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CI SONO DIVERSI MODI PER ROMPERE UN SILENZIO R UNO DI QUESTI E RIDARE VOCE ALLE PAROLE MESSE A TACERE


Voci Silenti

di Jessica Anais Savoia Alla mia amata nonna Lysiane Anne Georgette Persegol a cui avrei voluto far leggere questo testo “Ci sono diversi modi per rompere un silenzio, uno di questi è ridare voce alle parole messe a tacere” Scrivendo questa frase ho voluto racchiudere in poche parole l’intero significato di questo progetto artistico, quasi come se avessi voluto sintetizzare in qualcosa di concreto un’idea che sino ad allora esisteva solo come tale. La mostra che andiamo qui a presentare è infatti il frutto di un lungo e laborioso confronto tra molte persone, nonché dall’unione, ma anche dalla separazione, di idee e individui che, con il loro contributo artistico, intellettuale e pratico, hanno reso possibile il profilarsi di una linea ben precisa, quella della censura, sussurrata e sentita. Voci Silenti è di fatto uno spazio, un luogo, una dimensione in cui, io e il curatore Alessandro Trabucco, abbiamo voluto invitare a dialogare tra loro diverse opere ognuna delle quali esprime differenti concetti, partendo dal presupposto di scegliere i lavori in base ai nostri criteri estetici e selezionando temi che possano risultare attuali e comprensibili a tutti gli spettatori. Da questo primo confronto abbiamo scelto di indirizzare il tema lungo alcune linee guida quali la censura mediatica, ecclesiastica, politica e militare, invitando gli undici artisti qui presenti a farsi portavoce di tali argomenti, dando loro la possibilità di interpretare liberamente i temi scelti, così come solo un’artista con la sua arte è in grado di fare. L’arte porta infatti in sé un grande privilegio: trasmettere un messaggio che c’era sfuggito, o che volutamente avevamo allontanato, sia esso un problema, una notizia o un fatto di cronaca. In questo specifico frangente l’arte diviene il mezzo con cui i protagonisti invitati, affermati o promettenti giovani, affrontano in maniera personale e indipendente il tema della censura attraverso diversi canali visivi. Pittura, fotografia, scultura e video installazioni sono quindi gli strumenti che riaprono un dialogo, quasi come una ferita, verso questioni spinose, prime tra tutte la verità, la sua ricerca e la sua negazione. Per questo motivo le opere che compongono Voci Silenti raccontano, in molti casi, quello che spesso non vorremmo sentirci dire e non vorremmo sapere, trattando di volta in volta argomenti che nonostante tutto conosciamo, che nel tempo abbiamo sicuramente letto, 4

sentito o anche solo percepito, senza mai aver avuto però voglia o modo di approfondirli. Il risultato che ci auspichiamo è che questa iniziativa artistica sia per tutti un approfondimento culturale legato al mondo artistico contemporaneo e all’attualità di cronaca, dando vita a un libero dialogo di riflessione tra pubblico e arte sul tema della censura, inducendo a una comprensione intima e personale dell’argomento. Art. 21 della Costituzione della Repubblica Italiana Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure. Si può procedere a sequestro soltanto per atto motivato dell’autorità giudiziaria nel caso di delitti, per i quali la legge sulla stampa espressamente lo autorizzi, o nel caso di violazione delle norme che la legge stessa prescriva per l’indicazione dei responsabili. […] Riportare i primi due punti dell’Art. 21 della Costituzione della Repubblica Italiana nell’introduzione di questo catalogo potrebbe sembrare una scelta scontata e banale, ma se la censura, e in gran parte quella mediatica, è il fulcro di questo lavoro, nonché linfa vitale di Voci Silenti, allora vuol dire che il suddetto articolo non è poi così sottinteso. Un esempio tutto italiano, anche se purtroppo non sarà l’unico, è l’esilio di Daniele Luttazzi, Enzo Biagi e Michele Santoro dalla televisione pubblica dopo l’editto bulgaro di Berlusconi, accusati da Sofia dall’ex Premier di aver fatto un “uso criminoso della televisione”. Le prove di libertà di stampa negata e accusata da chi detiene il potere per i propri interessi, siano essi a destra o a sinistra, sono purtroppo infiniti. La politica possiede il controllo, su tutto, nel bene e nel male. Nell’ultimo libro, Quel che non si doveva dire, scritto nel 2006 dal compianto Biagi, dopo quattro anni dal suo allontanamento televisivo, si possono trovare innumerevoli spunti sull’argomento. Fatti di cronaca e testimonianze che fanno riflettere in un’era in cui, come scriveva egli stesso “non si fa altro che parlare di business, di profitto, di carriera, di look, di protagonismo e quindi, inevitabilmente, di televisione. Infatti non sei nessuno se non ti invitano almeno a La prova del cuoco, o a Markette da Chiambretti. Sei qualcuno se vai a Uno mattina. Tutti sappiamo che questo non è vero, anche se arrivare in fondo al Grande Fratello o in finale ad Amici di Maria de Filippi fa aprire un conto in banca. Inviti in discoteche, ospite d’onore ai Carnevali o all’apertura di un supermercato, serate in piazza, poi, caso mai, due paparazzate


con la velina di turno e il gioco è fatto: sei famoso, hai qualche copertina sui rotocalchi rosa, ti riconoscono” 1. Questa dichiarazione mi ha fatto sorridere, poi riflettere. Mentre sto per organizzare una mostra legata al tema della censura mi rendo conto che la maggior parte delle persone che mi circondano è assolutamente distratta, quasi allontanata da tutto ciò che qui vogliamo raccontare. Così ho messo sul piano di un’immaginaria bilancia la ricerca di verità e giustizia da una parte; indifferenza, distrazione e ignoranza dall’altra, e a vincere, purtroppo, non è stata la prima sostanza. Siamo distratti da tutto ciò che è importante sapere, ammagliati da ciò che vorremmo essere e avere, sedotti da bugie che brillano come la mela nel giardino dell’Eden. Altre volte invece siamo semplicemente ingannati da quello che ci fanno credere per vero. “[…] Ci siamo dimenticati dello sbarco americano in Somalia che fu fatto ripetere per ragioni televisive, o a proposito […] di Iraq, la caduta della statua di Saddam a Bagdad usata come simbolo della fine della guerra? Recentemente un iracheno, presente sul luogo come comparsa, ha raccontato che per far risultare la piazza gremita di manifestanti, gli americani li facevano spostare in funzione della ripresa TV. […]”2. Spesso, troppo spesso, chi è a conoscenza dei fatti vuole che nessuno si scomodi per spostare la tendina che separa la finzione reale dalla cruda verità delle cose. Viviamo in questo limbo fatto di menzogne e di mezze verità sempre, ovunque, costantemente. Sino a che qualcuno ci prova, si alza, e oltrepassa il sipario alla ricerca di quella verità che non lo faceva dormire la notte. A volte gli va bene e, al suo ritorno, avrà la possibilità di raccontare ciò che ha trovato, attraverso il cinema, l’arte, la scrittura, il giornalismo o qualunque altro libero mezzo di comunicazione. Altre volte però ad accoglierlo vi sarà una punizione esemplare, anche se diversa a seconda dei casi: se quello che il nostro eroe, assetato di verità, stava calpestando si trova su un Paese democratico, allora potrà sperare di essere solo incriminato come cialtrone e diffamatore e quindi allontanato per sempre dalla sua professione e dai mezzi con cui potrebbero diffondere altre notizie. Quando invece gli andrà male, perché la mela che coglie è nascosta laddove non è permesso cercare, la pena sarà molto più aspra, e forse pagherà con la vita. A memoria di questo vorrei ricordare la giornalista assassinata Anna Politkovskaja di cui ho letto le durissime storie riportate nel suo La Russia di Putin “Questo libro parla di un argomento che non è molto in voga in Occidente: parla di Putin senza toni ammirati. […] il motivo è semplice. Diventato presidente, Putin – figlio del più nefasto tra i servizi segreti del Paese – non ha saputo estirpare il tenente colonnello del KGB che vive in lui, e pertanto insiste nel voler raddrizzare

i propri connazionali amanti della libertà, come ha sempre fatto nel corso della sua precedente professione […]. Questo libro però non è un’analisi politica […]. Le analisi politiche le fanno i politologi. Io sono un essere umano tra i tanti[…]. Ragion per cui il mio è un libro di appunti appassionati a margine della vita come la si vive oggi in Russia. Perché per il momento non riesco a fare un passo indietro e a sezionare quanto raccolto, come è bene che sia se si vuole analizzare un fenomeno. Io vivo la vita, e scrivo ciò che vedo”3. Nulla di meglio che questa dichiarazione poteva introdurre ancora una volta uno degli intenti di questa mostra, quello di denunciare la condanna alla libertà di stampa e d’informazione da parte dei poteri dominanti. “Ossezia del Nord, Beslan, scuola di via Kooperativ:oltre 400 morti, più di 200 dispersi, 550 feriti, una strage di innocenti per mano di uomini che in altri tempi sarebbero stati invidiati dai nazisti, i separatisti ceceni. Non ci sono parole per definire il massacro. […]. Ancora oggi le mamme di Beslan attendono risposte da Vladimir Putin sui criteri in base ai quali i russi hanno deciso di entrare nella scuola, una strategia che aveva già causato molte morti tra gli ostaggi del Teatro Dubrovcka a Mosca nel dicembre 2002. L’unico terrorista ceceno sopravvissuto disse :- Arrivammo a Beslan grazie a un corridoio garantito dai servizi segreti russi.Solo dopo il lavoro di alcuni giornalisti delle radio locali prima, e quello dei corrispondenti arrivati sul posto dopo, si è rotto quel muro di silenzio imposto dal governo russo. Fermiamoci qui”4. E qui mi fermo anch’io, e lo faccio con una precisazione. Voci Silenti non è una mostra legata a nessun movimento politico, ma è solamente la libera interpretazione di taluni argomenti da parte di chi crede nella forza dell’arte e, senza censura, vuole riportare sotto gli occhi di tutti ciò che troppo spesso viene dimenticato. Bibliografia Enzo Biagi con Loris Mazzetti. ”Quello che non si doveva dire”. Rizzoli (Pagine 12, 104, 90)

1,2,4

Anna Politkovskaja, “La Russia di Putin” di Adelphi Edizione. (Pagine 11-12)

3

LIBRI CONSIGLIATI Censura (annuario delle notizie più censurate) di Peter Philips e Project Censored. Nuovi Mondi Media. Proibito. La libertà di parole da Socrate a Nelson Mandela. A cura di Marcello Marino. Pillole Bur 5


All’indice

di Alessandro Trabucco

A un tratto Clarisse McClellan disse: «Mi permette una domanda? Da quanto tempo lavorate agli incendi?» «Da quando avevo vent’anni, dieci anni fa. » «Non leggete mai qualcuno dei libri che bruciate?» Lui si mise a ridere: «Ma è contro la legge!» «Oh, già, certo.» «È un bel lavoro, sapete. Il lunedì bruciare i luminari della poesia, il mercoledì Melville, il venerdì Whitman, ridurli in cenere e poi bruciare la cenere. È il nostro motto ufficiale.» Ray Bradbury, Fahrenheit 451 Guy Montag, il protagonista del capolavoro di Bradbury, comincia gradualmente a “pensare con la propria testa”. Vive una profonda e lacerante crisi di coscienza e si rende conto dell’assurdità dell’attività svolta al servizio del potere costituito contro la cultura dei libri, accusati di essere pieni di parole incomprensibili e portatori di dolore e infelicità. In quella società futuristica ultratecnologica è proibito persino raccogliersi sotto le verande di casa o nelle panchine dei parchi (entrambe opportunamente fuorilegge ed eliminate) per conversare e confrontarsi piacevolmente. L’unica distrazione rimasta è la TV, immense pareti televisive che trasmettono una vita fasulla, ma percepita come reale, familiare, una sorta di reality show ante litteram. Bradbury individua problematiche di strettissima attualità, illustrando un appiattimento della cultura molto simile a quello contemporaneo, anche se quella dei roghi dei libri e dei manoscritti è una storia antichissima, vecchia quanto l’uomo, il quale ha inventato questi spettacoli “pirotecnici” sin dai tempi dell’antica Grecia per impedire al libero pensiero di esprimersi e diffondersi. Socrate, per aver corrotto i giovani insegnando loro a pensare in autonomia, ebbe una sorte favorevole in confronto a tanti altri personaggi storici, che gli consentì una morte dolce e indolore. Ciò che accade oggi ad autori di satira televisiva e a giornalisti “scomodi”, censurati ed allontanati dalla televisione pubblica per le loro affermazioni nei confronti della realtà politica contemporanea, avveniva (adeguatamente allo spirito dell’epoca, quindi con 6

pene ben più gravi rispetto a quelle inflitte oggi in certi Paesi) anche nell’antica Roma, con condanne a morte e conseguenti inevitabili falò degli scritti incriminati. Se provassimo a immaginare, “ai confini della realtà”, l’ambientazione di questa esposizione collettiva verso la seconda metà del ‘500, probabilmente i curatori, quali ideatori del progetto, e gli artisti, quali partecipanti a tale evento, sarebbero processati per direttissima dal Tribunale della “Santa Inquisizione” e condannati al rogo come eretici. Proprio intorno al 1550 con il pontificato di Paolo IV e in seguito con Clemente VIII verso la fine del secolo, avvenne il periodo culminante della repressione della libertà di stampa e di pensiero. Il problema della Censura, inizialmente di tipo religioso, venne infatti “istituzionalizzato” in seguito all’invenzione della stampa tipografica ed ebbe alternati periodi di maggiore o minore intensità, talvolta assumendo provvedimenti talmente ridicoli e grotteschi da farci ora sorridere nella nostra “fortunata epoca di libertà democratica”. Un esempio riportato da Mario Infelise nel suo saggio “I libri proibiti” descrive il fenomeno dell’espurgazione, cioè della “correzione” dei testi che comunque sopravvivevano all’atto censorio ma che subivano gravi danni circa l’autenticità del pensiero espresso dall’autore. In pratica ci si arrogava il diritto di cambiare e travisare completamente il senso del pensiero espresso, ripulendolo, cioè espurgandolo di tutto ciò che era ritenuto non idoneo ai dettami delle regole della Chiesa Cattolica. Val la pena citare lo stesso esempio adottato dal prof. Infelise che guarda caso insegna in una delle città che storicamente si è contrapposta con più vigore agli interventi della Curia romana nell’esercizio delle proprie prerogative di controllo: la Venezia di Paolo Sarpi. Il Canzoniere del Petrarca non finì mai nell’Indice dei libri proibiti dalla Chiesa ma subì da parte del frate Girolamo Malipiero quasi una totale riscrittura: “[...] Lo zelo del frate era stato notevole: solo il 17% dei sonetti e il 26% dei versi delle canzoni era rimasto com’era. Il resto venne stravolto senza il minimo rispetto. La donna divenne sempre la Madonna, mentre i sonetti con riferimenti alle vicende avignonesi furono alterati con criteri spesso stravaganti, al punto da fare sostenere al trecentesco Petrarca che la Germania era diventata come Babilonia per l’opera di Lutero [...]” (pag. 46). L’edizione del rinominato Petrarca spirituale fu, secondo l’obbediente


frate, «con diligenza corretta». Più o meno la stessa cosa che avvenne per i nudi di Michelangelo nella Cappella Sistina, accuratamente ricoperti dal “braghettone” e riabilitati in tempi recenti. Ma non possiamo fermarci solo agli aneddoti e alle ricostruzioni storiche sulla Censura, in quanto anche la nostra epoca propone episodi di atteggiamenti palesemente inquisitori e repressivi, eredità del passaggio della pratica censoria, verso la metà del ‘700, dalle istanze religiose a quelle politiche. In pratica dalla padella alla brace... Essere contro la Censura è pericoloso quanto la Censura stessa, perché veicolo di atteggiamenti altrettanto repressivi che porterebbero al caos totale. Essere contro la Censura significa piuttosto essere a favore del riconoscimento dei diritti inalienabili dell’Uomo, che hanno nella ricerca della verità il loro fine ultimo. Censurare significa vietare, nascondere, sopprimere la verità a favore della costruzione di una menzogna che eviti problemi al potere costituito. Nella loro raccolta di saggi pubblicati nel libro L’informazione deviata (Zelig Editore) gli autori Demichelis, Ferrari, Masto e Scalettari affermano: “L’informazione è un diritto e un dovere, è una pratica di libertà, è un’opportunità per chi non ha voce, è esercizio di democrazia e crescita culturale, è difesa della dignità umana. È tutto questo e molto altro. Ma, di sicuro, non puo’ essere solo una merce”. (pag. 34) Riflettendoci bene, questa affermazione sembrerebbe talmente giusta e logica da rasentare la banalità, ma pare che per alcuni uomini (tantissimi per la verità) la logica sembri solo una materia da studiare controvoglia a scuola e da dimenticare prima possibile, essendo evidentemente vista come un impedimento per la realizzazione dei propri progetti di potere. Nel caso della produzione dell’intelletto umano, della creatività, la Censura opera un inaccettabile atto di prepotenza che tende ad eliminare un pensiero ritenuto ostile nei confronti del sentimento comune. Ma nessuno potrà mai negare, quindi censurare, la prova inconfutabile che testimonia nell’arco dei secoli la progressiva “evoluzione della specie” grazie a quelle voci fuori dal coro, a quegli “eretici” che hanno violato le regole e sperimentato nuove formule per il miglioramento della vita e della società. Se l’uomo fosse stato diligente osservatore delle norme imposte dagli Indici saremmo ancora ai tempi dei roghi

nella pubblica piazza (pur dovendo fare i conti attualmente di metaforici e moderni “roghi mediatici” nei confronti del “mostro” di turno sbattuto in prima pagina da certo giornalismo sensazionalista). La caccia alle streghe è ancora di un’attualità disarmante e sconvolgente. E attualmente è proprio l’informazione (quindi i vari direttori editoriali novelli inquisitori) ad aver assunto il ruolo che ai “tempi d’oro” dell’Inquisizione avevano i componenti del Sant’Uffizio e delle congregazioni periferiche in tutta Europa (e ora in tutto il mondo). La manipolazione delle notizie di fatti realmente accaduti e totalmente travisati o la costruzione ‘ad hoc’ di notizie completamente false (il cosiddetto news management) sono la linfa vitale della Censura contemporanea, dell’insabbiamento della verità e del condizionamento delle coscienze dei popoli, con le disastrose conseguenze che ne derivano. Bibliografia essenziale consigliata: Mario Infelise, I libri proibiti, Editori Laterza, Roma-Bari, prima edizione 1999 - settima edizione 2007 Benito La Manita e Gabriella Cuccia, Libri proibiti, quattro secoli di censura cattolica, Stampa Alternativa, Nuovi Equilibri, 2007 Claudio Fracassi, Sotto la notizia niente, Editori Riuniti, Roma, 2007 Marco Travaglio, La scomparsa dei fatti, Il Saggiatore, Milano, 2007 Enzo Biagi con Loris Mazzetti, Quello che non si doveva dire, Libri Oro Rizzoli, Milano, 2007 A.V. a cura di Unantenna: Davide Demichelis, Angelo Ferrari, Raffaele Masto, Luciano Scalettari, L’informazione deviata, Zelig Editore, Milano, 2002 Giovanni Fasanella e Claudio Sestieri con Giovanni Pellegrino, Segreto di Stato, La verità da Gladio al caso Moro, Einaudi, Torino, 2000 Michele Brambilla, L’eskimo in redazione, quando le Brigate Rosse erano “sedicenti”, Bompiani, Milano, 1993 Ray Bradbury, Fahrenheit 451, 1953 7


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Per visionare tutte le opere esposte, avere maggiori informazioni sulla mostra o acquistare il catalogo: www.erodoto.org

Voci Silenti  

Voci Silenti è la prima mostra d'arte contemporanea italiana sulla censura. A cura di Jessica Anais Savoia e Alessandro Trabucco, si svolge...

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