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New Italian Epic

Il drink

Un racconto di Ethan Cole


La sirena ha cominciato a suonare. Nuovamente. Clark, ancora nella semioscurità della sua camera da letto, strizza gli occhi e si mette in posizione seduta, passandosi una mano sui capelli. Il suono è insopportabile. Cazzo, proprio oggi che è il mio giorno libero, pensa sbadigliando rumorosamente. Si avvicina alla finestra e scosta le tende: fuori una pattuglia militare sta frugando in mezzo a un giardino. Un soldato urla ed entra nella casa di fronte, sfondando la porta. Fortunatamente, nessuno sparo. Pochi attimi dopo un uomo di carnagione scura esce spintonato dallo stesso soldato, cade a terra e tossisce sangue. Lo spettacolo non impietosisce il resto della pattuglia, il quale lo prende per le braccia e lo carica sulla jeep. Il resto non è degno di nota, infatti Clark distoglie lo sguardo. In cucina, l’uomo accende la televisione, e la consueta mole di notizie viene vomitata dallo schermo, mostro borbottante e fastidioso. Fermati manifestanti davanti a un supermercato e allontanati dalle forze dell’ordine. Scoperto un trafficante d’armi nell’East River. Imboscata dei talebani a Brooklyn, venti morti tra soldati e civili. Nuova conferenza del governatore Samson, con promesse di giustizia e ritorno all’ordine. Tutte stronzate. L’America è morta anni fa, l’11 Settembre 2001. Quel giorno ha segnato il declino della superpotenza del ventesimo secolo. Clark ricorda quel dannato evento come se fosse presente a viverlo nuovamente. Un macabro spettatore davanti a un macabro teatro. 19 uomini sono stati in grado di spezzare un’intera nazione, 4 aerei hanno distrutto tutte le loro certezze. E ora non restano che le macerie per ricordare l’antica magnificenza di questo Paese. Le prime a cadere furono le torri del World Trade Center. Al loro crollo, una nube imponente e inarrestabile ha riempito le strade affollate, riversando cadaveri sulla gente accorsa sul luogo. A distanza di minuti, un terzo aereo giunse contro il Pentagono, sfregiandone un lato e innescando un’esplosione che ha spazzato via l’intero centro di comando militare americano. E l’ultimo simbolo, la Casa Bianca? Il quarto aereo esplose nell’ala destra dell’edificio provocando un incendio di proporzioni mostruose, condannando non solo il Presidente, ma tutti i funzionari più alti dello Stato. In una mezza giornata, l’impero americano era caduto, Definitivamente. Senza più una guida politica, senza più i suoi generali, l’America cadde in uno stato di anarchia profonda, senza precedenti. Il nuovo governo non seppe recuperare la supremazia passata e affidò all’esercito il compito di istruire la popolazione. Questo a qualunque mezzo. La violenza dilagò nelle strade di New York, come un infezione virale, infettando quartieri e persone. La paura divenne normale, comune. I terroristi, in un terreno così fertile, si insediarono in mezzo ai cittadini, fomentando rivolte. Scardinando la fiducia nel prossimo. Portando la guerra nelle strade, nelle case. Per la prima volta nella sua storia, il popolo americano si ritrovò coinvolto in un conflitto intestino terribile. Nessun aiuto dall’Europa, tenuta in scacco dalla minaccia nucleare dell’Iran. Nessun aiuto dall’Oriente, disinteressato al destino dell’umanità. Erano rimasti soli. Non è sicuro uscire. Non lo è mai. Ma Clark ha bisogno di una boccata d’aria, e indossando gli stessi vestiti del giorno prima, prende le chiavi della macchina e si dirige al garage. La sua fedele Ford verde la aspetta come sempre, con il fianco sinistro bucato da una raffica di mitragliatrice. Il rischio è talmente normale che non vale la pena di andare dal carrozziere, quando potresti saltare in aria in un qualunque momento. L’uomo, sistematosi sul posto di guida, parte lentamente lasciandosi alle spalle il Queens. Molte case sono ancora in buono stato, mentre alcune sono bruciate, crollate o semplicemente abbandonate. I terroristi si divertono spesso a entrare nelle abitazioni di notte, stuprando, uccidendo. L’esercito il più delle volte non arriva mai in tempo, e in ogni caso, quando scoprono gruppi di talebani, gli scontri che ne seguono finiscono per coinvolgere molti civili. Ma in una città di oltre otto milioni di abitanti, il termine “ridurre al minimo le perdite civili” è parecchio relativo. Ckark scorge il suo amico Nat nel parco della zona, sotto un albero. E’ chino e ha una pala tra le mani. L’uomo ferma la macchina e si dirige, verso di lui, chiamandolo. Al richiamo, l’altro si gira mostrando il viso sporco di terra. Nat, che ci fai qui? Hanno ammazzato Thor. Mi dispiace. Era un cane molto affettuoso, già. Com’è successo? Ieri notte, in qualche modo, è riuscito a liberarsi del collare ed è uscito di casa. Normale, istintivo per lui, vo-


leva sentirsi l’erba sotto le zampe. Ma un soldato di ronda lì vicino si è spaventato vedendo un’ombra muoversi e gli ha sparato. Almeno è morto sul colpo. Non ha sofferto. Sporchi bastardi. Tra loro e i terroristi, non so chi sia peggio. La differenza è che i talebani, almeno, non cercano delle scuse per legittimare un loro sbaglio. Attento a quello che dici. Se qualcuno ti sente finisci nella merda. Ci siamo già, se è per questo. Io devo andare. Ciao, e ancora condoglianze per il tuo cane. Amen. Era destino, forse. L’ingresso per Manatthan è pesantemente sorvegliato da un avamposto militare. Barricate che occupano tre quarti della strada. Due squadre di fucilieri per carreggiata. Postazioni mitragliatrici e alcune armi anticarro. Dopo tutto questo tempo, Clark ancora non si capacita di come sia palese che i terroristi non passeranno mai per quella strada, che hanno trovato vie più sicure e meno conosciute. Altrimenti non si spiegherebbe l’attentato nelle metropolitane del 2008, che ha causato la quasi totale chiusura della downtown. Dio solo sa che pazzi ancora ci transitano lì sotto. Per passare è costretto ad attendere che i suoi documenti vengano esaminati e confermato come cittadino legale. Finalmente ingoiato dalla mole di grattacieli, l’uomo parcheggia e si dirige camminando verso un Coffee Shop all’angolo. I soldati sono presenti in quantità anche qui, efficienti e freddi, come robot programmati a compiere un’unica, ripetitiva azione. Dopo essere entrato nel locale, la ragazza al bancone lo saluta sorridendo, e lui ricambia. Michelle, brava ragazza. Figlia di un conoscente, aveva sempre avuto un debole per lei, ma quindici anni di differenza hanno sempre frenato qualunque pensiero troppo molesto nell’uomo, prossimo ai quaranta. Il solito, Clark? Si. Gin tonic allungato. Grazie. La giovane preparò il drink e glielo porse sul tavolo, accomodandosi al suo tavolo con fare aggraziato. A parte lui, non c’è nessun altro. Era parecchio che non ti vedevo qui in giro. Sai, il lavoro per me non è mai calato, nonostante la crisi. Fortunatamente. Beato te. Qui invece va sempre peggio. Se la gente non è rintanata in casa è a un corteo di manifestazione e inevitabilmente viene presa a botte dai poliziotti o dai soldati. I momenti per un caffè in centro sono piuttosto rari. E gli eleganti dirigenti che escono al tramonto dal posto di lavoro? Sarebbe comprensibile dedicare cinque minuti della giornata per poter vedere una splendida donna come te. Sei gentile, ma di questi tempi l’istinto di conservazione ha prevalso perfino su voi maschiacci! Clark ride. Lei pure. Le prende la mano, la accarezza. Lei non è imbarazzata. Abbassa lo sguardo e sorride ancora. Per un attimo, l’uomo pensa che alla fine il mondo è ancora capace di offrire speranza. Illusioni che si infrangono come ghiaccio sul cemento. Una scarica di proiettili fa sobbalzare i due, e immediatamente dopo il consueto rumore di stivali fa capolino sul marciapiede. Tre soldati si riparano dietro a un cassonetto dei rifiuti e ingaggiano i presunti terroristi dall’altro lato della strada. La vetrina del bar si infrange e Clark trascina appena in tempo la ragazza sotto il tavolo. Tenendosi più bassi possibile, si trascinano dietro al bancone, tappandosi le orecchie dal frastuono assordante delle canne dei fucili in azione. La sparatoria dura pochi minuti. Appena il silenzio torna sovrano, fatta eccezione per l’allarme scattato da un’automobile lontana, i due si rialzano. Due dei tre soldati giacciono riversi sulla strada in un lago di sangue, la bocca spalancata in un urlo silenzioso e muto. Oh mio dio. Stai calma. Oh mio dio. E’ passato, sono andati via. Oh mio dio. Forza, Michelle, riprenditi. Clark le tira due leggeri schiaffi per farla riprendere dallo shock, A poco a poco riacquista lucidità. Lui la tira


su e la fa sedere. Del terzo soldato nessuna traccia, e nemmeno dei terroristi. Non si capisce bene cos’è successo. Chi se ne frega, pensa l’uomo, almeno noi siamo illesi. Pochi secondi. Un’ombra si avvicina a loro. Il viso coperto da un passamontagna. Clark ha appena il tempo di rendersi conto del pericolo; spinge nuovamente al riparo la ragazza, e nello stesso momento sente un dolore lancinante al petto. Talmente profondo che il rumore dell’arma nemmeno giunge ai suoi timpani, già pieni di sangue. Il suo corpo si accascia sul bancone rovesciando bicchieri e tovaglioli. Nello stesso istante, i suoi occhi vedono l’ultimo soldato correre verso il terrorista e sparargli in testa. Forse Michelle sta piangendo per lui. Non lo può sapere. L’udito lo ha abbandonato. La vista si sta lentamente spegnendo. Il suo ultimo pensiero va al gin tonic rovesciato sul pavimento. Che spreco. Era un ottimo drink. Speriamo che il Coffee Shop non chiuda.


Il Drink