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numero 5 _ giugno 09 trimestrale dell’associazione Diabolus in Musica

• CHARLES DARWIN • LUIGI TRUCILLO • TELMO PIEVANI • FRANCESCO DE SANCTIS HEINZ VON FOERSTER • ALFRED RUSSEL WALLACE • GILLES DELEUZE • GIUSEPPE PAPAGNO • MICOL FERRETTI • LEONARDO ZUNICA • GIANLUCA GANDA • PAOLO VANINI • GIORGIO SIGNORETTI •


trimestrale dell’associazione Diabolus in Musica

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direttore responsabile Leonardo Zunica redazione Leonardo Zunica Giovanna Venturini Micol Ferretti Paolo Vanini art director Paola Pradella editing Antonio Galuzzi hanno collaborato Telmo Pievani Luigi Trucillo Giuseppe Papagno Giorgio Signoretti Gianluca Ganda Cristiano Tassinari Irene Generali Roberta Raineri Riccardo Caleffi si ringraziano Quodlibet Edizioni Edizioni Diabasis stampa FDA Eurostampa Borgosatollo BS in copertina “Darwin”elaborazione di Leonardo Zunica e Paola Pradella info transatlantico.mn@gmail.com dir.transatlantico@gmail.com Associazione Culturale Diabolus in Musica Corso Vittorio Emanuele, 132 46100 Mantova www.diabolusinmusica.org www.eterotopie.it Registrato presso il Tribunale di Mantova N. 4/2008 Registro di stampa in data 16 Giugno 2008 Stampato in 1.200 copie

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editoriale Tanti anni fa una disputa clamorosa animò la vita intellettuale di un Europa sempre più sconquassata: la pittoresca rottura tra il pittore, genio e briccone, Salvador Dalì e lo scrittore surreal-comunista André Breton. Termine dello scandalo fu l’appetito estetico del primo, ovvero la sua affezione paranoico-critica nei confronti dell’immagine di Adolf Hitler, curioso feticcio, “dal dorso tenero e grassottello sempre così ben fasciato nella sua uniforme”. Seguì, da lì a poco, una specie di processo in cui il pittore mostrò, difendendosi, tutta la propria spavalderia dichiarando di non avere nessuna simpatia politica per il tiranno, ma puro apprezzamento gustativo, pura estasi gastrica. Dalì viene espulso dal gruppo dei surrealisti. L’immagine è la presa sulla memoria, ed essa può stimolare certo appetito. Dalì, unico nel suo genere, ci imbarazza e scandalizza, e ci dice che l’immagine si ama, si mangia, si incarna, si installa, ospite e parassita, nel proprio corpo. Agisce nostro malgrado. E nulla possiamo fare. Amiamo forse chi ci governa per il candore della sua carne, per la rotondità delle sue forme, e poco importa cosa dica; tutto quello che emana ha a che fare con qualcosa di succulento. Che sia il sogno rincorso e continuamente sfuggito di una stabilità, di un bisogno di sicurezza, di un appetito sempre soddisfatto, che ci obbliga a creare qualche nemico in più e ad essere attanagliati dalla paura poco più del necessario? È al cambiamento che dedichiamo questo numero, ed alla differenza. Ed al paradigma scientifico che ha inglobato queste modalità dell’essere: l’evoluzionismo, simbolo di una vita riscoperta non come progetto ma come possibilità, accettando le istanze oscure del caso. Qualcuno ha detto che siamo un’isola d’ordine ai margini del caos. E forse considerarsi marginali, periferici, potrebbe ricondurci ad un qualche nuovo pensiero, a determinarci individualità meno rumorose, vicino a quel silenzio miracoloso e spaventoso che vediamo ogni volta che ci affacciamo sull’abisso. Leonardo Zunica

sommario numero 5 _ giugno 09 pag 2

Editoriale La fauna di Burgess di Telmo Pievani

3

L’alba di una grande scoperta di Alfred Russel Wallace

4

Intervista a Charles Darwin di Francis Galton Il viaggio del Beagle di Charles Darwin

7 8

É vero che ogni famiglia è infelice a modo suo? di Gianluca Ganda

16

Darwin di Giorgio Signoretti

18

L’impertinenza di chi si gratta di Paolo Vanini

20

Poesie di Luigi Trucillo

21

Sul tempo musicale di Gilles Deleuze

22 24 26

L’intuizione del dominio della lotta di Micol Ferretti

10

Il darwinismo nell’arte di Francesco De Sanctis

12

Signor von Foerster, perché i computer sono musicali? di Peter Bexte

Incontro ravvicinato ... di Leonardo Zunica

14

Taprobana di Giuseppe Papagno

Questo numero è stato realizzato in collaborazione con il progetto LAB.COM


La Fauna di Burgess

Noi siamo impressionati dal tirannosauro, ci meravigliamo

In altri termini, noi siamo u n ’e n t i t à

per le piume dell’Archaeopteryx, ci entusiasmiamo per ogni frammento di osso fossile umano trovato in Africa, ma nulla di tutto questo ci ha insegnato sulla natura dell’evoluzione quanto un piccolo invertebrato del Cambriano, lungo solo pochi centimetri, chiamato Opabinia, rinvenuto a Burgess in Canada, in uno dei più preziosi giacimenti fossiliferi del mondo. Gli argilloscisti di Burgess sono diventati i protagonisti di una vicenda scientifica destinata a scardinare i capisaldi classici delle ricostruzioni evoluzionistiche lineari. Attraverso i fossili di Burgess, infatti, emerge l’ipotesi dell’evoluzione come una serie improbabile di eventi, affiorano un mondo e una storia segreti che hanno del meraviglioso. Secondo l’interpretazione di Stephen J. Gould, si scopre a Burgess che la storia degli ultimi 500 milioni di anni ha presentato una restrizione iniziale di forme di vita seguita da una proliferazione all’interno di pochi tipi stereotipi, non un’espansione generale della varietà con aumento graduale della complessità, ma una impetuosa avanzata della varietà anatomica che raggiunse un massimo subito dopo la diversificazione iniziale degli animali pluricellulari per poi essere decimata e ripartire dai pochi sopravvissuti. L’interpretazione del “cono” della diversità evolutiva crescente viene quindi rovesciato nella forma “a cespuglio” della diversificazione e decimazione. Ma il modello dell’eliminazione di Burgess suggerisce anche un’alternativa preclusa dall’iconografia del cono. Supponiamo che i vincitori non siano prevalsi grazie a una superiorità nel senso usuale. Forse la macabra mietitrice dei piani anatomici è solo la Signora Fortuna mascherata. O forse le ragioni reali di sopravvivenza non sono conformi alle idee convenzionali secondo cui sopravvivrebbero gli organismi più complessi, migliori o in qualche modo indirizzati verso l’uomo. La macabra mietitrice lavora anche durante brevi episodi di estinzione di massa, provocati da catastrofi ambientali imprevedibili (per esempio innescate dall’impatto di corpi extraterrestri). Certi gruppi potrebbero prevalere o estinguersi per ragioni che non hanno alcun rapporto con i fattori selettivi del successo in epoche normali. Anche se i pesci migliorano gradualmente il loro adattamento fino a raggiungere culmini di grande perfezione in acqua, moriranno se lo stagno in cui vivono si prosciuga. Ma può accadere che quel vecchio fenomeno del Dipnoo, lo sgraziato pesce polmonato che era lo zimbello di tutti, riesca a sopravvivere, e non perché un’infiammazione su una pinna di suo nonno informò i suoi genitori dell’imminente arrivo di una cometa. Il Dipnoo e i suoi discendenti sopravvissero perché un carattere evolutosi molto tempo prima per un uso diverso gli permise fortuitamente di sopravvivere durante un mutamento improvviso e imprevedibile delle regole. E se noi siamo discendenti dei Dipnoo, e il risultato di un migliaio dì altri casi similmente fortunati, come possiamo considerare la nostra intelligenza inevitabile, o anche solo probabile? Se l’umanità è sorta solo ieri “su un ramoscello secondario di un albero rigoglioso”, la vita non può, in alcun senso genuino, esistere per noi o a causa nostra. Forse noi siamo solo un ripensamento, una sorta di accidente cosmico, una decorazione appesa all’albero di Natale dell’evoluzione. Non il coronamento, dunque, della presunta tendenza dell’evoluzione protesa verso una sempre maggiore complessità di cui l’uomo rappresenterebbe l’apice e il traguardo. Le conoscenze aperteci dall’evoluzione, e ancor più dallo studio dei fossili di Burgess, impongono il rifiuto della tradizione che designa il nostro tempo come l’epoca dei mammiferi: questa è l’epoca degli artropodi. Essi ci sovrastano di gran lunga in numero da ogni punto di vista: per specie, per individui, per prospettive di proseguire sul cammino dell’evoluzione. L’80% circa di tutte le specie di animali classificate sono artropodi, con una grande maggioranza di insetti.

di Telmo Pievani

improbabile e fragile, e il nostro successo fu dovuto a una serie di circostanze fortunate dopo inizi precari come piccola popolazione in Africa, e non è il risultato finale prevedibile di una tendenza globale. Fra la fauna di Burgess fu trovato un organismo nastriforme compresso lateralmente, lungo circa 5 centimetri al quale fu dato il nome di Pikaia, che dopo attenti esami venne classificato come cordato, un membro del nostro phylum: forse il primo membro documentato nel novero dei nostri progenitori diretti. La Pikaia è la connessione indiretta fra la decimazione di Burgess e la finale evoluzione umana. Se la Pikaia non fosse sopravvissuta (e al tempo della fauna di Burgess i cordati avevano scarse prospettive di sviluppi futuri) noi probabilmente non saremmo apparsi nella storia futura: tutti noi, dallo squalo al pettirosso, all’orangutang. “Se vogliamo quindi porci la domanda di sempre: perché esistiamo? una maggior parte della risposta, relativa a quegli aspetti del problema che la scienza in generale può trattare, dev’essere: perché la Pikaia sopravvisse alla decimazione di Burgess”, scrive Gould in La vita meravigliosa. Oggi l’evoluzione non può più apparire come il regno della necessità e di un’ottimalità adattiva di tipo finalistico, ma come il risultato polimorfo e imprevedibile di percorsi contingenti, di adattamenti secondari e sub-ottimali, di bricolage imprevedibili. In una visione “epica” dell’evoluzione naturale (“le cose potevano andare diversamente”), contrapposta all’immagine “tragica”, provvidenzialistica o fatalistica (“le cose dovevano andare così”). Come esistono meccanismi che governano la materia organica e inorganica, ne esistono altri che governano l’evoluzione delle società umane, in cui l’uomo (come specie) attraverso la sua attività interagisce con l’ambiente e la propria storia, diventando (con consapevole intelligenza?) il regista del proprio futuro, per il quale ci piace immaginare uno sviluppo positivo, anche se nelle varianti possibili di scenario rimane il più improbabile. L’obiettivo non è semplice perché presuppone, come compito del genere umano, oltre alla capacità intellettiva, la maturazione della collaborazione collettiva verso uno sviluppo egualitario in tutto il pianeta, del quale sentirsi parte e non sovrani. Se questa ipotesi sarà realizzata il genere umano compirà una meritoria evoluzione sociale, in caso contrario prenderemo atto dell’opportunità offertaci dagli sforzi di sopravvivenza di Pikaia, alla quale dovremo (umilmente) le nostre scuse.

© Telmo Pievani - Transatlantico

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di Alfred Russel Wallace

L’alba di una grande scoperta transatlantico4

traduzione di Roberta Raineri fotografie di Massimo Laurenzi

LA MIA RELAZIONE CON DARWIN IN RIFERIMENTO ALLA TEORIA DELLA SELEZIONE NATURALE. Mi è stato chiesto dall’editore Black and White di scrivere un breve articolo sul tema della mia relazione con Darwin in riferimento alla Teoria della Selezione Naturale. Assolvo volentieri a questo compito, poiché, sebbene i fatti siano ben conosciuti dai naturalisti e dagli studiosi delle opere di Darwin, esiste ancora un certo malinteso sulla materia, e gli scrittori più accreditati spesso esagerano la mia parte nella scoperta di quella teoria che non solo ha condotto alla quasi universale accettazione dei grandi principi dell’Evoluzione, ma ha avuto effetti molto profondi in ogni sezione della conoscenza umana.


L’INCONTRO CON DARWIN Dopo il mio ritorno dall’Amazzonia nel 1852, mentre mi stavo preparando, nel 1854, a un viaggio nell’arcipelago delle isole Malay, documentandomi sugli insetti e sugli uccelli di quella regione, un giorno, mi pare fosse all’inizio di quell’anno, all’interno della Sala degli Insetti del British Museum, mi venne presentato Darwin. Ebbi una conversazione di pochi minuti, durante la quale non mi pare di ricordare fosse emerso nulla di particolarmente importante. Mentre vivevo nel Borneo nel 1854 avevo scritto un documento “Sulla legge che ha regolato l’introduzione di nuove specie”, nel quale mostravo che tutti i principali elementi relativi alla distribuzione geografica e geologica indicavano l’esistenza di una legge semplice, che formulai nei seguenti termini: “ogni specie ha iniziato la sua esistenza in coincidenza sia spaziale che temporale, con una specie preesistente ad essa strettamente affine”. Questo documento fu stampato negli Annali di Storia Naturale, nel settembre del 1855.

LE LETTERE INVIATE DA DARWIN Sapendo che Mr. Darwin era interessato ai miei viaggi e alle mie ricerche e stava egli stesso preparando alcuni lavori sulle varietà e sulle specie, gli scrissi una lettera dove facevo riferimento a quel documento e ricevetti una lunghissima lettera di risposta dove mi diceva di essere d’accordo con quasi tutte le parole del mio articolo e che evidentemente la pensavamo in modo molto simile in materia. Aggiunse poi: “quest’estate sarà il ventesimo anno da quando ho aperto il mio primo taccuino sulla domanda - Come e in che modo le specie e le varietà differiscono l’una dall’altra?”. Ma né in questa, né in altre lettere fece mai cenno al fatto di essere già arrivato alla teoria della Selezione Naturale, mentre nel dicembre del 1857 mi scrisse: “il mio lavoro non fisserà e stabilirà nulla, ma spero sarà di aiuto per fornire un’ampia raccolta di fatti, con un ben chiaro fine”.

IL SEGRETO DI DARWIN Nel 1842 Darwin aveva già scritto un abbozzo della sua teoria e nel 1844 quello stesso abbozzo fu ampliato con 230 pagine in-folio, dando una completa presentazione degli argomenti affrontati successivamente nell’Origine delle Specie e questo esteso resoconto della teoria fu letto da Sir Joseph Hooker nel 1844 e discusso ripetutamente tra lui e Sir Charles Lyell per molti anni. Inoltre, Sir Charles esortò Mr. Darwin a pubblicare la sua teoria il prima possibile, poiché, nel caso avesse indugiato ancora, qualcun altro lo avrebbe sicuramente preceduto. Darwin, però, continuò a rifiutare di farlo finché non fosse stato possibile pubblicare tutto il vasto apparato di fatti comprovati che aveva raccolto e finché non avesse completamente superato le difficoltà ancora irrisolte. Se non fosse stato così scrupoloso riguardo alla pubblicazione di una nuova idea, supportato solo da una parte delle prove che aveva raccolto, sarebbe stato agli occhi del mondo l’unico ideatore della teoria della Selezione Naturale, mentre i suoi lavori successivi avrebbero mostrato quanto fosse vasta la quantità di prove che si riservava di utilizzare per rafforzare le sue argomentazioni e per eliminare le difficoltà avanzate dai suoi avversari. Vorrei ora dedicare alcune parole al mio personale contributo al primo annuncio di questa celebrata teoria.

LA LEGGE TANTO A LUNGO CERCATA Da quando avevo letto “Vestigia della Creazione”, prima di andare in Amazzonia, continuai, a frequenti intervalli, a riflettere sul grande segreto delle trasformazioni grazie alle quali ogni nuova specie era stata prodotta con tutti gli adattamenti particolari alle diverse condizioni della sua esistenza. Il mio scritto del 1855 semplicemente mostrava che ogni specie nuova in qualche modo dipendeva dal fatto che ci fosse sempre stata, nella medesima zona, una specie strettamente affine, di cui le nuove specie sembravano essere una modificazione. Io stesso credevo fermamente che vi fosse una diretta modificazione delle specie preesistenti attraverso il comune processo generativo, come spiegato in “Vestigia della Creazione”, ma poiché non potevo ancora verificare modi o processi attraverso i quali il cambiamento avrebbe potuto avvenire e le caratteristiche delle nuove specie essere fissate e rese permanenti da una legge naturale, aspettai a trarre delle conclusioni fino a quando quella legge non fosse stata scoperta. Ma meno di tre anni dopo, la legge che avevo tanto a lungo cercato all’improvviso si affacciò alla mia mente e, strano a dirsi, suggerita dalla stessa opera che aveva ispirato Mr. Darwin sedici anni prima. Un breve resoconto di quello che mi accadde sarà pertanto di sicuro interesse.

SOPRAVVIVENZA DEI PIÙ ADATTI Nel febbraio del 1858 vivevo a Ternate, una delle isole Molucche e soffrivo di gravi attacchi di febbre intermittente, che mi costringevano a letto per due o tre ore tutti i pomeriggi in preda a vampate di caldo e brividi di freddo. Fu durante uno di questi attacchi, mentre riflettevo sull’origine delle nuove specie, che il mio pensiero si rivolse all’incremento dei “controlli positivi” tra i selvaggi ed altri, così come descritto in dettaglio dal ben noto “Saggio sul principio di popolazione” di Malthus, un’opera che avevo letto una dozzina di anni prima. Questi fattori di controllo, come le malattie, la fame, la guerra o gli eventi naturali, rappresentano ciò che

mantiene la consistenza numericamente bassa della popolazione. All’improvviso mi sovvenne che questi controlli avrebbero agito con molta più severità sugli animali selvatici e considerato che gli animali inferiori hanno la tendenza ad aumentare in modo più rapido degli uomini, pur rimanendo numericamente ad una media costante, mi balenò l’idea della sopravvivenza dei più adatti: quegli individui che ogni anno scomparivano a causa di questi fattori – collettivamente definiti in “lotta per l’esistenza” - dovevano essere in particolare e nel tempo inferiori comunque e in qualche modo a quelli che riuscivano a sopravvivere.

A DARWIN CON LA PRIMA POSTA IN PARTENZA Più pensavo a questa possibilità e più mi appariva come cosa certa, mentre l’unica teoria alternativa, cioè che quelli che soccombevano ai nemici, per mancanza di cibo, per malattia, per la siccità o per il freddo, fossero costituiti strutturalmente sempre e comunque come quelli che sopravvivevano, mi sembrava inconcepibile ed assurda. Fui così profondamente colpito dall’importanza della mia teoria e dalla vasta portata delle sue conseguenze che quella stessa sera ne delineai i contorni in uno scritto che completai nelle due sere successive e inviai con la prima posta in partenza a Mr. Darwin, nutrendo la piena aspettativa che l’avrebbe considerata tanto nuova e sorprendente quanto era sembrata a me. Gli chiesi inoltre, qualora lo avesse ritenuto opportuno, di mostrare il tutto a Sir Charles Lyell, ma non dissi nulla circa la sua pubblicazione.

LO STUPORE DI DARWIN Dopo aver ricevuto la mia comunicazione, Darwin scrisse a Sir C. Lyell: “La tua profezia che sarei stato preceduto si è realizzata abbondantemente. Non ho mai visto una coincidenza più sorprendente; se Wallace avesse potuto disporre del M.S. del mio abbozzo redatto nel 1842, non avrebbe potuto farne un riassunto migliore! Persino i termini che usa ora sono nei titoli dei miei capitoli.... Dunque tutta la mia originalità, qualsiasi cosa valga, verrà annientata. Ciò nonostante il mio libro, se mai avrà qualche valore, non sarà deteriorato poiché tutta la fatica consiste nell’applicazione della teoria”. Con la grande generosità che gli era propria, Darwin espresse il desiderio di dare immediatamente il mio scritto alle stampe e pertanto di dare a me la priorità della pubblicazione, ma su consiglio dei suoi amici scienziati più intimi Sir C. Lyell e Sir Joseph Hooker, acconsentì che un estratto del suo testo redatto nel 1844 venisse trasmesso congiuntamente al mio alla Società Linneana, dove entrambi vennero letti il 1° luglio 1858 e pubblicati nel periodico della Società stessa in agosto.

ORIGINE DELLE SPECIE La mia relazione fu ristampata nei miei “Saggi sulla Selezione Naturale” (1870). Nella prefazione mi riferisco ad essa come segue: “Ho sentito per tutta la vita e sento ancora la più viva compiacenza che Mr. Darwin si sia occupato di questo lavoro molto prima di me e che non sia toccato a me tentare di scrivere “L’origine delle Specie” ... Uomini di gran lunga più esperti di me possono ammettere di non possedere quella dote di infinita pazienza nella raccolta e la meravigliosa capacità di utilizzo di enormi quantità di fatti dei più svariati generi, la profonda ed accurata conoscenza della fisiologia, l’acutezza nel pianificare, la competenza necessaria a realizzare esperimenti, né quell’encomiabile stile di composizione, insieme semplice, convincente ed imparziale e cioè tutte quelle qualità che armoniosamente unite compongono la figura di Mr. Darwin e la qualificano come la più adatta per la grande opera da lui intrapresa e completata”. Con questi sentimenti, reciprocamente condivisi, l’amicizia tra me e Darwin fu sincera e proseguì senza rotture fino al giorno in cui egli morì. A causa delle sue delicate condizioni di salute e del mio luogo di residenza in un’area diversa del paese, i nostri incontri avvenivamo meno frequentemente di quanto io avessi sperato, tuttavia le lettere pubblicate nella sua “Vita” sono una dimostrazione della quantità considerevole di corrispondenza intercorsa tra noi.

L’UNICO GRANDE RISULTATO Concludendo, vorrei solamente aggiungere che i miei legami con Darwin e la sua importante opera hanno contribuito ad assicurare ai miei scritti in materia un riconoscimento pieno da parte della stampa e del pubblico, mentre il mio apporto all’ideazione e alla formulazione della teoria della Selezione Naturale è stato spesso considerato in modo eccessivo. L’unico grande risultato per cui rivendico un merito al mio scritto del 1858 è stato di aver costretto Darwin a redigere e pubblicare la sua “Origine delle Specie” senza ulteriori attese. L’accoglienza dell’opera e i suoi effetti sull’intero mondo scientifico comprovano la tempistica perfetta della pubblicazione. Con probabilità, la sua influenza non avrebbe raggiunto una tale diffusione, se avesse atteso molti altri anni e la sua edizione fosse apparsa in più tomi voluminosi, come era previsto, contenenti l’intera mole di fatti raccolti a sostegno della teoria. Un’opera simile sarebbe stata appannaggio soltanto dei pochi iniziati, mentre il volume di più piccole dimensioni che effettivamente fu scritto è stato letto e compreso da tutte le classi istruite del mondo civilizzato.

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Intervista a Charles Darwin (e a suo padre) Darwin inviò queste risposte alle domande che Francis Galton aveva posto, a quel tempo, a vari scienziati, nell’ambito dell’indagine svolta nel suo “‘English Men of Science, their Nature and Nurture”, del 1874.

di Francis Galton

- FORMAZIONE - Educato in che modo? Ritengo di aver appreso da autodidatta qualsiasi cosa che abbia una qualche utilità. - Incline o meno all’osservazione? Non incline, essendo quasi totalmente classico. - Portato per la buona salute o viceversa? Si. - Meriti particolari? Proprio nessuno. - Principali difetti? Niente matematica e lingue moderne, e nemmeno abitudine all’osservazione e al ragionamento. - La dottrina religiosa inculcata in gioventù ha avuto qualche effetto deterrente sulla libertà delle sue ricerche? No. - I suoi interessi scientifici sono innati? Assolutamente innati. - Sono stati influenzati da qualche evento? Il mio gusto innato per la storia naturale è stato decisamente rafforzato e condizionato dal viaggio del “Beagle”.

- NATURA (C.D. = Charles darwin, R.D. = Robert Darwin, suo padre.)* - Descriva qualche interesse perseguito attivamente. Le scienze e l’atletica leggera praticata a livello amatoriale in gioventù. Religione? C.D. In teoria Chiesa Anglicana. R.D. In teoria Chiesa Anglicana. Politica? C.D. Liberale o Radicale. R.D. Liberale.

Salute? C.D. Buona da giovane, cattiva negli ultimi 33 anni. Altezza? C.D. 1.82. R.D. 1.86. Corporatura? C.D. Flaccido, sebbene robusto in gioventù R.D. Robusto e corpulento Circonferenza del cappello? C.D. 60 cm R.D. – Colore dei capelli? C.D. Castani R.D. Castani Carnagione? C.D. Tendente al giallastro R.D. Rubicondo Temperamento? C.D. Talvolta nervoso. R.D. Sanguigno. Forza fisica? C.D. Forza dimostrata in molte attività, e finchè sono stato in buona salute, resistenza alla fatica. Io da solo con un altro uomo potevo trasportare acqua per diversi ufficiali e marinai decisamente prostrati. Alcune delle spedizioni in Sud America sono state avventurose. Mattiniero. R.D. Grande resistenza nonostante la fatica, come emerso da controlli medici dopo lunghi tragitti; molto attivo, infaticabile, decisamente mattiniero, non un viaggiatore. Mio padre raccontava che anche mio nonno pativa molto la fatica, sebbene lavorasse duramente. Energia mentale? C.D. Dimostrata con la ricerca rigorosa e costante sugli stessi argomenti, come dimostrano 20 anni trascorsi su “L’Origine della specie” e 9 anni su “Cirripedia”. R.D. In genere mente molto attiva, dimostrata nelle conversazioni con varie persone durante la giornata Memoria? C.D.—Pessima per le date, e per imparare a memoria ; ma buona per conservare un ricor-

do generale o vago di vari accadimenti. R.D.—Eccezionale per le date. Durante la vecchiaia, leggendo ad alta voce un libro letto in gioventù, raccontò i passaggi successivi. Conosceva compleanni, morte, ecc...di tutti i suoi amici e conoscenti. Studioso? C.D. Molto, ma con pochi risultati. R.D. Non molto studioso o mentalmente ricettivo, tranne che per gli argomenti di conversazione. Grande collezionista di aneddoti. Autonomia di giudizio? C.D. Mi ritengo piuttosto autonomo, ma non posso fare esempi. Ho abbandonato la religione quasi indipendentemente dalle mie stesse riflessioni. R.D.—Libero pensatore nelle questioni religiose. Liberale, con una certa tendenza al conservatorismo. Originalità o eccentricità? C.D. Mio padre pensava mi si addicessero; io non credo, almeno per quanto riguarda l’eccentricità. Suppongo di aver mostrato originalità in campo scientifico, avendo fatto nuove scoperte su oggetti comuni. R.D. Carattere originale, aveva grande carisma e potere di farsi temere dagli altri. Teneva i suoi conti con grande cura in un modo particolare, in tanti libretti separati, senza un registro unico. Talenti particolari? C.D. Nessuno, tranne che per gli affari, come rivela la mia contabilità, per rispondere alle lettere e investire denaro in maniera proficua. Molto metodico in tutte le mie abitudini.. R.D. Questioni pratiche. Ha avuto grandi guadagni e mai delle perdite. Caratteristiche mentali degne di nota, legate al pensiero scientifico e non già specificate sopra? C.D. Fermezza, grande curiosità riguardo ai fatti e al loro significato. Amore per il nuovo e il meraviglioso. R.D. Grande socievolezza e capacità di partecipazione della felicità altrui. Scettico di fronte al nuovo. Curioso riguardo ai fatti. Grande lungimiranza. Non molto senso civico, grande generosità nell’offrire denaro e assistenza. * Darwin rispose anche per suo padre (n.d.r.)

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il viaggio del beagle dal diario di Charles Darwin

Capitolo I - S. DOMINGO - Gennaio 1832 Intento ad osservare gli animali marini, con la testa a mezzo metro dai sassi della spiaggia, sono stato sorpreso più di una volta da un getto di acqua, accompagnato da un leggero gorgoglìo. Inizialmente non ho capito di cosa si trattasse, ma mi sono presto reso conto che si trattava di una seppia che, sebbene si nascondesse in un buco, mi stava invitando a scoprirla. Che abbia il potere di emettere acqua non v’è alcun dubbio, e mi è parso che potesse prendere la mira esatta dirigendo il piccolo tubo o sifone verso la parte inferiore del suo corpo. A causa della difficoltà che hanno nel sostenere la testa, questi animali si muovono con fatica sulla terraferma. Ho osservato che quella che conservavo nella cabina era leggermente fosforescente nel buio.

Capitolo II - RIO DE JANEIRO - Aprile 1832 [...] Abbandonando Socego, ci siamo diretti verso un’altra proprietà terriera sul Rio Macae [...]. Il secondo giorno di viaggio abbiamo trovato la strada sbarrata ed è stato necessario mandare avanti uno degli uomini con un machete per farsi largo tra le piante. Nella foresta si concentra una grande quantità di cose meravigliose, tra le quali le felci che - anche se non particolarmente grandi - sono più degne di ammirazione per la brillantezza e l’elegante curvatura del loro fogliame. La sera è caduta una pioggia molto violenta, e sebbene il termometro segnasse circa 65 gradi (Fahrenheit – n.d.r), sentivo molto freddo. Appena cessata la pioggia, è stato curioso osservare la straordinaria evaporazione che è cominciata in tutta l’area della foresta. Ad un’altezza di 30 metri le cime erano avvolte da nubi dense di vapore, che salivano come colonne di fumo dalle zone dove le piante erano più fitte e specialmente dagli avallamenti. Suppongo sia dovuto all’ampia superficie del fogliame, scaldato in precedenza dai raggi del sole.

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Capitolo VII - BUENOS AIRES E SANTA FE Ottobre 1832 Ho notato che anche i più piccoli ruscelli nella Pampa sono disseminati di ossa, ma questo è probabilmente più l’effetto di una graduale moria che non di una strage in un determinato periodo. Alla siccità tra il 1827 e il 1832 è seguita una stagione molto piovosa, che ha causato grandi inondazioni. E’ quindi quasi certo che migliaia di scheletri siano stati seppelliti dai detriti trasportati dalle piogge dell’ultimo anno. Quale sarebbe l’opinione di un geologo, vedendo questo enorme ammasso di ossa, di tutte le specie animali e di tutte le ere, incastonati così in una spessa massa terrosa? Lo attribuirebbe ad un fiume che ha spazzato via ogni cosa o piuttosto al naturale ordine delle cose?

Proponiamo alcuni passaggi tratti da “The voyage of the Beagle” di Charles Darwin

Capitolo VIII - BANDA ORIENTAL (territorio a est del fiume Uruguay) E PATAGONIA - 1833 / 34 28 novembre: entrando per la prima volta in contatto con le società di queste regioni, si è colpiti da alcuni aspetti in particolare. Le maniere cortesi e i modi affabili che caratterizzano ogni momento della vita quotidiana, il gusto squisito degli abiti indossati dalle donne, e l’uguaglianza fra gli abitanti. Presso il Rio Colorado, alcuni uomini che gestiscono le botteghe più umili cenano abitualmente col Generale Rosas (uomo politico argentino che governò la Provincia di Buenos Aires tra il 1829 e il 1852 – n.d.r.). Il figlio di un Maggiore a Bahia Blanca si guadagna da vivere arrotolando sigarette, e si è offerto di accompagnarmi, in qualità di guida o servitore, a Buenos Aires, ma suo padre glielo ha impedito a causa dei pericoli che si presentano viaggiando soli. Molti ufficiali dell’esercito non sanno leggere nè scrivere, e tuttavia tutti si relazionano in società da pari. Nella provincia di Entre Rios, il Consiglio è composto di soli sei rappresentanti. Uno di essi

traduzione di Irene Generali

gestisce una bottega qualunque, cosa evidentemente non considerata degradante. Questo è ciò che ci si aspetterebbe in un paese moderno, sebbene l’assenza di gentiluomini affermati appaia quantomeno strana agli occhi di un Inglese. Parlando di questi luoghi bisognerebbe sempre tenere presente il modo in cui sono stati “allevati” dal loro parente acquisito, la Spagna. Nel complesso, forse, si è dato più peso a ciò che è stato fatto che non a ciò di cui vi era necessità. Non si può


dubitare, tuttavia, che alla fine, l’estremo liberalismo di queste regioni darà dei buoni risultati. La tolleranza di ciascuno nei confronti di religioni diverse, la cura dedicata all’educazione, la libertà di stampa, le facilitazioni offerte agli stranieri, e specialmente - non posso fare a meno di aggiungere - a chiunque manifesti la minima pretesa scientifica, dovrebbero essere ricordati con gratitudine da coloro che hanno visitato il Sud America spagnolo. 6 dicembre: navigando a sud del Rio Plata in una notte molto scura, l’oceano ci ha offerto uno spettacolo incredibile e stupefacente. Soffiava una brezza fresca, e ogni parte della superficie marina, che durante il giorno somiglia a schiuma, ora brillava di una luce pallida. La nave ha attraversato due nubi di liquido fosforescente, e la scia formava uno strascico lattescente. Fin dove arrivava lo sguardo, la cresta di ogni onda riluceva e sopra l’orizzonte, per il riflesso luminoso di queste fiamme livide, il cielo non era così profondamente oscuro come al limite del firmamento. Procedendo verso sud, l’oceano è talvolta luminescente; oltre Capo Horn ricordo di aver visto una cosa simile non più di una volta ed era ben lungi dall’essere brillante. Questo è probabilmente strettamente collegato alla scarsità di esseri organici in quella parte dell’oceano. [...] Le stesse particelle di materia gelatinosa, frastagliate e irregolari, sembrano essere la causa di questo fenomeno [...] Credo che il fenomeno delle onde che si illuminano di scintille verdognole sia dovuto a microscopici organismi crostacei. In due occasioni ho osservato l’oceano illuminarsi ad una profondità considerevole al di sotto della superficie. Vicino alla foce del Plata delle chiazze circolari e ovali, con un diametro dai due ai quattro metri circa e con contorni definiti, brillavano di una luce fissa ma fioca, mentre nell’acqua intorno esplodeva qualche scintilla. Dalla superficie ondulata poteva sembrare il riflesso della luna o di qualche organismo luminoso. La

nave, spostando una grande massa di acqua, passava oltre, senza disturbare queste chiazze. Perciò possiamo pensare che degli animali si fossero riuniti in profondità, ben al di sotto della chiglia della nave. Vicino a Fernando Noronha l’oceano esplose in lampi di luce. L’impressione era molto simile a quella prodotta immaginando un grande pesce che si muove rapidamente attraverso un liquido luminoso. I marinai associarono il fenomeno a questa idea; al tempo stesso, tuttavia, nutrivo qualche dubbio, per la frequenza e rapidità dei lampi. Ho già sottolineato come il fenomeno sia molto più comune nelle regioni calde che in quelle fredde; e ho talvolta pensato che una variazione delle condizioni elettrostatiche favorisse il suo prodursi. Sicuramente penso che l’oceano sia più brillante dopo alcuni giorni di condizioni atmosferiche più tranquille del solito, durante i quali si assiste al brulichìo di tante specie di animali. Osservando che l’acqua ricca di particelle gelatinose sembra essere in una condizione di impurità, e che l’aspetto luminoso è prodotto dall’agitazione del liquido quando viene in contatto con l’atmosfera, sono incline a pensare che la fosforescenza sia il risultato della decomposizione di particelle organiche, un processo (si è perfino tentati di considerarla una sorta di respirazione) attraverso il quale l’oceano si purifica.

Capitolo XVII - ARCIPELAGO DELLE GALAPAGOS - Ottobre 1835 Non ho ancora parlato della caratteristica più notevole nella storia naturale dell’arcipelago; si tratta del fatto che le varie isole sono, in misura considerevole, popolate da gruppi di esseri viventi diversi. Fu il Vice-Governatore, il Signor Lawson, ad attirare per la prima volta la mia attenzione a riguardo, quando dichiarò che le tartarughe erano diverse sulle varie isole, e che poteva distinguere con certezza da quale isola provenisse una di esse. Per qualche tempo non ho dato peso

a questa affermazione, tant’è vero che ho mescolato gli esemplari raccolti in due isole. Non potevo immaginare che le isole, distanti 80 – 100 chilometri, la maggior parte di esse visibili l’una dall’altra, costituite esattamente dalle stesse rocce, esposte allo stesso clima, che raggiungono all’incirca la stessa altitudine, potessero avere inquilini differenti; ma ben presto ho preso atto del fatto che è proprio così. E’ destino di molti viaggiatori di scoprire ciò che di più interessante si trova in una località solo nel momento in cui devono abbandonarla. Sono comunque soddisfatto e riconoscente a queste isole per aver raccolto materiale sufficiente per comprendere questo aspetto importantissimo della distribuzione degli esseri viventi.

Capitolo XXI - DALLE MAURITIUS ALL’INGHILTERRA - Agosto 1836 [...] abbiamo lasciato le coste del Brasile. Grazie a Dio non devo più visitare un paese schiavista [...]. Coloro che guardano con indulgenza al padrone e con indifferenza allo schiavo paiono non mettersi mai nei panni di quest’ultimo; che tetra prospettiva, senza nemmeno la speranza di un cambiamento! Immagina che possa accaderti, in ogni momento, che tua moglie o i tuoi figli – cose che la natura impone anche allo schiavo di considerare sue - ti vengano strappati e venduti come bestie al primo che offre di più! E che queste mostruosità vengano permesse e giustificate da uomini che professano l’amore per il prossimo e per sè stessi, che credono in Dio, e pregano che la sua Volontà sia fatta sulla terra! Fa gelare il sangue, e spezza il cuore pensare che noi Inglesi e i nostri discendenti Americani, con le loro vanagloriose grida alla libertà, siano stati e siano a tal punto colpevoli: ma è una consolazione riflettere sul fatto che, almeno, abbiamo fatto il sacrificio più grande che una nazione possa fare, per espiare il nostro peccato.

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l’intuizione del dominio della lotta Testo di Micol Ferretti Illustrazione di Cristiano Tassinari

Un racconto involontariamente perfetto. Ogni dettaglio era già al suo posto prima di essere inghiottito dalla storia – quella che inzuppa l’uomo nel tempo –, digerito, ed espulso sotto forma di altre storie come questa. Una serie di eventi da cui emergerà senz’altro il mio punto di vista, che tuttavia è paradigmatico dello scontro tra fazioni belligeranti, con esiti religiosamente immodesti e scientismi paramilitari, tra creazionisti ed evoluzionisti (mi accorgo proprio ora con felice stupore, ecco il punto di vista, che la parola creazionismo e derivati non è riconosciuta dal controllo ortografico di Microsoft Word).

Presentiamo subito i due giovani protagonisti. Il primo e meno conosciuto è l’ammiraglio Robert FitzRoy. Ufficiale inglese, considerato uno dei pionieri della meteorologia, è innanzitutto celebre per aver condotto in qualità di capitano il brigantino “Beagle” nel viaggio in Patagonia e nello stretto di Magellano, trasportando come passeggero il naturalista Charles Darwin. Sul nostro secondo pezzo da novanta non mi dilungherò nello specifico. La sua barba è celebre quanto quella di Marx. Facciamo un passo indietro. Presentiamo brevemente l’imbarcazione che li fece conoscere. Beagle: il nome deriva dalla razza canina utilizzata negli esperimenti da laboratorio, cavie perfette grazie ad una malaugurata soglia del dolore altissima. Sarà una coincidenza ma i nostri partono su un terreno che odora di bestia e rito sacrificale. Accantonando l’etimologia, sappiamo che da brigantino il Beagle divenne unità di ricognizione, e fu la prima nave a veleggiare all’ombra del nuovo London Bridge. Salpò il 22 maggio 1825 per il suo primo viaggio sotto il comando del capitano Pringle Stokes. È da supporre che la desolazione della Terra del Fuoco fosse insopportabile ma Stokes cadde in una forma di profonda depressione. Si chiuse in cabina per quattordici giorni e si sparò. Morì dopo dodici giorni di delirio. Niente male come varo dell’imbarcazione. Da lì a poco fu il turno dell’aristocratico ventitreenne FitzRoy. Prima di portare a casa la pelle dal primo dei tre viaggi con la Beagle, FitzRoy tenne in ostaggio un gruppo di indigeni – detti “fuegini”, della Terra del Fuoco – a seguito di un incidente. Decise di civilizzarli insegnando loro l’inglese, la dottrina cristiana, e l’uso degli strumenti dei civilissimi uomini, portandoli in Inghilterra. Cucì per loro dei nomi altrettanto civili: Fuegia Basket, Jemmy Button, York Minster e Boat Memory. Sarcasmo o pietà paternalistica? Secondo l’equipaggio Jemmy Button fu pagato con un bottone di vetro, da qui la scelta. Forse a Fuegia donarono una cesta, a York una chiesa, e a Boat, questa barca che sempre muore e risorge, la memoria. Ma non fu così. Perché Boat Memory, immemore, morì di vaiolo appena sbarcato. I giornali pubblicizzarono lì per lì i dettagli degli esotici visitatori e transatlantico10

divennero delle celebrità. Fuegia Basket ebbe in dono dalla regina Adelaide di Sassonia-Meiningen non una cesta bensì un cappello, un anello e del denaro. Un anno dopo il Beagle iniziò il viaggio nel quale vennero riportati i tre sopravvissuti nella loro terra, sempre con FitzRoy come capitano e, finalmente, Charles Darwin a bordo come naturalista. Una parentesi. Quando il Beagle tornò a far visita agli indottrinati trovò Jemmy ben diverso. Non era né paffutello né vanitoso dei propri abiti inglesi: era magro, vestito solo con una pelle, i capelli lunghi e il viso pitturato. Fuegia Basket e York Minster erano scappate dal villaggio. Circa venti anni dopo un gruppo di missionari cristiani, la Società Missionaria della Patagonia, incontrarono un fuegino che conosceva alcune parole di inglese, quasi certamente si trattava di Jemmy. Il gruppo fu massacrato, guidati da Jemmy e dalla sua famiglia. Torniamo ai nostri due. Alla luce specialmente del destino di Stokes e del suicidio del suo stesso zio, FitzRoy non vedeva di buon occhio la solitudine. I suoi tentativi di farsi accompagnare da un amico fallirono, così cercò un passeggero civile che avrebbe potuto fargli da compagno di viaggio. Ciò fece sì che Darwin, imberbe ventiduenne, si unisse alla spedizione. Sono poco più che ragazzi, come gli eroi che si battono durante ogni sconvolgimento storico. E la scintilla per una rivoluzione scientifica attendeva entrambi. L’ammiraglio era un aristocratico conservatore, altero quel tanto che la sua classe considera appannaggio naturale ed ereditario. Voleva favorire l’evangelizzazione e raccogliere in quelle terre esotiche e lontane le prove che confortassero il dogma di una creazione unica, fissa, che regolava il mondo. Il giovane Darwin invece era un rampollo di famiglia borghese benestante a cui piacevano lo sport e le scampagnate, eccessivamente cordiale, destinato, contrariamente a quanto si pensa, alla carriera ecclesiastica. Nelle lettere FitzRoy chiama Darwin “Filos”, filosofo, per prenderlo in giro. Anche i membri dell’equipaggio ogni tanto lo punzecchiavano. “Darwin, ha mai visto un’orca? Presto venga in coperta!”, e subito correva eccitato in coperta trovando non più che le risate dei marinai. Inizialmente i due si ammirarono pure, divennero amici.


Ma il vento che spingeva il prete mancato cambiò decisamente rotta spirituale, mentre il carattere del capitano virava in direzione contraria e faticava a mantenere il controllo. Era scostante e irascibile. I brevi contrasti sfociarono in una freddezza irrimediabile quando a Darwin si appannarono le lenti antropocentriche del suo tempo e vide, poco alla volta ma lo vide come mai prima, che la distribuzione degli animali – nelle Galapagos, nella Terra del Fuoco – non era solo nello spazio, ma anche nel tempo. La supposizione dell’immutabilità delle specie che sonnecchiava pacata in valigia all’inizio della traversata, scalciava ed era da buttare a mare. Di mese in mese, d’isola in isola, le tessere cadevano e al disegno divino, all’armonia, alla permanenza al di là della storia, il giovane naturalista iniziò a sostituire l’evidenza dello scarto, dell’arbitrarietà, del perpetuo conflitto tra la vita e la morte che trovava in mare e in terra, dell’inesorabile dittatura del tempo biologico. S’impose allora il dubbio che una sola creazione non fosse possibile: la comparsa di esseri viventi in questo mondo doveva derivare da un processo

di modificazione e di rinnovamento. Ecco l’ereditarietà, il principio della selezione naturale, gli strati geologici dentro cui leggere la storia, la lotta per l’esistenza del «molle e gelatinoso corpo del polipo» che – come scrisse nel proprio diario di bordo –, «attraverso l’azione delle leggi vitali, vince la grande potenza meccanica delle onde di un oceano al quale né l’arte dell’uomo né le opere inanimate della natura potrebbero resistere vittoriosamente». Il resto è storia. Naturalmente. Il viaggio terminò. I due non si videro più. Quando la teoria darwiniana venne discussa ad Oxford FitzRoy era presente, Darwin era malato e non poté partecipare. Improvvisamente, il vecchio capitano prese la parola e, brandendo la bibbia, gridò che l’unica verità era contenuta nel libro che aveva in mano, che aveva avvertito il nuovo eresiarca del pericolo che stava correndo ma a nulla erano servite le sue parole. Pochi anni dopo FitzRoy si suicidò.

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Il darwinismo nell’arte L’ultimo sforzo per comprendere il presente

di Francesco de Sanctis illustrazione di Rocco Osgnach

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Signori, a guardare indietro non più che al 1860, noi siamo trasformati e non ne abbiamo che un’oscura coscienza. Come la materia in noi si rinnova, così le nostre opinioni, le nostre impressioni non sono più quelle; altro è il nostro modo di sentire e di concepire. E questo corrisponde alla trasformazione del pensiero umano, tirato per altre vie da una nuova forza impellente e dirigente apparsa sull’orizzonte. Proprio nel 1860, in tanto fragore di battaglie, in tante agitazioni di popoli e di razze, un uomo estraneo all’Europa, ai suoi sistemi e alle sue querele, tornato da esplorazioni scientifiche in terre selvagge, già noto per dotte memorie intorno a piante e ad animali, tutto chiuso nell’ambito della sua scienza ed estraneo al mondo, attendeva alla pubblicazione della sua grande opera sulla Discendenza della specie, che dovea essere completata dall’altra sulla Discendenza dell’uomo. Se Darwin fosse stato solo un naturalista, la sua influenza sarebbe rimasta in quella cerchia speciale di studi. Ma Darwin non fu solo lo storico, fu il filosofo della natura, e dai fatti e dalle leggi naturali cavò tutta una teoria intorno ai problemi più importanti della nostra esistenza, ai quali l’umanità non può rimanere indifferente. (...) Io non ho intenzione di esporvi la sua dottrina. Me ne manca la competenza e l’autorità. Non sono così dotto, che io possa combatterla o accettarla: io la veggo passare, come uno dei grandi fenomeni della intelligenza umana. Ma ciò che è più importante in una dottrina, è la sua influenza sulla vita. Ci sono uomini che possono ignorare i libri, ed anche il nome di Darwin, ma, loro malgrado, vivono in quell’ambiente, sentono i suoi influssi. Io voglio esaminare quale sia questo nuovo ambiente in cui viviamo noi. Una volta il nostro spirito era disposto a cercare le idee o i concetti nelle cose, l’«esprit des choses», la filosofia delle cose, filosofia della storia, filosofia del linguaggio, filosofia del dritto. Oggi prendiamo un vivo interesse a studiare le cose in se stesse, nella loro esteriorità, nella loro natura, nella loro vita. (...) Perciò in noi si è più sviluppato il senso del reale; un nuovo materiale è penetrato nella nostra cultura generale; trasformati sono i nostri studii nella loro materia e nei loro metodi. Vogliamo il metodo intuitivo sperimentale e genetico, cioè la cosa guardata nella sua generazione. (...) Questa maniera di concepire la vita ha indebolito in noi il senso del fisso e dell’assoluto. Collocandoci in un ambiente di continua trasformazione, concepiamo le cose nel loro divenire, in relazione con le loro origini e con l’ambiente ove sono nate; si è sviluppato in noi energicamente il senso del relativo. Il senso del reale, della forza e del relativo è il carattere della nostra trasformazione. Vogliamo ora considerare questo in relazione con l’arte. Quante dispute intorno alle scuole, intorno ai tipi ed alle forme dell’arte, intorno al classicismo ed al romanticismo! Questo preoccupava il pubblico e la critica ed anche l’artista, e se ne cavavano regole e criterii per l’arte, ed erano la base del giudizio e del gusto. Oggi ci siamo divenuti quasi indifferenti, e sotto a tutte quelle differenze cerchiamo il fatto elementare dell’arte, e da quello tiriamo il nostro giudizio. (...)

Vogliamo non solo il vivo, ma la vita in atto. Accettiamo le forme fisse, come mezzo di educazione popolare e d’istruzione, come un metodo intuitivo; ma non le gustiamo come arte. Vediamo arte, quando si crea una tale situazione di cose, che quelle forme sieno costrette a muoversi, a manifestare la loro vita interiore, ad avere un’espressione. (...) E non solo vogliamo la vita in atto; ma la vogliamo nella sua continuità, come la fa Natura. L’ultima forma dell’arte, l’arte ideale, tratta la forma come un istrumento dell’idea; e perché l’artista può rappresentare la sua idea in ciascuna forma, e in nessuna si acqueta, abbiamo l’indifferenza ed il dileguo delle forme, la forma evanescente nel sentimento: Così la neve al sol si disigilla come dice Dante. L’artista, collocato in quest’ambiente ideale, tratta la sua creatura come un mezzo a sfogare i suoi sentimenti, e fa discontinua quella vita, la interrompe coi suoi inni e colle sue elegie. Oggi l’artista si sente disposto ad avvicinarsi più alla vita reale, e genera la sua creatura possibilmente simile a questa e dimentica sé in lei e rispetta la sua autonomia; l’arte diviene obbiettiva. Egli cerca una più profonda intelligenza della vita nelle vie della natura, e la coglie nelle sue origini e nelle sue gradazioni, nelle sue trasformazioni, in quel tutto insieme che si dice l’ambiente. Al lirico ed al sentimentale succede il descrittivo, non più come decorazione, ornamento, lusso, contorno, ma come ambiente vivo, in cui ciascuna parte ha la vita sua e tutto insieme la vita collettiva, l’organismo. Così la forma, già evanescente, ritorna plastica, nella pienezza e nella compitezza della sua vita. E poiché l’organismo non è un fatto accidentale e volontario, ma è l’effetto della sua origine e del suo ambiente, in noi si è sviluppato il senso del necessario, del fatale. Non ci piacciono più gli accidenti, gl’intrighi, le combinazioni artificiali, le fantasie. Vogliamo vedere la vita nella necessità della sua generazione, della sua evoluzione. L’arte ideale ha per base la dissonanza tra il fatto e l’idea, tra la vita quale la natura la fa e la vita qual è pinta nel nostro cervello, e trova in questa dissonanza il motivo lirico di quello che chiama tragedia della vita. Perciò spesso fa discontinua la vita reale, mescolandovi la vita sua. Oggi noi siamo trasformati in modo che quell’imprecare alla vita, quel maledire alla natura ci pare cosa da fanciulli, e ci mettiamo in guardia contro le nostre illusioni. L’illusione perduta non è per noi una perdita che desti il nostro rimpianto, ma è un guadagno, è la vita conosciuta meglio; ed in luogo di maledirla, ci sentiamo disposti a studiarla, a contemplarla nel vario gioco delle sue forze, a educarla, a migliorarla, e con tanto più interesse, dove la forza si rivela maggiore. (...) E, perché godiamo più dove la forza è maggiore, l’arte si è avvicinata al popolo, più presso alla natura, dove le impressioni sono più gagliarde e l’espressione più immediata e più rapida. Rappresentiamo la società con l’ironia e col sarcasmo, e non gustiamo quella vita che ci viene attraverso alle ipocrisie, alle convenienze, ai pregiudizi, al convenzionale ed all’artificiale. Preferiamo come materia d’arte la vita del popolo nella sua semplicità ingenua e nell’energia intatta delle

sue forze. Questo non è senza influenza anche nei modi dell’espressione, nella lingua, nella elocuzione, nello stile. Chi ricordi la lingua di venti anni fa e la paragoni con quella che oggi è parlata, troverà ch’ella ha scosso da sé tutto il bagaglio pesante di forme solenni, eleganti, oratorie, accademiche ed ha preso un fare più spigliato e più rapido, più vicino ai dialetti ossia al linguaggio del popolo (applausi). Perché il popolo è il grande abbreviatore del pensiero umano. Esso afferra le conclusioni e sopprime le premesse; e, poco atto all’astrazione, traduce tutto in immagini, che gli vengono subitanee, da impressioni vere. Il dialetto è destinato a divenire il nuovo semenzaio delle lingue letterarie; vi sarà come un ritorno alle fresche sorgenti della vita naturale. Riassumendo, in questo nuovo ambiente troviamo il senso del reale, della forza e del relativo nella scienza e nella vita, e nell’arte troviamo sviluppato il senso del vivo, l’autonomia della persona poetica, il plasticismo della forma, la pacatezza del sentimento, la popolarità della materia, la naturalezza dell’espressione. Mi domanderete: «Cosa è quest’arte? Dov’è quest’arte?». Una lineatura si vede nel romanzo moderno, nella pittura, nella scultura; ma è troppo misera cosa, se guardiamo ai grandi capolavori dell’arte ideale. Ma, signori, io non prescrivo, descrivo. E, se debbo dire proprio il mio pensiero, quest’arte è più un presagio che un fatto. Egli è che quest’arte è ancora nel suo stato di gestazione e di esagerazione, come il darwinismo è ancora nel suo stato di transizione e di reazione. (...) Il fine della vita umana si cerca nel fine della vita animale, conservare e godere la vita. E come mezzo a raggiungere quel fine è la forza nella lotta per l’esistenza, il diritto della forza è consacrato come mezzo legittimo, e la guerra e la conquista e la schiavitù e l’oppressione delle razze inferiori sono considerate come frutto di leggi naturali, e non generano più nel cuore degli uomini avversione e protesta. E perché la vita è conseguenza fatale dell’organismo, non c’è libertà, non c’è imputabilità: tutti siamo uguali innanzi alla natura: non c’è lode e non c’è biasimo. Dottrine simili io le ho viste sempre affacciarsi nei tempi della decadenza, quando, perduti tutti i più cari ideali, non rimane nell’uomo che l’animale. Non senza inquietudine sento oggi ripetere: il fine della vita è godere la vita. Una tendenza simile si rivela nell’arte. L’uomo v’è rappresentato principalmente nella sua animalità; il sentimento diviene sensazione, la volontà diviene appetito, l’intelligenza un istinto; il turpe perde senso e vergogna come nell’animale; vizio e virtù è quistione di temperamento; il genio è allucinazione vicina alla follia (applausi). Avevamo l’umanismo; oggi abbiamo l’animalismo nella sua esagerazione. È chiaro che in questo nuovo ambiente c’è qualcosa di basso e di corrotto, che vuol essere purificato. E ciò avverrà, ove il nostro spirito sia disposto a guardare l’uomo meno nelle somiglianze già assorbite, e più nelle sue differenze, che gli danno il diritto di dire: «Sono un uomo e non un animale». Questo pensiero mi fa pullulare nel capo una nuova materia, che vado elaborando e che contiene il programma e la promessa di una nuova conferenza.

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Incontro ravvicinato con una creazionista

Tra musicisti si fanno sempre incontri interessanti. E’ per lo meno molto curioso notare, come ci indica il neuroscienziato Daniel Levitin, che, da tempi ancestrali, le attitudini artistiche dei maschi sviluppano interesse e attrazione sessuale nelle femmine; la ragione è molto meno poetica di quanto s’immagini. Sviluppare abilità artistiche in realtà significa poterselo permettere, cioè possedere (e dichiarare) uno stato di salute perfetto ed una valida posizione sociale ed economica, senza la quale sarebbe inopportuno e oltremodo dispendioso dedicarsi alle attività più creative. Cosa che, agli occhi delle femmine, può essere corollario di una ottima discendenza. Le cose sono cambiate molto negli ultimi milioni di anni, ma pare che sfrecciare con un bel bolide (anch’esso espressione di una certo gusto estetico) e mostrare qualche anello prezioso o qualche quadro d’autore, suonare la chitarra elettrica o il piano aiuti a rimorchiare. Tra musicisti si possono fare anche incontri d’altra natura. Qualche anno fa una mia amica pianista mi organizzò un piccolo tour concertistico e d’insegnamento. Avevo parecchio tempo libero, quindi si passava spesso del tempo a chiacchierare. Avevo così potuto conoscere sua sorella, pianista anche lei, ed uno strano personaggio, dal quale avrei, secondo la mia amica, potuto sapere cose molto misteriose. In verità costui parlava in croato, e non capivo nulla delle sue elucubrazioni. Dopo qualche giorno, e forse disinnescata la diffidenza, la mia amica mi confessò che tutti coloro che credono che l’uomo discenda dalla scimmia sono in errore. L’uomo è stato creato da Dio, punto e a capo. La partenza mi sembrava interessante.

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Ma non mi stupì più di tanto. La cosa che più mi sconcertò fu il fatto che credesse ad una teoria piuttosto bizzarra secondo la quale l’uomo non era mai potuto andare sulla Luna, poiché esisterebbe un impedimento divino, una sorta di “barriera” che impedisce all’uomo, ed ai suoi razzi, di uscire dalla stratosfera: la terra è il giardino nel quale l’uomo è stato creato. Al di fuori di esso, non è possibile concepire la vita. Tutto ciò che noi abbiamo potuto vedere in televisione è in realtà una finzione ben architettata. Ricordo che mi venne in mente il film Capricorn One. Non sapevo bene cosa pensare. Forse che una tale lucida follia aveva attecchito in una mente illuminata da spiccate inclinazioni artistiche. Lei mi aiutò e mi disse: “ora mi guarderai con occhi diversi”. L’anno dopo mi ospitò a NY, e non parlammo di gran che. L’episodio sembrava quasi assorbito, se non che avevo la strana sensazione che tutti i suoi amici mi considerassero una specie di suo fidanzato. Cercai di chiarire, con la goffaggine che è propria di questi casi. Un volta aggiunse che le teorie che si basano sul carbonio quattordici erano tutte false, e l’età della terra non è quella che è indicata sui libri di paleontologia, ma rispetta esattamente quella calcolabile nella Bibbia. Prima di ripartire ci scambiammo qualche regalo di rito, un’edizione della Fantasia di Schubert per pianoforte a quattro mani da parte sua, ed un libro di Daniel Dennett, L’idea pericolosa di Darwin, da parte mia. Un libro utile per sconfiggere ogni dubbio a chi non vuol credere alla teoria della selezione naturale. Lei contrattaccò con una edizione della Bibbia in inglese.

Illustrazione di Cristiano Tassinari

di Leonardo Zunica


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di Gianluca Ganda Il dibattito sull’evoluzionismo, presente in questo numero di Transatlantico, ci ha fatto venire voglia di trasferire il discorso all’ambito sociale. Se nel titolo parafrasiamo Tolstoj è perché vogliamo porre la nostra attenzione sulla famiglia, come un organismo sociale in cui si può osservare un cambiamento del comportamento umano. Non tanto per esplorare la creatività dei sentimenti negativi, quanto per farci qualche ipotesi circa il modo in cui gli esseri umani cercano di coniugare la biologia e la ineludibile necessità di relazioni. Gli eventi sociali fanno dire ad alcuni che altri hanno assunto comportamenti contro natura e fuori legge, e la vita continua: ma come fa? C’è un’evoluzione o una involuzione? Qualcuno dirà, vabbè, però una volta sì che c’era la famiglia, tutti al loro posto, era chiaro e le cose funzionavano; guarda adesso! E oggi incontriamo nuclei coparentali, monoparentali, pluriparentali e omogenitoriali; ricomposti, ricostituiti, estesi e multiple. Almeno così li classificano gli esperti! Ci siamo chiesti, allora, cosa sia successo, nel tempo, a quella che par essere l’organizzazione sociale umana più longeva, la famiglia! L’argomento è profondo e complesso, potremmo per comodità studiare le famiglie felici, quelle che per Tolstoj si assomigliano; ma sembra che siano in vertiginoso calo se, come dicono le statistiche, nel 2008 il 24% degli omicidi si è consumato tra il talamo e il focolare. Proviamo dall’inizio: magari un po’ diversa da quella di oggi, ma sembra che la famiglia sia sempre esistita. C’è chi sostiene che già nell’età dal bronzo ci fossero gruppi di persone che vivevano insieme, legate non solo da parentele ma anche da scopi comuni, quali la sopravvivenza. Prima della civiltà ellenica sembra che nel Mediterraneo ci fossero città in cui al centro dell’organizzazione sociale stava la donna, per la sua capacità di generare, paragonata alla capacità della Terra di regalare i suoi frutti agli esseri umani (Eisler, The Calice and the Blade). Nella Roma precristiana la famiglia e la società erano molto gerarchizzate, e in senso maschile: ma anche le donne potevano divorziare, grazie alla dote che rimaneva loro, ed erano incoraggiate a risposarsi (Goody, La famiglia nella storia europea). È interessante che il diritto romano assegnasse alla volontà di un uomo la sua autodesignazione come padre, anche di un figlio adottivo; si diventava pater attraverso il gesto di alzare il bambino e la parola, il nomen, era trasmissione della gens. I romani erano piuttosto liberali nelle questioni legate alla sessualità, almeno sino all’avvento della religione Cristiana: con essa il figlio è legittimo se nasce all’interno del matrimonio, legittimato dalla Chiesa che legittima così anche la famiglia; e da quel momento si diviene genitor, la filiazione è biologica. Nel corso dei secoli la gerarchia e l’importanza della casta si è mantenuta. Foucault, ne La storia della sessualità assegna al “dispositivo familiare (quello basato su padre, madre e prole), […] il potere di servire da supporto alle grandi “manovre” per il controllo malthusiano della natalità, per le spinte popolazioniste, per la medicalizzazione del sesso e la psichiatrizzazione delle sue forme non genitali.” Secondo il nostro, un primo attacco alla famiglia e all’organizzazione sociale così intesa viene portato da Robert Francois Damiens, il quale attentò alla vita di Luigi XV: per quei tempi non riconoscere un re è come misconoscere la gerarchia naturale della vita. L’attentatore forse temeva proprio che questa gerarchia crollasse e che sempre più si sentisse l’influenza femminile nella gestione del potere (Roudinesco, La famiglia in disordine). Eventi analoghi alle circostanze di JFK? Nel XVIII° secolo la figura del Re è legittimata per diretta emanazione da Dio; nella famiglia c’è l’autorità del Padre, nel lavoro del padrone. Ma già nel secolo successivo si fa strada una nuova classe sociale che non rispetta la gerarchia: con la borghesia si modifica l’assetto sociale e si assiste ad un progressivo ridimensionamento dell’autorità paterna. Il terreno è fertile perché l’amore romantico, inventato per le epiche del tardo Medioevo, divenga un costume sociale. Con il romanticismo il matrimonio borghese richiede che ci sia una maggior corrispondenza affettiva. Nel contempo il crescente controllo della natalità genera una nuova creatura: l’infanzia! E la donna non è più colei che procrea, ma acquisita una sessualità propria e assume una propria specificità: l’uomo diviene un professional breadwinner, la donna una professional homemaker – peccato che costei nell’arco di un secolo diverrà una desperate housewife. Come dice Bloom (Shakespeare: l’invenzione dell’umano) “l’amore muore, oppure muoiono gli amanti”: così i Giulietta e Romeo di oggi, son vivi, ma lontani dal “vissero felici e contenti”: l’indissolubilità del vincolo matrimoniale è un ricordo (bello? brutto?), come il ruolo maschile e femminile non sono più così rigidamente differenziati. Sia nella società che nella famiglia l’organizzazione non è più così strettamente gerarchica e maschile. Ma l’aspetto più dirompente è che sessualità e procreazione sono ormai disgiunte. transatlantico16


È vero che ogni famiglia è infelice a modo suo? A conclusione di questa breve cronaca ci vengono le parole di Gould (Otto piccoli porcellini): “L’evoluzione è però la scienza della storia e della sua influenza”. Come possiamo rispondere agli appelli alla natura promossi da chi ritiene che ci sia un legame inscindibile tra il naturale e il normale? Per costoro è breve il passo che porta a ricercare nella natura leggi statistiche che divengono poi etiche: un comportamento sessuale è più naturale e normale di un altro e un modello di famiglia è più adeguato a rispondere alle esigenze dei suoi appartenenti. Queste considerazioni sembrano frutto di quel tentativo di traslare all’ambito sociale il discorso darwinista , travisandone i contenuti. Dal darwinismo sociale al determinismo socio-biologico di Spencer, per arrivare all’eugenetica di Galton. Le cose però sono differenti: le teorie moderne dell’evoluzione considerano l’influenza reciproca di patrimonio biologico e ambiente, per stabilire come un organismo riesce a risolvere i problemi che l’ambiente gli pone: l’organismo cambia, modificando le proprie funzioni, per contribuire a trasformare l’ambiente e creare così insieme ad esso una nicchia ecologica, cioè un modo di vivere in un particolare ambiente. Tra queste teorie il concetto di exattamento (Gould, Vrba) prevede che un carattere assuma nuove proprietà: le piume, la cui funzione primaria era la regolazione termica, divengono utili per il volo. Tutto ciò implica che il comportamento dell’uomo sia visto in interazione con l’ambiente e con la cultura. Con Pievani (Sotto il velo della normalità) ci sentiamo di dire che ciò che è definito come naturale è un’idea, una costruzione culturale, mutuata dalle idee sulla natura: che non è sempre una cosa rassicurante e non si diletta di costruzioni ingegneristiche finalizzate alla creazione di organismi ottimali. Come nella teoria evoluzionistica anche nello studio del comportamento umano bisogna distinguere la funzione dalla struttura: la prima, elemento discreto, c’è o non c’è, la seconda è solo una forma che permette di assolvere un compito. Una funzione può venir assolta in più modi, da più forme: l’accudimento e lo scambio affettivo possono esserci in molte tipologie relazionali, anche dai figli ai genitori. Lo stesso discorso si può traslare ai comportamenti di cura o, più semplicemente ancora, alla relazione: l’importante è che ci sia. La famiglia è la struttura umana che si è dimostrata più efficace per fornire connessioni, concordanze, dipendenze, legami e vincoli. Sappiamo che ne possono scaturire anche disagio e sofferenza. Ma tutte le relazioni, se viste in termini evolutivi di ridondanza, cioè di riproposizione di occasioni di incontro, possono venir lette come esplorazioni di possibilità in un mondo culturalmente -non naturalmente- definito, dove la famiglia è uno “spazio etico aperto” (Barbetta, Lo schizofrenico della famiglia). E gli umani hanno delle grandi competenze apprese nella storia, tali da renderci dei possibili bricoleur delle strutture relazionali. Così possiamo smettere di tenere in primo piano una struttura relazionale ritenuta “giusta” (la famiglia mononucleare), per esplorare come, indipendentemente da una struttura le relazioni possano far sentire visti i suoi membri con un loro riconoscimento reciproco.

Il signor Palomar, sulla spiaggia, cerca di isolare una singola onda, separarla

MN Palazzo TE / 2-5 settembre 09

VR

Sala Maffeiana / settembre 09

CR

Teatro Monteverdi / ottobre-novembre 09

BS

Auditorium San Barnaba / ottobre-novembre 09

dalle altre, ma non ci riesce. La parte finale di una è l’inizio dell’altra e le due onde si fondono insieme a una terza. È questo il fenomeno della ridondanza, il ritorno su se stesso di un processo, una replicazione che arriva al superfluo. Il genoma fa duplicati di sequenze, gli organismi hanno strutture ridondanti e gli esseri umani possiedono molti modi di comportarsi, a cui danno un senso con la

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cultura: ma i modelli culturali possono diventare un ostacolo?

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Prova, prova a pensare un po’ diverso niente da grandi dei fu fabbricato ma il creato s’è creato da sé cellule fibre energia e calore E’una dichiarazione di intenti esplicita come l’incipit di un trattato scientifico, resa appena meno tagliente dai modi sereni dell’enunciazione, dal timbro chiaro della voce di Francesco Di Giacomo e dall’ancor oggi sorprendente naturalezza dell’interpretazione. Sarà proprio questo il carattere di tutto il lavoro: nessuna concessione effettistica, quasi nessun ego-trip strumentale, ma solo un’acutissima dimostrazione dei molti modi possibili per avvicinare un tema anti-romantico come quello dell’evoluzionismo da angolazioni fresche ed inedite: il dinoccolato 3⁄4 deliziosamente jazzy de La Danza Dei Grandi Rettili, il tenero e controllato mélo di 750,000 Anni Fa...L’Amore?, fino a Ed Ora Io Domando Tempo Al Tempo, un italianissimo carosello finale dalle tinte addirittura felliniane. Come si diceva più sopra, ascoltata più di trentacinque anni dopo, la musica di Darwin sembra mantenere lo stesso naturale equilibrio di quando la si sentì le prime volte, così come accade per le produzioni migliori della fase classica del rock progressivo (1970-1973), una stagione che sembra esercitare un forte potere di fascinazione anche verso chi a quell’epoca non era ancora nato. Eppure, dietro l’apparente naturalezza di ogni forma di espressione dagli esiti felici e compiuti vi è

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DARWIN

Il primo approccio di chi scrive alla musica del Banco Del Mutuo Soccorso (B.M.S.) avvenne nel 1972 ad un concerto della band inglese Curved Air, in un momento particolare nel quale il nuovo rock proveniente dall’Inghilterra trovava in un paese come l’Italia attenzioni maggiori che in patria. Il B.M.S. stava presentando il proprio primo disco, un singolare oggetto a forma di salvadanaio che veniva già esposto dai negozianti con una certa regolarità. L’impressione lasciata in quell’occasione dalla band romana, presentatasi nel poco gratificante ruolo di gruppo-spalla, fu enorme e il pubblico del palazzetto dello sport di Reggio Emilia cercò in tutti modi di trattenerla sul palco. In meno di un anno il gruppo sarebbe divenuto uno dei due o tre live-act italiani più seguiti ed i suoi primi tre dischi si sarebbero imposti come veri e propri classici del rock progressivo europeo. Si tratta di Banco Del Mutuo Soccorso, Darwin (entrambi del 1972) e Io Sono Nato Libero (1973), lavori che affiancarono il Banco alla milanese Premiata Forneria Marconi in una diarchia che finì col trainare, fino all’arrivo dell’uragano Area, una miriade di interessanti gruppi di varia qualità, purtroppo spesso penalizzati da parti vocali mediocri e da testi di pessima fattura, più che da un eccessivo desiderio di imitare i modelli anglosassoni. A parte un cambio di chitarrista per il terzo disco (Rodolfo Maltese per Marcello Todaro), la formazione del gruppo restò immutata fino al 1978: Francesco Di Giacomo (voce), Vittorio e Gianni Nocenzi (tastiere), Renato D’Angelo (basso) e Pierluigi Calderoni (batteria). Darwin, a differenza del primo disco, caratterizzato da una suite “perfetta” come Il Giardino Del Mago e da composizioni dal forte carattere come Traccia, R.I.P. o il recitativo In Volo, e del terzo, trainato dal contagioso pop-prog di Non Mi Rompete, appare anche all’ascoltatore di oggi un prodotto rigoroso, perfino austero: un concept-album, forma molto cara all’estetica progressiva, insolitamente organizzato intorno ad una tesi scientifica piuttosto che intorno a qualche tipo di fiction narrativa. La tesi, quella evoluzionista, è presentata inequivocabilmente già nei primi a loro modo formidabili versi del movimento introduttivo, L’Evoluzione:

di Giorgio Signoretti una complessa rete di segni linguistici e di codici che conviene di tanto in tanto riportare a galla, alla ricerca di nessi nascosti, di eventi generativi, di correnti evolutive. Pur non essendo possibile esplorare tutto questo in uno spazio limitato come quello di un singolo articolo, è forse utile per chi legge fissare qui di seguito almeno alcuni dei caratteri specifici del nuovo rock europeo. Il fenomeno del rock progressivo (d’ora in poi: prog), la cui vicenda è collocabile tra la fine degli anni Sessanta e la metà degli anni Settanta, è un evento dagli aspetti sorprendentemente vitali e multiformi, per nulla riducibili ai pochi stereotipi che, cristallizzati nei decenni seguenti in una concrezione ossessivamente e liturgicamente ripetitiva, sono ritenuti non negoziabili dai vestali più intransigenti del neo-prog (con qualche dorata eccezione come quella degli italiani Moongarden). Raccogliendo fermenti pre-esistenti in un unico movimento relativamente omogeneo e, come tale, dotato di buona visibilità e di altrettanto buone potenzialità promozionali, il prog riesce a spostare parte dell’allora impetuoso fiume del rock al di fuori del suo naturale alveo, ovvero a trasformare una forma d’arte popolare (nell’accezione di pop, ma anche di folk delle nuove metropoli) in un’espressione dalle funzioni più vicine a quelle della musica colta, un po’ come già accaduto al jazz del secondo dopoguerra. Da qui l’etichetta art rock, usata con connotazioni non necessariamente positive dai diffidenti critici americani, inclini a pensare che il contributo del vecchio continente alla vicenda del rock potesse limitarsi allo spensierato beat della british invasion: Beatles, Stones e poco altro. A riprova della portata dei fermenti già presenti nel periodo di incubazione del prog, si provi ad analizzare la caleidoscopica stagione psichedelica del 1967, quella della summer of love di San Francisco, dell’elettrificazione della caccia all’eternità di La Monte Young, operata nella New York di Warhol dai Velvet Underground di Lou Reed e John Cale, quella dello sciamanesimo letterario e maudit di Jim Morrison e, oltre oceano, quella del primo

avventuroso Clapton, dei Pink Floyd di Syd Barrett (la cui eversione sonica poteva rimanere solo parzialmente en travesti, coperta da un rassicurante e neo-vittoriano gusto per l’eccentrico ed il bizzarro), dei patafisici Soft Machine di Robert Wyatt e David Allen. O più indietro ancora, tra 1965 e 1967, si provi a fare il conto di quante e quanto qualitative “aperture” avessero già portato i quattro autori davvero fondamentali del nuovo rock: il Bob Dylan visionario di Bringin’ It All Back Home, Highway 61 Revisited e Blonde On Blonde, il Jimi Hendrix di Axis: Bold As Love, il Frank Zappa della trilogia Freak Out! - Absolutely Free - Lumpy Gravy e l’artista collettivo Beatles, con quello che potrebbe essere considerato a tutti gli effetti il manifesto proto-prog: Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band. Per completezza resterebbe solo da individuare quel gusto per la dimensione “sinfonica” che caratterizza più di ogni altra connotazione stilistica (almeno nel senso comune) il suono del rock progressivo e che ha forse il compito di competere in quanto a forza d’urto con i suoni del cosiddetto hard-rock, anch’esso frutto della stagione psichedelica e anch’esso in piena salute creativa nella prima metà degli anni Settanta. Ecco allora Procol Harum, Moody Blues e Nice, gli stessi che, dopo i rispettivi dischi d’esordio del 1967, producono nel 1968 i primi tre lavori per i quali si può parlare di poetiche prog compiutamente definite ed espresse. I Procol Harum di Gary Brooker, Matthew Fisher e del paroliere Keith Reid (non meno centrale nelle produzioni della band di quanto lo sarà poi Pete Sinfield per i King Crimson), assai popolari per un paio di interessanti successi commerciali come A Whiter Shade of Pale e Homburg, decidono di mettere seriamente in gioco la fedeltà del proprio pubblico con un disco intitolato Shine On Brightly, contenente la suite In Held ‘Twas in I, lunga oltre 17 minuti e suddivisa in movimenti la cui musica, ma anche i cui titoli, come ad esempio Glimpses of Nirvana o ‘Twas Teatime at the Circus, anticipano nettamente alcune suggestioni care a sciami di prog band a venire. I Moody Blues, gruppo dai trascorsi beat o addirittura rhythm’n’blues, dopo


aver esordito in ambito pop con Days Of Future Passed, un non disprezzabile pastiche a tratti oleografico e descrittivista per il quale, e qui sta probabilmente il principale motivo di interesse, il gruppo è affiancato da un’orchestra sinfonica, producono In Search Of The Lost Chord, lavoro forse discontinuo ma molto interessante, caratterizzato, oltre che da alcune composizioni decisamente rilevanti, dall’introduzione del Mellotron, un campionatore ante litteram, la cui imperfetta imitazione di una grande sezione d’archi risulta da subito uno dei paesaggi timbrici favoriti dai tastieristi prog, luogo sonoro dell’anima paragonabile per potenza connotativa ed evocativa a ciò che rappresenta il pedale wah-wah per gran parte del rock post-hendrixiano. Infine i Nice di Keith Emerson fanno uscire Ars Longa Vita Brevis, contenente, tra le altre cose, vitalistiche incursioni nella Karelia Suite di Sibelius e nel Concerto Brandenburghese numero 3 di Bach. Dunque è forse possibile datare al 1968 la nascita del prog, germinazione più diretta di quanto normalmente si pensi di quella psichedelia che aveva già abbattuto i limiti formali e sostanziali della canzone, erodendo barriere stilistiche e automatismi esecutivi, espandendo, attraverso la pratica dell’improvvisazione, le durate dei singoli brani e allo stesso tempo le menti dei soggetti coinvolti nell’unificante esperienza di produzione sonora ed ascolto (resta da discutere quanto realmente determinante fosse in questo senso l’impiego di sostanze allucinogene per la definizione di percorsi così discosti dalle pratiche occidentali, ma uno sguardo non superficiale alle dinamiche psico-esecutive ad esempio della musica popolare da ballo del nostro meridione potrebbe contribuire a de-mitizzare almeno in parte la centralità delle droghe lisergiche nella definizione delle poetiche psichedeliche). Ma se il prog è, come si è detto, anche frutto della liberazione psichedelica, ne è anche in un certo senso la nemesi, avendo spostato sul binomio euro-colto virtuosismo compositivo - virtuosismo esecutivo il baricentro della musica ed avendo ridotto

l’improvvisazione a sapiente decorativismo, in un modo non dissimile da quanto accaduto in Europa nel tardobarocco. Se questo è vero, siamo allora di fronte anche ad un netto cambiamento nel senso della metafora sociale che ne consegue: da comunità di consapevoli improvvisatori-compositori-esecutori-ascoltatoridanzatori, organizzata su base non solo idealisticamente egualitaria, l’agorà psichedelica di un tempo, ricollocata nei due canali (molto spesso comunicanti) del prog e dello hard-rock, si suddivide, si specializza e, soprattutto, si gerarchizza: palchi sempre più grandi (e tecnocratici) segnano la invalicabile demarcazione architettonica tra soggetto produttore e soggetto fruitore, destinando a quest’ultimo il ruolo subalterno di adoratore-feticista (o al massimo di notaio-testimone) di una performance immacolata. Se si escludono poche felici eccezioni, come quella fornita dalla comune Gong, sopravvivenza psichedelica ed hippie in ambito prog, bisognerà ammettere che siamo di fronte ad un fenomeno dal senso almeno bivalente: progressista nella narrazione di sé e nel desiderio di ampliamento del ventaglio di materiali da trattare, ma sostanzialmente contro-riformatore nella effettiva riduzione delle “libertà psichedeliche” e nella rigida assegnazione dei ruoli: esattamente come quasi ogni forma dell’arte musicale occidentale colta dall’avvento del capitalismo in poi, se si escludono forse le esperienze minimaliste, da Erik Satie a John Cage. Progressismo contro-riformatore, dunque: un ossimoro inconfessabile, specie per una forma musicale nata nel 1968: non solo espansione della consapevolezza, dunque, ma anche ampliamento del limes di un’entità storicamente bulimica come l’Europa. E’ dunque forse in quanto indicato più sopra, più che nell’uso di strumenti inusuali per il rock (flauto, violino, intere sezioni orchestrali campionate o sintetizzate) o in altre caratteristiche strutturali della musica, che risiede la similitudine con la scintillante ma classista tradizione colta occidentale. La difficoltà da parte degli artisti prog, sia pure con qualche significativa eccezione, ad affrontare nei testi temi esplicitamente politici sarebbe così da ascrivere anche ad un inconscio autoallineamento alla condizione pre-novecentesca del musicista occidentale, oltre che nello sviluppo di quella poetica della favola e dell’altrove (per altro anch’essa romantica) che pervade appunto la maggior parte delle produzioni progressive. Agli occhi della ruvida e diretta working class del beat, in cerca di qualche riscatto sociale, la cerchia dei musicisti prog doveva apparire una sorta di borghesia, certo illuminata ma decisamente esclusiva, se non addirittura di aristocrazia dorata del rock, proveniente da studi classici e spesso ben collocata nelle major discografiche, sia pure in sotto-etichette “di indirizzo” come Deram (Decca), Neon (RCA), Vertigo (Philips) o Harvest (EMI). Accanto alle grandi case si muovono in realtà dinamiche etichette minori come Island, Charisma o Immediate, non tutte dedicate esclusivamente alla nuova musica, ma tutte in grado di identificarla con accurate strategie di marketing e una cura estrema per la veste grafica dei prodotti. Man mano che band come King Crimson, Genesis, Van Der Graaf Generator, Yes e Gentle Giant si ritagliano uno spazio definitivo nella storia del grande rock, si va definendo, grazie a copertine sempre più visionarie, un’estetica visiva non meno importante di quella sonora nel determinare l’ascesa del prog ad unica estetica rock possibile nell’Europa di quegli anni. Ogni genere che condivida o usi i canali distributivi del rock (come jazz e folk), ogni sottogenere stesso del rock (hard-rock, songwriters, sopravvivenze e sperimentazioni post-psichedeliche, “musica cosmica” tedesca, perfino certo rock-blues) si tinge di prog.

Artisti come Jethro Tull, la cui poetica già conteneva elementi prog, si spingono molto, troppo più avanti delle aspettative del proprio pubblico tradizionale (ad esempio col sofisticatissimo concept di A Passion Play). E altri estranei a quell’estetica, come ad esempio Led Zeppelin, inseriscono qualche isolata ma felice intuizione progressiva (come Stairway To Heaven) in dischi la cui presentazione grafica è comunque esplicitamente prog (Led Zeppelin IV o Houses Of The Holy). Proprio quando l’Europa sembra definitivamente conquistata, accade, tra 1975 e 1978, un cataclisma paragonabile a quello che, alla fine del Cretaceo, mette fine al dominio dei grandi rettili a sangue freddo. Nella narrazione corrente, la scomparsa dei dinosauri del prog viene attribuita alla maggiore dinamicità di nuove-vecchie forme espressive come quella del punk, sostanziale ritorno all’elementare semplicità del Rock’n’Roll degli anni cinquanta, più adatte ad intercettare l’insofferenza delle nuove generazioni (i born in the fifties) a qualsiasi forma di impegno, da quello estetico a quello politico. Tutto vero. Ma con un piccolo sforzo supplementare, l’analisi potrebbe diventare ancor più soddisfacente: il punk dei Sex Pistols, nelle fosforescenti e fantastiche acconciature, nel gusto per una messa in scena teatralmente grand-guignolesca, nel suo intimo tendere ad art rock estremo e barocco (almeno nelle intenzioni del maître à penser Malcolm McLaren, anche se non in quelle di Syd Vicious, di fatto uno strumento, né più né meno del suo basso Fender), è solo in parte una negazione delle logiche prog. Il vero meteorite che segna l’apparente fine di ogni aspirazione a produrre un rock d’arte sarà invece l’affermazione della filosofia dance, nelle sue varie forme (dalla disco originaria alla ballabile new wave dei modaioli anni ottanta, fino alla galassia techno). Saturday Night Fever è un film a suo modo politico quanto e più de La Corazzata Potëmkin: l’Europa da bere è pronta e l’Italia non fa eccezione. Le piazze frementi di aspettative si dissolvono nel cosiddetto riflusso, in un privato iper-parcellizzato, caratterizzato da comportamenti consumisticamente ossessivi, orientabili da nuovi tipi di padroni e dai loro invasivi mezzi di comunicazione, non più venditori di beni materiali, ma pusher di esperienze catodiche e di mitologie, anche musicali, pre-confezionate e cheap. Per capire meglio, si dovrebbe forse, oltre a rileggere Pasolini, ripassare il concetto di “impolitico” ne La Psicologia Di Massa Del Fascismo di Wilhelm Reich, oppure sfogliare Dancing Days, il recente lavoro di Paolo Morando sui burattinai del ritorno al privato nell’Italia dei secondi anni settanta. La parabola del Banco, dal canto suo, appare anch’essa brutalmente chiarificatrice: dalla pregnante e profonda complessità di Darwin ad un patetico tentativo di pop televisivamente spendibile negli anni Ottanta dei nuovi e più attrezzati predatori dello schermo, nati con la televisione e per la televisione. Sottotraccia, tuttavia, e quasi sempre lontano dalle televisioni, lo spirito prog continua a fluire vitale, sia pur disperso in mille insospettabili rivoli: dalla New York di John Zorn al neolied di Antony and The Johnson e poi su, fino all’Islanda di Bjork. La lotta, come sempre, continua. E Charles Darwin potrebbe sorridere divertito.

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L’impertinenza di chi si gratta

di Paolo Vanini

In confidenza con i calendari, oltre che con Dio, il vescovo James Ussher calcolò con precisione l’istante preciso della creazione: il 22 ottobre del 4004 p.e.V. (per i meno profani, a.C.). Senza pensare al fatto che è difficile parlare di tramonti quando ancora la luce non era stata separata dalle tenebre, questa datazione presenta un dubbio ancor più forte: il dubbio della morte. In effetti qui la saggezza di Epicuro non trova posto: se prima di venire al mondo ci siamo lasciati alle spalle solo sei mila anni, quando ce ne andremo quello che perderemo è sicuramente maggiore di quello che abbiamo già perso. E dalla sperequazione tra passato e futuro, la creazione conduce dritto all’immortalità dell’anima, segno che l’uomo, per elezione, ha dato scacco matto alla materia. Nel 1859 Darwin pubblicava “L’origine della specie”. Il passato sembrò allora farsi valere in tutta la sua portata, che non è soltanto l’esser ragion necessaria del futuro, ma è anche condividere col futuro un altro aspetto: l’imprevedibilità. Tra le mille varianti possibili, perché siamo esseri in mutazione, rimane quella più adatta all’ambiente. Sopravvive il più forte, quello a cui è capitata la deviazione di percorso migliore, perché se il tragitto non è una mappa già disegnata, ad ogni svolta le coordinate cambiano e va avanti soltanto chi non si perde. A questo punto il presente non è altro che una dissonanza rispetto al passato. Ma se il passato di ogni passato, che è anche futuro e presente, è Dio, la dissonanza ha qualcosa di inascoltabile, la cacofonica blasfemia del rumore. Nel dibattito che ha impegnato la progenie umana - quella fatta a immagine e somiglianza di Dio ma che si gratta il sedere come gli scimpanzé - nelle ultime centocinquanta primavere, è soprattutto il grattarsi il sedere a suscitare contrasti, essenzialmente perché se anche gli scimpanzé che si grattano il sedere hanno il novantotto per cento del codice genetico in comune con quelli che assomigliano all’Onnipotente, forse vuol dire che l’Onnipotente non è così onnipotente perché anche lui potrebbe grattarsi il sedere. E se anche Dio soffre di prurito, immaginarsi quelli che parlano in suo nome. E così, oggi che la teoria evoluzionistica è scientificamente considerata valida, la dicotomia evoluzione/creazione non è più soltanto una questione di legittimazione scientifica, proprio perché

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quest’ultima spinge troppo in direzione delle scimmie. Se ne fa una faccenda etica nella quale si sostiene che in realtà l’universo può tranquillamente essere un qualcosa in evoluzione, solo che questa evoluzione trova la sua causa in quel qualcosa che, a differenza dell’evoluzione, è da sempre già realizzato, ovvero Dio. Chi in nome di Darwin nega Dio, in realtà non è un evoluzionista, bensì un materialista che promuove un mondo in cui la moralità cede alla forza del più adatto. Bisognerebbe far notare che la cosa veramente dissonante del materialismo non è di certo che il mondo venga ridotto a una lotta per la sopravvivenza tra attori fatti soltanto di polvere nella quale a vincere è il più forte. Il problema è che il più forte è semplicemente il più forte, nulla più. Nel bellico universo evoluzionistico non c’è posto per la guerra giusta. Il Bene e il Male non sono attori nella combinazione genetica. Ma quello senza Bene e Male è un ambiente inadatto alla sopravvivenza di Dio: ecco a voi l’immoralità del materialismo. Una volta Napoleone chiese a Laplace: “Voi avete scritto questo enorme libro sul sistema del mondo senza menzionare neanche una volta l’autore dell’universo”. In risposta il matematico disse: “Signore, non avevo bisogno di quell’ipotesi”. Più tardi Lagrange commentò: “Peccato, era un’ottima ipotesi. Spiega così tante cose...” È che l’evoluzione, come ogni altra teoria scientifica, non ha la pretesa di spiegare tutto. È una risposta precisa a una domanda precisa, con la consapevolezza di cui siamo debitori al metodo sperimentale che non tutte le domande sono legittime, e che non a tutte le domande legittime è possibile dare risposta, parafrasando un passaggio di Odifreddi. L’evoluzione non ci consacra al paradiso, ma neppure ci condanna all’inferno, e di certo non ha la pretesa di dirci quale sia lo scopo della nostra esistenza. Con un pizzico di blasfemia, forse, ci ricorda che se è divino derivare da una mela indigesta, in fondo non è così idiota essere consanguinei di mangiatori di banane. Senza dimenticarci, come ci ricorda Darwin, che la femmina non sceglie il maschio più attraente, ma il meno repellente.


Con “Darwin” (Quodlibet edizioni 2009) Luigi Trucillo ha vinto il Premio Napoli per la poesia 2009

«L’idea base che personalmente mi ha affascinato in Darwin, e che mi guida da sempre, è quella della metamorfosi... La metamorfosi come elemento fraterno: non è questa un’idea bellissima, vicina in qualche misura al fondamento della poesia?»

Il canto Quest’anno i cespugli di ribes hanno una trasparenza più rosata nel sole di settembre. La casa risuona dei giochi dei bambini come una nube sonora che filtra nelle vene della mano mentre scrive come un impercettibile segreto, un soffio leggerissimo che muove i fatti contro il pregiudizio cercando un’osservazione più innocente. Ma alla mia età protendersi è difficile... Ogni stagione ha le sue risorse, penso ascoltando il battito violento della magnolia rossa contro il soffitto. In lotta con me stesso mi alzo di scatto, e nella gabbia il canarino, se pure è misurabile come un punto nel tempo che cerca il proprio spazio, canta alla sua immagine riflessa nella scheggia di uno specchio, non si sa bene se verso un proprio amore o in una gara di trillo contro il rivale più testardo. Da così all’interno il canto sarà un’eredità o un istinto? Inspiegabile anche ciò che comincia qui e ora a sua insaputa trova il proprio posto in ciò che si irradia frullando da un equivoco.

Poesie

di Luigi Trucillo

Nei mari del sud Accanto all’oceano le specie dimenticano in fretta i propri ricordi. La salsedine stacca chele e membrane come se fossero sogni, unghie agitate dal fantasma di un sauro. Il sole batte, ma l’onda è un mattino o una notte allungata da un ritmo che mugghia i suoi inganni? Il mio sguardo è spaccato da strane libellule come se fossero nomi, suoni sciamanti dall’acqua che mi fermano il sangue: può la scienza essere aperta fin dove la mente finisce e poi aprirsi ancora nel lampo, nella ventosa purpurea in cui la visione si accelera pulsando in una scia di vapore? Di nuovo accade tutto così all’improvviso da essere lento. La sabbia spazzata dal vento mi acceca, mi penetra. Stanotte ero estraneo e oggi non potrò più diventare un uomo irrimediabilmente lontano.

d a r w i n

Trasmutazione Arcano come il tuo ultimo istante, quello in cui s’impiglia l’origine nella pala scarlatta del mulino, il giardiniere separa la pianta che desidera devii dal bosco con le sue cesoie di cenere, la brace incandescente delle lame che apre tutte le siepi chiuse, mentre bisbiglia parole come: emigrano, scompaiono, trasmutano per parlare della solitudine. Solo i pochi isolati anticipano il cambiamento, quella lava estenuata che dorme in ogni stanza e si allontana dalla terra popolata dai molti per elencare a memoria la luce. I pochi isolati per te, per me, e per tutti quelli che fendono la stella del bisogno col corpo tagliente della gioventù, l’unico che impari la materia diversa. Com’è lontano il ritorno, pensi allontanandoti straniero dagli schemi che ronzano la quiete dell’adattamento, e hai quasi un attimo. Devotamente aspettiamo come insetti che scoppi ogni bolla sull’acqua oscura, e intanto ascoltiamo spostandoci in avanti più veloci dei nostri confini lo stormo delle fenici che bruciano.

La morte di Anne Ruotando attorno a un buco nero le cose appaiono carponi, ancora insanguinate dal viaggio. L’hai vista morire tappandoti le orecchie, perché i bambini si strappano in silenzio, ma il seme oscuro già ti contorceva. L’idea della vita che nasce dal colpo inferto da una morte? Imperscrutabile è la prova. Come scienziati noi non crediamo al sacrificio rituale, se non da ostaggi. Vivendo siamo costretti ad accettare i più sinistri doni, ci nutriamo di perdite. Ma l’urto non ha parole.

A tre dita dai miei occhiali La specie si muove sul mio libro e io non ho paura. È un verme? O un uomo che avanza sott’acqua? Mentre nessuno vede piangerò con gli occhi fissi su quella trepida catena pensando alle foglie che tremano sempre anche quando nessuno le muove, illimitate quanto intime vagano altrove. Diceva Zenone di Elea che: “Ciò che è in movimento non è né nello spazio in cui è, né nello spazio in cui non è”. Questi Greci, sempre pronti a danzare nel vuoto.

Il cirripede

Darwin studiò per otto anni il cirripede al

microscopio, questa patella Nulla è mai stato detto che si attacca alla carena che non sarà diverso,a sulla superficie del vetrino delle navi e alle boe... ogni albero genealogico diventa uno schedario di trasgressioni serbate sotto spirito. Nel mollusco che cela una larva da crostaceo restando ermafrodita la costola di Adamo ed Eva è un maritino nascosto in una tasca a complemento del proprio organo indeciso. Come un pret-a porter gradualmente il sesso si esprime nella scoperta di se stesso, staccandosi dall’illusione regressiva che la norma degli antenati sia tutta di un pezzo.

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Sul tempo musicale di Gilles Deleuze

Nel 1978 Gilles Deleuze, venne invitato da Pierre Boulez, insieme a Roland Barthes e Michel Foucault, per tenere una conferenza sul tempo musicale, presso l’IRCAM. Vorrei fare un primo accenno sul metodo impiegato. Pierre Boulez ha scelto cinque opere: le relazioni che intercorrono fra queste opere non sono relazioni di influenza, dipendenza o di filiazione, nemmeno di progressione o di evoluzione da un opera all’altra; ci sarebbero piuttosto relazioni virtuali fra queste opere che si liberano nel momento del loro confronto. E quando si confrontano queste opere tra di loro, in una sorta di ciclo, emerge uno specifico profilo di tempo musicale X. Non si tratta quindi d’un metodo d’astrazione che porterebbe verso un concetto generale del tempo in musica. Boulez evidentemente avrebbe potuto scegliere un altro ciclo: per esempio un opera di Bartòk, una di Stravinsky, una di Varèse, una di Berio ecc. Si sarebbe liberato un altro profilo particolare di tempo o un profilo particolare di una variabile altra dal tempo. Allora si potrebbero sovrapporre tutti questi profili, farne mappe verosimili di variazioni, che seguirebbero di volta in volta le singolarità musicali, al posto di estrarre una generalità sulla base di quelli che noi chiamiamo esempi. Se questo metodo concerne la musica, può anche essere applicato a mille altre cose. Nel caso preciso del ciclo scelto da Boulez, quello che si vede e si ascolta, è un tempo non pulsato che si libera dal tempo pulsato. Il primo brano (Ligeti) mostra questa liberazione (dégagement), attraverso un gioco molto preciso di spostamenti fisici. Il secondo, il terzo e il quarto brano mostrano ognuno un differente aspetto di questo tempo non pulsato, senza pretendere di esaurirne tutti gli aspetti possibili. L’ultimo pezzo (Carter), mostra come il tempo non– pulsato possa ridare una pulsazione variabile di nuovo tipo. Ebbene, la questione sarebbe conoscere in che cosa consiste questo tempo non-pulsato, questo tempo fluido, o come lo chiamava Proust “un po’ di tempo allo stato puro”. Il primo caso, il più evidente di questo tempo, è che esso sia una durata, cioè un tempo liberato dalla misura, sia essa regolare o irregolare, semplice o complessa. Un tempo non pulsato ci mette di fronte alla presenza di una molteplicità di durate, eterocroniche, qualitative, non-coincidenti, nontransatlantico22

comunicanti: non si marcia a tempo, così come non si nuota e non si vola a tempo. Il problema è allora come queste durate si possono articolare, poiché ci siamo privati dall’inizio della soluzione più generale e classica che consiste nell’affidare allo spirito (Esprit) il compito di imporre un misura comune, una cadenza metrica a tutte le durate vitali. Nel momento in cui non possiamo più far ricorso a questa soluzione omogenea, è necessario ricorrere ad una articolazione interna tra questi ritmi o durate. Lasciandoci andare in tutto un altro campo, penso che attualmente, quando i biologi parlano di ritmi, ritrovano questioni analoghe. Essi hanno rinunciato a credere, perfino loro, che ritmi eterogenei si possano articolare entrando nel dominio di una forma unificante. Quando essi studiano i ritmi vitali di periodi di 24 ore, rinunciano ad articolarli seguendo una misura comune, anche se complessa, o una sequenza di processi. In realtà cercano la soluzione da un’altra parte, ad un livello sub-vitale, infra-vitale, invocando quella che essi chiamano una popolazione di oscillatori molecolari (population d’oscillateurs molèculaires), capaci di attraversare sistemi eterogenei, molecole oscillanti accoppiate fra di loro, che assicurano una comunicazione di ritmi, o una transritmicità (transythmicité). Non è per semplice metafora che si può parlare di una scoperta simile in musica: molecole sonore, piuttosto che note o toni puri; molecole sonore accoppiate capaci di attraversare strati di ritmicità, strati di durate in realtà eterogenei. Ecco la prima definizione di un tempo non pulsato. Tutto un intero divenire molecolare della musica, che non è solamente legato alla musica elettronica, sarà reso possibile, sebbene gli stessi tipi di elementi correranno attraverso sistemi eterogenei. La scoperta delle molecole sonore, al posto delle pure note e altezze è molto importante in musica, e si fa in modo molto chiaro, seguendo di volta in volta ogni comportamento. Per esempio i ritmi non retrogradabili di Messiaen. In breve, un tempo non pulsato è un tempo fatto di durate eterogenee, le cui relazioni posano su una popolazione molecolare e non più su una struttura metrica unificante. E poi vi è un secondo aspetto di questo tempo non-pulsato, che concerne questa volta la relazione tra tempo e l’individuazione. Generalmente una individuazione si fa in funzione di due coordinate, quella d’una forma e quella d’un soggetto. L’individuazione classica è quella, di un qualcuno o di un qualche cosa, provvisto di una forma. Ma noi sappiamo che tutti noi viviamo in altri tipi di individuazione dove non c’è più né forma né soggetto: è l’individuazione di un paesaggio, oppure di un giorno, o di un ora del giorno, di un evento. Mezzogiorno-mezzanotte, mezzanotte come ora del crimine, quelle terribili cinque del pomeriggio, il vento, il mare, le energie sono individuazioni di questo tipo. È evidente che l’individuazione musicale, per esempio l’individuazione di una frase, ha molto più a che fare con il secondo tipo, che con il primo. L’individuazione in musica solleverebbe problemi tanto complessi quanto quelli del tempo ed in relazione al tempo. Ma giustamente, queste individuazioni paradossali non si fanno né per specificazioni della forma e nemmeno dall’assegnamento di un soggetto, sono esse stesse ambigue perché sono capaci di due livelli di audizione o di comprensione. Vi è un certo di tipo di ascolto caratteristico di qualcuno che è emozionato da un brano musicale, e che consiste nel fare associazioni: per esempio, si fa come Swann, si associano le piccole frasi della Sonata di Vinteuil con il Bois de Boulogne; oppure si associano gruppi di suoni e gruppi di colori, fino a quando intervengono dei fenomeni di sinestesia; oppure si può associare anche un motivo con un personaggio, come accade al


primo ascolto di Wagner. E sarebbe un torto dire che questo livello di ascolto è grottesco, tutti ne abbiamo bisogno, incluso Swann, incluso il compositore Vinteuil. Ma ad un livello più teso, non succede più che il suono sia legato al paesaggio, ma la musica sviluppa un paesaggio sonoro che è interiore ad essa: è Liszt che ha imposto questa idea di paesaggio sonoro, con una ambiguità tale che non sappiamo se il suono rinvii ad un paesaggio associato o se, al contrario, un paesaggio sia così interiorizzato nel suono, da non esistere se non in lui. Si dovrebbe parlare anche di un’altra nozione, quella del colore: si potrebbe considerare il rapporto suono-colore come semplice associazione, o una sinestesia, ma anche considerare che le durate o i ritmi siano essi stessi colori, dei colori propriamente sonori che si sovrappongono ai colori visibili, e che non abbiano gli stessi criteri ne gli stessi passaggi (passages) dei colori visibili. Si dovrebbe parlare anche di una terza nozione, quella del personaggio: si possono considerare nell’opera certi motivi associati ad un personaggio, ma Boulez ha mostrato chiaramente come i motivi in Wagner non siano solo associati ad un personaggio esteriore, ma si trasformino, e abbiano un vita autonoma in un tempo fluttuante non-pulsato, nel quale essi stessi diventano personaggi interni. Queste tre nozioni molto differenti, quella del paesaggio sonoro, dei colori udibili, e di personaggi ritmici, sono per noi esempi di individuazione, del processo di individuazione che appartiene al tempo fluttuante, fatto di durate eterocroniche e oscillazioni molecolari. Infine, ci sarebbe una terza caratteristica. Il tempo non-pulsato non è solo un tempo liberato dalla misura, cioè una durata, non solo una nuova procedura di individuazione liberata dal tema e dal soggetto, ma alla fine la nascita di un materiale liberato dalla forma. In una certa maniera, la musica classica europea potrebbe definirsi nel rapporto di un materiale uditivo grezzo e di una forma sonora che selezionerebbe, preleverebbe da questo materiale. Questo implicherebbe una certa gerarchia materia-vita-spirito (matière-vieesprit), che andrebbe dal più semplice al più complesso, e qui assicurerebbe la dominazione di una cadenza metrica come l’omogeneizzazione delle durate ed una certa equivalenza delle parti dello spazio sonoro. Ciò a cui si assiste, al contrario, nella musica attuale, è la nascita di un materiale sonoro che non è affatto una materia semplice o indifferenziata, ma un materiale molto elaborato, molto complesso; e questo materiale non sarà più subordinato ad una forma sonora, poiché non ce ne sarà più bisogno: sarà incaricato, per suo conto, di rendere sonore e udibili delle forze che altrimenti non lo sarebbero. Alla coppia materiale grezzo/forme sonore, si sostituisce un altro accoppiamento, materiale sonoro elaborato/forze impercettibili, che il materiale va a rendere udibili, percepibili. Forse uno dei casi più stupefacenti potrebbe essere il Dialogo del vento e del mare di Debussy. Nel ciclo proposto da Boulez, saranno il brano numero 2, Mode de valeurs et d’intensitè, e il brano numero 4, Eclat.

musica atonale o seriale: un musicista fa di ogni cosa un materiale, e già la musica classica, sotto la coppia materia/forma sonora complessa, faceva passare il gioco ad un’altra coppia, materiale sonoro elaborato/forze non sonore. Non vi è un cesura ma piuttosto un ribollimento: nel momento in cui, alla fine del XIX secolo, si sono fatti dei tentativi di cromatismo generalizzato, di cromatismo liberato dal temperamento (...) la musica ha reso sempre più udibili ciò che vi lavorava da molto tempo, forze non sonore come il Tempo, l’organizzazione del tempo, le intensità silenziose, i ritmi di tutta la natura. Ed è stato là che i non-musicisti poterono, malgrado la loro incompetenza, incontrarsi più comodamente con i musicisti. La musica non è solamente un affare da musicisti, nella misura in cui rende sonore delle forze che non lo sono, e che possono essere più o meno rivoluzionarie, più o meno conformiste, come per esempio l’organizzazione del tempo. In tutti i campi, noi abbiamo finito di credere ad una gerarchia che vada dal semplice al complesso, seguendo una scala materia-vita-spirito. Può essere al contrario che la materia sia più complessa della vita, e che la vita sia una semplificazione della materia. Può essere che i ritmi e che le durate vitali non siano organizzate e misurate da una forma spirituale ma tengano le loro articolazioni interne, dai processi molecolari che le attraversano. Anche in filosofia abbiamo abbandonato la coppia tradizionale di una materia pensabile indifferenziata, e di forme di pensiero come le categorie o i grandi concetti. Noi proviamo a lavorare con dei materiali di pensiero molto elaborati, per rendere pensabili delle forze che non sono pensabili da loro stesse. E’ la stessa storia che riguarda la musica, quando essa elabora un materiale sonoro per rendere udibili del forze che non lo sono in loro stesse. In musica non si tratta più di un orecchio assoluto, ma di un orecchio impossibile che si può posare su qualcuno, sovvenire brevemente a qualcuno. In filosofia, non si tratta più di un pensiero assoluto tale quello che la filosofia classica ha voluto incarnare, ma di un pensiero impossibile, cioè l’elaborazione di un materiale che rende pensabile delle forze che non lo sono.

(traduzione di Leonardo Zunica)

Un materiale sonoro molto complesso è incaricato di rendere apprezzabile e percepibile delle forze di altra natura, durata, tempo, intensità, silenzi, che non sono esse stesse sonore. Il suono non è che un mezzo per catturare un’altra cosa: la musica non ha più il suono per unità. Non si può fissare una cesura, in questo sguardo tra musica classica e musica moderna, e soprattutto con la transatlantico23


Signor von Foerster, perchè i computer sono musicali? di Peter Bexte

Peter Bexte: Lei è biologo e teorico dei sistemi, ma i risultati delle sue ricerche vengono collegati direttamente anche alla musica, ad esempio da John Cage. Questo la sorprende? Heinz von Foerster: Assolutamente no! John Cage ed io siamo buoni amici. Ci divertiamo enormemente insieme! Cage era arrivato all’università dell’Illinois, dove io tenevo il laboratorio di Biological Computer. Voleva fare col mio amico e collega Lejaren Hiller un po’ di musica a computer, e ci siamo divertiti parecchio insieme! Cage aveva questo “pianoforte preparato”, dove aveva messo dentro carta ed altre mille cose per modificarne il suono. E tutti ci siamo detti: “Cosa ci mettiamo dentro ancora? Cosa si può fare ancora? Come possiamo ampliarlo? Possiamo suonare due pianoforti con uno solo? Perché non costruire un collegamento elettronico? Se per esempio qui ci fossero dei magneti come in una chitarra elettrica, allora si potrebbe attaccare un altro piano ecc. P.B. C’è quindi, oltre a un’amicizia privata, un legame interno tra la sua ricerca e la musica? H.v.F. Naturalmente, è tutto legato! Guardi, nel 1960 venne organizzata a Chicago una conferenza con tema “Sistemi autoorganizzati”. In quel periodo anche nel mio laboratorio stavamo lavorando all’idea dell’auto-organizzazione dei sistemi ed ovviamente eravamo tutti invitati a Chicago. Lì ho presentato per la prima volta il “principio dell’ordine dal rumore” (order from noise principle). Vennero effettuati diversi esperimenti a riguardo, ne descriverò uno: si prendono dei piccoli cubi, parzialmente magnetizzati, ma che per il peso riescono ancora galleggiare. Si mettono quindi in acqua e si comincia a scuotere un po’ il tutto. All’inizio i cubi vanno alla deriva tutt’intorno, ma poi improvvisamente cominciano a combinarsi e a formare cristalli bellissimi. Il fatto che creino bastoncini lunghi e sottili o formino dei mucchi dipende chiaramente dalla magnetizzazione. La struttura corrispondente è interna, ma viene resa manifesta soltanto attraverso il “rumore”, che in questo caso è rappresentato dallo scuotimento. Order from noise è un principio di manifestazione. L’abbiamo rappresentato esattamente in matematica. La cosa ricorda un po’ il Demone di Maxwell, anche lui è uno di quelli che crea ordine con il “rumore”. P.B. E questo che cos’ha a che fare con la musica? H.v.F. John Cage compone proprio così, getta diverse cose disordinatamente, come i dadi, e all’improvviso compare una partitura. transatlantico24

P.B. Quindi in un laboratorio di computer ha, per così dire, creato musica scientifica? H.v.F. Per rispondere racconterò di Gordon Pask. Venne da Vaudeville direttamente nel mio laboratorio. Gordon Pask è un vero genio, un ragazzo incredibile! Arrivava dal teatro e aveva inventato la Music-Color-Machine che più tardi avrebbero utilizzato tutti i jazzisti. Andava in giro con questa macchina, entrando in hotel e ristoranti. Funzionava così: quando suonava un’orchestrina, la Music-Color-Machine riportava i colori dei suoni in colori ottici e proiettava sulle pareti immagini suggestive; per questo la musica diveniva sempre più dinamica, la gente ballava sempre di più, finché arrivava la polizia e arrestava Gordon Pask. Capitava sempre così, fino a quando sua moglie disse: “Non voglio più farmi arrestare! Devi farti venire in mente qualcos’altro!”. Così ha pensato che questa macchina in realtà è una macchinaapprendista (Lernmaschine), perché apprende dalla musica e in questo forma una sorta di auto-organizzazione. Ho conosciuto Gordon Pask in questo momento delle sue riflessioni, era il 1958. L’ho invitato immediatamente nel mio laboratorio e lì abbiamo lavorato sull’autoorganizzazione. P.B. In ogni caso non nutre soltanto un interesse scientifico verso questo principio, ma anche un piacere estetico? H.v.F. Ovviamente, sono pur sempre uno dei pionieri della musica coi computer! In molti casi non si comprano già più i dischi, bensì un programma che generi qualcosa di musicale. Esistono, ad esempio, programmi che dipendono dal valore iniziale. Posso comprarmene uno e dire: “Che musica ascolto oggi? Non ho idee! Cominciamo con “tuu”. I computer fanno sempre “tuu” e “boooh” e “crrrt”. A seconda di quello con cui abbiamo iniziato, ascoltiamo sempre musica nuova e viviamo / sentiamo forse qualcosa di sorprendente, senza che sia caos! Perché c’è comunque un algoritmo dietro, un algoritmo assolutamente non banale. È tutto definito sinteticamente, solo che non è più risolvibile in modo analitico. P.B. Ma perché allora questi calcolatori sono così invidiabili musicalmente? Perché funzionano così bene? H.v.F. Perché la matematica è musica per lo spirito, e la musica è matematica per la mente; così disse qualcuno. Da quando Pitagora ha compreso gli intervalli nei valori numerici, si è avuta una chiara tendenza nella musica occidentale che si può definire o riduzione di

ridondanza, o crescita continua di complessità. La scala di dodici toni di Schönberg rientra in questa tendenza. Ma al posto dei suoi dodici toni, per esempio, se ne potrebbero prendere anche diciotto, e con ciò aumentare enormemente le possibilità delle combinazioni. Proprio a questo punto, quando la complessità del fenomeno minaccia di sovrastarci, entrano in gioco i computer. P.B. L’ascoltatore ideale sarebbe quindi un secondo computer che possa ancora seguire il primo. Non ne consegue che prima o poi i computer faranno musica a vicenda tra loro mentre noi staremo accanto a guardare come loro si divertono? H.v.F. Questo è davvero uno spasso. In molti casi il divertimento consiste proprio nel non riuscire più a capire cosa sta succedendo. P.B. Lei, come teorico della percezione, saprebbe fornire un criterio per distinguere ciò che è musica e ciò che è rumore? H.v.F. Non lo si può distinguere dal punto di vista della teoria della percezione, ma solo metafisicamente. Bisogna prendere una decisione, cominciare a integrarla, ad ascoltare, a chiedersi: “Questo lo capisco?”. Dal punto di vista della teoria della percezione non c’è un criterio per questo. Prenda Richard Wagner! Quando suonarono il preludio a I Maestri Cantori per la prima volta a Vienna, i musicisti si alzarono dicendo: “Non vogliamo più suonare questo rumore, questo baccano! Ci rifiutiamo! Questa non è musica, questo è rock ‘n roll, ce ne andiamo!”. E così venne rappresentato per la prima volta a Dresda. P.B. Il New York Times ha reagito in maniera simile alla sua conferenza del 1966 su Musica al computer: in primo luogo era chiasso, inoltre i musicisti erano simulati. Come commenta a riguardo? H.v.F. Un computer non simula un uomo, figuriamoci un musicista. La parola “simulazione” viene spesso fraintesa. Per esempio si dice che la leva simuli il braccio, a cui risponderei volentieri: “Ah, intende che il braccio sia una simulazione della leva!”. Se soltanto si pensasse a quante diverse funzioni svolge il braccio, e che oltre a tutto ciò è anche una leva svantaggiosa che dalla parte più corta tira, e muove quella più lunga. Nelle leve che utilizziamo noi è esattamente al contrario. Dunque è tutto alla rovescia. L’intelligenza artificiale non simula il cervello umano perché nessuno sa come funziona. Come si può voler simulare qualcosa che non si conosce? Ma naturalmente neurologi e psichiatri hanno


subito adottato il linguaggio dei computer e parlato di digitale ed analogico nel sistema nervoso. Ricordo ancora bene come un giorno John von Neumann sia andato su tutte le furie per questo. Era una persona di grande temperamento, al tempo sedevamo in un gruppo di lavoro di cibernetica molto misto, a cui partecipavano anche alcuni antropologi come Margaret Mead ecc. Un bel giorno quindi, battendo col pugno sul tavolo, salta su John von Neumann: “Allora per favore, vogliate fare differenza tra due concetti fondamentalmente diversi: uno è digitale/analogico, l’altro è continuo/discreto. Vi prego di non scambiare queste due concetti, altrimenti ci confondiamo e alla fine crediamo di avere un calcolatore in testa”. P.B. Cos’abbiamo allora in testa? H.v.F. Il cervello. Si può senz’altro dire che lì vi venga calcolato qualcosa, la metafora del calcolo la ammetterei pienamente. Ma non appena dico che nella mia testa c’è un calcolatore compio due cose diverse: prima mi riferisco a qualcosa che conosco, cioè il calcolatore , in secondo luogo la proietto metaforicamente su qualcosa a me sconosciuto, cioè il mio cervello. P.B. Che ruolo hanno avuto per lei i lavori sulla filosofia del linguaggio di suo zio Ludwig Wittgenstein? H.v.F. Assolutamente determinante. Lo zio Ludwig, l’ho conosciuto quando ero ancora un bambino; a Vienna non abitava molto lontano da noi, quindi ogni tanto andavamo là. Ci si vestiva bene e si beveva un’ottima cioccolata

calda. Una volta mi ha chiesto: “Dimmi Heinz, cosa vorresti fare da grande?”. Al tempo avevo sette anni e ho risposto: “Vorrei fare lo studioso di scienze naturali”. “Allora dovrai sapere molte cose”. E io ho detto: “Ma io ne so già molte!”. Lui ha replicato: “Sì, ma ce n’è una che non sai: quanto hai ragione!”. Questo mi ha irritato, mi sono segnato questa frase. P.B. Questa è stata, per così dire, la sua iniziazione alla filosofia?

sviluppo di reti di neuroni, può collegarsi direttamente alle sue vecchie ricerche? H.v.F. Sì, si possono prendere direttamente i miei vecchi documenti degli anni Cinquanta e Sessanta ed incorporarli. Ciò che mi affascina è che al tempo abbiamo scritto e calcolato e discusso e scritto, ma le istituzioni o gli sponsor hanno rifiutato tutto. Addirittura gli esperti hanno rifiutato tutto. Era tremendamente divertente.

H.v.F. Sì, forse. Poco tempo dopo si trasferì in Inghilterra, l’ho perso di vista ancora da bambino e poi l’ho dimenticato. Molto più tardi mi sono imbattuto nel Tractatus logicophilosophicus senza notare che era dello zio Ludwig. Incappo quindi in questo libro, comincio a leggerlo e ne sono incantato. A diciannove anni lo conoscevo quasi a memoria, dalla tesi 1 alla tesi 7. Ero una spina nel fianco, una persona spaventosa per tutti i miei conoscenti, poiché ogni volta che si affrontavano discorsi filosofici io dicevo: Sì, ma Wittgenstein dice...!”. Indipendentemente dal fatto che ne sia stato influenzato, mi fa ovviamente piacere averlo conosciuto di persona. Ed io ovviamente rifletto anche i suoi lavori. Leggendo Wittgenstein, la prima impressione fondamentale è: la teoria è sbagliata! Ma basta darle un po’ di effetto perché diventi giusta. Wittgenstein ha davvero toccato un problema principale, determinante anche per i miei lavori scientifici, cioè il problema del linguaggio.

P.B. A parte un paio di musicisti?

P.B. L’impressione inganna o l’ultimo boom della scienza dei computer (informatica), lo

(da Short Cuts 5, Frankfurt Main Verlag 2001, pagg. 198-207. Traduzione di Caterina Pavesi)

H.v.F. Qui ci troviamo su un altro livello. Tuttavia sono convinto che oggi i costruttori di computer possano avere per i musicisti un ruolo simile a quello che aveva Andreas Werckmeister per Johann Sebastian Bach. Questo Werckmeister, come costruttore di strumenti musicali, un giorno ha pensato: “Ho sempre diverse difficoltà ad accordare i miei cembali. Perché non li accordo in modo tale da poter cominciare in qualsiasi parte a eseguire un accordo, da ogni tasto, dai neri, dai bianchi, in modo che dappertutto valga la stessa relazione?”. Ci ha provato e da lì è nato il clavicembalo ben temperato, sul quale si può finalmente suonare un tema in tutte le tonalità. La storia della musica è anche la storia della tecnica, e ci sarà sempre un cammino comune tra costruttori e musicisti che si divertono a provare qualcosa di nuovo e che si chiedono: “Cosa succede se faccio ancora un paio di buchi nel flauto?”.

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Un luogo extravagante dove Einstein incontra Vico, Leonardo, San Francesco, Machiavelli e altri in dialoghi immaginari su origini e senso del mondo.

Viaggio a Taprobana di Giuseppe Papagno Alla sua morte, il fisico e premio Nobel Albert Einstein si accorse con acuta sorpresa d’avere qualcosa che poteva somigliare a un’anima. Se ne convinse nel momento in cui questa uscì dal suo corpo nel medesimo istante in cui questo diventava inerte. Essa si librò nello spazio e poi, dopo aver superato una sorta di ponte, come se obbedisse a un preciso comando, si diresse veloce e con decisione verso un luogo indefinibile in cui ve n’erano molte altre. Riavutasi dopo qualche tempo dalla sorpresa, l’anima di Albert Einstein si guardò attentamente intorno per rendersi conto del luogo e delle persone. Vide che il posto non era poi male, anzi era piacevole, anche se non poteva dire più di tanto. Quando alle altre anime, egli s’avvide subito di godere d’una compagnia d’eccezione: da Talete in avanti, le anime dei presenti costituivano ad una prima vista quanto di più eccellente v’era stato nella storia umana in fatto di intelligenza, progresso scientifico e culturale. I grandi geni d’ogni genere sembravano essere stati lì sapientemente riuniti da Qualcuno per formare l’Accademia del Genio Umano. Al suo apparire Albert Einstein fu assai bene accolto, perché tutti conoscevano i suoi eccellenti meriti di scienziato. Egli notò subito che effusioni e manifestazioni di contentezza per il suo arrivo erano, però assai controllate, quasi formali e prive di gioia o allegria sincera. Non vi fece troppo caso al momento, poichè ritenne che questo fosse lo “stile” asciutto dello scienziato, anche se in qualche occasione lui lo aveva contraddetto in vita, poichè amava di tanto in tanto fare anche degli scherzi. Ricordò quella fotografia in cui appariva con tutta la lingua fuori e al pensiero lì se ne vergognò, mentre prima lo aveva sempre fatto ridere. Sorvolò per ora su tale aspetto, anche per la gioia intima che provava, non solo per essere sopravvissuto alla sua morte - cosa su cui si ripromise però di riflettere ma soprattutto per trovarsi in simile compagnia. Vi era attorno a lui tutto il meglio del genio del mondo con cui parlare, conversare, discutere. La stessa eternità - pensò arditamente - non sarebbe stata sufficiente per appagare tutte le sue curiosità. Dopo molti tentativi di dialogare con l’uno o con l’altro, fu costretto, tuttavia, a ricredersi. Egli si rese conto che dietro quella cortesia più che lo stile dello scienziato, come aveva supposto, vi era una ritrosia effettiva e visibile nel parlare o intrattenersi con lui. Nel silenzio di se stesso, egli s’interrogò a lungo su questa che egli ritenne una stranezza singolare nella più ampia comunità di studiosi e scienziati che si potesse solo immaginare. Nella sua mente essa avrebbe dovuto essere pronta alla parola, rumorosa, forse anche chiassosa, sempre piena di curiosità, effervescente per idee e dibattiti, persino ciarliera. E, invece..., invece, tutto era soffocato, i suoni erano lievi, le parole poche e quasi sussurrate e tutti, indistintamente tutti, amavano assai più la solitudine che la compagnia. Nel suo aggirarsi tra quelle anime, i suoi continui tentativi di dialogare sembravano addirittura generare fastidio e nel far ciò incontrava sempre più numerosi muri di silenzio. Infine, cominciò a essere volutamente schivato per i suoi reiterati approcci. Capì che doveva comprendere assolutamente quanto accadeva se non voleva diventare pazzo. Si mise, perciò a osservare con più attenzione, da scienziato qual era, il mondo delle anime, tra cui sopravviveva anche la sua, nella speranza di cogliere delle “costanti”. Dopo qualche tempo, finì col notare talune cose che lo aiutarono a percepire qualche aspetto del problema che aveva di fronte. transatlantico26

Colse, anzitutto, il fatto che, mentre lui intendeva molto bene quello che, pur assai parcamente, gli esponevano, ad esempio, Talete o Socrate o S.Tommaso, costoro, come anche gli altri, mostravano palesemente proprio di non voler riuscire a capire quel che, invece, lui diceva loro. Ciò accadeva sebbene egli si sforzasse di usare un linguaggio semplice e accessibile. Insomma, era come se nei discorsi tra lui e loro s’inserisse una sorta di spazio vuoto, dove le sue parole si disperdevano senza raggiungere i sensi degli interlocutore, i quali rimanevano assai spesso indifferenti e lontani. Certo questo muro d’incomunicabilità non si manifestava con tutti allo stesso modo. Se con Cartesio e Newton aveva riscontrato difficoltà, meno ne provò con Leibniz e ancor meno con i coniugi Curie, con i quali, nei pochi e radi discorsi fatti, riconobbe che l’intesa, durata, però, assai poco nel tempo, era stata quasi perfetta. Questi rari incontri, tuttavia, non alleviarono il suo senso di profondo disagio. Così giunse amaramente all’apparente conclusione (erronea come si vedrà poi) che in quel luogo la scienza non era reversibile, non poteva cioè essere appresa “dopo” da quelle anime che pur tuttavia erano pur sempre stati i geni dell’umanità. Gli parve, insomma, che ciascuna anima potesse assorbire idee e pensieri che rientravano nel suo apparato di sapere ma non oltre, anche se problemi e aspetti in gioco erano in qualche modo semplici e attinenti a campi di ricerca saggiati anche se non praticati. Si stupì ad esempio, della sordità quasi stolida di Newton nell’esporgli la teoria della relatività. Non che la ignorasse, anzi, e ciò lo sorprese ripetto alle sue conclusioni precedenti. Quando egli si presentò infatti, il grande Isaac lo guardò fisso e subito disse: “Ah, voi siete quello della teoria della relatività”. Poi si voltò e non pronunciò più parola alcuna. Questa e altre occasioni lo portarono a concludere che, dunque, avevano le notizie nuove ed erano bene informati su quanto accadeva sulla Terra. Sui contenuti, però, era palpabile una grande indifferenza nel volere saperne di più e, soprattutto, nel volerne discutere. Il pensiero lo colpì nel profondo e ristette a lungo in solitudine a riflettervi, senza, tuttavia, trovare una qualsiasi spiegazione ragionevole.

Giuseppe Papagno è docente di Storia contemporanea alla Facoltà di Lettere dell’Università di Parma. Ha svolto molte ricerche sulla politica africana portoghese, sull’espansione coloniale (Colonialismo e feudalesimo, Einaudi) e sulla formazione dello stato in età moderna (I Portoghesi d’oro, Diabasis). Ha partecipato con saggi alla Storia d’Italia Einaudi (L’agricoltura veneta) e agli Annali Einaudi (I feudalesimi: la ricchezza e il potere politico) e ha steso alcune voci nell’Enciclopedia Einaudi (Borghesi-borghesia, Consuetudini, Istituzioni, Dall’economia alla storia), della cui opera è stato consulente editoriale per tutto l’arco della pubblicazione, al fianco di Ruggiero Romano.

tratto dal volume “Viaggio a Taprobana” di Giuseppe Papagno Diabasis, Reggio Emilia 2009


Informazioni T +39 320 1136464 Biglietti e prenotazioni Spazio MTT www.eterotopie.it

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DIALOGARE CON IL CASO Seminario a cura di Augusto Shantena Sabbadini

CHE COS’E’ UN OGGETTO CULTURALE Conferenza di Sandro Cappelletto – Università di Venezia

TULSE LUPER VJ Peter Greenaway e DJ Radar

Y DEL RESTO NO SE NADA Danza contemporanea Laura Aris, Jorge Jauregui

MAKROKOSMOS III – Music for a summer evening musiche di George Crumb – Gruppo 40.6

LIVE ELECTRONICS IMPROVVISATION SET Lawrence Casserley & Friends

03/09 INELUDIBILI DIFFERENZE Correlati Neurali della Consonanza e della Dissonanza Conferenza di Andrea Frova - Università La Sapienza di Roma SONORIKA VI – TRAVEL 4 T(H)REE Danza contemporanea Giovanna Venturini, Cecilia Fontanesi, Antonella Boccadomo MM 51 - MATCH Proiezione e concerto_round di Mauricio Kagel Dedalo Ensemble

PIANOBODY Improvvisazione per piano e danza su musiche di Stockhausen, Cage, Monpou Leonardo Zunica & Laura Aris

05/09 SHOSTAKOVICH, UN ARTISTA DEL POPOLO? Concerto-racconto con Sandro Cappelletto, Quartetto Giulini, Leonardo Zunica TETRAKTIS Musiche di Giacinto Scelsi con quattro interludi elettronici di Corrado Malavasi. Annamaria Morini, flauto

SUONI INAUDITI Concerto Musiche di Riccardo Caleffi, Luigi Manfrin, Massimo Biasioni, Lorenz Xhuvani

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