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GEHARD DEMETZ

LOVE AT FIRST TOUCH


LOVE AT FIRST TOUCH GEHARD DEMETZ

a cura di Cecilia Antolini


CATALOGO Testi LIONS Club Monticello ANCE Como UICI Como Cecilia Antolini Elio Franzini Progetto grafico Luca Reffo Paolo Soldan Francesca Todde Fotografie Ferdinando Cioffi Egon Dejori Luca Reffo Francesca Todde

Nessuna parte di questo libro può essere riprodotta o trasmessa in qualsiasi forma o con qualsiasi mezzo elettronico, meccanico o altro senza l’autorizzazione scritta dei proprietari dei diritti d’autore e dell’artista © per i testi, gli autori © per le immagini l’artista e la galleria © per tutto il resto l’Associazione Culturale Erodoto e Lions Club Monticello


LOVE AT FIRST TOUCH GEHARD DEMETZ

Como, Ex-Chiesa di San Francesco 6 Giugno - 27 Giugno 2009

A cura di Cecilia Antolini Direzione Organizzativa Jessica Anais Savoia

Con il patrocinio di

Coordinamento Organizzativo Associazione Culturale Erodoto Staff Annalisa Barella Simona Dal Pont Paolo Soldan Ufficio Stampa Alessandra Maggi Allestimento Annalisa Barella In collaborazione con Galleria Rubin (Milano) U.I.C.I. Como

Provincia di Como Assessorato alla Cultura

Promossa da

Lions Club Monticello Distretto 108 IB1 (Italy)

In collaborazione con www.erodoto.org


RINGRAZIAMENTI Si ringraziano i prestatori delle opere e tutte le persone che a diverso titolo hanno collaborato nella realizzazione della mostra, tra questi in ordine sparso: Gehard Demetz Simone Majeli Mario Mazzoleni Segreteria UICI Como Sergio Gaddi Ufficio Assessorato alla Cultura del Comune di Como Mario Colombo Letizia Motta Valentino Carboncini Walter Orsenigo Paolo Galli Monica Papagiorgiu Valentina Bellotti Chiara Lupano Massimo Esposito Angelo Porro Nicoletta Mezzalira Davide DeAscentis Oscar Regondi Volodia Luca Venturi Luigi Fagetti Cesidio Angelantoni Cecilia Antolini Elio Franzini Governatore Distretto Lions 108 ib1 Roberto Monguzzi Past Governatore Francesco Peronese Presidente LC Monticello Alberto Arrighi Comitato eventi Lions Club Monticello Lions Club Cernobbio Danilo Guerini Rocco Silvano Frassinelli Giuseppe Perone Mara Riva Sergio Perna Fondazione Antonio Ratti Paolo Coduri Raimondo Silvagni

Il progetto LOVE AT FIRST TOUCH è ideato da LIONS CLUB MONTICELLO in collaborazione con Cecilia Antolini e Associazione Culturale Erodoto


Main Partner

Partner

Partner Tecnici

Autotrasporti Regondi Emilio & C. Abbiamo cura della tua merce dal 1992

www.trasportiregondi.it


L’arte sposa la solidarietà di Lions Club Monticello


C

i piace introdurre questa iniziativa promossa dal Lions Club Monticello come qualcosa che lega il fascino del legno – l’odoroso e plastico legno da toccare e da sentire, nelle sue forme artistiche – al sogno, quasi una favola, che persegue il lionismo internazionale sin dal suo nascere: offrire ai non vedenti una pienezza e ricchezza di vita che li renda uguali – e forse migliori, perché sicuramente più sensibili – a tutti gli altri. È con orgoglio che presentiamo dunque LOVE AT FIRST TOUCH. Ad aprire questo percorso, che ci auguriamo duraturo e di estremo interesse per tutti, è lo scultore altotesino Gehard Demetz in uno degli spazi pubblici espositivi più prestigiosi della città di Como, l’ex Chiesa di San Francesco. La mostra accoglie al suo interno uno speciale percorso tattile e plantare che offre l’opportunità ai non vedenti di fruire dell’opera di un affermato artista contemporaneo. Così il Club realizza uno dei suoi obbiettivi, ovvero costruire un ponte tra non vedenti e arte scultoria, nella certezza di aprir loro nuovi orizzonti sensoriali di bellezza e di sensibilità artistica. È, dunque, questa iniziativa, ancora una volta un impegno di stampo prettamente lionistico, dal momento che va a inserirsi in quel filone di solidarietà che è vanto da sempre di tutti i Lions. L’attenzione rivolta ai non vedenti non è solo legata alla fruizione dell’arte ma anche ai problemi reali, alle necessità quotidiane. È così che l’appuntamento diventa anche un momento di raccolta e di aiuto devolvendo ai non vedenti gli introiti di questo catalogo nonché il raccolto dell’asta benefica che avrà luogo al termine della mostra. Un aiuto sostanziale che dimostra il continuo e concreto impegno che il Lions Club Monticello intende profondere verso le Associazioni dei Non Vedenti. Ma non solo, la mostra non resterà isolata. Il Lions Club Monticello intende collaborare nel creare un appuntamento ricorrente, se possibile annuale, chiamando artisti differenti in nome delle medesime finalità: tenere e incrementare un proficuo legame tra il mondo dei non vedenti e l’arte.

Ragazza Sinistra (particolare) 2009, bronzo, 48,5 x 13 x 12 cm


L

a struttura di Como dell’Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti si è sempre impegnata a tutelare i diritti dei propri iscritti, ha profuso energie e si è battuta per diffondere nella società e presso gli Enti locali la cultura della “Solidarietà” e della “Integrazione” dei privi della vista. La fruizione dei beni culturali, con l’accesso alle strutture museali, e la possibilità di godere delle opere d’arte tramite contatto diretto, è da sempre un altro settore di impegno che si è sviluppato e si amplierà ancor più con l’organizzazione di visite guidate e con la realizzazione, in stretta collaborazione con altre realtà, di mostre e avvenimenti di grande richiamo e fascino. È il caso di questa grande esposizione d’arte contemporanea che vede le sculture in legno dell’artista altoatesino Gehard Demetz parte del percorso tattile “LOVE AT FIRST TOUCH”, esposizione di arte contemporanea accessibile ai non vedenti. L’allestimento di questo evento, oltre a testimoniare la voglia dei privi della vista di accedere ai beni culturali, di godere della bellezza dei capolavori vivendo così emozioni e sensazioni straordinarie, coincide con il bicentenario della nascita di Louis Braille che, quasi due secoli fa, inventò la scrittura in rilievo spalancando le vie dell’istruzione e della cultura a tutti i non vedenti. Louis Braille ha davvero rivoluzionato la vita dei privi della vista, fornendo loro lo strumento per eccellenza per accedere alla cultura: una scrittura basata sulle combinazioni di sei puntini, facilmente percettibili dal polpastrello educato e sviluppato dei bambini ma anche degli adulti non vedenti. Purtroppo nonostante questa magnifica invenzione non riuscì a superare pregiudizi sociali aprendo a tutto il mondo la possibilità di leggere e comunicare. Per questa ultima ragione, e in conformità allo spirito e alla determinazione che hanno sempre caratterizzato l’impegno dei ciechi italiani, l’U.I.C.I. ha lanciato quest’anno su tutto il territorio nazionale, una campagna di raccolta fondi per l’acquisto di 10.000 tavolette e punteruoli, indispensabili per imparare a leggere e scrivere il Braille: tutto il materiale sarà messo a disposizione dei bambini, dei ragazzi e degli adulti ciechi dei paesi in via di sviluppo, affinché l’istruzione e la cultura siano finalmente rese accessibili anche ai soggetti più sfortunati. L’U.I.C.I., inoltre, con l’aiuto concreto del Parlamento, degli enti pubblici, della società e dei singoli cittadini, si è fatta promotrice di un’altra straordinaria iniziativa che prevede anche un grosso impegno finanziario: la costituzione in Roma del “Centro Polifunzionale di Alta Specializzazione per L’integrazione dei Ciechi Pluriminorati”. Insomma, un impegno, che vede l’U.I.C.I. coinvolto a 360 gradi e che trova sostegni meravigliosi come quello assicurato dagli organizzatori e dai sostenitori della mostra “LOVE AT FIRST TOUCH”, ai quali va rivolto un grazie di tutto cuore.

It’s in our hands (particolare) 2005, legno 240 x 240 x 2,5 cm


Solidarietà e Integrazione anche nell’arte di UICI Como


Costruiamo valore che porti prosperitĂ  sociale e solidarietĂ  di ANCE Como


A

NCE Como è un’attiva realtà che esercita il ruolo di rappresentanza della categoria dei costruttori edili, ed è da sempre attenta a contribuire al miglioramento ed al positivo sviluppo del territorio a beneficio dell’intera società. È con questo spirito di vicinanza ai cittadini, alle istituzioni e agli enti locali, che ha deciso di diventare sponsor della mostra “Love at first touch”, un progetto espositivo dedicato anche a un pubblico non vedente. Una chiara dimostrazione di attenzione per le espressioni dell’arte ma anche di mecenatismo a favore della città di Como e dell’intera sua provincia. Dallo scalpello dello scultore altoatesino Gehard Demetz alla progettualità dell’associazione il legame, apparentemente lontano, è in realtà molto stretto. Come nelle opere dell’artista è sempre presente la ricerca continua di nuove forme, così ANCE Como è un soggetto che propone costantemente idee e soluzioni per rendere più accessibile il territorio comasco offrendo una migliore vivibilità a tutta la collettività. Concretamente il suo compito di supporto e sostegno, rivolto alle 900 imprese associate, spazia in tutti gli ambiti dell’attività costruttiva. L’azione incessante di ANCE Como è ulteriormente testimoniata dal suo Gruppo Giovani: centro proficuo di innovazione e brillante strumento dinamico di formazione della nuova classe imprenditoriale. Tanti soggetti, riuniti sotto lo stesso tetto della “casa dei costruttori” dell’associazione, che operano in maniera coordinata e sinergica per realizzare un futuro ricco di opportunità, dove sia piacevole abitare, fruttuoso lavorare e comodo spostarsi. ANCE Como è inoltre membro di enti e comitati costituiti pariteticamente con le Organizzazioni sindacali dei Lavoratori operanti nel campo dell’assistenza, della formazione e dell’antinfortunistica. L’associazione fa sentire la sua voce anche fuori dai confini provinciali grazie all’adesione ad ANCE, l’Associazione Nazionale Costruttori Edili, che gestisce a livello nazionale la rappresentanza della categoria e ad Ance Lombardia, Associazione Regionale dei Costruttori Edili Lombardi, che coordina l’attività delle diverse Associazioni Territoriali e promuove le esigenze del settore presso le istituzioni lombarde.

I want to be flexible (particolare) 2005, legno 215 x 39 x 48 cm


Schiocchi di merli, frusci di serpi di Cecilia Antolini


D

el bambino hanno le proporzioni corporee, gli arti smilzi, la levigatezza del volto. Le sculture attraverso cui la ricerca di Gehard Demetz si snoda ormai da anni del bambino hanno anche le sembianze, ma quello che sanno trasmettere rimane molto lontano dalla leggerezza di cui solo l’infanzia è capace. L’oggetto in questione non è il gioco, non è la spensieratezza: nessuna concessione a tenerezza e retorica da età dell’innocenza. Quello che Demetz osserva, e sa mettere in scena con un’efficacia tale da rendere le sue sculture riferimenti più che solidi nel panorama dell’arte, è il fluire serissimo della vita che con il suo garbuglio di possibilità caratterizza l’infanzia come momento tanto esclusivo quanto tragico. Sempre sotto scacco, condannato ad essere colto e compreso sempre e solo una volta conclusosi. Ipnotizzati dal proprio destino in una sorta di tensione già nostalgica verso se stessi, i piccoli protagonisti dei lavori non nascondono una forma di silente aggressività, un’energia ipogea che spinge e prepara una reazione probabilmente inesorabile quanto inattesa. Hanno persino una certa marzialità, una solennità che il chiarore del legno paradossalmente vela eppure rimarca; ordinatamente allineati come nel caso di questa mostra, sembrano in marcia implacabile come un piccolo esercito. La riflessione che l’artista da tempo porta avanti con coerenza ha fulcro proprio in questo movimento progressivo, pericolosamente sospeso tra fatalismo e libero arbitrio. Il nucleo vivente di possibilità che ognuno incarna, con la sua indeterminazione e drammatica incertezza diventa il protagonista reale del lavoro. I volti delle sculture infantili sono stati a lungo caratterizzati da un rapporto ambiguo con l’età adulta in una relazione a tratti analogica a tratti oppositiva che costantemente ne accentuava il carattere irrisolto. In casi particolari l’artista ha scelto di esasperare questa dinamica, esplicitando nelle sembianze infantili i tratti di personaggi epocali della storia del Novecento. Sopra gracili corpi composti, con le camicie garbatamente abbottonate, ritroviamo così i lineamenti di Mao, quelli di Hitler e di John F. Kennedy. Sfidando un atteggiamento quasi pop cui sa comunque, saggiamente, resistere, Demetz trascina all’eccesso il punto critico che gli interessa: ciò che non è ancora pur essendo sempre stato, l’eco nietzscheana del “diventa ciò che sei” con le sue valenze tanto positive, di auspicabile e possibile coglimento reale di se stessi, quanto negative, nell’eventuale condanna di un destino già scritto. È allora sempre un Io in questione quello di cui si va parlando. E che sia quello dell’artista, quello del bambino scolpito o persino quello dello spettatore (noti prima Hitler o il bambino?), diventa una questione marginale. Essenziale è il carattere dinamico dell’Io chiamato in scena, che lo espone al rischio di impoverimento e morte; più importante è la sua natura stratificata, che lo sollecita a un


esercizio di autoconsapevolezza ed espone al rischio di subire l’azione sotterranea di aree inesplorate. A questo riguardo le teorie di Rudolf Steiner hanno rappresentato a lungo suggestioni teoriche significative nella ricerca di Demetz. In particolare, l’idea che il diventare adulto privi l’individuo della facoltà di avvertire e far vivere l’inconscio, appiattendone in qualche modo la condotta, è qualcosa su cui l’artista ha riflettuto a lungo. Tutto il suo lavoro cresce, concettualmente ma anche materialmente, intorno a vuoti e parti mancanti che, proprio in quanto tali, sono costitutive dell’insieme. È un’estetica frammentaria quella in cui prendono corpo le sculture che, con il loro carattere modulare e parcellizzato, restituiscono non a caso un’idea tanto di produzione quanto di decostruzione. Non si potrebbe nemmeno dire esattamente se siano sul punto di sgretolarsi o prender corpo. Il non-finito, cifra estetica ormai stabilita in Demetz, è enfatizzato e impreziosito dalla dolce precisione con cui sono lavorate alcune parti (che finalmente è dato in parte accarezzare!), diventando figura esistenziale di ogni opera. Quel retro spigoloso, forse indice di interiorità, certo tornasole di una tecnica e del suo carattere tuttaltro che neutro, rimane sempre in attesa di una fine che completi, di un fine che compia. L’idea di un’espressività celata, persino castrata, con il richiamo a zone d’ombra significative e potenti, tornano in modo del tutto diverso nei lavori più recenti. Indagando una sorta di iperdecorazione che, come una maschera o una gabbia, racchiude il volto dei suoi personaggi, l’artista ha aperto un filone nuovo della sua ricerca. I piccoli protagonisti hanno troncato qualunque legame con il mondo degli adulti; non giocano più con strani utensili né si riferiscono a loro attraverso i titoli dei lavori. La condanna all’incomunicabilità è ora più spietata che mai, così come è intensificato il costante dualismo tra attraente ed ostile, nascosto e svelato. Schermate ma non protette, le figure scoprono una bellezza differente, decorativa, floreale quasi liberty, che peculiarmente si fonde con quel loro splendore un po’ lugubre. Il risultato condivide l’eleganza composta del percorso precedente, unendo ad una tenace coerenza il coraggio, prezioso e non sempre comune tra i giovani artisti, di inseguire variazioni anche all’interno di un repertorio a lungo apprezzato.


Estratto da:

L’arte, l’estetica, i sensi di Elio Franzini


È

nella forma, nel suo senso estetico, cioè spazio-temporale, di fronte ai nostri sensi, forse, l’unica risposta possibile alle questioni aperte nel Settecento, quando si comprende che il senso tattile e spaziale dell’opera conduce a una questione temporale, all’interno del quale si manifesta il senso complessivo della forma, il suo esibirsi sublime come realtà che mette in gioco i “limiti” del corpo, dei suoi sensi, delle loro stesse relazioni di fronte all’esplicitarsi di un senso simbolico loro immanente che si oggettivizza in opera. Il tattile, l’aptico, è “afferramento”: ma la forma da afferrare è sempre “per” un corpo, che non si limita alla distanza dello sguardo, che vive l’opera, per usare l’espressione di Deleuze, come un “diagramma”, in cui dunque l’organicità è un orizzonte di possibilità all’interno di un percorso in cui vivono anche le anse dell’oscurità, del brutto, dell’anonimo. Herder, nel momento in cui lega il tatto all’oscurità sublime della scultura vuole, attraverso quest’arte, porre dubbi sulla definibilità sistematica di ogni arte: non esistono formule (ontologiche o decostruttive) che ne dicano la complessità, intrinseca e relazionale. Il corpo che l’opera dell’arte figurativa disegna è infatti, senza dubbio, uno spazio formale, un’immagine, una rappresentazione figurale, una Gestalt. Ma una volta sottoposta alla volontà di afferramento “aptica”, essa si trasforma all’interno di una dinamicità che la rende Bildung, come diceva Goethe, o Gestaltung, per usare le parole di Klee - in ogni caso forma in formazione. L’oscurità tattile di Herder è l’allusione, il simbolo estetico di questa complessità “figurale” dell’arte, irriducibile a una fenomenologia delle sue componenti parziali: è apertura al paradosso di una situazione percettiva che, nella presenza dell’oggetto, allude a una dimensione non nichilista di assenza. La pittura e la scultura pongono di fronte a forme simboliche, a figure visibili che alludono a un orizzonte di afferramento che rimane oscuro, a un mondo di possibili che è nella forma e nei suoi stessi processi di costruzione ma che non si esaurisce in una sua visione regolamentata e categorizzata. Simbolo ontologico o simulacro che sia, l’arte richiede invece ai sensi di manifestare un’oscurità che non conduce su orizzonti assoluti bensì su quei processi che fanno della sua natura simbolica una realtà che scaturisce da movimenti di apprensione, da atti che presentano il loro senso costitutivo anche là dove non lo esauriscono. Il tatto è allora quel senso che allude al precategoriale della forma, all’insieme di processi fungenti che la rendono simbolo non “di” qualcosa (sarebbe altrimenti racconto o metafora) - sia esso l’Essere, Dio o l’Inconscio - ma di una genesi estetica che, nel suo costruire un orizzonte spaziale, si articola attraverso serie temporali e modi apprensionali differenziati, motivati nella cultura e nella storia. Il tatto allude alla dimensione temporale dell’opera, alla temporalità corporea del suo afferramento poiché qui il tempo è la forma dell’intuizione, il suo movimento, il suo ritmo, l’istante di un’immagine che fissa lo spazio, che lo attesta come

Yesterday I tested blood (particolare) 2006, legno, 169 x 37,5 x 44 cm


realtà storica che ha possibilità comunicative metastoriche - orizzonte non visivo, e non prospettico, che pone il dato spaziale in una serie di processi immanenti che lo esibiscono su vari livelli senza definirne l’immutabile essenza. Attraverso il tatto si manifesta dunque un’intuizione temporale in virtù della quale si è consapevoli, come scrive Maldiney in riferimento a Cézanne, che “l’opera pittorica non ha l’unità strutturale di un sistema né l’unità di transizione di un percorso. La pittura vi procede per salti. Ma mai ‘come per caso’ “ Lyotard e Deleuze ricordano che il rapporto tra visibile e invisibile non può essere metafora di qualsivoglia “riconciliazione”, così come non è mai “riconciliativo” il rapporto che l’estetica instaura con la rappresentazione: la sua intrinseca oscurità, la sua parte “aptica” e sublime, non la ammette se non a patto di cancellare il senso della singolarità di evento delle opere. L’arte, e non solo dei nostri giorni, sa che l’invisibile non è un retro ontologico ma una forza oscura che si rivela sempre di nuovo nel visibile, che non lo stabilizza in un crocevia chiasmatico ma in forme dove l’artista non è un tormentato riconciliatore bensì colui che “tollera che l’unità sia assente”. Questa frase di Lyotard può forse essere un punto d’arrivo che pone nell’atteggiamento corretto di fronte alle figure: le opere dell’arte figurativa non sono mai metafore, racconti, espressioni di più o meno felici percorsi analogici, di grandi discorsi retorizzanti bensì “simboli”, nel senso “banalmente” intuitivo di Kant, simboli che vengono “esibiti” ma che non possono essere “esposti”, simboli dunque che attestano con la loro presenza, e con l’interrogazione, che sono assenza di unità, che posseggono in sé una “differenza” motivazionale cui un dialogo spirituale può solo alludere, ponendo su un orizzonte storico - e nella fragilità della storia - il proprio percorso descrittivo. Il rapporto tra visibile e invisibile è anche, nell’opera, un rapporto “brutto”, differente, attraversato da ciò che Lyotard chiama “doppio rovesciamento” e che è davvero, al di là di Freud, “libera circolazione di energia” o, che dir si voglia, incontro che si rinnova tra il caos e il cosmo, il caso e la necessità, l’ingenuo e il sentimentale, l’organico e l’aorgico, l’apollineo e il dionisiaco. L’interrogazione su questo sfondo oscuro o invisibile è stato il grande tema della storia di ciò che Alberti ha chiamato “theorica dell’arte”, quasi come essenziale interrogativo sulla sua “differenza”: le ipotesi che in essa si delineano sono forse equivalenti purché si salvaguardi il senso estetico dell’immagine e, con esso, la necessità di un percorso formale e formativo, la sua capacità di ampliare gli orizzonti logico-descrittivi della conoscenza verso un substrato precategoriale e simbolico all’interno del quale l’ente, l’evento dell’opera è la traccia visibile di un percorso di senso che opera in esso e che si traduce, senza esaurirsi, in una forma visibile, un percorso che è attività fungente, insieme spirituale, energetica, passionale, che è dunque il segno di un senso della temporalità che solo una porzione di spazio rappresentativo può esibire.


LOVE AT FIRST TOUCH


Also a soft distorsion 2008, legno, 167 x 31 x 28 cm


I was famous last night 2008, legno, 158 x 75 x 28 cm


A soft distortion 2008, legno, 162 x 31,5 x 28 cm


Per vedere l’intera esposizione delle opere a catalogo acquista la tua copia sul sito www.erodoto.org


Gehard Demetz. Love at first touch