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© 2010 Vanilla Edizioni ISBN 9-78860-571120 Progetto grafico di copertina: Dario Coppola © 2010 Vanilla (Edilgrafiche) Edizioni ISBN 9-78860-571120 Progetto grafico di copertina: Dario (Edilgrafiche) Tutti iCoppola fatti, i nomi, le persone e le azioni sono puramente casuali. Alcuni luoghi, negozi, bar e ambienti sono veri ma tutto ciò che viene raccontato e di pura fantasia e frutto della mia immaginazione. Tutti i fatti, i nomi, le persone e le azioni sono puramente casuali. Alcuni luoghi, negozi, bar e ambienti sono veri ma tutto ciò che viene raccontato e di pura fantasia e frutto della mia immaginazione.


Fabio Barone

PERCHÉ?


A Stefania e Aldina


In una normalissima domenica di Aprile, in un’anonima giornata di sole, tre vite con tre destini diversi si incontrano. Ognuna è stata vissuta subendo e affrontando le ingiustizie della società. Ognuna di loro ha scelto la propria strada per sfidarle e combatterle. Qualcuno però ha sbagliato. E la domanda è sempre la stessa, Perché? Un incalzante racconto che vi accompagnerà in una corsa contro il tempo, sfiorando odio, amore, compassione e rabbia.

Una storia avvincente alla ricerca di una risposta.


23 Aprile 2006 07:00

È una splendida giornata. Dopo un’insignificante pioggerellina notturna, sbarazzandosi delle nuvole ormai vuote, il cielo si presenta all’appello col suo azzurro nitido e pimpante. La brezza del mattino concede una doppia sensazione, di piacere e al contempo di leggero fastidio, facilmente domabile con una felpa che avvolge collo e polsi per impedire così al sottile vento di infiltrarsi. Teo, come ogni domenica, da diabolico abitudinario, esce di casa e si avvia alla sua lunga passeggiata. È un momento che non si negherebbe mai. Potrebbe piovere o nevicare, potrebbero esserci meno venti o più quaranta gradi, afa o ghiaccio, ma lui, incurante di tutto, alle 07:00 in punto, si dirige al suo bar preferito in fondo a Viale Geno per gustarsi un caldo cappuccino, nel quale, come se fosse un rito propiziatorio per darsi il buongiorno, affoga un cornetto al cioccolato. Il raro turno festivo, che recupera durante la settimana, è l’unica occasione che gli impedisce di concedersi questo piacere. Ma non è il caso di oggi, pertanto può farsi coccolare dal meritato riposo che gli permette di rilassarsi e di scaricare tutte le tensioni del lavoro e, soprattutto, può dare sfogo ai suoi hobby che consistono nel leggere, camminare e mangiare. Appena uscito dal suo appartamento al terzo piano di un condominio molto silenzioso, all’interno di una corte del centro storico, Teo chiude la porta blindata dando quattro mandate per la prima serratura e quattro per la seconda posizionata più in basso poi, come di consueto, impugna la maniglia e si assicura che sia chiusa provando a spingerla per tre volte.


Dopo questo gesto tra lo scaramantico e il maniacale, munito di un sottile sorriso soddisfatto, si volta e scende le strette scale di pietra che lo guidano davanti al portone di legno sulla Via Lambertenghi. Da qui comincia la sua passeggiata che in circa venti minuti, attraversando le antiche costruzioni della città, e costeggiando un breve tratto del lago, lo porterà all’appuntamento con la colazione e con il quotidiano comperato presso l’edicola di piazza Volta, che però non leggerà se non dopo il primo sorso del cappuccino, gustandosi così a pieno il sapore della schiuma del latte sporca di cacao. Durante la passeggiata con il giornale ancora piegato e gelosamente custodito sotto il braccio, spesso incontra la solita gente, e oggi il primo è uno dei tanti tassisti che conosce. «Buongiorno dottore» «Buongiorno a lei signor Coppola» L’amico vuole subito incalzare la discussione quasi come se lo stesse aspettando al varco. «Ha visto ieri sera? Cosa ne pensa?» Teo capisce a cosa allude ma non sa cosa rispondere, decide quindi di tagliare corto senza neanche bloccare la camminata. «Me la sono persa.» E sorridendo. «Ma le farò sapere… Arrivederci.» Tutti lo conoscono bene e dimostrano molta simpatia nei suoi confronti, ma lui sa che il loro comportamento é dettato la maggior parte delle volte dal suo lavoro e non dalla sua persona. E nonostante la percezione di non genuinità nel comportamento dei suoi “amici”, concede sempre un sorriso o un saluto a coloro che incrocia e, se capita, anche uno scambio di idee rimanendo sul generico e futile. Questa mattina però ha voglia più che mai di sedersi al bar per poter leggere il giornale. La sera precedente, durante una trasmissione tv, due politici di due fazioni diverse e contrapposte, dopo un’accesa discussione tramutatasi in insulti, sono finiti alle mani. Ovviamente le telecamere con occhio famelico da sciacallo hanno cercato di evidenziare il più possibile la stupidità con cui due persone apparentemente adulte ed educate, che teoricamente dovrebbero contribuire alla


guida del nostro paese, si siano lasciate andare diventando animali da circo in preda all’istinto ignorante. Ma tutto ciò Teo se l’è perso. La sua curiosità è data dal fatto che la settimana precedente, alla stessa trasmissione, affrontando le stesse tematiche, partecipò anche lui, scontrandosi con illustri personaggi e ministri. Ma a differenza di molti altri, Teo lo fece con estrema eleganza e inconfondibile professionalità. Forse è per questo che il tassista voleva un suo commento. Il fatto della sera precedente lo ha eccitato molto, al punto tale che passo dopo passo, il cammino si fa leggermente più veloce del solito. E comunque, nonostante la sua curiosità, riesce a tenere fede alle abitudini, cioè a mantenere il giornale in caldo sotto il braccio destro, con la mano dello stesso lato in tasca. Con una buona dose di autocontrollo deve solo aspettare quei pochi minuti che mancano a raggiungere il bar e solo dopo potrà dare spazio alla voglia di sapere il perché e soprattutto come sia giunta all’epilogo la rissa in tv. Il cappuccino bollente senza zucchero scalda il palato di Teo e il cornetto croccante appaga pienamente la lunga passeggiata. Un percorso che attraversa buona parte del centro storico, passa da piazza Cavour e percorre un tratto del lungolago, finendo a Viale Geno, all’Open Bar, locale che dà modo di sedersi all’aperto sul prato del lido, a soli 30 metri da una suggestiva spiaggetta del primo bacino del lago di Como. L’Open apre tutti i giorni alle 07:30 e come ogni domenica mattina, Teo è il primo cliente che entra dalla porta principale insieme a Valentina. Lei è una giovane ragazza, che nonostante abbia un viso accattivante con occhi azzurri tendenti al ghiaccio e un tenerissimo sorriso segnato da labbra carnose ma educate, si nota inevitabilmente per il seno voluminoso e per i fianchi con curve invitanti. Valentina si occupa dell’apertura del locale cominciando con le prime faccende di preparazione, mentre i suoi colleghi del turno del mattino la raggiungono alle 8:00 e da lì danno il via alla giornata. La graziosa barista, che lavora all’Open da poco più di un mese, è diventata subito uno dei motivi per i quali Teo decide di camminare mezz’ora per una semplice colazione. È una ragazza molto attraente e simpatica, i suoi


voluminosi capelli biondi posseggono un ampio riccio, capace di creare dei soffici boccoli che accarezzano la schiena fino quasi appoggiarsi ai fianchi, e questa mattina tutto è evidenziato dalla camicetta bianca attillata e da un paio di jeans elasticizzati che finiscono negli stivali di camoscio con tacco non troppo alto. Teo ha da poco compiuto 40 anni, mentre lei ne ha solo 25. Forse è per questo che Valentina, nonostante lui sia un uomo estremamente affascinate, dotato di un fisico asciutto e muscoloso e di un viso che impone sicurezza e sapienza, non ha mai voluto cogliere al volo le sottili e velate frecciatine, innocui input che Teo raramente le manda, per poter dare inizio a conversazioni dalle quali potrebbe scaturire un invito a cena o, addirittura, una piccola avventura con una delle ragazze più ambite di Como. Fondamentalmente lo stesso Teo non ha mai voluto forzare la mano. Non avrebbe mai retto un rifiuto causato dalla differenza di età e comunque, considerando la sua posizione e il suo lavoro, non potrebbe neanche esporsi tanto azzardando troppe avances ad una ragazza che forse per lui è realmente troppo giovane. Ma questa mattina Teo, per via della notizia bomba in prima pagina, non le presta molta attenzione, e lei, che usualmente cerca un po’ di conversazione al fine di perdere tempo per ovviare alla scocciatura di dover iniziare i lavori da sola, rendendosi conto dell’indifferenza da parte del cliente, si reca in giardino per cominciare la pulizia e la preparazione dei tavoli all’aperto. Sono posti a sedere che sicuramente cominceranno a essere occupati dalle 9:00 in poi, quando il sole permetterà di trovare la zona esterna più calda e quindi confortevole. All’interno il locale è silenzioso. La sala molto spaziosa è munita di grandi vetrate, che permettono di godere di un’ottima panoramica del lago amplificando così la sensazione di grandezza. Teo è solo ed è seduto al tavolo vicino alla parete fatta di mattoni a vista, opposta a quella del bancone del bar. L’arredamento è moderno e i tavolini rotondi di metallo lucido riflettono la luce che ricevono dalle decine di faretti direzionati ovunque. Con gli occhi incollati sul quotidiano,


che descrive dettagliatamente l’intero accaduto della sera precedente, Teo sorseggia il cappuccino. L’articolo che sta leggendo lo diverte molto, ma all’improvviso viene colpito come un lampo a ciel sereno, da un fortissimo e squillante urlo che arriva dalla spiaggetta poco distante. D’istinto si volta nella direzione di provenienza del grido, ma dalla sua angolatura non scorge nulla. Velocemente appoggia la tazza sul piattino, lascia il giornale sul tavolo, si alza e si dirige verso l’esterno passando dalla porta a vetri scorrevole lasciata aperta in precedenza da Valentina. Appena esce dal bar la vede in lontananza, di schiena, in piedi a ridosso della ghiaia sottile con il corpo girato verso il lago. Il tono di lui più che preoccupato è incuriosito. «Valentina!» Teo sa di avere alzato la voce abbastanza per farsi sentire, ma non trovando risposta prosegue e si incammina con passo veloce attraversando il prato ancora bagnato. «Valentina tutto bene?» Ma non risponde, nemmeno si gira. Gli occhi sono sbarrati e increduli, la mano destra cerca di raggiungere il viso per coprire la bocca spalancata, ma non ci riesce, il braccio le trema troppo. E mentre le pupille le si inumidiscono, l’altra mano, dalla quale pende un panno bianco che lievemente viene spostato dal vento, le cade sul fianco priva di forze. Teo, arrivando con un piccolo cenno di fiatone provocato dallo scatto improvviso, tocca sulla spalla Valentina per attirare la sua attenzione e chiederle il motivo dell’urlo. Lei presa dal panico balza su se stessa urlando ripetutamente, ma in una frazione di secondo, realizzando che la persona dietro è Teo, scoppia a piangere gettandogli le braccia al collo, stringendolo così forte da dargli l’impressione che non l’avrebbe mai più lasciato. Solo adesso si svela davanti a lui lo scenario che ha sconvolto Valentina. Sul bagnasciuga c’è una donna, vestita solo da macchie di sangue quasi nero sparse per tutto il corpo. Macchie che coprono innumerevoli bozzi violacei e lunghissimi graffi. Solchi sconnessi e pieni di terriccio. I capelli neri, sporchi e mal combinati, celano il volto riverso sul lato destro del corpo che leggermente viene bagnato dal sottile strato d’acqua del gelido


lago. Il braccio sinistro è schiacciato dal peso del corpo e attraversando la schiena lascia galleggiare la mano sul lato opposto; l’altro braccio cade sulla pancia coprendo involontariamente con le dita quasi chiuse la zona pelvica; una gamba è diritta, quasi troppo, mentre l’altra è piegata a raggiungere una posizione impensabile. La donna sembra che sia stata lapidata da cento mani, che sicuramente non hanno dato importanza a essere con o senza peccato. L’immagine è agghiacciante, ma Teo, con estrema freddezza, alzando gli occhi, controlla la zona circostante. C’è silenzio attorno a loro, il lago è piatto come un specchio, è tutto fermo, anche le foglie degl’alberi non si muovono. Non ci sono imbarcazioni in transito, ma questo è normale, è domenica ed è ancora presto. Sembra quasi una cartolina, l’unico movimento che vede da lontano è quello di una moto, che lentamente percorre l’asfalto del lungolago della riva opposta, lasciando dietro di sé l’eco del motore. Attorno a loro non c’è nessuno, solo calma totale. Mantenendo gli occhi vigili Teo contraccambia l’abbraccio di Valentina, e lo fa offrendole una presa calma e rassicurante. Decide prima di farle smaltire il forte impatto ricevuto dall’orrendo spettacolo, e dopo qualche secondo, quando l’abbraccio gli fa capire che il battito del cuore si sta tranquillizzando, e che l’isterico pianto va a scemare diventando un timido singhiozzo ritmato, tirandola a sé, l’accompagna all’interno del bar per farla sedere. Come per istinto, per evitare di farle vedere ancora quell’immagine che sicuramente stazionerà nel suo cervello per molto tempo, la cinge sotto il braccio e le tiene la testa appoggiata al proprio petto, impedendole così la visuale. Una volta dentro, sicuro che Valentina stia meglio, non perde un secondo di tempo per prendere il cellulare e comporre il 113 che dopo tre squilli lo mette in comunicazione con il centralino della questura. Ponendo subito fine alla risposta educata del poliziotto di turno, Teo con voce fredda e decisa prende la parola. «Sono il commissario Ciapparelli, passami l’ispettore di servizio.» Dopo qualche secondo dall’altra parte del ricevitore si sente la voce del collega. «Ciao Teo, sono Moreno, che fai in piedi a quest’ora?»


Moreno e Teo oltre a lavorare insieme sono anche ottimi amici e si conoscono da molti anni. Moreno è il ragazzo che ha dato una mano a Teo, quando quindici anni prima si era trasferito da Roma per raggiungere Como a intraprendere la carriera da poliziotto. E anche se Teo qualche anno dopo grazie alla sua tenacia e capacità, era passato di grado diventando un suo superiore, la loro amicizia non aveva subito alcun cambiamento. «Sono all’Open in viale Geno, c’è una ragazza sulla battigia che credo sia morta e se non lo è ancora, ci manca poco, è stata martoriata ed è piena di ferite. Manda subito un’ambulanza e i tuoi ragazzi.» Senza neanche attendere risposta attacca il telefono e corre fuori dalla ragazza, che trova nella stessa posizione di prima. Facendo attenzione a non inquinare la scena del crimine e a non muovere troppo il corpo, le solleva lentamente la testa dall’acqua, le sposta i capelli dal viso e, posizionando le dita indice e medio sul collo, si mette alla ricerca del battito cardiaco. Il viso è gonfio e mezzo sfigurato, entrambi gli occhi sono chiusi sicuramente a causa dello svenimento, ma anche se così non fosse, avrebbe avuto poche probabilità di poterli riaprire senza l’aiuto delle mani. Dalla vena giugulare riceve una timidissima risposta, vuol dire che è ancora in vita, e ne ha conferma anche osservando il minimo movimento toracico. Comunque è priva di sensi. Da quel poco che vede Teo non può capire se è svenuta a causa di un trauma cranico o per altri motivi. Quello che può fare è cercare qualcosa per coprirla e aspettare l’arrivo del pronto intervento, ma prima ancora, si assicura che la mano sinistra, che ancora non ha avuto contatto con l’acqua, rimanga asciutta. C’è un particolare che non lo convince, e non vuole rischiare di perdere un potenziale indizio. Da qui a pochi minuti le sirene delle ambulanze e delle volanti della polizia sveglieranno tutti gli abitanti di Viale Geno. Sono tutti industriali e proprietari di imponenti ed eleganti ville antiche che rendono di élite la via che le ospita. Le sirene procureranno interesse anche nei pochi curiosi comaschi che passeggiano sul lungolago e che sicuramente, vista la monotonia che pervade la città, troveranno di che parlare per tutta la settimana.


07:45

Il sole, che già da alcuni minuti, con il suo interminabile movimento, ha superato il faro di Brunate per affacciarsi dall’alto e specchiarsi nel lago, penetra a fatica anche nel suo appartamento per scaldarlo e per solleticarle le palpebre ancora chiuse. Il respiro è silenzioso. Le labbra che delicatamente si uniscono disegnano un tenero sorriso, e la mano appoggiata sul cuscino di fianco al viso, sembra quasi stia sfiorando l’acqua di un ruscello. Durante il sonno, forse guidata dall’elevata temperatura creata dai termosifoni, senza rendersene conto, si è spogliata della sua maglietta. È nuda. Dolcemente immobile. A coprirle le gambe fino ai fianchi ci pensa il lenzuolo di lino stropicciato, mentre i lunghi e lisci capelli neri, illuminati da sottili fasci di luce che filtrano dalla tapparella non completamente chiusa, le vestono la schiena. Tra la soffice capigliatura ed il morbido guanciale, riposa il suo volto stanco, un viso provato da una forte influenza che l’ha costretta a passare il sabato sera a letto, sola e imbottita di tachipirina. Andrea è una venticinquenne dotata di estrema e ingenua bellezza, che ha avuto una piccola fortuna nella sua vita, nascere ad Amantea, una graziosa località che grazie al suo anonimato nel mondo del turismo, è sempre riuscita a mantenere quei sapori e quei tratti somatici che da sempre la caratterizzano. È una piccola oasi che nel raggio di pochi chilometri regala sia il piacere di correre su bianche ed estese spiagge, sia la possibilità di inalare aria sana di alta quota. Ma iniziare la sua vita in questo paesino in provincia di Cosenza bagnato dal mediterraneo è stata forse l’unica fortuna che ha fatto apparizione nella sua difficile e poco generosa vita. Una vita complicata, accompagnata solo da innumerevoli dispiaceri.


Ma chiunque si limiti a osservare la sua semplice e innocente delicatezza, tutto ciò non lo immaginerebbe mai. Lentamente la camera da letto prende il colore del mattino. Nei fasci di luce che penetrano di traverso dalla finestra, galleggiano i granuli di polvere che si rincorrono come se non volessero appoggiarsi mai, e il profumo di essenze tropicali proveniente dal diffusore, fluttua silenziosamente nell’aria. Ma questa calma viene soavemente violata dal rumore del braccio che con movimento lento sfiora il lenzuolo. Andrea senza l’aiuto della sveglia, schiude leggermente gli occhi che immediatamente richiude per evitare il timido abbaglio del sole. Generalmente la suoneria diventa attiva alle 07:00, con la funzione di svegliarla per evitarle di arrivare tardi sul posto di lavoro, ma essendo domenica ed essendo lei in preda a una forte febbre causata dall’influenza di stagione, questa mattina alla sveglia è stato concesso un giorno di ferie. Con il fare di una bimba capricciosa, Andrea si rannicchia a uovo sotto le lenzuola e si immerge anche con la testa sotto il cuscino. Decide di far passare ancora qualche minuto prima di alzarsi dal letto, deve ancora ritrovare le forze perse durante la notte febbricitante. Ma dopo qualche istante, sente una forte sensazione di bagnato lungo la schiena, e facendo correre la mano destra, da poco sotto la nuca fino al fondoschiena, si rende conto, con l’espressione soddisfatta, che la medicina presa la sera prima ha fatto effetto e che molto probabilmente, facendola sudare così tanto, la febbre l’abbia abbandonata. Con un gesto lento, e con una smorfia sofferente come se stesse sollevando un sacco di cemento, si volta verso il comodino e afferra il termometro. Prima di infilarlo sotto l’ascella, controlla che il livello del mercurio sia basso e dopo un paio di energici scossoni, lo posiziona sotto il braccio sinistro e si sistema a pancia in su con le lenzuola fino al collo, pronta a continuare il riposo osservando il soffitto e aspettando i cinque minuti che di solito si concedono al termometro per compiere il proprio dovere. Nei pochi minuti di attesa, tra i leggeri pensieri che transitano nel suo cervello, con le palpebre soavemente poste a far sfiorare tra di loro le ciglia, le viene in mente che più tardi dovrà chiamare suo fratello Giovanni e fargli gli auguri per il suo ventitreesimo compleanno. Di questo è molto dispiaciuta. È il terzo compleanno di un componente della


sua famiglia che non festeggia insieme a loro. A causa della lontananza dal suo paese nativo che dura ormai da quasi un anno, ha già perso quelli di Luca e di Antonella. Tutto questo le porta lentamente un’espressione triste al punto tale da inumidirle gli occhi. Andrea ha vissuto sempre una vita difficile ma il peggio cominciò all’età di 14 anni con la perdita della madre, che prima di tutto era la sua unica complice e ancora di salvezza. Fu lì che la sua infanzia subì una drastica svolta. Trovatasi in una situazione da cui non vedeva alcuna via d’uscita, fu costretta ad abbandonare gli studi per approdare nel mondo del lavoro, che nel suo caso si rivelò subito il pietoso mondo dello sfruttamento. Per dieci ininterrotti anni, per dodici ore al giorno sei giorni alla settimana, lavorò per conto della “M & C pelle”, un’azienda che si occupava di rivestimenti per arredi. Intere giornate seduta e ricurva su un banco di legno grezzo e ruvido, individuabile anche da lontano ad occhi chiusi, grazie allo stomachevole puzzo di umidità. Il suo compito era quello di cucire con dei macchinari vecchi e squallidi i rivestimenti che in un secondo momento sarebbero stati applicati su poltrone o divani. Per Andrea il lavoro cominciò con la prospettiva del solo periodo estivo, fu il padre che la obbligò a lavorare per potersi guadagnare il motorino che tanto desiderava. Il “Sì”, il monomarcia a pedale della Piaggio. Tutte le sue amiche già ne possedevano uno, e lei era rimasta l’unica che, quando la comitiva di adolescenti si muoveva, doveva elemosinare un passaggio sedendosi sulla parte posteriore del lungo sellino di una delle sue compagne. E finalmente, nel lontano 1995, dopo tre interminabili mesi di duro lavoro, giunse il 4 settembre, ovvero il giorno in cui sarebbe stata accompagnata da suo padre a diventare proprietaria del ciclomotore tanto ambito, con il quale sarebbe andata tutti i giorni a scuola, dove avrebbe conseguito il diploma di ragioniera per poi magari proseguire all’università. Questo era il suo sogno, uno dei tanti sogni che ogni ragazzina della sua età coltiva col sorriso, proiettandosi con l’immaginazione nel proprio futuro. Ma proprio quel giorno, il 4 settembre, in un caldo e soleggiato pomeriggio, fu lo stesso padre a darle una spiacevole notizia. I soldi destinati all’acquisto del suo sogno erano stati usati per coprire le spese che inesorabilmente si trovava ad affrontare per il mantenimento del resto della famiglia.


Andrea presa da un immenso sconforto, non riuscì a dare il giusto peso alle motivazioni datele dal padre e cominciò a piangere ed urlare, coprendolo di terribili insulti. Nulla era più importante delle sue scorribande con le amiche, aveva sgobbato tanto per quel sogno, e in quel frangente, anche i suoi fratelli avevano perso importanza, e quindi reagì con ira e compì un gesto che il padre non le perdonò mai. Gli sputò in faccia. La risposta a quel gesto fu immediata e violenta. Senza remore, come già altre volte aveva fatto, cominciò a picchiarla pesantemente con schiaffi a mano aperta fino a portarla allo sfinimento. E senza porsi alcun problema, mentre elargiva ceffoni che echeggiavano in tutto l’appartamento, lasciando i fratelli ammutoliti ed impietriti nella loro stanza, e urlando come un orco inferocito, le diede un’ulteriore brutta notizia. Fu un macigno che la fece sprofondare sotto terra, poche parole dure e secche, che le scatenarono una reazione inversa. Frasi che la bloccarono a bocca aperta e che le fecero diventare le braccia talmente pensanti, che in un nanosecondo si posizionarono inermi lungo il corpo, prive di vita. Quella notizia le cambiò la vita. Le disse, anzi le impose, di dimenticare gli studi e di continuare a lavorare in quello squallido ambiente per aiutarlo al mantenimento della famiglia, rivendicando il fatto che lui, l’anno precedente, rimanendo vedovo, era divenuto l’unico a lavorare per poter dare da mangiare ai suoi cinque figli. Il gesto di ribellione costò ad Andrea diversi giorni di reclusione, durante i quali si rese conto che la situazione familiare era veramente disastrosa. I fratelli avevano bisogno di lei e lei li amava troppo per non accollarsi le proprie responsabilità. Se era in grado di fare qualcosa, di certo l’avrebbe fatta, anche se questo significava perdere la scuola, le amiche e soprattutto la sua adolescenza. Nella sua costretta solitudine non poteva fare altro che pensare al destino delle persone a lei più care, non voleva che i suoi fratelli trascorressero un’infanzia come la sua. Anche se da lì a pochi anni si sarebbe resa conto che uno a uno avrebbero provato tutti le stesse pene, con gli stessi problemi, senza alcuno spiraglio di soluzione. Ma a un certo punto qualcosa in lei cambiò. La sua vita cambiò. Trovare il coraggio per voltare pagina e scappare da Amantea, fu difficile. Dopo una lunga e ponderata decisione, dopo tanti anni di sofferenza e repressione, quando ormai i fratelli potevano anche cavarsela da soli, e soprattutto, spinta e accompagnata da una sua amica d’infanzia, Andrea lasciò il suo paese per trasferirsi


a Como alla ricerca di una vita migliore. Era ottobre quando prese questa importante decisione. Luisa, la sua più cara amica, le chiese quasi implorandola di diventare la sua compagna di fuga. La supplicò di seguirla per raggiungere una città che avrebbe dato ad entrambe la possibilità di riscossa verso il destino che fino a quel momento non aveva fatto altro che punirle per chissà quale motivo. Luisa era figlia unica. Perse entrambi i genitori in un incidente stradale e l’unico parente che possedeva era suo zio, il fratello di sua madre, che a sua volta era un pezzo grosso di una famiglia importante della n’drangheta calabrese. Questi sono i motivi che hanno spinto lei a convincere Andrea a fuggire e a seguirla fino a Como. La scelta della città era arrivata grazie a una conoscenza che fecero l’estate prima al bar della spiaggia vicino a casa loro. Mirka, una giovane bionda di origine Finlandese, che lavorava come cameriera tutte le sere per mantenersi la permanenza estiva, e poter così stare insieme al suo ragazzo cosentino conosciuto all’Hollywood, un locale di Milano per il quale lei faceva la cubista. Le tre ragazze decisero di mantenere i contatti, ed è proprio grazie allo scambio di numeri, fatto prima di salutarsi a fine estate, che adesso Luisa e Andrea vivono in un piccolo ed accogliente appartamentino poco fuori il centro storico di Como, in via Borgo Vico. Si sono sistemate in un bilocale mansardato che da poco tempo è stato ristrutturato. Prima era un vecchio solaio adibito a magazzino del bar sottostante, ma grazie ad un ottimo lavoro guidato da un architetto molto ingegnoso, questa piccola soffitta stile Cenerentola, per loro due è diventata il castello che da sempre sognavano, dove forse un giorno due poderosi principi azzurri verranno a prelevarle per portarle in cima al paradiso. Nonostante Andrea, per esserne sicura, abbia tenuto il termometro sotto l’ascella per qualche minuto in più del necessario, la temperatura non ha superato i 36,5°. La febbre, seguendo il suo decorso, ha lasciato spazio alla temperatura corporea normale. Quasi come si sentisse molto meglio di un secondo prima, contenta della guarigione, si alza dal letto, si infila la magliettina che ha recuperato in fondo alle lenzuola, e nella penombra della camera apre la porta e si dirige in cucina per fare colazione a base di spremuta d’arancio e abbondanti spalmate di marmel-


lata alla fragola su fette biscottate integrali. Camminando sul pavimento di legno vecchio, con i piedi completamente avvolti dalle babbucce raffiguranti due enormi coniglietti rosa, per non dare fastidio ai suoi occhi ancora stanchi, non accende le luci. Appena giunta in cucina, con la maniglia del frigorifero in una mano e con l’altra alla ricerca della marmellata, alzando la voce per farla arrivare al di là della porta del bagno, dà la bella notizia a Luisa. «La febbre mi è passata.» e dopo una piccola pausa, che ha fatto per chinarsi di più alla ricerca di tre grosse arance. «Grazie per ieri sera.» Il tono della voce da serio diventa ironico. «Te la sei cavata bene? Gli sei piaciuta?» Dopo aver chiuso il frigorifero e appoggiato tutto sul tavolo, che a sua volta si trova per un lato attaccato al muro, si sofferma alla ricerca della risposta della sua coinquilina. «Luisa? … Ci sei?» Senza dare peso all’indifferenza, si volta verso il cassetto posizionato sopra il lavandino in ceramica e lo apre per afferrare lo spremiagrumi che serve a preparare del buon succo d’arancia. Ma ancor prima di arrivare a prenderlo, si blocca con la mano in alto e in questa posizione pensa a quanto possa essere insolito il silenzio, che stranamente la insospettisce. Senza cercare un preciso motivo, si dirige verso il bagno che si rivela vuoto. Con una vaga sensazione che aleggia nei suoi pensieri, sperando di trovarla addormentata per via della stanchezza, passa dal salotto che vede vuoto, e continua lungo il corridoio ritrovandosi in camera da letto, che a differenza di prima, non esita ad illuminare premendo l’interruttore che si trova all’esterno della stanza di fianco alla porta. Dirigendo il corpo verso destra con il braccio proteso alla ricerca del cellulare appoggiato sul comodino, si accorge che il letto di Luisa è ancora intatto e che, per ovvia conclusione, lei questa notte non è rientrata. Cercando di non farsi prendere da stupide e inutili preoccupazioni, con il massimo della tranquillità, tenendo premuto il numero 2 della tastiera del suo cellulare, grazie alla funzione chiamata rapida, invia il segnale alla ricerca del numero di Luisa.


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