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Rassegna Stampa Iniziative 2014 L’Osservatorio Socialis è un cantiere di promozione culturale della CSR, nato all’interno di Errepi Comunicazione, società di consulenza strategica specializzata in attività di informazione nell’ambito del sociale, della cultura, della salute e dello sport.


IL PROGETTO L’Osservatorio Socialis è un cantiere di promozione culturale della CSR, nato all’interno di Errepi Comunicazione, società di consulenza strategica specializzata in attività di informazione nell’ambito del sociale, della cultura, della salute e dello sport. Nel corso del 2014 ha promosso diverse iniziative legate al tema della CSR, coinvolgendo istituzioni, aziende, università e onlus.

AREA GEOGRAFICA DI ATTIVITA’ Nazionale e regionale

MEDIA OVERVIEW

75 80 70 Agenzie

60

Quotidiani

50 40

Periodici Web

26

Tv

30 20

Comunicati emessi 12

9 2

10

1

0

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Indice

 VI Rapporto Nazionale, Roma 18 giugno

p. 4

 VI Rapporto Nazionale, Perugia 13 novembre

p. 76

 Premio Socialis, Roma, 3 dicembre

p. 98

 Indagini Osservatorio/IXE’

p. 140

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VI Rapporto Nazionale Roma – 18 giugno 2014

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INDICE Agenzie AdnKronos Omniroma Italpress Ansa Ansa AdnKronos AdnKronos AdnKronos AdnKronos Redattore Sociale Redattore Sociale Dire Dire Dire Dire Quotidiani e Periodici cartacei Il Sole 24 Ore Repubblica Economia Il Sole 24 Ore Il VenerdĂŹ di Repubblica Vita Web Alternativasostenibile.it Alternativasostenibile.it Fai.informazione.it Corriere.it Corriere.it Corrieredellecomunicazioni.it Redattoresociale.it Agenzia.redattoresociale.it AdnKronos.com Sassarinotizie.it Padovanews.it Liberoquotidiano.it Wallstreetitalia.it Confinionline.it Businesspeople.it Today.it Universita.it

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AGENZIE

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Agenzia: Data: Ora:

AdnKronos 12/06/2014 14.37

SOSTENIBILITA’

Sostenibilità: da Osservatorio Impegno Sociale Imprese

Socialis

Rapporto

Presentato il 18 Giugno presso il Ministero Dello Sviluppo Economico

Mercoledì 18 giugno alle ore 10.30 a Roma, presso la sede del ministero dello Sviluppo Economico di Via Molise, l'Osservatorio Socialis presenterà il VI Rapporto Nazionale sull'Impegno Sociale delle imprese, indagine condotta in collaborazione con l'istituto Ixè, con la partecipazione di Sanofi Pasteur Msd, Lega del Filo d'Oro e Manager Italia e con il patrocinio di Presidenza del Consiglio e ministeri dello Sviluppo Economico, Ambiente, Lavoro e Politiche Sociali. L'indagine verrà presentata da Roberto Orsi, direttore Osservatorio Socialis e presidente di Errepi Comunicazione, e da Margherita Sartorio Mengotti, direttore di Ricerca Istituto Demoscopico Ixè, con il commento di Maria Ludovica Agrò, direttore generale Politiche industriali e competitività del ministero dello Sviluppo Economico. Seguirà alle 11.15 una tavola rotonda dedicata all'impegno sociale delle aziende, intitolata ''Come e perché fare Csr insieme'', con Rossano Bartoli, segretario generale della Lega del Filo d'Oro; Adriano Coni, responsabile Segretario Sociale Rai; Marcella Mallen, presidente di Manager Italia; Fiammetta Mignella Calvosa, direttore Centro Studi Scenari Urbani della Lumsa; Paola Nicoletti, ricercatrice Isfol; Marina Panfilo, direttore Rapporti con le Istituzioni, Sanofi Pasteur Msd; Federico Serra, Coordinatore Italia European Association of Communication Directors.

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Agenzia: Data: Ora:

Omniroma 18/06/2014 10.00

APPUNTAMENTI

- VI Rapporto Nazionale sull'Impegno Sociale delle imprese, indagine condotta in collaborazione con l'istituto Ixè e presentato dall'Osservatorio Socialis. Partecipano Maria Ludovica Agrò direttore generale politiche industriali e competitività ministero dello Sviluppo Economico, Adriano Coni responsabile segretariato sociale Rai, Marta Leonori assessore Attività Produttive Comune di Roma e Marcella Mallen presidente Manager Italia Roma. Ministero dello Sviluppo Economico, via Molise 2 (ore 10.30)

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Agenzia: Italpress Data: 18/06/2014 Ora: 10.00

APPUNTAMENTI

GLI APPUNTAMENTI DI MERCOLEDI' 18 GIUGNO NEL LAZIO-4-

ROMA * ore 10.30, Ministero Sviluppo Economico sala La Monica, via Molise 2 L'assessore alla Roma Produttiva, Marta Leonori, Leonori interviene al Premio Socialis, l'impegno sociale delle aziende in Italia. VI rapporto di indagine. * ore 16.30, Musei Capitolini, sala dell'Esedra - L'assessore alla Roma Produttiva, Marta Leonori, partecipa alla firma del protocollo "Roma verso Expo Milano 2015".

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Agenzia: Data: Ora:

Ansa 18/06/2014 13.29

Pubblicato il VI rapporto su impegno sociale aziende di Errepi

Imprese: chiedono aiuto a dipendenti per combattere sprechi

ROMA, 18 GIU - Aumenta il numero di imprese italiane impegnate nella responsabilita' sociale (CSR). Si spende meno ma con interventi mirati e misurabili. Le nuove strategie aziendali sono incentrate sul coinvolgimento dei dipendenti: lotta agli sprechi, ottimizzazione dei consumi energetici e ciclo dei rifiuti. Dal 2011 a oggi, la consapevolezza dell'importanza della corporate social responsibility si e' fatta piu' diffusa tra le nostre aziende e ha permeato la loro stessa identitĂ . A spingere al cambiamento i consumatori, mentre le istituzioni nazionali "latitano" e non danno seguito alla richiesta di incentivare fiscalmente le buone pratiche. Sono questi alcuni dei rilievi piu' salienti del VI rapporto di indagine sull'impegno sociale delle aziende in Italia, eseguito nell'aprile 2014 dall'Osservatorio Socialis di Errepi Comunicazione in partnership con l'istituto IXE', col patrocinio della Presidenza del Consiglio, dei ministeri dello Sviluppo Economico, Lavoro e Politiche Sociali, Ambiente, e con la partecipazione di Lega del Filo d'Oro, Sanofi Pasteur MSD e Manager Italia. "Questa rilevazione dichiara Roberto Orsi, direttore dell'Osservatorio Socialis - ci restituisce l'immagine di un tessuto imprenditoriale che dalla crisi ha assimilato soprattutto questo: le risorse sono preziose; i processi, determinanti; orientare l'impatto sociale di impresa richiede una strategia precisa". Nel 2011, anno di riferimento del precedente rapporto, le imprese che dichiaravano di impegnarsi nella responsabilita' sociale d'impresa erano il 64% del campione. Nel VI rapporto questo dato cresce: ad attuare una strategia di CSR e' il 73% delle imprese italiane con piu' di 80 dipendenti.

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Agenzia: Data: Ora:

Ansa 18/06/2014 13.31

Secondo VI Rapporto Osservatorio Socialis di Errepi

Imprese: nel 2014 in aumento budget per impegno sociale, +7% Per effetto della crisi economica di questi anni, le risorse investite nelle imprese impegnate nella responsabilita' sociale (Csr) hanno subito una contrazione: la cifra media investita in Csr nel 2013 e' infatti inferiore del 25% a quella del 2011. Si spende meno, però il numero di imprese interessate e' in aumento. E per il 2014 il budget medio torna a crescere, con un aumento del 7% rispetto al 2013: da 158 mila euro (media 2013) a 169mila euro (media 2014). E' quanto emerge dal VI rapporto di indagine sull'impegno sociale delle aziende in Italia, a cura dell'Osservatorio Socialis di Errepi Comunicazione in collaborazione con IXE'. Anche nel 2013 l'importo totale delle risorse destinate in CSR a livello nazionale si e' comunque attestato intorno al miliardo di euro (cifra di riferimento del precedente rapporto): 920 milioni di euro per l'esattezza. I settori piu' attivi nella CSR sono il finance, il commercio, il farmaceutico e il manifatturiero; alta sensibilità e attenzione anche nel settore tecnologico/informatico. E' nella scelta delle strategie che si registra il cambiamento piu' rilevante rispetto all'ultimo rapporto. Se infatti prima era piu' diffusa la dimensione esterna della responsabilita' sociale, quella collegata ad esempio a donazioni umanitarie, ora e per il futuro le imprese puntano sull'ambiente: il 54% del campione dichiara infatti di aver attivato misure cogenti di contenimento degli sprechi di carta, acqua, illuminazione ed avanzi nelle mense; seguono investimenti per migliorare sul risparmio energetico (36%), l'introduzione o il potenziamento della raccolta differenziata (33%), nuove tecnologie per limitare l'inquinamento e migliorare lo smaltimento. "La prima parola sollevata dai dati di questo rapporto sull'impegno sociale delle aziende in Italia e' 'attenzione': attenzione agli sprechi, ai dipendenti, all'ambiente in cui viviamo e che lasciamo ai figli e ai nipoti, al territorio nel quale operiamo. Sta emergendo, con chiarezza, un nuovo modo di fare ed essere impresa - dice Roberto Orsi, direttore dell'Osservatorio Socialis - l'altra parola-chiave e' 'risparmio', che in questi anni e' diventato obbligatorio, ma che e' anche uno dei principali vantaggi dell'agire responsabile, un volano per lo sviluppo della CSR e dell'impresa stessa. Ci riferiamo alla riduzione dei consumi di materie prime e risorse, al maggiore controllo della filiera, a una maggiore attenzione complessiva ai costi".

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Agenzia: Data: Ora:

AdnKronos 18/06/2014 13.47

SOSTENIBILITA’

Sostenibilità: Strategie di Csr per il 73% delle Imprese Italiane Lo rileva il Sesto Rapporto dell'Osservatorio Socialis

Aumenta il numero di imprese italiane impegnate nella responsabilità sociale (Csr), anche se diminuisce il budget dedicato. Lo rileva la sesta edizione del rapporto dell'Osservatorio SOCIALIS di Errepi Comunicazione in partnership con l'istituto Ixè. Nel 2011, anno di riferimento della precedente rilevazione, le imprese che dichiaravano di impegnarsi nella responsabilità sociale d'impresa erano il 64%; nel VI rapporto ad attuare una strategia di Csr è il 73% delle imprese italiane con più di 80 dipendenti. Nel contempo, per effetto della crisi economica di questi anni, le risorse dedicate hanno subito una contrazione: la cifra media investita in Csr nel 2013 è infatti inferiore del 25% a quella del 2011. Si spende meno, però il numero di imprese interessate è in aumento. E per il 2014 il budget medio torna a crescere, con un aumento del 7% rispetto al 2013: da 158 mila euro (media 2013) a 169mila euro (media 2014). Anche nel 2013 l'importo totale delle risorse destinate in Csr a livello nazionale si è comunque attestato intorno al miliardo di euro (cifra di riferimento del precedente rapporto): 920 milioni di euro per l'esattezza. I settori più attivi nella Csr sono il finance, il commercio, il farmaceutico e il manifatturiero; alta sensibilità e attenzione anche nel settore tecnologico-informatico.

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Agenzia: Data: Ora:

AdnKronos 18/06/2014 13.50

SOSTENIBILITA’

Sostenibilità: Strategie di Csr per il 73% delle Imprese Italiane Più diffuse le azioni per ridurre sprechi e migliorare risparmio energetico

E' nella scelta delle strategie di Csr che si registra il cambiamento più rilevante rispetto all'ultimo rapporto. Se infatti prima era più diffusa la dimensione esterna della responsabilità sociale, quella collegata ad esempio a donazioni umanitarie, ora e per il futuro le imprese puntano sull'ambiente. Il 54% del campione dichiara di aver attivato misure cogenti di contenimento degli sprechi di carta, acqua, illuminazione ed avanzi nelle mense; seguono investimenti per migliorare sul risparmio energetico (36%), l'introduzione o il potenziamento della raccolta differenziata (33%), nuove tecnologie per limitare l'inquinamento e migliorare lo smaltimento dei rifiuti (33%). In netto calo le donazioni in denaro (solo il 26% dichiara di organizzarle all'interno della propria impresa) e attività filantropiche (24%). Per quanto concerne il terreno prescelto per le proprie attività di responsabilità sociale, a parte l'interno dell'azienda (scelto dalla gran parte delle aziende) le altre attività di Csr si concentrano in prima battuta sul territorio locale dell'azienda (42%). Dunque con la Csr le aziende cercano anche un miglioramento nei propri ''rapporti di vicinato''. Insomma, le due parole chiave di questo rapporto, sono "attenzione" (agli sprechi, ai dipendenti, all'ambiente) e "risparmio", sottolinea Roberto Orsi, direttore dell'Osservatorio Socialis.

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Agenzia: Data: Ora:

AdnKronos 18/06/2014 13.50

SOSTENIBILITA’

Sostenibilità: Strategie di Csr per il 73% delle Imprese Italiane Più diffuse le azioni per ridurre sprechi e migliorare risparmio energetico

E' nella scelta delle strategie di Csr che si registra il cambiamento più rilevante rispetto all'ultimo rapporto. Se infatti prima era più diffusa la dimensione esterna della responsabilità sociale, quella collegata ad esempio a donazioni umanitarie, ora e per il futuro le imprese puntano sull'ambiente. Il 54% del campione dichiara di aver attivato misure cogenti di contenimento degli sprechi di carta, acqua, illuminazione ed avanzi nelle mense; seguono investimenti per migliorare sul risparmio energetico (36%), l'introduzione o il potenziamento della raccolta differenziata (33%), nuove tecnologie per limitare l'inquinamento e migliorare lo smaltimento dei rifiuti (33%). In netto calo le donazioni in denaro (solo il 26% dichiara di organizzarle all'interno della propria impresa) e attività filantropiche (24%). Per quanto concerne il terreno prescelto per le proprie attività di responsabilità sociale, a parte l'interno dell'azienda (scelto dalla gran parte delle aziende) le altre attività di Csr si concentrano in prima battuta sul territorio locale dell'azienda (42%). Dunque con la Csr le aziende cercano anche un miglioramento nei propri ''rapporti di vicinato''. Insomma, le due parole chiave di questo rapporto, sono "attenzione" (agli sprechi, ai dipendenti, all'ambiente) e "risparmio", sottolinea Roberto Orsi, direttore dell'Osservatorio Socialis.

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Agenzia: Data: Ora:

AdnKronos 18/06/2014 13.53

SOSTENIBILITA’

Sostenibilità: Strategie di Csr per il 73% delle Imprese Italiane Csr migliora reputazione azienda e clima interno

La prima motivazione a fare responsabilità sociale è «reputazionale» (47%), in seconda battuta viene segnalato l'effetto sul business (27%) e sul clima interno (27%). Il principale criterio di scelta delle iniziative da sostenere o attuare è la loro visibilità (40%); poi l'area geografica (31%), ovvero il legame con il territorio; la possibilità di coinvolgere il personale (28%) e quella di misurare i risultati dell'iniziativa (23%). Il primo vantaggio riconosciuto dalle imprese che hanno fatto Csr è nel miglioramento del clima interno e nel coinvolgimento dei dipendenti: a pensarla così il 46% delle aziende; solo il 36% registra invece il verificarsi dell'effettivo ritorno reputazionale prospettato all'inizio. Secondo le imprese intervistate, ad impegnarsi per diffondere la cultura di comportamenti «socialmente responsabili» è soprattutto il «privato cittadino» (16%), azienda (18%), terzo settore (15%). Le pubbliche amministrazioni e le università vengono considerate «meno interessate». Solo il 5% degli intervistati riconosce alle istituzioni accademiche del nostro Paese un contributo alla Csr. Maglia nera alle istituzioni nazionali: solo il 3% degli intervistati le considera impegnate a diffondere comportamenti responsabili. Ed è invece proprio a loro che il 75% delle aziende intervistate continua a chiedere a gran voce, anche in questo rapporto, norme istituzionali premianti per chi fa Csr: sgravi fiscali, riconoscimenti, certificazioni.

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Agenzia: Data: Ora:

AdnKronos 18/06/2014 13.53

SOSTENIBILITA’

Sostenibilità: Strategie di Csr per il 73% delle Imprese Italiane Per il futuro la Csr guarda alla Sostenibilità Ambientale

Il 40% delle imprese interpellate ritiene che la crisi abbia generato, o perlomeno sostenuto, uno sviluppo dell'attenzione verso la responsabilità sociale. Il 46% delle imprese sceglie e valuta i propri fornitori anche in considerazione del loro impegno nella Csr, aspetto cui sono più interessate le aziende del settore gomma e plastica, il metallurgico e l'informatica/elettronica/telecomunicazioni. Per il futuro la direzione d'investimento complessivamente più referenziata è quella della sostenibilità ambientale: riduzione degli sprechi in primis (64%), seguita dalla riduzione dell'inquinamento (51%). A seguire, ad una certa distanza percentuale, le pari opportunità (25%) e l'integrazione sociale (21%).

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Agenzia: Data: Ora:

Redattore Sociale 18/06/2014 15.28

Economia. Imprese e Impegno Sociale: Aziende chiedono aiuto ai dipendenti Sempre piu' informate e sensibilizzate sul tema della responsabilita' sociale, le aziende sono spronate dai cittadini a impegnarsi in questo senso. Rimandate, invece, istituzioni e universitĂ , che sembrano non ascoltare la voce degli italiani. Un'azienda su 2 riconosce alla crisi il merito della svolta "sociale" Le nuove strategie aziendali dedicate alla responsabilita' sociale sono incentrate sul coinvolgimento dei dipendenti: lotta agli sprechi, ottimizzazione dei consumi energetici e ciclo dei rifiuti. Dal 2011 a oggi, la consapevolezza dell'importanza della corporate social responsibility si e' diffusa tra le nostre aziende e ha permeato la loro stessa identitĂ . A spingere al cambiamento i consumatori, mentre le istituzioni nazionali 'latitano' e non danno seguito alla richiesta di incentivare fiscalmente le buone pratiche. Questo racconta il quadro delle aziende italiane impegnate nella responsabilita' sociale tratteggiato dal "VI rapporto di indagine sull'impegno sociale delle aziende in Italia", realizzato lo scorso aprile dall'Osservatorio Socialis di Errepi Comunicazione in partnership con l'istituto IXE', col patrocinio della Presidenza del Consiglio, dei ministeri dello Sviluppo Economico, Lavoro e Politiche Sociali, Ambiente, e con la partecipazione di Lega del Filo d'Oro, Sanofi Pasteur MSD e Manager Italia. Box L'impegno nei confronti dei comportamenti socialmente responsabili delle aziende e' riconosciuto soprattutto al privato cittadino (49 per cento): inteso come aziende (18 per cento), opinione pubblica (16 per cento) e terzo settore (15 per cento). I soggetti istituzionali quindi vengono identificati come attori poco attivi e deboli propulsori della responsabilita' sociale d'impresa. Alla pubblica amministrazione si chiedono incentivi fiscali, alle universitĂ  si suggerisce un maggiore diffusione di percorsi di studio dedicati. Al cittadino consumatore, il ruolo di sprone. Poco meno di un'azienda su 2 ha dichiarato che e' stata la crisi a generare, o almeno sostenere, uno sviluppo dell'attenzione alla responsabilita' sociale: per queste aziende l'ultimo biennio ha consentito una riformulazione del vissuto del momento economico e modificato la chiave di lettura della crisi che, attraverso la Csr puo' tradursi in uno strumento strategico di posizionamento potente. Un terzo delle imprese ritiene invece che il difficile momento economico abbia diminuito l'attenzione nei confronti della Csr e della sostenibilita' ambientale, a causa di una diminuita disponibilitĂ  finanziaria.

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Rimane costante un 25 per cento circa che considera la congiuntura economica ininfluente. La prima motivazione alla base dell'impegno nella responsabilita' sociale e' il miglioramento dell'immagine aziendale. In seconda battuta viene segnalato l'effetto sul business e sul clima interno. Seguono poi le motivazioni di ordine morale e quelle relative ai rapporti con amministrazioni e investitori. Il 10 per cento, infine, ammette di essere mosso dalla necessita' di inseguire i concorrenti su questo terreno. Il criterio principale di scelta delle iniziative e' quindi la visibilità . In seconda battuta, il criterio della localizzazione geografica e il legame con il territorio. Seguono la possibilita' di coinvolgere il personale e la possibilita' di misurare i risultati dell'iniziativa. L'effetto realmente riconosciuto dalle imprese e' però sui dipendenti. Il 53 per cento delle imprese ha adottato un codice etico, in crescita del 10 per cento rispetto al 2011. La meta' delle imprese sceglie e valuta i propri fornitori anche in considerazione del loro impegno in attivita' di Csr Una su 3 ha un responsabile della responsabilita' sociale. 2 imprese su 3 ritengono che una specializzazione in Csr e/o sostenibilita' ambientale possa rappresentare un elemento di distinzione in un curriculum. Bilancio sociale e bilancio ambientale sono sempre piu' diffusi, sia tra le aziende che fanno Csr, sia tra quelle non ne fanno. Rispetto al 2011, la penetrazione di queste consuetudini aziendali registra un aumento della diffusione, soprattutto nel caso del bilancio sociale, adottato dalla meta' degli intervistati (400 imprese con numero pari o superiore a 80 dipendenti). Per sensibilizzare il personale alle buone pratiche, le aziende realizzano corsi di formazione, volti anche alla valorizzazione dei dipendenti. Il 20 per cento delle imprese ha investito in monitoraggi del clima interno e in realizzazione di attivita' ricreative e culturali. Tre quarti delle imprese intervistate dichiara di aver organizzato un sistema di informazione interna dedicato. Anche il personale delle aziende che non fanno Csr si informa sulle tematiche inerenti: il canale di gran lunga piu' utilizzato e' Internet, sia per raccogliere informazioni sia per diffonderle in merito alle attivita' realizzate dall'impresa. Crescono notevolmente le referenze a convegni e conferenze, forse a segnalare l'aumento dell'offerta formativa e di studio di questa materia. L'utilizzo dei social network e dei web media aumenta anche nella comunicazione aziendale della Crs. 'Questa rilevazione - commenta Roberto Orsi, direttore dell'Osservatorio Socialis - ci restituisce l'immagine di un tessuto imprenditoriale che dalla crisi ha assimilato soprattutto questo: le risorse sono preziose; i processi determinanti; orientare l'impatto sociale di impresa richiede una strategia precisa'.

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Agenzia: Data: Ora:

Redattore Sociale 18/06/2014 15.28

Economia. Responsabilità Sociale: piÚ Aziende Impegnate, ma Calano investimenti Economia. Rapporto dell'Osservatorio Socialis. Cresce il numero di quelle che si dichiarano impegnate nella responsabilita' sociale d'impresa: 73%, nel 2011 erano il 64%. Miglioramento del clima e ottimizzazione dei consumi energetici sono le aree su cui si concentrano gli investimenti Oggi, il 73 per cento delle imprese italiane dichiara di essere impegnata nella responsabilita' sociale (Csr), dato in sensibile crescita se rapportato al 2011: 64 per cento. Certo si spende meno, ma con interventi mirati e misurabili. Sono questi alcuni dei dati emersi dal 'VI rapporto di indagine sull'impegno sociale delle aziende in Italia', realizzato dall'Osservatorio Socialis di Errepi Comunicazione in partnership con l'istituto IXE', con il patrocinio della presidenza del Consiglio, dei ministeri dello Sviluppo economico, Lavoro e politiche sociali, Ambiente e con la partecipazione di Lega del Filo d'Oro, Sanofi Pasteur Msd e Manager Italia. Secondo il rapporto, i settori piu' attivi nella Csr sono finance, commercio, farmaceutico e manifatturiero. Complice la crisi economica, si registra contrazione delle risorse di settore: la cifra media investita nel 2013 e' inferiore del 25 per cento a quella del 2011, ma l'aumento del numero degli investitori compensa la perdita complessiva riducendola al 14 per cento sul totale. L'andamento del 2014, però, sembra segnalare un aumento del 7 per cento del budget medio investito dalla singola azienda rispetto all'anno scorso: da 158 mila euro (media 2013) a 169 mila euro (media 2014). Gli 'investimenti' si concentrano su alcune aree specifiche: miglioramento del clima interno, lotta agli sprechi, ottimizzazione dei consumi energetici. C'e' chi si apre al mondo - sostenendo azioni benefiche nel terzo mondo - e chi si concentra sul 'vicinato', scegliendo un campo d'azione locale. Rispetto al precedente rapporto si registra un considerevole cambiamento di rotta: nel 2011 si favoriva la dimensione esterna, di ordine umanitario, ora invece si investe principalmente in ambiente e sostenibilita'. Non solo: nel giro di 3 anni si e' passati dalla 'modalità' passiva', che vedeva in primo piano contributi economici e donazioni, alla 'modalità' attiva', con le imprese impegnate nel risparmio energetico, nel contenimento degli sprechi e nella raccolta differenziata, che presumibilmente coinvolgono sia l'organizzazione che i dipendenti. Investono maggiormente in misure a favore dei dipendenti le imprese con 100-250 dipendenti, il Nord-Est, il settore farmaceutico, il finance, il metallurgico e l'industria della gomma-plastica. Privilegiano il risparmio energetico le imprese con 200-250 dipendenti e con oltre 500 dipendenti, il nord-est e l'industria elettronica-informatica. Scelgono di impegnarsi per la riduzione 20


dell'inquinamento le imprese con 500-1.000 dipendenti, il sud e le isole, il settore trasporti, la gomma-plastica e il manifatturiero. Le aziende del centro Italia, l'industria elettronica, l'informatica e le telecomunicazioni, il commercio, la gomma/plastica e il manifatturiero, invece si dedicano al sostegno umanitario. La direzione dell'investimento piu' referenziata e' quella della sostenibilita' ambientale: riduzione degli sprechi in primis, seguita dalla riduzione dell'inquinamento. Al secondo posto, pari opportunitĂ e integrazione sociale. Le aziende che nel 2013 hanno attuato policy di responsabilita' sociale riterrebbero inoltre interessante la possibilita' per i propri manager di operare, per un periodo, nel settore no profit (proposta sostenuta dal 27 per cento del campione), oppure organizzare una giornata aziendale dedicata alla Csr (13 per cento). "La prima parola sollevata dai dati di questo rapporto sull'impegno sociale delle aziende in Italia e' 'attenzione' - spiega Roberto Orsi, direttore dell'Osservatorio Socialis - Attenzione agli sprechi, ai dipendenti, all'ambiente in cui viviamo e che lasciamo ai figli e ai nipoti, al territorio nel quale operiamo. Sta emergendo, con chiarezza, un nuovo modo di fare ed essere impresa. L'altra parola-chiave e' 'risparmio', che in questi anni e' diventato obbligatorio, ma che e' anche uno dei principali vantaggi dell'agire responsabile, un volano per lo sviluppo della Csr e dell'impresa stessa. Ci riferiamo alla riduzione dei consumi di materie prime e risorse, al maggiore controllo della filiera, a una maggiore attenzione complessiva ai costi".

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Agenzia: Data: Ora:

Dire 18/06/2014 15.40

Ambiente. Socialis: sempre piĂš Imprese sono per 'ResponsabilitĂ ' Rapporto su Csr: 'Italia volta pagina, ora Green e Anti-Sprechi' Aumenta il numero di imprese italiane impegnate nella responsabilita' sociale (Csr). Si spende meno ma con interventi mirati e misurabili. Le nuove strategie aziendali sono incentrate sul coinvolgimento dei dipendenti: lotta agli sprechi, ottimizzazione dei consumi energetici e ciclo dei rifiuti. Dal 2011 a oggi, la consapevolezza dell'importanza della Corporate social responsibility si e' fatta piu' diffusa tra le nostre aziende e ha permeato la loro stessa identitĂ . A spingere al cambiamento i consumatori, mentre le istituzioni nazionali 'latitano' e non danno seguito alla richiesta di incentivare fiscalmente le buone pratiche. Sono questi, spiega una nota di Socialis, alcuni dei rilievi piu' salienti del VI Rapporto di indagine sull'impegno sociale delle aziende in Italia, eseguito nell'aprile 2014 dall'Osservatorio Socialis di Errepi comunicazione in partnership con l'istituto IXE', col patrocinio della presidenza del Consiglio, dei ministeri dello Sviluppo economico, Lavoro e Politiche sociali, Ambiente e con la partecipazione di Lega del filo d'oro, Sanofi Pasteur Msd e Manager Italia. Il rapporto e' stato presentato stamane a Roma presso la sede del ministero dello Sviluppo economico. "Questa rilevazione- dichiara Roberto Orsi, direttore dell'Osservatorio Socialis- ci restituisce l'immagine di un tessuto imprenditoriale che dalla crisi ha assimilato soprattutto questo: le risorse sono preziose; i processi, determinanti; orientare l'impatto sociale di impresa richiede una strategia precisa". PIĂ™ IMPRESE SOCIALMENTE RESPONSABILI - Nel 2011, anno di riferimento del precedente rapporto, le imprese che dichiaravano di impegnarsi nella responsabilita' sociale d'impresa erano il 64% del campione. Nel VI rapporto questo dato cresce: ad attuare una strategia di Csr e' il 73% delle imprese italiane con piu' di 80 dipendenti.

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Agenzia: Data: Ora:

Dire 18/06/2014 15.40

Risorse ridotte dalla crisi, ma Budget 2014 è in crescita Nel contempo, per effetto della crisi economica di questi anni, le risorse investite hanno subito una contrazione: la cifra media investita in Csr nel 2013 e' infatti inferiore del 25% a quella del 2011. Si spende meno, però come detto il numero di imprese interessate e' in aumento. E per il 2014 il budget medio torna a crescere, con un aumento del 7% rispetto al 2013: da 158mila euro (media 2013) a 169mila euro (media 2014). Anche nel 2013 l'importo totale delle risorse destinate in Csr a livello nazionale si e' comunque attestato intorno al miliardo di euro (cifra di riferimento del precedente rapporto): 920 milioni di euro per l'esattezza. I settori piu' attivi nella Csr sono il finance, il commercio, il farmaceutico e il manifatturiero; alta sensibilità e attenzione anche nel settore tecnologico/informatico. QUALE CSR? CRESCE QUELLA PER L'AMBIENTE - E' nella scelta delle strategie di Csr che si registra il cambiamento piu' rilevante rispetto all'ultimo rapporto. Se infatti prima era piu' diffusa la dimensione esterna della responsabilita' sociale, quella collegata ad esempio a donazioni umanitarie, ora e per il futuro le imprese puntano sull'ambiente: il 54% del campione dichiara infatti di aver attivato misure cogenti di contenimento degli sprechi di carta, acqua, illuminazione ed avanzi nelle mense; seguono investimenti per migliorare sul risparmio energetico (36%), l'introduzione o il potenziamento della raccolta differenziata (33%), nuove tecnologie per limitare l'inquinamento e migliorare lo smaltimento dei rifiuti (33%). In netto calo le donazioni in denaro (solo il 26% dichiara di organizzarle all'interno della propria impresa) e attivita' filantropiche (24%).

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La CSR ha priorità interne e 'locali' Per quanto concerne il terreno prescelto per le proprie attivita' di responsabilita' sociale, a parte l'interno dell'azienda (scelto dalla gran parte delle aziende) le altre attivita' di Csr si concentrano in prima battuta sul territorio locale dell'azienda (42%). Dunque con la Csr le aziende cercano anche un miglioramento nei propri 'rapporti di vicinato'. 'La prima parola sollevata dai dati di questo rapporto sull'impegno sociale delle aziende in Italia e' 'attenzione': attenzione agli sprechi, ai dipendenti, all'ambiente in cui viviamo e che lasciamo ai figli e ai nipoti, al territorio nel quale operiamo. Sta emergendo, con chiarezza, un nuovo modo di fare ed essere impresa", commenta Orsi. "L'altra parola-chiave e' 'risparmio', che in questi anni e' diventato obbligatorio, ma che e' anche uno dei principali vantaggi dell'agire responsabile, un volano per lo sviluppo della Csr e dell'impresa stessa. Ci riferiamo alla riduzione dei consumi di materie prime e risorse, al maggiore controllo della filiera, a una maggiore attenzione complessiva ai costi". L'OBIETTIVO È LA REPUTAZIONE, LA RICADUTA REALE SUI DIPENDENTI - La prima motivazione a fare responsabilita' sociale e' 'reputazionale' segno che e' stata colta la centralità della responsabilita' sociale nella costruzione del posizionamento dell'immagine aziendale (47%). In seconda battuta viene segnalato l'effetto sul business (27%) e sul clima interno (27%). A un terzo livello si trovano poi le motivazioni di ordine morale (la Csr come contributo d'impresa allo sviluppo sostenibile) e il rapporto con amministrazioni e stakeholders. Coerentemente, il principale criterio di scelta delle iniziative da sostenere o attuare e' la loro visibilità (40%); poi l'area geografica (31%), ovvero il legame con il territorio, a sottolineare l'obiettivo di influire nei rapporti con i soggetti sociali locali; seguono la possibilita' di coinvolgere il personale (28%) e quella di misurare i risultati dell'iniziativa (23%). Nonostante la spiccata motivazione verso il rafforzamento della corporate reputation, il primo vantaggio realmente riconosciuto dalle imprese che hanno fatto Csr e' nel miglioramento del clima interno e nel coinvolgimento dei dipendenti: a pensarla così il 46% delle aziende; solo il 36% registra invece il verificarsi dell'effettivo ritorno reputazionale prospettato all'inizio.

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La spinta al cambiamento arriva dalla società civile Secondo le imprese intervistate, ad impegnarsi per diffondere la cultura di comportamenti socialmente responsabili e' soprattutto il privato cittadino. Cittadino inteso come opinione pubblica (il 16% del campione vede in questo interlocutore il sostenitore piu' convinto della responsabilita' sociale), azienda (18%), terzo settore (15%). Le pubbliche amministrazioni e le università vengono considerate 'meno interessate'. Solo il 5% degli intervistati riconosce alle istituzioni accademiche del nostro Paese un contributo alla Csr. Maglia nera alle istituzioni nazionali: solo il 3% degli intervistati le considera impegnate a diffondere comportamenti responsabili. Ed e' invece proprio a loro che il 75% delle aziende intervistate continua a chiedere a gran voce, anche in questo rapporto, norme istituzionali premianti per chi fa Csr: sgravi fiscali, riconoscimenti, certificazioni. LA CRISI HA RESO STRATEGICA LA CSR - Il 40% delle imprese interpellate ritiene che la crisi abbia generato, o perlomeno sostenuto, uno sviluppo dell'attenzione verso la responsabilita' sociale. In questo biennio le aziende hanno riformulato il vissuto del momento economico e la Csr viene quindi concepita come un potente strumento di riposizionamento strategico. LA FILIERA 'ETICA' - Il 46% delle imprese sceglie e valuta i propri fornitori anche in considerazione del loro impegno nella Csr, aspetto cui sono piu' interessate le aziende del settore gomma e plastica, il metallurgico e l'informatica/elettronica/telecomunicazioni. IL FUTURO DELLA CSR È LOTTA A SPRECHI E INQUINAMENTO - Per il futuro la direzione d'investimento complessivamente piu' referenziata e' quella della sostenibilita' ambientale: riduzione degli sprechi in primis (64%), seguita dalla riduzione dell'inquinamento (51%). A seguire, ad una certa distanza percentuale, le pari opportunità (25%) e l'integrazione sociale (21%).

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QUOTIDIANI E PERIODICI CARTACEI

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Quotidiano: Data:

Il Sole 24 Ore 16/06/2014

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Quotidiano: Data: CittĂ :

Repubblica Roma - Economia 17/06/2014 Roma

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Quotidiano: Il Sole 24 Ore Data: 23/06/2014

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Periodico: Data:

il VenerdĂŹ di Repubblica 25/07/2014

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Periodico: Data:

Vita 04/07/2014

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WEB

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Web: Data:

alternativasostenibile.it 17/06/2014

Csr: al Mise verrà presentato il "VI rapporto nazionale sull'impegno sociale delle imprese" Mercoledì 18 giugno alle 10.30 a Roma, presso la sede del ministero dello Sviluppo Economico, l'Osservatorio Socialis presenterà il "VI Rapporto Nazionale sull'Impegno Sociale delle imprese". L' indagine è stata condotta in collaborazione con l'istituto IXE', con la partecipazione di Sanofi Pasteur MSD, Lega del Filo d'Oro e Manager Italia e con il patrocinio di presidenza del Consiglio e ministeri dello Sviluppo Economico, Ambiente, Lavoro e Politiche Sociali. Si tratterà di un'indagine a 360° sulle attività delle aziende italiane finalizzate ad orientare in modo sostenibile il proprio impatto su società e territori. Temi al centro del documento saranno dunque le tematiche ambientali, la lotta agli sprechi e il risparmio energetico. Dall'indagine emergerà quindi un ritratto completo sulle nuove policy ambientali delle nostre imprese, sulla nuova vita quotidiana nei nostri uffici e sugli effetti della crisi. Nel dettaglio, nel corso della prima parte dell'incontro interverrannoRoberto Orsi, direttore Osservatorio Socialis e presidente Errepi Comunicazione, Margherita Sartorio Mengotti, direttore di Ricerca Istituto Demoscopico Ixè e Maria Ludovica Agrò del dipartimento delle politiche industriali e competitività del ministero dello Sviluppo Economico. Alla tavola rotonda intitolata "L'impegno sociale delle aziende: come e perchè fare CSR, insieme" interverranno tra gli altri Rossano Bartoli,segretario generale Lega del Filo d'Oro, Adriano Coni, responsabile segretariato sociale RAI, oltre a Marta Leonori e Paolo Masini assessori rispettivamente alle Attività produttive e ai Lavori Pubblici e Periferie del Comune di Roma. A moderare la discussione ci penserà Elio Silva de "Il Sole 24 Ore"

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Web: alternativasostenibile.it Data: 18/06/2014

Csr: nel 2013 il 73% delle aziende ha scelto la responsabilità sociale di impresa. Investiti 920 mln Dal 2011 a oggi la consapevolezza dell'importanza della Corporate Social Responsibility (Csr) si è sempre più diffusa tra le aziende italiane permeandone la loro stessa identità. E' infatti aumentato il numero delle nostre imprese impegnate nella responsabilità sociale (CSR). Le nuove strategie aziendali sono incentrate sul coinvolgimento dei dipendenti: lotta agli sprechi, ottimizzazione dei consumienergetici e ciclo dei rifiuti. Sono questi alcuni dei dati che emergono dal VI rapporto di indagine sull'impegno socialedelle aziende in Italia, eseguito nell'aprile 2014 dall'Osservatorio Socialis di Errepi Comunicazione in partnership con l'istituto IXE',presentato questa mattina nella sede del ministero dello Sviluppo economico. Dall'indagine emerge chiaramente la crescita, rispetto al 2011, anno di riferimento del precedente rapporto, delle imprese (con più di 80 dipendenti, quindi medio-grandi) che dichiarano di impegnarsi nella responsabilità sociale d'impresa. Dal 64% si è infatti passati al 73%. Nel frattempo però si rivela una diminuzione del budget investito nella Csr: la cifra media investita nel 2013 è infatti inferiore del 25% a quella del 2011. Ma per il 2014 il budget medio torna a crescere, con un aumento del 7% rispetto al 2013: da 158 mila euro (media 2013) a 169mila euro (media 2014). Anche nel 2013 l'importo totale delle risorse destinate in CSR a livello nazionale si è comunque attestato intorno al miliardo di euro (cifra di riferimento del precedente rapporto): 920 milioni di euro per l'esattezza. I settori più attivi nella CSR sono il finance, il commercio, il farmaceutico e il manifatturiero. Alta sensibilità e attenzione si riscontrano anche nel settore tecnologico/informatico. Ma il cambiamento più rilevante rispetto all'ultimo rapporto si registra nellascelta delle strategie di Csr: se infatti prima era più diffusa la dimensione esterna della responsabilità sociale, quella collegata ad esempio a donazioni umanitarie, ora e per il futuro le imprese puntano sull'ambiente. Il 54% del campione dichiara infatti di aver attivato misure cogenti di contenimento degli sprechi di carta, acqua, illuminazione ed avanzi nelle mense, seguono investimenti per migliorare sul risparmio energetico (36%). E ancora troviamo l'introduzione o il potenziamento della raccolta differenziata (33%), nuove tecnologie per limitare l'inquinamento e migliorare lo smaltimento dei rifiuti (33%). In netto calo le donazioni in denaro (solo il 26% dichiara di organizzarle all'interno della propria impresa) e attività filantropiche (24%). Quanto all'area prescelta per le proprie attività di responsabilità sociale, a parte l'interno dell'azienda (scelto dalla gran parte delle aziende) le altre attività di CSR si concentrano in prima battuta sul territorio locale dell'azienda (42%). Dunque con la Csr le aziende cercano anche un miglioramento nei propri "rapporti di vicinato". La prima motivazione a fare responsabilità sociale è "reputazionale" segno che è stata colta la centralità della responsabilità sociale nella costruzione del posizionamento dell'immagine aziendale (47%). In seconda battuta viene segnalato l'effetto sul business (27%) e sul clima interno (27%). Nonostante la spiccata motivazione verso il rafforzamento della corporate reputation, il primo vantaggio realmente riconosciuto dalle imprese che hanno fatto Csr è nel miglioramento del clima interno e nel coinvolgimento dei dipendenti: a pensarla così il 46% delle aziende; solo il 36% registra invece il verificarsi dell'effettivo ritorno reputazionale prospettato all'inizio. Per il futuro la direzione d'investimento complessivamente più referenziata è quella della sostenibilità ambientale: riduzione degli sprechi in

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primis (64%), seguita dalla riduzione dell'inquinamento (51%). A seguire, ad una certa distanza percentuale, le pari opportunità (25%) e l'integrazione sociale (21%). "La crisi che stiamo attraversandoci ha insegnato che è necessario ripensare il nostro modello di sviluppo" ha detto Maria Ludovica Agrò, dirigente delle Politiche industriali e competitività del Ministero dello Sviluppo Economico nel corso del suo intervento all'incontro di presentazione del rapporto. "Dobbiamo trovare una chiave sostenibile del nostro sviluppo e la Csr è quella giusta" ha continuato la Agrò sottolineando l'impegno del suo ministero su questo fronte e annunciando la creazione di una delega ad hoc per responsabilità sociale d'impresa. "E' la prima volta che succede - ha precisato il dirigente - e anche se ancora non è stato ufficializzato nessun nome la decisione è stata presa". La rappresentante del Mise ha poi sottolineato come dal rapporto emerga come le azioni di Csr si rivolgano soprattutto all'interno dell'azienda, "il che non vuol dire negare l'importanza del profitto ma ascriverlo all'interno di un concetto ampio di sostenibilità ambientale, economica e sociale" ha detto la Agrò. Nel corso della tavola rotonda seguita alla presentazione del rapporto e intitolata "Come e perché fare CSR insieme", sono intervenuti, tra gli altri Marta Leonori e Paolo Masini assessori rispettivamente alle Attività produttive e ai Lavori Pubblici e Periferie del Comune di Roma che hanno ricordato le azioni messe in essere dai rispettivi assessorati a favore della responsabilità sociale. E ancora, Adriano Coni, responsabile segretariato sociale RAI, che ha annunciato il varo ormai prossimo del primo bilancio sociale della Rai e Nicoletta Luppi, ad Sanofi Pasteur MSD che ha evidenziato l'importanza della responsabilità sociale nel settore delle sanità e farmaceutico in particolare. La Luppi si è sofffermata sull'esempio virtuoso rappresentato della sua multinazionale, attiva nel settore dei vaccini, e da sempre attenta alla sostenibilità, in particolare al welfare aziendale. Per essere realmente responsabili e sostenibili le aziende devono "essere generose e puntare sul valore e sulla qualità delle persone" ha concluso la Luppi riassumendo in due parole i concetti chiave dellasostenibilità sociale. di Rosamaria Freda

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Web: Data:

Fai.informazione.it 19/06/2014

Csr: nel 2013 il 73% delle aziende ha scelto la responsabilità sociale di impresa. Investiti 920 mln 19/06/2014 Dal 2011 a oggi la consapevolezza dell'importanza della Corporate Social Responsibility (Csr) si sempre più diffusa tra le nostre aziende e ha permeato la loro stessa identità. Infatti è aumentato il numero di imprese italiane impegnate nella responsabilità sociale (CSR). Le nuove strategie aziendali sono incentrate sul coinvolgimento dei dipendenti: lotta agli sprechi, ottimizzazione dei consumi energetici e ciclo dei rifiuti. Sono questi alcuni dei dati che emergono dal VI rapporto di indagine sull'impegno sociale delle aziende in Italia, eseguito nell'aprile 2014 dall'Osservatorio Socialis di Errepi Comunicazione in partnership con l'istituto IXE'.

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Web: Data:

Corriere.it 18/06/2014

IL RAPPORTO

Le aziende selezionano curriculum sempre più green ed «etici» Lo rivela uno studio: due imprese italiane su tre ritengono che una laurea o un master sulla sostenibilità ambientale o sulla responsabilità sociale dia una marcia in più Una laurea o meglio un master, ma basta anche uno stage o un breve corso di formazione. L’importante è che emerga un interesse all’ambiente o alla responsabilità sociale d’impresa. I curriculum dei neolaureati, insomma, devono essere sempre più green ed «etici» per essere selezionati, soprattutto in tempo di crisi. Due aziende italiane su tre, infatti, ritengono che la specializzazione in responsabilità sociale d’impresa e/o sostenibilità ambientale rappresenti una marcia in più. Lo rivela il VI rapporto nazionale sull’impegno sociale delle imprese in Italia.

L’attenzione al sociale Secondo lo studio - pubblicato e curato dall’Osservatorio Socialis di Errepi Comunicazione con la collaborazione dell’Istituto demoscopico IXE’, col patrocinio della Presidenza del Consiglio - il 67% delle aziende italiane intervistate afferma che i master, i corsi universitari, le tesi di laurea inCorporate Social Responsibility (Csr) o in sostenibilità ambientale possano costituire motivi di distinzione nel curriculum di un candidato. E, fatto interessante, la specializzazione è ritenuta rilevante sia dalle imprese che al loro interno hanno attivato procedure di Csr (si è dichiarato infatti interessato il 76% di queste) che da quelle che attualmente non fanno alcuna attività di responsabilità sociale (si è infatti detto comunque interessato anche il 46%). Il 33% degli intervistati dichiara inoltre di avere all’interno del proprio organigramma un responsabile della Csr: tale figura è presente in misura maggiore in aziende del settore trasporti, farmaceutico/chimico e tecnologico/informatico/telecomunicazioni.

Aziende sempre più responsabili Per quanto concerne gli aspetti più generali dell’indagine, l’Osservatorio Socialis rileva che il numero di imprese italiane impegnate nella responsabilità sociale d’impresa è in aumento: nel 2011, anno di riferimento del precedente rapporto, le imprese che dichiaravano di impegnarsi nella responsabilità sociale d’impresa erano il 64% del campione; ora il dato è cresciuto e si assesta al 73%.

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Si spende meno rispetto al 2011 ma gli interventi sono sempre più mirati e misurabili. Per essere socialmente responsabili le aziende italiane infatti intervengono in particolare su sprechi, ottimizzazione dei consumi energetici, ciclo dei rifiuti. «Questa rilevazione», dichiara Roberto Orsi, direttore dell’Osservatorio Socialis «ci restituisce l’immagine di un tessuto imprenditoriale che dalla crisi ha assimilato soprattutto questo: le risorse sono preziose; i processi, determinanti; orientare l’impatto sociale di impresa richiede strategie sempre più dettagliate».

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Web: Data:

corrieredellecomunicazioni.it 18/06/2014

OSSERVATORIO SOCIALIS

Secondo l'Osservatorio Socialis il 38% delle aziende usa il sito aziendale o i social network per comunicare. La Rete il canale preferenziale per reperire informazioni Cresce l’utilizzo di social network e media digitali nella comunicazione aziendale di iniziative di Corporate Social Responsibility e di sostenibilità ambientale. Lo rivela il VI rapporto nazionale sull’impegno sociale delle imprese in Italia, pubblicato e curato dall’Osservatorio Socialis di Errepi Comunicazione con la collaborazione dell’Istituto demoscopico Ixe’, col patrocinio dellaPresidenza del Consiglio, dei ministeri dello Sviluppo Economico, Lavoro e Politiche Sociali, Ambiente, e la partecipazione di Lega del Filo d’Oro, Sanofi Pasteur MSD e Manager Italia. Secondo il rapporto, presentato oggi dall’Osservatorio Socialis al Mise, per dare visibilità alle policy di responsabilità sociale il 38% delle aziende italiane pubblica i contenuti di settore direttamente sull’home page del sito ufficiale: due anni fa, in occasione, del precedente rapporto, ricorreva al sito aziendale il 30% del campione intervistato. “La responsabilità sociale è dunque un aspetto sempre più rilevante e identitario per la Corporate reputation si legge in una nota - La comunicazione della Csr è in crescita anche su Facebook, utilizzato dal 18% delle imprese interpellate (due anni fa vi ricorreva il 13%) mentre compaiono nuovi canali, come Twitter, cui ricorre per informare del proprio impegno sociale il 13% delle aziende italiane, o anche altri social network e blog creati appositamente, che un altro 8% dichiara di sperimentare. Ad appoggiarsi all’ufficio stampa tradizionale per diffondere notizie in merito alle proprie attività di responsabilità sociale d’impresa è il 25% delle imprese”. Internet è anche il canale attraverso cui il 50% delle aziende si informa, a sua volta, sulle nuove tendenze dei temi legati alla responsabilità sociale d’impresa, confermandosi così di fatto il terreno più fertile per dare spazio a temi sociali e ambientali che sui media tradizionali faticano sempre di più a trovare posto. “Per quanto concerne gli aspetti più generali, l’indagine dell’Osservatorio Socialis rileva che il numero di imprese italiane impegnate nella responsabilità sociale d’impresa è in aumento - conclude la nota - nel 2011, anno di riferimento del precedente rapporto, le imprese che dichiaravano di impegnarsi nella responsabilità sociale d’impresa erano il 64% del campione; ora il dato è cresciuto e si assesta al 73%. Si spende meno rispetto al 2011 ma gli interventi sono sempre più mirati e misurabili”. “Questa rilevazione - afferma Roberto Orsi (nella foto), direttore dell’Osservatorio Socialis - ci restituisce l’immagine di un tessuto imprenditoriale che dalla crisi ha assimilato soprattutto questo: le risorse sono preziose; i processi, determinanti; orientare l’impatto sociale di impresa richiede strategie sempre più dettagliate”.

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Web: Data:

redattoresociale.it 18/06/2014

Imprese e impegno sociale: le aziende chiedono aiuto ai dipendenti Sempre più informate e sensibilizzate sul tema della responsabilità sociale, le aziende sono spronate dai cittadini a impegnarsi in questo senso. Rimandate, invece, istituzioni e università, che sembrano non ascoltare la voce degli italiani. Un’azienda su 2 riconosce alla crisi il merito della svolta "sociale" ROMA - Le nuove strategie aziendali dedicate alla responsabilità sociale sono incentrate sul coinvolgimento dei dipendenti: lotta agli sprechi, ottimizzazione dei consumi energetici e ciclo dei rifiuti. Dal 2011 a oggi, la consapevolezza dell’importanza della corporate social responsibility si è diffusa tra le nostre aziende e ha permeato la loro stessa identità. A spingere al cambiamento i consumatori, mentre le istituzioni nazionali ‘latitano’ e non danno seguito alla richiesta di incentivare fiscalmente le buone pratiche. Questo racconta il quadro delle aziende italiane impegnate nella responsabilità sociale tratteggiato dal "VI rapporto di indagine sull’impegno sociale delle aziende in Italia", realizzato lo scorso aprile dall’Osservatorio Socialis di Errepi Comunicazione in partnership con l’istituto IXE’, col patrocinio della Presidenza del Consiglio, dei ministeri dello Sviluppo Economico, Lavoro e Politiche Sociali, Ambiente, e con la partecipazione di Lega del Filo d’Oro, Sanofi Pasteur MSD e Manager Italia. L’impegno nei confronti dei comportamenti socialmente responsabili delle aziende è riconosciuto soprattutto al privato cittadino (49 per cento): inteso come aziende (18 per cento), opinione pubblica (16 per cento) e terzo settore (15 per cento). I soggetti istituzionali quindi vengono identificati come attori poco attivi e deboli propulsori della responsabilità sociale d’impresa. Alla pubblica amministrazione si chiedono incentivi fiscali, alle università si suggerisce un maggiore diffusione di percorsi di studio dedicati. Al cittadino consumatore, il ruolo di sprone. Poco meno di un’azienda su 2 ha dichiarato che è stata la crisi a generare, o almeno sostenere, uno sviluppo dell’attenzione alla responsabilità sociale: per queste aziende l’ultimo biennio ha consentito una riformulazione del vissuto del momento economico e modificato la chiave di lettura della crisi che, attraverso la Csr può tradursi in uno strumento strategico di posizionamento potente. Un terzo delle imprese ritiene invece che il difficile momento economico abbia diminuito l’attenzione nei confronti della Csr e della sostenibilità ambientale, a causa di una diminuita disponibilità finanziaria. Rimane costante un 25 per cento circa che considera la congiuntura economica ininfluente.

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La prima motivazione alla base dell’impegno nella responsabilità sociale è il miglioramento dell’immagine aziendale. In seconda battuta viene segnalato l’effetto sul business e sul clima interno. Seguono poi le motivazioni di ordine morale e quelle relative ai rapporti con amministrazioni e investitori. Il 10 per cento, infine, ammette di essere mosso dalla necessità di inseguire i concorrenti su questo terreno. Il criterio principale di scelta delle iniziative è quindi la visibilità. In seconda battuta, il criterio della localizzazione geografica e il legame con il territorio. Seguono la possibilità di coinvolgere il personale e la possibilità di misurare i risultati dell’iniziativa. L’effetto realmente riconosciuto dalle imprese è però sui dipendenti. Il 53 per cento delle imprese ha adottato un codice etico, in crescita del 10 per cento rispetto al 2011. La metà delle imprese sceglie e valuta i propri fornitori anche in considerazione del loro impegno in attività di Csr Una su 3 ha un responsabile della responsabilità sociale. 2 imprese su 3 ritengono che una specializzazione in Csr e/o sostenibilità ambientale possa rappresentare un elemento di distinzione in un curriculum. Bilancio sociale e bilancio ambientale sono sempre più diffusi, sia tra le aziende che fanno Csr, sia tra quelle non ne fanno. Rispetto al 2011, la penetrazione di queste consuetudini aziendali registra un aumento della diffusione, soprattutto nel caso del bilancio sociale, adottato dalla metà degli intervistati (400 imprese con numero pari o superiore a 80 dipendenti). Per sensibilizzare il personale alle buone pratiche, le aziende realizzano corsi di formazione, volti anche alla valorizzazione dei dipendenti. Il 20 per cento delle imprese ha investito in monitoraggi del clima interno e in realizzazione di attività ricreative e culturali. Tre quarti delle imprese intervistate dichiara di aver organizzato un sistema di informazione interna dedicato. Anche il personaleo delle aziende che non fanno Csr si informa sulle tematiche inerenti: il canale di gran lunga più utilizzato è Internet, sia per raccogliere informazioni sia per diffonderle in merito alle attività realizzate dall’impresa. Crescono notevolmente le referenze a convegni e conferenze, forse a segnalare l’aumento dell’offerta formativa e di studio di questa materia. L’utilizzo dei social network e dei web media aumenta anche nella comunicazione aziendale della Crs. ‘Questa rilevazione – commenta Roberto Orsi, direttore dell’Osservatorio Socialis – ci restituisce l’immagine di un tessuto imprenditoriale che dalla crisi ha assimilato soprattutto questo: le risorse sono preziose; i processi determinanti; orientare l’impatto sociale di impresa richiede una strategia precisa’.

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Web: Data:

agenzia.redattoresociale.it 18/06/2014

Responsabilità sociale: piÚ aziende impegnate, ma calano gli investimenti Rapporto dell’Osservatorio Socialis. Cresce il numero di quelle che si dichiarano impegnate nella responsabilità sociale d'impresa: 73%, nel 2011 erano il 64%. Miglioramento del clima e ottimizzazione dei consumi energetici sono le aree su cui si concentrano gli investimenti

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Web: Data:

adnkronos.com 18/06/2014

Strategie di Csr per il 73% delle imprese italiane Aumenta il numero di imprese italiane impegnate nella responsabilità sociale (Csr), anche se diminuisce il budget dedicato. Lo rileva la sesta edizione del rapporto dell’Osservatorio Socialis di Errepi Comunicazione in partnership con l’istituto Ixè. Nel 2011, anno di riferimento della precedente rilevazione, le imprese che dichiaravano di impegnarsi nella responsabilità sociale d’impresa erano il 64%; nel VI rapporto ad attuare una strategia di Csr è il 73% delle imprese italiane con più di 80 dipendenti. Nel contempo, per effetto della crisi economica di questi anni, le risorse dedicate hanno subito una contrazione: la cifra media investita in Csr nel 2013 è infatti inferiore del 25% a quella del 2011. Si spende meno, però il numero di imprese interessate è in aumento. E per il 2014 il budget medio torna a crescere, con un aumento del 7% rispetto al 2013: da 158 mila euro (media 2013) a 169mila euro (media 2014). Anche nel 2013 l’importo totale delle risorse destinate in Csr a livello nazionale si è comunque attestato intorno al miliardo di euro (cifra di riferimento del precedente rapporto): 920 milioni di euro per l’esattezza. I settori più attivi nella Csr sono il finance, il commercio, il farmaceutico e il manifatturiero; alta sensibilità e attenzione anche nel settore tecnologico-informatico. E’ nella scelta delle strategie di Csr che si registra il cambiamento più rilevante rispetto all’ultimo rapporto. Se infatti prima era più diffusa la dimensione esterna della responsabilità sociale, quella collegata ad esempio a donazioni umanitarie, ora e per il futuro le imprese puntano sull’ambiente. Il 54% del campione dichiara di aver attivato misure cogenti di contenimento degli sprechi di carta, acqua, illuminazione ed avanzi nelle mense; seguono investimenti per migliorare sul risparmio energetico (36%), l’introduzione o il potenziamento della raccolta differenziata (33%), nuove tecnologie per limitare l’inquinamento e migliorare lo smaltimento dei rifiuti (33%). In netto calo le donazioni in denaro (solo il 26% dichiara di organizzarle all’interno della propria impresa) e attività filantropiche (24%).

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Per quanto concerne il terreno prescelto per le proprie attività di responsabilità sociale, a parte l’interno dell’azienda (scelto dalla gran parte delle aziende) le altre attività di Csr si concentrano in prima battuta sul territorio locale dell’azienda (42%). Dunque con la Csr le aziende cercano anche un miglioramento nei propri ‘’rapporti di vicinato’’. Insomma, le due parole chiave di questo rapporto, sono “attenzione” (agli sprechi, ai dipendenti, all’ambiente) e “risparmio”, sottoliena Roberto Orsi, direttore dell’Osservatorio Socialis. La prima motivazione a fare responsabilità sociale è ‘’reputazionale’’ (47%), in seconda battuta viene segnalato l’effetto sul business (27%) e sul clima interno (27%). Il principale criterio di scelta delle iniziative da sostenere o attuare è la loro visibilità (40%); poi l’area geografica (31%), ovvero il legame con il territorio; la possibilità di coinvolgere il personale (28%) e quella di misurare i risultati dell’iniziativa (23%). Il primo vantaggio riconosciuto dalle imprese che hanno fatto Csr è nel miglioramento del clima interno e nel coinvolgimento dei dipendenti: a pensarla così il 46% delle aziende; solo il 36% registra invece il verificarsi dell’effettivo ritorno reputazionale prospettato all’inizio. Secondo le imprese intervistate, ad impegnarsi per diffondere la cultura di comportamenti ‘’socialmente responsabili’’ è soprattutto il ‘’privato cittadino’’ (16%), azienda (18%), terzo settore (15%). Le pubbliche amministrazioni e le università vengono considerate ‘’meno interessate’’. Solo il 5% degli intervistati riconosce alle istituzioni accademiche del nostro Paese un contributo alla Csr. Maglia nera alle istituzioni nazionali: solo il 3% degli intervistati le considera impegnate a diffondere comportamenti responsabili. Ed è invece proprio a loro che il 75% delle aziende intervistate continua a chiedere a gran voce, anche in questo rapporto, norme istituzionali premianti per chi fa Csr: sgravi fiscali, riconoscimenti, certificazioni. Il 40% delle imprese interpellate ritiene che la crisi abbia generato, o perlomeno sostenuto, uno sviluppo dell’attenzione verso la responsabilità sociale. Il 46% delle imprese sceglie e valuta i propri fornitori anche in considerazione del loro impegno nella Csr, aspetto cui sono più

interessate

le

aziende

del

settore

gomma

e

plastica,

il

metallurgico

e

l’informatica/elettronica/telecomunicazioni. Per il futuro la direzione d’investimento complessivamente più referenziata è quella della sostenibilità ambientale: riduzione degli sprechi in primis (64%), seguita dalla riduzione dell’inquinamento (51%). A seguire, ad una certa distanza percentuale, le pari opportunità (25%) e l’integrazione sociale (21%)

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Web: sassarinotizie.it Data: 18/06/2014

SOSTENIBILITA

Strategie di Csr per il 73% delle imprese italiane Aumenta il numero di imprese italiane impegnate nella responsabilità sociale (Csr), anche se diminuisce il budget dedicato. Lo rileva la sesta edizione del rapporto dell’Osservatorio Socialis di Errepi Comunicazione in partnership con l’istituto Ixè. Nel 2011, anno di riferimento della precedente rilevazione, le imprese che dichiaravano di impegnarsi nella responsabilità sociale d’impresa erano il 64%; nel VI rapporto ad attuare una strategia di Csr è il 73% delle imprese italiane con più di 80 dipendenti.Nel contempo, per effetto della crisi economica di questi anni, le risorse dedicate hanno subito una contrazione: la cifra media investita in Csr nel 2013 è infatti inferiore del 25% a quella del 2011. Si spende meno, però il numero di imprese interessate è in aumento. E per il 2014 il budget medio torna a crescere, con un aumento del 7% rispetto al 2013: da 158 mila euro (media 2013) a 169mila euro (media 2014). Anche nel 2013 l’importo totale delle risorse destinate in Csr a livello nazionale si è comunque attestato intorno al miliardo di euro (cifra di riferimento del precedente rapporto): 920 milioni di euro per l’esattezza. I settori più attivi nella Csr sono il finance, il commercio, il farmaceutico e il manifatturiero; alta sensibilità e attenzione anche nel settore tecnologico-informatico. E’ nella scelta delle strategie di Csr che si registra il cambiamento più rilevante rispetto all’ultimo rapporto. Se infatti prima era più diffusa la dimensione esterna della responsabilità sociale, quella collegata ad esempio a donazioni umanitarie, ora e per il futuro le imprese puntano sull’ambiente. Il 54% del campione dichiara di aver attivato misure cogenti di contenimento degli sprechi di carta, acqua, illuminazione ed avanzi nelle mense; seguono investimenti per migliorare sul risparmio energetico (36%), l’introduzione o il potenziamento della raccolta differenziata (33%), nuove tecnologie per limitare l’inquinamento e migliorare lo smaltimento dei rifiuti (33%). In netto calo le donazioni in denaro (solo il 26% dichiara di organizzarle all’interno della propria impresa) e attività filantropiche (24%).Per quanto concerne il terreno prescelto per le proprie attività di responsabilità sociale, a parte l’interno dell’azienda (scelto dalla gran parte delle aziende) le altre attività di Csr si concentrano in prima battuta sul territorio locale dell’azienda (42%). Dunque con la Csr le aziende cercano anche un miglioramento nei propri ‘’rapporti di vicinato’’. Insomma, le due parole chiave di questo rapporto, sono “attenzione” (agli sprechi, ai dipendenti, all’ambiente) e “risparmio”, sottoliena Roberto Orsi, direttore dell’Osservatorio Socialis. La prima motivazione a fare responsabilità sociale è ‘’reputazionale’’ (47%), in seconda battuta viene segnalato l’effetto sul business (27%) e sul clima interno (27%). Il principale criterio di scelta delle iniziative da sostenere o attuare è la loro visibilità (40%); poi l’area geografica (31%), ovvero il legame con il territorio; la possibilità di coinvolgere il personale (28%) e quella di misurare i risultati dell’iniziativa (23%).Il primo vantaggio riconosciuto dalle imprese che hanno fatto Csr è nel miglioramento del clima interno e nel coinvolgimento dei dipendenti: a pensarla così il 46% delle aziende; solo il 36% registra invece il verificarsi dell’effettivo ritorno reputazionale prospettato all’inizio. Secondo le imprese intervistate, ad impegnarsi per diffondere la cultura di comportamenti ‘’socialmente responsabili’’ è soprattutto il ‘’privato cittadino’’ (16%), azienda (18%), terzo settore (15%). Le pubbliche amministrazioni e le università vengono considerate ‘’meno interessate’’. Solo il 5% degli intervistati riconosce alle istituzioni accademiche del nostro Paese un contributo alla Csr. Maglia nera alle istituzioni nazionali: solo il 3% degli intervistati le considera impegnate a diffondere comportamenti responsabili. Ed è invece proprio a loro che il 75% delle aziende intervistate continua a chiedere a gran voce, anche in questo rapporto, norme istituzionali premianti per chi fa Csr: sgravi fiscali, riconoscimenti, certificazioni. 45


Il 40% delle imprese interpellate ritiene che la crisi abbia generato, o perlomeno sostenuto, uno sviluppo dell’attenzione verso la responsabilità sociale. Il 46% delle imprese sceglie e valuta i propri fornitori anche in considerazione del loro impegno nella Csr, aspetto cui sono più interessate le aziende del settore gomma e plastica, il metallurgico e l’informatica/elettronica/telecomunicazioni. Per il futuro la direzione d’investimento complessivamente più referenziata è quella della sostenibilità ambientale: riduzione degli sprechi in primis (64%), seguita dalla riduzione dell’inquinamento (51%). A seguire, ad una certa distanza percentuale, le pari opportunità (25%) e l’integrazione sociale (21%).

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liberoquotidiano.it 18/06/2014

SOSTENIBILITA

Strategie di Csr per il 73% delle imprese italiane I settori più attivi sono il finance, il commercio, il farmaceutico e il manifatturiero; alta sensibilità e attenzione anche nel settore tecnologico-informatico Aumenta il numero di imprese italiane impegnate nella responsabilità sociale (Csr), anche se diminuisce il budget dedicato. Lo rileva la sesta edizione del rapporto dell’Osservatorio Socialis di Errepi Comunicazione in partnership con l’istituto Ixè. Nel 2011, anno di riferimento della precedente rilevazione, le imprese che dichiaravano di impegnarsi nella responsabilità sociale d’impresa erano il 64%; nel VI rapporto ad attuare una strategia di Csr è il 73% delle imprese italiane con più di 80 dipendenti. Nel contempo, per effetto della crisi economica di questi anni, le risorse dedicate hanno subito una contrazione: la cifra media investita in Csr nel 2013 è infatti inferiore del 25% a quella del 2011. Si spende meno, però il numero di imprese interessate è in aumento. E per il 2014 il budget medio torna a crescere, con un aumento del 7% rispetto al 2013: da 158 mila euro (media 2013) a 169mila euro (media 2014). Anche nel 2013 l’importo totale delle risorse destinate in Csr a livello nazionale si è comunque attestato intorno al miliardo di euro (cifra di riferimento del precedente rapporto): 920 milioni di euro per l’esattezza. I settori più attivi nella Csr sono il finance, il commercio, il farmaceutico e il manifatturiero; alta sensibilità e attenzione anche nel settore tecnologico-informatico. E’ nella scelta delle strategie di Csr che si registra il cambiamento più rilevante rispetto all’ultimo rapporto. Se infatti prima era più diffusa la dimensione esterna della responsabilità sociale, quella collegata ad esempio a donazioni umanitarie, ora e per il futuro le imprese puntano sull’ambiente. Il 54% del campione dichiara di aver attivato misure cogenti di contenimento degli sprechi di carta, acqua, illuminazione ed avanzi nelle mense; seguono investimenti per migliorare sul risparmio energetico (36%), l’introduzione o il potenziamento della raccolta differenziata (33%), nuove tecnologie per limitare l’inquinamento e migliorare lo smaltimento dei rifiuti (33%). In netto calo le donazioni in denaro (solo il 26% dichiara di organizzarle all’interno della propria impresa) e attività filantropiche (24%).

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Per quanto concerne il terreno prescelto per le proprie attività di responsabilità sociale, a parte l’interno dell’azienda (scelto dalla gran parte delle aziende) le altre attività di Csr si concentrano in prima battuta sul territorio locale dell’azienda (42%). Dunque con la Csr le aziende cercano anche un miglioramento nei propri ‘’rapporti di vicinato’’. Insomma, le due parole chiave di questo rapporto, sono “attenzione” (agli sprechi, ai dipendenti, all’ambiente) e “risparmio”, sottoliena Roberto Orsi, direttore dell’Osservatorio Socialis. La prima motivazione a fare responsabilità sociale è ‘’reputazionale’’ (47%), in seconda battuta viene segnalato l’effetto sul business (27%) e sul clima interno (27%). Il principale criterio di scelta delle iniziative da sostenere o attuare è la loro visibilità (40%); poi l’area geografica (31%), ovvero il legame con il territorio; la possibilità di coinvolgere il personale (28%) e quella di misurare i risultati dell’iniziativa (23%). Il primo vantaggio riconosciuto dalle imprese che hanno fatto Csr è nel miglioramento del clima interno e nel coinvolgimento dei dipendenti: a pensarla così il 46% delle aziende; solo il 36% registra invece il verificarsi dell’effettivo ritorno reputazionale prospettato all’inizio. Secondo le imprese intervistate, ad impegnarsi per diffondere la cultura di comportamenti ‘’socialmente responsabili’’ è soprattutto il ‘’privato cittadino’’ (16%), azienda (18%), terzo settore (15%). Le pubbliche amministrazioni e le università vengono considerate ‘’meno interessate’’. Solo il 5% degli intervistati riconosce alle istituzioni accademiche del nostro Paese un contributo alla Csr. Maglia nera alle istituzioni nazionali: solo il 3% degli intervistati le considera impegnate a diffondere comportamenti responsabili. Ed è invece proprio a loro che il 75% delle aziende intervistate continua a chiedere a gran voce, anche in questo rapporto, norme istituzionali premianti per chi fa Csr: sgravi fiscali, riconoscimenti, certificazioni. Il 40% delle imprese interpellate ritiene che la crisi abbia generato, o perlomeno sostenuto, uno sviluppo dell’attenzione verso la responsabilità sociale. Il 46% delle imprese sceglie e valuta i propri fornitori anche in considerazione del loro impegno nella Csr, aspetto cui sono più interessate le aziende del settore gomma e plastica, il metallurgico e l’informatica/elettronica/telecomunicazioni. Per il futuro la direzione d’investimento complessivamente più referenziata è quella della sostenibilità ambientale: riduzione degli sprechi in primis (64%), seguita dalla riduzione dell’inquinamento (51%). A seguire, ad una certa distanza percentuale, le pari opportunità (25%) e l’integrazione sociale (21%).

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Web: Data:

padovanews.it 26/06/2012

SOSTENIBILITA

Strategie di Csr per il 73% delle imprese italiane Aumenta il numero di imprese italiane impegnate nella responsabilità sociale (Csr), anche se diminuisce il budget dedicato. Lo rileva la sesta edizione del rapporto dell’Osservatorio Socialis di Errepi Comunicazione in partnership con l’istituto Ixè. Nel 2011, anno di riferimento della precedente rilevazione, le imprese che dichiaravano di impegnarsi nella responsabilità sociale d’impresa erano il 64%; nel VI rapporto ad attuare una strategia di Csr è il 73% delle imprese italiane con più di 80 dipendenti. Nel contempo, per effetto della crisi economica di questi anni, le risorse dedicate hanno subito una contrazione: la cifra media investita in Csr nel 2013 è infatti inferiore del 25% a quella del 2011. Si spende meno, però il numero di imprese interessate è in aumento. E per il 2014 il budget medio torna a crescere, con un aumento del 7% rispetto al 2013: da 158 mila euro (media 2013) a 169mila euro (media 2014). Anche nel 2013 l’importo totale delle risorse destinate in Csr a livello nazionale si è comunque attestato intorno al miliardo di euro (cifra di riferimento del precedente rapporto): 920 milioni di euro per l’esattezza. I settori più attivi nella Csr sono il finance, il commercio, il farmaceutico e il manifatturiero; alta sensibilità e attenzione anche nel settore tecnologico-informatico. E’ nella scelta delle strategie di Csr che si registra il cambiamento più rilevante rispetto all’ultimo rapporto. Se infatti prima era più diffusa la dimensione esterna della responsabilità sociale, quella collegata ad esempio a donazioni umanitarie, ora e per il futuro le imprese puntano sull’ambiente. Il 54% del campione dichiara di aver attivato misure cogenti di contenimento degli sprechi di carta, acqua, illuminazione ed avanzi nelle mense; seguono investimenti per migliorare sul risparmio energetico (36%), l’introduzione o il potenziamento della raccolta differenziata (33%), nuove tecnologie per limitare l’inquinamento e migliorare lo smaltimento dei rifiuti (33%). In netto calo le donazioni in denaro (solo il 26% dichiara di organizzarle all’interno della propria impresa) e attività filantropiche (24%).Per quanto concerne il terreno prescelto per le proprie attività di responsabilità sociale, a parte l’interno dell’azienda (scelto dalla gran parte delle aziende) le altre attività di Csr si concentrano in prima battuta sul territorio locale dell’azienda (42%). Dunque con la Csr le aziende cercano anche un miglioramento nei propri ‘’rapporti di vicinato’’. Insomma, le due parole chiave di questo rapporto, sono “attenzione” (agli sprechi, ai dipendenti, all’ambiente) e “risparmio”, sottolinea Roberto Orsi, direttore dell’Osservatorio Socialis. La prima motivazione a fare responsabilità sociale è ‘’reputazionale’’ (47%), in seconda battuta viene segnalato l’effetto sul business (27%) e sul clima interno (27%). Il principale criterio di scelta delle iniziative da sostenere o attuare è la loro visibilità (40%); poi l’area geografica (31%), ovvero il legame con il territorio; la possibilità di coinvolgere il personale (28%) e quella di misurare i risultati dell’iniziativa (23%).Il primo vantaggio riconosciuto dalle imprese che hanno fatto Csr è nel miglioramento del clima interno e nel coinvolgimento dei dipendenti: a pensarla così il 46% delle aziende; solo il 36% registra invece il verificarsi dell’effettivo ritorno reputazionale prospettato all’inizio. Secondo le imprese intervistate, ad impegnarsi per diffondere la cultura di comportamenti ‘’socialmente responsabili’’ è soprattutto il ‘’privato cittadino’’ (16%), azienda (18%), terzo settore (15%). Le pubbliche amministrazioni e le università vengono considerate ‘’meno interessate’’. Solo il 5% degli intervistati riconosce alle istituzioni accademiche del nostro Paese un contributo alla Csr. Maglia nera alle istituzioni nazionali: solo il 3% degli intervistati le considera impegnate a diffondere comportamenti responsabili. Ed è invece proprio a loro che il 75% delle aziende intervistate continua a chiedere a gran voce, anche in questo rapporto, norme istituzionali premianti per chi fa Csr: sgravi fiscali, riconoscimenti, certificazioni. 49


Il 40% delle imprese interpellate ritiene che la crisi abbia generato, o perlomeno sostenuto, uno sviluppo dell’attenzione verso la responsabilità sociale. Il 46% delle imprese sceglie e valuta i propri fornitori anche in considerazione del loro impegno nella Csr, aspetto cui sono più interessate le aziende del settore gomma e plastica, il metallurgico e l’informatica/elettronica/telecomunicazioni. Per il futuro la direzione d’investimento complessivamente più referenziata è quella della sostenibilità ambientale: riduzione degli sprechi in primis (64%), seguita dalla riduzione dell’inquinamento (51%). A seguire, ad una certa distanza percentuale, le pari opportunità (25%) e l’integrazione sociale (21%).

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Web: Data:

corrierenazionale.it 18/06/2014

Strategie di Csr per il 73% delle imprese italiane

I settori più attivi sono il finance, il commercio, il farmaceutico e il manifatturiero; alta sensibilità e attenzione anche nel settore tecnologicoinformatico. Aumenta il numero di imprese italiane impegnate nella responsabilità sociale (Csr), anche se diminuisce il budget dedicato. Lo rileva la sesta edizione del rapporto dell’Osservatorio Socialis di Errepi Comunicazione in partnership con l’istituto Ixè. Nel 2011, anno di riferimento della precedente rilevazione, le imprese che dichiaravano di impegnarsi nella responsabilità sociale d’impresa erano il 64%; nel VI rapporto ad attuare una strategia di Csr è il 73% delle imprese italiane con più di 80 dipendenti. Nel contempo, per effetto della crisi economica di questi anni, le risorse dedicate hanno subito una contrazione: la cifra media investita in Csr nel 2013 è infatti inferiore del 25% a quella del 2011. Si spende meno, però il numero di imprese interessate è in aumento. E per il 2014 il budget medio torna a crescere, con un aumento del 7% rispetto al 2013: da 158 mila euro (media 2013) a 169mila euro (media 2014). Anche nel 2013 l’importo totale delle risorse destinate in Csr a livello nazionale si è comunque attestato intorno al miliardo di euro (cifra di riferimento del precedente rapporto): 920 milioni di euro per l’esattezza. I settori più attivi nella Csr sono il finance, il commercio, il farmaceutico e il manifatturiero; alta sensibilità e attenzione anche nel settore tecnologico-informatico. E’ nella scelta delle strategie di Csr che si registra il cambiamento più rilevante rispetto all’ultimo rapporto. Se infatti prima era più diffusa la dimensione esterna della responsabilità sociale, quella collegata ad esempio a donazioni umanitarie, ora e per il futuro le imprese puntano sull’ambiente. Il 54% del campione dichiara di aver attivato misure cogenti di contenimento degli sprechi di carta, acqua, illuminazione ed avanzi nelle mense; seguono investimenti per migliorare sul risparmio energetico (36%), l’introduzione o il potenziamento della raccolta differenziata (33%), nuove tecnologie per limitare l’inquinamento e migliorare lo smaltimento dei rifiuti (33%). In netto calo le donazioni in denaro (solo il 26% dichiara di organizzarle all’interno della propria impresa) e attività filantropiche (24%).Per quanto concerne il terreno prescelto per le proprie attività di responsabilità sociale, a parte l’interno dell’azienda (scelto dalla gran parte delle aziende) le altre attività di Csr si concentrano in prima battuta sul territorio locale dell’azienda (42%). Dunque con la Csr le aziende cercano anche un miglioramento nei propri ‘’rapporti di vicinato’’. Insomma, le due parole chiave di questo rapporto, sono “attenzione” (agli sprechi, ai dipendenti, all’ambiente) e “risparmio”, sottolinea Roberto Orsi, direttore dell’Osservatorio Socialis. La prima motivazione a fare responsabilità sociale è ‘’reputazionale’’ (47%), in seconda battuta viene segnalato l’effetto sul business (27%) e sul clima interno (27%). Il principale criterio di scelta delle iniziative da sostenere o attuare è la loro visibilità (40%); poi l’area geografica (31%), ovvero il legame con il territorio; la possibilità di coinvolgere il personale (28%) e quella di misurare i risultati dell’iniziativa (23%). Il primo vantaggio riconosciuto dalle imprese che hanno fatto Csr è nel miglioramento del clima interno e nel coinvolgimento dei dipendenti: a pensarla così il 46% delle aziende; solo il 36% registra invece il verificarsi dell’effettivo ritorno reputazionale prospettato all’inizio. Secondo le imprese intervistate, ad impegnarsi per diffondere la cultura di comportamenti ‘’socialmente responsabili’’ è soprattutto il ‘’privato cittadino’’ (16%), azienda (18%), terzo settore (15%).

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Le pubbliche amministrazioni e le università vengono considerate ‘’meno interessate’’. Solo il 5% degli intervistati riconosce alle istituzioni accademiche del nostro Paese un contributo alla Csr. Maglia nera alle istituzioni nazionali: solo il 3% degli intervistati le considera impegnate a diffondere comportamenti responsabili. Ed è invece proprio a loro che il 75% delle aziende intervistate continua a chiedere a gran voce, anche in questo rapporto, norme istituzionali premianti per chi fa Csr: sgravi fiscali, riconoscimenti, certificazioni. Il 40% delle imprese interpellate ritiene che la crisi abbia generato, o perlomeno sostenuto, uno sviluppo dell’attenzione verso la responsabilità sociale. Il 46% delle imprese sceglie e valuta i propri fornitori anche in considerazione del loro impegno nella Csr, aspetto cui sono più interessate le aziende del settore gomma e plastica, il metallurgico e l’informatica/elettronica/telecomunicazioni. Per il futuro la direzione d’investimento complessivamente più referenziata è quella della sostenibilità ambientale: riduzione degli sprechi in primis (64%), seguita dalla riduzione dell’inquinamento (51%). A seguire, ad una certa distanza percentuale, le pari opportunità (25%) e l’integrazione sociale (21%).

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Web: Data:

wallstreetitalia.it 18/06/2014

Strategie di Csr per il 73% delle imprese italiane Aumenta il numero di imprese italiane impegnate nella responsabilità sociale (Csr), anche se diminuisce il budget dedicato. Lo rileva la sesta edizione del rapporto dell’Osservatorio Socialis di Errepi Comunicazione in partnership con l’istituto Ixè. Nel 2011, anno di riferimento della precedente rilevazione, le imprese che dichiaravano di impegnarsi nella responsabilità sociale d’impresa erano il 64%; nel VI rapporto ad attuare una strategia di Csr è il 73% delle imprese italiane con più di 80 dipendenti. Nel contempo, per effetto della crisi economica di questi anni, le risorse dedicate hanno subito una contrazione: la cifra media investita in Csr nel 2013 è infatti inferiore del 25% a quella del 2011. Si spende meno, però il numero di imprese interessate è in aumento. E per il 2014 il budget medio torna a crescere, con un aumento del 7% rispetto al 2013: da 158 mila euro (media 2013) a 169mila euro (media 2014). Anche nel 2013 l’importo totale delle risorse destinate in Csr a livello nazionale si è comunque attestato intorno al miliardo di euro (cifra di riferimento del precedente rapporto): 920 milioni di euro per l’esattezza. I settori più attivi nella Csr sono il finance, il commercio, il farmaceutico e il manifatturiero; alta sensibilità e attenzione anche nel settore tecnologico-informatico. E’ nella scelta delle strategie di Csr che si registra il cambiamento più rilevante rispetto all’ultimo rapporto. Se infatti prima era più diffusa la dimensione esterna della responsabilità sociale, quella collegata ad esempio a donazioni umanitarie, ora e per il futuro le imprese puntano sull’ambiente. Il 54% del campione dichiara di aver attivato misure cogenti di contenimento degli sprechi di carta, acqua, illuminazione ed avanzi nelle mense; seguono investimenti per migliorare sul risparmio energetico (36%), l’introduzione o il potenziamento della raccolta differenziata (33%), nuove tecnologie per limitare l’inquinamento e migliorare lo smaltimento dei rifiuti (33%). In netto calo le donazioni in denaro (solo il 26% dichiara di organizzarle all’interno della propria impresa) e attività filantropiche (24%).Per quanto concerne il terreno prescelto per le proprie attività di responsabilità sociale, a parte l’interno dell’azienda (scelto dalla gran parte delle aziende) le altre attività di Csr si concentrano in prima battuta sul territorio locale dell’azienda (42%). Dunque con la Csr le aziende cercano anche un miglioramento nei propri ‘’rapporti di vicinato’’. Insomma, le due parole chiave di questo rapporto, sono “attenzione” (agli sprechi, ai dipendenti, all’ambiente) e “risparmio”, sottolinea Roberto Orsi, direttore dell’Osservatorio Socialis. La prima motivazione a fare responsabilità sociale è ‘’reputazionale’’ (47%), in seconda battuta viene segnalato l’effetto sul business (27%) e sul clima interno (27%). Il principale criterio di scelta delle iniziative da sostenere o attuare è la loro visibilità (40%); poi l’area geografica (31%), ovvero il legame con il territorio; la possibilità di coinvolgere il personale (28%) e quella di misurare i risultati dell’iniziativa (23%).Il primo vantaggio riconosciuto dalle imprese che hanno fatto Csr è nel miglioramento del clima interno e nel coinvolgimento dei dipendenti: a pensarla così il 46% delle aziende; solo il 36% registra invece il verificarsi dell’effettivo ritorno reputazionale prospettato all’inizio. Secondo le imprese intervistate, ad impegnarsi per diffondere la cultura di comportamenti ‘’socialmente responsabili’’ è soprattutto il ‘’privato cittadino’’ (16%), azienda (18%), terzo settore (15%). Le pubbliche amministrazioni e le università vengono considerate ‘’meno interessate’’. 53


Solo il 5% degli intervistati riconosce alle istituzioni accademiche del nostro Paese un contributo alla Csr. Maglia nera alle istituzioni nazionali: solo il 3% degli intervistati le considera impegnate a diffondere comportamenti responsabili. Ed è invece proprio a loro che il 75% delle aziende intervistate continua a chiedere a gran voce, anche in questo rapporto, norme istituzionali premianti per chi fa Csr: sgravi fiscali, riconoscimenti, certificazioni. Il 40% delle imprese interpellate ritiene che la crisi abbia generato, o perlomeno sostenuto, uno sviluppo dell’attenzione verso la responsabilità sociale. Il 46% delle imprese sceglie e valuta i propri fornitori anche in considerazione del loro impegno nella Csr, aspetto cui sono più interessate le aziende del settore gomma e plastica, il metallurgico e l’informatica/elettronica/telecomunicazioni. Per il futuro la direzione d’investimento complessivamente più referenziata è quella della sostenibilità ambientale: riduzione degli sprechi in primis (64%), seguita dalla riduzione dell’inquinamento (51%). A seguire, ad una certa distanza percentuale, le pari opportunità (25%) e l’integrazione sociale (21%).

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confinionline.it 18/06/2014

Imprese e impegno sociale, l'Italia volta pagina Giovedì 19 giugno 2014Aziende chiedono aiuto ai dipendenti per combattere gli sprechi e rispettare l'ambiente. Presentato il VI rapporto di indagine sull’impegno sociale delle aziende in Italia,a cura dell’Osservatorio Socialis di Errepi Comunicazione in collaborazione con IXE’. (www.osservatoriosocialis.it) Roma. Aumenta il numero di imprese italiane impegnate nella responsabilità sociale (CSR). Si spende meno ma con interventi mirati e misurabili. Le nuove strategie aziendali sono incentrate sul coinvolgimento dei dipendenti: lotta agli sprechi, ottimizzazione dei consumi energetici e ciclo dei rifiuti. Dal 2011 a oggi, la consapevolezza dell’importanza della Corporate Social Responsibility si è fatta più diffusa tra le nostre aziende e ha permeato la loro stessa identità. A spingere al cambiamento i consumatori, mentre le istituzioni nazionali “latitano” e non danno seguito alla richiesta di incentivare fiscalmente le buone pratiche. Sono questi alcuni dei rilievi più salienti del VI rapporto di indagine sull’impegno sociale delle aziende in Italia, eseguito nell’aprile 2014 dall’Osservatorio Socialis di Errepi Comunicazione in partnership con l’istituto IXE’, col patrocinio della Presidenza del Consiglio, dei ministeri dello Sviluppo Economico, Lavoro e Politiche Sociali, Ambiente, e con la partecipazione di Lega del Filo d’Oro, Sanofi Pasteur MSD e Manager Italia. Il rapporto è stato presentato stamane a Roma presso la sede del Ministero dello Sviluppo Economico. “Questa rilevazione”, dichiara Roberto Orsi, direttore dell’Osservatorio Socialis “ci restituisce l’immagine di un tessuto imprenditoriale che dalla crisi ha assimilato soprattutto questo: le risorse sono preziose; i processi, determinanti; orientare l’impatto sociale di impresa richiede una strategia precisa”. Più imprese socialmente responsabili – Nel 2011, anno di riferimento del precedente rapporto, le imprese che dichiaravano di impegnarsi nella responsabilità sociale d’impresa erano il 64% del campione. Nel VI rapporto questo dato cresce: ad attuare una strategia di CSR è il 73% delle imprese italiane con più di 80 dipendenti. Risorse ridotte dalla crisi, ma budget 2014 è in crescita - Nel contempo, per effetto della crisi economica di questi anni, le risorse investite hanno subito una contrazione: la cifra media investita in CSR nel 2013 è infatti inferiore del 25% a quella del 2011. Si spende meno, però come detto il numero di imprese interessate è in aumento. E per il 2014 il budget medio torna a crescere, con un aumento del 7% rispetto al 2013: da 158 mila euro (media 2013) a 169mila euro (media 2014). Anche nel 2013 l’importo totale delle risorse destinate in CSR a livello nazionale si è comunque attestato intorno al miliardo di euro (cifra di riferimento del precedente rapporto): 920 milioni di euro per l’esattezza. I settori più attivi nella CSR sono il finance, il commercio, il farmaceutico e il manifatturiero; alta sensibilità e attenzione anche nel settore tecnologico/informatico. Quale CSR? Cresce quella per l’ambiente – E’ nella scelta delle strategie di CSR che si registra il cambiamento più rilevante rispetto all’ultimo rapporto. Se infatti prima era più diffusa la dimensione esterna della responsabilità sociale, quella collegata ad esempio a donazioni umanitarie, ora e per il futuro le imprese puntano sull’ambiente: il 54% del campione dichiara infatti di aver attivato misure cogenti di contenimento degli sprechi di carta, acqua, illuminazione ed avanzi nelle mense; seguono investimenti per migliorare sul risparmio energetico (36%), l’introduzione o il potenziamento della raccolta differenziata (33%), nuove tecnologie per limitare l’inquinamento e migliorare lo smaltimento dei rifiuti (33%). In netto calo le donazioni in denaro (solo il 26% dichiara di organizzarle all’interno della propria impresa) e attività filantropiche (24%).

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La CSR ha priorità interne e “locali” – Per quanto concerne il terreno prescelto per le proprie attività di responsabilità sociale, a parte l’interno dell’azienda (scelto dalla gran parte delle aziende) le altre attività di CSR si concentrano in prima battuta sul territorio locale dell’azienda (42%). Dunque con la CSR le aziende cercano anche un miglioramento nei propri “rapporti di vicinato”. "La prima parola sollevata dai dati di questo rapporto sull'impegno sociale delle aziende in Italia è ‘attenzione’: attenzione agli sprechi, ai dipendenti, all'ambiente in cui viviamo e che lasciamo ai figli e ai nipoti, al territorio nel quale operiamo. Sta emergendo, con chiarezza, un nuovo modo di fare ed essere impresa” dice Roberto Orsi, direttore dell’Osservatorio Socialis. “L'altra parola-chiave è ‘risparmio’, che in questi anni è diventato obbligatorio, ma che è anche uno dei principali vantaggi dell'agire responsabile, un volano per lo sviluppo della CSR e dell’impresa stessa. Ci riferiamo alla riduzione dei consumi di materie prime e risorse, al maggiore controllo della filiera, a una maggiore attenzione complessiva ai costi”. L’obiettivo è la reputazione, la ricaduta reale sui dipendenti - La prima motivazione a fare responsabilità sociale è “reputazionale” segno che è stata colta la centralità della responsabilità sociale nella costruzione del posizionamento dell’immagine aziendale (47%). In seconda battuta viene segnalato l’effetto sul business (27%) e sul clima interno (27%). A un terzo livello si trovano poi le motivazioni di ordine morale (la CSR come contributo d’impresa allo sviluppo sostenibile) e il rapporto con amministrazioni e stakeholders. Coerentemente, il principale criterio di scelta delle iniziative da sostenere o attuare è la loro visibilità (40%); poi l’area geografica (31%), ovvero il legame con il territorio, a sottolineare l’obiettivo di influire nei rapporti con i soggetti sociali locali; seguono la possibilità di coinvolgere il personale (28%) e quella di misurare i risultati dell’iniziativa (23%). Nonostante la spiccata motivazione verso il rafforzamento della corporate reputation, il primo vantaggio realmente riconosciuto dalle imprese che hanno fatto CSR è nel miglioramento del clima interno e nel coinvolgimento dei dipendenti: a pensarla così il 46% delle aziende; solo il 36% registra invece il verificarsi dell’effettivo ritorno reputazionale prospettato all’inizio. La spinta al cambiamento arriva dalla società civile – Secondo le imprese intervistate, ad impegnarsi per diffondere la cultura di comportamenti “socialmente responsabili” è soprattutto il “privato cittadino”. Cittadino inteso come opinione pubblica (il 16% del campione vede in questo interlocutore il sostenitore più convinto della responsabilità sociale), azienda (18%), terzo settore (15%). Le pubbliche amministrazioni e le università vengono considerate “meno interessate”. Solo il 5% degli intervistati riconosce alle istituzioni accademiche del nostro Paese un contributo alla CSR. Maglia nera alle istituzioni nazionali: solo il 3% degli intervistati le considera impegnate a diffondere comportamenti responsabili. Ed è invece proprio a loro che il 75% delle aziende intervistate continua a chiedere a gran voce, anche in questo rapporto, norme istituzionali premianti per chi fa CSR: sgravi fiscali, riconoscimenti, certificazioni. La crisi ha reso strategica la CSR – Il 40% delle imprese interpellate ritiene che la crisi abbia generato, o perlomeno sostenuto, uno sviluppo dell’attenzione verso la responsabilità sociale. In questo biennio le aziende hanno riformulato il vissuto del momento economico e la CSR viene quindi concepita come un potente strumento di riposizionamento strategico. La filiera “etica” - Il 46% delle imprese sceglie e valuta i propri fornitori anche in considerazione del loro impegno nella CSR, aspetto cui sono più interessate le aziende del settore gomma e plastica, il metallurgico e l’informatica/elettronica/telecomunicazioni. Il futuro della CSR è lotta a sprechi e inquinamento – Per il futuro la direzione d’investimento complessivamente più referenziata è quella della sostenibilità ambientale: riduzione degli sprechi in primis (64%), seguita dalla riduzione dell’inquinamento (51%). A seguire, ad una certa distanza percentuale, le pari opportunità (25%) e l’integrazione sociale (21%). L'Osservatorio Socialis è un cantiere di promozione culturale nato nell'ambito delle attività di Errepi Comunicazione, società di consulenza specializzata in campagne di informazione sociale, scientifica, sportive e culturale. L’obiettivo dell’Osservatorio è analizzare e promuovere l’impegno sociale delle aziende, delle associazioni, delle istituzioni, delle università, avvalendosi per questo del lavoro di professionisti, studiosi ed esperti. Alla presentazione del rapporto hanno preso parte, oltre al direttore dell’Osservatorio Socialis Roberto Orsi, il direttore di Ricerca Istituto Demoscopico IXE’ Margherita Sartorio Mengotti, e il DG Politiche industriali e competitività del Ministero dello Sviluppo Economico Maria Ludovica Agrò. E’ seguita poi una tavola rotonda dedicata all’impegno sociale delle aziende, intitolata “come e perché fare CSR insieme” e moderata da Elio Silva, giornalista de il Sole 24 Ore. Vi hanno partecipato Nicoletta Luppi, Amministratore Delegato Sanofi Pasteur MSD; Rossano Bartoli, segretario generale della Lega del Filo d’Oro; Adriano Coni, responsabile Segretario Sociale RAI; Marcella Mallen, presidente di Manager Italia; Fiammetta Mignella Calvosa, direttore CSSU Centro Studi Scenari Urbani della Lumsa; Paola Nicoletti, ricercatrice ISFOL; Federico Serra, Coordinatore Italia European Association of Communication Directors (EACD)

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businesspeople.it 19/06/2014

Cerchi lavoro? Rendi green ed etico il tuo curriculum Per due aziende italiane su tre l’interesse sociale e ambientale è un plus. La sempre maggiore importanza dell’impegno socio-ambientale nel VI Rapporto nazionale sulla Csr Essere green ed interessarsi a tematiche etiche può rendere più semplice la ricerca di un lavoro. A rivelarlo il VI Rapporto nazionale sulla Csr, ovvero la Corporate social responsabiliy, secondo il quale non solo le aziende italiane sviluppano sempre con più convinzione la loro responsabilità sociale, ma che ritengono che un candidato che dimostri interesse specifico sul tema abbia una marcia in più rispetto a chi ne risulta sprovvisto. Per due aziende italiane su tre, infatti,un curriculum vitae nel quale compare una laurea, un master o anche un breve corso sulla Csr è più allettante rispetto a uno dove manca. Il 67% delle aziende italiane intervistate nell’ambito dello studio condotto dall’Istituto demoscopico Ixé per l’Osservatorio Socialis di Errepi Comunicazione afferma infatti che i master, i corsi universitari, le tesi di laurea in Corporate Social Responsibility o in sostenibilità ambientale possano costituire motivi di distinzione nel curriculum di un candidato. La specializzazione è ritenuta rilevante sia dalle imprese che al loro interno hanno attivato procedure di Csr (76%) che da quelle che attualmente non fanno alcuna attività di responsabilità sociale (46%). In generale il numero di imprese italiane impegnate nella responsabilità sociale è in aumento: nel 2011 erano il 64% del campione, oggi sono il 73%. Se la crisi ha ridotto le spese sul tema, gli interventi appaiono sempre più mirati e misurabili. Le nuove strategie aziendali

sono

incentrate

sul

coinvolgimento

dei

dipendenti:

lotta

agli

sprechi,

ottimizzazione dei consumi energetici e ciclo dei rifiuti. Dal 2011 a oggi, la consapevolezza dell’importanza della Csr si è fatta più diffusa tra le nostre aziende e ha permeato la loro stessa identità. La prima motivazione a fare responsabilità sociale è reputazionale segno che è stata colta la centralità della responsabilità sociale nella costruzione del posizionamento dell’immagine aziendale (47%). In seconda battuta viene segnalato l’effetto sul business (27%) e sul clima interno (27%). A un terzo livello si trovano poi le motivazioni di ordine morale e il rapporto con amministrazioni e stakeholders.

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today.it 19/06/2014

Green e sociale sempre più apprezzati nel mondo del lavoro Due imprese italiane su tre apprezzano molto titoli ed esperienze che riguardano il sociale e l'ambiente. Green ed impegno diventano marce in più anche nel mercato del lavoro L'attenzione al sociale e all'ambiente viene premiata e rende. I curriculum dei neolaureati, insomma, devono essere sempre più green ed 'etici' se vogliono passare le selezioni del mercato del lavoro in tempo di crisi. Due aziende italiane su tre ritengono che la specializzazione in responsabilità sociale d’impresa e sostenibilità ambientale rappresenti una marcia in più. Il tutto lo rivela il VI rapporto nazionale sull’impegno sociale delle imprese in Italia. Lauree, master ma anche corsi di formazione o stage in questi cambi diventano un valore aggiunto ai propri curricula.

Secondo lo studio (curato dall’Osservatorio Socialis di Errepi Comunicazione con la collaborazione dell’Istituto demoscopico IXE’, col patrocinio della Presidenza del Consiglio) il 67% delle aziende italiane intervistate afferma che i master, i corsi universitari, le tesi di laurea in Corporate Social Responsibility (Csr) o in sostenibilità ambientale costituiscono motivi di distinzione nel curriculum di un candidato. Inoltre il 33% degli intervistati dichiara di avere all’interno del proprio organigramma un responsabile della Csr, figura sempre più presente in particolare in aziende del settore trasporti, farmaceutico/chimico e tecnologico/informatico/telecomunicazioni.

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universita.it 19/06/2014

L’arma in più per trovare lavoro? Esperienze su temi green o etici nel curriculum In tempi di crisi per i neolaureati trovare lavoro non è semplice. L’arma segreta per avere una marcia in più? Un’esperienza in temi green o etici nel curriculum. Interesse per l’ambiente e per la responsabilità sociale, infatti, sono considerate un importante plus da due aziende su tre. Parola del VI Rapporto nazionale sull’impegno sociale delle imprese in Italia. Un curriculum più orientato ai temi etici e green fa trovare lavoro non soltanto nelle imprese che prevedono procedure di responsabilità sociale (la famosa Corporate Social Responsibility o CSR). Il VI Rapporto nazionale sull’impegno sociale delle imprese in Italia, a cura dell’Osservatorio Socialis – in collaborazione con IXE e sotto il patrocinio della Presidenza del Consiglio - indica che un’esperienza di questo tipo è comunque un fattore positivo per 67 aziende su 100. Nel dettaglio, il dato è pari a 76 su 100 tra quelle con procedure di responsabilità sociale e 46 su 100 per quelle senza. A quanto pare, oltretutto, le imprese che attuano politiche di CSR sono in aumento: dal 64 per cento registrato nel 2011, anno del precedente rapporto, all’attuale 73 per cento. E il 33 per cento delle imprese – soprattutto del settore trasporti, farmaceutica, tecnologia e telecomunicazioni – dichiara di avere in organigramma un responsabile CSR. La responsabilità sociale sembra perciò un tema caldo per le nostre aziende, e dunque pare offrire buone prospettive per trovare lavoro. I principali campi d’azione delle imprese italiane quanto a responsabilità sociale? Riduzione degli sprechi, attenzione a consumi energetici e corretto riciclo dei rifiuti. Forse, suggeriscono i responsabili dello studio, una lezione che deriva anche dalla crisi economica, quella dell’importanza delle risorse e della necessità di ottimizzare i processi aziendali (specie quelli che hanno un impatto sociale). In questo contesto, poter vantare un’esperienza legata a sostenibilità, etica e ambiente nel proprio curriculum è un vantaggio importante quando si cerca lavoro, perché queste caratteristiche non passano inosservate in fase di screening delle candidature.

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Wired.it 20/06/2014

Responsabilità sociale, le aziende puntano sull’ambiente Le imprese italiane spendono quasi un miliardo di euro l’anno per lavorare su immagine e reputazione attraverso politiche che spaziano dalle donazioni alla cultura. Ma il fronte più redditizio e sostenibile è quello green Corporate social responsibility. Tradotto: responsabilità sociale d’impresa, cioè la sfera che tocca scelte e implicazioni etiche nella visione complessiva di un’azienda. Negli ultimi tre anni questa componente ha fatto breccia anche nei gruppi italiani. Che per lavorare sulla propria immagine scelgono una Csr che fa leva sull’ambiente. Se prima industrie e aziende nostrane puntavano sulle donazioni, ora il 54% del campione intervistato ha messo in atto misure per tagliare gli sprechi di carta, acqua, illuminazione e avanzi di cibo. Lo racconta, fra le altre cose, il sesto rapporto sull’impegno sociale delle aziende in Italia a cura dell’Osservatorio Socialis di Errepi Comunicazione in collaborazione con Ixè.

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Seguono investimenti per il risparmio energetico (36%), introduzione o potenziamento della raccolta differenziata (33%), scommessa sulle nuove tecnologie per contenere l’inquinamento e migliorare lo smaltimento dei rifiuti (33%). Non mancano tuttavia investimenti in ambiti come pratica sportiva, solidarietà, arte e cultura. Un passaggio c’è dunque stato, al netto della crescita assoluta delle aziende impegnate: nel 2011 erano il 64% del campione, oggi sono il 73% di quelle sopra gli 80 dipendenti. Si diceva dell’evoluzione: le donazioni in denaro sono in effetti scese al 26% mentre le attività filantropiche in genere toccano appena il 24%. Più distanziate borse di studio (18%) o donazione di prodotti (16%). “Questa rilevazione – ha detto Roberto Orsi, direttore dell’Osservatorio Socialis – ci restituisce l’immagine di un tessuto

imprenditoriale che dalla crisi ha assimilato soprattutto questo: le risorse sono preziose; i processi, determinanti; orientare l’impatto sociale di impresa richiede una strategia precisa”. Quanto (e dove) si spende per l’impegno sociale? Negli ultimi anni le risorse sono ovviamente scese: fra 2013 e 2011 del 25%. Ma, dato l’aumento delle aziende coinvolte – le più attive nei settori finanziario, commerciale, farmaceutico, manifatturiero e Ict – il budget è tornato a crescere. In media si dedicano a questa ristrutturazione green 169mila euro. Per un totale nazionale dipoco inferiore a un miliardo di euro. Fondi che, almeno nel 46% dei casi, finiscono a fornitori che sposano lo stesso genere di approccio ambientale. 61


Si punta ovviamente all’interno dell’azienda ma anche al territorio locale (42%): “La prima parola sollevata dai dati di questo rapporto

è attenzione: attenzione agli sprechi, ai dipendenti, all’ambiente in cui viviamo e che lasciamo ai figli e ai nipoti, al territorio nel quale operiamo. Sta emergendo, con chiarezza, un nuovo modo di fare ed essere impresa – ha aggiunto Orsi – l’altra parola-chiave è risparmio, che in questi anni è

diventato obbligatorio ma che è anche uno dei principali vantaggi dell’agire responsabile, un volano per lo sviluppo della Csr e dell’impresa stessa. Ci riferiamo alla riduzione dei consumi di materie prime e risorse, al maggiore controllo della filiera, a una maggiore attenzione complessiva ai costi”. Non

solo.

L’obiettivo

reale

è

ovviamente

la reputazione,

utile al

posizionamento e all’immagine dell’azienda (47%). Per questo le iniziative su cui si investe devono essere visibili (40%) e legate appunto al tessuto locale (31%). Meglio se coinvolgono i dipendenti (28%). Seguono, fra gli altri scopi, l’attrazione di nuovi clienti e l’effetto sul clima interno (27%). Motivazioni etiche e di sviluppo sostenibile arrivano solo in terza battuta, così come il rapporto con partner e amministrazioni. Tuttavia, racconta l’indagine, i risultati messi a segno alla fine riguardano principalmente il clima lavorativo e il coinvolgimento del personale. Solo il 36% delle aziende registra un concreto ritorno reputazionale mentre per il 21% quelle politiche hanno regalato maggiore visibilità.

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Ma chi spinge le aziende a sposare questi comportamenti? Non certo le pubbliche amministrazioni (locali o nazionali poco cambia) né le università, considerate meno interessate. Piuttosto l’opinione pubblica o il terzo settore. Un sostegno necessario ma non sufficiente: per continuare su questa strada le imprese chiedono infatti con determinazione norme premianti per chi fa seria responsabilità sociale: sgravi fiscali, certificazioni o riconoscimenti. Interessante anche la richiesta delle aziende di management più qualificato sotto il profilo delle scelte etiche. Come evolverà la situazione? Ancora sul versante verde: per il 64% bisognerà continuare a ridurre gli sprechi, per il 51% l’inquinamento. Distanti i temi sociali più tradizionali come le pari opportunità (25%) e l’integrazione sociale (21%).

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Wired.it 23/07/2014

In Italia cresce il volontariato d’impresa Sono sempre di più le aziende che sposano questa strategia di responsabilità sociale, concedendo ai dipendenti la possibilità di dedicare in media tre giorni a comunità e territorio e acquisire nuove competenze. Ma la strada rimane lunga Che le aziende italiane stiano puntando negli ultimi anni sulla responsabilità sociale è un dato di fatto. Lo dimostrano anche i numeri dell’ultimo rapporto dedicato a questo settore e redatto dall’Osservatorio Socialis di Errepì comunicazione insieme all’istituto Ixè. Nel calderone delle tante iniziative raccolte sotto questo cappello c’è il rapporto col territorio (sposato dal 42% delle imprese) fra gli altri canali attraverso il volontariato sociale. Si tratta di iniziative sostanzialmente divise in due ambiti: da una parte l’azienda promuove azioni di volontariato nelle quali coinvolgere i propri dipendenti, dall’altra ne organizza addirittura in orario lavorativo. L’aspetto notevole, e spesso trascurato, è come queste esperienze possano fare bagaglio, e costituire un arricchimento professionale. Non a caso, dal volontariato si è rapidamente passati alla sua certificazione.

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In Italia ci sono diverse realtà, come il progetto Attitude a Milano, realizzato da Politecnico, Afol Sud, Fondazione don Gnocchi e Ciessevi. Si va dall’operatore di strada all’animatore in ludoteca. Ma il punto centrale è “rafforzare le capacità trasversali: sviluppo e modellazione di percorsi di

apprendimento non-formali, informali, certificabili”. Insomma, il volontariato d’impresa sta pian piano diventando in Italia un elemento importante per lo sviluppo delle cosiddette soft skill, le competenze emotive e sociali di un individuo esercitate anche nelle sue vesti di lavoratore. E che entrano ed entreranno sempre di più nel suo curriculum professionale. Oltre che, ovviamente, fra le sue qualità più intime. “Anche in Italia sempre più aziende scelgono di impegnarsi nel volontariato

d’impresa, che permette di realizzare con un’unica azione due obiettivi di responsabilità sociale – racconta a Wired.it Massimo Ceriotti, responsabile affari generali di Sodalitas -intervenire nella comunità per rispondere ai

bisogni delle persone e rendere i propri dipendenti protagonisti di un’esperienza che coinvolge, motiva e fa crescere. Un fenomeno ancora poco diffuso, ma in grande crescita e dall’alto potenziale, è il volontariato di competenza: per le aziende, mettere a disposizione di chi opera nel sociale

il grande patrimonio di competenze di cui dispongono significa fare davvero innovazione sociale“.

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Nel dettaglio, però, c’è ancora molta strada da fare. Per esempio, per Ixè solo l’11% delle aziende sceglie questa specifica formula per implementare la propria corporate social responsability. Anche se a quella cifra vanno aggiunte iniziative parallele e affinicome, per esempio, la messa a disposizione del personale dell’impresa (15%) o, un po’ meno, con iniziative di filantropia aziendale (24%).

“Al centro di tutte le strategie di responsabilità sociale d’impresa, anche di quelle che puntano in modo deciso sul rispetto dell’ambiente e che nell’ultimo biennio sono state adottate dalla gran parte delle imprese italiane

che

fanno

responsabilità

personale dipendente - racconta

sociale,

a Wired.it Roberto

c’è

sempre

Orsi,

il

direttore

dell’Osservatorio Socialis – i suoi comportamenti, la sua valorizzazione, il

suo coinvolgimento”. Una strada è appunto quella di disegnare relazioni col mondo no profit attraverso il volontariato, puntando soprattutto “sul portato reputazionale di

tutti questi elementi nella presente congiuntura economica - continua Orsi in questo contesto, a difettare di radicamento è il dialogo tra profit e no profit. L’attività di fondazioni, di enti intermedi che mettono in contatto imprese e terzo settore, corre spesso il rischio di essere frammentaria e complessa: questo accade perché, nonostante le reiterate richieste, lo Stato continua a non incentivare l’impegno sociale delle aziende come dovrebbe e potrebbe, con incentivi o premialità”.

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Comunque, ritardi a parte la tendenza appare segnata. Grazie a una serie di percorsi che puntano a unire impresa – con ricadute virtuose su motivazione, appartenenza, nuove capacità – e bisogni della comunità. Per esempio quello della Fondazione Sodalitas, partner italiano della campagna internazionale Engage, che a livello mondiale coinvolge 250 imprese e 278 organizzazioni no profit. Le strategie di Sodalitas, che si fa sostanzialmente intermediaria fra aziende e organizzazioni, sono anche altre: da Give & Gain Day(sbarcato quest’anno in Italia, nel 2013 aveva coinvolto in tutto il mondo oltre 400 imprese e 22mila professionisti in 25 Paesi) al volontariato d’impresa on demand al laboratorio sul tema sviluppato con il Centro servizi volontariato di Milano e Cergas Bocconi per mettere a punto criteri di misurazione d’impatto dell’employee volunteering. E c’è anche un premio europeo oltre ai social award annuali per il nostro Paese: quest’anno hanno vinto, fra gli altri, Abb, Repower Italia, Barilla, Nordiconad, Alessi ed Ecopneus. Ma in generale i marchi coinvolti sono molti: da Axa con le scuole a Leroy Merlin che con Bricolage del cuore ha coinvolto quasi 6mila collaboratori fino a Telecom Italia o Edison Secondo alcuni numeri diffusi lo scorso anno, le imprese italiane coinvolte nel volontariato d’impresa offrono ai propri dipendenti la possibilità di dedicare in media tre giornate lavorative alla comunità, per un valore economico annuale dei programmi intorno ai 155mila euro che coinvolgono circa 120

persone per

impresa

in

programmi

dalla

durata

solitamente quinquennale. 67


Anche l’Europa ha acceso da alcuni mesi i fari sul fenomeno, lanciando un’indagine, in preparazione di prossimi provvedimenti sul tema: i risultati serviranno a disegnare le raccomandazioni su come questi programmi rivolti ai dipendenti possano fare sistema ed entrare a far parte del Corpo volontario di aiuti umanitari dell’Ue.

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Dailygreen.it 19/06/2014

Imprese e impegno sociale, l'Italia volta pagina Aumenta il numero di imprese italiane impegnate nella responsabilità sociale (CSR). Si spende meno ma con interventi mirati e misurabili. Le nuove strategie aziendali sono incentrate sul coinvolgimento dei dipendenti: lotta agli sprechi, ottimizzazione dei consumi energetici e ciclo dei rifiuti. Dal 2011 a oggi, la consapevolezza dell'importanza della Corporate Social Responsibility si è fatta più diffusa tra le nostre aziende e ha permeato la loro stessa identità.

L'importanza dell'impresa sociale A spingere al cambiamento i consumatori, mentre le istituzioni nazionali "latitano" e non danno seguito alla richiesta di incentivare fiscalmente le buone pratiche. Sono questi alcuni dei rilievi più salienti del VI rapporto di indagine sull'impegno sociale delle aziende in Italia, eseguito nell'aprile 2014 dall'Osservatorio Socialis di Errepi Comunicazione in partnership con l'istituto IXE', col patrocinio della Presidenza del Consiglio, dei ministeri dello Sviluppo Economico, Lavoro e Politiche Sociali, Ambiente, e con la partecipazione di Lega del Filo d'Oro, Sanofi Pasteur MSD e Manager Italia. Il rapporto è stato presentato stamane a Roma presso la sede del Ministero dello Sviluppo Economico. "Questa rilevazione", dichiara Roberto Orsi, direttore dell'Osservatorio Socialis "ci restituisce l'immagine di un tessuto imprenditoriale che dalla crisi ha assimilato soprattutto questo: le risorse sono preziose; i processi, determinanti; orientare l'impatto sociale di impresa richiede una strategia precisa". Più imprese socialmente responsabili – Nel 2011, anno di riferimento del precedente rapporto, le imprese che dichiaravano di impegnarsi nella responsabilità sociale d'impresa erano il 64% del campione. Nel VI rapporto questo dato cresce: ad attuare una strategia di CSR è il 73% delle imprese italiane con più di 80 dipendenti.

Risorse ridotte ma budget in crescita Risorse ridotte dalla crisi, ma budget 2014 è in crescita - Nel contempo, per effetto della crisi economica di questi anni, le risorse investite hanno subito una contrazione: la cifra media investita in CSR nel 2013 è infatti inferiore del 25% a quella del 2011. Si spende meno, però come detto il numero di imprese interessate è in aumento. E per il 2014 il budget medio torna a crescere, con un aumento del 7% rispetto al 2013: da 158 mila euro (media 2013) a 169mila euro (media 2014). Anche nel 2013 l'importo totale delle risorse destinate in CSR a livello nazionale si è comunque attestato intorno al miliardo di euro (cifra di riferimento del precedente rapporto): 920 milioni di euro per l'esattezza. I settori più attivi nella CSR sono il finance, il commercio, il farmaceutico e il manifatturiero; alta sensibilità e attenzione anche nel settore tecnologico/informatico. Quale CSR? Cresce quella per l'ambiente – E' nella scelta delle strategie di CSR che si registra il cambiamento più rilevante rispetto all'ultimo rapporto. Se infatti prima era più diffusa la dimensione esterna della responsabilità sociale, quella collegata ad esempio a donazioni umanitarie, ora e per il futuro le imprese puntano sull'ambiente:

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il 54% del campione dichiara infatti di aver attivato misure cogenti di contenimento degli sprechi di carta, acqua, illuminazione ed avanzi nelle mense; seguono investimenti per migliorare sul risparmio energetico (36%), l'introduzione o il potenziamento della raccolta differenziata (33%), nuove tecnologie per limitare l'inquinamento e migliorare lo smaltimento dei rifiuti (33%). In netto calo le donazioni in denaro (solo il 26% dichiara di organizzarle all'interno della propria impresa) e attività filantropiche (24%). La CSR ha priorità interne e "locali" – Per quanto concerne il terreno prescelto per le proprie attività di responsabilità sociale, a parte l'interno dell'azienda (scelto dalla gran parte delle aziende) le altre attività di CSR si concentrano in prima battuta sul territorio locale dell'azienda (42%). Dunque con la CSR le aziende cercano anche un miglioramento nei propri "rapporti di vicinato". "La prima parola sollevata dai dati di questo rapporto sull'impegno sociale delle aziende in Italia è 'attenzione': attenzione agli sprechi, ai dipendenti, all'ambiente in cui viviamo e che lasciamo ai figli e ai nipoti, al territorio nel quale operiamo. Sta emergendo, con chiarezza, un nuovo modo di fare ed essere impresa" dice Roberto Orsi, direttore dell'Osservatorio Socialis. "L'altra parola-chiave è 'risparmio', che in questi anni è diventato obbligatorio, ma che è anche uno dei principali vantaggi dell'agire responsabile, un volano per lo sviluppo della CSR e dell'impresa stessa. Ci riferiamo alla riduzione dei consumi di materie prime e risorse, al maggiore controllo della filiera, a una maggiore attenzione complessiva ai costi".

L'obiettivo: una crescita sostenibile L'obiettivo è la reputazione, la ricaduta reale sui dipendenti - La prima motivazione a fare responsabilità sociale è "reputazionale" segno che è stata colta la centralità della responsabilità sociale nella costruzione del posizionamento dell'immagine aziendale (47%). In seconda battuta viene segnalato l'effetto sul business (27%) e sul clima interno (27%). A un terzo livello si trovano poi le motivazioni di ordine morale (la CSR come contributo d'impresa allo sviluppo sostenibile) e il rapporto con amministrazioni e stakeholders. Coerentemente, il principale criterio di scelta delle iniziative da sostenere o attuare è la loro visibilità (40%); poi l'area geografica (31%), ovvero il legame con il territorio, a sottolineare l'obiettivo di influire nei rapporti con i soggetti sociali locali; seguono la possibilità di coinvolgere il personale (28%) e quella di misurare i risultati dell'iniziativa (23%). Nonostante la spiccata motivazione verso il rafforzamento della corporate reputation, il primo vantaggio realmente riconosciuto dalle imprese che hanno fatto CSR è nel miglioramento del clima interno e nel coinvolgimento dei dipendenti: a pensarla così il 46% delle aziende; solo il 36% registra invece il verificarsi dell'effettivo ritorno reputazionale prospettato all'inizio. La spinta al cambiamento arriva dalla società civile – Secondo le imprese intervistate, ad impegnarsi per diffondere la cultura di comportamenti "socialmente responsabili" è soprattutto il "privato cittadino". Cittadino inteso come opinione pubblica (il 16% del campione vede in questo interlocutore il sostenitore più convinto della responsabilità sociale), azienda (18%), terzo settore (15%). Le pubbliche amministrazioni e le università vengono considerate "meno interessate". Solo il 5% degli intervistati riconosce alle istituzioni accademiche del nostro Paese un contributo alla CSR. Maglia nera alle istituzioni nazionali: solo il 3% degli intervistati le considera impegnate a diffondere comportamenti responsabili. Ed è invece proprio a loro che il 75% delle aziende intervistate continua a chiedere a gran voce, anche in questo rapporto, norme istituzionali premianti per chi fa CSR: sgravi fiscali, riconoscimenti, certificazioni.

La crisi ha reso strategica la CSR – Il 40% delle imprese interpellate ritiene che la crisi abbia generato, o perlomeno sostenuto, uno sviluppo dell'attenzione verso la responsabilità sociale. In questo biennio le aziende hanno riformulato il vissuto del momento economico e la CSR viene quindi concepita come un potente strumento di riposizionamento strategico.

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La filiera "etica" - Il 46% delle imprese sceglie e valuta i propri fornitori anche in considerazione del loro impegno nella CSR,

aspetto

cui

sono

più

interessate

le

aziende

del

settore

gomma

e

plastica,

il

metallurgico

e

l'informatica/elettronica/telecomunicazioni. Il futuro della CSR è lotta a sprechi e inquinamento – Per il futuro la direzione d'investimento complessivamente più referenziata è quella della sostenibilità ambientale: riduzione degli sprechi in primis (64%), seguita dalla riduzione dell'inquinamento (51%). A seguire, ad una certa distanza percentuale, le pari opportunità (25%) e l'integrazione sociale (21%). L'Osservatorio Socialis è un cantiere di promozione culturale nato nell'ambito delle attività di Errepi Comunicazione, società di consulenza specializzata in campagne di informazione sociale, scientifica, sportive e culturale. L'obiettivo dell'Osservatorio è analizzare e promuovere l'impegno sociale delle aziende, delle associazioni, delle istituzioni, delle università, avvalendosi per questo del lavoro di professionisti, studiosi ed esperti. Alla presentazione del rapporto hanno preso parte, oltre al direttore dell'Osservatorio Socialis Roberto Orsi, il direttore diRicerca Istituto Demoscopico IXE' Margherita Sartorio Mengotti, e il DG Politiche industriali e competitività del Ministero dello Sviluppo Economico Maria Ludovica Agrò.

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Web: Data:

Ecoseven.net 21/06/2014

RESPONSABILITA' SOCIALE: AUMENTA IL NUMERO DI IMPRESE CHE PUNTANO SULL'AMBIENTE Il nuovo rapporto dell'Osservatorio Socialis, rivela che le imprese italiane impegnate nella responsabilita' sociale sono cresciute di numero e rivolgono sempre di piu' la loro attenzione all'ambiente

Le imprese italiane impegnate nella responsabilità sociale (Csr) sono aumentate di numero. Lo rileva la sesta edizione del rapporto dell'Osservatorio Socialis di Errepi Comunicazione in partnership con l'istituto Ixè. Nel 2011, anno di riferimento della precedente rilevazione, leimprese che dichiaravano di impegnarsi nella responsabilità sociale erano circa il 64%, mentre nel 2013, ben il 73% delle società con più di 80 dipendenti si è impegnata nell’attuazione di strategie ‘Csr’, nonostante una complessiva diminuzione del budget dedicato. Nonostante tutto, il flusso economico complessivo del 2013 delle risorse destinate al Csr si è comunque attestato intorno al miliardo di euro. I settori più attivi nella Csr sono il finance, il commercio, il farmaceutico e il manifatturiero; alta sensibilità e attenzione anche nel settore tecnologico-informatico. Le imprese a responsabilità sociale inoltre, secondo i dati riportati dallostudio, stanno puntando sempre di più sull’ambiente. Il 54% del campione analizzato dall'Osservatorio Socialis, dichiara infatti di aver attivato misure cogenti di contenimento degli sprechi di carta, acqua, illuminazione ed avanzi nelle mense. Seguono poi investimenti sul risparmio energetico (36%), l'introduzione o il potenziamento della raccolta differenziata (33%), nuove tecnologie per limitare l'inquinamento e migliorare lo smaltimento dei rifiuti (33%). Lo studio rivela quindi che le strategie principali attuate dalle imprese Csr riguardano in particolare l’attenzione all’ambiente, l’interesse per il risparmio energetico ed economico. Il principale criterio di scelta delle iniziative da sostenere o attuare, ovviamente è legato alla loro visibilità (40%). Poi l'area geografica (31%), ovvero il legame di appartenenza con il territorio ed infine, la possibilità di coinvolgere il personale (28%) e quella di misurare i risultati dell'iniziativa (23%). Per il futuro, riferisce sempre lo studio, la direzione d'investimento più referenziata delle imprese Csr è quella della sostenibilità ambientale: riduzione degli sprechi in primis (64%), seguita dalla diminuzione dell'inquinamento (51%). A seguire, ad una certa distanza percentuale, le pari opportunità (25%) e l'integrazione sociale (21%). (ml)

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Web: Data:

italpress.com 23/06/2014

AZIENDE CHIEDONO AIUTO A DIPENDENTI PER COMBATTERE SPRECHI ROMA – Aumenta il numero di imprese italiane impegnate nella responsabilità sociale (CSR). Si spende meno ma con interventi mirati e misurabili. Le nuove strategie aziendali sono incentrate sul coinvolgimento dei dipendenti: lotta agli sprechi, ottimizzazione dei consumi energetici e ciclo dei rifiuti. Dal 2011 a oggi, la consapevolezza dell’importanza della Corporate Social Responsibility si è fatta più diffusa tra le nostre aziende e ha permeato la loro stessa identità. A spingere al cambiamento i consumatori, mentre le istituzioni nazionali “latitano” e non danno seguito alla richiesta di incentivare fiscalmente le buone pratiche. Sono questi alcuni dei rilievi più salienti del VI rapporto di indagine sull’impegno sociale delle aziende in Italia, eseguito nell’aprile 2014 dall’Osservatorio Socialis di Errepi Comunicazione in partnership con l’istituto IXE’, col patrocinio della Presidenza del Consiglio, dei ministeri dello Sviluppo Economico, Lavoro e Politiche Sociali, Ambiente, e con la partecipazione di Lega del Filo d’Oro, Sanofi Pasteur MSD e Manager Italia. “Questa rilevazione”, dichiara Roberto Orsi, direttore dell’Osservatorio Socialis “ci restituisce l’immagine di un tessuto imprenditoriale che dalla crisi ha assimilato soprattutto questo: le risorse sono preziose; i processi, determinanti; orientare l’impatto sociale di impresa richiede una strategia precisa”. Nel 2011, anno di riferimento del precedente rapporto, le imprese che dichiaravano di impegnarsi nella responsabilità sociale d’impresa erano il 64% del campione. Nel VI rapporto questo dato cresce: ad attuare una strategia di CSR è il 73% delle imprese italiane con più di 80 dipendenti. Nel contempo, per effetto della crisi economica di questi anni, le risorse investite hanno subito una contrazione: la cifra media investita in CSR nel 2013 è infatti inferiore del 25% a quella del 2011. Si spende meno, però come detto il numero di imprese interessate è in aumento. E per il 2014 il budget medio torna a crescere, con un aumento del 7% rispetto al 2013: da 158 mila euro (media 2013) a 169mila euro (media 2014). E’ nella scelta delle strategie di CSR che si registra il cambiamento più rilevante rispetto all’ultimo rapporto. Se infatti prima era più diffusa la dimensione esterna della responsabilità sociale, quella collegata ad esempio a donazioni umanitarie, ora e per il futuro le imprese puntano sull’ambiente: il 54% del campione dichiara infatti di aver attivato misure cogenti di contenimento degli sprechi di carta, acqua, illuminazione ed avanzi nelle mense; seguono investimenti per migliorare sul risparmio energetico (36%), l’introduzione o il potenziamento della raccolta differenziata (33%), nuove tecnologie per limitare l’inquinamento e migliorare lo smaltimento dei rifiuti (33%). In netto calo le donazioni in denaro (solo il 26% dichiara di organizzarle all’interno della propria impresa) e attività filantropiche (24%). Per il futuro la direzione d’investimento complessivamente più referenziata è quella della sostenibilità ambientale: riduzione degli sprechi in primis (64%), seguita dalla riduzione dell’inquinamento (51%). A seguire, ad una certa distanza percentuale, le pari opportunità (25%) e l’integrazione sociale (21%).

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Web: Data:

repubblica.it 23/07/2014

Aziende: risparmio e dipendenti le chiavi della "ripresa economica" Pubblicati i dati del VI Rapporto sull'impegno sociale delle imprese in Italia: la responsabilità sociale prosegue il cammino di contaminazione del tessuto imprenditoriale passando dal 64% di sociatà del 2011 al 73% del 2014

MILANO - La fotografia è nota. E il suo ricordo è ancora vivissimo, nella memoria di tanti. Raffigurava le finestre illuminate di un palazzo piuttosto alto, un grattacielo nostrano: i neon riproducevano in modo ineccepibile, quasi maestoso, un cane a sei zampe, elegantemente specchiato nel piccolo lago artificiale dell'Eur. Fino agli anni Novanta, una delle icone più famose dell'industria italiana era quel logo, il logo dell'Eni disegnato dalle luci della sua sede romana, lasciate accese in modo simbolico per alcune occasioni importanti. E per molto tempo quell'immagine ha evocato a tanti sia l'identità di un brand importante del nostro Paese sia un sincero orgoglio nazionale per quella che era, ed è tuttora, una nostra realtà imprenditoriale di eccellenza e prestigio. A leggere il VI Rapporto nazionale sull'Impegno sociale delle imprese, pubblicato a giugno dall'Osservatorio Socialis e condotto dall'Istituto demoscopico Ixè, c'è da chiedersi se le policy aziendali di responsabilità sociale attualmente in voga in Italia consentirebbero ancora quella famosa "performance" del laghetto dell'Eur. Perché al centro dell'attenzione dei manager e delle loro direttive di Corporate Social Responsibility ci sono infatti i consumi, la gestione delle risorse, il corretto utilizzo dell'energia. La quotidianità delle nostre aziende è cambiata e questo è uno dei portati irreversibili, e forse anche più sani, della crisi economica. Fino al 2011, anno del rapporto precedente, in azienda l'intento di essere "etici", o "socialmente responsabili", si traduceva principalmente nell'organizzazione di donazioni umanitarie. Eventi simbolici, utili certo, quanto però anche episodici, sconnessi da una strategia di largo respiro. A due anni di distanza, molto è cambiato e niente è più affidato all'estemporaneità. La rappresentazione dell'etica aziendale sembra infatti essere affidata in modo deciso e strategico ai comportamenti dei dipendenti e al loro rispetto dell'ambiente. Il 54% delle imprese interpellate dall'Osservatorio Socialis ha dichiarato infatti di aver attivato misure cogenti di contenimento degli sprechi di carta, di acqua, di illuminazione e di avanzi nelle mense. Seguono investimenti sul risparmio energetico (36%), per l'introduzione o il potenziamento della raccolta differenziata (33%), su nuove tecnologie per limitare l'inquinamento e per migliorare lo smaltimento dei rifiuti (33%). Nuove strategie di responsabilità sociale quindi, che rispondono a nuove ambizioni identitarie delle aziende: secondo il rapporto, la spinta motivazionale più forte nelle nuove strategie di responsabilità sociale d'impresa è la "reputazione" dell'azienda; solo in seconda battuta ci sono aspettative dichiarate sul business e sul clima interno. L'elemento del personale dipendente fornisce un'altra importante chiave di lettura dei dati del VI Rapporto: la centralità dei lavoratori.

E' a loro che l'azienda chiede aiuto per rendere migliore l'impatto delle proprie attività tanto sull'ambiente circostante quanto sulla collettività nel suo complesso. E sono soprattutto i lavoratori, secondo il rapporto, i primi a beneficiare del giro di vite in favore del rispetto dell'ambiente. Nonostante la spiccata motivazione verso il rafforzamento della corporate reputation, il primo vantaggio realmente riconosciuto dalle imprese che hanno attuato una strategia di Corporate Social Responsibility consiste infatti nel miglioramento del clima interno e nel coinvolgimento dei dipendenti.

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A pensarla così è il 46% delle aziende, mentre solo il 36% registra invece il verificarsi dell'effettivo ritorno reputazionale prospettato all'inizio. Complice anche la crisi, cui molte aziende riconoscono il "merito" di aver impartito una lezione memorabile sull'essenzialità dell'etica d'impresa, la responsabilità sociale prosegue dunque lenta ma inesorabile il suo cammino di contaminazione del tessuto imprenditoriale italiano: crescono le imprese italiane che adottano una strategia di settore, passando dal 64% del 2011 al 73% del 2014; torna a crescere, dopo qualche anno di contrazione anche il budget medio, che passa dai 158mila euro del 2013 ai 169mila previsti per il 2014. Nella rappresentazione identitaria dei brand c'è una nuova colonna portante ed è data dalla reputazione etica: al punto che, sostiene il rapporto dell'Osservatorio Socialis, il 46% delle imprese sceglie e valuta i propri fornitori anche in considerazione del loro impegno nella Corporate Social Responsibility. Magari non potremo più assistere affascinati e fieri ai giochi di luce sapientemente orchestrati con i neon dei nostri uffici più illustri, ma godremo di una consapevolezza nuova, altrettanto appagante: quella data dall'essere solidali, responsabili, uniti in un cammino comune verso un modello economico e imprenditoriale più sostenibile.

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VI Rapporto Nazionale Presentazione a Perugia 13 novembre 2014

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INDICE Agenzie ADN Kronos Quotidiani Il Giornale dell’Umbria Il Giornale dell’Umbria Il Corriere dell’Umbria Tv TGR Umbria Web Liberoquotidiano.it Yahoo Notizie Padovanews Oggi Treviso Contatto News Corcianonline.it Osservatorio Socialis

Data 13/11/2014 11/11/2014 12/11/2014 14/11/2014 13/11/2014 13/11/2014 13/11/2014 13/11/2014 13/11/2014 13/11/2014 14/11/2014 14/11/2014

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AGENZIE

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Agenzia: ADN Kronos Data: 13/11/2014

Il 73% delle imprese italiane impegnate in responsabilità sociale Aumenta il numero di imprese italiane impegnate nella responsabilità sociale (Csr), che dal 2011 ad oggi è passato dal 64% al 73% del campione analizzato, con un investimento totale annuo di quasi un miliardo di euro, attraverso interventi mirati e misurabili. Le nuove strategie aziendali sono incentrate sul coinvolgimento dei dipendenti: lotta agli sprechi, ottimizzazione dei consumi energetici e ciclo dei rifiuti. Sono questi alcuni dei rilievi più salienti del VI Rapporto di indagine sull’impegno sociale delle aziende in Italia, realizzato dall’Osservatorio Socialis di Errepi Comunicazione e presentato all’Università degli Studi di Perugia. Nel 2004, anno di nascita dell'Osservatorio Socialis, il comparto della Corporate Social Responsibility in Italia corrispondeva a un valore complessivo di 450 milioni di euro; oggi, a poco più di dieci anni di distanza, le policy aziendali di settore valgono in Italia 920 milioni di euro l'anno e la responsabilità sociale si sta evolvendo, acquistando un peso strategico nei bilanci e nelle scelte di sviluppo delle imprese di ogni dimensione. Per effetto della crisi economica di questi anni, le risorse investite hanno subito una contrazione: la cifra media investita in Csr nel 2013 è infatti inferiore del 25% a quella del 2011. Si spende meno, però come detto il numero di imprese interessate è in aumento. E per il 2014 il budget medio torna a crescere, con un aumento del 7% rispetto al 2013: da 158 mila euro (media 2013) a 169mila euro (media 2014). I settori più attivi nella Csr sono finance, commercio, farmaceutico e manifatturiero; alta sensibilità e attenzione anche nel settore tecnologico/informatico. Ma è nella scelta delle strategie di Csr che si registra il cambiamento più rilevante rispetto all’ultimo rapporto: se infatti prima era più diffusa la dimensione esterna della responsabilità sociale, quella collegata ad esempio a donazioni umanitarie, ora e per il futuro le imprese puntano sull’ambiente. Il 54% del campione dichiara infatti di aver attivato misure cogenti di contenimento degli sprechi di carta, acqua, illuminazione ed avanzi nelle mense; seguono investimenti per migliorare sul risparmio energetico (36%), l’introduzione o il potenziamento della raccolta differenziata (33%), nuove tecnologie per limitare l’inquinamento e migliorare lo smaltimento dei rifiuti (33%). In netto calo le donazioni in denaro (solo il 26% dichiara di organizzarle all’interno della propria impresa) e attività filantropiche (24%). Per quanto concerne il terreno prescelto per le proprie attività di responsabilità sociale, a parte l’interno dell’azienda (scelto dalla gran parte delle aziende) le altre attività di Csr si concentrano in prima battuta sul territorio locale dell’azienda (42%). Dunque con la Csr le aziende cercano anche un miglioramento nei propri “rapporti di vicinato”. La prima motivazione a fare responsabilità sociale è “reputazionale” (47%), seguita dall’effetto sul business e sul clima interno (27%). Il principale criterio di scelta delle iniziative da sostenere o attuare è la loro visibilità (40%); poi l’area geografica (31%), ovvero il legame con il territorio; seguono la possibilità di coinvolgere il personale (28%) e quella di misurare i risultati dell’iniziativa (23%).

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Nonostante la spiccata motivazione verso il rafforzamento della corporate reputation, il primo vantaggio realmente riconosciuto dalle imprese che hanno fatto Csr è nel miglioramento del clima interno e nel coinvolgimento dei dipendenti: a pensarla così il 46% delle aziende; solo il 36% registra invece il verificarsi dell’effettivo ritorno reputazionale prospettato all’inizio. "Sta emergendo, con chiarezza, un nuovo modo di fare ed essere impresa", commenta Roberto Orsi, direttore dell’Osservatorio Socialis. Secondo Cecilia Chirieleison, professoressa di Economia aziendale presso il dipartimento di Economia di Perugia, "le strategie sociali riescono a creare valore per l’azienda solo se gli stakeholders le apprezzano: bisogna promuovere, dunque, una vera e propria cultura della comunicazione in ambito sociale. Le imprese italiane – e umbre – si stanno molto impegnando in questo campo, anche se la strada da percorrere è ancora lunga”.

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QUOTIDIANI

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Quotidiano: Il Giornale dell’Umbria Data: 11/11/2014

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Quotidiano: Il Giornale dell’Umbria Data: 12/11/2014

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Quotidiano: Il Corriere dell’Umbria Data:14/11/2014

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TV

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TV: TGR Umbria Data: 13/11/2014 Ora: 14:00

Roberto Orsi: “Stiamo parlando dei comportamenti delle imprese che stanno crescendo nella loro attenzione verso il sociale”. Giornalista: “Ma che cosa vuol dire in concreto? Per esempio sponsorizzare un festival culturale, oppure costruire un ospedale in Afghanistan, oppure creare un fondo per le famiglie povere, o ancora costruire asili nido aziendali. Ecco, tutto questo si chiama responsabilità sociale. Un fenomeno in crescita in Umbria e in tutta Italia, che è stato presentato alla facoltà di Economia dell’Università di Perugia”. Roberto Orsi: “Innanzitutto un dato fondamentale, cioè che il 73% delle imprese italiane hanno dichiarato, nel corso dell’ultima indagine che abbiamo realizzato, di impegnarsi su terreni di responsabilità sociale e di sostenibilità ambientale”. Giornalista: “Tradotto in numeri vuol dire un miliardo di euro all’anno di investimenti. Ci verrebbe da dire: nonostante la crisi?” Roberto Orsi: “Paradossalmente è grazie alla crisi, perché le imprese hanno capito che per rimanere sul mercato bisogna assolutamente avere dei comportamenti che hanno a che fare con la responsabilità sociale”. Giornalista: “E le aziende cosa ci guadagnano? Non ci perdono?” Roberto Orsi: “Assolutamente no, ci sono tanti benefici per quello che riguarda la reputazione dell’impresa e per la possibilità di fare squadra con i dipendenti”.

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WEB

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Testata: Libero Quotidiano.it Data: 13/11/2014

Il 73% delle imprese italiane impegnate in responsabilità sociale Adottano soprattutto misure per ridurre l'impatto ambientale e ne riconoscono il valore reputazionale. Lo rileva il rapporto realizzato dall’Osservatorio Socialis Roma, 13 nov. - Aumenta il numero di imprese italiane impegnate nella responsabilità sociale (Csr), che dal 2011 ad oggi è passato dal 64% al 73% del campione analizzato, con un investimento totale annuo di quasi un miliardo di euro, attraverso interventi mirati e misurabili. Le nuove strategie aziendali sono incentrate sul coinvolgimento dei dipendenti: lotta agli sprechi, ottimizzazione dei consumi energetici e ciclo dei rifiuti. Sono questi alcuni dei rilievi più salienti del VI Rapporto di indagine sull’impegno sociale delle aziende in Italia, realizzato dall’Osservatorio Socialis di Errepi Comunicazione e presentato all’Università degli Studi di Perugia. Nel 2004, anno di nascita dell'Osservatorio Socialis, il comparto della Corporate Social Responsibility in Italia corrispondeva a un valore complessivo di 450 milioni di euro; oggi, a poco più di dieci anni di distanza, le policy aziendali di settore valgono in Italia 920 milioni di euro l'anno e la responsabilità sociale si sta evolvendo, acquistando un peso strategico nei bilanci e nelle scelte di sviluppo delle imprese di ogni dimensione. Per effetto della crisi economica di questi anni, le risorse investite hanno subito una contrazione: la cifra media investita in Csr nel 2013 è infatti inferiore del 25% a quella del 2011. Si spende meno, però come detto il numero di imprese interessate è in aumento. E per il 2014 il budget medio torna a crescere, con un aumento del 7% rispetto al 2013: da 158 mila euro (media 2013) a 169mila euro (media 2014). I settori più attivi nella Csr sono finance, commercio, farmaceutico e manifatturiero; alta sensibilità e attenzione anche nel settore tecnologico/informatico. Ma è nella scelta delle strategie di Csr che si registra il cambiamento più rilevante rispetto all’ultimo rapporto: se infatti prima era più diffusa la dimensione esterna della responsabilità sociale, quella collegata ad esempio a donazioni umanitarie, ora e per il futuro le imprese puntano sull’ambiente. Il 54% del campione dichiara infatti di aver attivato misure cogenti di contenimento degli sprechi di carta, acqua, illuminazione ed avanzi nelle mense; seguono investimenti per migliorare sul risparmio energetico (36%), l’introduzione o il potenziamento della raccolta differenziata (33%), nuove tecnologie per limitare l’inquinamento e migliorare lo smaltimento dei rifiuti (33%). In netto calo le donazioni in denaro (solo il 26% dichiara di organizzarle all’interno della propria impresa) e attività filantropiche (24%). Per quanto concerne il terreno prescelto per le proprie attività di responsabilità sociale, a parte l’interno dell’azienda (scelto dalla gran parte delle aziende) le altre attività di Csr si concentrano in prima battuta sul territorio locale dell’azienda (42%). Dunque con la Csr le aziende cercano anche un miglioramento nei propri “rapporti di vicinato”. La prima motivazione a fare responsabilità sociale è “reputazionale” (47%), seguita dall’effetto sul business e sul clima interno (27%). Il principale criterio di scelta delle iniziative da sostenere o attuare è la loro visibilità (40%); poi l’area geografica (31%), ovvero il legame con il territorio; seguono la possibilità di coinvolgere il personale (28%) e quella di misurare i risultati dell’iniziativa (23%). Nonostante la spiccata motivazione verso il rafforzamento della corporate reputation, il primo vantaggio realmente riconosciuto dalle imprese che hanno fatto Csr è nel miglioramento del clima interno e nel coinvolgimento dei dipendenti: a pensarla così il 46% delle aziende; solo il 36% registra invece il verificarsi dell’effettivo ritorno reputazionale prospettato all’inizio.

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"Sta emergendo, con chiarezza, un nuovo modo di fare ed essere impresa", commenta Roberto Orsi, direttore dell’Osservatorio Socialis. Secondo Cecilia Chirieleison, professoressa di Economia aziendale presso il dipartimento di Economia di Perugia, "le strategie sociali riescono a creare valore per l’azienda solo se gli stakeholders le apprezzano: bisogna promuovere, dunque, una vera e propria cultura della comunicazione in ambito sociale. Le imprese italiane – e umbre – si stanno molto impegnando in questo campo, anche se la strada da percorrere è ancora lunga”.

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Testata: Yahoo Notizie Data: 13/11/2014

Umbria, 6° Rapporto impegno sociale aziende, aumenta 'attenzione' Perugia, 13 nov. "La prima parola sollevata dai dati di questo rapporto sull'impegno sociale delle aziende in Italia è 'attenzione'. Attenzione agli sprechi, ai dipendenti, all'ambiente in cui viviamo e che lasciamo ai figli, al territorio nel quale operiamo. Sta emergendo, con chiarezza, un nuovo modo di fare ed essere impresa". E' il commento di Roberto Orsi, direttore dell'Osservatorio Socialis di Errepi Comunicazione, al VI Rapporto sull'impegno sociale delle aziende in Italia, curato dall'Osservatorio e presentato stamani a Perugia, Università degli Studi Dipartimento di Economia. Tra i dati emergenti, le nuove strategie aziendali incentrate sul coinvolgimento dei dipendenti, che si traducono in lotta agli sprechi, ottimizzazione dei consumi energetici e ciclo dei rifiuti, insieme all'aumento del numero di imprese italiane impegnate nella responsabilità sociale (Csr), che dal 2011 ad oggi sono passate dal 64% al 73% del campione analizzato, con un investimento totale annuo di quasi 1 mld di euro. "E' evidente - ha spiegato Cecilia Chirieleison, docente di Economia Aziendale presso il Dipartimento di Economia di Perugia - che le strategie sociali creano valore per l'azienda solo se gli stakeholders le apprezzano. Bisogna promuovere, dunque, una cultura della comunicazione in ambito sociale. Il Convegno di oggi mostra che le imprese italiane ed Umbre si stanno molto impegnando in questo campo, anche se la strada da percorrere è ancora lunga". A coordinare i lavori Giuseppe Castellini, direttore del Giornale dell'Umbria. Previste le relazioni di Massimiliano Pambianco, direttore Comunicazione di Colacem, Marina Panfilo, direttore Market Access e Rapporti Istituzionali di Sanofi Pasteur MSD, Gabriella Parodi, presidente di Federmanager Perugia e responsabile gestione ambientale e sostenibilità del Gruppo Angelantoni.

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Testata: Padova News Data: 13/11/2014

Il 73% delle imprese italiane impegnate in responsabilità sociale Adottano soprattutto misure per ridurre l'impatto ambientale e ne riconoscono il valore reputazionale. Lo rileva il rapporto realizzato dall’Osservatorio Socialis. Aumenta il numero di imprese italiane impegnate nella responsabilità sociale (Csr), che dal 2011 ad oggi è passato dal 64% al 73% del campione analizzato, con un investimento totale annuo di quasi un miliardo di euro, attraverso interventi mirati e misurabili. Le nuove strategie aziendali sono incentrate sul coinvolgimento dei dipendenti: lotta agli sprechi, ottimizzazione dei consumi energetici e ciclo dei rifiuti. Sono questi alcuni dei rilievi più salienti del VI Rapporto di indagine sull’impegno sociale delle aziende in Italia, realizzato dall’Osservatorio Socialis di Errepi Comunicazione e presentato all’Università degli Studi di Perugia. Nel 2004, anno di nascita dell'Osservatorio Socialis, il comparto della Corporate Social Responsibility in Italia corrispondeva a un valore complessivo di 450 milioni di euro; oggi, a poco più di dieci anni di distanza, le policy aziendali di settore valgono in Italia 920 milioni di euro l'anno e la responsabilità sociale si sta evolvendo, acquistando un peso strategico nei bilanci e nelle scelte di sviluppo delle imprese di ogni dimensione. Per effetto della crisi economica di questi anni, le risorse investite hanno subito una contrazione: la cifra media investita in Csr nel 2013 è infatti inferiore del 25% a quella del 2011. Si spende meno, però come detto il numero di imprese interessate è in aumento. E per il 2014 il budget medio torna a crescere, con un aumento del 7% rispetto al 2013: da 158 mila euro (media 2013) a 169mila euro (media 2014). I settori più attivi nella Csr sono finance, commercio, farmaceutico e manifatturiero; alta sensibilità e attenzione anche nel settore tecnologico/informatico. Ma è nella scelta delle strategie di Csr che si registra il cambiamento più rilevante rispetto all’ultimo rapporto: se infatti prima era più diffusa la dimensione esterna della responsabilità sociale, quella collegata ad esempio a donazioni umanitarie, ora e per il futuro le imprese puntano sull’ambiente. Il 54% del campione dichiara infatti di aver attivato misure cogenti di contenimento degli sprechi di carta, acqua, illuminazione ed avanzi nelle mense; seguono investimenti per migliorare sul risparmio energetico (36%), l’introduzione o il potenziamento della raccolta differenziata (33%), nuove tecnologie per limitare l’inquinamento e migliorare lo smaltimento dei rifiuti (33%). In netto calo le donazioni in denaro (solo il 26% dichiara di organizzarle all’interno della propria impresa) e attività filantropiche (24%). Per quanto concerne il terreno prescelto per le proprie attività di responsabilità sociale, a parte l’interno dell’azienda (scelto dalla gran parte delle aziende) le altre attività di Csr si concentrano in prima battuta sul territorio locale dell’azienda (42%). Dunque con la Csr le aziende cercano anche un miglioramento nei propri “rapporti di vicinato”. La prima motivazione a fare responsabilità sociale è “reputazionale” (47%), seguita dall’effetto sul business e sul clima interno (27%). Il principale criterio di scelta delle iniziative da sostenere o attuare è la loro visibilità (40%); poi l’area geografica (31%), ovvero il legame con il territorio; seguono la possibilità di coinvolgere il personale (28%) e quella di misurare i risultati dell’iniziativa (23%). Nonostante la spiccata motivazione verso il rafforzamento della corporate reputation, il primo vantaggio realmente riconosciuto dalle imprese che hanno fatto Csr è nel miglioramento del clima interno e nel coinvolgimento dei dipendenti: a pensarla così il 46% delle aziende; solo il 36% registra invece il verificarsi dell’effettivo ritorno reputazionale prospettato all’inizio.

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"Sta emergendo, con chiarezza, un nuovo modo di fare ed essere impresa", commenta Roberto Orsi, direttore dell’Osservatorio Socialis. Secondo Cecilia Chirieleison, professoressa di Economia aziendale presso il dipartimento di Economia di Perugia, "le strategie sociali riescono a creare valore per l’azienda solo se gli stakeholders le apprezzano: bisogna promuovere, dunque, una vera e propria cultura della comunicazione in ambito sociale. Le imprese italiane – e umbre – si stanno molto impegnando in questo campo, anche se la strada da percorrere è ancora lunga”.

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Testata: Oggi Treviso Data: 13/11/2014

Il 73% delle imprese italiane impegnate in responsabilità sociale Adottano soprattutto misure per ridurre l'impatto ambientale e ne riconoscono il valore reputazionale. Lo rileva il rapporto realizzato dall’Osservatorio Socialis. Aumenta il numero di imprese italiane impegnate nella responsabilità sociale (Csr), che dal 2011 ad oggi è passato dal 64% al 73% del campione analizzato, con un investimento totale annuo di quasi un miliardo di euro, attraverso interventi mirati e misurabili. Le nuove strategie aziendali sono incentrate sul coinvolgimento dei dipendenti: lotta agli sprechi, ottimizzazione dei consumi energetici e ciclo dei rifiuti. Sono questi alcuni dei rilievi più salienti del VI Rapporto di indagine sull’impegno sociale delle aziende in Italia, realizzato dall’Osservatorio Socialis di Errepi Comunicazione e presentato all’Università degli Studi di Perugia. Nel 2004, anno di nascita dell'Osservatorio Socialis, il comparto della Corporate Social Responsibility in Italia corrispondeva a un valore complessivo di 450 milioni di euro; oggi, a poco più di dieci anni di distanza, le policy aziendali di settore valgono in Italia 920 milioni di euro l'anno e la responsabilità sociale si sta evolvendo, acquistando un peso strategico nei bilanci e nelle scelte di sviluppo delle imprese di ogni dimensione. Per effetto della crisi economica di questi anni, le risorse investite hanno subito una contrazione: la cifra media investita in Csr nel 2013 è infatti inferiore del 25% a quella del 2011. Si spende meno, però come detto il numero di imprese interessate è in aumento. E per il 2014 il budget medio torna a crescere, con un aumento del 7% rispetto al 2013: da 158 mila euro (media 2013) a 169mila euro (media 2014). I settori più attivi nella Csr sono finance, commercio, farmaceutico e manifatturiero; alta sensibilità e attenzione anche nel settore tecnologico/informatico. Ma è nella scelta delle strategie di Csr che si registra il cambiamento più rilevante rispetto all’ultimo rapporto: se infatti prima era più diffusa la dimensione esterna della responsabilità sociale, quella collegata ad esempio a donazioni umanitarie, ora e per il futuro le imprese puntano sull’ambiente. Il 54% del campione dichiara infatti di aver attivato misure cogenti di contenimento degli sprechi di carta, acqua, illuminazione ed avanzi nelle mense; seguono investimenti per migliorare sul risparmio energetico (36%), l’introduzione o il potenziamento della raccolta differenziata (33%), nuove tecnologie per limitare l’inquinamento e migliorare lo smaltimento dei rifiuti (33%). In netto calo le donazioni in denaro (solo il 26% dichiara di organizzarle all’interno della propria impresa) e attività filantropiche (24%). Per quanto concerne il terreno prescelto per le proprie attività di responsabilità sociale, a parte l’interno dell’azienda (scelto dalla gran parte delle aziende) le altre attività di Csr si concentrano in prima battuta sul territorio locale dell’azienda (42%). Dunque con la Csr le aziende cercano anche un miglioramento nei propri “rapporti di vicinato”. La prima motivazione a fare responsabilità sociale è “reputazionale” (47%), seguita dall’effetto sul business e sul clima interno (27%). Il principale criterio di scelta delle iniziative da sostenere o attuare è la loro visibilità (40%); poi l’area geografica (31%), ovvero il legame con il territorio; seguono la possibilità di coinvolgere il personale (28%) e quella di misurare i risultati dell’iniziativa (23%). Nonostante la spiccata motivazione verso il rafforzamento della corporate reputation, il primo vantaggio realmente riconosciuto dalle imprese che hanno fatto Csr è nel miglioramento del clima interno e nel coinvolgimento dei dipendenti: a pensarla così il 46% delle aziende; solo il 36% registra invece il verificarsi dell’effettivo ritorno reputazionale prospettato all’inizio.

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"Sta emergendo, con chiarezza, un nuovo modo di fare ed essere impresa", commenta Roberto Orsi, direttore dell’Osservatorio Socialis. Secondo Cecilia Chirieleison, professoressa di Economia aziendale presso il dipartimento di Economia di Perugia, "le strategie sociali riescono a creare valore per l’azienda solo se gli stakeholders le apprezzano: bisogna promuovere, dunque, una vera e propria cultura della comunicazione in ambito sociale. Le imprese italiane – e umbre – si stanno molto impegnando in questo campo, anche se la strada da percorrere è ancora lunga”.

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Testata: Contatto News Data: 13/11/2014

Umbria 6°Rapporto impegno sociale aziende aumenta ‘attenzione’ Imprese impegnate responsabilità sociale passano 64% – 73% – Perugia, 13 nov 2014 – “La prima parola sollevata dai dati di questo rapporto sull’impegno sociale delle aziende in Italia è ‘attenzione’. Attenzione agli sprechi, ai dipendenti, all’ambiente in cui viviamo e che lasciamo ai figli, al territorio nel quale operiamo. Sta emergendo, con chiarezza, un nuovo modo di fare ed essere impresa”. E’ il commento di Roberto Orsi, direttore dell’Osservatorio Socialis di Errepi Comunicazione, al VI Rapporto sull’impegno sociale delle aziende in Italia, curato dall’Osservatorio e presentato stamani a Perugia, Universita’ degli Studi – Dipartimento di Economia. Tra i dati emergenti, le nuove strategie aziendali incentrate sul coinvolgimento dei dipendenti, che si traducono in lotta agli sprechi, ottimizzazione dei consumi energetici e ciclo dei rifiuti, insieme all’aumento del numero di imprese italiane impegnate nella responsabilità sociale (Csr), che dal 2011 ad oggi sono passate dal 64% al 73% del campione analizzato, con un investimento totale annuo di quasi 1 miliardo di euro. “E’ evidente – ha spiegato Cecilia Chirieleison, docente di Economia Aziendale presso il Dipartimento di Economia di Perugia – che le strategie sociali creano valore per l’azienda solo se gli stakeholders le apprezzano. Bisogna promuovere, dunque, una cultura della comunicazione in ambito sociale. Il Convegno di oggi mostra che le imprese italiane ed Umbre si stanno molto impegnando in questo campo, anche se la strada da percorrere è ancora lunga”. A coordinare i lavori Giuseppe Castellini, direttore del Giornale dell’Umbria. Previste le relazioni di Massimiliano Pambianco, direttore Comunicazione di Colacem, Marina Panfilo, direttore Market Access e Rapporti Istituzionali di Sanofi Pasteur MSD, Gabriella Parodi, presidente di Federmanager Perugia e responsabile gestione ambientale e sostenibilità del Gruppo Angelantoni.

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Testata: Corciano Online Data: 14/11/2014

Crescono le imprese impegnate nella responsabilità sociale Dal 2011 ad oggi il numero di imprese italiane impegnate nella responsabilità sociale (Csr) è passato dal 64% al 73% del campione analizzato, con un investimento totale annuo di quasi un miliardo di euro. Le nuove strategie aziendali sono incentrate sul coinvolgimento dei dipendenti: lotta agli sprechi, ottimizzazione dei consumi energetici e ciclo dei rifiuti. IL CONVEGNO – Sono questi alcuni dei dati più salienti del VI Rapporto di indagine sull’impegno sociale delle aziende in Italia, realizzato dall’Osservatorio Socialis di Errepi Comunicazione, che è stato presentato giovedì all’Università degli Studi di Perugia. Hanno partecipato all’evento Cecilia Chirieleison del Dipartimento di Economia dell’Università di Perugia, Massimiliano Pambianco, direttore Comunicazione di Colacem, Marina Panfilo, direttore Market Access e Rapporti Istituzionali di Sanofi Pasteur MSD, Gabriella Parodi, presidente di Federmanager Perugia e responsabile gestione ambientale e sostenibilità del Gruppo Angelantoni. A portare i saluti è stato Mauro Pagliacci, direttore del Dipartimento di Economia dell’Università di Perugia. ATTENZIONE – “La prima parola sollevata dai dati di questo rapporto sull’impegno sociale delle aziende in Italia è ‘attenzione’: attenzione agli sprechi, ai dipendenti, all’ambiente in cui viviamo e che lasciamo ai figli, al territorio nel quale operiamo. Sta emergendo, con chiarezza, un nuovo modo di fare ed essere impresa”, ha spiegato Roberto Orsi, direttore dell’Osservatorio Socialis. “Risulta evidente – ha aggiunto Cecilia Chirieleison, professoressa di Economia Aziendale presso il Dipartimento di Economia di Perugia – che le strategie sociali riescono a creare valore per l’azienda solo se gli stakeholders le apprezzano: bisogna promuovere, dunque, una vera e propria cultura della comunicazione in ambito sociale. Il Convegno di oggi mostra che le imprese italiane – e Umbre – si stanno molto impegnando in questo campo, anche se la strada da percorrere è ancora lunga”.

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Testata: Osservatorio Socialis Data: 14/11/2014

CSR: a Perugia il VI Rapporto sull’Impegno sociale delle aziende in Italia Le conferenze dell’Osservatorio Socialis arrivano a Perugia, ospite la Facoltà di Economia, per promuovere la cultura della CSR attraverso il dibattito e la riflessione tra aziende impegnate, università del territorio, associazioni non profit e istituzioni. I dati del VI Rapporto sull’impegno sociale delle aziende, presentati da Roberto Orsi, Direttore dell’Osservatorio Socialis e Presidente di Errepi Comunicazione, sono stati poi discussi da Cecilia Chirieleison del Dipartimento di Economia dell’Università di Perugia, Massimiliano Pambianco, Direttore Comunicazione Colacem, Rosanna Flammia, Communication Manager Sanofi Pasteur MSD, Gabriella Parodi, Presidente Federmanager Perugia e responsabile gestione ambientale e sostenibilità del Gruppo Angelantoni. Moderatore il Direttore del “Giornale dell’Umbria“, Giuseppe Castellini. “La prima parola sollevata dai dati di questo rapporto sull’impegno sociale delle aziende in Italia è ‘attenzione’: attenzione agli sprechi, ai dipendenti, all’ambiente in cui viviamo e che lasciamo ai figli, al territorio nel quale operiamo. Sta emergendo, con chiarezza, un nuovo modo di fare ed essere impresa”, ha spiegato Roberto Orsi, direttore dell’Osservatorio Socialis. “Risulta evidente – ha aggiunto Cecilia Chirieleison, professoressa di Economia Aziendale presso il Dipartimento di Economia di Perugia – che le strategie sociali riescono a creare valore per l’azienda solo se gli stakeholders le apprezzano: bisogna promuovere, dunque, una vera e propria cultura della comunicazione in ambito sociale. Il Convegno di oggi mostra che le imprese italiane – e Umbre – si stanno molto impegnando in questo campo, anche se la strada da percorrere è ancora lunga”. Nel 2004, anno di nascita dell’Osservatorio Socialis, il comparto della Corporate Social Responsibility in Italia corrispondeva a un valore complessivo di 450 milioni di euro; oggi, a poco più di dieci anni di distanza, le policy aziendali di settore valgono in Italia 920 milioni di euro l’anno e la responsabilità sociale si sta evolvendo, acquistando un peso strategico nei bilanci e nelle scelte di sviluppo delle imprese di ogni dimensione.

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Premio Socialis XII Roma, 3 dicembre 2014

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INDICE Agenzie ADN Kronos ADN Kronos Web IUAV Venezia Politecnico di Torino Università di Trento Università degli Studi di Sassari Università di Messina Università degli Studi di Bari Aldo Moro Università di Teramo SOUL – Università di Roma La Sapienza Università Roma Tre Università Ca’ Foscari Sostenibile Gioventu.org Università della Calabria Università.it Università della Basilicata Università degli Studi di Torino Vita Osservatorio Socialis Il Secolo XIX Panorama Il Tempo Libero Quotidiano Padova News Oggi Treviso Sardegna Oggi ABI Eventi Cronaca diretta Lifegate.it Rai Economia Procurement channel.it Impresamia.com

21/10/2014 04/12/2014 10/10/2014 10/10/2014 13/10/2014 14/10/2014 14/10/2014 14/10/2014 14/10/2014 15/10/2014 15/10/2014 15/10/2014 24/10/2014 29/10/2014 29/10/2014 29/10/2014 03/11/2014 04/11/2014 03/12/2014 04/12/2014 04/12/2014 04/12/2014 04/12/2014 04/12/2014 04/12/2014 04/12/2014 04/12/2014 04/12/2014 11/12/2014 16/12/2014 16/12/2014 17/12/2014

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AGENZIE

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Agenzia: AdnKronos Data: 21/10/2014

Al via il XII Premio Socialis per tesi su Responsabilità sociale d'impresa Giunge alla XII edizione il Premio Socialis, l’unico riconoscimento italiano rivolto a laureati con una tesi sulla responsabilità sociale d’impresa e lo sviluppo sostenibile. L’obiettivo è promuovere la cultura della Csr (la responsabilità sociale d'impresa) e della sostenibilità ambientale attraverso l’individuazione di nuovi trend per lo sviluppo della società e del comportamento organizzativo. In Italia la responsabilità sociale d'impresa coinvolge ormai 7,3 aziende su 10, con un investimento di quasi 1 miliardo di euro l’anno e una particolare attenzione rivolta al contrasto degli sprechi, al coinvolgimento dei dipendenti, al risparmio delle risorse. Oltre la metà gli atenei italiani si impegnano in questo senso, con l’obiettivo di formare giovani più preparati ad entrare in un mondo del lavoro che cambia velocemente. Il nuovo bando, disponibile sul sito www.premiosocialis.it, è riservato a giovani che si siano laureati o che stiano per laurearsi con tesi su argomenti quali Csr e corporate governance; i codici etici e nuove metodologie di rendicontazione e di valutazione; rapporti tra profit e non profit; iniziative per la salvaguardia dell’arte e dell’ambiente; sostegno della solidarietà; rapporti con gli stakeholders e fund raising, attività per la sicurezza sul lavoro e marketing sociale; formazione per la Csr e cultura di gestione delle organizzazioni complesse. “Ferma restando la qualità del contenuto” il bando prevede che siano “privilegiate le tesi che indicheranno percorsi nuovi atti a favorire un’ulteriore evoluzione della cultura della Csr e dello sviluppo sostenibile nonché a sottolineare aspetti meno conosciuti e prospettive di sviluppo e di applicazione pratica negli anni futuri”. Ai vincitori la possibilità di pubblicare l’abstract della tesi su un’apposita sezione del sito dell’Osservatorio Socialis e partecipare alla cerimonia di premiazione. Il bando scade il 5 novembre 2014: tutte le informazioni sulle regole di presentazione delle candidature sono reperibili sul sito. A valutare gli elaborati sarà una giuria composta da Maria Ludovica Agrò (direttore generale per la Politica Industriale, la Competitività e le Pmi - ministero dello Sviluppo Economico), Leonardo Becchetti (ordinario di Economia Politica presso l'Università di Tor Vergata), Roberto Della Seta (direttore Italia Green), Luigi Mariano (docente di Etica Economica, Università Gregoriana), Fiammetta Mignella Calvosa (direttore del Centro Studi Scenari Urbani, Università Lumsa), Roberto Orsi (presidente Errepi Comunicazione e direttore Osservatorio Socialis).

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Testata: AdnKronos Data: 04/12/2014

Dal risparmio energetico alla solidarietà, le imprese italiane puntano sulla Csr Etica e responsabilità le nuove chiavi del successo delle imprese: 920 milioni di euro investiti nell’ultimo anno in Italia in Csr (la Responsabilità sociale d'impresa) da più del 70% delle aziende con più di 80 dipendenti che hanno destinato in media 158.000 euro ciascuna a risparmio energetico e contenimento degli sprechi (65%), a iniziative in favore dei dipendenti (55%), al contrasto dell’inquinamento e allo smaltimento dei rifiuti (53%), a solidarietà e impegno umanitario (38%), a favore della pratica sportiva (31%), al sostegno di arte e cultura (24%). E’ questo il quadro dell’impegno sociale delle aziende in Italia secondo l’Osservatorio Socialis, il cantiere di promozione culturale della responsabilità sociale d’impresa promosso da Errepi Comunicazione, che nel corso del Forum Csr dell’Abi ha consegnato il Premio Socialis per le migliori tesi di laurea su Csr e sviluppo sostenibile. I dati dell'Osservatorio Socialis "devono spingere le università ad accrescere i corsi per la formazione di una classe dirigente che sia più attenta all’ascolto del territorio e delle persone - commenta Roberto Orsi, presidente di Errepi Comunicazione e direttore dell'Osservatorio Socialis - oggi solo 42 atenei su 80 prevedono insegnamenti che riconducono alla Csr, all’etica, allo sviluppo sostenibile”. I vincitori della XII edizione del Premio Socialis sono: Sarah De Bernardinis con "Green Economy: variabili strategiche di un'impresa sostenibile", Facoltà di Economia dell'Università di Teramo; Giusy Forestiero con "La valutazione della prestazione energetica degli edifici. Proposta metodologica in ambito europeo", Facoltà di Ingegneria Edile dell'Università degli Studi della Calabria e Daniele Perri con "La responsabilità sociale d'impresa nella banca. Il caso finanza socialmente responsabile", Facoltà di Economia dell'Università degli Studi di Genova. Il Premio Socialis è l’unico riconoscimento alle migliori tesi di laurea su argomenti che riconducono alla responsabilità sociale d’impresa, un appuntamento annuale che pone al centro della riflessione sociale e imprenditoriale la necessità di un’economia più attenta allo sviluppo sostenibile. Oltre 750 le tesi pervenute dal 2003, anno della prima edizione del premio, 65 atenei di provenienza dei lavori accademici, 16 enti patrocinanti.

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WEB

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Testata: UniversitĂ IUAV di Venezia Data: 10/10/2014

titolo descrizione

scadenza link allegati inserimento

Premio Socialis XII edizione riservato a laureati con tesi su argomenti quali responsabilitĂ sociale, sviluppo sostenibile, welfare aziendale, etica ed economia, rapporto tra profit e non profit 5 novembre 2014 bando 10 ottobre 2014

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Testata: Politecnico di Torino Data: 10/10/2014

Scadenza: 5 novembre 2014

PREMIO SOCIALIS Errepi Comunicazione, società promotrice dell’Osservatorio Socialis, ha indetto la XII edizione del Premio Socialis. Possono partecipare laureati che hanno discusso delle tesi di laurea incentrate su argomenti come la responsabilità sociale, lo sviluppo sostenibile, il welfare aziendale, l'etica e l'economia, il rapporto tra profit e non profit. Gli abstract degli elaborati vincitori del concorso saranno inseriti nell'apposita sezione del sito dell'Osservatorio Socialis. Per partecipare è necessario inviare 1 copia della tesi di laurea entro il 5 novembre 2014 alla segreteria organizzativa, presso Errepi Comunicazione, Via Arenula, 29, 00186 ROMA. Possono partecipare solo i lavori discussi dopo il 1° gennaio 2011.

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Testata: Università di Trento Data: 13/10/2014

Premio Socialis - XII Edizione Il Premio Socialis è riservato a laureati con tesi su argomenti quali responsabilità sociale, sviluppo sostenibile, welfare aziendale, etica ed economia, rapporto tra profit e non profit. Maggiori informazioni: www.premiosocialis.it

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Testata: Università degli Studi di Sassari Data: 13/10/2014

PREMIO SOCIALIS XII EDIZIONE: ON LINE IL BANDO DEL CONCORSO CHE PREMIA LE MIGLIORI TESI DI LAUREA SU CSR E SVILUPPO SOSTENIBILE Il Premio Socialis è riservato a laureati con tesi su argomenti quali responsabilità sociale, sviluppo sostenibile, welfare aziendale, etica ed economia, rapporto tra profit e non profit. Copia integrale del bando su http://www.premiosocialis.it/upload/files/PremioSocialisBando.pdf In palio l’opportunità di partecipare alla cerimonia di premiazione in sede istituzionale a Roma e la pubblicazione dell'abstract della tesi nell'apposita sezione del sito www.osservatoriosocialis.it. Per partecipare alla XII edizione del Premio Socialis è necessario inviare 1 copia della tesi di laurea entro il 5 novembre 2014 alla segreteria organizzativa, presso Errepi Comunicazione, Via Arenula, 29, 00186 ROMA. Possono partecipare solo i lavori discussi dopo il 1° gennaio 2011.

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Testata: Università di Messina Data: 14/10/2014

Premio Socialis XII edizione Il Premio Socialis è riservato a laureati con tesi su argomenti quali responsabilità sociale, sviluppo sostenibile, welfare aziendale, etica ed economia, rapporto tra profit e non profit. Copia integrale del bando su www.premiosocialis.it. In palio l’opportunità di partecipare alla cerimonia di premiazione in sede istituzionale a Roma e la pubblicazione dell'abstract della tesi nell'apposita sezione del sito www.osservatoriosocialis.it. Per partecipare alla XII edizione del Premio Socialis è necessario inviare 1 copia della tesi di laurea entro il 5 novembre 2014 alla segreteria organizzativa, presso Errepi Comunicazione, Via Arenula, 29, 00186 ROMA. Possono partecipare solo i lavori discussi dopo il 1° gennaio 2011.

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Testata: Università degli Studi di Bari Aldo Moro Data: 14/10/2014

Premio Socialis per tesi di laurea sulla responsabilità sociale e sviluppo sostenibile Il Premio Socialis è riservato a laureati con tesi su argomenti quali responsabilità sociale, sviluppo sostenibile, welfare aziendale, etica ed economia, rapporto tra profit e non profit. In palio l'opportunità di partecipare alla cerimonia di premiazione in sede istituzionale a Roma e la pubblicazione dell'abstract della tesi nell'apposita sezione del sito www.osservatoriosocialis.it Per partecipare alla XII edizione del Premio Socialis è necessario inviare una copia della tesi di laurea entro il 5 novembre 2014 alla segreteria organizzativa, presso Errepi Comunicazione, via Arenula 29 - 00186 Roma. Possono partecipare solo i lavori discussi dopo il 1° gennaio 2011.

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Testata: Università di Teramo Data: 14/10/2014

Premio Socialis: bando di concorso per le migliori tesi di laurea su Responsabilità sociale d’impresa e Sviluppo sostenibile Pubblicato il bando della XII edizione del Premio Socialis, riservato a laureati con tesi su argomenti quali responsabilità sociale, sviluppo sostenibile, welfare aziendale, etica ed economia, rapporto tra profit e non profit. In palio l’opportunità di partecipare alla cerimonia di premiazione in sede istituzionale a Roma e la pubblicazione dell’abstract della tesi nell’apposita sezione del sito www.osservatoriosocialis.it. Per partecipare è necessario inviare una copia della tesi di laurea entro il 5 novembre 2014 alla segreteria organizzativa: Errepi Comunicazione, Via Arenula, 29, 00186 Roma. Possono partecipare solo i lavori discussi dopo il 1° gennaio 2011. Maggiori informazioni su www.premiosocialis.it

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Testata: SOUL – Università di Roma La Sapienza Data: 15/10/2014

Responsabilità sociale e sviluppo sostenibile nella tua tesi Il Premio Socialis è riservato a laureati e laureandi che abbiano elaborato una tesi sui temi della responsabilità sociale d'impresa e sostenibilità ambientale. In particolare per poter partecipare al concorso le tesi devono avere come temi dominanti argomenti quali: -

le attività nel sociale e nello sviluppo sostenibile delle aziende, associazioni non profit, Pubblica Amministrazione;

-

la governance e i codici etici;

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le iniziative per la salvaguardia dell’arte e dell’ambiente, lo sviluppo della cultura, il sostegno della solidarietà e dei progetti umanitari, la crescita del territorio, lo sviluppo interno dell’organizzazione aziendale, l’integrazione tra responsabilità sociale, innovazione e sviluppo delle risorse umane.

L'abstract delle tre tesi vincitrici sarà inserito nell'apposita sezione del sito www.osservatoriosocialis.it La partecipazione è gratuita. I candidati dovranno inviare la documentazione richiesta entro il 5 novembre 2014.

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Testata: Università Roma Tre Data: 15/10/2014

Bando Premio Socialis per tesi di laurea E' possibile scaricare il bando del concorso del Premio Socialis, giunto alla XII edizione ,che premia le migliori tesi di Laurea su CSR e sviluppo sostenibile Domande entro il 5 novembre 2014 Il Premio Socialis è riservato a laureati con tesi su argomenti quali responsabilità sociale, sviluppo sostenibile, welfare aziendale, etica ed economia, rapporto tra profit e non profit. Copia integrale del bando su www.premiosocialis.it In palio l’opportunità di partecipare alla cerimonia di premiazione in sede istituzionale a Roma e la pubblicazione dell'abstract della tesi nell'apposita sezione del sito www.osservatoriosocialis.it. Per partecipare alla XII edizione del Premio Socialis è necessario inviare 1 copia della tesi di laurea entro il 5 novembre 2014 alla segreteria organizzativa, presso Errepi Comunicazione, Via Arenula, 29, 00186 ROMA. Possono partecipare solo i lavori discussi dopo il 1° gennaio 2011.

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Testata: Università Ca' Foscari Sostenibile Venezia Data: 15/10/2014

Premio Socialis - scad. 05/11/2014 Ente: Errepi Comunicazione, società promotrice dell’Osservatorio Socialis Tipologia: Premio di laurea Importo/Premio: L'abstract delle tre tesi vincitrici sarà inserito nella apposita sezione del sito www.osservatoriosocialis.it. I tre vincitori saranno coinvolti nelle attività di redazione e di ricerca condotte dall'Osservatorio Socialis. Area Culturale: Aree culturale, sociale e scientifica. Destinatari: Laureato/a, laureando/a Scadenza: 05/11/2014 Sito: www.premiosocialis.it Modalità di partecipazione: La partecipazione al concorso è gratuita. I dettagli sono disponibili sul bando. Informazioni: Sono ammessi al concorso tutti coloro che si siano laureati o che stiano per laurearsi con tesi su argomenti quali: responsabilità sociale d’impresa; corporate governance; codici etici; metodologie di rendicontazione e di valutazione; finanza etica; bilancio sociale; analisi dei comportamenti; economia dell’ambiente, della cultura e dello sviluppo sostenibile; rapporti tra profit e non profit; rapporti con gli stakeholders; fund raising; pubblica amministrazione e servizi al cittadino; risparmio delle risorse; impegno nei confronti dei dipendenti; attività per la sicurezza sul lavoro; marketing sociale; formazione per la responsabilità sociale d'impresa; cultura di gestione delle organizzazioni complesse. I lavori dovranno essere successivi al 1° Gennaio 2011.

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Testata: Gioventu.org Data: 24/10/2014

3 premi per tesi “responsabili” Nuova edizione del Premio Socialis per tesi di laurea sulla responsabilità sociale e lo sviluppo sostenibile Il Premio Socialis offre agli autori delle migliori 3 tesi sul tema della responsabilità sociale e dello sviluppo sostenibile, la possibilità di essere coinvolti nelle attività di ricerca e di redazione condotte dall'Osservatorio Socialis. Gli abstract delle tesi vincitrici saranno inoltre pubblicati all’interno di un’apposita sezione del sito www.osservatoriosocialis.it. Il concorso è rivolto a laureati e laureandi con tesi di laurea sui seguenti temi: responsabilità sociale d’impresa; corporate governance; codice etico; bilancio sociale; finanza etica; economia dell’ambiente e dello sviluppo sostenibile; rapporti tra profit e non profit; fund raising; pubblica amministrazione e servizi al cittadino; risparmio delle risorse; impegno nei confronti dei dipendenti; marketing sociale; formazione alla gestione delle organizzazioni complesse. Gli elaborati devono essere successivi all’1 gennaio 2011. Le candidature devono essere effettuate entro il 5 novembre 2014, inviando due copie della tesi di laurea e il proprio curriculum vitae secondo le indicazioni fornite dal bando (in allegato).

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Il Premio, giunto alla sua XII edizione, gode del patrocinio di: CNEL - Consiglio Nazionale delle Ricerche, Presidenza del Consiglio dei Ministri, Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, Ministero dello Sviluppo Economico, Ministero dell’Ambiente, Ministero dell’Economia e delle Finanze, Unioncamere, Regione Lazio, Comune di Roma, AIDP- Associazione Italiana Direttori del Personale.

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Testata: Università della Calabria Data: 29/10/2014

PREMIO SOCIALIS XII EDIZIONE Il Premio Socialis è riservato a laureati con tesi su argomenti quali responsabilità sociale, sviluppo sostenibile, welfare aziendale, etica ed economia, rapporto tra profit e non profit. Copia integrale del bando su www.premiosocialis.it. In palio l’opportunità di partecipare alla cerimonia di premiazione in sede istituzionale a Roma e la pubblicazione dell'abstract della tesi nell'apposita sezione del sito www.osservatoriosocialis.it. Per partecipare alla XII edizione del Premio Socialis è necessario inviare 1 copia della tesi di laurea entro il 5 novembre 2014 alla segreteria organizzativa, presso Errepi Comunicazione, Via Arenula, 29, 00186 ROMA segreteria@premiosocialis.it Possono partecipare solo i lavori pubblicati dopo il 1° gennaio 2011.

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Testata: Universita.it Data: 29/10/2014

Premio di laurea Socialis per tesi sulla responsabilità sociale e lo sviluppo sostenibile Errepi Comunicazione, società specializzata nella formazione in area sociale, ha indetto la XII edizione del premio di laurea Socialis per tesi sulla responsabilità sociale di impresa e lo sviluppo sostenibile. Il premio di laurea Socialis 2014 è rivolto a laureati o laureandi di tutte le università italiane con tesi discussa dopo il 1° gennaio 2011 incentrata sui seguenti argomenti: responsabilità sociale d’impresa, corporate governance, codici etici, metodologia di rendicontazione e di valutazione, finanza etica, bilancio sociale, analisi dei comportamenti, economia dell’ambiente, marketing sociale, e tematiche similari. Le tre tesi vincitrici del premio di laurea Socialis 2014 saranno pubblicate sul sito web www.osservatoriosocialis.it, e gli autori saranno coinvolti nelle attività dell’Osservatorio Socialis. Per partecipare al premio di laurea Socialis 2014 è necessario essere in possesso dei seguenti requisiti: -

essere laureati o laureandi presso qualunque ateneo italiano;

-

tesi discussa dopo il 1° gennaio 2011;

-

aver discusso una tesi sui seguenti argomenti: responsabilità sociale d’impresa, corporate governance, codici etici, metodologia di rendicontazione e di valutazione, finanza etica, bilancio sociale, analisi dei comportamenti, economia dell’ambiente, marketing sociale, e tematiche similari.

Per partecipare al premio di laurea Socialis 2014 bisogna inviare una copia della tesi in formato cartaceo e una su CD a mezzo corriere o raccomandata all’indirizzo segreteria del Premio Socialis c/o Errepi Comunicazione, via Arenula, 29 – 00186 Roma, e all’indirizzo e-mail segreteria@premiosocialis.it entro il 5 novembre 2014.

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Testata: Università della Basilicata Data: 29/10/2014

Premio Socialis per tesi di Laurea su responsabilità sociale e sviluppo sostenibile Laureandi e laureati che abbiano redatto una tesi sul tema della responsabilità sociale d'impresa e dello sviluppo sostenibile, possono partecipare alla XII edizione del Premio Socialis. Nello specifico, la tesi deve approfondire uno o più dei seguenti argomenti: -

responsabilità sociale d’impresa; corporate governance; codici etici; metodologie di rendicontazione e di valutazione; finanza etica; bilancio sociale; analisi dei comportamenti; economia dell’ambiente, della cultura e dello sviluppo sostenibile; rapporti tra profit e non profit; rapporti con gli stakeholders; fund raising; pubblica amministrazione e servizi al cittadino; risparmio delle risorse; impegno nei confronti dei dipendenti; attività per la sicurezza sul lavoro; marketing sociale; formazione per la responsabilità sociale d'impresa; cultura di gestione delle organizzazioni complesse.

Come candidarsi: la domanda di partecipazione dovrà essere inviata entro il 05 novembre 2014

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Testata: UniversitĂ degli studi di Torino Data: 03/11/2014

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Testata: Vita.it Data: 03/11/2014

Studenti di csr, il Premio Socialis è per voi Ancora due giorni per partecipare all'unico riconoscimento italiano riservato ai giovani che si siano laureati con tesi sulla responsabilità sociale delle imprese, sui rapporti tra profit e non profit, sullo sviluppo sostenibile

Un'opportunità per dare visibilità e valore aggiunto alla propria tesi di laurea attraverso la pubblicazione dell'abstract e la partecipazione alla premiazione di Roma, il prossimo 3 dicembre. È quanto offre il Premio Socialis, l'unico riconoscimento italiano riservato ai giovani che si siano laureati con tesi sulla responsabilità sociale delle imprese, sui rapporti tra profit e non profit, sullo sviluppo sostenibile. “L’offerta formativa delle università si sta adeguando ai tempi - spiega Roberto Orsi, presidente di Errepi Comunicazione e direttore dell'Osservatorio Socialis - perché l’impatto positivo di pratiche etiche sul mercato è un beneficio assodato e irrinunciabile. Basti pensare che in Italia sono ormai 7,3 aziende su 10 impegnate, con un investimento di quasi 1 miliardo di euro l’anno, una particolare attenzione al contrasto degli sprechi, al coinvolgimento dei dipendenti, al risparmio delle risorse e sono oltre la metà gli atenei italiani che si impegnano in questo senso, con l’obiettivo di formare giovani più preparati ad entrare in un mondo del lavoro che cambia velocemente”.

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Giunto alla XII edizione, il Premio Socialis ha il patrocinio della Presidenza del Consiglio dei Ministri, CNEL e Unioncamere ed è realizzato in collaborazione con Lega del Filo d'Oro, Manageritalia, Sanofi Pasteur MSD e AIDP. Il termine per la presentazione delle domande è il 5 novembre 2014.

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Testata: Osservatorio Socialis Data: 03/12/2014

Consegnato il XII Premio Socialis Con la partecipazione di Lega del Filo d’Oro, H3G, FS Italiane, Sanofi Pasteur MSD, Roma Capitale, il XII Premio Socialis per le migliori tesi in CSR e sviluppo sostenibile è stato consegnato durante il Forum CSR 2014 dell’ABI, organizzato da AbiEventi. I vincitori: Sarah De Bernardinis con “Green Economy: variabili strategiche di un’impresa sostenibile“, Facoltà di Economia dell’Università di Teramo; Giusy Forestiero con “La valutazione della prestazione energetica degli edifici. Proposta metodologica in ambito europeo“, Facoltà di Ingegneria Edile dell’Università degli Studi della Calabria e Daniele Perri con “La responsabilità sociale d’impresa nella banca. Il caso finanza socialmente responsabile“, Facoltà di Economia dell’Università degli Studi di Genova. e In palio la pubblicazione dell’abstract della tesi sul sito dell’Osservatorio Socialis, l’esposizione dei contenuti della tesi nell’ambito del Forum CSR, la possibilità di collaborare ad uno studio dell’Osservatorio nel corso del 2015.

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Testata: Il Secolo XIX Data: 04/12/2014

Etica e responsabilità d’impresa, premiata a Roma una tesi genovese Genova - 920 milioni di euro investiti nell’ultimo anno in Italia da più del 70% delle aziende con più di 80 dipendenti che hanno destinato in media 158.000 euro ciascuna a risparmio energetico e contenimento degli sprechi (65%), a iniziative in favore dei dipendenti (55%), al contrasto dell’inquinamento e allo smaltimento dei rifiuti (53%), a solidarietà e impegno umanitario (38%), a favore della pratica sportiva (31%), al sostegno di arte e cultura (24%). E’ questo il quadro dell’impegno sociale delle aziende in Italia secondo l’Osservatorio Socialis, il cantiere di promozione culturale della responsabilità sociale d’impresa promosso da Errepi Comunicazione, che nel corso del Forum CSR dell’ABI, svoltosi a Palazzo Altieri a Roma, ha consegnato il Premio Socialis per le migliori tesi di laurea su CSR e sviluppo sostenibile (XII edizione), in collaborazione con ABI Eventi e con la partecipazione di Lega del Filo d’Oro, H3G, FS Italiane, Sanofi Pasteur MSD, Roma Capitale. «L’economia e il mercato stanno cambiando a grande velocità - ha spiegato Roberto Orsi, Presidente di Errepi Comunicazione e Direttore dell’Osservatorio Socialis - e con essa le imprese, che sempre più numerose mettono in conto di dover porre attenzione all’etica e alla responsabilità in maniera programmata e riconoscibile. D’altra parte questi dati devono spingere le università ad accrescere i corsi per la formazione di una classe dirigente che sia più attenta all’ascolto del territorio e delle persone: oggi solo 42 atenei su 80 prevedono insegnamenti che riconducono alla CSR, all’etica, allo sviluppo sostenibile». In un panorama qualitativamente alto e ampio per punti di vista e temi trattati, la Giuria ha conferito il Premio a tesisti che si sono distinti per originalità e qualità del lavoro presentato: tra questi Daniele Perri con “La responsabilità sociale d’impresa nella banca. Il caso finanza socialmente responsabile”, Facoltà di Economia dell’Università degli Studi di Genova. Il Premio Socialis è l’unico riconoscimento alle migliori tesi di laurea su argomenti che riconducono alla responsabilità sociale d’impresa, un appuntamento annuale che pone al centro della riflessione sociale e imprenditoriale la necessità di un’economia più attenta allo sviluppo sostenibile. Oltre 750 le tesi pervenute dal 2003, anno della prima edizione del Premio, 65 atenei di provenienza dei lavori accademici, 16 enti patrocinanti, tra cui Presidenza del Consiglio, Ministero del Lavoro, Ministero dello Sviluppo Economico, la Rappresentanza italiana della Commissione Europea, il Segretariato Sociale RAI, il Comune di Roma, 80 vincitori.

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Testata: Panorama Data: 04/12/2014

Dal risparmio energetico alla solidarietà, le imprese italiane puntano sulla Csr 920 milioni investiti nell'ultimo anno da più del 70% delle aziende con oltre 80 dipendenti. A tracciare il quadro dell’impegno sociale delle aziende in Italia è l’Osservatorio Socialis da quale emerge la crescita dell'impegno su etica e responsabilità sociale delle società Etica e responsabilità le nuove chiavi del successo delle imprese: 920 milioni di euro investiti nell’ultimo anno in Italia in Csr (la Responsabilità sociale d'impresa) da più del 70% delle aziende con più di 80 dipendenti che hanno destinato in media 158.000 euro ciascuna a risparmio energetico e contenimento degli sprechi (65%), a iniziative in favore dei dipendenti (55%), al contrasto dell’inquinamento e allo smaltimento dei rifiuti (53%), a solidarietà e impegno umanitario (38%), a favore della pratica sportiva (31%), al sostegno di arte e cultura (24%). E’ questo il quadro dell’impegno sociale delle aziende in Italia secondo l’Osservatorio Socialis, il cantiere di promozione culturale della responsabilità sociale d’impresa promosso da Errepi Comunicazione, che nel corso del Forum Csr dell’Abi ha consegnato il Premio Socialis per le migliori tesi di laurea su Csr e sviluppo sostenibile. I dati dell'Osservatorio Socialis "devono spingere le università ad accrescere i corsi per la formazione di una classe dirigente che sia più attenta all’ascolto del territorio e delle persone - commenta Roberto Orsi, presidente di Errepi Comunicazione e direttore dell'Osservatorio Socialis - oggi solo 42 atenei su 80 prevedono insegnamenti che riconducono alla Csr, all’etica, allo sviluppo sostenibile”. I vincitori della XII edizione del Premio Socialis sono: Sarah De Bernardinis con "Green Economy: variabili strategiche di un'impresa sostenibile", Facoltà di Economia dell'Università di Teramo; Giusy Forestiero con "La valutazione della prestazione energetica degli edifici. Proposta metodologica in ambito europeo", Facoltà di Ingegneria Edile dell'Università degli Studi della Calabria e Daniele Perri con "La responsabilità sociale d'impresa nella banca. Il caso finanza socialmente responsabile", Facoltà di Economia dell'Università degli Studi di Genova. Il Premio Socialis è l’unico riconoscimento alle migliori tesi di laurea su argomenti che riconducono alla responsabilità sociale d’impresa, un appuntamento annuale che pone al centro della riflessione sociale e imprenditoriale la necessità di un’economia più attenta allo sviluppo sostenibile. Oltre 750 le tesi pervenute dal 2003, anno della prima edizione del premio, 65 atenei di provenienza dei lavori accademici, 16 enti patrocinanti.

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Testata: Il Tempo Data: 04/12/2014

Dal risparmio energetico alla solidarietà, le imprese italiane puntano sulla Csr Etica e responsabilità le nuove chiavi del successo delle imprese: 920 milioni di euro investiti nell’ultimo anno in Italia in Csr (la Responsabilità sociale d'impresa) da più del 70% delle aziende con più di 80 dipendenti che hanno destinato in media 158.000 euro ciascuna a risparmio energetico e contenimento degli sprechi (65%), a iniziative in favore dei dipendenti (55%), al contrasto dell’inquinamento e allo smaltimento dei rifiuti (53%), a solidarietà e impegno umanitario (38%), a favore della pratica sportiva (31%), al sostegno di arte e cultura (24%).E’ questo il quadro dell’impegno sociale delle aziende in Italia secondo l’Osservatorio Socialis, il cantiere di promozione culturale della responsabilità sociale d’impresa promosso da Errepi Comunicazione, che nel corso del Forum Csr dell’Abi ha consegnato il Premio Socialis per le migliori tesi di laurea su Csr e sviluppo sostenibile.I dati dell'Osservatorio Socialis "devono spingere le università ad accrescere i corsi per la formazione di una classe dirigente che sia più attenta all’ascolto del territorio e delle persone commenta Roberto Orsi, presidente di Errepi Comunicazione e direttore dell'Osservatorio Socialis oggi solo 42 atenei su 80 prevedono insegnamenti che riconducono alla Csr, all’etica, allo sviluppo sostenibile”.I vincitori della XII edizione del Premio Socialis sono: Sarah De Bernardinis con "Green Economy: variabili strategiche di un'impresa sostenibile", Facoltà di Economia dell'Università di Teramo; Giusy Forestiero con "La valutazione della prestazione energetica degli edifici. Proposta metodologica in ambito europeo", Facoltà di Ingegneria Edile dell'Università degli Studi della Calabria e Daniele Perri con "La responsabilità sociale d'impresa nella banca. Il caso finanza socialmente responsabile", Facoltà di Economia dell'Università degli Studi di Genova. Il Premio Socialis è l’unico riconoscimento alle migliori tesi di laurea su argomenti che riconducono alla responsabilità sociale d’impresa, un appuntamento annuale che pone al centro della riflessione sociale e imprenditoriale la necessità di un’economia più attenta allo sviluppo sostenibile. Oltre 750 le tesi pervenute dal 2003, anno della prima edizione del premio, 65 atenei di provenienza dei lavori accademici, 16 enti patrocinanti.

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Testata: Libero Quotidiano Data: 04/12/2014

Dal risparmio energetico alla solidarietà, le imprese italiane puntano sulla Csr Etica e responsabilità le nuove chiavi del successo delle imprese: 920 milioni di euro investiti nell’ultimo anno in Italia in Csr (la Responsabilità sociale d'impresa) da più del 70% delle aziende con più di 80 dipendenti che hanno destinato in media 158.000 euro ciascuna a risparmio energetico e contenimento degli sprechi (65%), a iniziative in favore dei dipendenti (55%), al contrasto dell’inquinamento e allo smaltimento dei rifiuti (53%), a solidarietà e impegno umanitario (38%), a favore della pratica sportiva (31%), al sostegno di arte e cultura (24%). E’ questo il quadro dell’impegno sociale delle aziende in Italia secondo l’Osservatorio Socialis, il cantiere di promozione culturale della responsabilità sociale d’impresa promosso da Errepi Comunicazione, che nel corso del Forum Csr dell’Abi ha consegnato il Premio Socialis per le migliori tesi di laurea su Csr e sviluppo sostenibile. I dati dell'Osservatorio Socialis "devono spingere le università ad accrescere i corsi per la formazione di una classe dirigente che sia più attenta all’ascolto del territorio e delle persone - commenta Roberto Orsi, presidente di Errepi Comunicazione e direttore dell'Osservatorio Socialis - oggi solo 42 atenei su 80 prevedono insegnamenti che riconducono alla Csr, all’etica, allo sviluppo sostenibile”. I vincitori della XII edizione del Premio Socialis sono: Sarah De Bernardinis con "Green Economy: variabili strategiche di un'impresa sostenibile", Facoltà di Economia dell'Università di Teramo; Giusy Forestiero con "La valutazione della prestazione energetica degli edifici. Proposta metodologica in ambito europeo", Facoltà di Ingegneria Edile dell'Università degli Studi della Calabria e Daniele Perri con "La responsabilità sociale d'impresa nella banca. Il caso finanza socialmente responsabile", Facoltà di Economia dell'Università degli Studi di Genova. Il Premio Socialis è l’unico riconoscimento alle migliori tesi di laurea su argomenti che riconducono alla responsabilità sociale d’impresa, un appuntamento annuale che pone al centro della riflessione sociale e imprenditoriale la necessità di un’economia più attenta allo sviluppo sostenibile. Oltre 750 le tesi pervenute dal 2003, anno della prima edizione del premio, 65 atenei di provenienza dei lavori accademici, 16 enti patrocinanti.

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Testata: Padova News Data: 04/12/2014

Dal risparmio energetico alla solidarietà, le imprese italiane puntano sulla Csr Etica e responsabilità le nuove chiavi del successo delle imprese: 920 milioni di euro investiti nell’ultimo anno in Italia in Csr (la Responsabilità sociale d'impresa) da più del 70% delle aziende con più di 80 dipendenti che hanno destinato in media 158.000 euro ciascuna a risparmio energetico e contenimento degli sprechi (65%), a iniziative in favore dei dipendenti (55%), al contrasto dell’inquinamento e allo smaltimento dei rifiuti (53%), a solidarietà e impegno umanitario (38%), a favore della pratica sportiva (31%), al sostegno di arte e cultura (24%). E’ questo il quadro dell’impegno sociale delle aziende in Italia secondo l’Osservatorio Socialis, il cantiere di promozione culturale della responsabilità sociale d’impresa promosso da Errepi Comunicazione, che nel corso del Forum Csr dell’Abi ha consegnato il Premio Socialis per le migliori tesi di laurea su Csr e sviluppo sostenibile. I dati dell'Osservatorio Socialis "devono spingere le università ad accrescere i corsi per la formazione di una classe dirigente che sia più attenta all’ascolto del territorio e delle persone - commenta Roberto Orsi, presidente di Errepi Comunicazione e direttore dell'Osservatorio Socialis - oggi solo 42 atenei su 80 prevedono insegnamenti che riconducono alla Csr, all’etica, allo sviluppo sostenibile”. I vincitori della XII edizione del Premio Socialis sono: Sarah De Bernardinis con "Green Economy: variabili strategiche di un'impresa sostenibile", Facoltà di Economia dell'Università di Teramo; Giusy Forestiero con "La valutazione della prestazione energetica degli edifici. Proposta metodologica in ambito europeo", Facoltà di Ingegneria Edile dell'Università degli Studi della Calabria e Daniele Perri con "La responsabilità sociale d'impresa nella banca. Il caso finanza socialmente responsabile", Facoltà di Economia dell'Università degli Studi di Genova. Il Premio Socialis è l’unico riconoscimento alle migliori tesi di laurea su argomenti che riconducono alla responsabilità sociale d’impresa, un appuntamento annuale che pone al centro della riflessione sociale e imprenditoriale la necessità di un’economia più attenta allo sviluppo sostenibile. Oltre 750 le tesi pervenute dal 2003, anno della prima edizione del premio, 65 atenei di provenienza dei lavori accademici, 16 enti patrocinanti.

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Testata: Oggi Treviso Data: 04/12/2014

Dal risparmio energetico alla solidarietà, le imprese italiane puntano sulla Csr Etica e responsabilità le nuove chiavi del successo delle imprese: 920 milioni di euro investiti nell’ultimo anno in Italia in Csr (la Responsabilità sociale d'impresa) da più del 70% delle aziende con più di 80 dipendenti che hanno destinato in media 158.000 euro ciascuna a risparmio energetico e contenimento degli sprechi (65%), a iniziative in favore dei dipendenti (55%), al contrasto dell’inquinamento e allo smaltimento dei rifiuti (53%), a solidarietà e impegno umanitario (38%), a favore della pratica sportiva (31%), al sostegno di arte e cultura (24%). E’ questo il quadro dell’impegno sociale delle aziende in Italia secondo l’Osservatorio Socialis, il cantiere di promozione culturale della responsabilità sociale d’impresa promosso da Errepi Comunicazione, che nel corso del Forum Csr dell’Abi ha consegnato il Premio Socialis per le migliori tesi di laurea su Csr e sviluppo sostenibile. I dati dell'Osservatorio Socialis "devono spingere le università ad accrescere i corsi per la formazione di una classe dirigente che sia più attenta all’ascolto del territorio e delle persone - commenta Roberto Orsi, presidente di Errepi Comunicazione e direttore dell'Osservatorio Socialis - oggi solo 42 atenei su 80 prevedono insegnamenti che riconducono alla Csr, all’etica, allo sviluppo sostenibile”. I vincitori della XII edizione del Premio Socialis sono: Sarah De Bernardinis con "Green Economy: variabili strategiche di un'impresa sostenibile", Facoltà di Economia dell'Università di Teramo; Giusy Forestiero con "La valutazione della prestazione energetica degli edifici. Proposta metodologica in ambito europeo", Facoltà di Ingegneria Edile dell'Università degli Studi della Calabria e Daniele Perri con "La responsabilità sociale d'impresa nella banca. Il caso finanza socialmente responsabile", Facoltà di Economia dell'Università degli Studi di Genova. Il Premio Socialis è l’unico riconoscimento alle migliori tesi di laurea su argomenti che riconducono alla responsabilità sociale d’impresa, un appuntamento annuale che pone al centro della riflessione sociale e imprenditoriale la necessità di un’economia più attenta allo sviluppo sostenibile. Oltre 750 le tesi pervenute dal 2003, anno della prima edizione del premio, 65 atenei di provenienza dei lavori accademici, 16 enti patrocinanti.

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Testata: Sardegna Oggi Data: 04/12/2014

Dal risparmio energetico alla solidarietà, le imprese italiane puntano sulla Csr Etica e responsabilità le nuove chiavi del successo delle imprese: 920 milioni di euro investiti nell’ultimo anno in Italia in Csr (la Responsabilità sociale d'impresa) da più del 70% delle aziende con più di 80 dipendenti che hanno destinato in media 158.000 euro ciascuna a risparmio energetico e contenimento degli sprechi (65%), a iniziative in favore dei dipendenti (55%), al contrasto dell’inquinamento e allo smaltimento dei rifiuti (53%), a solidarietà e impegno umanitario (38%), a favore della pratica sportiva (31%), al sostegno di arte e cultura (24%). E’ questo il quadro dell’impegno sociale delle aziende in Italia secondo l’Osservatorio Socialis, il cantiere di promozione culturale della responsabilità sociale d’impresa promosso da Errepi Comunicazione, che nel corso del Forum Csr dell’Abi ha consegnato il Premio Socialis per le migliori tesi di laurea su Csr e sviluppo sostenibile. I dati dell'Osservatorio Socialis "devono spingere le università ad accrescere i corsi per la formazione di una classe dirigente che sia più attenta all’ascolto del territorio e delle persone - commenta Roberto Orsi, presidente di Errepi Comunicazione e direttore dell'Osservatorio Socialis - oggi solo 42 atenei su 80 prevedono insegnamenti che riconducono alla Csr, all’etica, allo sviluppo sostenibile”. I vincitori della XII edizione del Premio Socialis sono: Sarah De Bernardinis con "Green Economy: variabili strategiche di un'impresa sostenibile", Facoltà di Economia dell'Università di Teramo; Giusy Forestiero con "La valutazione della prestazione energetica degli edifici. Proposta metodologica in ambito europeo", Facoltà di Ingegneria Edile dell'Università degli Studi della Calabria e Daniele Perri con "La responsabilità sociale d'impresa nella banca. Il caso finanza socialmente responsabile", Facoltà di Economia dell'Università degli Studi di Genova. Il Premio Socialis è l’unico riconoscimento alle migliori tesi di laurea su argomenti che riconducono alla responsabilità sociale d’impresa, un appuntamento annuale che pone al centro della riflessione sociale e imprenditoriale la necessità di un’economia più attenta allo sviluppo sostenibile. Oltre 750 le tesi pervenute dal 2003, anno della prima edizione del premio, 65 atenei di provenienza dei lavori accademici, 16 enti patrocinanti.

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Testata: ABI Eventi Data: 04/12/2014

Forum CSR 2014 IX edizione dell'appuntamento ABIEventi dedicato alla Responsabilità Sociale d'Impresa. Tema chiave del Forum è stato il valore condiviso, al centro della ricerca “Creazione del valore condiviso - Quantificazione dell’impatto sociale e ambientale dell’attività bancaria” realizzata con 11 banche, in collaborazione con SCS Consulting, i cui risultati sono stati presentati durante la prima giornata dei lavori. Il Forum ha avuto il piacere di ospitare quest’anno l’evento di premiazione della XII edizione del Premio Socialis , l’unico riconoscimento in Italia per le tesi di laurea su CSR e sviluppo sostenibile. Grazie alla collaborazione con il CeSPI, anche in questa edizione del Forum è stato dato ampio spazio all'inclusione finanziaria e all'integrazione sociale, con la presentazione del terzo anno di attività dell'Osservatorio Nazionale sull'Inclusione Finanziaria dei Migranti, il cui Report annuale è stato distribuito a tutti i partecipanti al Forum.

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Testata: Cronaca Diretta Data: 04/12/2014

Imprese, vince l’etica imprenditoriale Mille milioni nella responsabilità sociale d’impresa nel 2014 Etica e responsabilità sembrano essere le parole d’ordine per le nuove imprese. Quasi mille milioni di euro investiti nell’ultimo anno in Italia in Csr (la Responsabilità sociale d'impresa) da più del 70% delle aziende con più di 80 dipendenti che hanno destinato in media 158.000 euro ciascuna a risparmio energetico e contenimento degli sprechi (65%), a iniziative in favore dei dipendenti (55%), al contrasto dell’inquinamento e allo smaltimento dei rifiuti (53%), a solidarietà e impegno umanitario (38%), a favore della pratica sportiva (31%), al sostegno di arte e cultura (24%). I numeri arrivano dall’Osservatorio Socialis, il cantiere di promozione culturale della responsabilità sociale d’impresa promosso da Errepi Comunicazione. Il Premio Socialis è l’unico riconoscimento alle migliori tesi di laurea su argomenti che riconducono alla responsabilità sociale d’impresa, un appuntamento annuale che pone al centro della riflessione sociale e imprenditoriale la necessità di un’economia più attenta allo sviluppo sostenibile.

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Testata: Lifegate.it Data: 11/12/2014

920 milioni di euro investiti in Italia in Csr, ma le università latitano Etica e responsabilità sono le nuove chiavi del successo delle imprese. Dal risparmio energetico alla solidarietà, le imprese italiane puntano su etica e responsabilità. Non così gli insegnamenti universitari. A tracciare il quadro è l’Osservatorio Socialis. In attività di Csr – responsabilità sociale d’impresa sono stati investiti dalle aziende italiane 920 milioni di euro nell’ultimo anno. Le cifre sono state presentate dall’Osservatorio Socialis durante le premiazioni delle tesi di laurea più interessanti sull’argomento della Csr. I milioni sono stati puntati da più del 70% delle aziende con più di 80 dipendenti che hanno destinato in media 158.000 euro ciascuna a risparmio energetico e contenimento degli sprechi (65%), a iniziative in favore dei dipendenti (55%), al contrasto dell’inquinamento e allo smaltimento dei rifiuti (53%), a solidarietà e impegno umanitario (38%), a favore della pratica sportiva (31%), al sostegno di arte e cultura (24%). I dati “devono spingere le università ad accrescere i corsi per la formazione di una classe dirigente che sia più attenta all’ascolto del territorio e delle persone – commenta Roberto Orsi, presidente di Errepi Comunicazione e direttore dell’Osservatorio Socialis – oggi solo 42 atenei su 80 prevedono insegnamenti che riconducono alla Csr, all’etica, allo sviluppo sostenibile”. La ricerca è stata presentata nell’ambito del conferimento della XII edizione del Premio Socialis. Sono state premiate le tesi di:

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Sarah De Bernardinis con “Green Economy: variabili strategiche di un’impresa sostenibile”, Facoltà di Economia dell’Università di Teramo

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Giusy Forestiero con “La valutazione della prestazione energetica degli edifici. Proposta metodologica in ambito europeo”, Facoltà di Ingegneria Edile dell’Università degli Studi della Calabria

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Daniele Perri con “La responsabilità sociale d’impresa nella banca. Il caso finanza socialmente responsabile”, Facoltà di Economia dell’Università degli Studi di Genova.

Il Premio Socialis è l’unico riconoscimento alle migliori tesi di laurea su argomenti che riconducono alla responsabilità sociale d’impresa, un appuntamento annuale che pone al centro della riflessione sociale e imprenditoriale la necessità di un’economia più attenta allo sviluppo sostenibile.Oltre 750 le tesi pervenute dal 2003, anno della prima edizione del premio, 65 atenei di provenienza dei lavori accademici, 16 enti patrocinanti.

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Testata: Rai Economia Data: 16/12/2014

Etica e responsabilità: le nuove chiavi del successo delle imprese Il quadro dell'impegno sociale delle aziende in Italia, secondo l'Ossevatorio Socialis, è decisamente in crescita, come illustra Roberto Orsi, Presidente di Errepi Comunicazione e Direttore dell'Osservatorio Socialis, nel corso della consegna del Premio Socialis: 920 milioni di euro investiti nell’ultimo anno in Italia da più del 70% delle aziende con più di 80 dipendenti che hanno destinato in media 158.000 euro ciascuna a risparmio energetico e contenimento degli sprechi (65%), a iniziative in favore dei dipendenti (55%), al contrasto dell’inquinamento e allo smaltimento dei rifiuti (53%), a solidarietà e impegno umanitario (38%), a favore della pratica sportiva (31%), al sostegno di arte e cultura (24%). L’Osservatorio Socialis, il cantiere di promozione culturale della responsabilità sociale d’impresa, nel corso del Forum CSR dell’ABI, svoltosi a Palazzo Altieri a Roma, ha consegnato il Premio Socialis per le migliori tesi di laurea su CSR e sviluppo sostenibile (XII edizione), in collaborazione con ABI Eventi e con la partecipazione di Lega del Filo d’Oro, H3G, FS Italiane, Sanofi Pasteur MSD, Roma Capitale. “L’economia e il mercato stanno cambiando a grande velocità - ha spiegato Orsi- e con essa le imprese, che sempre più numerose mettono in conto di dover porre attenzione all’etica e alla responsabilità in maniera programmata e riconoscibile. D’altra parte questi dati devono spingere le università ad accrescere i corsi per la formazione di una classe dirigente che sia più attenta all’ascolto del territorio e delle persone: oggi solo 42 atenei su 80 prevedono insegnamenti che riconducono alla CSR, all’etica, allo sviluppo sostenibile”.

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I vincitori della XII edizione del Premio Socialis sono: Sarah De Bernardinis con "Green Economy: variabili strategiche di un'impresa sostenibile", Facoltà di Economia dell'Università di Teramo; Giusy Forestiero con "La valutazione della prestazione energetica degli edifici. Proposta metodologica in ambito europeo", Facoltà di Ingegneria Edile dell'Università degli Studi della Calabria e Daniele Perri con "La responsabilità sociale d'impresa nella banca. Il caso finanza socialmente responsabile", Facoltà di Economia dell'Università degli Studi di Genova. Il Premio Socialis è l’unico riconoscimento alle migliori tesi di laurea su argomenti che riconducono alla responsabilità sociale d’impresa, un appuntamento annuale che pone al centro della riflessione sociale e imprenditoriale la necessità di un’economia più attenta allo sviluppo sostenibile. Oltre 750 le tesi pervenute dal 2003, anno della prima edizione del Premio, 65 atenei di provenienza dei lavori accademici, 16 enti patrocinanti, tra cui Presidenza del Consiglio, Ministero del Lavoro, Ministero dello Sviluppo Economico, la Rappresentanza italiana della Commissione Europea, il Segretariato Sociale RAI, il Comune di Roma, 80 vincitori.

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Testata: Procurement Channel Data: 16/12/2014

Responsabilità sociale, imprese italiane sempre più virtuose Il 73% delle imprese italiane promuove attività di responsabilità sociale, con un incremento di circa il 15% rispetto al 2011. A sostenerlo, il sesto “Rapporto di indagine sull’impegno sociale delle aziende in Italia”, a cura dell’Osservatorio Socialis di Errepi Comunicazione. Nel documento si notano dati di grande interesse. La crisi degli anni scorsi ha ridotto i budget da destinare alle attività di CSR, tuttavia adesso sono in aumento le aziende che intraprendono iniziative di questo tipo. E quest’anno c’è stata anche un’impennata degli investimenti, con una media di 169.000 euro. Le iniziative dedicate alla sostenibilità sono le più gettonate. Il 54% del campione analizzato ha infatti dichiarato di aver soprattutto ridotto gli sprechi (acqua, carta, energia). Sono state investite risorse per ottimizzare il consumo energetico (36%) o per migliorare la raccolta dei rifiuti (33%). Le aziende sono quindi più concrete e orientate al futuro, e preferiscono investire su se stesse, piuttosto che effettuare donazioni a organizzazioni benefiche o non governative. Queste ultime, insieme alle attività filantropiche, sono infatti diminuite. Le aziende, considerando i dati del report sembrano non essere ancora consapevoli del risparmio potenziale che può essere generato attraverso le scelte sostenibili. Quasi la metà delle imprese, infatti, sceglie di avviare una politica di responsabilità sociale per motivi di reputazione. Una percentuale appena inferiore (42%) si concentra in primo luogo sul territorio locale. Circa il 40%, infine, attua una scelta sostenibile per incrementare la propria visibilità.

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Testata: Impresamia.com Data: 17/12/2014

CSR-Italia: si spende meno ma aumentano le aziende Il 91,7% delle imprese ha un "codice etico" che fa riferimento alla relazione con i fornitori. Tuttavia, solo 75 su 430 imprese hanno un documento specifico e molto dettagliato per la relazione coi i fornitori. A tracciare il quadro è l'Osservatorio Sostenibilità Supply Chain (Ossc) annuale, realizzato da Acquisti & Sostenibilità. Dal rapporto emerge che il 56,5 % delle imprese ha una o più politiche di sostenibilità per gli acquisti e la catena di fornitura mentre il 65,7% ha definito i suoi impegni nella catena di fornitura. Il 66% definisce i fattori critici della sostenibilità nella catena di fornitura correlati al proprio contesto di business. Il 44% ha programmi di coinvolgimento e formazione dei propri dipendenti sui temi della sostenibilità ed in particolare verso quella relativa alla catena di fornitura. Purtroppo solo il 15% delle imprese ha alcune risorse umane dedicate a tempo parziale o pieno per gestire i programmi di sostenibilità della catena di fornitura (solo 10 Imprese su 430 hanno invece risorse a tempo pieno). Il 56,5% dichiara di valutare i fornitori secondo criteri di sostenibilità, tuttavia solo il 36,6% ha strumenti per la valutazione oggettiva e quantitativa. E ancora: il 74,8% realizza progetti ed iniziative per ottimizzare e razionalizzare la mobilità del personale e la logistica delle merci in ottica di sostenibilità ambientale e sociale. Il 54,6% dispone di indicatori di prestazione per la sostenibilità della catena di fornitura, tuttavia la qualità passa da un livello basico (ad esempio: il numero di fornitori che hanno firmato il codice etico, le certificazioni ambientali e sociali possedute dai fornitori) ad un livello avanzato (ad esempio: il rating di sostenibilità dei materiali e servizi acquistati, la percentuale di fornitori formata su temi di sostenibilità). Solo 15 imprese hanno un livello avanzato, cioè con un maggiore dettaglio e una consistenza effettiva di ciò che viene misurato. Aumenta il numero di imprese italiane impegnate nella responsabilità sociale (Csr), che dal 2011 ad oggi è passato dal 64% al 73% del campione analizzato, con un investimento totale annuo di quasi un miliardo di euro, attraverso interventi mirati e misurabili. Le nuove strategie aziendali sono incentrate sul coinvolgimento dei dipendenti: lotta agli sprechi, ottimizzazione dei consumi energetici e ciclo dei rifiuti. Sono questi alcuni dei rilievi più salienti del VI Rapporto di indagine sull'impegno sociale delle aziende in Italia, realizzato dall'Osservatorio Socialis di Errepi Comunicazione e presentato all'Università degli Studi di Perugia. Nel 2004, anno di nascita dell'Osservatorio Socialis,

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il comparto della Corporate Social Responsibility in Italia corrispondeva a un valore complessivo di 450 milioni di euro; oggi, a poco più di dieci anni di distanza, le policy aziendali di settore valgono in Italia 920 milioni di euro l'anno e la responsabilità sociale si sta evolvendo, acquistando un peso strategico nei bilanci e nelle scelte di sviluppo delle imprese di ogni dimensione. Per effetto della crisi economica di questi anni, le risorse investite hanno subito una contrazione: la cifra media investita in Csr nel 2013 è infatti inferiore del 25% a quella del 2011. Si spende meno, però come detto il numero di imprese interessate è in aumento. E per il 2014 il budget medio torna a crescere, con un aumento del 7% rispetto al 2013: da 158 mila euro (media 2013) a 169mila euro (media 2014). I settori più attivi nella Csr sono finance, commercio, farmaceutico e manifatturiero; alta sensibilità e attenzione anche nel settore tecnologico/informatico. Ma è nella scelta delle strategie di Csr che si registra il cambiamento più rilevante rispetto all'ultimo rapporto: se infatti prima era più diffusa la dimensione esterna della responsabilità sociale, quella collegata ad esempio a donazioni umanitarie, ora e per il futuro le imprese puntano sull'ambiente. Il 54% del campione dichiara infatti di aver attivato misure cogenti di contenimento degli sprechi di carta, acqua, illuminazione ed avanzi nelle mense; seguono investimenti per migliorare sul risparmio energetico (36%), l'introduzione o il potenziamento della raccolta differenziata (33%), nuove tecnologie per limitare l'inquinamento e migliorare lo smaltimento dei rifiuti (33%). In netto calo le donazioni in denaro (solo il 26% dichiara di organizzarle all'interno della propria impresa) e attività filantropiche (24%). Per quanto concerne il terreno prescelto per le proprie attività di responsabilità sociale, a parte l'interno dell'azienda (scelto dalla gran parte delle aziende) le altre attività di Csr si concentrano in prima battuta sul territorio locale dell'azienda (42%). Dunque con la Csr le aziende cercano anche un miglioramento nei propri "rapporti di vicinato". Quindi, etica e responsabilità le nuove chiavi del successo delle imprese: 920 milioni di euro investiti nell'ultimo anno in Italia in Csr (la Responsabilità sociale d'impresa) da più del 70% delle aziende con più di 80 dipendenti che hanno destinato in media 158.000 euro ciascuna a risparmio energetico e contenimento degli sprechi (65%), a iniziative in favore dei dipendenti (55%), al contrasto dell'inquinamento e allo smaltimento dei rifiuti (53%), a solidarietà e impegno umanitario (38%), a favore della pratica sportiva (31%), al sostegno di arte e cultura (24%). I dati dell'Osservatorio Socialis "devono spingere le università ad accrescere i corsi per la formazione di una classe dirigente che sia più attenta all'ascolto del territorio e delle persone - commenta Roberto Orsi, presidente di Errepi Comunicazione e direttore dell'Osservatorio Socialis - oggi solo 42 atenei su 80 prevedono insegnamenti che riconducono alla Csr, all'etica, allo sviluppo sostenibile" I vincitori della XII edizione del Premio Socialis sono: Sarah De Bernardinis con "Green Economy: variabili strategiche di un'impresa sostenibile", Facoltà di Economia dell'Università di Teramo; Giusy Forestiero con "La valutazione della prestazione energetica degli edifici. Proposta metodologica in ambito europeo", Facoltà di Ingegneria Edile dell'Università degli Studi della Calabria e Daniele Perri con "La responsabilità sociale d'impresa nella banca. Il caso finanza socialmente responsabile", Facoltà di Economia dell'Università degli Studi di Genova.

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Il Premio Socialis è l'unico riconoscimento alle migliori tesi di laurea su argomenti che riconducono alla responsabilità sociale d'impresa, un appuntamento annuale che pone al centro della riflessione sociale e imprenditoriale la necessità di un'economia piÚ attenta allo sviluppo sostenibile. Oltre 750 le tesi pervenute dal 2003, anno della prima edizione del premio, 65 atenei di provenienza dei lavori accademici, 16 enti patrocinanti.

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INDAGINI 2014 OSSERVATORIO - IXE’

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Testata: Adnkronos Data: 05/03/2014

SOSTENIBILITÀ: OLTRE 90% ITALIANI CHIEDE PRODOTTI CERTIFICATI E SICURI SOSTENIBILITÀ: OLTRE 90% ITALIANI CHIEDE PRODOTTI CERTIFICATI E SICURI = DA UN'INDAGINE DELL'OSSERVATORIO SOCIALIS E DALL'ISTITUTO IXÈ Roma, 5 mar. - (Adnkronos) - Nelle loro scelte d'acquisto, più di 90 italiani su 100 esigono dai marchi solo prodotti certificati e sicuri. Circa 82 italiani su 100 dichiarano che le proprie scelte d'acquisto tengono in considerazione la responsabilità delle imprese nei confronti dell'ambiente. I dati sono contenuti nella prima rilevazione sul rapporto tra consumatori ed etica d'impresa, condotta nelle ultime settimane dall'Osservatorio Socialis di Errepi Comunicazione e dall'Istituto Ixè. Dall'indagine emerge anche una notevole la percentuale di coloro che si sentono maggiormente garantiti dal prodotto italiano: 72 intervistati su 100 dichiarano infatti di privilegiare marchi nazionali. Secondo quanto riporta l'analisi di sintesi dell'indagine, la diffusione della cultura del consumo, l'amplificazione generata dai social network e infine la crisi, hanno reso la reputazione corporate una delle più significative chiavi di valutazione per i consumatori e il marketing etico è divenuto uno strumento strategico di primo piano. Elevata anche la rilevanza della provenienza nazionale dei prodotti, elemento che ha aumentato il suo rilievo in tempo di crisi economica e del lavoro. Il segmento più attento all'etica d'impresa è composto dalle consumatrici. In tutte e tre le rilevazioni, infatti, le donne si mostrano maggiormente attente agli aspetti di 'marketing eticò rispetto agli uomini: il 95% delle donne chiede prodotti certificati, l'84% esige dai marchi il rispetto dell'ambiente, il 77% privilegia marchi nazionali. Omogeneità di trend nelle tre rilevazioni anche dal punto di vista dell'età. Con l'avanzare dell'età, aumenta infatti la sensibilità ai tre temi, raggiungendo talvolta l'unanimità tra i consumatori tra i 55 e i 64 anni: il 97% degli intervistati di questa fascia chiede prodotti certificati e sicuri, il 92% il rispetto dell'ambiente, l'81% preferisce marchi nazionali. Nei dati sul livello scolarità, spicca la percentuale più bassa di laureati che privilegiano prodotti nazionali: 'solò il 55%.

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Testata: DIRE Data: 05/03/2014

RAPPORTO SU ETICA D'IMPRESA DI OSSERVATORIO SOCIALIS-ISTITUTO IXĂˆ Roma, 5 mar. - "Nelle loro scelte d'acquisto, piu' di 90 italiani su 100 esigono dai marchi solo prodotti certificati e sicuri. Circa 82 italiani su 100 dichiarano che le proprie scelte d'acquisto tengono in considerazione la responsabilita' delle imprese nei confronti dell'ambiente. Leggermente inferiore, ma comunque notevole la percentuale di coloro che si sentono maggiormente garantiti dal prodotto italiano: 72 intervistati su 100 dichiarano infatti di privilegiare marchi nazionali". Questi i dati contenuti nella prima rilevazione sul rapporto tra consumatori ed etica d'impresa, condotta nelle ultime settimane dall'Osservatorio SOCIALIS di Errepi Comunicazione e dall'Istituto Ixe'. "I risultati numerici del sondaggio sono inequivocabili: l'ambiente e la certificazione sono elementi centrali nelle valutazioni dei consumatori sulle loro scelte d'acquisto e le aziende non possono piu' ignorarlo- dichiara Roberto Orsi, direttore dell'Osservatorio SOCIALIS- gli italiani mostrano infatti di essere sensibili ad alcuni temi e di voler premiare chi persegue determinate strategie con metodo, con rigore, con trasparenza. Quindi alle imprese conviene e rende essere responsabili, comunicare le proprie scelte in tema di ambiente e sicurezza del prodotto". Secondo quanto riporta l'analisi "la diffusione della cultura del consumo, l'amplificazione generata dai social network e infine la crisi che ha accresciuto la sensibilizzazione verso agli aspetti in cui si declina il sociale, hanno reso la reputazione corporate una delle piu' significative chiavi di valutazione per i consumatori e il marketing etico e' divenuto uno strumento strategico di primo piano. Il segmento piu' attento all'etica d'impresa e' composto dalle consumatrici. In tutte e tre le rilevazioni, infatti, "le donne si mostrano maggiormente attente agli aspetti di 'marketing etico' rispetto agli uomini: il 95% delle donne chiede prodotti certificati, l'84% esige dai marchi il rispetto dell'ambiente, il 77% privilegia marchi nazionali", rileva il rapporto dell'Osservatorio Socialis di Errepi Comunicazione e dell'Istituto Ixe'. Omogeneita' di trend nelle tre rilevazioni anche dal punto di vista dell'eta'. "Con l'avanzare dell'eta', aumenta, infatti, la sensibilita' ai tre temi, raggiungendo talvolta l'unanimita' tra i consumatori tra i 55 e i 64 anni: il 97% degli intervistati di questa fascia chiede prodotti certificati e sicuri, il 92% il rispetto dell'ambiente, l'81% preferisce marchi nazionali". Nei dati sul livello scolarita', spicca la percentuale piu' bassa di laureati che privilegiano prodotti nazionali: "'solo' il 55%", conclude il rapporto.

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Testata: LaPresse Data: 05/03/2014

Ambiente, 92 italiani su 100 chiedono prodotti certificati e sicuri Milano, 5 mar. Nelle loro scelte d'acquisto, più di 90 italiani su 100 esigono dai marchi solo prodotti certificati e sicuri. Circa 82 italiani su 100 dichiarano che le proprie scelte d'acquisto tengono in considerazione la responsabilità delle imprese nei confronti dell'ambiente. Leggermente inferiore ma comunque notevole la percentuale di coloro che si sentono maggiormente garantiti dal prodotto italiano: 72 intervistati su 100 dichiarano infatti di privilegiare marchi nazionali. I dati sono contenuti nella prima rilevazione sul rapporto tra consumatori ed etica d'impresa, condotta nelle ultime settimane dall'Osservatorio Socialis di Errepi Comunicazione e dall'Istituto Ixè. "I risultati numerici del sondaggio sono inequivocabili: l'ambiente e la certificazione sono elementi centrali nelle valutazioni dei consumatori sulle loro scelte d'acquisto e le aziende non possono più ignorarlo", dichiara Roberto Orsi, direttore dell'Osservatorio Socialis. "Gli italiani mostrano infatti di essere sensibili ad alcuni temi e di voler premiare chi persegue determinate strategie con metodo, con rigore, con trasparenza. Quindi alle imprese conviene e rende essere responsabili, comunicare le proprie scelte in tema di ambiente e sicurezza del prodotto. La reputazione corporate deve essere perciò costruita sulla pratica quotidiana fatta di scelte e strategie. Il dato sui prodotti italiani può avere una duplice lettura: non solo maggiore attenzione al prodotto italiano come reazione di solidarietà collettiva all'aggressività della crisi economica, ma premio alla qualità del prodotto italiano perché più affidabile, più sicura e dunque 'socialmente responsabile'". Secondo quanto riporta l'analisi di sintesi dell'indagine, la diffusione della cultura del consumo, l'amplificazione generata dai social network e infine la crisi che ha accresciuto la sensibilizzazione verso agli aspetti in cui si declina il sociale, hanno reso la reputazione corporate una delle più significative chiavi di valutazione per i consumatori e il marketing etico è divenuto uno strumento strategico di primo piano. Il dato è in linea con i molteplici studi che dimostrano la diffusione consistente ed in progressivo aumento delle richieste di azione e di impegno da parte delle imprese sul tessuto sociale e sul piano dell'etica in generale. Come dire: non si torna più indietro. Elevata anche la rilevanza della provenienza nazionale dei prodotti, elemento che ha aumentato il suo rilievo in tempo di crisi economica e del lavoro. Il segmento più attento all'etica d'impresa è composto dalle consumatrici. In tutte e tre le rilevazioni, infatti, le donne si mostrano maggiormente attente agli aspetti di "marketing etico" rispetto agli uomini: il 95% delle donne chiede prodotti certificati, l'84% esige dai marchi il rispetto dell'ambiente, il 77% privilegia marchi nazionali. Omogeneità di trend nelle tre rilevazioni anche dal punto di vista dell'età. Con l'avanzare dell'età, aumenta infatti la sensibilità ai tre temi, raggiungendo talvolta l'unanimità tra i consumatori tra i 55 e i 64 anni: il 97% degli intervistati di questa fascia chiede prodotti certificati e sicuri, il 92% il rispetto dell'ambiente, l'81% preferisce marchi nazionali. Nei dati sul livello scolarità, spicca la percentuale più bassa di laureati che privilegiano prodotti nazionali: "solo" il 55%. L'Osservatorio Socialis è un cantiere di promozione culturale nato nell'ambito delle attività di Errepi Comunicazione, società di consulenza specializzata in campagne di informazione sociale, scientifica, sportive e culturale. Il suo obiettivo è analizzare e promuovere l'impegno sociale delle aziende, delle associazioni, delle istituzioni, delle università, avvalendosi per questo del lavoro di professionisti, studiosi ed esperti.

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Testata: Italpress Data: 05/03/2014

AMBIENTE:

SOCIALIS-IXE',

CONSUMATORI

CHIEDONO

SOSTENIBILITĂ€

PRODOTTI

ROMA - Nelle loro scelte d'acquisto, piu' di 90 italiani su 100 esigono dai marchi solo prodotti certificati e sicuri. Circa 82 italiani su 100 dichiarano che le proprie scelte d'acquisto tengono in considerazione la responsabilita' delle imprese nei confronti dell'ambiente. Leggermente inferiore ma comunque notevole la percentuale di coloro che si sentono maggiormente garantiti dal prodotto italiano: 72 intervistati su 100 dichiarano infatti di privilegiare marchi nazionali. I dati sono contenuti nella prima rilevazione sul rapporto tra consumatori ed etica d'impresa, condotta nelle ultime settimane dall'Osservatorio Socialis di Errepi Comunicazione e dall'Istituto Ixe'. "I risultati numerici del sondaggio sono inequivocabili: l'ambiente e la certificazione sono elementi centrali nelle valutazioni dei consumatori sulle loro scelte d'acquisto e le aziende non possono piu' ignorarlo - spiega Roberto Orsi, direttore dell'Osservatorio Socialis -. Gli italiani mostrano infatti di essere sensibili ad alcuni temi e di voler premiare chi persegue determinate strategie con metodo, con rigore, con trasparenza. Quindi alle imprese conviene e rende essere responsabili, comunicare le proprie scelte in tema di ambiente e sicurezza del prodotto. La reputazione corporate deve essere percio' costruita sulla pratica quotidiana fatta di scelte e strategie. Il dato sui prodotti italiani puo' avere una duplice lettura: non solo maggiore attenzione al prodotto italiano come reazione di solidarieta' collettiva all'aggressivita' della crisi economica, ma premio alla qualita' del prodotto italiano perche' piu' affidabile, piu' sicura e dunque 'socialmente responsabile'". Secondo quanto riporta l'analisi di sintesi dell'indagine, la diffusione della cultura del consumo, l'amplificazione generata dai social network e infine la crisi che ha accresciuto la sensibilizzazione verso agli aspetti in cui si declina il sociale, hanno reso la reputazione corporate una delle piu' significative chiavi di valutazione per i consumatori e il marketing etico e' divenuto uno strumento strategico di primo piano. Il dato e' in linea con i molteplici studi che dimostrano la diffusione consistente ed in progressivo aumento delle richieste di azione e di impegno da parte delle imprese sul tessuto sociale e sul piano dell'etica in generale. Come dire: non si torna piu' indietro. Elevata anche la rilevanza della provenienza nazionale dei prodotti, elemento che ha aumentato il suo rilievo in tempo di crisi economica e del lavoro. Il segmento piu' attento all'etica d'impresa e' composto dalle consumatrici. In tutte e tre le rilevazioni, infatti, le donne si mostrano maggiormente attente agli aspetti di "marketing etico" rispetto agli uomini: il 95% delle donne chiede prodotti certificati, l'84% esige dai marchi il rispetto dell'ambiente, il 77% privilegia marchi nazionali. Omogeneita' di trend nelle tre rilevazioni anche dal punto di vista dell'eta'. Con l'avanzare dell'eta', aumenta infatti la sensibilita' ai tre temi, raggiungendo talvolta l'unanimita' tra i consumatori tra i 55 e i 64 anni: il 97% degli intervistati di questa fascia chiede prodotti certificati e sicuri, il 92% il rispetto dell'ambiente, l'81% preferisce marchi nazionali. Nei dati sul livello scolarita', spicca la percentuale piu' bassa di laureati che privilegiano prodotti nazionali: "solo" il 55%.

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Testata: TmNews Data: 13/03/2014

AMBIENTE: SOCIALIS-IXE', CONSUMATORI CHIEDONO SOSTENIBILITÀ PRODOTTI

Roma, 13 mar. Secondo i dati contenuti nella prima rilevazione sul rapporto tra consumatori ed etica d'impresa, condotta nelle ultime settimane dall'Osservatorio Socialis di Errepi Comunicazione e dall'Istituto Ixe nelle loro scelte d'acquisto, più di 90 italiani su 100 esigono dai marchi solo prodotti certificati e sicuri. Circa 82 italiani su 100 dichiarano che le proprie scelte d'acquisto tengono in considerazione la responsabilità delle imprese nei confronti dell'ambiente. Leggermente inferiore, ma comunque notevole la percentuale di coloro che si sentono maggiormente garantiti dal prodotto italiano: 72 intervistati su 100 dichiarano infatti di privilegiare marchi nazionali. Secondo quanto riporta l'analisi "la diffusione della cultura del consumo, l'amplificazione generata dai social network e infine la crisi che ha accresciuto la sensibilizzazione verso agli aspetti in cui si declina il sociale, hanno reso la reputazione corporate una delle più significative chiavi di valutazione per i consumatori e il marketing etico è divenuto uno strumento strategico di primo piano".

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Testata: Redattore Sociale Data: 13/03/2014

VOLONTARIATO.

PER

L'83%

DEGLI

ITALIANI

Ăˆ

NECESSARIO

AL

WELFARE

Indagine dell'Osservatorio Socialis: assistenza sociale e sanitaria sono gli ambiti in cui c'e' piu' bisogno. Per il 68% degli intervistati il cambiamento individuale puo' migliorare la condizione collettiva, per il 17% la crisi aiuta a cambiare il nostro senso civico (RED.SOC.) ROMA - La crisi economica ha rafforzato il senso civico e le reti di volontariato. Secondo un'indagine dell'Osservatorio Socialis condotta su un campione di 1.000 unita' nel mese di marzo 2014, l'83% degli italiani ritiene necessaria l'azione dei volontari nel proprio territorio di residenza, soprattutto nell'ambito dell'assistenza sociale (48%) e in quella sanitaria (47%). In particolare, il 51% degli intervistati dichiara che chi svolge attivita' di volontariato lo fa perche' lo ritiene utile per gli altri; il 43% "perche' lo fa star bene con se' stesso"; il 16% sostiene invece che sia necessario, dal momento che lo Stato non e' in grado di provvedere a tutte le necessita'. "Il riconoscimento della centralita' dei volontari nel proprio welfare di prossimita' e' un segno inequivocabile del radicamento delle reti civiche no profit, nonche' della centralita' che viene loro riconosciuta dai cittadini stessi", dichiara Roberto Orsi, direttore dell'Osservatorio Socialis di Errepi Comunicazione. Ma non e' solo questo dato ad essere particolarmente rilevante e incoraggiante. "La crisi non sembra aver affatto intaccato la propensione al cambiamento continua Orsi - . Quella volonta' di progredire che, seppur a fasi alterne, dagli anni sessanta ad oggi ha comunque caratterizzato in modo significativo la storia della societa' italiana". Per il 68% degli intervistati i comportamenti personali possano migliorare la condizione collettiva mentre per il 45% questi possono rivelarsi determinanti solo se compiuti da tutti. Solo il 19% del campione pensa che i comportamenti personali non siano in grado di cambiare le cose contro il 23% che si dimostra ottimista in senso assoluto ritenendo che il cambiamento e' nelle mani degli individui e delle loro azioni. Si tratta di piccoli ma importanti segni di ripresa dell'ottimismo nella societa' italiana. I dati manifestano "la presenza di un buon margine di miglioramento del senso civico, della mentalita' diffusa, dell'agire sociale", sostiene ancora Roberto Orsi. Completamente pessimista il 27% del campione, secondo cui alla fine della crisi tutto tornera' come prima. Il 17% pensa invece che la crisi sia un'opportunita' per cambiare il nostro senso civico, mentre il 16% dichiara che la crisi sia un modo per capire cosa conta davvero.

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Testata: Adnkronos Data: 23/03/2014

CRISI: PER 67% ITALIANI AIUTA A CAMBIARE IN MEGLIO

LO RILEVA UN'INDAGINE OSSERVATORIO SOCIALIS - ISTITUTO IXE' Roma, 23 apr. - La crisi? Un'occasione per cambiare in meglio. Lo pensa il 67% degli italiani, in particolare: per il 34% porta a prendere decisioni troppo a lungo rimandate; per il 17% e' un’opportunità per cambiare il senso civico, il 16% dichiara che aiuti a capire cosa conta davvero. Lo rileva un'indagine dell'Osservatorio SOCIALIS e Istituto Ixe' che ha preso in considerazione due temi: "La crisi e i valori degli italiani" e "Gli italiani e il volontariato". Completamente pessimista il 27%, che dichiara invece che alla fine della crisi tutto tornerà come prima. Sessantotto intervistati su cento credono che i comportamenti personali possano migliorare la condizione collettiva: il 45% degli intervistati dichiara infatti che comportamenti personali e scelte, per quanto piccoli, possono cambiare il mondo ''ma dovrebbero farlo tutti''; il 23% e' ottimista in senso assoluto e ritiene che il cambiamento sia nelle mani degli individui e delle loro azioni. Il 13% risponde ''si' in teoria ma non ci credo''. Pessimista in senso assoluto, meno di un italiano su cinque: e' infatti solo il 19% a rispondere semplicemente no, tuttavia il dato rilevante in questo segmento risiede nel fatto che e' composto in maggioranza da donne, che dunque si sentono maggiormente impotenti.

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Testata: Adnkronos Data: 23/03/2014

VOLONTARIATO: 83% ITALIANI LO RITIENE FONDAMENTALE PER WELFARE

LO RILEVA UN'INDAGINE OSSERVATORIO SOCIALIS - ISTITUTO IXE' Roma, 23 apr. - La crisi economica non ha scalfito il senso civico degli italiani, anzi: ha rafforzato la centralita' delle reti di volontariato del Paese. A dirlo e' un'indagine dell'Osservatorio SOCIALIS e Istituto Ixe' che ha preso in considerazione due temi: "La crisi e i valori degli italiani" e "Gli italiani e il volontariato". L'83% degli intervistati ritiene necessaria l'azione dei volontari nel proprio territorio di residenza (38% ''molto'', 43% ''abbastanza''). I campi in cui il volontariato e' ritenuto piu' necessario sono quello sociale (48%) e sanitario (47%): due mission primarie del welfare statale. Il 51% degli intervistati dichiara che chi svolge attivita' di volontariato lo fa perchĂŠ' lo ritiene utile per gli altri; il 43% ''perche' lo fa star bene con se' stesso''; il 16% risponde "perche' e' necessario, visto che lo Stato non provvede a tutte le necessita'". Una curiositĂ : gli uomini referenziano in misura superiore l'ambito sanitario, ma anche quello della protezione civile e dello sport, mentre sottostimano, rispetto alle donne, i servizi sociali.

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QUOTIDIANI

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Testata: Il Fatto Quotidiano Data: 14/04/2014

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Testata: Il Sole 24 Ore Data: 16/06/2014

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Testata: Il Sole 24 Ore Data: 24/11/2014

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WEB

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Testata: Adnkronos.com Data: 05/03/2014

SOSTENIBILITÀ: OLTRE 90% ITALIANI CHIEDE PRODOTTI CERTIFICATI E SICURI SOSTENIBILITÀ: OLTRE 90% ITALIANI CHIEDE PRODOTTI CERTIFICATI E SICURI = DA UN'INDAGINE DELL'OSSERVATORIO SOCIALIS E DALL'ISTITUTO IXÈ Roma, 5 mar. - (Adnkronos) - Nelle loro scelte d'acquisto, più di 90 italiani su 100 esigono dai marchi solo prodotti certificati e sicuri. Circa 82 italiani su 100 dichiarano che le proprie scelte d'acquisto tengono in considerazione la responsabilità delle imprese nei confronti dell'ambiente. I dati sono contenuti nella prima rilevazione sul rapporto tra consumatori ed etica d'impresa, condotta nelle ultime settimane dall'Osservatorio Socialis di Errepi Comunicazione e dall'Istituto Ixè. Dall'indagine emerge anche una notevole la percentuale di coloro che si sentono maggiormente garantiti dal prodotto italiano: 72 intervistati su 100 dichiarano infatti di privilegiare marchi nazionali. Secondo quanto riporta l'analisi di sintesi dell'indagine, la diffusione della cultura del consumo, l'amplificazione generata dai social network e infine la crisi, hanno reso la reputazione corporate una delle più significative chiavi di valutazione per i consumatori e il marketing etico è divenuto uno strumento strategico di primo piano. Elevata anche la rilevanza della provenienza nazionale dei prodotti, elemento che ha aumentato il suo rilievo in tempo di crisi economica e del lavoro. Il segmento più attento all'etica d'impresa è composto dalle consumatrici. In tutte e tre le rilevazioni, infatti, le donne si mostrano maggiormente attente agli aspetti di 'marketing eticò rispetto agli uomini: il 95% delle donne chiede prodotti certificati, l'84% esige dai marchi il rispetto dell'ambiente, il 77% privilegia marchi nazionali. Omogeneità di trend nelle tre rilevazioni anche dal punto di vista dell'età. Con l'avanzare dell'età, aumenta infatti la sensibilità ai tre temi, raggiungendo talvolta l'unanimità tra i consumatori tra i 55 e i 64 anni: il 97% degli intervistati di questa fascia chiede prodotti certificati e sicuri, il 92% il rispetto dell'ambiente, l'81% preferisce marchi nazionali. Nei dati sul livello scolarità, spicca la percentuale più bassa di laureati che privilegiano prodotti nazionali: 'solò il 55%.

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Testata: Guidasicilia.it Data: 05/03/2014

SOSTENIBILITÀ: OLTRE 90% ITALIANI CHIEDE PRODOTTI CERTIFICATI E SICURI SOSTENIBILITÀ: OLTRE 90% ITALIANI CHIEDE PRODOTTI CERTIFICATI E SICURI = DA UN'INDAGINE DELL'OSSERVATORIO SOCIALIS E DALL'ISTITUTO IXÈ Roma, 5 mar. - (Adnkronos) - Nelle loro scelte d'acquisto, più di 90 italiani su 100 esigono dai marchi solo prodotti certificati e sicuri. Circa 82 italiani su 100 dichiarano che le proprie scelte d'acquisto tengono in considerazione la responsabilità delle imprese nei confronti dell'ambiente. I dati sono contenuti nella prima rilevazione sul rapporto tra consumatori ed etica d'impresa, condotta nelle ultime settimane dall'Osservatorio Socialis di Errepi Comunicazione e dall'Istituto Ixè. Dall'indagine emerge anche una notevole la percentuale di coloro che si sentono maggiormente garantiti dal prodotto italiano: 72 intervistati su 100 dichiarano infatti di privilegiare marchi nazionali. Secondo quanto riporta l'analisi di sintesi dell'indagine, la diffusione della cultura del consumo, l'amplificazione generata dai social network e infine la crisi, hanno reso la reputazione corporate una delle più significative chiavi di valutazione per i consumatori e il marketing etico è divenuto uno strumento strategico di primo piano. Elevata anche la rilevanza della provenienza nazionale dei prodotti, elemento che ha aumentato il suo rilievo in tempo di crisi economica e del lavoro. Il segmento più attento all'etica d'impresa è composto dalle consumatrici. In tutte e tre le rilevazioni, infatti, le donne si mostrano maggiormente attente agli aspetti di 'marketing eticò rispetto agli uomini: il 95% delle donne chiede prodotti certificati, l'84% esige dai marchi il rispetto dell'ambiente, il 77% privilegia marchi nazionali. Omogeneità di trend nelle tre rilevazioni anche dal punto di vista dell'età. Con l'avanzare dell'età, aumenta infatti la sensibilità ai tre temi, raggiungendo talvolta l'unanimità tra i consumatori tra i 55 e i 64 anni: il 97% degli intervistati di questa fascia chiede prodotti certificati e sicuri, il 92% il rispetto dell'ambiente, l'81% preferisce marchi nazionali. Nei dati sul livello scolarità, spicca la percentuale più bassa di laureati che privilegiano prodotti nazionali: 'solò il 55%.

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Testata: Corrierenazionale.it Data: 05/03/2014

SOSTENIBILITÀ: OLTRE 90% ITALIANI CHIEDE PRODOTTI CERTIFICATI E SICURI SOSTENIBILITÀ: OLTRE 90% ITALIANI CHIEDE PRODOTTI CERTIFICATI E SICURI = DA UN'INDAGINE DELL'OSSERVATORIO SOCIALIS E DALL'ISTITUTO IXÈ Roma, 5 mar. - (Adnkronos) - Nelle loro scelte d'acquisto, più di 90 italiani su 100 esigono dai marchi solo prodotti certificati e sicuri. Circa 82 italiani su 100 dichiarano che le proprie scelte d'acquisto tengono in considerazione la responsabilità delle imprese nei confronti dell'ambiente. I dati sono contenuti nella prima rilevazione sul rapporto tra consumatori ed etica d'impresa, condotta nelle ultime settimane dall'Osservatorio Socialis di Errepi Comunicazione e dall'Istituto Ixè. Dall'indagine emerge anche una notevole la percentuale di coloro che si sentono maggiormente garantiti dal prodotto italiano: 72 intervistati su 100 dichiarano infatti di privilegiare marchi nazionali. Secondo quanto riporta l'analisi di sintesi dell'indagine, la diffusione della cultura del consumo, l'amplificazione generata dai social network e infine la crisi, hanno reso la reputazione corporate una delle più significative chiavi di valutazione per i consumatori e il marketing etico è divenuto uno strumento strategico di primo piano. Elevata anche la rilevanza della provenienza nazionale dei prodotti, elemento che ha aumentato il suo rilievo in tempo di crisi economica e del lavoro. Il segmento più attento all'etica d'impresa è composto dalle consumatrici. In tutte e tre le rilevazioni, infatti, le donne si mostrano maggiormente attente agli aspetti di 'marketing eticò rispetto agli uomini: il 95% delle donne chiede prodotti certificati, l'84% esige dai marchi il rispetto dell'ambiente, il 77% privilegia marchi nazionali. Omogeneità di trend nelle tre rilevazioni anche dal punto di vista dell'età. Con l'avanzare dell'età, aumenta infatti la sensibilità ai tre temi, raggiungendo talvolta l'unanimità tra i consumatori tra i 55 e i 64 anni: il 97% degli intervistati di questa fascia chiede prodotti certificati e sicuri, il 92% il rispetto dell'ambiente, l'81% preferisce marchi nazionali. Nei dati sul livello scolarità, spicca la percentuale più bassa di laureati che privilegiano prodotti nazionali: 'solò il 55%.

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Testata: Arezzoweb.it Data: 05/03/2014

SOSTENIBILITÀ: OLTRE 90% ITALIANI CHIEDE PRODOTTI CERTIFICATI E SICURI SOSTENIBILITÀ: OLTRE 90% ITALIANI CHIEDE PRODOTTI CERTIFICATI E SICURI = DA UN'INDAGINE DELL'OSSERVATORIO SOCIALIS E DALL'ISTITUTO IXÈ Roma, 5 mar. - (Adnkronos) - Nelle loro scelte d'acquisto, più di 90 italiani su 100 esigono dai marchi solo prodotti certificati e sicuri. Circa 82 italiani su 100 dichiarano che le proprie scelte d'acquisto tengono in considerazione la responsabilità delle imprese nei confronti dell'ambiente. I dati sono contenuti nella prima rilevazione sul rapporto tra consumatori ed etica d'impresa, condotta nelle ultime settimane dall'Osservatorio Socialis di Errepi Comunicazione e dall'Istituto Ixè. Dall'indagine emerge anche una notevole la percentuale di coloro che si sentono maggiormente garantiti dal prodotto italiano: 72 intervistati su 100 dichiarano infatti di privilegiare marchi nazionali. Secondo quanto riporta l'analisi di sintesi dell'indagine, la diffusione della cultura del consumo, l'amplificazione generata dai social network e infine la crisi, hanno reso la reputazione corporate una delle più significative chiavi di valutazione per i consumatori e il marketing etico è divenuto uno strumento strategico di primo piano. Elevata anche la rilevanza della provenienza nazionale dei prodotti, elemento che ha aumentato il suo rilievo in tempo di crisi economica e del lavoro. Il segmento più attento all'etica d'impresa è composto dalle consumatrici. In tutte e tre le rilevazioni, infatti, le donne si mostrano maggiormente attente agli aspetti di 'marketing etico rispetto agli uomini: il 95% delle donne chiede prodotti certificati, l'84% esige dai marchi il rispetto dell'ambiente, il 77% privilegia marchi nazionali. Omogeneità di trend nelle tre rilevazioni anche dal punto di vista dell'età. Con l'avanzare dell'età, aumenta infatti la sensibilità ai tre temi, raggiungendo talvolta l'unanimità tra i consumatori tra i 55 e i 64 anni: il 97% degli intervistati di questa fascia chiede prodotti certificati e sicuri, il 92% il rispetto dell'ambiente, l'81% preferisce marchi nazionali. Nei dati sul livello scolarità, spicca la percentuale più bassa di laureati che privilegiano prodotti nazionali: 'solò il 55%.

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Testata: Lastampa.it Data: 13/03/2014

AMBIENTE: SOCIALIS-IXE', CONSUMATORI CHIEDONO SOSTENIBILITÀ PRODOTTI

Roma, 13 mar. Secondo i dati contenuti nella prima rilevazione sul rapporto tra consumatori ed etica d'impresa, condotta nelle ultime settimane dall'Osservatorio Socialis di Errepi Comunicazione e dall'Istituto Ixe nelle loro scelte d'acquisto, più di 90 italiani su 100 esigono dai marchi solo prodotti certificati e sicuri. Circa 82 italiani su 100 dichiarano che le proprie scelte d'acquisto tengono in considerazione la responsabilità delle imprese nei confronti dell'ambiente. Leggermente inferiore, ma comunque notevole la percentuale di coloro che si sentono maggiormente garantiti dal prodotto italiano: 72 intervistati su 100 dichiarano infatti di privilegiare marchi nazionali. Secondo quanto riporta l'analisi "la diffusione della cultura del consumo, l'amplificazione generata dai social network e infine la crisi che ha accresciuto la sensibilizzazione verso agli aspetti in cui si declina il sociale, hanno reso la reputazione corporate una delle più significative chiavi di valutazione per i consumatori e il marketing etico è divenuto uno strumento strategico di primo piano".

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Testata: Meteoweb.eu Data: 13/03/2014

AMBIENTE: SOCIALIS-IXE', CONSUMATORI CHIEDONO SOSTENIBILITÀ PRODOTTI

Roma, 13 mar. Secondo i dati contenuti nella prima rilevazione sul rapporto tra consumatori ed etica d'impresa, condotta nelle ultime settimane dall'Osservatorio Socialis di Errepi Comunicazione e dall'Istituto Ixe nelle loro scelte d'acquisto, più di 90 italiani su 100 esigono dai marchi solo prodotti certificati e sicuri. Circa 82 italiani su 100 dichiarano che le proprie scelte d'acquisto tengono in considerazione la responsabilità delle imprese nei confronti dell'ambiente. Leggermente inferiore, ma comunque notevole la percentuale di coloro che si sentono maggiormente garantiti dal prodotto italiano: 72 intervistati su 100 dichiarano infatti di privilegiare marchi nazionali. Secondo quanto riporta l'analisi "la diffusione della cultura del consumo, l'amplificazione generata dai social network e infine la crisi che ha accresciuto la sensibilizzazione verso agli aspetti in cui si declina il sociale, hanno reso la reputazione corporate una delle più significative chiavi di valutazione per i consumatori e il marketing etico è divenuto uno strumento strategico di primo piano".

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Testata: Puglialive.net Data: 05/03/2014

Roma - Indagine osservatorio Socialis - Istituto IXE' : 92 italiani su 100 chiedono prodotti certificati e sicuri. I CONSUMATORI ITALIANI ESIGONO GARANZIE AMBIENTALI SUI PRODOTTI 92 italiani su 100 chiedono prodotti certificati e sicuri. Percentuali rilevanti anche fra coloro che chiedono garanzie su ambiente e provenienza italiana Roma, 5 marzo 2014 - Nelle loro scelte d’acquisto, più di 90 italiani su 100 esigono dai marchi solo prodotti certificati e sicuri. Circa 82 italiani su 100 dichiarano che le proprie scelte d’acquisto tengono in considerazione la responsabilità delle imprese nei confronti dell’ambiente. Leggermente inferiore ma comunque notevole la percentuale di coloro che si sentono maggiormente garantiti dal prodotto italiano: 72 intervistati su 100 dichiarano infatti di privilegiare marchi nazionali. I dati sono contenuti nella prima rilevazione sul rapporto tra consumatori ed etica d’impresa, condotta nelle ultime settimane dall’Osservatorio Socialis di Errepi Comunicazione e dall’Istituto Ixè. “I risultati numerici del sondaggio sono inequivocabili: l’ambiente e la certificazione sono elementi centrali nelle valutazioni dei consumatori sulle loro scelte d’acquisto e le aziende non possono più ignorarlo”, dichiara Roberto Orsi, direttore dell’Osservatorio Socialis. “Gli italiani mostrano infatti di essere sensibili ad alcuni temi e di voler premiare chi persegue determinate strategie con metodo, con rigore, con trasparenza. Quindi alle imprese conviene e rende essere responsabili, comunicare le proprie scelte in tema di ambiente e sicurezza del prodotto. La reputazione corporate deve essere perciò costruita sulla pratica quotidiana fatta di scelte e strategie. Il dato sui prodotti italiani può avere una duplice lettura: non solo maggiore attenzione al prodotto italiano come reazione di solidarietà collettiva all’aggressività della crisi economica, ma premio alla qualità del prodotto italiano perché più affidabile, più sicura e dunque ‘socialmente responsabile’”. Secondo quanto riporta l’analisi di sintesi dell’indagine, la diffusione della cultura del consumo, l'amplificazione generata dai social network e infine la crisi che ha accresciuto la sensibilizzazione verso agli aspetti in cui si declina il sociale, hanno reso la reputazione corporate una delle più significative chiavi di valutazione per i consumatori e il marketing etico è divenuto uno strumento strategico di primo piano. Il dato è in linea con i molteplici studi che dimostrano la diffusione consistente ed in progressivo aumento delle richieste di azione e di impegno da parte delle imprese sul tessuto sociale e sul piano dell’etica in generale. Come dire: non si torna più indietro. Elevata anche la rilevanza della provenienza nazionale dei prodotti, elemento che ha aumentato il suo rilievo in tempo di crisi economica e del lavoro. Il segmento più attento all’etica d’impresa è composto dalle consumatrici. In tutte e tre le rilevazioni, infatti, le donne si mostrano maggiormente attente agli aspetti di “marketing etico” rispetto agli uomini: il 95% delle donne chiede prodotti certificati, l’84% esige dai marchi il rispetto dell’ambiente, il 77% privilegia marchi nazionali. Omogeneità di trend nelle tre rilevazioni anche dal punto di vista dell’età. Con l’avanzare dell’età, aumenta infatti la sensibilità ai tre temi, raggiungendo talvolta l’unanimità tra i consumatori tra i 55 e i 64 anni: il 97% degli intervistati di questa fascia chiede prodotti certificati e sicuri, il 92% il rispetto dell’ambiente, l’81% preferisce marchi nazionali. Nei dati sul livello scolarità, spicca la percentuale più bassa di laureati che privilegiano prodotti nazionali: “solo” il 55%.

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L'Osservatorio Socialis è un cantiere di promozione culturale nato nell'ambito delle attività di Errepi Comunicazione, società di consulenza specializzata in campagne di informazione sociale, scientifica, sportive e culturale. Il suo obiettivo è analizzare e promuovere l’impegno sociale delle aziende, delle associazioni, delle istituzioni, delle università, avvalendosi per questo del lavoro di professionisti, studiosi ed esperti. L'Istituto Ixè si occupa di analisi dei mercati e della società, impiegando, oltre alla ricerca di marketing, altre discipline e strumenti conoscitivi come la socio-linguistica, la semiotica, l’analisi della copertura media, l’analisi del contenuto, la web analysis, grazie ad un knowledge net di esperti.

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Testata: Lazionauta.it Data: 05/03/2014

L’identikit del consumatore italiano

Nelle loro scelte d’acquisto, più di 90 italiani su 100 esigono dai marchi solo prodotti certificati e sicuri. Circa 82 italiani su 100 dichiarano che le proprie scelte d’acquisto tengono in considerazione la responsabilità delle imprese nei confronti dell’ambiente. Leggermente inferiore ma comunque notevole la percentuale di coloro che si sentono maggiormente garantiti dal prodotto italiano: 72 intervistati su 100 dichiarano infatti di privilegiare marchi nazionali. I dati sono contenuti nella prima rilevazione sul rapporto tra consumatori ed etica d’impresa, condotta nelle ultime settimane dall’Osservatorio Socialis di Errepi Comunicazione e dall’Istituto Ixè. “I risultati numerici del sondaggio sono inequivocabili: l’ambiente e la certificazione sono elementi centrali nelle valutazioni dei consumatori sulle loro scelte d’acquisto e le aziende non possono più ignorarlo”, dichiara Roberto Orsi, direttore dell’Osservatorio Socialis. “Gli italiani mostrano infatti di essere sensibili ad alcuni temi e di voler premiare chi persegue determinate strategie con metodo, con rigore, con trasparenza. Quindi alle imprese conviene e rende essere responsabili, comunicare le proprie scelte in tema di ambiente e sicurezza del prodotto. La reputazione corporate deve essere perciò costruita sulla pratica quotidiana fatta di scelte e strategie. Il dato sui prodotti italiani può avere una duplice lettura: non solo maggiore attenzione al prodotto italiano come reazione di solidarietà collettiva all’aggressività della crisi economica, ma premio alla qualità del prodotto italiano perché più affidabile, più sicura e dunque ‘socialmente responsabile’”. Secondo quanto riporta l’analisi di sintesi dell’indagine, la diffusione della cultura del consumo, l’amplificazione generata dai social network e infine la crisi che ha accresciuto la sensibilizzazione verso agli aspetti in cui si declina il sociale, hanno reso la reputazione corporate una delle più significative chiavi di valutazione per i consumatori e il marketing etico è divenuto uno strumento strategico di primo piano.

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Il dato è in linea con i molteplici studi che dimostrano la diffusione consistente ed in progressivo aumento delle richieste di azione e di impegno da parte delle imprese sul tessuto sociale e sul piano dell’etica in generale. Come dire: non si torna più indietro. Elevata anche la rilevanza della provenienza nazionale dei prodotti, elemento che ha aumentato il suo rilievo in tempo di crisi economica e del lavoro. Il segmento più attento all’etica d’impresa è composto dalle consumatrici. In tutte e tre le rilevazioni, infatti, le donne si mostrano maggiormente attente agli aspetti di “marketing etico” rispetto agli uomini: il 95% delle donne chiede prodotti certificati, l’84% esige dai marchi il rispetto dell’ambiente, il 77% privilegia marchi nazionali. Omogeneità di trend nelle tre rilevazioni anche dal punto di vista dell’età. Con l’avanzare dell’età, aumenta infatti la sensibilità ai tre temi, raggiungendo talvolta l’unanimità tra i consumatori tra i 55 e i 64 anni: il 97% degli intervistati di questa fascia chiede prodotti certificati e sicuri, il 92% il rispetto dell’ambiente, l’81% preferisce marchi nazionali. Nei dati sul livello scolarità, spicca la percentuale più bassa di laureati che privilegiano prodotti nazionali: “solo” il 55%. L’Osservatorio Socialis è un cantiere di promozione culturale nato nell’ambito delle attività di Errepi Comunicazione, società di consulenza specializzata in campagne di informazione sociale, scientifica, sportive e culturale. Il suo obiettivo è analizzare e promuovere l’impegno sociale delle aziende, delle associazioni, delle istituzioni, delle università, avvalendosi per questo del lavoro di professionisti, studiosi ed esperti. L’Istituto Ixè si occupa di analisi dei mercati e della società, impiegando, oltre alla ricerca di marketing, altre discipline e strumenti conoscitivi come la socio-linguistica, la semiotica, l’analisi della copertura media, l’analisi del contenuto, la web analysis, grazie ad un knowledge net di esperti.

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Testata: Confinionline.it Data: 05/03/2014

Scelte d'acquisto, consumatori italiani esigono garanzie ambientali sui prodotti Scelte d'acquisto, indagine Osservatorio Socialis - Istituto Ixé: consumatori italiani esigono garanzie ambientali sui prodotti. 92 italiani su 100 chiedono prodotti certificati e sicuri. Percentuali rilevanti anche fra coloro che chiedono garanzie su ambiente e provenienza italiana. Roma. Nelle loro scelte d’acquisto, più di 90 italiani su 100 esigono dai marchi solo prodotti certificati e sicuri. Circa 82 italiani su 100 dichiarano che le proprie scelte d’acquisto tengono in considerazione la responsabilità delle imprese nei confronti dell’ambiente. Leggermente inferiore ma comunque notevole la percentuale di coloro che si sentono maggiormente garantiti dal prodotto italiano: 72 intervistati su 100 dichiarano infatti di privilegiare marchi nazionali. I dati sono contenuti nella prima rilevazione sul rapporto tra consumatori ed etica d’impresa, condotta nelle ultime settimane dall’Osservatorio Socialis di Errepi Comunicazione e dall’Istituto Ixè. “I risultati numerici del sondaggio sono inequivocabili: l’ambiente e la certificazione sono elementi centrali nelle valutazioni dei consumatori sulle loro scelte d’acquisto e le aziende non possono più ignorarlo”, dichiara Roberto Orsi, direttore dell’Osservatorio Socialis. “Gli italiani mostrano infatti di essere sensibili ad alcuni temi e di voler premiare chi persegue determinate strategie con metodo, con rigore, con trasparenza. Quindi alle imprese conviene e rende essere responsabili, comunicare le proprie scelte in tema di ambiente e sicurezza del prodotto. La reputazione corporate deve essere perciò costruita sulla pratica quotidiana fatta di scelte e strategie. Il dato sui prodotti italiani può avere una duplice lettura: non solo maggiore attenzione al prodotto italiano come reazione di solidarietà collettiva all’aggressività della crisi economica, ma premio alla qualità del prodotto italiano perché più affidabile, più sicura e dunque ‘socialmente responsabile’”. Secondo quanto riporta l’analisi di sintesi dell’indagine, la diffusione della cultura del consumo, l'amplificazione generata dai social network e infine la crisi che ha accresciuto la sensibilizzazione verso agli aspetti in cui si declina il sociale, hanno reso la reputazione corporate una delle più significative chiavi di valutazione per i consumatori e il marketing etico è divenuto uno strumento strategico di primo piano. Il dato è in linea con i molteplici studi che dimostrano la diffusione consistente ed in progressivo aumento delle richieste di azione e di impegno da parte delle imprese sul tessuto sociale e sul piano dell’etica in generale. Come dire: non si torna più indietro. Elevata anche la rilevanza della provenienza nazionale dei prodotti, elemento che ha aumentato il suo rilievo in tempo di crisi economica e del lavoro. Il segmento più attento all’etica d’impresa è composto dalle consumatrici. In tutte e tre le rilevazioni, infatti, le donne si mostrano maggiormente attente agli aspetti di “marketing etico” rispetto agli uomini: il 95% delle donne chiede prodotti certificati, l’84% esige dai marchi il rispetto dell’ambiente, il 77% privilegia marchi nazionali. Omogeneità di trend nelle tre rilevazioni anche dal punto di vista dell’età. Con l’avanzare dell’età, aumenta infatti la sensibilità ai tre temi, raggiungendo talvolta l’unanimità tra i consumatori tra i 55 e i 64 anni: il 97% degli intervistati di questa fascia chiede prodotti certificati e sicuri, il 92% il rispetto dell’ambiente, l’81% preferisce marchi nazionali.

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Nei dati sul livello scolarità, spicca la percentuale più bassa di laureati che privilegiano prodotti nazionali: “solo” il 55%. L'Osservatorio Socialis è un cantiere di promozione culturale nato nell'ambito delle attività di Errepi Comunicazione, società di consulenza specializzata in campagne di informazione sociale, scientifica, sportive e culturale. Il suo obiettivo è analizzare e promuovere l’impegno sociale delle aziende, delle associazioni, delle istituzioni, delle università, avvalendosi per questo del lavoro di professionisti, studiosi ed esperti. L'Istituto Ixè si occupa di analisi dei mercati e della società, impiegando, oltre alla ricerca di marketing, altre discipline e strumenti conoscitivi come la socio-linguistica, la semiotica, l’analisi della copertura media, l’analisi del contenuto, la web analysis, grazie ad un knowledge net di esperti.

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Testata: Wired.it Data: 12/03/2014

Ci fidiamo più del Web che dei media tradizionali Scelte d’acquisto ed etica d’impresa: i consumatori italiani si fidano del web. 6 su 10 s’informano sulle attività etiche dei marchi con indici di fiducia alti per siti aziendali e di associazioni di categoria, blog, forum, social network Come possono i consumatori sapere se le aziende stanno facendo la cosa giusta per l’ambiente, se si stanno veramente comportando in modo etico o stanno facendo solo del “greenwashing” per far sembrare che stiano facendo la cosa giusta? Si informano e, a quanto pare, preferiscono farlo attraverso Internet. Per orientare le loro scelte d’acquisto, 61 italiani su 100 si informano preliminarmente sulle attività e i comportamenti etici dei marchi: il 26% dei consumatori, infatti, dichiara di informarsi frequentemente su attività e comportamenti etici delle imprese. Il segmento che lo fa con maggior frequenza è comporto da 30-54enni, da chi ha un livello scolare alto e principalmente da donne. Sono questi i risultati principali della prima rilevazione sul rapporto tra consumatori ed etica d’impresa, condotta nelle ultime settimane dall’Osservatorio Socialis di Errepi Comunicazione e dall’Istituto Ixè. FULLSCREEN

Fonti. In merito alle fonti, il dato più interessante è l’indice di affidabilità. I canali più utilizzati sono la televisione (40%) e i siti internet delle imprese (34%), seguiti dai siti internet delle associazioni dei consumatori (26%) e dai quotidiani (24%).

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L’affidabilità minore viene attribuita ai media tradizionali e generalisti: televisione, quotidiani, radio e periodici di informazione. Credibilità. I siti internet delle aziende sono per loro natura ‘partigiani’ e quindi marchiati di una minore credibilità ma sono una fonte molto frequentata di informazione (ben il 70% dei visitatori si fida di ciò che legge sul sito web dell’azienda). I canali con un target decisamente più ristretto ma con il più elevato indice di affidabilità sono i blog e i social network. In questi due casi si verifica una situazione originale rispetto agli altri canali: il numero di soggetti che si fida di queste fonti è superiore al numero di quelli che le utilizzano: il 9% del campione si informa sui social network, ma a ritenerlo affidabile è l’11%; il 6% visita blog e forum per reperire informazioni sull’etica d’impresa, ma a ritenerlo una fonte affidabile è l’8%. Dati che evidenziano ancora una volta la credibilità, la qualità dell’immagine e le potenzialità dell’informazione crowd sourced. Internet gioca quindi un ruolo fondamentale per la Responsabilità Sociale d’Impresa, intesa come costruzione di una relazione tra l’azienda e i portatori d’interesse: il consumatore è diventato ormai informato e proattivo grazie alla semplificazione introdotta da Internet. Non a caso così iniziava il Cluetrain Manifesto, scritto ben 15 anni fa:”È cominciata a livello mondiale una conversazione vigorosa. Attraverso Internet, le persone stanno scoprendo e inventando nuovi modi di condividere le conoscenze pertinenti con incredibile rapidità. Come diretta conseguenza, i mercati stanno diventando più intelligenti e più velocemente della maggior parte delle aziende. E questi mercati sono conversazioni“.

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Testata: IlSole24ore.it Data: 23/03/2014

VOLONTARIATO: 83% ITALIANI LO RITIENE FONDAMENTALE PER WELFARE LO RILEVA UN'INDAGINE OSSERVATORIO SOCIALIS - ISTITUTO IXE' Roma, 23 apr. La crisi economica non ha scalfito il senso civico degli italiani, anzi: ha rafforzato la centralita' delle reti di volontariato del Paese. A dirlo e' un'indagine dell'Osservatorio SOCIALIS e Istituto Ixe' che ha preso in considerazione due temi: "La crisi e i valori degli italiani" e "Gli italiani e il volontariato". L'83% degli intervistati ritiene necessaria l'azione dei volontari nel proprio territorio di residenza (38% ''molto'', 43% ''abbastanza''). I campi in cui il volontariato e' ritenuto piu' necessario sono quello sociale (48%) e sanitario (47%): due mission primarie del welfare statale. Il 51% degli intervistati dichiara che chi svolge attivita' di volontariato lo fa perchĂŠ' lo ritiene utile per gli altri; il 43% ''perche' lo fa star bene con se' stesso''; il 16% risponde "perche' e' necessario, visto che lo Stato non provvede a tutte le necessita'". Una curiositĂ : gli uomini referenziano in misura superiore l'ambito sanitario, ma anche quello della protezione civile e dello sport, mentre sottostimano, rispetto alle donne, i servizi sociali.

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Testata: Sassarinotizie.it Data: 23/03/2014 VOLONTARIATO: 83% ITALIANI LO RITIENE FONDAMENTALE PER WELFARE

LO RILEVA UN'INDAGINE OSSERVATORIO SOCIALIS - ISTITUTO IXE' Roma, 23 apr. - La crisi economica non ha scalfito il senso civico degli italiani, anzi: ha rafforzato la centralita' delle reti di volontariato del Paese. A dirlo e' un'indagine dell'Osservatorio SOCIALIS e Istituto Ixe' che ha preso in considerazione due temi: "La crisi e i valori degli italiani" e "Gli italiani e il volontariato". L'83% degli intervistati ritiene necessaria l'azione dei volontari nel proprio territorio di residenza (38% ''molto'', 43% ''abbastanza''). I campi in cui il volontariato e' ritenuto piu' necessario sono quello sociale (48%) e sanitario (47%): due mission primarie del welfare statale. Il 51% degli intervistati dichiara che chi svolge attivita' di volontariato lo fa perchĂŠ' lo ritiene utile per gli altri; il 43% ''perche' lo fa star bene con se' stesso''; il 16% risponde "perche' e' necessario, visto che lo Stato non provvede a tutte le necessita'". Una curiositĂ : gli uomini referenziano in misura superiore l'ambito sanitario, ma anche quello della protezione civile e dello sport, mentre sottostimano, rispetto alle donne, i servizi sociali.

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Testata: Wallstreet.it Data: 23/03/2014 VOLONTARIATO: 83% ITALIANI LO RITIENE FONDAMENTALE PER WELFARE

LO RILEVA UN'INDAGINE OSSERVATORIO SOCIALIS - ISTITUTO IXE' Roma, 23 apr. - La crisi economica non ha scalfito il senso civico degli italiani, anzi: ha rafforzato la centralita' delle reti di volontariato del Paese. A dirlo e' un'indagine dell'Osservatorio SOCIALIS e Istituto Ixe' che ha preso in considerazione due temi: "La crisi e i valori degli italiani" e "Gli italiani e il volontariato". L'83% degli intervistati ritiene necessaria l'azione dei volontari nel proprio territorio di residenza (38% ''molto'', 43% ''abbastanza''). I campi in cui il volontariato e' ritenuto piu' necessario sono quello sociale (48%) e sanitario (47%): due mission primarie del welfare statale. Il 51% degli intervistati dichiara che chi svolge attivita' di volontariato lo fa perchĂŠ' lo ritiene utile per gli altri; il 43% ''perche' lo fa star bene con se' stesso''; il 16% risponde "perche' e' necessario, visto che lo Stato non provvede a tutte le necessita'". Una curiositĂ : gli uomini referenziano in misura superiore l'ambito sanitario, ma anche quello della protezione civile e dello sport, mentre sottostimano, rispetto alle donne, i servizi sociali.

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Testata: Confinionline.it Data: 23/03/2014 VOLONTARIATO: 83% ITALIANI LO RITIENE FONDAMENTALE PER WELFARE

LO RILEVA UN'INDAGINE OSSERVATORIO SOCIALIS - ISTITUTO IXE' Roma, 23 apr. - La crisi economica non ha scalfito il senso civico degli italiani, anzi: ha rafforzato la centralità delle reti di volontariato del Paese. A dirlo e' un'indagine dell'Osservatorio SOCIALIS e Istituto Ixe' che ha preso in considerazione due temi: "La crisi e i valori degli italiani" e "Gli italiani e il volontariato". L'83% degli intervistati ritiene necessaria l'azione dei volontari nel proprio territorio di residenza (38% ''molto'', 43% ''abbastanza''). I campi in cui il volontariato e' ritenuto piu' necessario sono quello sociale (48%) e sanitario (47%): due mission primarie del welfare statale. Il 51% degli intervistati dichiara che chi svolge attivita' di volontariato lo fa perché' lo ritiene utile per gli altri; il 43% ''perche' lo fa star bene con se' stesso''; il 16% risponde "perche' e' necessario, visto che lo Stato non provvede a tutte le necessita'". Una curiosità: gli uomini referenziano in misura superiore l'ambito sanitario, ma anche quello della protezione civile e dello sport, mentre sottostimano, rispetto alle donne, i servizi sociali.

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Testata: Repubblica.it Data: 09/05/2014

Donazioni, i valori degli italiani: poco ottimismo su un senso civico più diffuso Il rapporto l'Osservatorio Socialis ha avviato un monitoraggio quotidiano della responsabilità sociale delle imprese italiane, dell'influenza dei comportamenti aziendali sulle scelte d'acquisto dei consumatori, dei cambiamenti in atto nell'economia e nella società. Etica e scelte d'acquisto, etica e scelte di consumo responsabile

ROMA - Dal gennaio 2014, l'Osservatorio Socialis, cantiere di promozione culturale nato nell'ambito delle attività di Errepi Comunicazione, e l'Istituto IXE', istituto di indagini demoscopiche fondato da Roberto Weber, hanno avviato un monitoraggio quotidiano della responsabilità sociale delle imprese italiane, dell'influenza dei comportamenti aziendali sulle scelte d'acquisto dei consumatori, dei cambiamenti in atto nell'economia e nella società. Etica e scelte d'acquisto, etica e scelte di consumo responsabile, sono state al centro delle prime indagini demoscopiche. In quest'ultimo report, attraverso interviste svolte su tutto il territorio nazionale, si sono trattati simultaneamente due temi: la crisi e i valori degli italiani; gli italiani e le donazioni. 177


Decisioni troppo a lungo rimandate. La crisi sta educando gli italiani a cambiare i propri atteggiamenti personali e ad adeguarsi a condizioni diverse. Manca ancora un pieno ottimismo su un cambiamento rapido della mentalità comune, ovvero sulla diffusione di un senso civico ancora più forte, nonché su un consolidamento più marcato dei valori fondamentali rispetto al "superfluo". Secondo il 34% degli intervistati, la crisi che stiamo attraversando ci costringe a prendere decisioni troppo a lungo rimandate. E' il 17% a pensare che la crisi sia un'opportunità per cambiare il nostro senso civico, mentre il 16% dichiara invece che ci stia realmente aiutando a capire cosa conta davvero. Completamente pessimista il 27%, che dichiara invece che alla fine della crisi tutto tornerà come prima. Cambiare se stessi per cambiare la collettività. Discreti segnali di cambiamento e di ripresa dell'ottimismo nella società italiana, che sembrano confermati nella seconda domanda della stessa indagine, relativa alla responsabilità individuale. Sessantotto intervistati su cento credono che i comportamenti personali possano migliorare la condizione collettiva. Il 45% degli intervistati dichiara infatti che comportamenti personali e scelte, per quanto piccoli, possono cambiare il mondo "ma dovrebbero farlo tutti". Il 23% è ottimista in senso assoluto, e alla domanda risponde sì, senza postille: il cambiamento è nelle mani degli individui e delle loro azioni. Il 13% risponde "sì in teoria ma non ci credo". Cala il pessimismo: meno di 1 su 5. Pessimista in senso assoluto, meno di un italiano su cinque: è infatti solo il 19% a rispondere semplicemente no, tuttavia il dato rilevante in questo segmento risiede nel fatto che è composto in maggioranza da donne, che dunque si sentono maggiormente impotenti. La gran parte del campione riconosce quindi l'attuale potenzialità di cambiamento nei cittadini italiani, ma molti ne vincolano la possibilità con il dubbio o la necessità che il cambiamento sia condiviso univocamente da tutti. I piccoli gesti che cambiano il mondo. Il dato sulle donazioni sembra richiamare il dato contenuto nell'indagine iniziale sui valori, e riguardante la possibilità che piccoli gesti, se condivisi, siano in grado di cambiare il mondo (aveva risposto così il 45% del campione). Il 49% circa degli italiani maggiorenni dichiara dunque di aver fatto delle donazioni negli ultimi 12 mesi; in questa percentuale sono compresi tutti coloro che hanno indicato un destinatario del 5x1000 sulla dichiarazione dei redditi. Il segmento di donatori è composto in misura superiore alla media da donne, over45enni e soggetti con livello scolare più alto. Il canale o mezzo più diffuso sembra il bollettino postate o bonifico bancario: c'è da considerare che, in particolare nel periodo del Natale, sono diffusi mailing che comprendono appunto bollettini pre-stampati.

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Il grande ricorso agli SMS. Al secondo posto per diffusione di utilizzo si collocano gli SMS che, presumibilmente, hanno un andamento legato alle emergenze ed alla copertura mediatica delle stesse o ai grandi eventi di beneficenza mediatizzati. Segue il danaro in contanti, forse in parte referenziato da soggetti attivi in associazioni o prossimi ad esse, forse da coloro che sono disponibili a fermarsi ai banchetti di associazioni e onlus che sovente si incontrano nelle città. Il canale preferito, anche da coloro che negli ultimi 12 mesi non hanno fatto donazioni, è il denaro contante consegnato di persona: poiché questa risposta proviene in misura forte da chi non è un donatore, si può ipotizzare che sottenda in parte ad un atteggiamento di sfiducia in generale nei confronti delle donazioni (l'altra spiegazione - meno convincente - potrebbe risiedere nella comodità di consegnare brevi manu la somma da donare). In ordine di preferenza seguono gli sms e i bollettini postali e bancari. Gli sms appaiono attrattivi anche per chi non è donatore, probabilmente per l'estrema comodità, così come i 5x1000. Chi le fa e chi non le fa. Il confronto delle preferenze tra chi ha fatto donazioni e chi non le ha fatte, mette in luce che i canali che chiedono un'azione più articolata - come quella di recarsi in banca o in posta - esigono una motivazione maggiore, mentre i canali più comodi e che richiedono un impegno minimo (gli sms o il 5x1000) possono occasionalmente attrarre anche i soggetti meno motivati e propensi. Il 54% di coloro che negli ultimi 12 mesi hanno fatto donazioni, poi non ne verifica gli esiti, o perché si fida dell'associazione scelta o perché non sa come fare. Meno del 20% contatta l'associazione, il 15% riceve la newsletter, il 12% visita il sito. Meno del 10% approfondisce fino alla lettura del bilancio.

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Rassegna stampa 2014  

Conoscere attraverso i media le attività svolte dall'Osservatorio Socialis nel 2014: il VI rapporto CSR in Italia; il Premio Socialis; le in...

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