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Chiara Il mio cammino da funambolo

es.ser.ci.

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e raccontarSI


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Chiara Il mio cammino da funambolo

Libera Università dell’Autobiografia di Anghiari


Ti chiedo di presentarti, come se dovessi farlo a qualcuno che non ti conosce.

Sono

Chiara, ho 26 anni e sono di Trento. Sono laureata in Filosofia e sto frequentando un corso di specializzazione post lauream. Contemporaneamente sono impegnata in un progetto di Servizio Civile provinciale “6 mesi in + per Es.Ser.Ci.” presso le Politiche Giovanili del Comune di Trento che riguarda i giovani e le relazioni: “I giovani e la città: orientamento, formazione, scelte e opportunità”. Come hai cominciato? Ho iniziato perchè trovare lavoro oggi non è facile, nemmeno con una laurea in tasca. Mi sono ritrovata tra le mani un depliant che illustrava i progetti che il Servizio Civile stava attivando sul territorio provinciale e ho preso in esame quelli che più mi interessavano, come se fossero delle vere e proprie occasioni di lavoro. Alcuni miei amici avevano già partecipato ad un progetto di SC1 ed io stessa nel 2008 avevo preso (1) Servizio Civile 


in considerazione l’idea di provare ad inoltrare la domanda. Però, era un periodo un po’ complicato, soprattutto perchè stavo scrivendo la tesi e questo mi lasciava poco spazio per altre attività. Così, nell’estate 2009, dopo un’esperienza di animatrice in una colonia estiva, ho cominciato ad informarmi seriamente sul sito e leggendo il materiale informativo. E mi sono proposta per un progetto che fosse in linea con la mia esperienza con i bambini e, soprattutto, con i miei interessi. Il fattore economico è stato rilevante. Seppure si trattasse di un piccolo rimborso, quei soldi erano il principale motivo per cui sono entrata nel mondo del Servizio Civile. Quindi un’opportunità lavorativa... Esatto. Ho fatto il colloquio e ho atteso con ansia la risposta. Quando mi hanno comunicato che avrei iniziato da lì a poco, ero felicissima. Non avere qualcosa da fare è frustrante, io non ci sono abituata. Quando ho iniziato, mi sono resa conto che il rientro economico diventava sempre più un fattore secondario. Il coinvolgimento nelle attività previste dal progetto, il rapporto con i responsabili, con il mio gruppo di lavoro e con i bambini hanno cambiato pian piano la visione che avevo delle cose.




Quali attività svolgevi? La prima parte del progetto riguardava un’iniziativa intitolata “Bambini a piedi sicuri”. Durante tutto l’anno scolastico 2009/2010 io e il mio gruppo ci siamo recati nelle scuole elementari della zona per parlare di mobilità sostenibile. Per spostarsi da casa a scuola non c’è solo la macchina. Spostarsi a piedi o in maniera alternativa all’uso dell’auto, oltre a non inquinare, è anche un modo per conoscere meglio il quartiere in cui si vive, incontrare la gente e non creare sovraffollamenti di auto fuori da scuola. Il progetto ha avuto un ampio successo, siamo riusciti in tutto l’anno a presentarlo a 106 classi di una ventina di scuole diverse. Il pomeriggio invece eravamo impegnati nei centri Giocastudiamo: centri di aggregazione e animazione per i bambini dai 6 ai 14 anni aperti due, tre ore tutti i pomeriggi dal lunedì al venerdì. Quando i bambini escono da scuola corrono subito nei centri e, dopo aver fatto i compiti, si scatenano in attività, giochi di gruppo, individuali, partitoni e lavoretti. Si fa merenda, ci si riunisce intorno al tavolo e si sta insieme. Si cerca di condividere le esperienze. Io mi sono trovata bene: è sempre bello accogliere. Paradossalmente, quando accogli qualcuno ti senti tu stessa accolta.




Quali erano gli strumenti che usavate per le attività? Per il progetto “A piedi sicuri” ci preparavamo di volta in volta del materiale informativo, spesso le scenette o dei giochi più interattivi si rivelavano gli strumenti migliori per relazionarci con i bambini. Per il pomeriggio le attività erano molto meno strutturate. I bambini in qualche modo erano gli organizzatori. Non era un doposcuola, quindi non li si “costringeva” a studiare. Nei centri in cui ho svolto la mia attività c’erano sempre degli operatori che cercavano di organizzare qualcosa, quando era impossibile stare all’aperto o quando si era veramente in troppi per lasciare che ognuno facesse di testa sua. Dopo otto ore di scuola i bambini preferiscono l’aria, lo spazio. Stare ancora seduti a fare qualcosa che richiede la loro concentrazione massima è impensabile. Per questo la libertà era un elemento fondamentale per qualsiasi iniziativa. Ovviamente l’euforia di alcuni di loro era spesso di “intralcio” a giochi tranquilli, alla serenità di tutti, per questo si era soliti dividersi e formare dei gruppi più piccoli. L’arrivo dell’estate è stato il momento più bello. Finita la scuola i centri organizzavano delle colonie estive e l’attività per noi si faceva molto più intensa. Si trattava di stare insieme tutto il giorno, invece che solo tre ore al pomeriggio. I bambini arrivavano la mattina e anda


vano via alle cinque del pomeriggio. Gite, piscina e giochi d’acqua erano le attività preferite da loro, e forse anche da noi. Passare così tanto tempo insieme a quei bambini, oltre ad insegnarmi un sacco di cose, ha rafforzato molti legami. Era una cosa che non mi aspettavo e che forse, prima di cominciare, avevo sottovalutato. Il compenso economico era diventato davvero un ricordo grigio. Qual è stato l’episodio che più ti ha colpito? C’è stato un giorno in cui sono arrivata al Centro con un umore a terra. Una mia amica aveva avuto dei problemi e io ne avevo risentito molto. Ho cercato subito di razionalizzare la cosa e di non dare a vedere il mio dispiacere. Era pomeriggio e, diversamente dalle altre volte, ho cercato di defilarmi. Quel pomeriggio avrei voluto essere invisibile. Una ragazzina, alla quale in seguito mi sono affezionata tantissimo, mi si è avvicinata e mi ha chiesto perchè fossi così triste. Pensavo di averlo mascherato abbastanza bene, pensavo di essere riuscita per lo meno a velare la tristezza. In quell’occasione ho risposto che ero solo molto stanca e sono corsa in bagno a sciacquarmi il viso. Da un lato non avrei mai voluto che qualcosa trapelasse, soprattutto con un bambino, dall’altro ero meravigliata dalla sensibilità che 


quella ragazzina aveva mostrato di avere. Mi ha scoperta e, seppure triste per non esser stata professionale, questa vicenda mi ha fatto sentire accolta. Poi c’è stato un altro piccolo gesto che mi ha insegnato quanto possiamo essere utili agli altri donando solo il nostro tempo. Stavo facendo un braccialetto con i fili di cotone e una bambina di sei anni era lì che mi guardava in assoluto silenzio. Mi osservava e guardava il braccialetto. Era una richiesta non verbale. Così le ho chiesto se voleva che le insegnassi a farlo e lei, stupita anche dalla mia disponibilità, mi ha risposto che non sarebbe stata capace. Mi sono offerta per aiutarla, rassicurandola sul fatto che sarebbe stato semplice anche per lei e ho come assistito all’impennarsi della sua autostima. Certo, suona un po’ strano parlare di autostima a proposito di una bambina di sei anni, ma il modo in cui ha vantato il suo braccialetto alle sue amichette, l’entusiasmo e l’euforia nell’essere riuscita a crearlo e, soprattutto, la gioia nell’aver trovato qualcuno che le avesse dedicato del tempo, mi ha messo di fronte ad una realtà importante. Ho capito qual è il tesoro che possiamo donare ai più piccoli, qualcosa di veramente prezioso, più di qualsiasi regalo. Anche in quest’occasione, mi sono sentita accolta. È strano dirlo, ma la bimba si è interessata 


a quello che stavo facendo ed è stata lì ad osservarmi. Non mi sono sentita sola. Non sono atti eroici questi. Non abbiamo bisogno di eroi. I bambini hanno bisogno di altro e noi, con la nostra pazienza e molta umiltà, possiamo offrirlo. Molto spesso gli adulti non riescono a darti ciò che i bambini donano con tanta facilità. Hai avuto modo di rapportarti anche con i genitori? Un po’ meno. Ciò che caratterizza questi centri Giocastudiamo è proprio l’essere poco istituzionali. I genitori accompagnano i bambini, vengono a prenderli e chiedono informazioni generiche sul comportamento. Sono centri di aggregazione e animazione e quindi il coinvolgimento dei genitori nelle attività è molto limitato, anche se talvolta emergono difficoltà di relazione e piccole insofferenze dei bimbi un po’ più “problematici”. C’è anche una differenza nel modo in cui i genitori si rapportano a noi volontari e ai responsabili e soprattutto cambiano le caratteristiche dei bambini. In alcuni quartieri, quelli più benestanti, arrivano bambini vestiti con capi griffati dalla testa ai piedi, cellulari di ultima generazione, che nemmeno io posso permettermi. Non voglio generalizzare, ma in questi casi è più frequente avere a che fare con un bambino che quando pren


de un po’ confidenza con gli operatori del centro comincia a sfogare le sue insofferenze. In alcuni casi il centro sembra un parcheggio. I genitori si barcamenano tra la il proclamare la libertà e il diritto al libero sfogo dei loro figli e la voglia o la necessità di tenerlo occupato altrove per qualche ora. Ci sono poi altri centri, quelli situati in quartieri in cui la presenza di stranieri è più alta, in cui sono i genitori stessi a cercare di costruire un rapporto con noi. A volte è evidente il loro bisogno di integrarsi, di sentirsi accettati. Se il centro può assolvere anche a questa funzione è sicuramente un valore aggiunto. Ad ogni modo, i genitori vengono maggiormente coinvolti solo se ci sono seri problemi comportamentali dei loro figli. Cosa ti aspettavi quando hai cominciato? Ero consapevole che avrei trascorso del tempo con i bambini, perchè nel progetto questo era chiaro. Non pensavo che le attività sarebbero state strutturate tanto da mettere alla prova alcune mie abilità, fino ad allora nascoste. Il lavoro che avevo fatto nella colonia estiva, l’estate precedente, aveva un po’ influenzato la mia visione delle cose, quindi ero convinta di replicare quella esperienza. Durante una colonia estiva, ci sono delle attività pensate per tutti i bam


bini e tutti devono partecipare. Nel centro mi sono trovata anche a girarmi i pollici, soprattutto i primi tempi. L’autonomia dei bambini mi ha molto colpita e il loro arrangiarsi sembrava un modo per dirci che non avevano bisogno di noi. I miei responsabili mi hanno spinta ad inserirmi tra di loro, perchè nel gioco i bambini non desiderano qualcuno che faccia l’adulto, ma al massimo un adulto che si metta alla pari con loro. “Posso giocare con voi?”. Quante volte ho detto questa frase e com’è cambiato dopo il mio rapporto con loro. So che può sembrare assurdo il fatto che in veste di educatore abbia dovuto integrarmi io nel loro gruppo e non fare supervisione e organizzare i giochi. Mi sono integrata molto velocemente e la confidenza che hanno riposto in me si è rafforzata ogni giorno di più. I meccanismi relazionali fra i bambini hanno dei tempi molto più rapidi rispetto a quelli fra adulti e io, solo mettendomi in mezzo a loro, sono riuscita a realizzare i miei obiettivi e quelli del progetto. Mi hanno raccontato pezzi della loro vita ed era emozionante poter entrare nei frammenti di ognuno di loro. Mi sono sporcata le mani, le ginocchia e ho abbandonato quel senso di ridicolo che prima mi limitava per sentirmi coinvolta, per stare con loro e tra di loro.

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Questo ci fa capire quanto a volte “fare i grandi” con loro non serva poi tanto. Sì. Paradossalmente se sei in mezzo a loro, alla loro altezza, riesci quasi a controllarli meglio, che standotene su una sedia, a distanza, a guardarli. Nell’osservazione all’interno del gruppo si colgono un sacco di dinamiche di relazione, si profilano le caratteristiche di ognuno, i punti di forza e le debolezze. Sono fortissimi. Nel combinare la tua vita quotidiana con queste attività quante difficoltà hai incontrato? Si riesce a tenere un certo distacco da questa esperienza? Non aver trovato lavoro in precedenza e avere questa possibilità come l’unico modo per esprimermi professionalmente ha condizionato molto la mia esperienza. Io mi ci sono buttata a capofitto, come faccio con tutte le mie cose. Certo, la timidezza dell’inizio può aver rallentato il percorso in partenza, ma considerando la conclusione dell’esperienza, posso dire che io per prima sono cresciuta molto. L’entusiasmo è stato fondamentale. Uscivo di casa al mattino con tanta voglia di fare e mettermi in gioco e tornavo alla sera distrutta, ma felice di aver dato il mio contributo. Ne parlavo tanto con tutti, la mia famiglia e i miei amici 11


e, soprattutto questi, a volte mi chiedevano di staccare un po’ la testa dal Servizio Civile e dalle storie dei bambini. Quando una cosa ti coinvolge e travolge, con effetti positivi sull’umore, non può restare fuori dal tuo cammino di vita, qualsiasi esso sia. Ho cercato di calibrare le cose, di non dominare le discussioni con i miei racconti. Ma anche adesso, come vedi, mi faccio prendere dal piacere del racconto di questa esperienza. Quanto è stato importante per il tuo percorso di crescita personale? Il fatto che non riuscissi a staccarmene mentalmente è una testimonianza di quanto questa esperienza mi abbia trasformata. Non ero una persona che si lancia subito nelle cose, senza certezze. All’inizio del Servizio Civile ho dovuto farlo, ho sperimentato questo lato di me, fino ad allora tenuto molto distante. Questo mi ha fatto molto riflettere, a proposito delle occasioni che probabilmente in passato mi sono persa, rinunciando alla sventatezza e puntando ad una razionalità molto acuta. Del senno di poi sono piene le fosse, però. Se da un lato, lanciarmi in partite di calcetto improvvisate, in cui era evidente che io non fossi a mio agio, mi ha pian piano abituata all’idea che non si può eccellere in 12


tutto e che a volte bisogna prendersi poco sul serio, dall’altro la fiducia che il mio OLP2 e gli operatori del centro hanno riposto in me mi ha fatto sentire adulta e presa seriamente in considerazione. Gratificata, questa è la parola giusta. Hai acquisito nuove competenze? Certo. Ne ho acquisite molte. Ho avuto diverse esperienze di interazione con i bambini, i ragazzi e i loro genitori. Ho lavorato in palestra per alcuni anni, insegnando ginnastica artistica. Ma essere responsabili di un gruppo che va in gita o in piscina non è semplice, c’è bisogno di conoscere alcune regole e saperle applicare al gruppo, per poterlo controllare ed evitare problemi. Adesso potrei farlo con più sicurezza, all’inizio no. Ho acquisito anche competenze tecniche e informatiche, sull’aggiornamento di un sito internet e la preparazione del materiale che usavamo per il lavoro con le scuole. Com’è stato il rapporto dare/avere in termini di competenze nella tua esperienza di Servizio Civile? Intanto ho affinato delle abilità che già possedevo, e non c’è occasione migliore di farlo sul campo e non su un libro. Poi (2) Operatore locale di progetto 13


mi sono cimentata in attività che non pensavo di svolgere e lì è stato un continuo ricevere. Ho ricevuto abbracci, sorrisi, insegnamenti, suggerimenti. Ho riempito il mio bagaglio in merito a questa esperienza. Ci sono stati momenti di crisi con i tuoi compagni o difficoltà rispetto al progetto? Mi sono confrontata con ragazzi che venivano da realtà diverse dalla mia e avevano un percorso alle spalle completamente differente dal mio. Anche il fatto che avessimo età diverse ha avuto una qualche ripercussione. Se in alcuni momenti mi è sembrato che i più piccoli si cullassero sull’idea che noi più grandi potessimo portare avanti autonomamente il progetto, nel corso del tempo la situazione si è assestata e tutti abbiamo compreso che ogni singolo contributo era fondamentale per il successo del progetto. Quando questa certezza è stata acquisita siamo andati avanti bene e velocissimi. Abbiamo stupito in più occasioni i nostri responsabili e, forse, senza dircelo ci siamo stupidi anche di noi stessi. E il rapporto con l’OLP? Ho ricevuto in partenza piena fiducia da parte del mio OLP e questo mi ha dato la carica giusta per affrontare le cose, 14


con umiltà sicuramente, ma con il sostegno di cui ogni ragazzo ha bisogno quando comincia un’attività di questo tipo. Ritengo importante la questione della fiducia, perchè le attività che facevamo con le classi si concludevano con un feedback dato dalle maestre al nostro OLP. Nessuna attività era sterile e se le cose andavano male la responsabilità era anche nostra. Avere l’OLP dalla parte del gruppo è stato fondamentale. Con gli insegnanti è stata a tratti una battaglia. Se molti di loro erano gentilissimi e disponibili, ce n’erano altri che quasi sbuffavano quando ci vedevano arrivare. “Proprio nella mia ora dovete venire?” Questa frase era sconfortante, perchè oltre a sminuire l’attività del gruppo, ci metteva di fronte alla mancanza di sensibilità di alcuni insegnanti, ai quali è demandato il compito di formare quelli che saranno i cittadini adulti di domani. C’è un rapporto ideale fra OLP e giovane in Servizio Civile? Non può essere il rapporto datore di lavoro/dipendente, prima di tutto perchè il Servizio Civile non è un lavoro e noi non siamo dipendenti, ma soprattutto perchè ad un dipendente vengono richieste determinate competenze che deve possedere per ricoprire quel ruolo. Ci deve essere la disponibilità dell’OLP a supportare il volontario, ad 15


aiutarlo dove non riesce, a portare pazienza perchè a volte non può saper fare tutto; dall’altra parte ci deve essere l’apertura del volontario e l’umiltà di dire “non è una cosa di mia competenza, non la so fare, hai tempo di aiutarmi? Hai da dedicarmi cinque minuti?” E poi soprattutto c’è bisogno di dialogo, per qualsiasi tipo di incertezza o problema. È necessario il dialogo diretto. Non solo nei monitoraggi classici. Se sorge un problema e il monitoraggio non è previsto subito, bisogna chiedere del tempo da dedicare alla cosa. Si potrebbe completare con il racconto di un ricordo

spiacevole, ti viene in mente qualcosa che ti ha lasciato l’amaro in bocca? Una storia che all’inizio mi è parsa negativa, ma alla fine si è ribaltata. Un giorno in cui eravamo in piscina con i bambini, uno degli operatori del centro, mentre ero un po’ assorta nei miei pensieri e i bambini facevano merenda, mi ha fatto notare il fatto che fossi distante. In realtà io avevo sott’occhio ognuno di loro e la situazione era molto tranquilla. Il mio essere distante significava, secondo una mia strana visione delle cose, l’essere inefficiente. Quell’osservazione mi ha condizionata nei giorni successivi, 16


perchè temevo un giudizio negativo sulla mia professionalità e sul mio modo di fare. Così ho reagito immergendomi a pieno nelle attività dei bambini e lo stesso responsabile mi ha detto, in un’altra occasione, che ero molto attiva. Lui non aveva dato alla prima osservazione che mi aveva fatto in piscina lo stesso peso che le avevo dato io e questo mi aveva un po’ destabilizzata. Il tutto però si è chiarito in un colloquio che ho avuto con lui. Parlare, dirsi le cose, è il modo più veloce per sgombrare il campo da dubbi e incertezze. Il giudizio degli altri ti condiziona molto? Un po’ mi turba essere giudicata. È chiaro che tutto dipende da chi apre bocca per sentenziare sugli altri. Il mio OLP ha avuto molta importanza nelle attività che ho svolto e un suo parere, seppur fievole, lo prendevo seriamente in considerazione. Mi serviva per imparare. Quando succede qualcosa di questo tipo, io non corro a chiedere spiegazioni, ma cerco di analizzare il mio comportamento e cercare da me dove ho sbagliato, prima di partire all’attacco. Questo rallenta molto i chiarimenti e a volte crea delle incomprensioni. È un limite che sto cercando di superare. Potrei essere un po’ più leggera a volte, no? 17


E come sta andando? Sono passata dal farmi mille problemi e mille pensieri quando dovevo conoscere persone nuove o affrontare situazioni nuove, a partire per New York e girare per la Grande Mela con una cartina e tanto coraggio. Ci sei andata da sola? No, ho colto un’occasione che tempo fa mi sarei lasciata sfuggire. Una mia amica sta lavorando negli Stati Uniti e, quando è partita, le avevo promesso che sarei andata a trovarla. Una promessa di quelle che si fanno senza crederci fino in fondo. Lei credeva meno di me che l’avrei mantenuta e quando l’ho chiamata per dirle che sarei arrivata di lì a poco è rimasta di stucco. Ho preso un aereo per attraversare l’oceano, completamente sola, sono arrivata dall’aeroporto di New York a casa della mia amica e quando lei durante il giorno era al lavoro io me ne andavo in giro da sola. Ho chiesto informazioni e incontrato la gentilezza di una popolazione in continua corsa. Mi sono aggirata tra grattacieli e grandi strade, negozi e giardini. Sono stata via solo una settimana, ma per me è stato il giusto periodo. Avevo bisogno di uno stacco da qui, dalla mia vita quotidiana e volevo mettermi alla prova. Posso dire di aver vinto e aver sfidato questo mio limite. 18


Certo non nascondo di aver convissuto, soprattutto nei primi giorni, con una tachicardia imperante. Ma dopo mi sono abituata all’idea e mi sono convinta che queste siano delle esperienze fantastiche. Ho pensato a tutte quelle occasioni perse in passato, ma non bisogna sempre guardarsi indietro. Questo è un nuovo inizio e, lasciamelo dire: che inizio! Com’è stato il ritorno? Mi sentivo rigenerata, perchè ero arrivata ad un punto in cui non riuscivo nemmeno a respirare. Ero così concentrata su me stessa e su questa esperienza che non ho sentito né il jet lag né il trauma del ritorno. Sono arrivata in ufficio e c’erano i nuovi ragazzi. Anche per loro era un nuovo inizio e per me, forse, la fine di un ciclo. Dopo i dodici mesi di Servizio Civile tu hai redatto un progetto “6 mesi in + per Es.Ser.Ci.”, vero? Sì, si tratta della possibilità di elaborare un’idea che parta dal progetto originario di Servizio Civile, ed impegnarsi per altri sei mesi nella sua realizzazione. Nel mio progetto c’era una parte di affiancamento ai nuovi ragazzi, alcune attività di front office e l’organizzazione e la partecipazione del “Treno della Memoria”. 19


Cos’è? È un percorso di cittadinanza attiva dedicato ai giovani dai 17 ai 24 anni che si propone di far conoscere gli orrori della Seconda Guerra Mondiale attraverso degli incontri di preparazione e un viaggio in treno di una settimana a Cracovia, per visitare il ghetto della città e i campi di Auschwitz-Birkenau. Successivamente prevede un impegno attivo nella società, da parte dei giovani partecipanti, su tematiche relative alla negazione dei diritti di oggi. Io partecipo al progetto, organizzato dall’associazione Terra del Fuoco, in qualità di educatrice di un gruppo di venti ragazzi di Trento e supportata da un co-educatore che già ha fatto il viaggio lo scorso anno. Questa esperienza mi sta coinvolgendo tantissimo e mi sta permettendo di conoscere la storia in maniera diversa da quella che si studia sui libri; inoltre, il dialogo con i ragazzi e gli altri educatori mi fa capire quanto sia sbagliata l’idea che i giovani sono privi di valori, anzi la loro sensibilità è spesso più forte e profonda di quanto si possa immaginare. A questo punto, se tu dovessi immaginare la tua vita e paragonarla ad una strada, come la descriveresti? Ho steso la mia tesi di laurea toccando anche la filosofia 20


del cammino e questa idea della strada e del percorso la sento proprio mia. Io mi sento molto un funambolo, quindi quando la mia strada a volte cambia inclinazione in base agli eventi, percepisco sempre un equilibrio precario o, per lo meno, il bisogno di ricercare l’equilibrio ad ogni passo. Sono caduta diverse volte arrivando a toccare il fondo e grattarlo con le unghie prima di cominciare la risalita. Spesso preferisco cadere più che traballare pericolosamente sulla fune. La strada che ho sotto di me è stata per molto tempo in salita, faticosissima. Fino all’università l’orizzonte che avevo davanti è sempre stato questa strada. Dopo il tutto si è un po’ appianato. Qualche problema, dispiacere, piccola sconfitta c’è sempre, ma tutto sommato si tratta di cose che non mi trascino dietro, ma con cui è facile convivere. Ho iniziato il Servizio Civile con molta leggerezza nell’animo, come dicevo. Ero tranquilla. Questo mi ha permesso di vedere un orizzonte non troppo impervio. Riesci a vedere in là. Riesco a vedere abbastanza in là, ma c’è qualcosa che mi blocca, mi sta tornando l’ansia per quando finirà il progetto di Servizio Civile “6 mesi in + per Es.Ser.Ci.”. Mi mette 21


molto in difficoltà il fatto di non avere progetti certi per il dopo. Ho sempre fatto qualcosa nella mia vita e starmene con le mani in mano è proprio l’ultimo dei miei obiettivi. Intanto sto risistemando il mio curriculum, aggiornandolo con tutte le competenze acquisite in questi mesi. C’è un talento che hai scoperto di possedere e che è venuto fuori in questi mesi? Partendo dal presupposto che la parola “talento” mi spaventa, perchè ha una portata enorme, penso di avere un’attitudine per l’ascolto. Ho sempre assunto questo ruolo sia in famiglia che con gli amici. Anche durante il Servizio Civile penso di averlo usato come strumento principale per avvicinarmi all’altro. L’ascolto empatico con le persone ti permette di entrare in relazione con loro. Penso che la mia strada sarà sempre segnata da questa caratteristica. C’è una foto che avresti voluto avere della tua esperienza del SC che invece non hai? La foto di tutto il gruppo dei volontari, che non è stata scattata, pur essendo forse quella che dovrebbe essere scattata all’inizio. Questa di noi cinque insieme non c’è. È un tassello che manca. 22


Cosa diresti ad un giovane che si trova tra le mani un volantino del Servizio Civile e si chiede se valga davvero la pena partecipare ad un progetto? Direi sicuramente che è un’esperienza da fare prima, dopo o durante l’università. Il tempo lo scegli tu, è relativo. Bisogna trovare il progetto giusto e presentarsi al colloquio motivati e con tanta voglia di fare. Con il Servizio Civile si acquisiscono delle competenze che all’inizio non immagini neanche. E poi si conoscono tante persone, si entra in relazione con ragazzi e adulti con cui si stabilisce un rapporto che va oltre le ore di attività e i dodici mesi del progetto. Non è un semplice volontariato. Non si dedicano quelle ore che ti avanzano nella settimana per fare qualcosa (anche questa è un’esperienza lodevole). Si tratta di un percorso che ti permette di crescere e imparare e ti “costringe” a relazionarti anche se sei un po’ asociale. Pensi che sia un’esperienza valida anche per un futuro lavorativo? Non so se in tutti gli ambiti ci possa essere effettivamente un futuro lavorativo per un giovane che partecipa ad un progetto, ma so per certo che soprattutto per chi non ha le idee chiare su cosa fare da grande è un periodo giusto per 23


prendersi tempo per pensarci e sperimentarsi mettendosi in gioco. Orienta e fa capire. Tra il liceo e l’università può essere un buon anno sabbatico. Cosa suggeriresti agli aspiranti OLP di Servizio Civile? Pazienza, ascolto, apertura mentale e disponibilità. Gli OLP non fanno solo quello nella vita, quindi è normale che abbiano molte altre attività da svolgere. Però è indispensabile che siano i primi a pensare che il progetto abbia un valore e ad impegnarsi affinché i giovani possano acquisire gli strumenti per svolgere al meglio le attività. Non tutti possono fare l’OLP, è chiaro. C’è una domanda che non ti ho fatto e che vorresti ti facessi? Sì. Vorrei dire una cosa a proposito dello strumento che bisogna sempre utilizzare: il sorriso. Quando tu sorridi, chiunque, anche la persona più triste, anche se non ti sorride in risposta, si sente più accolta, si sente meglio. E poi, generalmente, una persona a cui sorridi ti sorride almeno per contraccambiare. Vorrei chiudere con i versi di una canzone che ha accompagnato i primi momenti di Servizio Civile. Gli stati 24


d’animo che il cantautore descrive erano esattamente ciò che provavo all’inizio. Avevo bisogno di sentirmi accolta, di trovare calore, pace e, soprattutto, la giusta direzione. Provo molta inquietudine quando vago senza una meta, mentre vorrei avere in mente un chiaro obiettivo ed impegnare tutte le mie forze nel perseguirlo.

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Lontano dal tuo sole NEFFA Sono pronto per rialzarmi ancora, e il momento che aspettavo è ora nonostante questo cielo sembri chiuso su di me. Nessuno mi vede, nessuno mi sente, ma non per questo io non rido più. Io sono qui, in un mondo che ormai gira intorno al vuoto, lontano dal tuo sole. Piove, ma io qualche cosa farò per sentire ancora tutto il calore che ora non ho e avere un po’ di pace che ora non ho e luce nei miei occhi che ora non ho una direzione giusta che ora non ho.

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Sulla strada troppe stelle spente, la tua mano ora servirebbe. Troppa gente alza il dito e poi lo punta su di me. Nessuno mi crede davvero innocente, ma non per questo io non vivo piÚ. Io sono qui, in un mondo che ormai gira intorno al vuoto, lontano dal tuo sole. Piove, ma io qualche cosa farò per sentire ancora tutto il calore che ora non ho e avere un po’ di pace che ora non ho e luce nei miei occhi che ora non ho una direzione giusta che ora non ho.

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Note editoriali Chiara Il mio cammino da funambolo

Grafica ed impaginazione: APR&B Stampato da: Centro Duplicazioni della Provincia Autonoma di Trento Finito di stampare: Ottobre 2011 Progetto ideato da: Sara Guelmi Per: ES.SER.CI. Esperienze Servizio Civile - Trento Provincia Autonoma di Trento con la collaborazione e la partecipazione di: Libera Università dell’Autobiografia di Anghiari Volume non destinato alla vendita.


es.ser.cI. e raccontarSI Sorprende gli stessi autori la scoperta di essere protagonisti di una storia. Una storia che si rivela loro attraverso la lettura del proprio percorso di vita e nel suo racconto. Rievocare gli episodi, ricordare le emozioni, dare volto alle persone, gettare squarci di luce sui momenti bui, ripercorrere momenti di gioia esaltante sono alcune delle innumerevoli tonalità che arricchiscono ed intrecciano la trama di una vita che nasconde, nell’ordito, l’unicità - oggi più consapevole dei protagonisti. Ricco, ma non prigioniero, di un presente che affonda le radici nella storia personale, ciascuno degli autori guarda le possibili, molteplici prospettive di viaggio che gli si aprono. Prospettive di viaggio che affronta con uno strumento in più: la consapevolezza di avere una storia, non solo da narrare e da ripercorrere, ma da proseguire. Comprendere il cammino e la natura di ciascuno aiuta a trovare il senso della propria storia e ad individuare la via migliore e più appropriata verso l’autorealizzazione.

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Chiara Il mio cammino da funambolo


ES.SER.CI. E RACCONTARSI - Il mio cammino da funambolo  

Chiara _ Le autobiografie di ES.SER.CI.

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