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Capitolo 1

Zeph Fogg Il sole illuminò lentamente il villaggio sulla collina. Era un villaggio molto piccolo, formato da una decina di case e diversi granai. L’arrivo della luce mattutina svegliò come per magia gli abitanti. Già si vedevano i primi contadini prepararsi per lavorare nei campi; in meno di un’ora tutti erano in piedi a svolgere le loro mansioni: il panettiere tirava fuori dal forno le prime paniere calde; un vecchietto basso e pelato apriva l’imposta della sua locanda, sapendo che avrebbe avuto clienti ben presto; mezza dozzina di braccianti aravano il campo con l’aiuto degli animali; le donne andavano a passeggio con i bambini alla mano; il giovane aiutante dell’allevatore camminava barcollando tenendo due pesanti secchi colmi di latte. Questo paesino, nella sconfinata pianura desertica dei Barrens, nell’entroterra del regno di Theramore, si chiamava Heaven, ed era davvero quello che significava. Ma, nella tranquillità della giornata, qualcuno avrebbe portato lo scompiglio dappertutto... e molto presto. La signora Fogg aprì di scatto la porta, esclamando: <Zeph, ti vuoi alzare una buona volta? Cerca di arrivare puntale al lavoro ogni tanto!> Dalle coperte sbucò un ragazzo di diciasette anni, non troppo robusto, con i capelli corti disordinati dal sonno. Si stropicciò gli occhi e sbadigliò. <Si, mamma, ora mi alzo.> Si alzò e prese dal comodino un orecchino, infilandoselo nell’orecchio sinistro. Zeph Fogg era il suo nome, e vantava una discreta fama nel piccolo paese; fin da bambino, aveva cercato di maneggiare due spade, con il tragico risultato di distruggere il cancello di un allevatore facendogli scappare tutta la mandria di mucche. Ma stare a parlare di ogni suo guaio richiederebbe troppo tempo. Mentre si vestiva, il suo sguardo si posò, come di consuetudine, al quadro appeso alla parete: ritraeva lui quando era piccolo, assieme a sua madre e suo padre, Bruce Fogg. Da giova2


ne aveva combattuto gli orchi nella Seconda Guerra, e aveva perfino partecipato all’ultima battaglia sul Monte Hyjal, nel tentativo di fermare l’arrestata del demone Archimonde, capo della Legione Infuocata. Erano passati sette anni da quegli avvenimenti: quando dovettero abbandonare la loro terra natia, il Lordaeron, prima che il Flagello si abbattesse sul territorio; successivamente l’odissea della flotta di sopravvissuti verso l’ultima terra libera rimasta, il Kalimdor. Alla fine della guerra, dopo esser vissuti per alcuni mesi in un campo militare, si trasferirono nella zona assegnata agli umani nel nuovo continente e fondarono Heaven. Bruce fu chiamato per ragioni misteriose via da loro, in un viaggio che non l’aveva mai fatto tornare. Nonostante questo, il ragazzo si ricordava di lui e si allenava ogni giorno per poter equagliare il suo coraggio, la sua forza e la determinazione che gli aveva permesso di sopravvivere in un mondo così difficile e crudele. Il giovane sfrecciò giù per le scale e fece colazione con latte e biscotti. Sua madre era una donna sulla quarantina, ma ancora molto bella; da lei il figlio aveva preso il colore ruggine scuro dei capelli e il verde che inondava i suoi occhi. <Non c’è bisogno di dirti sempre che il signor Kenneth ti detrae dalla tua paga i minuti di ritardo ogni giorno! Quell’uomo è immensamente scrupoloso per cose inutili.> <Lo so mamma, eppure il mio sonno è particolarmente pesante.> <Mi ricordi proprio tuo padre.> Zeph sorrise, finì il suo pasto e baciando la madre uscì e andò al lavoro dal vicino. Erano gente modesta, senza particolari ricchezze, che viveva di agricoltura e allevamento. Mentre lavorava, il ragazzo vagava sempre ai confini del paese con la mente: sfogliando i pochi libri in possesso del locandiere, fantasticava sulle decine di razze mostruose e magiche di quel continente, dei bellissimi luoghi, di avventura. Probabilmente alla sua età poteva apparire un pò matto, ma già da prima aveva preso la decisione di intraprendere un lungo viaggio per diventare un grande guerriero. Solo non sapeva ancora quale fosse il momento giusto per farlo. 3


La sua mansione fu di concimare i campi fino all’ora di pranzo, e subito dopo di sfamare mucche e cavalli. Solo con i primi segni di tramonto finì la giornata lavorativa, quindi il giovane salutò il signor Kenneth e corse a casa sua. Ora cominciava la parte preferita della giornata: l’allenamento con le spade; si serviva di un fantoccio di paglia e le sue armi era piuttosto vecchie ma ben curate. Dopo tanti anni a esercitarsi da solo riusciva a cavarsela non male per uno della sua età. Prese soddisfatto le spade e cominciò a bersagliare il manichino, prima a destra e a sinistra, lanciando affondi e girando su se stesso con agilità. Improvvisamente gli scivolarono via dalle mani cadendo rumorosamente a terra, ma non si perse d’animo e continuò per un altra mezz’ora. Ormai stanco, si tolse una striscia di sudore dalla fronte, pensando: “Colpire un manichino sta diventando monotono, e per verificare le mie effettive abilità dovrei confrontarmi con qualcuno. Forse potrei chiedere al signor Whike; dopotutto è stato soldato da giovane..” con questi e mille altri pensieri rincasò dentro e andò a letto dopo la cena. <Notte mamma.> <Notte, piccolo mio, cerca di non perderti anche domani!> * La mattina dopo, Zeph si svegliò da solo, incuriosito dal fatto che sua madre non l’avesse ancora chiamato. Si vestì accorgendosi che non si sentiva nessun rumore, e solitamente la signora Fogg era già sui fornelli per la colazione; come aprì la porta di camera sua si trovò davanti una figura incappucciata che lo prese per il collo e lo lanciò a terra. Lo stupore lo rallentò: cercò di alzarsi ma il misterioso individuo lo bloccò con lo stivale, mormorando: <Ne mancava ancora uno a quanto pare. Adesso tu vieni con me.> Sulle prime il ragazzo obbedì, ma arrivato alla porta dette una forte gomitata all’uomo, il cui cappuccio scivolò indietro e lo rivelò: una faccia tozza, irta di barba incolta, con uno sguardo crudele; si trattava senza dubbio di un bandito. Agendo più per istinto di conservazione che per coraggio, 4


Zeph lo colpì ancora con un calcio nello stomaco, facendolo barcollare; approfittò di quel paio di secondi e fuggì sul retro di casa sua, dove teneva le spade. Riuscì a brandirle nel momento il cui il bandito riapparve furibondo. <Dannato moccioso!> ringhiò, tirando fuori un lungo coltello sporco di sangue raggrumato. L’attacco fu istantaneo, il giovane lo parò con entrambe le armi scivolando e finendo contro il muro; l’avversario caricò nuovamente e riuscì ad evitarlo abbassandosi quanto più potesse. Il secondo successivo fu decisivo: Zeph prese un grande respirò e lo colpì alla gola, punto scoperto a causa del precedente affondo; il suo viso si macchiò di sangue quando l’uomo cadde pesantemente addosso a lui morto. Lo spadaccino se lo levò di dosso e crollò contro il manichino, treamante; il suo sguardo era fisso su colui che aveva appena ucciso. “Calmati, dannazione! Devo restare calmo...” pensò, cercando di ritrovare il giusto autocontrollo. Si tolse il sangue di dosso e si rimise in piedi. “Mia madre e gli altri abitanti, saranno in pericolo! E’ mio dovere fare qualcosa...” e con questo uscì dalla casa furtivamente, rasente al muro per non farsi scoprire. Il bandito non poteva essere da solo, se no sua mamma sarebbe stata assieme a lui; trovò le conferme ai suoi sospetti quando strisciò verso la locanda del paese, dove fuori vi erano tutti i residenti circondati da un gruppo di grossi uomini con mantelli svolazzanti. Uno di questi, scoperto in volto, era sfregiato da una lunga cicatrice che gli correva dall’occhio destro fino al labbro; sorprendenti erano i suoi occhi celesti, che non trapelavano alcuna pietà: doveva essere sicuramente il loro capo dal comportamento. Camminava lentamente avanti e indietro, guardando ognuno dei prigionieri con divertimento, per poi dire: <Gentili signori, siamo spiacenti di rovinare una così bella giornata, sono sicuro che sotto quell’aria da straccioni si nasconda un vero tesoro. Quindi farete bene a...> <Voi non farete proprio un bel niente, furfanti!> Lo spadaccino, agendo d’impulso, si era ritrovato in piedi urlando. Il bandito si girò impassibile verso di lui e aggrottò la fronte, visibilmente innervosito. <Un moccioso? Dove ac5


cidenti è il mio seguace?> <E’ cibo per vermi, se è questo che volevi sapere.> Lo sfregiato spalancò gli occhi per la sorpresa, ma si ricompose subito. <Tu hai eliminato uno dei miei, schifoso contadino? Voi due, andate a insegnargli come finisce a mettersi contro di noi!> Due banditi, all’ordine del capo, corserò contro il ragazzo, uno armato di spada e l’altro di ascia. Ancora una volta, la sua prima reazione fu difendersi, ma due avversari preparati erano troppo per lui; quando il fragore delle armi che cozzavano tra di loro ebbe inizio, Zeph notò con la coda dell’occhio sua madre che si lanciò verso di lui, fermata a forza dal capo. <NO!> <Mamma!> Incredibilmente furioso, il giovane si scrollò di dosso il primo spingendolo in avanti e disarmò l’altro con un attacco doppio, seguito da un taglio netto che lo privò delle mani; quello rimasto in piedi tentò un affondo frontale ma lo spadaccino scartò a destra, tenendo fermo l’arma del nemico con una delle sue spade e infilzandolo con quella rimasta libera. La sua “piccola” vittoria risvegliò tutti gli abitanti, i quali urlando si lanciarono coraggiosamente addosso ai sopravvissuti della banda, trovandosi in netto svantaggio nonostante fossero armati. Fu una lotta confusionale, ma lo sfregiato non perse di vista Zeph, che nel frattempo aveva acquistato fiducia in se stesso e aveva atterrato un altro dei suoi seguaci. Il ragazzo fu preso per i capelli e atterrato dal capo, che gli saltò addosso e bloccandolo cercò di staccargli la testa con una grossa scimitarra. Questi parò con entrambe le spade e usò tutta la sua forza per resistere, ignorando lo sguardo dell’avversario. <Maledetto, pagherai con la vita la tua presunzione! Non hai speranze contro di me!> <Proteggerò... il mio villaggio!> <Sei solo un dannato straccione che ha avuto fortuna!> All’improvviso un sasso grosso quanto il palmo di un uomo gli finì contro la tempia, facendolo allentare la presa, ma sufficiente perchè Zeph riuscisse a sgusciare fuori dal suo peso 6


e a rimettersi in piedi per finire il duello; era stata sua madre ad aiutarlo. Si lanciò in avanti, ma il capo dette un calcio alla sua spada scoprendogli il lato sinistro, dove naturalmente cercò di colpirlo; lo spadaccino schivò la lama che lo ferì lievemente alla guancia, ma sufficiente perchè perdesse la concentrazione. Fu disarmato e si ritrovò inginocchiato con l’avversario che incombeva su di lui. Questi sogghignò e lo infilzò. Così credette. Invece Zeph, con uno sforzo sovraumano, teneva la lama della scimitarra tra le mani sporche di sangue; non ci curava minimamente del dolore: era l’occasione per verificare le sue capacità, il suo coraggio e la sua determinazione nel voler andare fino in fondo. Rimettendosi in piedi e tenendosi saldamente fermo a terra, usò tutta la forza che gli rimaneva e ruppe l’arma dello sfregiato; ne approfittò per assestargli un calcio in faccia che lo fece ruzzolare a terra. Fu in quel momento che ai margini del paese apparve una pattuglia di soldati; ciò provocò la conseguente fuga dei pochi banditi rimasti in piedi che si portarono dietro il loro capo ferito. <Tiratori, fermateli!> urlò il sergente, riconoscibile dall’elmo scintillante color zaffiro: tre dei suoi presero gli archi e mirarono ai predoni in fuga, lasciandone a terra altri. Iniziarono le prime azioni di medicazione, naturalmente sul giovane ferito alle mani. Mentre il guaritore provvedeva a disinfettarlo e bendarlo, il sergente si inginocchiò di fronte a Zeph, sorretto da sua madre. <Raccogliendo le informazioni da tutti sono venuto a sapere che sei stato il primo a ribellarti. I banditi di Bloodhill non sono un problema facile per il nostro regno, tantomeno per un ragazzo della tua età.> <Ho solo difeso la mia gente, signore.> <Sei stato comunque coraggioso, e credo che te ne saranno grati per molto tempo.> La donna prese parola: <Ci può contare: siamo tutti fieri di lui, e io orgogliosa del figlio che ho cresciuto.> La sera stessa di quella terribile giornata fu inaugurata con una grande festa per il giovane; si brindò e si mangiò, e 7


ognuno di loro ringraziò personalmente il loro piccolo eroe. Dopotutto, in un ambiente dove tutti si conoscevano, di persone così semplici e buone, era normale essere felici per un avvenimento di questo genere. Zeph si sentì onorato di tanta gratitudine, e fu proprio quest’ultima esperienza che lo fece riflettere sul suo futuro. * Passò una settimana dall’attacco dei banditi; per via delle ferite il ragazzo non potè andare a lavorare, ma naturalmente il signor Kenneth non se ne preoccupò e lo pagò comunque; continuò lo stesso ad allenarsi con le spade, vedendo come era migliorato in poco tempo. Si sentiva più veloce, più forte, più sicuro di sè. Una di quelle sere, finito di cenare, il giovane si alzò e guardò dritto negli occhi la madre. <Ho una cosa da dirti, mamma.> <Dimmi, piccolo. Non ti ho mai visto così serio.> <Quello che è successo ultimamente mi ha fatto riflettere molto su ciò che voglio fare nel mio futuro e cosa diventare. Sai perfettamente quali sono le mie ambizioni, è tempo che io le rincorra. Intraprenderò un lungo viaggio per diventare un guerriero forte e all’altezza di mio padre; ti prego di non fermarmi.> La donna, dopo quel discorso, sparecchiò la tavola silenziosa e si appoggiò al lavandino in direzione del figlio. <Me lo dovevo aspettare, dopotutto sei figlio di Bruce. Accontenterò il tuo desiderio; nei prossimi giorni, quando ti sentirai pronto, dovrai solo dirmelo e io ti preparerò il necessario.> Commosso, Zeph abbracciò la madre, ringraziandola. Rimasero uniti in questo modo per molto tempo.

La mattina tanto desiderata infine arrivò; completamente guarito, Zeph si preparò per bene, mentre osservava la sua 8


camera ancora una volta. Si era svegliato molto prima di quanto non avesse mai fatto, infatti il sole si stava svegliando solo in quel momento, più raggiante del solito. Guardò il quadro della sua famiglia, decidendo di portare il ricordo di suo padre nel cuore, con la speranza di poterlo reincontrare ancora una volta. Scese e trovò sul tavolo ogni cosa pronta, la signora Fogg era accanto con l’aria distratta. <Bene, allora io vado> disse il ragazzo sorridendo <cerca di cavartela senza di me!> <Ma che credi, sconsiderato? Almeno non dovrò urlare ogni mattina perchè ti alzi da quel letto! Perfino le lamentele del nostro vicino mi mancheranno! Vai prima che tutti si accorgano che sei partito.> Lei lo baciò sulla fronte e lo fece passare. Sarebbero dovuti passare ancora diversi minuti perchè il paese si svegliasse, e il giovane aveva deciso di partire senza essere visto; temeva di non riuscire a salutare tutti senza un minimo di nostalgia. Avanzò deciso per la strada che lo condusse brevemente ai margini del paese, e si girò un ultima volta verso Heaven. Da lontano, sua madre agitava la mano con gli occhi lucidi; gli venne da pensare a ciò che avrebbe vissuto, a chi avrebbe conosciuto, la gioia di chi lo avrebbe rivisto tornare, emozioni così eterne e così semplici. Poi, con decisione, dette le spalle a tutto ciò che conosceva da sette anni e camminò verso il suo destino.

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Zeph Fogg Chapter 1  

The first chapter of my book, in progress.

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