscia sarebbe stata il passo successivo: ma non volevo ammetterlo. Avevo paura di ammetterlo. Ma ammettere cosa? Ammettere che qualcuno voleva spaventarmi, che poteva esserci un tipo misterioso che, ad ogni costo voleva mettermi in difficoltà. Tutto mi appariva in una dimensione cupa, inconcepibile. Il dubbio stava divenendo un compagno di viaggio abituale. Ero paranoica? Come non esserlo. Nessuna firma: quindi era qualcuno che non voleva farsi riconoscere, ma che mi conosceva. Mi conosceva tanto bene da scovarmi di sera. Nessuno sapeva che mi sarei trattenuta allo studio fino a tardi. Nessuno, nemmeno io. Allora qualcuno forse mi teneva sotto controllo. Mi prese come un senso di stordimento. Chi mi stava addosso? E, soprattutto, perchè? Dopo le prime rapide consultazioni interiori, lo scandaglio della mente volle scendere ancora più in profondità. Incomprensibile, e perciò terribile, quella successione di parole senza senso. E poi l’appuntamento: chiaro, perentorio, preciso. Un’atmosfera di penosa sofferenza: e non potevo fare niente.

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Dorian “Ma anche il più coraggioso di noi ha paura di se stesso. (...) Siamo puniti per le nostre rinunce. Ogni impulso che cerchiamo di reprimere, cova nell'anima e ci avvelena la vita”. O. Wilde

Venerdì, 13 dicembre. Sera. Casa di Helen Sabato 14. Mattino. Città Alta.

Non persi il controllo. Sul marciapiede aspettavo il taxi. Sollievo: andavo finalmente a casa. D’istinto scrutavo intorno. Cosa cercavo? Nemmeno io lo sapevo. L’uomo del telegramma era uscito dal nulla, e nel nulla era scomparso: fugace apparizione che mi metteva in subbuglio. Qualcosa si muoveva intorno a me. Ne percepivo la presenza. Una trama di situazioni cospirava alle mie spalle, mi derubava di una pace già precaria. La città viveva nel suo abituale frastuono. Luci abbaglianti, andirivieni, fretta: il solito quadro. Quella frenesia rendeva più cupo il deserto che avevo dentro. Mi sentivo impotente, svuotata di ogni energia. Quando non conosci ciò che ti tormenta, la tortura ti sembra ancora più atroce. La fantasia alimenta la paura, ne dilata le immagini. Arrivai a casa mia, e fu una liberazione. Tutti gli animali, quando sono in pericolo, cercano la tana: gli esseri umani non fanno eccezione. Entrai. Le luci, cercai subito le luci. Volevo controllare, verificare che il mio mondo fosse ancora lì, come lo avevo lasciato. La lampada d’ingresso mi regalò un chiarore gratificante, ma parziale. Inquietanti prospettive emergevano dando un occhio all’interno. Meglio l’illuminazione diffusa del soggiorno: l’anima si aprì ad un respiro più profondo. Volevo essere circondata dalla luce. Entravo in ogni stanza, con la sola preoccupazione di pigiare l’interruttore. Questo bagno totale riuscì a calmarmi: mi sentivo confortata, vezzeggiata, penetrata dalla luce. Affondai nel divano, il corpo voleva ritemprarsi. Ma la coscienza, vigile e tesa, pretendeva alcune risposte. La giornata era stata decisiva, me ne rendevo conto: un crescendo rossiniano con epilogo a sorpresa. Il pensiero si mobilitò di nuovo

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intorno al misterioso telegramma. In quel momento azzardai alcune ipotesi meno nere. Era uno scherzo, mi dicevo, uno scherzo stupido di qualcuno. Inutile preoccuparsi. La ragione lo diceva: ma autoconvincersi non faceva superare l’angoscia profonda. Mi affidai alla musica. Il brano giusto, al momento giusto fa miracoli. Mozart, “Eine kleine Nachtmusik”: e speriamo che faccia effetto. Continuavo ad essere irrequieta. Un libro! Quello ci voleva. Corpo ed emozioni, quei discorsi mi riportavano all’atmosfera decadente di fine ‘800. Un titolo mi aveva martellato in testa tutto il pomeriggio: Oscar Wilde, “Il ritratto di Dorian Gray”. Poteva andare. Chissà dove era finito, da tempo non riordinavo la libreria. Fui fortunata, la ricerca durò poco. Era proprio lì, sul secondo scaffale. Con voracità superai le prime pagine. Cercavo il punto di massimo impatto, quando Dorian formula il suo sciagurato augurio. Lo trovai: “..... Che tristezza - mormorò Dorian Gray, gli occhi fissi sul ritratto - Diventerò vecchio, brutto e ripugnante. Ma questa immagine rimarrà sempre giovane. Non sarà mai più vecchia di quanto è oggi, in questa particolare giornata di giugno. Oh, se solo fosse il contrario! Se potessi rimanere sempre giovane e il quadro diventare vecchio! Per questo, per questo darei qualunque cosa! Darei la cosa più preziosa del mondo! La mia anima”. (2) La sua terribile determinazione mi dava i brividi. Quell’uomo era disposto a barattare il suo spirito, per appagare un culto narcisistico. Leggevo con partecipazione totale. Una brillante invenzione letteraria di Oscar Wilde: “Dorian Gray” mi era sempre apparso così, fino a quel momento. Ora avevo quasi paura di continuare, temevo di avere altre conferme. Il mondo dei nostri sentimenti ha una sua specifica forza: mai me ne ero accorta con tanta evidenza. E questa potenza è in grado di manifestarsi. La mia curiosità inciampò in un passaggio, innocuo solo in apparenza: “Credo che se l’uomo dovesse vivere la sua vita pienamente, se desse forma a ogni sentimento, espressione a ogni pensiero, realtà a ogni sogno, credo che il mondo riceverebbe un tale nuovo impulso di gioia che dimenticheremmo tutte le malattie di medievalismo e ritorneremmo all’ideale ellenico, e perfino a qualcosa di migliore e più ricco dell’ideale ellenico. Ma anche il più coraggioso di noi ha paura di se stesso. La mutilazione dei selvaggi sopravvive nell’abnegazione che rovina la nostra vita. Siamo puniti per le nostre rinunce. Ogni impulso che cerchiamo di reprimere, cova nell’anima e ci avvelena la vita. Il corpo pecca una volta e si libera del peccato, perché l’azione é un modo di purificarsi. E non rimane che il ricordo del piacere e la delizia di un rimpianto. L’unico modo per liberarsi di una tentazione è cedere ad essa. Resisti e la tua anima si ammalerà di desiderio delle cose che si é vietate, di ciò che le sue leggi hanno reso mostruoso, illegale.” (1) Corpo ed emozioni: un legame indissolubile, lo diceva anche lui. Bella sfortuna comunque la mia! Cercavo un libro per tranquillizzarmi e invece i problemi per me

si stavano moltiplicando. “Anche il più coraggioso ha paura di se stesso”. Esatto, tremendamente esatto. Meglio cercare di dormire. Rimasi con il libro spalancato tra le mani. Lo sguardo cercava improbabili obiettivi: era un vagare perso nel nulla. Il cane aveva trovato per il suo corpo soluzioni di minima resistenza alla gravità: lungo disteso, rilassato. Da quella inerzia abbandonata uscì subito. Avevo urtato contro il cristallo del tavolino e quel rumore fu una scossa per lui. Una frazione di secondo e già controllava il mondo con tutti i sensori in allarme. A me, responsabile di quella sveglia imprevista, non regalò che un'occhiata di sfuggita. Il suo interesse era tutto intorno, alla ricerca di un motivo di reazione. Poi, dopo la ricognizione, la normalità riprese il sopravvento. Mascella a terra, come per dormire, e occhi allertati, in attesa degli eventi. Non lo avevo mai notato: il cane è capace di straordinari mutamenti di espressione. Straordinari per noi, che non li riteniamo possibili. Ma assolutamente normali per lui. Del resto non è materia inanimata. E’ una forma di coscienza coperta di pelo. Piccola filosofia notturna. Lasciai perdere il cane. Aveva già risolto la sua tensione e dormiva, con piacere totale. E’ un raffinato, sceglie sempre come giaciglio il “Kashmir” centrale del salone. Avevo preso quel tappeto tanti anni prima: ero agli inizi del mio lavoro. Forse il primo investimento importante della mia nuova casa. Mi aveva aiutato anche... Cancellai all’istante quel nome: mi era balenato davanti dopo tanto tempo. Ma, su questo ero decisa, non volevo concedermi incertezze. Ognuno aveva preso la sua strada. A parte tutto, un bel tappeto però. Lana e seta, dimensioni importanti: del disegno mi ero innamorata subito. Una decorazione floreale, con una maestria particolare nel rendere il gioco di rami e foglie. E i colori! Tonalità di verde salvia, rosa antico, blu cupo. Spiccano anche delicate figure di animali: un cerbiatto? Mai, prima di allora, mi ero premurata di guardarlo con tanta minuzia. Quella era una notte proprio speciale. Anche la linea del tavolo era originale. Una fusione unica in cristallo: angoli arrotondati, morbidi; disegno d’insieme essenziale. Sdraiata sul divano osservavo tutti questi miei inerti compagni di vita. Il cristallo era animato dalla tenue luce dell’interno: un riflesso quasi ovattato. Fissarlo mi fu fatale. Pochi minuti e, dopo tante pene, il sonno. Me lo ero meritato. Non dormii bene. Non riuscii a focalizzare le immagini dei miei sogni tormentati. Ritrovarmi la mattina successiva sul divano mi procurò un attimo di sgomento: odio non essere padrona dei miei comportamenti. Ma non ci potevo fare niente, ero proprio crollata. L’ammaliante gioco del cristallo mi aveva sconfitto. Rividi in un attimo la mia giornata: Daniel, Valeria, il telegramma. Mi sembrava di risentire quei discorsi: così pesanti da turbarmi, così definitivi da non lasciare dubbi. E poi

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quell’appuntamento misterioso: in Piazza Vecchia. Sono anni che non ci vado, pensai. A chi può venire in mente di giocarmi così. A volte la gente crede di essere spiritosa e invece è solo stupida. Certo, stupida e invadente: ognuno ha le sue cose da fare, e da pensare. Non si può infastidire chi non ha nessuna voglia di buttare il tempo. Stavo perdendo la calma. Purtroppo sono fatta così: parto con il silenziatore, e poco a poco la rabbia mi si gonfia dentro. Raramente esplodo, per rispetto, per educazione, per stile. Ma forse è sbagliato. Qualche volta sarebbe meglio lasciare uscire tutto, tutto fuori. Sicuramente rimarrebbe più pulito dentro. Dovevo decidere. Non farmi vedere, e quindi non dare soddisfazione ad un giocondo in vena di stranezze. Oppure andare, e sancire con ciò la mia sconfitta sul piano dell’orgoglio: avrei confermato che basta un telegramma anonimo a farmi muovere. Ma peggio, certo, era rimanere in bilico sui miei pensieri. Proprio non me la sentivo. Nella sofferta decisione un solo elemento chiaro, per me: mai, mai più mi sarei tirata indietro di fronte a nulla, per nessuna ragione al mondo. Affrontare le situazioni è meglio che subire i rimpianti. Questo almeno lo avevo imparato. Quindi, niente indugi ulteriori. Colazione veloce. Rapida toilette. L’abito? Il primo che capita? Non proprio: per navigare senza bussola bisogna avere tutta la dotazione a posto. Perciò, scelta obbligata: disinvolta eleganza. Da una vita non andavo in Bergamo Alta: avevo proprio trascurato anche la mia città. L’appuntamento era alle dieci: mi dovevo sbrigare. Attenzione al parcheggio: il rischio è di vagare a vuoto per parecchio tempo. Perchè non unire l’utile al dilettevole? La funicolare! Un percorso alternativo che ti sgancia dalla schiavitù della macchina. Un itinerario romantico, per vivere la città da vicino. Aggiudicato: la decisione è presa. Dalle vie del centro, le prospettive che si aprono su Città Alta sono sempre straordinarie. Sei nel caos, nel traffico. Ma, non appena abbandoni la macchina e ti porti a piedi verso le mura, ti si aprono fondali unici. Procedi nell’avvicinamento: in primo piano i palazzi, tutti uguali. Ma là, là in fondo si intravvede la sobria pennellata di un acquerello: discreto, ma di potente effetto scenico. Alla base la fascia verde degli orti. Poi i bastioni veneti, le mura: baluardo massiccio, simbolo di difesa, e anche un po’ della cocciutaggine della gente. Al livello successivo, le case del borgo antico: palazzi sontuosi e dimore più modeste, coricate l’una sull’altra da una sapiente regia. Colori soffusi, di morbida tonalità: varianti in giallo cromo, ambra, ocra bruna. Un accostamento dinamico, ogni monotonia si stempera in un equilibrio gioioso. Da tempo non davo un’occhiata a questo spettacolo. Queste cose si perdono, quando non si vuole perdere niente, quando si ha la pretesa di rincorrere tutto. L’assillo è il nostro carnefice. Noi siamo, consapevoli, masochistiche vittime. Faceva freddo quella mattina. Il cielo terso e azzurro, prometteva una giornata luminosa, ma pungente. Buona scelta il giaccone pesante.

Davanti alla funicolare, ben poca gente. Di sabato si approfitta per rimanere un po’ di più a letto. Quattro, cinque persone: un distinto signore, tirato a lucido con uno stile un po’ passato; tre ragazzetti con l’aria furtiva di chi sta facendo un colpo di vita; una signora anziana con il suo cagnolino. La bestiola si preoccupava solo della temperatura ambiente, decisamente frizzante. Rimaneva bloccata ai piedi della padrona implorando conforto e calore umano. La vettura arriva. Solite procedure: carica e riparte. E’ impressionante vederla affrontare l’impossibile pendenza. E invece procede spedita e sicura. Con marcia lenta, ma inesorabile, dà l’attacco alla severa salita. Il primo tratto è incassato tra le case. Poi lo sguardo si apre sulla città bassa. Una tenue coltre di nebbia accarezza le case. Dalla bambagia grigia affiorano solo gli edifici più rilevati e i campanili delle chiese: S. Alessandro, Le Grazie, Pignolo. E si sale, con meccanico aggrapparsi al muro dell’ultimo strappo. Stazione d’arrivo: anche questa volta ce l’ha fatta. Esco sulla piazzetta. Si chiama "Mercato delle scarpe", non ho mai capito bene perchè. I miei compagni di viaggio si insinuano nelle vie. Sono di nuovo sola. Tutto ha il colore vellutato del silenzio. I miei passi sul selciato scandiscono un ritmo monotono. Mi spiace quasi provocare un rumore che turba la scena. Ma devo andare. Ormai solo pochi minuti e saprò tutto. Il sole filtra tra le case e disegna un sorprendente gioco di luci. Qualcuno sostiene che alcuni ambienti sono capaci di comunicare, di parlare. Suggeriscono stati d'animo. Non posso fare a meno di pensare. Quanta gente è passata di qui, ha vissuto qui, ha impresso nelle pietre il marchio del suo modo di essere? Forse mi sto lasciando prendere dal fascino dell'antico. Ma non è possibile far tacere la musica spontanea, intima di certi luoghi. Ancora pochi passi. Il vecchio lavatoio, la torre di Gombito: sono arrivata. La Piazza Vecchia si apre come all'alzarsi del sipario. Pregio ed equilibrio architettonico, in un solo colpo d'occhio: il Palazzo della Ragione, la Torre, l'Università, la Biblioteca. Qui non manca animazione. Immancabili gli scolari in gita di istruzione. Classica l'insegnante che esibisce commoventi note culturali. Scontato anche il disinteresse dei ragazzi. Alcuni, come segugi, stanno puntando l'acqua della Fontana del Contarini. Non li riguarda la facciata della Biblioteca, appena restaurata. Ma quell'acqua può servire a tanti scopi: leciti e illeciti, anche se fa freddo. Gente varia attraversa la scena della piazza. Le categorie sociali si possono individuare anche dalla velocità con cui le persone si spostano. Movimenti lenti, passo vagabondo ma poco convinto, una direzione vale l’altra: sicuramente è un pensionato. Modo di procedere frenetico, quasi ansioso, con ossessivo guardarsi intorno alla ricerca di qualcuno da salutare: il tipo garzone di bottega. Naturalmente in questa categoria rientrano anche i proprietari delle botteghe, che fanno per conto proprio le prime commissioni

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di una giornata intensa. E poi ci sono i passettini brevi e continui, meccanici ma determinati: sono signore di una certa età. Vanno a messa, solerti nella fede e nel modo di camminare. Il sostare disinteressato di fronte alle vetrine è dei ragazzi, che dovrebbero essere a lezione. Ufficialmente sono proprio a scuola. Il rischio, calcolato e stuzzicante, è che qualche agente nemico li becchi e li denunci, innescando imprevedibili reazioni a catena. Andatura frettolosa ma senza assillo, modo di procedere in genere in coppia, direzione preferenziale verso la biblioteca: è il tipo studente universitario, sempre sulla breccia, anche di sabato, soprattutto in periodo d’esami. E poi ci sono quelli che procedono con il naso in aria. Attuano una istantanea ricognizione del percorso e partono. Una specie di pilota automatico li tiene lontani da sconnessioni del terreno ed ostacoli imprevisti. In questo caso un grosso aiuto all’identificazione viene anche dall’abbigliamento: si capisce subito che non sono locali. Infatti sono turisti. Vengono da chissà dove, e sono la fauna forse più resistente alle intemperie. Vogliono vedere tutto, ad ogni costo. Mi divertiva questo gioco di scoperta della gente. Quasi dimenticavo il mio impegno. Ma quale impegno esattamente? Non sapevo chi dovessi incontrare e per quale ragione. Pazzesco. Ormai mancavano cinque minuti alle dieci. Non sapevo cosa guardare. Tagliai in diagonale la piazza. Speravo così almeno di essere vista. Questo gioco dell’appuntamento al buio ora mi stava stancando. Inesorabile era il rischio che qualcuno stesse ridendo alle mie spalle. E questa parte non mi piaceva. Passo davanti alla statua di Torquato Tasso. Lui ha sempre un’aria soddisfatta e ispirata. Oltre il colonnato coperto su cui si regge il Palazzo della Ragione si intravvede il portale di Santa Maria Maggiore. Forse da quella gradinata ho una prospettiva migliore. Salgo tutti gli scalini. Mi accosto ad uno dei leoni in marmo del protiro d’ingresso. E aspetto. Il Campanone, almeno lui, non mi tradisce: dieci rintocchi secchi, tonanti. L’avventura entra nella fase cruciale. Ma per il momento io non vedo nessuno. La vita nella piazza prosegue con tranquillità irritante per me. E’ stata una stupidaggine prendere sul serio questa cosa. Potevo capirlo subito che...

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Dal passato Ex praterito praesens prudenter agit ni futura actione deturpet. ( Dal passato il presente impara ad agire prudentemente per non guastare il futuro ) Tiziano - Allegoria del Tempo

Sabato 14 dicembre. Mattino. Piazza Vecchia

Capire che cosa? Non è colpa mia se ho intorno gente che si diverte in questo modo idiota. Qualsiasi persona di buonsenso avrebbe capito che... Un momento. Vedo confusamente. Cerco di dirigere meglio lo sguardo. Non so ancora cosa sto cercando: ma qualcosa, anzi qualcuno, ha attirato la mia attenzione. Sulla destra rispetto alla mia prospettiva, scende dalla scalinata del Duomo, un uomo. E’ una figura strana, un look particolare. Non riesco a fare mente locale, ma sono sicura: l’ho già visto. Ma visto dove? Certo. Certo. E’ il fattorino, il personaggio della sera prima. Non viene però verso di me: anzi, si allontana. Lo seguo, tento di seguirlo, spinta in quella direzione dalla più irrazionale delle motivazioni. Mi affido all’unica cosa nota che mi si sta presentando. Lo seguo verso dove? E perché? Sto accelerando il passo, nel tentativo di raggiungerlo: voglio spiegazioni. E’ più veloce di me. E’ già oltre la fontana. Lo sto perdendo. Non ce la farò mai. Rinuncio. Mi fermo. Respiro affannosamente. Lo tengo ancora, ma solo con lo sguardo. Fortuna sfacciata: è entrato in biblioteca. Adesso non mi sfuggi più. Stavo ansimando. Non era stata una corsa, ma una competizione. Raggiunsi quasi per inerzia il porticato della biblioteca. Quando l’attenzione punta su un oggetto, tutto il resto rimane fuori fuoco. Vidi solo di sfuggita uno stendardo, sulla facciata. Non considerai quello che c’era scritto: il messaggio non mi arrivò. Strana animazione all’ingresso. I soliti ragazzi prendevano una boccata d’aria e di riposo dallo studio. Vicino, anche altre persone: gente di un certo livello. Forse qualche manifestazione? Non avevo tempo da perdere: il mio fattorino era all’interno ed avevo tutta l’intenzione di metterlo con le spalle al muro. Stavo per varcare la soglia. Un pensiero mi sorprese, lasciandomi confusa. Nessuno, forse, mi aveva bidonato: erano da poco passate le dieci e mi trovavo alla biblioteca di Piazza Vecchia. Proprio come diceva il telegramma. Dovevo andare dentro, era chiaro. Parecchie persone attendono sulla porta. Mi faccio largo, guadagno a fatica l'ingresso. I miei sospetti sono confermati: è una manifestazione, anzi un'inaugurazione si

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direbbe. Da cosa lo capisco? Avete mai osservato chi partecipa alla cosiddetta "vernice"? Una fauna tutta speciale. Alcuni sono stati invitati, perché non si poteva fare a meno: autorità, persone importanti. A loro, chiaramente, non importa nulla di ciò che stanno inaugurando: si tratta di un'occasione di incontro. Poi ci sono gli intellettuali spinti: quelli che sull'argomento si sono preparati, che hanno fatto le tre a leggere l'ultimo saggio, che hanno ritrovato ultimamente il gusto di questi discorsi. Hanno la faccia come la loro cultura: finta o, nella migliore delle ipotesi, appiccicata. Si interessano di molte cose, e capiscono poco di tutto. Infine abbiamo gli addetti ai lavori: loro sì, sanno di cosa si sta parlando. Ma si guardano bene dall'ostentarlo. Sono paghi del loro sapere. Non cercano, in apparenza, riconoscimenti o ammirazione. Per loro la cultura è ancora una cosa seria, non un gioco di società. E i curiosi, dove li mettete. Anche se non sanno esattamente cosa si celebri, per loro vale sempre la pena dare un'occhiata. Io non faccio parte di nessuna di queste categorie. Mi trovo lì per caso. Vediamo se riesco almeno a capire di che si tratta. Mi secca fare la parte della sprovveduta. Individuo, tra un gomito e l'altro, eleganti bacheche con libri. Libri antichi. Una rassegna antiquaria? Perché in biblioteca? Cerco di stare a sentire. Mi sento come una che vuole entrare senza pagare, una portoghese della cultura. Parlano di pittura, di viso, di personalità, di fisionomia. Interessante. Ma io ho una missione da compiere. Sto per salire le scale. Due gradini, una posizione sopraelevata. Da qui scorgo un'immagine, fulminante. In fondo alla sala, tra due colonne una figura. Anzi, una serie di figure. Più figure in una sola composizione. Mi avvicino, affascinata. Da vicino il quadro è anche più suggestivo. In rilievo, su un fondo scuro che li delinea, sono tre volti. Al centro un uomo barbuto: un’aria un po’ da filosofo antico. Di lato, emergenti dallo stesso nucleo due visi. Un ragazzo, con l’espressione intensa dei ragazzi: decisa e impegnata. E un vecchio: lunga barba bianca, baffi folti, sguardo con un taglio senza incertezze. Sotto questo gruppo umano, tre figure di animali. Al centro vedo un leone e di lato due cani: almeno a me sembrano due cani. Molto vivo l’effetto d’insieme. Ma cosa vuol dire? Leggo la didascalia: Tiziano “Allegoria del tempo”. Quasi di colpo, nella sala il bisbiglìo si attenua. Poi cessa del tutto. “E’ per me un onore tenere la relazione introduttiva a questo convegno su un’arte antica e moderna al tempo stesso: la fisiognomica”. A parlare è uno che porta scritta in faccia la sua docenza universitaria. Comunque usa un linguaggio semplice e chiaro. Il tono è colloquiale, quasi cordiale. Si vede che ha passione per ciò che dice: non è un relatore noleggiato per l’occasione. “Parlare di fisiognomica significa evocare da un lato una sorta di luogo comune, un gioco verbale, un divertimento da oroscopo. Considerare invece la parola nel suo etimo

greco permette di scoprire una storia millenaria che, tra superstizione e scienza, ha continuato ad interessare il pubblico e ad affascinare gli studiosi, anche quelli d’oggi” Fin qui ha ragione. Vediamo cosa racconta. “L’adagio popolare è deciso: il volto è specchio dell’anima. Quindi studiarne i tratti significa indagare le inclinazioni e le passioni dell’uomo. La fisionomia o fisiognomica o fisiognomonia, dal greco “fusis” (natura) e “nomos” (norma) è quindi una disciplina para-scientifica che pretende di derivare i tratti psicologici ed etici di una persona dal suo aspetto fisico esterno. Un’indagine cioè sui lineamenti, sui segni del volto, sulle sue espressioni e, più in generale, sul corpo.” Coincidenza? Anche qui mi danno lezioni sullo stesso argomento. Valeva comunque la pena stare a sentire ancora un attimo. E imparo parecchio. Il testo più antico della fisiognomica risale allo Pseudo-Aristotele. E chi sarà? L’esercizio di tale arte allora era parte integrante della pratica medica e della fisiologia. Fisiognomi erano i medici. Cercavano di interpretare il carattere dell’uomo, e lo facevano con un’indagine sulle caratteristiche somatiche. Si riteneva nota la natura morale degli animali e la si metteva in relazione con il volto umano. Il leone esprime maestosità e potenza, la scimmia licenziosità e lussuria, l’aquila acutezza mentale. E a questo punto il professore arriva al dunque: al dipinto che mi ha incuriosito. La fisiognomica zoologica è evidente in questo celebre dipinto di Tiziano “Allegoria del Tempo” del 1565, esposto alla National Gallery di Londra. Quella in sala è naturalmente una riproduzione. Particolare la scritta, posta ad arco sopra i tre volti: “Ex praeterito praesens prudenter agit ni futura actione deturpet”. Traduzione immediata a cura del relatore per non mettere in imbarazzo quelli che si sono dimenticati il latino del liceo: “Dal passato il presente impara ad agire prudentemente per non guastare il futuro”. Le parole sono disposte in modo tale che “passato”, “presente” e “futuro” sovrastino esattamente le tre figure umane. Per la critica le tre teste sono forme simboliche della prudenza. Secondo la dottrina Scolastica rappresentano rispettivamente la Memoria, l’Intelligenza, e la Previdenza. Le forme animali invece riprendono una visione di Macrobio: il lupo rapisce i ricordi come prede; il leone è fulmineo e violento; il cane accarezza speranze future. (1) Ora che ci penso, anche il mio Red ogni tanto si perde, con un’aria trasognata e rapita: forse sta guardando il futuro. Mi affascinava però quel sottile gioco simbolico. La frase, un po’ oscura, era pregnante di significato. Riguardai il dipinto: chiaro il messaggio. Il viso centrale mi suggeriva l’espressione di chi guarda le cose con fredda obiettività, senza entusiasmi né illusioni. Ha provato tutto e prosegue con cautela, con discrezione. Lo dice la figura del leone, minacciosa ma senza voglia di colpire.

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Il vecchio mi suggerisce dignità, quella che deriva dall’avere sempre affrontato il mondo senza abbassare lo sguardo. I lineamenti sono contratti. Quando si è vecchi si diventa avari: il lupo difende ciò che ha acquistato. Il ragazzo invece mi intenerisce. Guarda dritto davanti a sé, non ha intenzione di cedere a compromessi. Arriverà ai suoi obiettivi. Costerà, ma arriverà: è sicuro. I ragazzi sono tutti così. Anche il mio Max è così. Era... era così. Mi sono distratta, seguendo i miei pensieri. Riprendo l’ascolto: “Fin dal 1295 con il testo di Pietro d’Abano “Liber Compilationis physionomiae” che si rifà a fonti antiche ed orientali, oltre al parallelo con gli animali, nella descrizione del corpo umano si inserisce l’astrologia, cioè l’influenza esercitata dai pianeti, dai segni dello zodiaco. Sempre più, nei secoli successivi, la fisiognomica si fonderà con la magia, la chiromanzia e la mantica divinatoria. Con il Della Porta e il suo trattato del 1586 riemerge prepotentemente la relazione tra fisiognomica umana e animale. Il corpo diventa il grande libro di interpretazione, la scienza del mago. Lo zoomorfismo assume un ruolo fondamentale. Il paragone uomo-animale può essere esteso nella storia. Il ritratto di Platone è raffrontato con il cane, quello di Socrate con il cervo, quello di Poliziano con il rinoceronte ...” Chissà a quale bestia si avvicina quel signore calvo, lenti spesse, viso a palla da bowling in fondo alla sala. E’ seminascosto dalla struttura imponente di una signora, sicuramente non una silhouette. Subdolamente approfitta di questa sua nicchia di intimità per mettersi le dita nel naso. Pessima abitudine, e per lui rasenta addirittura la mania, tale è la voluttà con cui compie l’operazione. Faccio uno “zoom” di nuovo sul relatore, un parlatore instancabile. E mi vengono forniti nuovi particolari. A partire dall’Umanesimo la fisiognomica ha un grande peso nella storia delle arti. Disegno, pittura e scultura rappresentano il corpo, le sue misure e proporzioni. La ritrattistica nei volti contempla la casistica dei moti dell’animo, delle tracce d’espressione incise sul corpo dalle passioni. Una vera enciclopedia degli affetti umani bloccati nelle immagini da grossi calibri della tradizione artistica: da Leonardo a Caravaggio, Velasquez, Rubens, Rembrandt, Van Dick, Le Brun; ma anche Gericault, Fussli, Goya, Courbet, Daumier. Mi stavo appassionando. Fino a un’ora fa nemmeno pensavo alla fisiognomica. Ora mi si apriva davanti una terra da esplorare. La rassegna di dotte indicazioni fu lunga: ma il tempo volò. La conferenza si concluse. Tutti indugiarono qualche tempo ad osservare i testi in esposizione. Poi ordinatamente lasciarono la sala. Il territorio era sgombro. Avevo tutto il tempo ora per gustarmi l’ambiente. Non me la sentivo di unirmi al codazzo: un pubblico osannante accompagnava il professore all’uscita. Eppure era stato davvero interessante. La cultura dovrebbe essere

questo, sempre: uno stimolo ad allargare le proprie conoscenze. Interessante, certo. Ma il mio fattorino-fantasma? Improvvisamente non era più così fondamentale. Mi stupii di questa mia calma rassegnazione: ma altre suggestioni conquistavano spazio dentro di me. Stavo fissando ancora il Tiziano. E la mente andava, a briglia sciolta. Il viso è una forma architettonica: armonica, rigorosa, personale. Provate ad allargare la distanza tra gli occhi: tutto cambia, le aree di corrispondenza svaniscono, gli equilibri si spostano. L'insieme si modifica: un'altra faccia. Valutavo gli effetti di questa ipotetica rivoluzione: la fisiognomica mi dava un "pass" verso un itinerario appetitoso. Sensazione analoga provai quando feci la mia prima e unica discesa "rafting", nelle acque impazzite di un torrente di montagna. Da fuori la corrente appare impetuosa. Quando ci sei in mezzo la senti impetuosa. Ma ti devi lasciare andare. E anche se hai una paura tremenda, ti dici che anche questo è vita. O forse soprattutto questo è vita? Ora, come allora, ero sbilanciata verso un nuovo mondo di interessi, ma cauta ad abbracciare la nuova avventura. Forse non tutto era stato un caso. Qualcuno mi aveva dato un appuntamento. Non si era fatto vivo, ma mi ero ritrovata in biblioteca, preda di questa nuova ansia di cultura. Era più che curiosità, era proprio voglia di conoscere. Continuavo ad essere preoccupata. Un’oscura regia mi stava indirizzando? Ma verso dove? Non dovevo lasciarmi prendere dall’angoscia. Certo, ben strano quel “fattorino”: strano e prezioso. A conti fatti, imprevedibilmente, aveva fatto in modo che io mi trovassi al posto giusto nel momento giusto. Ma era davvero andata così? Forse io mi stavo condizionando, e vedevo legami inesistenti. Forse non era altro che una normale successione di fatti non collegati, nè collegabili. Ormai non c’era altra possibilità: chi è in ballo, deve ballare. Questo tormento mentale mi fece rimanere quasi inebetita, di fronte alle preziose teche dei libri. “Signora, si chiude!” Alle mie spalle, il custode. Assorta, non risposi. Mi avviai verso l’uscita con il mio fardello di pensieri, pesanti sul cuore. Rimanere così priva di qualsiasi conforto mi sembrava l’idea più assurda: avevo bisogno di capire di più. Duecento metri, il cancello della facoltà: mi avevano detto di rivolgermi al primo piano. Lì riceveva il professore, quello della conferenza. Volevo, ad ogni costo, varcare il limite della mia ignoranza. Entrai, con l’umiltà di chi non sa da che parte voltarsi per trovare la via. “Professore, non sono un’esperta e nemmeno un’appassionata, almeno fino ad oggi” - Fu l’esordio, modestino. “Sono stata però letteralmente bloccata dalle straordinarie prospettive della fisio-

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gnomica. Non ne avevo sentito parlare, se non molto vagamente. Mi ha colpito il parallelo uomo-animale. Vorrei saperne di più”. Questo era per me il nocciolo della questione. Il professore mi ascoltava: occhi attenti e penetranti, dietro lenti abbastanza pesanti. Ero rimbalzata nel suo studio. Sarebbe stato del tutto autorizzato a trattarmi come una seccatrice qualsiasi. E invece, no. La pazienza, la capacità di stare a sentire gli altri deve essere una dote diffusa tra gli insegnanti, almeno tra i migliori. Quando la mia affannata sequenza di parole fu esaurita, non si scompose. Toccò qualcosa sul tavolo, come per prendere tempo. Poi arrivò la mia razione, una demolizione culturale in piena regola. Me l'ero voluta, era giusto che pagassi il prezzo. “Oggi nessuno sa più esattamente cosa cercare, dove dirigersi, quali prospettive darsi. Tutti credono di potersi erigere a padroni del mondo. Ma non si sa bene da dove cominciare a guardarlo questo nostro vecchio mondo. L'ideale è partire proprio da noi stessi. Cosa sappiamo noi del nostro esistere? Cosa ne sa Lei?” Nessun dubbio, era proprio il piglio dei miei professori del liceo. Gli insegnanti sono una fauna a parte: tutti uguali se ti beccano in fallo. “Mi dice che la relazione le è stata utile, che ha stimolato la sua curiosità. Questo mi fa piacere. Ma avrei più piacere di sentirle dire che ha capito. Capito non le nozioni storiche, filosofiche, tecniche: ma il senso, il significato, la logica di un intervento come questo nell’era dei computer, dell’informatica, delle reti satellitari. Ha un valore sapere che quattro cultori del pensiero avevano intuito che il viso ha un significato, che il corpo ha una sua leggibilità? Secondo me ne ha, proprio perchè il guaio della nostra civiltà è la presunzione. La scienza ci ha abituato a vedere il mondo con l’ambizione di volerlo e poterlo possedere. I risultati li abbiamo tutti davanti agli occhi. Non sappiamo più vivere. Ci accontentiamo di sopravvivere”. Alcune precisazioni mi sarebbero bastate. Ora invece mi sentivo un po’ imputata in un processo. Ma non mi dispiaceva: strano, ma non mi disturbava. La ragione era chiara: il professore sapeva muoversi bene su questi argomenti. Aggiungiamo poi il fascino di quella voce, il carisma del personaggio, l’atmosfera dell’università, che aveva sempre su di me una presa totale. Insomma, mi trovavo bloccata su quella sedia davanti a lui, senza osare fiatare, senza interrompere la sua lunga tirata, quasi in adorazione, sicuramente ammirata. Lui proseguì, con un tono più pacato: “Io vorrei poterLe dare una risposta esauriente, in poche parole. Vorrei poterLe servire questo piatto di sapienza, darLe modo di gustarlo subito. Ma non è così facile. Bisogna tornare, per fare un discorso serio alle radici stesse della nostra filosofia. Si è mai chiesta Lei cosa significhi davvero filosofia? Amore del sapere, vuol dire. E non è forse la forma più alta di sapere quella che permette di conoscere l’uomo, il suo essere tra altri esseri, la sua personalità, tutto ciò che di lui non può essere sbrigativamente liquidato come dato materiale. Di conoscere, in una parola, il suo

spirito. Non so se La sto annoiando, ma veda, il mio è un po’ uno sfogo. Tengo conferenze come questa da una vita. Ogni tanto entro un po’ in crisi con il mio ruolo, il ruolo che la professione mi impone. Mi sento un cuoco e un cameriere della cultura. Mi ordinano alcune portate, e io, pronto mi presto al gioco. I miei commensali ingordi mangiano, dimostrando di apprezzare. Ma, in realtà, non si rendono conto di quello che ho messo nel piatto. E’ un gioco che vale per molti settori della cultura: a maggior ragione vale per la fisiognomica. Qui non si tratta, quando si affrontano certi argomenti, di dibattere in modo più o meno erudito e documentato alcune idee. Qui è la radice stessa del concetto di uomo ad entrare in gioco, a pretendere una risposta: una risposta, per quanto possibile, accettabile, fuori da ogni pregiudizio. Accettabile, perchè intelligente, non perchè dimostrata o dimostrabile. Non sto banalizzando. Questa è una materia che spesso, troppo spesso, è stata ridotta a divertimento brillante, da salotto. E invece dire che la faccia di una persona è simbolo del suo mondo interiore, comunque lo si voglia vedere, significa dare una valore preciso alla nostra idea sulla vita”. Esponeva con pacata sicurezza. Il discorso, era chiaro, lo appassionava. “Ecco perchè - proseguì, dopo un attimo di respiro - Le dicevo che si torna alle origini della filosofia. Un grande del pensiero greco antico, Aristotele, aveva già detto molto chiaramente la sua sull’argomento. La possibilità stessa della biologia, cioè dell’indagine sul mondo animato, secondo lui, dipende da un’ipotesi di base: l’anima e il corpo hanno un legame di interdipendenza. Anzi, lui era anche più preciso. Nell’uomo anima e corpo si presentano sempre in modo che a una particolare inclinazione dell’anima segua sempre una certa forma di corpo. Come si riconoscono le passioni che si muovono all’interno di ognuno di noi? Attraverso le modificazioni che esse apportano sulla superficie del corpo. Ciò significa che, quando si producono, il corpo subisce una trasformazione. Al di là delle espressioni particolari, il senso è chiaro. Aristotele coglie l’anima nella forma, cioé la dimensione spirituale studiando la forma del corpo. La forma visibile rimanda ad un’altra forma, invisibile: un legame di necessità unisce anima e corpo. Qui il vecchio Aristotele è categorico: qualunque anima non entra in qualunque corpo. E’ evidente invece che, sono parole sue, ogni corpo ha una sua propria forma e figura.” (2) Si vede che era scritto nelle stelle: questo per me era un periodo di apprendistato filosofico. Di ruggine ne dovevo togliere molta. Quando il professore aveva parlato del “vecchio Aristotele” avevo subito pensato al gatto del vicino: una palla di pelo dalle movenze ancora feline, nonostante l’età e il peso: il micio Aristotele. Non potevo sottrarmi al mio destino. Dovevo tentare di dare una risposta ai tanti perchè che mi si affollavano dentro. Chiara la lezione di Aristotele. Alla radice, per dir così, di ogni corpo sta una forma spirituale: essa, e solo essa, ne condiziona lo sviluppo, fino a fargli raggiungere la sua

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completezza. Le passioni sono forme calate nella materia. Almeno, questo era quello che avevo capito. Il professore aveva un appuntamento urgente, non si poteva trattenere di più. Decidemmo di aggiornare la chiacchierata. Tolsi il disturbo. I due passi lungo via Colleoni non furono sprecati. Ripensavo a lui, ad Aristotele. Dietro ogni corpo esiste un progetto, una direzione. E’ abbastanza facile accettarlo per gli animali, cioé per forme di vita minori, o forse si dovrebbe dire inconsapevoli. Ma per l’uomo? L’uomo è al centro dell’universo, dicevano gli umanisti. L’uomo è padrone del suo destino, predica il materialismo moderno. E invece sarebbe schiavizzato ad una dimensione interiore, che non solo lo condiziona, ma lo fa essere ciò che è. Il professore aveva ragione, non sono argomenti di poco conto. Sono quelli fondamentali, che stanno a monte di tutto. Possiamo studiare l’atomo e prevedere con precisione il passaggio di una cometa tra centinaia di anni. Ma finchè non risolviamo il senso del nostro esistere non ci serve a molto imbottirci la testa di nozioni. Interessante? Tutto è interessante. Sarebbe il caso di trovare anche qualcosa di importante. Subivo queste divagazioni esistenziali di un’anima depressa, la mia, malmenata da un uomo di cultura. Al prossimo round mi sarei preparata meglio. La lotta era impari, e tutta a mio sfavore. Un momento! Aristotele, quell’Aristotele di cui parlava il professore era greco: e per di più sicuramente antico. C’era forse un collegamento con la mia misteriosa comunicazione? Ma quale? La vita è proprio una grande avventura. E’ giusto, anzi necessario, essere cauti e attenti. Utile, non buttarsi allo sbaraglio. Ma al tempo stesso non si può perdere nessuna occasione. Tutto ciò che capita può essere quello che cercavi da tempo. Trascuralo, spostalo come dai un calcio ad un sasso tra i piedi, e avrai perso una possibilità. Potrebbe anche essere la sola che la logica della vita, imprevedibile, ti regala. Se ad Aristotele si riferiva il mio occulto interlocutore, stavo andando, casualmente, nella direzione giusta. Ma quanto casualmente? Che cosa mi rimaneva da fare? Approfondire quelle nozioni: salire il primo gradino della sapienza. Oltre che categorica nelle sue opinioni, la cultura sa anche essere generosa. Il professore mi aveva lasciato in prestito, forse per compassione della mia malcelata ignoranza nella filosofia antica, la raccolta delle opere di Aristotele: un’edizione economica, ma serviva egregiamente. Alcune sue ulteriori indicazioni mi diedero materiale di indagine. Potevo appagare la mia “curiosità”. Portata più dai miei pensieri che dalle mie gambe avevo raggiunto Piazza Vecchia. I miei turbamenti mentali non erano senza conseguenze. Guardavo, cercavo di osservare le persone intorno. Credere nella fisiognomica significa prendere una posizione precisa rispetto al valore della vita: lo aveva detto il professore. Ma mi risultava un concetto un po’ duro da digerire. Non riuscivo a vederlo in concreto. Rimaneva una formula astratta, regalata in un momento di foga filosofica. Questo pensavo,

fino a quando successe qualcosa. Mi si avvicina un bambino, uno dei tanti piccoli randagi che incontri ogni giorno. Cercano soldi, disturbano, non ti lasciano in pace fino a quando cedi e dai loro qualcosa. Dovrebbero metterli in prigione, se non loro almeno i genitori, o quelli che li sfruttano. Lo guardo in viso. Incrocio quegli occhi, profondi di tristezza, quello sguardo immenso, un orizzonte senza confini. Sbatto con tutta la mia arroganza su quella faccia piena solo di dignitosa rassegnazione. Capelli a cespuglio, una sciarpa di colore troppo vivace, una giacca stretta che non arriva da nessuna parte. E allora capisco cosa intende il professore. Il volto è simbolo dell’interiorità, non può che essere così. L’esperienza scrive sul volto, la vita traccia indelebili segni che dicono, dicono molto. Riguardo la faccia del mio “sciuscià”. Ansia, attesa, fiducia, speranza, dolcezza, vivacità, disperazione. Tutto questo passa su quel volto in pochi istanti, la durata di uno sguardo: breve come un sospiro, lungo come una vita di stenti. Metto mano alla borsa. Lui segue con gli occhi il mio gesto, come il cane quando vede scartare il pacchetto della carne. Mi sento disarmata di fronte a quella preghiera senza parole. Cinquemila lire: e quella faccia si apre. Ringrazia rapido e via, riparte verso il suo destino. Rimango fulminata: incredibile, ma non avevo mai guardato in faccia quelli a cui bruscamente avevo rifiutato l’elemosina. Certo, con tutto quello che dobbiamo fare, è un peccato sprecare tempo per guardare quelli di cui non ci importa niente. Arrivo al vecchio lavatoio. Il posto è riparato, ma un sole, troppo pallido, non riesce a farsi sentire. Mi fermo e decido, impaziente, di guardare il mio libro. Così, in punta di piedi, come un mendicante del sapere, mi avvicinai a quelle pagine. Da lì mi guardava una secolare saggezza. Non me ne ero mai resa conto quando andavo a scuola: quando si è ragazzi il mondo non è lo stesso. Hai altri valori, intenzioni differenti, priorità diverse. Credevo fosse più duro l’aggancio. Il messaggio era invece evidente. L’opera di Aristotele esprime un ideale di universale armonia: anche la visione della biologia lo testimonia. Ogni elemento di ciò che abbiamo intorno è legato da una rete di relazioni a tutti gli altri. Tutti insieme esprimono un funzionamento perfetto. Non ha problemi ad affermarlo: ogni parte del volto e del corpo ha valore rispetto alla posizione occupata nello spazio. E lo spazio, a sua volta, è articolato in aree precise. Nel corpo tutto segue l’ordine della natura. Le parte superiore è orientata verso la parte superiore dell’universo. La natura sistema ciò che è più nobile nelle zone più nobili: e cioè in alto, davanti, a destra. Così dice il grande Aristotele. La collocazione del cuore è esempio di questo principio. E’ al centro, più verso l’alto che verso il basso, più davanti che dietro. (3) Chissà dove aveva il cuore quel gran... personaggio. Già, il padre di Max. Mi tenne per due anni nell’illusione di un’eterna luna di miele. Poi una mattina, fu costretto

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a dirmelo: non poteva divenire di nuovo padre perché... perché era già sposato. Forse neanche Aristotele avrebbe saputo dove cercarlo quel cuore. Del resto, inutile farsi sangue cattivo. Max è cresciuto lo stesso: un ragazzo forte, sano, vivace. Anche troppo vivace. Lasciamo stare. Aristotele, il greco antico, aveva le sue idee anche in merito alla differenza tra maschio e femmina. La struttura stessa dei corpi è diversa, sulla base della cosmica armonia. In tutte le specie viventi i maschi hanno le parti superiori e anteriori più forti e vigorose. Nelle femmine si può dire lo stesso delle parti inferiori e posteriori. (4) E ciò che vale per gli animali vale per l’uomo. La donna, meno muscolosa, ha articolazioni meno robuste, ginocchia più ravvicinate, gambe più sottili e piedi più delicati. Insomma un quadro miserino, per noi poverine. Lo sguardo mi corse, furtivo, alle mie caviglie. Volevo verificare se erano davvero troppo magre, come avevo sempre sospettato. Mi sembrava che anche Aristotele se ne fosse accorto. Il suo maschilismo mi lasciava un po’ perplessa: ma non avevo ancora letto il meglio. La natura ha anche separato in modo netto i caratteri: diversi per maschi e femmine. La donna è di indole più molle e facilmente addomesticabile. Più timorosa, più debole, più maligna, meno sincera e più impulsiva. In compenso è più compassionevole dell’uomo e più propensa alle lacrime. E’ gelosa, pronta ad insultare e colpire. Si scoraggia facilmente: più facile da ingannare, ma meno disposta a dimenticare. Per il maschio, naturalmente (cioé per natura), solo giudizi di merito. E’ più valoroso e più pronto a recare aiuto. (5) Non era il caso di prendersela. Lui la pensava così e lo aveva anche lasciato scritto. Ne presi atto. Andai oltre. A parte l’ironia facile su queste tesi, non evitai di notare il principio da cui partiva il grande vecchio. Lui, lo sottolineava a più riprese, riteneva che quelle forme di carattere venissero assegnate proprio dalla natura. Quindi nessuna discriminazione, e nessun pregiudizio. E’ la cosmica armonia a lavorare in un programma complessivo. Una scala della natura dagli esseri inanimati procede, di livello in livello, fino all’uomo. Tutti gli animali sono disposti in questa gerarchia secondo il rispettivo grado di perfezione. L’universo è cioé la grande catena dell’essere. Quando andavo a scuola ero obbligata e mi cimentavo, nemmeno tanto a malincuore devo dire, con i libri di filosofia. Ma mi assillava sempre un dubbio inquietante. Quello che leggevo, o tentavo di leggere, mi veniva imposto solo perchè qualcuno di importante lo aveva detto, o perchè poteva avere davvero un senso, un significato reale? Anche ora non era facile per me, donna di questo secolo caotico e materialista, prendere le misure. La concezione di quel “greco antico” era inusuale. Tutto in pratica vivrebbe in un sistema di finalità stabilite: e non ci si può sottrarre. Tesi ardua questa dottrina della forma, ma rassicurante. La vita possiede un principio pre-

ciso, una direzione fissata. E’ esclusa la casualità, è attiva una rete di corrispondenze. Gli animali offrono esempi chiari per definire questa visione aristotelica. Le varie specie sono dotate di caratteri costanti. Alcuni animali sono tranquilli, miti e remissivi come il bue. Altri sono collerici e indomabili come il cinghiale. Ogni tipo dotato di un carattere specifico. E specifica è la conformazione fisica. I tratti significativi di questa unità psicosomatica si concentrano soprattutto nell’area facciale. Gli animali con fronte ampia sono più lenti. Dagli occhi incavati si comprende il buon livello di acutezza intellettiva. Drammaticamente, d’improvviso mi resi conto di conoscere un sacco di gente con occhi per nulla incavati. Molte cose cominciavano ad avere una spiegazione. Grazie, Aristotele!

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Miki “Quando gli occhi sono insensibili, quando la voce è piatta e la motilità ridotta, questi canali sono chiusi e la persona si trova in uno stato di depressione”. (5) A. Lowen

Sabato 14 dicembre. Mattino. Caffè del Tasso.

Pensavo a tante cose. L’incursione nella filosofia antica mi stava facendo un effetto particolare. Scrutavo la facciata delle case, i tetti, e oltre i tetti il cielo: un percorso a salire, e al tempo stesso un’apnea nella propria coscienza. Era eccitante scoprire il lato nascosto della realtà. Avevo netta l’impressione che fosse mio dovere scrutare in quella dimensione misteriosa. Con calma, passeggiai come ognuno dovrebbe fare in questa piazza meravigliosa: e riguadagnai il porticato della biblioteca. Faceva freddo. L’umidità aveva la forza di penetrare i corpi, fasciati dalle bardature invernali. Senza fretta, ebbi tutta la possibilità di esaminare il programma all’ingresso: “Fisiognomica, conoscere l’uomo”. Un titolo promettente. Qualche ora prima, trascinata dall’ansia del mio inseguimento, avevo trascurato tutto. Nel pomeriggio, il professore me lo aveva preannunciato, era previsto un incontro, utile per i miei interessi. Non potevo mancare. Ormai ero fuori casa: aspettare un’oretta poteva essere un sacrificio minimo. Faceva freddo, però, troppo freddo. Cercai rifugio al “Tasso”, e trovai ospitalità. All’interno del caffé la solita animazione: giovani, in genere giovani. Non potei proprio evitarlo: pensai a Max, al mio Max. Fui presa da un rivoltolarsi interno dell’anima, un contorcimento psicologico, che mi faceva stare male. Guardare quei ragazzi mi imponeva di pensare. Il mio ragazzo io non lo potevo rivedere più, mai più. A volte il dolore più intenso produce una sorta di masochistica voluttà. Anche se mi faceva soffrire non evitavo di incontrare quegli sguardi di vita, di vita vera. Un gruppo è il più fragoroso. Sette o otto giovani, a turno parlano e tutti seguono. Alcune rapide battute, che non percepisco, e poi una roboante, pesante risata. Accanto a questa tavolata goliardica, un quadro più raccolto e normale. Due ragazze discutono con un tizio, che ha tutta l’aria di essere un loro compagno di

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corso. Il dialogo é animato, ma non chiassoso: gli argomenti seri, decisamente seri. Sto sorseggiando una cioccolata calda, un toccasana contro il gelo. Dalla mia posizione vedo bene il ragazzo: capelli lunghi, occhialini, aria un po' da secchione. Di spalle invece le altre del trio: belle le pettinature, ma a quell'età stai bene anche con un sacco in testa. Di scatto una delle due si gira, per salutare qualcuno. L'altra è coinvolta nell'azione e mi mostra il suo sorriso da adolescente: due occhi da gatta, uno sguardo già da donna. Ho un tuffo al cuore. La conosco, anzi la riconosco. E' Miki, la ragazza di Max. Il cuore mi si apre alla consolazione: ritrovo, dopo molto, troppo tempo, un pezzo del mio passato. Non so se azzardarmi, avvicinarmi. Eppure ne avrei voglia: dopo il fatto non ci siamo più viste. Mi toglie lei stessa dall'imbarazzo. Si alza, viene verso di me. Mi abbraccia, con la cortesia di sempre e, mi sembra, con maggiore calore. E' lì con alcuni amici: in facoltà c'é un seminario nel pomeriggio. La trovo bene, molto bene. Da vicino però quello sguardo vispo, è meno brillante. Una vena di amarezza percorre i lineamenti. La lucentezza del volto è un po' appannata. Lo capisco, capisco bene. Anche lei non ha dimenticato, non ha potuto dimenticare. Saluti e scambi di battute sono di circostanza. Ma gli occhi, quelli non tradiscono. Stiamo entrambe pensando alla stessa cosa: a quella terribile, atroce pagina della nostra vita. Da un giorno all'altro tutto è cambiato. L'affetto, la gioia, l’amore: tutto scomparso, cancellato da una manovra azzardata, o da chissà cosa. Ma è tutta qui la vita? Una speranza cancellata in un soffio? Un progetto, un progetto completo che non troverà alcun compimento: un’anima non vedrà la sua verità. Fissavo Miki e rivedevo il mio ragazzo: la sua devozione, la sua gentilezza, il suo giocare a fare il cavaliere per darsi il tono di uomo vissuto. Vissuto troppo, troppo poco. “Anch’io non riesco ancora a farmene una ragione - disse Miki d’improvviso, quasi con rabbia, interrompendo i convenevoli - Tante volte ho ripercorso con la mente gli ultimi istanti insieme. Max sembrava sereno, anche con quella sua espressione sempre imbronciata. Avevo insistito quella sera, perché rimanesse a casa con me, a studiare: avevo un esame da preparare. Ma lui non poteva deludere gli altri. Sai, avrei dovuto esserci anch’io su quella macchina. E’ buffo ma mi ha salvato la scuola, proprio la scuola: non si esce a due giorni dall’esame. Lui era un po’ più esuberante di me. Del resto andavamo d’accordo proprio per questo: la diversità, se si basa su differenze conciliabili, rende più dinamico stare insieme. Non credi?”. Mi ero incantata, stando ad ascoltare quella ragazza, quella giovane donna, che avrebbe voluto dividere la sua vita con Max. Mi stupiva e mi faceva male sentirla avvicinarsi a quegli argomenti con candore e naturalezza, assurda naturalezza. Ma se quella era stata la sua maniera di superare, non potevo e non dovevo oppormi. Ognuno, se cade in acqua, nuota come vuole. L’importante è stare a galla.

Forse non avevo nemmeno il diritto di essere inquisitoria. Ma volevo sapere. Volevo tornare con lei indietro, e cercare una giustificazione, impossibile, ai fatti. E allora azzardai un’osservazione: “Come era Max? Vorrei conoscere qualcosa in più su di lui, dietro le quinte. Sai, dopo il fatto, io sono molto cambiata. Mi sono imposta un esame di coscienza impietoso. Forse non gli sono mai stata vicina abbastanza. Mi sono convinta che andare a folle velocità era una risposta, un'accusa, una sfida a chi gli aveva imposto di crescere da solo. Mi sono sentita tanto infelice per questo. Aiutami. Se puoi, fammi capire". La mia voleva essere una confidenza totale e assoluta. Lei invece non si mostrò particolarmente stupita: sembrava aspettarsi da me quella conclusione inevitabile. “Tu stai soffrendo. Ma io non posso darti una via di uscita. Non so quanto Max avesse accettato i ritmi e l'educazione che tu gli avevi imposto. Standogli vicina, però, mi sono resa conto che dentro rimuginava sempre un boccone amaro. All'esterno lui appariva gioviale: una vera forza nel gruppo. Poi, quando si rimaneva soli, gli leggevi sul volto il dolore, il cruccio, la disperazione. Allora si chiudeva. Era come se staccasse la spina, come se non fosse più in grado di rispondere, nè di provare sentimenti, buoni o cattivi che fossero. Una specie di catalessi vigile, non so come spiegarti. Ricordo che una volta mi fece impressione, quasi mi spaventai. Stavamo scherzando. Forse toccammo un tasto sbagliato: lui non chiarì. Il suo sorriso svanì, il volto perse ogni espressione. Si richiuse, come in un guscio, e divenne impermeabile e rigido. Ogni tentativo di fargli superare lo smarrimento fu inutile. Il volto di Max era una maschera. Non faceva alcuno sforzo per mobilitare la mimica espressiva, come se un’oppressione lo soffocasse: atonico, un morto. La mascella, rigida, gli dava un’aria truce. Occhi spenti, il corpo come una tavola. Sembrava si negasse la possibilità di provare sentimenti, per non soffrire. La fase acuta di questa “trance” passò e infine ebbe solo la forza di pronunciare una frase sibillina: devo fare il truce, stringere i denti e sopportare. Non capii, ma non ebbi il coraggio di approfondire.” (1) Come una pugnalata. Le parole di Miki lo confermavano. Non mi ero sbagliata. Max soffriva. Soffriva di un suo tormento interiore, e io non avevo mai fatto niente. Peggio, non avevo mai visto niente. Non era stata una finta, un disinteresse voluto. Proprio non mi ero resa conto. Per capire avrei dovuto compiere un atto di volontà: l’attenzione richiede un investimento di energia psichica. Io la mia energia la dedicavo ad altre cose, più inutili. Quello che Miki mi stava dicendo rimbombava in me come una sentenza annunciata. Non era solo un sospetto. Dovevo prendere atto di non avere mai conosciuto del tutto mio figlio. E questo a lui era costato molto. “Non ti senti bene?” Miki aveva letto il mio sconforto e si preoccupava. La rassicurai. Volli che continuasse. Non mi sarebbe servito lasciare lati oscuri, dubbi striscianti.

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“Era triste - riprese, inesorabile - spesso molto triste. Il suo spirito non si sollevava mai. Era come incatenato ad un peso che lo tirava sempre più giù (2). Vivace e cordiale con tutti, questo sì. Ma per me, che gli stavo vicino, era sempre in agguato questa sua seconda anima. Gli mancava, come dire, l’esaltazione interiore, quella che può dare brio alla vita. Se lo osservavi nei momenti più cupi, notavi tutto. Accasciato, un corpo fiacco, i muscoli privi di tono, il colorito pallido. Perfino la pelle del volto sembrava cascante. L’ho pensato spesso: dava l’impressione di non avere l’energia per respirare a fondo. Lo soffocava un senso di fallimento personale, evidente, tangibile. Il suo corpo rivelava la rassegnazione. “Tanto non serve a niente, era solito dire.” Avevo gli occhi lucidi. Maledicevo la mia superficialità, la mia incapacità. Odiavo, ora, quella presunzione per cui tutto, anche gli affetti, devono funzionare al ritmo scandito da un’agenda di appuntamenti. “Non essere triste. Oggi ho da fare, poi questa sera magari facciamo qualcosa insieme”. Così gli dicevo. Naturalmente l'occasione non veniva mai. E lui rimaneva lì buono, tranquillo, rassegnato, solo. “Da un certo momento in avanti - confidava Miki, rievocando - ho deciso di non rimanere più con le mani in mano. Scoprire ciò che stava dietro quella facciata sconvolgente era diventato l’unico obiettivo. Volevo salvare un amore che sarebbe sicuramente finito a rotoli per le numerose incomprensioni e gli atteggiamenti che ne seguivano. Sentivo che non era più, e forse non era mai stato, solo un aspetto del suo carattere. Alla base c’era, lo percepivo, un blocco di qualche tipo. In quel periodo un’amica stava preparando l’esame di psicologia generale. Mi feci prestare alcuni libri. Lessi, approfondii, verificai. Quella di Max era la casistica tipica. Purtroppo era depressione. Tu mi dirai che non avevo e non ho diritto di pronunciare sentenze, così gravi, dall’alto della mia incompetenza. Ma, ti assicuro, ho verificato numerosi sintomi, ad esempio il suo rinchiudersi in una dimensione irreale. Avevo letto che chi è depresso vive riferendosi al passato: conseguenza immediata è la negazione del presente. La mente vaga in fantasie e sogni ad occhi aperti. Tenta di capovolgere una realtà sfavorevole e inaccettabile e crea immagini che esaltano e gonfiano il suo “ego”. (3) Quante volte ho ripensato a queste situazioni. Speravo di potermi sbagliare, di trovare uno spiraglio. E invece tutto, tutto coincideva. Dall’esterno la sua condizione era evidente, ma lui sembrava non rendersene conto. Liquidava tutto con poche parole: è la stanchezza, diceva. Anche la sua capacità di muoversi, in alcuni casi, sembrava ridotta, la respirazione faticosa. Lui trascurava queste spie della sua condizione: non voleva arrendersi a ciò che il corpo diceva. Si identificava invece con i suoi sogni, prodotti artificiali della volontà e dell’immaginazione. I miei libri lo dicevano chiaramente: il depresso respinge la vita del corpo che é vita del presente, perchè i suoi occhi sono rivolti ad uno scopo

futuro che è il solo ad avere significato per lui. A conti fatti sembrava che non fosse in grado di manifestare alcun sentimento. Tu lo guardavi e te ne rendevi conto: era come se non riuscisse ad organizzare una risposta affettiva. E’ la gamma dei sentimenti a determinare l’ampiezza della personalità. I canali attraverso cui essi vengono espressi sono la voce, il movimento del corpo, gli occhi. Questi indicatori nel corpo ti dicono della capacità di qualcuno di partecipare alla vita che gli si muove intorno. Gli occhi di Max spesso erano insensibili, la voce piatta e monotona, ridotta la capacità di muoversi. Si chiudeva: non possedeva più la libertà di esprimersi. Barriere inconsce lo bloccavano. Era prigioniero dei dubbi: si dovrebbe, non si dovrebbe. Faticava a liberarsi. Sempre lucida e attiva rimaneva solo la sua immaginazione. In quella faceva esplodere tutte le sue fantasie di libertà. Voleva una vita in cui il mondo potesse realmente essere diverso, cioè conforme ai suoi obiettivi. La sua ansia si mobilitava intorno ad un punto chiave: la necessità dell’approvazione. Era felice quando si convinceva che le sue scelte sarebbero state accettate. Era una forma di dipendenza, mascherata sotto una facciata di autonomia, quasi di strafottenza. Non ti faccio certo piacere nel dirti queste cose. Ma è giusto che tu sappia”. Non osavo nemmeno replicare. Le parole mi si troncavano sulle labbra. Era un supplizio, liberatorio, ma pur sempre un supplizio. Possibile che non mi fossi mai accorta di nulla. Non ero stata una madre ossessiva, di quelle che controllano ogni respiro. Non avevo voluto esserlo. Era giusto lasciare che prendesse la vita a modo suo. Ma, a conti fatti, io mi ero comportata come un’estranea, come se tutto fosse già scontato. Ad un certa età tu lasci che i ragazzi affrontino da soli il mare della vita, perchè è giusto così: almeno crediamo che sia giusto così. Ma nessuno si chiede mai se sappiano già veramente nuotare. “Dava l’impressione di essere diretto dall’esterno, come se dovesse compiacere gli altri, fare quello che si aspettavano da lui. Ho letto che, secondo la bioenergetica, questo coincide con il carattere orale. Si manifesta quando i genitori, soprattutto la madre, non hanno soddisfatto i bisogni infantili fondamentali: sentirsi sostenuto, accettato, fare esperienza del contatto e del calore del corpo”. (4) Questo no, almeno questo no. Ho sempre cercato di tenermelo vicino da piccolo quanto più ho potuto. La sera quando tornavo... E di giorno? Di giorno certo aveva le sue tate. Solo non è mai rimasto. Del resto non potevo proprio fare diversamente. Ci sono particolari nella vita che sfuggono, o meglio non sono tenuti in considerazione. Peggio, quasi mai si pensa che tutto, proprio tutto è esperienza e vita, per noi e per chi sta accanto a noi. Una parola, un gesto, un’espressione, un regalo, un rifiuto, una carezza. Tutte cose banali, diciamo noi: ma tutti passaggi di una catena di incontri che si apre ogni giorno, ogni ora, ogni minuto, ogni istante. Niente è inessenziale, o insignificante quando si parla di rapporti tra le persone. Tutto si

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stampa nella mente e nell’anima e prima o poi riaffiora. Quel materiale riciclato lo chiamiamo ansia, aggressività, serenità, equilibrio. Ma tutto parte da esperienze semplici, dirette: tutte importanti, perchè tutte momenti della vita, nostra e degli altri. Noi siamo ciò che siamo stati, con in più la speranza di ciò che saremo, o potremmo essere. Tutto questo comunque si capisce sempre dopo, a conti fatti, quando ti accorgi che tutto avrebbe potuto essere diverso. Bastava un attimo, bastava una parola, bastava un sorriso. Questo mio dialogo interiore mi aveva distratto. Miki non lo aveva notato. Procedeva nel suo racconto, quasi ossessivamente. Lei aveva bisogno di dire, almeno quanto io ne avevo di ascoltare: “Max non era soddisfatto. Non aveva fiducia in sè stesso e nella vita. Gli mancava la fede: non quella religiosa, ma quella in sè stesso e nella vita. Diceva che si sentiva lentamente sprofondare in una buca: lui usava questa immagine. Ma voleva reagire e cercava di tenersi su: una eccitazione artificiale e illusoria. L’incidente è collegato o collegabile a questo stato d’animo? Nessuno lo può sapere. Io ti posso dire che era triste. Correre gli consentiva forse di staccarsi da un senso di inutilità, che sentiva oppressivo. Non so se volesse mettersi alla prova. Voleva, ne sono certa, trovare un attimo che lo estraniasse dalla routine”. Non parlava più ora Miki, la mia Miki. I begli occhi da gatta fissi sul tavolo, indifferenti a ciò che stava guardando. Mai avevo sentito quella ragazza tanto vicina. Capivo che la sua era stata ed era sofferenza vera. Il “fatto” l’aveva toccata. E quella ferita nel cuore aveva segnato la sua vita. Le circostanze, quelle drammatiche, ti permettono di fare un salto di qualità: si rispetta tutto di più. Io parlo per esperienza, naturalmente. Quel viso di giovane donna innamorata, mi diceva molte cose. Spesso i genitori considerano i figli superficiali nelle loro abitudini. Invece quando sono messi alla prova sanno agire e reagire. Sanno ancora lottare per ideali in cui credono. Miki aveva messo a nudo la depressione di Max: non deve essere stato piacevole. Aveva imparato a spiare i sentimenti del suo ragazzo. A leggere nel modo di essere del corpo il tormento dell'anima. Io invece non avevo visto, non avevo guardato, non avevo sospettato che potesse esserci un problema. Mi stavo vergognando, mentre quegli occhi verdi ora mi fissavano e mi salutavano, senza parole. Un abbraccio tenero, sincero, intenso. Tornare al passato non fa male: aiuta a interpretare meglio il futuro. Uscii in fretta, quasi mi precipitai. Quel racconto mi aveva proiettato in un abisso di angoscia. Una brezza leggera si faceva sentire. Il volto riceveva quelle gelide carezze e il corpo rispondeva con brividi continui. Dentro di me un sottile veleno: quelle parole mi avevano messo con le spalle al muro. Abbattuti tutti gli alibi, le consolazioni più o meno razionali, i fatti erano davanti a me, sfacciatamente evidenti. Max soffriva, soffriva di una terribile condizione psicologica. Anche se non l’avevo

provocata, l’avevo però resa possibile. Percepivo la mia superficialità come una ferita aperta: un dolore lancinante. Mi torturavo. Chissà cosa mi confortava in quella illusione? Forse era comodo per me credere che tutto andasse bene? Questo no. Ma certo avevo peccato di ingenuità. Mi ero accontentata della superficie esterna, quella che si vede. In profondità, sotto il livello di galleggiamento, la barca aveva delle falle: falle consistenti. Incombevano sulla mia mente gli incontri recenti. Daniel parlava delle emozioni che modellano il corpo. Il professore mi aveva indicato una via. Scoprire il segreto della nostra personalità é un po’ sollevare il coperchio di un vaso di Pandora: tutti i mali vengono alla superficie. Chi era Max? Come era Max? L’impressione davanti alle fotografie della sua infanzia non era così strana. Era sconvolgente ammetterlo: io non avevo mai conosciuto mio figlio, perché non lo avevo mai guardato. Mi prese un senso di smarrimento. Ognuno rimane sicuro di sè finchè ha punti di riferimento precisi e fissi. Ora la mia personalità si stava sciogliendo. Stava cadendo nell’indifferenza, nella assoluta apatia. E’ duro ammettere che non hai saputo dare amore a coloro che ami. Ricordai, ma non fu un ricordo, fu piuttosto un balenare improvviso di immagini. Immagini indeterminate, ma inquietanti: immagini capaci di schiacciarmi in una completa passività. Mi era già successo quella volta davanti al cielo stellato. Qualcuno riesce ad essere romantico al cospetto dello spettacolo dell’immensità. Io quella volta piansi, e non ero brilla. Piansi, ora lo so, in un momento di lucidità. Davanti a qualcosa di veramente grande si capisce quanto siamo meschini, egoisti, piccoli. La parola giusta è proprio piccoli, dei nani. Non è solo una questione di dimensioni: è una questione di mente e di cuore. Io non sapevo usare bene nè l’una nè l’altro. Lo diceva la mia vita. Lo confermavano le mie sconfitte. Lo gridava la mia solitudine. Secondo me ciascuno è responsabile della sua solitudine. C’è sempre una volontà egoistica, più o meno esplicita, quando qualcuno si ritrova solo con se stesso. E’ la presunzione di potercela fare, nonostante tutto e nonostante gli altri. Tutto sbagliato. Guarda il cielo nel silenzio di una notte. Le stelle ti dicono della tua nullità, del vuoto della tua vita, se non la dedichi a qualcuno. Io l’avevo dedicata nel modo sbagliato. E qualcuno aveva pagato.

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Porta “Dall’ istesso volto si conosce la magnificenza, la liberalità, la bontà, la malvagità, l’ansietà, e lo studio, il saver, la giocondità, la mestizia, la vigilanza, la sonnolenza e le restanti, come sono di propria natura”. G.B. Della Porta Sabato, 14 dicembre. Pomeriggio. Sala dei Giuristi.

Il passato può essere amico: ti riporta i ricordi, momenti attraverso cui sei penetrata nel corso dell’esistenza. Ma è anche tiranno. Quando si aprono le paratie nella diga della mente non sai mai cosa ne esce. Il fiume scorre, la corrente diventa impetuosa, padrona di tutto e di tutti. E non ti puoi arrestare come vorresti, un attimo prima del dolore. Quante volte avevo desiderato tornare indietro. Quante volte avrei voluto potere parlare, parlare ancora. Di Max, di me, di tutto. Ora l’occasione era arrivata, nella maniera più semplice. Parlare con Miki era stata solo una conferma: avevo fallito come madre. Ma non era il fallimento ad opprimermi. Era il vuoto che quelle parole, così chiare da essere definitive, facevano scoppiare dentro di me. Soffriva. Max soffriva e io nemmeno lo sospettavo. Ero di fronte al bilancio impietoso della mia esistenza. La conferenza poteva aspettare. A casa, dovevo andare subito a casa, come l’animale ferito nella tana. Camminavo, e pensavo. I miei passi si muovevano al ritmo della mia disperazione mentale. Rallentavo, acceleravo, a volte rimanevo sui due piedi. Posso solo immaginare cosa avrà pensato chi mi ha visto: una balorda, che cerca a fatica di riguadagnare il suo nascondiglio. In fondo, di fronte a me stessa, ero davvero una barbona. Salii sull’autobus e conquistai un minimo di tepore. La gente stava seduta tranquilla, chiusa nei fatti suoi. Io, dentro, mi sentivo esplodere. Gridare sarebbe stato liberatorio. Ma ancora una volta, come sempre, mi controllai. Ognuno deve tenere dentro i suoi ribollimenti, non perchè siano catastrofici, ma perchè agli altri non importa nulla. Assolutamente nulla. Si avvicinava la mia fermata. Con gesti automatici mi preparai a scendere. Due passi e sarei stata a casa. Avevo tempo per rilassarmi un po’. Mi stavo forse aprendo ad una nuova consapevolezza. Ma rimanevo comunque con i piedi per terra. Diedi uno sguardo alla segreteria: niente. Il fax? Le solite cose.

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Un momento, ci deve essere un errore. Non ha senso. Controllo meglio. Stacco il foglio. Leggo l’inconsueto messaggio: “VIDERE AUDIREQUE”. Mi percorre un brivido. Rimango attonita. Mi prende una rabbia, una rabbia feroce. Non capisco, non capisco. E la disperazione mi fa impazzire. Non bastava il penoso confronto con Miki: anche gli indovinelli adesso, e poi in latino. Videre audireque: Vedere e ascoltare. Cosa diavolo significa. Dovetti sedermi, una vertigine mi fece perdere l’equilibrio. Ma era soprattutto quello interiore di equilibrio che se ne stava andando. Non potevo sopportare questa ulteriore tortura. Non sapevo da che parte voltarmi. Non avevo un indizio, un’apertura, una spiegazione. Ero a pezzi. Si trattava di coincidenze, certo. Ma mi piombavano addosso con una disarmante, metodica, inesorabile precisione. Anche la pausa di riposo era perduta. Uscii. Fuori almeno avrei avuto la possibilità di essere distratta dalla gente, dalle cose, dal mondo. Sempre che ci fosse ancora un mondo fermo, calmo, chiaro senza recondite corrispondenze. Era stata una sosta tumultuosa, pazienza. Davanti al Palazzo della Ragione aspettavo l’inizio della conferenza. Non conoscevo nemmeno l’argomento: ma il professore me l’aveva raccomandata. La scalinata che porta alla Sala dei Giuristi è ripida. Qualche sospiro di troppo e arrivo davanti all’ingresso. La locandina esposta mi dà il titolo: “Della Porta e la fisiognomica del ‘500”. Lo sforzo mi annebbia, e accresce l’ansia. Un altro enigma mi si è aperto davanti. Forse qualcuno, in modo ermetico, vuole darmi informazioni? Ma a chi sto tanto a cuore? Non ne so nulla. Questo nuovo caso però, è una conferma: sono entrata in un gioco misterioso. Insieme alla tensione si fa strada in me, paradossalmente, un’indefinta sensazione di conforto. E’ uno stato d’animo contrastante. L’impressione è di avere le spalle coperte: di avere qualcuno, non so se angelo o diavolo, che sta pensando a me. Mi sfugge il come e il perchè. All’ingresso una ragazza, giovane e bella, omaggia alcuni ciclostilati di documentazione. Il suo sorriso aperto è una consolazione: esistono ancora le cose normali, per fortuna. E’ sabato pomeriggio: me ne rendo conto all’improvviso. Fino a ieri mai mi sarei persa dietro strane indicazioni occulte. Ma la vita cambia registro quando vuole e devi tenere il passo. Dietro il tavolo di presidenza, due simulacri di cultura di età indefinita. Quale sarà il relatore? Entrambi sono abbastanza impazienti, forse seccati dalla limitata affluenza. Rapida consultazione degli orologi e decisione repentina. Si comincia. Subito nella mischia. Chi ha preso la parola legge direttamente da un testo: “Dall’istesso volto si conosce la magnificenza, la liberalità, la bontà, la malvagità, l’ansietà, e lo studio, il saver, la giocondità, la mestizia, la vigilanza, la sonnolenza e

le restanti, come sono di propria natura.” (1) Affermazione netta: cresce il mio tumulto interiore. “La faccia è quella che rappresenta le passioni, perchè quando l’animo sta allegro, ella è serena e serena si vede, se mesto ella malinconica e perturbata, quando è irato ella è livida, e sparsa di sangue e pazza, e piena di furia si vede”. (2) Sono parole di Giovan Battista Della Porta, proprio lui. Nel suo tempo è stato un vero personaggio: curioso, ingegnoso, eclettico. Il relatore entra nel dettaglio. A dieci anni Della Porta scrisse un libro di eloquenza in italiano e in latino: complimenti. I suoi interessi spaziarono dalla zoologia alla botanica, dall’occultismo agli studi sull’ottica, dall’alchimia all’astrologia, dalla fisiognomica, alla magia. Inventò un sistema di lenti per la camera oscura. Addirittura contestò a Galileo l’invenzione del telescopio. Niente male, un ingegno di tutto rispetto. Ma la sua è una cultura dalla doppia vita: cerca il rigore scientifico, ma non sa resistere all’occulto. Fisiognomica e magia? Lo dobbiamo chiamare stregone, ciarlatano? Dubbio presto chiarito. Anche i suoi contemporanei hanno avuto perplessità: sfuggì a stento al braccio violento della Santa Inquisizione. Ma non era un negromante: nulla lo fa pensare. Seppe sempre distinguere tra magia demoniaca, da condannare, e magia naturale, vera forma di conoscenza. Approfondire le dinamiche nel mondo della natura: questo il suo obiettivo. Prese alla lettera la tesi di Ficino: “Sappi che nella natura ci sono meraviglie e che le forze superiori si uniscono alle inferiori per produrre cose straordinarie.” (3) Profonde “simpatie” legano le varie componenti del cosmo. E lui vuole conoscere questi meccanismi, per correre ai ripari, con adeguate tattiche, in caso di necessità. La magia diventa tentativo di persuasione, persuasione delle forze dell’universo. E’, insieme, sapere e potere, efficace solo se segreto, rigorosamente segreto. Quindi è un sapere a metà strada tra presunzione e fantasia. Questo pensavo, mentre la relazione stava giungendo al momento topico. Il mago è il conoscitore del grande segreto. Fuoco, aria, terra e acqua non sono elementi inerti. Agiscono gli uni sugli altri per attrazione e repulsione, secondo un processo di Odio e Amore. Materia e forma sono legate tra loro, come lo sono spirito e corpo. La natura è coerente anche nel mondo animale: nella forma del corpo si manifesta l’anima. Ero arrivata dove volevo. L’approfondimento prometteva bene. Mi immersi in una attenzione totale. Volevo altri particolari di questa sorprendente corrispondenza. La sete di sapere non si placa. Arrivano ulteriori indicazioni. L’uomo del palco parla degli animali. Il cavallo ha le narici aperte, affinchè possa trovare sfogo lo spirito gagliardo che gli si muove dentro. Il mondo funziona inseguendo fini precisi. E nell’uomo si compie il capolavoro: la più alta sintesi tra forma e materia, tra spirito e corpo. Le passioni, le stesse passioni sono determinate e giustificate dalla

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struttura del corpo. Dalla forma si conoscono le inclinazioni morali. Quindi che cosa è la fisiognomica? “E’ dunque una scienza che impara dai segni che sono fissi nel corpo, et accidenti che trasmutano i segni, investigar costumi naturali dell’animo”. (4) Chiaro: indagare i segni del corpo per capire il temperamento. L’indirizzo della disciplina è preciso: distinguere i segni fissi per natura, e quelli accidentali, che rivelano stati momentanei dell’anima, come le passioni. Della Porta non ha dubbi: i segni che rivelano l’anima possono essere distinti per gradi di chiarezza e significato. I più evidenti e affidabili sono relativi al viso, soprattutto vicino agli occhi. Seguono poi altre zone: spalle, petto, sede del cuore, gambe, piedi, ventre. Il corpo umano è un tessuto di segni, che rimandano l’uno all’altro. Quindi inutile basarsi su un segno singolo: solo la figura, colta nell’insieme, ha valore. (5) Ero coinvolta: non perdevo una parola. L’argomento trascinava. Alcune aree del volto si specializzano nell’esprimere passioni particolari. La fronte è consacrata alla vergogna. Le sopracciglia sono la sede dell’arroganza e della superbia. La bocca è la porta dell’anima. (6) Ognuno appare fuori a seconda di come è fatto dentro. Il corpo manifesta il temperamento interiore. La superiore, generale armonia del cosmo non tollera discrepanze tra materia e forma, tra spirito e corpo. Guardare qualcuno significa vedere la sua anima, nei segni del corpo. Panico. Forse cominciava ad avere un senso il mio incredibile fax in latino. Ma non ci volevo pensare. Il mio cuore era altrove. Mi pesava addosso il passato. Della Porta è esplicito: nel viso puoi trovare l’anima, la personalità intima di chi ti è di fronte. Quante volte io ho tenuto di fronte Max? Quante volte l’ho fissato negli occhi? Poche, troppo poche. Colpevolmente poche. Quando si è in tensione ci si accusa anche senza ragione. Quella filosofia era lontana. Io, qui nel presente, sentivo di avere usato male il mio tempo. Osservare, scoprire nella nascosta armonia di ogni forma il soffio dell’equilibrio universale: questo voleva Della Porta. E anche oggi non sarebbe una cattiva idea. Ma noi la pensiamo diversamente. Costa sprecare l’attenzione, regalarla spontaneamente agli altri. Non pretendere niente in cambio, appagarsi del piacere di essere vicino a chi ti sta vicino: finchè ne hai il tempo. Tutto e tutti, in fondo, fanno parte di un’immensa forma vitale. I filosofi sono sempre stati considerati personaggi sospetti. Cominciavo a capire perchè. Il loro essere alternativi è stato spesso liquidato come follia: la follia di porsi fuori dalle regole, di sapere cogliere ciò che gli altri non vedono, o non vogliono vedere. In certi momenti la vita ti appare limpida, cristallina. Senza calcoli, senza ragionamenti ti senti parte di un meccanismo che funziona a meraviglia. E sei in pace.

In barca, navigare al largo. Perdere il riferimento della costa. Toccare con mano uno straordinario senso di solitudine. E’ una condizione che sconvolge: cielo, mare e il cadenzato rituffarsi della chiglia nelle onde. Poi, superato lo smarrimento, trovi uno spessore nuovo in quella realtà. Non sono più solo i cinque sensi a dirigerti. Senti pulsare il battito della vita, in te e fuori di te. Capisci di appartenere ad un tutto che ti circonda. Non è un concetto che conquisti con la mente: è una consapevolezza che il cuore ti suggerisce. Allora senti di non essere solo, anche se sei l’unico essere vivente a bordo. Voli della fantasia, dopo i quali ripiombai tra le braccia di Della Porta. Voleva trovare un posto preciso per l’uomo nella scala della natura: e si spingeva anche a condizioni limite. Alcune forme espressive delle specie animali denotano il carattere istintuale: ferocia, mansuetudine, timidezza. Ogni virtù si manifesta in modo tipico e particolare: i cani sono fedeli e i tori irruenti. Tutto chiaro. Ma attenzione alle conseguenze che “il mago” ne deriva. Se alcuni aspetti della fisionomia dell’uomo richiamano quella di un certo animale, quell’uomo avrà, almeno in parte, il carattere di quell’animale. “Onde, se l’uomo avrà alcuna parte simile a quelle degli animali, sia avvertito, che simili costumi avrà.” (7) Fronte quadrata in una faccia proporzionata e di medie dimensioni: è quella dell’uomo magnanimo e richiama il leone. Le orecchie grandi? Sono segno di grande asinità, cioè di carattere asinino, e insieme di buona memoria: bella consolazione. (8) Le narici aperte denunciano ira incontrollabile: quando esplode la passione la respirazione veemente deve trovare un varco. Quelli che hanno le narici aperte sono selvaggi e potenti come i tori. (9) Rivelazioni, autentiche rivelazioni fluiscono mentre alcune diapositive giganteggiano sul pubblico, quasi incredulo. Riproducono disegni di Della Porta: e certe corrispondenze tra viso e muso lasciano di stucco. Il viso del tipo umano e il muso dell’animale selvatico, l’uno accanto all’altro, in un crudo accostamento di profili, fanno veramente pensare. Forse l’effetto è casuale, forse è caricato dalla maestria dell’autore, ma quelle linee escono veramente da una medesima idea sulle cose. Sono espressione di armonia di toni nella definizione della faccia degli esseri viventi. Sul grande schermo delle diapositive la stilizzazione di un muso di gatto: quattro tratti che dicono tutto. “La faccia molto piccola, come dice Aristotele nella fisonomia, come quella della gatta e della simia, arguiscono l’uomo di vil animo” (10) Con buona pace di quelli che vantano origini o ascendenze feline. E ancora, altri elementi curiosi: “Quelli che hanno il labbro di sopra che avanzi quello di sotto sono

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prudenti (...) e s’è lecito riferirlo ad alcuno animale lo riferirei all’Alce”. (11) E anche il collo, tozzo o lungo, rientra in questo vivace itinerario nelle nascoste corrispondenze: “Chi ha il collo molto breve è astuto e detrattore e ingannevole: (...) quelli che hanno molto breve collo sono ingannevoli e insidiosi come lupi” (12) E poi l’opposto: “Chi si muove nelle spalle dritto e di collo elevato, (...) molto si compiace perchè così camina il cavallo”. (13) Presunzione? Follia? Assolutamente no. La natura non crea niente per caso. Perfino le specie vegetali velenose e pericolose, sono fornite di segni di evidenziazione. (14) Un uomo che nasce con un cipiglio minaccioso manifesta un temperamento in linea con questo segnale. Precisi tipi umani incarnano caratteri di valore simbolico. Anche nel mondo umano vale la legge cosmica della segnatura. La natura costruisce il corpo con segni adeguati. Il corpo è specchio dell’anima: ma con alcune riserve. “Vana e sciocca cosa è l’imaginarsi che si possa trovar alcun uomo che possa tutto il suo corpo assomigliarsi a quello d’un animale. Ma se pur accadesse che fusse in parte simile, accaderà ciò solamente con alcuna delle sue parti.” (15) La cantilena del relatore è una ninna nanna insopportabile. Metto a fuoco il profilo di una ragazza, là in seconda fila. La prospettiva è favorevole. La poverina è rapita dal discorso. Fissa, da sotto in su, l’uomo della conferenza. E’ perfetta. Mi offre, nella sua fissità marmorea, la sagoma particolare del viso. Inquietante. Guardo meglio, addirittura inforco gli occhiali. Mi auguro che nessuno colga questo mio rito voyeuristico. Ma non mi sbaglio, purtroppo per lei non mi sbaglio: ha il naso ricurvo, come il becco di un gallo. I capelli cortissimi tagliati a cresta accentuano l’effetto: un gallo, proprio un gallo. Consulto il piccolo prontuario di fotocopie che ci hanno dato all’ingresso: tra i vari profili di animali, quello del gallo è semplicemente uguale. La curiosità a questo punto diventa morbosa. Mi vergogno un po’ ma leggo, impietosamente leggo i caratteri che Della Porta assegna ai galli. E non c’è da rallegrarsi: “Quei che hanno il naso corvo, rotondo innanzi la fronte e quel che sovrasta rotondo, son lussuriosi e si riferiscono al gallo. (...) Questi io giudicarei anche di lussuria nefanda; perchè galli, pernici e quaglie corrompono l’uso di Venere et hanno un naso somigliante”. (16) Hai capito? Provi compassione per una povera creatura maldisegnata dalla natura e poi vieni a sapere che è lussuriosa, e non sarebbe un gran male: ma che pratica anche una lussuria nefanda. Chi lo avrebbe detto, vedendola così. Per capire gli uomini bisogna conoscere le bestie. Mi sentii un po’ ridicola. Queste illazioni non significavano nulla. Ma facevano pensare. L’ incursione nella filosofia del ‘500 ridisegnava per me il modo di guardare gli altri, quelli fuori, gli estranei. Definizione cruda, estranei: sottolinea qualcosa che ci è lontano, con cui non vogliamo avere a che fare, almeno per il momento. Perchè? Probabilmente perchè non li capiamo e non ne sappiamo nulla.

Ma se fosse vero che i segni, gli indizi sono reali? Se potesse venire decifrato questo codice che la natura usa per gli animali e per l’uomo, cambierebbero i rapporti tra le persone? L’amico Della Porta suggeriva che bene o male i modelli della natura si ripetono. Glielo confermava la mitologia. Prometeo, dopo avere creato l’uomo di creta, prese tutte le passioni degli animali e le collocò nell’uomo. Solo l’uomo ha, o sarebbe meglio dire può avere, tutte le proprietà degli animali. L’uomo è animoso come il leone, pauroso come la lepre, ardito come un gallo, molesto come un cane, austero come il corvo, ingannevole come la volpe, mansueto come l’agnello, veloce come il capriolo. (17) Mi stavo lasciando contagiare da quella logica. Quanti animali avevo conosciuto? Non solo galli: anche lepri e caprioli. Pochi agnelli. E la galleria zoologica vale anche per la differenza fondamentale: quella tra uomo e donna? Preciso come ad un appuntamento il relatore entrò proprio nella questione. Nel mondo antico non avevano molta simpatia per le donne. Forse dire odio è un po’ pesante: la parola giusta è sottovalutazione. Aristotele le maltrattava, lo avevo verificato. E il fido Della Porta seguiva i suoi passi. Mi spiaceva dovere ammettere però che il suo ritratto del tipo femminile era davvero ispirato: perfetto per tante mie presunte amiche. L’uomo in cattedra pontificava sull’argomento. Diede lettura, con una sorta di esibito compiacimento, delle parole del maestro: “La femmina, al contrario di quello che abbiamo detto (per l’uomo, ndr) è di capo picciolo, di pelo molle, di volto picciolo e stretto, la fronte demessa, le ciglia distese, gli occhi piccioli e resplendenti, il naso dritto e non molto sollevato dalla faccia, la faccia carnosa, la bocca picciola e sempre ridente, la barba rotonda e senza peli; il collo delicato, e nel gorguzzole mal disciolto; il petto stretto e delicato; le coscie grasse, le ginocchia carnose che guardano in dentro e che si piegano, le gambe molli e mal giuntate, la polpa delle gambe ristretta in su. (...) I lombi carnosi, le natiche grasse e grosse; e finalmente tutto il corpo minore, delicato piuttosto che gagliardo e nerboroso, e le carni molto umide; la voce delicata, il caminar di passi stretti.” (18) Era una provocazione. Le donne hanno le cosce grasse e le natiche grosse: ce n’era d’avanzo, ribollivo in ogni mia più intima fibra. Ma non avevo ancora sentito il meglio. Mi mancava la predica sui costumi e sulle tendenze morali della donna: “Ma i costumi sono di poco animo, ladra e piena di inganni. Aggiunge Adamanzio delicata, iraconda e fraudolente, timida e audace insiememente. Platone dice che la donna in tutti i paragoni all’uomo sia più imbecille et imperfetta. (...) Dice l’istesso (Platone, ndr) che la natura ha fatto la barba all’uomo per farlo conoscere più degno e più venerabile di tutti, e che li porge grande ornamento”. (19) Sarò anche superficiale, ma pensai subito ad una mia vecchia zia barbuta. Tensione alle stelle: desideravo, volevo, pretendevo che questo signore si pronunciasse. Che

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animale è la donna? Prima di arrivare al dunque tirò in ballo anche Seneca, altrettanto gentile: la donna è instabile, nemica del dovere, piena di infamia, bottega di liti e fraudi, semplicemente incompatibile con la quiete. Poi si decise: “Descriveremo la forma del leopardo. Questo solo infatti tra gli animali par che abbi i costumi e la forma della donna.” (20) Devo dire la verità: non mi dispiaceva. Il leopardo è animale feroce, ma ha dignità di cacciatore e fascino, soprattutto fascino. Non potei rimanere troppo a cullarmi: arrivò una nuova mazzata. Il leopardo è iracondo, insidioso, fraudolento; cerca di nascondere il suo maligno e scellerato animo; segue gli altri animali e non dimostra la sua velocità e il suo impeto finchè non è sicuro di poterli impiegare con efficacia. Conclamato anti-femminismo? Misoginia esplicita? Forse no, solo conoscenza delle arti femminili. Il mago se ne intendeva, niente da dire. Era stata cauta e guardinga come il leopardo la nuova fiamma del mio “lui”. Sposato felicemente, una relazione con me, eppure aveva ancora l’hobby di saltare di fiore in fiore. Io non mi accorsi. Ma quella sua nuova assistente, carina e riservata, aveva uno sguardo troppo da gatta per essere un tipo tranquillo. Avvicinamento da manuale, prima disinteressato poi scrupoloso e professionale; poi, al minimo spazio, il balzo decisivo. Planò su di lui, povero aquilotto indifeso e lo arrostì a dovere. E’ strana la vita. Tu credi di avere tutto sotto controllo. Almeno credi che siano prevedibili le tempeste più distruttive: perchè hai dei punti fermi, perchè i valori sono importanti, perchè la serietà non è solo un modo di dire. E poi ti ritrovi alle spalle il leopardo. Non lo vedi. Peggio, credi che sia un animale estinto nella tua zona. E invece gli cadi in bocca. Il relatore, pover’uomo, dall’alto del tavolo presidenziale, concluse il suo pensiero e chiese se ci fossero domande. Fu un errore. La sala non era gremita, ma la presenza di donne era schiacciante. Il destino del conferenziere era segnato. Si trattava solo di scegliere il metodo dell’esecuzione. E’ stanco, l’uomo delle parole. Regala alla platea un sorrisino ammiccante e compiaciuto. Ma ha la gola secca. Con disinvoltura si versa un po’ d’acqua: crede anche di poterla bere in pace. Forse pensa addirittura, di dovere sollecitare, stimolare qualcuno a rompere il ghiaccio. Povero illuso. Le mani alzate sono già tre: tutte donne naturalmente. La prima scarica taglia in diagonale la sala: e squilla come una tromba di guerra. “Parliamo di uomini! Cosa ne pensa Della Porta dei tipi maschili? E’ tanto preciso con le donne, penso abbia avuto il coraggio di considerare anche gli animali-uomini. O se preferisce gli uomini-animali”.

Le parole sono provocatorie, il tono sarcastico al punto giusto. Il conferenziere si asciuga le labbra, ma si capisce che vuole prendere tempo. Dietro le lenti gli occhi non mentono: teme un attacco in forze. E infatti non si fa attendere il secondo botto: “Spero che Della Porta abbia trovato il modo di descrivere anche la faccia dell’uomo avaro, dell’uomo iracondo, sfacciato, arrogante, invidioso, bugiardo, simulatore, grossolano e, soprattutto, infedele!” Dalla sala un sospiro di consenso accompagna la dettagliata inquisizione. Cento occhi, femminili, sono puntati su quell’incauto. Lui ha solo presentato tesi d’altri. Ma ormai è diventata una questione di principio. La guerra è dichiarata. Mai credere che l’avversario sia nell’angolo, e non gli rimanga che la resa incondizionata. Il professore reagisce con perizia. Fa uscire dal cilindro il meglio della cultura fisiognomica. La galleria di ritratti richiesti è precisa. Della Porta aveva considerato quelli, e anche molti altri: l’uomo imprudente e l’audace; il pusillanime e l’adulatore, il loquace, il misericordioso; l’eroe, e l’ingiurioso. Nel pubblico viene inoculato un potente stimolante: la curiosità, una pressante curiosità. E, perentoriamente, riparte la sfida. Quali sono le fattezze del ‘giusto’? Giustizia e bellezza sono vicine: “perchè la bellezza sta nella misura delle parti con bel colore; la giustizia nella misura delle cose che si devono a ciascuno, come agli Dei, padri e madri, parenti, amici e cittadini”. (21) Un solo animale incarna questa onestà superiore: il leone. Il leone non inganna e reagisce solo quanto è necessario: offende quanto è offeso. Può fare piacere conoscerlo un ‘leone’ di questo tipo. Da cosa lo si individua? “Di corpo ben proporzionato. Il colore oscuro dei capelli. La voce grave, cava e immutabile; o mezzana, tra la grave e l’acuta. Gli occhi grandi, alti, prominenti”. (22) Quindi tratti decisi ma armonici: come chi esprime proporzione ed equilibrio.

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L’angelo “L’anima mutando il costume, il corpo muta forma de’ lineamenti; e il corpo mutando la sua forma, l’anima muta ancor ella i suoi costumi. (...Nè mai la Natura fece un animal che avesse il corpo d’uno e l’animo di un altro animale (...)” G.B. Della Porta Della Fisonomia dell’uomo - (I, 2, 22)

Sabato 14 dicembre. Pomeriggio. Sala dei Giuristi.

Opinioni, erano solo opinioni. Un sussulto di razionalità annebbiò la favola della fisiognomica. Mettere in discussione tutto, metodo e contenuti; respingere quei caratteri arbitrari; liquidare in un attimo la questione. La tentazione c’era. Ma nessuno arrivò a contestare. Quelle fantasie erano espressione della mentalità dell’epoca: e avevano una sorprendente coerenza, bisognava riconoscerlo. “Di tutta l’anima sarà la giustizia, la liberalità e la grandezza d’animo; il suo vizio l’ingiustizia, l’avarizia e la piccolezza dell’animo”: (1) una scala dei valori tutta particolare. La parola scienza non aveva lo stesso valore di oggi. Nessuno poteva pretendere sperimentazione e verificabilità. Quel mondo approssimativo sentiva però una necessità: darsi ragione della diversità fisica e somatica tra le persone; collegarla con i caratteri, forme fisse della personalità. Un impegno affascinante; lo ammettevano anche coloro che, fino a poco prima, lapidavano Della Porta, l’apprendista stregone. Io ero dello stesso parere. Il gioco delle analogie con gli animali dava figura ad aspetti psicologici e morali. E questo regalava stupore, ma anche serenità: come avere davanti agli occhi la faccia nascosta del mondo, quella delle intenzioni. La scienza oggi non si sporca le mani con ipotesi fisiognomiche. Ma questo significa che non hanno alcuna ragion d’essere? Per generico che fosse il mondo dei tipi di Della Porta era un mondo di significati. Quello che manca molto spesso alle indagini moderne: capiscono tutto del come, ma non sanno nulla del perchè. Rincuorato dall’evidente successo l’uomo dalla cattedra imperversava: Della Porta “forever”. L’uomo dabbene, di buoni costumi, ha un naso grande, ben rilevato rispetto al

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piano del viso, lungo fino alla bocca; la sua respirazione sarà di ritmo moderato, avrà petto largo, spalle grandi, una fronte austera e soprattutto uno sguardo fermo. (2) Il cattivo è brutto di faccia, ha orecchie lunghe e strette, la bocca piccola e prominente; la parlata veloce, il collo poco pronunciato. (3) Tutto chiaro. Ma non usciamo dal seminato. Come è l’infedele? Il professore si pronunciò: “Il capo assai piccolo, di mal composta forma, col dorso imbecille. La fronte aspera, piena di fossette e monticelli. Le spalle elevate sopra. Le mani strette e delicate. Gli occhi cavi, piccoli, secchi; overo oscuri et aridi; o che si movino come turbati; overo mobili e di acuta vista”. (4) Un quadro abbastanza generico, in verità. Ma molte delle donne presenti lo giudicarono chiaro e risolutivo. Ognuna trovava indizi certi della condizione fisionomica del proprio uomo. Occhi che si muovono come turbati: Della Porta coglieva nel segno. Quella sera il suo fantasma avrebbe agitato il talamo di molti mariti, fidanzati e amanti. Tra i cattivi, gli “insidiosi” hanno come genio tutelare animali precisi: la volpe, il lupo, la serpe, la tigre. (5) I ladri invece, inutile dirlo, si avvicinano allo sparviero, al corvo e in genere agli uccelli rapaci.(6) Questa nuova chiave di lettura, questo rimescolamento delle carte produsse effetti immediati. Mi lasciai per un momento trasportare. In sottofondo continuava la relazione: interessante ma impietosa. Ritornai ad un episodio curioso, di alcuni anni prima. Una festa mascherata, la solita rimpatriata tra amici per il carnevale. Il tema del travestimento è proprio il mondo degli animali. Ognuno, per una sera, sceglie la bestia con cui identificarsi. Divertente, e del tutto innocente. L’atmosfera, le maschere, le immagini mi vengono nitide in mente. Nella coscienza emergono mixate ai discorsi del relatore: “Gli intemperanti sono quelli dunque che gustano di quelle cose che non bisognano, o più di quel che altri fanno, over non come bisogna; overo quelli che seguono brutti piaceri e giudicano quelli felici i quali versano in questi piaceri. Questa intemperanza ha per compagnia la sfacciatezza, la negligenza, e l’essere dissoluto”. (7) Simbolo di lussuria e dissolutezza sono il caprone, ovvio, e il leopardo “il quale si gionge con animali della diversa specie, et al tempo del coito grida e chiama quelli del suo e d’altro genere di animali”. Gigi e Giovanna, i fidanzatini, avevano deciso quella sera di non uscire dal loro “clichè”. Lui, il classico ragazzo per bene, impiegato, indossava un completino da orsetto. Era tanto curato che faceva compassione: lei lo aveva voluto così. Lei, morettina, esile ed elegante, un po’ str... stridula nella voce, atteggiava una faccia da telenovela. Aveva scelto un vaporoso costume da farfalla. Una coppia perfetta, anche nei travestimenti. Una parola tira l’altra. In uno dei rari momenti di spontaneità che si concesse, Giovanna mi fece una confidenza.

Aveva rinunciato all’ultimo momento ad una tutina maculata da leopardo: ma le era costato molto. Due mesi dopo lei sarebbe fuggita con un industriale: per le sue “virtù”, il vecchio aveva lasciato famiglia e posizione. Un caso? Chi lo avrebbe detto? Della Porta, lui si. Lui su queste cose aveva le idee chiare: “Ora scriverò alcuni segni di una donna lussuriosa. (...) Era di color pallida, over bruna; delicata e magra; perchè queste sono assai più lussuriose delle rosse e grasse, e sogliono ancor essere più sfacciate; di statura diritta avea le mammelle piccole ma convenientemente piene e dure; (...) avea capelli crespi e brevi; la voce sottile e alta; audace di lingua, d’animo superba e crudele”. (8) Che avesse conosciuto Giovanna in una vita precedente? Ormai stava diventando un gioco: collegare la parola del “mago” alle maschere di quella festa. Del resto, si sa, nella scelta della maschera ognuno mette in gioco una parte della sua personalità: magari quella più nascosta. O forse quella verso cui ci spingono le nostre ambizioni. Sergio è un duro, uno che va subito su di giri. Meglio non fargli venire la mosca al naso: sarebbe una tragedia. Almeno così dice lui. Quella sera montava un vistoso paio di corna: voleva essere un toro, uno che carica a testa bassa. Se poi qualcuna lo voleva vedere toro anche in un altro senso, non gli dispiaceva, anzi. Avessi conosciuto allora Della Porta, avrei potuto subito ridimensionare quelle ambizioni! Per il maestro l’iracondo è “quello che subito s’infiamma, così in quelli che non bisogna, come per quelli che non è necessario”: uno cioè che esplode senza motivo giustificato. Sorprendente la serie di qualità degli iracondi: ciglia arcate, tempie gonfie e piene di vene, collo grosso, petto color di fiamma, lingua veloce, occhi aspri, e parlando muovono le dita. (9) Ma tra gli animali furiosi per natura il posto di leader non spetta al prestante toro. E’ il più modesto cinghiale, “animoso, iracondo e furibondo; infatti il sangue è pieno di fibre” ad essere in primo piano. E l’animale che, in assoluto, meglio esprime lo stato di questi schiavi della furia è il rospo. La notizia era così folgorante che pensai di non avere capito bene. Ma il relatore documentò: “Gonfiandosi d’ira esaspera il dosso, e lo scossa tutto; diventa audace, va incontro a chi l’assalta, misura lo spazio che è tra lui e l’inimico, e giudica con quanti salti lo possa raggiungere, e l’eseguisce; e non avendo travagliato il nemico assalta chi li è più vicino”. (10) Chi non ha scatti d’ira improvvisa? Peggio, spesso abbiamo la presunzione che siano modi per affermare la personalità. Il povero Sergio ne era un esempio. La figura degli iracondi-rospi però sconvolgeva. Tutti in sala, tacitamente, fecero propositi di futuro autocontrollo. Nessuno voleva farsi schifo. Non era più una relazione tecnica. Stava diventando la rivelazione di occulte corri-

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spondenze. Razionalmente potevano lasciare indifferenti. Ma dentro di noi agiscono anche paure, angosce, voci di una dimensione segreta, intima. Proprio queste voci mi imponevano di saperne di più. Il vizio della gola angoscia la nostra civiltà dell’apparenza. Spiegazioni? Cure psicologiche? Una giovane signora, due file davanti a me, ebbe un sobbalzo quando sentì citare l’argomento. Lei non era esattamente un fuscello. Aveva l’aria di chi afferra al volo ogni consiglio: uno sguardo condito di rinunce e disillusioni. Nulla l’avrebbe scossa dalla condizione ipnotica con cui pendeva dalle labbra del relatore. Per individuare il segno distintivo del goloso basta verificare se “lo spazio che è dall’umbilico (ombelico) sino al petto è più che dalla fine del petto alla gola”. (11) La signora si aspettava consigli, indicazioni, soluzioni. Veniva invece abbandonata ad una ulteriore, crudele misurazione del proprio corpo: il peggio che le potesse capitare. E lasciò cadere il mento sul petto: nemmeno il mago Della Porta aveva poteri adeguati. Per i golosi l’animale simbolo è il gabbiano. Tutto avrei pensato, ma non questo. La figura del gabbiano dice libertà, voli e brezza marina, anima e salsedine. E invece è un goloso. Sono strane, a volte, certe coincidenze. La relazione continua con buon ritmo. Dalla porta d’ingresso, senza nessuna cautela, entra un personaggio. Esibisce alterigia, celebra un suo personale trionfo. Un tipo con tutte le carte in regola per essere detto strano: abito appariscente, eleganza sfacciata, cappello del tutto inopportuno. Con un tempismo eccezionale, proprio in quel momento il relatore attacca con la presentazione dei “pavoni”: “Quello è il Gonfio - così lo chiama il maestro Della Porta - il quale essendo indegno, s’imagina che sia più degno di quello che è (...) Il gonfio non conosce se stesso, ma come se fusse degno, tenta imprese grandi, ma poi è ributtato. Vanno ornati di vesti, e simili cose e vogliono che si sappino le loro fortune, e ragionano sempre di quelle, come se avessero per quelle a conseguire onori.”(12) Un capolavoro, un ritratto solenne e serio di tante anime perse che sciupano la vita per esibirsi ed esibire. Occorrono corazze dure contro queste facce di bronzo. Ognuno ha avuto modo di trovarseli tra i piedi, prima o poi. Non è per curiosità: cerco di inquadrare bene la faccia del “pavone”. Si è seduto nell’ultimo posto rimasto in prima fila. Anche altri seguono il mio esempio. Come dicono i ragazzi: è troppo forte, impossibile non notarlo. Gioco di contorsioni, sempre con un certo stile. Finalmente lo metto a fuoco. E’ giovane, non supera i trent’anni. Ostenta insofferenza, ed è arrivato da circa due minuti. Si gira. Con sufficienza lascia cadere lo sguardo sull’ambiente. Oggetti e persone sono lo stesso per lui: una cornice alla sua augusta presenza. Incrocio i suoi occhi, colgo la sua espressione. Mi basta un istante, e riprendo il

volo nel passato. Io e Max siamo allo studio. E’ appena arrivato da scuola: forse era al liceo allora. Ha un’aria serena, quasi divertita. “Cosa è successo di buffo?” domando. “Le solite cose, quel matto di Chris. Una delle sue” . Max aveva un amico, vanesio al punto giusto: Cristiano Gatti. Naturalmente si faceva chiamare Chris, faceva più “gallo”. Mister “er più” aveva una scarsa considerazione dei suoi simili. Li catalogava come comuni mortali, indegni del suo olimpo. Quel giorno questo tipo cercava effetti speciali. Il suo coupè aveva ancora aroma di concessionaria. Tutto ebbe una sequenza classica: sgommata, curva, schianto. Un esito prevedibile per tutti: ma non per lui. Quando era in tiro liquidava il buon senso: anche quel poco che aveva. Max si divertì un mondo a raccontare il dopo. Constatazione del macello alla carrozzeria, stima peritale dei danni, piglio sprezzante, sopra le righe. Poi la ritirata amara, a leccarsi le ferite, lontano. Un mito infranto. E Max che rideva. Rideva con quella faccia che non sapevi più se di ragazzo cresciuto, o di giovane uomo. “Non è cattivo - disse poi - sarebbe anche simpatico, se non avesse sempre quella smania. Protagonisti si nasce: non c’è bisogno di forzare il mondo. Gli altri si accorgono sempre che stai recitando e ti considerano un buffone.” Faceva queste considerazioni e diventava serio. Dimostrava più della sua età, quando si cimentava nella filosofia dell’uomo vissuto. Almeno questo pensavo io. Io avrei voluto vederlo sempre bambino: come se il tempo non passasse, come se non fosse passato mai. E’ evidente egoismo quello dei genitori: i voli di saggezza dei figli sono per loro solo episodi. Non si rassegnano ad un ruolo, che fatalmente li porta ai margini della lotta. Rimangono i tattici, gli strateghi, quelli che a tavolino progettano le guerre della vita. Ma in trincea, a lottare giorno dopo giorno per diventare grandi ci devono andare loro, i nostri bambini. Quello di domani è il loro mondo. Mi aveva portato lontano, troppo lontano, quel pallone gonfiato. Presa dai miei pensieri non me ne ero accorta: una lacrima, furtiva, mi scivolava sulla guancia. Tornare a quei momenti mi inondava di tristezza. Mi faceva grande, grande tenerezza. Max mi raccontava dei suoi problemi: sempre comunque con molta riservatezza, con una forma di pudore forse eccessivo tra madre e figlio. Probabilmente questo era solo il segno che stava crescendo, che stava davvero diventando grande. Tra noi la confidenza era ormai quella di un ragazzo che si appresta a diventare uomo, e di una donna che è anche sua madre. Qualche volta siamo stati anche vicini, proprio vicini. “E’ proprio necessario diventare grandi? - mi disse una volta deciso - Non potremmo rimanere sempre come siamo. Io sto bene così, non mi manca nulla. Non voglio cercare nient’altro”. Rimasi confusa, lo ricordo bene. I ragazzi spesso sono saggi e nessuno li prende sul serio.

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Si crede che essere maturi sia prerogativa dei grandi: e invece spesso è proprio il contrario. Fermare il tempo in quel momento, quando tutto funzionava. Anche il resto, tutto il resto, quello che sarebbe venuto dopo, farlo rimanere chiuso: chiuso nel nulla. E invece dobbiamo andare a scovare ogni cosa, giorno dopo giorno: inconsapevolmente trascinarla fuori dal limbo, dal superiore mondo delle Idee, come lo chiama Platone. E poi farla entrare nella realtà. E’ il nostro lavoro quotidiano, la professione che chiamiamo vivere. Sono sicura, almeno fino ad un certo punto Max è stato sereno. Chissà quando è cominciato il suo male di vivere. Quali i suoi turbamenti? Rovistare nella coscienza non mi dava indizi. Come era veramente il mio Max? Chi era Max? Quel suo fare composto, forse un po’ meccanico: movimenti leggeri, ma con una certa rigidità. Camminava un po’ curvo: avrebbe dovuto fare più nuoto. Quando si infervorava nel discorso le sue mani magre tracciavano nell’aria incomprensibili disegni. Non era un colosso, ma la struttura era armonica. E poi gli occhi. Scuri, profondi. A volte si facevano cupi, quando discuteva o era molto concentrato. Mai cattivi. Trasmettevano una infinita dolcezza: ti guardavano di sfuggita, come per caso. Un cerbiatto, un timido cerbiatto: e non lo dico per sciogliermi in romanticismi. La timidezza: ecco il suo problema. Chissà cosa ne pensava Della Porta? “Diremo dell’altro estremo della fortezza, nel quale è il mancamento, la Timidità. Paurosi sono quelli, che temono quelle cose come terribili; overo temeno quelle cose che non bisogna. Finalmente questi nel temere sono soverchi e nel dolersi più manifesti. (...) Suole ancora la paura venire dalla pochezza del sangue come nel camaleonte. Il cor grande fa ancora l’omo timido; però lo cervo, lepre, coniglio, mustella e topi hanno il cor grande e sono timidi”. (13) Il fisionomo colpisce ancora: il cor grande fa l’omo timido. Il cuore grande fa capire di più, forse troppo? Per questo l’uomo diviene timido? Oppure affrontare la vita con un cuore grande, aprendo la valvola dei sentimenti, rende più vulnerabili? Meglio non scoprirsi troppo? Meglio evitare che il mondo ti ingoi? Max aveva un’altra “virtù”: non affrontava le situazioni con il coltello tra i denti. Tranquillo, mite, non si imponeva masticando rabbia. Il temperamento razionale lo aiutava, e in alcuni momenti lo condizionava. Limitava la sua capacità di reazione, arginava il naturale sbollire delle tensioni. E quelle, dentro, aumentavano di voltaggio. “E’ dunque il mansueto - dice Della Porta - quello che non ha alcun perturbamento, e non è toccato da nessuna affezione se non quando vuole la ragione; e non è inchinato alla vendetta, ma più tosto al perdonare. Overo mansueto è quello che può moderatamente sopportare le ingiurie opposte e l’essere disprezzato; nè subito

è tirato dalla vendetta, nè subito si muove ad ira; ma è di costumi facile e piacevole, e d’ingegno quieto e stabile”. (14) Questo poi no, certamente no. Mansueto, ma non uno che reagisce solo “quando vuole la ragione”. Non era sua questa freddezza, efficace ma incolore. Aveva i suoi slanci. E lo dimostrava spesso. Altro che sopportare le ingiurie e l’essere disprezzato. Alla vendetta invece proprio non era portato: in questo mondo era un tallone d’Achille. Ma era perdono quello che dimostrava? Forse solo un atteggiamento distaccato, un equilibrio di fuori. La faccia non sempre, e non del tutto è specchio di ciò che siamo davvero. Io nei panni dalla colomba, ad ogni costo, il mio Max non lo vedevo. All’esterno era di una serenità olimpica. Ma nel fondo cosa ribolliva? Quali fermenti nella mente? Insoddisfazione di una routine che, a conti fatti, lo annoiava? Davanti agli occhi, ossessivamente, mi ritorna una foto. Una pista da sci: io con lo sguardo beato di chi se la sta spassando. Lui, il mio ragazzo, mi sta lanciando un’occhiata. L’immagine ha fissato un’espressione unica: quasi di compatimento per qualcuno che si ritiene frivolo, senza avere la voglia di dirglielo sul muso. Aveva ragione lui. I giovani spesso sanno essere sfacciatamente sinceri, oppure saggiamente indulgenti rispetto alle mascherate degli adulti. In quegli occhi io, solo dopo, ho avuto modo di leggere quel disappunto, di cogliere quella severità raggelata che meritava un solo nome: pazienza. Pazienza, che aveva voluto regalarmi e mi regalò continuamente, finchè qualcosa non si ruppe. Quando si manifestano problemi gli psicologi cercano l’episodio scatenante. Quando la disperazione lo ha sopraffatto? Quando uno non vede, è cieco. Ma basta anche una evidente miopia a far scadere la qualità di ciò che si vede. Gli occhi servono a raccogliere dati significativi e a tenerne conto. Qualcuno però, buon per lui, li sa usare anche per vedere negli occhi degli altri. Riesce cioè a mettere in contatto la sua intimità con altre intimità. O, almeno, tenta di farlo. Ma si tratta di rare eccezioni. In genere il fugace, millimetrico, istantaneo gioco dell’intimità emerge solo nel silenzioso quadro di uno scatto. Nella foto leggi il proiettarsi dell’anima, o il suo chiudersi senza appello. Amarezza, una cupa amarezza io avevo ritrovato nel mio ragazzo, dopo. E ormai non c’era più possibilità di cambiare le mosse. Lo avevo coccolato quando era piccolo, e avevo la presunzione di essere il solo riferimento di cui avesse bisogno. Probabilmente non era così. Forse, l’ho pensato spesso, con un padre accanto sarebbe stato tutto diverso. Mai, però, lui mi aveva fatto capire niente di simile. E’ sorprendente quanto spesso ci accontentiamo di ciò che noi pensiamo sulle cose, senza avere il coraggio di grattare, sotto la patina della normalità, la verità vera.

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Prima o poi comunque le valvole non tengono più: l’esplosione è inevitabile. Tra me e lui non era mai successo niente di pirotecnico. Max si teneva dentro il suo vulcano attivo. Credeva di farcela, di essere più forte della sua angoscia. Ma era una battaglia persa in partenza. Vincono sempre loro, le emozioni. Scavano nel sottosuolo dell’anima, percorrono come un silenzioso fiume carsico le grotte dell’inconscio, e minacciano le fondamenta: le fondamenta della nostra sicurezza, i pilastri della nostra malferma tranquillità. E ci piegano. Anche Max era vittima della dinamica del dolore: la voglia di essere felice senza fare infelici gli altri. E’ un’equazione che forse non ha soluzione. Ma sempre, instancabilmente ci impegniamo per tentare di far quadrare questo bilancio. Max: un po’ cerbiatto, forse, e un po’ colomba. Mai avrei pensato che Della Porta, dalla profondità dei secoli, e dal suo discutibile pulpito di mago non professionista, mi desse lezioni tanto profonde. Erano ormai pochi i fogli ancora da leggere sul tavolo del conferenziere. Lui arrancava in condizioni di precaria capacità vocale. Nonostante i miei pensieri, turbinosi, colsi al volo un frammento di descrizione : “Noi diremo di quella virtù, che è tesoro di ogni virtù e che è sovra di noi, e la chiamiamo eroica. Io la chiamerei: Carità. (...) Questa virtù, per avanzar la nostra umana condizione, fa l’uomo nel quale alberga quasi simile all’Angelo, overo alla divine Intelligenze; per che quell’uomo che è pieno di tante virtù par che avanzi la nostra umanità.” (15) Era la descrizione dell’eroe, cioè dell’uomo che è un mezzo dio. Forse era la mia infatuazione di madre a farmi volare tanto in alto. Mi piaceva però pensare a Max come ad un angelo, che aveva cominciato da tempo le sue buone azioni in favore degli altri. Quel pensiero mio, solo mio, era scaturito dalle ultime battute di una conferenza tumultuosa. Era buio fuori. Dalla finestra una prospettiva d’incanto sul tramonto: così bello in Città Alta, quando il tempo è bello. La giornata era stata fredda, ma limpida. Stampato sugli ultimi sussulti di luce il profilo austero del centro storico, solo un poco sfumato nella tenue foschia della sera. Dopo l’ultima, quasi rantolata, effusione di cultura il relatore ricevette il meritato applauso. L’entusiasmo, più che per lui, era per quello che aveva detto: rivelazioni che stupivano. Anzi inquietavano. Lo stato d’animo con cui uscii dall’incontro era particolare. Non era scienza quella: tutti se ne rendevano conto, ed io per prima. Tuttavia quell’antico sapere solleticava la curiosità. Forse anche qualcosa di più: innescava un nuovo stato d’animo, un modo di essere, un intimo guardare. Su quella base le cose, le persone conquistavano evidenza nuova: trovavano un loro posto. Sconfiggevano un ruolo banale e decorativo.

Quel mondo aveva un significato. Ma era un significato strambo: trovare la bestia nei tratti del viso. Banale. Sempre meglio, comunque, che considerare tutti, tutti uguali, anonimamente uguali, sfacciatamente uguali e scontati. Il nostro è un mondo di sfacciati che si mascherano: non hanno il coraggio di mettere in pubblico l’inconsistenza del loro esistere. Una bella tirata quella conferenza: quasi due ore di fisiognomica, ma non ne ero pentita. Il pubblico abbandonava la sala. Solito parlottio. Due passi davanti a me c’è un signore di una certa età: distinto, serio, barba bianca, cultura. Ha l’aspetto di un professore di liceo classico. E’ solo, nessuno lo accompagna. L’espressione del suo viso tradisce un interiore lavorio mentale: come se stesse ripassando i ragionamenti e li sottolineasse con un leggero gioco di mimica. Fisso troppo intensamente quella cespugliosa capigliatura: credo di riconoscere un viso conosciuto. Un attimo di distrazione, rischio di inciampare e mi trovo faccia a faccia con lui. I nostri sguardi si incrociano. “E’ sempre una scommessa scendere da qui, se uno è sopra pensiero”. Ha una voce calda, un timbro quasi vellutato. “Mi sono distratta un attimo. - rispondo - Stare seduta troppo a lungo mi ha intorpidito i muscoli. Ma ne è valsa la pena”. Attendo da lui un cenno di conferma. Rimane invece perplesso. Ora mi sta squadrando in modo a dir poco insistente. Sono imbarazzata, molto imbarazzata. Anche il vecchio con strane voglie mi doveva capitare. “Mi scusi se glielo chiedo - sottolinea giocando al meglio la carta della sua voce suadente - E’ liberissima di non rispondere. I suoi figli le danno, per caso, problemi?” Mi sento gelare. “Perchè me lo chiede?” - rispondo seccata. Meglio tenere a distanza certa gente. “Non si preoccupi - riprende - non sono un ficcanaso, né la voglio importunare. Ma mi è apparso così chiaro, quando ho guardato il suo viso. La sua fronte lo dice chiaramente”. “Dice, che cosa scusi? Che cosa ha di strano la mia fronte? “Nulla, nulla di strano. Solo che si vede che lei ha avuto o ha ancora i problemi che le ho detto. Il vecchio Gerolamo non sbaglia” Capisco sempre meno: per fortuna ha la bontà di spiegare: “Vede, gentile signora, secondo la “metoposcopia”, studio delle linee della fronte, lei presenta una condizione particolare. La linea di Venere appare insieme a quella del Sole. Ma entrambe sono interrotte e intersecate. La situazione indica, lo ricordo perfettamente, la ‘perdizione dei figli, che avranno pochissima fortuna negli onori e nelle ricchezze’. (16) Gerolamo non sbaglia. Ma certo Gerolamo Cardano, anche lui un collega nel ‘500 di quel Della Porta che ci ha rallegrato la serata. Metoposcopia si chiamava l’arte che aveva coltivato: un metodo, per quei tempi, scientifico. I segni

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della fonte, per la posizione che occupano, sono associati a vari elementi celesti. A partire dall’alto, immediatamente sotto l’attaccatura dei capelli, si trovano le linee di Saturno, Giove, Marte, Sole, Venere, Mercurio, Luna. Nei caratteri e nelle condizioni delle linee si legge l’azione dei pianeti sulla vita: vita dell’uomo e vita del mondo. Gagliardo, non le sembra?” Esponeva con competenza ed entusiasmo. Le sue parole fluivano e si coloravano di singolare pienezza: l’intensità di chi mastica bene quello che sta dicendo. Si accorse dell’interesse con cui ascoltavo. E continuò. “L’obiettivo per Cardano è la predizione astrologica. Una idea pesante da digerire, meno grossolana comunque di quanto si possa pensare. Certo dobbiamo rapportarci alla mentalità del tempo. Credere nelle influenze del cielo sulla vita era normale. Se le linee non sono continue, si accentuano in alcuni punti e si interrompono in altri, ciò sta ad indicare una carenza nella virtù dei rispettivi pianeti: cioè scarsa capacità di interferire nelle cose del mondo. La linea di Saturno indica memoria e potenza; quella di Giove consiglio, giudizio e prudenza; la linea di Marte distingue un uomo audace, iroso, collerico; la linea del Sole l’uomo saggio, che vive con moderazione; Venere indica concupiscenza e lussuria; Mercurio immaginazione e memoria. E sulla base di questo sistema generale Cardano ha disegnato una serie di combinazioni possibili dei vari influssi: ha elaborato la dottrina delle segnature. Sulla sua fronte io ho letto la condizione che le ho definito. Ma sarei ben lieto di sapere che mi sono sbagliato”. (17) Non sapevo se rispondere o andarmene. Come accade davanti a un thriller: sai che è tutto finto, ma non puoi fare a meno di farti coinvolgere. “Purtroppo non si sta sbagliando.” Tagliai corto. Il mio erudito interlocutore comprese che non volevo andare oltre. E con eleganza, si limitò ad ulteriori particolari su quell’arte antica. “Superficiale, però, liquidare tutto come un mucchio di panzane. Quello era un tentativo serio di operare una sintesi, di tipo “scientifico”: certo di quella che allora si chiamava “scienza”. Lui stesso pone delle riserve importanti e intelligenti. Nè dalla forma del capo, nè dall’osservazione delle linee della fronte, dice, si potrà avere sicura certezza del futuro. Possiamo predire però cosa accadrà per quanto riguarda i moti dell’animo. Raccomanda di fidarsi solo dei segni chiari ed evidenti e non dimentica valutazioni mediche. I muscoli della fronte tesi sotto la pelle, nel contrarsi formano una piega: le linee nascono dal diverso modo di corrugarsi della fronte”. (18) Insomma le emozioni agiscono sul corpo: già nel ‘500 avevano notato il fenomeno. Stavo ormai acquisendo una certa pratica nel seguire quelle questioni. Liquidai il vecchio sapiente: ne avevo abbastanza di lezioni e di cultura. Sola, camminavo sull’asfalto umido. Poca gente in giro: potevo ascoltare il ritmico battere dei miei tacchi.

Ero stordita. Percorrevo una strada che conoscevo benissimo: mi portavo verso la fermata del mio autobus. Dentro mi sentivo diversa. Incontrai parecchie persone, e feci fatica a considerare il loro aspetto “normale”, cioè superficiale. Si impadroniva di me una misteriosa forza: l’ansia di superare un rapporto banale con il mio prossimo. Era anche divertente il gioco delle corrispondenze con gli animali. Incontravo molti gufi, alcune pernici, ma anche marmotte. Era una lucida escursione fuori dalla nebbia quotidiana, che amalgama tutti in un grigiore uniforme. Nasi aquilini, occhi leonini, colli da toro. Fino a quel momento la ricognizione sui miei simili si era limitata a ben povere categorie: normale, anormale, diverso. Ora invece una intensità straordinaria si andava facendo strada. Scacciava la dimensione a senso unico: emergeva un segreto codice di messaggi. Quando un miope non si vuole arrendere alla sua debolezza di vista, rifiuta di usare gli occhiali. Sostiene che vede lo stesso. Con le lenti però, se ne rende conto ben presto, vede tutto un altro mondo. Passa dalla visione piatta a quella tridimensionale. Io provavo quella sensazione. Non capivo ancora quale tipo di occhiali stessi usando: ma vedevo di più, molto di più. Cercai di essere fredda e razionale. Forse era una forma di immaginazione? Forse ero io stessa a creare quella condizione? Ma era davvero importante stabilire perchè succedeva, da che cosa dipendeva? Succedeva, era così. E la realtà acquistava spessore. Arrivai a casa, senza accorgermene. Potere della fisiognomica. Non avevo voglia di stare quieta. Sull’anima pesava la solitudine, la virtù di quelli che hanno rinunciato agli altri. Sono nervosa. Apro un cassetto. Guardo e non trovo: forse perchè non so cosa cercare. Afferro un portachiavi: lo avevo quando abbiamo fatto l’ultima gita insieme. E’ quello d’argento, con la sagoma della macchina incisa. Max diceva che era un po’ banale, ma gli piaceva la forma. Dietro, in fondo al cassetto, cosa c’è? Non riesco a vedere. Sposto qualcosa che mi dà impiccio. L’ho trovato. E’ un portafotografie: pensavo di averlo buttato. Invece era nascosto qui, finito nel cassetto. La foto è una vecchia polaroid: colori poco incisi, nitidezza precaria. Tecnicamente certo non è granchè. Però, che bella l’espressione di Max! Appena finita la prima media, era già alto, molto alto. Quei suoi occhi mi legano. Lo sguardo mi prende. La luce, quella luce del sole che...Siamo al mare. “Cosa facciamo stasera mamma? Andiamo al cinema?” La voce, sento la sua voce. Accanto a me un fruscio, la sua mano cerca la mia. “Non hai freddo solo con la maglietta?” “Siamo in estate, mamma!” C’è un po’ di sabbia su quei capelli ricci: chissà che fatica lavarli. Ma stanno bene così: incolti, selvaggi. Inutile pettinarli. “E che bel sole, mamma.” Uno squillo lontano, poi il buio. Sono sul divano. Sta squillando il telefono. Mi

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sento strana: come se tornassi da un altro pianeta. Devo rispondere, altrimenti continua a rompere. “Pronto? Ciao Miki. Che piacere sentirti. Oggi poi me ne sono andata un po’ in fretta. Scusa. Ma mi ha fatto bene sai. Anzi vorrei che ci vedessimo ancora, se non ti secca. Come dici, domani? Una mostra d’arte a Malpaga. Stupendo. Passo a prenderti io? D’accordo alle tre. Facciamo tre e mezza. Meglio fare la siesta con calma. Ciao!”

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Malpaga “Il corpo (...) non è che una controfigura che vien dietro a ciascuno di noi (...); invece il nostro vero io non soggetto a corruzione è detto anima”. Platone Leggi, XII, 959b Domenica pomeriggio, Castello di Malpaga

Sul castello di Malpaga circola una leggenda. Naturalmente si tratta di un fantasma. Ma non è uno spettro qualsiasi: questo ha precise credenziali storiche. E’, o meglio era, una spia, un servo infedele del grande guerriero, condottiero, signore e padrone di casa Bartolomeo Colleoni. Ci ripensai subito dopo la telefonata di Miki. Stavo lasciando nascere dentro una particolare sensibilità a questa dimensione occulta. Colpa delle ultime ore travagliate: una serie di fatti inspiegabili, curiose coincidenze, vicende al limite dell’incredibile. Daniel, il fattorino, il telegramma. E poi la biblioteca, l’inseguimento, la fisiognomica, il fax, la magia naturale e gli uomini-animali. Tutto aveva il sapore di una favola: sogno o incubo, a seconda dei punti di vista. Ora al buio, sul letto, la testa sul cuscino, gli occhi spalancati cercavo di fare un po’ d’ordine nella mente, almeno in quella. Se non avessi seguito quel misterioso richiamo del telegramma... Se non mi fossi lasciata portare dalle situazioni... Se mi fossi comportata più razionalmente... La lista dei “se” era lunga, inesorabilmente lunga: e mi confondeva ancora di più. Poi mi scosse un pensiero. Senza questo viaggio, senza questa avventura non avrei incontrato Miki, non avrei riscoperto Max: la vera faccia del mio Max. E questa era una consolazione sicuramente sufficiente. E’ strano, quando si perde una persona cara si passa molto tempo, dopo, a cercare di pareggiare i conti con chi se ne è andato: come se spettasse ai vivi ripagarlo del torto che la morte gli ha fatto. Si cerca di mantenere il legame, di fare qualcosa che ancora ne evochi la presenza. Con Max io non ero stata all’altezza dell’impegno. Madre significa essere sostegno, punto di riferimento, soprattutto quando un figlio è sfortunato e non ha un padre, un padre presente. Incredibile, ma non avevo capito. O non avevo voluto capire? Come una canaglia che cerca vendetta, avevo forse regalato a mio figlio un po’

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di quella solitudine che la vita aveva riservato a me. Un sospetto mi attraversò il cuore. Ero compiaciuta di questa legge del contrappasso? Tuo padre mi ha lasciato e io dimostro a te cosa costi imparare a stare in piedi da soli. Ero dura con me stessa, mi consideravo meschina, soprattutto meschina. E ora? Ora mi lasciavo portare dall’irrazionale, io che avevo fatto della razionalità e della concretezza il mio stile. Ora mi facevo sedurre da queste tracce indeterminate. Questi indizi mi orientavano verso un obiettivo che sentivo, ma che ancora non percepivo. La campagna era silenziosa. In lontananza, la sagoma maestosa del castello: Malpaga, indefinita presenza, che evoca rispetto e paure. Sentimenti lontani di un mondo antico, dove per un torto si uccideva, e per un atto di amore si sapeva rischiare la vita. La foschia invernale, tenace, stemperava i colori e faceva più suggestivo il paesaggio. Guidava un po’ nervosamente Miki: la velocità, gli scatti, le curve, mi creavano un po’ di effetto frullatore. Stava raccontando, con enfasi e partecipazione, delle ultime fatiche dei suoi esami. Un professore, in particolare, era inflessibile: voleva a memoria parametri finanziari e statistiche sulle manovre economiche degli ultimi anni. Improvviso, uno strattone. La cintura mi fascia duramente. Tensione al collo. Leggera sbandata, subito ripresa. Cosa è stato? “Un gatto, non hai visto? Bestiaccia maledetta!” E’ scossa Miki: se la prende col gatto per scaricare la botta di ansia. “Un gatto scuro, è saltato fuori all’improvviso. Speriamo che non sia nero. L’ho evitato per puro caso”. Sorride, adesso. Ironia a denti stretti: la sua superstizione è reale, secondo me molto reale. Rinuncio a parlare del fantasma. Volevo chiamarlo in causa per vivacizzare la conversazione. Non è più il caso. Parcheggiamo sullo spiazzo davanti al castello. “Era lo spirito del mio professore in viaggio nel suo corpo astrale, quel gatto. Mai parlare male dei professori. Hanno sistemi di ricezione anche nell’aldilà.” Ride Miki, ora ride più convinta. Io non ho fatto in tempo a spaventarmi. Non stavo guardando avanti e quindi sono stata coinvolta solo per il contraccolpo. Speriamo che la mia cervicale non ne risenta. Ma doveva proprio scegliere quel momento il gatto? Certe situazioni sono imprevedibili. Per un oscuro progetto del caso, o del destino, due vite una animale e una umana, si incrociano. E una potrebbe annullare l’altra. Tutto così, in un istante. Nel tempo di un sospiro tutto va fuori controllo. Sei in balia di forze che ti possiedono e ti orientano. E devi solo augurarti di essere ancora intera quando le condizioni riacquistano equilibrio, come dicono i fisici. La vita è un sistema complesso: vediamo e misuriamo alcune forze. Ma esiste, al di là di queste forze, qualche occulto progetto, o direzione, o intenzione? Insomma, un ordine?

Per questa volta noi due eravamo rimaste ancora efficienti nel nostro sistema. Solo gli effetti di una brusca frenata, per noi: un’overdose di adrenalina per il felino kamikaze. Con calma, ora con più calma, Miki aggiunse: “Strano destino quello dei gatti. Li consideriamo sempre un segno inquietante. Ma gli Egizi veneravano il Gatto Divino, la dea Bastet, benefattrice e protettrice. Numerose opere d’arte la rappresentano con un coltello in una zampa mentre taglia la testa al serpente Apophis, il Drago delle Tenebre, che personifica i nemici del Sole. Bastet mette al servizio dell’uomo forza e agilità per aiutarlo a trionfare sui suoi nemici nascosti. Avevamo una relatrice all’ultimo seminario fissata con i gatti: ci ha riempito di informazioni. Il nostro gatto doveva sicuramente avere parenti in Egitto, perchè non ci ha fatto male.” Simpatica questa relazione: cultura e fatti della vita. Ma non era una novità. Miki si era sempre dimostrata matura. Più matura di Max, forse. Il castello è circondato da caseggiati. Si allungano in una cinta quadrata lungo tutto il perimetro: sottolineano la separazione tra il castello e il mondo di fuori. Questo estremo baluardo accresce la tenebrosa impressione di isolamento del palazzo interno. E di un vero palazzo si tratta, non solo di una costruzione fortificata per scopi militari. Colleoni ne fece la sua residenza, e la dotò quindi di quei servizi che allora si giudicavano degni di un condottiero del suo livello. La prima impressione è di compattezza: una struttura non molto rifinita, elegante nella sua essenzialità. I segni del tempo sono evidenti. Ma proprio per questo il luogo mantiene intatta, antica dignità. Un cancello, cigolante come in tutti i castelli che si rispettino, immette al ponte levatoio. Pochi passi e si entra nel posto di guardia. Qui si respira già l’aria del ‘400. Aspettiamo il nostro turno. Splendida la prospettiva sul grande cortile interno, centro della vita nel castello: uno spazio circoscritto, ma pulsante. Al piano terra è stata allestita la rassegna per cui siamo qui: “Maschere e classicità”. Il cortile è pregno di incanto. Le pareti sono affrescate, un gioco di pieni e di vuoti disegna una sapiente armonia architettonica. Le decorazioni producono effetto: una intensità viva si muove dietro ogni angolo, rende vibranti i giochi d’ombra. L’atmosfera è magica: nelle cose il vigore di un sanguigno passato. Era stata gentile Miki a trascinarmi qui. Un’occasione culturale, una prospettiva a 360 gradi sulla classicità non guasta mai. Ma temevo qualcosa di un po’ troppo impegnativo: insomma, senza eufemismi, il pericolo era una noia ad immersione totale. Inutile però precipitare giudizi a priori: avrei potuto consolarmi con un’occhiata al castello. Risaliva a molti anni fa la mia ultima puntata in casa Colleoni. La maschera è comunque argomento coinvolgente: uno di quegli elementi che dominano l’immaginario infantile e, quando si diventa grandi, mantiene intatta la sua suggestione. Quei tratti fissi, rigidi, sono drammaticamente incisi nella nostra mente.

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Nella maschera rimane bloccato in eterno un atteggiamento, e sempre ci viene riproposto identico: come una nenia, come un ritornello, come una preghiera. La maschera è tutto ciò che l’uomo non sa essere: è sempre uguale a se stessa, mentre l’uomo, la sua vita, la sua faccia sono evoluzione, metamorfosi continua. Nonostante le mie riserve non potevo sottrarmi al fascino dell’argomento: ingredienti giusti per catalizzare interesse e attenzione. Poca la gente. Forse i miei sospetti erano fondati, oppure solo una questione di orario. L’assalto sarebbe venuto dopo. Pochi passi e la visita entrò nel vivo. Alcune gigantografie riproducevano le figure scelte, tutte o quasi, da vasi antichi. Doveva essere stato un bel lavoro per gli organizzatori. Accanto ad ognuna una dettagliata documentazione: didascalie ampie, facilmente leggibili. Le immagini stavano su una intelaiatura continua: una sequenza che si snodava sotto i porticati che danno sul cortile. Avevo quasi l’impressione che quelle figure si reggessero da sole, a mezz’aria. Questa serie di motivi antichi aveva occupato un territorio non suo. Sotto le volte che avevano visto guerrieri e cavalli, spade e banchetti, ora viveva la faccia austera della classicità. Una prospettiva tutta particolare, tanto che mi ero dimenticata di Miki. Curiosavo, fissavo, lasciavo che a portarmi fosse un’ istintiva tensione. Capitai vicino a due donne. Evidente al primo sguardo: la loro vita era, o avrebbe voluto essere, celebrazione del classico. Due vestali del mito greco. L’una, forse sessant’anni portava un abito che affettava eleganza troppo insistita: occhiali, montatura terza età grintosa, capelli con taglio di lunghezza media, calcolata al millimetro, faceva tanto single di lungo corso. L’altra era più giovane, anche se certo non una fanciulla. Lei dimostrava ancora vivacità mentale, capacità di risposta all’ambiente. Insomma, non era per fortuna incartapecorita. Nomen omen: nel nome il tuo destino, dicevano gli antichi. La “ragazza”, secondo me, si chiamava Liliana. L’amica era, sicuramente, Eufrosia. Non vorrei ascoltare, ma sono a due passi. Miki mi precede di qualche metro. Furtiva mi insinuo a distanza ravvicinata: mi concedo una parentesi di voyeurismo acustico. E ne vale la pena. Battuta d’inizio per Eufrosia: “E’ sorprendente. Per il mondo greco la maschera non esiste. Meglio, non esiste un termine specifico che la identifichi”. Sono calata improvvisamente a latitudine intellettuale. Attenzione, la noia è in agguato. “Come? Quella civiltà ha inventato il teatro e non ha una definizione per la maschera?” Interroga stupita Liliana. “Non proprio. Per la maschera viene impiegato lo stesso termine che si usa per il viso: “prosopon”. Ma il viso non è pensato come una maschera. La coscienza,

l’intimità della persona non è nascosta nel profondo. E’ invece in ciò che abbiamo sotto gli occhi. Nella cultura greca vale ciò che appare, in bene o in male: l’onore o la vergogna. Lo dice l’etimologia di “prosopon”. Significa viso: ciò che è davanti agli occhi degli altri, ciò che è visto. “Prosopon” è qualcosa che si offre alla vista.” Sto in disparte, e fingo attenzione per le riproduzioni. La questione mi sta appassionando. Sembra un po’ una lezione al liceo, ma queste informazioni rubate sono più interessanti. Straordinaria poi l’interpretazione di “Eufrosia”: la sacerdotessa greca atto primo, scena prima. Chissà quanto ha atteso quel momento, quella possibilità di esibizione. E’ una persona sola, probabilmente sola. C’è chi ritiene poco interessante prendere il mondo come è e cercare di affrontarlo. Più rassicurante, più comodo, chiudersi nella torre d’avorio della cultura, guardare le cose di ogni giorno dall’alto di un signorile belvedere. Eufrosia si compiace della sua erudizione. E continua. “Una visione particolare, certo. Il viso è espressione: può velarsi, truccarsi, ma non occultarsi. Anzi, rivela i sentimenti, i pensieri, il carattere. Coincide con la vita interiore. Il mondo greco non aveva simpatia per gli adulatori, i buffoni, gli ipocriti. Adattare i lineamenti per compiacere gli altri, fa diventare ciò che ci si sforza di apparire. Plutarco lo conferma: l’ipocrita modifica sempre il volto, e la sua condanna è perdere l’identità. Una identità sua”. Ascoltavo e pensavo. Bella osservazione: l’ipocrita è colui che non ha una faccia, una faccia sua. O non ha il coraggio di mostrarla. Quella dei senza faccia è una specie molto numerosa, ieri come oggi. “Il guerriero - rilanciò intanto Eufrosia - ostenta lo stemma che ha sullo scudo. Allo stesso modo ognuno mostra la sua faccia: la faccia identifica il suo essere, lo distingue, manifesta l’individualità. Nel caso dell’attore la maschera drammatica abolisce il viso. L’ identità rivelata dal viso lascia il posto al personaggio. L’attore celebra un rituale, svolge una funzione liturgica: anima il costume che indossa e l’eroe che fa rivivere.” Stavo per abbandonare la scena: il discorso cominciava a farsi complesso e, tutto sommato, sterile. Ma qualcosa mi trattenne. Liliana, l’altra, pendeva dalle labbra dell’erudita amica. Ed ebbe l’ardire per un’osservazione intelligente. “A proposito di viso. Perchè le decorazioni dei vasi greci mostrano tutte personaggi di profilo? Una moda, un caso o ci sono altre ragioni?” Bella osservazione: me lo ero chiesto anch’io. Eufrosia spalancò gli occhi: aveva il piglio aspro di chi vuole umiliare un subalterno. Poi si rassegnò ad una più umana comprensione. E ripartì implacabile. “La rappresentazione frontale si presenta solo in alcuni casi: ha limiti precisi. Il soggetto che guarda un viso visto di fronte è guardato a sua volta. Lo spettatore è

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cioè coinvolto. Ma questa situazione nella Grecia antica è riservata solo alle pratiche rituali, al culto. La frontalità si impiega anche in un’altra circostanza: per rappresentare il momento della morte. Il guerriero morente, fino a poco prima protagonista della battaglia, guarda l’osservatore. E con ciò indica la rottura delle relazioni visive normali. Chi sta morendo esce dalla comunione visiva con gli altri. Lo stesso accade quando si rappresenta il sonno, la follia e l’ubriachezza: circostanze in cui, per evidenti ragioni, si è fuori dal contesto.” Lo stemma che il guerriero porta sul proprio scudo: mi sembrava una forma efficace per definire il potere comunicativo della faccia. In quel momento le due si bloccarono al cospetto di una riproduzione un po’ anomala: l’acrolito di Costantino al Palazzo dei Conservatori a Roma. “Osserva in questo caso la pregnanza dello sguardo. Il volto è immobile, possiede un’imperturbabile dimensione di eternità. Occhi, palpebre, sopracciglia e fossa orbitale: un sistema organico di curve concentriche da cui si irraggiano quasi delle onde magnetiche. La struttura non evidenzia la personalità di chi è ritratto, bensì il suo ruolo”. “E’ vero. Va oltre la semplice fisionomia. Individua lo spirito del potere”. “Esatto. La maschera in questo senso non ti guarda: si fa guardare. Il sovrano incarna un potere superumano. Il ritratto imperiale di Costantino si propone come una maschera. La maschera è cioè segno. L’immagine diventa segno, rimanda a qualcosa che trascende l’individuo.” Le ultime parole mi avevano colpito: la maschera come simbolo di un aldilà. Devo confessarlo: di fronte alla maschera ho sempre provato un certa inquietudine, fin da quando ero bambina. Era per me straordinaria e al tempo stesso terrificante. Anche quando si giocava c’era un aspetto assolutamente sconcertante. Con quel travestimento una persona conosciuta diventava spaventosa. La voce rimaneva uguale, ma sotto un’altra fisionomia. Ecco, questo era il problema. Si creava una specie di corto circuito. Il mondo, quel mondo che si conosceva, prendeva, da un momento all’altro, sembianze ignote e imprevedibili. Il turbamento si scatenava anche se sapevo bene chi si nascondesse dietro la maschera. Quel contrasto tra la voce e l’aspetto rendeva insopportabile la situazione. Ricordo che una volta successe addirittura con mia madre, e fu una vera crisi di panico. Si era preparata per una festa. Venne a mostrarci la sua toilette. Ma io non apprezzai, anzi fuggii: quella maschera, quel gioco, quello scherzo, mi aveva rubato la mamma, la mia mamma. E piansi di disperazione. Poi mi sono anche data una spiegazione. Nella nostra mente la personalità di ognuno è rappresentata secondo parametri acquisiti. Vederli improvvisamente modificati crea disagio. Ci sfugge l’immagine mentale che abbiamo maturato. Eufrosia intanto parlava: fiumi di parole.

“Un sottile meccanismo gioca dietro la rappresentazione di qualcuno. Quando fai un ritratto o crei una statua, quell’immagine è riflesso della persona, conserva in certo modo la forma di quella personalità. Anche l’ombra trattiene qualcosa di colui che la proietta, racchiude in sè la forza più vitale, l’essenza. L’ombra diviene la sua immagine.” (1) Liliana entrò nella questione: “Quindi l’ombra esprime la personalità?” “Secondo vari miti greci l’ombra è simile al fantasma, allo spettro. E’ una forma in cui si manifesta la parte più vera di ognuno, la sua anima. Nel mondo greco gli uomini vivi non hanno anima: divengono anime, quando sono morti. Si trasformano in ombre inconsistenti e, nelle tenebre, conducono un’esistenza ridotta. Sui vasi l’anima, la psychè è raffigurata simile al corpo, come un corpo in miniatura, una copia del corpo vivente. Ne ha le sembianze, gli abiti, i gesti, la voce. Ma è una somiglianza apparente. La psychè è vuoto, nulla, evanescenza inafferrabile, ombra.” Ora me lo stavo chiedendo anch’io. In sostanza come si esprime la vera identità dell’individuo, la sua anima? Fino a che punto essa rimane nel ritratto? Miki, mi aveva raggiunto. Preoccupata, o incuriosita, si era portata a sua volta a distanza di ascolto. Poi espresse a me le sue confidenze. “Mi sembra che si stia un po’ perdendo. Il punto di riferimento per questi discorsi è Platone, senza dubbio. Lui parla esplicitamente di anima immortale: è quella il vero essere reale di ciascuno di noi. La sua è una visione decisa, e piena di poesia. In questa vita ciò che per ciascuno costituisce il proprio io, non è nient’altro che l’anima. Usa parole chiare e l’analisi diviene sorprendente. Afferma che il corpo non è che immagine: l’immagine dell’anima. In questo mondo, mondo delle apparenze, il corpo è figura dell’anima.” (2) La situazione mi apparve paradossale. L’anima non è dunque spettro del corpo: ciò che rimane quando il corpo non c’è più. E’ il corpo, in un certo senso, ad essere spettro, cioè sembianza dell’anima. Stavo seguendo a fatica. Forse avevo perso l’elasticità per certi ragionamenti. Però l’intuizione principale mi era arrivata. Secondo il filosofo il corpo è copia dell’anima. Cioè dei due elementi, anima e corpo, l’una è vera e autentica. L’altro è solo apparenza, immagine, finzione, che esprime quella realtà profonda. “Per Platone - continua Miki - la filosofia purifica l’anima, le consente di svincolarsi dal corpo. E così essa può conquistare un’esistenza immutabile e permanente vicina agli dei. La “psychè” è nell’uomo particella del divino, il riflesso che vi proietta l’ Essere immutabile”. (3) La guardai con ammirazione: anche con un po’ di invidia. E continuammo l’azione di spionaggio, avendo cura di darci un tono. Mi sentivo però un po’ frastornata: ma non tanto per la filosofia platonica. Mi

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inquietava quel richiamo, sottile e inesorabile, all’anima, alla radice della vita. Non erano argomenti leggeri. Il corpo non sarebbe quindi la sola realtà a cui fare riferimento. Anzi, sarebbe la meno definitiva. Anima. Quante volte nella vita sentiamo pronunciare questa parola. Prima i preti, la religione, la Chiesa: e da piccoli si ha soprattutto la preoccupazione di non infangarla, l’anima, perchè è un dono di Dio. Poi, quando si cresce, si è meno semplici. Si fa strada spesso una concezione diversa. L’anima diventa il nucleo spirituale, sentimentale, affettivo: tutte le tenerezze e le passioni partono da qui. E’ nell’anima che si coltiva l’amore. E’ nell’anima che vengono covati i risentimenti più atroci. L’anima diventa un crocevia, dove si intersecano gli spostamenti di traffico della coscienza. E quando si è un po’ più in là con gli anni, dell’anima quasi tutti, anche i più scettici, cominciano a preoccuparsi ancora. Non lascia tranquilli l’idea che dentro di noi esista questo sistema di registrazione che riporta il bene e il male, tutto quello che abbiamo fatto, nei minimi particolari. E poi l’anima, comunque vadano i bilanci finali, quest’anima dovrebbe sopravvivere, rimanere. Ma rimanere dove? Ci avevo pensato spesso, cercando soluzioni. Da quando era successo il fatto, era diventata quasi un’ossessione. Rimaneva il mio Max da qualche parte, in una forma che richiamasse la sua figura viva? Aveva ragione Platone? Il corpo non è che immagine di un’anima che gli preesiste, e che ha un valore di realtà certo superiore? Ma in questo caso, la morte non sarebbe che un riscoprire la propria più autentica realtà: quasi un abbandonare l’esilio temporaneo, e raggiungere una stazione più importante. Mi ero persa dietro queste divagazioni. Bastava poco, proprio poco, a farmi tornare indietro, al mio dramma. Ma questa era anche un’opportunità per approfondire, chiarire, reagire. Se il corpo è il ritratto dell’anima, nel corpo di Max, nella sua immagine concreta io avrei dovuto leggere tutto di lui: anche le angosce, anche la solitudine. Mi riportò alla realtà la voce di “Liliana” che incalzava la sua compagna di cultura: “La maschera, secondo me, ha qualcosa che evoca il demoniaco. E’ una forma inquietante. Cosa ne dici?” “Qualcuno sostiene che le maschere sono ombre dei morti. Esse tornerebbero sulla terra nel periodo di inizio d’anno: proprio a carnevale. Il termine longobardo “maska” è una conferma. La maska era una donna condannata come strega alla pena di morte: quindi uno spirito irrequieto, che cospira contro gli uomini, per fare loro del male.” Questo aspetto mi aveva sempre affascinato. Ne avevo letto qualcosa. Miki, la cui cultura era certo più fresca, mi fornì ulteriori precisazioni.

“Non dobbiamo stupirci poi tanto di questo legame tra la maschera e la dimensione occulta. Considera la suggestione dell’immagine di una persona. In pittura, e in fotografia è il riflesso della sua identità. E questo suo esprimere l’essenza della personalità viene sfruttato anche a fini particolari. La magia a volte impiega modelli di cera: in qualche modo essi vogliono riprodurre una forma analoga alla realtà. Su questo si basa la speranza che il rito funzioni. Si mettono in contatto, attraverso l’immagine, due mondi: quello delle cose come sono e quello delle cose come si vorrebbe che fossero. Ora comprendevo che quel mio culto per le fotografie di Max forse non era solo una forma di ricordo, una nostalgia. Voleva essere una vera e propria evocazione della sua identità, sostanziata nell’immagine. Regalati un sogno, diceva il protagonista di un film. Mi tornò alla mente dopo tutti quei discorsi. E’ proprio quella la prospettiva più seria, pensai. Platone, la classicità, maschere, spettri: tutti elementi culturali convincenti. Ma alla fine bisognava essere pronti a regalarsi un sogno: il sogno che qualcosa di nostro, di assolutamente personale, esista e continui sempre ad esistere.

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Leonardo “La pittura è una poesia che si vede e non si sente, e la poesia è una pittura che si sente e non si vede.” Leonardo da Vinci

Domenica 15. Pomeriggio. Mostra al Castello.

Non ne avevo mai fatto mistero con nessuno. All’anima avevo sempre fatto fatica a credere. Ma molto era cambiato in me, ormai. La ragione aveva lasciato spazio al cuore: e tutto, proprio tutto, assumeva un sapore nuovo. Ero pronta, nell’intimo, a regalarmi quel sogno. Mi serviva solo un po’ di conforto. Quasi brutalmente mi rivolsi a Miki, a bruciapelo: “L’anima! Tu ci credi? E’ un’illusione? Un’invenzione? Un modo per rendere meno amara la realtà della vita e della morte?” La ragazza mi guardò seria. Due occhi profondi, tanto profondi. Non parevano appartenere alla persona spiritosa e brillante che conoscevo. Continuò per alcuni secondi a fissarmi. Si rendeva conto del mio disorientamento: voleva essermi vicina. Quell’intensa espressione mi rincuorava. Anche lei era giunta, forse, ad un traguardo esistenziale: si era data delle giustificazioni. Poi sussurrò qualcosa. Quasi le costava fatica fare uscire quelle parole. Ma mi regalò il suo parere, un prezioso parere: “Su queste cose non puoi mai trovare niente di più di quello che sei disposta ad accettare. Non esistono prove. La ragione non ti aiuta. E forse non sarebbe nemmeno giusto che si risolvesse tutto con un’ equazione matematica. E allora? Allora lasci parlare quella che io ho sempre chiamato la voce di sottofondo. Da piccola mi capitava abbastanza spesso di incontrare quei momenti bui, che sono la disperazione di tutti i bambini. Quando succedeva, mi rintanavo da qualche parte, in silenzio. E ascoltavo. Ascoltavo le parole che dentro qualcuno mi suggeriva. Quasi sempre riuscivo poi ad affrontare tutto con più serenità. Basta questo ad affermare che esiste l’anima? Forse no, anzi probabilmente no. No per tutti, tranne che per me. Perchè io, in quei momenti, non ho mai avuto dubbi. Queste conversazioni con me stessa erano e sono vere, reali, autentiche. La sicurezza su questo argomento è un po’ come nelle questioni di cuore, quando ti chiedi se qualcuno ti piace davvero. La risposta viene da sola, ed è sempre precisissima. Poi dipende da te seguirla o meno. Riguardo all’anima il problema è certo pesante. Ma quella formula vale. Ricordo di avere letto una volta una frase: l’anima è un albero fatto per amore, e però non può vivere altro che d’amore. Credosia di Caterina da

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Siena. E’ di una sintesi straordinaria. Dice tutto. Se vuoi conoscere l’anima, tua e degli altri, non devi cercare di spiegarla. La puoi trovare solo nell’amore. Quella è la sua materia.” Era quello che volevo sentire. Dopo una sbornia di cultura, un bicchiere di acqua fresca: tanto più buona quanto hai sete. Devo confessarlo: da qualche tempo avevo imparato a non dare niente per scontato. Il parere del macellaio, o la valutazione di un critico tutto mi appariva fluido, non consistente, non pesante. Ogni discorso era per me solo la visione del mondo da un determinato punto di vista. E quando si considera tutto, cioè la realtà in senso generale, non esistono punti di vista privilegiati. Quel dialogo dei massimi sistemi mi aveva messo alla prova. Viso pensieroso, sguardo abbandonato nel vuoto, avevo deciso di lasciare le mie due vestali. Splendidi gli scorci del castello. La torre merlata, posto di osservazione; lo scalone che immette al piano superiore; la parete dove è affrescata la battaglia della Riccardina. Cavalli, bandiere, vessilli, colore: e sullo sfondo Bergamo Alta, in una scenografia che dà prospettiva e spessore all’insieme. Il porticato è in ombra: un’impenetrabile ombra nera. Si intravvede una piccola nicchia, poi riproduzioni d’armi e un cappello stile ottocento. Stile ottocento? Un cappello chiaro, a larga tesa. Un cappello? Quale cappello? Guardo e non vedo. Effetto ottico? Allucinazione? Non sono pazza. Gli occhiali, ho bisogno degli occhiali. Tempo un attimo. Non c’è più il cappello, nè tanto meno il suo proprietario. Alzo gli occhi al cielo, voglio esprimere il mio disappunto. E al piano superiore, proprio sul loggiato est un’ombra, una persona, una sagoma, una forma indistinta. Una presenza si dilegua dietro una colonna. Sparisce anche il mantello. Non è un mantello. E’ chiaro, di foggia antica. E’ un... Un impermeabile. Un cappello chiaro su un impermeabile chiaro, al piano superiore del castello. Chi vaga così, giocando a nascondino? Io sono scettica e iper-razionale. Ma non posso non provare cinque secondi di gelo. Un brivido nella schiena. Ma mi riprendo subito. Certo sono condizionata da quei discorsi su anime e spettri. Miki, per fortuna, non si è accorta di niente: non voglio che cominci a pensare che ho le visioni. Ero turbata, ma non spaventata. Mi ero trovata già di fronte a quel personaggio: ne ero convinta. Ma non ricordavo. Mi sembrava di non riuscire a ricordare. In realtà quella figura l’avevo stampata nella mente. Bastò un piccolo sforzo. Ma certo, era il “postino”. Non volevo scomodare spiegazioni ai limiti dell’accettabile: mi imposi di non farlo. Ma chi era quel tizio? Cosa voleva? Perchè mi seguiva? Anzi, non era esatto. Non mi seguiva: mi teneva sotto controllo, a distanza. Voleva essere sicuro di ciò che facevo.

Bastò quel sospetto a produrre effetti immediati. Le pulsazioni accelerano: faccio fatica a mettere a fuoco. Le pareti si muovono: sto girando, o forse è il mondo che non sta fermo. Mi sento fuori controllo. Mi appoggio ad una colonna, e riprendo equilibrio. Non appena la giostra si ferma, Miki è davanti a me: “Ti senti male?” Ha una certa faccia piena di domande. Ma io non ho risposte. Vertigine. Mi girai di scatto, e mi trovai al cospetto di una maschera terribile. Stile inconfondibile. Leonardo da Vinci: un disegno a carboncino, la famosa “Testa di uomo urlante”, uno studio per la battaglia di Anghiari. La gigantografia ne esasperava l’effetto. Ma l’immagine in sè possedeva per me vigore tridimensionale. La fronte corrugata nello sforzo, lo sguardo duro e concentrato, la bocca spalancata nell’urlo. Tutti questi elementi percuotevano la mia sensibilità. Era collera, concitazione, esplosione furiosa. Guardavo e attraverso lo sguardo sentivo quella voce lacerante, che chiamava alla lotta: era passione che si comunicava nella visione. In secondo piano, quasi in disparte un inquietante profilo. Vi leggevo perfidia, spietata perfidia: ma anche ferocia subdola, viltà di chi colpisce alle spalle, sadismo ingiustificato. Ma perchè c’era Leonardo? Che legami poteva avere con la maschera antica? Il curatore della mostra lo stava spiegando ad alcuni ospiti: “La raccolta degli schizzi di Leonardo è una sorta di provocazione. La sua arte è un momento cruciale nella cultura occidentale. Tratti decisi, linee guizzanti, un segno vivace che non descrive o imita, ma crea. Crea nell’immagine uno stato d’animo, forma una condizione spirituale. Dà vita alla personalità, alla faccia intima e segreta della personalità. Da quei lineamenti sgorga, generosa, l’immediatezza della passione. Sono figure dell’inconscio. E la maschera non è forse questo? Un messaggio, che proviene dal profondo e agisce nel profondo?”. La giustificazione è convincente. Giovane, capigliatura fluente, occhiali da intellettuale, aria intelligente il nostro critico ha passione per il suo lavoro, si vede. E continua volentieri: “L’arte di Leonardo è potente. Individua nella vita un’energia spirituale, ‘un’anima che regge e governa ciascun corpo’ (1). E’ un’intuizione di straordinaria modernità. Vi si potrebbe vedere prefigurato l’inconscio della psicanalisi. Con Leonardo questa misteriosa profondità dell’uomo trova accesso all’arte. E’ addirittura la base della creazione artistica. Dice Leonardo: l’anima, maestra del tuo corpo, è quella che è il tuo proprio giudizio; e volentieri si diletta nelle opere simili a quella che essa operò nel comporre il suo corpo.” (2) Lo sapevo: siamo ancora all’anima. L’anima compone la forma del corpo: un’idea impegnativa. Leonardo, chi l’avrebbe mai sospettato. Lui, il tecnico, l’ingegnere, l’inventore, sa parlare di spiritualità. E considera questa dimensione importante per interpretare la vita in generale e l’arte, in particolare.

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Il gruppo è stuzzicato da questa nuova prospettiva. “Ma come agisce questo ‘giudizio’, questo principio interiore?” Domanda qualcuno, e interpreta la curiosità di tutti. La nostra guida non si fa cogliere impreparata: “Leonardo Le risponderebbe che il giudizio è una delle potenze dell’anima nostra, con cui essa compose la forma del corpo”. (3) Ne sono sempre stata convinta. Leonardo era un genio, una mente straordinariamente aperta. Lo dimostra la sua tenacia nel volere comprendere l’uomo. Egli si spinge anche a considerare le condizioni limite: nei suoi studi grotteschi compie un’indagine sulle possibilità della natura nel gioco delle combinazioni. E crede, senza riserve, che ci sia una forza a dominare i processi evolutivi della vita, in tutte le sue manifestazioni: “Forza dico essere una potenza spirituale incorporea, impalpabile e invisibile, la quale con breve vita si causa in quei corpi che per accidentale violenza stanno fori di loro naturale essere e riposo. Spiritualmente, dissi, perchè in essa forza è vita attiva; incorporea e invisibile dico, perchè il corpo dove nasce non cresce in peso nè in forma; di poca vita perchè sempre desidera vincere la sua cagione e quella vinta si uccide”.(4) Si interessa anche di fisionomia: anzi questo è per lui uno studio di primo piano. Affronta radicalmente la questione. I volti sono diversi, la natura ha voluto così. Ma questo deve pure avere un significato. Se infatti avesse stabilito un unico principio per tutti, gli uomini sarebbero l’uno la copia dell’altro: non si potrebbero nemmeno distinguere. E invece la natura ha stabilito leggi in base alle quali le varie parti del volto mutano e si combinano, tanto che danno origine a forme diverse del volto: quelle che noi chiamiamo fisionomie, e sono nettamente distinte e distiguibili l’una dall’altra.(5) Anch’io ci avevo pensato spesso. Le differenze somatiche devono pure avere una ragion d’essere, un valore nella logica della natura. Ma quale valore? “Leonardo non si sbilancia - precisa il nostro esperto - Anzi avanza alcune riserve consistenti sulla fisiognomica e sulla chiromanzia. Per lui non hanno alcuna verità scientifica, quando pretendono che i segni del corpo possano darci indizi sul futuro. Ma non trascura di sottolineare che ‘vero è che i segni de’ volti mostrano in parte la natura degli uomini, i loro vizi e complessioni’. Non approfondisce, ma ammette con coerenza che il legame corpo-anima, a questo livello, esiste”. (6) In sostanza, anche lui è d’accordo, nel volto vive il carattere di una persona. E’ un punto di partenza fondamentale per la pittura: osservare per capire, e capire per potere rappresentare. La nostra guida cita in proposito una raccomandazione decisiva di Leonardo: ‘Farai le figure in tale atto, il quale sia sufficiente a dimostrare quello che la figura ha nell’animo; altrimenti la tua arte non sarà laudabile’. (7) Avevo temuto di annoiarmi. Era invece coinvolgente. Ogni elemento apriva una

nuova prospettiva. La pittura deve essere viva, esprimere la vita. Deve ricreare nella rappresentazione la vivacità dell’atto reale. (8) La figura perfetta, riprodotta cioè nei particolari, non è garanzia di vita nell’arte. L’arte deve riagganciare la “forza”, quel nucleo originario che garantisce l’effetto: allora nell’immagine rimane, potente, la vita. Anch’io stavo cercando qualcosa di simile, nel mio viaggio interiore verso destinazioni sconosciute. Mi stava aiutando il grande Leonardo. Lo avevo incontrato per caso qui in questo castello della pianura, e lui mi portava per mano. L’anima è maestra del corpo. Se vuoi dipingere il corpo, devi darti la pena di capire l’anima. Procedo nella visita. Due passi e sono davanti alle “Cinque teste deformi”. E’ un incredibile gioco prospettico di personalità. Mi si avvicina la nostra guida sapiente: non resiste alla tentazione di darmi alcuni particolari: “Impressionante la capacità di sintesi di Leonardo. Qualcuno pensa che queste cinque teste siano state concepite da lui per rappresentare le passioni umane. Altri hanno voluto vederle legate al mondo classico, simbolo dei quattro temperamenti dell’antica tradizione fisiologica.” (9) Ascoltavo con ammirazione. Le figure di contorno sono caricaturali, ma l’immagine centrale si stacca nettamente. Esprime isolamento, sottolinea estraneità al contesto. Alcuni interpreti pensano che Leonardo abbia proprio voluto manifestare la sua solitudine. I lineamenti del viso centrale esprimono amarezza, dolore e disprezzo per l’umanità deteriore che si trova intorno. Forse Leonardo identificò nella figura centrale se stesso, vittima di un’ostile incomprensione, isolato ma non sconfitto. Era persuasiva la voce del professorino: faceva da commento ad una coreografia unica. Le spiegazioni erano documentate, ma superflue: l’immagine parlava da sola. Volti e atteggiamenti erano gli elementi del discorso. Leonardo era cosciente del potere suggestivo della pittura: l’immagine deve avere forza e intensità. “La pittura è una poesia che si vede e non si sente, e la poesia è una pittura che si sente e non si vede.” (10)

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Sindrome “Quando grava sugli uomini il sonno, Terrore mi prese e spavento E tutte le ossa mi fece tremare; un vento mi passò sulla faccia, E il pelo si drizzò sulla mia carne... Stava là ritto uno, di cui non riconobbi l’aspetto, Un fantasma stava davanti ai miei occhi... Un sussurro..., e una voce mi si fece sentire” ( Giobbe 4.12-17 ) (1)

Domenica pomeriggio. Castello di Malpaga. Sala dei banchetti.

La pittura è poesia che si vede. Sublime. Il genio è semplicità e sintesi. Gli basta un tocco, e tutto è chiaro. Poesia che si vede. Quante situazioni, sotto i nostri occhi, sono poesia: e non le vediamo. Non le vediamo più. La mente è sintonizzata sulla superficialità. Il cuore diventa un optional, ingombrante se troppo invadente. Non serve essere sensibili: basta essere efficienti. Sfogo amaro, ma inevitabile. Forse mi stavo creando, come sempre, troppi problemi. Avrei dovuto uscire per rilassarmi vedendo cose belle. Invece tutto stava diventando, ancora una volta, complicato. Il professorino proseguiva nella visita. Parlava e si portava dietro il crocchio dei fedelissimi verso nuove scoperte. Miki era della compagnia. Dovevo affrettarmi o rischiavo di perdere contatto. Ma forse non volevo essere del gruppo. Rimasi un po’ in disparte, indugiando sul mio affollamento mentale. Prima dello scalone, sulla destra si apre una sala. L’ingresso è elegante, anche se spartano. La curiosità è femmina? La porta è aperta: e una porta aperta è un invito. Entro. Pareti affrescate, grande camino: è la sala dei banchetti. Qui il Colleoni aveva ricevuto e ospitato il re Cristiano di Danimarca nel 1474. Immagino. Cerco di tornare a quei tempi. E’ l’ambiente stesso che ti porta indietro nei secoli. Un pensiero mi sorprende: forse proprio in queste stanze svolse il suo nefando ufficio il traditore, la spia. Si chiamava Vismara, dicono i bene informati. Faceva il doppio gioco: e il Colleoni non gli lasciò possibilità di pentimento. Erano tempi molto più spicci dei nostri su certe questioni. Ci dovrebbe anche essere una scena dipinta: il servo infedele nell’esercizio delle sue

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funzioni. Guardo, osservo con attenzione. Finalmente, ecco la scena del banchetto. A capotavola, al posto d’onore, il sovrano. Al suo fianco, intento a discutere con l’augusto ospite, il Colleoni. Vari personaggi del seguito vivacizzano il convito. E poi eccolo, è lui. Dietro una colonna, guardingo e all’erta, ecco Vismara: la spia. Si tiene in disparte, ma dalla sua posizione può controllare, e soprattutto ascoltare. Sono entusiasta della scoperta e mi avvicino. Cerco la posizione migliore, voglio vedere in faccia il ceffo. Fa freddo, un freddo umido che penetra le ossa. Mi chiudo il giaccone, in cerca di tepore. La situazione migliora solo un poco. Forse sarebbe meglio andare via. Ma prevale il puntiglio: voglio vederlo bene. Nella sala non entra molta luce: è pomeriggio inoltrato e fuori sta calando la nebbia. Il sole lotta con la foschia: gli ultimi raggi perdono vigore. Un residuo bagliore trova ancora modo di raggiungere la parete che sto fissando. Finalmente le figure si delineano nette. Mi sforzo di mettere a fuoco. Il banchetto, la tavola, la colonna, dietro la colonna.... Dietro la colonna quella figura, grezza e qualsiasi, acquista definizione. Noto bene il colore dei calzoni, le calzature, la giubba. Quella posizione rigida, con il capo inclinato in avanti, è tipica: ha qualcosa da nascondere. E poi la faccia. Il freddo aumenta. La nebbia ora è anche nella sala. Contorni morbidi, luce indefinita, atmosfera fluttuante. Vertigine: ancora, come prima. Ancora quell’effetto di straniamento, come essere rapiti fuori dal contesto, fuori dalla realtà. Il cuore galoppa. La fronte è umida di sudore, ma ho i brividi. Non sto per niente bene. Anzi non so come sto, nè dove sto. Fisso quella faccia. Ma non vedo: sento. Sento che qualcuno è presente. La parete acquista profondità, la figura prende rilievo. Quel viso ha identità: è qualcuno. Quella immagine esprime ora un modo di essere: è emozione che parla. Parla senza parole. Il brusio dei visitatori, ormai lontano, sfuma. Signore è il silenzio. E in quella calma piatta della coscienza rimbomba solo il cuore, il mio cuore. E’ opprimente la sensazione: un disagio palpabile, senso di solitudine, disperazione che lacera l’anima. Non mi rendo conto di cosa stia accadendo. Il mio sguardo è rimasto incollato a quel viso, preda di una ben strana condizione: come se si fosse stabilito un contatto. Lo spirito è catturato: ha perso autonomia, è incapace di reagire e di agire. Come se emergessero, inesorabili, da una zoommata incontrollata, si precisano i tratti di quel volto. Affiora la fisionomia, ora evidente. La figura fluttua, come se risalisse dal fondo in superficie. Il disegno infine è netto, l’insieme è definito. Quella faccia terribile si offre alla vista. La maschera dice tutto. Cova una rabbia violenta, ha un aspetto cupo. Lo sguardo insicuro manifesta diffidenza e freddezza. Inquietudine e avidità è ciò che leggo nella sua espressione. Nessuna arroganza

però, anzi rammarico, profondo rammarico. Ha dentro la disperazione di chi si è preparato da solo il suo inferno: e, drammaticamente, se ne sta rendendo conto. Vivo una condizione di euforia percettiva: tutto mi colpisce chiaro, immediato, diretto. E’ come in sogno: saltano le mediazioni normali e si toccano livelli inimmaginabili. E’ incredibile. Sento fluire in me un irrefrenabile moto di pietà. Fisso quegli occhi sconvolti e mi si apre il suo mondo, cioè il mondo dal suo punto di vista. Gli occhi, finestra dell’anima li chiamava Leonardo: “la principale via donde il comune senso può copiosamente e magnificamente considerare le opere di natura.” (2) Gli occhi “porte dell’anima”, che “manifestano tutti i segreti del cuore”, che sono “l’immagine del volto”, diceva Della Porta. (3) Tante volte avevo letto queste definizioni. Solo ora però ne sentivo il valore. Non c’è tenerezza in quegli occhi. Sono freddi, duri. Mostrano, raggelato, un ultimo lampo di ira, la reazione disperata di chi ha perduto tutto, di chi ha lasciato violentemente la vita. Nella loro profondità solo desolazione, desolazione totale. E rimangono fissi su di me, come se volessero dire, come per parlare. Quelle labbra si muovono. E’ un’impressione? Autosuggestione? Si atteggiano come per articolare un discorso, una comunicazione, una invocazione. Ma io non sento, non riesco a sentire. Ho paura. La situazione è assurda: non può essere vera. E’ uno scherzo della mente? E’ un gioco della mente e della paura? E’ un cocktail di emozioni. Sto facendo questa esperienza e, nello stesso tempo, mi vedo in questa situazione: come in un sogno. Sono me stessa, e sono me stessa fuori di me. Cosa posso fare? Io non controllo niente. Un vento, un soffio micidiale mi spinge: ma non ho l’impressione di muovermi. Mi oppongo con forza. Sono al limite. Sento che non resisterò per molto. Mollo per un attimo, prendo respiro. Fingo di staccarmi, di potermi staccare, di uscire dall’ossessione. Ma l’effetto é micidiale. Rumori nel silenzio: un fischio, un sibilo, un urlo lontano, un rimbombare che si perde. Poi, vicino, un secco ritmico tamburellare. Con tonalità cupa si articola un’armonia di segnali. Sembra, sembra... E’ un linguaggio, un insieme cavernoso di parole: indistinte, indefinite, incomprensibili. Percepisco ansia. Sento che qualcuno vuole dire, e non sa dire, non può dire. Quell’angoscia mi contagia: sono fuori di me. Quegli occhi, quei terribili occhi abbandonano la presa: sono libera, di nuovo libera di guardare. “Non doveva essere così. Non doveva essere così” Una lamentosa cantilena ora, non so perchè, mi arriva distintamente. Sto ascoltando quella desolazione. Quanto più provo pena e compassione, tanto più quella voce si schiarisce, tanto più mi giunge, pulito, il messaggio. Come è possibile vedere un sentimento? Eppure io sto guardando la disperazione. In quel volto l’emozione vive, si manifesta, esce. Io, spettatrice inconsapevole, sto vedendo in quel viso un dramma che i secoli perpetuano.

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Sono terrorizzata: non è per niente rassicurante quella maschera contratta e minacciosa. Lo sguardo è diretto in avanti, verso il basso. Non riesce a mantenere il contatto con la realtà: il dolore ha dominio totale. L’insieme è in equilibrio precario, vive di tensione: sopracciglia corrugate; elevato, in parte, il labbro superiore. Appare evidente il solco tra il naso e le labbra. Le palpebre sono molto aperte e sollevate. Lo sguardo ha un’espressione esagitata. Una piega della pelle in direzione obliqua al di sotto della connessura esterna dell’occhio sottolinea concentrazione. Quell’uomo è incatenato ad una angoscia interna, che lo logora. Ora sono in grado di osservare i particolari. Fisso l’orecchio. Il padiglione è lungo e stretto: indica invidia, dice Della Porta. E, improvvisa, torna quella voce: “Il rumore della vita, la musica della festa, il ridere concitato di un bambino, le parole sussurrate dell’amore. Questo bisogna ascoltare. Io no, non ho ascoltato questo. Ho usato l’astuzia per il delitto, la destrezza per l’inganno”. La faccia dell’amico misterioso non si muove: la sua mimica è bloccata, in una fissità disperata. Ma le parole mi arrivano chiare, tanto più nitide quanto più mi sento vicina a quel dolore. Osservo il naso: a ben guardare è un naso piccolo: “il naso picciolo è di ingegno servile, ladro et infedele”.(4) Subito, lontano e cavernoso, torna quell’atroce lamento: “Non ho mai avuto dignità. Vendere i miei servigi, quello ho fatto. Ma quando ci si vende per azione nefanda si commercia la propria anima, e il buio copre il tuo cuore”. Le labbra, quelle labbra serrate, hanno una certa raffinatezza: sono di dimensioni contenute, armoniche. Della Porta aveva scarsa opinione in proposito: “Ma se in picciola bocca ci saranno le labbra delicate dimostrano paura, impotenza e inganni”. (5) Curiosa la pelle del viso: molte le rughe, quasi assente la barba. E non è una bella condizione: “La faccia rugosa, macra e senza peli è di uomo amaro e malincolico”. (6) Tanto per essere precisi gli antichi dicevano dei malincolici: “amici del silenzio, odiano il sonno, timidi sono molto e studiosi. Fermi ne’ lor propositi, invidiosi, avari, desiosi e pien di fraude”. (7) Anche sotto questo profilo l’amico non è molto raccomandabile. Ma è pur sempre un uomo, un essere che soffre. Non si può non provare pietà. Sento un impulso di solidarietà. Ma la risposta non è confortante. La voce misteriosa si esapera di tono. Brusca impennata del volume. Ora è un urlo: assordante, terrificante. Buio sinistro precipita nell’ambiente. Mi sento in balia di qualcosa che non distinguo. Ho voglia di gridare. Ma la voce non esce, non sento le mie parole. “Miki, Miki,...” E’ panico totale. “Miki, Miki”. Non riesco a muovermi. Poi, come un colpo, un urto, qualcosa di solido, che mi colpisce o che io colpisco. Uno scossone. Sono di nuovo nella stanza del banchetto. Sono nel castello di Mal-

paga. Fa freddo, fa molto freddo. E’ quasi sera. Ad alcuni metri da me la parete dell’affresco è ritornata solida, compatta, concreta. Il dipinto è di nuovo piatto sull’intonaco. Ma dentro mi sento il gelo. Faccio due passi barcollando: tocco, accarezzo quel muro per essere sicura. Guardo le mie mani, tocco il mio corpo: mi sento, di nuovo, viva. Normalmente viva. Miki piomba nella sala, come catapultata: dietro altre persone che non conosco. “Che succede? Stai bene? Perchè gridavi? Dio mio come sei pallida!” Rassicurazioni di circostanza: “Forse non ho digerito. Probabilmente quelle pillole contro il mal di testa. Che razza di effetto. Sono una bomba, potentissime”. Mi faccio forza e cerco di sorridere. Tutto sembra riacquistare la faccia solita. Usciamo. Miki si sta chiedendo perchè mi sia fermata là, da sola, lasciando gli altri. Ma io non so cosa rispondere. E svicolo alla grande: “Mi sento un po’ giù. Andiamo a prenderci qualcosa di forte, qui all’osteria”. E rido, rido. Voglio far vedere che tutto è passato. Ma non è vero. Uscire da quel luogo mi fece rinascere. Il cortile interno sembrava più ampio: una prospettiva a grandangolo. O forse era la mia testa disponibile ormai a queste distorsioni. Mi sentivo addosso lo sguardo di Miki, pieno di affetto e premura. La sua tenerezza mi confortava: ma ero anche terribilmente a disagio. Quella situazione denunciava che stavo perdendo il controllo, che qualcosa ancora una volta entrava furtivamente nella mia vita e la scombinava. Le cose intorno avevano un’aria insolitamente familiare. Passammo sotto il porticato ed ebbi l’impressione di averlo fatto già molte volte prima di quel pomeriggio. Ma era assurdo: assurdo e impossibile. All’osteria c’era caldo: tepore umano, che nasce dove alcune persone spendono, insieme, due ore di buonumore. “Allora, come ti senti?” Miki era gentile. Ma avrei preferito che non avesse fatto quella domanda. Non sapevo, in tutta onestà, cosa rispondere. Non potevo giustificare tutto con un mal di testa. Nè era credibile una crisi del genere per la digestione difficile. Chiudermi a riccio avrebbe alimentato sospetti antipatici. E poi a Miki, almeno a lei, dovevo dirlo. Ma da che parte potevo cominciare? Era troppo pesante non dire la verità: ma lo era altrettanto dirla. Sentivo una pietra sull’anima. Presi una decisione liberatoria. “Sai non è del tutto vero che mi sono sentita male. Mi è successo qualcosa là dentro”. Miki mi guardava ora con atteggiamento mutato: era passata dalle cure amorevoli alla preoccupazione, così istantaneamente. Rimase sospesa, aspettando le mie parole. “Non so bene come spiegarti - ripartii - Io in quella sala ci sono andata solo per curiosità, per dare un’occhiata. Forse mi sono lasciata suggestionare da una storia che mi hanno raccontato. La solita leggenda, che nel castello ci sarebbe un fantasma, il

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fantasma di una spia che il Colleoni fece giustiziare con un rituale atroce. Ricordavo che uno degli affreschi riportava proprio la figura di questo povero disgraziato.” “E l’hai trovata?” La ragazza ora era in ansia. Io attesi qualche istante prima di rispondere. Un lungo sospiro, presi fiato e mi lasciai andare: “L’ho trovata ma... E’ incredibile, senti, non so proprio come dirlo. Ti prego non mi prendere per pazza: non lo sono, te lo assicuro. Insomma, quella figura mi ha parlato. Quell’uomo si è un po’ liberato la coscienza. Mi ha fatto una specie di confessione sul suo dolore, sul suo destino. Mi ha parlato ma senza parole vere. Il linguaggio mi arrivava senza una comunicazione normale. Bastava che io lo guardassi: gli occhi, il viso, la bocca.....” Stava ad ascoltare Miki. Cercava di capire, ma soprattutto cercava di trovare una giustificazione, un appiglio che le consentisse di avere ancora fiducia nella mia sanità mentale. Ma faceva fatica, si vedeva. Povera Miki: cosa poteva pensare? Ebbe comunque molto tatto e buttò il discorso sulla pretesa razionalità: “Credo si tratti di un fenomeno di autosuggestione. A volte si cade in quella forma di rilassamento che apre le porte al sogno ad occhi aperti. Ed è fatta: ti sembra di vedere chissà cosa. Anch’io ... “ La bloccai bruscamente. Non volevo che indugiasse in quella convinzione. Ero troppo sicura della mia esperienza. Pretendevo che anche gli altri sapessero: “Ti dico che quello che è successo è strano. Tutto si è verificato all’improvviso. E’ bastato che io...” Fui presa da un’improvvisa angoscia, quasi non avessi il coraggio di confessare, nemmeno a me stessa, la causa scatenante. “E’ bastato che io fissassi quel volto. E quel volto ha animato la scena. Si è animato. E’ entrato in contatto con me. Si è orientato sulla mia lunghezza d’onda. Mettila come vuoi. Ho sentito la sua disperazione. Non ho dubbi e non ammetto che qualcuno ne abbia. E poi li ho sentiti io quegli urli. Quel vento, quella nebbia...” Senza rendermene conto stavo alzando la voce: quasi un attacco isterico. Ma mi ripresi, mi ripresi subito. Quasi subito. Guardai Miki spaventata. L’abbracciai e scoppiai a piangere. Erano lacrime di rabbia. Non tolleravo che qualcuno dubitasse. Per me era vero: tutto quello che mi era successo era vero. Ma rimaneva da spiegare perchè e come fosse successo. Me ne rendevo conto. Nell’osteria non c’era quello che si dice silenzio. Questo mi aiutò. Attutì l’impatto di quello sfogo. Ma c’era chi lo aveva notato. Ci affrettammo a chiedere qualcosa. Camomilla? Thè? No, facciamo una pazzia e ci tiriamo su il morale: una grappa. Qui dovrebbe essere speciale. Il primo sorso mi bruciò l’anima, ma ebbe effetto. Il ritemprarsi del corpo si manifestava con una diffusa ilarità. Però laggiù, in fondo alla coscienza, rimaneva il buio di quella esperienza. Dopo aver visto i miei miglioramenti Miki riprese coraggio:

“Sono situazioni paradossali, ma la spiegazione scientifica c’è sempre, ci mancherebbe”. Non so se per la grappa, o per riconoscenza, questa volta la lasciai parlare. Dopo tutto cercava solo di aiutarmi. “Quello che ti è capitato è vero: io non lo contesto. Cioè è vero sotto un certo profilo. E’ vero per te e all’interno della tua mente. Intendo che secondo me tu hai davvero visto e sentito quelle cose. Ma probabilmente è stata una tua elaborazione mentale. Un po’ come un sogno, che però ha avuto per te tutti i connotati della realtà oggettiva. E’ la situazione psichica dell’autoipnosi, della visualizzazione creativa. Può essere indotta o autoindotta per fini terapeutici o di indagine psicologica. Ma può anche innescarsi da sola: basta una pressione particolare nel tuo intimo, e basta che ci siano le condizioni. Non voglio fare troppo la maestrina. Però, io credo che tu abbia interiorizzato lo sconforto e la frustrazione per i rapporti con Max. Ti sei sentita inutile e al tempo stesso hai maturato una grande voglia di compensare. Il tuo esasperato affetto per questo “fantasma”, la tua voglia di ascoltarlo, di starlo a sentire, forse di confortarlo e aiutarlo, sono in realtà una forma di sostituzione. Tu hai preteso di compiere con lui quello che non avevi fatto con Max. Tutto il resto è venuto di conseguenza. Non dico che te lo sei inventato. Tutt’altro. La mente ha completato il quadro, rispondendo ad una tua angoscia interiore”. Niente da dire. Era brava, sensibile. Mi stava convincendo: e io avevo una dannata voglia di farmi convincere, di trovare una via d’uscita. Quindi lasciai che continuasse il sermone. “Una forma, quindi, particolare di autoipnosi. E nella dimensione del sogno molti elementi si precisano. I sogni vivono di emozioni: paura, ira, felicità, eccitazione. Concetti e idee sono comunicati attraverso immagini, soprattutto immagini visive e auditive. Ma c’è anche di più. Attraverso il sogno noi abbiamo, continuamente aggiornato, il quadro della nostra autoimmagine: cioè l’indicazione di come noi ci consideriamo realmente, fuori da ogni giustificazione rispetto agli altri. Tu sei entrata in contatto con questo ribollimento interiore. E ne hai fatto le spese. Tu hai visto quello che dici. Ma in realtà hai visto quello che hai preteso di vedere. La tua anima è proiettata verso chi soffre, proprio perchè senti terribilmente un senso di colpa nei confronti di Max”. E con ciò aveva smontato tutto il mio viaggio nell’aldilà. Non che mi dispiacesse. Ero più sollevata, ma non del tutto convinta. Valida quell’interpretazione della faccenda, eppure mi rimaneva ancora qualche perplessità. Non riuscivo a focalizzare bene: qualcosa mi sfuggiva. E mentre sorseggiavo, ora con una certa cautela, quella nostrana acqua di fuoco, un lampo mi aprì la mente. E il postino? Anche su questo non potevo essere reticente. “Mi convince quello che dici, Miki. Ma c’è dell’altro.”

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Miki era rassegnata ad ascoltare. Pazienza eroica. “Ricordi quando oggi ho avuto il primo capogiro, quando eravamo là di fronte a Leonardo. Bene. Mi è successo perchè qualcosa mi aveva spaventato. Non qualcosa, qualcuno. Avevo visto, mi era sembrato di vedere, prima in cortile e poi al piano superiore, una figura. Qualcuno che ormai per me è un’ossessione.” E rievocai i miei rapporti con il postino: il primo incontro, l’inseguimento e ora questa nuova apparizione. “Non sono paranoica - continuai - Ma questo incubo si presenta e scompare. E non lascia dietro di sè altro che il nulla.” Miki provava per me umana, profonda pietà: glielo leggevo negli occhi. E non perchè mi considerasse prossima al manicomio. Lei credeva a quello che io raccontavo, perchè sapeva che era possibile. Anche dopo l’ultima sconvolgente confessione, insisteva a darmi tutto il suo calore. “E’ una situazione tremenda: non è facile sopportarla. Ma, anche in questo caso io rimango della mia idea. E non è solo puntiglio intellettuale. Facciamo un’ipotesi. Tu hai visto e continui a vedere uno spettro, un fantasma o qualche cosa del genere. Schopenhauer aveva spiegato questa eventualità, ma non con lo spiritismo, secondo cui ciò che appare è davvero l’anima dei morti. Ma molto più scientificamente, direi. Parlava di intervento nella veglia di quello che lui chiamava l’organo del sogno. Ma tale condizione non mette in comunicazione chi sogna con la realtà esterna, ma con la sua interiorità: in definitiva con la Volontà, che secondo lui è l’essenza della natura. Il fenomeno avviene in genere nel sonno. Ma, qualche volta, può scattare anche durante la veglia. L’occhio mentale con cui vediamo i sogni può eccezionalmente aprirsi e davanti a noi si presentano figure. Sono immagini straordinariamente somiglianti a quelle che il cervello capta con i sensi. E capita di confonderle con la realtà. Ma il fenomeno rimane all’interno della nostra psiche” (8). Miki finì e si concesse di finire anche la sua grappa. Se l’era meritata. Io, per parte mia, non mi sentivo per nulla rincuorata. Quelle idee mettevano in pace la ragione. Ma al di là di essa ribollivano ancora in me le solite ansie. Assurdo, ma quasi non volevo credere a quelle spiegazioni: erano troppo concrete, banali. La mia avventura era ad un altro livello: il cuore me lo diceva. Un gioco masochistico? Avevo paura, ma mi piaceva essere in quella situazione? La verità è che per superare le proprie angosce non bisogna tenerle a distanza. La ragione fa sempre quadrare i bilanci. Ma per questo spesso esorcizza sentimenti ed emozioni. Proprio non me la sentivo di liquidare tutto perchè la logica lo imponeva. Quei momenti tumultuosi che stavo vivendo non li avrei lasciati morire. Ero spaventata: ma percepivo che in tutto quell’incomprensibile sequenza doveva esserci un significato. E quelle paradossali comunicazioni segnavano la via per farmi capire. Non sapevo ancora che cosa.

Fuori dall’osteria ci fermammo un momento prima di risalire in macchina. Diedi un’occhiata alla torre dell’ala nord, alla merlatura, ai camminamenti di guardia. Indugiai un po’ più del dovuto. Miki sorrise, scosse la testa e capì che non mi aveva convinto.

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Pittori “L’uomo è una corda tesa tra l’animale e il superuomo, una corda tesa sopra l’abisso. Un pericoloso andare al di là, un pericoloso essere in cammino, un pericoloso guardarsi indietro, un pericoloso rabbrividire e fermarsi.” F. Nietzsche

Lunedì. Mattino. Studio del pittore.

Ritornavamo a casa, tranquillamente. Miki guidava e pensava: pensava ad altro. Nè l’una nè l’altra di noi si rendeva bene conto di quanto era accaduto, o stava accadendo. Una giornata straordinaria o terribile? Angoscia o esaltazione? Non era facile stabilirlo. Per un tratto di strada parlò solo il silenzio: niente musica, niente conversazione. Allontanarsi dal castello non permetteva comunque di dimenticare. La luce dei fari rompeva l’oscurità. Dava momentanea vita agli strati di nebbia, che ci venivano incontro, come improbabili vele trasparenti. La nebbia ha un suo valore filosofico. Affronti il muro che ti trovi di fronte, con cautela lo superi e credi di avere risolto tutto. Invece, subito dopo, ne trovi un altro e il gioco ricomincia. E’ così anche nella vita. Solo alla periferia della città, trovai il coraggio per rompere il mio mutismo: “Mi dispiace molto per quello che è successo. Non avevo intenzione di rovinarti la giornata”. “Non ti preoccupare: non è colpa tua.” - fu la risposta - “Sono le situazioni che sono padrone di noi. Tu ti trovi in mezzo e fai solo quello che puoi. Per temperamento io non sono per niente passiva, tu lo sai. Ma ormai ho imparato. A volte cadi nell’ingranaggio e non ne esci se non quando la macchina ha finito il suo ciclo di lavorazione. Nel senso che prima subisci la tua ripassata, il destino ti centrifuga a dovere. Poi, se Dio vuole, torna la quiete. Vuoi un consiglio? Non deprimerti. Non assillarti con i perchè. Tu stai cercando, ma non affannarti. Sarà la logica delle cose, imprevedibile, a portarti dove devi andare. Se ti opponi, soffri. Se insisti, ti fai del male. Se pretendi di capire, ne esci con la mente rotta. Bisogna avere il coraggio della semplicità.”

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Mi piaceva starla a sentire. Possedeva quel tono di cordiale saggezza che incantava: il fascino della concretezza e la suggestione dell’ideale. “L’uomo è una corda tesa tra l’animale e il superuomo - aggiunse poi - una corda tesa sopra l’abisso. Un pericoloso andare al di là, un pericoloso essere in cammino, un pericoloso guardarsi indietro, un pericoloso rabbrividire e fermarsi”. (1) E sottolineò: “Nietzsche. Lui sì che se ne intendeva”. Se quella citazione fosse venuta da qualcun altro l’avrei presa come sfacciata esibizione. Lei no, non aveva intenzione di mortificarmi. Sapeva molte cose più di me. Ma non me le faceva pagare a caro prezzo, non le lasciava cadere dall’alto. Me le regalava, come si offre un sorriso ad un amico. Sotto casa i saluti furono più calorosi del solito. Ma dopo un attimo mi ritrovai sola. Sola si fa per dire. Ad aspettarmi c’era lui: il fido Red. Gli animali non hanno la ragione, diciamo noi. Gli animali non pensano. Gli animali sono solo istinto, diciamo noi. Ma come è che loro sono sempre sereni, e noi no? Mi aveva aspettato per ore, accucciato là sul tappeto. Ora mi vedeva ed era felice, semplicemente felice. Non mi chiedeva dove fossi stata, perchè avessi tardato, perchè non avessi avvertito. Era contento, contento di rivedermi: l’importante per lui era farmelo capire. Forse sarebbe bene che imparassimo un po’ da loro, dagli animali, dal loro istinto come si deve vivere. Queste pillole di saggezza mi solleticavano l’anima, mentre cercavo di riordinare le idee. Rividi in una improvvisa, precisissima sequenza tutte le fasi della mia avventura interiore. Daniel, barbone sapiente, faccia da schiaffi, mi aveva aperto gli occhi. Io sono il mio corpo, il mio corpo è me, diceva. Il corpo rivela la sua storia attraverso la forma; ogni curva, ogni muscolo racconta un capitolo di esperienze. Questo è il carattere. Dopo quelle considerazioni ero entrata in crisi. Valeria, l’amica Valeria, poi aveva fatto la sua parte. Un’emozione innesca un atteggiamento. Se tale reazione diventa abituale, il sistema muscolare si fissa; una struttura blocca l’elasticità emotiva e gli atteggiamenti si riducono a schemi acquisiti. La personalità, di cui tanto andiamo orgogliosi, è tutta qui. Quindi il postino, l’“Allegoria del Tempo”, la fisiognomica: “fusis” e “nomos”, legge della natura. Squisita la cortesia del professore. Mi aveva accolto e con quella benedizione culturale avevo scoperto Aristotele: una sintesi che non conosce incertezze. Senza la forma gli esseri non potrebbero esistere; grazie alla forma sono quello che sono. La forma che determina la materia è l’anima. Parola di peripatetico: nel senso antico, naturalmente. E mentre mi dedicavo alla cultura, ritrovai Miki, la dolce Miki. Lei mi aveva aperto gli occhi sulla depressione di Max. Con lei avevo trovato una ragione importante per continuare a cercare. Cosa si legge nel viso? Della Porta, il “mago”, non aveva dubbi. Nella faccia vedia-

mo le inclinazioni. Se un uomo ha particolari fisionomici che richiamano qualche animale, anche il suo carattere esprimerà quella relazione “bestiale”. E l’anima, il principio intimo cui nessuno si sente di non credere, che cos’è? Platone sosteneva che non solo esiste, ma che è la vera matrice divina che noi possediamo: il corpo è solo apparenza, è fantasma dell’anima. Proprio all’anima voleva fare riferimento la pittura di Leonardo: l’anima regge e governa ciascun corpo, l’anima è maestra del corpo. La pittura è poesia che si vede. La poesia è pittura che si sente. Due forme di poesia cioè che scelgono due sensi diversi per penetrare nello spirito. Mi aveva colpito questa idea di Leonardo: la vista e l’udito, come forme per cogliere il messaggio più vero della realtà. Vedere e ascoltare. Questo abbinamento riuscì a darmi un fremito immediato. Il perchè fu subito chiaro. Quasi senza pensare corsi al cassetto dello scrittoio. Ne presi quel fax assurdo di alcuni giorni prima. Tanto mi aveva inquietato allora, perchè non aveva senso, quanto mi torturava adesso. Ora infatti era chiaro il messaggio. Lo rilessi con calma forzata, molto forzata. “Videre audireque”: vedere e ascoltare. Chi avrebbe potuto mettere in programma tutta la serie di circostanze che mi avevano portato a Leonardo e alla sua frase su poesia e pittura? Nessuno. Nessuno. Quindi nessuno aveva scritto quel fax. Nessuno mi aveva mandato il postino. Nessuno. Nessuno, secondo la logica, la razionalità. Eppure qualcuno lo aveva fatto. Qualcuno era riuscito a prendermi per mano, a sintetizzare in anticipo il senso della mia visita a Malpaga. Decisi di non lasciarmi prendere dallo sconforto. Volevo rimettere nei binari la situazione. Ragionai. Esaminai i fatti. Avevo prima visto, poi fissato intensamente la figura di Vismara. Da lì aveva preso avvio tutta l’esperienza. Mi ero sentita parte della sua disperazione. E infine avevo potuto ascoltare le sue parole d’angoscia. Al di là delle conseguenze sconvolgenti, la logica era chiara: vedere il volto ti fa ascoltare l’anima del ritratto. Quindi, nel volto sono integrati i segni della vita, le emozioni cristallizzate dell’esistenza. La stavo facendo facile, forse troppo facile: eppure il senso era quello. Guardare gli altri per conoscere il loro carattere: era inspiegabile, ma il gioco funzionava. Era un indizio, una direzione, una luce nell’assurdo. Valeva certo la pena seguirla. Sicuramente il percorso era ancora lungo e accidentato: ancora molti tasselli mancavano al mosaico. Mi sentivo comunque al settimo cielo: un esploratore che ha chiaro in mente l’obiettivo. Capire creava consapevolezza, e la consapevolezza determinava comunicazione. Il modo in cui avveniva, però, era ignoto e misterioso. Fui presa da una straordinaria euforia. Respiravo di nuovo, potevo permettermi di

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avere di nuovo fiducia: in me stessa, e in quello che avveniva fuori di me. Non ero pazza, forse. Bilancio esaltante. Un’evasione culturale, un contatto ai limiti del paranormale, e ora questa conclusione: in quel volto l’intimità, i turbamenti, le passioni, i sentimenti. Non potevo ancora escludere che si trattasse di autosuggestione pura e semplice. Forse la schizofrenia comincia proprio così, sentendo le voci. Ma anche questa ipotesi, tutt’altro che remota allo stato attuale delle cose, non riusciva ad impensierirmi. Ero troppo sicura di quello che avevo provato. Lo percepivo nitidamente: non si trattava di un’allucinazione. Era un autentico messaggio: dialogo, certo particolare e strano, ma dialogo. La chiave di lettura passava attraverso il cuore: la sensibilità, la volontà di guardare per ascoltare dava vita ad un linguaggio che nasceva dalla fisionomia. Per il momento era inutile cercare altre prospettive. Diceva bene Miki: domani è un altro giorno. Red era lì vicino. Chiesi anche il suo parere: “E tu cosa ne pensi?” Mi ero lasciata prendere da quella sarabanda di pensieri. Automaticamente, stavo accarezzando il cane. Red gradiva. Si limitava a ricevere, immobile, queste manifestazioni d’affetto. Lui credeva che fossero tali. Per me, in realtà, erano solo un modo per scaricare la frenesia interiore. Alla mia domanda si era scosso. Come sempre aveva attivato il suo sistema di allerta. Era straordinario: sembrava capisse tutto. In quegli occhi brillava la complice solidarietà di un amico e l’equilibrio distaccato di un saggio: un saggio di antico pelo. Lui non capiva cosa mi mulinasse nella mente. Ma percepiva: percepiva in me apprensione, disorientamento, fragilità. E tanto gli bastava per comunicarmi che, di tutto cuore, lui era dalla mia parte: comunque si mettessero le cose. Spesso chi ha un animale in casa recita lamentele: piagnucola sui disagi, sulle responsabilità, sulle limitazioni a causa della “bestia”. Inevitabilmente. Poi bastano momenti come questo, basta un dialogo di sguardi, per riconciliarti con l’amico che avevi snobbato. Lui è lì, sempre lì pronto al tuo fianco. Per questo mi sentii un po’ meno sola, e riuscii a prendere sonno quasi subito. Dico quasi, perchè non fu esattamente un’operazione immediata. L’immagine di quella infelice presenza era scolpita nella mia anima: difficile cancellarla. Mi confortò solo un pensiero: in qualche modo ero stata utile a quel disgraziato, gli avevo consentito di sfogarsi, quasi di piangere sulla mia spalla. Speravo che un po’ questo lo avesse aiutato. Facevo da sola questa analisi e cercavo di scuotermi da quella suggestione. Non poteva essere vero. Eppure tutto, prepotentemente, mi si ripresentava alla memoria. Dopo lunghe battaglie, la prostrazione nervosa mi vinse e potei finalmente riposare. Il mattino seguente fu come uscire da un incubo. Non riuscivo bene a realizzare: avevo vissuto realmente o solo sognato quell’esperienza? Decisi di ritornarci sopra

il meno possibile. La vita continua, e doveva continuare. Uscire mi avrebbe fatto bene. Ebbi un momento di ripensamento. Ormai da alcuni giorni non pensavo al lavoro. Non avevo in ballo niente di immediato: ma anche creare contatti è fondamentale. Meritavo proprio un voto insufficiente. Troppo forte però la tentazione. La giornata era splendida. Un sole penetrante rendeva sopportabile il termometro sotto zero. Dalla finestra osservavo il traffico normale di un lunedì normale, con la gente normale che seguiva indaffarata il suo normale destino. Avevo quasi invidia. Beati loro, che hanno un mondo sicuro davanti. Il mio mondo invece vacillava, anche troppo spesso. Il lunedì è per tutti il giorno peggiore della settimana: si riprende con il muso lungo. Ma avevo fatto a me stessa la promessa di non essere triste. Quale migliore compagno del cane per un colpo di vita? Il mio Red aveva intuito che sarebbe stata una giornata giusta. Si agitava con un nervosismo incontrollato. Sperava in quella che, per tutti i cani, è la sequenza decisiva. Giubbotto, cappello, scarpe da ginnastica e poi, finalmente, il culmine dei desideri: collare e guinzaglio. Noi sciupiamo il tempo cercando una definizione di felicità. Così la gioia piena, quella vera, rimane strozzata in gola. L’urlo della vita non ha spesso il coraggio di rompere il conformismo, la cautela, l’immobilismo della nostra anima. I cani, loro sì che se ne intendono. Sono immediati, diretti, sempre meravigliosamente vivi. Guinzaglio significa uscire: uscire, passeggiata, corse, libertà di annusare, gioia. Ed è una gioia contagiosa. Spesso mi capitava di portarlo fuori solo per assistere al suo rito di festeggiamento. Era commovente, coinvolgente. Anche passeggiare in centro non era poi male. Certo, lo smog opprime. Ma, nella calca, potevo permettermi di non pensare. Il lunedì è giorno di mercato in città. Azzardato, per non dire incosciente, avventurarsi tra le bancarelle con un cane da caccia. Ti trascina come un dannato: poi, di scatto, si blocca ad assaporare gli aromi rasoterra. Era presto però, forse non ci sarebbe stata troppa gente. Almeno me lo auguravo. “Regalo, regalo, regalo”. I venditori si sgolano come forsennati. Profumo di pesce fritto e patatine. Spintoni immancabili. Donne che cercano la più assurda occasione della giornata. Distrattamente do un’occhiata alla merce: sciarpe, maglioni, un giaccone di montone fine serie a poco prezzo. L’atmosfera è quella di sempre. La gente si strappa quasi gli articoli dalle mani. Tutti sono posseduti da un’avida bramosia: nessun rispetto, nessuna pazienza. Non lo sopporto. Proseguo. Sempre al traino di Red, rasento un signore baffuto. L’ho quasi urtato, è vero, ma non capisco perchè continui a fissarmi: non gli ho fatto niente. Voglio uscire dall’imbarazzo. Mi avvicino e chiedo scusa. Lui minimizza, con cortesia. E con

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altrettanta gentilezza spiega la sua attenzione, così insistita, nei miei confronti. “Come sta oggi? Si è ripresa?”. Lo guardo con stupore evidente, ma lui non lascia spazio alla mia perplessità. “Sa c’ero anch’io ieri a Malpaga. Aveva proprio una brutta cera. Ma la capisco: quelle sono esperienze dure da digerire. Lei è stata molto coraggiosa. Ha controllato perfettamente la situazione. Si è lasciata andare solo un momento, all’osteria. Ma non se la prenda, non se ne è accorto nessuno. Io l’ho notato perchè conosco già la storia. E’ capitato anche a me tanti anni fa. E, le dico la verità, sono stato molto meno bravo di lei. Hanno dovuto risvegliarmi con due ceffoni e tre dita di cognac”. Non sapevo se piangere o ridere. Il mio destino mi stava perseguitando, anche nei luoghi più impensati. In compenso, avevo incontrato un compagno di sventura. E non era poco. Abbozzai solo uno stentato “Anche Lei?”. Questo gli diede il là per una confessione in piena regola. “Ero un giovane studente all’Accademia di Belle Arti. La mia passione erano gli affreschi. Malpaga è vicino. Ci andai due, cinque, dieci volte: sempre pagando il biglietto, si intende. Il custode ormai era un amico. Aveva fatto l’abitudine alla mia faccia. Così una volta fece uno strappo alla regola. Era una mattina d’estate: caldo come ai tropici. Avevo con me il mio album di schizzi. Proposi l’improponibile al vecchio Anselmo: lasciarmi nel castello durante la chiusura di mezzogiorno. Me ne sarei stato lì buono, a fare i miei disegni. Accettò, a malincuore, ma accettò. Dopo mille raccomandazioni, e millecinquecento divieti, richiuse il pesante portone alle sue spalle. Rimasi solo, straordinariamente solo nel cortile interno. Ero gelato dall’emozione. Ruotavo lo sguardo a trecentosessanta gradi, per possedere con gli occhi tutte quelle pietre. Il passato, che scorreva in quelle inerti compagne, mi invadeva, conquistava in me lo spirito e il corpo. Il silenzio era complice: sottolineava l’eccitazione e la moltiplicava. Ormai preda di questa metamorfosi entrai nella sala del banchetto: quella in cui Lei si è sentita male. E qui accadde qualcosa che, in un certo senso ha cambiato la mia vita.” Fino a quel momento me ne ero rimasta ad ascoltare, attenta ma non del tutto coinvolta. Ora però avevo l’impressione di ripercorrere quegli istanti cruciali. Lui continuò. “Ho dato la colpa all’afa, al fatto che fossi a digiuno, alla suggestione del luogo. Ho tentato di spiegare. Ma non c’era nulla da spiegare. Tutto era terribilmente chiaro. Avevo fissato la fisionomia della spia, quella figura che sbuca da dietro la colonna, sulla parete di sinistra. Io cercavo particolari di esecuzione pittorica. E invece... Invece mi sentii subito strano, come risucchiato in una dimensione diversa. Quel volto assunse dettaglio: le linee si precisarono. La faccia emerse, cruda e intensa. E

quanto più fissavo, tanto più ascoltavo l’angoscia che quella faccia esprimeva. Non mi giungevano parole. Percepivo solo un sentimento cupo, amaro che precipitava nell’angoscia. Sentivo in me quella disperazione: una specie di transfert, di partecipazione, di solidarietà, di compassione, di amore. Ascoltare quella voce senza voce era un atto di amore, nel senso più nobile. Volevo essere vicino a quell’uomo, perchè sul suo viso leggevo i segni delle sue emozioni. Dica la verità, anche a Lei è successa la stessa cosa! ”. “Ma, veramente...” Ero visibilmente turbata. Non sapevo che fare. Non sapevo se fidarmi di questo sconosciuto pittore. Ma come non fidarmi, se anche lui aveva provato ciò che io avevo sentito. “Non si preoccupi - riprese subito, togliendomi da una condizione difficile - Non mi offendo anche se mi dice che non è vero niente. La capisco, anch’io ho reagito così allora. Cioè, ho cercato di reagire. Perchè in realtà quel chiodo ha cominciato a lavorarmi dentro. Diventò un’idea fissa. Fisionomia e passioni: le due dimensioni si integrano, armonizzano. E la faccia di chi abbiamo davanti assume per noi un carattere. Questa era l’ipotesi sorprendente. Tracce di condizione psichica cristallizzate nel viso, frammenti di vita che riuscivano a scalfire non solo il cuore, ma anche i lineamenti: questa divenne la mia ossessione. E in quei lineamenti palpitava il mondo sotterraneo delle emozioni. Leggerle sul volto: questa era la sfida. La pittura si mutava in itinerario di scoperta, momento di comunicazione, modo per rappresentare al vivo ciò che più è vivo in un uomo: la sua personalità. Da allora è cominciato il mio lavoro di scavo. Ho trascurato le altre forme espressive, mi sono buttato totalmente sul ritratto. Non cercavo solo una tecnica pittorica: tentavo di fissare sulla tela l’emozione. Ma l’impresa non era facile. Tutti gli stati d’animo possono essere espressi nel dipinto. Ecco, a me interessava l’essenza dello stato d’animo. E’ stata un’evoluzione estenuante. I miei tentativi pittorici in questa fase portano i segni della fatica, del disinganno, delle delusioni. Se li vedesse potrebbe rendersene conto.” Ebbe un attimo di esitazione: “Non vorrei sembrarle sfacciato, ma il mio studio è qui a due passi, in Piazza Pontida. Venga e Le farò vedere come l’arte possa essere, o forse debba sempre essere, travaglio e tormento.” Esprimeva queste idee con semplicità e schiettezza disarmanti. Aveva un’aria per bene. Mi fidavo del mio sesto senso: e molto più mi fidavo di quello di Red. Il cane non aveva atteggiamento ostile nei suoi confronti. Stranamente lo aveva avvicinato, come se lo conoscesse da tempo. Mi dava sicurezza essere scortata dal cane. Accettai. Uscimmo dalla bolgia. Il percorso fu decisamente breve, come promesso. Lo studio era all’ultimo piano, in una di quelle vecchie case di cinquant’anni fa.

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Tanto caratteristiche, tanto umide e tanto scomode: quattro piani senza ascensore. Ma la mansarda del pittore era da sogno. Una veranda luminosissima apriva un colpo d’occhio gioioso sui tetti. Nell’unico stanzone tutto era disordine. Colori, pennelli, tele, schizzi: alle pareti abbozzi, prove d’autore, scarabocchi. Questo regno del caos sembrava possedere però una sua personalissima armonia: l’equilibrio dell’arte. Lui parlava continuamente, mostrandomi i suoi lavori. Ostentava legittimo orgoglio, voleva farmi partecipe della sua parabola creativa. Io cominciavo ad essere un po’ impaziente. Non dico che stavo sbuffando, ma il mio nervosismo traspariva: continuavo a prendermela con il povero cane. Red di buon grado mi reggeva il gioco: annusava ogni angolo e quindi giustificava i miei rimproveri. Finalmente il pittore capì. “Adesso Le faccio vedere cosa ho combinato dopo quell’avventura ”. Si ritirò in una specie di ripostiglio attiguo. Ci rimase alcuni minuti. Dovevo pur passare il tempo, e mi guardai intorno. Non aveva solo quadri, c’erano anche libri: letteratura, qualche saggio politico, alcune riviste. E poi un’opera poco comune, un titolo che incuriosiva: “Le figure delle passioni”. Verificai l’autore: Charles Le Brun. In quel momento rientrò e mi colse con il libro in mano. “Quella è la mia Bibbia. Da allora è diventata la mia bussola. Questo grande pittore di corte del Re Sole ha trovato, in dettaglio, quello che io cercavo: la rappresentazione pittorica di sentimenti ed emozioni.” E mentre lui installava sul cavalletto una tela di non eccelsa fattura, per indicarmi i segreti della sua arte, aprii il libro a caso, proprio su un’emozione inquietante: la collera. “Colui che sente questa passione ha gli occhi rossi e infiammati, la pupilla stravolta e sfavillante, le sopracciglia ora abbassate, ora sollevate allo stesso modo. La fronte apparirà molto corrugata, con pieghe tra gli occhi. Le narici appariranno aperte e dilatate, le labbra premute l’una contro l’altra, e il labbro inferiore sporgerà più in fuori di quello superiore, lasciando gli angoli della bocca un po’ aperti, a formare un riso crudele e sprezzante.” (2) L’effetto fu particolare: ne fui scossa. Vidi riprodotta proprio quell’espressione di Malpaga. Altri particolari completavano l’immagine. La collera trasforma il volto. Viso pallido in qualche punto, arrossato in altri e tutto gonfio. Vene della fronte, delle tempie e del collo gonfie e tese. Capelli irti. Chi è preda della collera si gonfia invece di respirare, perchè il cuore è oppresso dall’abbondanza di sangue. Ero immersa nella lettura, non mi curavo di quello che il pittore voleva dirmi. Non potevo fare diversamente. Per me era come vedere tradotta in parole quella faccia da inferno. Mi girai disorientata. Assunsi un atteggiamento guardingo, anche se lui stava facendo il possibile per essere cortese. “Quel libro mi ha aiutato molto - aggiunse - Mi ha fatto capire che la pittura è in grado di riprodurre la passione, quello che si muove dentro. L’emozione, il tur-

bamento interiore si manifesta sul volto, diventa espressione. La pittura riproduce questa comunicazione di segni e coinvolge chi osserva. L’espressione rende visibili gli effetti della passione.” Raccontava e la sua non era cultura del sentito dire. Era esperienza e fatica interiore. “Che cos’è la passione? Sa Lei cos’è la passione? La passione è moto. Fa in modo che l’anima segua ciò che ritiene buono per sè, e fugga da ciò che giudica pericoloso. E, soprattutto, una passione nell’anima innesca un effetto nel corpo: un effetto che poi trova modo di manifestarsi. Tutta, tutta qui la spiegazione di ciò che è successo a noi! Ricorda quell’uomo nell’affresco? Un’espressione tanto intensa che ci ha risucchiato nella sua vita. La luce dello sguardo, il taglio della bocca, le pieghe della fronte ci hanno scaraventato in una situazione: nella sua situazione. Per qualche istante ne abbiamo fatto parte. Non c’è altra spiegazione. La pittura dà voce all’espressione. Chi osserva è coinvolto, rapito. Entra in un contatto spirituale”. Rimanevo ad ascoltare. Ogni passaggio ora mi convinceva. Lui, rinfrancato, proseguiva. “Ma come si manifesta nel corpo l’azione delle passioni? Se lo è mai chiesto? Non è che movimento, cambiamento a livello muscolare. Dice Le Brun che i muscoli sono in collegamento con l’estremità dei nervi e i nervi agiscono tramite gli spiriti contenuti nelle cavità del cervello. Il muscolo che si muove di più riceve maggior apporto di spiriti e diventa più gonfio. Gli altri che sono privi di tale carica appaiono più distesi e più ritratti. Spiriti nella cavità del cervello! Fisiologia cartesiana, lontana anni luce da noi. Lei sorrida pure se vuole. Ma sull’effetto non si discute, ieri come oggi: l’emozione agisce sul corpo.” Era un gioco ad incastro. Un quesito rimandava ad altri, tutte tessere fondamentali nell’insieme. Continuò. “Mi permetta di andare ancora più in profondità. Che cosa organizza le emozioni? L’anima, proprio l’anima. Riceve le impressioni delle passioni nel cervello, e ne sente gli effetti nel cuore. Nell’amore l’anima vuole congiungersi agli oggetti che la attraggono. Nell’odio gli spiriti la incitano a rimanere separata da ciò che percepisce come dannoso. Il desiderio è un’agitazione per mantenere un bene presente: ma anche per raggiungere un obiettivo ipotetico. Nella gioia l’anima può godere di un bene che sente suo: le impressioni del cervello glielo rappresentano così.” (3) Si era preparato a memoria la lezione? Non credo. Esprimeva quei concetti con disinvoltura: li aveva metabolizzati. Procedeva quasi in affanno, troppe cose sentiva di dovere dire. “Proprio nel viso l’anima mostra più intensamente ciò che prova. E, nel viso, è il sopracciglio il particolare in cui le passioni possono essere riconosciute. Noti bene, il sopracciglio e non gli occhi: Le Brun è categorico. La luce della pupilla, infatti, e il suo movimento testimoniano l’agitazione dell’anima. Ma non ci permettono di

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capire di che natura sia questa agitazione.” La mia curiosità era infiammata a mille. Fremevo. Volevo togliere rapidamente il disturbo e correre a procurarmi quel testo miracoloso. Lo avevo in mano quel volumetto e lo stringevo. Ma non era mio, e lo posai. Penetrare in quei segreti era ormai il mio solo obiettivo. Mi scusai, si era fatto tardi, dovevo andare. Ringraziai. Prima di lasciarmi uscire, il pittore mi sorprese, ancora una volta, con un gesto di eleganza e generosità: “Lo tenga pure quel libro. A me ha già aperto molte porte. Spero che possa fare altrettanto per Lei. Io credo che nella vita non sia difficile essere felici. Basta trovare la strada giusta.” Impugnai il libriccino come un trofeo di guerra. Lusingata, ma soprattutto impaziente, discesi a precipizio la prima rampa di scale. Attesi che la porta del pittore si richiudesse. Legai Red alla ringhiera e mi sedetti sui gradini, smaniosa. Non fu difficile ritrovare il capitolo. Del sopracciglio io volevo sapere, e di come esprime le diverse emozioni. Guardai con maggiore attenzione. Finalmente fui premiata: “Man mano che le passioni cambiano natura, i movimenti delle sopracciglia cambiano forma. (...) Vi sono due movimenti delle sopracciglia che esprimono tutti i moti delle passioni. (...) Quello diretto in alto verso il cervello esprime tutte le passioni più violente e crudeli. (...) Ma bisogna sottolineare che vi sono due modi in cui si alzano le sopracciglia. Uno, in cui il sopracciglio si alza nel mezzo, e questa elevazione esprime movimenti gradevoli. C’è da osservare che quando il sopracciglio si alza nel mezzo, la bocca si alza negli angoli, e con la tristezza si alza nel mezzo. Ma quando il sopracciglio si abbassa nel mezzo questo movimento denota un dolore corporeo, e allora fa un effetto contrario, perchè la bocca si abbassa negli angoli”. (4) Leggevo e volevo verificare. Faccia triste, faccia allegra: mi imponevo di tenere sotto controllo nelle diverse situazioni sopracciglia e bocca. E per quel fine preciso facevo smorfie e boccacce. Red osservava con indifferenza queste esibizioni: chissà se per loro, i cani, ha un senso la parola follia. Ma io non potevo trattenermi. Stavo compiendo un nuovo passo avanti, lo sentivo. Lo smarrimento mi portava a volerne sapere di più. Solo conoscendo si riacquista equilibrio. E l’esplorazione del volto era tappa obbligata. Apuleio insegna: “L’uomo si mostra interamente nella testa e, a dire il vero, se l’uomo è detto la sintesi del mondo intero, la testa può essere considerata a buon diritto la sintesi di tutto il corpo a cui appartiene”. (5)

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Darwin “... Persone diverse usano frequentemente muscoli facciali diversi a seconda della loro disposizione mentale, per cui questi muscoli possono svilupparsi più del normale; e di conseguenza le rughe e i solchi che si formano sul loro volto a causa della contrazione abituale diventano così più profondi e vistosi”. Charles Darwin

Lunedì. Mezzogiorno. Casa di Helen.

Accovacciata su quella scala mi stavo regalando un’invidiabile pausa di intimità. Nella penombra gustavo un nuovo modo di considerare cose e persone. Ogni istantaneo atteggiarsi mobilita il cuore e il corpo. La parola risolutiva è metamorfosi. Sollecitazioni dall’esterno modificano il nostro stato d’animo. E il mutamento si manifesta anche con minimi, impercettibili particolari. Il sopracciglio, rialzato al centro o di lato, trasmette significati, cioè modi diversi di considerare e valutare la realtà. Come siamo complicati, meravigliosamente complicati! Nulla è automatico, tutto è tremendamente organizzato. Presa da questi pensieri, e distratta dalla lettura, avevo quasi dimenticato il mio povero Red. Si fece sentire quando capì che me ne stavo andando, lasciandolo là, prigioniero. Richiamò la mia attenzione con una specie di sbadiglio sonoro. Mi fece tenerezza quella sua beata innocenza: sembrava risvegliarsi da un sonno profondo. Ero però sicura che aveva seguito ogni mio minimo movimento. Sornione ma sempre pronto all’azione, scese le scale ciondolandosi un po’. Rinunciò alla micidiale accelerazione che caratterizza ogni sua partenza. Sul marciapiede ci attendeva la vita, banale come sempre. Non avevo voglia di tornare subito a casa. Il libro del pittore aveva esaltato il mio spirito d’avventura. Sarebbe stata una bella scoperta riuscire a beccare nella faccia di qualcuno un sopracciglio in posizione strategica. Il rischio, e non di poco conto, era di apparire invadente o, peggio, di essere fraintesa. In un bar presi un caffè al banco. Qui la

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possibilità di osservare era più anonima, meno sospetta. Trovai, o credetti di trovare, conferme alle mie letture e ne provai autentica soddisfazione. Ma l’entusiasmo si spense presto. Red si era accucciato ai miei piedi, in una posizione poco abituale. Cercava protezione, lui che era un tipo da arrembaggio continuo. La cosa mi preoccupò un po’. Decisi di sbrigarmi verso casa. Il cane camminava come se avesse male alle zampe. Reumatismi? Una volta aveva avuto un problema del genere: ma non ricordavo più bene i sintomi. Finalmente arrivammo. Anche nell’ascensore, inspiegabilmente, il cane si mostrava apatico, indifferente. In casa si lasciò cadere sul tappeto. Si sdraiò stiracchiandosi, come per riprendersi da un intorpidimento muscolare. C’era sicuramente qualcosa di strano nel suo comportamento. In genere è di buon umore, se si può dire di un cane. Trotterella davanti a me: andatura elastica e solenne, coda in alto ma non rigida. Quando vuole essere affettuoso abbassa la testa e il corpo, si piega in movimenti flessuosi, la coda distesa si agita a destra e a sinistra. Gli orecchi pendono verso il basso, leggermente spinti all’indietro; le palpebre, di conseguenza, si allungano e l’aspetto del muso cambia completamente. Le labbra sono rilassate, il pelo liscio. Spesso si avvicina alla ricerca di carezze e mette alla mia portata la parte del corpo più sensibile: collo e schiena. Arriva al punto di fare un movimento serpeggiante, di strisciare sotto il passaggio della mano. Cerca di godere pienamente della mia vicinanza. Al colmo dell’eccitazione fa una smorfia, che assomiglia in modo impressionante ad un sorriso. Con il labbro superiore tirato indietro, come quando ringhia, emette un soffio che richiama una risata. Tutte le volte che lo fa mi torna alla mente quella citazione di Sommerville: “E il levriero festante con ghigno cortese ti saluta accucciandosi, e dilata le ampie narici, si torce verso l’alto e i suoi grandi occhi color prugna si struggono in dolci moine nell’umile gioia.” (1) Questo è il suo carattere. Anche i cani hanno una personalità. Quindi non potevo non essere preoccupata. Non era nelle sue condizioni abituali. Non mi sembrava vero di vederlo lì, buttato in disparte. Chiamare Francesca, solo questo potevo fare. Francesca era la veterinaria di Red, una ragazza sveglia e dinamica. A lui era subito risultata simpatica. “Francesca, ciao. Ho un problema. Red da stamattina è, direi, un po’ addormentato. Insomma non è del solito umore. Mi sembra anche che abbia male alle zampe. Vorrei che tu gli dessi un’occhiata. Quando posso venire? Alle sei? D’accordo. Grazie”. Conversazione rapida e concisa, per una soluzione immediata dei miei dubbi. Non ho mai sopportato di tenere dentro una situazione di tortura. All’ambulatorio arrivai, come sempre in ritardo: i divieti di sosta in città non lasciano scampo. Scambio di saluti e abbracci con Francesca. Non la vedevo da circa un anno. Venimmo subito al dunque: “Come ti dicevo, è apatico, indifferente. Non è normale”.

Con tocco professionale Francesca issò l’animale sul lettino. Lo sottopose a palpazioni molto definite: zampe, pancia, schiena, collo. Nessuna reazione di dolore o fastidio. Anzi, il cane assumeva un atteggiamento particolare, lo definirei sognante, uno sguardo estasiato. Quelle attenzioni risvegliavano in lui chissà quale remota voglia di tenerezza. Francesca lo fece sdraiare: un’ultima verifica, per scrupolo. Poi, mentre Red riguadagnava la sua libertà, incrociò il mio sguardo e scoppiò a ridere: “C’è qualche cagnetta in calore dalle tue parti?” La condizione dell’innamorato in un cane non l’avevo mai osservata. Conviviamo con i nostri animali, ma li consideriamo poco più che soprammobili meccanici. Possono muoversi autonomamente, ma non li crediamo provvisti di spessore psicologico. Loro non possono essere come noi: questa sentenza è senza appello. Su quella riposano le nostre illusioni. E invece no. Francesca me lo stava confermando: Red soffriva di pene d’amore. Questo risveglio dei sensi nell’animale diede a noi la possibilità di scherzare sull’argomento. In fondo la natura si manifesta in modo simile negli esseri viventi. Ma faticavo ad arrendermi all’evidenza. Il mio cane era vittima, anche lui come tutti, delle più sconvolgenti pulsioni erotiche: “Mi sembra così strano. E’ incredibile. Forse perchè ti abitui a considerare l’animale come una intelligenza minore, finisci per pretendere che rimanga sempre infantile. E invece... Innamorato. Una cosa però mi stupisce: come può questa passione condizionare tanto il suo atteggiamento? Come può impadro nirsi della sua espressione? Gli animali sono simili a noi? O, semplicemente, noi siamo animali?” Francesca cercò di assumere, nonostante tutto, un tono professionale. E mi rispose: “Lo dice Darwin. La teoria dell’evoluzione parte proprio da questa base comune. Mondo umano e mondo animale evidenziano analogie, soprattutto nella dinamica delle espressioni. Prendiamo il discorso dall’inizio”. Ci accomodammo sul divanetto dello studio. Red, dopo lo stress della visita, aveva decisamente ripreso vigore. “Non devi stupirti della capacità espressiva negli animali - disse - E’ un insieme di azioni che si determina in forma precisa. Quando devi esprimere un’emozione ricorri al movimento. Comunque sia, impieghi in un certo modo il tuo corpo. E questi comportamenti, quando si manifestano per la prima volta sono, direttamente o indirettamente, utili. Soddisfano cioè sensazioni o desideri: nella natura nulla avviene senza significato. Poi, per associazione e per abitudine, ogni volta che si ripropone quello stato d’animo, i movimenti vengono ripetuti, anche se non hanno più alcuna giustificazione immediata. La volontà tenta in alcuni casi di bloccare questa associazione automatica: ma non riesce a gestire del tutto il sistema in gioco. Alcuni muscoli in particolare, difficili da tenere sotto controllo, si contrag-

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gono. Questa mobilitazione è espressione. E’ uno schema di reazione, che vale sia per gli animali che per l’uomo. Non è necessario cioè che il povero Red abbia perso la testa in particolare per qualche vamp a quattro zampe. Basta che si ripropongano alcune condizioni. E lui, pronto, si mette sul piede di guerra.” (2) “In sostanza - replicai - un’emozione mobilita, scatena un insieme di movimenti di risposta. Poi l’associazione emozione-movimento del corpo si fissa. E il riproporsi di quella emozione innesca automaticamente la risposta, anche se l’azione non produce ormai più nessun vantaggio diretto”. Francesca confermò. Red stava esprimendo comportamenti acquisiti. Al manifestarsi della tempesta ormonale, anche in assenza di un reale oggetto del desiderio, lui si comportava come se fosse nel vivo del corteggiamento. Ero stupita, stupita di questa dinamica emozionale tanto precisa e categorica. Il povero Red era schiavo, schiavo d’amore: “dog in love”. Ma il mio pensiero aveva già galoppato oltre. “Anche per noi esseri umani vale una tale metamorfosi in presenza di un’emozione? Le passioni sono in grado di modificare la nostra espressione somatica? La condizione emozionale plasma il nostro volto?” “Certamente - aggiunse sicura - Nella faccia di una persona non vedi solo il naso a patata, le orecchie a sventola, le labbra carnose. Quello è il corredo statico. Nel volto vedi anche la luce dell’entusiasmo, i colori della gioia, il grigio della tristezza, il nero del dolore. Vedi cioè espressioni.” Incalzai: “C’è un legame tra questa dinamica delle espressioni e la fisionomia della persona? Dovrebbe esserci. Anzi, deve esserci” “La fisionomia non è solo una maschera rigida, scheletro e muscoli. - precisò Francesca - E’ anche qualcosa di indefinibile. Manifesta quello che abbiamo dentro, cioè un nostro personalissimo schema di reazione alla realtà.Tu vedi in Red quel tono svogliato e indifferente perchè gli odori, sua grande passione, hanno innescato un comportamento acquisito. Emozione e passione, mobilitazione ed espressione: questo è lo schema vero della fisionomia”. Arrancavo per capire, ma cercavo di tenere il filo del ragionamento. Volevo darmi delle risposte. Era istantanea nella mia mente questa sequenza di osservazioni. Ascoltavo Francesca e nel frattempo sottoponevo le idee al mio personale arrangiamento. Pensai alla tristezza. Percepire qualcosa che stimola tristezza porta ad una reazione obbligata: lo sguardo è abbassato, il portamento abbattuto. Ma di fronte alla stessa scena non tutti rispondono con l’emozione tristezza. Un aereo che precipita porta qualcuno alle lacrime, perchè si sente coinvolto. Qualcun altro si limita ad una morbosa e fredda attenzione: vuole cogliere i particolari della sciagura. Altri rimangono assolutamente indifferenti.

Il modo di manifestare tristezza è analogo per tutti. Ma non tutti manifestano l’emozione tristezza rispetto ad una data situazione. Per ragioni difficili da definire ognuno, per così dire, sceglie le emozioni con cui rispondere alla realtà, alla vita. Le emozioni messe in gioco, e la loro dialettica reciproca, sono differenti da individuo a individuo. Se qualcosa non ti piace la gamma delle emozioni va dalla indifferenza, al rifiuto, al disgusto: un crescendo che ciascuno adatta a se stesso, alla sua personalità. Stavo ragionando in modo convulso, ma mi sforzavo di essere lucida. Recepivo le osservazioni di Francesca come spunti per posizionare i vari pezzi del “puzzle”: il puzzle della mia coscienza, che stava imparando a leggere nelle cose. Continuai nelle mie valutazioni. Lo schema personale, assolutamente personale, di risposta si basa sempre su emozioni prevalenti: quelle cioè che sono messe in gioco più spesso, con maggiore continuità. Ma c’è relazione tra questa mobilitazione e la fisionomia? Abituarsi a reagire con una specifica risposta emozionale alle sollecitazioni della vita condiziona la nostra faccia? E la nostra faccia che cosa è? Un insieme rigido e immutabile o, più verosimilmente, un centro di trasmissione? Da esso partono i messaggi con cui noi comunichiamo il nostro modo di vedere il mondo? E questa originale comunicazione è la base della nostra personalità? Molti “perchè” mi assillavano. E tutti ruotavano intorno ad un’unica ossessione: il volto. Forse, un po’ masochisticamente, scavavo sempre più in profondità. Ragionavo. Due gemelli hanno un corredo somatico uguale, o almeno molto simile. La loro fisionomia è identica. Ma poniamo l’ipotesi che abbiano caratteri diversi. Rispondono alla vita con differenti emozioni. Domanda: questo porta nel loro volto qualcosa che li fa distinguere? Se vale questa idea, la conclusione è definitiva: il nostro volto non è nulla di completamente e perfettamente scontato. Non è frutto solo del patrimonio genetico. Quello è sicuramente la base. Ma poi si inseriscono varianti di progetto: non sostanziali forse, ma percettibili. Il nostro intimo rapporto con il mondo ci fa scegliere come rispondere. Personalità, carattere, anima: chiamiamo in molti modi la parte spirituale che vive nell’uomo e definisce il suo modo di essere. La nostra identità emerge proprio da questo, solo da questo: dal modo in cui organizziamo la nostra risposta al mondo, giorno per giorno. Tornando ai gemelli, spesso diciamo “sono uguali ma hanno un’espressione diversa”. Ciò significa che il temperamento è diverso e così vincolante da modellare in modo percettibile la loro fisionomia. Quindi la fisionomia non è nella carne e nelle ossa, ma nello spirito? Forse è proprio così. Sicuramente parte di quello che c’è dentro si manifesta fuori, sulla faccia. E la forma in cui avviene questa espressione definisce un equilibrio originale. Questa è la nostra identità evidente, fatta di atteggiamenti che si manifestano nel corpo.

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Questi particolari fanno la differenza. Il ragionamento mi trascinava. La fisionomia è fatta di connotati fisici: ma la sua essenza va oltre quella dimensione. Dipende dalla vita che a quei connotati noi forniamo. “L’identità personale è allora solo l’insieme dei modi abituali di reazione alle cose e alla vita.” Dissi improvvisamente. Dopo il dialogo solitario con me stessa, ero uscita con questa frase, quasi volessi tirare le conclusioni del ragionamento che avevo fatto da sola. L’amica veterinaria si mostrò, per un istante, preoccupata. Io avevo seguito il mio percorso mentale, e poi così, di punto in bianco, avevo partorito quella illuminazione. Mi ero eclissata, Francesca lo capì. Non apparve però contrariata. Fu, anzi, comprensiva e portò argomenti in favore della mia opinione: “Sei in linea con le tesi di Darwin. Egli non formula ipotesi specifiche in merito alla fisiognomica, ma la sua posizione richiama quello che pensi tu. Persone diverse, egli dice, usano frequentemente muscoli facciali diversi, a seconda della loro disposizione mentale. Questi muscoli possono quindi svilupparsi più del normale. Di conseguenza le rughe e i solchi che si formano sul volto a causa della contrazione abituale diventano più profondi i vistosi. Inoltre, la libera espressione attraverso segni esteriori delle emozioni le intensifica. Un po’ come dire che questa abitudine a manifestare certe emozioni costituisce una specie di ginnastica per i nostri muscoli facciali. Quelli che lavorano di più finiscono per avere una maggiore tonicità. E disegnano quindi una figura tipica e originale. La figura della nostra fisionomia”. (3) Quindi, così io capivo, la faccia è figlia delle emozioni: di quelle che manifestiamo abitualmente, di quelle che lasciamo uscire fuori dallo scrigno dell’intimità. Ognuno ha la faccia che si concede. Lampo nella mente. Ritornò improvviso qualcosa che credevo superato. Valeria, l’amica Valeria, mi aveva fatto un ragionamento sul rapporto tra corpo ed emozioni. Le sue citazioni di quella Ida Rolf erano state un passo decisivo. Ora quelle idee stavano riaffiorando. Alla luce di questa nuova fase assumevano poi un significato ben più diretto. Quella tesi suggestiva sembrava trovare conferme. Drammatizzazione l’aveva chiamata Valeria. Qualcuno prova un’emozione e il suo corpo, di conseguenza, assume un atteggiamento: l’emozione cioè si manifesta. Ma se quella recita dura per un certo tempo, o si ripete con continuità, si forma uno “schema d’abitudine”. La disposizione muscolare si fissa. Valeria era stata molto precisa nella spiegazione. Alcuni muscoli si accorciano e si ispessiscono, altri sono invasi da tessuti connettivi. A questo punto l’atteggiamento fisico non cambia più, non può più essere cambiato: nemmeno se muta la disposizione mentale. Non solo. Questa abitudine muscolare, questa reazione fissata condiziona anche la dimensione emotiva: lo schema fissato imprigiona la persona in un atteggiamento.

In condizioni normali, invece, l’emozione viene vissuta e scaricata. Era a questo punto evidente: lo schema d’abitudine può incidere sulla struttura muscolare; quindi, anche sulla fisionomia. La Rolf e Darwin erano su posizioni vicine. Io, modestamente, ero dello stesso parere. Il dialogo con Francesca stava assumendo il carattere di una discussione scientifica. Mi succedeva spesso ormai. Era più forte di me. Vivevo con intensità, quasi con esasperazione, la mia curiosità per questi argomenti. Anzi, non era più solo curiosità. Era voracità di sapere. Dovevo fare chiarezza: mi rendevo conto che da questo dipendeva il mio equilibrio interiore. Ognuno di noi sente di essere qualcosa, di avere un valore. Ma fino a che punto l’immagine che noi abbiamo di noi stessi coincide con quello che gli altri percepiscono di noi? Il paradosso della fisionomia è tutto qui. Dove si va a controllare il barometro del proprio carattere? Quante volte ci è capitato di dire: prima non ero così, ero più calma o più furiosa, meno tranquilla, più paziente. Se alleno il mio corpo al sollevamento pesi, avrò un incremento di potenza preciso a carico di certi distretti muscolari. Se per abitudine indirizzo in un certo modo la mia reazione emozionale, dove andrò a verificare quale sia il mio atteggiamento prevalente? Sulla faccia, naturalmente. Non dobbiamo fare altro che guardarci. Sulla nostra faccia si sono stampate le passioni che ci definiscono: le abitudini emozionali che abbiamo imparato a sviluppare. Chiarire la mia mappa interiore era veramente per me questione di fondo. Non è necessario esalare l’ultimo respiro per sentirsi fuori dal mondo: basta non capire più quale sia il tuo mondo. Il mio affanno era un modo per ritrovare un punto fermo. Sapevo che dovevo superare quella inerzia dell’anima, a cui mi ero da tempo abbandonata. Proprio quella condizione mi aveva portato a non capire, a non sentire, a non vedere. Max, con la sua aria da bravo ragazzo, moderno e vivace, nascondeva a tutti il suo tormento. Ma quel tormento veniva fuori, non poteva esser soffocato. Miki lo aveva penetrato. Io nemmeno lo avevo visto: non ero stata in grado di ascoltare. Superficialità. Artificiosità di una vita, la mia, proiettata al successo e condannata alla dannazione da una sciocca presunzione. Vivi e lascia vivere. Non ti curar di lor, ma guarda e passa. Egoismo devastante il mio. Per ricostruire la mia vita avevo ricominciato a testa bassa, con coraggio e determinazione. Ma senza umanità: senza prendermi la briga di regalare una parola, un gesto, un sorriso. La freddezza, l’indifferenza sono il sintomo vero della morte interiore. Ora molto era cambiato. Stavo a sentire tutti quelli che mi offrivano uno zuccherino di conforto, che mi aiutavano a guardare il mondo fuori di me. Oggi si fanno corsi di “birdwatching”! Meglio sarebbe pensare in grande e fare lezioni di “selfwatching”: imparare a guardare se stessi. Solo chi capisce se stesso e il suo ruolo,

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può riservare agli altri un posto adeguato nella sua vita. E così io ora inseguivo il sogno di uscire da questo tunnel. Aveva fatto male a me, e sicuramente peggio a chi mi stava vicino, e ora non c’era più. Mi stava dando una mano, inconsapevolmente, anche Francesca. Con la sua formula professionale mi spiegava i turbamenti del mio Red e l’espressione delle emozioni negli animali e nell’uomo. Ogni incontro per me era ormai un capitolo: un capitolo del grande viaggio di scoperta di me, degli altri, di tutto. Un’avventura, una vera avventura. “L’espressione è tutto nella nostra personalità - riprese Francesca - Hai mai provato ad osservare, osservare bene, un volto quando viene manifestato uno stato d’animo? Riesci a cogliere un lavoro straordinario, un’architettura di muscoli che collaborano all’effetto finale: tutto in frazioni di secondo. La prima volta che mi capitò di assistere a questa esibizione perfetta fu con mio nipote. Ebbi la dannata idea di fargli da babysitter. Avevo pensato: un bimbo di tre mesi, che fastidio potrà darmi? E invece incominciò il pomeriggio più disastrato che io abbia vissuto. Sulle prime, tutto liscio. Poi il pupo si svegliò: e fu l’inferno. Si fa presto a dire piange. Dice piange un inesperto, che non sa come si fa a piangere. In realtà il pianto è un esercizio ginnico di complessità notevole. Dopo i primi vani tentativi di ottenere quiete, ho passato circa un’ora a verificarlo. Ma ne è valsa la pena. Innazitutto devi sapere che i bambini, quando strillano con forza, tengono gli occhi chiusi: così chiusi che la pelle intorno ad essi forma delle pieghe e la fronte si contrae provocando l’aggrottamento delle sopracciglia. La bocca è spalancata e le labbra sono tirate indietro. Questa posizione caratteristica fa prendere alla bocca una forma quasi quadrata. Gengive e denti sono scoperti, l’inspirazione è spasmodica. Ti preciso tutto questo per farti capire bene. Un atto automatico come il pianto innesca una mobilitazione totale. Ho approfondito, poi, il meccanismo, e ne ho avuto conferma. Si contraggono per primi i muscoli corrugatori. Spingono le sopracciglia in basso e in dentro verso la base del naso, e formano rughe verticali tra le due sopracciglia. Conseguenza è il corrugamento della fronte. Quasi nello stesso tempo entrano in azione gli orbicolari, responsabili delle pieghe intorno agli occhi. Infine è la volta dei piramidali, che producono corte rughe trasversali alla base del naso. Gli orbicolari, fortemente contratti, portano il labbro superiore a sollevarsi. Gli angoli della bocca si abbassano. Per la perfetta sintonia di queste azioni la bocca rimane spalancata: e la voce esce amplificata, a pieno volume. Anche le guance sono in tensione: si forma un solco molto profondo dal naso agli angoli della bocca. Ora, tu considera che il pianto è l’espressione più naturale della sofferenza. Con uno sforzo prolungato e ripetuto, il pianto può anche essere tenuto a freno. In sostanza sia nella manifestazione che nel controllo del pianto entrano precisi meccanismi muscolari, che modellano il volto.”

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Red love “In pace nulla si addice all’uomo quanto la moderazione e la mansuetudine. Ma quando ci introna l’orecchio lo squillo di guerra dovremo fare come la tigre: contrarre i muscoli, scatenare il sangue, puntare gli occhi torvi e terribili. Stringete i denti, dilatate le narici, trattenete il respiro, tendete l’arco delle vostre forze fino a spezzarlo.” W. Shakespeare (5)

Lunedì. Pomeriggio. Studio della veterinaria.

Parlava e parlava Francesca. Ma il suo atteggiamento non era più lo stesso. Aveva perso quell’aria asettica, che faceva tanto professionista rampante. Ora era rasoterra, nelle cose: parlava umano. E a ciò l’aveva trascinata la tenerezza di quel ricordo. Io percepivo chiaramente questo salto. I fatti non tardarono a darmi ragione. “Erano tempi diversi quelli per me” riprese con un tono nostalgico e affettuoso “Studiavo ancora. Ogni giorno era una scommessa, si era sempre al limite. Al limite del tempo, al limite dei soldi, al limite del cuore. Allora mi piacevano i bambini, perchè ero innamorata dell’amore. E lui, il mio lui di allora, mi dava tutto lo slancio, tutta la carica, tutta la gioia. Ecco erano gli anni della gioia. Non ricordo la fatica dello studio, la noia degli esami, il fastidio di vivere da sola, lontano da casa. Ricordo la gioia”. Guardò l’orologio e tirò un sospiro di sollievo. L’orario di visita era finito e poteva quindi continuare: continuare a parlare. A volte, in modo del tutto imprevedibile, si rimane braccati dal passato, che emerge dentro. E fa bene, ogni tanto, potersi lasciare andare: rivisitare quella parte dimenticata di noi stessi che è rimasta sempre lì, vigile, in attesa di essere riportata a galla. “Mitici quegli anni: gli anni della gioia e della felicità. - continuò, non senza un velo di commozione - Era una sensazione tanto intensa che riesco ancora a percepirla. Soprattutto quando mi capita di riesumare i filmini di allora: le feste, le gite, le scampagnate. Fantastica, quella solare sensazione di libertà e di appagamento! Sarebbe stato bello se tutto fosse continuato. O natura, o natura, perchè non rendi poi quel che prometti allor: lo diceva Giacomo Leopardi, che di batoste era un esperto.”

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“Ma, comunque, non mi lamento. Ho raggiunto i miei obiettivi: la laurea, la professione, e... E il resto non conta. Anche gli amori, come tutto, hanno un inizio e una fine: tutto passa, tutto muta, solo il tutto dura. Anche oggi, a distanza di tanto tempo, quando mi voglio tirare un po’ su, rivedo quelle riprese: banali, sconclusionate, ma tanto, tanto vere. Tutto mi appare sempre più chiaro. La gioia dipingeva i nostri volti: pennellate multicolori, un variopinto mondo di emozioni, tutto vive ancora in quelle immagini.” “Bastava poco, davvero molto poco per essere felici. E si rideva, quanto si rideva. Si vede che ne avevamo di energia da spendere. Ti sei mai chiesta che cosa rappresenti una risata, nell’economia dell’organismo? Il meccanismo è semplice. All’inizio la mente è eccitata da sentimenti piacevoli. Improvviso capita un fatto o si presenta un pensiero, anche non importante, ma che non ci si aspetta. Una grande quantità di energia nervosa viene, di conseguenza, bloccata nel suo flusso. Non può essere consumata per produrre nuovi pensieri e nuove emozioni. Questa energia in eccesso deve scaricarsi in altra direzione. Defluisce nei nervi motori, attraversa muscoli di diversi tipi. E si manifesta in un’attività semiconvulsiva: il riso. E’ fondamentale il momento iniziale, l’imprevisto. Da qui parte tutta la mobilitazione.” “Allora tutto ci stupiva, ci incuriosiva, ci esaltava. Tutto era scoperta e fascino: gioia della semplicità e della superficialità. Le cose più banali servivano a stare allegri. Un’idea comica riusciva a solleticare l’immaginazione: un solletico della mente analogo al solletico fisico, che sfiora, sfiora appena. In quei ricordi cristallizzati, in quelle immagini ho ritrovato le mie emozioni. Ho riguardato il mio volto. Ho fermato l’immagine in quei momenti unici, quando la gioia era più piena. E nella faccia ho fissato gli itinerari di quel soffio magico. Da medico ne ho anche dato una lettura tecnica.” “Ho definito la ‘faccia della gioia’. Gli angoli della bocca appaiono tirati indietro e verso l’alto dall’azione dei grandi zigomatici. Allo stesso tempo si contraggono, energicamente, anche gli orbicolari dell’occhio, nella parte superiore e inferiore. Tutta l’espressione parla di allegria. Il senso di eccitazione rende sfavillante lo sguardo. Sembra addirittura che il volto perda il suo pallore, acquisti colorito: come se idee vivaci potessero attraversare rapide la mente e fosse un generale senso di simpatia a trionfare. Vedo il mio corpo non fiacco, ma vitale: posizione eretta, testa alta, occhi bene aperti. Le sopracciglia non sono contratte. Nessun aggrottamento della fronte, che si spiana invece in un morbido rilassamento. Nessuno dei lineamenti è pendente: il contrario del classico muso lungo. Buonumore è ridere, parlare e dare baci, mi disse una volta un bimbo. La faccia per la gioia si allarga, come in un sincero abbraccio alla vita.” Si era lasciata prendere Francesca. La sua ricerca del tempo perduto doveva essere, lo capivo bene, esperienza totale. E’ sempre così per chi sente di avere lasciato indie-

tro qualcosa di importante. E arrivò anche a questo, ai rimpianti. “Ma vedo anche altre cose in mezzo a quei ricordi. Si può pensare che il tradimento non abbia faccia. Che si nasconda, o si possa nascondere dietro ogni fisionomia. E sia tanto pericoloso proprio perchè non definisce nessuna espressione specifica. Ma non è così. Io l’ho verificato. Con gli occhi dell’amore certi aspetti non si vedono. Ma ci sono. Sono rimasti là su quella pellicola a dirmi, dopo tanti anni, che forse avrei potuto anche capire: capire in anticipo. Scherzava spesso lui, rideva lui. Ma era un riso forzato, un sogghigno. Un’aria presuntuosa, quasi arrogante, anche nei momenti teneri. In particolare mi è capitato di notare che nella sua maschera abituale i muscoli intorno alle palpebre non erano quasi contratti. Proprio questi invece, dice Darwin, sono quelli che più indicano la gioia, la gioia spontanea e sincera. La leggi negli orbicolari degli occhi. Quindi lui era falso, freddo. Anche quando metteva in mostra quell’adorabile broncio da orsacchiotto, non aveva dentro niente che potesse assomigliare alla gioia. Ma io non vedevo, e continuavo a pensare che la sua fosse timidezza. La finta timidezza del lupo.” Il flashback era per Francesca coinvolgente. Io ero interessata, incuriosita. Non per gli esiti del suo amore infelice, ma per la straordinaria capacità di osservazione che lei esprimeva. Purtroppo, o forse per fortuna, lo spirito umano è ancora un ambiente misterioso: l’enigma su cui si regge il fascino stesso della vita. La conversazione durava ormai da alcuni minuti. Ma Francesca non accennava a troncare. Forse aveva tenuto dentro per troppo tempo il veleno di quei ricordi. Quella rabbia si era gonfiata. Ora trovava una valvola di sfogo in questa occasione del tutto casuale. Proprio il caso, e solo il caso, ci aveva portato a parlare della espressione delle emozioni. “Ho anche pensato di essere masochista - continuò - Con troppa frenesia ho passato e ripassato in rassegna quelle immagini. Il momento cruciale fu quello della festa, l’ultima a cui partecipammo insieme. Lui, brillante come sempre, mi aveva lasciato un po’ in ombra, a fare da tappezzeria. Ma da quella posizione mi apparve chiara la sceneggiata. C’è sempre in ogni compagnia quello fissato per i filmini, quello che passa due ore a riprendere tutto e la faccia di tutti. In una di quelle sequenze c’era anche la mia faccia. E colta proprio nel momento in cui vidi. Vidi lui che baciava un’altra, con un trasporto che chiariva per me tante cose. L’anima in tormento trasformò la mia espressione: prima fu “stupore”. L’attenzione, la voglia di scrutare bene, si manifestò con un leggero innalzamento delle sopracciglia. Gli occhi pretendevano di aprirsi con rapidità per seguire i fatti, per ampliare il campo visivo. La sorpresa era suscitata da qualcosa che non mi aspettavo, che non conoscevo. Era naturale che, spaventata, desiderassi al più presto capire. Cosa stava succedendo? Spalancai gli occhi per riuscire a guardare in ogni direzione: d’improvviso mi trovai

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a scorgere minacce dappertutto. La mia fronte si riempì di rughe, rughe trasversali. Formavano linee concentriche rispetto ad ognuno dei sopraccigli e, in parte, confluivano nel centro della fronte. In me concentrazione estrema: come se avessi dimenticato di avere un corpo. La mandibola si abbassò, per il suo stesso peso. La bocca rimase aperta, condannata dallo stupore ad una rigidità marmorea. Accennai un gesto, un impulso di reazione. Le palme delle mani distese, le dita diritte e separate stavano per tendersi in quella direzione. Ma mi trattenni. L’appredista regista quella volta aveva proprio il pallino della mia faccia. Continuò a riprendere per alcuni interminabili secondi. La metamorfosi proseguì. Dallo stupore iniziale passai a qualcosa di simile al disdegno. Con le palpebre socchiuse, girai lo sguardo dall’altra parte rispetto al mio amato nemico. Non meritava di essere guardato quel personaggio. Ma non riuscii per molto ad essere solo distaccata. Prevalse l’ostilità. In alcuni fotogrammi cruciali è rimasta cristallizzata la mia evoluzione da Dr. Jekill a Mr. Hide. I movimenti del naso e della bocca davano espressione al mio disprezzo. Arricciavo il naso, spostando verso l’alto il labbro superiore. Le narici apparivano leggermente contratte, la loro apertura ridotta. In un passaggio le labbra sono così spinte in fuori e verso l’alto che le narici sembrano chiuse come con una valvola. Metaforicamente, perfino l’odore di quel personaggio mi nauseava. Curioso l’atteggiarsi della bocca. Era aperta come nell’atto di fare uscire un boccone schifoso, o soffiare aria fuori dalle labbra tenute sporgenti. Insomma, un modo per sputare e allontanare qualcosa di ripugnante. Dal disprezzo ero passata al disgusto. Ma non ero ancora a fine corsa. Se la persona che ci offende è poco importante, la risposta è disprezzo. Se è molto potente, il disprezzo diventa terrore. Quello, quello là non era importante in assoluto, ma era importante per me. Per lui non poteva bastare il disprezzo. Stava montando, furiosa e irrazionale, la collera. E oltre la collera l’ira. E oltre l’ira l’odio. Repentino fu l’infuocarsi del mio viso e, dopo un attimo, pallore quasi cadaverico. Le narici, dilatate, fremevano. La bocca non era solo chiusa: era serrata, energicamente serrata. Aggrottate le sopracciglia, come quando la mente si concentra su un ostacolo, un problema. Gli occhi sfavillanti, tenuti spalancati, sprizzavano fuoco. Le labbra, tirate indietro, plasmavano un ghigno feroce, con i denti stretti quasi scoperti. Volevo morderlo, anzi, azzannarlo quell’essere insignificante cui avevo la disgrazia di essere legata. Inconsciamente tendevo il corpo, pronta ad aggredire: come un animale ferito, come un animale che si difende. Lui, naturalmente, trovò mille scuse e mille spiegazioni. Io, invece, trovai un’unica soluzione: netta e definitiva. Ogni tanto mi rivedo ancora quella cassetta. Non è masochismo: lo considero un documento umano. Ormai sono passati i turbamenti che mi dava all’inizio. Rimane solo, incredibile e violento, il senso della metamorfosi. Quella serie di immagini è uno psicodramma. Si è consumato in pochi attimi, senza parole nè gesti

evidenti. Ma è tutto scritto sul mio volto. Quei mutamenti di espressione, quelle mobilitazioni muscolari, quella mimica! Un’esperienza sconvolgente si consumò, nel chiuso della mia coscienza: ma non rimase segreta. Apparve, emerse nel linguaggio del volto tutta la fatica di vivere. Da allora la mia anima ferita ha imparato a trasferire sul volto la rabbia. Anche in altre occasioni ho acquistato l’abitudine a manifestare quel tormento interiore. Ho imparato a dare faccia alla mia emozione. Tutti gli esseri comunicano emozioni. Tutti possiedono sensibilità, capacità di sentire il mondo in un certo modo. E hanno l’esigenza di esprimere questo personale punto di vista. Tutti, anche io, come vedi. Non solo il tuo Red.” Questa conclusione brusca mi lasciò senza argomenti. Riprese però, inesorabile, il mio lavoro interiore. Chiari i fatti esposti da Francesca, incontestabili le osservazioni, sorprendenti le conseguenze. In pratica mi aveva spiegato come le emozioni si esprimono nel corpo. Ai vari stati d’animo corrisponde una condizione mimica definita. Il che significa, ragionavo io, che in presenza di sentimenti dati, noi assumiamo atteggiamenti dati. Bella scoperta. Ma c’era forse qualcosa di più: qualcosa che apriva ad una nuova dimensione. Che cosa è il carattere se non un modo nostro, assolutamente tipico, di rispondere alla realtà e di interagire con essa. Quindi, tutto sommato, il carattere consiste nello scegliere le emozioni che vogliamo mettere in gioco. Quando si dice che qualcuno ha un carattere allegro significa che, prevalentemente, la persona sceglie di reagire al mondo con emozioni di gioia, allegria, buonumore. In un certo senso la personalità è solo questo: il modo in cui comunichiamo la nostra risposta. La faccia ha le sue modalità espressive, che nascono dall’abitudine a particolari emozioni. Dopo un’emozione la mimica facciale torna, diciamo, a condizione zero: senza espressione, in quiete mentale. Ma ci si abitua ad esprimersi con certi atteggiamenti: sono le modalità di risposta ad essere tipiche della nostra personalità. Qualcuno “prevalentemente” affronta le situazioni con l’emozione dell’ira: altri prevalentemente con disgusto, altri prevalentemente con gioia. L’allenamento mimico determinato da tali atteggiamenti intensifica le emozioni. Lo dice Darwin. (1) Ma, al tempo stesso, modifica le condizioni muscolari, crea cioè un nuovo equilibrio mimico. Per una persona furiosa, ad esempio, i muscoli della collera saranno più allenati, quindi più sviluppati: più agili nell’entrare in azione. E allora? E allora le conseguenze sono dirette. Posso chiamare carattere di una persona la sua struttura psicologica fissata: la coerenza interiore che porta ad uno stile di comportamento tipico e personale. Sul carattere avevo sviluppato una mia idea. Lo consideravo un insieme organizzato di risposte emotive. Questo avevo capito fino a quel momento. Ma, se le cose stavano in questo modo, bisognava avere il coraggio di fare il passo successivo: le emozioni non possono non influenzare la nostra fisionomia.

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La condizione psichica infatti, lo avevo verificato, agisce nella dimensione somatica e muscolare. La plasma. Non era una forzatura, il ragionamento reggeva. La somatica delle passioni ha conseguenze a livello della fisionomia. Chi si abitua ad esprimersi con un atteggiamento organizza in un certo modo il volto. Francesca me lo aveva dimostrato. Ad ogni emozione il volto cambia la sua architettura mimica. Se in genere viene adottata una certa condizione emotiva, rimarranno nel volto i segni di essa, e diventa abituale impiegarla. In sostanza un carattere, fatto di reazioni emotive, si manifesta in una fisionomia, fatta di espressioni di quelle emozioni. La dinamica emotiva diventa una condizione fisionomica. Non era stata molto carina però Francesca a piantami così, praticamente sui due piedi. Era stato scomodo per lei scavare nel suo passato, ma non era colpa mia. Non volevo comunque recriminare. Stavo riguadagnando a fatica la macchina. A volte si deve parcheggiare in zone non solo fuori mano: addirittura impervie. E’ la vita di città: macchine a cui ci schiavizziamo, e cani che hanno problemi esistenziali. Era stata un’uscita utile però, in tutti i sensi. Quel monologo di Francesca sulle emozioni integrava quello che già sapevo. E in parte rimescolava le carte. Mi poneva nuovi e pesanti interrogativi. Il volto, questo sconosciuto: ecco, questo era l’argomento dei miei turbamenti negli ultimi giorni. Ma non ero io ad essere protagonista della ricerca. Dati, situazioni, persone, informazioni mi precipitavano addosso. E io subivo questa marcia forzata, questo faticoso apprendistato verso obiettivi imprevedibili. Non potevo fare altro. La mia mente era in preda ad una strana forma di lucidità. Mi sembrava finalmente di riuscire a vedere chiaro. Rassicurata sulle condizioni del cane a coinvolgermi ora era quel racconto di Francesca. Non lasciava spazio a molti dubbi. Nel volto esiste una logica e un ordine espressivo. Ci si abitua a manifestare emozioni tipiche del nostro carattere. Questo lavoro ripetitivo può avere conseguenze sulla fisionomia. A due passi dallo studio c’è un parco. Sarebbe proibito ai cani. Ma quella sera Red un bella corsa se l’era proprio meritata. Scaricò con impeto rabbioso lo stress della visita. E mentre, tra un’annusata e l’altra, il cane guizzava tra i vialetti ormai quasi deserti, io pensavo. Pensavo a come tutto, anche le minime cose, abbiano una meravigliosa coerenza. A come piangere o ridere siano un esercizio in cui la vita si ricapitola, ogni volta, ogni momento. E noi, superficiali materialisti, riteniamo di potere spiegare tutto, di potere capire. Invece sarebbe già molto se imparassimo a guardare. A guardare come si trasforma il volto quando parla il magico soffio del cuore. A guardare quanta vita ci sia nella istantanea variazione di un battito di ciglia, e quanto cambi il modo di essere di qualcuno per il fatto che un pensiero cupo gli fa corrugare

la fronte. Quella reazione è un messaggio da dentro, meraviglioso e terribile, a quelli che sono fuori e capiscono o cercano di capire. Un messaggio violento e drammatico, che non può essere trascurato, eluso, evitato: un messaggio con cui qualcuno ci parla senza parole. E noi non abbiamo il diritto, per questo, di dire che non si è spiegato. Si, dentro mi stava esplodendo di nuovo il mio dramma. Mio figlio! Quanto era stata breve la sua battaglia per farsi capire dagli altri, per fare in modo che ciò che aveva dentro venisse fuori. Sarebbe meraviglioso se tutti capissero che ogni respiro, ogni movimento, ogni istante sono modi irripetibili della vita: modi unici, che vengono una sola volta e poi si perdono nella notte della nostra superficialità. In questa operazione a cuore aperto, guardavo alle semplici soddisfazioni del cane. Correva senza direzione, e con un gusto immenso, totale. E mi venne improvviso alla mente un episodio della mia infanzia. Dovevo essere alle elementari, ero molto piccola: i particolari sono abbastanza indefiniti. Un mio compagno apparteneva ad un accampamento di nomadi che stanziava nel quartiere. Non era ben visto. Diciamo pure che tutti cercavano di evitarlo: era sporco, parlava male, faceva dispetti. Una volta prese un nota pesante, perchè aveva sbagliato tutto il compito. Anche nelle occasioni peggiori assumeva sempre un atteggiamento di sfida: voleva dimostrare che poteva essere superiore alle critiche. Era la sua maniera di difendersi. Ma quella volta, quando tornò al posto con il marchio di infamia sul quaderno rimase per un bel po’ a fissare quella pagina con tanti segni rossi. Quando suonò la campanella dell’intervallo non uscì. Da dietro la porta sbirciai, e vidi che piangeva. Là, solo, con il suo compito, piangeva. Quando rientrammo mi avvicinai con una scusa: gli chiesi una gomma in prestito. Non l’aveva, naturalmente, ma accolse con simpatia le mie parole che rompevano la sua solitudine. Era un bimbo vivace: due occhi neri intensi, e un cespuglio di capelli, ricciuti e duri come cavatappi. Quando si arrabbiava stringeva le labbra e posizionava la testa come se dovesse sempre fare a botte: nelle condizioni, cioè, migliori per prenderle e per restituirle. Eppure quella volta, grazie ad una gomma, quella maschera da gladiatore si rasserenò. Non mi disse nulla, ma mi regalò quello che io giudico il più bel sorriso che io abbia mai ricevuto. In quel semplice atteggiarsi del viso c’era tutto: passato e presente, bene e male, gioia e disperazione. Non ho mai saputo cosa esattamente lui pensasse in quel momento. Ma a me arrivò, forte e chiaro quel messaggio. Significava tante cose. Ero piccola, ma fui molto lusingata dal fatto che riservasse solo a me quella stupenda espressione: un misto di riconoscenza, affetto, fiducia, entusiasmo, amicizia. Tutto in un sorriso sereno. E quella faccia è l’unica cosa che di lui ancora porto con me, a distanza di anni. Sulla panchina del parco, con lo sguardo perso a seguire le corse del cane, mi ricordai di quel piccolo amico. Accettai, accarezzai quelle immagini con la soddisfazione di chi ritrova, qualcosa che viene da lontano, qualcosa di prezioso.

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Nel mio studio, sulla parete a sinistra rispetto allo scrittoio, stanno appese due maschere. Non sono due maschere qualsiasi: fattura artigianale, create in cartone pressato, secondo le tecniche antiche. Insomma sono due oggetti di pregio. Le comprai, ricordo, una volta a Firenze. Passai davanti alla bottega e me ne innamorai. Le vedo lì da tanto tempo. Vorrei dire da sempre. Sono quegli oggetti che all’inizio fanno solo parte dell’arredamento, e poi diventano momenti di atmosfera, cose vive della casa. Queste due figure particolari sono sempre state considerate da chi le ha viste abbastanza inquietanti. L’una è l’immagine di un giullare: volto aperto, bocca atteggiata ad un sorriso sincero, uno sguardo compiaciuto della propria gioia. Il viso è incorniciato da un berretto a sonagli, tipico del buffone di corte. L’insieme rende perfettamente il personaggio. L’altra è una presenza più lugubre. Occhi rivolti verso il basso, espressione contrita, un copricapo sontuoso che accentua l’allungarsi del volto. Io le ho sempre chiamate Gioia e Dolore. La ragione del loro fascino misterioso è semplice. Tale è la cura con cui sono state create, che non sembrano maschere ma sculture: quasi calchi di visi in quelle due opposte espressioni. Quella sera rientrai e feci una scoperta. Pensavo che, dopo tante parole su mimica ed espressioni, sarebbe stato interessante gustarsi in modo nuovo quelle due forme, tutte da scoprire. Che cosa meglio di una maschera mostra un’espressione? Tratti congelati, rigidità che si offre all’osservazione più precisa e rigorosa: un vero cocktail di messaggi messi sotto la lente di ingrandimento, pronti per essere centellinati poco alla volta. Sembrava che anche il caso cospirasse. La lampada centrale dello studio era saltata. Fui costretta ad accendere il piccolo faretto a parete. Il fascio di luce, meno diffuso e più mirato, animava la stanza. Contrasti duri e chiaroscuri tridimensionali: un ambiente al limite. Le maschere entravano nel gioco cromatico. Le guardai: misto di turbamento e di sconcerto. Mi avvicinai. Le toccai. Passai lentamente le dita e la mano su quei lineamenti, come per una carezza. Ma non successe niente. Non provai emozione, non ebbi intimi contraccolpi. Le maschere dal volto umano erano e rimanevano oggetti fermi, fissi, immobili: suggestivi oggetti che non erano niente più di ciò che rappresentavano. Forse avevo peccato di presunzione. Forse la mia ansia di mettere a nudo occulti significati nella realtà mi aveva portato fuori strada. Non sperimentavo nessun coinvolgimento. Il cuore era agitato da una mia interiore mobilitazione emotiva: non da un messaggio particolare che provenisse da fuori. In pratica, non ebbi alcuna esperienza di trasmissione fisionomica delle emozioni. Le maschere non parlavano. Nella maschera le pieghe del volto erano reali: ma quel volto non comunicava stati d’animo. O almeno io non li percepivo. Rimasi delusa e al tempo stesso confusa. Rinunciai ad ulteriori ragionamenti.

Distrattamente mi guardavo allo specchio, per prepararmi alla notte. Quando ormai non mi aspettavo più nulla, cominciai a sentirmi strana. Rimuovere il trucco richiede attenzione, attenzione alle varie zone del viso. E allora mi accorsi di ciò che mi era sfuggito. Se guardi i particolari non vedi la forma. Solo la forma nell’insieme ha significato. I particolari sono le tessere del puzzle. Non hanno molto senso prese da sole: ma insieme diventano disegno, immagine, paesaggio. E se riesci ad aprire la porta di questo paesaggio entri in un mondo che ti porta fuori dalle cose, dentro l’anima. Con la maschera non succedeva, non poteva succedere. La maschera, per quanto perfetta, è una riproduzione. Fissa, immobile, morta. La fisionomia cioè il significato del volto è mutamento, evoluzione, dinamica. E’ vita. Certo rimangono costanti alcuni elementi somatici fissi. Ma c’è sempre la possibilità di superare quella rigidità: si può scegliere tra le varie emozioni, e quindi tra gli atteggiamenti mimici. Questo rende l’insieme mai del tutto definito, approssimato: un equilibrio prevalente. Questa è la faccia vera, il nostro carattere. Mi stavo guardando e mi mandai al diavolo dieci, cento volte. Come avevo fatto a non pensarci. Me lo aveva già detto quella signora cieca. Ad una festa di beneficienza, gli amici me l’avevano presentata: non ci vede, ma ti capisce meglio di qualunque altro, avevano assicurato. Era una persona di una certa età. L’incidente che le aveva causato la cecità aveva distrutto la sua famiglia. In pratica si era risvegliata in ospedale e aveva dovuto accettare prima la perdita dei suoi, poi la sua nuova condizione, irreversibile.Il buio in cui era piombata all’improvviso aveva stimolato in lei una straordinaria sensibilità. Non dava l’impressione di essere disperata. Viveva nei ricordi e dei ricordi. Il suo proiettarsi sulle cose era ormai legato solo alle voci, ai rumori che sentiva e a ciò che percepiva con il tatto. Mi ero avvicinata a lei con un certo imbarazzo. Ma superai la mia ritrosia, quando fu lei a sbloccare la situazione con una battuta di spirito: “Oggi non ho pranzato, e ora non ci vedo più dalla fame”. Ci vuole coraggio per affrontare le prove della vita: ma occorre temperamento per sopravvivere mantenendo equilibrio e rispetto, per sè e per gli altri. La signora Carla dimostrava di possedere queste qualità. “Non deve essere così tesa - sottolineò quando mi sentì sorridere, un po’ a denti stretti, per la sua battuta - Sa io riesco anche a notare un leggero tremito nella voce, una piccola sospensione nel pronunciare una parola. Normalmente questo sfugge a quelli che vedono. Loro hanno altre informazioni su cui basarsi: io no. Sai, posso darti del tu vero, qualcuno ha detto che la voce è una parte del volto, una parte importante perchè è quella che ci fa conoscere una persona prima ancora che la vediamo. E ognuno ha la sua voce, proprio come ha la sua faccia. La tua voce è un po’ rauca, e questo è indice di vigore. Ma alcune pause, e una tonalità controllata mi dicono che

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tu procedi con molta attenzione. La tua non è timidezza è cautela.” (2) Mi sentii stimolata a continuare il dialogo. “Posso sentire il tuo volto? Sono curiosa di sapere se l’impressione che ho di te è vera. Sai è un bel gioco il mio. Quello che ascolto mi fa immaginare la figura di una persona. Ma poi non posso mai verificare fino a che punto ciò che vede la mia mente esista nelle cose. Il mio è un mondo separato, con alcuni necessari contatti con il mondo dei fatti. Hai una fronte ampia, quindi la razionalità ha un ruolo importante nelle tue scelte. Tra l’arcata sopraccigliare e il labbro superiore c’è uno spazio consistente, molto consistente. Direi che nella tua personalità è proprio questa la dimensione prevalente: quella dell’affettività. La zona bocca-mento invece è assai ristretta. Non sei esattamente una che si lascia prendere dall’istintività”. (3) Provai un immediato sussulto. Ero già pronta a liquidarla: questa diagnosi da sola era in contrasto con tutta la mia vita. Proprio le scelte istintive mi avevano rovinato: ma la lasciai continuare. “Tieni gli angoli della bocca abbassati. C’è qualcosa che ti porta al malumore, forse anche alla depressione.” Cominciamo a capirci, pensai. “La tua mandibola è forte e pronunciata: quindi hai un bel caratterino. Tieni le labbra chiuse con forza. Addirittura ho l’impressione che la tua bocca sia stretta, serrata. Sei un tipo deciso e determinato. Quando si deve compiere uno sforzo, sia fisico che mentale, la bocca infatti si tiene energicamente chiusa. E’ un modo efficace per riuscire meglio a coordinare il controllo muscolare. (4) Chi abitualmente tiene la bocca sprangata, come te, affronta tutte le situazioni, anche quelle poco coinvolgenti, con determinazione. Forse hai imparato che tutte le situazioni, anche quelle che appaiono poco importanti possono nascondere insidie: e le puoi arginare solo affrontandole di petto, direttamente. Mi sto sbagliando? Secondo me tu possiedi una notevole carica interiore: me lo dice la tua voce. Ma non sempre le esperienze sono state generose con te. E tu hai reagito strutturando la tua personalità con una corazza caratteriale: decisa, per tenere lontano condizioni pericolose. Questo ti porta però a vivere in una tensione praticamente costante, che non ti lascia essere tranquilla. Che ne dici? Ho ragione?” Lasciai trascorrere alcuni, interminabili istanti prima di rispondere. Dovevo riprendermi. Straordinaria la precisione con cui mi aveva dipinto. Non trovavo le parole adatte. Quel silenzio era per lei, che di silenzi e rumori viveva, un messaggio concreto: aveva centrato praticamente tutto. Accarezzando le forme del mio viso, e ascoltando la mia voce, aveva disegnato la mia identità. Quella volta ero rimasta affascinata dalla sua disinvoltura. Ti riconosceva al buio, completamente al buio. Ma allora la mia vita non aveva ancora preso la sua svolta più drammatica. Si era consumata già la mia separazione. Ma avevo Max, e, soprattutto, il mio lavoro che

mi distraeva e confortava a dovere. Non avrei allora potuto immaginare quale prospettiva addirittura profetica avrebbero avuto quelle parole. Certo erano indicazioni necessariamente generiche: ma chiare nella sostanza. Le pieghe del volto dicevano a Carla molto di quello che la mia personalità già allora manifestava. O meglio molto di quello che avrebbe voluto manifestare. Mi costruivo infatti un volto pubblico, quello che veniva confezionato ad uso e consumo della massa superficiale di amici e colleghi, e uno privato, addirittura intimo. Il volto esplicito era aperto, sicuro, dinamico e generoso. Il volto interiore era come un motore fuso, sotto il cofano di una macchina sempre tenuta lucida. Eppure esisteva, e appariva a chi lo sapeva osservare: a chi era in grado di toccare la topografia del cuore. Quel ricordo mi innervosì: era come la sanzione, inesorabile, che non solo non avevo capito Max. Non avevo capito, o voluto capire, nemmeno me stessa. Si preannunciava una notte in trincea, prigioniera dei miei pensieri. Non riuscivo a trovare nulla che occupasse la mia mente e scacciasse quelle insane fissazioni. Avessi almeno avuto qualche impegno pressante di lavoro. Invece... E invece esiste anche il santo protettore delle donne smarrite. Squillò il telefono. Chi chiamava a ques’ora? Le dieci di sera. Alzai il ricevitore, a metà tra il curioso e lo scocciato. “Helen sono Oscar, ti disturbo? Notizia grossa. Tieniti forte. Sai il team dello studio “Image” che avrebbe dovuto fare il servizio alla mostra di Villa Alba, a Gardone. Ricordi quella su “I sensi nell’arte”, quella che ci era sfuggita per un soffio, quando anche noi ...” Non lo sopportavo quando faceva così. Era capace di tenere in sospeso il discorso per due minuti, anticipando tutti i particolari idioti, e non arrivando mai al dunque. Anzi insisteva nella tortura, come in un supplizio di Tantalo. Esasperata lo bloccai con decisione: “Oscar, dimmi cosa è successo! “ “Certo, hai ragione. Insomma hanno dato forfait e ad uno dei capoccia siamo tornati in mente noi. Ti ricordi che anche noi avevamo fatto un offerta? Ti ricordi Helen?” Mi ricordavo anche troppo bene anche se, naturalmente, non ci speravo più. Eccolo un argomento che ti porta lontano dai pensieri: doversi preparare dalla sera alla mattina per un servizio su una manifestazione nazionale. Improvvisamente non avevo più tempo per la fisionomia, mia e degli altri. Il mio posto per quella notte non era in un comodo letto, ma allo studio a preparare “baracca e burattini”, come diceva Oscar nel suo linguaggio tecnico.

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Simboli “E’ un tempio la natura ove viventi pilastri a volte confuse parole mandano fuori; la attraversa l’uomo tra foreste di simboli dagli occhi familiari. I profumi e i colori e i suoni si rispondono come echi lunghi, che di lontano si confondono in unità profonda e tenebrosa, vasta come la notte e il chiarore.” Charles Baudelaire (da “Corrispondenze” - I Fiori del Male )

Martedi, Gardone Riviera.

Arrivai a Gardone: una mattina d’inverno fredda e bellissima, pura come cristallo. Non potevo permettermi di perdere tempo. Ma un istante sopra pensiero mi fu fatale. Venni come rapita. Ancora una volta i ricordi mi possedevano. Riemergeva, inesorabile, la coscienza delle mie depressioni, antiche e presenti. Le architetture liberty di questo borgo elegante per vacanze d’altri tempi riuscivano a catalizzare lo scavo interiore. Villa Alba, dove io dovevo andare, è una sontuosa costruzione dei primi del ‘900. Creata a imitazione del Partenone di Atene, ha lo stile di un antico palazzo ellenico; richiama Villa Achelleion a Corfù, che fu della straordinaria Sissi, sfortunata imperatrice austriaca. I margini d’azione, quando si lavora, sono sempre angosciosamente stretti. Ma un salto al Vittoriale potevo, dovevo permettermelo. Dopo tutto bastavano due passi e ci sarei arrivata. C’è qualcosa in questo paese del Garda che non si percepisce in nessun altro luogo. Il verde di un parco in genere rasserena. Qui fa qualcosa di più: ti porta fuori, fuori dalla normale condizione. Qui ogni angolo ha la faccia severa di un passato incombente. Dietro ogni albero, ogni sasso vive il profilo magnetico del respiro della storia. Certo in questo gioco magico protagonista è lui, Gabriele D’Annunzio. Qui visse a lungo, isolato dalla politica che lo aveva tenuto a distanza. E di questo senso di isolamento, di raccoglimento, di intimità, tutto è pervaso. Qui senti di godere di un lusso eccezionale: puoi fuggire dalle banali circostanze di ogni giorno. Qui sei solo, con il tuo tentativo di capire te stesso e gli altri. La realtà ha il volto solenne di un’esperienza trascendente.

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Entrare al Vittoriale, la casa del poeta, è varcare la soglia verso il mito. Atmosfera palpabile, luogo di suggestione: le parole si fanno stato d’animo, ogni angolo è poesia. Potenza dell’anima del vate, che aleggia sulla sua ultima dimora? Forse è solo la particolare forza dell’immaginazione che porta vicino a chi sentiamo vicino: dovunque si trovi e chiunque sia. Io un po’ dannunziana lo sono sempre stata. Ero arrivata da due ore a Gardone. Un passaggio rapido di ricognizione a Villa Alba, giusto il tempo di scoprire che per il momento non c’era nulla da fare. Troppi operai, troppi addetti ai lavori, troppo caos. Inutile calarsi nella professione, studiare inquadrature. E allora me ne ero venuta qua, al Vittoriale, divina dimora del Poeta. Di lui hanno detto peste e corna: esibizionista, eccentrico, opportunista. Ma indubbiamente era uno che sapeva creare atmosfere. Nella poesia e nella vita faceva vivere la voce del cuore. Il piccolo cortile davanti alla facciata principale della villa è pieno di incanto. Fa proprio freddo. Nel rigore invernale il silenzio possiede una voce suggestiva: dalle remote dimore del sogno emergono strane figure d’altri tempi. Mi fascio il collo con il bavero del giubbotto, ma non basta. Con la sciarpa va meglio. Alzo lo sguardo: il cielo è di un grigio morbido. Contro quello sfondo uniforme svetta il pennone dell’alzabandiera: ennesima, estrema, statica sfida del poeta combattente. Non voglio intirizzirmi: mi muovo, cammino lentamente. Prendo a destra, verso l’anfiteatro. Dai gradoni delle tribune la prospettiva toglie quasi il respiro. Da questa posizione sopraelevata domino tutta la fisionomia del lago. Scruto, e nella dimensione sfumata dalla distanza trovo i promontori, individuo i paesi. Il vento non mi lascia in pace: la zona è molto esposta. Mi riparo negli innumerevoli vialetti del giardino. Il profumo del bosco mi accompagna. Silenzio intorno. Solo, in lontananza un cadere fragile di foglie. Sono nella natura, parte della natura. E’ difficile rimanere agganciati alla realtà: è un perdersi nei colori, nei profumi, negli odori. E’ un vivere nelle cose e delle cose. Stavo davvero riuscendo a vedere tutto da un altro punto di vista. Mi sentivo come quando dopo una fatica fisica, intensa ma piacevole, ti fermi un momento. Respiri e ascolti il tuo respiro, ti rendi conto del tuo respiro. Capisci che in fondo tutto, ma proprio tutto, ruota intorno ad alcuni fatti semplici: stare bene con te stessa e soprattutto trovare equilibrio con ciò che hai intorno. Ecco, così mi sentivo: come un bambino che, dopo una affannosa giornata di giochi, lascia che il sonno lo prenda. Gardone su di me aveva questo effetto, anche se in quel momento di tutto avevo bisogno meno che di lasciarmi cullare dall’armonia della natura. Il lavoro è lavoro, non potevo concedermi distrazioni. Ma era tanto bello, troppo bello quello scenario sul lago: come un immenso, sublime palcoscenico. Mi sedetti sui gradoni e guardai lontano, verso il cielo, verso il lago, verso l’altra sponda.

Conoscevo bene tutti i paesi che si distinguevano all’orizzonte. Ma così, stemperati nella distanza, appiattiti nella tenue foschia, apparivano diversi. Era come guardare un paesaggio dipinto, e cercare di indovinare le intenzioni dell’autore, i caratteri della sua creatività. In fondo forse è così anche quando si guarda la faccia di qualcuno: la preoccupazione è quella di vedere che cosa rappresenti, di darle un signficato. E il significato è tanto più intenso, quanto più si immagina grande il patrimonio nascosto. La pittura è poesia che si vede, diceva Leonardo. Specialmente quando la pittura rappresenta il volto dell’uomo, cioè una succursale della sua anima. Mi venivano queste idee sparse, là nella solitudine di quel giardino. Là, dove il silenzio preparava una dimora discreta a pensieri profondi. “Taci, su le soglie del bosco non odo parole che dici umane. Ma odo parole più nuove che parlano gocciole e foglie lontane”. (1) Come D’Annunzio nel pineto, ecco io stavo ascoltando parole più nuove. Osservare. Scrutare. Penetrare. Definire. Capire. Erano azioni che il mio vocabolario prima non avrebbe distinto. Per tutto bastava “guardare”. Ora stavo imparando ad andare oltre. Forse la mia ansia di conoscenza mi avrebbe insegnato anche a vedere, vedere veramente. A vedere nelle cose la faccia nascosta, segreta, misteriosa: ma non per questo meno reale di quella apparente, superficiale, evidente. Tutta una questione di sensibilità, di mobilitazione delle risorse interiori. “Vigile ad ogni soffio intenta da ogni baleno, sempre in ascolto, sempre in attesa, pronta a ghermire, pronta a donare, pregna di veleno o di balsamo, torta nelle sue spire possenti o tesa come un arco dietro la porta, angusta, o sul limitare dell’immensa foresta, ovunque giorno e notte al sereno e alla tempesta in ogni luogo, in ogni evento la mia anima visse come diecimila!” (2) Proprio bravo questo D’Annunzio, aveva capito tutto. Vivere è vivere pienamente, mettendo in gioco tutti i nostri sensi. Solo in questa tensione emotiva riusciamo ad ascoltare ciò che il mondo vuole dirci. Insomma a cogliere nella realtà i simboli che essa nasconde, per possederla veramente. Il vento mi stava sferzando il viso. Istintivamente con la mano mi toccai la guancia congelata: un contatto banale di me con me, con una parte del mio corpo. Ma bastò a farmi pensare. Anche la faccia è un simbolo, anzi il simbolo della nostra personalità. Sulla nostra faccia è scritta la storia delle nostre emozioni, del nostro intimo rapporto con le cose. La fisionomia è la carta d’identità del nostro spirito. Negli ultimi giorni mi ero fatta una buona cultura sull’argomento. In quel momento un fruscio alle mie spalle: un movimento lieve ma percettibile aveva messo in moto il fogliame di un cespuglio. Mi avvicinai, per curiosità. Tutto tacque. Ma appena mi voltai con un balzo un bel gatto bianco planò su un muretto vicino. Si appostò in posizione dominante, e da là mi guardava fisso. Sono animali inquietanti i gatti. Hanno un indubbio fascino: danno sempre l’impressione di

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saperne più di te, e di non avere alcun bisogno di comunicare. Sono paghi della loro superba condizione di felini formato famiglia. E come sono gli uomini che hanno la faccia da gatto? Basta, non volevo più tornare alle solite questioni che mi tormentavano da giorni. Avevo diritto alla mia tranquillità. Decisi di andarmene. Mi avviai all’uscita, sempre sotto lo sguardo vigile del micio dannunziano. Dopo alcuni passi nel labirinto dei vialetti, avevo l’impressione di esser seguita. Controllai un paio di volte, ma non c’era proprio anima viva. E invece un’anima mi stava dietro con passo felpato, guardinga e silenziosa: un’anima coperta di morbido candido pelo. Un zampettata dietro l’altra non mi mollava, avendo cura di fermarsi sempre a distanza di sicurezza. Mi venne una strana tenerezza, ebbi anche l’impulso di avvicinarmi. Ma quando ormai ero decisa, mi voltai ed era sparito, svanito nel nulla, risucchiato dal giardino incantato. Era tornato nel suo regno. A Villa Alba tutto era fervore, frenesia. La mostra si doveva aprire tra due giorni. L’austera, armonica, composta facciata classica strideva con questo forsennato brulicare. Erano uomini poco interessati all’arte. Falegnami, elettricisti, manovali: una fauna particolare animava la scena. Probabilmente non avevo il diritto di essere tanto spietata: anch’io ero lì per lavorare, solo per lavorare. L’arte? E’ riservata a quelli che hanno il tempo per coltivarla: anch’io a volte l’avevo pensato. Ma ora avevo la presunzione di essere cresciuta, alla luce delle mie recenti esperienze. I miei occhi erano cambiati. Era cambiato il mio modo di osservare. Partecipavo a ciò che vedevo, perchè riuscivo a percepire meglio. La realtà ora per me acquistava spessore e profondità. Dentro la villa tutto era disordine, caos, rumore. Non ebbi il tempo di lasciare esplodere il mio disappunto. Repentino come uno scoppio calò il silenzio. Trapani e apparecchiature si erano fermati: macchine mute e inerti avevano perso il loro ruolo incombente. Che cosa era successo? Lo intuii subito dalla faccia degli operai, dai loro concitati tentativi di risolvere la situazione. Era saltata la corrente. Immaginai il solito sovraccarico di energia e aspettai che tutto tornasse normale nel giro di pochi minuti. Ma non fu così. Lessi prima disappunto, poi sgomento sul volto del direttore dei lavori. Sentii pronunciare alcune sommesse parole, poi la sentenza: corto circuito. Capii subito che era un guaio serio. Mesti e contriti gli operai abbandonavano la scena, lasciando incompiuti i loro lavori. Poteva essere una pausa, certo. Ma non fu così. Il caposquadra mi passò accanto con l’aria stralunata di chi ha avuto l’annuncio di una disgrazia. I guerrieri, qualche istante prima forti del loro equipaggiamento, lasciavano mesti la battaglia, sconfitti: il giorno dopo avrebbero dovuto impazzire per rimanere nei tempi. Il campo era sgombro. Chiesi di potere rimanere, nonostante tutto, ancora un po’, a studiare comunque le inquadrature dei dipinti. Molti erano già arrivati. Erano tele famose: venivano anche da musei stranieri.

Avevano viaggiato con tutte le cautele, pronte ad essere ammirate. Ma ora erano lì appoggiate alla parete o alla colonna in attesa degli eventi. Mi aggiravo in mezzo a quella provvisoria esposizione sotto gli occhi vigili del personale di guardia: anche i sistemi antifurto naturalmente erano andati in tilt e bisognava tenere gli occhi aperti. Subii il terzo grado da parte di un solerte funzionario: con tono inquisitorio voleva sapere da chi avessi avuto il permesso di vagare in mezzo a tutto quel ben di Dio. Mi salvò il direttore della mostra: invitò il suo “doberman” a tollerare la mia presenza. Mi ritrovai libera. Libera e sola, lungo i corridoi. Godendo della mia privilegiata condizione, salii l’ampio scalone, verso il primo piano. Qui molto del lavoro era stato fatto e l’allestimento aveva già tutto il sapore di una galleria d’arte. Rimasi sola. Sola con i quadri. Trovai straordinaria quella condizione. Nessuno che mi disturbava, nessuno che mi distraeva: l’ideale per concentrarmi. I dipinti in esposizione erano tutti capolavori. Eccezionale questa occasione di averli a portata di mano tutti insieme. Il mio compito era quello di “ritrarre i ritratti”, secondo la tecnica fotografica. Non era una passeggiata: l’ambientazione dei quadri, di alcuni in particolare, era suggestiva, ma scomoda per chi facesse il mio mestiere. Uno degli aspetti interessanti della professione è che mai nulla è servito sul piatto di portata. La scoperta della prospettiva migliore deve sempre essere una conquista. Certo, questa era solo una ricognizione di massima. Ma alcune indicazioni le potevo comunque ottenere. Mi muovevo con concitazione, ansiosa di mettere a frutto questa prima solitaria esplorazione. Non volevo perdere nessun istante di questa insperata, preziosa calma totale. Presa dalle fasi frenetiche del mio arrivo, e dalle successive disavventure avevo perso di vista il tema della mostra: “Le immagini dei sensi”. (3) Con una discesa a precipizio lungo lo scalone principale raggiunsi il curatore della manifestazione. Alto, elegante, con una barbetta che riempiva in parte un viso magro e scavato: in quei momenti di angoscia aveva l’aria sofferente di un Cristo in croce. Non nascondeva la sua irritazione, con tutto e con tutti, quasi che ciò servisse ad esorcizzare guai ulteriori. Mi rivolsi a lui, per farmi spiegare lo spirito della mostra. Quasi senza ascoltare quello che gli stavo chiedendo, mi fissò. Quando realizzò bene quanto inopportuna fosse la mia domanda, non parlò, non rispose. Fece un mezzo passo verso destra, come per andarsene. Poi si voltò. Dall’altò della sua statura lasciò cadere su di me, impertinente ed ignorante rompiscatole, uno sguardo complicato: feroce, rabbioso, indispettito, incredulo, pieno di compatimento per la miseria umana. Ma si sciolse infine in un cordiale sorriso, sdrammatizzando: “Tanto non è che possa fare molto per il momento. Io non me ne intendo di fili. Venga, le racconto in due parole quello che vuole sapere”.

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Ci portammo in un angolo del salone d’ingresso. Adocchiai due poltroncine di purissimo liberty. Già immaginavo il privilegio di accomodarmi su un pezzo di storia. Lui, sveglio oltre che alto, si affrettò a precisare: “No, non su quelle. Quelle fanno parte dell’allestimento. Le abbiamo fatte venire appositamente da...” Fu tale la delusione che non ascoltai nemmeno la località. Ripiegammo su due casse da imballo, comunque utili allo scopo. E l’ammaestramento in pillole cominciò. “Da sempre, e non solo nel campo dell’arte, le nostre percezioni sono un tema di particolare interesse. L’industrializzazione ha svolto un ruolo fondamentale nella trasformazione della nostra sensitività. Sentire, vedere, odorare, toccare e gustare sono processi che trasformano il mondo. E il mondo, che sta mutando, li modifica a sua volta. La nostra idea iniziale era di offrire una visione d’insieme della frequenza e varietà delle rappresentazioni di questo tema nella cultura artistica europea. Poi siamo passati ad un approfondimento anche filosofico. Per Aristotele il senso della vista era il più importante, per conoscere il mondo. Anche la nostra cultura attuale è sicuramente centrata sugli aspetti visivi. Ma non dimentichiamo il gusto. Secondo una certa etimologia “sapienza” deriverebbe da “sapor”, sapore. Insomma, abbiamo cercato di raccogliere capolavori che rappresentano i modi percettivi con cui l’uomo esplora la realtà e la fa sua. Impresa ardua, ma stimolante.” (4) E stimolante era davvero quel tema. Ero eccitata all’idea di fissare sulla mia pellicola tante immagini: espressioni diverse di un modo particolare di vedere il mondo e di rappresentarlo. Risalii al piano superiore: ora potevo osservare con maggiore cognizione. Ma perchè si apprezza un quadro? La pittura è poesia che si vede. E che cosa è la poesia, se non la capacità di cogliere nelle cose il lato nascosto, una esplorazione avventurosa di profondità a cui non hai mai pensato, di corrispondenze strane e straordinarie. Quindi nella pittura scopri un nuovo modo di vedere. Quindi, un nuovo mondo. L’ atmosfera ovattata di questa augusta residenza stimolava in me pensieri inusuali. In quella sospensione del rumore si cancellavano i normali processi di razionalizzazione: il rapporto con le cose si cristallizzava in una dimensione senza tempo. E in questo limbo delle sensazioni sgorgava prepotente il nuovo flusso della coscienza: al di là dei dati oggettivi sperimentavo una comunione diretta con ciò che avevo intorno. L’effetto era definire affabilità con il mondo esterno: nulla mi era estraneo. Le immagini mi avvolgevano: io ero nelle immagini. Raccapricciante brulicare di serpenti e rettili che occupano gran parte di una tela: al centro, sconvolgente nel suo cadaverico pallore, è la testa della Medusa, mozzata da Perseo. (5) E’ esposta in una nicchia della parete: questa naturale cornice aumenta l’effetto diabolico dell’immagine. Ma è lo sguardo che domina: quegli occhi prominenti, laceranti nella terribile fissità, riescono comunque a tradire un senso di disperazione.

Vedo scoraggiamento in quel gelo immobile, quasi prostrazione: lei, la protagonista, ha coscienza che la sua è una condizione terribile. E’ travolta da forze estranee contro cui nulla può fare. Non ricordo molto del mito della Medusa, ma non posso fare a meno di provare questa reazione. Vedo nello sguardo della Medusa, il suo dramma umano: un’atroce condizione a cui è stata condannata. Non è una belva assetata di sangue. E’ una vittima, una donna a cui fu impossibile essere padrona della sua vita. Leggo tutto questo nella sua terribile maschera: nel suo ruolo di mostro che terrorizza io leggo anche molta paura, paura della vita. Non riesco nemmeno a controllare i particolari di quella faccia: il naso, la bocca. Per me quel viso è il simbolo del terrore. Riesco a vederlo solo così. Mi sposto, non senza inquietudine. Mi sento seguita da quello sguardo: la voce di quel dramma continua a farsi sentire, quel turbamento si incide nella mia esperienza. Accanto, qualcosa di meno sconvolgente. Un bel viso aperto di ragazza mostra dei tamburelli. (6) Il carattere gitano rende particolari i lineamenti. L’impressione è di vivacità, gioia, voglia di vivere. Leggo nella didascalia che è una delle rappresentazioni del senso dell’udito. Ma io non colgo questo tema: sento solo la serenità che emana. Quella giovane dalla tela mi parla. Dice che, nonostante tutto, vale sempre la pena danzare al ritmo dei tamburelli. Sto osservando dei ritratti. Per me in quei dipinti la faccia ha una capacità immediata di comunicazione. La fisionomia è messaggio. Un messaggio diretto, si instaura un sottile legame tra me che osservo e il carattere di cui la figura è portatrice. Io non sto osservando: io ascolto la voce di quei lineamenti. E’ come una magia: per me quelle figure sono vive. Proseguo, e tale particolare condizione si accentua. Sono al cospetto di un colorito personaggio: regge un canocchiale e rappresenta il senso della vista. (7) Tutto l’insieme ha notevole equilibro compositivo. Ma ciò che spicca, è la luce dello sguardo: l’intensità di quella pupilla attira e concentra l’attenzione. Leggo nel plasmarsi di quel volto uno spirito vivace, acuto, scrupoloso. E’ tale l’evidenza con cui quegli aspetti mi appaiono, che mi viene spontaneo inventare per questo dipinto un sottotitolo: la tenacia. Diverso un ritratto di vecchio, “lo scultore cieco”. (8) Palpebre abbassate, viso allungato, chiuso da una mesta barba bianca. La faccia è poco rilevata, quasi in ombra. Nella parte inferiore, però, un fascio di luce illumina le mani: stanno stringendo, toccando, accarezzando, la testa di una scultura. Quella figura è attiva in quelle mani: tutto il resto è cornice. La vera poesia del dipinto è in quel gesto. La fisionomia coincide con quella tensione: è il proiettarsi alla conquista del mondo con il fondamentale strumento di cui si dispone, il tatto. Quella è una personalità tattile. Comunica solitudine e isolamento, ma non rassegnazione. Lotta

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anzi per entrare in relazione col mondo. Faccio alcuni passi. Quasi nascosta da una colonna un’immagine delicata: una dolce figura di fanciulla. Si china su un fiore, per apprezzarne il profumo. (9) Il gesto è semplice, banale. Ma nell’espressione di quel volto, in quegli occhi grandi e intensi, vedo il suo compiacimento: dà valore anche a questa semplice sensazione. E’ il viso della tenerezza, emozione facile quando si è giovani. Alla fine del corridoio mi coinvolge una figura particolare. Un mascherone di carnevale? Uno studio surreale? Non comprendo bene. Cerco di avvicinarmi per saperne di più. Invece di delinearsi meglio i lineamenti sfumano. Ad una certa distanza era un profilo di vecchio, avrei potuto giurarlo: viso coperto di peluria bianca, collo magro, e condizione della capigliatura indefinita. A diretto contatto con la figura, ecco la sorpresa. E’ una composizione di vari elementi: un ceppo vecchio, funghi, fogliame, frutta. E’ “l’Inverno”, una delle figurerebus di Arcimboldo. (10) A seconda della distanza da cui si guarda, la figura si scompone nei singoli particolari, oppure, misteriosamente, si riaggrega in una testa ben riconoscibile. Ammiro e penso. Il silenzio che mi circonda stimola le mie riflessioni. A ben guardare succede la stessa cosa anche quando guardiamo il viso di una persona. Se sei vicino la tua percezione si schiaccia sui particolari: vedi dettagli della pelle, sfumature nei capelli, rughe più o meno marcate, pieghe d’espressione. E su tali particolari si focalizza la valutazione. Perdi di vista l’insieme. Ma se hai occasione di guardare la stessa faccia da una certa distanza, ti appare in una luce nuova. Cogli l’armonia complessiva, dai valore ad espressioni e atteggiamenti. Non vedi una incolore sequenza di particolari: è un tutto che ha significato. Ti appare il messaggio. Questo è il solo modo di capire il volto: andare oltre i particolari, alla ricerca dell’armonia. Il tutto è qualcosa di più della somma delle parti. Inutile inseguire i segni morfologici, le misurazioni degli angoli di un viso. Un naso aquilino è un particolare. Ma non può avere senso se sradicato dall’architettura complessiva del viso. Essa acquista significato e parla della personalità se la sappiamo guardare nell’unico modo possibile: tenendo conto del quadro d’insieme. Il volto è una figura viva, non una serie di segni. E’ un repertorio di espressioni che sottintendono un personalissimo universo di emozioni. A gestire quelle emozioni è la nostra intimità spirituale. Vogliamo chiamarla anima? La possiamo chiamare anima. Vogliamo dire che l’anima esprime, nel volto, la sua personalità e il suo carattere? Lo possiamo fare, purchè non si pretenda che quel carattere coincida con una somma di segni morfologici. La bizzarra creazione di Arcimboldo aveva stimolato il fluire delle mie idee. Ormai era un’ossessione. Mi resi conto di essere ricaduta nei dubbi amletici degli ultimi giorni. Provai un’istintiva ribellione a questa tortura che, inconsciamente, mi stavo

imponendo. Volevo distrarmi. Mi avvicinai alla finestra. Guardai il parco: fui penetrata da un senso di desolante solitudine. La tenue foschia del pomeriggio rendeva tutto più cupo. Non c’era proprio nessuno. Nessuno, tranne un uomo che lentamente attraversava il giardino. Lo individuai subito quando, ancora lontano, aveva imboccato uno dei vialetti tra i cipressi. Procedeva quasi sillabando i passi, senza alcuna fretta. Si avvicinava, tra poco lo avrei visto bene. Ma, improvvisamente, cambiò di direzione e scomparve dietro un cespuglio. Il suo cappello a larga tesa un po’ demodè, fu l’ultima cosa che mi apparve di lui. Il cappello? Un brivido mi percorse: ma non ebbi il tempo di ragionare. Feci due passi indietro, nel corridoio. L’intenzione era di uscire, di andarmene fuori subito da quella atmosfera ovattata, chiusa, opprimente. Mi ripresi, e fui sopraffatta dalla curiosità. Volevo controllare: avevo visto davvero quello che credevo di avere visto? Guardinga portai di nuovo lo sguardo oltre i vetri: niente. Mi avvicinai ancora alla finestra, per una verifica più lontano: niente. Abbassai lo sguardo verso la panchina sul retro del palazzo, in genere vuota. E scoprii che questa volta era occupata da qualcuno. Seduto di spalle, rivolto verso la collina, poteva apparire un’anonima innocua presenza: ma era lui. Era il “postino”. Istintivamente mi ritrassi. La vista mi si annebbiò. Un tremito violento mi possedette. Faticavo a respirare. Mi appoggiai alla parete, ormai in panico. “Anche qui - pensavo - anche qui”. Stavo per lasciarmi andare, volevo piangere. Ma non riuscivo. La mia coscienza, in mobilitazione totale, non trovava sfogo. Tesa come una corda di violino, ma lucida nella mia disperazione, mi sentivo ancora una volta indifesa, in balia della situazione. Essere con le spalle al muro, però, mi diede forza: una forza straordinaria per ribellarmi. Non volevo più tollerare queste mascherate misteriose. Non mi importava nulla di un imbecille che mi seguiva vestito come Rodolfo Valentino. Anzi, avevo proprio voglia di dirgliene quattro. Ero decisa, decisa e arrabbiata. E la rabbia mi riportò a quella finestra. La panchina ora era vuota: non c’era più nessuno. Il mio oscuro accompagnatore se ne era andato, finalmente. Quell’ombra si era dissolta nella sera. Il sollievo che seguì non mi liberò però dall’agitazione. E’ terribile la sensazione che qualcuno ti tiene sotto controllo, ti osserva, diventa padrone della tua intimità: anzi, non ti permette più di avere un’intimità vera. Anche qui! Anche qui dovevo subire questa allucinata investigazione sulla mia vita. Pensai di andarmene via, di non fare più il servizio: non mi importava di niente, non volevo più vedere nessuno. Ripercorro il corridoio verso lo scalone, a testa bassa, infuriata. Svolto dopo la colonna, quasi sfiorandola. Sto per riprendere le scale, ma calpesto chissà cosa. Scivolo, perdo quasi l’equilibrio. Rialzo la testa, sorpresa dall’imprevedibile infortunio. E

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di fronte a me, in fondo al corridoio lo vedo. Mi prende quasi un colpo. Mi blocco, fulminata. Non sto sognando quello sul quadro è proprio lui: è il mio Max. Cerco di muovermi: non sento le gambe. I miei passi sono l’arrancare penoso di chi è intorpidito dal gelo. Ma continuo. Ho paura, ho tanta paura. E insieme mi prende un senso di tenerezza, che mi scalda il cuore. Ho voglia di piangere, vorrei ridere. Intanto mi avvicino. Ormai sono di fronte al quadro. Fisso quel viso: capelli lunghi incolti, barba e baffi, un look da artista. Zigomi pronunciati, guance un po’ scavate. E gli occhi! Sono proprio i suoi occhi. “Max! Ma cosa hai fatto? Dove sei stato tutto questo tempo? Pensavo proprio di non rivederti! Perchè ti sei fatto ricrescere la barba? Ti ricordi la portavi così al liceo: dicevi che faceva un po’ bohemienne. E i capelli? Ti stanno proprio bene. Hai anche un bel colorito: non quella faccia smunta che avevi di recente.” Un rumore al piano di sotto, un cigolio: qualcuno trascina un mobile. E, fuori dal mio delirio, ritorno brutalmente alla realtà. Faccio due passi indietro. Leggo sulla targhetta del quadro: Giovanni Carnovali, detto il Piccio - “Autoritratto”. (11) Eppure per un momento, ci avevo proprio creduto. Impossibile e assurdo ma ci avevo creduto: pensavo di avere davanti il mio Max. E invece, il Piccio. Quella allucinazione mi aveva rimescolato l’anima. Qualcosa che andava oltre la somiglianza aveva prodotto quel fenomeno di suggestione. Era l’equilibrio delle forme in quel volto: strano, straordinario. Dovevo essere logica: i miei sentimenti avevano preso per mano l’immaginazione. L’effetto si era fatto sentire. E adesso? Non potevo fare altro che andarmene e chiudere dentro di me anche questo ennesimo gioco di prestigio del destino: i trucchi vengono sempre a galla. Non riuscivo a staccarmi, però, da quella tela. Ormai avevo razionalizzato, ma sentivo un po’ mia quella figura. Mi voltai di nuovo, per un ulteriore inesorabile verifica. Ora avevo capito. Fissai l’immagine, consapevole di cosa stavo facendo, di cosa stavo guardando. Nessuna reazione: come prevedevo, nessun tumulto della coscienza. Guardai un’ultima volta quel bel volto. Le sopracciglia, folte incorniciavano uno sguardo grintoso e affranto: il viso di chi tiene dentro un suo dolore profondo. Era la faccia del mio Max. Saliva la nebbia, come l’altra volta. Freddo, faceva freddo: come l’altra volta. Avevo, come l’altra volta, gli occhi fissi sulla figura, non mi potevo staccare. E intanto soffrivo, come si soffre quando si sa che anche star male è inutile, come quando perdi il contatto con le cose e saresti pronto a dare tutto pur di potere fuggire. La mia angoscia cresceva, ritornava quel senso di oppressione, non riuscivo a respirare. Volevo gridare, ma la voce non usciva. Sentivo parlare. Qualcuno parlava, qualcuno mi stava parlando: “Non ti rassegnare! Non ti rassegnare!” Un timbro schietto, un tono deciso. “Chi, chi parla? Chi mi parla?” Era una tortura. Dovevo reagire, dovevo fare tacere

questa visualizzazione perversa: mi stava facendo uscire di testa. Quello che avevo davanti era un autoritratto, nient’altro. Me ne dovevo convincere: ma non ce la facevo. Risentivo ancora quella voce. Mi sembrava concreta, oggettiva, reale. Non ero comunque nella condizione di ostacolare questa allucinazione. Non opposi più resistenza. Cedetti. Ascoltai. “Non ti rassegnare. Il mondo intorno ti sembra piatto. Non ti fidare. Ciò che vedi significa più di quanto appare. Le cose hanno sfumature, colori, profondità. Osservale, coglile. Puoi vedere solo se impari a guardare: e senti solo quando sai ascoltare. Non avere paura. Trova la via, la tua via. Scopri la luce del volto. La tua ansia mi ha chiamato. Ora io sono qui. Non potevo deluderti.” Il sudore mi inumidiva la fronte. Avevo in testa una grande confusione. Sarebbe stata una soluzione convincermi di stare male, di delirare, di avere la febbre. Ma non era così. Stavo bene. Però quella voce era lì, mi parlava da quel ritratto. Parlava dentro di me quando guardavo il ritratto. Ora si era interrotta. Poi riprese: “Ognuno ha un volto suo. Ognuno è individuo. Tutte le forme sono affini, ma nessuna somiglia all’altra. (12) Per capirlo però ci vuole sensibilità, particolare sensibilità. Sembra che non esistano più persone in grado di vedere i volti, di sentire i volti: la misura dei tratti, il profilo, la carne, le attaccature, passaggi. (13) Sono persone un po’ misere che sono costrette a consultare più volte al giorno il barometro per sapere che tempo fa e che sono altrettanto poco a casa propria nella natura che nel loro stesso corpo. (14) Come guardare un volto? In noi non vi è nulla che non fosse già in chi ci ha dato la vita. Ma vi è libertà. Ognuno è libero di dare la voce che vuole al corpo che ha ereditato. Senza questa libertà tutto sarebbe prevedibile e previsto. (15) Interpretare il volto non è una scienza esatta. Se lo fosse, si impiccherebbero i bambini, prima ancora che abbiano compiuto le azioni che meritano il capestro. (16) Il significato della fisionomia non parte dalla geometria. Non è la forma che conta, ma l’espressione: l’espressione individuale. Non ci sono occhi, orecchie, naso, bocca: c’è solo il volto. Moltissimi hanno il naso alla Tolstoj, ma solo Tolstoj ha avuto il suo volto. Se ti concentri sull’espressione, vedi qualcosa di fluido, di dinamico: sei costretto a cercare i passaggi, i collegamenti, le pieghe dell’essere. Nella marionetta o nella statua tutto è così come è, nulla si evolve. Quello è un mondo statico, finito: ti fa vedere i particolari, non l’insieme. (17) Il volto invece è evoluzione, metamorfosi. Ora tu stai imparando. Non ti fermare. Sei sulla buona strada. Solo l’idea di metamorfosi ti può portare dentro il volto, può farti vedere davvero. Non cercare in questo o quel tratto avarizia, arroganza, bontà. (18) Nell’organismo umano non vi sono misure segrete, proporzioni che si lasciano esprimere tramite numeri. (19) Interpretare il volto è arte. E’ capacità di valutare nel momento stesso in cui il tuo oggetto si sta modificando. Il volto non si dà una volta per tutte, fisso e immutabile. Solo nella morte vedi i tratti, fissi,

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immobili. Nella vita li vedi in continuo movimento. Alcune reazioni del volto, alcune espressioni si ripetono con una certa costanza. E su quella manifestazione di emozioni tu costruisci l’idea della personalità, tua e degli altri. Per vedere le cose in movimento bisogna vedere dentro, penetrare con lo sguardo nelle fessure, nelle giunture e nelle suture delle cose, seppellirsi in esse. Significa amare le cose, inabissarsi in esse, per poi riemergere. Nel mondo dinamico degli individui solo colui che sa vedere comprende. Anzi, in tale mondo, il senso emerge solo se qualcuno lo sa interpretare.” (20) A tratti le parole assumevano un tono appassionato: appassionato e coinvolgente. Ascoltavo quei discorsi. Io li sentivo in me, li sentivo parte di me. “L’uomo non appare più come è - continuò - E non è più come appare”. (21) Il volto è metamorfosi. E’ creazione di forme. (22) Un quadro gela un momento della metamorfosi. Coglie un istante, ruba un’espressione all’insieme. Pensaci. E impara.” Poi fu silenzio. Le cose intorno a me ripresero, a poco a poco, la faccia normale. Il Piccio, dalla tela mi guardava indifferente ai miei turbamenti. Mi sentivo confusa e stordita: da dove veniva quella voce? Chi aveva voluto dirmi tante cose? Max? Gli occhi erano pieni di lacrime. Ma non avevo paura, non provavo angoscia. Molti dubbi, ma anche una grande fiducia: fiducia nelle cose, fiducia nella vita, fiducia in me stessa. Avevo bisogno di prendere aria: volevo riappropriarmi della realtà, riassaporare il volto consueto delle cose. Il mio volo nell’occulto mi dava vertigine. Uscii dalla villa. Un respiro profondo, e tentai di riprendere quota. Era impossibile, me ne resi conto subito. Destabilizzante: quell’incontro era stato destabilizzante. Mi appoggiai alla balaustra, davanti alla facciata maestosa di Villa Alba. Anche lo sfarzo del neoclassico non mi faceva alcun effetto. Era poca cosa rispetto a quello che avevo sperimentato. Di chi era quella voce? E il “postino” dove era finito? Una cosa era certa: qualcuno si stava preoccupando per me. Mi aveva parlato. Mi aveva regalato le sue raccomandazioni. Raggiunsi la riva del lago, accanto alla Torre S. Marco. Il frangersi delle onde accompagnava e cullava i miei pensieri. Quella massa d’acqua, sempre uguale e sempre diversa, era una bella immagine della vita. Ti appare in un certo modo, e credi di aver capito. Poi, senza preavviso, cambia del tutto. L’acqua assume forme nuove, prende nuove sembianze. Basta una brezza leggera e la faccia calma e piatta della superficie si corruga, si contorce in una smorfia imbronciata. Basta una barca che passa, un giro di corrente, e quell’anima fluida si indispone, rabbrividisce. Il suo tremore giunge a riva, si fa sentire. Il cielo osservava quel mio monologo interiore. Lassù non arrivava l’eco dei miei dissidi. Eppure anche il cielo a volte sembra avere una personalità, dei lineamenti: le nuvole sottolineano i mutamenti d’umore. Quando facciamo tacere un po’ la fretta e

ci concediamo qualche minuto li vediamo tutti i volti del cielo: corrucciato, stizzito, minaccioso, cupo, raggiante, sereno. Allora dialoghiamo con la natura, la sentiamo viva, percepiamo il carattere delle cose. Quella sera ero troppo agitata per guardare la faccia del cielo. Però non avevo più paura. Tutto mi appariva coerente, anche se incredibile. Tutto, anche la mia allucinazione. Qualcosa aveva preso forma. Aveva mobilitato la mia coscienza. Mi aveva fatto capire che vale sempre la pena guardare il mondo da un altro punto di vista. Il giorno successivo le riprese procedettero, senza intralci. Non sentii più la voce. Ma quando attraverso l’obiettivo mettevo a fuoco un ritratto, mi balenavano, insistenti quelle parole: “Un quadro gela un momento della metamorfosi. Coglie un istante, ruba un’espressione all’insieme.” Oscar mi raggiunse. Non feci parola di quanto mi era accaduto. Per riprendere il “Piccio” lasciai fare a lui tutto il lavoro. Me ne andai fuori. Non ce la facevo, non riuscivo proprio a reggere. ”Sei scappata come se avessi visto un fantasma” fu il suo commento quando rientrai. Io non diedi spiegazioni: non poteva e non doveva sapere. Venne anche il momento di sbaraccare. Il lavoro era finito. Il giorno dopo quelle sale si sarebbero riempite di esperti, di curiosi, di gente normale che non aveva i miei problemi. Quel pubblico sarebbe stato attento, forse competente. Ma avrebbe saputo andare oltre la superficie, dentro il volto delle cose? Non potevo pretendere che qualcuno capisse il mio nuovo stato d’animo, i miei sentimenti. Nessuno avrebbe potuto. Nessuno tranne, forse, il professore.

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Luci “Noi non siamo esseri umani che vivono un’esperienza spirituale. Noi siamo esseri spirituali che vivono un’esperienza umana”. P. Teilhard De Chardin

Giovedì, Bergamo Alta.

Camminavo sul selciato, sagomato e particolare, della via che sale a Città Alta. Non avevo potuto aspettare. Appena rientrata, mi ero messa in contatto con il professore. Non si era mostrato sorpreso della mia chiamata. Lo dovevo raggiungere nel suo studio in università: questa volta aveva un po’ più di tempo, mi aveva assicurato. Camminavo e ripensavo alla mia storia. Faticavo a credere che tutto fosse successo a me, proprio a me. Era stata un’avventura: un percorso in un continente sconosciuto, il contatto misterioso con una dimensione superiore. Ma, di qualunque tipo fosse la mia esperienza, era servita. Mi presentavo al professore, dopo un lungo viaggio durato pochi giorni. Ed ero diversa. Più matura? Più consapevole? Chissà. Cercando soluzione alle mie insicurezze, avevo trovato, forse, un modo nuovo di conoscere e di guardare. Le vetrine avevano i colori del Natale: luci, musica, attesa. Era il periodo dei regali: anche io ci dovevo pensare. Mi sentivo avvolta dal sapore della festa, della serenità, della gioia. Ma dentro di me la gioia non c’era. Il mio faticoso itinerario non mi aveva aperto questa porta preziosa. Non riuscivo a provare l’illusione della felicità. Varcai il portone della facoltà. Mi infilai su per la stretta scala che portava al piano superiore. Ormai conoscevo la strada. Mi presentai sulla soglia. Il professore era al suo scrittoio, in penombra. Bene illuminati dalla lampada da tavolo erano invece i libri che stava consultando. Alzò lo sguardo. Cordiale, mi fece accomodare. Per un momento mi sentii un’intrusa. Io non parlavo: lui comprese il mio imbarazzo e mi tolse dall’impaccio. “Mi aspettavo la sua visita. Lo avevo capito subito. Per lei la fisiognomica non è un argomento di studio. Per lei è un sentiero, una via spirituale da percorrere. E ora è venuta a farmi il suo resoconto di viaggio.” La sua perspicacia mi diede conforto, sufficiente ad aprire il mio cuore. Fu un racconto lungo, circostanziato. Non trascurai nulla: nemmeno il postino, nemmeno il fantasma. Non mi aspettavo spiegazioni. Mi bastava sapere che qualcuno mi capiva, che non mi considerava sull’orlo di una crisi nervosa.

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Il professore mi lasciò parlare, lasciò che sfogassi l’ansia. “Credevo di avere raggiunto punti fermi - gli confidai, in conclusione - La bioenergetica mi aveva convinto: io sono il mio corpo. Da Platone avevo imparato che il corpo è immagine dell’anima. E Leonardo garantiva che un’anima regge e governa ciascun corpo. Quindi questo legame tra corpo e spirito possiede augusti testimonial. Poi ho sperimentato la sindrome del volto. Il fantasma di Malpaga mi ha trascinato nel cuore della sua esperienza: quella faccia è stata la porta sul dramma di una vita. E, procedendo, Darwin mi ha confermato il ruolo delle emozioni nella crescita della personalità. Le espressioni delle emozioni che diventano abituali sono in grado di dare un equilibrio nuovo alla fisionomia. Tutto coerente, tutto logico. Mi ero convinta. La fisiognomica ha senso: da fuori si può leggere ciò che una persona è dentro. La faccia manifesta l’interiorità, si può osservare la dialettica delle emozioni organizzata nel volto. Ero andata oltre rispetto a Della Porta e alla sua corrispondenza uomo-animale: suggestiva ma non verificabile. Le confesso che, sulla base di questi ragionamenti, ero soddisfatta della mia evoluzione. Ora, però, sono nei guai. A Villa Alba è emerso un fatto nuovo, che può mettere in discussione tutto: il volto è metamorfosi. Ciò significa che non esiste più alcuna identità fissa, stabile? Tutto sfuma? Sono arrivata ad un punto morto? Tutto è stato inutile, senza senso? Sono in crisi mi aiuti.” Mi aveva ascoltato con molta attenzione: era concentrato, direi. Poi, come suo costume, tagliò corto, arrivando al dunque: “Mi compiaccio. Lei è la migliore delle mie allieve. I suoi progressi sono stati reali e incredibilmente rapidi. Ha pescato molto, anche pesci di specie sconosciute. E ora è confusa: si sta chiedendo a che punto è arrivata, a che cosa siano serviti questi suoi tormenti. A molto, glielo dico subito e senza dubbio alcuno. Lei ha imparato non solo a vedere gli altri. Ha imparato a sentire, nel volto, indizi della loro personalità. Ma ora è tempo di arrivare alla conclusione del viaggio. Il concetto di fisiognomica attira la gente: tutti vorrebbero avere la ricetta per leggere nel viso: per curiosità, per opportunismo, per voglia di dominio. Ma la gente si aspetta una fisiognomica di soluzioni “pret-a-porter”. Si aspetta una scienza del volto che decifri il proprio oggetto in modo univoco, certo, esatto. Cerca numeri e geometria: pretende oggetti stabili, definiti e manipolabili.” Dopo un esordio un po’ tattico, ora lo riconoscevo. Aveva ripreso il vigore critico: il suo carattere più affascinante. “La gente vuole risposte e spiegazioni dalla fisiognomica - continuò - Per secoli fu questo l’intento profondo, da Aristotele a Della Porta a Le Brun. Per Aristotele fare scienza del volto significa scomporlo in segni - sintomi isolati. Significa cercare le cause, trovare un codice di riferimento. Significa, in fin dei conti, fare del volto una “cosa”, un oggetto statico, misurabile, una pura entità numerico-geometrica. E questa sarebbe l’ambizione, anche della nostra mentalità d’oggi. Ma se il mondo fosse tutto

codificato e codificabile dove finirebbe l’individualità, l’originalità del volto, la personalità? La fisiognomica non è, non ha bisogno di essere, nè può essere una scienza. Anzi, la maggior parte di ciò che essa ha di falso deriva dalla sua aspirazione alla esattezza scientifica. (1) Da sempre la gente si aspetta dalla fisiognomica una condanna, al bene o al male: sii quel che sei e diventa quel che puoi. (2) Il significato vero della fisionomia invece segue vie diverse, apparentemente paradossali.” Non mi aveva ancora risposto. Già quelle parole, però, davano un’impostazione al mio problema. “Non si deve sconvolgere se la sua voce misteriosa - continuò - le ha detto che il volto è metamorfosi. Non cade nessuno dei suoi progressi. Se valuta bene, anzi, questo è il risultato naturale. La faccia che ci troviamo è figlia delle nostre emozioni: Lei lo ha imparato bene. Se cambiano le emozioni con cui affrontiamo la vita, si trasforma anche il volto, non crede? Certo il passaggio è fatto di sfumature: ma proprio le sfumature sono essenziali, perchè fanno passare da un’espressione all’altra. Allora, se questo è vero, se il volto muta e può mutare sulla base delle emozioni che cambiano, diventa impossibile istituire leggi interpretative fisse. Occorrerebbe un codice personalizzato per ognuno, ammesso che fosse possibile dare un ordine e un’organizzazione alla assoluta libertà di scelta della persona. Quindi, mi segua bene, questa è una tappa decisiva: si deve escludere una scienza del volto definita e definitiva. Non ha senso cercare segni morfologici dati a cui corrispondano, sempre e comunque valori caratteriali.” Quindi, mi ero data tanta pena per fondare la mia fede nella fisiognomica, ed ora veniva liquidata in un attimo. Caddi in una cupa frustrazione. “E allora cosa ci rimane in mano? - sbottai confusa - Dobbiamo arrenderci e dire che la fisiognomica è presunzione? Che il discorso è tutto un cumulo di sciocchezze?” “Assolutamente no. - si affrettò a confortarmi il “prof.” - La fisiognomica ha senso, e un senso profondo: solo che non è una scienza, basata su misurazioni. E’ un incontro con le espressioni che ognuno mobilita. La personalità che il corpo manifesta è nelle espressioni del tutto individuali che noi offriamo al riconoscimento degli altri. Le espressioni abituali lasciano segni sulla nostra faccia: e l’equilibrio delle forme si riaggiusta, di continuo. E quindi ha un senso, e un senso concreto, parlare di fisiognomica. Certo non è la fisiognomica che cerca il naso aquilino, o la bocca carnosa e ad essi fa corrispondere con certezza matematica caratteristiche dello spirito.” “Quindi, tutto alla rovescia. - osservai - Non è il corpo che denuncia, con la sua forma, una condizione caratteriale. E’ il carattere, inteso come personale capacità di reazione, che costruisce il corpo a sua immagine.” “In pratica si. - rispose - Ed esiste anche un’altra forma di metamorfosi nel volto. L’ uomo non è come appare e non appare come è: glielo ha detto la sua “voce”. Noi possiamo, infatti, anche fingere certe espressioni. Possiamo cioè dotarci di

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una maschera: spacciare una finta versione del nostro carattere. Sul nostro volto, in questo caso, troviamo un’espressione vera di una finta emozione. E’ un gioco che tutti sappiamo fare, qualche volta. Ma può diventare anche una vera seconda pelle. A volte, inconsciamente, facciamo credere che quella sia la nostra autentica personalità: addirittura finiamo per crederlo anche noi. Mostriamo arroganza per nascondere la paura. Se qualcuno ci attacca, noi rientriamo nel guscio. Il volto, il nostro volto, questa meravigliosa e mutante traccia della vita, cambia, si orienta, si costruisce. Lo spirito arretra, si protegge, e gioca a far vedere uno spettacolo di intrattenimento. L’anima vera è al sicuro, nel profondo. In superficie, sulla faccia, c’è un atteggiamento di circostanza, di civile convenienza, di educazione, di decoro, di rispetto. Ma non c’è più il volto, come specchio dell’anima. E’ una libertà paradossale questa che l’uomo ha di trasformarsi: il mistero della personalità è tutto qui. Proprio in virtù di tale libertà l’uomo é un essere originale, un essere dotato di volto. E’ individuo. ” Sapeva essere chiaro, il professore. Ma i suoi discorsi, così netti, mi imponevano ulteriori domande. Ero coinvolta ormai nell’atto finale di un faticosa interpretazione. Il volto è metamorfosi. Tentai di riportare quei discorsi alla mia dimensione: era penoso, ma dovevo farlo. Il volto di Max, del mio Max, era espressione o maschera? Quello che io vedevo era il suo volto autentico, attraverso cui si incanalavano le sue emozioni vere? O non era una artificiale messa in scena cui era stato costretto, o a cui si era adeguato. Il sospetto era atroce. La memoria mi riportava tanti ricordi: situazioni di ogni genere. Per nessuna avrei potuto dire con certezza quale fosse lo stato d’animo di Max: quello vero naturalmente. Questa constatazione mi metteva a terra. E ciò che valeva per lui valeva per tutti: si arrivava alla totale imperscrutabilità dell’animo umano. “La maschera! - confermò il professore - Forse è una questione di costume, forse è ipocrisia dilagante. Forse è solo paura, paura degli altri. E per tenerla sotto controllo si trova comodo avere una personalità di scorta, un modo per potere dire: quello che gli altri capiscono di me non è la verità, è solo quello che io voglio far credere.” Seguì un momento di silenzio, silenzio totale. Fissavo il professore negli occhi: nel suo sguardo pretendevo di scorgere più di quello che egli aveva voluto dire. Oggi l’uomo non è più come appare, e non appare più come è. A ben guardare è assolutamente evidente: il gioco della recita e della messa in scena è il carattere forse più drammatico della nostra civiltà. E la faccia, in questa situazione, che fine fa? Cosa posso vedere davvero guardando chi mi sta vicino? Erano considerazioni che facevano mulinare nella mia mente tanti pensieri. Se così stavano le cose anche le persone che avevo a fianco soffrivano forse di questa patologia della maschera: forse tutti erano capaci di fingere. Anche Valeria. Anche Daniel. Anche Miki.

Per un istante la vita, la logica della vita mi apparve diversa: come se tutto avesse una dimensione manifesta e una sotterranea. Il volto, la faccia, la fisionomia si riducevano ad un esteriore maquillage dell’anima, in una atroce lotta per sopravvivere rispetto alle sopraffazioni degli altri. Dopo quella sospensione pesante il professore giunse ad una conclusione sconvolgente: “Oggi il volto è atrofizzato. L’ uomo ha perso elasticità, ritmo. L’ossessione delle sue nevrosi lo rende mediocre. Chi, oggi, oltre all’attore e alla star del cinema, ha ancora il suo volto? Molti di noi non sono nient’altro che attori, uomini che recitano un ruolo fino in fondo, per poi ritrovarsi totalmente svuotati? Uomini allo stremo delle forze, che hanno dovuto urlare, mettersi in vendita, puntando ora al ribasso, ora al rialzo?” (3) Il bisogno di piattezza e di superficialità d’oggi ci dice che la profondità dell’uomo si è svuotata: si è spezzato il nesso tra superficie e profondità” (4) Poi rimase per un momento titubante, quasi cercando le parole. Infine sussurrò, come per liberarsi da un segreto: “Ma c’è la possibilità di andare oltre. La fisiognomica non può ridursi alla necessità di leggere e descrivere queste maschere preconfezionate. Sotto la corteccia artificiale esiste pur sempre l’anima, centro pulsante dell’individuo, che mantiene nel profondo una gamma personale di sentimenti e di affetti. Io ne sono sicuro. Dove può portare allora la fisiognomica? Proprio a riscoprire questa intimità negata. Grazie a Dio il gioco della maschera non sempre riesce. Interferiscono quelle benedette cadute di stile, quelle note false che ci concediamo o che non riusciamo comunque a controllare. Proprio là in questi spiragli di vita autentica, in queste fessure di luce attraverso cui filtra a volte lo spirito, dobbiamo fare agire la fisiognomica. E sarà una fisiognomica fatta di sensibilità, di comunione con gli altri: una sfida, una conquista, un’avventura. In quei momenti chi ci è di fronte lascia parlare il suo volto: rubiamo quei momenti, prendiamone possesso. E da qui può partire una vera rivoluzione. Si può, anzi si deve, cominciare a pensare con il cuore. Solo in questo modo la fisiognomica ha un senso. Diventa voce della personalità che qualcuno lascia uscire, e qualcun altro si dà pena di stare ad ascoltare. Questa è poesia, vera poesia che si vede: è espressione di libertà. Oggi la gente non si guarda più in faccia. Lo fa solo quel tanto che serve ad avere informazioni utili, produttive, strategiche. A nessuno interessa scavare sotto la crosta, non per farsi i fatti altrui: solo per lasciare spazio ad una comunicazione spirituale più profonda. Osservare l’espressione delle passioni può non essere facile: oggi molti vogliono dare l’impressione di non sentire alcuna passione. E’ la civiltà dell’“apatheia”: si indossa la maschera di chi non sente nulla. E’ più comodo e meno coinvolgente. Questi, cara Helen, sono i problemi! Ma è importante credere, per potere vincere. La fisiognomica del naso a punta o della faccia da leone non regge il confronto con questa autentica rivoluzione. Le emozioni escono dalla faccia, se le lasciamo uscire. E quando escono dobbiamo farle nostre, comprenderle.

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Attraverso esse passa la voce del cuore. Ascoltiamola” Il professore aveva ragione da vendere. La fisiognomica portava direttamente al centro dei nostri drammi: all’incomunicabilità. Ora tutto mi appariva chiaro. La faccia può essere due cose. O è una maschera irrigidita e morta, in cui hai scelto di relegare una volta per tutte ciò che vuoi gli altri capiscano di te. Oppure è altro: è una dinamica metamorfosi, e assume le sembianze delle tue emozioni. Comunica la tua vita interiore. Ma questa seconda ipotesi è pericolosa: espone la tua anima, nuda, all’utilizzo che gli altri ne vogliono fare. Oppure, peggio, nessuno si preoccupa di starla a sentire quell’anima. E allora conviene la maschera: più sicura, più stabile, meno rischiosa. Non esibisce agli altri la tua intimità. Ma rimane legittimo un dubbio. La vita che si tiene nascosta dentro è ancora vita? Ha senso come vita? Rimanemmo a guardarci io e il professore, sorpresi degli imprevedibili esiti del dialogo. Ero andata a cercare risposte, e tornavo con domande. Ma qualcosa di essenziale si era compiuto: una reazione chimica si era innescata e non poteva più arrestarsi. Avevo capito che, per comprendere il significato del volto, bisogna andare al di là della forma. Ma occorre pazienza, umiltà, amore. Serve tutto questo per cogliere i sussurri della personalità che le emozioni comunicano. Nel volto il segno fisso, il particolare morfologico, sono eredità genetica: l’espressione, l’equilibrio originalissimo delle espressioni è la vita. Tutto ciò che la vita è stata, è e sarà. Quello è il volto vero. Quella è la personalità che vale la pena di leggere. Ancora un dubbio chiesi al professore di risolvermi, anche se avevo un po’ di timore ad affrontare l’argomento. Come poteva spiegarsi il mio contatto con la “voce”, che tante porte mi aveva aperto? “Non mi sembra che la sua sia una forma di schizofrenia - disse sorridendo - A volte noi riusciamo a pescare dentro di noi intuizioni, che non spieghiamo razionalmente. La condizione particolare in cui sono avvenute queste sue “visioni” mi dà ragione. Lei ha vissuto esperienze autoipnotiche; che l’hanno portata lontano, nelle profondità della sua mente. Ha guardato dentro di sè, e ha visto ciò che cercava.” Come sempre rigoroso, puntuale, implacabile nella sua logica, il mio professore. Io accettai quelle spiegazioni, con il rispetto che si deve a chi ne sa più di te. Ma dentro di me sentivo che c’era, forse, dell’altro. Restituii l’edizione economica di Aristotele: era stata un eccellente punto di partenza. Uscii nella sera, imbacuccandomi nel mio pellicciotto. Ero felice perchè avevo capito qualcosa di semplice e di straordinario: è importante imparare ad ascoltare gli altri per capire se stessi. Considerare inutile la fisiognomica, significa rassegnarsi ad accettare la faccia come una maschera. Diventa una cospirazione collettiva. Ognuno accetta l’altro con il suo corredo di segni fissati: in cambio gli altri non mettono in discussione la tua statua, il burattino che decidi di fare agire al posto della tua vera interiorità. Anch’io avevo fatto parte di quella cospirazione. Anch’io avevo taciuto, non

avevo approfondito per convenienza, forse per paura. Ora ne ero consapevole. Magari lo avessi capito prima. Forse non avrei potuto fare nulla per il mio Max. Almeno avrei però cercato di guardare nell’abisso di quell’anima. Che cosa vuol dire, dopo tutto, amare, se non toccare l’intimità dell’altro per farlo sentire meno solo? Ecco, la solitudine: è quella la condanna più atroce. Chi è solo si chiude, chi è solo taglia i fili, chi è solo si crede onnipotente: presume di essere lui la misura di tutto. Era successo anche a Max? Non lo sapevo, e non lo avrei mai saputo. Ora, però, avevo capito quali messaggi, meravigliosi o drammatici, ci regala il volto: era una luce nel buio. Se vuoi amare una persona passa molto del tuo tempo a guardarla negli occhi: dagli occhi passa la voce dell’anima. Tante cose oggi ci condizionano. E questo modifica il nostro volto. Siamo costretti a non lasciare che le nostre emozioni si manifestino. Ma loro, furtivamente, trovano nello sguardo, nelle espressioni, nelle momentanee sfumature della mimica angusti passaggi. Sono spiragli di luce attraverso cui lo spirito illumina il volto, gli dà significato. Lo rende unico e originale. Ogni volto rispecchia il mondo secondo una sua inimitabile creatività. Ma per capire tutto questo bisogna sempre essere all’erta: non considerare chi ci passa accanto come un inciampo, da scansare o schiacciare. Bisogna avere sempre le antenne pronte a ricevere. Chi abbiamo vicino è un’altra faccia del mondo, un’altra faccia in cui il mondo trova modo di manifestarsi. Camminavo, al ritmo delle mie evoluzioni mentali. Mi accorsi solo dopo un po’ di avere il naso gelato e la fronte bagnata. Piovigginava? No, era neve, quel nevischio fitto e gelido che sferza la pelle e ti fa allungare il passo verso casa. Ora lo stavo sentendo davvero il Natale: portavo in me quella nuova scintilla di felicità. Ora avevo capito che la faccia degli altri può essere il più sublime dei paesaggi: basta avere il coraggio di non ibernarlo, mummificarlo, immobilizzarlo. Il volto non è mai una cosa: è sempre vivo. Praticare l’arte antica della fisiognomica è trovare nel volto la vita. Averlo capito era per me il più bel regalo di Natale: e ne ero felice. Felice, dopo tanto tempo. Giunsi a casa. Richiusi con cura, ma senza fretta. Mi abbandonai sul mio divano. E, morbidamente raccolta nella mia intimità, lasciai uscire un sospiro: uno di quei sospironi di sollievo che suggellano le tempeste superate. Veramente era stata una crociera movimentata la mia. Ma ora ero rientrata in porto. Ebbi anche il coraggio di fare ciò che da tempo non avevo osato fare. Entrai nella camera di Max. Mi sentii avvolta da un’atmosfera di caldo tepore. Era sorprendente: il ricordo di mio figlio non si associava più alla nera coscienza della morte. Ero riuscita, in un modo o nell’altro, a riavvicinarmi a lui: sentivo la sua presenza accanto a me. E lui non aveva più il volto buio della tristezza. La sua era un’immagine radiosa, una luce diffusa che mi regalava con-

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forto. Aprii il cassetto centrale dello scrittoio: le sue penne, la calcolatrice, l’agenda. La sua agenda. Chissà se... No, non potevo guardare. O forse sì? Dopo qualche esitazione, cominciai a sfogliare quelle pagine: appunti, note di scuola, alcune riflessioni. Nessuno le aveva più guardate dopo quel giorno. Non volevo indugiare troppo però su quelle parole: non volevo invadere un’area privata, la sua area privata. Mi trovai ai giorni precedenti il “fatto”. Attirò la mia attenzione una lunga nota, scritta di getto con inchiostro blu. Erano pensieri, pensieri in libertà: A volte mi capita prima di addormentarmi. Qualche volta anche durante la giornata. Mi chiedo che senso abbia tutto: la nostra vita, la nostra morte, noi stessi. E allora comincio a pensare che una risposta precisa non ci sia. Il senso potrebbe essere dare un valore ad ogni istante che ci viene regalato. Ma questo modo di essere ci porta lontano. Lontano dalle nostre abitudini. Ci porta a tentare di scalare le vette. A tentare l’impossibile perchè l’impossibile non esiste. A cercare la voce delle cose. A diventare cioè capaci di vedere, vedere davvero. E questa è la poesia della vita. Lo diceva anche Rimbaud: “Il poeta si fa veggente mediante un lungo, immenso e ragionato disordine di tutti i sensi. Tutte le forme d’amore, di sofferenza, di pazzia; egli cerca se stesso, esaurisce in sè tutti i veleni, per non conservarne che la quintessenza. Ineffabile tortura nella quale egli ha bisogno di tutta la fede, di tutta la forza sovrumana, nella quale egli diventa il grande infermo, il grande criminale, il grande maledetto, - e il sommo Sapiente - Egli giunge infatti all’ignoto. poichè ha coltivato la sua anima già ricca più di qualsiasi altro!” (5) Io sono un veggente? Io sono un poeta? Forse tutti possiamo essere poeti, se impariamo a leggere nella faccia del mondo l’unica cosa che valga la pena di conoscere: il cuore dell’uomo. E’ difficile, ma io sono convinto che ci si può arrivare. Certo bisogna cambiare molto. Bisogna cominciare a credere a ciò a cui non osiamo credere: ai miracoli. Lo diceva Aquila grigia, un saggio pellerossa: “Vorrei lasciarvi con un miracolo. Vorrei lasciarvi capaci di comprendere i miracoli. Vorrei lasciarvi capaci di comprendere che i miracoli sono alla vostra portata. Vorrei lasciarvi capaci di comprendere che ogni giorno è un miracolo... che ogni piccola frazione di giorno è un miracolo. Vorrei lasciarvi capaci di comprendere che ogni sorriso dato liberamente, senza sperare che venga ricambiato è un miracolo.” Chissà se saremo mai in grado di capirlo. Lui, Max, lo aveva capito sicuramente. E, infine, ci ero arrivata anch’io. Fuori dai vetri la neve ora scendeva fitta. Ma dentro, nella casa della mia anima, ormai faceva caldo. Caldo, come tanto tempo fa.

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“Ho imparato a camminare : da allora mi lascio correre. Ho imparato a volare: da allora non voglio essere spinto per muovermi. Ora sono leggero, ora volo, ora mi vedo sotto di me, ora danza un dio attraverso di me. Così parlò Zarathustra. ” F. Nietzsche

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Note Max 1) F. Nietzsche - Così parlò Zarathustra – Fabbri editori - Classici del pensiero 1996 – Op. cit. pag. 59. “Ho imparato a camminare: da allora mi lascio correre. Ho imparato a volare: da allora non voglio essere spinto per muovermi. Ora sono leggero, ora volo, ora mi vedo sotto di me, ora danza un dio attraverso di me. Così parlò Zarathustra” 2) F. Nietzsche - Così parlò Zarathustra – Op. cit. pag. 180. “Io salivo, salivo, sognavo, pensavo - ma tutto mi opprimeva. Ero simile ad un malato che è stremato dal suo lungo martirio e che è risvegliato da un sogno ancora peggiore mentre si stava addormentando. Ma c’è in me qualcosa che io chiamo coraggio: ciò ha ammazzato finora in me ogni scoramento. (...) E l’uomo è l’animale più coraggioso: col coraggio sgominò ogni animale. Con uno squillo di fanfara sgominò anche ogni dolore; e il dolore dell’uomo è il dolore più profondo. Il coraggio ammazza anche la vertigine degli abissi: e dove mai l’uomo non sarebbe vicino agli abissi? Non è il vedere stesso un vedere abissi?” 3) F. Nietzsche - Così parlò Zarathustra - Op. cit. pag. 58 “Di tutto quanto è stato scritto io amo solo quel che uno scrive con il suo sangue. Scrivi col sangue: e vedrai che il sangue è spirito”

Profilo 1) Cfr. Ken Dychtwald - Psicosoma - Casa Editrice Astrolabio - Ubaldini Editore, Roma, 1978. Op. cit. pag. 13. “Fu appunto a quel tempo che smisi di “avere” un corpo, e per la prima volta cominciai a capire che io “sono” il mio corpo e che il mio corpo “è” me. Perciò mi trovavo costretto ad affrontare la possibilità che il mio corpo rivelasse, tramite la sua forma e la sua fluidità, la mia storia e la mia vita. A quanto pareva, ogni curva, ogni muscolo raccontava un certo capitolo, una certa costellazione di relazioni, la cui accumulazione era divenuta l’immagine di me stesso, era divenuta “me”. (...) Evidentemente, io mi ero tradotto nella carne ogni volta che avevo creato o ricreato me stesso, e lui ( J. Pierrakos, psicoterapeuta - ndr.) si limitava a ritradurre quella carne nelle vicende, nelle esperienze e nei sentimenti che avevano modellato la carne. Leggeva la mia vita nel corpo come un archeologo potrebbe leggere la storia egizia nei geroglifici”.

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2) Cfr. Lowen - The Language of the Body - New York - Collier Books 1971. Op. cit. pag. 15 “Il carattere dell’individuo, quale si manifesta nel modello tipico di comportamento, è ritratto inoltre, sul piano somatico, dalla forma e dal movimento del corpo. La somma totale delle tensioni muscolari viste come una Gestalt ... costituisce l’“espressione corporea” dell’organismo. L’espressione corporea è la visione somatica della tipica espressione emotiva che sul piano psicologico viene vista come “carattere”.

2) Aristotele - De Anima “Ora anche le affezioni dell’anima par che siano tutte congiunte con un corpo: il coraggio, la dolcezza, il timore, la misericordia, l’audacia e ancora la gioia, l’amore, l’odio, perchè quando si producono il corpo subisce una modificazione”. (I, 1, 403a 15) “E invece è evidente che ogni corpo ha una sua propria forma e figura”. (I,3, 407b 15) Aristotele - De partibus Animalium “Il corpo è in qualche modo finalizzato all’anima, e ognuna delle sue parti alla funzione alla quale è destinata per natura.” (645b 15-20)

Valeria

3) Aristotele - De partibus Animalium “ La natura colloca ciò che è più nobile nelle parti più nobili” ( 665a 15-20). “...ciò che è migliore e più nobile, riguardo all’alto e al basso, tende a trovarsi in alto; riguardo al davanti e al dietro, davanti; riguardo alla destra e alla sinistra, a destra. ( III, 3-4, 665a 20-21).

1) A. Lowen - Bioenergetica - Feltrinelli 1983 – Op. cit. pag. 45. 2) Ken Dichtwald - Psicosoma - Op. cit. pag. 15. Fonte originale: I. Rolf - “Structural Integration”, Sistematics 1, n.1 (June 1963) pp. 9,10. “Un individuo che prova temporaneamente paura, angoscia o collera, fin troppo spesso porta il proprio corpo in un atteggiamento che il mondo riconosce per la manifestazione esteriore di quella particolare emozione. Se l’individuo persiste in tale drammatizzazione o la ristabilisce consistentemente, formando così quel che viene chiamato “schema d’abitudine”, la disposizione muscolare si fissa. Materialmente parlando, alcuni muscoli si accorciano e si ispessiscono, altri vengono invasi da tessuti connettivi, altri ancora vengono immobilizzati dal consolidamento dei relativi tessuti. Quando ciò avviene l’atteggiamento fisico è invariabile; è involontario; non può più venire cambiato radicalmente dal pensiero e neppure dalla suggestione mentale. L’ instaurazione di una reazione fisica stabilisce anche un modello emotivo. Poichè non è possibile stabilire un libero flusso attraverso la carne, il tono emotivo soggettivo diviene progressivamente più limitato e tende a rimanere in un’area ristretta, nettamente definita. Ormai ciò che l’individuo prova non è più un’ emozione, una reazione ad una situazione immediata, e quindi egli vive, si muove ed esiste in un atteggiamento.”

4) Aristotele - Historia Animalium “In tutte le specie tutte le parti superiori e anteriori sono nei maschi più forti e vigorose e meglio armate, mentre per le femmine si può dire lo stesso di quelle posteriori e inferiori. La medesima constatazione vale per l’uomo e per gli animali terrestri e vivipari.” (538b 2). 5) Aristotele - Historia Animalium “Il carattere delle femmine è in effetti più molle e più facilmente addomesticabile, più disposto alle carezze che all’apprendimento. (...) Tutte le femmine sono più timorose dei maschi. (...) le femine sono più deboli e più maligne, meno sincere e più impulsive. (...) La donna è più compassionevole dell’uomo e più propensa alle lacrime, e inoltre più gelosa e querula e pronta a insultare e colpire. (...) Il maschio invece è più pronto a recare aiuto e più valoroso” (608a 21).

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Dorian 1) O. Wilde - Il ritratto di Dorian Gray - Peruzzo Editore 1985 - pag. 17 2) O. Wilde - Op. cit. pag. 25

Dal passato... 1) F. Caroli - Storia della Fisiognomica - Arte e psicologia da Leonardo a Freud - Arnoldo Mondadori Editore 1995. Cfr. Op. cit. pag. 56.

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1) Alexander Lowen - La depressione e il corpo – La base biologica della fede e della realtà - Casa Editrice Astrolabio, Ubaldini Editore, Roma 1980. Op. cit. pag. 11. “Il volto di David era una maschera; ma al contrario di Margaret non faceva alcuno sforzo per mobilitare la mimica espressiva. Era, di fatto, talmente congelato che aveva qualcosa di morto. La mascella era rigida e gli conferiva un’aria truce, gli occhi erano spenti e il corpo aveva la rigidità di una tavola”. 2) A. Lowen - op. cit. - Cfr. pag. 13 “Era triste, il suo spirito non si sollevava mai, si sentiva come incatenato da un peso che lo tirava giù.”

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3) A. Lowen - op. cit. - Cfr. pag. 15 “Ciò che vi è in comune in questi quattro casi e in tutte le reazioni depressive è la irrealtà che pervade l’atteggiamento e il comportamento della persona. Chi è depresso, uomo o donna che sia, vive riferendosi al passato con una corrispondente negazione del presente” 4) A. Lowen - op. cit. - Cfr. pag. 22. “Queste qualità mancano alla persona che è diretta dall’esterno. Quest’ultima rivela forti tendenze alla dipendenza, perchè ha bisogno di altre persone a cui appoggiarsi emozionalmente. Poi, allorchè viene meno il loro appoggio, questa persona si sente depressa. Ha quella che si dice una struttura caratteriale orale.” 5) A. Lowen - op. cit. - Cfr. pag. 17 “Quando gli occhi sono insensibili, quando la voce è piatta e la motilità ridotta, questi canali sono chiusi e la persona si trova in uno stato di depressione”.

Porta 1,2) G.B. Della Porta - Della fisonomia dell’uomo - Ugo Guanda Editore, Parma 1988. Libro I , cap. 9, pag. 176. 3) G. B. Della Porta - Magiae naturalis sive de miraculis rerum naturalium libri IV, Napoli 1558 (trad. it. Della magia naturale, Napoli 1687, I, 1: 1-2) 4) G.B. Della Porta - Della Fisonomia dell’uomo - I, 30, pag. 108 5) G.B. Della Porta, Op. cit. - Libro I, 29, pag. 107: “L’istesso Aristotele ricorda che credere ad uno dei segni dei più communi è cosa da gioco; ma adunar molti insieme e da molti testimonii accordati in uno si deve formare il giudizio. il che è confermato ancora da Galeno, il quale giudicò che i Fisonomi agevolmente possono errare, quando credono ad uno dei segni, che non sia porprio”. 6) G.B. Della Porta, Op. cit., Cfr. : (II, 2, pag. 129) , (II, 3, pag. 142), ( II, 13, pag. 198) 7) G.B. Della Porta, Op. cit., Cfr. ( I, 15, pag.56). 8) G.B. Della Porta, Op. cit. - Cfr. ( II, 2, pag. 132). “La fronte quadrata, e per la proporzion della faccia mediocre, dimostra uomo magnanimo, e ciò perchè s’assomiglia alla fronte del leone” Cfr. II, 2, pag. 152 “L’orecchie grandi sono testimonio di grande asinità, dice Aristotele ad Alessandro; ma sono di buona memoria segno e di buon ritenere”

9) G.B. Della Porta, Op. cit. Cfr. - ( II, 8, pag. 173). “Quei che hanno le narici aperte sono di fervente ira, e si riferiscono alla passione la qual si fa nell’ira infocata, a cui si aprono le narici acciò si possa far per quelle veemente respirazione. Onde non senza cagione quelli che hanno le narici aperte sono selvaggi e potenti come i tori e i leoni.” 10) Ivi - Op. cit. (II, 10, pag. 183). 11) Ivi - Op. cit. (II, 12, pag. 195). 12) Ivi - Op. cit. (II, 22, pag.238). 13) Ivi - Op. cit. (IV, 9, pag.477) “Chi si move nelle spalle dritto e di collo elato, cioè che molto si compiace perchè così camina il cavallo. Il cavallo è glorioso e ambizioso, tanto che Eliano scrive questo del cavallo, che veramente di animo altiero et elevato fra tutti gli animali. (...) Tiberio Cesare caminava col collo dritto, quasi indurato e col volto chino, per il più tacito; nè parlava con altri, e rarissime volte con i suoi prossimi, tardamente e no senza movimento de’ diti; le quali cose considerando Augusto in lui, d’ingratitudine et arroganza accusandolo presso il Senato e il Popolo, diceva esser mancamento di natura, non di animo”. 14) Ivi - Op. cit. (I, 3, pag. 27) “Ne’ pesci, nelle piante e nelle erbe sono ancora i suoi segnali, per i quali vuole la maestra Natura si conoschino le loro virtudi e malignità; le virtù come le facultà medicinali, le malignità come veleni; onde ciascuno, come da se stesso, possa congetturare infinite virtù di una pianta dalla sola vista, come abbiamo già dimostrato nella nostra Fitognomica. Laonde per le cose dette, se vere sono, che verissime sono, si conosce che vera ancora sia la umana fisonomia”. 15) Ivi - Op. cit. (I, 14, pag. 54). 16) Ivi - Op. cit. (II, 7, pag. 164). 17) Ivi - Op. cit. (I, 15, pag. 54). 18, 19) Ivi - Op. cit. (I, 26, pag. 97). 20) Ivi - Op. cit. (I, 26, pag. 98). 21,22) Ivi - Op. cit. (V, 1, pag. 510).

L’angelo 1) G.B. Della Porta - Della Fisonomia dell’uomo - Op. cit. - Cfr. Libro V, Proemio, pag. 509. 2) Ivi Cfr. (V, 2, pag. 512) 3) 5) 6) Ivi Cfr. (V, 3, pag. 513)

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4) Ivi (V, 4, pag. 518). 7) Ivi (V, 21, pag. 556) 8) Ivi (V, 21, pag. 558). 9) Ivi (V, 18, pag. 549). 10) Ivi ( V, 18, pag. 551). 11) Ivi (V, 21, pag. 562). 12) Ivi (V, 13, pag. 542). 13) Ivi (V, 10, pag. 530). 14) Ivi (V, 20, pag. 555). 15) Ivi (V, 43, pag. 599).

Leonardo 1) Leonardo da Vinci - Trattato della Pittura - Codice Vaticano Urbinate 1270 – Vol. I parte II, 105. 2) Leonardo da Vinci - Trattato della Pittura - Op. cit. 106. 3) Leonardo da Vinci - Trattato della Pittura - Op. cit. 4n. 487. 4) Leonardo da Vinci - Manoscritto B dell’Institut de France - 63 r .

16) - G. Cardano - Metoposcopia - Manuale della lettura della froonte, Metoposcopia - Mimesis Ermetica 1994. Libro VII, Figura 93, pag. 82. 17) F. Caroli - Storia della fisiognomica - Op. cit. Cfr. pag. 47 e sgg. 18) G. Cardano - Metoposcopia - Op. cit. Libro I, Prefazione, pag. 23.

Malpaga 1) La mitologia fa risalire l’origine delle arti figurative a Butade, vasaio di Corinto. Sua figlia, innamorata di un giovane, per tenere presso di sè l’immagine dell’amato disegnò sul muro il contorno, la silhouette che lasciava l’ombra di lui sulla parete. Su quel modello Butade creò una figura in argilla. Nacque così il ritratto: un ritratto assemblato sull’ombra, vera identità del soggetto. 2) Cfr. - Platone - Leggi - Cfr. XII, 959a. “L’anima è per essenza del tutto differente dal corpo e nella vita ciò che dà a ciascuno la sua peculiare natura è nient’altro che l’anima”. Platone Leggi - Cfr. XII, 959b “Il corpo, sostiene ancora il legislatore, non è che una controfigura che vien dietro a ciascuno di noi (e in tal senso è giusto che i corpi dei morti sono solo immagini); invece il nostro vero io non soggetto a corruzione è detto anima.”

5) Leonardo da Vinci - Codice Atlantico - Cfr. 327 v. “Se la natura avessi ferma una sola regola nella qualità delle membra, tutti i visi delli omini sarebbono in modo somiglianti in tal modo, che l’un dall’altro non si potrebbe conoscere. Ma ella ha ‘n tal modo variato i cinque membri del volto, che ben ch’ell’abbi fatto regola quasi universale alla lor grandezza, lei non li ha osservati nelle qualità in modo tale, che l’un dall’altro chiaramente conoscere si può”. 6) Leonardo da Vinci - Trattato della pittura - Op. cit. 288. “Della fallace fisonomia e chiaromanzia non mi estenderò, perchè in esse non è verità; e questo si manifesta perchè queste chimere non hanno fondamenti scientifici. Vero è che i segni de’ volti mostrano in parte la natura degli uomini, i loro vizi e complessioni. Ma della mano tu troverai grandissimi eserciti essere morti in una medesima ora di coltello, che nessun segno della mano è simile all’altro, e così di naufragio.” 7) Leonardo da Vinci - Trattato della Pittura - Op. cit. Cfr. 290. 8) Leonardo da Vinci - Trattato della Pittura - Op. cit. Cfr. 294. “I moti ed attitudini delle figure vogliono dimostrare il proprio accidente mentale dell’operatore di tali moti, in modo che nessun altra cosa possano significare” 9) Leonardo da Vinci - Codice Atlantico - Op. cit. Cfr. 207 r. “Chi vuol vedere come l’anima abita nel suo corpo, guardi come esso corpo usa la sua cotidiana abitazione; cioè se quella è senza ordine e confusa, disordinato e confuso fia il corpo tenuto dalla su’ anima”. 10) Leonardo da Vinci - Trattato della Pittura - Op. cit. Cfr. 16.

3) Cfr. Platone - Fedone - Cfr. 80A: “Quando anima e corpo sono uniti insieme la natura impone al corpo di servire e di lasciarsi governare, all’anima, invece di dominare e di governare. Orbene, anche per questo rispetto, quale dei due tipi ti pare simile a ciò che è divino e quale a ciò che è mortale? Non ti pare che ciò che è divino debba governare e comandare e ciò che è mortale debba invece essere governato e servire?”.

Sindrome 1) Trad. it. da “La Bibbia”, a cura della CEI e di “La Civiltà Cattolica” (Aurora, Milano 1974) 2) Leonardo da Vinci - Trattato della pittura - Cfr. n. 15.

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3) G. B. Della Porta - Op. cit. III, Proemio. “Sono gli occhi veramente fra le nobilissime parti del corpo umano le principalissime, perchè i principali segni della fisonomia si traeno dagli occhi. E’ stato detto dai più savi Filosofi che, come il volto è l’imagine dell’anima, così gli occhi sono imagine del volto. Alcuni han chiamto gli occhi porte dell’anima, perchè come da certe cose così balena fuori l’anima. Dice Polemone: gli occhi manifestano i segreti del cuore, che i segni che appaiono negli occhi sono idoli delle voglie del cuore.” 4) G. B. Della Porta - Della Fisonomia dell’uomo - II, 7 , pag. 160 5) G. B. Della Porta - Della Fisonomia dell’uomo - II, 12, pag. 194. 6) G. B. Della Porta - Della Fisonomia dell’uomo - II, 10, pag. 188 7) G. B. Della Porta - Della Fisonomia dell’uomo - I, 10, pag. 47 8) A. Schopenhauer - Saggio sulla visione degli spiriti - Tascabili Economici Newton 1993 - Op. cit. pag. 58. “Una figura di tal fatta può prendere il nome, a seconda della sua causa remota, di allucinazione, visione, seconda vista o apparizione di spiriti. Ma la sua causa prossima deve comunque essere interna all’organismo, perchè, come abbiamo già dimostrato è un effetto interno che stimola il cervello a un’attività intuitiva che, penetrandolo completamente, si estende fino ai nervi sensoriali, dai quali le figure così manifestatesi ottengono anche colore e luminosità, e persino i suoni e la voce della realtà.”

Pittori 1) F. Nietzsche - Così parlò Zarathustra - Proemio di Zaratustra - 4, 30. 2) Charles Le Brun - Le figure delle passioni, conferenze sull’espressione e la fisionomia - Raffaello Cortina Editore, Milano, 1992. - Op cit. pag. 73. 3) Charles Le Brun - Le figure delle passioni - Op. cit. pag. 16. “Gli antichi filosofi, che attribuiscono due appetiti alla parte sensitiva dell’anima, collocano nell’appetito concupiscibile le passioni semplici e nell’appetito irascibile le più violente e quelle composte. Essi vogliono infatti che l’amore, l’odio, il desiderio, la gioia e la tristezza siano inclusi nel primo, e che il timore, l’ardimento, la speranza, la disperazione, la collera, la paura si trovino nel secondo”. 4) Ch. Le Brun - op. cit. pag. 22. 5) Ch. Le Brun - op. cit. pag. 97.

Darwin 1) Charles Darwin - L’espressione delle emozioni nell’uomo e negli animali, Taccuni N e M, Profilo di un bambino - Boringhieri Editore, Torino, 1982. - Op. cit. pag. 212 2) Charles Darwin - Op. cit. pag. 139 “Alcuni atti complessi hano un’utilità diretta o indiretta in certi stati d’animo, perchè alleviano o soddisfano determinate sensazioni, desideri e così via. Ogni volta che si riproduce lo stesso stato d’animo, anche se appena accennato, c’è la tendenza - in forza dell’abitudine o per associazione - a ripetere quegli stessi movimenti anche se in quel momento non danno alcun vantaggio. Alcuni atti che di solito, in forza dell’abitudine si presentano associati a determinati stati d’animo, possono essere parzialmente repressi dalla mente; in questi casi i muscoli che si trovano più debolmente sotto il diretto controllo della volontà sono ancora portati a contrarsi, causando movimenti che noi interpretiamo come espressioni. In altri casi la repressione di un movimento abituale richiede altri piccoli movimenti che a loro volta dunque si presentano come movimenti espressivi.” 3) Charles Darwin - Op. cit. pag. 419 “Noi percepiamo facilmente negli altri, attraverso la loro espressione, il sentimento di partecipazione e di simpatia; e questo mitiga le nostre sofferenze e aumenta le nostre gioie; si rafforzano inoltre così i buoni sentimenti reciproci. I movimenti espressivi danno vivacità ed energia alle parole che pronunciamo; rilevano i pensieri e le intenzioni degli altri in modo più autentico delle parole, che possono essere falsificate. Qualunque sia la quantità di verità che la cosiddetta scienza fisiognomica possa contenere, essa sembra dipendere, come osservò Haller molto tempo fa, dal fatto che persone diverse usano frequentemente muscoli facciali diversi a seconda della loro disposizione mentale, per cui questi muscoli possono svilupparsi più del normale; e di conseguenza le rughe e i solchi che si formano sul loro volto a causa della contrazione abituale diventano così più profondi e vistosi. La libera espressione attraverso segni esteriori delle emozioni le intensifica.”

Red Love 1) Charles Darwin - Op. cit. pag. 419 “La libera espressione attraverso segni esteriori delle emozioni le intensifica. Chi si lascia andare a gesti violenti aumenta la sua collera; chi non controlla i segni della paura si sentirà ancora più terrorizzato” 2) G. B. Della Porta - Della Fisonomia dell’uomo - Op. cit. II 7 pag. 217 “Dal suon della voce si possono conoscere i costumi, perchè, come dice Polemone e Adamanzio, chi ha la voce che rassomiglia ad alcuno animale, così a lui è rassomigliato di

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costumi; per che si trovano alcuni che hanno la voce simile alla porcina, alle Simie, Asini, Cavalli, Pecore e altre generazioni di animali. (...) In somma nella voce è sempre da considerarsi la mediocrità, perchè dimostra bontà; e lontana da questo mezzo è sempe malizia. Diogene diceva che si meravigliava molto, che volendosi comprare una pignatta overo il suo coverchio, non si toglie se prima non si fa la prova con tatto o col suono, e nell’uomo solo noi ci contentiamo dell’aspetto. Plinio: la voce è gran parte del volto, perchè per quela conosciamo l’uomo prima che lo veggiamo, non altramente che con gli occhi; e tante varietà sono di voci, quanti sono uomini, e ciascun ha la sua, come la faccia.” 3) Louis Corman - Viso e carattere, iniziazione alla Morfopsicologia - Edizioni Mediterranee, Roma 1993 Cfr. pag. 43. 4) Charles Darwin - Op. cit- pag. 308. “Piderit ha invece spiegato la decisa chiusura della bocca nel corso di uno sforzo muscolare energico con il principio secondo cui l’influenza della volontà si fa sentire anche su altri muscoli oltre a quelli che necssariamente sono posti in azione nel compiere un particolare sforzo muscolare; ed è naturale che siano particolarmente suscettibili di essere investiti da tale influenza i muscoli della respirazione e quelli della bocca per il fatto che sono tra i più usati d’abitudine. Mi sembra probabile che in questo modo di vedere ci sia qualcosa di vero, dato che nel corso di uno sforzo violento stringiamo forte i denti gli uni contro gli altri, e questo non è necessario per impedire l’espirazione quando i muscoli del torace sono energicamente contratti. Infine quando qualcuno deve eseguire un’operazione delicata e difficile ma che non richiede nessuno sforzo, di solito allo stesso modo chiude la bocca, e smette di respirare per un certo tempo; ma si comporta così per evitare che i movimenti del torace possa disturbare i movimenti delle braccia.” 5) W. Shakespeare - Re Enrico V - Atto Terzo, scena prima. Trad. it. di C.V. Lodovici (Einaudi, Torino, 1964)

5) Pieter Paul Rubens (1577- 1640) - La testa della Medusa. Olio su tela , cm. 68,5 X 118. Vienna Kunsthistorisches Museum, Gemaldegalerie, Inv. 3834. 6) Jusepe de Ribeira, detto lo Spagnoletto (1591-1652) VI.4 - Ragazza gitana (L’Udito). Olio su tela cm. 59X54,5 - Firmato e datato: 1637 Londra National Gallery (deposito da collezione privata). 7) Jusepe de Ribeira, detto lo Spagnoletto (1591-1652) VI. 1 - La Vista Olio su tela, cm. 114X89. Città del Messico, Museo Franz Mayer. 8) Jusepe de Ribeira, detto lo Spagnoletto (1591-1652) VI. 3 - Lo scultore cieco (Il Tatto). Olio su tela cm.125X98. Firmato e datato: 1632. Madrid, Museo del Prado, Inv. 1112. 9) Maestro dell’Annuncio ai Pastori (attivo tra il 1625 e il 1650 circa) VI.5 - Ragazza con la rosa (L’Olfatto ) Olio su tela, cm. 103,5X78,5. Milano, Collezione Giuseppe De Vito. 10) Giuseppe Arcimboldo (1527-1593) 1.2 - Inverno. Olio su legno di tiglio, cm. 66,6X50,5. Firmato in basso a destra: Giuseppe Arcimboldo f.; sul retro: 1563 Hjems Vienna, Kunsthistorisches Museum, Gemaldegalerie, Inv. 1590. 11) Giovanni Carnovali, detto Il Piccio (1804-1874) Autoritratto (n. 896) - Olio su tela cm. 78X58. Bergamo, Accademia Carrara - Dono Luigi Trecourt.

Simboli 1) G. D’Annunzio - Laudi, Alcyone - La pioggia nel pineto - vv. 1/7 2) G. D’Annunzio - Laudi, Maia - Inno alla vita, vv. 43/60.

12) Cfr. Johann Wolfgang Goethe - Metamorfosi delle piante - a cura di S. Zecchi Milano - Guanda 1983, pag. 86.

3) I riferimenti per i dipinti citati sono tratti dal catalogo dalla mostra tenuta a Cremona (centro culturale “Città di Cremona”, Santa Maria della Pietà) dal 21 settembre 1996 al gennaio 1997 dal titolo: “I cinque sensi nell’arte - Immagini del sentire”.

13) Rudolf Kassner - I fondamenti della fisiognomica. Il carattere delle cose Neri Pozza Editore, Vicenza, I997. Cfr. pag.29. 14) Rudolf Kassner - Op. cit. pag. 27.

4) Sylvia Ferino-Padgen - I cinque sensi nell’arte. Le immagini del sentire - Leonardo Arte, 1966

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15) Rudolf Kassner - Op. cit. pag. 36 “La risposta è che in noi non vi è nessun tratto di carattere che in tal senso non sia ereditato, ma anche che proprio perchè in noi non vi è nulla che non vi fosse già nel padre ha un senso parlare di libertà - v’è libertà..Senza questa libertà non si avrebbe nessuna stranezza, ovvero il nostro uomo, con il suo naso arrogante, sarebbe non tanto arrogante, quanto piuttosto oppresso dalla sua arroganza. Ecco dunque un principio fondamentale della fisiognomica: non vi è alcun parallelismo fra tratto di carattere e segno caratteristico, e ciò che chiamiamo libertà è l’espressione del fatto che il mondo non si regge sulla geometria e non può essere ricondotto ad essa.” 16) Cfr. Lichtenberg - Sudelbucher - in “Schriften und Briefe”, a cura di F. H. Mautner, Frankfhrt a. M. Insel, 1983, vol I, pag. 298. 17) Rudolf Kassner - Op. cit. pag. 40. “... chi si concentra sull’espressione, vede qualcosa di fluido, di dinamico, ed è costretto a cercare i passaggi, i collegamenti, le suture, le pieghe dell’essere. Per lui infatti - vale ripeterlo - non c’è naso, occhio, orecchio, ma tutto è nel frammezzo tra l’uno e l’altro. Solo nella marionetta, nel clown, nel feticcio e nell’idolo tutto è così come è, e nulla è nel frammezzo, perchè essi vivono in un mondo statico, per così dire, finito.” 18) Rudolf Kassner - Op. cit. pag. 50. “Quanto più a fondo si comprenderà l’idea di metamorfosi, tanto più le cose significheranno per noi ciò che sono, ovvero l’essere delle cose e il loro significato verranno per noi a coincidere in modo tanto più deciso. La supposizione secondo cui questo o quel tratto del volto o del cranio significherebbe avarizia, arroganza o qualsiasi altra cosa viene tanto più a cadere quanto più ci si rende conto che ogni tratto di carattere è metamorfosi, si dà come tale.”

21) R. Kassner - Op. cit. pag. 66. “Dal punto di vista fisiognomico quest’uomo non tipico è lo stesso che abbiamo definito privo di misura, l’uomo dal volto lacerato, squarciato, spalancato, l’uomo rimosso, ferito, ma anche non ritmico, non elastico, difficile da guarire. Per fornire il concetto più in generale, si tratta in definitiva dell’uomo che non appare più com’è e che non è più come appare.” 22) R. Kassner - Op. cit. pag. 82 “Ogni volto è metamorfosi. Nel mondo dello spirito. In questo mondo infinito della creazione di forme ogni essere è un essere - trasformato”.

Luci 1) Rudolf Kassner - Das Menschengesicht - in “Samtliche Werke”, a cura di E. Zinn e di K.E. Bonenkamp, Pfullingen, Neske 1969-1991 - Cfr. val. VI pag. 266. 2) La frase “Sii quel che sei, e diventa quel che puoi” è di J.C. Lavater. Cfr Lavater - Physiognomische Fragmente zur Beforderung der Menschenkenntnis und Menschenliebe, Leipzig und Wintherthur, 1776 - vol. IV , fr. II, 2. 3) Rudolf Kassner - Op. cit. pag. 66 4) R. Kassner - Der Enzelne und der Kollektivmesnch - in “Samtliche Werke” - Cfr. pagg. 317-318 e 335. 5) Arthur Rimbaud - Lettera del veggente - in Ouvres-Opere, Milano, Feltrinelli, 1964.

19) Rudolf Kassner - Op. cit. pag. 57 “La ragione in quanto misura significa anche - e ciò riguarda direttamente il fisionomo ed è assai importante - che di conseguenza nell’uomo, nell’organismo umano non vi sono misure segrete (nemmeno riguardo agli angoli) e proporzioni che si lascerebbero esprimere tramite semplici numeri, proprio come nemmeno la bellezza si lascia determinare in base alla misurazione e al calcolo.” 20) Rudolf Kassner - Op. cit. pag. 79 “Come si è detto, l’espressione risiede nei passaggi, negli interstizi, nel differenziale. Vedere le cose in movimento significa vedere fra, vedere - dentro, penetrare con lo sguardo nelle fessure, nelle giunture e nelle suture delle cose, seppellirsi in esse e succhiarle, significa amare le cose, inabissarsi in esse per poi riemergere.”

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Indice Max 7-13 “Ho imparato a camminare: da allora mi lascio correre. Ho imparato a volare: da allora non voglio essere spinto per muovermi. Ora sono leggero, ora volo, ora mi vedo sotto di me, ora danza un dio attraverso di me. Così parlò Zarathustra”. Profilo 15-22 Venerdi 13 dicembre, mattino, studio di Helen “Fu appunto a quel tempo che smisi di avere un corpo, e per la prima volta cominciai a capire che io sono il mio corpo e che il mio corpo è me".. Valeria 23-31 Venerdi 13 dicembre, pomeriggio studio “I sentimenti e le sensazioni di una persona possono anche essere letti nell'espressione del corpo. Le emozioni sono avvenimenti corporei: letteralmente, sono movimenti o moti interni del corpo che in genere sfociano in un'azione esterna. “ Dorian 33-38 Venerdi 13 dicembre, sera, casa Sabato 14 dicembre, mattino, Città Alta “Ma anche il più coraggioso di noi ha paura di se stesso. (...) Siamo puniti per le nostre rinunce. Ogni impulso che cerchiamo di reprimere, cova nell'anima e ci avvelena la vita”. Dal passato 41-51 Sabato mattino, Piazza Vecchia Ex praterito praesens prudenter agit ni futura actione deturpet. Miki 53-59 Sabato mattino, Caffè del Tasso “Quando gli occhi sono insensibili, quando la voce è piatta e la motilità ridotta, questi canali sono chiusi e la persona si trova in uno stato di depressione”. Porta 61-69 Sabato pomeriggio, Sala dei Giuristi “Dall’istesso volto si conosce la magnificenza, la liberalità, la bontà, la malvagità, l’ansietà, e lo studio, il saver, la giocondità, la mestizia, la vigilanza, la sonnolenza e le restanti, come sono di propria natura.“

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L’ Angelo 71-82 Sabato pomeriggio, Sala dei Giuristi “L’anima mutando il costume, il corpo muta forma de’ lineamenti; e il corpo mutando la sua forma, l’anima muta ancor ella i suoi costumi. (...) Nè mai la Natura fece un animal che avesse il corpo d’uno e l’animo di un altro animale (...)” Malpaga 85-93 Domenica pomeriggio, Castello di Malpaga “Il corpo (...) non è che una controfigura che vien dietro a ciascuno di noi (...); invece il nostro vero io non soggetto a corruzione è detto anima.” Leonardo 95-99 Domenica, pomeriggio, Mostra al Castello “La pittura è una poesia che si vede e non si sente, e la poesia è una pittura che si sente e non si vede.” Sindrome 101-109 Domenica, pomeriggio, Castello, Sala dei banchetti “Quando grava sugli uomini il sonno, Terrore mi prese e spavento E tutte le ossa mi fece tremare; un vento mi passò sulla faccia, E il pelo si drizzò sulla mia carne... Stava là ritto uno, di cui non riconobbi l’aspetto, un fantasma stava davanti ai miei occhi.. Un sussurro..., e una voce mi si fece sentire” Pittori 111-120 Lunedi, mattino, studio del pittore “L’uomo è una corda tesa tra l’animale e il superuomo, una corda tesa sopra l’abisso. Un pericoloso andare al di là, un pericoloso essere in cammino, un pericoloso guardarsi indietro, un pericoloso rabbrividire e fermarsi”. Darwin 121-128 Lunedi, mezzogiorno, casa di Helen “Noi percepiamo facilmente negli altri, attraverso la loro espressione, il sentimento di partecipazione e di simpatia; e questo mitiga le nostre sofferenze e aumenta le nostre gioie; si rafforzano inoltre così i buoni sentimenti reciproci. I movimenti espressivi danno vivacità ed energia alle parole che pronunciamo; rilevano i pensieri e le intenzioni degli altri in modo più autentico delle parole, che possono essere falsificate.”

ci introna l’orecchio lo squillo di guerra dovremo fare come la tigre: contrarre i muscoli, scatenare il sangue, puntare gli occhi torvi e terribili. Stringete i denti, dilatate le narici, trattenete il respiro, tendete l’arco delle vostre forze fino a spezzarlo.” Simboli 141-153 Martedi, Gardone Riviera L’atmosfera ovattata di questa augusta residenza stimolava in me pensieri inusuali. In quella sospensione del rumore si cancellavano i normali processi di razionalizzazione: il rapporto con le cose si cristallizzava in una dimensione senza tempo. E in questo limbo delle sensazioni sgorgava prepotente il nuovo flusso della coscienza: al di là dei dati oggettivi sperimentavo una comunione diretta con ciò che avevo intorno. L’effetto era definire affabilità con il mondo esterno: nulla mi era estraneo. Le immagini mi avvolgevano: io ero nelle immagini. Luci 155-163 Città Alta, Studio del Professore. Proprio là in questi spiragli di vita autentica, in queste fessure di luce attraverso cui filtra a volte lo spirito, dobbiamo fare agire la fisiognomica. E sarà una fisiognomica fatta di sensibilità, di comunione con gli altri: una sfida, una conquista, un’avventura. In quei momenti chi ci è di fronte lascia parlare il suo volto: rubiamo quei momenti, prendiamone possesso. E da qui può partire una vera rivoluzione. Si può, anzi si deve, cominciare a pensare con il cuore. Solo in questo modo la fisiognomica ha un senso. Diventa voce della personalità che qualcuno lascia uscire, e qualcun altro si dà pena di stare ad ascoltare. Questa è poesia, vera poesia che si vede: è espressione di libertà. Disegni di Marco Lorandi - Piastra argilla astratto pag. 40 - Impressioni decorative pag. 84 - Visione delle donne pag. 110 - Aspetti pericolosi pag. 140

Disegno in copertina di Pierantonio Volpini - Anima Corpo Spirito

Red love 129-139 Lunedi, pomeriggio, studio della veterinaria “In pace nulla si addice all’uomo quanto la moderazione e la mansuetudine. Ma quando

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Eugenio Baldi Nato nel 1951 a Bergamo, dove attualmente vive e svolge la sua attività. Laureato in Filosofia alla Statale di Milano nel 1975, ha poi conseguito la Specializzazione in Giornalismo alla Cattolica di Milano. Ha alternato la professione di insegnante presso gli istituti superiori di città e provincia a quella giornalistica. Ha collaborato con i quotidiani locali, in particolare per diversi anni con “La Pagina della Scienza” di L’Eco di Bergamo. Ha assunto la direzione di diversi periodici tra cui: Dossier Estetica, Le Arti a Bergamo.

Marco Lorandi docente di Storia dell’Arte all’Università degli Studi di Bergamo dal 1991. Artista eclettico, grande erudito d’arte e autore di ricerche fondamentali in campo artistico, si dedica fin dall’infanzia alla musica diventando pianista compositore. Si laurea in Lettere presso l’Università degli Studi di Pavia, dove ha appreso anche l’arabo classico coranico, con una approfondita tesi su “I modelli orientali dei castelli federiciani. I qasr omàyyadi e la loro influenza sulla genesi dell’architettura sveva”, in relazione alle opere di Federico II nella Puglia e in Sicilia. Pierantonio Volpini nasce a Buenos Aires da genitori italiani, si forma presso l’ Accademia di Brera, dove riceve gli insegnamenti di Davide Boriani, Fernando de Filippi, Raffaele de Grada e Luigi Veronesi. Le sue opere sono state esposte in spazi pubblici e privati, in Italia e all’estero, tra cui la “XVI Triennale di Milano, la Williamson Art Gallery & Museum di Birkenhead – Liverpool e la XLII Biennale di Venezia.

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Questo libro è stato tirato in 300 esemplari nel mese di novembre 2010

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Sulla fisiognomica  
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