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di Gianluca Ganda Il dibattito sull’evoluzionismo, presente in questo numero di Transatlantico, ci ha fatto venire voglia di trasferire il discorso all’ambito sociale. Se nel titolo parafrasiamo Tolstoj è perché vogliamo porre la nostra attenzione sulla famiglia, come un organismo sociale in cui si può osservare un cambiamento del comportamento umano. Non tanto per esplorare la creatività dei sentimenti negativi, quanto per farci qualche ipotesi circa il modo in cui gli esseri umani cercano di coniugare la biologia e la ineludibile necessità di relazioni. Gli eventi sociali fanno dire ad alcuni che altri hanno assunto comportamenti contro natura e fuori legge, e la vita continua: ma come fa? C’è un’evoluzione o una involuzione? Qualcuno dirà, vabbè, però una volta sì che c’era la famiglia, tutti al loro posto, era chiaro e le cose funzionavano; guarda adesso! E oggi incontriamo nuclei coparentali, monoparentali, pluriparentali e omogenitoriali; ricomposti, ricostituiti, estesi e multiple. Almeno così li classificano gli esperti! Ci siamo chiesti, allora, cosa sia successo, nel tempo, a quella che par essere l’organizzazione sociale umana più longeva, la famiglia! L’argomento è profondo e complesso, potremmo per comodità studiare le famiglie felici, quelle che per Tolstoj si assomigliano; ma sembra che siano in vertiginoso calo se, come dicono le statistiche, nel 2008 il 24% degli omicidi si è consumato tra il talamo e il focolare. Proviamo dall’inizio: magari un po’ diversa da quella di oggi, ma sembra che la famiglia sia sempre esistita. C’è chi sostiene che già nell’età dal bronzo ci fossero gruppi di persone che vivevano insieme, legate non solo da parentele ma anche da scopi comuni, quali la sopravvivenza. Prima della civiltà ellenica sembra che nel Mediterraneo ci fossero città in cui al centro dell’organizzazione sociale stava la donna, per la sua capacità di generare, paragonata alla capacità della Terra di regalare i suoi frutti agli esseri umani (Eisler, The Calice and the Blade). Nella Roma precristiana la famiglia e la società erano molto gerarchizzate, e in senso maschile: ma anche le donne potevano divorziare, grazie alla dote che rimaneva loro, ed erano incoraggiate a risposarsi (Goody, La famiglia nella storia europea). È interessante che il diritto romano assegnasse alla volontà di un uomo la sua autodesignazione come padre, anche di un figlio adottivo; si diventava pater attraverso il gesto di alzare il bambino e la parola, il nomen, era trasmissione della gens. I romani erano piuttosto liberali nelle questioni legate alla sessualità, almeno sino all’avvento della religione Cristiana: con essa il figlio è legittimo se nasce all’interno del matrimonio, legittimato dalla Chiesa che legittima così anche la famiglia; e da quel momento si diviene genitor, la filiazione è biologica. Nel corso dei secoli la gerarchia e l’importanza della casta si è mantenuta. Foucault, ne La storia della sessualità assegna al “dispositivo familiare (quello basato su padre, madre e prole), […] il potere di servire da supporto alle grandi “manovre” per il controllo malthusiano della natalità, per le spinte popolazioniste, per la medicalizzazione del sesso e la psichiatrizzazione delle sue forme non genitali.” Secondo il nostro, un primo attacco alla famiglia e all’organizzazione sociale così intesa viene portato da Robert Francois Damiens, il quale attentò alla vita di Luigi XV: per quei tempi non riconoscere un re è come misconoscere la gerarchia naturale della vita. L’attentatore forse temeva proprio che questa gerarchia crollasse e che sempre più si sentisse l’influenza femminile nella gestione del potere (Roudinesco, La famiglia in disordine). Eventi analoghi alle circostanze di JFK? Nel XVIII° secolo la figura del Re è legittimata per diretta emanazione da Dio; nella famiglia c’è l’autorità del Padre, nel lavoro del padrone. Ma già nel secolo successivo si fa strada una nuova classe sociale che non rispetta la gerarchia: con la borghesia si modifica l’assetto sociale e si assiste ad un progressivo ridimensionamento dell’autorità paterna. Il terreno è fertile perché l’amore romantico, inventato per le epiche del tardo Medioevo, divenga un costume sociale. Con il romanticismo il matrimonio borghese richiede che ci sia una maggior corrispondenza affettiva. Nel contempo il crescente controllo della natalità genera una nuova creatura: l’infanzia! E la donna non è più colei che procrea, ma acquisita una sessualità propria e assume una propria specificità: l’uomo diviene un professional breadwinner, la donna una professional homemaker – peccato che costei nell’arco di un secolo diverrà una desperate housewife. Come dice Bloom (Shakespeare: l’invenzione dell’umano) “l’amore muore, oppure muoiono gli amanti”: così i Giulietta e Romeo di oggi, son vivi, ma lontani dal “vissero felici e contenti”: l’indissolubilità del vincolo matrimoniale è un ricordo (bello? brutto?), come il ruolo maschile e femminile non sono più così rigidamente differenziati. Sia nella società che nella famiglia l’organizzazione non è più così strettamente gerarchica e maschile. Ma l’aspetto più dirompente è che sessualità e procreazione sono ormai disgiunte. transatlantico16

Transatlantico #5  

speciale Darwin

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