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Kirtan Conway

OGNI LIBRO DATO ALLE FIAMME ILLUMINA IL MONDO

poesie pi첫 o meno maledette


Precisazione dell’autore: Questo libro doveva essere suddiviso in due volumi, intitolati rispettivamente “Canzoni del Tempo Asciutto” e “Canzoni del Tempo Umido”, ma non ce n’è stato il tempo, né la voglia. Perciò, suddividete voi ciò che leggerete nelle due tipologie, per come più vi aggrada. Bonne lecture et à bientôt!


Dedicato a tutti quelli che non hanno mai capito cosa dicevo. E poi, anche a qualcun’altro.


Se avessi del cielo le vesti ricamate, di argentea e dorata luce inghirlandate, la veste blu, quella pallida e quella oscura della notte e del giorno e della sera quasi buia, io le distenderei sotto i tuoi piedi: ma, essendo povero, non ho che i miei sogni. E i miei sogni ho disteso sotto i tuoi piedi; tu cammina piano perché cammini sui miei sogni. – William Butler Yeats Ognuno deve lasciarsi qualche cosa dietro quando muore, diceva sempre mio nonno: un bimbo o un libro o un quadro o una casa o un muro eretto con le proprie mani o un paio di scarpe cucite da noi. O un giardino piantato col nostro sudore. Qualche cosa insomma che la nostra mano abbia toccato in modo che la nostra anima abbia dove andare quando moriamo, e quando la gente guarderà l’albero o il – Ray Bradbury Una volta pensavo che essere umano fosse la maggior distruggermi. Oggi mi vanto di poter dire che sono disumano, che appartengo non agli uomini e ai governi, che non ho nulla a che fare coi credi e coi princìpi. Non ho nulla a che fare con la cigolante macchina dell’umanità – io non appartengo alla terra! – Henry Miller


ºƒ{ Il mondo di là in verità è Fuoco, o Gautama; il sole è il suo combustibile, i raggi il suo fumo, il giorno la intermedie le sue scintille. In questo Fuoco gli Dei offrono la fede come libagione. Da quell’offerta sorge il re Soma.


ICARUS

Avide rose autunnali incise e tracciate su mani annerite dal fuoco nell’ultimo istante di luce prima del baratro profondo oblio della memoria fuggita e mai più ritrovata. Sono solo un uomo che non ricorda. Smarrito.

Vedo simboli sento dettagli. Bambini che giocano in tondo sul cerchio del pozzo ritmo stonato legato al triplice realizzarsi del sogno. Un cerchio perfetto. Poi quello specchio nell’angolo buio solo a metà il mondo di qua e vedo una schiena scrutarmi 7


di spalle. Sull’abito scuro due ali s’allargano intrise di cielo grigie di nubi e sono leggere come il vento e quella che vedo è la mia schiena – memoria d’aria artefatta – ma sono caduto precipitato e ora sono terra io sono solo e il silenzio dei suoni 8

mi avvolge. Eppure vivo dentro di te nel tuo spirito nella quiete dell’assenza se ricorderai. Ero tutto ora cammino in mezzo agli altri confuso attraverso gli altri indistinguibile nero su nero toni di grigio. Se vedi il mio volto non dimenticarlo


mai ricordami e tornerò un giorno. Se ascolterai il vento io sarò con te. Sempre.

SAMADHI Per M

È il momento di togliere vita alla vita che grazie alla morte riscopre il suo più intimo senso. È il momento, maestro. E noi la sottrarremo. Materia che nulla toglie allo spirito in essa custodito. Le piccole cose passano inosservate. Le piccole cose sono la nostra 9


essenza. Noi, maestro. Siamo carta in un pozzo di luce. Siamo polvere che galleggia nello spazio di un raggio. Siamo il suono del silenzio nel suo più intimo canto. Siamo preghiere liquide e trabocchiamo dal calice della nostra libertà. Siamo la nostra stessa malattia. 10

Siamo la scelta. Siamo l’abbandono. Siamo le parole che nessuno osa pronunciare. Siamo margini dai quali cadere. Precipitare. È solo questione di attimi. Attimi. Inesorabili. E tutto avviene troppo presto, maestro. Vedo goccie di vita cadere sulle tue labbra e


frantumarsi dissetandoti appena. È il momento, maestro. Egli cammina e pronuncia formule sconosciute mantra epidermici mudra avvolgenti a lenti rivoluzioni silenti dello spirito insepresso. Proprio adesso. Percepisco il tempo mutare il suo proprio senso. Giacimento d’aria e incenso.

Io sento. Ascolta, maestro. Dentro. Ancora più dentro. L’arte di udire la voce di Dio. Guarda, maestro, se puoi. Bianche nubi siedono come isole d’avorio nell’oceano del vento. È il momento di tornare all’origine di tutto. Arrivederci, maestro. 11


JONAH

Volti assorti volti di mare volti rivolti e corrugati allacciati e costretti assimilarsi e precipitare oltre l’orlo dell’oltremorte altrove altro quando se mai esiste assenza dell’assenza nella mente del creato. Un quasi blu prende il sopravvento. Lascia che sia. 12

Nel ventre della balena riposan le mie stanche membra.


STATO DI TRANSIZIONE

Nel perfetto oscillare del tempo rivedo me stesso un quesito vivente oscillante al ritmo del canto. Se sono così forgiato nel vento lo devo anche al lento ripetersi di tutto ciò che è movimento. E sento. Sento. Sento. La trama

artefatta del canto nel suo più intimo senso e vanto un dissenso un’unica goccia di pianto versata nel manto dell’umido vento caduta smarrita perduta d’istinto lasciata gettata rubata seduta sul bordo amaranto senza rimpianto guardata vissuta amata 13


un tempo. E ora. Ora siamo nel centro come chi disse “dentro, ancora più dentro” all’unico immobile sguardo.

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SCOTCH ME TO THE END OF DRINK Per Elena, la stelladanzante

È una notte oscura una notte opaca una notte assurda fredde scintille d’asfalto espirano fumo inspirano buio una notte d’inverno macchiata di grigio una notte di sale che brucia il sapore del mare. Danza


la morte velata di antiche membrane, ruota la falce, trascina catrame grasso banchetto d’insetti e aspartame. Poiché è una notte oscura una notte opaca una notte assurda

MIRACOLO IN RUE DE CHANTAL

Sono vivo. Davanti al muso di queste sottili inconsistenze diafane io ostento la mia edenica incoerenza. così com’è cominciata. I molteplici raggi di luce che la materia occupa in legittimo usufrutto ritorneranno all’origine del vento. Vento che governa 15


il mondo. E cambierà anche la corrente. Ci porterà lontano. Dopotutto le nostre vite non sono che carrelli del Sistema presi in prestito di periferia a tempo determinato. Convinzioni mediocri neon e pubblicità che prodigano il consumo sui pavimenti circolari di queste tristi verticalità oltre il vetro dei nostri occhi. Puoi tu vedere?

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Un distributore di felicità regala piccole biglie di denaro masticabile nelle mani gommose di bambini anziani della gerontocrazia in parata colorati di cinque minuti cinque episodici sbalzi di colore tra un cinque percento di grigio e un pantone color cadavere. Standard. Osservano le griglie dei loro stessi volti


aprendone le numerose ante per poter sentire casualmente ascoltano vocalità registrate sorridenti annunci di aromi vaniglia e cocco zollette di pensiero nella dieta dell’anima per il tuo desiderato giusto peso eterno. Il giusto peso dello spirito soffocato nella carne di un’insegna, nuovi sacerdoti di un cristo di bachelite messia delle cassiere profeta delle scale mobili che corrono deserte dalla Sala Consumi Primari

alla Sala Primari Consumi, chi nota la differenza è bravo sia eletto cittadino onorario dei Grandi Magazzini sacra fonte dell’aperol sia fatto simbolo delle prospettive tre per due sconti al banco frigo. E vengano le sottilette a salvarci dal plotone furibondo delle pantofole multicolore in guerra contro l’armata delle saponette sandalo e cannella. Il miele scenderà dalle pareti e le verdure danzeranno in cerchio sul ritmo di tacco delle barriere antitaccheggio 17


sul bipbip e il tictic e il nicnac delle casse automatiche logotipi e sacchetti che entreranno usciranno entreranno usciranno dallo sbircio paradisiaco del varco intelligente. Porte automatiche su altri mondi separano il dentro dal fuori, riconoscere quale sia quale Il morbo dolce mi attende. Puoi tu vedere? Un uomo delicatamente stretto alla maniglia interna di un ascensore femmina lo crede così 18

sensibile e procace da domandargli in ginocchio di sposarlo. “Destinazione raggiunta” risponde l’ascensore con voce intrigante di chi sa cosa intende. La loro breve storia d’amore si conclude sulla soglia del settimo piano. Ahimè, non ci sono più gli ascensori di una volta. Nuove birre salutano nuovi ventri e desideri. Un biscotto ramingo piange sul margine dello scaffale abbandonato al suo destino,


lo stesso di tutti noi incoerenti di tutti noi liberi consumatori di idee di tutti noi rivoluzionari: annusare il nonprofumo di qualcosa che forse esiste, inconsistente quanto la consistenza stessa dell’aria nel grande felice

SON OF SIN

Tra le aspre fauci del crepuscolo si contorce l’alito diafano del giorno, destinato a spegnersi per poi risorgere dalle proprie ceneri. La timida Aurora, ad est, attende e spera

di Rue De Chantal. dell’Eden si destino, rinnovati. Ma il pigiama delle Stelle occulta 19


dello Specchio, dal quale proviene questa incessante pulsazione. Egli volge lo sguardo, ora rivolto alle distese immortali. Rarefatte scintille d’intelletto – fuoco ormai estinto nelle comuni menti umane – permangono sulla soglia di un nuovo domani, danzando in duplice cerchio, narrando di come il Margine trionfò 20

sui ventosi abissi.


TTR STATION

Splendenti rotaie canine di nebbia vestite che sanno proferir BAU mentre – per Dio – ci scom-pisciamo addosso fraseggi atomici e un po’ beat raccolti in pozze lunari di accenti ridens. Le serpi meccaniche scivolano sul ventre, sazio di seduti

boscimani ignari, banchieri e avvocati, supereroi della carta igienica, obliterati del Signore – Mr D – che, dalla fermata di Temper Tantrum Road, sotterranea alcova celeste, paradiso delle piume di struzzo, motel degli angeli, volge l’occhio su di loro e si chiede PERCHÉ. Ma senza punto interrogativo, 21


altrimenti a che serve essere onnipotenti?

SPECCHIO RIFLESSO

Pensare. Cupo desiderio e simbiosi. Misero corpo, né principio. Tu che ascolti, raccogli queste membra riunisci ogni segno sotterra le parole così che crescano libri e tutti sappiano di non sapere. Universo, estingui queste poiché arsa è l’anima del mio strumento. 22


Opera incompiuta. Vacillante. Notte dopo notte, mi vedo partire scorrere il glossario dei sentimenti inespressi come confessionali per domandare al vento raggi di verità nell’eterno vortice. E sempre lui scruta, sempre lui mostra volti ingialliti inchiostri sbiaditi macchie del tempo che il tempo corrode. Storia e memoria racchiuse e diffuse nel cerchio di un pozzo che scendo, profondo torvo e ricurvo siedo sul fondo

senza ritorno. Occhio di corvo che osservi, lascia cadere le tue lacrime d’ombra rivela una via che porti laggiù dove nulla ha più senso e tutto sia vero. O immondo, dispiega le ali, oscuri presagi d’ombrelli e soprabiti. Pioggia che sale, deboli aromi silenzi in bottiglia, foreste di rovi strati di cute portando alla luce vite vissute. Guarderò in te, spirito. Troverò tempo di esistere. 23


Vedrò aprirsi palpebre nelle palpebre, frantumi di luce e proiezioni dissipate. Fuggevoli nubi attraversano un cielo capovolto cielo che cade e diviene oceano. Esiterò, spirito. Esiterò, come fanno gli uomini. E nel naufragio troverò ciò che cerco.

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OVERPOP

Non so più scrivere. Non so più vivere. Fuori da questo mondo ritrovo il me stesso che vede. Adesso, cieco, risorgo dal mantice delle visioni intrecciate, fuggendo dalle tortuose rettilinee norme di questo piccolo informe sistema, parentesi graffa,


illusioni d’insieme, delimitazione e limite della mia corsa che priva di carburante termina in un perfetto pneumatico vuoto dove l’unico suono è quello dei grilli nella mia testa,

vocaboli come un libro bucato, che perde. Domani sarò lo zimbello del vento. Domani sarà domani. Senza profondità. Annichilito. Immobile. Domani sarò umano.

di un ricordo nuovo. Ieri sapevo cavalcare le parole in tempesta. Oggi smarrisco 25


MEMBRANE

Violento era il mio altro me. Luce che vibrava tra due mondi nell’alternanza di ciò che loro vedono e ciò che io sono. Rosario elettrico. Furibondo misticismo d’oltre. Profondo rigurgito della mano creativa che accese l’interruttore. Ellissi. Movimento 26

ipercinetico, annientamento del vuoto, concentrazione di neuroni che spingono la materia a farsi spirito nel ventre di una penna. Non morto ma vivo vegeto. Adesso. Corpo in gravitazione libera sulle forme di trascendenti linee oblique. Parto. Terra desolata all’orizzonte. Guardami, Eliot. Xanadu, sotterra, dal dentro


al fuori. Ascoltami, Coleridge. Urlo, verso la luce. Dov’è più chiara. Fratello Allen.

SALMONI SI NASCE, TUTTO IL RESTO È PURO VIRTUOSISMO

Distanti dalla civiltà le mie spoglie riposano. All’ombra dell’Albero mio fratello. Cullato dall’Aria, mia sorella. Accolto dall’umida Terra, madre genitrice. Distante da tutto risiedo. Nel silenzio. Mentre il padre Sole – severo – scalda le molteplici 27


sfere impegnate nella loro danza cosmica. Girotondo. Come bambini. Ogni cosa in movimento. Nel silenzio, nella quiete della Natura dovremmo vivere. Al silenzio dovremmo tornare. Io questo sono. Qui, in questi estremi pascoli, il pensiero si espande, la materia si arresta. Qui io mi fermo. Qui è 28

l’antico equilibrio, ora ristabilito. Depongo le armi, nel mare di pace. Che il suo ventre mi accolga. Non ho piÚ maschere. Per te non ne ho mai avute. E sono libero, di ascoltare il mio respiro, il respiro del vento, o Musa, Flora e Fauna, mie cugine, ascoltano queste parole. Radura o bosco incantato, eterno, racchiuso


nella perfetta fragilità di una bolla in libera gravitazione verso nuovi mondi, sospinta nel vacuo buio stellare. Un frammento di terra, l’ultimo. Questa è la mia casa. Da qui io scrivo. Il mio terrario personale. Habitat. Eden. Verde prigione dei miei sensi. Tutto ciò che mi

occorre. Dove correte, voi umani? Dove correte, al ritmo insonne Dove pensate di arrivare, al galoppo sui vostri tacchi? Qual è la vostra direzione? Perché vi muovete? Cos’è questa potente inerzia che vi sospinge? Come riuscite a spendere 29


tutte queste forze? Avete poi calcolato il ritorno? Lo avete considerato? Perché alle scarpe il vostro unico contatto con la Terra, vostra madre? Perché piangete sopraffatti dal timore di non poter tornare quando siete proprio voi che vi allontanate? Dio esiste. Io vi sono seduto sopra. Di lui, 30

solo un frammento siamo riusciti a salvare. Una manciata di colori, pochi sensi, ottusi, limitati, ma precisi. Una minima fetta del tutto a noi è stata riservata. Nulla di più. Perché non ascoltate anche voi, gente? Da qui, la sinfonia refrigerante dei ventilconvettori si ode alla perfezione. Perché


non si può che refrigerarli nei quali è destino che voi crepiate. Altrimenti il puzzo stantio dei vostri corpi immobili raggiungerebbe le più aliene sfere celesti, insudiciandole. Le scrivanie vi fanno da casse, giacché sono di legno. Non rimane che seppellirvi, schiavi del plusvalore, sulle colline di Babilonia. Se non fosse

che già i vostri corpi risiedono comodamente tra le carte A4 – riciclate e non – dei vostri moderni comandamenti. Siate seri, almeno per una volta. Partorite un pensiero. Fatelo, questo sforzo estremo. E abbiate il coraggio di lanciare nel mondo un ultimo grido di rabbia. Così facendo, quantomeno 31


ci solleverete dalla tediosa responsabilità al cospetto dell’Atomo Centrale. Al diavolo voi e i vostri centri commerciali. Al diavolo il vostro amato shopping. Qui non c’è nulla da comprare. Nulla da vendere. Qui siamo. Qui sono. Io. Uno spirito libero, all’ombra 32

dell’Albero, mio fratello. Da qui si vedono cose interessanti e tutto è in quiete.


LORMAI

Nel viscoso astigmatismo quell’altra spiaggia nel suo marmoreo candore, rosea trinità del cielo, fulcro del mio moto instabile. Statica rivolta a occidente, dove il sole muore, divaricata quasi casualmente, assieme ad altre, sue sorelle,

sulla miopia di un muro altissimo, slabbrato margine delle supposizioni, sepolcro della mia mente albina, che vede aprirsi un oceano di latte oltre la sua prorompente linea di demarcazione. Solo gli uccelli sanno di più. Eppure lo so, oltre la parete – mia personale Liverpool d’argilla 33


e calce – non può che esserci il mare. Che sia. Il lato nascosto di ciò che ho davanti coi piedi nell’acqua. E si aprirà un varco tra le pietre per portarmi di là.

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CONTRO

Io sono la mia pelle. Il mio corpo. La mia identità è un vestito. La mattina lo indosso. La sera depongo ogni contrasto. Elemento su elemento. Armatura. Una ripetizione conforme.


Ipercinetica. Deviazione. Identità che passano che galoppano a poca distanza irradiano succosa estetica. Sinestesia. Consenso. E sia. Passa. Pochi atomi si spostano verso il me dietro me. Potessi almeno respirarla. Drogarmi di quel non essere. Organico

corallo. Morbidità transitanti. Standardità funzionali. Plusvalori ossei. L’interruttore è spento. Quale cervello? Quale pensiero? Anima è una parola che commercia candele. Preti che vendono saponette, alcune in regalo lavanda e gelsomino ma solo per chi si inginocchia al cospetto 35


di una scimmia in plexiglas. O televendùti, siate redenti. Protesi per masticarvi, protèsi nel mastice. Liposuzioni divine, abbronzatevi e camminate. La condivisione è alle porte. Cultura endovena endemica endocena, quel tanto che basta. Un giustopeso di marmo. Un gazebo istoriato. Allora siano 36

le mappe interiori. Ogni cosa è fatta per l’uso. Vestitevi, o schiavi, del desiderio, così che possiate godere della nostra creazione in technicolor, full HD. Il biglietto d’ingresso è in sconto. Tutto è orgasmo. E il settimo giorno il Signore


si riposò. Vestitevi, o ludici illusi. Indossate le vostre identità patinate. Siate ciò che non siete. Solo allora vedrete il Nirvana. Rigurgitati dalla Natura, vostra madre, su un divano non sia che prestiate attenzione a chi vi alita germogli sul collo

per distrarvi dalle amate tele-visioni. Non fatelo. Non distraetevi, d’occidente. Piegatevi, secondo istruzioni, ad angolazioni di più alto godimento Voi siete lo share. Ogni cattedrale se vista di lato è solo una modesta Tiresia, guarda lontano. 37


Dimmi dove porta e se mai potrò bagnarmi due volte nella medesima acqua. Tiresia, guarda lontano. Dimmi chi c’è laggiù. Se maschio o femmina. Se bestia o uomo. Se santo o bugiardo. Chi sarò? Chi saremo? Quale menu servono 38

nel ristorante al termine dell’universo? Un colpo di dadi mai abolirà il caso, caro Stephane. Maledetta sia la mano che inventò il corpo. Fottuta entropia. Tiresia, guarda lontano ancora una volta. Ascolta il mio canto. Giaccio sul mare di latte che sfocia dove il sole


non batte. Dimmi come rimuovere il velo, fermare il mondo, ritagliare una casa di verbi nella pagina più dolce di un sacro diario. Dimmi se il mondo avrà il coraggio di essere nuovo, giovane Huxley. Ricordami. Amami. humus

del mio giaciglio eterno imparerò l’arte di seminare pensieri, di raccogliere l’uno e il solo, che non ha eguali. Vibra il cosmo -gonico circo nell’ultima danza. Il rito si chiude. Ricordo solo ciò che dovrà avvenire. Senza Vuoti di coscienza. Indaco 39


su grigio. Abbandono il mio canto. Ritorno a te, Mandorla cosmica. Guardali. Non hanno altro. Ma tu sei lass첫, pi첫 in alto, equazione. Diapason. Ti sento. Otto volte scorre Ritorno. Non sono di qua. Abbracciami, giovane Aria. Senza nome. Un neon come 40

colonna vertebrale. Luce dentro. Dinamo dagli occhi azzurri. Game over. Om.


RUNRUN

Amore. Fiore. Casa. Il volo di un uccello ad ali spiegate tese le dita di una mano tendini protesi verso la libertà. Tendimi. Lontano. Lo sguardo bagnato di sale azzurro promontorio scosceso arreso lanciato

nel vuoto nel fato. Uccello aggraziato dio dell’aria più su di sopra nel cielo sopra Brave New Fe, interregno delle ombre di legno interstizio del mare sotto il quale danza Shiva. Un valzer di eterne margherite papaveri d’estasi mano nella mano con Johann il vecchio. Egli sì, sapeva 41


danzare. Signora Morte. Vortica. Ali. Giù per le strade di un antico sobborgo. Quando ci andrai porta tra i capelli. Madre Rivoluzione, dov’eri? E via, dove le chiome ramate brillano nella più eterna chiarezza poiché una stigmate non bastava 42

a mostrarci la strada. Si preferì una pinta d’ambrosia o assenzio, detersivo delle menti ardite. Nelle orecchie l’aureo numerale non più grande Fustino d’amore a buon prezzo e modesto dispendio d’intelletto. La curva del mondo è solo un percorso in discesa. E per ciò si lanciò.


INNER SEE/A Per mia madre e mio padre

Ma mĂŠre. Precisione creativa denti bianchi di una dattilomatica grigiazzurro tempi-che-furono.

una schiena che osserva lie to the ground

tasto rosso di una dattilomatica che ti porta subito avanti avanti verso

Mon pĂŠre. 1-2-3 rullo che batte con-fuso ma no-bile nel rossorivoluzione di una dattilomatica giallosabbiamobile. Moi. The novelist. Vento-fra-i-capelli poema del mar-gine in-dietro nonora no 43


DAR-LING Per Claude

Ascoltami, Demetra. A Liverpool il sultano è morto. Non più uova e barbe d’argento. Sceglierò l’esilio. Farò parte di questo popolo. O tornerò all’origine. Di tutto. Demetra, casti furibondi amanti preparano le polveri delle colubrine, a oriente. Siamo tronchi alla deriva, caro Thomas. Cammina. E laggiù troverai un uomo. O quel che di lui rimane. Sorridigli, se lo incontri. 44

Forse mi appartiene. O di lui sono l’ombra. Rules and laws are for smart people. Loro. Femmine. Willendorf caramellate di aidoru-topie Maschi. Illetterate che a più e più decibel declamano l’etica del nulla in preda a raptus sportivi. Cosa siete diventati? Sulle mie spalle – invece – ali di farfalla leggere come la brina equatoriale. Puoi sentirmi, Demetra? Vedo un obbligo. Non uscire. Se necessario, usare i mezzi di


protezione personale in dotazione a ciascuno. Cammina. Ancora. Nel mezzo della neve. Laggiù troverai un uomo. O quel che di lui rimane. Il margine sul governo delle piogge. Così. È severamente vietato oltrepassare la linea gialla. Ascoltami. Ricorda la mia voce. Il suono è pubblico. Ora vedo, Demetra. Due corpi con giardino interno. Disillusi. Rinnovati. Diamo abbastanza tempo al tramonto? Fiori sulla testa, colti e masticati. Betel. Verde lingua. Ciano screziato.

Una condizione per la felicità è che tutt’intorno il rumore degli insetti sia più forte di quello degli esseri umani? Holding. Something green. Lost in madness. Born in pain. Quiet disease. Starving. Dying. Rose. Rouge d’outremer. Dolce mescalina. Laudanum. Præceps transito spatium. Aster. Lumen. Gravitation. A secret garden. Jardin. Inside. Inneres auge. Di schiena. I’m not the only one. Non sono il vuoto pneumatico. 45


Ville interieure, ma lumière mia patria. Bénis-moi que je viens de loin, Engel des lichts.

IN NOCTEM

Silencio. As you wish. Come zittire la propria mente? Drive away. Far. Dirgli basta non basta. Distance. Le roi est allé. Hare. Here. Hire. Vocaboli. Inconsulti. Semantica da poveri. Mi hanno detto che la pietra sa parlare. Ma nessuno mai ha udito la sua voce. Solo quella del deserto che precede la città degli asfalti commossi. In der nacht. Un latrare sommesso. Erleben. Assente. Liturgia screziata d’alabastro.

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La pietra parla, A più riprese. Hare. Here. Hire. Il canto dei tubi. Un saluto, così, d’emblée. Substrato d’autunno. Foglie secche attendevano il passo dell’uomo senza qualità, sulla via di Babilonia. Guardò in basso. Passé. Noir. Come il primo cancello d’avorio.

nelle immagini tremolanti del mio passato volver aquì sull’isola d’agosto ricordami. Brave New Fe ascoltami. Io sono.

E dietro, l’abbandono. Je suis la mer. Non scappare. Ride me. Tight. Mourn. Accoglimi nel ventre perlaceo. Save me and revolve. Revolve. Sehen nicht. L’erica cresce ancora amour tremblant 47


CANTO METACARNALE

Non più mangiare. No. Non più consumare. No. Dopotutto a che serve? No. Non serve all’uomo del futuro avere fame. Chi ha fame non è bello. Chi ha fame non produce. Chi ha fame ingrassa. E si ferma. Chi ha fame dimostra di non amare l’amato sistema. Non dimostrarlo. Carne al sole. Magra. Atletica. 48

Coltivazioni sotterranee. Menti che mentono. Noi ti diamo di più. Chi ha fame non è perfetto. Per questo esistono le Sfere. Una pillola. E via. Gomma naturale. Microcristallizzata. Di origine vegetale. Idrogel intragastrico, se proprio vuoi saperlo. Capsula rigida. Bella. Sana. Nuova. Inghiottila. Mandala giù. Più giù. Ora bevi. Pochi istanti. Una comoda palla da tennis che riempie lo stomaco. Istantanea cena di capodanno. E sei sazio. Per un’ora almeno.


Giusto il tempo di una pausa pranzo Rimani seduto. Non c’è più bisogno di scomodarsi. Poi, la Sfera si disgrega. No assorbimento. No disfunzioni. No preoccupazioni. No, non guardarmi così. Sono solo un pubblicitario. Faccio il mio lavoro. Comprala. Prezzi ribassati. Pochi crediti. Il costo della perfezione. Ogni tuo problema è risolto. Credimi. Dimagenina. Il futuro in una sfera. Com’è giusto che sia. Bella. Sana. Nuova. Guardati allo specchio. È il tuo momento.

MU Per Friedrich

L’Osservatore osserva. Osserva il vuoto osserva il pieno osserva ciò che manca dove manca perché manca quanto sia lo soppesa lo misura lo calibra lo analizza ne determina la percentuale di entropia e caos causa ed effetto necessità e obsolescenza dinamica e spessore luccicanza e oscurescenza fragilità e durevolezza applicando le sue norme universali le sue leggi del movimento quantico 49


i suoi valori di contrasto per paragonare e valutare capire e descrivere relazionare le parti al tutto il Tutto alle parti e nella differenza tra i due scovare l’inganno metrico poiché possiede già la chiave ma non trova la Serratura. L’Osservatore osserva. distacco con irriverente freddezza con esaustiva parsimonia con precisa e necessaria cura. I dettagli, si sa, sono fondamentali. L’Osservatore osserva. Ma chi osserva l’Osservatore? 50

K-VISION Per Kristina

Nel ventre ristoratore di un vagone automat ambrato lungo bar delle crisalidi diafane la schiena di un uomo comune interroga il Dio delle plastiche indaga la propria solitudine nel vuoto ronzante clinico e cinico di luce in vibrazione distribuzione delle probabilità ogni quesito scandito dal ritmo zuccherato del distributore di caffè e mescalina un margine ogni margine una strada per cadere


pillole d’intelligenza per dementi dalle scarpe strette lacci bianchi ai quali impiccarsi nella pausa pranzo tra il turno uno e il turno due salaristoro–ospedale delle carni abbronzate dove le sedie non sono che segreti di universi così, come un chirurgo nell’obitorio degli immortali sulle scatole di pasta io leggo il futuro di questa assurda specie poiché le prostitute meccaniche sono divorate dalla ruggine e i veggenti hanno scelto di guardare nel passato di se stessi

perdendosi nell’interpretazione dello scopo primario. Nel secondario silenzio di ciò che non ha voce si nasconde il grande ritmo un canto muto l’uno e i molti senza volto laggiù nell’immenso dove dove andiamo noi stolti colti di estremi nozionismi nazionalismi nuovi soli insiemitudini astri senza stelle desideri al buio esploso ultratonico soda e fango aspirine d’estasi barbiturici ludici morbide membra miste oppio degli dei sulle note stonate e curve di un caffè sul porto ciano placenta 51


1-3-7 trimetil xantina dove nasce il mare nel bar del bisogno amigdala spezzata sorgente casa ridondanza di ogni cosa abbia mai volato laggiù sei costretto al ritorno. Salire. Le torri violate dal vento voliere d’argento appassite come nell’umido paese delle terre immobili dove solo un cappotto può farti da pelle allora canta! cantalo ora! danzalo in tondo muoviti su! fallo adesso mentre il resto è un maledetto cerchio vuoto uomo di scorie occhi di scorta per mani cieche pelle di sale 52

che luccica al sole la necessità del tutto sta in ciò che non si vede della mia città sono sul pavimento quasi sempre viviamo di ciò che non possiamo possedere a volte uno sguardo è abbastanza per dire chi siamo egli, l’uomo muschio di polvere si avvicinò a passo lento lento con un rumore di sonagli anonimi radici nel cranio una per ogni convinzione lampioni accesi negli occhi come occhi lividi un buco al posto del cuore. Una casa rossa ricamata sul panorama della brughiera


è come la fuligginosa indulgenza di una bambina mentre guarda la morte con occhi lenti di terra bruna la pelliccia di una volpe nera sulle spalle piume di struzzo ripida alcova di parti gemellari o il ventre di una balena nel nord dell’estate dove si fa festa ad oltranza. Rapide rapide come cadono cadono cadono mentre così dunque l’uomo si solleva sulle proprie timide ali alcoliche si avvicina al centro del centro contro luce se questo per te possiede un senso lui va, non ritornerà ogni cosa è già vista

come le foglie o la pioggia mista ferma sospesa nell’aria densa e rosa tutto corre come corre si abbandona e cade sul letto delle stelle lasciami qui lasciami nell’incendio del mio cuore nell’incendio del mio cuore additivo neutro lunare. E già il mondo si apre.

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VERTOFLUX ON THE ROAD DA ME A ME

e scappa, tre passi a sinistra del cielo mentre il sangue scorre perpendicolare

Inconscio. Una mattina. Gli alberi mi guardano nella loro luce verticale. Suoni lontani indistinti organismi che vivono fuori dalla scatola rifugio delle cose

incandescente dell’anima, tumulto turbante contingente linea su cui danza il magazzino e danzo io – così parlò la radio così disse un buddha intermittente sul pianoforte forte ma immerso nel raggio di luce che penetra timida e clinica seppur docile dai piccoli fori che Mr D ha lasciato sul cartone vivo della mia

nel legno le voci dello spirito infuso regno orizzontale dei gatti dove non esistono re ma solo felinità rossocarta-da-zucchero aspartame dove parto con la mia valigia anecoica sulle ripide andrà chissà ovunque ma qui o altrove nel quadrato bianco bianco come il canto di una radio pulsante nell’intercapedine del vento – dice alzati 56

non soffocassi. E fuori c’era un verde rigore di profonde distese neutralità cosmiche a circondare il giovane esperimento del folle bonzo rasato, ocra d’incenso e trucco sul


orientale, semplicità di cotone, un uomo rivolto in se stesso, laggiù alla fermata di Temper Tantrum Road, dove il sole bagna semmai alcune molecole volatili d’argento – paradiso delle piastrelle usurate – laggiù egli golemizzò se stesso, dopo aver scoperto di avere un sé e tutto divenne chiaro – trascendenza dell’atomo centrale. E si sorprese a pensare: quali angeli? quelli fuggiti e comprati smembrati e venduti – illumi traditori, avvolti di piume di struzzo sul proscenio di una intermittenza al neon, si assorbono – Motel K – servizio a ore, diurno e notturno – pagamento in contanti – quali angeli? così era rimasto solo. Solo io, un guru

senza voce nel ventre del bordo circolare oltre il quale solo i dispersi percorrono la lunga marcia diretti a Shell Beach – verso un mare che non c’è – o forse si, laggù, nell’utopia della mente, lo so – ne disegnai l’insegna, pallida e sorridente Doveva venderti l’idea di un’idea ovvero che la causa non avesse una causa e alla avessi un piano per non far fallire questo mondo assurdo che ho creato nell’impeto di un sogno, barricato nell’imperscrutabile rifugio degli occhi. Oh, Dio-ddio. Mio Dio. Chiedo perdono. Ma non so per cosa. E mi perdono per ciò che non so. Rimane il fatto che potrei destituirmi 57


dalla responsabilità di dover affrontare questo settimo eterno

NEUEGG

mai. Potrei, si. Ma continuerò a dormire.

Ed ecco è così Eco e Suono sorella colei tra le Esperidi madre la voce mi chiama iperdimensionale trascendenza dei piani il sotto il sopra tutto sincronico il momento eterno dove sento me stesso siamo noi che sono io – così disse – guardaci, le porte del vuoto del pieno coraggio e l’attraversamento attra-verso per coloro che devono che vanno che tornano ma senza mai tornare non tornare mai mai perduti nell’abbraccio passaggio da verso e verso da nella nebbia calcarea e dietro,

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l’Isola dei Conigli: un bosco in pendenza mare latteo cieco anemico che bagna le vesti perlacee asciutte immobili di loro due sorelle Ura e Asa sguardo fermo limbico rivolto dentro ti giudica ti spoglia valuta analizza decide atomo per atomo le connessioni attendono pazienti nel mortale regno del prima. E dopo, la vista cade. Mani calde sugli occhi lui le mani dell’Atomo Centrale di te che sei lui che eri il primo e l’ultimo degli ultimi poiché tutto è valido tutto è concesso nell’attimo discromico all’apice estremo della densità molecolare la realtà si ferma è ferma l’energia dell’aggregazione

pervade ogni quanto tutto quanto quanti sono luce ombra in perfetta sinergia sinestesia colori e numeri che ricordano suoni mai ascoltati passati da vivere ancora mai stati eppure io vedo ora vedo io vedo ergo sum cogito cosa cogito cos’è che cogita neuegg un punto nel vuoto e i vetri appannati incrostati dalle intemperie della casa dove partoriscono le energie dominanti la casa della nascita, umida, immersa nel verde lontano dalla città lontano dall’isola lontano da tutto da ogni estremità e da ogni centro visibile ma solo se la si guarda di una lama di luce una tela di ragno. Poche 59


volte il diafano bonzo rasato l’androgino domanda inespressa assai poche volte egli fa visita a quel luogo di pace quando la mente non si placa e il cuore ribolle egli percorre il sentiero delle impareggiabili ambivalenze e quale magia mi verrà in soccorso questa volta quale soluzione quale risposta acesulfame K – questo pensò – una bustina di edulcorante salverà il mondo come posso immaginare me stesso risolvere le mie stesse perversioni e incompletezze se ancora non so dove trovare l’inizio di me e soffro di amnesia vorrei ma non dormo chi dorme il sonno della ragione 60

del paradosso ho dimenticato in quale scatola lasciai il gatto se ho lavato (e quando divisa di canapa grezza sempre la stessa la stessa età bambino da mille anni nel regime e multiplo dove ogni anno ne dura venti e non dura niente ora è giorno ma poi è notte oppure giorno minuto per minuto – che differenza fa? se chiudo gli occhi li apro poiché ogni me vive nel sonno dell’altro così non c’è tregua quindi vado mi muovo insofferente cammino le tasche piene di sassi senza, volerei via io non ho peso eppure peso enormemente su tutto ciò che non ha corpo basta basta


non parlate non chiedete le vostre voci mi annoiano.

A SCANNER DARKLY Per Philip K. Dick

delle colline muove lato il relativo e conseguente boato sordo e pigro descrive il mattino già, la nostra consuetudine qui non ha pari. Così procedo nell’indeterminazione indosso un cappello quando lo faccio è per confondermi tra voi perciò, vi prego, lasciatemi stare.

Oscuro scrutare. Nell’ombra. Come le cavallette. Lepisma saccharina. Grassi insetti notturni passeggiatori delle avenue piastrellate d’amianto nella sudicia povertà del secondo piano che non è certo il settimo. 61


Dimensione volgare. Abitacolo. Selva anestetica delle moltitudini amene. Yes-men. L’uomo del sabato sera. Forte. Temprato. Manovrabile. Telefoni che squillano. Nessuno che risponde. Mentre l’astro infuocato brucia nel suo transito ogni brandello di carne, sovrespone 62

le memorie della luce. Statica. Ossessiva. Fuori. Condizionati. Dentro. Univoci. Sistemi devoti al collasso. Diamanti mancati. Merda. Sparata nel cosmo.


SALTOWN

Non accadde molto lontano. Solo un po’ fuori mano. La città nella scatola di sale seppe conservarsi uguale. Faceva caldo. Troppo caldo. Per tutti. Anche per i divoratori di membra. Spugnose obesità.

Vermi. Bestie in completo cremisi e cravatta. Incomplete. Denti Come arsenali. Per sminuzzare mordere mangiare. Signore mio, che sei nel ventre, dovevi pensarci prima di offrire le tue carni. E ora... adieu! Vissuto. L’aroma di legno e salsedine del Golgotha. 63


Retrogusto pungente. Persistente. Un nuovo governo si organizzò del monopoli, quella sera. Ah, che sera! Niente più ministri. Solo un Signor Sinistro e un Signor Destro. Il Sinistro sapeva leggere le stelle a rovescio. Il Destro amava fare di conto e sbagliare ogni soluzione. Venne poi 64

il rabido inverno e con esso un nuovo Messia. Più colorato del precedente. Quasi divertente. Voce calma, suadente. Parlava di un mondo lassù, fuori dalla scatola di sale, di una grande tavola cosmica, di altre scatole di sale. Del bene. Del male. Di libertà, uguaglianza intelletto


e velleità. Ma nessuno ci capì granché. E anche lui non di men fu divorato. Senza indugio né ragione. Senza nemmeno usanza oscena e demodé. Ma con un suo perché. Nel ricordo e nelle cronache, di lui, del Messia colorato, ciò sarà sì tramandato: sapeva di ciliegia. Sapeva

di costato. Gustoso. Disossato. Una prelibatezza per il palato. Rosso. Vermiglio. Dilaniato. Sulla distesa lattea che giaceva assonnata tra le innocue geometrie cristalline. Spigolose. Saporose. Crude. Serpentine. Lo spirito è santo ma il corpo è un altro conto. Così, la delegazione dei neri 65


Esperanti si allontanò in processione silente verso i bastioni della città dormiente. Il vuoto avvolse ogni cosa. Ora è tardi. E il mio pigro sguardo su altre storie si posa. Flip!

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ANCILLA DOMINI

Fuori. Fiori appassiti di magnolia. Petali bruni morbidi color zafferano e terra d’oriente masticata consumata come le vesti del nuovo Messia. Mandorle azzurre che danzano il valzer delle carni. Forme perfette perfettibili perfettate


perforate per questo per quello perdonate l’accento però persiste per forza perpetro queste peripezie perfette perfettibili perfettate. Forme che Madre Natura ha modellato. Isola delle magnolie. Solitaria. Dannata per tutto ciò che è stata. Tutto ciò che

di noi è rimasto. Fuori dalla scatola. Dalla scatola di sale. Nel canto delle cicale, così teatrale così reale. Nel loro canto fatato si perpetua il segreto del Creato. Su di loro vegliano le lucertole, sacre ancelle, 67


della pioggia e d’altre stelle. D’archi di quartetti assolati e d’altri Ancilla domini. E tu lassù astro di un mondo lontano. Tu che guardi e regni. Gaude a te, Regina Cælorum.

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BURNT

Fuoco che bruci l’anima dispersa dei dormienti sui materassi sfondati di osceni motel di periferia, rendi omaggio alle nostre lapidarie intenzioni, rendi chiaro il cammino verso la città dove regna Mr D.


IL SOLIPSISTA Per Matthew

Dictat. Vizio di forma. TumorĂ ti di Dio. Scimmie lisergiche. Noi siamo cosmetici. Il modello esiste in virtĂš del prodotto. Non fatevi ingannare. Ăˆ il prodotto che determina la scelta del modello. Supplicate imperfezioni. delle membra. Lenta immersione

ambrata. Il volto come maschera. Protesi capillare. di rame. Lunghi. Irlandesi. Steppa o radura. Catrame. Sutura. Trapianto cutaneo. Arti del cosmo. della materia imbottita. Divano del mondo panico. Piume di struzzo. Cipria carnivora. Collare 69


votivo imperlato di osceni denti caprini molari gengive appese sospese alle mani. Le mani nodose del marionettista idealista. Luce costretta in una bottiglia ingabbiata in un vetro senza fondo. Anima. Gomma fusa bruciata plastica traslucida lattice 70

medico epidermide Sintesi proteica. Stazionaria. Bisturi. Stanza angolare neutra priva d’ombre. Uno due punti scucitura sette bottoni una cerniera. deserta Artemisia fu aperta.


NO B-RAIN

Piovono le moltitudini sepolte in coda al terminale di una stazione subacquea dove piange il sole su questo treno non sono previsti passeggeri elettronica solipsista che descrive le arterie in discesa di coloro che attraversano

i mondi in cammino solitario e impervio sulle piastrelle ricoperte di sputo sottopassaggio di un d-io voyeur – Mr D – che osserva il marasma degli insolenti calzari – scatole di piedi lindi – dal buco ambiguo di una serratura cerchiata di corno. Perdido. Come il rappresentante di spazzole 71


– uomo di altre setole – che scansa le goccie ognuna singolarmente al galoppo – giacca e distintivo al vento – verso il trascendente bonus Scorrete lacrime, disse il rappresentante. Chissà poi se Dio si spazzola ancora i capelli.

IO-NON-IO

Sarà solo questione di colore, che fa la differenza, un tratto verticale, uno orizzontale, prendere, dare, un lineamento del corpo, in più, in meno, che fa la differenza, ciò che ti prepara a differenti obblighi, modelli sistemici, preparati e costruiti, pronti per te, ma cos’è veramente che fa la differenza? Cosa ci detta chi siamo e cosa dobbiamo essere? Identità, maschio, femmina, sono solo e fuggir loro non è semplice, caro Allen. La poesia non ha sesso. È tutto e niente. È terra e vento. È intelletto e desiderio.

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Appagamento. Alterità. Non soluzione. Orgasmo. Verità. Dove sta? Lei, cara mia, lei dove sta? Le dò del “lei”, cara mia lei, anche se non è lei. Sia lei! Lo sia! Per Dio, lei è lei. E lo sarà. Perciò, dove sta? In me non c’è verità. Solo confusione, con-senso, erronea mancanza di

reciprocità dei dettagli, abbandonerò questa linearità, mi innamorerò di te, forse, non fosse altro che per naufragare tra le pieghe di un divano, in balia di deliziosi spasmi cutanei, contatto di mia. Dimmi chi sei e le tue labbra non conosceranno piacere più intenso di quello che io saprò darti.

Cosa cerco? Cerco ciò che cerco. Un cerchio. Aprirlo. Chiuderlo. O forse, solo trovarlo. E saprò di averlo trovato solo quando lo troverò. Io non sono te. Non sono te. Io sono neutro. Sterile. Non pervenuto. Un po’ questo un po’ quello. Una diversa specie. Divergente. E troverò me stesso, epidermide tra le epidermidi, nell’ispida 73


99 LUM

Dove te ne vai, astro infuocato che percorri le vacuità cosmiche? Ancora voglio bagnarmi nelle tue sterili acque di luce, per uscirne rinnovato, nel corpo e nell’anima, ancora una volta. Tu non ammetti 74

ombre o menzogne, tu risuoni in me come la vibrazione di una accecante orchestra. Verso te ritorno, padre. Indicami la strada, illumina la mia traiettoria. Sorgi ancora sui miei occhi disillusi e sognanti. Accecami, io possa assimilare me stesso alle tue fulgide


geometrie cristalline. Il tuo occhio mi guarda, mi chiama. Disco aureo, specchio di una luce più grande. In direzione opposta procedo. Xibalba mi attende. Nel centro del centro, dove il movimento è più lento e rapido allo stesso momento. Solo

alla tua luce, Sole, noi miseri mortali sappiamo vedere noi stessi. È così che gli oceani trasportano la tua voce, che ordina l’alchimia del sale. Tu sorgi. Sorgi e cresci. Cresci. Cresci. Cresci. Cresci. Noi andiamo da dove proveniamo. Sopraffatti 75


guardiamo. Nemmeno dietro le palpebre c’è più il buio. Il mondo brucia e si una buona volta.

HAIKU #1

Piove sui pesci che tanto non sanno quanto siano bagnati.

HAIKU #2

Il violino è un cetaceo che si suona col grissino. 76


HAIKU #3

HAIKU #5

Profumo di brioches. Altrove è già mattina. Qui ancora notte.

della città vengono lavati quando gli Osservatori dormono.

HAIKU #4

HAIKU #6

Cavalli interiori. Suoni al galoppo. Insorgenza d’estasi.

Una freccia sul cappotto direziona il viaggio delle menti libere.

77


HAIKU #7

HAIKU #9

Provaci tu a scrivere qualcosa nell’intermittenza del Natale.

Un nastro nero nasconde la luce nel suo ultimo sguardo.

HAIKU #8

HAIKU #10

Motel delle galline. Uova a ore. Colazione inclusa.

L’oscuro segreto del nostro universo è una sedia.

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HAIKU #11

La cosa più vicina a me è il mio cappello.

HAIKU #12

Questa casa respira l’aria del vuoto quando la notte sogna.

LA MIA VITA È COME UN SUSHI DI SERA A STOMACO VUOTO Per Wendy

Certo eravamo come pesci nel brodo sull’elastico del cielo, così io mi sentivo nell’avvicinarmi a te, piccolo innocuo simbolo della natura umana in tutta la sua imperfezione, luce distante che brucia come cenere di un fungo atomico nel mio corpo, corpo che attende il tuo che accoglie il tuo. Veniamo da una favola e siamo destinati alla realtà. Moriremo di realtà o fuggiremo lontano quanto la corda di un violino o il respiro di 79


sei la mia armonica, la Io sono solo il senso del senso, un travaso di liquidi incazzati, due manciate di vuoto arte e metempsicosi. Io traslo. E tu? Sento della luce penetrare gli strati obliqui del mio spirito e raggiungere il centro. Se fossimo pesci nuoteremmo controcorrente. Ti guarderei con gli occhi dell’istinto, Aphrodite. Cadrei nelle profondità del tuo sguardo, vivrei di sensi, se solo non fossero soppressi da questo angusto mondo nel quale noi sopravviviamo. Due corpi nudi, due macchie d’ombra sull’ordito della natura, due errori 80

d’avorio, due peccati originali, il secondo sempre meglio del primo. Due volte tutto si ripete. Dov’è che stiamo andando? Di quale immagine tuo calore, voglio arte, del controsenso, perché io sono così. Energia. Vibrante, Dammi sfogo, abusa di me, bevi dalla mia mente, brucia le mie spoglie, spoglia il mio ego dal mio ego, portami via, lontano, dove non esista nient’altro all’infuori di te, Aphrodite.


KNOCKING ON MRS H’S DOOR

Quando verranno. Loro. Perché verranno. Quando verranno a bussare. Si, a bussare. Quando verranno a bussare alla tua porta. Loro. Quelli. Quando verranno, i Lavatori, perché verranno. Quando verranno a bussare alla tua

porta, tu cosa farai? Quando verranno. Tu svenderai la tua dignità? Stuprata. La svenderai? Miseramente costretta assassinata. Tu la svenderai in cambio di un dentifricio migliore. Forse. L’etica dell’im-piegato prevede il tergo. Allora cosa farai 81


quel giorno? Tre mammiferi appesi al nodo delle loro cravatte. Tre. Maschere anonime. Dischi neri sul volto. Due buchi ellittici. Occhi ciechi. Augurati di essere altrove. Quando verranno, i Lavatori. Perché verranno. E tu, 82

cosa farai? Svenderai la tua dignità? Dirai loro la verità? Mentirai? Con quale coraggio? La scatola è ormai aperta. Non resta che dirglielo. Sulla soglia del tuo eremo, del tuo, rifugio pendente, anch’esso. Racconterai loro di quella


volta in cui una farfalla dorata descrisse in volo oscure leggende di profonda lontana magia e vastità. Racconterai loro del tempo in cui regnava l’immaginazione. Pregherai di essere ascoltata. Muoverai le mani. Danzerai tra le ombre del muro. Suonerai la fanfara

dei sogni perduti. Eppure, loro non ti ascolteranno. Quando verranno a bussare alla tua porta. SarĂ  E tu, cosa farai? Potrai chiudere gli occhi. Abbandonare la tua mente. Loro non svaniranno.

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CANONE PER DUE

Foglie di cristallo cancello cosmico bordo innevato bianco trasparente come la sabbia scalza piedi teli neri fruscianti serre nude grigi silenti come le corteccie millenarie di Ramarjen volto senz’occhi 84

mistero fulcro dell’arte interna interiore dove tutto dorme nel consenso dei segni più reali della realtà che contiene in sé stessa la propria illusione. Sono nato e morto nello stesso istante. Attraversavo un ponte. O una radura. Un corridoio.


Forse. Da che parte sia il ritorno è supposizione. Nessuna. Posizione. Albedo. Zeropunto39. Verso il centro dov’è più buio. Xibalba. Ritorno a casa. Ho bisogno della tua voce quando la mia viene meno. Dalle mille

occhi ci osservano. Sperano. Attendono. Nello specchio. Spazio intermedio. Reame dei simulacri. La fatina dei denti mentiva. dell’arcobaleno troverai la forca. Si, domani sarò fucilato. E di me resterà il mistero. Lineamenti azzurri. Iride. Vulcano 85


o galassia in miniatura. Nell’uomo tutto si riassume. Tutto. L’incombenza dell’immenso tutto. Eppure egli è disperso. Come un cane. Smarrito. Disilluso. Illuso dalla propria disillusione. Dove volano le farfalle quando fuggono verso casa? Perché le falene sono 86

attratte dalla luce? Perfezione. Bellezza. Morte. Bruciate per troppa bellezza. Accecate dalla fonte dell’eterna giovinezza. Come le vergini immortali, divine principesse senza vista, di quell’isola dispersa nei territori di Gulliver. All’alba sarò fucilato. No. Impiccato, forse.


Oppure decapitato. La tecnica poco importa. Ciò che conta è la brezza. Raccontale di me. Davanti ad una tazza di tè. Lei saprà cosa fare. Lei saprà cosa fare. Lei saprà cosa fare. Sssh. E rimane solo un

IL CERCHIO DI FUOCO

Io sono stasi insoluta. Meta-stasi. Frutto acerbo di magnolia custodito e costretto in un piccolo vaso di vetro. Racchiuso. Per fermare immoto. Conoscevo l’arte delle parole. Sussurravo alle pietre storie di altri pianeti 87


e stelle lontane, sui sentieri scoscesi dove le meteore brillano. A quel tempo ero energia. I miei capelli, forgiati nel vento di un’isola di boschi e di mari, ove si spreme il ricordo per tramutarlo in essenza taumaturgica, panacea del morbo dolce e d’altri mali 88

sublimi, sono rugginosi e selvaggi che collegano le mie idee al cielo. Fili di rame e calluna tessuti e intrecciati nell’indaco canto di pan, mio segreto amante. LaggiÚ dove le brughiere si gettano nel cobalto turchese, pervinca di terra dove io


– Mowgli – ritorno ancora, Saffo si tuffò. E di lei null’altro permane, se non l’amore.

H-BOMB

Luce orizzontale invernale quasi bianca e fredda senza calore che taglia nettamente ogni ombra o sapore. Le bestie umane vanno sempre verso la luce portandosi dietro il proprio doppio. Nel mondo delle 89


proiezioni ogni cosa possiede un’altra vita. Guardarne l’esploso è uno strano privilegio.

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CANTO RUVIDO

Consumato da una sindrome che potenzia ciò che vedo con ciò che non c’è. Ciò che non è è sempre evidente. Diffrazione. Ruvida celeste Morpho Menelaus la mia schiena è un crocevia di membrane. A breve potrò volare. Perciò


la fedeltà al sistema non è assicurata. Davanti al mio cinismo il colore magenta di un circo conferisce sapore alle mie sinestesie urbane. Nel di un bar automatico pesci azzurri nuotano in vasche stampate magenta corso di massaggio se i pensieri

si accavallano potrebbero nascere due menti. Numero diciotto blu gelato ogni prodotto serio ha il suo pantone. Molecole su misura. Acquista e sii felice. Cos’altro occorre? Forse uscire. Una radio parla del mondo mentre il mondo parla 91


solo di se stesso. Ora no. La tua voce urta i miei amminoacidi. Perciò esigo da te solo lettere d’intenti in stampatello. Per dire cosa poi? Tanto lo sai che i miei sensi aggravano il mio contatto con la 92

realtà, alimentano il mio alterego. E sono fottuto. Io sono fottuto. Lo sai, diventerò l’inverso di ciò che è diverso, per estrema normalità. D’altronde, come puoi capire? Ribaltando ciò che è contrario sappiamo trovare la giusta direzione, perciò siamo ingannati.


Nel giorno della

della schiena sono le piume.

indosserò un accappatoio. Così ho deciso. Ho cosparso la terra di derma. Ovunque sono stato ho avuto cura di lasciare un po’ di me in quel posto. Un giorno potrò dire di essere ovunque. Incanto stellare. Proteiforme. Il problema 93


LA STRADA VERDE Per l’altro me

L’aroma dei pini all’imbrunire. Le mani che si aprono per raccogliere la sabbia. Le mani che si chiudono. Il vuoto lucente. La pelle. Gazzella. Profumo di bucato. Ciò che è stato. Il vento nelle orecchie. Oceano bianco. Sordità. 94

Rumore di voci. Nudi nell’intimità del buio, che accoglie due cieche trasparenze. Anime diafane. La città. Unisono. Dove andiamo. Un abbraccio di-sperato. L’inverno che corre. Immobile. Le stagioni di un magazzino sono come la marea. osservarle, assecondandole. Vengono.


Vanno. Come l’alba e il tramonto. Nella terra è il seme. E il mio cuore giace là, accatastato in mezzo alle cose ferme. In attesa. Un giovane pianoforte. Muschio. L’ascolto. Ora sono qui. Sono nudo. Ho imparato che il tutto possiede

molte forme. Alcune mutano, altre rimangono le stesse. E perdurano. Dietro la scatola c’è un giardino. Ma il cartone è troppo spesso. Quanta strada ci separa dalla spiaggia? Sento già il canto del mare. I sassi non mentono. Nella notte 95


gli incendi guidavano il nostro sguardo. Sul bordo dei giganti addormentati. Ho visto come le cose Tutta quella cenere. Amiamoci ora. Prima che sia tardi. Tu che vai, ritorna.

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CADMO

Nel regno di Sopraterra tutto è sommesso. Da piÚ sopra foglie dorate cadono. Aspri vespri ocra e azzurri vestono i nostri sogni. Il mare antico custode dei silenzi lambisce i nostri piedi immersi nella


terra bagnati di fango. Perciò danziamo, sporchi di vita, tra le squame di luce, che in noi perdurano. Piccole scintille, Prometeo, ladro e bugiardo. Noi, sperduti. Sapienti porte di altri universi, giovani pensatori dell’Isola dei Conigli.

Noi giochiamo sulle macerie del mondo, riposiamo nel tramonto. Perché la notte è il nostro giorno. Nostra è la casa sull’albero nostra è l’acropoli selvaggia nostra è l’idilliaca vetta di distese e assolate. Da qui il cieco rumore delle stelle non è che un 97


lontano brusio sommerso. Un giorno cresceremo. Così dicono. Perciò semmai crescendo arriveremo di noi rimarranno solo verbi. E di questi pochi sapranno ricordarvi ciò che foste. Un giorno crescerete. O forse no. Dopotutto, sono solo dicerie. 98

SOLO RITORNO

E la cittadella celeste rimaneva là, sospesa nella sua nuvola di intermittente radianza. Neon. Stop. Parole. Vuote. Il tempo corre fugge imparziale spietato. Non rimane altro che pesci muti


su fogli opachi. Silenzi anestetici. Lividi rugiada. Liquidi consensi. Lontano dalla sua quiete ultraterrena scrivo al buio delle mie notti. E in questa ombra le parole sembrano più dolci. Odorano di ritorno e maledizione caramellata. Le tenebre,

caro William, sono quelle della mia disillusione. Inchiostro che piove torrente di alcune lucide sinestesie. È la caro William. Fuori da Sotterra ogni cosa è uniforme immagine d’assenza. Bianca cecità. Può il torrente cambiare il corso del mondo o sarà il mondo 99


a cambiare la via del torrente? O capitano mio capitano, dimmi dove mai andrà la nave se ogni mare è prosciugato e rimane solo terra terra? Per ciò scrivo. Una alla volta le mie poche goccie disseteranno i cuori desiderosi, le menti 100

naufragate nell’arido subbuglio. È la caro William. Ciò che ambivo. L’istante singolo congelato. Quando il disco infuocato si sofferma per gettare il suo ultimo abbraccio verso la desolata natura primordiale poco prima di inabissarsi ancora e ancora, laggiù,


dove non esiste un dove da poter raccontare. Quanti di energia. Duplice osservanza dell’equilibrio. Corpuscoli nell’ultimo raggio. Briciole. Inconfondibile retorica dell’oltre. È la La conosco. Non occorre indugiare. Lascio a voi queste immagini, il dominio

degli stereotipi, il reame dei simboli. Ditemi voi qual è la voce del tempo. Io ritorno da dove sono venuto, là dove esistono ancora storie da raccontare. La mano ambrata dell’Atomo Centrale. Teatri della creazione. Fabbriche di luce. Siamo 101


ciò che sogniamo, caro William. Tutto il resto è silenzio.

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LIMPA

Living in a perfect society is not a perfect condition of perfection. Davanti ad uno sterile parallelepipedo di cemento armato dove non cresce altro che aride perfettibilità noi guardiamo i velivoli attraversare i vulnerabili cieli della vecchia terra, consapevoli che nulla tornerà come prima.


IL TURISTA Per Lovely Rita

Essere qui e altrove contemporaneamente vedere l’oggi il domani pensando a ieri in un tempo non tuo molteplici coscienze condivise in una personalità sola. Sola. Vite vissute in altri spazi. Ripristinare l’equilibrio

omeostatico di un sistema non è facile. Eppure la resilienza vince sempre. Persistenza. Come il mio essere qui eppure altrove disperso in un viaggio che volge al termine perciò inizia. Vedere. Toccare. Annusare gli aromi della 103


diversità. Camminare i sentieri del mondo. Catalogare la creazione. Imparare l’essenza indivisibile e sbilanciata l’eterna follia creativa del quadro vivente dipinto con luce e sterco. Andare verso oriente tornare verso casa.

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QUESTO NON È NORMALE Per Alex

La mia carne urla! Incenso e spuma di champagne can-can in SI bemolle maggiore sulle gambe a rete di una voce brillantina e caffelatte incauta perversa luminazione del dodecaedro interiore.


Che bello! La disordinata consuetudine di un charleston in riva al mare mentre cade il cappello e la camicia si sbottona. Che bello! Il dentro dentro quando fuori è fuori macchine morbide gomma antistress il polso che va e scrive scrive di me di te di

non-luoghi mai visti annusati e pizzica il naso quel non-odore di un odore mentre il neon si accende – ZIMMER FREI – bensì tutto occupato e accettare ogni cosa tutto questo come fosse liscia normalità analcolica. Tutto e non-tutto. 105


Tu esisti? Esisto e non esisto. Come ti chiami? Ogni nome va bene. Perciò chiamami Mr Lang. Ogni porta è la mia porta. Tutte conducono alla sala da ballo seppiata dove io vivo. Ci sono. Ti osservo. Oppure no. Che bello! E il 106

movimento prosegue nel ritmo senza sosta consumato atomi che corrono epidermide che scorre staticità in movimento. Mobile a cassetti. Un archivio. Mr Lang è un archivio. Ogni cassetto una storia. Ogni storia una possibilità. Per chi racconta racconta e parla e il brusìo di tutti voi messi


insieme arriva lontano nel cosmo sorregge le sorti del grande baraccone trainato da trapezisti ed elefanti – e io che trascino un circo di esuli – mentre nella pancia del clown maestro un’anonima sala d’attesa attende se stessa nel buio dei processi digestivi. Ogni

risata un terremoto. E tutto a soqquadro. Laggiù. Che bella! Questa danza delle stelle. O sono briciole di polvere illuminata? Sssssssst! Quella cosa che cade. Misteriosa. Nel silenzio. Lenta lenta. Una luce nella foresta. Poi, a ben guardare, 107


è solo di te sul bicchiere ambrato di questo bar ai della città. Una visione. Eppure, si, che bello! Il viaggio verso il sopra di sotto del mio ego quantistico. Come sono vestito nudo sulle sponde molli dell’Isola 108

dei Conigli. Così stretta che una casa intera non ci starebbe. Non un albero. Nemmeno un suonatore di tuba. No. Ma una porta invece si. Purché senza spessore. Una serratura. Sette chiavi. La vista si appanna sul vapore di un caffè


doppio nella rigurgitante penombra di un vaudeville al sapore di automat e valvole radiofoniche. Quotidiani e pastiglie di felicità. L’inospitale pianoterra del centro residenziale di Commonville nello Standardshire. La porta del sole. Che bello! I pensionati rappresentanti di merendine o dentifrici guardano il tramonto ormai fermi

sulla propria sedia-a-rotelle. La ventiquattrore sulla destra fedele strumento per vendere universi colossale sconto metĂ  prezzo convenienza assoluta mentre i deserti avanzano avanzano acquistate il potere della resilienza. Una partita a golf sui prati del campo superstiti. 109


Non accendere la luce o scoprirai il trucco. Si, che bello! Sapere di non sapere mentre sai di non sapere. Vedere inizio coincidere. Respirare questa energia mentre si prepara si raccoglie per invertire dell’entropia. Ed esploderà!

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La giacca sorridente il sorriso di un cappello nell’inchino alla fermata del bus. Rosso e grigio. La città traslucida sembra salutare chi parte. Se non la vedi piega la testa. È solo questione di angolazione. E il bus diparte in direzione “DIVENIRE”. Cosa ci sia laggiù è tutta


supposizione. Ma sto scrivendo. E presto racconterò una storia su questo. O meglio, una poesia. Dirà qualcosa. E niente. Come ogni poesia decente. E via. Via. Via. Per quale via, dove andrai, Mr Lang?

HO UNA SINDROME

Trasparenza recipiente gelatina blu omeostasi vinile 33 rotazione concrescenza intersezione dell’incrocio o del punto simplesso n-dimensionale continuità raggi pallone elastico aria che entra aria che esce sfera cristallina iride coclea sono 111


ciò che vedo vedo ciò che sono indaco arcobaleno sotto il mare dove l’odore della mia umanità non ha peso gravità intelligenza affrontare le insicurezze senza l’ausilio dei colori o di qualcosa che suoni riordinare un groviglio di eurismi sinestesici gestire la profondità 112

misurare la realtà dentro fuori somatometra dilettante in erba area di riequilibrio ecologico nel verde tendi l’orecchio ascolta la radiosorgente intonare il canto della singolarità danza anche tu la danza dell’icosaedro stellato perché le cose stanno come stanno


mentre mangiamo carote potenziate volatili di un mondo secco che si desquama a piccole scaglie come l’epidermide di un vecchio rinoceronte albino. La memoria di un elefante trova rifugio nel cuore delll’atomo che è come il tendone

di un circo. Elio e azoto. – Otto minuti di luce ancora otto minuti prima del buio – ciò che disse la bambina d’argento nella scatola ingranditrice di Schrödinger quella notte sul tronco tronco dove emerge la mappa dei 113


territori dispersi estremi la casa trascinata dai viandanti la foresta su ruote la città di vetro da cui lei proviene. Brucia nelle arterie per i nati vegetali ma per noi che abitiamo nuovissimi eden di arnie verticali e dormiamo su letti di plastica noi che 114

veneriamo INDIA l’idolo ambrato di colofonia venere di cera dallo sguardo assente cristallizzato nell’espressione che precede per noi l’universo non è che un algoritmo estetico una biglia opaca ossidiana consumata. Per ciò noi ti salutiamo dal giorno dei giorni.


LO STOMACO DELL’EROE Per Margaret Lee

Ho ammaestrato un distributore di merendine come fosse belva con denti e criniera. L’ho battezzata secondo il rito di Gli ho detto CANTA! e lui ha cantato. Ho inghiottito un pesce vivo con

l’obliqua convinzione che fosse saggio. Poi ho capito: la libreria sarà invasa dai cani. Cani che entrano cani che escono cani che leggono cani che pregano. Libri animali. Libri animati. Perché Dio non è all’ingrosso. E neanche all’ingrasso. E neppure all’ingresso. Che peccato! 115


Così il pisciar m’è dolce in questo mar salato. Perdinci, devo andare, il tempo è volato!

GLI ULTIMI SETTE MINUTI Per mia nonna

La memoria della carta è sempre fragile permanente come quella degli elefanti azzurri del Kantzàr. Da un origami veniamo ad un origami torniamo. Ogni cosa nasce

116


da un Modulo Sonobe. Chi più chi meno siamo tutti stati plasmati con carta e sputo un numero nel catalogo dell’esistenza. Così, come un anonimo becchino trascendentalista attendo qui sotto le tese di un cappello che sia esaurita l’energia di quel

corpo vissuto una piega ancora e le timide spoglie di velina saranno condotte giù per la discesa del non ritorno da dove si viene quando i nostri liquidi raccolti in sacche non hanno più dove scolare. Allora tutto si ferma. 117


L’entropia è massima. Il collasso della forma d’onda conduce la materia verso una singolare esplosione atomica, lo spettacolo del passaggio quando ormai la porta è spalancata e il sole La carne barcolla lo sguardo canta l’inno dell’assenza. Gli spettatori entrano fremono – signore 118

e signori, qui vive la fenice. In me si compie il rito. Non è più il dito, bensì la luna, il problema. Cosa c’è laggiù? Perché ballate? Ci sarà la toilette nell’inframondo, circondata da papaveri e ortica? Quali terre, quali colori? E dove, dove ho messo le mie


scarpe, le mie cose? Che importa, se vedo a bassa voce senza orecchie. Divarico le braccia e annuso la musica. Che aroma! Le mie dita sono libere, cari spettatori. Alluce illice trillice pondulo e minulo. Città di stringhe quantistiche innervate

di strade e luce. Piccolo e grande polvere e galassie. Ciò che vedo voi non potreste capirlo. È altro. Altro. E basta. Andate, medame e messieur, l’archivio sta per chiudere. Il dirigente, il grande capomastro, l’artista della pieghe – Mr D – è tornato nei suoi appartamenti, 119


che stanno tra il qui e l’altrove. Ha compiuto la magia. La memoria della carta è sempre solida gassosa. Ogni stato va bene. 451 gradi e brucia. Nulla resta, solo il mio nome e un solido platonico. Io sono l’ottaedro, 120

ad esempio. Se sapete immaginarlo. Non piangete, ve ne prego. Le lacrime non sono che fatte di tre pieghe. Roba semplice, elementare. Dedicatemi la vita, invece, se volete. Gli elefanti azzurri del KantzĂ r amano sostare nelle pozze di fango sulle


distese impervie del tramonto. Sanno che non serve camminare per raggiungere la linea dell’orizzonte. Che, come l’utopia, si allontana ad ogni passo. Così, nel silenzio pachidermico, vedono ogni cosa, senza sforzo alcuno. Guardate fuori,

gentili spettatori. È l’immaginazione il segreto. – Il funerale. Ore pasti. Un coro di cani centinaia di cani bianchi neri beige chiazzati sulle note solitarie di una tuba. Tante mani. Mani e mudra. Un bambino in divisa rossa da orchestrale vibra 121


un colpo di tamburo Funamboli pagliacci e mangiafuoco di lontano salutan con la mano il ritorno antesignano alla terra nuda e barbuta, laggiù in un campo di grano. Hare giallo oro glabri e scalzi nella quiete dell’attesa suonan sette 122

campanelle. Sette chiavi. Sette stelle. E prosegue il racconto della vita. Lunedì. Ore pasti. Rane cervi e lupi bianchi. Shanti shanti shanti. Il suono di corno dell’OM era basso cristallino e urlava come la sirena di un traghetto


disperso nelle vacuità desolate del teatro sventrato. Una fabbrica di sogni e saponette aperta sette giorni su sette. Addio mia concubina! Il sottomarino giallo è passato l’erba cresce ancora ma quella del vicino è sempre più alta vai dove l’acqua

è carnivora e non guardarti dai crampi i salmoni la sanno lunga e ogni cosa è illuminata. Ritroviamoci a Noether in un caffè sul porto. Addio palcoscenico addio mia cara Pontiac Boneville addio al barbiere che ha curato la mia perfetta riga a 123


destra. Addio soglia qualsivoglia dardo alato idolo ambrato rimasuglio dell’ultima cena. Niente vino. Datemi dell’acqua e sarò idratato per l’ultima volta.

124

CYNTHIA AFTER RALEIGH

She is gone. She is lost. She is found. She is ever fair. Gone. Lost. Found. Fair. She is. She is. She was. She was. Neither here. Nor there. Nobody. And no one. Here. There. Gone. Lost. Found. Fair. Portrait of elsewhere.


On thy tree. Dispair. And, after, the dawn. A rose. Arose. Doesn’t matter. No excuses. Egg. Ego. Edge. Falling down, to the ground. Ocean is waiting, my dear.

Neither here. Nor there. She is gone. She is lost. She is found. She’s ever ever fair.

for moisture in the Arabian sand. Meet me, at the world’s end. Where cedars grew. Lost is the garden of Heligan. Yes. As that man. She is. She is. She was. She was. 125


MANTRA

Va tutto bene. Va tutto bene. Va tutto bene. Va tutto bene. Va tutto bene. Va tutto bene. Va tutto bene. Va tutto bene. Va tutto 126

bene. Va tutto bene. Va tutto bene. Va tutto bene. Va tutto bene. Va tutto bene. Va tutto bene. Va tutto bene. Va tutto bene. Va tutto bene. Va tutto


bene. Va tutto bene. Va tutto bene. Va tutto bene. Va tutto bene. Va tutto bene. Va tutto bene. Va tutto bene. Va tutto bene. NIENTE VA BENE!

OGRE

L’uomo muschio di polvere è tornato. Riconosco la sua forma che in verità mai mi ha abbandonato. Egli è lì. Come un orco. Come un bruco divoratore. Come un mostro. Radicato e nascosto. Dorme. Si sveglia. Poi dorme. 127


Ancora. Per anni decenni minuti forse mai. Ha un buco al posto del cuore. Ho un buco al posto del cuore. E non è il mio posto, questo. Nessun posto è il mio. Cosa farò allora? Dove andrò? Io non sono il vuoto pneumatico. 128

Io non sono il vuoto pneumatico. Io non sono il vuoto pneumatico. Sono dentro dentro dentro. Oppure no? Ho tanta violenza nell’anima che potrei sradicare a mani nude un’intera foresta. Oppure creare, per tutta la vita e oltre, meraviglie. Lasciatemi


in pace. Nell’oblio. Nel buio. Nell’angolo del cosmo. Voi che mi odiate. Voi che non mi tollerate. Voi che non mi capite. Io non sono di qua. Fatemi tornare a casa. A casa. Ogni cosa è una scintilla. Ciò che non vedo è il fuoco. So che in me arde.

Ma dove? E perché? La luce è oscurità. L’oscurità è luce. Dove cominci l’una l’altra è questione di supposizione quantistica. Sono il bene il male oppure entrambi? Perché sono. Così complesso. Oppure semplice. Me. Altro. Quale mi descrive? 129


Qual è il mio nome? Quale natura? Quale struttura? Le geometrie non euclidee della mia mente indirizzano la mia strada verso la non conoscenza. Così io conosco. Dovrei essere estradato verso un pianeta di sabbie, esiliato per la mia mostruosità Condannato a regnare 130

su un paese di nebbie e vuotitudini. Una assente assenza. Immobile. Vuoto. Arido. Sarò mai abbastanza puro da meritarmi la vista dell’Atomo Centrale? Un giorno io dubitai. E da allora ho segnato la mia strada, che è senza ritorno. È vero. L’uomo muschio


di polvere è tornato. Ma dietro di lui vedo la piuma di un falco pellegrino.

INTERLUDIO

IO SONO PAN. L’ARTE LA VITA L’AVVENTURA MI APPARTENGONO. LA FOLLIA È LA MIA LINFA. L’IMMAGINAZIONE È IL MIO POTERE.

SIMULACRA Per Philip K. Dick e un po’ anche per Margaret Lee

Joe Protagoras è vivo! È vivo e sta per ritornare. Dai sobborghi egli incede su una terra scolorita risalendo tra i livelli al turpe buio della vita. Joe Protagoras è vivo! È vivo e un giorno disse: siamo solo punti erranti sulla curva trascendente di una civiltà dormiente. Periferiche leggende avvolgono il suo nome. Storie oscure, volti spenti nell’inchiostro del destino. 131


Joe Protagoras è vivo. Vivo e ancora clandestino. Joe Protagoras ritorna. Ritorna e la sua voce si diffonde a onde corte tra le folle in ribellione si riversa per le strade generando confusione. Neon vibranti. Fluorescenti. Coprifuoco. Nuove menti. Lui cammina senza fretta barba incolta semiscura guarda obliquo verso l’alto sa ch’è giunta la sua ora. Joe Protagoras è vivo! È vivo e ricercato dalle squadre della morte avanguardie del passato. 132

Puntiformi desideri o sfrenati consumisti come ancora fosse ieri ci crediamo dei levrieri.

Siamo solo interferenze sulla curva trascendente quadratrice di una grigia avancittà. Joe Protagoras è vivo! È vivo ed è tornato. È tornato a lavorare. Come armi le parole valgon mille fedi nuove. Là seduto si diverte. La sua macchina scintilla. Rullo. Fogli. Tasti neri. Alla luce scrive ancora sotterranee verità.


IL BUGIARDO

L’unica dimensione inviolabile è quella interiore. Vivere senza esprimere. O esprimere senza vivere. Prima che il grigio nelle arterie raggiunga il cuore e offuschi le parole per sempre. C’è ancora molto da dire. Da percorrere.

Quel volto storto nasconde un velo che nasconde la notte involuta nel giorno eterno delle simulazioni dove un bambino gioca. Una biglia nelle sue mani è come il nucleo di un nuovo universo. Dietro e ancora più dietro. Lontano dall’espressione dal lieve 133


tropismo dei muscoli allenati a mentire, lontano dal commercio della democrazia scontata o a prezzo pieno. La mia voce è una e una sola. Come il mio spirito. Spirito del tempo. Nel tempo degli Caos ordinato. Controllato. PerchÊ il potere 134

creativo non sia lasciato al caso ma indirizzato in forme piĂš lucide.


EHM. UNO. UNO. CINQUE.

Sono fuori. Di me. E come si fa a rientrare? Ho telefonato ai pompieri. Gli ho detto: credo di aver dimenticato le chiavi dentro. E loro: ha lasciato perlomeno qualche aperta? No. Per niente. Tutte serrate. Avevo paura

che qualcuno mi vedesse passeggiare nudo prima di una seria. E la mia sindrome. Non voglio che mi si guardi dentro. Risposta: ah. Però forse c’è una porta sul retro. Ma è impraticabile. Temevo che le poche idee buone scappassero di soppiatto. Giusto. 135


Allora dovremo scassinare.

AGOSTO

E io: santo cielo, con quale farmaco stavolta?

Sutra del mondo. Una busta sigillata di posate. RKS 7. RKS 16. Cammino. Strade deserte caldo rovente denti traballanti cerchi azzurri negli occhi di vetro. Musica nelle orecchie per isolare il dentro

136


dal fuori. E nella sacca nera un breviario

So put your sunglasses on.

quantistica una memoria ottica e la domanda senza risposta. Put your sunglasses on. The world We need a vowel. An explosion of light in the night all is wight. 137


SIGNORA LONDRA

Londra è un animale. Una strada azzurra azzurra in un campo blu uniforme. Una pioggia di cornacchie. Una neve di farfalle grasse bianche gialle. Londra è un animale. Un cane moribondo giù nel vicolo profondo 140

e abitato di un dedalo di case dove un uomo piange e cade. La porta sul retro che si apre sulla spiaggia che sta sul palcoscenico bruciato. Il tendone dei girovaghi per il centro sul ponte di St. Paul dove non si può sostare. L’umido del tempo quando


il tempo manca benché il vecchio Tamigi ancora scorra. Londra è un animale. L’albero privato nel quadrato interrato sul ciglio del prato di Kensington dove uccelli divengono pargoli nessuno e nessuno che reclami. La mano lontana che accarezza il cielo.

che non deve mai essere chiusa. Il volo verso altrove di colui che regna sulle foglie di settembre. Londra è un animale. I pesci assai sdraiati senza verbi, suicidati, sul banco di un mercato ruvido spugnoso damascato. Lo sguardo spigoloso dei leoni 141


di Trafalgar che attraversa sushi bar e naftalina. Due piani su ruote rossosangue che divorano la strada verso Notting Hill. Le metro sottosuole che vanno in ogni dove tra il qui e il chissàddove su vie ferrate che cantano nel buio versi di selvaggio Wilde e libertà. Un tè nero di ombrelli e bombette 142

inchiostro e catrame doppie vocali e lingue strette nel giro di volpe oh my god ovunque sia per Dio salvi la regina lunga vita al pop sia lodato H&M. Londra è un animale, ma in franchising. La scogliera solitaria il vento del mare l’aria che non raggiunge niente


soprattutto la tua pelle. La linea rossa della bocca. I giustiziati dalla società capitalista che in democrazia eleva il popolo a sovrano della gabbia. La mediocre folla dei reparti dei registri degli archivi dei servizi. L’amara sovrintendenti a Piccadilly che sovrintendono gagliardi alla versione

delle cose precludendo cosÏ quella iniziale. Londra è un animale. Un safari in diagonale nella giungla dei mammiferi griffati rifatti fatti e strafatti di fatti e dosi scure bianche pillole compresse diazepam tavor prozac adrenalina cocacola burro strutto 143


fritto santo cristo santo produci benedici consumo. L’arte. Il fumo. Londra è un animale. L’incalzante ticchettio delle ore che trans-corrono in fuga relative rallentate sui quadranti della torre un rintocco quattro volte imparziale come un cuore 144

mentre tutto correscorre nel tempo delle ansie sotto il placido meccanico erotico nevrotico Big Ben. Londra è strana. Londra è sana. Londra è una puttana. O un gentiluomo. Londra è un culo di gallina. Londra è bella di mattina. Londra non è poi così male.


Londra è un animale. Londra è un grillo. O un cinghiale. Un grillo che urla. L’ultimo canto di una Natura che nessuno mai udirà per rabbia per paura. Un ritmo. Un semitono. Disperso nel frastuono. Che si spegne nell’indifferenza nell’indomita violenza.

Sguardo. E parto.

Poi, null’altro. Cambio luogo. 145


L’HOMME D’OR

Le forze dell’ordine e le forze del caos si contrappongono. Che cosa sia ordine e che cosa sia caos è indicibile. Io sono disordine imperfetto. Un cuore d’oro. Come l’ultimo unicorno. O il grande cervo albino. Per ciò e per molte 146

altre ragioni il mondo è una vasca da bagno in preda ai tifoni. Oh signore dei dendriti sparsi, guarda ciò che vedo. C’è una galassia nel mio caffè. Caffè corretto con acqua piovana. Spiriti d’acqua che danzano in cerchio. Fu così che si venne a sapere.


del mondo conosciuto il soprabito era l’indumento più ambito. Probabilmente, i topi sono arrivati dopo.

IAM Per Judi

Di aria di terra di fuoco di notte di vento di bianco di tronco di tuono d’incanto di quiete di fango di senso di pelle di sale d’amore di arte di morte di carte d’autunno di grigio di vetro di fate di cani di nani 147


di stile di bile di bosco di spiagge d’agosto di voce di noia di sguardi di gioia di treni di santi di geni di mani di mari di scarpe di strade di suoni di libri d’inchiostri di grida

SMILE. FLESH.

di scontri di rime di lune di trame di note stonate di splendidi soli.

An eternal noon.

148

My life underwater in a porcelain bathtub a fragile cup where is left there to drip to drain as a lonely grain in the silence breathing air somewhere

A static


But unseen a camcorder is on. Waiting for an unwitting

REREMOR

La forza del folle sta nella erre. Tra la repressione e la depressione è questione di una lettera. Please, store in a cold place. Store it. Lo spirito di bambino è come una 149


folata di vento che scompiglia la trama intricata del tempo. Un vaso di fagioli neri. Un numero a cavallo tra le rughe della saggezza quando cavalcava tra le steppe di Amarganta. Perciò ho dato un calcio alla polvere. 150

VIRTUAL-ZEN

Nei sobborghi di un appartamento dimenticato la polvere abbonda sulla bocca degli stolti. Blu di Prussia copertina di una vita stuprata psicotica alterata condannata alla genialitĂ  cristallina di collina morti distesi in divisa


di seta. Il paradiso dei folli è aperto sette giorni su sette. E mi sento allunato sugli arpeggi sinestesici psichedelici di un sitar che invita al centro del dentro rimanendo fuori – più o meno verso Bishop’s Gate – esacerbando le rinunce come

droga bollita nel ventre di un cetaceo a forma di cartolina oppure viceversa nel ghiaccio secco disidratato delle personalità cristallizzate in questo cimitero di testicoli anneriti dal tempo e dalla noia sacche vuote vacche quante vacche nelle università, 151


una zanzara che manovra medicine antropocentriche mentre la classe medica sorseggia pompelmi spremuti in paradisi d’oltreoceano. Cravatte sulla spiaggia. E sabbia, sabbia, che cammina e danza il cancan della Parigi maledetta sui sentieri del sogno lungo il tropico del cancro, 152

giovane Miller. Che ne sai tu di un campo di grano? Asportato esportato venduto tagliato come l’uovo sbilenco o il cucchiaio piegato la bandiera al vento sulla cima del tempio zen quando non c’è vento e il maestro dice:


siete voi stessi ad ondeggiare. Oh madonna! Nel richiamo mistico dell’India Sutra del Loto sigari consumati sigari bambini chi si fuma gli uni chi sfrutta gli altri. Le grasse risate degli economisti mentre divorano denaro e cagano tumori sulle spalle di chi

ancora crede che il cambiamento cominci da dentro. Ăˆ un controsenso. E sarĂ  la rivoluzione. Questa vacca attira piĂš mosche di un montone bengalese. Eppure dovrebbe essere morta da un pezzo, diamine! Ho un cadavere sotto i piedi. Ah ah ah. 153


E voi, popolo dei colti, siate gentili, raccogliete ciò che seminate: non lasciate in giro la vostra moltezza. Ogni moltezza incustodita sarà soggetta ad ispezione. Tutto è pura astrazione, con i piedi nudi nel frigo l’estate trascorre 154

più in fretta. Al diavolo, voi e i vostri colletti bianchi d’estate! Il pinguinismo Il pinguinismo ha le ore contate! Dio non è all’ingrosso e neanche all’ingrasso e neppure all’ingresso. E il pisciar m’è dolce in questo eterno mare di scorie. Siamo tutti


viaggiatori del tempo, barbari navigatori o come un fulmine uccise centomila conigli nel campo di grano deserto del Kansas – la furia di Dio che sconvolge ogni cosa – le rivolte persiane, il mare in tempesta. E così sia.

HIGGS È UMIDO (ANCHE SE DIO POTREBBE NON ESSERLO)

Aguzze. Le parole del rivoluzionario. Perlaceo rododendro di pretese idealiste abbarbicate alle pareti del mare. Mare che esonda. Fuori fuori fuori correte Fuori e ancora fuori ma non fermatevi correte verso la radura verticale mie visioni lassù sul pendio pendio dio dio dio ti abbiamo visto! Era il tuo occhio pensosa o penosa nel ventilato interstizio. Seduto. Nel ventilato interregno. Una lavanderia a gettoni. Aspettavi paziente 155


il termine del ciclo lavasciuga lavasciuga le macchie dell’uomo intelligente quello senziente in ginocchio nel tripudio geometrico da un manipolo di dirigenti in calzamaglia e frustino l’occhio della segretaria mi porti un caffè corretto al ginepro e barbiturici amari neri crateri di limoni che piovono come proiettili splash! nel ventre della terra liscio adamantino il che mangiano alberi alberi stuzzicadenti per coloro che divorano le carni dei poeti giovani ed estinti. Com’erano belli quando pensavano! Diodio tu che siedi mentre tutto ruota comprese le tue divine 156

mutande nel cestesso washwash dorato e le riviste non bastano mai alla periferia di nell’angolo tra il prima e il dopo dove mai cade l’occhio --- perché già anziano fai ritorno alla tua gioventù lungo i bordi del sentiero a ritroso nei dettagli che saziano la fame del lettore - - - fuori fuori correte mie natura dell’universo è trasparente – la mia mente è umida umida umido umido umido la terra è umida la sabbia è umida il ventre è umido la radio è umida il cielo è umido dio è umido il modello standard è umido il nulla è umido la mano e il cane sono umidi la cassa di legno è umida


l’arte è umida il dopo è umido più del prima la porta sul giardino è umida l’asfalto è è umida la regina è umida la grazia dell’alba è umida.

CHI POTREBBE CAPIRLA È MORTO DA UN PEZZO

Proust. Come uno sputo in un occhio. Il sapore del marcio che c’è in fondo ad ogni uomo. Un rigurgito d’intelletto inossidabile politica della resistenza al modello fallito. Prima della resilienza, le pietre, l’ascia, ogni parola come spada. Il richiamo dei corni, contrito di pentola a pressione degli ultimi giorni. Lascia un segno che sia solo il ritmo delle dita sui tasti neri una lettera sangue-linfa della mente che dica ciò che tu hai taciuto. Fondamentale. Sono folle o sono solo diversamente sano 157


grida grida grida come una rondine volteggia volteggia ora che puoi sul tappeto dei sensi svestiti di stelle e immensità sotterra la tua ombra deponi ogni ricordo mediocre abbandona scarpe calze cappello porta la tua pelle – quella si – divarica le braccia allunga le dita distendi arterie gengive e dendriti un giorno le piume cresceranno allora desidera desidera desidera e abbraccia il bambino che eri – ascoltalo aiutalo amalo sul percorso accompagnalo oltre lo specchio nella scatola traslucida dove canta l’eunuco sull’organetto d’osso e cedro danza di tre passi reclina la testa ritmo di pentole e tacchi due avanti uno indietro 158

struzzo e magenta cipria e matita liscia non corretta libero cappello sulle ventitrè senza barba on-thedei neon grazie! Un spolverato per me non troppo che sia- -- un mizuwari d’acqua piovana e benzina la la la / che non sia mai / l’urna di bombai / piscio di samurai / fa la la / tu dove andrai / dai ridi dai / ma perché poi perché mai / la la lallà al quindicesimo piano un tizio legge il futuro nelle toilette intasate il nero poeta delle autostrade la corona di stagnola del re delle aiuole che dorme sul cartone nel ventre di una stazione il bambino che disegna mappe sui fazzoletti per orientarsi


tra le parole senza senso, ovvero quelle comuni l’esploratore il somatometra le scatole di cereali il sindaco del sottopasso vede solo ciò che sta sotto mentre la banda di ottoni del parco pubblico nordorientale piantava una rosa sul sentiero per ogni accordo stonato un libro lanciato nel vuoto più lontano più lontano portami notizie dal mondo emerso dove gli alberi respirano e gravita su di me namaste sui monti ordinati del vento voi che guardate, ditemi.

LILA Per Wendy

Come può un bianco candore un bagliore inodore che avvolge il cuore somigliare così tanto al sale quando invece è solamente neve? Neve salata bianco mare di cellophane denso come il polistirolo espanso eppure così leggero vicino vicino lontano ovattato l’aria respira d’urgenza odora d’assenza le scarpe che indosso non saranno sempre le stesse mi servono alla città bianca che non è la mia meta ma qualcosa di simile qualcuno detta le regole di questo gioco estremo laggiù troverò 159


un frammento di sentimento per capire per sapere quali invenzioni raccontano di te che fuggi di te che vai di te che cerchi come me la versione giusta di questa storia - - perché non sono allergico alle tue allergie ma il mondo è carnivoro e presto racconterà di noi più di quello che avremmo voluto e noi saremo energia particolare proiettata nell’empireo delle coscienze sillogiche dove la pubblicità di un bianco prodotto evolutivo è pressante il percorso in controluce è affollato non vedere altro che individui in tuta bianca abbassare il capo rasato e farsi largo sulla pista di marcia nell’intensa 160

sublimazione del disco accecante maestà delle maestà gente che viene gente che va gente che viaggia senza mai spostarsi – come me – esploratori delle reti noosferiche che portano ovunque senza andare mai veramente altrove nel dove e quando che suona di già sentito la musica distorta del futuro che dilata l’inter-vista su probabili divenire in e sovrapposti in forma di icosaedro tronco le note dell’inesistenza come la fontana ottagonale del soggiorno un verde bacio perduto nelle insondabili fuligginose scorie della perfezione che tende a ciò che più ci aggrada e cosa ci aggrada se non la risposta o la


domanda perduto perduto perduto la linea del cerchio le labbra del tempo andato sorridenti e malinconiche racconterà di noi più di quello che avremmo voluto e forse forse sarà la giusta versione di questa storia le armi saranno deposte cesseranno le ostilità e torneremo ad essere linfa trascendente sulla pagina di un racconto il pieno sarà pieno e desidereremo ancora sale e neve un punto fermo mentre il

LIGHT ON Per Wendy

Qui sono. Qui giaccio. Trova il mio corpo il suono taccia e divenga silenzio. Avvolgente sinfonia delle molteplici voci di Dio. Trova il mio corpo. Trovalo. Poiché rinascerò. 161


Come la fenice. Dalle ceneri della mia vita. O dalle ceneri del mondo. Accendimi. Dammi tu un senso se il senso non mi appartiene. Dammi tu Dammi tu la forza. Dammi un punto e lo trasformerò in orizzonte. 162

Dammi un’isola e la chiamerò casa. Regalami la libertà e cercherò di essere aria nell’aria vento nel vento. Sarò contento. Qui sono. Qui giaccio. E aspetto aspetto aspetto di avere tempo e spazio. Per tornare


a vivere. Per tornare a scrivere. Dammi un tuo sospiro e sarà la mia poesia. Per sempre. Dammi luce e Dammi importanza e mi sentirò importante. Bagna le mie labbra e dalla mia lingua germoglieranno parole. Sii

il mio involucro ed io mi adagerò in te. Sii l’arte del mio esistere. Sii il suono del mio cuore. Sii la mia corda e a te mi legherò. Sii la forma ed io sarò il contenuto. Rendimi completo. Complementare. Necessario. Rendimi vivo. 163


E fai di me una vela così che possa navigare nel cielo delle tue Trova il mio corpo. Trovalo. Accarezzalo. Come farebbe il mare. Laggiù io sono. Laggiù ti aspetto. As ever. 164

BOX 14

Jacques. Ehm. Oriente. Ovvero dove nasce il sole. KFC – disse Due strade. Ho scelto il pollo piccante. È tutto qui. Il segreto dell’Universo.


4 AM. SODA ROCK – NON POP.

Chi ha il coraggio di fermarsi e chiudere gli occhi, in mezzo alla folla di un centro commerciale? Chi mai lo fa? E nella città oggi come ieri o domani ogni cosa brucia per troppo calore odore ardore colore siano essi i corpi che si scaldano nell’estate ipercinetica di questa tremenda natura, più dittatura che fregatura. Dovremmo noi allora forse perciò quindi dove noi dunque essere punti di riferimento pietre angolari di paragone tra il desiderio e la rinuncia tra la linea e il punto tra l’incompletezza e il margine tra l’ombrello e la pioggia

tra l’amore e l’umore quando è nero di seppie e bitume rugiada notturna che consuma le scarpe degli uomini d’affari tra la sponda A e la sponda B del passaggio pedonale intermittente nel cuore secco di Ginza. Ore 4. Del mattino. Chiaro come tutto sia più chiaro nel chiarore di quellìora neutra, quando ogni cosa comincia a tutto deve ancora cominciare, se mai comincerà. L’uomo è l’hamburger. La donna e la scimmia. Il bambino. Di là. Un paio di mutande stese al sole, nel vicolo sopra il pianobar. Scendi. Così come sei. Scendi e compra un’acqua tonica. Soda. Pop. La luce di un distributore saprà guidarti. Raggiungi un crocevia. 165


chiederlo, non so come. Ma fallo. Fermalo. Ora deponi la bottiglia al centro dell’incrocio. La bottiglia. Non la lattina. Se quella che hai acquistato è una lattina hai sbagliato tutto. Perciò torna indietro e stai fermo un giro. Deponi la bottiglia al centro dell’incrocio. Calcola il centro esatto. Sarà una spirale logaritmica in senso concentrico. Deponila. Non fare caso ai clacson. Concentrati. La bottiglia ti guarda. Fai lo stesso. Ora indietreggia di tre passi. Tre. Non quattro. Siediti. A gambe incrociate. Dopotutto, è un incrocio, il luogo dove ti trovi. Osserva un minuto di silenzio. È importante. 166

Fondamentale. Lei ti ascolta, l’acqua tonica. Ascolta i tuoi pensieri. Le tue intenzioni. Lei. Lei si, ti capisce. Adesso, nel massimo della concentrazione trascendentale, come un cinese seduto sul water, pregala. Prega il Dio della Soda. Prega la sacra bevanda che, di moneta in moneta, determina il passo della civiltà. E non ti curare se sia essa piena o vuota. Ogni cosa è duplice. Ogni cosa è in divenire. Ogni cosa è illuminata. Alle 4. Del mattino.


A CASA TUA! DOPO LE CASSE. Per Margaret Lee ed Esma. Un po’ anche per Davide il Messia.

Un giorno partirò. Con un borsone verde sulle spalle partirò. On the road. Via! Così! Quando più non servirò allora io partirò. Per altri mondi altri universi altre storie scoperte deserti. Sarò qui, sarò là. Sarò ovunque il mio cuore andrà. Ovunque si è fermato senza mai fermarsi. Sarò dove c’è più bisogno di un creativo di un creatore di un attore di un dittatore. Libero! Senza patria. Senza storia dimora. Ancora. Vado vengo rimango riparto non resto. Con le scarpe

giuste. Robuste. Nere. Cerate. Scarpe per andare lontano. Come una falena impazzita. Attratto dalla luce. Attratto dalla vita. è un tacchino freddo, caro John; mentre la temperatura sale e il futuro si allontana. Fahrenheit 451. Più o meno. Perché non tutte le poesie riescono con il buco. Ma questa si. Il buco lo possiede. Ciò che manca è la poesia. Noi beat sappiamo solo cantare urlare scalciare smontare bruciare. Allora partirò, cazzo! Quando non ci saranno più orecchie pronte ad ascoltare, giovane Patti. Uomini fate attenzione, noi beat mordiamo! Siamo tornati in azione! E non veniteci a dire che siamo maledetti e quanta 167


poca classe abbiamo perché sputiamo e non sappiamo, no, esser concreti. Ripudiamo la vostra natura, per niente pura e assai immatura! Noi siamo istanti distanti istantanee. Viviamo l’attimo. Celebriamo la caducità. Amiamo l’urgenza della giovane età. Siamo ombre della luce. Avide consumatrici d’incanti. Parole. Rabbia. Stomaci in disordine. Antidepressivi. Folgorazioni poetiche. Stridenti modulazioni, sfollati appartamenti e visioni, visioni. Sentimenti marcescenti travestiti da alimenti. Il mio frigo è popolato – cazzo! – tutto il mondo è surrogato. Surrogato dell’amore, già prescritto dal 168

dottore per un popolo svuotato che si spegne nell’errore d’aver scelto un surrogato: il surrogato dell’amore. Così io partirò, me ne andrò. Dove ancora non lo so. Sulla strada di una storia, che si perde nella memoria. E, più o meno, faceva così: L’ombra di Giacomo e l’uomo vestito al contrario camminavano di pari passo. C’eran luci colorate, fuochi e vite sbriciolate. si introdussero nella foresta. L’uno scuro l’altro chiaro, cercavano un riparo dalle noie della vita. Sette nani. Cinque dita. Altre storie, una ferita da lasciare nell’oblio del ricordo, ciò che ombra, ciò che è storto. Due metà in divenire nell’attesa di


morire. Se mai fossero vissute nel continuum di un caffè più sigarette. Giacche strette infusi e scarpe mani larghe qui si leggono le carte! Urla grida schiamazzi maledetti poesie scherzi e denti rotti. Suvvia, siate seri! In nome di un Dio Panico collerico, diamo fuoco al palcoscenico! Distruggiamolo, per Dio! Dio Dio Dio Dio! A lui la gloria, il resto è tutto mio! Dammi la forza, Mr D, è il numero undici, te lo suggerisco io. Undici undici undici! Si, si! L’ombra di Giacomo e l’uomo vestito al contrario trovarono ciò che cercavano. E da allora la festa fu perenne. Sulla testa un cilindro con le penne. La guerra

persa. Ma chi se ne frega della guerra! Da oggi l’energia è diversa. Sento il tempo. Senti il tempo. Dimmi di si. Ammettilo, scimmia. È la rivoluzione! Rivoluzione! Rivoluzione! Come una vacca alla prima comunione. Un procione in parlamento, quattro denti in un polmone. Eeeeh! Fanculo! L’eremita il diavolo la vita! Quello storto e quello scuro Arturo cianuro te lo giuro! E suonando il pianoforte, quello scuro gridò: per Dio, ce l’ho duro!

è vinta. La guerra è 169


LETTERA A TE CHE LEGGI Per Jacques

Ni hai, fratello indaco. Ti saluto da una città immaginaria, ragazzo dagli occhi a mandorla macchiati d’attesa incauta e vorace. Fai attenzione, osserva la linea dei tuoi palmi. Io sono qui, dove la mia mente si arresta e il mio corpo procede 170

per inerzia verso l’indomani di un giorno ipotetico. Il giorno in cui partii si faceva festa. Un freddo senza precedenti sferzava le pellicce sintetiche dei benpensanti, scompigliandole e arricciandole furentemente, con poco sforzo, scoperchiando ignudi sepolcri osceni di gambe secche sotto spirito, caramellate talvolta, dal pungente sapore berbero dei trucchi snellenti, ceroni e biacche incrostate di patinate pretese, in transito dalla profumeria Joi-De-Vivre del centro commerciale Commerciale al salone di eterna bellezza Belle-Epoque, vasca delle vanità dove ogni


specchio è bandito. Ni hao, fratello che vivi lontano. Non sai cosa ti perdi. Ti saluto da una città immaginaria. Ricordo i tuoi occhi migliori, squame cobalto di seta, cuciti da dentro più volte, come i bottoni di madreperla che mia zia fabbricava, davanti al mare, con gli

occhi buoni e strumenti mormorando preghiere al dio di Lesbo, stringendo fra i denti la sua giovinezza, le appagate voluttà anticonformiste. Masticando. Sputando. Nuda, dal collo in su. Nelle sue orecchie suonò l’opera del vento. Percià sapeva sempre dove andavano le sue mani, 171


coperte di alghe e sabbia umida. Non ricordo chi fossi, a quel tempo. Se avessi giĂ  attraversato il bosco, in quale notte, con quale indumento. Se fossi nudo o vestito il giorno della mia nascita, sulle sponde rotonde e splendenti di un lago immobile. Sapevo che la mia ombra mi avrebbe 172

preceduto. Sapevo di te, che eri accanto a me, già vissuto ma trasparente come la scia di una cometa. Fragile, come il racconto di una leggenda imperlata di bianca salsedine, pelle di sale, corteccia di mare, che distingue il sapore di ciò che tu fosti da ciò che io


ero, cerchio perenne, tutto e niente. Io lo so, i colori poco contano. Siamo stanchi Perciò ti saluto, fratello indaco, da una città immaginaria. Quaggiù i libri si leggono al contrario e si dorme su letti di calluna. Qui l’aria è sottile, l’amore

volatile. Siamo verdi muffe di carta salmastra e c’è un buco nel cielo. Il mondo come il tendone di un circo sulle spalle di equilibristi ignari. E lascia il vuoto, che cade sul manto di un lupo selvatico immerso nel ciglio di un sogno. 173


Tanti sono i mondi sovrapposti in cui feci scelte diverse e non per questo meno veritiere. Ero con te il giorno in cui moristi o qualcosa di te morì, quel giorno. Forse quel qualcosa ero io. Ti seppellii fra le onde. Mi dicesti 174

addio sulla cima del mondo. rotolasti giù, nel profondo, senza posa. Caro fratello, non sai cosa ti perdi. Adesso sono nel centro. E non me ne andrò. Perciò ti saluto, fratello indaco. Dall’inizio tutto


si incontra tutto si scontra ogni cosa va ogni cosa torna. Niente è uguale a se stesso. Tutto passa. Ognuno si trasforma.

Ni hao, fratello di luce.

E nel mezzo, il mio di gesti, ciò che ti lascio, di me nel minimo te, che splende infuocato. 175


remoto passato, prima di Cristo, e questo uccello ogni quattro o cinquecento anni si costruiva una pira e ci si immolava sopra. Ma ogni volta che vi si bruciava, rinasceva subito poi dalle sue stesse ceneri, per ricominciare. E a quanto sembra, noi esseri umani non sappiamo fare altro che la stessa cosa, non ebbe mai. Sappiamo la colossale sciocchezza che abbiamo appena fatta, conosciamo bene tutte le innumerevoli assurdità commesse in migliaia di anni di saperlo, un giorno o l’altro la smetteremo di accendere i nostri fetenti roghi e di saltarci sopra. Ad ogni generazione, raccogliamo un numero sempre maggiore di gente che si ricorda. «Non sono i libri che vi mancano, ma alcune delle cose che un tempo erano nei libri. Le stesse cose potrebbero essere diffuse e proiettate da radio e televisori. Ma ciò non avviene. No, no, non sono affatto i libri le cose che andate cercando. Prendetele dove ancora potete trovarle, in vecchi dischi, in vecchi cercatele soprattutto in voi stessi.» Noi non siamo che copertine di libri, il cui solo

– Ray Bradbury


Appendice

FRAMMENTI DI CARTA E SOMA


uguali tra loro, Settembre alzò gli occhi e guardò il mare. Anzi, la città. Il mare era ciò che vedeva quando non guardava. Sollevò le palpebre. Si guardò attorno. Vedeva solamente cose prive di forma. Disordinate. Vuote. Brutte. Non imperfette, questo no. Semplicemente brutte. L’imperfezione è una forma di bellezza. Lui voleva di più. Cercava di più. Aspettava il giorno del ritorno, il

di pace e tumulto che informicola gli arti e pervade le molecole come un perfetto morbo di luce? Perduta. Oppure no. Nascosta, forse. Da qualcuno, che possedeva ancora quella scintilla dorata. Tante sono le nature dell’Universo, perlopiù sconosciuto. Ogni cosa esiste in molteplici forme. Era nato con questa convinzione. Perciò amava mettere davanti alle parole Panumanità. Era divertente. Era esaltante. Dava un senso di importanza alle cose. Panmente. Pantintelligenza. Lentamente, mano a mano, stava costruendo un nuovo linguaggio, per descrivere le cose che aveva dentro, il suo mondo interiore. Ciò che vedeva non era mai ciò che vedeva. La sua interpretazione della realtà era diversa da quella di qualsiasi altra persona. Vedere il tutto in maniera divergente dalla maggioranza rappresentava un pregio. Ma anche un ostacolo.


Eulogy of the incompleteness. Of the non-sense. Empty, or vacuum. There are places on earth where you can loose yourself. For example i lost myself in a picture. I lost myself in a look. Two eyes, one mouth, a pefect being. Where does will lead us the searching for perfection? Everything i want is to be free to live as i wish. Quite a dream! The world is a system of capitals. People try to escape to this system.. but deliberately wants to ignore a simple thing: humankind without capitalism couldn’t exist. You ask me how i know it for sure? Beacuse i’m writing about my needs on a blog, typing on my ultimate generation laptop. Trust me, Dr Hoffmann was right: we are struggling for the obtaining of the maximum beauty. Without beauty we’re all poor. Without love we’re nothing.

µ


Devi rinunciare ad una parte di te per abbracciare una parte di lei. È la regola delle metropoli. Devi rinunciare alla tua identità originaria, al luogo dal quale provieni, alle sue abitudini, alle sue storie. Devi rinunciare a voler trovare un senso, devi rinunciare a voler trovare una tua dimensione. Nelle grandi città nessuno ha una dimensione propria, in cambio però puoi avere la grande città. Appena fuori dalla porta della tua stanza, nella quale non devi fare altro che dormire. È la regola dei non-luoghi. Per abbracciare la “grande mentalità” da metropoli devi abbandonare la “piccola mentalità” da paese. Insomma, devi rinunciare al tuo passato. Non lo vedi? Chi abita in città, città come Londra, sembra smarrito, disperso in qualcosa di talmente radicato nel capitalismo da apparire vuoto, in cerca di qualcosa, di un senso, o perlomeno dell’illusione di un senso. Per questo il cinema funziona così tanto bene. Se vendi alla gente l’illusione della magia la gente non vorrà più farne a meno... e hai soddisfatto un loro bisogno. Così la gente potrà continuare a produrre e a vivere in pace, senza domande. Sai perché non ti considerano? Perché tu appari ancora come quella che viene dalla piccola città, sei intrisa dell’odore del tuo passato. E i metropolitani sono abili diventata anche tu un’identità standardizzata ma illusa di gestire pienamente il proprio destino in maniera unica, allora ti prenderanno in considerazione... e sarai una di loro. Non preoccuparti, dipende tutto da te: le scelte che farai, quello che vorrai essere, cosa vorrai conservare e cosa abbandonare, cosa vorrai cercare. Solo, ricordati che a volte quella che sembra essere libertà è solo un miraggio.


La città è abile in questo. Ogni volta che esci di casa ogni singolo elemento attorno a te è votato al commercio e subliminalmente ti spinge a comprare. Prova a pensarci, quante sono le cose che vedi che non hanno a che fare con questo ma che sono semplicemente espressione di un senso intimo di identità? Quante cose o quante persone possono essere considerate uniche e speciali? Quali e quante cose non esistono solo come veicolo di comunicazione nei confronti di un possibile e potenziale acquirente? Fare parte di una metropoli ha sempre un prezzo. E quasi sempre questo prezzo lo paghi senza nemmeno accorgertene. per non integrarti e fare per ciò la parte dell’asociale; o accetti le condizioni imposte e ti trasformi in suddito.

personalità vera, di ciò che ami e che non ti rende uguale agli altri ma unico e speciale. La tua moltezza. serve a sopravvivere. Facci caso, guarda bene le persone attorno a te, e vedrai che tutte rientrano in uno di questi tre schemi. Una volta alla scelta che hanno compiuto.


Sono tre vittime. In realtà c’è anche una quarta categoria... non l’ho menzionata perché di solito chi ne fa parte non sopravvive molto nelle metropoli o nei sistemi. D. l’Autentico: la persona “vera”, che non ha bisogno non ha bisogno di essere ai margini del sistema, che è semplicemente se stesso. Ma questa è una utopia, non esiste la categoria D. E se qualcuno di essi esiste, il sistema se li mangia in un battito di ciglia. Ciò non vuol dire che non esistano altrove, fuori dalle città. Nel mondo ci sono molte persone di categoria D. A dirla tutta queste spuntano come funghi, ovunque. E sono incontrollabili. Per questo rappresentano la minaccia più grave nei confronti del sistema. E hanno la priorità nell’essere abbattuti o riconvertiti qualora si avvicinassero alle mura della metropoli. Sono dissidenti inconsapevoli. Nascono con la particolarità di saper possono essere comprati. Tuttavia il sistema lentamente si espande ricoprendo l’intero globo come un cancro... e spazza via ogni elemento D che incontra, senza pietà. Il sistema sa apprendere dai propri errori: oggi tenta di distruggere la particolarità degli elementi D ancora prima che se ne rendano conto, quando sono giovani, quando sono bambini, quando sono più corruttibili. Spesso li si compra con poco: un videogioco, una manciata di idoli, ore di televisione, adulti standardizzati limitare l’intelligenza critica dal principio. Chi di loro sopravvive a tutto questo, chi di loro cresce e al nemico nascondendosi nella categoria C. Un vecchio insegnamento di guerra racconta come


cadaveri. Naturalmente, non tutti coloro che si nascondono hanno Uguali ma opposti. Come scegliere la propria categoria? Come capire dove porta la strada? L’unico strumento per non sbagliare mai è il cuore. Segui sempre il cuore. Mai l’istinto o l’intelligenza. Solo il cuore. L’istinto serve a farti scegliere troppo in fretta. L’intelligenza serve a farti capire in cosa sbagli. Il cuore rimedia sempre all’errore.

+ Edge Egg Ego


Il senso delle cose è capire cose che prima non avevano senso.. sembriamo delle piccole statue di ghiaccio, esposte al sole prima che qualcuno ci annunci l’arrivo dell’estate.. e oltre le stagioni, oltre il ciclo delle soglie che attraversiamo entrando di casa in casa ogni luce per ogni volta che visitiamo il frigorifero in cerca lavati usati, delle palpebre chiuse aperte chiuse aperte chiuse, cosa resta? Resta ciò che resta.. cinque, sette, cinque.. materia: contrappeso di qualcosa di speculare che forse in quell’altro universo ci sorride, facendoci il verso.. oppure siamo noi l’imitazione. *** Poichè la vita nelle sue eterne e mutevoli forme rappresentava la meraviglia con cui sarebbero andati incontro al proprio destino: due inseparabili parti del tutto, che gravitavano l’una attorno all’altra, senza mai perdersi di vista. Un rapporto eterno, necessario, magico. Qualsiasi immagine sentimento distanza avrebbe fatto capolino dalle oscurità del fato non sarebbe stato altro che un granello di polvere in un potente fascio di luce; perché il senso delle cose, l’immutabile legge dell’importanza che alcune persone rivestono per altre, sobbolliva in grandi vapori nel cuore delle due polarità, opposte di grado ma uguali nella loro più intima natura. Questo non sarebbe cambiato, mai, così come il perfetto calore di un cuscino sul quale riposare.. e mentre gli occhi socchiusi si adagiano al sonno rigeneratore tutto il tempo scorre e ci si trova nel mezzo.. ancora una volta respiriamo aria, produciamo sogni.


Le grandi menti ci guardano, da un qualche dove, e noi non siamo altro che “nani sulle spalle di giganti”, per citare le parole di Bernardo di Chartres. “Siamo come nani sulle spalle di giganti, così che possiamo vedere più cose di loro e più lontane, non certo per l’altezza del nostro corpo, ma perché siamo sollevati e portati in alto dalla statura dei giganti.” Chi non gode dell’arte della Bellezza cosmica, chi non si nutre di questo succulento frutto, beh, dovrebbe farlo, poiché questa è una delle maniere utili ad imparare il rispetto nei confronti di ogni creazione trascendentale, senza contenuto essa è solo forma. Dalle piccole cose nascono le grandi cose. Se non commisuriamo il nostro sforzo artistico all’espressione della più grande e immanente Arte, la Natura, ciò che realizziamo è solo espressione di un profondo egocentrismo, uno sterile desiderio di esternazione delle nostre private frustrazioni di carattere sociale, mancando così lo scopo primario che l’arte possiede, ovvero veicolare un messaggio universale e trasversale, in grado di attraversare le epoche e trascendere le umane condizioni, qualsiasi esse siano. Per questo motivo l’artista, in qualità di interprete e trasmutatore della Bellezza, ha la responsabilità massima derivante dalle proprie facoltà; la responsabilità di mantenere in vita questa scintilla di luce, questa piccola arresti dal suo avanzare verso la completa distruzione del Grande Senso, senza il quale saremo solo corpi disillusi, involucri senza leggenda, dispersi nel mare della mediocrità standardizzata.


Le arti saranno il nostro ultimo baluardo, l’ultima terra, in difesa della Bellezza per la quale miliardi di vite sono nate, hanno vissuto, sono morte. “Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza”, Il segreto della Bellezza è nelle piccole cose, nelle cose più semplici. Di ognuno di noi, ma in particolar maniera nostro, è l’arduo compito di salvaguardare il frutto dell’intelletto umano, il suo germe più prezioso, dai violenti attacchi della nostra creazione più oscura: la parte di un Sistema dominante che tenta di instaurare al convincimento subdolo delle masse, gradualmente e inesorabilmente private di princìpi, soppiantati da di cui ognuno di noi rappresenta un’indispensabile Il Sistema diviene così vero e proprio organismo vivente, e coscienza, autoimparante, addirittura in grado di trovare soluzione ai propri problemi di sviluppo e gli ostacoli mediante l’impiego analitico degli strumenti di cui è in possesso, secondo regole matematiche del tutto simili a quelle del gioco degli scacchi, in nome della propria sopravvivenza, alla stregua di una qualsiasi specie naturale, rispondente a evoluzioni causa/effetto di carattere genetico. Ad esempio, basti citare lo strabiliante sviluppo interno


chiamate “Onde di Kondratiev”. Ci si renderà conto che la massa sviluppa sempre un comportamento, una natura e una direzione diversa da quella del singolo componente della massa, per quanto quest’ultimo faccia eventualmente parte della massa, provocando così l’insorgenza di una dinamica sistemica emergente di complessa lettura. “Il tutto è più della somma delle sue parti”, per citare Aristotele. Ci si trova, così, nella condizione di prendere

ø,,


Quiet night here. A fan. A glass of milk before sleeping. Good music. And a sphere pen memories. Soft light. The city sounds like a gold Noise. What else? I’m moving from this house. As a roamer. Leaving all behind. Essence of zen, perhaps. Click. Light off. *** La bambina azzurra lasciò il cortile di casa. Da quel momento in poi le direzioni erano potevano immaginare nello spazio di cinque universi, ovvero in quello di una biglia di vetro. La stessa biglia che Odette stringeva tra le piccole mani, impaziente di affrontare il proprio destino. La bambina azzurra lasciò ogni cosa dietro di sé, con le parole di Tagore nella mente. Amore. Amore. Dovete amarlo, il mondo. Amatelo. Fidatevi dell’Universo. Dell’energia. Risuonarono in lei con impeto cristallino, come un dito umido sul bordo di un bicchiere. Un canto stridulo. Una vibrazione lancinante e circolare. Ma piacevole. Prese coraggio. Attraversò il sentiero. Oltrepassò il cancello. E si gettò nel precipizio del Sole. L’orizzonte la abbracciò. Luce avvolgente. Odette ancora non sapeva che, di li a poco, avrebbe soccorso un leone albino infortunato, alterando così la direzione di ogni possibile continuum. Ma questa è un’altra storia.


‚ÀÅ Smettete di fare ciò che state facendo e dedicatevi all’immobilismo. Scoprirete il movimento di tutto il resto. Trovato ciò e individuata la direzione di tale movimento saprete concetti dominanti. Fatelo. Poi, saltate al paragrafo numero sette del presente manuale.


Reperto #1

MANIFESTO DELLA PAROLA E DEL SILENZIO


1. Cogito Ergo Sum. E da li, tutto il resto. 2. Noi proclamiamo ciò che proclamiamo, poiché la Parola non ha bisogno di spiegazioni per proclamarsi degna d’esser proclamata. Perciò proclamiamo. 3. Tacciano coloro che ascoltano e parlino coloro che dicono; ma che si dica d’ascoltare e che si ascoltino le nostre parole, ora più che mai, deserte, nel loro intimo accecante splendore. 4. La Parola è libertà; la libertà è una parola, poiché tra il dire e il fare c’è sempre di mezzo la voglia di nuotare.

perlacee parole, distillate in essenza, condensate a nettare, con le quali inebrieremo il mondo, ubriacheremo gli uomini mortali e gli animali, soffusi e colati nel vortice di una danza, sul fausto barlume dorato di una notte di mezz’estate. 6. Noi canteremo le parole esattamente come fossero una sublime sinfonia di accordi dialoganti e sussurranti. Canteremo il Verbo e il Verbo canterà di noi; le lettere saran le nostre note, le stelle il nostro spartito. 7. Noi canteremo il senso delle cose che un senso hanno, relegando ciò che non l’ha all’universo delle cose che segreto delle parole. 8. Le parole saranno il nostro specchio e se, specchiandoci,


allora sapremo d’aver usato le parole sbagliate quando ci fu data l’occasione di lasciare qualcosa di noi a coloro che verranno e che forse non vedremo. 9. La Parola nasce dal Silenzio ed è tutto nel Niente così come niente nel Tutto, poiché senza assenza nessuna esistenza potrebbe mai avere un senso. 10. AUM, ovvero la Sorgente alla quale ritorneremo. 11. La mano scrive, la bocca parla. L’inchiostro sarà la nostra linfa e quando cadremo, feriti, dalle nostre vene sanguineranno parole. 12. Noi avremo giurisdizione sul vento, poiché sarà il vento a parlarci. Le sue parole sembreranno insensate, per noi avranno un senso. Costruiremo così un nuovo linguaggio che dia voce al suono dell’Universo, all’impercettibile brusio della Natura che in noi si manifesta e si evolve, che ci permea e ci invade, che ci anima e ci culla mentre sogniamo questa vita, nel centro del centro. l’oscura serranda sul palcoscenico dell’Aleph. Ora e sempre, una sola parola ci guiderà nell’oscurità: GAMA. L’arte è morta. Dichiaro fondato il Movimento Intresperista. Fordlândia, anno Duemila11, CE. Kirtan Conway


Ò™



Ogni libro dato alle fiamme illumina il mondo.