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Brian de Palma

Redacted Relazione di Ethan Cole


Redacted descrive la guerra in Iraq sotto una prospettiva diversa da quella convenzionale. La storia gravita attorno a una squadra di soldati, le cui azioni finiscono per esplodere in episodi di violenza insensata contro gli abitanti del luogo. Uno di essi troverà il coraggio di denunciare questi spregevoli atti e fare giustizia. Allo spettatore, la prima strana caratteristica che lascia inizialmente perplessi è la metodologia di narrazione, quasi completamente raccontata attraverso video amatoriali, filmati di sorveglianza, telegiornali, video su internet. La qualità cinematografica delle riprese ci fa chiaramente capire come sia tutto finto, interpretato, ma allo stesso tempo reale perchè basato su un episodio davvero accaduto. Tendiamo meno a identificarci con il personaggio, ma in compenso la drammaticità è quasi tangente. Il regista vuole scuotere l’animo e la sensibilità dello spettatore, senza filtri, rappresentando la terribile esperienza della guerra per quella che è realmente. E’ per questo motivo che in America il film è stato bombardato dalla critica; la realtà è sempre scomoda quando ci sono interessi dietro importanti eventi internazionali.

Una delle sequenze che ritengo più significative si trova nei primi minuti del film, mentre viene narrata la giornata media dei soldati in stanza a Samarra: il soldato Salazar, appassionato di cinema, riprende la scena di uno scorpione circondato da formiche e immobilizzato. Attraverso l’obbiettivo della videocamera vediamo una forte similitudine della famosa legge “l’unione fa la forza”; è venuto istintivo collegare lo scorpione alla figura dell’America e le formiche ai suoi nemici. Nemici che, per quanto deboli al suo confronto, hanno dalla loro il numero e il coraggio dei molti. E questo piccolo evento a prima vista di scarso significato diventa molto importante continuando a vedere il film, come a presagire i terribili fatti che accadranno da lì a poco tempo. La pressione psicologica a cui questi personaggi vanno incontro è espresso magistralmente da una musica che ripete il suo ritornello come una cantilena religiosa. Le descrizione della giornata media dei soldati americani avviene attraverso una macchina da presa poco invadente, con la voce fuoricampo di una giornalista. Nel momento in cui arriva una macchina, però, avviene un cambio di inquadrature significativo, se non unico in tutto il film: veniamo posti come passeggeri insieme agli iracheni dentro la macchina, i quali sono diretti dai soldati verso il punto della perquisizione. Sicuramente è una scelta che contrasta con l’istanza narrante, ed è volta ad aumentare l’impatto emotivo dello spettatore. Un esempio davvero significativo è la ripresa notturna dei terroristi, che riescono a nascondere un ordigno senza farsi scoprire dagli americani. La tecnica usata è la più classica nel cinema: far conoscere al pubblico il pericolo incombente sui personaggi ignari, in modo da aumentare la tensione dell’azione. Sempre grazie alla videocamera di Salazar assisteremo alla scena, con il tragico risultato che ne conseguirà. Ma entrambe queste visioni ci fanno nascere pensieri agitati, spingendo il nostro inconscio a porci diverse domande: come si può “mettere in mostra” l’atto di innescare una trappola mortale contro altri esseri umani? Eppure, in un racconto classico sulla guerra il pensiero non nascerebbe nemmeno. Il regista gioca continuamente con le nostre sensazioni, privandoci delle certezze che la società ci ha infilato nella testa e spingendoci a una più profonda riflessione morale.


I media hanno influenzato il nostro pensiero e la nostra sensibilità. Le immagini della guerra, che negli ultimi vent’anni sono diventate frequenti e all’ordine del giorno, vengono continuamente mostrate per tenerci informati e aggiornati in tempo reale sugli avvenimenti. Le persone a casa hanno la sensazione di assistere a una partita di scacchi, pedine che cadono in seguito a strategie pianificate, per poi discutere su chi saranno i vincitori e i vinti. Non è un caso la forte presenza dei giornalisti nel film: durante una ricognizione dei soldati in una casa sospetta, vediamo proprio attraverso la loro macchina da presa, che insistentemente fissano le immagini sugli abitanti spaventati e afflitti. Questa violazione della privacy ci disturba, ci appare inopportuna. Soprattutto perchè non viene trovata nessuna arma, nessun documento compromettente, anche se i soldati vogliono farlo credere. Soprattutto perchè gli americani dovrebbero portare un messaggio di pace, non perpetuare abusi su un popolo che per anni ne ha subiti anche troppi. La violenza aumenta esponenzialmente con il susseguirsi degli eventi.

La monotonia delle giornate, le ricognizioni infruttuose, la continua vigilanza, finiscono per rendere due soldati, Rush e Flake, sempre più agitati. Decidono infatti di tornare nella casa e “divertirsi” con la quindicenne che viene perquisita tutti i giorni perchè in viaggio verso scuola, e a niente servono le proteste del soldato McCoy per fermarli. Ovviamente sempre Salazar sarà colui che riprenderà la vicenda con una telecamera a infrarossi montato sull’elmetto; ma anche lui, alla vista di tanta violenza insensata, non troverà il coraggio di filmare ancora, finendo per scappare fuori dall’abitazione dove già McCoy si era appostato. Si viene assaliti dalla stessa vergogna del soldato, ci si identifica con i suoi sentimenti e comprendiamo in modo tangente la gravità della situazione, ne rimaniamo sconvolti. La situazione degenera e, dopo lo stupro, tutti i residenti vengono uccisi e la casa avvolta dalle fiamme. La vicenda non tarda a diventare nota in città, e naturalmente i media vengono attratti come api sul miele sul luogo della tragedia. Il capofamiglia, unico sopravvissuto perchè arrestato dall’esercito, risponde alle domande della giornalista: nonostante parli in arabo è chiaro ciò che esprime, la sua disperazione per aver perso tutta la famiglia seguita da uno sguardo che chiede sia fatta giustizia. Lo spettatore segue la vicenda come fa di consueto ogni giorno guardando la televisione, ma le inquadrature delle telecamere di sorveglianza e quelle degli interrogatori lo riportano bruscamente nella dimensione fittizia dell’opera filmica. Questa continua alternanza è efficace, cruda. Il regista non è interessato a gesta eroiche, non vuole raccontare semplicemente come si sono svolti i fatti: vuole farci rendere conto come un episodio di questo genere sia solo uno dei tanti che ci viene dato in pasto tutti i giorni, sul divano di casa, mentre mangiamo con la nostra famiglia, navigando su internet. Il problema è che non possiamo nemmeno vergognarci troppo di questa condizione, è la società stessa ad averlo preteso, per modellare l’idea che un conflitto possa avere nel nostro inconscio collettivo. Per renderla una normalità. Alcuni dei soldati cominciano a cedere sotto il peso del senso di colpa; è lo scorpione che si trova in trappola contro le formiche. Salazar ha incubi di notte e McCoy parla con il padre, disposto a rischiare tutto pur di denunciare l’orrendo crimine dei colleghi. Sarà la cattura e l’uccisione del suo compagno d’armi che aprirà gli occhi all’amico.


L’inquadratura fissa sul giovane mentre è al telefono con la madre, rendendosi vittima del suo stesso video: l’ho trovata una delle migliori sequenze di tutto il film, per l’impatto contrastante che ottiene su chi assiste, impotente, alla sua cattura. Il ritrovamento del suo corpo invece avviene in un canale video su internet, e poi descritto in un messaggio video dei terroristi che filmano la sua decapitazione. Nel primo caso si pone il protagonista in una visione esterna, fredda; nel secondo caso ci viene sbattuto in faccia il modo di agire dei “cattivi”, che commemorano un brutale assassinio trasmettendolo sulle reti televisive. Esattamente come avrebbe fatto lo stesso Salazar in un primo momento con la sua videocamera; qui il destino ha un macabro senso dell’umorismo, secondo il regista. Il soldato McCoy trova il coraggio tramite internet di raccontare ciò che è avvenuto: ancora una volta è il media che fa la differenza, che rende la vicenda surreale e allo stesso tempo così vicina a noi. E quello che ne segue è l’ormai familiare intervento dei giornali e degli interrogatori, i quali mostrano chiaramente come l’esercito si serva di qualunque espediente per distorcere la realtà dei fatti e cerchi di occultarla. E’ l’idea stessa dell’americano che non deve spezzarsi, e per questo si crede di avere il diritto di poter dare più importanza alla vita di un soldato rispetto a tutta la famiglia uccisa. Una ragazza, sempre tramite internet, pubblica un video con toni aspri sulle atrocità commesse, una voce che racchiude quelle di migliaia di pacifisti.

Toccante il discorso del soldato tornato in patria, accolto come un eroe dagli amici e dalla moglie per aver svolto il suo dovere. Ma tutto ciò in cui credeva è rimasto sepolto a causa dell’odio e dell’insensatezza che una guerra comporta nell’animo umano, un cancro che da millenni infetta la nostra specie, lasciando un segno indelebile in tutti coloro che l’hanno vissuta da vicino. Pure in questa sequenza finale è la videocamera di uno degli amici a descrivere lo stato d’animo del personaggio, spezzando un momento di intimità dell’uomo con la moglie, ottenendo un inaspettato effetto di tristezza, un silenzio che circonda McCoy durante il suo discorso. Abbiamo infine una serie di fotografie scattate in Iraq, e sorge spontaneo la domanda: saranno vere pure queste foto o sono solo un artificio del regista? Ancora una volta il dubbio aiuta lo spettatore a riflettere, a porsi degli interrogativi. Ora è chiaro l’obbiettivo che questo film si è posto: aprire gli occhi su come la sofferenza sia diventata un etichetta promozionale, su come la guerra non sia altro che un’operazione commerciale di ascolto. L’abilità del regista non sta nel “cosa” ha raccontanto, ma “come” lo ha fatto. Il messaggio di “Redacted” afferma la potenza delle immagini e dei video sulla guerra, sull’impatto emotivo e morale del pubblico che è mutato profondamente in questi anni. La perversione dei soldati americani (e non solo), trasformati in macchine da guerra le quali calpestano e macinano la dignità altrui, l’uguaglianza di tutti gli esseri umani, sotto la falsa motivazione della “difesa del paese”. Oltre che esser tratto da un episodio realmente accaduto, il film fa comprendere immediatamente come si tratti di un solo episodio tra i tanti di cui nemmeno sappiamo l’esistenza, perchè nascosti dall’opinione pubblica, perchè talmente orribili da non poterne accettare l’esistenza. Su questo lo spettatore è invitato a riflettere, su come eventi del genere siano accaduti e accadano tutt’ora nel mondo, e la cui gravità non è mai più o meno importante a seconda di chi sono i carnefici o le vittime. I mezzi di comunicazione ci hanno trasformato in quelli che McCoy chiama “sciacalli che strappano carne da una carcassa” grazie ai “media che vendono l’anima per uno show”, qualunque esso sia. Un paragone duro, secco, ma che condivido pienamente. La guerra è inevitabile, ma questo non preclude che debba essere accettata moralmente come necessaria, e il regista, grazie a questa opera, è stato in grado di togliere le bende davanti ai nostri occhi, lasciandoci in uno sconforto interiore e sempre maggiore, imponente. Siamo tutti come lo scorpione che si crede grosso e invincibile, ma che invece viene atterrato dall’insieme di sensazioni provate durante la visione del film. Un manifesto contro la guerra e contro la violenza, contro le ingiustizie e, specialmente, un manifesto perchè la verità non si perda, perchè è la verità una delle prime vittime durante un conflitto.

Redacted  

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